Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/09/2026
Volkswagen cede lo stabilimento di Osnabrück a Israele: Iron Dome e riarmo europeo a braccetto
È stata infatti annunciata la costituzione di un consorzio formato dalla compagnia d’investimento israeliana Aurelius Capital e dal Land tedesco della Bassa Sassonia, aprendo la strada alla transizione del sito. In base all’intesa siglata, l’istituto israeliano assumerà la quota di maggioranza della società che opererà a Osnabrück, mentre il Land, già secondo maggiore azionista del gruppo Volkswagen, manterrà una partecipazione di minoranza.
Dietro la Aurelius Capital ci sono nomi quali Michael Rogers, ex comandante del Cyber Command e già direttore dell’agenzia di spionaggio americana NSA, Amir Eshel, già generale e comandante dell’Aeronautica militare israeliana, e Udi Lavi, ex vicedirettore del Mossad. È insomma una compagnia profondamente integrata con gli apparati sionisti, fino agli USA.
Il rilancio industriale dell’impianto partirà da una partnership strategica con la israeliana Rafael Advanced Defense Systems. Il piano prevede la riconversione delle linee produttive per realizzare sistemi e componenti destinati alla difesa aerea di Germania ed Europa. Nello specifico, lo stabilimento si concentrerà sulla produzione di parti strutturali e motori per sistemi missilistici, inclusi i dispositivi di intercettazione Iron Dome, mentre le componenti esplosive saranno assemblate in strutture separate.
La chiusura della produzione di autovetture a Osnabrück era già stata programmata nel 2024 per l’estate del 2027. Da oggi, ufficialmente, verrà quindi progressivamente dismessa per lasciare spazio alle commesse militari, che vengono dunque spacciate come una boccata d’ossigeno per l’occupazione locale. Promesse funzionali a propagandare il riarmo, cercando di nascondere una nuova “guerra tra poveri”: Daniela Cavallo, presidente del consiglio di fabbrica, ha dichiarato che troveranno impiego solo 1.200 dei 1.800 dipendenti attuali.
Che l’operazione di Osnabrück non sia solo economica, ma primariamente politica, in funzione delle mire strategiche guerrafondaie europee, lo dimostra il fatto che a sbloccare la trattativa si stata in prima persona l’amministrazione della Bassa Sassonia. La Qatar Investment Authority (QIA), che detiene il 10% del capitale sociale di Volkswagen e il 17% dei diritti di voto, aveva bloccato l’intesa preliminare per la collaborazione tra la casa automobilistica tedesca e Rafael.
Per superare l’opposizione di Doha, il presidente del Land Olaf Lies, in quota dei “socialdemocratici” della SPD, è intervenuto con le istituzioni che governa nei negoziati, trovando una soluzione nello scorporo dello stabilimento dalla Volkswagen e il passaggio a una nuova società, di cui appunto Aurelius acquisisce la maggioranza e la Bassa Sassonia mantiene una quota significativa.
Lo stabilimento di Osnabrück dovrebbe diventare il primo tassello di un polo industriale votato alla difesa, a cui sembrano guardare con interesse altre aziende israeliane e anche il colosso tedesco Rheinmetall. L’automotive europeo è in grave crisi, a causa della mancanza di lungimiranza dell’imprenditoria del Vecchio Continente negli investimenti, della compressione della domanda domestica a favore della riduzione dei salari e dell’austerità, e dell’aumento dei costi energetici seguito alla dichiarazione di guerra de facto alla Russia.
Il riarmo viene promosso come viatico alla crisi industriale, ma al di là delle menzogne intorno a questa soluzione, l’idea di un polo della difesa è in realtà una scelta politica chiaramente improntata a lanciare una UE armata come attore che conta nella competizione globale. E il fatto che il primo passo venga mosso a braccetto con Israele è una scelta strategica, non aziendale: il riarmo europeo andrà di pari passo al sostegno allo stato sionista come stampella fondamentale degli interessi europei in Asia Occidentale.
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29/08/2026
Per lo Stato l’Italia è già in guerra, a cominciare dal porto di Ravenna
Per l’Avvocatura Generale dello Stato “è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”. È quanto scritto nella memoria a difesa della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Direzione territoriale Emilia Romagna e Marche, per contestare alla giornalista Linda Maggiori la possibilità di accedere agli atti e ai documenti relativi alle attività nel porto di Ravenna. L’obiettivo di Linda Maggiori era quello di far venire alla luce i traffici di armi che da tempo avvengono nel porto e mettere in evidenza le violazioni della legge 185 del 1990, che vieta il commercio di armi con paesi coinvolti in teatri di guerra o riconosciuti colpevoli di lesioni dei diritti umani.
Per l’Avvocatura Generale dello Stato, “la propalazione, attraverso i mezzi di informazione, dei dati e delle informazioni de quibus consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni internazionali dello Stato, del porto di Ravenna”, che in realtà è un porto civile e commerciale e nessuno aveva affermato, fino ad adesso, che fosse strategico per gli interessi nazionali del nostro Paese.
Il dato allarmante di questo pronunciamento dell’Avvocatura dello Stato è che i traffici dei nostri porti civili rappresenterebbero informazioni riservate che non possono essere rese pubbliche senza nuocere agli interessi della nostra sicurezza. Di fatto, in questo modo, non sarebbe possibile esercitare un controllo effettivo sulla reale applicazione della legge 185 e nessuno potrebbe mettere in discussione il commercio con paesi belligeranti o, ancor peggio, colpevoli di genocidio.
In questo modo si vorrebbe impedire di fare luce su quanto sta avvenendo in porti, aeroporti e stazioni del nostro Paese, che sempre più vedono aumentare il traffico e lo spostamento di armamenti, in un clima di crescente coinvolgimento dell’Italia nelle operazioni di guerra. Ora, candidamente, anche l’Avvocatura dello Stato, dichiara che siamo in guerra e giustifica la mancanza di trasparenza con esigenze di sicurezza nazionale, perché saremmo coinvolti in una guerra mondiale già in atto.
Un secchio d’acqua gelida sulla faccia di chi fa ancora finta di non capire.
Unione Sindacale di Base
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28/08/2026
Mezze bugie e mezze verità sulle armi italiane all’Ucraina, ancora una volta
Il governo Meloni continua a navigare nella più totale ambiguità/complicità sulle forniture di armamenti italiani all’Ucraina per la guerra contro la Russia. Ma ancora una volta, così come avvenuti sui voli militari statunitensi dalle basi italiane nel contesto dell'aggressione all'Iran, l’esecutivo nasconde la verità al paese attraverso mezze bugie e mezze verità.
Le polemiche in questo caso sono scattate dopo il vertice a Kiev dei paesi europei “volenterosi” (nel far proseguire la guerra in Ucraina, ndr) e per le rivelazioni comparse sul giornale La Repubblica.
La premier Giorgia Meloni aveva confermato l’impegno italiano sugli aiuti all’Ucraina ma parlando dell’invio di nuovi generatori elettrici in vista dell’inverno, in tale contesto aveva anche annunciato che l’Italia non prenderà parte alle esercitazioni su vasta scala della coalizione previste per l’autunno intorno e dentro l’Ucraina.
Due annunci che avevano il compito di tranquillizzare il dissenso interno alla maggioranza di governo e di tenere buona quella parte dell’opposizione contraria all’invio di armi e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina.
Ma le indiscrezioni sulle forniture militari italiane a Kiev pubblicate da Repubblica hanno riacceso lo scontro politico a tutto campo.
Stando a quanto riporta La Repubblica, il governo starebbe preparando l’invio a Kiev di armi di ultima generazione come le batterie contraeree Samp-T nella versione NG in grado di abbattere i missili balistici, gli intercettori Aster 30 e alcuni radar. Altro che generatori!
Il governo – prosegue La Repubblica – vorrebbe inoltre ricorrere alla formula del decreto proprio per prevenire eventuali dissensi interni alla maggioranza.
La fornitura prevederebbe quattro batterie antimissile Samp-T di nuova generazione (NG). Poi ci saranno i radar Kronos costruiti da Leonardo, mentre anche l’Italia, così come Francia e Gran Bretagna, darà il via libera formale alla produzione direttamente in Ucraina dei missili – in questo caso gli Aster.
In questo ennesimo decreto per l’invio di armi all’Ucraina ci sarebbero anche il sistema “Grifo” della Difesa italiana, che utilizza i nuovi missili Camm-Er per intercettare droni kamikaze, missili da crociera e armi anti-radar a corta portata.
Su questa ennesima forzatura bellicista del governo, nel teatrino della politica italiana non sono venuti a mancare i paradossi. A destra il gen. Vannacci si scaglia contro questa decisione di inviare armamenti all’Ucraina, nel campo largo c’è invece chi – come l’on. Magi di +Europa o l’on, Ruffino di Azione – la ritene “una buona notizia” anche se la premier è “costretta a farlo di nascosto”.
Il ministro della Difesa Crosetto ha affidato la replica ad una nota pubblicata sul sito del ministero della Difesa, in cui precisa che il Parlamento “ha autorizzato il Governo a inviare, anche per il 2026, come già era stato fatto in tutti gli anni precedenti, aiuti (di natura sia civile che militare) all’Ucraina”.
Come accaduto anche con i precedenti invii di armamenti, anche questo tredicesimo pacchetto sarà coperto da segretezza. Verrà infatti approvato prima tramite un decreto interministeriale, poi passerà al vaglio del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica i cui membri sono obbligati al segreto, per essere infine approvato dal Consiglio dei ministri.
Per mantenere segreti i materiali da inviare in Ucraina, il governo riferirà, infatti, la lista solo al Copasir. È lo stesso Crosetto a spiegare che quando viene assemblato un “pacchetto” di aiuti, la difesa e le amministrazioni competenti “preparano un decreto, chiedono al presidente del Copasir di poterlo illustrare ai suoi membri, lo illustrano e solo espletati tutti questi passaggi (non formali, ma sostanziali, dato che viviamo in una Repubblica in cui la sovranità è in capo al Parlamento) tale decreto viene adottato, nella prevista forma del secretato, il che mette in condizione tutti i membri del Copasir (dove siedono esponenti di maggioranza come di opposizione) di esserne in piena e totale conoscenza e averne totale contezza, come è giusto che sia”.
Con una certa dose di malizia, ma affermando sicuramente una mezza verità, Crosetto ha poi ricordato che questo è stato il percorso seguito sull’invio di armi in Ucraina da tutti i governi fino a oggi.
Anche questa volta il Parlamento e il paese saranno messi davanti al fatto compiuto su scelte che stanno trascinando l'Italia sempre più pesantemente nella guerra in Ucraina. Così come avverrà anche per l’indebitamento con i fondi europei SAFE (veri e propri crediti di guerra, ndr) per l’acquisto di nuovi armamenti, anche questo caso non verrà affatto discusso in Parlamento come invece era stato annunciato dal ministro dell’Economia Giorgetti.
È un meccanismo che va spezzato e interrotto con decisione prima che sia troppo tardi.
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26/08/2026
Ucraina - Soldi europei ma armamenti extraUe. L’autolesionismo di Bruxelles
L’Ucraina ha ottenuto da Bruxelles alcune deroghe che le consentono di procurarsi equipaggiamenti militari anche fuori dall’Europa nell’ambito dell’Ukraine Support Loan (il prestito comunitario per il sostegno bellico a Kiev).
La Francia sta ora cercando di limitare la durata di queste deroghe, nel tentativo di fare in modo che una quota maggiore dei fondi garantiti dall’Ue sostenga la produzione della difesa europea e, potenzialmente, francese, secondo quanto risulta a Euronews.
L’Ukraine Support Loan approvato ad aprile dai Paesi dell’Ue prevede ben 90 miliardi di euro per sostenere lo sforzo bellico ucraino nel 2026 e 2027. È suddiviso in 30 miliardi di euro di sostegno economico e 60 miliardi di euro di assistenza militare.
Secondo le condizioni del prestito, l’Ucraina non dovrebbe coprire più del 35% del costo totale di un prodotto per la difesa con forniture provenienti al di fuori dell’Ue e dello Spazio economico europeo.
Mentre la Francia chiede limiti precisi alle deroghe e rispetto delle quote di acquisto di armamenti europei all’Ucraina, con una forte dose di autolesionismo i ministri della Difesa di Svezia, Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Estonia, Polonia, Lettonia, Finlandia e Lituania hanno scritto all’Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera Kaja Kallas e al commissario alla Difesa Andrius Kubilius, chiedendo che l’Ucraina abbia la massima flessibilità possibile per acquistare gli equipaggiamenti di cui ha bisogno.
“Continuiamo a sottolineare che la rapida approvazione dei piani di fornitura è fondamentale, anche attraverso un uso pragmatico della deroga per l’acquisto di materiali prodotti da Paesi terzi”, si legge nella lettera.
La Francia al contrario sta invece facendo pressione sulla Commissione affinché, alla fine, le deroghe lascino più spazio alla produzione europea di armamenti.
Le ripetute ambiguità della Commissione europea in materia di forniture militari e assistenza economica all’Ucraina, hanno fatto si che la Commissione dovrà trovare un equilibrio delicato tra interessi divergenti: da un lato vorrebbe approfittare della guerra in Ucraina per rafforzare la produzione europea nel settore della difesa e ridurre la dipendenza strategica dai fornitori esteri nel medio-lungo periodo, dall’altro vuole assicurarsi che l’Ucraina disponga comunque degli armamenti necessari per proseguire la guerra con la Russia.
Dunque i ripetuti e cospicui finanziamenti comunitari all’Ucraina per proseguire la guerra con la Russia, che teoricamente intendevano essere un volano per le industrie militari europee, rischiano di diventare una ulteriore fonte di finanziamento per le industrie belliche statunitensi o israeliane.
Sul fronte interno il governo Meloni, dopo aver negato per settimane, ha invece deciso di utilizzare 8 miliardi dei crediti di guerra europei (il fondo Safe) sui 14,9 disponibili per l’Italia. Ufficialmente è per ricostruire le scorte di magazzino degli armamenti inviati in Ucraina, in realtà serviranno all’acquisto di nuovi armamenti.
Intanto relativamente all’annuncio dato due giorni fa da Macron sulle manovre militari ai confini e all’interno dell’Ucraina dei paesi “volenterosi” per ottobre/novembre, la Russia ha fatto sapere di ritenere l’ipotesi inaccettabile.
“Non è la prima volta che si discute dell’intenzione di schierare contingenti militari provenienti da paesi membri dell’Alleanza Atlantica sul territorio ucraino” – ha dichiarato il portavoce del Cremlino Peskov – “La condizione è ‘dopo la fine del conflitto’. Ma abbiamo ripetutamente ribadito a vari livelli la nostra posizione, ovvero che lo schieramento di contingenti militari stranieri provenienti da paesi dell’Alleanza Atlantica è per noi inaccettabile”.
In queste ore Mosca è al centro di un frenetico via via diplomatico dagli Stati Uniti e dal Vaticano. Su questo vedi l’articolo pubblicato in altra parte del giornale.
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14/07/2026
Il campo del “ma anche”
Giuseppe Provenzano, fedelissimo di Elly Schlein e responsabile della politica estera del PD, ha dovuto riaffermare sul Corriere della Sera la posizione del suo partito su riarmo e guerra.
Dopo il bombardamento mediatico contro Conte, che aveva osato affermare che la minaccia russa è una invenzione del partito delle armi e della guerra, il PD, che ha una posizione opposta, non poteva tacere.
È vero che la tattica che Schlein ha in comune con Giorgia Meloni è quella dei sommergibili: inabissarsi subito di fronte a ciò che può essere una minaccia, ma stavolta la pressione del palazzo era troppo forte. Volete governare ? Allora dovete garantire che quelle di Conte siano solo parole. Le stesse che ogni tanto borbotta Salvini, per poi obbedire a Meloni.
Così è toccato a Provenzano ribadire che la Russia è sicuramente una minaccia e le armi in guerra si devono inviare. Poi ci deve essere anche la diplomazia , ma intanto si spara.
Quanto al riarmo, l’esponente PD ha detto che il 5% del PIL è insostenibile, lo afferma anche Giorgetti, ma l’alternativa non è il disarmo, bensì “la difesa comune europea”. Cioè un debito comune europeo che finanzi tante belle cose, ma anche le armi se serve.
E per non restare troppo nel fumo, Provenzano ha affermato che il PD è per ricorrere al famigerato SAFE, il prestito europeo per comprare armi che persino il Governo Meloni finora ha cercato di evitare.
Insomma Provenzano ha ribadito le ragioni per cui il PD in Europa vota sempre come Giorgia Meloni su riarmo e guerra.
Quanto al M5S di Conte, è evidente che per il PD deve fare ciò che fa la Lega: affermare un cosa, ma anche votare il suo esatto opposto.
Vi ricordate quando il PD fu fondato da Valter Veltroni con una fila di “ma anche” su cui imperversò la satira? Ecco, il campo largo è allo stesso punto: noi vogliamo la pace, ma siamo anche per la guerra. Solo così stanno assieme, nel centrosinistra come a destra, con il “ma anche”.
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09/07/2026
Rheinmetall. Ritratto di un angelo sterminatore nel cuore dell’Europa
L’ambizione tedesca si afferma chiaramente: “rendere la Bundeswehr l’esercito più potente d’Europa” (Olaf Scholz) e questo, “a qualunque costo” (Friedrich Merz). “Riarmare l’Europa” significa anzitutto “Riarmare la Germania”.
Un elemento chiave e motore di questo riarmo è l’azienda Rheinmetall, nata sotto il Secondo Reich (Impero), fiorente sotto il Terzo e ascendente al firmamento sotto il Quarto.
Una cifra dice tutto: il prezzo del titolo in borsa dell’azienda è passato da 60 € nel 2016 a 1.164 € nel momento in cui scriviamo.
I dividendi per azione pagati agli azionisti quest’anno saranno di 11,50 €, contro gli 8,10 dell’anno scorso.
Il fatturato previsto per il 2026 dovrebbe essere superiore tra il 40 e il 45% rispetto a quello del 2025, vale a dire tra i 14 e i 14,5 miliardi di euro.
Il personale impiegato a livello mondiale è passato da 23.000 nel 2020 a 34.000 attualmente, distribuito in 160 siti in quattro continenti.
In sintesi, lo sponsor del Borussia Dortmund (20 milioni di €) può proclamare con orgoglio: “Wir sind wieder wer” (Siamo di nuovo qualcuno), lo slogan di autocompiacimento del “miracolo economico tedesco” degli anni Cinquanta-Sessanta.
E il tutto concentrandosi esclusivamente sulla produzione militare, dopo aver liquidato tutte le sue attività di produzione civile (principalmente automobilistica).
Quanto sono lontani i tempi in cui la Rheinmetall, dopo le due guerre mondiali del XX secolo, dovette riconvertirsi per un certo periodo nella produzione di macchine per scrivere, calcolatrici e trattori!
Rheinmetall (“Metallo renano”) ormai ha solo il nome di renano. La famiglia Röchling, che possedeva il 42% delle azioni (570 milioni di €), le vendette nel 2004 incaricando Goldman Sachs e BNP Paribas di cercare acquirenti (75 investitori istituzionali, tra cui BlackRock, The Vanguard Group, Bank of America, FMR LLC e Norges Bank Investment Management), ponendo così fine a 48 anni di “capitalismo paziente” tipicamente renano e introducendo il gruppo nel mondo dei cacciatori di dividendi, il “capitalismo impaziente” dei finanzieri speculatori.
In questo contesto europeo sempre più bellicista, con la Germania come leader operativo, è sembrato opportuno elaborare un ritratto del gruppo dalla sua fondazione, da diverse angolazioni, suddivise in dieci parti e raccolte nel libro che indichiamo qui di seguito e scaricabile cliccando su questo link: Ritratto di un angelo sterminatore nel cuore dell’Europa.
Buona lettura.
07/07/2026
Oggi il vertice della Nato. Il governo italiano trucca i conti delle spese militari
Sul clima con il quale si apre il vertice Nato di oggi pesa l’aumento della tensione tra Polonia e Russia relativamente alla guerra in Ucraina.
Come noto, la Polonia, sul proprio territorio, ha già iniziato la produzione di droni destinati all’Ucraina e il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che “ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti”, motivo per cui “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov in un’intervista.
Peskov ha inoltre sottolineato che “non ha nulla di buono il fatto che in Polonia si trovino molte imprese che producono droni, i quali poi vengono lanciati contro di noi e attaccano i nostri militari”. Ieri un bombardiere strategico statunitense ha sorvolato il cielo a ridosso dell’enclave russa di Kalinigrad.
Negli incontri preliminari è stata già definita quella che sarà la dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara concordata tra i Paesi membri. Questa prevede che verranno garantiti all’Ucraina sostegni militari da 70 miliardi per il 2026 e per il 2027 per un totale di 140 miliardi di euro in soli due anni.
Il tema dell’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato sarà, tra l’altro, uno dei temi principali dell’agenda e dei contrasti interni all’Alleanza.
Giorgia Meloni si presenta al vertice Nato di Ankara di oggi e mercoledì, con le spese militari aumentate al 2,8% del Pil, e con un aumento dello 0,71% dovuto soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna.
In termini di bilancio la spesa militare è già salita quasi del doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71%) intesa come “dominio più ampio” e che include le spese per la protezione delle infrastrutture critiche, delle catene di approvvigionamento, la cybersicurezza, la sicurezza energetica, la tutela dei confini e la risposta alle emergenze.
Secondo alcune fonti dell’esecutivo, i prossimi impegni di spesa sul piano militare potrebbero raggiungere il +0,3% nel 2027 e +0,6% nel 2028. L’aumento potrebbe valere complessivamente 17-18 miliardi di euro. Ma sono percentuali a geometrie variabili che dipendono molto dalle convenienze interne.
La decisione infatti è tutta politica ed anche in questo caso conterà il clima pre-elettorale che incombe sull’Italia. La maggioranza di governo è di fatto entrata già in una fase di campagna elettorale e sa benissimo che il tema delle spese militari è piuttosto impopolare, al contrario le campagne sulla “sicurezza” portano voti e incontrano meno ostacoli.
Al momento i prestiti europei del fondo Safe non verranno richiesti almeno per il 2026 e anche il ricorso al Purl (il sistema di acquisti di armamenti americani da girare poi all’Ucraina) appare congelato, così come non sono in vista nuovi pacchetti di forniture militari a Kiev.
Il che fa inquietare non poco l’amministrazione USA che vede nel riarmo europeo l’occasione per vendere armamenti per miliardi di dollari, a patto che i membri europei della Nato non decidano di acquistare solo armamenti made in Europe come vanno evocando da tre anni.
Su questo già lo scorso 20 febbraio l’Amministrazione Trump si era dichiarata apertamente contraria alla clausola del “Buy European” nel campo della difesa, minacciando rappresaglie se le aziende americane avessero incontrato difficoltà nel partecipare agli appalti per il riarmo dell’Europa.
“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, aveva dichiarato l’amministrazione statunitense.
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08/06/2026
Export di armi israeliane da record. L’Europa primo acquirente, complice del genocidio
I fatti contano molto più delle parole. Per questo le vuote parole delle cancellerie occidentali sulla contrarietà alle politiche israeliane, che non si traducono mai in nessuna misura economica o diplomatica concreta, lasciano il tempo che trovano, e anzi esprimono l’ignobile ipocrisia dei governi nostrani.
Basta poi vedere la quantità di armamenti che vengono acquistati da Tel Aviv per capire che Israele è un pilastro fondamentale della tendenza alla guerra dell’imperialismo occidentale. Lo Stato ebraico ha registrato il massimo storico assoluto nelle esportazioni di sistemi d’arma, con l’export militare che ha toccato quota 19,2 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 30% rispetto all’anno precedente.
Il complesso militare-industriale israeliano sta letteralmente volando negli ultimi anni. La quota delle esportazioni è più che raddoppiata in cinque anni e addirittura quadruplicata nell’ultimo decennio. E nonostante le tante dichiarazioni che millantano una ferma opposizione alle continue aggressioni illegali di Israele, come quella che continua in Libano nonostante il “cessate il fuoco”, sono proprio i governi europei a essere i primi acquirenti degli strumenti bellici di Tel Aviv. L’Europa rappresenta il 36% degli acquisti totali.
Con la scusa della “minaccia russa”, costruita ad arte da una disinformazione martellante e continua, il Vecchio Continente sviluppa la sua fisionomia guerrafondaia con acquisti per 6,9 miliardi di dollari. E pensare che c’è stato un calo rispetto al 2024, quando la cifra raggiungeva i 7,9 miliardi (il 54% dell’export bellico), ma in pratica solo per il fatto che quel dato era gonfiato dal mega-acquisto tedesco dei missili Arrow 3, un contratto da 4,6 miliardi.
Secondo Il Fatto Quotidiano, oggi i maggiori acquirenti europei sono Finlandia, Grecia, Polonia e Romania. Oltre il Vecchio Continente, spiccano le vendite nell’area dell’Asia-Pacifico (32% del totale, in netto aumento) e nei paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo e, in generale, che hanno normalizzato i rapporti con Israele (Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco).
Il cuore dell’export israeliano è negli armamenti tecnologicamente all’avanguardia: sistemi missilistici, razzi e difesa aerea; sistemi di sorveglianza e puntamento bersagli; radar, guerra elettronica, sistemi di controllo e comunicazione. Quote minori, seppur significative, riguardano droni e UAV (4% dei prodotti esportati), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%) e sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%).
Tutti strumenti e soluzioni che, si vantano gli stessi sionisti, hanno il “pregio” di essere state testate sul campo dell’occupazione, contro i palestinesi. Il governo israeliano fa ammissione esplicita del legame tra le operazioni di pulizia etnica in corso e il successo commerciale, con il ministro della Difesa Israel Katz che parla di “un filo conduttore chiaro e inequivocabile”.
Nel comunicato ufficiale del dicastero appena citato, viene messo nero su bianco che gli accordi per l’esportazione di materiale militare sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera”. E cioè, per blindare la propria posizione internazionale e garantirsi un’immunità di fatto, nonostante la sfilza infinita di crimini contro l’umanità.
Sulla base di queste parole, risulta ancora più evidente perché è fondamentale continuare la mobilitazione per la rottura di tutti gli accordi (non solo quelli bellici) con Israele: è proprio su questo tipo di legami che si fonda l’accondiscendenza verso Tel Aviv, e sui guadagni che il genocidio può portare. Se le capitali europee sono complici, agli attivisti spetta riscattare i propri popoli.
Fonte
04/06/2026
Le banche italiane investono su Rheinmetall e Leonardo
“Non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Saranno fischiate le orecchie ad Armin Papperger, amministratore delegato della multinazionale militare tedesca Rheinmetall, dopo che Leone XIV ha detto le cose come stanno? “Che mondo stiamo lasciando?”, ha aggiunto Prevost intervenendo alla Sapienza il 14 maggio.
“Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale”. Quarantotto ore prima del discorso all’Università, Papperger, incoronato “miglior Ceo” del 2025 dal sempre ossequioso Economist, era intervenuto all’assemblea dei soci salutando l’avvio della produzione in serie di un sistema di droni kamikaze (FV-014) nello stabilimento di Neuss, vicino a Düsseldorf, un tempo dedicato all’automotive oggi in dismissione. Commesse pubbliche milionarie portano oggi in Europa alla realizzazione non di servizi pubblici essenziali ma di “munizioni circuitanti” in grado di volare in aria fino a 70 minuti per poi lanciarsi contro un bersaglio ed esplodere. Qualcuno ci svegli.
Le scelte pro armamenti della Commissione europea e degli Stati membri continuano a ingigantire il valore dei titoli azionari, tra le altre, di Rheinmetall e Leonardo, e i risparmi dei cittadini ci finiscono sopra. Abbiamo chiesto agli analisti di Profundo l’elenco di chi investe oggi (marzo 2026, tra azioni e bond) sui due campioni europei: per l’Italia troviamo Intesa Sanpaolo (inclusi i veicoli Eurizon, Fideuram), Mediolanum, Fineco, Bper (con Arca Fondi Sgr), Banca popolare di Sondrio (ormai Bper), Anima, Generali, Credito emiliano, Azimut, Banca Sella, Mediobanca, Cassa lombarda, Iccrea – cioè la capogruppo del Gruppo Bcc – e la lista è lunga.
Mentre “noi” investiamo più o meno consapevolmente sul “riarmo” a misura di Papperger, i civili yemeniti restano senza giustizia. Ad aprile, infatti, dopo oltre sei anni di indagini preliminari, l’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha fatto sapere che non avvierà alcuna inchiesta sulla responsabilità dei governi europei e delle aziende produttrici di armi in relazione a presunti crimini di guerra commessi in Yemen.
Nel 2019 il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr), Mwatana for human rights, Amnesty International, Campaign against arms trade, il Centro Delàs e la Rete italiana pace disarmo, avevano predisposto una documentata “comunicazione congiunta” di 350 pagine con la quale si chiedeva alla Corte di indagare se “soggetti aziendali e governativi” di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito “avessero aiutato e favorito i presunti crimini di guerra commessi dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti in Yemen attraverso la vendita di armi”. Erano stati accertati 26 attacchi aerei effettuati dalla coalizione saudita-emiratina contro case, scuole, mercati, ospedali, musei. Le prove raccolte mostravano l’utilizzo di Eurofighter, Tornado, bombe MK 80, e lungo la filiera si risaliva ad Airbus, BAE Systems, Dassault, Leonardo, Rheinmetall.
“Nonostante casi chiaramente documentati di attacchi indiscriminati e
sproporzionati, le aziende produttrici di quei Paesi hanno continuato a
fornire ai membri della coalizione armi, munizioni e supporto
logistico. Ministri e funzionari governativi hanno facilitato queste
esportazioni concedendo le licenze”, hanno denunciato gli autori della
comunicazione, promotori anche di contenziosi strategici nei singoli
Paesi (Italia inclusa). La Cpi, come detto, ha respinto la comunicazione
senza fornire alcuna spiegazione, circostanza che le organizzazioni
hanno pubblicamente “deplorato” in un duro comunicato dell’11 maggio. Lo
stesso giorno in cui Leonardo ha dato conto della risoluzione
consensuale del rapporto di lavoro con “il prof. Roberto Cingolani” (il
nostro Papperger): 4.483.250 euro di umile buonuscita, nessun “vincolo
di non concorrenza” e i “migliori auguri per un futuro ricco di nuove
soddisfazioni”. Siluramenti d’élite.
Fonte
12/05/2026
Italia - Spese militari +57% in soli dieci anni
L’aumento delle spese militari italiane
Mentre il dibattito pubblico italiano è dominato dalle lunghe liste sanitarie d’attesa, dai pronto soccorso in affanno e dalla cronica carenza di personale sanitario, il nostro Paese continua a destinare risorse sempre più ingenti alle spese sanitarie.
Secondo il nuovo rapporto annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), l’Italia si conferma al dodicesimo posto nel mondo nella speciale classifica dei maggiori spenditori militari. Nel 2025, il nostro Paese ha speso 48,1 miliardi di dollari (circa 44 miliardi di euro al cambio attuale), una cifra che rappresenta un incremento del 20% rispetto all’anno precedente.
Ancora più significativo il dato del decennio: rispetto a dieci anni fa, la spesa militare italiana è aumentata del 57%.
Un balzo che sottrae fondi alla sanità pubblica
È una scelta politica precisa: quella di privilegiare la spesa militare rispetto ai bisogni reali della popolazione. Mentre gli ospedali chiudono reparti e i medici fuggono all’estero, il governo spende decine di miliardi per carri armati, cacciabombardieri e navi da guerra.
L’Italia, pur rimanendo formalmente al di sotto del parametro NATO del 2% del PIL (con una percentuale dell’1,9%), ha visto crescere la propria spesa militare in rapporto al Prodotto Interno Lordo in modo costante: dieci anni fa la quota era dell’1,3%. Un segnale inequivocabile della direzione intrapresa.
Quanto costa la sanità che non c’è?
Per capire cosa significhino 44 miliardi di euro in termini di sanità pubblica, PeaceLink ha provato a fare alcuni raffronti concreti.
Secondo le stime di sindacati medici e associazioni di pazienti, per azzerare le liste d’attesa nel Servizio Sanitario Nazionale servirebbero risorse aggiuntive tra i 3 e i 5 miliardi di euro l’anno. Con la sola differenza tra la spesa militare del 2025 e quella dell’anno precedente (pari a circa 8,8 miliardi di euro, dato il +20% su 44 miliardi) si potrebbe quindi risolvere il problema delle liste d’attesa per quasi due anni consecutivi.
Per assumere 30.000 nuovi medici – cifra necessaria secondo molti esperti per tamponare l’emergenza personale – servirebbero circa 3 miliardi di euro l’anno tra stipendi e contributi. Quasi un terzo dell’aumento annuale della spesa militare.
Per riaprire i piccoli ospedali chiusi negli ultimi dieci anni nelle aree interne e montane (oltre 130 presidi) si stima un costo di circa 1,5 miliardi di euro. Una cifra irrisoria rispetto ai 44 miliardi destinati alle armi.
Il paragone con la sanità europea
Per avere un termine di paragone internazionale, la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia è tra le più basse d’Europa: circa 2.500 euro all’anno, contro i 3.500 della Germania e i 4.000 della Francia. Se l’Italia destinasse alla sanità solo un quinto di quanto destina alle armi (cioè 8,8 miliardi di euro, pari all’aumento annuale della spesa militare), potrebbe allineare la spesa sanitaria pro capite a quella tedesca in meno di tre anni.
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11/05/2026
In casa Bondì “un arsenale pronto per scenari di guerra”
Eitan Bondì custodiva in casa una “attrezzatura specifica di pronto uso in uno scenario di guerra”. Emergono particolari rilevanti dagli atti inediti sull’arresto del 21enne ultra sionista, che il 25 aprile scorso a Roma ha sparato a due militanti dell’Anpi. Ricostruzioni e valutazioni dei giudici che rendono la vicenda tutt’altro che chiusa.
Gli investigatori della Digos vogliono essere certi che il ragazzo abbia davvero fatto tutto da solo, per questo monitorano i gruppi giovanili legati alla Comunità ebraica di Roma, tra cui la “Brigata Vitali’, di cui Bondì si sospetta facesse parte.
Nel provvedimento di convalida del fermo, la gip Paola Della Monica descrive l’azione del 21enne caratterizzata dalla “assoluta indifferenza mostrata dopo il fatto, avendo egli completato il giro di consegne con Glovo e, dunque, il suo turno di lavoro, incurante delle conseguenze del proprio gesto”.
Si tratta di un dettaglio importante: Bondi non era partito da casa, magari “istigato” dalle notizie arrivate da Milano (la Brigata Ebraica cacciata dal corteo del 25 aprile, ndr) ma stava lavorando.
“Un‘azione programmata – sottolinea la giudice – dagli effetti chiaramente e volutamente eclatanti (...) che evidenziano una freddezza da parte dell’aggressore, e dunque un altissimo grado di pericolosità”.
La giudice poi si sofferma sull’attrezzatura “da guerra” in dotazione a Bondi. Troppo fornita per un ragazzo di 21 anni seppur con porto d’armi per uso sportivo.
Una pistola Glock 9×19, una semi-automatica Para Ordnance calibro 48, una rivoltella Taurus calibro 38 e ancora un fucile a pompa Hatsa calibro12euno monocolpo (da cecchino), un Chiappa calibro 22lr, una carabina Smith& Wesson 223 e una scacciacani. Ma c’è dell’altro: in casa c’erano zaini, kit medici e due coltelli a serramanico con lame da 12 e 19 centimetri.
“La parete della sua camera da letto presentava due disegni di coltelli, una stampa di un fucile AK-47 (“Kalashnikov”) e attestati di formazione anche di corsi di difesa personale”. Una persona, sottolinea la giudice, “che conosce le armi”, una “mano esperta” che il 25 aprile ha colpito “da posizione idonea e con piena visualizzazione degli obiettivi”.
Non risulta agli investigatori che Bondì si fosse iscritto come riservista dell’esercito israeliano. O che avesse fatto richiesta del passaporto di Tel Aviv. Una scelta che accomuna invece diversi giovani della Comunità ebraica.
Per questo la Digos vuole avere un quadro completo dei porto d’armi distribuiti tra le persone legate alla comunità romana. Bondì, scrive infatti la gip, nella sua azione è stato mosso da una chiara “presa di posizione e da un coinvolgimento rispetto al conflitto israelo-palestinese”.
Fattore diventato il principale motivo di scontro, sul territorio, tra movimenti di sinistra e i gruppi legati al mondo ebraico.
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22/04/2026
Giappone - Rimosso il divieto all’export di armi letali
Quello che cambia, però, è soprattutto la postura internazionale del Sol Levante. La decisione smantella una politica di restrizioni che durava da decenni. Le norme precedenti, introdotte nel 1967 e rese ancora più stringenti nel 1976, limitavano l’export militare giapponese ai soli equipaggiamenti non letali, come strumenti di sorveglianza o mezzi per lo sminamento.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Asahi, Tokyo manterrà formalmente il divieto di esportare armi verso paesi coinvolti in conflitti attivi. Tuttavia, è stata introdotta una clausola cruciale: sono previste esenzioni per “circostanze speciali” qualora siano in gioco le esigenze di sicurezza nazionale del Giappone. Poche settimane fa, tra i dossier relativi è stato considerato anche Taiwan.
Non si è fatta attendere, infatti, la risposta della Cina. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha dichiarato: “l’accelerata rimilitarizzazione del Giappone è già una realtà e si accompagna a una tabella di marcia e a misure concrete. La comunità internazionale, Cina compresa, rimarrà estremamente vigile e si opporrà fermamente alle sconsiderate mosse neomilitariste del Giappone”.
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18/04/2026
Berlino ha venduto armi a Israele durante la guerra in Iran
I dati, diffusi dal Ministero dell’Economia tedesco in risposta a un’interrogazione parlamentare del partito di opposizione Die Linke, si riferiscono al periodo compreso tra il 28 febbraio e il 27 marzo 2026. Proprio il 28 febbraio segna l’inizio della campagna di bombardamenti su vasta scala contro il territorio iraniano.
Sebbene la cifra di 7,8 milioni di dollari sia considerata “modesta” rispetto ai volumi record del passato, il dato solleva pesanti interrogativi politici. Tra ottobre 2023 e maggio 2025, Berlino ha approvato licenze belliche per oltre 571 milioni di dollari, confermandosi il secondo fornitore di armi dell’entità sionista, dopo gli Stati Uniti.
Il percorso delle forniture tedesche è stato tuttavia turbolento. Nell’agosto del 2025, Berlino ha imposto un bando parziale sulle armi che potrebbero essere impiegate a Gaza, a seguito delle accuse di genocidio contro Israele e delle larghe mobilitazioni di solidarietà con il popolo palestinese.
Ma il bando è stato revocato velocemente dopo l’accordo di cessate il fuoco di ottobre. Nei mesi successivi, le autorizzazioni per l’invio di armi sono schizzate a 166,95 milioni di euro. E oggi, il governo ha dovuto ammettere che sono state approvate licenze per circa 12,4 milioni di dollari anche durante i periodi di restrizione.
A ciò si aggiunge ora la critica rispetto alla vendita di armamenti a Israele, mentre Tel Aviv conduceva un’aggressione unilaterale e senza provocazione all’Iran, mentre teoricamente i suoi vertici stavano trattando con gli USA. E questo non fa che dimostrare che la complicità delle potenze occidentali con questa guerra è strutturale, materiale, e continua, nonostante le ambigue dichiarazioni di distanza dagli attacchi alla Repubblica Islamica.
Inoltre, la pubblicazione dei dati giunge in un momento di estrema vulnerabilità per l’esecutivo. Il 14 aprile, un collettivo di avvocati di Berlino, sostenuto da organizzazioni internazionali come l’European Legal Support Center (ELSC), ha depositato una denuncia penale presso la procura federale di Karlsruhe contro il Cancelliere Friedrich Merz e altri dieci alti funzionari governativi.
Tra gli accusati figurano anche l’ex Cancelliere Olaf Scholz e gli ex ministri Annalena Baerbock e Robert Habeck. L’accusa, dettagliata in un documento di un centinaio di pagine, è di complicità nel genocidio a Gaza, sostenendo che i leader tedeschi abbiano agevolato crimini di guerra attraverso l’approvazione sistematica di forniture militari.
Mentre la costituzione tedesca proibirebbe teoricamente l’invio di armi in zone di guerra, il governo continua a invocare la “responsabilità speciale” della Germania verso Israele, legata alla memoria storica dell’Olocausto e che, in un certo senso, radica nella ragion di stato tedesca la sicurezza dello stato ebraico.
Ma l’aggressione all’Iran e l’occupazione del sud del Libano rivelano la strumentalizzazione del genocidio commesso dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, condotta sia da Berlino sia da Tel Aviv. Quella memoria tragica diviene strumenti di aggressione, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Tutto in funzione degli interessi imperialistici in Asia Occidentale.
Anche contro l’Iran, Israele sta facendo “il lavoro sporco” per i governi europei, come ebbe a dire Merz in riferimento al genocidio a Gaza.
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17/04/2026
L’export di armi italiane è cresciuto del 19%. Tre banche ne finanziano quasi il 70%
Nel 2025 il valore complessivo delle “autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento” è stato di 11,141 miliardi di Euro, di cui 9,164 miliardi di Euro esportate all’estero (con un aumento del 19,14% rispetto al 2024) e 1,977 miliardi di Euro importate.
Al riguardo viene specificato che il dato riportato sulle movimentazioni in entrata (importazioni) non include i trasferimenti intracomunitari UE/SEE, ai sensi dell’art.10 bis della Legge 185/1990. Non risultano inoltre ricomprese nella citata rilevazione le esportazioni temporanee con successiva reimportazione e le importazioni effettuate direttamente dall’Amministrazione dello Stato o per conto della stessa, per la realizzazione di programmi di armamento ed equipaggiamento delle forze armate e di polizia, che possono essere consentite direttamente dalle Dogane.
Analogamente risultano escluse le importazioni effettuate da enti pubblici nell’esercizio di attività di carattere storico o culturale, previa autorizzazione di polizia, e quelle temporanee effettuate da imprese straniere per la partecipazione a fiere campionarie mostre e attività dimostrative, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno (art. 1 comma 8 della Legge 185/1990).
Sono pure escluse dalla rilevazione le esportazioni o concessioni dirette e i trasferimenti intracomunitari da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi intergovernativi (art.1, comma 9 della Legge 185/1990).
Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 miliardi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).
Le banche che finanziano l’esportazione di armamenti
Sono tre le “banche armate” che fanno la parte del leone nel finanziare le esportazioni italiane di armamenti: Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank.
Nel corso del 2025, secondo la relazione, sono state effettuate dagli intermediari 23.942 comunicazioni inerenti a transazioni bancarie per operazioni di esportazione, importazione e transito di materiali di armamento soggette alla disciplina della legge, per un importo complessivamente movimentato superiore ai 14 miliardi di Euro.
Nel corso dello stesso anno è stata segnalata una movimentazione complessiva (introiti/esborsi) di oltre 2,7 miliardi di Euro per operazioni svolte in attuazione di programmi intergovernativi di armamenti a fronte dei 2,1 miliardi di euro del 2024.
Dal confronto con i dati del 2024 emerge che, nell’anno qui in esame, il numero delle segnalazioni è sensibilmente aumentato, passando da 21.586 a 23.942 (+10,91 %), anche a conferma del diffuso coinvolgimento degli istituti di credito e di altri intermediari finanziari nell’utilizzo dell’applicativo ministeriale.
Il volume complessivo delle transazioni oggetto di segnalazione è leggermente aumentato rispetto all’anno precedente (14 miliardi di euro nel 2025 rispetto ai 12 miliardi del 2024).
Nell’anno 2025, il 66,18 % delle transazioni per introiti riferibili ad esportazioni definitive è stato negoziato da tre istituti di credito (Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank).
Nel 2024, detta percentuale è stata del 68,72 %. Per quanto riguarda l’ammontare complessivo di garanzie e finanziamenti concessi o rinnovati nel 2025, il 57,23% dell’ammontare complessivo è stato negoziato da tre istituti di credito (BNP Paribas Security Services, Unicredit S.p.A., Credit Agricole Corporate and Investment Bank), a fronte di una quota percentuale che nel 2024 era stata dell’83,78.
Ancora boom per l’export di armi italiane
Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione di armi, il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 mdi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).
Le licenze globali, che rappresentano uno strumento di semplificazione, risultano in aumento rispetto all’anno precedente. Il valore cumulativo dei materiali esportati è stato pari a circa 1,374 mdi di Euro (1,18 nel 2024). Un aumento si registra anche nell’utilizzo delle Autorizzazioni generali di trasferimento, che dagli € 60,4 milioni del 2024 passano al valore di € 69,6 milioni del 2025. Risulta in marcato calo rispetto al 2024 (-61%) il valore delle autorizzazioni di intermediazione, passato dai 257,7 milioni di Euro del 2024 ai 100,3 milioni di Euro del 2025.
Le autorizzazioni di importazione a vario titolo si sono attestate su un valore complessivo di € 1,977 miliardi, registrando un significativo incremento del 165,86% rispetto al 2024.
Il numero di Paesi destinatari delle autorizzazioni all’esportazione è stato di 88 (90 nel 2024) e il numero delle autorizzazioni, come già osservato, è stato di 2576 (2.569 nel 2024).
Nel 2025, un solo Paese (Kuwait) è risultato destinatario di autorizzazioni per un valore complessivo superiore al miliardo di Euro, mentre sono stati 16 i Paesi con valori compresi tra 100 milioni e il miliardo di Euro.
Il valore dei trasferimenti intracomunitari e delle esportazioni verso i Paesi NATO è stato pari al 37,62% del totale (1953 autorizzazioni), mentre il restante 62,38 % delle esportazioni ha interessato Paesi extra UE/NATO (623 autorizzazioni).
Il dato tendenziale verso i Paesi extra UE/NATO continua a mostrarsi in lieve crescita come valore assoluto nell’ultimo triennio.
Sul dato complessivo della ripartizione pesa la licenza di oltre 1 miliardo autorizzata nei confronti del Kuwait (€2,6 mdi). Il valore esportato verso le nazioni UE/NATO è diretto per il 40,85% verso Paesi esclusivamente membri NATO (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Norvegia, Turchia, Albania, Macedonia del Nord) e per il 59,15% verso Paesi UE indipendentemente dalla loro adesione al Trattato Atlantico.
Tra i primi 25 Paesi destinatari di autorizzazioni individuali all’esportazione nel 2025, si nota che:
− il Kuwait, che nel 2024 era al 76° posto, è salito al 1° posto, in ragione di una licenza concessa per un valore di circa 2,6 mdi di Euro;
− gli Stati Uniti sono risaliti dal 12° al 3° posto;
− Germania, Francia e Regno Unito continuano a collocarsi tra i primi 6 destinatari, in linea con le tendenze dei precedenti anni;
− l’Ucraina, è passata dall’11° posto al 4° posto, con licenze per un valore pari a 349 mni di Euro, a conferma dell’impegno dell’apparato produttivo italiano verso quel Paese (giova rammentare che le forniture gestite dal Ministero della difesa non necessitano di autorizzazione UAMA (l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento) e, quindi, esulano dalle statistiche riportate;
− Israele, nei dati 2025, così come accaduto nel 2024, non compare, in quanto le modalità delle operazioni militari israeliane contro i palestinesi a Gaza, hanno indotto l’Autorità nazionale UAMA a non concedere nuove autorizzazioni all’export, in base alla legge n. 185/1990.
Importazioni di armi. Lo strano caso della Svizzera al primo posto
Israele compare invece come quinto paese da cui l’Italia importa armamenti. Per quanto attiene all’import, nel 2025, il valore delle 556 autorizzazioni individuali di importazione cd. “definitive” è stato di 1.977.363.805,02 euro di cui, curiosamente, il 30,19 % proviene dalla Svizzera (da dove abbiamo importato armi per 62,2 milioni di euro), il 29,12 % proviene dagli Stati Uniti d’America, il 14,23 % dal Regno Unito, il 7,59 % dal Kuwait e il 4,30 % appunto da Israele.
Il dato non comprende le importazioni da Paesi UE/SEE, perché esse non sono soggette ad autorizzazione dell’UAMA. Per quanto riguarda le tipologie, nel 2025 la categoria “materiali” ha costituito, sia per valore complessivo sia per numero di articoli, la tipologia maggioritaria degli oggetti importati (69,65 %), seguita dai “servizi” (29,52 %), dai “ricambi” (0,78 %), e dalle “tecnologie” (0,05 %).
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12/04/2026
Contrabbando di armi verso Israele denunciato in Belgio
Il fatto è avvenuto a fine marzo, presso l’aeroporto di Liège-Bierset. I sospetti sono nati quando un camion proveniente dal Regno Unito ha consegnato un carico all’aeroporto, senza però che vi fosse alcun documento che ne rivelasse l’effettiva natura. Sulla base di una denuncia arrivata da una ONG specializzata nella sorveglianza dei flussi militari verso zone di guerra, le autorità di Liegi hanno dunque intercettato il carico.
In seguito a un controllo, sono state identificate e sequestrate 33 casse contenenti sistemi laser, mirini, sistemi di controllo del tiro e componenti per aerei da caccia. Il materiale era destinato a Israele tramite la Challenge Airlines, una compagnia israeliana specializzata in carichi non standard.
Il carico, però, non era stato correttamente dichiarato, e nessuna licenza di esportazione era stata richiesta, come previsto invece dalla legge belga. Ciò fa sorgere dubbi su altri carichi, dato che la compagnia ha operato con regolarità tra gli Stati Uniti e Israele negli ultimi mesi, facendo tappa proprio in Belgio.
Un’altra vicenda passata getta ulteriori ombre su come questa triangolazione fosse un contrabbando strutturato da tempo per rifornire in maniera nascosta le operazioni genocide delle IDF. Alla fine del 2024, la Challenge Airlines aveva già contestato un decreto federale e un decreto della Vallonia che limitavano le sue licenze per materiale pericoloso e impedivano l’esportazione e il transito di armi verso lo stato sionista.
Il Belgio ha visto un’importante serie di vicende riguardanti il divieto di commercio e anche del semplice transito di armi verso Israele, che ha raggiunto un nuovo traguardo lo scorso 16 marzo. La Corte d’Appello di Bruxelles ha messo nero su bianco la responsabilità di Bruxelles nel mancato controllo dei flussi di armi verso Israele.
La Corte ha stabilito che le Convenzioni di Ginevra e la Convenzione sul Genocidio non sono semplici dichiarazioni d’intenti, ma hanno “effetto diretto nel diritto interno”. Secondo i giudici, il Belgio non ha agito tempestivamente per impedire il trasferimento di materiale bellico che potrebbe essere utilizzato per crimini contro l’umanità.
Il Regio Decreto del 18 gennaio 2026, pur vietando il transito di armi, è considerato tardivo. E aggiungiamo noi che è anche incompleto, visto che la stessa sentenza sottolinea che non si applica a materiale dual use. Si tratta, ad ogni modo, di una vittoria importante per le organizzazioni che, il 22 luglio 2025, avevano intentato causa allo stato belga affinché rispettasse le disposizioni del diritto internazionale.
Droit pour Gaza, l’Associazione belga-palestinese (ABP), il Coordinamento nazionale per l’azione per la pace e la democrazia (CNAPD), SOS Gaza e due vittime palestinesi, che hanno finanziato l’iniziativa legale attraverso un crowdfunding, hanno dichiarato che la sentenza afferma che i “giudici possono obbligare uno Stato a rispettare i suoi obblighi di fronte a un genocidio, a un crimine di guerra o a un crimine contro l’umanità”.
Si tratta, ovviamente, anche di una vittoria importante per il movimento di solidarietà con la Palestina e con il popolo libanese bersagliati dalle forze israeliane, a cui deve essere data visibilità internazionale.
È possibile imporre ai propri governi di recidere i legami con lo stato genocida di Israele, e gli strumenti sono tanti: vanno usati tutti.
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03/04/2026
ONU: l’Italia chiarisca sulla possibile violazione dell’embargo militare sulla Libia
Secondo gli esperti dell’ONU, infatti, l’Italia sarebbe “non compliant”, ovvero non conforme alle prescrizioni previste dalle risoluzioni, in particolare la 1970 del 2011, che funge da architrave per l’embargo sulle armi e il divieto di assistenza militare al paese nordafricano. Al centro della contestazione c’è un corso di addestramento svoltosi nel dicembre 2024.
Nell’ambito della missione bilaterale di assistenza (MIASIT), il Mobile Training Team del Centro di Addestramento Paracadutisti e del 184° Comando “Nembo” ha svolto attività di “formazione” di 27 cadetti dell’accademia di Tripoli in “speciali tecniche di combattimento corpo a corpo”. Se per il Ministero della Difesa questa attività rappresenta uno strumento per rafforzare le istituzioni locali e la credibilità italiana nelle operazioni internazionali, la valutazione delle Nazioni Unite è diametralmente opposta.
Per il Panel, l’addestramento aveva una natura puramente militare e, in quanto tale, costituisce una violazione diretta del paragrafo 9 della risoluzione 1970. Ma forse ancora più grave è il fatto che, nonostante tre missive formali inviate dagli esperti a Roma, nessuna risposta è mai giunta dal governo italiano. E non è l’unico nodo rimasto senza chiarimenti.
Il Panel ha chiesto informazioni rispetto a ben 38 voli cargo militari partiti dall’aeroporto di Pisa con destinazione Misurata, Tripoli e Bengasi. Il trasporto di beni o operativi impegnati in attività non proibite dalle risoluzioni ONU deve essere dimostrata, e ciò non è stato fatto dal governo italiano.
Stati spesso indicati come autoritari (la Turchia, e persino la Russia, ad esempio), in situazioni simili, hanno fornito tutte le informazioni richieste, l’Italia no. E nemmeno gli Stati Uniti, che hanno scelto la via del silenzio, di cui 11 dei 14 voli contestati sono decollati da Sigonella. Giusto a ricordarci il peso nelle continue violazioni del diritto internazionale su cui il nostro governo “chiude un occhio” a causa del suo asservimento a Washington.
Del resto, il volo italiano che più desta scalpore è quello avvenuto il 23 gennaio 2025, appena due giorni dopo la riconsegna di Almasri, nonostante il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale che pendeva su di lui. Come per i sorvoli di Netanyahu sui nostri cieli, per loro il diritto valeva “solo fino a un certo punto”.
Il rapporto del Panel finirà probabilmente sul tavolo del Consiglio di Sicurezza, ed è necessario pretendere la fine del silenzio di Roma.
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25/03/2026
Un’azione di sabotaggio danneggia una azienda che lavora per Israele nella Repubblica Ceca
“Hanno collaborato con Elbit Systems mentre i nostri compagni in Palestina venivano uccisi e mutilati, mentre i bambini venivano annientati in frazioni di secondo da tecnologie di precisione prodotte in fabbriche come questo sito di Pardubice, gestite da codardi in uffici con aria condizionata” scrive il gruppo nella sua rivendicazione.
L’Associated Press riferisce che LPP Holding aveva precedentemente dichiarato di pianificare di aprire un centro per sviluppare e produrre droni e addestrare personale in collaborazione con la israeliana Elbit Systems, un’azienda di tecnologia militare.
Il produttore di armi LPP Holding, sviluppa e produce prodotti per uso civile e militare, come le tecnologie di droni utilizzate dalle forze armate israeliane e dalle forze armate ucraine, ha dichiarato in un comunicato che l’incendio si è verificato nei suoi locali.
Nell’incursione il gruppo, oltre all’incendio, ha sottratto documenti all’azienda e ne ha bruciati degli altri. Nel messaggio minacciano l’azienda affermando che “Avete tempo fino al 20 aprile per tagliare ogni rapporto con la Elbit Systems e denunciare la brutale occupazione della Palestina oppure renderemo pubblici questi documenti”.
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12/03/2026
SIPRI: aumenta l’export delle armi, soprattutto in Europa. Le vendite italiane volano
La guerra in Ucraina è il motore evidente di questa crescita, ma non è l’unico. Il riarmo europeo, legittimato con la propaganda sulla necessità di sicurezza contro la Russia e dal nodo molto più reale e concreto dell’incertezza sull’ombrello difensivo statunitense, si palesa come un vettore fondamentale della crescita dei commerci di armamenti a livello mondiale.
L’Ucraina è balzata al primo posto tra i maggiori importatori mondiali, coprendo da sola il 9,7% del mercato globale. Tuttavia, il rapporto evidenzia come nel 2025 i flussi verso Kiev abbiano subito un rallentamento a causa della riduzione degli aiuti militari statunitensi.
Nonostante le ambizioni di autonomia strategica perorate dai vertici della UE, la dipendenza da Washington resta marcata: il 48% delle armi acquistate dai paesi europei proviene dagli USA, con una predilezione assoluta per i caccia F-35 e i sistemi di difesa aerea a lungo raggio. I 29 stati europei membri della NATO hanno aumentato le importazioni del 143%, ma il 58% di questi acquisti provengono dagli Stati Uniti.
E tuttavia, sotto la superficie dei numeri dell’import, emerge una UE che sta accelerando la produzione del proprio complesso militare-industriale, anche per renderlo un attore fondamentale di un redditizio commercio in un mondo che corre sulla strada della tendenza alla guerra. Le esportazioni di armi dei 27 stati membri dell’Unione sono cresciute del 36%, un ritmo superiore a quello degli Stati Uniti (+27%) e della Cina (+11%).
Oggi, l’export combinato dell’Unione rappresenta il 28% del mercato mondiale, ancora lontano dal 42% degli States. Ma è una quota quattro volte superiore a quella della Russia, le cui forniture si sono ridotte nettamente, dovendo sostenere lo scontro con Kiev: le esportazioni di Mosca sono crollate del 64%, unico dato negativo tra i primi dieci esportatori globali.
In questo scenario, l’Italia gioca un ruolo da protagonista. Roma è salita dal decimo al sesto posto nella classifica dei maggiori esportatori al mondo, con una crescita record del 157%. Una parte significativa della produzione italiana è destinata al Medio Oriente (59%). Si tratta di un settore fondamentale di proiezione italiana ed europea, quello del Mediterraneo allargato, e appare chiaro quanto siano importanti i legami militari con Israele e i paesi del Golfo.
Anche la Germania, ormai, ha sorpassato la Cina tra i paesi esportatori, raggiungendo la non invidiabile quarta posizione a livello globale, con quasi un quarto dei suoi sistemi inviati a sostegno di Kiev. Arriva poi un segnale significativo riguardo agli acquisti dei paesi NATO dell’Europa, per quanto riguarda i principali fornitori oltre agli USA.
La Corea del Sud è al secondo posto, con una quota dell’8,6%, ed è seguita da Israele, al 7,7%, segno che il salto di qualità della UE nello scenario globale continua a essere assegnato alle sue capacità militari, e che in questo progetto imperialistico Israele ha un ruolo centrale. Il buy European è già stato attaccato da politici statunitensi, ma intanto le capitali del Vecchio Continente cercano anche altre alternative rapide e affidabili per colmare i vuoti nei propri arsenali.
I dati sugli ordini, comunque, suggeriscono che la tendenza al rialzo nel commercio delle armi non si invertirà presto, e che gli USA manterranno un solido primato. Con 936 aerei da combattimento ancora da consegnare e centinaia di sistemi missilistici in ordinazione per Germania e Regno Unito, l’industria bellica globale attraversa la sua fase più calda dalla fine della Guerra Fredda.
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11/02/2026
La sfida dei portuali alla macchina genocidaria israeliana e all’ordine capitalista
I porti italiani – per un Paese come il nostro, posizionato strategicamente nel cuore del Mediterraneo – rappresentano un pilastro fondamentale dell’economia e uno dei nodi più rilevanti della rete logistica. Ma sono anche un’infrastruttura i cui lavoratori incarnano oggi una una potente compagine contro quell’economia di guerra che è il vero fattore abilitante del massacro perpetrato contro il popolo palestinese. Mentre i governi occidentali, infatti, dichiarano formalmente di aver sospeso le vendite di armi a Israele, i porti italiani ed europei continuano a essere nodi cruciali di un’infrastruttura che rifornisce quotidianamente la macchina bellica israeliana. Ma, davanti a questa complicità, c’è chi alza la voce e si mobilita per spezzare la catena del genocidio.
I numeri del sistema portuale italiano: crescita record e ruolo strategico
481 milioni di tonnellate. È il volume di merci transitate nel 2024 nei porti del nostro Paese. Una crescita continuata anche nell’anno successivo, come documenta il report Assoporti-Srm che ha calcolato 250 milioni di tonnellate di merci movimentate nel solo primo semestre del 2025. Numeri che attestano l’esistenza di un sistema «strategico nel panorama europeo e mediterraneo», come viene definito dal presidente di Assoporti, Rodolfo Giampieri, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore.
Un ruolo cruciale confermato anche dal rapporto Unioncamere 2024 sull’economia del mare che attribuisce al sistema marittimo un valore aggiunto complessivo di circa 64,7 miliardi pari a circa il 3,7% del Pil e una occupazione di 1 milione di addetti pari al 4% dell’occupazione italiana.
Restringendo il campo alle attività di trasporto marittimo e di cantieristica, ovvero le attività più legate al sistema portuale, si arriva a un valore aggiunto di 21,4 miliardi di euro, pari a circa l’1,2% del PIL, e 260 mila lavoratori, pari all’1% dell’occupazione.
Nel mondo più del 90% del traffico merci viaggia via mare, in Italia circa il 40% degli scambi import-export passa dai porti. Ed è proprio dalle banchine di alcune città italiane che transita la cosiddetta “flotta del genocidio”, come la giornalista Linda Maggiori, in un dossier pubblicato da Altreconomia, definisce il sistema che rende possibile l’invio di materiali d’armamento a Israele, uno Stato ritenuto responsanbile di genocidio da una moltitudine di autorevoli organizzazioni internazionali.
Armi verso Israele: il traffico che attraversa i porti italiani nella zona grigia della legge
«Israele dipende quasi unicamente dal commercio via mare e senza un costante rifornimento marittimo non avrebbe mai potuto fare ciò che ha compiuto a Gaza», sottolinea Maggiori nel suo La flotta del genocidio. Sulle rotte delle armi dai porti italiani, che documenta un sistema diffuso e strutturale di traffico di armi e materiali bellici diretti a Israele che avviene attraverso i porti italiani, in piena violazione della legge italiana 185/1990 e del Trattato internazionale sulle armi.
In Italia i transiti di armamenti avvengono in una zona grigia sul piano legale. La legge 185/1990, una delle norme più avanzate a livello mondiale di cui il nostro Paese si è dotato grazie alla spinta di numerose realtà della società civile, prevede esplicitamente che l’esportazione, l’importazione e il transito di materiali d’armamento siano soggetti ad autorizzazioni e controlli dello Stato, e vieta questi traffici verso Paesi in conflitto armato o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, come sarebbe appunto il caso di Israele. Eppure, similmente a un paradosso kafkiano, l’Ufficio nazionale delle Dogane ha candidamente dichiarato ad Altreconomia che non risultano transiti autorizzati semplicemente perché nessun transito chiede di essere autorizzato. Ancora più inquietante è il ruolo delle istituzioni: il ministero dell’Interno e le prefetture conoscono in anticipo questi traffici e predispongono misure ad hoc (tra cui scorte armate).
Il dossier da lei curato documenta come i porti italiani – Genova, Ravenna, Livorno, Salerno, Venezia, Trieste, Taranto – siano profondamente integrati nella rete logistica che rifornisce Israele e come, dopo l’inizio dell’offensiva a Gaza, ci sia stata addirittura un’impennata di spedizioni di materiali – tra cui nitrato di ammonio, ampiamente usato dall’esercito israeliano per radere al suolo in maniera “controllata” gli edifici di Gaza, ed esplosivi – verso lo Stato ebraico. Non si tratta solo di transito, ma anche di esportazioni dirette: dato che dal 7 ottobre 2023 l’Autorità nazionale Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) non rilascia più autorizzazioni all’export di armi verso Israele, le aziende hanno ideato vari escamotage per inviare armi a Tel Aviv. Il traffico non riguarda solo materiale bellico in senso stretto. Dai porti italiani partono anche fertilizzanti usati come precursori di esplosivi, Caterpillar utilizzati per distruggere villaggi palestinesi, macchinari e materiali edili per costruire insediamenti illegali in Cisgiordania.
Tre compagnie marittime dominano questo traffico: Zim, Msc e Maersk. Colossi che in alcuni casi sono sostenuti da potenti attori finanziari globali.
La Zim Integrated Shipping Services è una delle dieci più grandi compagnie di navigazione al mondo e uno dei principali trasportatori di armi verso Israele. Fino al 2003 era di proprietà dello Stato di Israele, poi è stata privatizzata ma mantiene stretti legami con il governo di Tel Aviv. Quotata alla Borsa di New York, tra i suoi principali azionisti annovera Israel Corporation (controllata dal gruppo Ofer Brothers*) ma anche UBS, BlackRock, Goldman Sachs, Morgan Stanley.
La Msc (Mediterranean Shipping Company), fondata a Napoli nel 1970 da Gianluigi Aponte, controlla il 20,6% del mercato mondiale con le sue 900 navi portacontainer. La moglie di Aponte è Rafaela Diamant Pinas, figlia di un importante banchiere israeliano.
Infine tra le compagnie citate da Maggiori figura Maersk, quotata sul Nasdaq Copenhagen e detenuta in gran parte dalla famiglia Møller, con azionisti istituzionali del calibro di BlackRock.
Il passaggio di armi dai nostri porti avviene nella completa inerzia delle istituzioni, dall’Autorità nazionale Uama all’Agenzia delle dogane e dei monopoli, dalle prefetture interessate fino al Parlamento. A contrastare l’immobilismo e il silenzio complice di questi ultimi, la resistenza dei lavoratori portuali.
Da Genova al mondo: la rete internazionale dei portuali in lotta
L’oscuro e mortifero traffico di materiali che rende possibili i crimini commessi da Israele in Palestina viene ostacolato quando non proprio bloccato dalle straordinarie mobilitazioni dei portuali. Le agitazioni contro i traffici bellici sono partite da Genova nel 2019, quando i camalli hanno bloccato il porto per chiedere il rispetto della legge 185/1990. Lo scorso 26 settembre è stato siglato il Manifesto internazionale dei portuali contro la guerra. A Genova, Ravenna, Livorno, Salerno, Venezia e Trieste ci sono stati blocchi e proteste per fermare le navi delle compagnie israeliane. Il sindacato Usb pubblico impiego e agenzie fiscali, il 30 settembre 2025, ha chiesto «l’immediata interruzione delle operazioni di esportazione e transito di armi, materiale bellico e dual use verso Israele». Si sta sempre più rafforzando la solidarietà tra i portuali del Mediterraneo, con scambi di informazioni tra Marsiglia, Genova, Pireo, Anversa e altri porti per coordinare i blocchi. L’ultima clamorosa mobilitazione si è tenuta lo scorso 6 febbraio: come si legge sul Manifesto, per la prima volta i lavoratori portuali hanno scioperato «nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche in Colombia, Venezuela, Brasile e Stati Uniti», per opporsi alle guerre nel mondo ma anche per denunciare il peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari.
In occasione della giornata di sciopero, il Gruppo Autonomo Portuali di Livorno in un reel su Instagram ha ribadito che i lavoratori del comparto non intendono essere complici del genocidio e del progetto imperialista portato avanti dai governi occidentali. José Nivoi, coordinatore nazionale Usb per i portuali e portavoce del Calp di Genova, ha definito il 6 febbraio «una giornata epica», preannunciando che la mobilitazione non si fermerà e che il coordinamento internazionale va verso una strutturazione interna. I portuali, forti della loro autocoscienza di classe e della straordinaria capacità di connettere le lotte contro tutte le derive del sistema capitalista, ci indicano la via per il suo futuro superamento. Non ci resta che seguirli.
*Oggi Israel Corporation è controllata, in ultima istanza, da Idan Ofer attraverso una catena di veicoli societari e trust familiari. Per un riflesso incondizionato ormai consulto sempre la Epstein library messa a disposizione dal Dipartimento di Giustizia statunitense. E anche questa volta ho avuto la conferma: Idan Ofer, una delle persone più ricche d’Israele, era tra i personaggi che gravitavano attorno al predatore sessuale e spia del Mossad Jeffrey Epstein.
10/02/2026
Lo sciopero dei portuali colpisce diversi scali europei
Si tratta degli effetti immediati dello sciopero internazionale coordinato che ha coinvolto i portuali di numerosi Paesi contro il traffico di armamenti, la privatizzazione delle banchine e la progressiva militarizzazione degli scali civili. La mobilitazione, inizialmente annunciata in 21 porti del Mediterraneo e del Nord Europa, si è estesa ad altri scali e ha ricevuto manifestazioni di solidarietà anche fuori del continente europeo, secondo quanto emerge dalle comunicazioni sindacali e dalle analisi di settore diffuse nella giornata del 6 febbraio.
In Italia lo sciopero di 24 ore ha interessato l’intera filiera portuale. A Genova il blocco si è concentrato nell’area del varco di San Benigno, punto di accesso cruciale per i terminal container e ro-ro. Il porto ligure ha registrato una paralisi che ha inciso sulla continuità dei flussi ferroviari e stradali verso il Nord Italia e i mercati del Nord Europa. La presenza in rada di navi costrette a rinviare l’attracco ha aggravato una situazione già complessa per la concomitanza di cantieri infrastrutturali e per l’elevata saturazione dei piazzali nei porti limitrofi del sistema ligure, come La Spezia e Vado Gateway.
Alla Spezia l’elevata densità dei piazzali, stimata intorno al 78%, ha ridotto ulteriormente i margini di gestione dei traffici residui, rendendo difficoltoso il riassorbimento dei ritardi accumulati durante il fermo. Anche Vado Gateway di Savona, già interessato da agitazioni nei mesi precedenti, ha risentito dell’interruzione delle operazioni, con effetti sui servizi di trasbordo e sulle coincidenze feeder.
Sul versante adriatico, Trieste ha visto la protesta concentrarsi presso la sede dell’Autorità di Sistema Portuale. Il fermo delle attività ha avuto un impatto diretto sui corridoi ferroviari verso Austria e Germania, già rallentati da condizioni meteorologiche avverse. I ritardi maturati nello scalo giuliano si sono riflessi sull’intera catena intermodale dell’Adriatico orientale, penalizzando in particolare i traffici industriali diretti verso l’Europa centrale.
A Venezia e Ravenna lo sciopero ha prodotto effetti visibili soprattutto nella riprogrammazione degli arrivi navali. Il rinvio delle toccate da parte di unità come la Msc Eagle III e la Zim Australia ha generato un disallineamento delle finestre operative, con ripercussioni sulle banchine dedicate alle merci varie e sui traffici industriali. A Ravenna il fermo ha inciso anche sulla logistica di fertilizzanti e cereali, comparti sensibili ai ritardi per la rigidità delle catene di approvvigionamento.
Sul Tirreno, Livorno ha registrato uno dei casi più evidenti di nave bloccata in rada, con la Zim Virginia impossibilitata ad attraccare. Lo scalo toscano, specializzato nella movimentazione automotive e forestale, ha subito un rallentamento delle operazioni che ha coinvolto direttamente le catene di distribuzione dei veicoli finiti e dei prodotti destinati all’export. A Civitavecchia, invece, l’adesione allo sciopero ha creato criticità nei collegamenti ro-pax con la Sardegna, con ritardi nelle operazioni di imbarco e congestione nelle aree esterne al porto.
Nel Mezzogiorno lo sciopero ha colpito anche Gioia Tauro. In un porto caratterizzato da tempi di rotazione molto serrati, l’interruzione delle operazioni di scarico e ricarico per 24 ore ha generato un accumulo di navi in attesa che richiederà diversi giorni per essere smaltito. Mobilitazioni e rallentamenti si sono registrati anche a Salerno, Bari, Cagliari e Palermo, con effetti sulle filiere agroalimentari, sui traffici verso i Balcani e sulla movimentazione delle merci varie.
La dimensione internazionale della protesta ha ampliato l’impatto logistico oltre i confini nazionali. In Grecia il porto del Pireo è rimasto sostanzialmente fermo per l’intera giornata, bloccando uno dei principali terminal container europei in una fase già segnata da congestione e saturazione dei piazzali. Nei Paesi Baschi spagnoli le azioni nei porti di Bilbao e Pasaia hanno interrotto flussi verso il Nord Atlantico, mentre in Turchia i rallentamenti a Mersin e Antalya hanno inciso sulle esportazioni agricole e tessili. Anche scali come Tanger Med, Amburgo e Brema hanno risentito della giornata di mobilitazione, inserendosi in un quadro già critico per il maltempo invernale e per i picchi stagionali di traffico.
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