Ci deve essere un ufficio apposito, da qualche parte, che si occupa di ricordare alle nostre “autorità” le date, gli anniversari che devono essere assolutamente ricordati.
Tra queste spiccano le stragi di lavoratori, oggi Brandizzo, ieri Firenze, l’altro ieri Luana e via andando. Brevi spezzoni televisivi ricordano quelle giornate, chi ci riesce strappa due parole a un parente ormai più incazzato che affranto. Una sorta di lavatrice delle coscienze e delle responsabilità che ha molti detersivi, il governo, le forze politiche tutte, Cgil, Cisl, Uil.
Nel mezzo il nulla. O meglio, un sacco di atti unici teatrali a cui partecipano tutte le “autorità” durante i quali si fa a gara a chi si scandalizza di più, a chi si batte il petto, piano piano per favore, a chi promette provvedimenti esemplari e risolutivi. Poi, passato qualche giorno, calano le tenebre fino al prossimo ricordo suggerito dall’ufficio apposito.
Intanto i @mortidilavoro aumentano a dismisura, si vietano gli scioperi per ripararsi dal calore, si accettano le versioni di comodo dei padroni, quelle secondo cui il morto era al primo giorno di lavoro, per questo non era stato ancora denunciato all’Inail, si vieta alla commissione sicurezza del Ministero di Giustizia di scrivere nella propria relazione che l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e lesioni gravi e gravissime sarebbe un buon deterrente nei confronti di quei padroni, tanti, ancora troppi, che preferiscono gli utili alla salvaguardia della vita umana.
Il livello di gravità che ha raggiunto la questione tutela della salute e della sicurezza sul lavoro merita una grande mobilitazione che spazzi via chi se ne frega del rischio che si corre ad andare la mattina a lavorare e chi pensa di cavarsela commemorando, una tantum, tanto non costa nulla, le vittime delle loro scelte di morte.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/09/2026
Il ricordificio sui morti di lavoro
01/09/2026
A scuola nessuno spazio per le ideologie militari
La presa di posizione – avviata dalle sigle Osa, Usb e altre – propone, anche attraverso una petizione, l’interruzione e il divieto di qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola, università, ricerca e filiera militare pubblica e privata.
“Il cammino inesorabile che sembra aver intrapreso l’intero Occidente verso una guerra totale non risparmia l’istruzione: in diversi documenti ufficiali dell’UE, nel piano programmatico quinquennale del Governo Meloni, e in diverse dichiarazioni del ministro Crosetto, si evidenza la possibilità, finanche la irrinunciabile necessità di una incorporazione totale dell’istruzione di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, nell’economia e nell’ideologia bellica”.
Le organizzazioni hanno denominato la campagna anti-militare in ambito scolastico ‘La Conoscenza Non Marcia’: “abbiamo denunciato – sostengono gli organizzatori – la crescente presenza militare nelle scuole come normalizzazione dell’apparato bellico e repressivo, dalle visite scolastiche in caserme e basi militari a corsi di formazione tenuti da forze dell’ordine ed esercito, così come il pericoloso definanziamento delle università che sta comportando una sempre più diretta canalizzazione dei fondi per la ricerca attraverso quell’industria della morte che abbiamo già visto all’opera nella complicità con il genocidio del popolo palestinese.
Progetti come il Rome Technopole, o quello della cittadella dell’aerospazio a Torino, indicano una direzione pericolosa da arrestare immediatamente”.
Il progetto verrà presentato con conferenza stampa oggi 1° settembre alle ore 15.30 presso Montecitorio, Piazza Capranica.
La campagna “’La conoscenza non Marcia’ vuole fermare tutto ciò: docenti, ricercatori e ricercatrici, studenti e studentesse, lavoratrici e lavoratori non sono disposti a studiare e lavorare per fomentare guerre, riarmo e militarizzazione. Per questo abbiamo costruito una raccolta firme a sostegno di una petizione popolare per introdurre misure normative che vietino qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola/università e filiera militare-industriale”, concludono i promotori.
Sullo stesso tema vedi anche: Una petizione contro la militarizzazione della formazione
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Rientra la salma del giornalista italiano “morto” negli USA. Poche domande e nessuna risposta
La salma del giornalista Daniele Compatangelo rientrerà in Italia domani, 2 settembre, con un volo da Washington. I funerali dovrebbero essere celebrati il 3 settembre a Roma, mentre il 5 si terrà la sepoltura a Sauze di Cesana. Tra l’accertamento della sua morte negli USA – il 20 luglio – e il rientro della salma sono passati ben quaranta giorni, un lasso di tempo contrassegnato dalla scarsità di informazioni che ha alimentato non pochi e legittimi dubbi sul contesto del suo decesso.
Daniele Compatangelo, 50 anni, era infatti il giornalista “con il numero privato di Trump” che con una sua intervista al presidente Usa aveva scatenato una seria crisi politica nelle relazioni tra la Casa Bianca e la premier Meloni.
L’intervista a Donald Trump, era diventata un caso politico dopo che il presidente USA aveva pubblicamente umiliato la Meloni, asserendo che la premier italiana volesse a tutti i costi una foto con lui al G7 di Ankara. L’intervista, un vero e proprio scoop, era stata trasmessa da “La 7” ed aveva fatto rumore.
In quell’occasione, il presidente degli Stati Uniti aveva parlato della premier Giorgia Meloni con parole destinate a suscitare inevitabilmente reazioni: “Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena”.
L’episodio aveva avuto ampia risonanza, proprio perché toccava i delicati rapporti tra Washington e il governo italiano.
La direzione dell’emittente di fronte alla morte del suo corrispondente dagli Stati Uniti e autore di un notevole scoop si era limitata ad un laconico comunicato: “Siamo attoniti. Tutta La7 si stringe ai suoi cari. Daniele era un collaboratore prezioso e raro. Per la sua voglia di raccontare sempre, con precisione e allegria. Era un bravo giornalista. Mancherà”.
Colpisce il bassissimo profilo con cui “La 7” sembra seguire una vicenda che pure di punti da chiarire ne contiene più di uno.
Secondo quanto riferito, la causa del decesso di Compatangelo sarebbe stata un malore improvviso, dovuto ad un infarto. Sul suo corpo non sono stati trovati segni di violenza. La madre in una intervista ha affermato che il giornalista de La7 non pareva però avere problemi di salute, faceva sport e curava l’alimentazione. Se davvero fosse morto di infarto fulminante, a 50 anni, senza fumare né avere altri vizi, non aveva comunque manifestato avvisaglie di problemi cardiaci.
L’altro particolare è che nella stanza dove è stato ritrovato il corpo c’era il letto rotto e un materasso appoggiato al muro.
Infine ci sono gli anomali e lunghissimi tempi dell’autopsia. I funzionari dell’Arlington County Police Department (Acpd) che hanno seguito il caso, hanno fatto sapere che per l’autopsia definitiva i tempi di attesa potevano essere compresi tra otto e dodici settimane, ma anche che i risultati dell’autopsia preliminare, eseguita a circa una settimana dal decesso, non erano stati esaustivi.
In sostanza tra il decesso e il dissequestro della salma per essere inviata in Italia sono passati più di quaranta giorni, decisamente troppi per diagnosticare un infarto e nei quali le autorità statunitensi di ogni ordine e grado non hanno fornito grandi informazioni, né ai familiari né ai colleghi.
Un altro elemento emerso è che tra i vari datori di lavoro di Compatangelo c’era anche “Shams Tv” l’emittente del Kurdistan iracheno – un crocevia di molto “lavoro sporco” – alla quale risulterebbe intestato il contratto d’affitto dell’appartamento in cui viveva il giornalista italiano.
Nel corso della sua carriera Compatangelo aveva collaborato con diverse testate, tra cui Sky, Il Secolo XIX, La 7.
Negli anni si era occupato soprattutto di cronaca internazionale e politica statunitense. Al momento della scomparsa era anche presidente della White House Foreign Correspondents’ Association (WHFCA), l’associazione dei corrispondenti impegnati a seguire la politica governativa degli Stati Uniti.
La dietrologia non ci ha mai appassionato, al contrario, ma almeno i colleghi di Compatangelo qualche sforzo di chiarezza in più sulla sua morte avrebbero il dovere di cercarlo e di fornirlo, anche con tutta la dovuta riservatezza. Non ci hanno insegnato che il compito dei giornalisti è proprio quello di fare le domande?
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30/08/2026
Fedorov, sfidante di Zelensky, nominato consulente per la Difesa italiana
Fedorov è stato rimosso dalla guida del dicastero della Difesa di Kiev a metà luglio dal presidente Volodymyr Zelensky. Il nuovo incarico approvato da Roma risponde sicuramente a una “esigenza” tecnica: quella di modernizzare le forze armate italiane sul fronte dei droni e della difesa aerea, portando al Belpaese il frutto delle lezioni apprese sul campo di battaglia, in particolare in relazione a sistemi aerei a pilotaggio remoto, alla guerra elettronica e all’integrazione digitale delle operazioni militari.
È stato lo stesso Crosetto, a margine dell’incontro, a ribadire queste motivazioni “ufficiali”, così come fatto da Fedorov sul suo X. Ma il politico ucraino ha accennato pure al “sostegno personale” ricevuto dal titolare della Difesa italiana. Elementi sufficienti per ricordare il caso politico all’ombra di questa consulenza gratuita.
Che l’Ucraina sia il laboratorio militare del riarmo europeo, a discapito della pelle degli ucraini di cui, nelle capitali del Vecchio Continente, non frega niente a nessuno, è assodato. L’incarico istituzionale affidato a Fedorov e il “sostegno personale” che dice di aver ricevuto, sembrano una sfida a Zelensky, dopo che pochi giorni fa il presidente ucraino ha rifiutato le richieste di elezioni avanzate proprio dall’ex ministro da poco silurato.
L’esecutivo italiano, pur mantenendo nei fatti invariato il sostegno militare a Kiev, in virtù della tornata elettorale in vista e della pressione vannacciana ha manipolato e promosso l’idea che l’aiuto si mantenga sul piano “civile”. E ora, l’incarico a un potenziale rivale politico del presidente ucraino sembra sostenere una certa delegittimazione di Zelensky, soprattutto dopo l’allargamento ulteriore delle inchieste giudiziarie per corruzione che stanno colpendo il suo entourage presidenziale.
La nomina di Fedorov a Roma rappresenta solo una tessera di un mosaico estivo molto più ampio, segnato da febbrili contatti dietro le quinte in vista di possibili spiragli negoziali, o per lo meno dall’esaurimento sempre più evidente delle capacità ucraine, nonostante gli attacchi “spettacolari” – e poco più – in profondità nel territorio russo, e forse la volontà degli USA di tirarsi definitivamente fuori dal conflitto.
Dopo la missione a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, la mossa del governo italiano, al di là dei risvolti militari, sembra essere un messaggio chiaro rispetto alla stanchezza di fronte a un conflitto che sembra essere ormai più un pozzo senza fondo di soldi e armi che un investimento utile. O almeno, la stanchezza di fronte alla dirigenza di Zelensky, aprendosi la possibilità di scegliere quale strada intraprendere nel prossimo futuro.
Un’altra faglia tra Roma e il resto dei “volenterosi”, che offre un’altra sponda a Washington. Mentre il Regno Unito e i principali alleati europei spingono per rafforzare le forniture militari e le licenze industriali a Kiev, il Cremlino continua a definire tali iniziative come un coinvolgimento diretto nel conflitto.
Ma l’imperialismo occidentale non gioca da solo su questi scenari. Si attende con attenzione il summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Bishkek, in Kirghizistan, dove Vladimir Putin incontrerà il presidente cinese Xi Jinping, appuntamento che potrebbe ripetersi a stretto giro in India al vertice dei BRICS.
E poi il faccia a faccia Trump-Xi che dovrebbe svolgersi il prossimo 24 settembre negli Stati Uniti. Quel che ne verrà fuori potrebbe avere un impatto significativo su tutti gli scenari di guerra, non solo quello ucraino.
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29/08/2026
“Ecco come è nata Vita spericolata, la canzone più fraintesa di sempre”
Un temporale in Sardegna, un concerto bloccato dalla pioggia e l’abitacolo di un’automobile trasformato nel luogo di un’intuizione destinata a entrare nella storia della musica italiana. Vasco Rossi ha ricordato sui social la genesi di “Vita spericolata”, nata nell’estate del 1982 a Cagliari, mentre il maltempo impediva alla band persino di effettuare le prove.
“Dovevo fare un concerto. Eravamo bloccati dalla pioggia davanti a un campo sportivo, non si potevano nemmeno fare le prove e io ero chiuso in macchina”, ha raccontato Vasco. Da mesi cercava le parole adatte per una melodia composta da Tullio Ferro, suo collaboratore anche in altre canzoni. Poi, durante quell’attesa forzata, arrivò improvvisamente l’illuminazione: “Voglio una vita...”.
Da quel primo frammento scaturirono rapidamente le parole successive: “maleducata”, “spericolata”, “di quelle che non dormi mai”. Il testo, che in una prima stesura avrebbe dovuto essere dedicato a una ragazza di nome Licia, finì però per assumere un significato molto più ampio. Vasco riuscì a dare forma a un sentimento che, secondo lui, accomunava molti giovani dell’epoca: “La paura di una vita piatta, tranquilla, priva di emozioni”.
Il brano nasceva infatti nel passaggio tra le disillusioni degli anni Settanta e l’euforia del nuovo decennio. “Era una canzone nata dalla sbornia di ottimismo probabilmente ingenuo degli anni Ottanta”, ha spiegato il rocker, ricordando come quella stagione arrivasse dopo “la grande illusione del sogno di poter cambiare il mondo o almeno il sistema che metteva al centro la merce, il profitto, il consumismo, la pubblicità, invece che l’uomo”. Alle spalle restavano la sconfitta dei movimenti degli anni Settanta e la tragedia del terrorismo, mentre avanzava il desiderio di ricominciare e riappropriarsi della propria esistenza. “Chi non vuole una vita spericolata a 30 anni? Una vita piena di avventura...”, ha aggiunto Vasco.
Dopo l’esordio sanremese del 1982 con “Vado al massimo”, Vasco Rossi tornò al Festival nel 1983 proprio con “Vita spericolata”. La canzone si classificò al penultimo posto, ma il risultato della gara si sarebbe rivelato irrilevante. Pubblicata su 45 giri insieme a “Mi piaci perché” e inserita nello stesso anno nell’album “Bollicine”, diventò progressivamente uno dei grandi classici della canzone italiana.
Anche il celebre riferimento al Roxy Bar contribuì alla mitologia del pezzo. Il nome richiamava “Che notte” di Fred Buscaglione e sarebbe stato poi ripreso negli anni Novanta da Red Ronnie per il suo programma televisivo. Nel tempo “Vita spericolata” è stata reinterpretata da numerosi artisti, fra i quali Francesco De Gregori, che la incluse nell’album “Il bandito e il campione”, e Massimo Ranieri. Gino Paoli citò invece il suo inciso nel finale di “Quattro amici”, affidandolo alla voce dello stesso Vasco. Ne esiste anche una versione in inglese cantata da Tullio Ferro.
Il successo, tuttavia, ha finito spesso per deformarne il senso. Secondo Vasco, “Vita spericolata” non è un elogio dell’incoscienza o dell’autodistruzione, ma l’espressione del desiderio di vivere pienamente. “È una delle canzoni più fraintese della storia dell’umanità”, ha osservato, definendola “un inno alla vita vissuta spericolatamente, nel senso di intensamente, con entusiasmo, con forza”.
A 44 anni da quel pomeriggio piovoso a Cagliari, Vasco rivendica così il significato più profondo della sua canzone: il rifiuto di un’esistenza senza passioni, emozioni e libertà.
Israele espelle funzionari olandesi, minaccia i britannici ma loda Italia e Germania
Italia e Germania continuano a essere i “migliori complici di Israele in Europa”. La conferma viene dal fatto che Israele sta valutando la possibilità di espellere anche i funzionari britannici e potenzialmente di altri paesi europei dal Centro di coordinamento a guida statunitense per la Striscia di Gaza postbellica, come ritorsione per le critiche mosse alle politiche di Benjamin Netanyahu nei Territori Palestinesi.
Ieri il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar aveva annunciato l’espulsione dei rappresentanti olandesi dal Centro Internazionale di Supporto per Gaza (ex Cmcc) a Kiryat Gat, parte del Board of Peace per la Striscia, che dovranno lasciare Israele “entro una settimana”.
“Ho preso questa decisione oggi a seguito di una serie di iniziative anti-israeliane del governo olandese. L’ultima è stata l’approvazione di una legge che vieta il commercio di prodotti israeliani provenienti da Giudea e Samaria, Gerusalemme Est e dalle Alture del Golan, che entrerà in vigore il mese prossimo”, ha scritto Sa’ar su X.
“Il nostro messaggio è chiaro: chiunque agisca contro Israele non avrà alcun ruolo nella regione. Israele non permetterà che vengano intraprese azioni contro di esso senza rispondere”.
Diverse fonti a conoscenza dei fatti hanno affermato che nelle scorse settimane il governo israeliano ha discusso la possibilità di espellere anche i funzionari del Regno Unito dall’International Gaza Support Center, il quartier generale multinazionale istituito per monitorare il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti tra Israele e Hamas.
Secondo il Financial Times misure simili sarebbero state prese in considerazione anche nei confronti di Italia e Germania. L’ufficio del primo ministro israeliano e i funzionari tedeschi si sono rifiutati di commentare. Anche un funzionario del governo italiano ha respinto l’idea che l’Italia e la Germania vengano espulse dall’IGSC.
Interpellato in merito, un funzionario israeliano si è limitato a dire: “Israele ha buoni rapporti con la Germania e l’Italia”.
Nelle ore successive, una fonte ufficiale israeliana ha dichiarato all’ANSA che “il report del Financial Times non è corretto: non c’è alcuna intenzione di agire contro Paesi amici come l’Italia o la Germania. Diverso è invece quanto accaduto nel caso dell’Olanda”.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha annunciato questa settimana l’espulsione dei rappresentanti olandesi dal centro a causa della decisione dei Paesi Bassi di boicottare i prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme Est e sulle alture del Golan.
Quest’anno Israele aveva già espulso i rappresentanti spagnoli dall’IGSC, citando il “pregiudizio ossessivo anti-israeliano” di Madrid. Annunciando la decisione contro i Paesi Bassi, Sa’ar ha dichiarato: “Israele non permetterà che vengano presi provvedimenti contro di esso senza una risposta”.
L’IGSC, precedentemente noto come Centro di coordinamento civile-militare, ha sede nel sud di Israele ed è guidato da ufficiali militari statunitensi che lavorano a fianco delle Forze di difesa israeliane e di decine di funzionari militari e diplomatici provenienti da circa 50 paesi e organizzazioni internazionali.
Il nuovo primo Ministro britannico Andy Burnham ha puntato ad inasprire la posizione del Regno Unito nei confronti di Israele, affermando il mese scorso che avrebbe cercato di esercitare pressioni sul governo israeliano attraverso un potenziale divieto di commercio di merci provenienti dagli insediamenti.
Il Regno Unito, la Germania e l’Italia, insieme a quasi altri 20 paesi e alla Commissione europea, hanno pubblicato la scorsa settimana una lettera congiunta in cui criticano aspramente il piano di Israele di procedere con le gare d’appalto per la costruzione del progetto di insediamento E-1 vicino a Gerusalemme, che secondo gli analisti potrebbe dividere in due la Cisgiordania e rivelarsi fatale per le prospettive di uno Stato palestinese.
Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha aggiunto che “la Gran Bretagna non resterà a guardare e non accetterà la distruzione della soluzione dei due Stati”. Sa’ar ha replicato che il Regno Unito non dovrebbe “dare lezioni al popolo ebraico su dove può vivere nella sua patria storica”.
Secondo il Financial Times una fonte a conoscenza della situazione ha affermato che Israele ha già dato un esempio con la Spagna e i Paesi Bassi, e quindi era logico aspettarsi una sorta di “ritorsione” per la posizione più intransigente della Gran Bretagna. Più di 140 parlamentari hanno recentemente firmato una lettera in cui sollecitano Burnham a procedere con il divieto di importazione di merci provenienti dagli insediamenti.
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Per lo Stato l’Italia è già in guerra, a cominciare dal porto di Ravenna
Per l’Avvocatura Generale dello Stato “è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”. È quanto scritto nella memoria a difesa della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Direzione territoriale Emilia Romagna e Marche, per contestare alla giornalista Linda Maggiori la possibilità di accedere agli atti e ai documenti relativi alle attività nel porto di Ravenna. L’obiettivo di Linda Maggiori era quello di far venire alla luce i traffici di armi che da tempo avvengono nel porto e mettere in evidenza le violazioni della legge 185 del 1990, che vieta il commercio di armi con paesi coinvolti in teatri di guerra o riconosciuti colpevoli di lesioni dei diritti umani.
Per l’Avvocatura Generale dello Stato, “la propalazione, attraverso i mezzi di informazione, dei dati e delle informazioni de quibus consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni internazionali dello Stato, del porto di Ravenna”, che in realtà è un porto civile e commerciale e nessuno aveva affermato, fino ad adesso, che fosse strategico per gli interessi nazionali del nostro Paese.
Il dato allarmante di questo pronunciamento dell’Avvocatura dello Stato è che i traffici dei nostri porti civili rappresenterebbero informazioni riservate che non possono essere rese pubbliche senza nuocere agli interessi della nostra sicurezza. Di fatto, in questo modo, non sarebbe possibile esercitare un controllo effettivo sulla reale applicazione della legge 185 e nessuno potrebbe mettere in discussione il commercio con paesi belligeranti o, ancor peggio, colpevoli di genocidio.
In questo modo si vorrebbe impedire di fare luce su quanto sta avvenendo in porti, aeroporti e stazioni del nostro Paese, che sempre più vedono aumentare il traffico e lo spostamento di armamenti, in un clima di crescente coinvolgimento dell’Italia nelle operazioni di guerra. Ora, candidamente, anche l’Avvocatura dello Stato, dichiara che siamo in guerra e giustifica la mancanza di trasparenza con esigenze di sicurezza nazionale, perché saremmo coinvolti in una guerra mondiale già in atto.
Un secchio d’acqua gelida sulla faccia di chi fa ancora finta di non capire.
Unione Sindacale di Base
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28/08/2026
Mezze bugie e mezze verità sulle armi italiane all’Ucraina, ancora una volta
Il governo Meloni continua a navigare nella più totale ambiguità/complicità sulle forniture di armamenti italiani all’Ucraina per la guerra contro la Russia. Ma ancora una volta, così come avvenuti sui voli militari statunitensi dalle basi italiane nel contesto dell'aggressione all'Iran, l’esecutivo nasconde la verità al paese attraverso mezze bugie e mezze verità.
Le polemiche in questo caso sono scattate dopo il vertice a Kiev dei paesi europei “volenterosi” (nel far proseguire la guerra in Ucraina, ndr) e per le rivelazioni comparse sul giornale La Repubblica.
La premier Giorgia Meloni aveva confermato l’impegno italiano sugli aiuti all’Ucraina ma parlando dell’invio di nuovi generatori elettrici in vista dell’inverno, in tale contesto aveva anche annunciato che l’Italia non prenderà parte alle esercitazioni su vasta scala della coalizione previste per l’autunno intorno e dentro l’Ucraina.
Due annunci che avevano il compito di tranquillizzare il dissenso interno alla maggioranza di governo e di tenere buona quella parte dell’opposizione contraria all’invio di armi e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina.
Ma le indiscrezioni sulle forniture militari italiane a Kiev pubblicate da Repubblica hanno riacceso lo scontro politico a tutto campo.
Stando a quanto riporta La Repubblica, il governo starebbe preparando l’invio a Kiev di armi di ultima generazione come le batterie contraeree Samp-T nella versione NG in grado di abbattere i missili balistici, gli intercettori Aster 30 e alcuni radar. Altro che generatori!
Il governo – prosegue La Repubblica – vorrebbe inoltre ricorrere alla formula del decreto proprio per prevenire eventuali dissensi interni alla maggioranza.
La fornitura prevederebbe quattro batterie antimissile Samp-T di nuova generazione (NG). Poi ci saranno i radar Kronos costruiti da Leonardo, mentre anche l’Italia, così come Francia e Gran Bretagna, darà il via libera formale alla produzione direttamente in Ucraina dei missili – in questo caso gli Aster.
In questo ennesimo decreto per l’invio di armi all’Ucraina ci sarebbero anche il sistema “Grifo” della Difesa italiana, che utilizza i nuovi missili Camm-Er per intercettare droni kamikaze, missili da crociera e armi anti-radar a corta portata.
Su questa ennesima forzatura bellicista del governo, nel teatrino della politica italiana non sono venuti a mancare i paradossi. A destra il gen. Vannacci si scaglia contro questa decisione di inviare armamenti all’Ucraina, nel campo largo c’è invece chi – come l’on. Magi di +Europa o l’on, Ruffino di Azione – la ritene “una buona notizia” anche se la premier è “costretta a farlo di nascosto”.
Il ministro della Difesa Crosetto ha affidato la replica ad una nota pubblicata sul sito del ministero della Difesa, in cui precisa che il Parlamento “ha autorizzato il Governo a inviare, anche per il 2026, come già era stato fatto in tutti gli anni precedenti, aiuti (di natura sia civile che militare) all’Ucraina”.
Come accaduto anche con i precedenti invii di armamenti, anche questo tredicesimo pacchetto sarà coperto da segretezza. Verrà infatti approvato prima tramite un decreto interministeriale, poi passerà al vaglio del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica i cui membri sono obbligati al segreto, per essere infine approvato dal Consiglio dei ministri.
Per mantenere segreti i materiali da inviare in Ucraina, il governo riferirà, infatti, la lista solo al Copasir. È lo stesso Crosetto a spiegare che quando viene assemblato un “pacchetto” di aiuti, la difesa e le amministrazioni competenti “preparano un decreto, chiedono al presidente del Copasir di poterlo illustrare ai suoi membri, lo illustrano e solo espletati tutti questi passaggi (non formali, ma sostanziali, dato che viviamo in una Repubblica in cui la sovranità è in capo al Parlamento) tale decreto viene adottato, nella prevista forma del secretato, il che mette in condizione tutti i membri del Copasir (dove siedono esponenti di maggioranza come di opposizione) di esserne in piena e totale conoscenza e averne totale contezza, come è giusto che sia”.
Con una certa dose di malizia, ma affermando sicuramente una mezza verità, Crosetto ha poi ricordato che questo è stato il percorso seguito sull’invio di armi in Ucraina da tutti i governi fino a oggi.
Anche questa volta il Parlamento e il paese saranno messi davanti al fatto compiuto su scelte che stanno trascinando l'Italia sempre più pesantemente nella guerra in Ucraina. Così come avverrà anche per l’indebitamento con i fondi europei SAFE (veri e propri crediti di guerra, ndr) per l’acquisto di nuovi armamenti, anche questo caso non verrà affatto discusso in Parlamento come invece era stato annunciato dal ministro dell’Economia Giorgetti.
È un meccanismo che va spezzato e interrotto con decisione prima che sia troppo tardi.
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L’Italia può abbandonare l’acciaio? Spunti per una produzione pianificata e sostenibile
La situazione, da allora, ha registrato un precipitoso susseguirsi di fatti:
- il gruppo indiano Jindal ha manifestato disponibilità immediata ad accordarsi con il Governo Meloni per rilevare AdI, comprese le aree a caldo dell’impianto di Taranto su cui pende l’ingiunzione di chiusura entro 90 giorni sentenziata dalla magistratura milanese;
- a seguire si è palesata – probabilmente su input governativo – una presunta cordata italiana, che ricorda il format dei “capitani coraggiosi” del disastro Alitalia patrocinato nel 2008 dal governo Berlusconi;
- infine, quanto sopra sta emergendo come il probabile smantellamento di AdI e il declassamento definitivo della siderurgia italiana sul mercato internazionale.
In mezzo a questo valzer non è mai emerso un soggetto istituzionale, industriale o finanziario che si esprimesse seriamente in merito a cosa produrre e con quali tecnologie (Jindal non fa differenza, basta osservare lo stato in cui langue la ex Lucchini di Piombino ed è meglio tacere circa le capacità di analisi e pianificazione dei padroni di Federacciai).
È questa macroscopica ma sistematicamente taciuta assenza che ha trasformato la vertenza ex Ilva nella gestione, differita nel tempo, di uno smantellamento. Quella che, di fatto, è diventata una campana a morto che suona a rallentatore, può essere silenziata solo tornando a parlare di politica industriale da un punto di vista di classe.
Nelle righe che seguono esporremo quello che secondo noi va fatto per rilanciare un settore che è fondamentale per lo sviluppo economico.
Il contesto
La siderurgia mondiale – È in sovra-capacità produttiva strutturale: a fronte di impianti in grado di produrre annualmente 2,5 miliardi di tonnellate di acciaio, il mercato mondiale ne ha assorbiti 1,85 miliardi (dati 2024 [1]). L’eccedenza è dunque pari a ben il 25% e la tendenza non è verso una riduzione di sovra-capacità produttiva.
La siderurgia in Italia – Ha caratteristiche peculiari: l’acciaio è prodotto in prevalenza da rottame, mediante forni elettrici in impianti medio/piccoli. Tale produzione genera emissioni relativamente basse di CO2 perché basata su forni elettrici.
Rispetto alle “esigenze” della produzione manifatturiera italiana (autoveicoli seppur in drastica riduzione, elettrodomestici, edilizia) il settore presenta una carenza di 13 milioni di tonnellate in laminati piani e lunghi che vengono importati dall’estero. In Italia, il settore sconta le seguenti criticità:
- costi energetici più alti della concorrenza internazionale, in particolare intra UE, determinati
- dalla dipendenza della produzione elettrica italiana dal gas;criticità nell’approvvigionamento della materia prima rottame (la richiesta di settore supera abbondantemente l’acciaio riciclato a livello nazionale);
- calo di fatturato (-39,7%) e dei profitti (-45,3%).
- nessun grande produttore internazionale può avere interesse effettivo a rilanciare una azienda in una condizione di mercato globale caratterizzata da una marcata sovrapproduzione. L’unico interesse verso AdI, quindi, può essere quello di rilevarla per toglierla dal mercato, oppure frazionarla scaricando i costi ambientali e sociali sulla finanza pubblica, come di fatto si è verificato da quando la vertenza ex Ilva è in atto.
- date le specificità del settore italiano, nemmeno i produttori nazionali hanno interesse a rilevare in toto AdI. Anzi, una sua chiusura potrebbe incrementare la redditività complessiva del settore.
- se il rilancio di AdI è l’obiettivo da perseguire, la proprietà aziendale non può che essere pubblica e il rapporto con il privato “limitato” alle fasi operative di riqualificazione/ricostruzione degli impianti produttivi.
Nel contesto attuale, a livello produttivo, AdI può trovare spazio occupando la carenza di laminati piani e lunghi sul mercato nazionale (come detto, volume produttivo 13 milioni di tonnellate annue) e conservando la quota di mercato nella produzione della banda stagnata [2] in cui è specializzato lo stabilimento di Genova Cornigliano.
Criticità economiche – Il possibile spazio di mercato da coprire non modifica in positivo le criticità economiche del contesto siderurgico italiano. Ciò implica che l’intervento pubblico deve necessariamente valicare il piano meramente proprietario della nuova AdI, intervenendo con funzione di pianificazione, direzione e controllo sia sulla catena di fornitura, in particolare sul versante delle materie prime, sia sull’ambito normativo di settore (come si deve produrre per vendere sul mercato nazionale).
Criticità ambientali – A dispetto di come si è configurata in tempi recenti, la vertenza ex Ilva, tanto a Taranto quanto a Genova, si è connotata storicamente come una questione di conflitto capitale/salute (sia dei lavoratori che pubblica in senso generale). Per questo non vanno minimizzate o rimosse le ragioni degli abitanti dei quartieri posti in prossimità degli impianti produttivi.
In base a questa considerazione:
- per Taranto la produzione deve essere decarbonizzata nei tempi più brevi possibili. Il periodo di esercizio dell’attuale ciclo a caldo (cokeria + alti forni) deve essere direttamente legato ai tempi realizzativi e di messa in servizio del nuovo ciclo (impianto di preriduzione con idrogeno “verde” e forni elettrici) e comunque prevedere l’implementazione di tutte le tecnologie oggi disponibili atte ad abbattere in maniera massiccia le emissioni dell’attuale ciclo produttivo a caldo.
- Il nuovo ciclo produttivo non deve contemplare, nemmeno come soluzione “provvisoria” l’uso del metano come riduttore, oppure come “materia prima” tramite cui ricavare idrogeno (cosiddetto “blu”) da impiegare come riduttore nella produzione di DRI (il cosiddetto preridotto).
- L’obiettivo da perseguire fin da subito e con decisione deve essere la produzione con DRI e forni elettrici, dove il DRI sia ottenuto da processi che utilizzano come riduttore idrogeno cosiddetto “verde”[3], cioè, ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua con energia elettrica generata integralmente da fonti rinnovabili [4].
- Per Genova l’ipotesi della costruzione di un nuovo forno elettrico va scartata perché, come hanno sostenuto negli ultimi mesi i comitati di quartiere di Cornigliano, costituirebbe un peggioramento oggettivo del contesto attuale in cui nessuna lavorazione a caldo è presente nell’acciaieria [5]. Per altro, l’eventuale costruzione di un forno elettrico a Genova, di fatto aprirebbe la strada a uno scorporo degli impianti AdI del Nord Italia rispetto a Taranto, che verrebbe a trovarsi in posizione ancora più precaria di quella attuale. Deve quindi essere chiaro che la nuova AdI ha futuro solo mantenendo l’unità degli impianti produttivi sul territorio nazionale.
- stilare e implementare un piano energetico nazionale volto a ridurre drasticamente i costi energetici per cittadini e aziende [6];
- massimizzare l’utilizzo di fondi UE per la riqualificazione (che a oggi inspiegabilmente nessun governo ha nemmeno tentato di mobilitare, ma anzi ha stralciato verso altre destinazioni d’uso);
- “orientare” il consumo del mercato italiano verso l’“acciaio verde” con lo scopo di:
- garantire redditività alla nuova AdI (unica via reale per la tenuta dei livelli occupazionali e la riduzione del debito aziendale);
- trainare la siderurgia italiana nella risalita della catena globale del valore (condizione che in potenza potrebbe determinare ricadute positive sulla contrattazione dei lavoratori dell’intero settore).
Note
- Fonte dei dati: rapporto di settore redatto da Cassa Depositi e Prestiti.
- La banda stagnata è una lamina di acciaio particolarmente sottile e rivestito di La lavorazione ha lo scopo di produrre un laminato maggiormente resistente alla ruggine, utilizzato per la produzione di imballaggi speciali come le lattine e i contenitori alimentari.
- Per approfondire gli aspetti tecnologici della produzione citata si veda qui.
- A Taranto, “vincolare” il nuovo impianto a una produzione basata su energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili attiverebbe un ciclo virtuoso valorizzando, da un lato l’elevata percentuale di potenza rinnovabile installata nella regione Puglia, dall’altro la produzione locale perché il secondo stabilimento industriale tarantino per numero di addetti è Vestas, che produce pale e generatori eolici.
- Un forno elettrico, inoltre, non è compatibile con le attuali aree di AdI che si trovano sulla traiettoria di decollo/atterraggio dell’aeroporto Cristoforo Colombo, situazione che limita lo sviluppo in altezza delle infrastrutture limitrofe allo scalo.
- Qui sono disponibili molte affermazioni circostanziate sull’argomento.
Il dibattito “woke”, una distrazione interessata
Da qualche tempo, con le elezioni del 2027 all’orizzonte, Giuseppe Conte cerca di ritagliarsi un’identità e maggiore influenza politica all’interno del campo largo: da un lato, provando a caratterizzarsi rispetto all’establishment del PD a guida Schlein, dall’altro, con una confusa operazione, cercando di intercettare qualche simpatia nei settori sociali ultimamente più sensibili alle esternazioni di Vannacci, compresi quelli più popolari che un tempo erano stati bacino elettorale dei 5 stelle.
Stavolta ha inseguito il trend americano (forse un tentativo di capitalizzare il grande “hype” per Mamdani, nuovo sindaco di New York?) con una lettera a Repubblica, in cui critica gli “eccessi” della cultura woke partendo da una frase pronunciata dalla deputata americana Ocasio-Cortez “Woke 1 was crazy” (secondo la sintesi ripresa dai nostri giornali).
Ne è nata una discussione enorme, tra giornali, politici e opinionisti, di destra ma soprattutto “di sinistra”, con il risultato che in Italia ci facciamo trascinare in dibattiti che arrivano da altri Paesi, con situazioni diverse, e che nel dibattito nazionale finiscono per essere oggettivamente sterili.
Infatti, anche se si riferiscono a questioni che ovviamente riguardano anche l’Italia – tra cui il razzismo, il sessismo e i diritti sociali – vengono proposte in modo da scollegarle dai problemi reali delle persone che – evidentemente – non è molto comodo affrontare.
Conte dice che gli eccessi della cultura woke sarebbero diventati una “dottrina totalizzante”, “l’ossatura ideologica” della sinistra. E propone invece di tornare a occuparsi delle vere disuguaglianze economiche e sociali, mettendo però dentro tutti (ceto medio, operai, imprenditori, come se non ci fosse alcuna differenza).
Certo, di fronte a un interesse rispetto alle disuguaglianze sociali si potrebbe dire: meglio tardi che mai (o meglio, buongiorno!). Ma detto da uno che è stato al governo per due anni e mezzo (e quindi ci poteva pensare allora, magari) e che adesso sostiene il “campo largo” che, nelle sue varie forme, ha governato per anni, appare quantomeno stridente, guardando alla condizione sociale disastrosa in cui versa questo paese.
Il paradosso, quindi, è che proprio mentre condanna il “woke”, Conte conferma che né lui né gli altri prima e dopo hanno mai davvero affrontato strutturalmente le disuguaglianze di cui adesso parlano, e usano quel vuoto per attaccare e cercare di prendere qualche voto in più.
Cos’è quindi davvero il “woke”, in questo dibattito? Un insulto, un contenitore vago in cui si butta dentro di tutto (linguaggio inclusivo, identità di genere, antirazzismo, ambientalismo, ecc.). È diventato un nemico facile da colpire senza dover realmente discutere nel merito di nessuno di questi temi.
E proprio per questo, così com’è usato oggi, il termine “woke” funziona nella pratica come un’arma di distrazione portata avanti dalle persone privilegiate, che sposta l’attenzione dai problemi reali delle persone comuni e dalle loro cause.
Diventa il prodotto di una deriva individualista, che porta a leggere i problemi come questioni del singolo; essenzialista, che tende a considerare le identità come qualcosa di fisso, separando le persone in categorie e concentrandosi sulle loro differenze; e culturalista, che rimane nel campo della cultura (spesso quella di un’élite privilegiata) e non mette in discussione le radici sociali ed economiche che portano a determinate discriminazioni e disuguaglianze.
Il risultato è che ogni battaglia di quel contenitore diventa un “movimento di opinione” a sé, invece di riconoscere che hanno la stessa radice e le stesse cause sociali e culturali insite nelle dinamiche di potere della società in cui viviamo. E questa divisione fa comodo, perché permette di parlare dei singoli problemi senza mettere in discussione il sistema intero che li crea, mantenendo così tutto com’è ed evitando qualsiasi ipotesi di conflitto sociale generalizzato.
È quello che succede, per esempio, anche con il “pink washing” e il “rainbow washing”: battaglie portate avanti da chi vive ogni giorno determinate discriminazioni vengono prese, svuotate del loro significato e usate come una bandierina da chi è privilegiato.
È più comodo usare in questo modo i diritti civili, dicendo le parole giuste con il linguaggio giusto e mettendosi la coscienza a posto fingendo che così si possano automaticamente ridurre le disuguaglianze e le discriminazioni. Ma diritti civili e diritti sociali dovrebbero andare insieme, non gli uni al posto degli altri.
E noi, come Donne de Borgata, questo lo diciamo da anni. Nelle periferie, nelle borgate, queste problematiche non sono un dibattito tra le persone d’élite, ma qualcosa di molto più serio e reale.
Donne de Borgata nasce proprio perché le donne e le persone queer, precarie, disoccupate, migranti e studentesse nelle periferie sono state lasciate indietro da chi, a destra e a sinistra, non ha fatto niente per il sociale e ora prova (a parole) a trattarlo così, superficialmente, rendendo anche l’accesso ai diritti un lusso per poche e pochi.
Noi invece nasciamo per rappresentare le necessità di chi vive una realtà durissima, perché è donna e perché proviene da un contesto sociale ed economico non privilegiato e, se è immigrata, le difficoltà aumentano ancora di più. Senza casa, senza un contratto di lavoro, senza documenti, senza soldi per arrivare a fine mese.
In questa situazione, a noi donne delle borgate il dibattito sul «woke» non interessa e non appartiene. Per questo, per noi, le battaglie civili e quelle sociali devono camminare insieme, da sempre. Sapendo però – e la storia ce lo insegna – che i veri cambiamenti culturali e sociali non possono esserci senza cambiare anche i rapporti sociali e di potere.
Non basta “soltanto” cambiare il modo in cui il singolo parla o pensa: bisogna fare in modo che le persone abbiano gli strumenti, le risorse e le possibilità concrete per poter scegliere, partecipare e farsi sentire. Perché oggi chi vive condizioni di precarietà spesso non ha nemmeno la possibilità di partecipare a un dibattito che, di fatto, resta nelle mani di chi il potere lo ha già.
Fonte
Staycation, ovvero: l'estetizzazione della povertà
Staycation. È questo il nome che hanno dato al fatto di restare a casa per le vacanze, cosa che accadrà a 1 italiano su 2, prevalentemente per ragioni economiche. L’espressione in inglese serve a produrre una distanza semantica e a trasformare la rinuncia in una tendenza. Se ci pensate, non è la prima volta: spesso lo si fa con lavori particolarmente pesanti (rider, ad esempio, suona più contemporaneo di fattorino) oppure – ne abbiamo parlato tante volte – con la dimensione abitativa; abitare in pochi metri quadri è “micro-living”, e l’inglese viene utilizzato come vernice narrativa per rendere immediatamente più moderne o desiderabili condizioni che in italiano apparirebbero più dure. Questa volta tocca alle vacanze.
Pensate che questa espressione, Staycation, risale alla Seconda Guerra Mondiale: negli Stati Uniti, benzina e pneumatici venivano razionati e gli spostamenti non necessari erano fortemente limitati; la Gran Bretagna, invece, invitò la popolazione a trascorrere le ferie vicino casa per non gravare sui trasporti, necessari allo sforzo bellico. Parliamo in ogni caso di contesti anglofoni, in cui il neologismo era semplicemente una crasi (in italiano potrebbe essere vacasa) e non rispondeva al bisogno di mistificare o glamourizzare una condizione dichiarata ed emergenziale di scarsità.
Oggi quella scarsità non solo non è più emergenziale, ma è così strutturale che sentiamo il bisogno di trasformarla in scelta, tendenza, lifestyle. Non potendo intervenire materialmente sulla scarsità, decidiamo di agire sulla narrazione che ne facciamo. Così, trovare il lato positivo suona come una totale depoliticizzazione della faccenda, che spazza via qualsiasi domanda o rivendicazione sulla povertà e neutralizza il conflitto. Il problema sociale viene trasformato in capacità individuale di adattamento e raccontato come una scelta, per di più virtuosa.
Tanti sono gli articoli, più o meno critici, che sono stati scritti a partire dall’agenzia ANSA che diffondeva i dati della ricerca (realizzata da Tecnè per Federalberghi) sugli italiani che non possono permettersi di partire. Nessuno questionava la parola scelta come snervante tentativo di romanticizzazione. Ma quello scritto da Vogue Italia sembra accogliere con favore ed entusiasmo questa voglia di estetizzare la povertà. Perché non si limita a descrivere il fenomeno ma inserisce nel titolo “che fa bene alla salute mentale” e si spinge a trovare 5 benefici del restare a casa per le vacanze. Con un risultato tragicomico e grottesco.
1. “è una vacanza economica”. E tanto per cominciare, inverte il nesso causa effetto. Il fatto di non partire (conseguenza) perché non si hanno i soldi (causa) diventa: grazie al fatto che non parto (causa) non spendo soldi (conseguenza) che – spoiler – non ho. Quindi non sto risparmiando perché scelgo di farlo, ma semplicemente non ho i soldi che occorrono ad allontanarmi da casa per le ferie.
È snervante ma provoca un riso amaro perché sembra assecondare il tono di voce di chi, in un mondo classista, cerca di raccontare a se stesso e agli altri le cose che non può permettersi come una scelta libera: sarebbe da sfigati dire “non posso”, in un mondo in cui sembra che tutti possano. Abbiamo assorbito la iper-responsabilizzazione individuale circa le nostre condizioni: non è colpa dell’inflazione, dei salari fermi a trent’anni fa, o dei lavori sottopagati. Questa scelta narrativa produce competizione e frammentazione: anziché parlarci con franchezza delle nostre condizioni materiali, e trasformare così quella condizione individuale in una rivendicazione collettiva, siamo portati a mistificare la realtà pur di non percepirci/essere percepiti come poveri. La reinterpretazione della scelta obbligata come scelta libera agisce sul racconto senza mettere in discussione la materialità
2. “È una scelta sostenibile”. Ci dicono che non partire è una scelta eco-friendly perché, con qualsiasi mezzo viaggiamo, comunque produciamo emissioni. E non per benaltrismo, ma francamente puntare sul senso di colpa per le emissioni che anche un viaggio in treno produce (“meno emissioni di carbonio: macchina, treni o aerei poco importa”) significa chiedere un sacrificio alle persone sbagliate. Un weekend in treno (500 km all’andata + 500 al ritorno) produce circa 23 kg di CO₂ per passeggero; un’ora di volo su un jet privato, invece, può produrre circa 2.000 kg di CO₂.
Oggi Vogue Italia ci fa la morale anche sui piccoli spostamenti in treno (poco importa!) ma nel 2020 era tipo “Vacanze in jet privato: 3 destinazioni per l’estate” o, più di recente, a maggio 2026, ci raccontava le vacanze di Bella Hadid a Saint-Tropez “a bordo di uno yacht di lusso”. Senza minimamente problematizzare l’impatto ambientale. Lo scorso 23 giugno ci proponeva “Ville da sogno da affittare in Italia”, con charter in elicottero... e potremmo continuare in eterno, mostrando come proprio dal mondo della moda sia a lungo stato costruito un immaginario inarrivabile fatto di lusso e celebrazione acritica del privilegio. E in questo punto ci mettono anche un po’ di “sano patriottismo”: se resti vicino casa puoi acquistare un souvernir da un artigiano della zona, supportare l’economia locale e mantenere intatte le magiche tradizioni local. Non solo ci chiedono di fare i turisti a casa nostra, ma addirittura ci invitano ad acquistare un souvenir. Siamo alla frutta. Ma il punto numero 3 è più esilarante...
3. “Non richiede organizzazione”. E certo che non richiede organizzazione, se non parti. Ma che vantaggio è? Arriveremo a dire che se non mangi non devi fare la spesa o lavare i piatti? Magari saremo chiamati a compiacerci di quanto sia eco-friendly questa scelta della fame, nella misura in cui non accendi i fornelli e non sprechi acqua? La domanda non sembra essere se ci arriveremo, ma quando. Secondo me manca poco.
E continua: niente ansia da prenotazione e, soprattutto, tante volte le foto dei posti che prenoti per il pernottamento si rivelano ingannevoli. Quindi, sai che c’è? Niente vacanza, niente fregatura. Non fa una piega.
4. “è una vacanza no stress”. Cioè, nel pezzo di cui sopra “Vacanze in jet privato: 3 destinazioni per l’estate” ci dicevano che viaggiare ed esplorare un nuovo posto – rigorosamente in jet privato – ‘può fare miracoli per la salute mentale ed emotiva: è un ottimo antistress, ci aiuta ad aumentare la nostra creatività e resilienza e ci dà una bella spinta per tornare carichi al lavoro.’ Adesso improvvisamente non fare un viaggio è la vacanza ideale perché riduce lo stress da viaggio.
Last but not least
5. “è educativa”. “La vacanza vicino casa riaccende la curiosità rispetto alla nostra identità, bene sempre più prezioso in un mondo sempre più omologato da luoghi senza personalità”. Mi avete convinto. Potrei fare un safari in Africa, visitare le capitale europee, andare a vedere l’aurora boreale, la fioritura dei ciliegi in Giappone, esplorare la Cina imperiale o recarmi in India. E invece, sapete che c’è? Rimango nella mia città: la visito con occhi diversi, cerco di dissociarmi e vestire i panni del turista, così da assaporare appieno il gusto della povertà. E della frustrazione di non potersi allontanare neppure per sbaglio, ostaggio del posto in cui “vivo” e lavoro.
Insomma, va bene trovare il lato positivo. Ma articoli come questo sono davvero un insulto alla nostra intelligenza. E sembrano prendersi gioco della condizione materiale (oltre che psicologica) di chi legge.
26/08/2026
Basta insegnare solo l’Occidente
Non è lontano il tempo – manca ormai una manciata di settimane – nel quale ricomincerà la scuola: e con essa forse il tormentone della “riforma dell’insegnamento” della Storia avanzata mesi fa dal ministro Valditara con l’invito a tornare a mettere al centro del lavoro scolastico la storia dell’Italia.
Al punto che, a scopo s’intende puramente indicativo, si era citato addirittura come modello il celebre racconto deamicisiano della Piccola Vedetta Lombarda.
Ma oggi, in tempi caratterizzati dall’unione politica dei popoli in grandi blocchi, è necessario superare il gap che rende ancora non solo impossibile, bensì perfino impensabile la soluzione di un soggetto politico-istituzionale unitario che riguardi l’intero continente e consideri lo stesso Mediterraneo.
È tuttavia evidente che le premesse storiche per tutto ciò vi sarebbero: mentre la vecchia trincea “occidentalistica” non regge più.
Oggi la stessa parola “Occidente” appare abusata e ambigua. Già addirittura un secolo fa Oswald Spengler ne preconizzava il “Tramonto”: ma quello di cui egli parlava era allora un altro “Occidente”, coincidente con la storia dell’Europa e dalla quale erano ancora esclusi gli Stati Uniti d’America, ch’erano pur ormai i padroni di gran parte del continente americano ed egemoni nell’Oceano Pacifico.
La realtà del nostro XXI secolo è ben diversa. Il tempo dell’“impero americano”, apparenze residuali a parte, è trascorso: gli resta ancora fedele solo la cosiddetta “anglosfera” (Gran Bretagna, Canada, Australia: escluso ormai il Sudafrica), oltre al Giappone, una parte del mondo arabo e musulmano – l’alleanza saudita-turco-pakistana [che si va però autonomizzando, ndr] – e alcuni Paesi latino-americani.
Quello è il “nuovo Occidente” isterizzato e aggressivo, tra il quale e i paesi del Brics adesso proprio un’Europa politicamente unita potrebbe collocarsi come elemento equilibratore.
Ma il comprendere le radici profonde dell’esigenza di una soluzione europeistica unitaria ci appare arduo perché – al di là di tristi vicende politiche – noi ignoriamo la nostra stessa storia: ed è qui che la scuola deve insistere.
Le forti premesse antropologico-culturali della nostra unità esistono da secoli. Essa si avviò fino dal VI secolo, nella frammentata area già appartenuta alla pars occidentis dell’impero romano, con la grande avventura latino-celto-germanica del monachesimo benedettino e celto-ibernico poi allargato a parte del mondo slavo fino all’Europa delle Università, delle cattedrali gotiche e delle istituzioni mercantili-creditizie medievali che fece tesoro anche delle esperienze ebraiche e musulmane, quindi all’Europa della cultura umanistica e cristiana di Nicola Cusano, di Pio II Piccolomini e di Erasmo da Rotterdam e al continente dello ius publicum europaeum dal quale sorse la migliore cultura illuministica prima che le ventate rivoluzionarie e la febbre contagiosa dei nazionalismi non ci portasse, attraverso due guerre mondiali e i loro disastrosi postumi, alla perdita del primato continentale che l’Europa aveva raggiunto e allo sfacelo attuale.
Pure, come dice il vecchio proverbio arabo, è nel buio della notte che si deve credere nell’alba. Un’alba che passi attraverso una rinnovata coscienza unitaria nella quale ormai tutte le genti del pianeta debbono potersi riconoscere: che ci consenta infine scorgere la verità secondo la quale la nostra unica identità definitiva della quale è necessario esser fieri è quella di una sola civiltà umana che, anche quando la terra era troppo vasta per gli uomini, si caratterizzava attraverso molteplici spesso misteriose vie di comunicazione le quali tuttavia, dopo la svolta cinquecentesca ch’ebbe l’Occidente europeo come protagonista, impararono lentamente e faticosamente a riconoscersi ciascuna come parte di una sola polifonica civiltà i cui vari popoli si sono passati nei secoli il testimone.
Quello che oggi è possibile e necessario, anche e soprattutto partendo dalla scuola, non è il rispolverare la vecchia accademica histoire universelle ottocentesca che pure ha segnato a sua volta una gloriosa generazione di studi e di ricerche (ricordate i volumetti della Feltrinelli-Fischer degli Anni Cinquanta-Sessanta, ancor oggi ripubblicati?), bensì una nuova storia sintetica di tutti i popoli della terra e delle differenti egemonie culturali che si sono succedute fra loro (l’ultima, fra XVI e XXI secolo, è la nostra, l’“occidentale”: sei secoli appena su sei millenni di storia delle differenti civiltà “superiori“: vale a dire, lungi da qualunque allusione razzistica, in grado di proporre un panorama articolato dei loro assetti sociali e dei loro saperi).
Tale storia, dotata di una solida base geoantropologica, potrà essere studiata e conosciuta, quindi amata, da tutte le genti della terra: con le sue scoperte, le sue invenzioni, le sue glorie religiose, artistiche e intellettuali. A tale scopo esistono ormai i nuovi strumenti tecnici e anche didattici: le risorse infotelematiche e l’Intelligenza Artificiale.
Il fatto è che bisogna uscire dall’universo di conoscenze storiche ormai limitate al “nostro Occidente” o in rarissimi casi poco più, inadatte ormai alla nostra stessa esperienza esistenziale.
È impensabile che in un mondo come l’attuale non si sappia globalmente quasi nulla di civiltà altissime come la cinese, l’indiana, la persiana, quella americo-precolombiana, quella dell’Africa nera, cioè appartenenti a giovani che si apprestano a guidare il genere umano nei decenni futuri o lo stanno già facendo; del resto, noi italiani pochino sappiamo della stessa storia degli altri Paesi europei – specie della parte orientale e meridionale del continente – o di quella dei ceti subalterni del nostro stesso Paese.
È giunto il momento di affrontare questa situazione e di cambiarla: e si tratterà di porre in atto una sorta di rivoluzione antropologico-didattica non solo per quel che concerne i contenuti quantitativi e la loro disposizione, bensì anche i metodi.
E forniamo subito, sinteticamente, un esempio e un modello concreti a tale riguardo. Se volete cominciare con il prendere in considerazione appunto un semplice ed efficace “caso manualistico” adatto alle scuole europee, ecco qua: The Once and Future World Order del grande studioso indoamericano Amitav Acharya, già presente nelle edizioni inglese e francese e molto diffuso dagli Stati Uniti al sudest asiatico, che in Italia è stato tradotto dalla brava Chiara Rizzo per i tipi della Fazi di Roma col titolo di Storia e futuro dell’ordine mondiale e relativo sottotitolo ch’è, da solo, tutto un programma: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente (2026, pp. XVIII-529, euro 24).
Che poi corrisponde al vecchio motto illuministico, Rien que la terre; o alla vecchia canzone anarchica che mio nonno m’insegnò quand’ero piccolo e nella quale, ora che sono un vecchio cattolico reazionario, ancora più fortemente credo: “La nostra patria è il mondo intero”.
Fonte
25/08/2026
La scarsità vale oro. Le aziende multiutility, mercato e crisi energetica
La multa ad A2A per manipolazione del mercato elettrico non racconta soltanto il comportamento di una grande azienda multiutility, ma rende visibile una contraddizione più generale del sistema energetico: ciò che per la società costituisce scarsità, e quindi maggiore costo, per chi controlla la capacità produttiva sì trasformara in una fonte di profitto.
È da questa contraddizione che conviene partire per comprendere la crisi del modello costruito attraverso le liberalizzazioni e, contemporaneamente, il ritorno della pianificazione pubblica come condizione necessaria allo stesso funzionamento del mercato.
L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha sanzionato A2A con 5 milioni di euro per comportamenti relativi al mercato elettrico del 2022, attraverso la deliberazione 279/2026/S/eel del 30 luglio 2026. Il meccanismo contestato è quello dell’economic withholding (trattenimento economico della capacità produttiva). In termini semplici, immaginiamo che in una determinata ora il sistema abbia bisogno di 100 MWh di elettricità e che 90 siano già disponibili.
Un produttore possiede una centrale in grado di fornire i 10 MWh mancanti, ma presenta quell’energia a un prezzo sufficientemente elevato da farla rimanere fuori dal mercato. La capacità non viene fisicamente sottratta, perché la centrale resta disponibile, ma viene resa economicamente indisponibile. Poiché la domanda deve comunque essere soddisfatta, diventa necessario ricorrere a un’offerta più costosa e il prezzo può aumentare.
Per un grande produttore che vende energia attraverso più impianti, la rinuncia a una quantità relativamente piccola può essere compensata dal maggiore prezzo incassato sull’energia che continua a vendere: in un esempio puramente illustrativo, 100 MWh venduti a 100 euro producono 10.000 euro di ricavi, mentre 90 MWh venduti a 130 euro ne producono 11.700.
Naturalmente non qualsiasi offerta superiore al costo marginale costituisce una manipolazione, perché esistono vincoli tecnici, costi di avviamento, manutenzione e altre ragioni economiche che possono giustificare differenti strategie di offerta. Proprio per questo ARERA deve verificare l’effettiva capacità dell’operatore di influenzare il prezzo e l’assenza di motivazioni legittime.
Il punto politico, tuttavia, precede l’accertamento dell’illecito: la società ha interesse a disporre della maggiore quantità possibile di energia a un costo sostenibile, mentre il capitale che controlla quella produzione di energia deve ricavarne il massimo rendimento. Quando l’offerta è abbondante i due interessi possono apparire compatibili; quando l’energia diventa scarsa, la loro divergenza emerge con maggiore evidenza.
Per famiglie e lavoratori la scarsità energetica significa aumento delle bollette, inflazione e riduzione del salario reale; per le imprese significa crescita dei costi di produzione. Chi controlla capacità produttiva, accumuli, stoccaggi o altre risorse decisive nei momenti critici può invece vedere aumentare il valore economico degli asset posseduti.
La stessa condizione materiale assume quindi un significato differente a seconda della posizione occupata nel rapporto economico: aumenta il valore economico del controllo sulla scarsità proprio mentre aumenta il costo sociale della scarsità stessa.
Il maggiore prezzo all’ingrosso non rimane confinato nella Borsa elettrica, ma si trasmette con tempi e intensità differenti sui venditori, sulle imprese e sui consumatori finali. Un contratto indicizzato al Prezzo Unico Nazionale (PUN) è più direttamente esposto rispetto a uno a prezzo fisso, mentre i fornitori possono attenuare temporaneamente gli effetti attraverso acquisti anticipati e coperture finanziarie.
Quando però il costo dell’energia aumenta in maniera significativa, il sovrapprezzo tende a propagarsi nell’intero sistema economico. È quindi particolarmente rilevante che, nel procedimento contro A2A, ARERA abbia costruito uno scenario controfattuale per stimare quale prezzo si sarebbe formato in assenza della strategia contestata, arrivando a quantificare quello che definisce il “massimo danno potenziale per i consumatori di energia elettrica ascrivibile a A2A”.
Quel numero esiste, ma nella versione pubblica del provvedimento non è conoscibile: sono coperti da omissis il mese preciso del 2022 interessato, l’incremento medio del prezzo in euro per MWh e l’importo complessivo del danno potenziale.
Conosciamo quindi la sanzione, cinque milioni di euro, ma non quanto la condotta sanzionata possa essere costata ai consumatori. Se un’autorità pubblica ha già effettuato quella stima,
renderla conoscibile e ricostruire quanto del sovrapprezzo sia arrivato
realmente sulle bollette diventa una rivendicazione immediata, sulla
quale possono essere utilizzati l’accesso agli atti e, se ne emergessero
i presupposti, anche strumenti risarcitori.
La questione di classe non riguarda quindi il funzionamento tecnico della rete elettrica, ma chi sopporta i costi delle scelte necessarie a mantenerla e chi si appropria dei profitti che ne derivano.
La vera alternativa non è più tra mercato e pianificazione, ma tra una pianificazione subordinata alla valorizzazione del capitale e una pianificazione sottoposta al controllo sociale e orientata agli interessi dei lavoratori.
Isolare il caso A2A come semplice deviazione di un singolo operatore sarebbe però fuorviante. Nel luglio 2025 ARERA ha pubblicato un rapporto sul Mercato del Giorno Prima relativo al 2023-2024, nel quale viene analizzato il funzionamento complessivo del mercato.
Per gli impianti a ciclo combinato l’Autorità individua possibili fenomeni di economic withholding in una quota significativa delle ore osservate, pari a circa il 30% nello scenario più prudenziale.
Nelle simulazioni controfattuali, sostituendo le offerte considerate potenzialmente riconducibili al trattenimento con offerte coerenti con il comportamento di un operatore price-taker (un operatore che accetta il prezzo di mercato senza essere in grado di influenzarlo), ARERA rileva impatti al rialzo sui prezzi zonali in almeno il 28% delle ore del 2023 e nel 25% di quelle del 2024, con differenze medie, nelle ore interessate, comprese fra 17 e 22 €/MWh nel 2023 e fra 15 e 24 €/MWh nel 2024.
Questi dati non equivalgono all’accertamento di manipolazioni da parte di tutti gli operatori analizzati, ma mostrano che il problema del potere sull’offerta non può essere ridotto alla condotta occasionale di una singola impresa.
Si manifesta qui una prima contraddizione del modello liberista. Il mercato dovrebbe produrre attraverso la concorrenza un comportamento tale da impedire ai singoli operatori di determinare il prezzo di una merce; nella realtà, a venticinque anni dalla liberalizzazione, l’autorità pubblica deve costruire simulazioni per stabilire quale prezzo si sarebbe formato se gli operatori reali si fossero comportati come i soggetti senza potere di mercato presupposti dalla teoria.
La concorrenza cessa così di apparire come una caratteristica spontanea del mercato e diventa una condizione che deve essere continuamente difesa e ricostruita attraverso regolazione e intervento pubblico.
Uno dei passaggi decisivi nella costruzione di questo sistema avviene in Italia con il decreto legislativo n. 79 del 16 marzo 1999, il cosiddetto decreto Bersani, emanato in attuazione della direttiva europea 96/92/CE. Produzione, importazione, esportazione, acquisto e vendita dell’elettricità vengono liberalizzati, mentre trasmissione e dispacciamento restano riservati allo Stato e la distribuzione viene organizzata attraverso concessioni.
La promessa politica della stagione neoliberista era che la rottura dei monopoli pubblici e la concorrenza avrebbero aumentato l’efficienza e prodotto condizioni più favorevoli anche per gli utenti. Il processo storico ha determinato un esito diverso: le vecchie municipalizzate non sono state sostituite da una moltitudine di piccoli produttori in concorrenza tra loro, ma fusioni, acquisizioni, quotazioni e aggregazioni territoriali hanno favorito la formazione di grandi multiutility capaci di operare sui mercati nazionali ed europei.
A2A è controllata per metà dai Comuni di Milano e Brescia, Iren è a maggioranza pubblica, Hera conserva una forte presenza degli enti locali, mentre Acea è controllata da Roma Capitale.
Questa presenza pubblica nella proprietà non modifica però la funzione economica assunta dalle società, che devono produrre margini, remunerare il capitale, distribuire dividendi, finanziarsi sui mercati e competere con altri gruppi. La liberalizzazione non ha dunque semplicemente trasferito aziende dal pubblico al privato, ma ha trasformato anche una parte della proprietà pubblica in capitale.
Il Comune che possiede una multiutility viene così attraversato da una contraddizione strutturale: come istituzione rappresenta cittadini e lavoratori che hanno interesse a servizi accessibili e prezzi energetici contenuti, mentre come azionista è interessato alla redditività della partecipata e ai dividendi. Non si tratta quindi della sensibilità dei singoli amministratori, ma della funzione attribuita all’impresa: aziende nate per erogare un servizio sono state inserite in un meccanismo nel quale devono comportarsi come capitali e vengono valutate attraverso i criteri della loro valorizzazione.
Questa trasformazione si è sviluppata in una fase caratterizzata dall’integrazione crescente dei mercati e dalla relativa stabilità delle principali direttrici energetiche internazionali. L’espansione dei volumi, il trading (compravendita di energia sui mercati), le aggregazioni e la diversificazione potevano sostenere la redditività dentro un sistema nel quale gli approvvigionamenti apparivano relativamente prevedibili.
La crisi delle catene globali del valore, la guerra in Ucraina, la drastica riduzione delle forniture russe e la crescente competizione internazionale per il gas naturale liquefatto (GNL) hanno però modificato profondamente questo quadro.
Parallelamente, la crescita di fotovoltaico ed eolico aumenta la variabilità della produzione: nelle ore di abbondanza i prezzi possono diminuire fortemente, mentre quando la produzione rinnovabile si riduce acquistano maggiore valore le centrali programmabili, gli accumuli, gli stoccaggi, le interconnessioni e la flessibilità della domanda.
Di conseguenza non conta soltanto quanta energia si produce, ma quale capacità si controlla nel momento in cui il sistema ne ha bisogno.
La sicurezza energetica richiede però che capacità e infrastrutture esistano prima dell’emergenza. Reti, stoccaggi, accumuli, interconnessioni e impianti di riserva devono essere programmati su orizzonti pluriennali, anche quando una parte di essi rimane inutilizzata per lunghi periodi.
Se il prezzo di mercato fosse sufficiente a indirizzare autonomamente tutti gli investimenti necessari, non sarebbe necessario remunerare separatamente la capacità; esiste invece il capacity market (mercato della capacità), attraverso il quale gli operatori ricevono una remunerazione per garantire che determinata capacità produttiva rimanga disponibile quando il sistema ne avrà bisogno.
Allo stesso modo, quando i ricavi di mercato non garantiscono sufficiente certezza agli investimenti vengono utilizzati contratti di lungo periodo e meccanismi di stabilizzazione, quando i prezzi diventano socialmente insostenibili intervengono i governi e quando l’esercizio del potere di mercato minaccia la formazione dei prezzi interviene il regolatore.
Il paradosso prodotto da un quarto di secolo di liberalizzazioni sta precisamente qui. Il mercato è stato costruito come alternativa alla pianificazione pubblica diretta, ma il suo funzionamento dipende sempre più da decisioni pubbliche che programmano infrastrutture, garantiscono capacità, sostengono investimenti, assorbono gli shock e regolano i comportamenti degli operatori.
La crisi del modello liberista non elimina la pianificazione: mostra che il capitale ha bisogno di una pianificazione crescente per continuare a valorizzarsi.
La questione diventa allora quale funzione debba avere questa pianificazione. Oggi lo Stato e le autorità pubbliche garantiscono una parte crescente delle condizioni generali della produzione energetica e ne assorbono una quota rilevante del rischio, mentre gli asset che diventano particolarmente preziosi nei momenti di scarsità rimangono strumenti di valorizzazione dei capitali che li controllano.
La socializzazione riguarda quindi non soltanto i costi delle crisi, ma la costruzione stessa delle condizioni che rendono possibile la redditività privata.
Il caso A2A rappresenta, secondo l’accertamento dell’Autorità, il punto in cui l’utilizzo privato del potere sulla capacità ha superato il limite fissato dalla regolazione; tuttavia la contraddizione esiste prima di quel limite, perché per la società la scarsità deve essere ridotta, mentre per il capitale che controlla una risorsa scarsa essa può aumentarne il rendimento.
Da questo punto di vista, contrapporre semplicemente mercato e pianificazione significa ormai discutere di un’alternativa che lo sviluppo materiale del sistema ha già superato. L’energia viene pianificata e dovrà esserlo sempre di più, perché la sicurezza degli approvvigionamenti, la transizione energetica, le reti e la capacità di riserva non possono essere affidate alla somma delle decisioni immediate di imprese separate. Il vero conflitto riguarda quindi il contenuto della pianificazione, gli obiettivi che le vengono assegnati e i soggetti che ne esercitano il controllo.
La proprietà pubblica, da sola, non fornisce una risposta, come dimostra precisamente il caso di multiutility formalmente controllate dagli enti locali ma inserite pienamente nella logica della valorizzazione.
Un sistema energetico pianificato nell’interesse dei lavoratori dovrebbe invece assumere come criteri prioritari il contenimento strutturale del costo dell’energia, la tutela del salario reale, la sicurezza degli approvvigionamenti, la resilienza delle infrastrutture, la decarbonizzazione e la continuità delle produzioni socialmente necessarie, subordinando a questi obiettivi la formazione e la destinazione del surplus.
La questione di classe non riguarda quindi il funzionamento tecnico della rete elettrica, ma chi sopporta i costi delle scelte necessarie a mantenerla e chi si appropria dei risultati economici che ne derivano.
La vera alternativa non è più tra mercato e pianificazione, ma tra una pianificazione subordinata alla valorizzazione del capitale e una pianificazione sottoposta al controllo sociale e orientata agli interessi dei lavoratori.
In questo quadro, anche la richiesta di rendere pubblico il massimo danno potenziale ai consumatori calcolato da ARERA assume un significato che supera il singolo procedimento: parte da una vertenza concreta su chi abbia sostenuto il sovrapprezzo, ma conduce direttamente alla questione di chi controlli le informazioni e le decisioni fondamentali del sistema energetico.
Il decreto Bersani e la stagione delle liberalizzazioni promettevano che la concorrenza avrebbe disciplinato gli operatori e reso più efficiente l’allocazione delle risorse; oggi il pubblico deve programmare le reti, garantire la capacità, sostenere gli investimenti, assorbire gli shock geopolitici, proteggere gli utenti nelle crisi e impedire che il potere degli operatori alteri la formazione dei prezzi.
La pianificazione, dunque, non è una proposta da introdurre in futuro: è già una necessità materiale del sistema. Il punto politico è sottrarla alla funzione di garanzia della valorizzazione privata e trasformarla in uno strumento di controllo sociale della produzione energetica, perché in una fase nella quale il controllo della capacità disponibile nei momenti di scarsità acquista un valore crescente, decidere chi controlla quella capacità significa decidere anche a quali interessi deve rispondere il potere sull’energia.
Fonte
24/08/2026
Il fattorino come imprenditore di sé
C’è più di qualcosa che stride nel racconto di Marco Coppini, rider a 60 anni. La Nazione, quotidiano da poco entrato nella galassia di Leonardo Maria Del Vecchio (è sempre importante fare caso alla proprietà dei giornali su cui leggiamo questo tipo di storie), ci propone l’intervista ad un orafo che – in seguito alla crisi del settore in cui operava – ha scelto di cambiare vita.
Questo è il primo elemento: raccontare come scelta una scelta obbligata; vestire di libero arbitrio qualcosa che di base subiamo, come il repentino cambiamento di un mercato, è un elemento essenziale della retorica neoliberista. “Ho deciso di cambiare tutto”, eppure nell’articolo si parla distintamente di crisi del settore. Che viene subito riconvertita, sul piano narrativo, in ‘giro di boa’, ‘molla che lo ha spinto ad appendere il campionario al chiodo’. E così, si passa la palla alla capacità individuale di reagire o meno, di riorganizzarsi, di reinventarsi. A Marco, rimasto senza lavoro, non resta che – a sessant’anni – cercare un’opportunità di guadagno nella “gig economy” (letteralmente: economia dei lavoretti. Ancora una volta l’inglese ci aiuta a produrre una distanza semantica).
Il giornale costruisce attorno alla sua storia un modello di autoimprenditorialità.
Questo
taglio trasforma una condizione materiale in una caratteristica della
personalità: non rimane disoccupato perché è intraprendente; per
converso, chi è disoccupato evidentemente è pigro.
La frustrazione di Marco, che era rimasto a casa, viene raccontata come spirito di azione irrefrenabile, nonché esemplare (se no, perché lo staremmo raccontando su un quotidiano? Per elevarlo a esempio). “Durante il lockdown non accettavo l’idea di restare chiuso in casa (…)” così ha mandato la candidatura a Deliveroo, e dopo appena venti giorni (!) ha cominciato a lavorarci. L’immediato riscontro, apparentemente il segnale dell’efficienza di un’azienda pronta a offrire delle opportunità, è invece il sintomo di un modello di reclutamento che, soprattutto durante il boom delle consegne a domicilio nel lockdown, aveva tutto l’interesse ad assorbire rapidamente grandi quantità di manodopera.
Il lavoro di fattorino, inoltre, ha delle barriere bassissime all’ingresso e, servendosi di persone che non devono essere particolarmente qualificate (i requisiti pubblicati da Deliveroo sono: maggiore età, diritto a lavorare in Italia, mezzo proprio, smartphone e IBAN), “butta dentro” chiunque. I motivi per cui di solito una persona che è rimasta disoccupata a sessant’anni fa fatica a trovare lavoro (perlopiù legati alla spendibilità delle sue competenze, o alla volontà dell’azienda di riconoscerle sul piano della retribuzione, ovvero di investire nella sua formazione), nel caso di Deliveroo, semplicemente vengono meno. E non perché Deliveroo sia un’azienda magnanima.
Il lavoro, che ci viene presentato in apertura come vantaggioso perché (cit.) “Marco facendo il fattorino è padrone del suo tempo”, viene dettagliatamente descritto di seguito. Ed è qui che l’articolo raggiunge vette inesplorate di dissociazione cognitiva. È ironico che il paragrafo s’intitoli proprio così, “i vantaggi del nuovo lavoro”, ed eccoli a voi: 25-30 ordini al giorno, si vive di corsa anche a costo di sacrificare i rapporti umani. E continua: “Marco costruisce il suo stipendio sul costo di ogni ordine che si aggira sui 4 euro”.
Il concetto di costruirsi lo stipendio racconta come autonomia quello che invece è un trasferimento del rischio sul lavoratore: il reddito non è garantito e, per aumentarlo, l’unica leva disponibile è moltiplicare numero di consegne e ore di lavoro. Infatti, subito dopo, dichiara di lavorare tutti i giorni 12 ore al giorno, o più; e aggiunge: ovviamente lavoro per ferragosto e per le feste comandate. Ferie? Qualche giorno quando lo decido io.
L’avverbio, “ovviamente”, è l’architrave del ragionamento: in questo modello di occupazione, che Marco ha profondamente interiorizzato, il riposo non è neppure contemplato. Sei padrone del tuo tempo ma sei obbligato a spenderlo tutto lavorando. La Nazione decide di far uscire questa dichiarazione sul giornale (“ovviamente lavoro a ferragosto”) esattamente nel giorno di ferragosto: la secolarizzazione di feste, un tempo sacre per i lavoratori, è coerente con l’impianto vagamente propagandistico dell’articolo.
L’azienda non paga tempi morti, non si accolla la possibilità che una sera, ad esempio, ci sia pochissima gente ad utilizzare la piattaforma (nel qual caso, Marco resterebbe probabilmente privo di una paga). Deliveroo non ha bisogno di obbligare Marco a lavorare 12 ore o più (neppure potrebbe): è sufficiente pagarlo in modo tale che dodici ore diventino per lui la scelta economicamente più sensata, probabilmente l’unica – se non ha altri lavori – per autosostenersi. Questo modello, oltretutto, è fortemente abilista: se ti ammali, e non lavori, non vieni pagato. Ed è un problema tuo. Però, hey: puoi sempre andare a fare consegne con 40 di febbre! O sei un mollaccione?
La ciliegina su questa torta di neoliberismo è la descrizione della consegna più bizzarra: un tubetto di maionese alle 2 di notte. Immaginate di descrivere come bizzarra e basta l’idea che qualcuno, per un tubetto di maionese alle 2 di notte - probabilmente l’emblema di assoluta inutilità e non necessarietà di qualcosa (cosa cazzo ci fai di tanto irrimandabile con la maionese?) – movimenti un’intera macchina: il fattorino che deve macinare chilometri, l’impatto ambientale di questo capriccio.
La cosa curiosa è che l’articolo sia corredato da tutta una serie di foto di Marco Coppini, con lo zainetto brandizzato ben in vista, in posa durante il proprio lavoro: sullo scooter, vicino al McDrive, persino insieme alle cameriere dei ristoranti in cui ritira gli ordini. Non possiamo fare a meno di domandarci come nasca questo tipo di notizia, che sembra frutto di un vero e proprio reportage. O di un comunicato stampa confezionato ad arte.
Il linguaggio che Coppini adotta è curiosamente identico a quello della pubblicità di Deliveroo in cui facilmente inciampi scrollando sui social: “E se fossi tu a decidere quando lavorare? Ti piacerebbe lavorare quando vuoi tu?”. Possiamo solo ipotizzare che Deliveroo sia un’inserzionista del giornale, date le somme cospicue che spende in pubblicità. Il che sarebbe consolatorio, in un certo senso: diversamente, significherebbe che facciamo pubblicità gratuita alla piattaforma, e che il suo linguaggio è entrato nelle nostre coscienze.
Il virgolettato nel titolo è tutto. “4 euro a consegna ma sono felice”. L’avversativa – ma sono felice – compensa la scarsità della paga con un piano emotivo di soddisfazione personale. Cosa accadrebbe se qualcuno fosse felice per una paga addirittura inferiore? Avremmo risolto ogni problema di sfruttamento? La ricattabilità del lavoratore e la forte disparità nel potere contrattuale fra azienda e lavoratore sta alla base del diritto del lavoro; il ragionamento per cui “sono felice” sottrae questo rapporto al potere della legge, e lo sposta totalmente, pericolosamente, sul piano privato.
“Ripartire dalle proprie potenzialità” è un’altra espressione alienante: le potenzialità di Marco erano altre; ha dovuto cedere ad un ribasso, e interpretare come potenzialità personali cose che grossomodo chiunque potrebbe fare; compiti estremamente semplici, tipici di un lavoro scarsamente qualificato. Le qualità e le competenze acquisite in un altro campo, qui semplicemente non servono né gli vengono riconosciute.
In conclusione, possiamo davvero dire che Marco sia padrone del proprio tempo? Il suo tempo appartiene a Deliveroo. Semplicemente perché, se non lo trascorresse quasi tutto a fare consegne, guadagnerebbe davvero molto poco. Però è felice.
Italia - 3,4 miliardi in nuovi carri armati. Ecco il warfare del governo
Il Ministero della Difesa sta formalizzando una prima commessa da 3,4 miliardi di euro per l’acquisizione dei nuovi carri armati pesanti Panther KF-51 che saranno costruiti da una joint venture tra la Leonardo e la tedesca Rheinmetall Military Vehicles.
Questo primo stanziamento rappresenta il primo passo di un piano di riarmo molto più ampio – stimato in 23,2 miliardi di euro complessivi – destinato a trasformare in profondità la capacità militare terrestre dell’Italia con l’acquisto di circa 280 carri armati e oltre 1.000 veicoli da combattimento per la fanteria.
Secondo InfoDifesa, la commessa da 3,4 miliardi per il nuovo carro armato Panther KF-51 dovrebbe servire a sbloccare l’avvio della produzione dei primi mezzi e a definire la pianificazione operativa per le unità destinate all’Esercito Italiano.
“La trattativa industriale tra Leonardo e Rheinmetall è entrata nella fase più delicata: l’obiettivo è arrivare alla firma entro settembre, ma il calendario resta legato alle effettive disponibilità di cassa della Difesa. Un eventuale rallentamento contabile potrebbe far slittare la chiusura dell’accordo all’anno successivo”.
La nuova struttura industriale ruota attorno alla joint venture “Leonardo Rheinmetall Military Vehicles”, partecipata al 50% dalla Leonardo e al 50% dalla Rheinmetall. La joint venture è stata creata per sviluppare e produrre i futuri mezzi da combattimento destinati alle Forze Armate italiane.
Il piano prevede due linee principali:
- produzione dei carri armati Panther KF-51, destinati a sostituire progressivamente l’attuale Ariete;
- produzione dei veicoli da combattimento della fanteria A2CS, basati sulla piattaforma Lynx KF-41.
La quota di produzione destinata agli stabilimenti italiani dovrebbe attestarsi intorno al 60% delle attività complessive. In Italia verrebbero svolte lavorazioni su componenti ad alto valore aggiunto, tra cui torrette, elettronica di bordo, sensori, sistemi di comando e controllo, integrazione operativa e supporto logistico.
Un ruolo centrale sarà affidato alla sede di Roma e al polo industriale di La Spezia, con l’obiettivo di rafforzare la filiera nazionale della difesa terrestre e ridurre la dipendenza da fornitori esteri.
La spesa militare dell’Italia nel 2026 resta al momento fissata al 2,8% del PIL, come è stato comunicato da Roma in sede NATO. Il governo, per ora, ha scelto di non ricorrere ai crediti di guerra europei del fondo SAFE destinati agli acquisti congiunti di armamenti.
Ma la tendenza ad aumentare la spesa militare e ad utilizzarla come leva per l’economia appare ormai strutturale, un vero e proprio sistema di Warfare che sta conformando l’intera Europa. Italia inclusa.
Fonte
23/08/2026
La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia
In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.
Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.
Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.
Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura antiaerea e antimissile dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.
La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.
Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.
In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.
In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.
In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.
Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.
Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.
L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.
Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.
Su questo esiste il campo largo?
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga investito nella transizione ecologica e nel welfare.
Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?
Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.
Ripeto, su questo esiste il campo largo? Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre...
Fonte