Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
22/04/2026
Giappone - Rimosso il divieto all’export di armi letali
Quello che cambia, però, è soprattutto la postura internazionale del Sol Levante. La decisione smantella una politica di restrizioni che durava da decenni. Le norme precedenti, introdotte nel 1967 e rese ancora più stringenti nel 1976, limitavano l’export militare giapponese ai soli equipaggiamenti non letali, come strumenti di sorveglianza o mezzi per lo sminamento.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Asahi, Tokyo manterrà formalmente il divieto di esportare armi verso paesi coinvolti in conflitti attivi. Tuttavia, è stata introdotta una clausola cruciale: sono previste esenzioni per “circostanze speciali” qualora siano in gioco le esigenze di sicurezza nazionale del Giappone. Poche settimane fa, tra i dossier relativi è stato considerato anche Taiwan.
Non si è fatta attendere, infatti, la risposta della Cina. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha dichiarato: “l’accelerata rimilitarizzazione del Giappone è già una realtà e si accompagna a una tabella di marcia e a misure concrete. La comunità internazionale, Cina compresa, rimarrà estremamente vigile e si opporrà fermamente alle sconsiderate mosse neomilitariste del Giappone”.
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18/04/2026
Berlino ha venduto armi a Israele durante la guerra in Iran
I dati, diffusi dal Ministero dell’Economia tedesco in risposta a un’interrogazione parlamentare del partito di opposizione Die Linke, si riferiscono al periodo compreso tra il 28 febbraio e il 27 marzo 2026. Proprio il 28 febbraio segna l’inizio della campagna di bombardamenti su vasta scala contro il territorio iraniano.
Sebbene la cifra di 7,8 milioni di dollari sia considerata “modesta” rispetto ai volumi record del passato, il dato solleva pesanti interrogativi politici. Tra ottobre 2023 e maggio 2025, Berlino ha approvato licenze belliche per oltre 571 milioni di dollari, confermandosi il secondo fornitore di armi dell’entità sionista, dopo gli Stati Uniti.
Il percorso delle forniture tedesche è stato tuttavia turbolento. Nell’agosto del 2025, Berlino ha imposto un bando parziale sulle armi che potrebbero essere impiegate a Gaza, a seguito delle accuse di genocidio contro Israele e delle larghe mobilitazioni di solidarietà con il popolo palestinese.
Ma il bando è stato revocato velocemente dopo l’accordo di cessate il fuoco di ottobre. Nei mesi successivi, le autorizzazioni per l’invio di armi sono schizzate a 166,95 milioni di euro. E oggi, il governo ha dovuto ammettere che sono state approvate licenze per circa 12,4 milioni di dollari anche durante i periodi di restrizione.
A ciò si aggiunge ora la critica rispetto alla vendita di armamenti a Israele, mentre Tel Aviv conduceva un’aggressione unilaterale e senza provocazione all’Iran, mentre teoricamente i suoi vertici stavano trattando con gli USA. E questo non fa che dimostrare che la complicità delle potenze occidentali con questa guerra è strutturale, materiale, e continua, nonostante le ambigue dichiarazioni di distanza dagli attacchi alla Repubblica Islamica.
Inoltre, la pubblicazione dei dati giunge in un momento di estrema vulnerabilità per l’esecutivo. Il 14 aprile, un collettivo di avvocati di Berlino, sostenuto da organizzazioni internazionali come l’European Legal Support Center (ELSC), ha depositato una denuncia penale presso la procura federale di Karlsruhe contro il Cancelliere Friedrich Merz e altri dieci alti funzionari governativi.
Tra gli accusati figurano anche l’ex Cancelliere Olaf Scholz e gli ex ministri Annalena Baerbock e Robert Habeck. L’accusa, dettagliata in un documento di un centinaio di pagine, è di complicità nel genocidio a Gaza, sostenendo che i leader tedeschi abbiano agevolato crimini di guerra attraverso l’approvazione sistematica di forniture militari.
Mentre la costituzione tedesca proibirebbe teoricamente l’invio di armi in zone di guerra, il governo continua a invocare la “responsabilità speciale” della Germania verso Israele, legata alla memoria storica dell’Olocausto e che, in un certo senso, radica nella ragion di stato tedesca la sicurezza dello stato ebraico.
Ma l’aggressione all’Iran e l’occupazione del sud del Libano rivelano la strumentalizzazione del genocidio commesso dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, condotta sia da Berlino sia da Tel Aviv. Quella memoria tragica diviene strumenti di aggressione, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Tutto in funzione degli interessi imperialistici in Asia Occidentale.
Anche contro l’Iran, Israele sta facendo “il lavoro sporco” per i governi europei, come ebbe a dire Merz in riferimento al genocidio a Gaza.
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17/04/2026
L’export di armi italiane è cresciuto del 19%. Tre banche ne finanziano quasi il 70%
Nel 2025 il valore complessivo delle “autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento” è stato di 11,141 miliardi di Euro, di cui 9,164 miliardi di Euro esportate all’estero (con un aumento del 19,14% rispetto al 2024) e 1,977 miliardi di Euro importate.
Al riguardo viene specificato che il dato riportato sulle movimentazioni in entrata (importazioni) non include i trasferimenti intracomunitari UE/SEE, ai sensi dell’art.10 bis della Legge 185/1990. Non risultano inoltre ricomprese nella citata rilevazione le esportazioni temporanee con successiva reimportazione e le importazioni effettuate direttamente dall’Amministrazione dello Stato o per conto della stessa, per la realizzazione di programmi di armamento ed equipaggiamento delle forze armate e di polizia, che possono essere consentite direttamente dalle Dogane.
Analogamente risultano escluse le importazioni effettuate da enti pubblici nell’esercizio di attività di carattere storico o culturale, previa autorizzazione di polizia, e quelle temporanee effettuate da imprese straniere per la partecipazione a fiere campionarie mostre e attività dimostrative, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno (art. 1 comma 8 della Legge 185/1990).
Sono pure escluse dalla rilevazione le esportazioni o concessioni dirette e i trasferimenti intracomunitari da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi intergovernativi (art.1, comma 9 della Legge 185/1990).
Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 miliardi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).
Le banche che finanziano l’esportazione di armamenti
Sono tre le “banche armate” che fanno la parte del leone nel finanziare le esportazioni italiane di armamenti: Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank.
Nel corso del 2025, secondo la relazione, sono state effettuate dagli intermediari 23.942 comunicazioni inerenti a transazioni bancarie per operazioni di esportazione, importazione e transito di materiali di armamento soggette alla disciplina della legge, per un importo complessivamente movimentato superiore ai 14 miliardi di Euro.
Nel corso dello stesso anno è stata segnalata una movimentazione complessiva (introiti/esborsi) di oltre 2,7 miliardi di Euro per operazioni svolte in attuazione di programmi intergovernativi di armamenti a fronte dei 2,1 miliardi di euro del 2024.
Dal confronto con i dati del 2024 emerge che, nell’anno qui in esame, il numero delle segnalazioni è sensibilmente aumentato, passando da 21.586 a 23.942 (+10,91 %), anche a conferma del diffuso coinvolgimento degli istituti di credito e di altri intermediari finanziari nell’utilizzo dell’applicativo ministeriale.
Il volume complessivo delle transazioni oggetto di segnalazione è leggermente aumentato rispetto all’anno precedente (14 miliardi di euro nel 2025 rispetto ai 12 miliardi del 2024).
Nell’anno 2025, il 66,18 % delle transazioni per introiti riferibili ad esportazioni definitive è stato negoziato da tre istituti di credito (Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank).
Nel 2024, detta percentuale è stata del 68,72 %. Per quanto riguarda l’ammontare complessivo di garanzie e finanziamenti concessi o rinnovati nel 2025, il 57,23% dell’ammontare complessivo è stato negoziato da tre istituti di credito (BNP Paribas Security Services, Unicredit S.p.A., Credit Agricole Corporate and Investment Bank), a fronte di una quota percentuale che nel 2024 era stata dell’83,78.
Ancora boom per l’export di armi italiane
Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione di armi, il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 mdi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).
Le licenze globali, che rappresentano uno strumento di semplificazione, risultano in aumento rispetto all’anno precedente. Il valore cumulativo dei materiali esportati è stato pari a circa 1,374 mdi di Euro (1,18 nel 2024). Un aumento si registra anche nell’utilizzo delle Autorizzazioni generali di trasferimento, che dagli € 60,4 milioni del 2024 passano al valore di € 69,6 milioni del 2025. Risulta in marcato calo rispetto al 2024 (-61%) il valore delle autorizzazioni di intermediazione, passato dai 257,7 milioni di Euro del 2024 ai 100,3 milioni di Euro del 2025.
Le autorizzazioni di importazione a vario titolo si sono attestate su un valore complessivo di € 1,977 miliardi, registrando un significativo incremento del 165,86% rispetto al 2024.
Il numero di Paesi destinatari delle autorizzazioni all’esportazione è stato di 88 (90 nel 2024) e il numero delle autorizzazioni, come già osservato, è stato di 2576 (2.569 nel 2024).
Nel 2025, un solo Paese (Kuwait) è risultato destinatario di autorizzazioni per un valore complessivo superiore al miliardo di Euro, mentre sono stati 16 i Paesi con valori compresi tra 100 milioni e il miliardo di Euro.
Il valore dei trasferimenti intracomunitari e delle esportazioni verso i Paesi NATO è stato pari al 37,62% del totale (1953 autorizzazioni), mentre il restante 62,38 % delle esportazioni ha interessato Paesi extra UE/NATO (623 autorizzazioni).
Il dato tendenziale verso i Paesi extra UE/NATO continua a mostrarsi in lieve crescita come valore assoluto nell’ultimo triennio.
Sul dato complessivo della ripartizione pesa la licenza di oltre 1 miliardo autorizzata nei confronti del Kuwait (€2,6 mdi). Il valore esportato verso le nazioni UE/NATO è diretto per il 40,85% verso Paesi esclusivamente membri NATO (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Norvegia, Turchia, Albania, Macedonia del Nord) e per il 59,15% verso Paesi UE indipendentemente dalla loro adesione al Trattato Atlantico.
Tra i primi 25 Paesi destinatari di autorizzazioni individuali all’esportazione nel 2025, si nota che:
− il Kuwait, che nel 2024 era al 76° posto, è salito al 1° posto, in ragione di una licenza concessa per un valore di circa 2,6 mdi di Euro;
− gli Stati Uniti sono risaliti dal 12° al 3° posto;
− Germania, Francia e Regno Unito continuano a collocarsi tra i primi 6 destinatari, in linea con le tendenze dei precedenti anni;
− l’Ucraina, è passata dall’11° posto al 4° posto, con licenze per un valore pari a 349 mni di Euro, a conferma dell’impegno dell’apparato produttivo italiano verso quel Paese (giova rammentare che le forniture gestite dal Ministero della difesa non necessitano di autorizzazione UAMA (l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento) e, quindi, esulano dalle statistiche riportate;
− Israele, nei dati 2025, così come accaduto nel 2024, non compare, in quanto le modalità delle operazioni militari israeliane contro i palestinesi a Gaza, hanno indotto l’Autorità nazionale UAMA a non concedere nuove autorizzazioni all’export, in base alla legge n. 185/1990.
Importazioni di armi. Lo strano caso della Svizzera al primo posto
Israele compare invece come quinto paese da cui l’Italia importa armamenti. Per quanto attiene all’import, nel 2025, il valore delle 556 autorizzazioni individuali di importazione cd. “definitive” è stato di 1.977.363.805,02 euro di cui, curiosamente, il 30,19 % proviene dalla Svizzera (da dove abbiamo importato armi per 62,2 milioni di euro), il 29,12 % proviene dagli Stati Uniti d’America, il 14,23 % dal Regno Unito, il 7,59 % dal Kuwait e il 4,30 % appunto da Israele.
Il dato non comprende le importazioni da Paesi UE/SEE, perché esse non sono soggette ad autorizzazione dell’UAMA. Per quanto riguarda le tipologie, nel 2025 la categoria “materiali” ha costituito, sia per valore complessivo sia per numero di articoli, la tipologia maggioritaria degli oggetti importati (69,65 %), seguita dai “servizi” (29,52 %), dai “ricambi” (0,78 %), e dalle “tecnologie” (0,05 %).
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12/04/2026
Contrabbando di armi verso Israele denunciato in Belgio
Il fatto è avvenuto a fine marzo, presso l’aeroporto di Liège-Bierset. I sospetti sono nati quando un camion proveniente dal Regno Unito ha consegnato un carico all’aeroporto, senza però che vi fosse alcun documento che ne rivelasse l’effettiva natura. Sulla base di una denuncia arrivata da una ONG specializzata nella sorveglianza dei flussi militari verso zone di guerra, le autorità di Liegi hanno dunque intercettato il carico.
In seguito a un controllo, sono state identificate e sequestrate 33 casse contenenti sistemi laser, mirini, sistemi di controllo del tiro e componenti per aerei da caccia. Il materiale era destinato a Israele tramite la Challenge Airlines, una compagnia israeliana specializzata in carichi non standard.
Il carico, però, non era stato correttamente dichiarato, e nessuna licenza di esportazione era stata richiesta, come previsto invece dalla legge belga. Ciò fa sorgere dubbi su altri carichi, dato che la compagnia ha operato con regolarità tra gli Stati Uniti e Israele negli ultimi mesi, facendo tappa proprio in Belgio.
Un’altra vicenda passata getta ulteriori ombre su come questa triangolazione fosse un contrabbando strutturato da tempo per rifornire in maniera nascosta le operazioni genocide delle IDF. Alla fine del 2024, la Challenge Airlines aveva già contestato un decreto federale e un decreto della Vallonia che limitavano le sue licenze per materiale pericoloso e impedivano l’esportazione e il transito di armi verso lo stato sionista.
Il Belgio ha visto un’importante serie di vicende riguardanti il divieto di commercio e anche del semplice transito di armi verso Israele, che ha raggiunto un nuovo traguardo lo scorso 16 marzo. La Corte d’Appello di Bruxelles ha messo nero su bianco la responsabilità di Bruxelles nel mancato controllo dei flussi di armi verso Israele.
La Corte ha stabilito che le Convenzioni di Ginevra e la Convenzione sul Genocidio non sono semplici dichiarazioni d’intenti, ma hanno “effetto diretto nel diritto interno”. Secondo i giudici, il Belgio non ha agito tempestivamente per impedire il trasferimento di materiale bellico che potrebbe essere utilizzato per crimini contro l’umanità.
Il Regio Decreto del 18 gennaio 2026, pur vietando il transito di armi, è considerato tardivo. E aggiungiamo noi che è anche incompleto, visto che la stessa sentenza sottolinea che non si applica a materiale dual use. Si tratta, ad ogni modo, di una vittoria importante per le organizzazioni che, il 22 luglio 2025, avevano intentato causa allo stato belga affinché rispettasse le disposizioni del diritto internazionale.
Droit pour Gaza, l’Associazione belga-palestinese (ABP), il Coordinamento nazionale per l’azione per la pace e la democrazia (CNAPD), SOS Gaza e due vittime palestinesi, che hanno finanziato l’iniziativa legale attraverso un crowdfunding, hanno dichiarato che la sentenza afferma che i “giudici possono obbligare uno Stato a rispettare i suoi obblighi di fronte a un genocidio, a un crimine di guerra o a un crimine contro l’umanità”.
Si tratta, ovviamente, anche di una vittoria importante per il movimento di solidarietà con la Palestina e con il popolo libanese bersagliati dalle forze israeliane, a cui deve essere data visibilità internazionale.
È possibile imporre ai propri governi di recidere i legami con lo stato genocida di Israele, e gli strumenti sono tanti: vanno usati tutti.
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03/04/2026
ONU: l’Italia chiarisca sulla possibile violazione dell’embargo militare sulla Libia
Secondo gli esperti dell’ONU, infatti, l’Italia sarebbe “non compliant”, ovvero non conforme alle prescrizioni previste dalle risoluzioni, in particolare la 1970 del 2011, che funge da architrave per l’embargo sulle armi e il divieto di assistenza militare al paese nordafricano. Al centro della contestazione c’è un corso di addestramento svoltosi nel dicembre 2024.
Nell’ambito della missione bilaterale di assistenza (MIASIT), il Mobile Training Team del Centro di Addestramento Paracadutisti e del 184° Comando “Nembo” ha svolto attività di “formazione” di 27 cadetti dell’accademia di Tripoli in “speciali tecniche di combattimento corpo a corpo”. Se per il Ministero della Difesa questa attività rappresenta uno strumento per rafforzare le istituzioni locali e la credibilità italiana nelle operazioni internazionali, la valutazione delle Nazioni Unite è diametralmente opposta.
Per il Panel, l’addestramento aveva una natura puramente militare e, in quanto tale, costituisce una violazione diretta del paragrafo 9 della risoluzione 1970. Ma forse ancora più grave è il fatto che, nonostante tre missive formali inviate dagli esperti a Roma, nessuna risposta è mai giunta dal governo italiano. E non è l’unico nodo rimasto senza chiarimenti.
Il Panel ha chiesto informazioni rispetto a ben 38 voli cargo militari partiti dall’aeroporto di Pisa con destinazione Misurata, Tripoli e Bengasi. Il trasporto di beni o operativi impegnati in attività non proibite dalle risoluzioni ONU deve essere dimostrata, e ciò non è stato fatto dal governo italiano.
Stati spesso indicati come autoritari (la Turchia, e persino la Russia, ad esempio), in situazioni simili, hanno fornito tutte le informazioni richieste, l’Italia no. E nemmeno gli Stati Uniti, che hanno scelto la via del silenzio, di cui 11 dei 14 voli contestati sono decollati da Sigonella. Giusto a ricordarci il peso nelle continue violazioni del diritto internazionale su cui il nostro governo “chiude un occhio” a causa del suo asservimento a Washington.
Del resto, il volo italiano che più desta scalpore è quello avvenuto il 23 gennaio 2025, appena due giorni dopo la riconsegna di Almasri, nonostante il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale che pendeva su di lui. Come per i sorvoli di Netanyahu sui nostri cieli, per loro il diritto valeva “solo fino a un certo punto”.
Il rapporto del Panel finirà probabilmente sul tavolo del Consiglio di Sicurezza, ed è necessario pretendere la fine del silenzio di Roma.
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25/03/2026
Un’azione di sabotaggio danneggia una azienda che lavora per Israele nella Repubblica Ceca
“Hanno collaborato con Elbit Systems mentre i nostri compagni in Palestina venivano uccisi e mutilati, mentre i bambini venivano annientati in frazioni di secondo da tecnologie di precisione prodotte in fabbriche come questo sito di Pardubice, gestite da codardi in uffici con aria condizionata” scrive il gruppo nella sua rivendicazione.
L’Associated Press riferisce che LPP Holding aveva precedentemente dichiarato di pianificare di aprire un centro per sviluppare e produrre droni e addestrare personale in collaborazione con la israeliana Elbit Systems, un’azienda di tecnologia militare.
Il produttore di armi LPP Holding, sviluppa e produce prodotti per uso civile e militare, come le tecnologie di droni utilizzate dalle forze armate israeliane e dalle forze armate ucraine, ha dichiarato in un comunicato che l’incendio si è verificato nei suoi locali.
Nell’incursione il gruppo, oltre all’incendio, ha sottratto documenti all’azienda e ne ha bruciati degli altri. Nel messaggio minacciano l’azienda affermando che “Avete tempo fino al 20 aprile per tagliare ogni rapporto con la Elbit Systems e denunciare la brutale occupazione della Palestina oppure renderemo pubblici questi documenti”.
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12/03/2026
SIPRI: aumenta l’export delle armi, soprattutto in Europa. Le vendite italiane volano
La guerra in Ucraina è il motore evidente di questa crescita, ma non è l’unico. Il riarmo europeo, legittimato con la propaganda sulla necessità di sicurezza contro la Russia e dal nodo molto più reale e concreto dell’incertezza sull’ombrello difensivo statunitense, si palesa come un vettore fondamentale della crescita dei commerci di armamenti a livello mondiale.
L’Ucraina è balzata al primo posto tra i maggiori importatori mondiali, coprendo da sola il 9,7% del mercato globale. Tuttavia, il rapporto evidenzia come nel 2025 i flussi verso Kiev abbiano subito un rallentamento a causa della riduzione degli aiuti militari statunitensi.
Nonostante le ambizioni di autonomia strategica perorate dai vertici della UE, la dipendenza da Washington resta marcata: il 48% delle armi acquistate dai paesi europei proviene dagli USA, con una predilezione assoluta per i caccia F-35 e i sistemi di difesa aerea a lungo raggio. I 29 stati europei membri della NATO hanno aumentato le importazioni del 143%, ma il 58% di questi acquisti provengono dagli Stati Uniti.
E tuttavia, sotto la superficie dei numeri dell’import, emerge una UE che sta accelerando la produzione del proprio complesso militare-industriale, anche per renderlo un attore fondamentale di un redditizio commercio in un mondo che corre sulla strada della tendenza alla guerra. Le esportazioni di armi dei 27 stati membri dell’Unione sono cresciute del 36%, un ritmo superiore a quello degli Stati Uniti (+27%) e della Cina (+11%).
Oggi, l’export combinato dell’Unione rappresenta il 28% del mercato mondiale, ancora lontano dal 42% degli States. Ma è una quota quattro volte superiore a quella della Russia, le cui forniture si sono ridotte nettamente, dovendo sostenere lo scontro con Kiev: le esportazioni di Mosca sono crollate del 64%, unico dato negativo tra i primi dieci esportatori globali.
In questo scenario, l’Italia gioca un ruolo da protagonista. Roma è salita dal decimo al sesto posto nella classifica dei maggiori esportatori al mondo, con una crescita record del 157%. Una parte significativa della produzione italiana è destinata al Medio Oriente (59%). Si tratta di un settore fondamentale di proiezione italiana ed europea, quello del Mediterraneo allargato, e appare chiaro quanto siano importanti i legami militari con Israele e i paesi del Golfo.
Anche la Germania, ormai, ha sorpassato la Cina tra i paesi esportatori, raggiungendo la non invidiabile quarta posizione a livello globale, con quasi un quarto dei suoi sistemi inviati a sostegno di Kiev. Arriva poi un segnale significativo riguardo agli acquisti dei paesi NATO dell’Europa, per quanto riguarda i principali fornitori oltre agli USA.
La Corea del Sud è al secondo posto, con una quota dell’8,6%, ed è seguita da Israele, al 7,7%, segno che il salto di qualità della UE nello scenario globale continua a essere assegnato alle sue capacità militari, e che in questo progetto imperialistico Israele ha un ruolo centrale. Il buy European è già stato attaccato da politici statunitensi, ma intanto le capitali del Vecchio Continente cercano anche altre alternative rapide e affidabili per colmare i vuoti nei propri arsenali.
I dati sugli ordini, comunque, suggeriscono che la tendenza al rialzo nel commercio delle armi non si invertirà presto, e che gli USA manterranno un solido primato. Con 936 aerei da combattimento ancora da consegnare e centinaia di sistemi missilistici in ordinazione per Germania e Regno Unito, l’industria bellica globale attraversa la sua fase più calda dalla fine della Guerra Fredda.
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11/02/2026
La sfida dei portuali alla macchina genocidaria israeliana e all’ordine capitalista
I porti italiani – per un Paese come il nostro, posizionato strategicamente nel cuore del Mediterraneo – rappresentano un pilastro fondamentale dell’economia e uno dei nodi più rilevanti della rete logistica. Ma sono anche un’infrastruttura i cui lavoratori incarnano oggi una una potente compagine contro quell’economia di guerra che è il vero fattore abilitante del massacro perpetrato contro il popolo palestinese. Mentre i governi occidentali, infatti, dichiarano formalmente di aver sospeso le vendite di armi a Israele, i porti italiani ed europei continuano a essere nodi cruciali di un’infrastruttura che rifornisce quotidianamente la macchina bellica israeliana. Ma, davanti a questa complicità, c’è chi alza la voce e si mobilita per spezzare la catena del genocidio.
I numeri del sistema portuale italiano: crescita record e ruolo strategico
481 milioni di tonnellate. È il volume di merci transitate nel 2024 nei porti del nostro Paese. Una crescita continuata anche nell’anno successivo, come documenta il report Assoporti-Srm che ha calcolato 250 milioni di tonnellate di merci movimentate nel solo primo semestre del 2025. Numeri che attestano l’esistenza di un sistema «strategico nel panorama europeo e mediterraneo», come viene definito dal presidente di Assoporti, Rodolfo Giampieri, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore.
Un ruolo cruciale confermato anche dal rapporto Unioncamere 2024 sull’economia del mare che attribuisce al sistema marittimo un valore aggiunto complessivo di circa 64,7 miliardi pari a circa il 3,7% del Pil e una occupazione di 1 milione di addetti pari al 4% dell’occupazione italiana.
Restringendo il campo alle attività di trasporto marittimo e di cantieristica, ovvero le attività più legate al sistema portuale, si arriva a un valore aggiunto di 21,4 miliardi di euro, pari a circa l’1,2% del PIL, e 260 mila lavoratori, pari all’1% dell’occupazione.
Nel mondo più del 90% del traffico merci viaggia via mare, in Italia circa il 40% degli scambi import-export passa dai porti. Ed è proprio dalle banchine di alcune città italiane che transita la cosiddetta “flotta del genocidio”, come la giornalista Linda Maggiori, in un dossier pubblicato da Altreconomia, definisce il sistema che rende possibile l’invio di materiali d’armamento a Israele, uno Stato ritenuto responsanbile di genocidio da una moltitudine di autorevoli organizzazioni internazionali.
Armi verso Israele: il traffico che attraversa i porti italiani nella zona grigia della legge
«Israele dipende quasi unicamente dal commercio via mare e senza un costante rifornimento marittimo non avrebbe mai potuto fare ciò che ha compiuto a Gaza», sottolinea Maggiori nel suo La flotta del genocidio. Sulle rotte delle armi dai porti italiani, che documenta un sistema diffuso e strutturale di traffico di armi e materiali bellici diretti a Israele che avviene attraverso i porti italiani, in piena violazione della legge italiana 185/1990 e del Trattato internazionale sulle armi.
In Italia i transiti di armamenti avvengono in una zona grigia sul piano legale. La legge 185/1990, una delle norme più avanzate a livello mondiale di cui il nostro Paese si è dotato grazie alla spinta di numerose realtà della società civile, prevede esplicitamente che l’esportazione, l’importazione e il transito di materiali d’armamento siano soggetti ad autorizzazioni e controlli dello Stato, e vieta questi traffici verso Paesi in conflitto armato o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, come sarebbe appunto il caso di Israele. Eppure, similmente a un paradosso kafkiano, l’Ufficio nazionale delle Dogane ha candidamente dichiarato ad Altreconomia che non risultano transiti autorizzati semplicemente perché nessun transito chiede di essere autorizzato. Ancora più inquietante è il ruolo delle istituzioni: il ministero dell’Interno e le prefetture conoscono in anticipo questi traffici e predispongono misure ad hoc (tra cui scorte armate).
Il dossier da lei curato documenta come i porti italiani – Genova, Ravenna, Livorno, Salerno, Venezia, Trieste, Taranto – siano profondamente integrati nella rete logistica che rifornisce Israele e come, dopo l’inizio dell’offensiva a Gaza, ci sia stata addirittura un’impennata di spedizioni di materiali – tra cui nitrato di ammonio, ampiamente usato dall’esercito israeliano per radere al suolo in maniera “controllata” gli edifici di Gaza, ed esplosivi – verso lo Stato ebraico. Non si tratta solo di transito, ma anche di esportazioni dirette: dato che dal 7 ottobre 2023 l’Autorità nazionale Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) non rilascia più autorizzazioni all’export di armi verso Israele, le aziende hanno ideato vari escamotage per inviare armi a Tel Aviv. Il traffico non riguarda solo materiale bellico in senso stretto. Dai porti italiani partono anche fertilizzanti usati come precursori di esplosivi, Caterpillar utilizzati per distruggere villaggi palestinesi, macchinari e materiali edili per costruire insediamenti illegali in Cisgiordania.
Tre compagnie marittime dominano questo traffico: Zim, Msc e Maersk. Colossi che in alcuni casi sono sostenuti da potenti attori finanziari globali.
La Zim Integrated Shipping Services è una delle dieci più grandi compagnie di navigazione al mondo e uno dei principali trasportatori di armi verso Israele. Fino al 2003 era di proprietà dello Stato di Israele, poi è stata privatizzata ma mantiene stretti legami con il governo di Tel Aviv. Quotata alla Borsa di New York, tra i suoi principali azionisti annovera Israel Corporation (controllata dal gruppo Ofer Brothers*) ma anche UBS, BlackRock, Goldman Sachs, Morgan Stanley.
La Msc (Mediterranean Shipping Company), fondata a Napoli nel 1970 da Gianluigi Aponte, controlla il 20,6% del mercato mondiale con le sue 900 navi portacontainer. La moglie di Aponte è Rafaela Diamant Pinas, figlia di un importante banchiere israeliano.
Infine tra le compagnie citate da Maggiori figura Maersk, quotata sul Nasdaq Copenhagen e detenuta in gran parte dalla famiglia Møller, con azionisti istituzionali del calibro di BlackRock.
Il passaggio di armi dai nostri porti avviene nella completa inerzia delle istituzioni, dall’Autorità nazionale Uama all’Agenzia delle dogane e dei monopoli, dalle prefetture interessate fino al Parlamento. A contrastare l’immobilismo e il silenzio complice di questi ultimi, la resistenza dei lavoratori portuali.
Da Genova al mondo: la rete internazionale dei portuali in lotta
L’oscuro e mortifero traffico di materiali che rende possibili i crimini commessi da Israele in Palestina viene ostacolato quando non proprio bloccato dalle straordinarie mobilitazioni dei portuali. Le agitazioni contro i traffici bellici sono partite da Genova nel 2019, quando i camalli hanno bloccato il porto per chiedere il rispetto della legge 185/1990. Lo scorso 26 settembre è stato siglato il Manifesto internazionale dei portuali contro la guerra. A Genova, Ravenna, Livorno, Salerno, Venezia e Trieste ci sono stati blocchi e proteste per fermare le navi delle compagnie israeliane. Il sindacato Usb pubblico impiego e agenzie fiscali, il 30 settembre 2025, ha chiesto «l’immediata interruzione delle operazioni di esportazione e transito di armi, materiale bellico e dual use verso Israele». Si sta sempre più rafforzando la solidarietà tra i portuali del Mediterraneo, con scambi di informazioni tra Marsiglia, Genova, Pireo, Anversa e altri porti per coordinare i blocchi. L’ultima clamorosa mobilitazione si è tenuta lo scorso 6 febbraio: come si legge sul Manifesto, per la prima volta i lavoratori portuali hanno scioperato «nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche in Colombia, Venezuela, Brasile e Stati Uniti», per opporsi alle guerre nel mondo ma anche per denunciare il peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari.
In occasione della giornata di sciopero, il Gruppo Autonomo Portuali di Livorno in un reel su Instagram ha ribadito che i lavoratori del comparto non intendono essere complici del genocidio e del progetto imperialista portato avanti dai governi occidentali. José Nivoi, coordinatore nazionale Usb per i portuali e portavoce del Calp di Genova, ha definito il 6 febbraio «una giornata epica», preannunciando che la mobilitazione non si fermerà e che il coordinamento internazionale va verso una strutturazione interna. I portuali, forti della loro autocoscienza di classe e della straordinaria capacità di connettere le lotte contro tutte le derive del sistema capitalista, ci indicano la via per il suo futuro superamento. Non ci resta che seguirli.
*Oggi Israel Corporation è controllata, in ultima istanza, da Idan Ofer attraverso una catena di veicoli societari e trust familiari. Per un riflesso incondizionato ormai consulto sempre la Epstein library messa a disposizione dal Dipartimento di Giustizia statunitense. E anche questa volta ho avuto la conferma: Idan Ofer, una delle persone più ricche d’Israele, era tra i personaggi che gravitavano attorno al predatore sessuale e spia del Mossad Jeffrey Epstein.
10/02/2026
Lo sciopero dei portuali colpisce diversi scali europei
Si tratta degli effetti immediati dello sciopero internazionale coordinato che ha coinvolto i portuali di numerosi Paesi contro il traffico di armamenti, la privatizzazione delle banchine e la progressiva militarizzazione degli scali civili. La mobilitazione, inizialmente annunciata in 21 porti del Mediterraneo e del Nord Europa, si è estesa ad altri scali e ha ricevuto manifestazioni di solidarietà anche fuori del continente europeo, secondo quanto emerge dalle comunicazioni sindacali e dalle analisi di settore diffuse nella giornata del 6 febbraio.
In Italia lo sciopero di 24 ore ha interessato l’intera filiera portuale. A Genova il blocco si è concentrato nell’area del varco di San Benigno, punto di accesso cruciale per i terminal container e ro-ro. Il porto ligure ha registrato una paralisi che ha inciso sulla continuità dei flussi ferroviari e stradali verso il Nord Italia e i mercati del Nord Europa. La presenza in rada di navi costrette a rinviare l’attracco ha aggravato una situazione già complessa per la concomitanza di cantieri infrastrutturali e per l’elevata saturazione dei piazzali nei porti limitrofi del sistema ligure, come La Spezia e Vado Gateway.
Alla Spezia l’elevata densità dei piazzali, stimata intorno al 78%, ha ridotto ulteriormente i margini di gestione dei traffici residui, rendendo difficoltoso il riassorbimento dei ritardi accumulati durante il fermo. Anche Vado Gateway di Savona, già interessato da agitazioni nei mesi precedenti, ha risentito dell’interruzione delle operazioni, con effetti sui servizi di trasbordo e sulle coincidenze feeder.
Sul versante adriatico, Trieste ha visto la protesta concentrarsi presso la sede dell’Autorità di Sistema Portuale. Il fermo delle attività ha avuto un impatto diretto sui corridoi ferroviari verso Austria e Germania, già rallentati da condizioni meteorologiche avverse. I ritardi maturati nello scalo giuliano si sono riflessi sull’intera catena intermodale dell’Adriatico orientale, penalizzando in particolare i traffici industriali diretti verso l’Europa centrale.
A Venezia e Ravenna lo sciopero ha prodotto effetti visibili soprattutto nella riprogrammazione degli arrivi navali. Il rinvio delle toccate da parte di unità come la Msc Eagle III e la Zim Australia ha generato un disallineamento delle finestre operative, con ripercussioni sulle banchine dedicate alle merci varie e sui traffici industriali. A Ravenna il fermo ha inciso anche sulla logistica di fertilizzanti e cereali, comparti sensibili ai ritardi per la rigidità delle catene di approvvigionamento.
Sul Tirreno, Livorno ha registrato uno dei casi più evidenti di nave bloccata in rada, con la Zim Virginia impossibilitata ad attraccare. Lo scalo toscano, specializzato nella movimentazione automotive e forestale, ha subito un rallentamento delle operazioni che ha coinvolto direttamente le catene di distribuzione dei veicoli finiti e dei prodotti destinati all’export. A Civitavecchia, invece, l’adesione allo sciopero ha creato criticità nei collegamenti ro-pax con la Sardegna, con ritardi nelle operazioni di imbarco e congestione nelle aree esterne al porto.
Nel Mezzogiorno lo sciopero ha colpito anche Gioia Tauro. In un porto caratterizzato da tempi di rotazione molto serrati, l’interruzione delle operazioni di scarico e ricarico per 24 ore ha generato un accumulo di navi in attesa che richiederà diversi giorni per essere smaltito. Mobilitazioni e rallentamenti si sono registrati anche a Salerno, Bari, Cagliari e Palermo, con effetti sulle filiere agroalimentari, sui traffici verso i Balcani e sulla movimentazione delle merci varie.
La dimensione internazionale della protesta ha ampliato l’impatto logistico oltre i confini nazionali. In Grecia il porto del Pireo è rimasto sostanzialmente fermo per l’intera giornata, bloccando uno dei principali terminal container europei in una fase già segnata da congestione e saturazione dei piazzali. Nei Paesi Baschi spagnoli le azioni nei porti di Bilbao e Pasaia hanno interrotto flussi verso il Nord Atlantico, mentre in Turchia i rallentamenti a Mersin e Antalya hanno inciso sulle esportazioni agricole e tessili. Anche scali come Tanger Med, Amburgo e Brema hanno risentito della giornata di mobilitazione, inserendosi in un quadro già critico per il maltempo invernale e per i picchi stagionali di traffico.
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07/02/2026
Lo sciopero dei portuali blocca tutto e apre una breccia
Sono state infatti numerose le navi cariche di armamenti che ieri sono state bloccate dallo sciopero dei portuali.
La ZIM Virginia carica di armi si è dovuta ferma al largo delle coste di Livorno perché non poteva attraccare. Al porto di Genova la stessa cosa è accaduta alla ZIM New Zealand e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare ieri al porto di Venezia e oggi a quello Ravenna. In senso inverso c’è poi il caso MSC EAGLE III, diretta in Israele, che doveva arrivare prima a Ravenna ed oggi a Venezia ed ha dovuto rimandare i suoi programmi.
Sono questi i primi tangibili risultati in Italia dello sciopero internazionale che i portuali di diversi paesi hanno organizzato per oggi contro i traffici di armi, la privatizzazione delle banchine, la militarizzazione dei porti, afferma l’USB in un comunicato.
A Genova il concentramento è stato al Varco San Benigno alle 18:30, mentre a Livorno i lavoratori si sono ritrovati in piazza 4 Mori nel tardo pomeriggio. Trieste ha visto una mobilitazione davanti all’Autorità portuale, così come Ravenna, Ancona e Civitavecchia. Presidi e iniziative si sono svolti anche a Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari, a testimonianza di una partecipazione ampia e diffusa lungo tutta la penisola.
Lo sciopero e le manifestazioni previste inizialmente in 21 porti in tutto il Mediterraneo ed anche in Nord Europa, hanno coinvolto anche altre città portuali come Marsiglia e Barcellona ed hanno ricevuto solidarietà anche dai portuali statunitensi.
“Ci sono momenti della storia in cui la classe operaia, in questo caso i lavoratori portuali deve scendere in campo e deve riequilibrare un po’ le cose, ecco ci stiamo provando, e al pari del contrasto alla guerra chiediamo più sicurezza sui posti di lavoro, contrattazione nazionale e di secondo livello che metta al centro i lavoratori portuali e non gli interessi delle multinazionali” affermano i portuali genovesi che 6 mesi fa hanno avviato il percorso di mobilitazione che è arrivato allo sciopero di ieri.
Scrive la Freedom Flotilla in un appello rivolto ai portuali: “Il vostro braccio che si ferma è oggi l’unico ostacolo materiale tra la filiera della guerra e il genocidio in corso a Gaza. Ogni nave bloccata è un atto di pace reale. Ogni sciopero è una breccia aperta nell’assedio. Ogni rifiuto di caricare armi dimostra che la macchina bellica sionista non è invincibile quando incontra il muro della verità”.
Si è trattato di uno sciopero per certi versi “inedito” per ampiezza, sia per ciò che riguarda la storia del Movimento Operaio, non solo sulle banchine ma nella sua accezione più ampia, sia come segno della politicizzazione del conflitto di classe organizzato che travalica i confini nazionali e le specificità dei singoli contesti in cui agiscono le forze sindacali che gli danno impulso, in Italia l’USB, a livello internazionale la Federazione Sindacale Mondiale.
Qui sotto la diretta della giornata di lotta.
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21/12/2025
Vendita monstre di armi a Taiwan, Washington rafforza il cordone intorno a Pechino
Sia Washington sia Taipei confermano che è in corso il dialogo su di un pacchetto enorme di armamenti da vendere a Taiwan: ben 11,1 miliardi di dollari. Si tratta del secondo accordo del genere annunciato dalla seconda amministrazione Trump, ma il precedente accordo di novembre valeva “solo” 330 milioni.
La lista di armamenti è impressionante, anche e soprattutto perché si tratta di dispositivi che aumentano nettamente le capacità belliche di Taiwan: 82 sistemi HIMARS e 420 missili tattici ATACMS (oltre 4 miliardi di dollari), 60 obici semoventi (4 miliardi di dollari), droni kamikaze Altius e software militari avanzati (oltre 2 miliardi di dollari), missili anticarro Javelin e TOW, e infine kit di ammodernamento per i missili Harpoon.
Se passerà così com’è al Congresso, si sta parlando, in sostanza, del più grande pacchetto militare approvato per l’arcipelago, considerato una regione secessionista da Pechino e di cui la sovranità è riconosciuta da una manciata di paesi. Anche gli States riconoscono la politica di “Una sola Cina”, ma continuano ad armare Taiwan, e ad accogliere i suoi ministri, come è successo con quello degli Esteri, Lin Chia-lung, appena prima dell’annuncio del pacchetto militare.
Trump, a fine ottobre, aveva congelato la guerra commerciale con la Cina, seguendo in linea di massima anche le raccomandazioni della Rand Corporation: per porre le basi della competizione egemonica con il Dragone, serve un terreno stabile su cui condurre la lotta. Aveva poi redarguito Sanae Takaichi per le dichiarazioni bellicose contro Pechino, proprio al riguardo del dossier Taiwan.
Se la prima ministra del Giappone aveva bisogno di parole altisonanti per far contenti i proprio sostenitori nazionalistici, a Trump non interessa “parlare” di Taiwan: gli interessa armarlo. E in un certo senso, si può dire che gli interessa farlo innanzitutto per le opportunità di profitto del complesso militare-industriale stelle-e-strisce.
Il governo taiwanese, guidato dal presidente Lai Ching-te, ha recentemente proposto un budget supplementare per la difesa da 40 miliardi di dollari per il periodo 2026-2033. La portavoce presidenziale Karen Kuo ha aggiunto che l’isola intende aumentare la spesa per la difesa fino al 3% del PIL nel prossimo anno, con l’obiettivo di raggiungere il 5% entro il 2030.
Nulla di diverso da quello che The Donald sta imponendo a tutti gli alleati: se volete protezione, dovete pagarla. A guadagnarne saranno le industrie militari USA. Ma allo stesso tempo, chi pensava che Washington avrebbe rinunciato a Taipei come baluardo del contenimento della Cina entro la linea strategica denominata First Island Chain, che va dalla Melesia al Giappone, non aveva calibrato bene la posta in gioco.
Come detto, la Casa Bianca vuole semmai riorganizzare i carichi di lavoro e le funzioni. Maggior impegno del Giappone, e in prospettiva anche della Corea del Sud, sulla Prima Catena, maggior preparazione di Taipei a una guerra asimmetrica, come ha chiesto il Segretario alla Guerra USA Pete Hegseth (anche se le armi di questo pacchetto sembrano più adatte a prevenire uno sbarco).
Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina, Guo Jiakun, ha condannato duramente l’accordo, mostrando di avere ben chiaro come Washington stia usando l’arcipelago: “il tentativo degli Stati Uniti di usare la forza per sostenere l’indipendenza di Taiwan si ritorcerà contro di loro e il loro tentativo di contenere la Cina usando Taiwan non avrà assolutamente successo”.
L’arcipelago si conferma come un punto fermo della politica di Washington, volta a mantenere il primato nella competizione globale. E non potrebbe essere altrimenti se l’obiettivo è quello di sganciarsi da una proiezione globale, e concentrarsi sull’emisfero occidentale, che racchiude sì le Americhe, ma anche il Pacifico.
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10/12/2025
La NATO sospende i contratti con Elbit Systems, il gigante israeliano delle armi
La principale agenzia di approvvigionamento della NATO – l’ente addetto a reperire e comprare armi e forniture varie – ha sospeso diversi contratti con il più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems. Una grande indagine per corruzione condotta dalla magistratura belga ha già portato a numerosi arresti in tutta Europa.
Tutto è partito durante l’estate sulla base di sospetti per tangenti all’interno della Nato Support and Procurement Agency (NSPA). Tra gli intermediari di Elbit ci sarebbe un uomo di cittadinanza anche italiana – Eliau Eluasvili – che avrebbe corrotto membri interni della NSPA per garantire contratti milionari all’azienda di Haifa. L’uomo è latitante da fine settembre, inseguito da un mandato di arresto internazionale. Si sospetta, guarda un po’, che sia fuggito in Israele...
La prima prova è stata trovata con una mail interna della NSPA del 31 luglio che elenca 15 contratti sospesi, 13 dei quali riguardano Elbit Systems o la sua controllata Orion Advanced Systems. Si tratta di contratti “normali” nell’ambito del tipo di affari della Elbit e della Nato, riguardanti stock di spolette, razzi di segnalazione per aerei, proiettili di artiglieria da 155 mm e aggiornamenti per le navi da pattugliamento, in particolare del Portogallo.
L’aspetto più preoccupante è però l’esistenza di una vera e propria rete di operatori privati che sfruttano un sistema di “porte girevoli” che consente a ex funzionari della NSPA di diventare consulenti, addirittura con proprie società costituite appositamente, nel settore della difesa.
Elbit Systems ha sede ad Haifa e costruisce prevalentemente droni, munizioni, sistemi per carri armati e altre tecnologie militari. È al 25° posto tra le cento maggiori aziende della difesa a livello mondiale.
Ufficialmente, negli ultimi dieci anni, ha fornito alla NATO equipaggiamenti per decine di milioni di euro, ma il valore reale dei contratti è spesso “secretato”, tanto che potrebbe – o dovrebbe – essere molto più elevato.
In pratica il “sistema” messo in piedi da Elbit combina le attività legali di lobbying con la costruzione di reti di “complici” all’interno degli enti “pubblici” (Nato, eserciti nazionali, ecc.) in grado di supportare il processo di selezione delle aziende “privilegiate” per ottenere contratti di fornitura.
Eliau Eluasvili, in particolare, avrebbe corrotto dirigenti e funzionari della NSPA tramite una “società di consulenza” da lui controllata.
L’indagine ruota di fatto attorno a un consistente gruppo di ex funzionari della NSPA poi diventati “consulenti privati”, sfruttando le loro conoscenze e amicizie dentro l’agenzia per facilitare appalti “esclusivi”.
Fra loro figura il belga Guy Moeraert, un ex dirigente NSPA specializzato in forniture di munizioni, che si trova agli arresti domiciliari dopo aver passato sei mesi in carcere per corruzione e riciclaggio.
È il secondo “scandalo” in poche settimane che squarcia il velo sui reali rapporti tra “alleati nordatlantici” e Israele. Secondo alcune fonti, operatori israeliani stanno conducendo una sorveglianza estesa sulle forze statunitensi e sugli alleati presenti nella nuova base americana nel sud di Israele. Nei giorni scorsi, infatti, il comandate statunitense del Civil-Military Coordination Center (CMCC), il generale Patrick Frank, ha convocato un suo pari grado israeliano per comunicargli che “recording has to stop here”.
Il pratica l’Idf registra gran parte delle conversazioni “rilevanti” condotte all’interno della struttura statunitense. Il CMCC è stato istituito a ottobre per monitorare il cessate il fuoco a Gaza, coordinare gli aiuti e preparare i piani per il futuro della Striscia in base al piano in 20 punti di Donald Trump. I soldati dispiegati lì sono incaricati di favorire l’ingresso degli aiuti.
Ma i dirigenti del CMCC hanno lamentato fin dall’inizio che Israele non ha mai lasciato operare la struttura statunitense. Uno dei suoi dirigenti ha così sintetizzato la situazione: “Non abbiamo mai preso in mano la gestione degli aiuti. Siamo un’integrazione. È come una mano in un guanto. Loro (gli israeliani) rimangono la mano, e il CMMC è diventato il guanto che la ricopre”.
Altro che “complicità” nel genocidio. È un servizio di supporto...
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29/11/2025
Meno restrizioni su armamenti criminali, la UE ha votato
Da mercoledì, sotto l’etichetta ESG, cioè Environmental, Social, and corporate Governance, potranno essere considerate anche armi incendiarie, munizioni all’uranio impoverito e persino armi nucleari. È bastato trasformare la parola “controverse” presente nella legislazione europea in “proibite”.
La Commissione Europea ha infatti proposto che questa definizione, considerata poco chiara, dovesse essere sostituita, “perché i trattati e le convenzioni internazionali pertinenti di cui gli Stati membri sono parte non fanno riferimento ad armi controverse, ma piuttosto ad armi proibite”.
Tra le seconde ci sono solo quattro tipi di armi: le armi chimiche e quelle biologiche, le mine antiuomo e le bombe a grappolo. Invece di approfittarne per imporre una legislazione più stringente per i paesi UE, come avrebbe senso per chi si professa strenuo difensore dei diritti umani, è stato fatto il contrario.
Con la scusa di introdurre una chiarificazione e una semplificazione, l’esecutivo di Bruxelles ha nei fatti limitato la propria contrarietà ad armamenti che sono già proibiti dai trattati internazionali firmati dai membri UE, mentre ha ampliato il parco di armi che possono ricevere finanziamenti. E per di più, gli ha dato pure la medaglietta di “armi green ed etiche”.
La transizione verde, ma anche il concetto contraddittorio di “investimenti etici” – in regime capitalistico, si intende – sono stati piegati verso una piena economia bellica da anni. Basti pensare che, secondo un’analisi di Bloomberg alla fine della scorsa estate, il numero di fondi azionari ESG esposti verso le filiere delle armi nucleari è aumentato di oltre il 50% dall’intervento russo in Ucraina.
Per questo risulta strumentale l’opposizione, a Strasburgo, dei gruppi dei Socialisti e Democratici e dei Verdi/EFA. Non si parla di un colpo di mano promosso dai Popolari Europei insieme ai fascisti (anche se, alla conta dei voti, è successo proprio questo: 392 contrari, 236 favorevoli e 34 astenuti all’obiezione promossa anche dalla Sinistra Europea), ma bensì di una tendenza alla guerra solidificata da tempo.
Infatti, appena il giorno prima, il 25 novembre, uno schieramento trasversale che ha coinvolto anche i socialdemocratici e i verdi (esclusi quelli spagnoli e italiani, bisogna riconoscerlo) ha approvato lo European Defence Investment Programme (EDIP), il primo programma concreto per un’industria europea della difesa. 457 sono stati i sì, 148 i no e 33 gli astenuti.
L’EDIP stanzia 1,5 miliardi di euro nei prossimi due anni per “rafforzare la base tecnologica e industriale della difesa in Europa e a potenziarne le capacità di difesa”, si legge sul sito italiano del Parlamento Europeo. L’obiettivo è quello di favorire l’integrazione tra le filiere europee e il “buy European”, per una maggiore autonomia rispetto alle forniture statunitensi.
I progetti finanziati dall’EDIP devono coinvolgere almeno quattro membri UE, e il valore dei componenti provenienti da paesi esterni non potrà superare il 35% dell’ammontare complessivo. Inoltre, 300 milioni saranno destinati direttamente al sostegno dell’industria militare ucraina, puntando a inserire anch’essa nelle filiere europee. Ci sono poi altre misure per favorire il sostegno anche a piccole e medie imprese integrate nel complesso militare-industriale.
Restrizioni al diritto al dissenso, riarmo, retoriche guerrafondaie, orgogliosa rivendicazione di un suprematismo riassunto nella formula della contrapposizione tra “giardino” e “giungla”. Ora arriva anche il via libera all’uso di armi devastanti, criminali, dagli effetti terribili per i territori e i civili. Questa è la UE, e l’unica UE possibile, perché è proprio per la competizione e per lo scontro internazionale che è stata ideata.
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21/11/2025
Sudan - “Smettete di fornire armi che alimentano la guerra”
Nemmeno due settimane fa i compagni del Sudan Liberation Movement hanno tenuto una conferenza stampa presso il circolo Gap di Roma, dove hanno denunciato come lo scontro in corso tra il governo e le Rapid Support Forces (RSF) risponda a una logica di lotta tutta interna a una classe dirigente piegata agli interessi imperialistici occidentali.
Le parole del rappresentante ufficiale di Khartoum presso Bruxelles, dunque, vanno prese con le pinze, con la consapevolezza che parla a nome di una parte coinvolta in un conflitto i cui costi più terribili li sta pagando la popolazione. Ma è comunque utile sottolineare la denuncia della partecipazione europea a quello che è un altro genocidio.
Il diplomatico ha parlato del traffico d’armi che collega l’Europa con gli Emirati Arabi Uniti. Lo scorso anno Amnesty International aveva individuato sui campi di battaglia sudanesi dei veicoli per trasporto truppe prodotte dagli EAU in Sudan, ma equipaggiati anche con sistemi francesi.
Lo scorso aprile un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha sollevato preoccupazioni sui legami tra il paese arabo e le armi che sono state utilizzate in Darfur dalle RSF. Questi dubbi sono stati provati e riprovati negli ultimi mesi, palesando una evidente violazione dell’embargo sulla vendita di armi che da lungo tempo riguarda il Sudan.
Gli Emirati hanno ovviamente negato ogni coinvolgimento. Intanto, un’inchiesta di France24, risalente sempre ad aprile, ha confermato anche la presenza, nel paese africano, di munizioni prodotte in Bulgaria, passate sempre attraverso gli Emirati fino alle mani dei combattenti delle RSF.
Inoltre, il mese scorso anche il Regno Unito ha confermato che alcune sue attrezzature militari sono state ritrovate in Sudan. Riferendosi nello specifico alla UE, Kabeir ha detto che andrebbe favorito un equilibrio morale a quello commerciale. Ovviamente, il diplomatico di Khartoum ha anche chiesto che vengano revocate le sanzioni contro le Forze Armate Sudanesi, e ha anche minimizzato le loro violenze, definendoli “incidenti” che sarebbero isolati.
Nonostante l’evidente interesse in uno scontro in cui le ragioni delle classi subalterne non sono rappresentate da nessuno, la complicità europea in un ennesimo crimine contro l’umanità è indisputabile.
Il presidente del Consiglio Europeo António Costa ha visitato Abu Dhabi a fine ottobre, definendo gli Emirati Arabi Uniti “un partner importante e affidabile per l’UE: per la prosperità, la stabilità e la sicurezza delle nostre regioni e non solo”. Il riferimento al nodo del Mediterraneo allargato è chiaro.
La Commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, dovrebbe recarsi nel Golfo Persico il mese prossimo. Kabeir ha sottolineato che “ciò che accade nell’Africa subsahariana, si vede nel Mediterraneo”, con un evidente avvertimento rispetto ai risvolti che la crisi sudanese avrà in relazione ai flussi migratori.
Per quanto riguarda l’Italia, ai tempi di Matteo Renzi era stato firmato un memorandum allora segreto per il contrasto all’immigrazione irregolare. Come è successo con la Libia, i fondi erogati dalle casse italiane sono finite a trafficanti di essere umani, che rappresentano lo stesso problema che la classe politica dice di voler combattere.
Solo un sostegno internazionalista coerente con le ragioni della fine del conflitto e dell’autodeterminazione del popolo sudanese, libero dalle influenze occidentali, può essere un viatico alla pace.
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29/09/2025
Gli USA stanno sospendendo silenziosamente alcune vendite di armi all’Europa
Buona lettura.
Il primo indizio che qualcosa fosse cambiato nell’approccio degli Stati Uniti alla vendita di equipaggiamenti militari all’Europa si è avuto quando la Danimarca si è avvicinata alla decisione sull’acquisto di un sistema di difesa aerea multimiliardario. Per settimane, i negoziatori americani e francesi avevano perseguito con aggressività l’accordo. Ma con l’avvicinarsi della scadenza, il Pentagono ha improvvisamente perso interesse.
“Non riuscivamo a capirne il motivo”, mi ha detto un appaltatore che aveva seguito le discussioni. “Sembrava una cosa ovvia, ma a loro non interessava”.
Poi, durante una chiamata all’inizio di questo mese con il Dipartimento di Stato, il Sottosegretario alla Difesa per la Politica Elbridge Colby ha dichiarato di non credere nel valore di alcune vendite militari all’estero, secondo due funzionari dell’amministrazione a conoscenza della discussione.
Ha aggiunto di non gradire l’idea di vendere Patriot – in grado di intercettare i missili in arrivo – alla Danimarca, perché sono scarsi e dovrebbero essere riservati agli Stati Uniti, che potranno utilizzarli in base alle necessità. (I funzionari, come altri con cui ho parlato, hanno parlato a condizione di anonimato perché non erano autorizzati a discutere di questa situazione delicata e in continua evoluzione).
I commenti hanno sorpreso alcuni funzionari statali, ma hanno presto scoperto che non era solo la Danimarca ad avere l’accesso bloccato. Funzionari dell’amministrazione, attuali ed ex, mi hanno detto che il Pentagono ha identificato alcune armi come carenti e si sta muovendo per bloccare le nuove richieste per quei sistemi provenienti dall’Europa.
Non è stato immediatamente chiaro a coloro con cui ho parlato quanto durerà il blocco, quante armi siano presenti nell’elenco o se possa essere esteso per includerne ancora di più. Saranno concesse poche esenzioni.
Da mesi si teme la carenza di Patriot: gli Stati Uniti dispongono solo del 25% circa degli intercettori missilistici necessari ai piani militari del Pentagono, secondo i funzionari del Dipartimento della Difesa. Ma il Patriot non ha un equivalente europeo, il che lo rende un sistema prezioso e molto ricercato in un continente recentemente preoccupato per gli attacchi aerei, un rischio reso evidente oggi dopo che l’Estonia, membro della NATO, ha dichiarato che i jet militari russi hanno violato il suo spazio aereo.
Se la restrizione dovesse protrarsi a lungo, rischierebbe di creare nuove fratture con gli alleati, indebolendo le loro difese in un momento in cui la Russia rappresenta una minaccia imminente e riducendo l’influenza militare statunitense nel continente.
Il cambiamento comporterebbe anche la perdita di miliardi di dollari di entrate pubbliche e private, la riduzione del numero di posti di lavoro nell’industria della difesa, la limitazione dell’espansione dei prodotti e la riduzione della ricerca e dello sviluppo.
La scorsa settimana, la Danimarca ha firmato un accordo da 9,1 miliardi di dollari per l’acquisto di sistemi di difesa aerea a lungo raggio realizzati da una joint venture franco-italiana e di sistemi a medio raggio da Norvegia, Germania o Francia. Si è trattato del più grande acquisto di armi mai effettuato dalla Danimarca. (RTX, l’azienda precedentemente nota come Raytheon, che produce il sistema Patriot, non ha risposto a una richiesta di commento).
Le vendite di equipaggiamento militare sono da tempo uno strumento chiave della politica estera statunitense: un modo per tutelare gli interessi di sicurezza nazionale all’estero rafforzando le capacità di difesa dei paesi amici. Gli Stati Uniti iniziarono a vendere equipaggiamento militare a nazioni che consideravano amiche per consolidare le alleanze al culmine della Guerra Fredda ed espandere la propria influenza all’estero.
I missili antinave, i lanciarazzi e i caccia americani stanno rafforzando la capacità di Taiwan di difendersi dalla minaccia di un’invasione cinese. Le vendite di materiale militare straniero a Israele, sebbene controverse, hanno protetto il paese da numerosi attacchi, compresi quelli recenti di Hamas e Iran. Ed è grazie ai sistemi di difesa aerea e anticarro americani, ai veicoli trasporto truppe e ad altri mezzi di artiglieria – alcuni dei quali acquistati da nazioni europee e poi ceduti all’Ucraina – che il governo di Kiev non è crollato di fronte all’invasione russa su vasta scala.
Questi sono solo alcuni esempi di trasferimenti per un valore di 117,9 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024.
Ma le priorità sono cambiate, con un numero sempre maggiore di sostenitori del motto “America First” tra i vertici della seconda amministrazione del presidente Donald Trump. L’amministrazione sembra pronta a dare priorità alla ricostituzione delle scorte americane rispetto alle relazioni con gli alleati di lunga data.
Tuttavia, sarebbe insolito che una decisione così cruciale venisse presa senza un ampio contributo e una revisione da parte delle agenzie governative, in particolare del Dipartimento di Stato.
Il portavoce del Pentagono, Kingsley Wilson, ha definito “assurdo” qualsiasi suggerimento secondo cui Colby stesse segretamente attuando decisioni politiche, aggiungendo che “vive e respira la cooperazione con i suoi colleghi interagenzia e del Dipartimento della Guerra”. (Trump ha dato al Dipartimento della Difesa il “titolo secondario” di Dipartimento della Guerra). Wilson non ha risposto alle domande sulla sospensione da parte degli Stati Uniti di nuovi ordini da parte delle nazioni europee per determinate armi.
Il consigliere del Dipartimento di Stato, Michael Needham, ha respinto le insinuazioni secondo cui il dipartimento sarebbe stato colto di sorpresa. “Chiunque cerchi di creare storie di una frattura tra il Dipartimento di Stato e il Dipartimento della Guerra lo fa perché si oppone al programma America First del Presidente Trump”, ha affermato in una risposta via email alle mie domande.
Funzionari e osservatori dell’amministrazione Trump affermano che il cambiamento è in linea con la convinzione di Colby che la Cina sia l’unico Paese dotato dell’ambizione, delle risorse e della potenza militare necessarie per scalzare gli Stati Uniti dal loro piedistallo di principale superpotenza mondiale. L’unico modo per fermare la loro corsa al predominio globale, sostiene Colby, è che gli Stati Uniti investano tutto il possibile per proteggere il Pacifico occidentale, anche se, potenzialmente, a scapito della sicurezza europea.
Diverse nazioni europee hanno inviato alcune delle loro armi migliori all’Ucraina per aiutarla a difendersi dall’invasione russa, e a loro volta hanno acquistato armi di fabbricazione statunitense per rifornire le proprie scorte. Trump ha spinto gli stati membri della NATO a fare di più per farsi carico dell’onere della sicurezza europea.
I funzionari hanno affermato che le ultime discussioni sulla sospensione delle armi non includono quelle inviate direttamente all’Ucraina, che vengono fornite attraverso un programma separato. (Le armi all’Ucraina sono state temporaneamente sospese durante l’estate, sorprendendo i funzionari che di solito sono coinvolti nelle discussioni su tali accordi).
“Diciamo agli europei che vogliamo che mandino armi in Ucraina e ne comprino di nuove, ma poi diciamo: ‘Non potete averle’”, mi ha detto Mark Cancian, colonnello dei Marines in pensione e consulente senior presso il Center for Strategic and International Studies. “Diciamo loro anche di difendersi, ma poi diciamo loro che non gli venderemo le armi di cui hanno bisogno per farlo”.
La guerra in Ucraina ha messo a dura prova le scorte non solo negli Stati Uniti, ma in tutta Europa, innescando discussioni su come rivitalizzare al meglio la base industriale della difesa. Una delle armi più richieste dall’Ucraina è stata il Patriot, il sistema che la Danimarca stava valutando di acquistare.
Il suo massiccio utilizzo nella guerra dell’Ucraina contro la Russia e da parte di Israele in Medio Oriente non ha fatto altro che alimentare preoccupazioni riguardo alle scorte, portando all’attuale blocco delle esportazioni. Questo “mina la sicurezza dei nostri alleati europei”, ha affermato Cancian, “ma l’attuale amministrazione attribuisce alla loro sicurezza una priorità molto inferiore rispetto alle amministrazioni precedenti”.
I sostenitori sostengono che le vendite militari all’estero contribuiscano a finanziare l’espansione delle linee di produzione e la ricerca e sviluppo di nuovi sistemi d’arma. Affermano che la Boeing, ad esempio, è stata in grado di produrre l’F-15EX, una versione aggiornata del caccia F-15, perché l’Arabia Saudita ha ordinato nuovi aerei per miliardi di dollari. E le esportazioni godono di un forte sostegno a Capitol Hill, dove i legislatori apprezzano i posti di lavoro che creano nei loro distretti. Ciò potrebbe alla fine rivelarsi sufficiente a forzare una ripresa delle vendite.
Ma Cara Abercrombie, assistente segretario alla Difesa per gli acquisti dell’amministrazione Biden, ha sostenuto che anche se le discussioni sul sequestro delle armi dovessero portare solo a un rallentamento, gli alleati inizieranno inevitabilmente a spostare i loro affari altrove.
“Se sei un Paese europeo molto attento ai missili o ai droni russi che volano nel tuo spazio aereo, sei ansioso di assicurarti di avere intercettori in magazzino”, ha affermato. “Se ti viene detto che l’attesa, già di due anni, ora diventerà di cinque anni, sarai fortemente incentivato a iniziare a cercare altre alternative”.
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25/09/2025
Le falle nell’embargo di Sánchez: no alla compravendita di armi con Israele, a meno che...
Da un lato il provvedimento vieta il commercio d’armi con Israele e proibisce le importazioni dei prodotti provenienti dai territori occupati.
Dall’altro prevede un’eccezione alla norma che ha suscitato le critiche non solo del movimento di solidarietà con la Palestina ma anche dei soci di governo (Sumar e Izquierda Unida).
Secondo questa eccezione, la compravendita di armi, di materiale e di tecnologia di difesa rimane permessa per assicurare “gli interessi generali della nazione”.
Fatta la legge trovato l’inganno recita il proverbio... E l’inganno sta nel soggetto che dovrà stabilire quando sia in gioco “l’interesse generale della nazione” e autorizzare la compravendita di armi: si tratta di una Giunta Interministeriale che regola il commercio con l’estero del materiale di difesa e che già in passato ha permesso il passaggio di armi dirette a paesi in guerra.
Ma soprattutto si tratta di un organismo che può avvalersi del segreto di stato e che può mantenere nell’ombra le proprie decisioni, sottraendole a qualsiasi controllo democratico.
È così che “l’interesse generale della nazione” si traduce in una fattispecie ambigua che può essere invocata in qualsiasi momento dal governo di turno, in particolare per assicurare il mantenimento delle scorte necessarie al funzionamento del materiale militare precedentemente comprato da Israele.
La dipendenza dell’esercito spagnolo dalla tecnologia militare israeliana interessa numerosi prodotti rispetto ai quali la disconnessione annunciata da Sánchez si sta rivelando né semplice né immediata.
Si tratta di sostituire nel breve e medio periodo un insieme di prodotti, per un valore di circa 2 miliardi di euro, rispetto ai quali non ci sono alternative all’impresa e alla tecnologia israeliana.
Come e quando si sostituirà il programma spia Pegasus, utilizzato dal CNI (il servizio segreto spagnolo)? Come e quando si sostituiranno i numerosi componenti di produzione israeliana montati sul veicolo di combattimento VCR 8X8 Dragon? E cosa accadrà ai carri Leopard, ai caccia e al sistema radio SCRT che usano tecnologia israeliana?
Il loro acquisto sarà proibito o si invocherà “l’interesse generale della nazione” per continuare a farne uso beneficiando le grandi imprese d’armamenti spagnole e israeliane che negli ultimi anni hanno rafforzato progressivamente la loro lucrosa collaborazione?
Se questi interrogativi mettono in dubbio la reale efficacia del decreto appena approvato dal governo del PSOE, la base militare di Rota rappresenta una falla certa all’embargo.
La base, un porto e aeroporto militare nella baia di Cadice, è utilizzata dagli Stati Uniti, da altri paesi della NATO e dalla Spagna. Pur non ospitati permanentemente nella base, sia gli aerei che le navi americane vi fanno scalo per rifornirsi di combustibile e proseguire il loro viaggio nel Mediterraneo. È il caso di uno dei più grandi aerei militari da trasporto, il Lockheed C-5 Galaxy, rispetto al cui carico il governo spagnolo non può effettuare alcun controllo.
Secondo l'accordo per la Cooperazione e la Difesa siglato dagli USA e dalla Spagna, le forze armate del Pentagono non sono tenute a informare le autorità spagnole della destinazione finale del materiale militare che trasportano. E la Moncloa ha già assicurato che non intende mettere in discussione gli accordi siglati con gli Stati Uniti, essenziale socio politico e militare. Il che significa che per questa via il principale alleato di Israele non troverà ostacoli a rifornire di materiale militare l’esercito sionista.
D’altro canto la narrativa socialista sull’embargo presenta anche più di una falla sul piano strettamente politico: secondo la retorica di Pedro Sánchez il provvedimento nasce per tutelare la dignità di quei popoli che, come i palestinesi e come gli ucraini, subiscono un’invasione.
Questo parallelismo tra il popolo palestinese, da decenni impegnato nella lotta contro l’occupazione militare e l’apartheid, e l’Ucraina foraggiata dalla NATO e guidata dalla giunta nazista e golpista, risulta specialmente ripugnante e dovrebbe mettere in guardia rispetto al preteso internazionalismo di Pedro Sánchez.
Così come la giravolta spettacolare con la quale nel marzo 2022 il leader socialista ha abbandonato il tradizionale sostegno spagnolo al referendum di autodeterminazione previsto dall’ONU per il popolo saharawi ed ha riconosciuto l’occupazione marocchina sul Sahara Occidentale, in cambio del controllo dei militari di Mohamed VI sul flusso migratorio del Maghreb. Una spregiudicata mossa di politica estera degna di quella compiuta solo pochi mesi prima da Donald Trump: il presidente americano aveva riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della ripresa delle relazioni tra il paese del Maghreb e Israele.
Infine il leader socialista ha più volte giustificato la misura come un mezzo per mantenere viva la soluzione dei due stati, guardando alla Autorità Nazionale Palestinese e allineandosi alla condanna pura e semplice della composita resistenza. Dimenticando che è grazie a questa resistenza, ferma davanti all’IDF, che la lotta dei palestinesi è tornata all’ordine del giorno internazionale, ha suscitato la solidarietà e la protesta dei popoli di tutto il mondo e ha costretto il sionismo a un isolamento finora inedito. Valga per i governi dell’Unione Europea, così come per Pedro Sánchez, la frase di Nizar Banat, palestinese oppositore dell’ANP, ucciso dalla polizia di Abu Mazen nel 2021, secondo il quale “chi è solidale con i nostri cadaveri, però non con i nostri razzi, è un ipocrita, e non è dei nostri”.
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12/09/2025
USA - L’omicidio di Charlie Kirk e l’emergenza statunitense
Charlie Kirk rappresentava tutto il peggio della destra becera americana, con a corollario quella sua “battaglia” sui generis contro i college, che a suo dire avrebbero rovinato gli americani, permettendo agli immigrati di rubare lavori che i primi non fanno più, proprio perché impegnati a perder tempo sui libri.
Sono decine i suoi “prove me wrong”, come quello di ieri, cioè tappe dei suoi tour nei vari college americani, in cui il 31enne Kirk cerca di convincere gli studenti dei campus della inutilità e nocività di un percorso accademico.
Il suo assassinio, viste le premesse, sembra facilissimo da raccontare, si presta a numerose dietrologie e contiene dei notevoli semi di ironia, avendo Kirk affermato più volte che, per proteggere la sacralità del secondo emendamento, “un po’ di morti da arma da fuoco sono un prezzo che è possibile pagare”.
Li contiene anche l’impalcatura di reazioni alla sua morte, perché se è vero che esultare per la fine violenta di una vita è una cosa triste e poco edificante, girano già i video in cui Kirk afferma che “l’empatia è un sentimento inventato, un termine new age che ha fatto molti danni alla nostra società”.
Ancor più emblematico, forse, il fatto che l’ultima parola pronunciata da Kirk prima di ricevere una pallottola sul collo sia stata “violence”.
Sebbene non abbia mai avuto incarichi in politica – ma solo pochi giorni fa, nel fare un post in cui dicevo che si tratta del più grande “coglione” del globo, avevo scritto che me lo sarei aspettato alla presidenza degli USA tra una decina di anni, perché il suo “Turning point USA” era e forse è destinato a crescere – Kirk lascia “orfane” non solo le sue due figlie ma anche una decina di milioni di followers, accumulati soprattutto tra i giovanissimi di destra.
Il suo omicidio, come ha detto ieri il governatore dello Utah in conferenza stampa, è tecnicamente un “omicidio politico”, nel senso che chi muore ha e lascia una dimensione politica, ma dovremmo sempre ricordarci che nella storia degli USA gli omicidi politici hanno avuto come autori spesso e volentieri persone che non erano mosse da alcun movente politico (anzi, talvolta dalla stessa parte politica dell’assassinato). Aspettiamo di vedere se riusciranno a prendere il killer.
Siamo di fronte, anzitutto, alla ormai totale schizofrenia della società americana, ad un periodo in cui l’utilizzo delle armi è fuori controllo da ormai troppo tempo: come faceva notare ieri Edward Isaac Dovere della CNN, gli Stati Uniti del 2025 sono un paese in cui, durante il notiziario della sera, il collegamento dal campus in Utah nel quale si è consumato l’omicidio di Kirk viene interrotto per dare la notizia di un’altra sparatoria in una scuola di Denver, Colorado, con due studenti portati d’urgenza in ospedale.
Si può fare tutta la dietrologia che si vuole sulle motivazioni e sulla possibile identità del killer – non ne vedo al momento di logiche rispetto all’ipotesi di un killer di “estrema sinistra”, Kirk era quasi una macchietta in quel senso, esponeva al mondo tutte le assurdità e i fanatismi di una certa destra messianica (per dire, Kirk negava il genocidio a Gaza ma affermava che la resurrezione di Gesù è un fatto storicamente determinato) ma questo dato deve rimanere bene impresso: al di là del resto, la cultura delle armi – problema tanto in USA quanto in Israele, vedi il caso – e soprattutto il secondo emendamento è una roba primitiva, pre-civile, incompatibile con qualunque desiderio o pretesa di essere “leader” di alcunché, eccetto la pura barbarie.
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04/09/2025
Perché Pechino mostra le sue armi
È il caso di questo articolo di Michelangelo Cocco, da Shangai, ex caporedattore de il manifesto, pubblicato sul suo spazio Substack («Rassegna Cina»), che consigliamo caldamente come abbonamento «anti-droga» (i media mainstream, in tempi di guerra, diventano letteralmente spacciatori in senso stretto).
Sulla parata di Pechino si possono elaborare molti giudizi, ma a partire da qui, e non da «intenzioni» attribuite ai leader cinesi (sulla falsariga degli articoli che promettono di spiegarci «cosa c’è nella testa di Putin» o di qualsiasi altro capo di stato classificato come «nemico»).
E che la Cina di oggi sia una potenza economica e tecnologica, quindi anche militarmente «solida», era chiaro anche prima della parata. Ma evidentemente è sembrato utile ricordarlo ad un Occidente neoliberista in crisi di prospettive e sempre più tentato da soluzioni militaresche senza serie valutazioni strategiche di lunga durata.
Solo per fare un esempio molto poco noto qui da noi. Poco più di un anno fa un reparto delle forze speciali dell’Esercito degli Stati Uniti si è stanziato a Kinmen (Quemoy). L’arcipelago, governato da Taiwan ma collocato a tre miglia nautiche dalla costa cinese, sorge di fronte al porto di Xiamen, nella provincia del Fujian.
Provate voi a immaginare come avrebbe reagito Washington a una mossa simile fatta da russi o cinesi, ad un passo dai confini statunitensi, in appoggio a ipotetiche rivendicazioni di sovranità messicana o cubana...
Che la Cina attuale sia consapevole del suo peso e della sua forza è indubbio. È l’asse euro-atlantico a dover ridimensionare o abbandonare lo sguardo suprematista che ha mantenuto sul resto del mondo. E siccome sembra che l’unico linguaggio compreso da queste parti sia la potenza, anche questa viene esibita a fini «comunicativi». “Siamo un paese che vuole la pace, ma siamo in grado di farci rispettare”.
E a quanto pare «il messaggio» è arrivato forte e chiaro...
Buona lettura.
Vladimir Putin e Kim Jong-un si sono presentati ieri accanto a Xi Jinping sul palco di piazza Tiananmen per celebrare assieme l’ottantesima “Giornata della vittoria”, con la quale la Cina ricorda la liberazione dall’occupazione giapponese al termine della Seconda guerra mondiale.
Davanti ai tre presidenti ha sfilato un fiume in piena di armamenti: non copie cinesi di modelli russi, come fino a qualche anno fa, ma gli ultimi gioielli del complesso militare-industriale della seconda economia del pianeta.
Prima di passare in rassegna le truppe, il presidente cinese ha pronunciato un breve discorso nel quale ha dichiarato che:
– La guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese ha rappresentato una parte importante della guerra mondiale anti-fascista.
– Il popolo cinese ha sostenuto un enorme sacrificio nazionale, dando un grande contributo per salvare la civilizzazione umana e la pace nel Mondo. […]
– L’umanità si trova nuovamente di fronte a una scelta tra pace e guerra, dialogo e scontro, risultati vantaggiosi per tutti o giochi a somma zero.
– Il popolo cinese si schiererà fermamente dalla parte giusta della storia e del progresso umano, aderirà al percorso dello sviluppo pacifico e unirà le proprie forze con il resto del Mondo per costruire una comunità dal futuro condiviso per l’umanità. [...]
– Il grande rinnovamento della nazione cinese è irresistibile, le nobili cause della pace e dello sviluppo dell’umanità prevarranno.
La pompa e la simbologia che hanno caratterizzato la manifestazione hanno mandato all’Occidente, Stati Uniti in primis, un messaggio di deterrenza e unità. Da un lato, nella “Nuova era” di Xi la Cina è pronta a difendere le sue rivendicazioni in Asia, a cominciare da Taiwan; dall’altro, Russia, Corea del Nord e Cina sapranno far valere assieme gli interessi di ognuno, la crociata anti-Nato di Mosca, l’uscita dall’isolamento di Pyongyang e la “riunificazione” dell’isola che Pechino considera una sua provincia.
Dopo aver pronunciato il suo breve discorso, a bordo della sua Hongqi (Bandiera rossa) decappottabile, Xi ha passato in rassegna una varietà impressionante di armamenti. Mai dal 1949 la Repubblica popolare cinese ne aveva portati in piazza tanti, così assortiti e sofisticati.
Per la prima volta Pechino ha fatto sfilare i DF-61, i missili balistici intercontinentali made in China più avanzati e distruttivi, in grado di scaricare testate atomiche multiple da oltre 650 chilotoni a più di 15.000 chilometri di distanza, per la tv di stato un «asso strategico per salvaguardare la sovranità nazionale e difendere la dignità nazionale».
Nello specifico, la quantità di altri nuovi vettori atomici svelati ieri da Pechino non può essere casuale. Negli ultimi giorni, Putin ha proposto un nuovo accordo che subentri allo Start (in scadenza a febbraio), subordinandolo a un’intesa più ampia con gli Usa.
Pechino invece ha risposto a Washington che una riduzione delle sue testate nucleari sarebbe “irragionevole e irrealistica”, perché ne ha molte di meno (circa 600) rispetto a Russia (circa 4.300) e Stati Uniti (circa 3.700).
A Tiananmen hanno inoltre sfilato droni sottomarini extra-large (per prevenire sabotaggi come quello al gasdotto Nord Stream nel Baltico), i nuovi bombardieri strategici H6-J, gli ultimi caccia, i J-20S, e missili da crociera ipersonici a lungo raggio CJ-1000.
L’imponenza della parata ha colpito Donald Trump, che l’ha commentata in diretta via Truth. «Vi prego di porgere i miei più calorosi saluti a Vladimir Putin e Kim Jong-un, mentre cospirate contro gli Stati Uniti d’America», ha ironizzato Tariff Man.
«La grande domanda a cui bisogna rispondere è se il presidente Xi della Cina menzionerà il massiccio sostegno e il “sangue” che gli Stati Uniti d’America hanno offerto alla Cina per aiutarla a conquistare la sua LIBERTÀ da un invasore molto ostile», ha aggiunto Trump.
Senza citare esplicitamente il Giappone alleato, il presidente Usa ha colto il senso dell’iniziativa di Xi (e di Putin), che è quello di reclamare un ruolo da grandi potenze globali al pari degli Usa anche in virtù del contributo di sangue dato dalla Cina (35 milioni di morti) e dall’Unione Sovietica (oltre 20 milioni) alla sconfitta delle potenze dell’Asse (Germania, Italia, Giappone).
Una storia quasi ignorata in Occidente, che in Cina invece è oggetto di culto, con tanto di musei ad hoc visitati da milioni di persone tutti i fine settimana, e una produzione continua di film, documentari e serie tv sulla resistenza anti-nipponica.
Ultimamente il governo ha mobilitato contro il “nichilismo storico” gli accademici, che invocano una memoria condivisa “vera, giusta e pluralista”. Secondo gli storici cinesi il contributo dell’Occidente è stato sopravvalutato, mentre è stato dato poco spazio a quello dell’Oriente.
Come che sia, in questi giorni Dead to Rights, film cinese sul massacro di Nanchino, viene proiettato nelle sale di mezzo mondo, da New York a Budapest, passando per Sydney.
I cinesi hanno potuto seguire in diretta sui social la Giornata della vittoria, allestita come un enorme set cinematografico, con centinaia di telecamere che hanno ripreso caccia ed elicotteri in volo sulla Città proibita, e un’infinità di marce militari a fare da sottofondo alle spettacolari immagini.
E qui sta la terza chiave di lettura (oltre a quelle sulla deterrenza e sul «revisionismo storico») dell’evento di ieri. L’ultima parata a Tiananmen per la Giornata della vittoria risale al 2015. Dieci anni dopo, Xi Jinping ha potuto mostrare al partito, all’esercito e all’intero paese i risultati spettacolari delle forze armate che ha rivoltato come un calzino con la sua riforma a base di anticorruzione, ammodernamento e riorganizzazione.
Forse ad aver fatto di meglio è stata solo l’aviazione statunitense, che si è fatta grande nello sforzo della Seconda guerra mondiale, come raccontato da John Steinbeck nel reportage di propaganda Bombs Away: The Story of a Bomber Team. Un esercito finalmente moderno, potente e riorganizzato è stato presentato da Xi Jinping come parte integrante di e funzionale alla sua strategia di “grande rinnovamento della nazione cinese”.
I media mainstream hanno commentato l’evento di Tiananmen generalmente attribuendogli una connotazione di carattere aggressivo. Si tratta da un lato di un riflesso pavloviano, che giudica con sospetto tutto ciò che arriva dalla Cina. Ma è vero anche che vedere sfilare tutte assieme tante “bombe atomiche” (ovvero i missili atti a contenerle) non è propriamente rassicurante.
La Cina ha dunque cambiato rotta o resta, come si descrive, una potenza “pacifica”?
Quello che è chiaro è che così come il XIX congresso del partito (18-24 ottobre 2017) ha rivelato le nuove ambizioni economiche del paese, così la parata di ieri ha mostrato le sue nuove ambizioni militari, che restano comunque quelle di un paese che non ha mai finora combattuto una vera e propria guerra, dunque eventualmente da verificare sul campo di battaglia.
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11/08/2025
La Croazia sale sul carro della guerra
La notizia è giunta alla stampa dopo una conversazione telefonica tenuta tra il primo ministro croato Andrej Plenković e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Zagabria ha riferito di voler continuare a sostenere Kiev nell’acquisizione di armi statunitensi, avvalendosi anche dell’attivazione del meccanismo europeo di finanziamento dedicato al riarmo europeo Safe (Security Action for Europe), che permette a determinati requisiti fiscali di operare in deficit rispetto al bilancio nazionale, andando anche oltre il rapporto del 3% rispetto al Pil stabilito dal Patto di stabilità.
“Abbiamo parlato di un nuovo strumento per l’acquisto di armi americane, che già funziona efficacemente”, ha scritto Zelensky sui social. Con Plenković, “abbiamo discusso anche del meccanismo Safe e delle opportunità che questo strumento offre per rafforzare le capacità difensive, compresa l’Ucraina. La Croazia destinerà la sua quota per sostenere i nostri combattenti”.
La chiamata è avvenuta in occasione del 30° anniversario della pulizia etnica compiuta dalle forze armate croate nella Krajina, zona a maggioranza serba della Croazia, dal 4 al 7 agosto del 1995. L’Operazione Oluja (Tempesta) causò l’assassinio di circa 1.000-2.000 civili serbi, a seconda delle fonti, e l’espulsione forzata di altre 200.000 persone.
Con poca sorpresa, il capo della junta golpista di Kiev ha fatto gli auguri al primo ministro Plenković per la «giornata della vittoria e dei difensori croati». La Serbia infatti mantiene un solido rapporto politico e diplomatico con la Federazione russa, nonostante l’isolamento all’interno dei Balcani ne stia indebolendo il legame commerciale, anche nel settore della Difesa.
Ma è tutta la penisola balcanica ad essere attraversata da continue frizioni, sovente alimentate ad arte dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, per una regione che dallo smembramento della Jugoslavia e dall’intervento occidentale non ha più “trovato pace” – come accaduto per Iraq, Libia, Afghanistan e oggi la Siria.
Come riporta il Coordinamento nazionale per la Jugoslavia, giovedì nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu si sono tenute consultazioni a porte chiuse sulla situazione in Bosnia ed Erzegovina in relazione alla sentenza del Tribunale di Sarajevo che aveva destituito il presidente della Repubblica Srpska Milorad Dodik, sentenza poi revocata a inizio luglio dalla Procura generale della Bosnia.
In sede di discussione, il vice rappresentante permanente della Russia presso l’Onu Dmitrij Poljanskij ha sottolineato ancora una volta che la causa della crisi sono le decisioni dell’Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, autorità istituita in seno agli accordi di Dayton del 1995, il democristiano tedesco Christian Schmidt.
“Non è riconosciuto dalla Repubblica Serba e non è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. È un problema con una certa storia. Avevamo avvertito che alcune sue azioni potevano potenzialmente portare a gravi problemi. Ed è proprio quello che sta accadendo”, ha dichiarato Poljanskij, rappresentando bene come ancora nei Balcani si soffia sullo scontro a tutti i livelli tra gli imperialismi occidentali riuniti nella Nato e il resto della “giungla”, nella famigerata definizione di Joseph Borrell.
Per festeggiare l’anniversario della pulizia etnica di Krajina, il Relatore ufficiale del Parlamento europeo per le questioni relative alla Serbia, il croato Tonino Picula, ha pubblicato su X una suo foto mentre imbraccia un fucile automatico su uno sfondo a tema bellico.
In questo quadro, fa “sorridere” la visita della premier Meloni a Belgrado al presidente della Repubblica di Serbia Aleksandar Vučić con l’obiettivo di spingere la Serbia nel percorso di adesione all’UE e di cambiare postura rispetto al conflitto in Ucraina.
Saremmo curiosi di sapere se Vučić abbia chiesto lumi alla premier sulla visita di Mattarella all’omologo croato lo scorso 5 luglio, mentre mezzo milione di croati si radunavano a Zagabria per il concerto dell’ex militare Marko Thompson in mezzo a simboli ustascia, fascisti e nazisti, nel silenzio complice delle democratiche istituzioni italiane ed europee...
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