Ma l’avete vista l’Italia? È un Paese meraviglioso, un vero laboratorio di miracoli. Soprattutto in sanità. Siamo diventati la terra promessa delle cliniche e dei grandi poli ospedalieri privati, quelle corazzate che brillano di marmo e tecnologia, dove il progresso galoppa ma il portafoglio che paga è sempre lo stesso: il tuo. Siamo ai vertici mondiali per spesa privata, ma con un trucco che farebbe invidia a un prestigiatore.
Il meccanismo è di un’eleganza quasi commovente. Il privato investe, certo, compra macchinari che sembrano astronavi e costruisce ali d’ospedale da grand hotel. Ma lo fa con la certezza matematica che lo Stato coprirà ogni centesimo. È un rischio d’impresa che fa ridere i polli: io compro il giocattolo e tu, caro contribuente, mi garantisci per contratto che mi pagherai il biglietto per usarlo, vita natural durante.
E il gioco si fa raffinato, direi chirurgico. Queste strutture scelgono dal menù: “Questo intervento rende? Dà un bel margine di profitto? Lo prendo. Quest’altro è una rogna, costa troppo, richiede una terapia intensiva che mangia il bilancio? Uh, no, per quello c’è l’ospedale pubblico in fondo alla strada”. È una sanità selettiva, che tiene per sé la crema delle prestazioni programmate e scarica sulla “carretta” dello Stato le emergenze, i disastri e i costi fissi della sopravvivenza. Noi facciamo l’eccellenza rimborsata, voi fate la trincea dei pronto soccorso.
Ma la vera perla, il tocco di classe, è il rinnovo automatico. Ogni anno le Regioni firmano, zitte e rassegnate, senza una gara, senza un dubbio, garantendo flussi di denaro in continuità con l’anno precedente. Abbiamo inventato il capitalismo assistito, dove la concorrenza non esiste e il profitto è un vitalizio. E intanto questa destra che ci parla di “Nazione”, che si sente erede di chissà quale orgoglio identitario, guarda dall’altra parte mentre il diritto alla salute viene appaltato a pezzi, come se la sovranità nazionale finisse davanti alla soglia di una fondazione privata.
Questa situazione non è più tollerabile: è un’urgenza civile invertire la rotta prima che la privatizzazione silenziosa incida ancora di più sulla nostra carne. Le soluzioni ci sono: bisogna avere il coraggio di tagliare il rilascio di nuove convenzioni e avviare una nazionalizzazione progressiva delle strutture strategiche.
Se un grande ospedale è indispensabile alla vita dei cittadini e non starebbe in piedi un solo giorno senza l’ossigeno del denaro pubblico, allora deve tornare allo Stato. Deve tornare a essere nostro. Senza filtri e senza dividendi sulla pelle di chi soffre. Perché la salute non è un’azione in borsa: è l’ultimo baluardo che ci rende ancora delle persone e non dei semplici clienti di un’azienda.
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