Marina ha 38 anni, lavora in una cooperativa di pulizie, guadagna 800 euro al mese, vorrebbe sposarsi con il compagno ma l’azienda sta tagliando le ore per risparmiare.
Stella lavora in un bar fino al mattino perché il marito ha abbandonato lei e la sua bimba di 4 anni e lei deve portare il pane a tavola. Guadagna 1100 euro. Per far quadrare i suoi conti, deve chiedere aiuto a sua madre, pensionata e vedova, che lo Stato sostiene con poco più di 700 euro.
Marco ha 42 anni, si fa il mazzo da mattina a sera. Va avanti e indietro sulla statale 18, rischiando la vita ogni momento. Guadagna 1700 euro, uno stipendio che dieci anni fa lo aveva fatto sentire Bill Gates e che oggi, con il carburante a 2,30 al litro, gli lascia ben poco potere d’acquisto. Dice che ama la fidanzata e vorrebbe un figlio da lei. Ma poi dice che di notte, nel letto, a luce spenta, si fa due calcoli e teme di non poter dare a suo figlio il futuro che spera per lui.
Poi c’è Maria. Maria ha 50 anni ed è in salute, per fortuna, ma non trova lavoro. Tre anni fa ha deciso di lasciare un marito idiota che l’assillava con scenate di rabbia solo perché aveva messo un like a un vicino di casa o sotto la foto di Stefano De Martino.
A lei dicono che non è più giovane per fare certi lavori o per impararli, e non è nemmeno vicina all’età pensionabile. Maria, come tante donne e tanti italiani, vive nel limbo dell’incertezza, non sa che ne sarà del suo domani e le viene impedito di sognare.
Il marito invia i soldi del mantenimento a singhiozzo e lei per mantenersi deve fare piccoli lavoretti in nero, fa le pulizie, stira ad ore, accompagna un’anziana a fare le commissioni, ma non sa mai quanto guadagnerà questo mese, se può permettersi una piega dal parrucchiere o se potrà mangiare pesce fresco almeno una volta.
Poi c’è Vito, nome italiano ma pelle scura, che sul cantiere deve lavorare il doppio degli altri perché lui è quello nero della situazione e quindi lo schiavo nell’immaginario collettivo. Nessuno glielo ha mai detto, ma lo ha compreso dagli sguardi e dalla risatine dei colleghi. Gli danno 1000 euro per fare lo schiavo sotto il sole e deve stare pure zitto perché siccome è nero non è che tutti siano disposti a dargli lavoro.
Va al lavoro in bici e ci arriva già sudato come una cozza. Ma non è per risparmiare. È perché lui la macchina non può comprarsela, nemmeno di seconda o terza mano. Non è per razzismo, eh, è solo che quelli con la pelle scura sono schiavi e basta. Lavorano di più per guadagnare meno. Non lo so chi l’ha deciso ma è così. Per la società è così.
Questa è l’Italia di oggi. Non a Milano, non a Bergamo, non a Roma. Qui, da noi, al sud, nella meravigliosa Riviera dei Cedri, tutta sole e mare.
Al sud, dove una volta si viveva in serenità, dove una volta un operaio era benestante e comprava la villetta vista spiaggia.
Non oso immaginare come viva la gente al nord, dove una stanza condivisa costa 800 euro al mese.
Eppure sento parlare di tutto, di tutto, meno del fatto che lo Stato, dalla pandemia in poi, ci ha messo in modalità sopravvivenza.
Moriamo di più, perché facciamo meno prevenzione; siamo più tristi, perché non abbiamo svaghi; non facciamo più figli perché non li possiamo mantenere e perché il solo pensiero di metterli a questo mondo ci fa rabbrividire.
Ma siamo immobili, imbambolati, incapaci di reagire, di ribellarci e di far valere i nostri diritti.
Leoni sui social e coglioni innanzi al potere.
E non riesco ancora a capire il perché, cos’è che ci ha disarmato mentalmente.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/08/2026
L’Italia di oggi
11/08/2026
Vacanze amare in Sardegna per i sionisti, tra bandiere palestinesi e messaggi di pace
La famiglia, numerosa e dispersa tra Israele, Francia e Stati Uniti, aveva scelto una delle località più ambite del Mediterraneo per trascorrere qualche settimana di villeggiatura, ignara di ciò che avrebbe incontrato.
L’articolo lascia presto spazio all’indignazione: lungo tutto il loro percorso, i turisti israeliani si sarebbero imbattuti in numerosi inviti a “sloggiare”, accompagnati da messaggi di forte condanna verso chi sostiene e perpetua il genocidio a Gaza, con particolare riferimento ai membri delle forze di occupazione israeliane.
La sorpresa, però, è che la signora intervistata – membro della famiglia – non ha mai menzionato un luogo specifico in cui si sia sentita a disagio. Ha piuttosto descritto l’intera vacanza come costellata da simboli di solidarietà con la Palestina: bandiere e scritte apparivano ovunque, come se fossero disseminate lungo ogni tappa del viaggio.
Dai muri di Cagliari e Sassari, alle finestre delle basse case del Campidano, fino ai balconcini delle case a torre dei paesi del centro e del nord Sardegna, la presenza della bandiera palestinese e dei messaggi di sostegno al popolo palestinese era costante e pervasiva.
Non solo: in tutta l’isola si sono moltiplicate manifestazioni spontanee e iniziative più strutturate contro il genocidio, come presidi, cortei e sit-in, che hanno raggiunto persino piccoli borghi montani come Orgosolo – dove sulla scalinata della piazza principale è stata dipinta una grande bandiera palestinese – e località turistiche come Bosa.
Proprio a Bosa, durante i festeggiamenti civili in onore di “Santa Maria del Mare” – una ricorrenza che di giorno vede la processione delle barche che accompagnano il simulacro della Madonna lungo il fiume, dalla cattedrale alla chiesa della Marina, e che di notte si conclude con uno spettacolo pirotecnico sulla spiaggia – è accaduto un episodio particolarmente significativo.
Sull’antica torre aragonese che domina la baia, un potente laser ha proiettato le scritte “Maria era palestinese” e “No a sa gherra” (No alla guerra), mentre in cielo scoppiavano i fuochi d’artificio. L’intera spiaggia, gremita di bosani e turisti, non poteva fare a meno di notare quei messaggi.
La signora israeliana, che tra l’altro dichiara di essere madre di un soldato, racconta che “la famiglia è tornata a casa con una sensazione di dolore, segnata dai messaggi anti-israeliani che li hanno accompagnati durante tutta la visita in Sardegna”.
A corredo delle sue parole, alcune foto: una di queste è stata scattata chiaramente a Bosa, che ritrae la vetrina di un locale con un cartello che indica come non gradita la presenza dei turisti sionisti.
Chissà che anche loro non abbiano assistito allo spettacolo di Santa Maria del Mare – lei, sì, figlia della terra di Palestina.
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Dall’Italia una intensa presenza a Cuba per il centenario di Fidel Castro
Il prossimo 13 agosto a Cuba si celebrerà il centesimo anniversario della nascita di Fidel Castro. Per l’occasione sono previste moltissime attività alla quale stanno partecipando una settantina di delegazioni dal resto del mondo.
In questi giorni nell’isola assediata da un blocco statunitense genocida, sono arrivate anche dall’Italia numerosi gruppi di realtà solidali con la Rivoluzione Cubana.
Una delegazione della Rete dei Comunisti è a Cuba dalla scorsa settimana per partecipare alle cerimonie per il Centenario della nascita di Fidel Castro e a diversi incontri bilaterali.
C’è una brigata giovanile dall’Italia organizzata da Cambiare Rotta e Osa, che ha risposto all’invito dell’Unione della Gioventù Comunista cubana che oltre alle attività previste per le organizzazioni giovanili, tra le quali il lavoro volontario nei campi e gli incontri con i cdr nei quartieri, parteciperà ai lavori del Centenario di Fidel.
C’è poi una delegazione italiana, tra cui l’ Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, RdC e Usb, nella brigata europea José Marti organizzata dall’ICAP (Istituto Cubano per l’Amicizia tra i Popoli). Anche questa delegazione, dopo una serie di incontri e attività che hanno portato i partecipanti fino a Santa Clara, rientrerà a L’Avana per partecipare agli eventi del centenario.
Ad attraversare l’oriente dell’isola è invece il “Convoy Centenario”. È il terzo Convoy organizzato negli ultimi mesi dalla campagna Let Cuba Breath dopo quello di marzo e di maggio. Questo gruppo, organizzato in Italia da Aicec e tra i quali stanno partecipando Osa, Cambiare Rotta, Potere al Popolo, RdC, Usb, Cgil, Donne contro la guerra e il genocidio e Avs non sarà all’Havana, ma si concentrerà sull’oriente Cubano e sui luoghi dove si è sviluppata per prima la guerriglia del movimento 26 Luglio.
Tutte le delegazioni hanno portato nell’isola farmaci e beni di prima necessità che verranno distribuiti nei vari incontri previsti.
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La Rai smetta di essere la “scorta mediatica” di Israele
Il nodo italiano di Palestine Action ha lanciato una petizione alla Commissione Vigilanza sulla Rai, al consiglio di amministrazione della Rai, all’Ordine dei Giornalisti e all’Usigrai nella quale chiede che cessi la “scorta mediatica” della Rai agli abusi israeliani contro i palestinesi.
La Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese Occupato e Israele ha pubblicato il 23 giugno 2026 un nuovo rapporto, intitolato “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”, in cui conferma – dopo un primo rapporto del settembre 2025 – che le autorità e le forze di sicurezza israeliane continuano a commettere il crimine di genocidio, oltre a crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a Gaza e in Cisgiordania.
Il documento denuncia in particolare l’uccisione mirata di migliaia di bambini palestinesi e la distruzione sistematica delle condizioni di vita necessarie alla sopravvivenza della popolazione.
A fronte di queste conclusioni, ufficiali e documentate da un organismo delle Nazioni Unite, riteniamo che parte dell’informazione del servizio pubblico non stia raccontando la realtà con il rigore che la gravità dei fatti richiede.
Il 24 luglio 2026, durante l’edizione delle 20:00 del Tg1, è andato in onda un servizio del corrispondente Rai per il Medio Oriente Giovan Battista Brunori sull’assalto di coloni israeliani a un villaggio in Cisgiordania. Secondo quanto denunciato da diversi osservatori, il servizio ha ricostruito l’episodio presentandolo come un attacco da parte palestinese nei confronti di un gruppo di “escursionisti” – un termine che, se riferito ai coloni responsabili dell’aggressione, capovolge il rapporto tra aggressori e vittime e restituisce agli utenti Rai un quadro dei fatti non corrispondente a quanto documentato da fonti internazionali indipendenti.
Non è un caso isolato: nelle ultime settimane più programmi e telegiornali Rai, incluso il giornalista di Rai3 Antonino Monteleone, sono stati oggetto di critiche simili per il modo vergognoso e distorto in cui raccontano il genocidio in corso.
Cosa chiediamo
Come cittadini che finanziano il servizio pubblico con il canone, chiediamo:
- Che la Commissione di vigilanza Rai apra una verifica formale e prende provvedimenti concreti sul servizio del Tg1 del 24 luglio 2026 e su altri casi analoghi segnalati, valutando la conformità ai criteri di correttezza, completezza e imparzialità dell’informazione previsti dal contratto di servizio Rai-Stato.
- Che Usigrai prenda provvedimenti concreti, nell’ambito delle proprie competenze sindacali e deontologiche, per fare in modo che le scelte lessicali usate per descrivere aggressori e vittime in questi servizi rispettino il codice deontologico dei giornalisti.
- Che la Rai fornisca trasparenza sui criteri editoriali adottati nella copertura del genocidio perpetrato dallo stato sionista, alla luce delle conclusioni delle Nazioni Unite.
- Che in futuro la terminologia usata nei notiziari distingua chiaramente, sulla base dei fatti riportati dalle fonti sul campo, tra chi compie un’aggressione e chi la subisce.
Il servizio pubblico ha il dovere di raccontare la realtà – anche quando è scomoda – con precisione e senza distorsioni lessicali che alterano la percezione dei fatti da parte del pubblico. BASTA PROPAGANDA!
Chiediamo che questo principio venga rispettato.
*****
Con un comunicato l’Usb – Coordinamento Rai si è unita alla petizione contro il clima sempre più pressante di censura all’interno dell’Azienda.
“Come USB sosteniamo tutti gli sforzi per contrastare la propaganda sionista che permea la produzione tv e la produzione news, che denunciamo con forza; il pluralismo dovrebbe essere la base del Servizio Pubblico, e riteniamo che la Rai venga meno al compito per cui tutte le cittadine e i cittadini pagano il canone. Le più recenti affermazioni di Brunori e Monteleone ne sono l’esempio maggiormente rappresentativo, ma osserviamo con forte preoccupazione che la linea governativa manipola tutta l’informazione, la cultura e l’intrattenimento delle tre reti generaliste, ormai quasi totalmente occupate e ridotte a megafono della propaganda. Questo atteggiamento censorio si riflette inevitabilmente anche sulle lavoratrici e sui lavoratori, che negli ultimi mesi hanno partecipato con forza e convinzione alle battaglie a sostegno del popolo Palestinese, rivendicando il diritto a lavorare davvero per portare avanti una televisione diversa, che dia voce alla Palestina, che chiami con i giusti termini il genocidio tutt’ora in atto, e che prenda drastiche contromisure contro la trasformazione del Servizio Pubblico in un servizio di propaganda”.
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10/08/2026
[Opinione] - Basta un’autostrada per capire l’Italia
La società contemporanea è sempre più dominata dalla velocità e dalla smania di comodità. Non serve scomodare filosofi sudcoreani, azerbaigiani o antartici per capire come quella che viviamo oggi sia una società della comodità ad ogni costo, raggiungibile mediante la velocità e l’indifferenza per il territorio che ci circonda. Piccoli esempi: usare l’auto anche per brevi spostamenti, cercare il parcheggio più vicino possibile alla meta (ad esempio il centro storico di una città, le cui zone limitrofe appaiono intasate e iper inquinate) mentre basta andare pochi metri più lontano per trovare tanti posti liberi, prendere l’ascensore anche solo per fare uno o due piani, utilizzare per gli spostamenti autostrade e treni sempre più veloci al posto di statali e treni locali. In questa società della comodità si nota una sempre maggiore estensione della velocità in ogni ambito: non solo nei mezzi di comunicazione e di trasporto, nelle reti stradali e ferroviarie, ma anche negli acquisti e in pratiche quotidiane che investono la cultura. Ad esempio, è più facile e veloce acquistare online piuttosto che in un negozio come è più comodo e veloce procurarsi un e-book piuttosto che un libro cartaceo eccetera eccetera. Perfino le guerre, oggi, sono diventate più comode e veloci. Io, invece, odio la comodità e la velocità; odio la devastazione del territorio in nome della comodità e della velocità.
Mi trovo spesso a percorrere la A1 per Milano con la mia Mandoletti 850 a 20 cavalli che non è certo veloce. A volte, con terrore e spaesamento, mentre guido mi metto a pensare: questa autostrada è una striscia d’asfalto, nettamente separata dal territorio che la circonda. Corrono automobili veloci e grossi camion anch’essi sempre più veloci tanto che, più di una volta, succede che un camionista con le bandierine italiane e la faccia di padre Pio e la Madonna sul suo cabinato mi sfanala da dietro quasi attaccandosi al culo della mia Mandoletti, come in Duel di Steven Spielberg. Ma lì c’era uno psicopatico, qui invece un religiosissimo adepto della velocità e della comodità. Alla faccia dell’adesivo con la scritta “80” che ha appiccicato dietro. Insomma, continuo a pensare: veicoli modernissimi, elettrici, elettrificati e monobenzinati, a iniezione elettronica emetica e digitale, a diesel verdissimo e non inquinante, suv che sembrano scatoloni o mezzi d’assalto da far paura, berline fluenti, irruenti e dementi, dai fari bianchi e azzurrati che si dilungano in ghigni e dentature orripilanti che sembrano i tatuaggi di guerra delle popolazioni barbariche o i denti dipinti sugli aerei dagli americanos sganciatori di atomiche. Quei suv più grandi e più veloci sono veri e propri mezzi di guerra perché è una guerra quella che si consuma sull’A1, una guerra all’ultima velocità. D’altra parte, la guerra e l’immaginario bellico avvolgono dappertutto la nostra società; non solo a causa delle guerre che attualmente stanno devastando il Mondo in svariati luoghi ma anche perché gli individui sembrano aver introiettato dentro di sé il concetto stesso di guerra: spesso sono violenti, indifferenti quando non favorevoli alle devastazioni e ai genocidi (come quello in Palestina), favorevoli a qualsiasi utilizzo della forza bruta da parte delle forze dell’ordine, basta che la sicurezza sia tutelata. E non dimentichiamo che comodità significa anche portare il culto della sicurezza agli estremi, cioè finire a vivere in quartieri separati dal resto della città e sorvegliati da guardie armate, una specie di personale tropa de elite, come molti romanzi e film distopici ci mostrano.
Vedere quei suv e quei macchinoni che corrono in autostrada comunica un grande senso di violenza. Perché corrono? Perché vogliono essere comodi, vogliono arrivare prima degli altri per divertirsi o per lavorare (il che è perfettamente la stessa cosa) e sono indifferenti non solo alla mia lenta Mandoletti ma a tutto ciò che li circonda. E, di conseguenza, sono violenti. Vedere quei macchinoni che corrono è come leggere commenti odiosi e fascisti sui social, fatti dalla gente comune e per bene, religiosa e piena di belle famiglie che devono essere tutelate, che odiano gli stranieri e i diversi, che vogliono solo divertirsi in sicurezza, andare nei loro ristoranti e nei loro villaggi vacanze a bere i loro meravigliosi spritz all’indifferenza (io sono lento e preferisco il Campari). Che odiano coloro che protestano (e protestano perché hanno capito che c’è qualcosa che non va), che non gliene frega niente del cambiamento climatico, che danno sempre ragione a chi detiene il potere sotto qualsiasi forma in nome del rispetto delle regole anche quando appartengono al mai decaduto codice fascista italiano. Nella mia Mandoletti ho paura. Vedo questi Suv giganteschi che sfrecciano, coi finestrini chiusi e pieni di aria condizionata, e intravedo al lato guidatore braccioni abbronzati o tatuati vicino al finestrino, pieni di bracciali mentre al posto del passeggero siedono donne volgarissime coi piedi nudi in bella vista appoggiati al cruscotto. E allora mi ricordo quando da piccolo, in autostrada, vedevo correre e superarci grosse auto ai cui finestrini abbassati (allora l’aria condizionata non c’era) si sporgevano gli stessi braccioni violenti degli italiani che sfrecciavano in vacanza, indifferenti e guappi, che si muovevano e si muovono fra corsie senza mettere la freccia, che superano a destra zigzagando. Questa è indifferenza e violenza.
Basta percorrere un’autostrada (anzi, l’A1, la regina delle autostrade) e si riesce perfettamente a capire come mai in Italia ha imperato per vent’anni il fascismo, perché non è mai morto e non è mai stato annientato, perché è sempre sopravvissuto negli apparati di potere, perché ci sono state stragi di stato e terrorismi neri di ogni sorta, servizi segreti deviati, la bomba di piazza Fontana, della stazione di Bologna e tutte le altre bombe, l’assassinio di Pasolini, la democrazia cristiana, i socialisti e la corruzione, mani pulite e mani sporche, i golpe e gladio, i morti di Reggio Emilia, la mafia, gli anni Ottanta e la Milano da bere, Berlusconi e i paninari, canale 5 e striscia la notizia, drive in, la commedia all’italiana sessista volgare e misogina, gli anni Novanta e il loro niente, Jovanotti e la sua moto, il festival di sanscemo, la mattanza di Genova, incapaci calciatori superpagati, Vespa e porta a porta nonché il governo attuale. Mi sento più sicuro quando, invece del tir italico con bandierine guidato da un camionista panzone o di un suv con targa italiana guidato da uomini con capelli corti, occhiali da sole e braccioni tatuati, mi trovo dietro un’auto straniera che mette la freccia quando si sposta e non sfanala perché vado troppo piano.
Ma, guidando la Mandoletti nella corsia dei veicoli lenti, penso anche al territorio che circonda l’autostrada. Quei suv e quei macchinoni che sfrecciano sono del tutto estranei e indifferenti a quel territorio. L’asfalto è una ferita aperta nel cuore della campagna ormai essa stessa industrializzata, velocizzata, tecnologizzata e abbrutita dalla contemporaneità. Intravedo vecchie case coloniche ormai abbandonate, a pochi metri dal guard rail, cimiteri di campagna, paesini fantasma oppure caseggiati anni Sessanta, abitati e con le finestre aperte, periferie di altri paesi disperati spersi per la campagna nella canicola a 37 gradi. Intravedo rogge e torrenti ormai inquinati e le sponde del Po sempre più violentate e il livello dell’acqua sempre più basso. Penso a quando è stata costruita l’autostrada del Sole, fra il 1956 e il 1964, a quando migliaia di ettari di terreno agricolo sono stati devastati, a quando i contadini subirono espropri massicci e l’economia rurale è stata inesorabilmente spezzata. Da lì è cominciata la costruzione dei capannoni industriali che hanno sostituito l’agricoltura, quegli apparati, quelle fabbriche, quegli allevamenti intensivi, lager per animali. Quella campagna resta immobile e lontana ai margini dell’autostrada, della violenza e della comodità. Proprio ai margini, emarginata, ritenuta ‘diversa’ come può essere diverso un contadino africano rispetto a un manager alla guida di un suv. Una campagna ferita ma che immagino ancora capace di raccontare storie, se solo si sapesse ascoltarle, se solo si avesse la pazienza di andare più lentamente e di fermarsi ad ascoltare. La campagna intorno all’autostrada, nella sua anima, è un territorio ancora lento, ancora legato ai ritmi della natura, ai contadini che la abitavano e che parlavano solo in dialetto ai tempi in cui ancora quella stessa autostrada non c’era. Anche se oggi è tutto abbandonato, desolato, senza anima, eppure, guidando la Mandoletti percepisco che un’anima c’è ancora, e mi parla. È un territorio pieno, straboccante di cultura, e aspetta soltanto che qualcuno rallenti il passo per poterlo ascoltare.
Mi piacerebbe pensare che i suv e i macchinoni sparati a velocità fossero a guida autonoma, che non ci fossero esseri umani al volante. Eppure ci sono, trasformati in robotici esseri, rozzi, volgari, interessati solo ai loro personali e privati interessi, alla possibilità di poter arrivare prima di tutti. Quei mezzi da guerra, quei suv che sembrano casseforti, mezzi d’assalto con le ruotone antiproiettile che vanno a velocità sovrumana mi fanno paura come mi fa paura la guerra. Eppure, come ho già detto, quell’autostrada stessa è una guerra, è un massacro di qualsiasi cultura, di qualsiasi territorio, di qualsiasi dimensione umana. Perciò, basta percorrere un’autostrada per capire anche come mai in Italia c’è questa grande indifferenza al territorio, perché si abbattono alberi per costruire qualunque cosa, perché si costruisce dove non si dovrebbe, perché la natura spesso e volentieri si ribella sotto forma di alluvioni e inondazioni. Quel territorio è lì, ai bordi dell’autostrada e non importa niente a nessuno, anzi sembra che tutti lo vorrebbero devastare e inquinare ancora di più. E a nessuno importa che, in un pomeriggio d’estate, in quel territorio ci siano quaranta gradi, basta stare al fresco dei propri condizionatori dentro proiettili sparati a tutta velocità. Ecco, questa è un’immagine emblematica dell’apparato culturale che circonda la società del riscaldamento globale. Una cultura che è subcultura mentre la cultura vera è là, in quelle campagne, agonizzante e morente.
E, guidando la Mandoletti, penso anche che, sempre di più, odio la velocità, la comodità e l’indifferenza. Tre concetti legati insieme, ai quali se ne può aggiungere anche un quarto: la violenza. Violenza diffusa, verbale, genocidaria, bellica, comportamentale. Ed è tutta qui: in questa indifferente velocità. Per fortuna sono quasi arrivato, dopo il casello esco a san Sallustio Milanese e mi immetto in una lenta provinciale, circondata da una campagna non meno devastata. Ma almeno non ci sono più quella velocità, quella comodità e quella violenza d’intorno. Resta l’indifferenza, quella sì, indifferenza per un territorio sempre più deturpato. Mi fermo, esco, vado a piedi (finalmente!) e, nonostante i giramenti di testa e i 37 gradi, cerco di continuare a pensare.
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09/08/2026
Fra la via Emilia e il West. Sulle morti di Abdelrahim Fakir e Monica Esposito
Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva.
Milioni di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e pietas.
Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato, quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime.
Fakir pare stia piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza dei supplizi, la camera delle esecuzioni.
Ci arriva piangendo? Si getta a terra in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a cui si consegna piangendo.
Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia.
La vita di periferia umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno, la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che spesso è solo una classifica delle sfighe?
Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale. Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o semplicistica di quell’evento.
Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo sempre un attimo prima che si realizzi.
L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di Neanderthal a oggi?
Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo?
Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?).
Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari. Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto, proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona?
Forse uno dei due stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono colpevoli di omicidio.
E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene.
Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo scudo.
Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello “strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime cadute dai suoi occhi increduli e disperati.
Che ci sarebbe di anomalo? In un paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero stancare lo spettatore.
Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella vita del mondo.
Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti: solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati.
Ma che c’entrano le grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in remissione dei nostri peccati.
Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima, gli invisibili che si barcamenano senza documenti.
Non era mai stato tanto citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel 1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer.
I due fratelli Piter e William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo.
Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in coma farmacologico.
Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il primo attentato del genere in Italia.
Invano, da due mesi, stanno provando a collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente. A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato, abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa, si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo?
Circolano voci demenziali – tipo che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il suo avvocato sia pagato da potenze oscure.
Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una “fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande, davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”.
Il clima è così pesante che persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato l’attentatore.
Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali, nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli “extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città che senza di loro sarebbe un paradiso in terra.
Esposito se la prende pure con il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere.
L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli stadi, si convertisse in liquidità e livore.
Chissà quante volte da ragazzino si sarà sentito dare del “maruchein” dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare, la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta cinicamente giocando sporco.
Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale.
Dire che la signora Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti a diventare vittima o carnefice quasi per caso.
Attaccarsi alle spoglie di Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie.
Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso.
La morte diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole furioso di piena estate.
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Cambiare rotta o naufragare
La settimana scorsa ho perso mia Mamma. Un lungo esilio ha fatto sì che io viva ormai in Corsica. Lei si è spenta a Genova, la nostra città. Traghetto subito e dolore intenso, costante. Ma...
La cosa più crudele, appena sbarcato, è essere, per la forza delle cose, messo a confronto con tutta una serie di questioni pratiche e immediate. Tutto va in fretta. Tutti mettono fretta. Mi sono dunque ritrovato a richiedere, in fretta, un documento, impossibile da ottenere telematicamente, all’anagrafe di Genova.
Corso Torino è uno stradone infelice che però viaggia, per chi ha la pazienza di precorrerne tutta l’avvilente tristezza, fino al mare. Nel bel mezzo, un palazzone sempre uguale e sempre lì, ben saldo e assolutamente senza vista mare. Fu un tempo ospedale civile, poi divenne scuola ed infine la sede centrale dei servizi civici.
L’ho sempre conosciuto così. La sua facciata perennemente identica. Mi ricordo le lunghe code di quando ero ragazzino, anni ‘70. Si aspettava, era noioso, ma alla fine della coda si era in qualche modo accolti. E Genova contava quasi 900 Mila abitanti e non i quasi 570 Mila odierni!
L’ufficio dell’anagrafe apre alle 7:30 e chiude alle 12:30. 5 ore di attività. Sempre così, anche nei miei remoti ricordi. La differenza è che bisogna, adesso, prendere un biglietto fornito da un robot e poi aspettare il proprio turno che corrisponde a un numero.
Uno solo è il robot, ma quanti sono gli umani in meno? Quanto vale il servizio di un robot? Aspettare...
La missione è evidentemente impossibile. “Ritorni domattina”, mi si consiglia: “noi apriamo alle 7:30, se lei arriva alle 7 e 20, con un po’ di fortuna, in un oretta o due potrebbe anche sbrigarsela”.
Il tutto sarebbe degno di una novella surrealista, se non fosse triste e banale realtà. Uno sputo in faccia al pubblico, un’offesa servita senza altri fronzoli formali dentro un luogo che dovrebbe, invece, incarnare la diligenza del... pubblico servizio! Una beffa, una barzelletta, un insulto.
In città la giunta è cambiata. Peccato che l’andazzo si sia però non esattamente migliorato. La più bella città del mondo meriterebbe, come anche le meno belle, di meglio... soprattutto quando governata da una nuova giunta che dovrebbe rivendicarsi decisamente «di sinistra» e non solo approssimativamente «antifascista».
Rivendicarsi chiaramente di sinistra, rafforzare e non demolire il servizio pubblico, ma renderlo più concreto, semplice, semplicemente accessibile. Investire in conseguenza, investire... umanamente. Essere coscienti che gli abitanti meritino di essere accolti e trattati con rispetto e attenzione. Nulla di più, ma nulla di meno.
Ben altro che essere invece sempre più dentro ad un impalpabile quanto astratto «campo» , talmente «largo» che manco più un vago «progressista» riesce ormai a riconoscerne il perimetro.
Ma, a proposito, chi mai l’ha detto che il «progresso» (senz’altra specificazione) sia anche sinonimo di miglioramento? Non certo il robot che mi ha accolto all’anagrafe.
Cambiare rotta energicamente o naufragare.
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Pozzuoli, la terza protesta in cinque giorni: la lotta paga
In pochi giorni una mobilitazione nata dal basso ha già ottenuto risultati concreti. È questa la notizia politica più importante che arriva da Pozzuoli, dove oggi si è svolta la terza manifestazione di protesta in appena cinque giorni.
POZZUOLI – Tre manifestazioni in cinque giorni. Un’escalation di iniziativa popolare che sta costringendo istituzioni, media e governo a confrontarsi con una situazione che per troppo tempo è stata ignorata o sottovalutata.
Dopo la prima manifestazione, tenutasi lunedì 2 agosto, qualcosa si è mosso immediatamente. I giornali locali, che fino a quel momento avevano dedicato alla vicenda un’attenzione marginale, hanno iniziato a seguire con continuità le ragioni della protesta e il malcontento crescente di cittadini e attività economiche.
Ma soprattutto è arrivata una prima risposta dal governo, che ha annunciato lo stanziamento immediato di 100 milioni di euro, segnale evidente che la pressione sociale esercitata sul territorio non poteva più essere ignorata.
La seconda tappa della mobilitazione si è svolta mercoledì con l’occupazione dell’Hub di via Artiaco. Un’iniziativa che ha ulteriormente alzato il livello dello scontro e che ha prodotto un altro risultato concreto: il sindaco di Pozzuoli ha assunto l’impegno pubblico a procedere alla realizzazione degli interventi richiesti in tempi brevi. Anche in questo caso è stata la determinazione dei manifestanti a imporre un’accelerazione alle istituzioni.
Oggi la protesta è tornata in piazza, o meglio sul mare. I manifestanti hanno infatti dato vita all’occupazione del porto di Pozzuoli, portando al centro della discussione le difficoltà crescenti vissute da cittadini, commercianti e operatori economici del territorio.
Tra le richieste emerse con forza vi sono la sospensione della TARI e dell’occupazione di suolo pubblico per le attività commerciali colpite dalla crisi e dall’emergenza che investe l’area flegrea.
Non si tratta soltanto di rivendicazioni economiche. La mobilitazione esprime una domanda di giustizia sociale e di tutela per una popolazione che da mesi vive in condizioni di forte incertezza, stretta tra difficoltà materiali e risposte istituzionali spesso lente e insufficienti.
Quello che emerge da queste giornate è un dato politico difficilmente contestabile: la lotta paga. Quando i cittadini si organizzano, costruiscono iniziativa collettiva e mantengono alta la pressione, il quadro cambia. Lo dimostrano l’interesse improvvisamente risvegliato dei media locali, i fondi stanziati dal governo e gli impegni assunti dall’amministrazione comunale.
Naturalmente nessuno dei problemi è stato ancora risolto. Le promesse dovranno essere verificate nei fatti e le risorse annunciate dovranno tradursi in interventi concreti. Ma la sequenza degli avvenimenti degli ultimi cinque giorni dimostra che senza mobilitazione probabilmente nulla di tutto questo sarebbe accaduto.
Per questo la giornata di oggi non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa di un percorso più ampio. A Pozzuoli si sta affermando l’idea che solo attraverso l’organizzazione e il conflitto sociale sia possibile ottenere risposte reali alle esigenze del territorio. E i primi risultati ottenuti sembrano dare ragione a chi ha scelto di non rassegnarsi.
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A canzoni non si fan rivoluzioni. Si, ma...
Solo al rientro a casa prendemmo coscienza che si era trattato del terribile terremoto del Friuli la cui onda lunga si era sentita sino a Milano. Probabilmente, eravamo anche presi da quanto ci arrivava dal palco, tra canzoni dal testo torrentizio e divagazioni altrettanto inarrestabili a cui si alternavano le generose sorsate di lambrusco di Guccini.
Fu una grande fortuna: se si fosse diffuso il panico in quel palazzetto sarebbe stata una tragedia. Questo è un ricordo che mi lega a Francesco Guccini, molto lontano nel tempo ma purtroppo per le circostanze, indimenticabile.
Non è mai stato facile scrivere di Guccini, si pensi al critico dell’Unità Bertoncelli che per avere criticato un suo disco è perennemente scolpito in una canzone come uno sparacazzate. Non mi addentrerò quindi in un esame critico della produzione gucciniana, peraltro molto varia e dalle influenze e ispirazioni disparate e nemmeno discuterò a fondo delle sue dichiarazioni politiche, spesso contraddittorie e incoerenti tanto da potersi associare al giudizio che Guccini, in un’intervista, aveva dato del suo scrittore preferito, Hemingway, a cui confessava il suo amore dicendo però che aveva scritto anche delle “solenni puttanate”.
Mi interessa di più scrivere di cosa ha rappresentato Francesco, classe 1940, per una generazione di allora giovani nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta e di cosa ha lasciato nella loro formazione e nella storia politica e sociale dell’Italia sino almeno agli anni Ottanta. Per questo, è necessario riandare a quello che era il panorama politico-musicale della sinistra degli anni Settanta.
Sinteticamente, la scena era dominata da due diverse figure di cantanti e musicisti: una più direttamente impegnata in politica anche attraverso la ricerca sulla musica popolare e al conseguente folk revival e una seconda invece rappresentata da altri che seguivano la strada cantautorale spesso anche all’interno, non senza difficoltà, del mondo discografico pop senza rinunciare a canzoni che avessero comunque un contenuto politico e sociale più o meno evidente.
Due mondi che purtroppo comunicavano poco tra loro e a cui erano ascrivibili da un lato il Nuovo Canzoniere Italiano di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Michele Straniero, Paolo Ciarchi, Ivan Della Mea, Rudi Assuntino e altri mentre sull’altro versante, tra altri, era Guccini.
Una incomunicabilità curiosa, se si pensa per esempio che Michele Straniero era stato uno dei fondatori del gruppo torinese Cantacronache che si proponeva di creare un musica cantautorale d’impegno che salvasse le classi popolari dallo stupidario sanremese, assumendo come modello gli chansonnier francesi e le musiche di Kurt Weill per le opere di Brecht. Giova ricordare che Straniero fu con Fausto Amodei Compagno cittadino, fratello partigiano… – Contropiano la voce più importante di Cantacronache, di cui oggi si ricorda soprattutto la canzone Oltre il ponte su testo di Italo Calvino.
Calata nel quotidiano, la contraddizione tra le due figure di musicisti che ho descritto, si realizzava nell’essere attivi, per i cantanti più esplicitamente politici, nelle feste delle organizzazioni della sinistra ma anche, con le loro canzoni, nelle piazze (Contessa, Morti di Reggio Emilia, Buttiamo a mare le basi americane ecc.) mentre altri erano presenti nello spazio privato, amicale, del tempo libero e degli affetti.
Sicuramente, Guccini appartiene a questo secondo mondo. Anche la sua canzone più “politica”, La locomotiva, pur se trascinante, non si presta a una manifestazione. Eppure, credo che le sue canzoni abbiano rappresentato molto nella formazione, anche politica, di intere generazioni.
Gli anni Settanta non furono affatto, come una certa vulgata vuole far credere, “anni di piombo” bensì un decennio di lotte, di ricerca e di importanti trasformazioni sociali. Anni in cui alle grandi lotte si associavano ancora forme di socialità di classe anche nelle città e nelle “osterie di fuori porta”, che oggi sono sparite.
Queste forme di socialità non erano esterne alle lotte della classe operaia e degli studenti anzi ne costituivano un substrato importante, nelle osterie come nelle case del popolo e nei circoli socialisti e comunisti. Guccini le ha cantate, così come ha raccontato molte storie di persone umili, diseredate e povere nella loro coscienza e nella loro dignità.
C’è di più: in quegli anni si cercava di ridisegnare anche un diverso rapporto tra uomo e donna, nelle relazioni e negli affetti. Credo che più canzoni di Guccini abbiano contribuito a sostenere nei giovani la ricerca di nuovi modelli di relazione tra uomini e donne, in un momento in cui su questo tema si sentiva la necessità di uscire dai superati modelli che il PCI non aveva voluto o saputo mettere in discussione.
Nelle canzoni di Francesco, siano esse tenere, nostalgiche o di memoria, emerge una sensibilità che risponde alla ricerca di un rapporto tra i generi dolce e di ascolto, mai prevaricatore. Tutto ciò riguarda il privato, e ripeto, Guccini non si canta in piazza, ma nelle osterie e nelle case. Ma proprio dagli anni Settanta in poi il femminismo ci insegna che “il privato è politico”.
Se pure ho fatto riferimento agli anni Settanta del Novecento, credo che i messaggi contenuti nelle canzoni di Guccini siano tuttora attuali e che in un momento in cui si parla di educazione all’affettività dei bambini/e e dei ragazzi/e potrebbero aiutarci. Tutto ciò non è poco, anzi è molto, anche se, e sono d’accordo con Francesco “a canzoni non si fan rivoluzioni”.
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08/08/2026
La salute non è negoziabile: se il caldo uccide, scioperare salva la vita!
Realtà ambientaliste, contadine e territoriali a difesa del diritto di sciopero e della salute dei lavoratori
La Commissione di Garanzia nega ai lavoratori il diritto di scioperare nelle ore di caldo estremo. Il messaggio politico è chiaro: in Italia prima muori e poi hai il diritto di scioperare. Per questo esprimiamo il nostro pieno sostegno alla mobilitazione promossa da USB e a tutte le lavoratrici e i lavoratori che stanno lottando per il diritto di difendere la propria vita quando lavorare diventa un pericolo.
La crisi climatica non è una minaccia futura: è una realtà che ogni estate mette in pericolo chi lavora. In 48 ore, in Italia almeno quattro lavoratori hanno perso la vita durante l’ondata di calore, tra cui una guardia giurata a Bologna e due operai in Lombardia, mentre continuano a susseguirsi decessi, ricoveri e malori durante le ondate di calore. In Spagna, nella sola fase iniziale dell’ultima ondata di calore, sono state stimate oltre 3.000 vittime attribuibili alle temperature estreme.
Quando il profitto impone di continuare a lavorare anche sotto temperature estreme, il caldo smette di essere un evento naturale e diventa una responsabilità politica. Di fronte a questa condizione, Governo e istituzioni continuano a proporre misure insufficienti. Se il lavoro si ferma, non viene garantito nemmeno il salario pieno: ancora una volta il costo della crisi climatica viene scaricato sulle lavoratrici e sui lavoratori.
Nel frattempo, cantieri e luoghi di lavoro continuano a rimanere aperti anche durante le ore di massimo rischio. È sempre più inaccettabile il ricatto imposto alle lavoratrici e ai lavoratori: scegliere tra salute e salario, tra vivere e portare a casa uno stipendio. Dai lavori logoranti nelle fabbriche, dove si respirano sostanze nocive, ai cantieri e ai campi esposti al sole, la logica è sempre la stessa: la produzione non si ferma, anche quando fermarsi significa salvare una vita.
Per questo ogni diritto conquistato dai lavoratori diventa un ostacolo per chi considera la sicurezza un costo e il profitto l’unica priorità. Per questo respingiamo con forza il tentativo della Commissione di Garanzia di limitare il diritto di sciopero e sosteniamo la mobilitazione di USB e di tutte le lavoratrici e i lavoratori. La salute viene prima del profitto!
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Cos’è l’antifascismo oggi?
di Giorgio Cremaschi
Se hanno ragione i principali esponenti di AVS, che ora affermano che la priorità sia “battere la destra”, allora l’alleanza che propongono con Renzi è anche troppo piccola. Infatti se la destra di governo dovesse ragionare come loro, si alleerebbe sicuramente con Vannacci, così come in fondo spera il centrosinistra. E allora anche Calenda e simili dovrebbero stare con il campo largo e naturalmente Rifondazione, la cui maggioranza è già disponibile, e chiunque altro.
Due schieramenti che si contendono il governo senza alcuna vera discriminante al proprio interno, se non quella di battere l’avversario. Il tutto nel quadro di una legge truffa che regalerebbe fino al 17% di deputati in più alla prima coalizione che raggiungesse il 42%.
Due campi opposti dove ci sarebbe tutto e il suo contrario in ogni schieramento. Due campi con Meloni da un lato, Schlein o Conte (o Salis) dall’altro, ad occupare tutta la scena, ognuno spiegando che “le differenze nel proprio schieramento sono fisiologiche” e che comunque “decide il capo”. Due campi che si contenderebbero la vittoria in un mare di astensionismo senza precedenti.
È questo che vogliono i “realisti” della “sinistra del campo largo”, mentre gli altri – gli euroatlantici puri e duri – hanno già fissato i loro punti insormontabili, dal riarmo europeo, alle armi all’Ucraina, al sostegno alla NATO e anche a Israele?
Se il rischio in Italia è quello di una dittatura fascista, in continuità con quella di Mussolini, AVS, il PD e quelli come loro nel M5S avrebbero ragione e anzi potrebbero essere accusati di non dire la verità con sufficiente chiarezza.
Ma se invece le spinte autoritarie fasciste e razziste del governo e in una parte della società hanno una origine nelle politiche economiche liberiste e in quelle di guerra, allora i fautori del campo larghissimo hanno torto marcio.
Il piano UE di 800 miliardi in armi serve a preparare la guerra totale alla Russia; entro il 2030 ha dichiarato ufficialmente il governo della Germania.
I paesi europei sono sottoposti alle ristrettezze delle politiche di austerità, dalle quali “si può uscire solo con le spese militari”. Le sanzioni alla Russia e la guerra commerciale alla Cina hanno sottomesso ancora di più l’economia europea a quella USA, alla faccia delle dichiarazioni di circostanza contro Trump. Tutto questo produce una crisi economica che alimenta rabbia, insicurezza e perciò domanda di “ordine”.
Poi ci sono i migranti, a cui tutta la UE risponde con una gara a chi è più efficace nei respingimenti e nelle deportazioni: “ne ho rimpatriati più io, no io!”
Infine c’è Israele, che continua il genocidio senza subire neanche una sanzione, neppure di quelle che non costano nulla.
Ecco se tutto questo non è decisivo, allora ci si può alleare con chi tutto questo lo sostiene, spesso a spada tratta. Si può fare il “campo larghissimo” anche se le posizioni di coloro con cui ci si allea sono le stesse che prevalgono nel campo avverso.
Se invece la guerra, il riarmo, l’economia di guerra, il sostegno a Israele, sono le prime discriminanti oggi, allora l’alleanza tra chi ha votato “no” alle armi e chi ne vuole “di più” è un danno alla stessa lotta per la democrazia.
La spinta reazionaria nelle società occidentali viene dalle ingiustizie sociali, dalle politiche di guerra, dai muri contro i migranti, dal modello israeliano sempre più importato. Se non si parte da qui, si opera di fatto per rafforzare la destra.
Negli USA la sinistra vince le primarie contro l’establishment democratico perché ha imparato lo lezione: non si combatte Trump sul suo terreno, ma su quello del rifiuto del riarmo, della guerra e del razzismo di Stato, a favore dei diritti sociali per tutte e tutti. Negli USA c’è una sinistra che si dichiara esplicitamente “socialista”, in Italia invece la sinistra ufficiale spera di vincere contro la destra contendendole il consenso dell’establishment guerrafondaio.
Se si tiene davvero alla democrazia, oggi più che mai bisogna rifiutare le unioni costruite solo “per vincere”, anziché per rappresentare.
Per la ripresa della democrazia sarebbe necessario che le coalizioni si scomponessero, che nessuna aggregazione raggiungesse la soglia che fa scattare il super-premio di maggioranza, cosicché il Parlamento fosse eletto in modo proporzionale, seppure con la falsificazione dello sbarramento al 3%.
Se non scattasse la legge truffa per nessuno, finalmente andrebbe in crisi quel sistema maggioritario che ha progressivamente svuotato la Costituzione antifascista. E finalmente il no alla guerra diventerebbe una grande discriminante politica e non solo una ipocrisia elettoralistica.
L’antifascismo oggi è prima di tutto ripudio della guerra e disarmo e se il campo largo non ci sta, è necessario che ci sia un campo indipendente che faccia propria questa discriminante. Serve alla pace e alla democrazia.
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La guerra dei vendi-patria alla Spagna
Appare infatti surreale che due paesi della cosiddetta Unione Europea si trattino a pesci in faccia a partire da un evento che con assoluta certezza è stato provocato da un paese terzo ed estraneo alla Ue come il Marocco.
L’«invasione di Ceuta» da parte di cittadini-sudditi marocchini, infatti, già dopo le prime 48 ore si era rivelata una provocazione organizzata dalla monarchia al potere, che aveva fatto circolare la notizia dell’abolizione dei controlli sulla frontiera con l’exclave spagnola per un giorno.
Come sappiamo, i governi di destra occidentali hanno colto la palla al balzo per attaccare frontalmente il governo di Madrid incolpandolo di scarsa determinazione nel contenimento dell’immigrazione (in realtà per un provvedimento che garantiva il permesso di soggiorno – non “la cittadinanza” – ai lavoratori del “sommerso” ricattati da imprenditori-schiavisti).
La UE nel complesso lì aveva dovuto fare marcia indietro dopo la riunione dei ministri dell’interno comunitari, che avevano appreso e verificato come nessuno – dicasi NESSUNO – dei circa 60.000 marocchini entrati a Ceuta era poi passato in Spagna. Quindi NESSUNO sarebbe prima o poi migrato in altri paesi della stessa UE.
L’unico governo rimasto «fermo» sulla posizione fasulla è stato non per caso quello italiano, apparentemente sotto la sferza competitiva dei vannacciani che crescono nei sondaggi a forza di cazzate sulla «remigrazione» dei «non italici». Ma se un governo ragiona allo stesso livello subumano di una pseudo-formazione che, tra le proposte “economiche”, prevede un futuro da raccoglitori di pomodori nei campi al posto dei “remigrati”, non sta messo proprio bene...
Il top è stato raggiunto con la sospensione del trattato di Shengen relativamente alla sola Spagna, seguito ovviamente dalle proteste di Madrid e dalla minaccia di applicare «ritorsioni proporzionate», ossia controlli alle frontiere sui cittadini di questo sfortunato paese. Il che, in piene vacanze estive (per chi riesce ancora a pagarsele), è un problemino per l’economia turistica (l’unica risorsa ancora in relativa crescita per questo declinante paese).
Quasi inutile dar conto del florilegio di sciocchezze dette nei comunicati italioti, vera summa della retorica fascistoide applicata ad una guerra dove fortunatamente non si spara: “L’Italia non accetta ultimatum o richieste dall’estero in materia di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere”. Controlli che rimarranno in vigore “almeno fino al 15 agosto e, in ogni caso, fino a quando non saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza e il terrorismo per l’Italia”, aggiungendo che in quella data è prevista una nuova “ondata migratoria” a Ceuta.
L’unica cosa seria è il riferimento esplicito alla data del 15 agosto, quando il governo marocchino promuoverà una nuova ondata di «invasori». Cosa che, secondo logica geopolitica, avrebbe dovuto provocare una «ferma protesta» italiana ed europea contro Mohammed VI, sovrano-scafista che ha evidentemente diversi interessi per usare i suoi sudditi come «proiettili» in una guerra ibrida vera, non farlocca come i «droni russi» (in realtà ucraini) su paesi europei.
In una classe politica continentale che ha abolito la conoscenza della Storia e si affida ormai solo a slogan muscolari che contrassegnano l’assenza di neuroni funzionanti, diversi esperti hanno cominciato a vedere ciò che dovrebbe essere evidente: questa crisi somiglia come un gemello monozigote a quella del 1975, quando il Marocco promosse la «Marcia verde» alla frontiera con il Sahara spagnolo approfittando della lunga malattia del dittatore Francisco Franco, che indeboliva oggettivamente la possibile risposta di Madrid.
Quella crisi terminò con il controllo di fatto di quell’area da parte marocchina, la resistenza dei Sahrawi appoggiati dall’Algeria, ecc. Quella «ripresa di sovranità», per quanto contrastata dalla popolazione locale, sembrava comunque inserirsi nel processo di decolonizzazione ormai quasi completato, che bene o male aveva portato al movimento dei «Paesi non allineati» con i due schieramenti geopolitici principali (la Nato e il Patto di Varsavia).
Ora Mohammed VI, figlio di quel re – Hassan II – ripete la mossa contando però su uno schieramento di alleati decisamente differente. La sovranità spagnola su Ceuta è per esempio messa apertamente in discussione dai due principali alleati-padroni della monarchia marocchina: Usa e Israele.
Per vostra informazione, dal 2020, il Marocco e gli Stati Uniti hanno stretto legami notevolmente più stretti. In quell’anno, Trump ha compiuto un passo storico riconoscendo le rivendicazioni di Rabat sul territorio conteso del Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele.
La scorsa settimana, Trump ha ribadito tale riconoscimento in una dichiarazione rilasciata dall’ambasciata statunitense a Rabat, proprio mentre i migranti affluivano a Ceuta. Rabat ha manifestato la propria soddisfazione per la decisione annunciando di aver intitolato al presidente un’importante autostrada.
Ad alimentare le preoccupazioni della Spagna riguardo ai territori in Nord Africa, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha reagito alle immagini dell’afflusso di migranti della scorsa settimana replicando alle critiche di Madrid sulla guerra a Gaza e la Cisgiordania, oltre che sulla guerra all’Iran, e contestando la presenza spagnola a Ceuta e Melilla.
“Forse, prima di continuare a farci la morale, è ora che [Sanchez, ndr] spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa”, ha scritto su X.
Vista da questo punto di osservazione decisamente meno provinciale si constata che è in corso una vera e propria guerra ibrida occidentale contro il governo di Madrid, tiepidamente “liberal-democratico” ma colpevole di non essersi allineato totalmente con Washington e Tel Aviv. Guerra in cui la destra franchista di Vox – col leader Abascal – fa da sponda interna, senza neanche accorgersi che questo ruolo di “vendi-patria” è l’opposto della presunta identità “nazionalista” che rivendica a fini elettorali.
Guerra, infine, cui partecipa, con la pochezza che lo contraddistingue, anche il governo Meloni.
L’alleanza dei «vendi-patria» procede così, usando teste di turco sempre differenti.
Fonte
“Temperature minime al mare altissime, ecco perché succede e perché conviene andarci a maggio o giugno”
Perché le temperature minime vicino al mare sono altissime e rendono impossibile dormire? Facile da spiegare: il mare è un gigantesco volano termico, impiega molto tempo a scaldarsi, però una volta che è caldo resta tale per mesi. E visto che i mari si stanno progressivamente scaldando, anche in profondità (il Mediterraneo secondo i dati satellitari Copernicus è circa tre gradi sopra media) l’energia presente nell’acqua è smisurata. Se il mare arriva a 30 gradi, le minime nelle zone costiere sono elevatissime”. Luca Mercalli, climatologo e presidente dell’associazione Società Meteorologica Italiana, ragiona su una delle tante anomalie di questa estate. Sottolineandone le conseguenze sulla salute: “La differenza tra 20 e 27 gradi in una temperatura minima notturna per il corpo umano è abissale. Paradossalmente, sarebbe meglio non andare al mare d’estate, e andarci a maggio e giugno, quando le acque sono ancora fresche in seguito all’inverno”.
Dopo mesi di silenzio sul clima, ora i media lanciano un
allarme all’insegna del panico: sarà l’estate più fresca della nostra
vita, andrà sempre peggio. È così?
I toni apocalittici nascono quando viene data un’assurda enfasi sui
fatti di cronaca, che possono essere limitati a giorni specifici, ma poi
si dimenticano in fretta. Invece i veri elementi di preoccupazione
devono essere continui e strutturali, ciò che viviamo è il sintomo di
una crisi climatica che diventerà sempre peggiore nei prossimi anni e
durerà secoli. Per questo serve una programmazione a lungo termine,
perché queste estati sono ormai la norma.
Questa estate sarà più calda di quella del 2003?
Molto probabilmente sì, anche se dobbiamo aspettare la fine di agosto
per avere i dati completi. In ogni caso si gioca la posizione con quella
del 2003, del 2022 e del 2026. Per avere un’idea del livello di
anomalia statistica, pensiamo che per l’estate del 2003 il tempo di
ritorno stimato senza crisi climatica era di mille anni. Ora invece è la
terza in poco più di vent’anni.
El Nino non c’entra, ancora?
No, non c’entra, per ora si sta rinforzando e crescendo di intensità
sull’oceano Pacifico, basti pensare alle alluvioni in Cile, in una zona
normalmente arida. Ma qui da noi al momento la causa dell’anomalia
termica è solo il riscaldamento globale, che genera una maggiore
espansione dell’anticiclone del Sahara, dove d’altronde pochi giorni fa
c’erano 50 gradi. El Nino culminerà a fine anno.
Dal suo osservatorio nota maggiore preoccupazione nelle persone?
Sicuramente le persone sono più scioccate e sentono sulla loro pelle il
peso di queste anomalie, ma molti stanno cercando fughe psicologiche: ho
visto aumentare messaggi di persone che mi chiedono se il caldo sia
legato, ad esempio, al gran numero di satelliti, al cambiamento di
inclinazione dell’asse terrestre o altre cause bislacche. È come se si
cercassero alibi invece che accettare la causa più logica, il
riscaldamento globale, una responsabilità collettiva legata al consumo
di energia fossile, alla deforestazione, agli allevamenti intensivi,
ovvero ai 60 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente che emettiamo in
un anno nella nostra atmosfera.
Ciò che è accaduto quest’estate era prevedibile dai modelli?
Sostanzialmente non c’è alcuna sorpresa scientifica, siamo nella parte
alta delle simulazioni che avevano una forchetta di incertezza, secondo
cui la media globale poteva aumentare di due o di quattro gradi a fine
secolo. Ricordo che se in Francia ci sono stati scostamenti giornalieri
anche di dieci e passa gradi questo deriva dal fatto che i modelli
indicano una media globale annua che include tutto il pianeta, dai
deserti agli oceani. Poi ci sono i picchi locali e temporanei.
Quello che dobbiamo fare è arcinoto, giusto?
Ma certo, lo sappiamo da oltre trent’anni, lo dice l’accordo di Parigi, è
contenuto dentro tutti i rapporti delle Nazioni Unite e degli enti di
ricerca internazionali. L’Europa è andata molto bene avanti con il Green
Deal, modello di sostenibilità all’avanguardia. Peccato che il
pacchetto di misure sia stato considerato un fastidio per l’economia, ad
esempio dal nostro governo, per cui sono state date deroghe che
spostano le date del raggiungimento degli obiettivi, si fa di tutto per
rallentarne l’applicazione. Per non parlare dello smantellamento
sistematico di ogni protezione ambientale fatto da Donald Trump, che è
uscito dall’Accordo di Parigi. Io però non mi capacito soprattutto di
una cosa.
Quale?
Come mai il mondo della finanza e dell’economia non si muovano: qualche
giorno fa su “Le Monde” c’era scritto che il caldo e gli incendi che
hanno avuto in Francia in questi mesi costeranno dai 3 ai 6 miliardi di euro e che
per questo non riusciranno a rispettare la diminuzione del debito
pubblico.
Cosa auspica per questo inverno?
Che davvero si continui a parlare di clima una volta passato il caldo,
anche perché poi tornerà. E che si smetta di guardare al caldo come
qualcosa che scende fatalmente dal cielo. Infine, che si parli anche del
legame tra caldo e bollette. Ma insomma, noi spendiamo 50 miliardi di
euro all’anno per comprare energie fossili dagli sceicchi così come
dagli Stati Uniti: proviamo a pensare se tutti questi soldi restassero
in Italia e venissero impiegati per fare energie rinnovabili, sarebbe un
volano per l’economia italiana. Come facciamo a non vedere
l’opportunità? Come possiamo accettare di pagare miliardi a paesi terzi
diventando anche ricattabili?
In conclusione?
Vorrei dare un messaggio costruttivo: non è vero che non possiamo più
fare niente. Possiamo almeno evitare di peggiorare, ecco, questo sì, il
clima resterà compromesso per secoli e forse millenni, ma possiamo
fermare un aumento di temperatura pericoloso per la specie umana.
Piantando alberi?
Piantare alberi è importantissimo ma non è la soluzione decisiva. Alberi
in città possono abbassare le temperature di due gradi, poniamo da 40 a
38. Forse occorre depenalizzare la responsabilità degli amministratori
per gli alberi non malati caduti durante temporali sempre più intensi,
altrimenti continueranno a tagliarli senza pietà. Ma il problema del
caldo e del clima è molto più complesso e vasto. Occorre che questa
complessità sia compresa da tutti, dagli amministratori come dai
cittadini. Occorre mettere tutti i saperi al servizio di questo
gigantesco problema esistenziale: non servono solo i climatologi, ma
pure i giuristi, gli ingegneri, perfino i filosofi!
Ponte sullo Stretto: il governo accelera per avviare i cantieri
Il Ministro dei Trasporti Salvini procede ostinato al servizio di Stretto di Messina SpA per spianare la strada all’approvazione del progetto del ponte sullo stretto. Dopo aver messo mano alla commissione della Valutazione di Impatto Ambientale – che si era permessa di porre delle prescrizioni ambientali e di salvaguardia – adesso è stato il turno del Consiglio superiore dei lavori pubblici.
Salvini ha rinnovato i componenti dell’organo inserendo un componente del comitato scientifico della società Stretto di Messina SpA, Mauro Dolce, e un iscritto al comitato Ponte Subito, Giuseppe Roberto Tomasicchio.
Una misura necessaria nel momento in cui l’organo è chiamato a valutare gli approfondimenti richiesti dalla Corte dei Conti, e ad approvare il progetto entro fine estate, secondo la tabella di marcia annunciata dal duo Salvini-Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina.
Il governo forza quindi la mano sulle valutazioni economiche e ambientali per dare il via libera al progetto, mentre la procura di Roma ha aperto un processo per corruzione che coinvolge la SdM SpA. La stretta sinergia tra governo e imprese smaschera gli interessi speculativi che portano soltanto devastazione nei territori di Messina e Villa San Giovanni.
Ma la funzione strategica del ponte ha origine nei palazzi dell’Unione Europea, per la quale l’opera si inserisce nella realizzazione del corridoio Scandinavo-Mediterraneo, parte della rete di trasporti transeuropea funzionale alla mobilità bellica di truppe e rifornimenti verso il confine mediterraneo.
Nel libro bianco European Defence Readiness 2030, pubblicato dalla Commissione UE, si spiega che “La mobilità militare è un facilitatore essenziale della sicurezza e della difesa europea. Grazie ad essa cresce l’abilità delle forze armate degli Stati membri e degli alleati di spostare rapidamente truppe e attrezzature attraverso l’Unione europea in caso di conflitto o di guerra ibrida intensificata”.
Non è un caso che la salvaguardia dell’ambiente, testa d’ariete della presunta transizione ecologica, si dissolva di fronte agli interessi economici e militari che stanno alla radice della vera transizione bellica in atto.
Contro al progetto utile solo per il profitto delle imprese costruttive, ci troveremo a Messina per il corteo No Ponte per dire no a un’opera che grava sulle persone e sul territorio con costi economici enormi e ricadute di impatti incalcolabili. Il territorio del meridione e della Sicilia, è già strangolato da eventi climatici estremi, cicloni, siccità, onde di calore e divorato dagli incendi.
L’unica necessità urgente sono investimenti nella messa in sicurezza del territorio. La frana di Niscemi, le enormi devastazioni dei due cicloni Harry e Jolina e i bacini idrici a secco non sono eccezionalità, ma gli effetti del cambiamento climatico congiunto a un modello economico volto alla speculazione e allo sfruttamento dei territori, incapace di mettere al centro la prevenzione e la messa in sicurezza dei territori stessi.
Per rovesciare questo sistema, che investe in grandi opere e riarmo, facendo ricadere i costi economici e ambientali sui territori, saremo sempre al fianco di chi lotta. Ci troveremo al corteo No Ponte, sabato 8 agosto ore 18.30 a Piazza Cairoli, Messina!
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La rendita immobiliare è nemica dell’umanità… e delle città
Un paio di anni fa, un ottimo libro – Prigionieri del mattone – ha analizzato sistematicamente tutte i danni, sia in alto che in basso, che la predominanza della rendita immobiliare rappresenta per lo sviluppo economico e sociale del paese. Di più, il fatto che più della metà della ricchezza privata del paese sia costituito da rendita immobiliare ne rappresenta un vero e proprio ostacolo in termini di ascensore sociale, mobilità, crescita demografica e possibilità di gestione dell’urbanistica delle città.
Ultima notizia a confermare tale scenario, in ordine di tempo, è che la trattativa tra il Comune di Roma e i proprietari dell’edificio – ex Inpdap, cartolarizzato e comprato dallo Stato da uno dei tanti fondi privati nati e prosperati proprio sulle vendite di beni pubblici – è naufragata nel tardo pomeriggio di ieri.
Il sindaco Gualtieri parla di “un no irrevocabile” ricevuto dalla società Investire Sgr e si dice “molto amareggiato” per “una comunità che ha saputo integrarsi nel quartiere e integrare persone fragili” e che ora “è un peccato disperdere”.
In termini formali sarebbe come mettere la parola fine per Spin Time e la sua esperienza sociale e abitativa, che tredici anni fa portò all’occupazione dell’immobile ex Inpdap abbandonato da tempo ma situato in una zona centrale di Roma e dunque appetibilissima per ogni forma di speculazione immobiliare.
Per la “proprietà” dell’edificio “non ci sono le condizioni di legalità e sicurezza per consentire l’utilizzo dell’immobile”. Afferma che rimane la disponibilità a proseguire la collaborazione con l’amministrazione comunale per arrivare alla cessione dell’immobile in tempi brevi ma nessuna apertura sul rientro degli occupanti, nonostante secondo Gualtieri l’offerta del Comune fosse “la migliore possibile” perché “noi ci impegnavamo in modo vincolante a comprare l’immobile al prezzo dell’Agenzia delle Entrate e a pagare l’affitto durante i primi mesi”.
Dunque un immobile comprato a prezzi di svendita nel quadro delle cartolarizzazioni Scip messe in campo nei primissimi anni Duemila dal governo Berlusconi (ministro Tremonti all’economia, ndr), sarebbe oggi stato riacquistato da un soggetto pubblico (il Comune di Roma) ma ai prezzi di mercato del 2026.
Eppure di fronte alla protervia della “proprietà” dell’edificio – il fondo Investire SGR – neanche il Sindaco sembra poter fare qualcosa per far rientrare le famiglie che da giorni sono in mezzo alla strada e colpite dall’ondata di calore che arroventa le città. È bene saperlo, prendere atto e comprendere che con questa protervia – sostenuta in modo vergognoso dalla destra – che dovremo fare i conti nei prossimi mesi.
È utile rammentare che la cartolarizzazione dei beni pubblici – immobili soprattutto – fu una vera e propria operazione finanziaria che ha premiato le banche e la rendita immobiliare e l’ha portata ai massimi livelli di appropriazione dei beni pubblici.
Per gestire la cartolarizzazione degli immobili pubblici venne infatti costituita la SCIP S.r.l. (Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici), una società di diritto con sede in Lussemburgo con un capitale sociale di appena 10 mila euro, detenuto in parti uguali da due fondazioni olandesi “gemelle” (la “Stichting Thesaurum” e la “Stichting Palatium”, costituite ad Amsterdam il 5 novembre 2001 e amministrate da un trust fund olandese, la “TMF Management BV”). Amministratore unico della società un cittadino britannico, il dott. Gordon E. C. Burrows.
Nella operazione SCIP 1 gli enti previdenziali (Inps, Inpdap etc.) cedettero 27.512 immobili (27.250 residenziali e 262 commerciali), con un valore stimato di 5,1 miliardi di euro e un prezzo di offerta rideterminato però in 3,8 miliardi per effetto degli sconti previsti dalla legge.
Nel 2002 parte l’operazione SCIP 2, definita dal ministro Tremonti “la più grande cartolarizzazione immobiliare fatta da uno Stato europeo”.
Con questa operazione sette enti previdenziali e lo Stato cedono alla SCIP S.r.l. 62.880 unità immobiliari (53.241 residenziali e 9.639 commerciali), con un valore di mercato pari a 10 miliardi di euro e un prezzo di offerta di 7,8 miliardi.
Ma l’operazione SCIP 2 va meno bene di quanto previsto e viene liquidata pochi anni dopo.
I risultati ci dicono che tranne le casse dello Stato, con le cartolarizzazioni ci hanno guadagnato soprattutto le banche (che hanno costituito appositamente i fondi SGR), gli investitori finanziari, gli immobiliaristi, le agenzie di rating, gli studi legali, in alcuni casi gli ex inquilini delle case degli enti previdenziali diventati proprietari.
Con le operazioni di cartolarizzazione una buona parte del patrimonio immobiliare pubblico (nel caso degli enti previdenziali, pagato dai contributi dei lavoratori) è stato venduto, con elevatissimi costi di gestione. I benefici per il pubblico, visti i presupposti, si sono rivelati inferiori alle previsioni iniziali e utilizzati per “fare cassa” e riempire i buchi del debito pubblico.
La liquidazione delle operazioni SCIP peggiorerà anche i conti pubblici dal 2009 per 1,7 miliardi di euro. Paradossalmente si tratta di soldi che serviranno agli enti previdenziali – e al Mef – per rientrare in possesso degli immobili messi in vendita e rimborsare i prestiti in scadenza.
Adesso la città di Roma – ma emblematicamente tutte le aree metropolitane alla prese con la questione abitativa e urbanistica – si trova di fronte ad una contraddizione insanabile se non rompendo le uova da qualche parte.
Da un lato ci sono centinaia di persone in mezzo alla strada, in emergenza abitativa e sanitaria a causa delle alte temperature, le quali formalmente hanno forzato la “legalità” in base ad un bisogno materiale occupando tredici anni fa un edificio inutilizzato ma con una “proprietà” riconosciuta ad un fondo speculativo immobiliare tramite le cartolarizzazioni. Dall’altra, appunto, un fondo immobiliare SGR che guadagna speculando sulle differenze di prezzo nell’acquisto e nella vendita, soprattutto per gli immobili in zone di pregio. Una cosa analoga, sempre a Roma, l’avevamo vista negli anni scorsi con la svendita di tutti gli immobili di pregio della Provincia ad un fondo SGR gestito da Bnp-Paribas.
Quindi intorno al palazzo dello Spin Time c’è una aperta contraddizione tra legalità e giustizia sociale, tra proprietà privata e interessi collettivi, si tratta di visioni della società, valori e interessi materiali che entrano in collisione tra loro.
Il fatto che per decenni si sia riconosciuta la priorità alla rendita speculativa immobiliare e l’intoccabilità della proprietà privata anche quando contrasta con gli interessi collettivi, hanno reso le città delle prede per gli squali della finanza, italiani ed internazionali, hanno fatto schizzare in alto gli affitti di abitazioni ed esercizi commerciali, mettono gente in mezzo alla strada ma lasciano degradare migliaia di case vuote, desertificano interi quartieri e ne stravolgono con la gentrificazione altri.
È dunque proprio nelle aree metropolitane che va fatto saltare il meccanismo perverso della rendita immobiliare. Esattamente come ne scriveva in modo eccellente Engels sulla “questione delle abitazioni” quasi centocinquanta anni fa e come fanno materialmente i movimenti sociali che occupano e riutilizzano a fini sociali e abitativi gli edifici lasciati inutilizzati dalla rendita immobiliare, suscitando però l’isteria del governo, della destra e dei suoi clienti.
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07/08/2026
Tre ricordi diversi per Francesco Guccini
Ieri ci ha lasciato, all’età di 86 anni, Francesco Guccini. Musicista e scrittore, Guccini è stato uno dei massimi esponenti del cantautorato “impegnato” e politico italiano.
Di seguito proponiamo tre brevi scritti di compagni, che ne hanno voluto tracciare un ricordo ciascuno a modo proprio.
*****
Ci lascia Francesco Guccini. Comunque la si pensi muore un poeta
Se ne va Francesco Guccini. Che piaccia o no uno dei cantautori più significativi di quell’epoca rivoluzionaria che attraversò gli anni che andarono dai ’60 agli ’80 del Novecento.
Anni segnati da un percorso culturale e ideologico che nelle sue molteplici declinazioni affondava le proprie radici nel marxismo o anche nel pensiero anarchico più originale e genuino.
Fu poeta e musicista. Cantore di una generazione, dei suoi sogni e delle sue disillusioni. Chi di noi non ha cantato almeno una volta e non si è commosso alle parole di “La locomotiva” “Auschwitz” “Un vecchio e un bambino” “Canzone per un’amica” “Cyrano” “Don Chisciotte” “L’avvelenata” “Via Paolo Fabbri 43” “Stagioni” “Canzone per il Che”?
So già che in tanti saranno pronti a giudicare da moralisti duri e puri. A dire che era un anticomunista. Un anarchico. Che non lo hanno mai amato perché non è mai stato un vero compagno.
Che è stato un opportunista. Un artista ambiguo (cosa che tra l’altro lui stesso riconosceva: basterebbe ascoltare “L’avvelenata”). Addirittura un artistucolo, come ho sentito definire persino Ken Loach perché trotzkista (certa gente dovrebbe imparare a tacere).
Di sicuro comunque, negli ultimi anni, Francesco aveva addirittura rinnegato alcuni brani, affermando di averne scritto i versi sotto i fumi dell’alcool e di non essere mai stato comunista.
Invecchiare non è facile. Invecchiare rimanendo coerenti poi, soprattutto in quest’epoca lugubre di trasformismi, abiure, fascismi variamente coniugati e dominio neoliberista, lo è ancor meno.
Ma l’unica cosa che non si può fare è trasformare la giusta appartenenza ideologica in un giudizio critico a priori (cazzo Kant) quando non di condanna intellettuale senza costrutto. Ciò rappresenta una torsione antidialettica che poco ha a che fare proprio col marxismo e con l’essenza di quel pensiero.
Che non è e non ha mai voluto essere un dogma, un breviario, un pretesco atteggiamento morale cui la realtà dovrebbe conformarsi. Bensì una lente grazie alla quale guardare con occhi lucidi e dubitativi la realtà.
E la realtà ci dice che Guccini è stato uno straordinario cantore di un’epoca. Un poeta e un musicista. E se non si riconosce questo, beh ci meritiamo Ultimo, Fedez e Achille Lauro.
Guccini può non piacere, certo. E si ha anche la libertà di disprezzarne l’arte. Ma bisognerebbe motivarne la critica. Non farlo sulla base esclusiva della propria ideologia. Non facendosi condizionare unicamente e semplicisticamente dall’uomo e dalle sue contraddizioni politiche.
Io per esempio ascolto e amo da impazzire quel fascista di Franco Califano. Conosco a memoria il “fascistissimo” Battisti. Leggo – e ne godo – quei nazisti di Celine e Pound. Guardo con immenso piacere i film del repubblicano Eastwood. E potrei continuare...
Se viceversa lo si fa (come fa anche il sottoscritto con tanti artisti) bisogna spiegarne e articolarne le coordinate critiche.
Altrimenti si taccia. Perché a bruciare libri e censurare gli artisti “a priori” ci hanno già pensato i nazisti. E oggi Picierno, Calenda, russofobi e sionisti di varia natura.
Da parte mia dunque dico grazie Francesco. Grazie per quanto hai scritto e per le emozioni che mi hai fatto vivere. Che la terra ti sia lieve...
Vincenzo Morvillo
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Guccini: credo sia più un effetto Vintage!
Come quelli della mia generazione (una parte ovviamente...) seguivo Guccini.
Non ero “perdutamente innamorato” delle sue liriche perché percepivo un intimismo che travalicava la “dichiarazione diretta”.
Certo “La Locomotiva” non lasciava spazio a fraintendimenti ma quel treno piaceva “sognarlo” e non vederlo sferragliare sui binari per davvero.
Volendo usare una metafora quando infatti ne è stata annunciata “la partenza”, gran parte dei viaggiatori, ed anche qualche conduttore, si sono precipitati a scendere dai vagoni.
Ovviamente Guccini era un poeta e gli va dato atto della sua autentica vena artistica che coinvolgeva oltremisura.
Ma il tempo scorre e come tutti i dispositivi, immateriali e non, è un meccanismo impersonale che va al di là dei Guccini o di chiunque di noi.
Tale dinamica, lentamente e poi sempre più nettamente, ha trasformato Guccini. L’uomo e la sua musica sono cambiati e si è affermato un atteggiamento compatibilista e di negazione/derisione perfino di alcuni suoi brani iconici.
Insomma – volendo citare Venditti di “Compagno di scuola” – anche Francesco... è entrato in banca!
Per carità nulla di irreparabile o di tragico... anzi una storia comune di questi decenni di “pensiero debole”.
Oggi – anche io – ritorno indietro nel tempo e rivedo Guccini nei cortei dell’epoca, nelle temperie di quel periodo o nelle inesistenti “Osterie di fuori porta” divenute oramai, tutte gourmet...
Penso che quelli che rimpiangono Guccini... in definitiva rimpiangono la loro passata giovinezza ed un sogno rivoluzionario “passato di moda”.
Purtroppo oggi è tutto tremendamente più complicato e controcorrente... quella “Locomotiva” ora sarebbe stata fermata dall’ Intelligenza Artificiale...
Comunque a Guccini preferivo Demetrio Stratos... e la sua “musica sporca e cattiva”.
Michele Franco
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Guccini e il guccinismo
Il Guccini, e il guccinismo, cui abbiamo voluto bene sta tutto quanto nei primi otto album. Soprattutto “Radici” del 1972, che resta il suo capolavoro.
Lui stesso ne scrisse a proposito di Piccola Città: «Quest’ immagine viene direttamente da una frase di Husserl. Il tutto infinito scorre infinitamente in una direzione, quale sia noi non possiamo saperlo».
Nel 1960 si sposta con la famiglia a Bologna dove a partire dal 1965 inizia a insegnare, pur non essendo ancora laureato, lingua italiana all’Università Americana.
Lì conosce Deborah Kooperman che lo introduce alla tecnica chitarristica del fingerpicking e il banjo (ha collaborato con Francesco fino al 1980, ma anche nei primi dischi di Lolli).
Lui appassionato della cultura beat adesso viene a conoscenza di Pete Seeger, Woody Guthrie, Cisco Houston, di cui Deborah era praticamente amica di famiglia. Così tra il '67 e il '70 incide tre album bellissimi.
Ma è con “Radici” che avviene il vero salto artistico e qualitativo. Un album che ha avuto un parto lungo, durato almeno due anni, e che riprende molti temi sessantotteschi in chiave anche esistenziale.
Incontro ne resta il mio brano preferito. Ovviamente per motivi anagrafici gli ho sempre preferito “Via Paolo Fabbri 43” che ho suonato/ pensato/cantato/raccontato tantissimo.
Lo comprai quando uscì nel 1976 e l’ho usato nelle feste che facevamo in casa mescolandolo con sonorità più dure. “Piccola storia ignobile” per esempio ne parlavo con le ragazzine che frequentavo...
Tutti dischi che poi regalai a un mio amico più giovane perché non li ascoltavo più alla fine degli anni '80. Successivamente li ho ricomprati tutti da capo.
Guccini poi è diventato intellettuale e scrittore di successo, che piaceva un po’ a tutti. Debbo dire che ha anche scritto ancora qualche buona canzone. “L’ultima Thule” era un buon disco, ma non vale “Il Grande Freddo” di Claudio Lolli, che ha mantenuto una coerenza artistica diversa.
Alla fine vorrei ricordare un episodio che ha raccontato Vincenzo Miliucci in una trasmissione radiofonica su Radio Onda Rossa di qualche anno fa.
Quando furono arrestati Daniele Pifano e altri, accusati del trasporto di missili palestinesi ad Ortona, Guccini si precipitò immediatamente in Abruzzo dove diede sostegno al presidio solidale in tribunale, bivaccando con i compagni nel sacco a pelo.
In vecchiaia si è avvicinato a posizioni politiche prodiane e poi piddiste che ho fatto fatica a perdonare.
Gigi Pop
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Dal governo Meloni via libera alla clausola di salvaguardia per il riarmo, il campo largo è spaccato
Mercoledì 5 agosto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è presentato alle due ali del Parlamento per le comunicazioni con le quali ha annunciato la volontà di attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle norme di bilancio UE per il riarmo. Si tratta, in sostanza, della possibilità di deviare temporaneamente dalle norme di bilancio del Patto di stabilità e crescita.
Era abbastanza scontato accadesse, dato che all’interno della clausola è prevista la flessibilità anche per gli investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, modifica avvenuta all’inizio di giugno proprio su istanza di Palazzo Chigi. Una farsa architettata tra Roma e Bruxelles, che mostra come l’ormai abbandonata transizione ecologica venga ritirata fuori solo per giustificare l’accelerazione sul riarmo.
Il piano illustrato dal titolare del MEF prevede di sfruttare appieno la flessibilità consentita da Bruxelles sul fronte energetico, chiedendo il massimo possibile, ovvero lo 0,6% del PIL, pari a circa 14 miliardi di euro. Riguardo alle spese militari, invece, Italia si attesterà su una richiesta dello 0,9% del PIL (circa 21-22 miliardi di euro), cifra da intendersi in maniera cumulativa per il periodo da qui al 2028.
Entro metà agosto 2026 la richiesta formale di attivazione della clausola verrà inviata a Bruxelles con la stima dei costi e l’elenco di massima delle misure. A ottobre è previsto che in merito si esprima l’Ecofin, il Consiglio dell’Unione Europea nella sua configurazione “economica”, e se tutto filerà liscio allora avverrà il voto del Parlamento italiano a maggioranza assoluta, per autorizzare lo scostamento di bilancio vero e proprio.
L’esito del passaggio parlamentare di Giorgetti ha visto l’approvazione della risoluzione di maggioranza, ma la giornata ha messo a nudo le forti tensioni politiche che attraversano sia lo schieramento di governo sia il campo largo, dato che questa decisione rappresenta un vero e proprio cappio al collo del paese.
Rispondendo alle sollecitazioni delle opposizioni, Giorgetti ha rimarcato che l’obiettivo primario del governo rimane quello di chiudere la legislatura uscendo dalla procedura europea per deficit. È evidente che la scelta presentata al Parlamento non aiuterà a raggiungere questo traguardo, anche solo per le sollecitazioni che causerà sui costi per il rifinanziamento del debito.
Anche per questo, in un certo senso, si chiude la gabbia dei vincoli europei attraverso il SAFE. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha presentato il ricorso al programma di acquisti comuni europei come una scelta tecnica per risparmiare un po’ rispetto all’emissione di titoli di stato italiani. Ecco preparata la trappola: i quasi 15 miliardi di spesa prenotati diventeranno la panacea contro un eccessivo aumento del debito, legando per anni, in maniera vincolante, una fetta importante della spesa pubblica alla deriva bellicista europea.
Quella che è una scelta politica diventa un’operazione di bilancio. E tuttavia, con le elezioni che si avvicinano, le formazioni parlamentari non possono rinunciare al teatrino necessario per dissimulare il fatto che tutti appartengono al partito unico della guerra. Sia a destra sia a “sinistra” si è tentato di distinguersi, soprattutto per sembrare estranei a una decisione che verrà pagata colpendo pesantemente la spesa sociale.
Nel corso della mattinata, una sospensione dei lavori richiesta dal governo è servita a riformulare il testo della risoluzione di maggioranza per ridimensionare il riferimento al SAFE. Nel testo approvato, infine, è stato scritto che per pagare lo scostamento seguente alla clausola di salvaguardia si potrà “valutare il ricorso a diverse condizioni ivi incluse ove ritenute vantaggiose quelle incluse al programma SAFE preordinando in ogni caso in via prevalente l’utilizzo dei fondi a sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale”.
Agitando un po’ di propaganda intorno a una “italica” spesa verso cui destinare il SAFE e, dunque, anche il maggiore impegno di bilancio, nei fatti anche il Carroccio ha aperto la porta al programma europeo. Ed è in sostanza la risoluzione stessa a confermare che la richiesta del SAFE avverrà proprio per coprire le maggiori spese dovute alla clausola di salvaguardia.
Il Partito Democratico ha criticato il governo per l’assenza di qualsiasi dettaglio sui reali interventi che intende fare, ma non ha messo in dubbio l’orizzonte bellicista. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha ribadito la ferma contrarietà della sua forza politica al riarmo, nonostante abbia aumentato lui stesso le spese militari e continui a sostenere lo sviluppo di una difesa europea (che è poi lo scopo del SAFE), ovvero della trasformazione della UE in un “porcospino d’acciaio”.
Per ora, qualsiasi resa dei conti interna al campo largo rispetto alle sfumature con cui aderiscono alla visione di una UE armata è stata rimandata proprio grazie alla votazione della risoluzione di centrodestra. Il testo unitario presentato da PD, M5S e AVS non è giunto al voto, e ciò è stato provvidenziale per la segreteria di Elly Schlein, dal momento che l’area riformista dem aveva già annunciato la propria contrarietà al testo, a loro avviso contrario agli impegni europei e atlantici.
C’è poco di alternativa nel campo largo, se posizioni così blandamente lontane dalle imposizioni di Bruxelles scatenano una tempesta nel PD, contro cui i pentastellati si giocano l’egemonia in un fronte sostanzialmente allineato con la deriva bellicista. Intanto, la stretta del riarmo fa un passo avanti.
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