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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/10/2026

Il giorno dell’ex Ilva

Lunedì 12 ottobre, in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva prende avvio una mobilitazione che potrebbe segnare un passaggio decisivo nella più grande vertenza industriale italiana. L’Unione Sindacale di Base, congiuntamente alle altre organizzazioni sindacali, ha proclamato lo sciopero ad oltranza, a partire dalle sei del mattino, e una mobilitazione permanente che, in assenza di risposte, è destinata a intensificarsi.

Quello che sta accadendo a Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e negli altri stabilimenti del gruppo riguarda il futuro di un’intera filiera industriale, decine di migliaia di lavoratori tra diretti e indotto, il destino economico di interi territori e la capacità stessa dell’Italia di mantenere una produzione siderurgica nazionale.

Nella notte tra l’8 e il 9 ottobre l’ultima colata di ghisa ha preceduto la sospensione della produzione nell’area a caldo di Taranto. Gli impianti sono stati mantenuti in riscaldo, in attesa dell’udienza della Corte di Cassazione del prossimo 20 ottobre. In assenza di un provvedimento favorevole, l’azienda ha annunciato la sospensione del mantenimento in riscaldo dal 24 ottobre e lo spegnimento entro il 25, prospettando conseguenze irreversibili sulla possibilità di riavviare gli impianti. Entro il 15 novembre è inoltre prevista la fermata generale degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, con ricadute sull’intero sistema produttivo.

È una sequenza di date che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione il punto al quale siamo arrivati. Mentre gli impianti si fermano, il Governo annuncia un nuovo decreto per gli ammortizzatori sociali e continua a subordinare le prospettive industriali all’individuazione di un investitore. Nel frattempo, migliaia di lavoratori attendono di conoscere il proprio futuro.

Eppure, a questo punto della storia, dovrebbe essere evidente che il problema non è più soltanto trovare qualcuno disposto a comprare gli stabilimenti.

Il problema è decidere se lo Stato italiano considera ancora la produzione dell’acciaio una questione strategica per il Paese.

La crisi dell’ex Ilva comincia ben prima delle ultime decisioni della magistratura. Dal 2012 a oggi abbiamo assistito a sequestri, commissariamenti, amministrazioni straordinarie, decreti d’urgenza, accordi industriali e continui cambiamenti di proprietà e gestione. Ogni passaggio è stato accompagnato dalla promessa che quello successivo avrebbe finalmente risolto i problemi ambientali, produttivi e occupazionali.

Nel 2018, con l’arrivo di ArcelorMittal, il Governo presentò l’accordo come la soluzione capace di garantire il futuro dell’azienda. Nel 2020, con l’ingresso di Invitalia, venne annunciato un nuovo piano di rilancio e decarbonizzazione, comprensivo di investimenti pubblici e della realizzazione di un forno elettrico da 2,5 milioni di tonnellate annue di produzione. Nel 2024 siamo arrivati a una nuova amministrazione straordinaria.

Oggi, nell’ottobre 2026, ci ritroviamo a discutere dello spegnimento degli impianti, della sopravvivenza dell’intero gruppo e degli strumenti per sostenere il reddito dei lavoratori.

Il paradosso è che, dopo quattordici anni e miliardi di euro di risorse pubbliche impegnate, siamo tornati sostanzialmente alle domande che avremmo dovuto affrontare all'inizio. Con una differenza: nel frattempo gli impianti sono invecchiati, le prospettive produttive si sono indebolite, le condizioni occupazionali si sono deteriorate e il tempo per intervenire si è drasticamente ridotto.

La politica ha avuto quattordici anni per costruire una soluzione. È difficile sostenere che sia stata la magistratura, con una sentenza dell'estate 2026, a rendere improvvisamente impossibile una strategia industriale che non si è mai riusciti a realizzare.

Le decisioni della Corte d’Appello di Milano, l’ultima delle quali ha respinto il 5 ottobre una nuova richiesta di sospensione del provvedimento sull’area a caldo, hanno certamente accelerato la crisi. Il 20 ottobre le Sezioni Unite della Cassazione esamineranno i ricorsi presentati dalle amministrazioni straordinarie.

Ma sarebbe profondamente sbagliato trasformare questa vicenda giudiziaria nell’alibi per spiegare il fallimento industriale.

La magistratura interviene su questioni di legalità, sicurezza e tutela della salute. Non è suo compito stabilire quanti milioni di tonnellate di acciaio debba produrre l’Italia, quali tecnologie utilizzare, quanto investire nella decarbonizzazione o come garantire l’occupazione. Queste sono responsabilità della politica, che non possono essere delegate ai tribunali e neppure ai commissari straordinari.

Da anni assistiamo invece a un rovesciamento dei ruoli. Le scelte industriali vengono continuamente rinviate in attesa di una sentenza, dell’esito di una gara, dell’offerta di un investitore o della prossima emergenza finanziaria.

All’ultimo tavolo a Palazzo Chigi abbiamo avuto la conferma della profondità di questa contraddizione. Il Governo ha ribadito la prospettiva di una siderurgia decarbonizzata, con forni elettrici e impianti DRI, ma senza presentare un quadro industriale sufficientemente definito, finanziato e governato da una responsabilità pubblica.

La sensazione, sempre più concreta, è che la siderurgia primaria italiana venga considerata un problema da amministrare anziché un patrimonio industriale da salvaguardare e trasformare.

Ma davvero l’Italia può fare a meno dell’acciaio?

È la domanda che dovrebbe precedere ogni discussione su gare, compratori e assetti proprietari.

Secondo Federacciai, nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, collocandosi al secondo posto in Europa, dopo la Germania. Parliamo di un settore con oltre 70 mila addetti diretti, fondamentale per la meccanica, l’automotive, la cantieristica, le infrastrutture e l’intera manifattura nazionale.

Nel marzo 2025 la Commissione europea ha presentato un piano d’azione per l’acciaio e i metalli, riconoscendo espressamente il carattere strategico della siderurgia per l’autonomia industriale e la sicurezza economica europea.

Mentre l’Europa discute di come rafforzare e proteggere la propria capacità produttiva, in Italia rischiamo di assistere alla progressiva disarticolazione di uno dei principali complessi siderurgici del continente.

Naturalmente non tutta la siderurgia italiana dipende dall’ex Ilva. Esiste un’importante produzione attraverso forni elettrici, alimentati prevalentemente da rottame, che rappresenta una caratteristica fondamentale del nostro sistema industriale. Ma proprio questa peculiarità rende necessario affrontare seriamente il problema della disponibilità di acciai piani, della produzione primaria, delle materie prime e della dipendenza dalle importazioni.

L’acciaio non è una merce qualsiasi, della quale ci si possa disinteressare nella convinzione che sarà sempre possibile acquistarla altrove. La capacità di produrlo, trasformarlo e metterlo a disposizione dell’industria nazionale è parte della capacità di un Paese di decidere il proprio sviluppo economico.

E questo apre una questione fondamentale: vogliamo conservare una filiera siderurgica nazionale integrata oppure limitarci progressivamente a trasformare acciaio prodotto da altri?

Nelle vicende degli ultimi mesi è emersa più volte l’ipotesi di una separazione tra le attività a freddo, più facilmente valorizzabili sul mercato, e il ciclo primario di Taranto, che richiede investimenti ingenti e si porta dietro la parte più complessa della transizione ambientale.

Non è un problema secondario.

Se i soggetti privati fossero interessati soprattutto agli impianti di laminazione, alle attività di trasformazione, ai portafogli clienti e agli asset più redditizi, mentre allo Stato rimanessero il ciclo primario, le bonifiche, gli investimenti per la decarbonizzazione e gran parte dell’emergenza occupazionale, ci troveremmo di fronte all’ennesima operazione di privatizzazione del valore e socializzazione dei costi.

Una simile prospettiva non garantirebbe affatto la sopravvivenza di una siderurgia nazionale integrata.

Per questo la discussione non può essere ridotta alla domanda su chi acquisterà l’ex Ilva. Occorre decidere prima quale capacità produttiva vogliamo mantenere, come deve essere organizzata la filiera, quali investimenti sono necessari e chi se ne assume la responsabilità.

La ricerca di un acquirente, in assenza di queste decisioni, rischia di diventare soltanto un modo per rinviare ancora una volta il problema.

L’USB sostiene da anni che la soluzione debba passare attraverso l’intervento diretto dello Stato e la nazionalizzazione del complesso siderurgico.

Non si tratta di una rivendicazione ideologica, ma di una conclusione che deriva dall’esperienza concreta di questa vertenza.

Il mercato privato ha avuto tutte le occasioni per dimostrare di poter garantire contemporaneamente investimenti, continuità produttiva, tutela ambientale e occupazione. La storia dell’ex Ilva dimostra quanto sia stato insufficiente affidare il destino di un settore strategico a questa impostazione.

Anche l’intervento pubblico sperimentato negli anni scorsi ha mostrato limiti evidenti. Entrare nel capitale di un’azienda senza disporre di un'autonoma strategia industriale e senza esercitare una vera funzione di governo non equivale a costruire una politica pubblica per l’acciaio.

La nazionalizzazione che proponiamo deve avere un contenuto industriale preciso: proprietà e governo pubblico dell’intero complesso, un piano nazionale della siderurgia, investimenti programmati, una politica delle forniture energetiche, la salvaguardia delle competenze e una trasformazione ambientale verificabile.

La decarbonizzazione richiede scelte tecniche e finanziarie concrete. Occorre definire la capacità dei nuovi forni elettrici, gli impianti per la produzione di preridotto, le fonti di approvvigionamento, le infrastrutture energetiche, il costo dell’elettricità e del gas nella fase di transizione, i tempi delle bonifiche e soprattutto i livelli occupazionali necessari per il nuovo ciclo produttivo.

Sono problemi che non si risolvono inserendo la parola green in un comunicato governativo.

Servono investimenti pluriennali e un soggetto pubblico in grado di programmare, finanziare e realizzare la trasformazione, utilizzando in modo coerente le risorse nazionali ed europee destinate alla politica industriale e alla transizione ecologica.

Il ruolo dello Stato non può essere quello di continuare a mettere denaro pubblico per rendere appetibili gli stabilimenti a un successivo compratore privato. Se è la collettività ad assumersi il costo del risanamento e della trasformazione, è necessario che sia la collettività, attraverso il controllo pubblico, a governarne gli obiettivi e a beneficiare dei risultati.

Dentro questa vicenda rimane poi una questione che riguarda direttamente Taranto e che nessuna soluzione industriale può permettersi di eludere.

Per troppo tempo il diritto alla salute dei cittadini è stato contrapposto al diritto al lavoro degli operai, come se gli abitanti della città e le persone che attraversano ogni giorno i cancelli dello stabilimento appartenessero a due comunità diverse.

È una contrapposizione che respingiamo.

I lavoratori dell’ex Ilva sono stati e continuano a essere tra i soggetti maggiormente esposti ai rischi derivanti dalle lavorazioni siderurgiche. Hanno conosciuto la fatica dei cicli continui, delle alte temperature, delle polveri, delle sostanze pericolose e delle lavorazioni pesanti. Molti hanno trascorso una vita intera dentro quegli impianti.

Non si può chiedere a queste persone di scegliere tra il mantenimento del salario e la tutela della propria salute.

Le bonifiche devono diventare immediatamente parte di un programma pubblico finanziato, verificabile nei tempi e nei risultati, accompagnato dal controllo ambientale e sanitario e dalla trasformazione delle tecnologie produttive. Allo stesso tempo, Taranto ha bisogno di una politica di diversificazione economica che permetta alla città di affrancarsi dalla dipendenza esclusiva dal siderurgico senza essere condannata alla desertificazione industriale.

Anche questa è una responsabilità che spetta allo Stato.

La questione occupazionale è oggi la più urgente, ma non può essere affrontata come una semplice conseguenza amministrativa dello spegnimento degli impianti.

Il Governo ha annunciato nuovi interventi sugli ammortizzatori sociali. Sono misure necessarie nell’immediato, ma da sole non garantiscono alcuna prospettiva. La cassa integrazione, soprattutto quando assume carattere prolungato, determina una perdita di reddito per i lavoratori e non può diventare lo strumento ordinario attraverso il quale accompagnare il progressivo ridimensionamento di un'industria.

L’USB rivendica l’introduzione di un reddito di transizione, capace di garantire la piena tutela salariale e contributiva per tutto il periodo necessario alla trasformazione industriale, alla ricollocazione o all'accesso alla pensione.

Questa garanzia deve riguardare l’intero perimetro occupazionale: i dipendenti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, quelli di Ilva in amministrazione straordinaria e tutte le lavoratrici e i lavoratori dell’appalto e del subappalto.

Non possono esistere lavoratori di serie A e di serie B all’interno della stessa crisi industriale.

Accanto al reddito di transizione occorre approvare una legge speciale per il riconoscimento previdenziale della gravosità e dell’usura del lavoro siderurgico, considerando anche le esposizioni professionali ad amianto e ad altri agenti cancerogeni, con strumenti effettivi di pensionamento anticipato.

Pensare che un operaio che ha trascorso decenni nelle lavorazioni a caldo debba continuare fino ai requisiti ordinari di pensionamento, ignorando le caratteristiche e i rischi del lavoro svolto, è una questione che il legislatore non può più eludere.

Servono inoltre incentivi all’esodo volontario, percorsi di formazione e riqualificazione realmente finalizzati al reimpiego, interventi di ricollocazione e strumenti straordinari per mettere al sicuro i lavoratori delle aziende dell’indotto.

La transizione industriale deve essere governata garantendo alle persone un futuro. Non può essere finanziata scaricando su di loro il costo degli errori accumulati in questi anni.

All’ultimo incontro a Palazzo Chigi abbiamo posto una questione che consideriamo ormai ineludibile: dopo quattordici anni non possiamo più accettare che il futuro della siderurgia venga deciso di volta in volta dalla magistratura, dai commissari o dall’iniziativa occasionale di un potenziale investitore.

Se il Governo considera la siderurgia un asset strategico, deve dimostrarlo assumendosi la responsabilità di governarne direttamente il futuro. Altrimenti deve spiegare al Paese quale modello industriale intenda perseguire e quali conseguenze sia disposto ad accettare sul terreno dell'occupazione, delle produzioni e dell'autonomia economica.

Il tempo delle dichiarazioni di principio è finito.

Per questo lo sciopero che comincia oggi non può essere interpretato come l'ennesimo episodio di una vertenza destinata a consumarsi tra una convocazione ministeriale e quella successiva.

La mobilitazione permanente che abbiamo deciso di avviare nasce dalla consapevolezza che siamo arrivati a un punto di rottura. La sospensione delle produzioni, la prospettiva dello spegnimento degli impianti e l’assenza di garanzie industriali e occupazionali impongono una risposta che non si esaurisca nelle prossime ventiquattro ore.

Sarà una mobilitazione che continuerà e che, senza risposte adeguate, assumerà forme via via più incisive, coinvolgendo i lavoratori di tutti gli stabilimenti e dell’indotto.

Esiste, del resto, un collegamento profondo tra quanto sta accadendo all’ex Ilva e le ragioni che hanno portato l’Unione Sindacale di Base a proclamare lo sciopero generale del prossimo 30 ottobre.

La vertenza siderurgica non è una questione separata dal resto del Paese. Al contrario, rappresenta forse uno degli esempi più evidenti di come le scelte di politica economica e industriale incidano direttamente sulla vita di milioni di persone. La crisi dell’ex Ilva, la perdita del potere d’acquisto dei salari, il carovita, l’impoverimento dei servizi pubblici e il progressivo arretramento dell’intervento dello Stato nell’economia hanno una matrice comune, che riguarda il modo in cui vengono distribuite le risorse e stabilite le priorità del Paese.

Perché quando si discute del futuro della siderurgia, prima ancora che di trovare un investitore, si discute di quale destinazione dare alle risorse pubbliche. Se utilizzarle per sostenere la produzione, l’occupazione, la ricerca, la riconversione ambientale e il potere d’acquisto delle famiglie, oppure continuare a subordinare queste necessità ad altre priorità, a partire dall’aumento della spesa militare e dal sostegno alle imprese senza adeguate garanzie industriali e occupazionali.

Non possiamo accettare che per finanziare la trasformazione di un settore industriale strategico si invochino continuamente i vincoli di bilancio, mentre per il riarmo vengono assunti impegni di spesa pluriennali di dimensioni enormi. Così come non possiamo accettare che ai lavoratori si chiedano sacrifici salariali, cassa integrazione e anni di incertezza, mentre il sistema economico continua a produrre e concentrare ricchezza senza che questa si traduca in un miglioramento delle loro condizioni di vita.

La questione dell’ex Ilva, in fondo, ci mette di fronte a un interrogativo che riguarda l’intero modello di sviluppo italiano: lo Stato deve limitarsi a intervenire quando le imprese entrano in crisi, facendosi carico delle perdite e delle conseguenze sociali, oppure deve tornare a esercitare una funzione di indirizzo, programmazione e intervento diretto nell’economia?

È anche per questo che la mobilitazione dei lavoratori siderurgici trova una naturale continuità nello sciopero generale del 30 ottobre. La difesa dell'occupazione industriale, il recupero del potere d'acquisto, la richiesta di salari più alti, il blocco del carovita e la rivendicazione di investimenti pubblici nei settori strategici appartengono alla stessa idea di società, nella quale il lavoro e i bisogni collettivi tornino a determinare le priorità economiche.

Perché la vertenza ex Ilva non riguarda soltanto chi lavora dentro quegli stabilimenti. Riguarda il diritto di un Paese a conservare il proprio patrimonio industriale, a produrre ciò di cui ha bisogno, a proteggere la salute delle persone e a garantire un lavoro dignitoso.

Dopo quattordici anni non è più sufficiente chiedere quanto costi salvare l’ex Ilva. È arrivato il momento di domandarsi quanto costerebbe all’Italia perderla definitivamente.

Ma soprattutto è arrivato il momento di decidere se le risorse di questo Paese debbano continuare a essere utilizzate per accompagnare il declino industriale e finanziare altre priorità, oppure per costruire un futuro produttivo, ambientale e sociale degno di questo nome.

È una scelta che riguarda tutti. Ed è una delle ragioni per cui il 30 ottobre sciopereremo in tutto il Paese.

USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale

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Istat: lo scontrino sale ma il carrello della spesa diventa più leggero di quasi il 9%

In Italia si spende nominalmente di più rispetto agli anni passati, ma quel che si riesce a comprare è molto meno. È questo che emerge da uno studio dell’Istat sulle spese per i consumi delle famiglie nel 2025, integrato dall’analisi del Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc). In parole povere, il carrello della spesa è molto più leggero, ma lo scontrino continua a diventare sempre più pesante.

Nel 2025 la spesa media mensile per famiglia in valori correnti si è attestata a 2.782 euro, segnando una sostanziale stabilità (+1,0%) rispetto ai 2.755 euro del 2024. La mediana, ovvero il valore sotto il quale si colloca esattamente la metà delle famiglie, si ferma invece a 2.338 euro.

Se si guarda al periodo prepandemico, emerge il devastante effetto corrosivo dei rincari degli ultimi anni. Se nel 2019 la spesa mensile a valori correnti era di 2.560 euro (+222 euro nominali nel 2025), in termini reali, ossia depurandolo dall’inflazione, la spesa si è ridotta dell’8,7%.

Secondo le stime del Crc, si tratta di una rinuncia virtuale pari a circa 224 euro al mese per ciascun nucleo familiare. A risentire maggiormente dell’onda lunga dei prezzi sono gli alimentari e le bevande analcoliche. Nel 2025 l’esborso medio mensile è salito a 552 euro (dai 533 euro del 2024, con un incremento del +3,6%), arrivando a rappresentare il 19,8% dell’intero budget familiare.

La spesa non alimentare è rimasta invece ferma a 2.230 euro al mese (l’80,2% del totale), dominata dalle voci fisse e incomprimibili legate all’abitazione e alle utenze (36,0%) e ai trasporti (10,6%), seguite da ristorazione e alloggi (5,9%) e cura della persona (4,7%). Tuttavia, l’indagine palesa ancora una profonda frattura territoriale, con il Nord-Est che spende quasi il 40% in più del Sud. Inoltre, la divaricazione geografica 2025 si è ulteriormente accentuata nel 2025.

Questa disparità incide direttamente sulla qualità della spesa: al Meridione, dove le disponibilità economiche sono minori, quasi un quarto del bilancio è assorbito dal cibo (25,4% al Sud e 24,1% nelle Isole, contro il 17,7% del Nord-Ovest). Al Nord, al contrario, restano margini per quote più elevate destinate a ristorazione (6,9% nel Nord-ovest) e ad attività culturali e ricreative (4,3% nel Nord-Est, a fronte del 3,8% nazionale).

C’è poi da segnalare il dislivello tra famiglie composte esclusivamente da cittadini italiani e famiglie con stranieri: i primi spendono in media il 37,8% in più al mese. “Gli italiani spendono di più per acquistare sempre meno”, ha riassunto Furio Truzzi, presidente del comitato scientifico del Crc.

Per far quadrare i conti, le famiglie hanno dovuto riscrivere l’ordine delle priorità, mettendo mano anche a spese considerate essenziali. I dati sulle rinunce e le rimodulazioni dei comportamenti di spesa nell’ultimo anno restituiscono un quadro di forte preoccupazione rispetto al futuro.

Le spese per abbigliamento sono state tagliate dal 44% dei nuclei familiari, le vacanze e i viaggi sono stati modificati o ridotti dal 45% di essi. Anche gli esborsi per la cura della persona sono stati ridotti dal 38,2% delle famiglie italiane. Soprattutto, è grave il fatto che pure la spesa per cibo e bevande è stata compressa da una famiglia su tre e quella per la sanità da una famiglia su quattro.

Il carovita è una realtà sempre più strozzante per lavoratori e pensionati. Ad un certo punto, non basteranno più i risparmi o la casa “lasciata dai nonni”. Con una classe dominante che continua a preoccuparsi solo della guerra, l’insofferenza sociale potrebbe trasformarsi in rabbia e necessità di alternativa. Lo sciopero generale del 30 ottobre sarà di certo un appuntamento importante in questa direzione.

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11/10/2026

Oltre 50 piazze contro il genocidio dei palestinesi, scintille di un autunno caldo

Ieri il paese ha assistito a una mobilitazione diffusa che ha attraversato oltre cinquanta città, da nord a sud, mandando un messaggio molto netto: la solidarietà con il popolo palestinese è tutt’altro che assopita, e la complicità del governo Meloni nel genocidio non è stata dimenticata, mentre cresce anche la rabbia per il carovita causato dall’avventurismo bellico occidentale.

In occasione della giornata mondiale di mobilitazione per la Palestina, indetta il 10 ottobre, sono state decine di migliaia le persone che hanno manifestato sotto le parole d’ordine “La fine del genocidio è la fine del sionismo“: inceppare la macchina della pulizia etnica significa far collassare il regime di apartheid e il ruolo di Israele come avamposto armato dell’imperialismo in Asia occidentale.

I presidi e i cortei italiani si sono uniti a quelli organizzati un po’ ovunque nel mondo in occasione di questo primo anniversario della tregua farsa, durante la quale Israele ha ucciso 4 palestinesi al giorno. Le piazze hanno messo in chiaro che non si fanno prendere in giro: il genocidio non si è fermato, e non si fermerà nemmeno la mobilitazione.

La risposta del paese a questa chiamata è un segnale evidente di come ci sia ancora grande disponibilità a manifestare, di come la solidarietà internazionale sia ancora un importante motore della protesta, e di come sia ormai coscienza comune che il peggioramento delle condizioni di vita sia strettamente legato alle guerre imperialiste.

Ci sono almeno due elementi che emergono con chiarezza. A differenza del solito atteggiamento disfattista di chi afferma dal divano che il paese rimane immobile, anche in Italia le mobilitazioni non mancano, e stanno montando sempre di più, proprio a partire dagli studenti. Insomma, il Belpaese ha la possibilità di allinearsi alla situazione spagnola e francese.

Il secondo elemento è che il terreno è fertile per far crescere i prossimi appuntamenti verso momenti di generalizzazione delle lotte. Un po’ in tutte le piazze si leggevano rimandi allo sciopero studentesco del 16 ottobre e allo sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base per il 30, in concomitanza con lo sciopero internazionale dei portuali contro i traffici di armi.

C’è un filo rosso che non è stato tagliato tra l’autunno passato, il No del referendum di marzo e chi alza la testa oggi. Basta la scintilla giusta, e ci si potrebbe ritrovare a bloccare tutto, come lo scorso anno…

Torino
Nonostante la stretta asfissiante predisposta dalla prefettura e gli imponenti schieramenti delle forze di polizia, i manifestanti non si sono fatti intimidire. Dopo alcuni momenti di tensione all’ingresso di alcuni attivisti in Piazza Castello, le migliaia di persone solidali con la Palestina si sono prese inevitabilmente le strade della città, denunciando anche la criminalizzazione del dissenso.

Milano

Il corteo partito da piazza della Repubblica ha attraversato con determinazione il centro fino a piazza San Babila. La piazza ha visto protagonisti migliaia di giovani e, soprattutto, le seconde generazioni.

Genova
Nella città di Genova, il presidio si è poi mosso in corteo. Al centro, ovviamente, la lotta dei portuali per non rendersi complici dell’economia del genocidio.

Padova
Anche Padova è stata attraversata da un fiume di persone.

Bologna
Sono state oltre 10 mila le persone scese in piazza nel capoluogo emiliano.

Pisa
Un grande corteo ha percorso le vie intorno all’Arno e ha bloccato la città di Pisa.

Roma
Un corteo di cui non si riusciva a vedere la fine è partito dal Colosseo, per arrivare al piazzale antistante la Sapienza.

Napoli
Un fiume umano di oltre diecimila persone ha attraversato la città. Al corteo ha preso parte anche Greta Thunberg, che ha voluto marciare fianco a fianco con gli attivisti partenopei ribadendo il legame indissolubile tra giustizia climatica e liberazione dei popoli oppressi dall’oppressione coloniale.

Palermo
Anche le strade di Palermo piene di giovani contro il genocidio e il carovita.

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10/10/2026

Vincono il concorso ma il 73% rinuncia al posto. Affitti troppo alti se lavori fuorisede

Il cortocircuito tra bassi salari e affitti altissimi alla fine si va manifestando in tutti i suoi aspetti, andando a smantellare anche quello che una volta era vissuto come “un terno al lotto” ossia il posto di lavoro pubblico.

Emblematico, in tal senso, è quanto riporta una nota dell’USB Giustizia inviata al ministro Carlo Nordio e ai vertici del Ministero della Giustizia, dove viene denunciata una situazione che non può più essere ignorata: il posto fisso non basta a rendere attrattivo un lavoro segnato da stipendi poco adeguati, carichi eccessivi, scarse o assenti possibilità di carriera, costi di trasferimento elevati e limitate possibilità di conciliare vita e lavoro.

I dati sulle assunzioni dei cancellieri, rilanciati in questi giorni dai media e non ancora ufficiali, indicano un tasso medio ponderato di rinuncia del 73,55% al concorso per 2.600 posti. Un segnale che, insieme alle difficoltà nel trattenere il personale già in servizio, mostra quanto sia urgente intervenire sulle condizioni di lavoro e sulle politiche del personale.

Alla base della maggior parte delle rinunce c’è la difficoltà ad accettare assegnazioni lontano dalla propria residenza a causa della sostanziale impossibilità di sostenere i costi di una nuova abitazione con il magro salario frutti di contratti nazionali che continuano a far perdere potere d’acquisto a lavoratrici e lavoratori pubblici.

Per questo la nota richiama innanzitutto il tema salariale: il trattamento accessorio della Giustizia resta molto distante da quello di altre amministrazioni. Le risorse del PNRR destinate al personale della Giustizia per il 2024 e il 2025 rappresentano una misura temporanea e, per USB, devono diventare strutturali, trovando copertura nel bilancio ordinario.

Ma la questione non è soltanto economica. Le carenze di organico alimentano sovraccarichi di lavoro e rendono difficile garantire un servizio efficiente.

A questo si aggiungono rigidità nell’accesso al lavoro agile e al coworking, difficoltà abitative per chi deve trasferirsi e il blocco della mobilità verso altre amministrazioni, prorogato di anno in anno dal 2016.

Per rispondere all’accumulo di questi problemi, l’USB rivendica un salario accessorio adeguato o quantomeno in linea con quello delle altre amministrazioni; l’inserimento del personale giudiziario nei piani abitativi; flessibilità nell’organizzazione del lavoro e della prestazione lavorativa, con accesso a smart working e coworking senza disparità tra uffici; il superamento del blocco della mobilità verso l’esterno; ambienti di lavoro sicuri e salubri e una concreta tutela del benessere lavorativo.

Il sindacato ha chiesto al Ministero un incontro immediato per individuare soluzioni adeguate che rispondano ai bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori della Giustizia. Trattenere il personale non si ottiene impedendogli di andare via, ma rimuovendo le condizioni che lo spingono a farlo.

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09/10/2026

Fuori l’Italia dai giochi dell’apocalisse nucleare NATO

Per una settimana i cieli italiani si trasformeranno nel teatro di una delle più delicate e imponenti manovre militari dell’Alleanza Atlantica. Dal 13 al 20 ottobre si svolgerà “Steadfast Noon 2026”, l’annuale esercitazione della NATO ideata per testare la prontezza e le procedure di “deterrenza” (dicono i guerrafondai...) nucleare, simulando l’impiego delle armi atomiche statunitensi schierate sul suolo europeo.

L’operazione è legata agli accordi di condivisione nucleare che coinvolgono nazioni come Italia, Belgio, Germania, Paesi Bassi e Turchia. Sebbene le attività si svolgano senza l’uso di testate reali, l’evento ha giustamente innescato dure reazioni. Innanzitutto perché, ha denunciato AVS, la notizia dell’esercitazione non è giunta attraverso comunicazioni ufficiali del governo alle Camere, bensì attraverso un documento tecnico destinato all’aviazione civile.

Il piano di Steadfast Noon delinea una fitta ragnatela di rotte che attraverserà l’intera penisola nelle giornate del 13, 14, 16 e 20 ottobre. I velivoli decolleranno dagli scali dell’Aeronautica Militare di Ghedi (Brescia), Aviano (Pordenone), Amendola (Foggia), Gioia del Colle (Bari) e Trapani.

Rotte di raccordo taglieranno l’Italia dal Friuli e dalla pianura lombarda lungo l’Appennino tosco-emiliano, dalla Puglia verso ovest e dalla Sicilia occidentale, convergendo verso ampi settori del Mar Tirreno e della costa orientale della Sardegna. La mappa dei corridoi aerei sembra essere sostanzialmente la stessa del 2023, quando i cieli italiani ospitarono quell’edizione dell’esercitazione militare.

Nel nostro paese, i siti cardine sono le basi di Aviano e Ghedi, dove sono stoccate le bombe termonucleari a gravità statunitensi. Durante l’esercitazione, gli equipaggi dei caccia a duplice capacità convenzionale e nucleare simulano le manovre di avvicinamento e sgancio, scortati da caccia di copertura e aerei cisterna.

I nodi che emergono da questa vicenda sono almeno tre. Il primo è di carattere “materiale”: dove si svolgeranno le sessioni di tiro segnalate nei bollettini e con quale tipo di munizionamento? Che tipo di effetti avranno sull’ambiente e sulla salute dei cittadini che potrebbero essere coinvolti, loro malgrado, nelle ricadute delle esercitazioni, in particolare in Sardegna?

Il secondo riguarda lo stato comatoso della nostra “democrazia”. È assurdo che il Ministero dalla Difesa tratti l’esercitazione come una questione tecnica, come una semplice nota da inviare all’aviazione civile per evitare “danni collaterali”. L’assoluta mancanza di trasparenza sull’utilizzo del Paese come una piattaforma militare per armi nucleari altrui palesa la preoccupazione del governo intorno alla crescente opposizione alla deriva bellicista promossa dalle classi dominanti occidentali.

E da qui emerge l’ultimo nodo, quello prettamente politico-strategico. Il vero problema, al di là di quel che denuncia AVS, è l’adesione all’alleanza aggressiva e mortifera della NATO, e ai vincoli e automatismi a cui questa gabbia dà origine. L‘Italia dovrebbe certo aderire al Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari (TPNW) e pretendere il ritiro delle testate atomiche dal territorio nazionale.

Ma è proprio l’adesione all’Alleanza Atlantica, intesa come piattaforma di proiezione degli interessi imperialistici, anche con la perpetua minaccia nucleare, che deve essere messa in discussione. Non è un caso che nessun paese NATO abbia firmato il trattato appena citato, e gli unici paesi europei ad averlo ratificato (tolti San Marino, il Vaticano, e Malta) siano l’Austria e l’Irlanda, che non fanno appunto parte dell’Alleanza.

Bisogna tutelare la popolazione italiana, rendendo il paese un promotore di diplomazia, non della futura – e ultima – guerra mondiale.

Fonte

Quel vago sentore di camera a gas contro i pensionati

“Perché lavorare se a 67 anni lo Stato offre una rendita pari a quella che si matura con un reddito da 25 mila euro?” si chiede un certo Alberto Brambilla sul Corriere della Sera del 6 ottobre scorso su un articolo dal titolo “Pensioni perché è sbagliato aumentare le minime | così ci sarà sempre meno futuro per i giovani” che apre un nuovo ulteriore capitolo su un fronte tanto caro all’orda ultraliberista: quello della guerra fra poveri.

Accanirsi addirittura contro i pensionati al minimo italiani attribuendogli la colpa di “togliere il futuro ai giovani” non ha il vago sapore di una camera a gas?

Sia dal titolo che dalla domanda che apre l’articolo si coglie subito l’intento capzioso dell’autore: anziché chiedersi come sia stato possibile che un sistema pensionistico, che un tempo non molto lontano, si basava sul principio di solidarietà, sia stato ridotto a qualcosa di molto diverso al punto di elargire, a chi ha un reddito da 25.000 euro (reddito medio dei lavoratori italiani) un trattamento pensionistico con un importo equivalente a quello di una pensione minima (integrazione che l’INPS applica per calcolare l’assegno di chi ha maturato una pensione troppo bassa), il nostro rovescia la domanda nel suo contrario e si scaglia contro l’ipotesi di alzare le pensioni minime a 800/1000 euro proprio a partire dal fatto che in tal modo si allineerebbero le pensioni minime a quelle di chi ha lavorato una vita.

Ma così si oscura, surrettiziamente, il dato principale, ovvero, il fatto che una sciagurata riforma del 1995 ancora in vigore, voluta dall’allora governo tecnico guidato da Lamberto Dini (sostenuto anche dalla “sinistra”) ed avallata da CGIL, CISL e UIL, in cambio della partecipazione di questi sindacati complici ai CdA dei fondi pensione, ha cancellato il sistema di calcolo retributivo ed ha introdotto il famigerato sistema di calcolo contributivo in base al quale, un lavoratore italiano, anche dopo un vita di lavoro, andrà a percepire, grosso modo, una pensione con un importo equivalente a quello di una pensione minima, il che vuol dire che cadrà, per l’appunto, in una condizione di semi-povertà. È questo il vero scandalo!

L’Istat stima che quasi un milione di anziani (over 65) si trovino in condizione di povertà assoluta in Italia il che vuol dire che percepiscono da 500 a 650 euro mensili mentre ben 7,4 milioni di pensionati, il 44% del totale, vive in una condizione di semipovertà, con un assegno inferiore a 1.000 euro lordi mensili (ovvero 800 euro netti circa al mese).

Quante volte abbiamo visto degli anziani rovistare nei cassonetti dell’immondizia o aspettare che chiudano i mercati per raccattare ortaggi e frutta invenduta o, ancora, quanti anziani fanno ore di fila per un pasto caldo alle mense della Caritas? Purtroppo tantissimi e con il carovita che morde queste situazioni sono destinate ad aumentare sempre di più. Una larga parte di queste persone avrà sicuramente lavorato una vita intera per poi ritrovarsi a vivere una vecchiaia in miseria.

Ebbene, questa stampa “liberale”, negli ultimi decenni, a differenza di quella esplicitamente reazionaria, ha avallato, in modo subdolo, strisciante, una narrazione che attribuiva, di volta in volta, la responsabilità della crisi dello stato sociale e della “mancata tenuta dei conti pubblici”, agli immigrati, ai dipendenti pubblici, ai percettori del reddito di cittadinanza ed anche ai pensionati, si, pure a loro. Ma questi sedicenti “liberali” non conoscono limiti: arrivare a cercare di fomentare una contrapposizione tra giovani (precari, disoccupati o NEET) e quella parte di popolazione anziana costretta da una normativa ignobile e disumana (avallata, va detto, da tutti i governi succedutisi dal dopoguerra ad oggi) a sopravvivere con poche centinaia di euro in una situazione come quella attuale in cui pagarsi il riscaldamento in inverno è diventato proibitivo e in cui il costo della vita è sempre più caro, è qualcosa di talmente abbietto che rasenta una mentalità davvero nazistoide.

La verità è che il modello liberale ha sempre avuto un cuore nero e fascista, che ha nella strenua difesa di rendite e privilegi da un lato e nell’accanimento nei confronti dei settori più deboli della società dall’altro, la sua unica e granitica ragion d’essere. È questa una verità che trova ampie conferme tanto nella storia passata (il novecento) quanto in quella a noi contemporanea. E a tutti coloro che ancora sono prigionieri dell’illusione liberal-democratica consiglio vivamente la lettura di un recentissimo saggio di Giorgio Cremaschi, “Liberal Fascismo. Come i liberali distruggono la democrazia e ci portano in guerra”. Poi ne riparliamo...

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08/10/2026

Nella sanità tagli “invisibili” per 18,8 miliardi tra 2023 e 2026. E non andrà affatto meglio

Anche se nominalmente è cresciuto, dal 2023 al 2026 il Fondo sanitario nazionale ha perso quasi 19 miliardi di euro per effetto della contrazione della quota di finanziamento in rapporto al Pil.

Secondo la Fondazione Gimbe che oggi ha presentato il suo rapporto annuale in Parlamento, le cose non sembrano cambiare per il prossimo futuro. Secondo il rapporto “Nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi”.

L’Italia, ricorda la Fondazione Gimbe, rimane ultima nel G7 per la spesa sanitaria pubblica pro capite, mentre la spesa sanitaria privata sostenuta direttamente dalle famiglie (out of pocket) supera la media Ocse del 12,3%.

Calcolato a prezzi costanti, il Fondo sanitario nazionale è ai livelli del 2010, ma ovviamente da allora la necessità di cure è aumentata perché l’età media è cresciuta (da 43,2 a 47,1 anni) e anche i costi sono saliti.

Avere meno risorse significa anche peggiorare le condizioni di lavoro di chi opera nella sanità. Stiamo infatti assistendo ad una grande fuga di professionisti dal settore pubblico. 1 medico su 4 e 1 infermiere su 5 non lavorano per il Sistema Sanitario Nazionale. Dei 339.256 medici censiti dall’Ocse, almeno 88.258 (26,1%) non lavorano nel Ssn né frequentano percorsi formativi post-laurea.

“Se oltre 1 medico su 4 non lavora nel Ssn né è inserito in percorsi formativi post-laurea, è evidente che il servizio pubblico fatica sempre più ad attrarre e trattenere i medici. Aumentare i posti nei Corsi di Laurea di Medicina non garantisce quindi più medici alla sanità pubblica, in particolare nelle specialità e nei territori dove servono”, ha avvertito il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta.

Dal 1° gennaio 2025 Gimbe stima un deficit di 5.716 medici di medicina generale – assumendo come riferimento il rapporto ottimale di un medico ogni 1.200 assistiti – e di 497 pediatri di libera scelta, il 78,7% dei quali concentrato in Lombardia, Piemonte e Veneto.

Inevitabilmente questi tagli stanno incentivando la privatizzazione del sistema sanitario, un processo che impoverisce la popolazione costretta a pagare sia le tasse che le prestazioni nella sanità privata, ma che lascia sempre più persone senza cure.

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06/10/2026

Una democrazia punitiva. Mutazione antropologica e consenso reazionario

Il saggio di Italo Di Sabato “La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario” (Momo edizioni) propone una lettura radicale delle trasformazioni politiche e sociali degli ultimi decenni, mostrando come il sistema penale sia diventato una forma ordinaria di governo delle società contemporanee.

Il libro parte da una tesi precisa: la crescita della repressione non è una risposta all’aumento della criminalità, ma il risultato del progressivo smantellamento dello Stato sociale. Dove arretrano i diritti, avanzano la polizia, il carcere e la legislazione d’emergenza. In questo processo, la sicurezza diventa il linguaggio attraverso cui si amministrano le disuguaglianze prodotte dal capitalismo neoliberale.

Attraverso una genealogia che va da Tangentopoli alla trasformazione dei sistemi elettorali, dalla centralità dei media alla costruzione della paura, fino alla normalizzazione della violenza poliziesca e all’espansione del carcere, il saggio ricostruisce la nascita dello Stato penale come paradigma politico. Un paradigma che non si limita a reprimere, ma produce consenso, ridefinisce la cittadinanza e trasforma il conflitto sociale in questione di ordine pubblico.

Al centro dell’analisi vi è la mutazione antropologica che attraversa la società: l’interiorizzazione della logica punitiva, la trasformazione dei cittadini in giudici permanenti, la costruzione di un blocco sociale che, pur essendo colpito dalle politiche neoliberali, finisce per difenderle in nome della sicurezza e dell’ordine.

È in questo terreno che si afferma un consenso reazionario di massa, che rende possibile la normalizzazione di politiche autoritarie all’interno di regimi formalmente democratici.

Il carcere, le istituzioni di controllo e la guerra stessa vengono letti non come eccezioni, ma come dispositivi strutturali di un modello di governo fondato sulla paura, sulla selezione e sulla punizione. In questo senso, la democrazia punitiva non rappresenta una deriva, ma una forma storica della democrazia contemporanea.

Contro questa trasformazione, il libro apre una prospettiva abolizionista non come utopia astratta, ma come critica concreta del presente e come orizzonte politico di ricostruzione del conflitto sociale, della giustizia e della democrazia.

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Rifiuti umani

Se butti un sacco di rifiuti in mezzo alla strada, o ai margini, giustamente sei passibile di multa. Gli scarti, in qualsiasi civiltà esistita fino a oggi, vanno gestiti secondo metodi magari non sempre efficaci, ma condivisi, nel tentativo di rendere migliore la vita sociale. Quella di tutti, insomma.

Ma come possiamo definire una sedicente “civiltà” che tratta gli esseri umani, ossia i propri stessi membri, come sacchi di rifiuti da smaltire clandestinamente?

In quel di Caivano – dove il neofascismo governante ha preteso di presentarsi come “lo Stato” addirittura con un decreto apposito – un operaio di 61 anni, Salvatore Calignano, appena caduto da un tetto o da un’impalcatura, è stato buttato sul ciglio di una strada quando era ancora vivo. Solo dopo, con tutta calma, e con una chiamata anonima, sono stati allertati i soccorsi.

Non è il primo caso. Tutti ricordano quello di Satnam Singh, bracciante indiano assunto in nero a Borgo Santa Maria, in provincia di Latina, che due anni fa fu agganciato da un macchinario che gli schiacciò le gambe e staccò un braccio. Anche lui fu abbandonato ancora vivo per strada, davanti alla casa dove abitava, insieme al braccio amputato. Ovviamente morì dissanguato.

Potremmo fare altri esempi, perché specie l’agricoltura e l’edilizia non mancano di produrre incidenti evitabilissimi, con lavoratori quasi sempre in nero, in condizioni da piantagione di cotone dell’800.

Due punti fanno una linea, molti punti disegnano una figura. Orrenda, ma che va guardata in faccia.

I pezzi di merda razzisti liquidarono alla svelta il caso di Satman Singh perché “un indiano in più o in meno, cosa vuoi che cambi”. Salvatore era però indubitabilmente “italiano, cristiano, padre”, come ama ripetersi una certa presidente del consiglio.

Segno certo che “gli imprenditori” di questo disgraziato Paese non sono affatto razzisti. Ammazzano chiunque, qualsiasi sia il colore della pelle, la fede religiosa, lo status anagrafico, il passaporto in tasca. Il loro unico faro sono i soldi, l’unico diritto in cui si riconoscono è quello all’impunità.

E dunque per loro un cadavere, o anche un lavoratore ferito, in una condizione lavorativa illegale (per assenza di contratto e di misure di sicurezza”), è uno scarto da smaltire aumma-aumma, tossico come quelli che sversa nei torrenti o nei fossi.

Questo ridurre l’uomo a spazzatura, quando non serve più (non può più lavorare e produrre), non è la malattia di qualche bastardo particolarmente infame, che intende di arricchirsi in qualsiasi modo e senza mai pagare dazio.

È la cifra sotterranea ma autentica di un sistema di vita. È la logica del “fondo avvoltoio” che sfratta un anziano – a Madrid come a Roma, a Parigi come a Berlino – perché gli affitti brevi del turismo di massa garantiscono entrate più alte.

È la logica degli Stati nell’era dell’austerità, che tagliano le pensioni future, allungano l’età lavorativa, non adeguano all’inflazione i trattamenti già in atto. Condannando ad una vita più corta e più stentata milioni di ex lavoratori.

È la logica dell’Ice a caccia di “stranieri da riemigrare” a forza, separando se capita madri, padri e figli minori.

È la logica di Israele a Gaza e in Libano, appena rivestita di suprematismo razziale e promesse bibliche, ma egualmente fondata sulla riduzione dell’essere umano a rifiuto di cui liberarsi al più presto.

È la logica che vede la guerra come soluzione per tutti i problemi insieme, perché riduce la complessità eliminando interi pezzi di mondo. Una visione lunga zero centimetri, che neanche si è accorta del fatto che le masse giovanili da gettare nel tritacarne del dio Marte oggi non ci sono più, striminzite dal gelo demografico, a dimostrazione visibile che i salari oggi disponibili sono al di sotto della soglia di riproduzione della forza lavoro.

Ma chi considera gli umani come risorsa da spremere fin quando non diventano scarti da far sparire non può immaginare altro futuro che per sé. “Finché non ne resterà soltanto uno”, diceva un film... 

Questo è l’Occidente alla fine della fase neoliberista. Questo è “il giardino” di cui parlava Borrell. Praticamente un cimitero...

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La finanza elimina il lavoro

di Alessandro Volpi

A lungo almeno una parte della riflessione economica si è nutrita della convinzione che la ricchezza aziendale fosse il risultato diretto del lavoro umano e che al crescere del valore di un’impresa corrisponda inevitabilmente un incremento delle persone da essa impiegate.

La cruda realtà dei mercati finanziari ha smentito questo paradigma dimostrando l’esistenza di una profonda e pericolosa scissione tra la forza lavoro e la produzione di valore.

Sulle schermate di Borsa, la capitalizzazione di mercato misura la ricchezza finanziaria attribuita dagli investitori a una società, rispondendo a logiche del tutto avulse dall’impatto occupazionale diretto, come emerge chiaramente dall’analisi dei colossi del listino milanese FTSE MIB, dove il divario tra il valore di Borsa e il numero di dipendenti assume dimensioni vertiginose e dimostra quantitativamente la frattura in atto.

Il caso più emblematico del listino italiano è rappresentato da Ferrari, la cui capitalizzazione di Borsa sfiora i 60 miliardi di euro a fronte di un organico di poco superiore ai 5.200 dipendenti, il che significa che in termini finanziari ogni singolo lavoratore “incarna” o sostiene una quota di valore aziendale pari ad oltre 11,5 milioni di euro.

All’estremo opposto si colloca Poste Italiane, che rappresenta il principale datore di lavoro privato del Paese con circa 118.000 lavoratori ma registra una capitalizzazione di mercato di circa 37 miliardi di euro, facendo scendere il valore di Borsa per singolo addetto a poco più di 313.000 euro, ovvero meno di un trentaseiesimo rispetto a Ferrari pur garantendo un assorbimento occupazionale immensamente superiore.

Un’analoga sproporzione si riscontra nei colossi del settore bancario ed energetico come UniCredit e Intesa Sanpaolo, che hanno superato i 110 miliardi di euro di valore azionario ciascuno pur contando rispettivamente circa 72.000 e 93.000 dipendenti (con un valore per lavoratore che oscilla tra 1,2 e 1,6 milioni di euro), o come Enel, che si attesta su 89 miliardi di capitale azionario con 61.000 addetti (circa 1,45 milioni di euro per lavoratore), fino a STMicroelectronics che con 50.000 dipendenti vale circa 45 miliardi di euro (900.000 euro a testa).

Questa drammatica sproporzione, che peraltro genera una sproposita creazione di valore per ogni singolo occupato, non è casuale ma rivela la pericolosa scissione strutturale tra chi produce fisicamente beni e servizi e i meccanismi con cui la finanza estrae e riconosce il valore.

Nelle metriche degli analisti di mercato, infatti, l’aumento dei ricavi nei settori ad alto margine o a forte contenuto tecnologico e di brand avviene in modo altamente scalabile senza richiedere nuova manodopera, mentre nei settori tradizionali l’automazione e la digitalizzazione permettono di gestire volumi crescenti di beni o servizi riducendo costantemente la quantità di lavoro necessaria.

In questo contesto, il lavoro umano cessa di essere considerato un fattore primario di creazione della ricchezza e viene trattato dai mercati alla stregua di una voce di costo fisso da contenere o tagliare, con la conseguenza che piani industriali basati su riduzioni d’organico, chiusure di filiali o esternalizzazioni vengono frequentemente premiati dalla Borsa con un rialzo immediato dei titoli azionari.

A drammatizzare ulteriormente questa frattura interviene il ruolo sistematico delle operazioni di buyback, ovvero il riacquisto e l’annullamento di azioni proprie da parte delle società, un meccanismo attraverso il quale le grandi aziende e i gruppi bancari drenano decine di miliardi di euro di liquidità anziché destinarli a investimenti produttivi, ricerca e sviluppo o nuove assunzioni.

Poiché il buyback riduce il numero complessivo di azioni in circolazione, esso determina un aumento matematico dell’Utile per Azione anche a parità di fatturato e di occupati, spingendo artificialmente verso l’alto il valore del titolo in Borsa e garantendo ai vertici aziendali il raggiungimento dei parametri legati alle stock option.

Tramite il buyback si compie così il definitivo cortocircuito dell’economia finanziaria, che ricompensa il capitale concentrato e autorigenerante sottraendo risorse vitali all’economia reale e trasformando la crescita della ricchezza azionaria in un indicatore del tutto scollegato dalla tenuta occupazionale e dal benessere sociale del Paese.

La finanza non vuole sottopagare il lavoro, lo vuole proprio eliminare.

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05/10/2026

Come gli ebrei che hanno combattuto per Israele o documentato la Shoah diventano “antisemiti” per l’IHRA

di Nico Piro

A seguire trovate una serie di frasi o di affermazioni sintetizzate, senza il nome degli autori che svelerò a seguire nel testo. Si tratta di affermazioni che senza ombra di dubbio inseriscono gli autori nella lista degli antisemiti, rei quindi di questa forma di razzismo.

In maniera inequivocabile possiamo così “classificarli” alla luce degli 11 esempi (7 dei quali dedicati allo stato di Israele) che accompagnano la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA (la trovate qui in italiano) in particolare l’esempio che recita così: fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti.

Al riguardo consentitemi una personalissima premessa: al contrario del fascismo che, come spiega Umberto Eco, ha la capacità di rigenerarsi e ripresentarsi in forme nuove, io ho sempre considerato il nazismo come un fenomeno unico nella storia che potrà ripetersi solo per come si è manifestato nella sua prima versione.

Ora non voglio aprire un dibattito su un tema tanto complesso, voglio solo dire che – a mia memoria – mai ho paragonato qualcuno al nazismo (come regime), di solito mi sono occupato dei movimenti neo-nazisti che sono altra cosa.

Insomma, non vi sto parlando di questo esempio dell’IHRA perché mi sta personalmente a cuore ma solo perché ben descrive come quelle linee guida e quegli esempi non servano a combattere l’antisemitismo e siano un’infinita sorgente di contraddizioni e quindi di censura diretta o autoinflitta.

Ma vediamo le frasi/sintesi in questione. 

NUMERO 1

“Tra i fenomeni politici più inquietanti dei nostri tempi c’è l’emergere nell’appena nato stato di Israele del Partito della libertà (Tnuat haherut), una forza politica strettamente affine per organizzazione, metodi, filosofia politica e attrattiva sociale ai partiti nazisti e fascisti”.

NUMERO 2

“Cos’è la supremazia ebraica? (…) Ottant’anni dopo l’Olocausto, il ‘Mein Kampf’ al contrario. La razza superiore siamo noi”.
“L’ideologia della supremazia ebraica è diventata dominante nel governo israeliano, ricorda le teorie naziste sulla razza”. 

NUMERO 3

Sostengono che la campagna contro i palestinesi in Cisgiordania ricordi il nazismo: un’affermazione estremamente controversa, soprattutto in Israele, dove molti ebrei trovarono rifugio dopo lo sterminio delle loro famiglie in Europa.

NUMERO 4

“Ciò che ho visto mi ha ricordato gli eventi accaduti contro gli ebrei nel secolo scorso”. 

NUMERO 5

“Oggi posso vantarmi ufficialmente di essere stato dichiarato antisemita dal governo tedesco”.

ED ORA SCOPRIAMO CHI HA PRONUNCIATO QUESTE PAROLE

NUMERO 1

Quella frase è contenuta in una lettera firmata da Hannah Arendt, politologa, giornalista, ebrea ma soprattutto la persona che meglio ha descritto il “meccanismo” politico-morale dell’Olocausto nel suo “La banalità del male”.

A quella lettera aderì uno dei più famosi ebrei perseguitati in Europa e rifugiatosi negli Usa: Albert Einstein. Qui un estratto da “All’Ombra dell’Olocausto” articolo del New Yorker che parla, anche, di questa vicenda (qui la traduzione in italiano):
Nel 1948, Hannah Arendt scrisse una lettera aperta che cominciava così: “Tra i fenomeni politici più inquietanti dei nostri tempi c’è l’emergere nell’appena nato stato di Israele del Partito della libertà (Tnuat haherut), una forza politica strettamente affine per organizzazione, metodi, filosofia politica e attrattiva sociale ai partiti nazisti e fascisti”.
Appena tre anni dopo l’Olocausto, la filosofa paragonava un partito israeliano al partito nazista, cosa che oggi sarebbe considerata una violazione della definizione di antisemitismo dell’Ihra. Arendt basava il suo paragone su un attacco effettuato dall’Irgun, un predecessore paramilitare del Partito della libertà, contro il villaggio arabo di Deir Yassin, che non era stato coinvolto nella guerra e non era un obiettivo militare.
Gli aggressori “uccisero la maggior parte dei suoi abitanti – 240 tra uomini, donne e bambini – e tennero in vita alcuni di loro solo per farli sfilare come prigionieri per le strade di Gerusalemme”.
Conclusione: ai sensi dell’IHRA, sia Einstein che Hannah Arendt sono antisemiti. 

NUMERO 2

“Cos’è la supremazia ebraica? (…) Ottant’anni dopo l’Olocausto, il ‘Mein Kampf’ al contrario. La razza superiore siamo noi”.
“L’ideologia della supremazia ebraica è diventata dominante nel governo israeliano, ricorda le teorie naziste sulla razza”.
 

Le parole citate sono di Moshe Ya’alon, l’ex capo di stato maggiore dell’esercito che ha ricoperto la carica di ministro della Difesa sotto Netanyahu fino al 2016. Sono state pronunciate a metà del 2026, in riferimento alle violenze terroriste dei coloni, in un’intervista ai media israeliani (qui in ebraico, in rete ci sono poi molti estratti in inglese). 

Conclusione: ai sensi dell’IHRA, un ebreo che ha difeso lo stato d’Israele persino partecipando all’invasione del Libano del 1982 ed è arrivato a imporre, da ministro, pesanti divieti sull’organizzazione degli obiettori di coscienza “Breaking the Silence”, è antisemita. 

NUMERO 3

Sostengono che la campagna contro i palestinesi in Cisgiordania ricordi il nazismo: un’affermazione estremamente controversa, soprattutto in Israele, dove molti ebrei trovarono rifugio dopo lo sterminio delle loro famiglie in Europa

Questa sintesi (non c’è un virgolettato) arriva dall’articolo del New York Times su ex-alti ufficiali dell’IDF e funzionari degli apparati di sicurezza che stanno visitando regolarmente la Cisgiordania per monitorare le violenze dei coloni, sotto la guida del generale in pensione Eyal Ben-Reuven (Qui l’articolo).

Conclusione: ai sensi dell’IHRA, militari ebrei che hanno servito nell’IDF sono antisemiti. 

NUMERO 4

“Mia madre era una sopravvissuta all’Olocausto e ciò che ho visto mi ha ricordato gli eventi subiti dagli ebrei nel secolo scorso”.
“Ciò che ho visto oggi mi ha fatto vergognare di essere ebreo.”


Sono parole di Tamir Pardo, capo del Mossad dal 2011 al 2016, dopo una visita in Cisgiordania, commentando le violenze dei coloni. La fonte la trovate qui (MEE) e qui (The Times of Israel).

Conclusione: ai sensi dell’IHRA, l’uomo che ha guidato i servizi segreti esteri di Israele negli anni di clamorose e feroci operazione come quelle contro gli scienziati nucleari iraniani, è antisemita. 

NUMERO 5

“Oggi posso vantarmi ufficialmente di essere stato dichiarato antisemita dal governo tedesco”.

Questa frase è di Moshe Zuckerman, ebreo e famoso studioso dell’Olocausto ma anche cittadino israeliano, insomma uno che avrebbe titolo per criticare il governo, uscito da elezioni a cui ha partecipato come elettore. La fonte è qui.

Conclusione: ai sensi dell’IHRA, un cittadino israeliano, ebreo e studioso dell’Olocausto è antisemita.

Questi cinque sono solo alcuni esempi, se ne potrebbero fare dozzine. Per capirlo andatevi a vedere le dichiarazioni su Israele dell’“orgogliosamente ebreo” Bernie Sanders, di Omer Bartow (anche nel suo ultimo libro) o dell’editorialista di Haaretz, Gideon Levy e paragonatele con le linee guida e gli esempi dell’IHRA.

Per questo impatto sul pluralismo del resto numerosi studiosi, ebrei e non, hanno voluto la dichiarazione di Gerusalemme come alternativa. Segnalo inoltre che studiosi come Hasiaa Diner, un monumento vivente in fatto di cultura ebraica negli Usa, si è duramente schierata contro l’IHRA e la confusione tra sostegno/critica allo stato di Israele e antisemitismo/identità ebraica.

NOTA: il giornale Mosaico della Comunità Ebraica di Milano, ha pubblicato un resoconto sul corso dell’ODG organizzato da me e da altri colleghi sul DDL Romeo cosiddetto Antisemitismo, citato in apertura di questo post. Come altri relatori, ritengo che l’articolo abbia modificato il senso delle mie parole, riportando solo parzialmente e in maniera incompleta le mie dichiarazioni. Un articolo infarcito di giudizi senza elementi a supporto e non fedele alla realtà dei fatti.

A tal riguardo sto valutando le iniziative da intraprendere a sostegno della verità e della mia reputazione come hanno fatto e stanno facendo altri relatori/organizzatori.

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La piazza di Potere al Popolo sfiducia il governo

“Questo Parlamento non sfiducerà il Governo Meloni. Per questo oggi abbiamo lanciato una sfiducia popolare, dalle piazze e dalle lotte sociali”, hanno affermato dal palco i militanti di Potere al Popolo concentratisi a Roma in Piazza Bocca della Verità contro la legge-truffa elettorale.

La giornata di “sfiducia popolare” verso il governo Meloni del 3 ottobre segna dunque l’inizio di un percorso di mobilitazione contro le modifiche alla legge elettorale ma, più in generale, contro il carovita, la guerra, i bassi salari, e dunque le politiche economiche, sociali e internazionali del Governo. Forti i riferimenti ai conflitti sociali in corso in Spagna e in Francia su questioni decisive come la casa, la scuola e il carovita con l’ambizione di aggiungere presto anche l’Italia a questo fronte di collera e lotta popolare a livello europeo.

La manifestazione era stata convocata apertamente contro la legge-truffa in discussione al Parlamento e l’eventualità del ricorso al voto di fiducia sulla riforma elettorale e al momento risulta essere l’unica manifestazione politica su questa ulteriore violazione della democrazia nel paese.

Dal palco si sono alternati gli interventi sia di esponenti di Potere al Popolo, Salvatore Prinzi e Giorgio Cremaschi (che hanno aperto e chiuso la manifestazione) sia di rappresentanti di movimenti politici e sociali, organizzazioni sindacali, associazioni, realtà studentesche e movimenti impegnati nelle vertenze sociali e territoriali. Tra questi l’avvocato Arturo Salerni; Pierpaolo Leonardi dell’USB; gli studenti di Cambiare Rotta e OSA e del Collettivo Autorganizzato Universitario; Vito Scalisi dell’ARCI Roma, Paolo Divetta del Movimento per l’Abitare; Valter Tucci del CUC; Fatima del Movimento Migranti e Rifugiati Napoli; Antonio Allegra, insegnante USB; le Donne Contro la Guerra e il Genocidio, Bassam Saleh della Comunità Palestinese.

I due portavoce di Potere al Popolo, Mart Collot e Giuliano Granato, erano impegnati in altre iniziativa concomitanti, come l’assemblea a Genova che sta preparando lo sciopero internazionale dei portuali del 30 ottobre.

Secondo Potere al Popolo le modifiche prospettate alla legge elettorale rischiano di produrre un sistema di esclusione delle forze politiche esterne ai due schieramenti maggiori e di rendere più difficile la partecipazione popolare sul piano elettorale. Al centro della manifestazione è stata posta proprio la questione democratica ma quella di Roma è stata anche piazza nata dalla denuncia delle condizioni sociali del Paese – dal costo del carburante al caro-affitti e al caro-vita, dai salari fermi alle spese militari e al sostegno italiano a Israele nel contesto della guerra a Gaza.

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Piazze in collera, la vera “unità europea”

L’autunno europeo è cominciato alla grande, come sempre inatteso. Spagna, Francia, Germania, le prime avvisaglie in Italia, segnalano che – anche se su temi parzialmente diversi – il lungo sonno delle classi popolari sembra arrivato al termine.

I temi segnano il campo di battaglia tra classi sociali nettamente definite, al di là del sogno liberista dell’individualizzazione totale e della “società liquida” (cioè, liquidata...).

In Spagna lo sfratto di una 87enne in barella, da sempre abitante in quella casa e da sempre in regola con i pagamenti, ha improvvisamente rotto l’indifferenza sociale per le tante piccole ingiustizia quotidiane. Quell’anziana buttata per strada solo perché uno dei tanti “fondi avvoltoio” aveva comprato lo stabile in cui viveva, pretendendo di quintuplicare l’affitto, ha visivamente svelato la condizione in cui tutti viviamo: dentro un sistema economico che produce sempre meno e dove i profitti si fanno con la speculazione (immobiliare, ma non solo), la truffa, la prepotenza.

Un trattamento al di là dell’inumano del tutto simile – per l’indifferenza con cui si distruggono le vite – a quanto accade a Gaza o in Libano. Cambiano i metodi, ovviamente, non i risultati.

Così ora le piazze strabordano di gente che fa rumore, agitando le chiavi o suonando le pentole. Oltre mezzo milione a Madrid, decine di migliaia ovunque nel paese (Bilbao, Malaga, Alicante, Palma de Maiorca, Canarie). A Valencia la polizia – ideologicamente di destra, come ovunque – ha attaccato il corteo che aveva circondato il Palau de las Artes, dov’era in corso un congresso di avvoltoi immobiliaristi. “Sciopero generale” è la richiesta immediata, perché anche in Spagna i sindacati hanno i riflessi lenti... 

La politica di palazzo ne esce stravolta. Tutti fin qui rassegnati all’avanzata irresistibile delle destre, trainate da un tema semi-finto come quello dell’immigrazione (in cui la parte di “realtà” è dovuta alla esibita assenza di politiche inclusive e quindi alla creazione della “percezione di insicurezza”), scoprono che le questioni di classe sono determinanti. Persino tra gli elettori di destra, secondo gli ultimissimi sondaggi spagnoli, oltre il 55% è favorevole a mettere un tetto agli affitti, perché le tasche vuote cominciano a pesare più dell’allarmismo sul “nemico esterno”.

È la stessa dinamica che in Francia contrappone un governo di banchieri senza neanche la maggioranza in parlamento a piazze stracolme di giovanissimi che hanno chiara solo una cosa: il loro futuro sarà di merda, se non cambiano ora il corso della Storia.

Anche lì, per l’establishment, la soluzione parafascista è una prospettiva accettabile, meglio ancora se con Marine Le Pen al posto dell’“antisemita da giovane”, Jordan Bardella. Mentre il nemico assoluto è La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’unica forza capace di dare una prospettiva a quel popolo.

In Germania, tra riarmo, foia guerrafondaia, crisi industriale, appoggio al genocidio dei palestinesi, tutto sembra spingere tranquillamente verso una deriva neonazista – anche lì – che usa i migranti come specchio per allodole invecchiate.

Poi Berlino dice che si può percorrere un’altra strada – anche lì a partire dalla casa, dalla speculazione immobiliare, dai servizi sociali in ritirata – e una legge che reintroduce il servizio militare obbligatorio (un po’ alla volta, perché si credono furbi) fanno capire a tutti che se si resta fermi ci si può aspettare solo povertà e guerra. E quindi in piazza... 

Il neoliberismo vincente per oltre 30 anni ha eroso i fondamenti della coesione sociale in Europa. L’austerità di bilancio ha spostato il timone degli Stati dalle mani di una classe politica obbligata a render conto alla popolazione in quelle di “mercati finanziari” che badano soltanto alla trimestrale di cassa. E con l’orizzonte dei prossimi tre mesi, senza futuro né grandi strategie, se non incassare il più possibile il prima possibile.

È l’ora dei poveri e dei popoli che devono tornare a farsi sentire per poter sopravvivere ed evitare, magari, il genocidio silenzioso nascosto sotto le vesti del “gelo demografico”, conseguente a salari ormai sotto il livello della “riproduzione della forza lavoro”.

E come sempre il potere reagisce con l’ultimo strumento che gli resta, dopo aver eliminato il welfare (e la democrazia): la polizia.

Non sarà un autunno breve... E in fondo è l’anno più caldo di sempre, no?

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03/10/2026

Zitti zitti stanno definendo un nuovo accordo sindacati-padroni. Non lasciamoli fare!

In sordina, con qualche trafiletto non troppo appariscente sui giornali, continua il confronto tra CGIL CISL e Uil, ricompattate dopo l’effimera stagione conflittuale di CGIL e UIL conclusa dalla firma sui contratti pubblici, e le associazioni datoriali su salari e rappresentanza.

Un tema che dovrebbe ricevere almeno la stessa attenzione che si sta, giustamente, riservando all’aumento dei prezzi in particolare a quello dei carburanti, perché la questione salariale è l’altra faccia della medaglia carovita. I prezzi salgono, i salari restano al palo, non da oggi, e aumentano così le disuguaglianze.

Il sindacato propone di garantire il reale recupero dell’inflazione attraverso una verifica annuale basata sull’IPCA NEI, cioè l’indice di aumento dei prezzi depurato dalla componente energetica importata.

Il padronato risponde che si deve tenere conto delle condizioni di ciascun settore.

Quindi da un lato si conferma la riduzione del contratto ad una mera funzione di recupero dell’inflazione, usando un indice che non rappresenta realmente l’aumento del costo della vita, dall’altro si risponde che non basta e che devono essere i padroni a decidere se ci sono le condizioni per consentire l’adeguamento.

Siamo di fronte ad una contrattazione al ribasso che parte da un presupposto, quello dei contratti pirata, chiaramente pretestuoso visto che riguarda circa 300mila lavoratori, meno del 2% del totale, e che garantisce il consolidamento del monopolio della rappresentanza sindacale in mano a CGIL CISL e UIL, ottenuto ancora una volta sulla pelle di lavoratrici e lavoratori

In sostanza un accordo che prosegue la lunghissima stagione della moderazione salariale, sancita nel 1993, e che avviene in una fase di grande accentuazione della concorrenza capitalista destinata a ridefinire gli equilibri globali. Con una differenza importante, però, rispetto al passato: mentre prima gli accordi erano a tre, governo, sindacati e padroni, e conservavano una parvenza di autonomia sindacale, ora l’accordo è tra padroni e sindacati che, in una sorta di nuovo patto tra produttori, poi si confrontano con la politica. È la vittoria definitiva dell’ideologia della CISL e del sindacato aconflittuale, completamente succube di una logica di pura collaborazione. Sindacati complici e padroni che si rappresentano, insieme, come controparte di lavoratrici e lavoratori, senza neanche la mediazione governativa, contro qualsiasi ipotesi di conflitto sociale.

La risultante, in assenza di un’adeguata opposizione sociale, sarà un ulteriore impoverimento di lavoratrici e lavoratori con conseguente drastico aumento delle disuguaglianze.

Non a caso la contropartita della blindatura della rappresentanza si sovrappone a quella prodotta dalla legge elettorale con l’aumento sproporzionato delle firme da presentare per la presentazione di nuove liste, nel chiaro intento di impedire l’accesso di nuove forze sindacali e politiche che siano interpreti del dissenso sociale nei luoghi della decisione. Una sostanziale sospensione delle agibilità democratiche che consegna definitivamente il Paese nelle mani della casta che lo ha portato allo stato in cui versa oggi.

Non lasciare che CGIL CISL e UIL svendano ancora una volta lavoratrici e lavoratori, è un imperativo. Per farlo serve una piattaforma alternativa che in un contesto di crisi strutturale come quello attuale abbia il coraggio di andare all’attacco:

  • Individuazione di un nuovo indice che “ripesi” le voci che compongono il paniere su cui viene calcolato l’aumento dei prezzi.
  • Istituire un meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’aumento dei prezzi basato sul nuovo indice.
  • Affidare alla contrattazione il compito di riequilibrare le disuguaglianze attraverso l’aumento reale dei salari oltre il recupero dell’inflazione, partendo da una soglia salariale minima di 2mila euro netti in paga base e conseguente riproporzionamento.

Il momento è ora. Non lasciamoli fare.

Unione Sindacale di Base

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Giorgia Meloni a Praga e il teatrino sul mercato delle emissioni della UE

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in vista dei prossimi vertici comunitari, è andata a Praga, a parlare con un altro governo che, nella narrazione europeista, viene tratteggiato come “anti-UE” e “filo-Trump” – in un’Europa in cui la cesura con la potenza oltreoceano è insanabile. E infatti tutti devono reinventarsi “europeisti”: non che non lo fossero, ma potevano contare anche su altre leve.

Ne è infatti uscita una linea di attacco frontale ai meccanismi del mercato delle emissioni (ETS) integrata dal ricorso al nucleare, per salvaguardare la competitività delle filiere europee, di fronte agli effetti disastrosi delle scelte guerrafondaie degli imperialisti occidentali tutti, che hanno fatto impennare i costi dell’energia mettendo un’ipoteca sui modelli produttivi europei già in crisi.

Andando ai fatti, la prima ministra italiana si è dunque recata a Praga dove, insieme al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha incontrato il primo ministro ceco Andrej Babis. Un bilaterale culminato con la firma del “Piano d’Azione Italia-Repubblica Ceca 2026-2030”, un’intesa che spazia dalla difesa alle infrastrutture, fino alla cooperazione sui flussi migratori sul modello dell’intesa tra Roma e Tirana.

Soprattutto, i due governi hanno promosso la collaborazione attorno al nucleare di nuova generazione e ai piccoli reattori modulari (SMR), settore in cui la Repubblica Ceca vanta investimenti avanzati e sul quale anche l’Italia ha riavviato il proprio percorso. Ma che, ricordiamo, non esistono a livello commerciale e non risolverebbero davvero la crisi energetica: sono solo il cavallo di Troia per spingere verso un’industria profondamente connessa col complesso militare.

Ma è soprattutto in vista del Consiglio Europeo di ottobre che Roma e Praga hanno deciso di saldare le forze: l’obiettivo comune è convincere gli altri membri a una radicale revisione del sistema ETS (Emissions Trading System), il meccanismo che fissa un tetto massimo alle emissioni e vincola le aziende all’acquisto di quote onerose di carbonio per avere il “diritto” a inquinare.

I due governi hanno formalizzato quattro proposte concrete di intervento:

  1. rimodulazione dei meccanismi di distribuzione delle quote ETS a tutela dei settori più esposti alla concorrenza estera;
  2. limitazione della trasmissione diretta dei costi di carbonio sui prezzi all’ingrosso dell’elettricità;
  3. potenziamento del monitoraggio e della vigilanza per arginare speculazioni sui titoli di emissione;
  4. rinvio dell’entrata in vigore del sistema ETS2, cioè della tariffazione del carbonio dei combustibili utilizzati per il riscaldamento domestico e per i trasporti.

Roma e Praga chiedono all’esecutivo comunitario di usare la Market Stability Reserve (MSR), cioè la riserva di certificati di emissione che, reimmessi in gran numero nelle compravendite, farebbero abbassare i costi di finanziamento di produzioni sottoposte a limiti di emissione. Una logica che era già stata fatta propria dalla revisione dell’ETS proposta dalla Commissione Europea stessa a luglio scorso.

Insomma, quello che ne viene fuori è un atteggiamento ancora più aggressivo (innanzitutto verso l’ambiente) di una tendenza che è già stata incorporata dalle politiche comunitarie. I governi Meloni e Babis ne propongono una riformulazione che punta in maniera ancora più spregiudicata sul nucleare e vuole abbandonare la “retorica verde”, dato che nei comparti relativi la sfida con la Cina è persa.

Nella ristrettezza di vedute della classe dirigente nostrana, comunque, questa pressione verso Bruxelles è legata soprattutto al modo con cui il governo arriverà alle prossime elezioni: aumento dell’inflazione, bollette in crescita, un declino industriale irreversibile che andrà peggiorando quando l’onda lunga della crisi dell’automotive tedesca arriverà nel Belpaese.

Tornata a Roma, infatti, la presidente del Consiglio ha rincarato la dose, criticando la timidezza di Bruxelles sulla revisione dell’ETS. E ha così annunciato l’invio di una lettera formale alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, per chiedere che già all’Ecofin in Lussemburgo e al successivo Consiglio Europeo si torni a discutere di una maggiore flessibilità nei parametri di bilancio.

È, in sostanza, la riedizione del confronto che aveva portato alla revisione della clausola di salvaguardia per le spese sulla difesa, a cui è stata aggiunta la possibilità di essere adoperata anche per alcuni tipi di investimenti nel comparto energetico. E infatti Bruxelles, che ha ricevuto la lettera nella serata di ieri, ha già messo in chiaro che ha “già dato più flessibilità agli stati membri”.

Tornare di nuovo sui propri passi significherebbe, nei fatti, dichiarare che la gabbia dei vincoli europei è, se non infondata, quantomeno inadeguata alla fase storica che si vive. Ma in questo modo verrebbe meno anche la propaganda intorno all’austerità e allo smantellamento dello stato sociale, già messa a dura prova dal fatto che per le armi, invece, i soldi ci sono sempre.

Il nodo reale è che la classe dominante europea non ha altre idee, non ha altri modelli in testa, e non ha nemmeno gli strumenti, culturali e istituzionali, per pensarli. Intanto, un vertice a Palazzo Chigi si è riunito ieri per cominciare a discutere della prossima legge di bilancio. Abbiamo già scritto che la sua stesura sarà una grana per il governo, e la tempistica di questi eventi lo conferma. Allora, proprio su questo terreno e su quello del costo della vita, non bisognerà dare respiro all’esecutivo nei prossimi mesi.

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Non si arriva a fine mese! Usb convoca lo stato di agitazione nazionale dell’industria

L’ USB Lavoro Privato ha proclamato lo stato di agitazione immediato dell’intera categoria. Il Coordinamento Nazionale Industria, convocato per il 2 ottobre, definirà il percorso di mobilitazione. La lotta partirà dalle fabbriche e uscirà dai cancelli, coinvolgendo tutti i lavoratori e i territori colpiti dalla crisi.

Prezzi dei carburanti, bollette, beni alimentari e beni essenziali aumentano ogni giorno ed hanno già eroso quei pochi euro di aumenti salariali che sono stati erogati dai CCNL. I salari quindi restano fermi e il loro potere d’acquisto continua a diminuire. Sempre più lavoratrici e lavoratori arrivano a fine mese con difficoltà, costretti a rinunciare a beni e servizi per sostenere il costo della vita.

Il Governo risponde con sconti temporanei e insufficienti, senza intervenire sulle cause reali dell’aumento dei prezzi. Nel frattempo, le grandi aziende energetiche continuano ad accumulare miliardi di profitti. Il conto della crisi viene scaricato ancora una volta sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui servizi pubblici.

E mentre per salari, occupazione, servizi e industria ci dicono che non ci sono risorse, per il riarmo i soldi si trovano. Le priorità sono chiare: prima i profitti e le armi, poi i lavoratori. Non accettiamo che si chiedano sacrifici a chi vive del proprio salario mentre si continuano a finanziare spese militari e interessi economici che nulla hanno a che vedere con il benessere della maggioranza.

Nelle fabbriche la situazione non è diversa. Crisi, ristrutturazioni, cassa integrazione, esuberi e chiusure colpiscono la siderurgia, l’automotive, l’elettrodomestico e l’elettronica. Interi territori rischiano di perdere lavoro e prospettive, mentre manca una politica industriale capace di difendere l’occupazione, garantire investimenti e tutelare le produzioni strategiche. Si continua invece a pagare la crisi con il nostro lavoro, il nostro salario e il nostro futuro.

Non accettiamo più salari da fame, perdita del potere d’acquisto, bollette e carburanti fuori controllo. Non accettiamo cassa integrazione, esuberi e chiusure utilizzati come strumenti ordinari per scaricare sui lavoratori le scelte sbagliate delle aziende. Non accettiamo che si trovino risorse per il riarmo mentre vengono tagliati servizi, diritti e tutele. Non accettiamo, infine, che i profitti privati continuino a essere garantiti sulla pelle di chi lavora.

Per queste ragioni USB Lavoro Privato – Industria proclama lo “stato di agitazione immediato” su tutto il territorio nazionale. È necessario costruire una risposta collettiva, dentro e fuori le fabbriche, per rimettere al centro salari, occupazione, diritti e una vera politica industriale.

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02/10/2026

Fiammata inflazionistica. Le guerre occidentali fanno esplodere i prezzi energetici

L’inflazione torna a correre a passo spedito. Secondo le stime preliminari diffuse dall’Istat, a settembre 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) registra un incremento dello 0,7% su base mensile e schizza al +4,2% su base annua, compiendo un netto balzo in avanti rispetto al +3,3% registrato ad agosto.

Un’accelerazione che sorprende negativamente gli analisti, che avevano già preventivato una crescita, ma “solo” al 3,7%. A guidare questa nuova ondata di rincari è principalmente la componente energetica, affiancata dalla ripresa dei prezzi degli alimentari freschi e dai rincari nei servizi, profilando una ripresa delle pressioni inflazionistiche proprio alle porte della stagione autunnale.

Come evidenziato dal report dell’Istituto di statistica, il motore principale dell’impennata risiede nell’andamento dei beni energetici. Quelli regolamentati hanno visto una crescita tendenziale dal +18,6% al +25,9% (+5,9% su base mensile). A pesare è soprattutto l’esplosione delle tariffe del gas naturale sul mercato tutelato, passate da +31,0% a un impressionante +47,2% (+11,6% rispetto ad agosto), mentre l’elettricità tutelata rimane stabile al +9,7%.

Non va meglio sul fronte del mercato libero e dei beni non regolamentati, dove l’indice sale complessivamente al +22,2% (dal +17,0% di agosto, con un incremento mensile del +4,4%). Su questo mercato, il gas naturale avanza al +16,7% (da +11,3%) e l’energia elettrica raggiunge il +21,5% (da +18,6%).

I rincari impattano innanzitutto sui trasporti e sui riscaldamenti: il gasolio per autotrazione segna un balzo al +34,9% su base annua (da +26,7%); il gasolio da riscaldamento sale al +38,5% (da +31,8%); la benzina tocca il +21,8% (da +16,3%).

Il contagio dei costi energetici arriva poi al “carrello della spesa” – che include i beni alimentari e i prodotti per la cura della casa e della persona, senza conteggiare però i carburanti –: quasi raddoppia il proprio passo, passando da un aumento annuo dello 0,9% all’1,7%. La pressione è ancora più evidente guardando ai prodotti ad alta frequenza d’acquisto – che includono i carburanti –: qui l’indice si impenna dal +4,3% al +5,3%.

Sul fronte dei consumi alimentari, il comparto segna nel complesso un’accelerazione tendenziale dall’1,0% all’1,8% (+0,7% sul mese precedente). A pesare sono gli alimentari non lavorati, che salgono dal +3,8% al +5,5%. Spiccano in particolare gli aumenti per ortaggi, legumi e tuberi, che fanno un balzo enorme dal +4,0% all’8,4%. In lieve diminuzione, invece, gli alimentari lavorati (-0,3%).

Rincari diffusi si osservano anche nel settore terziario. I servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona salgono al +2,9% (da +2,6%), spinti dai servizi di alloggio (+3,7% da +3,2%), mentre i servizi relativi ai trasporti raddoppiano il tasso tendenziale, passando da +0,8% a +1,6%, dove pesa la risalita dei prezzi del trasporto aereo passeggeri (la cui flessione si riduce da -11,5% a -6,1%).

A conferma che i rincari non riguardano unicamente le materie più soggette all’andamento dei prezzi dei combustibili fossili, anche quella che è definita “inflazione di fondo”, calcolata al netto di energia e alimentari freschi, sale da +1,5% a +1,7%, mentre quella al netto dei soli energetici passa da +1,7% a +2,0%.

I dati preliminari pubblicati dall’Istat fanno saltare le previsioni di Bankitalia per il 2026. L’inflazione acquisita per il 2026 è già salita al +3,1%, e questo rende ormai praticamente scontato lo sforamento della stima complessiva di inflazione per l’anno in corso, fissata al 3,1% dalla Banca d’Italia nelle proiezioni dello scorso giugno.

Il quadro appena delineato offre dunque scenari ancora più complessi per la politica economica, oltre ovviamente per la tenuta del potere d’acquisto nei prossimi mesi. La stesura della prossima finanziaria era già un problema, considerata la conferma della procedura di infrazione europea.

Nonostante tutti i tentativi di sviare l’attenzione dai problemi reali e materiali della maggioranza della popolazione (tra burqa, scuola e bollo auto), sarà difficile continuare a nascondere che il danno principale alle famiglie italiane lo stanno producendo le guerre imperialiste sostenute anche dall’Italia.

Così come, con l’arrivo del freddo e l’accensione del riscaldamento, sarà difficile nascondere sotto il tappeto della propaganda l’alleggerirsi dei portafogli. Giustamente, i lavoratori si stanno già organizzando per rivendicare misure concrete da parte dell’esecutivo, preparandosi a “scaldare” anche questo autunno.

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Crescono le rivolte contro i data center dell’IA

Il conflitto sui data center sta ormai cambiando natura: non riguarda più soltanto gruppi ambientalisti o singoli comitati locali, ma mette in discussione il rapporto tra intelligenza artificiale, infrastrutture fisiche e comunità che devono ospitarle. Le ragioni sono molte, ma semplici. L’intelligenza artificiale appare immateriale: una domanda digitata, una risposta che arriva in pochi secondi, un modello che sembra vivere soltanto nei server.

Ma dietro ci sono edifici giganteschi, trasformatori, linee elettriche, sistemi di raffreddamento, acqua, terreni e migliaia di lavoratori impegnati nei cantieri. Più l’IA diventa invisibile nella vita quotidiana, più diventa fisicamente ingombrante nel territorio.

Negli Stati Uniti la protesta è diventata nazionale. Il 18 luglio si sono svolte 142 manifestazioni in 42 Stati contro la rapida espansione dei data center destinati anche a sostenere l’IA. Secondo Data Center Watch, tra aprile e giugno circa 45 progetti statunitensi, per un valore complessivo di 68 miliardi di dollari, sono stati bloccati o ritardati dalle opposizioni locali.

Il tema è soprattutto quello del prezzo materiale dell’intelligenza artificiale. I data center consumano enormi quantità di elettricità, richiedono infrastrutture energetiche dedicate e, a seconda delle tecnologie di raffreddamento, possono esercitare una forte pressione sulle risorse idriche.

In California, per esempio, la discussione è arrivata fino a San Jose, nel cuore della Silicon Valley, dove residenti e associazioni ambientaliste contestano nuovi impianti mentre l’amministrazione cittadina cerca di conciliare gli investimenti tecnologici con le preoccupazioni sull’energia, sull’acqua e sull’inquinamento.

Il caso più significativo è forse quello dello Stato di New York, che a luglio è diventato il primo Stato americano a introdurre una moratoria sui nuovi grandi data center, sospendendo per un periodo fino a un anno alcune autorizzazioni ambientali per gli impianti di grandi dimensioni. La misura è stata motivata dalla necessità di studiare gli effetti sulla rete elettrica, sulle bollette, sull’ambiente e sulle comunità locali.

Ma la protesta non è soltanto statunitense. In Europa i conflitti si stanno moltiplicando. In Irlanda diversi ricorsi hanno rallentato il progetto di un campus da circa un miliardo di euro a Rochfortbridge. In Scozia, il progetto Cato, da 600 MW e circa 5 miliardi di sterline, ha raccolto oltre 1.200 opposizioni durante la consultazione pubblica. Proteste e contestazioni sono emerse anche in Germania e Polonia.

In Olanda la questione riguarda direttamente Amsterdam, dove più di 500 persone hanno aderito alla campagna contro un grande data center a Zuidoost. Nel 2024 i data center rappresentavano già il 4,6% dell’intero consumo elettrico olandese, un dato che aiuta a capire perché la questione abbia assunto una dimensione politica.

E in Francia il conflitto ha assunto una forma ancora più clamorosa. A Étrechet, nel centro del Paese, il sindaco e altri amministratori locali si sono dimessi per protestare contro il progetto di un enorme data center di Google. L’impianto dovrebbe richiedere tra 880 megawatt e 1,1 gigawatt di elettricità, una potenza paragonabile a quella di un reattore nucleare. Gli amministratori hanno denunciato soprattutto il consumo di territorio e acqua, l’impatto paesaggistico e la pressione sulla rete elettrica.

In Italia il fenomeno si è sviluppato soprattutto in Lombardia. A sud di Milano è nata una rete di comitati, con mobilitazioni a Lacchiarella, Zibido San Giacomo, Opera, Rho, Bollate, Magenta e altri comuni. Le contestazioni riguardano consumo di suolo, acqua, rumore, calore, generatori e vicinanza alle abitazioni. A fine settembre la rete Stop Data Center riuniva circa venti realtà locali.

Le proteste hanno già prodotto alcuni risultati concreti. A Travagliato, nel Bresciano, il progetto di un data center da circa 120 MW è definitivamente tramontato. Dopo il parere negativo del Comune, motivato dalla mancanza di informazioni necessarie per valutare compiutamente l’impatto ambientale, la società East Gate ha ritirato la pratica edilizia e non ha depositato il progetto per l’allacciamento elettrico.

Anche a Rozzano la mobilitazione ha contribuito, secondo i comitati, alla riapertura della consultazione pubblica nell’ambito della valutazione di impatto ambientale relativa all’ampliamento di un data center. Il caso di Opera è invece ancora aperto. Il Comune ha avviato l’iter per un progetto EdgeConneX su circa 30 mila metri quadrati, con un edificio alto 18 metri e una potenza indicata in 100 MW complessivi, dei quali 60 MW di potenza IT. La documentazione comunale mostra che il progetto è tuttora dentro un percorso amministrativo, mentre cittadini e comitati stanno contestando l’intervento.

Le domande che stanno emergendo nelle comunità sono destinate a diventare centrali: chi paga l’elettricità necessaria per alimentare questi impianti? Chi paga le nuove infrastrutture? Quanta acqua possono consumare? Quanto territorio è ragionevole destinare ai server? E soprattutto, quale beneficio rimane alle comunità che sopportano i costi ambientali e infrastrutturali dei data center?

È questo il nuovo conflitto attorno all’intelligenza artificiale: non soltanto cosa può fare l’IA, ma quanto territorio, energia e risorse siamo disposti a mettere a disposizione perché possa farlo.

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