Le prime conseguenze dello sciopero internazionale dei portuali del 6 febbraio 2026 si misurano già in mare. La portacontainer Zim Virginia è rimasta ferma al largo delle coste di Livorno senza poter attraccare a causa dell’adesione allo sciopero dei lavoratori portuali aderenti all’Unione Sindacale di Base. Situazione analoga per la Zim New Zealand, attesa in mattinata nel porto di Genova, e per la Zim Australia, che avrebbe dovuto scalare Venezia nella giornata odierna e Ravenna il giorno successivo. Anche la Msc Eagle III, diretta in Israele, ha rinviato l’arrivo previsto ieri a Ravenna e oggi a Venezia, modificando la propria rotazione.
Si tratta degli effetti immediati dello sciopero internazionale coordinato che ha coinvolto i portuali di numerosi Paesi contro il traffico di armamenti, la privatizzazione delle banchine e la progressiva militarizzazione degli scali civili. La mobilitazione, inizialmente annunciata in 21 porti del Mediterraneo e del Nord Europa, si è estesa ad altri scali e ha ricevuto manifestazioni di solidarietà anche fuori del continente europeo, secondo quanto emerge dalle comunicazioni sindacali e dalle analisi di settore diffuse nella giornata del 6 febbraio.
In Italia lo sciopero di 24 ore ha interessato l’intera filiera portuale. A Genova il blocco si è concentrato nell’area del varco di San Benigno, punto di accesso cruciale per i terminal container e ro-ro. Il porto ligure ha registrato una paralisi che ha inciso sulla continuità dei flussi ferroviari e stradali verso il Nord Italia e i mercati del Nord Europa. La presenza in rada di navi costrette a rinviare l’attracco ha aggravato una situazione già complessa per la concomitanza di cantieri infrastrutturali e per l’elevata saturazione dei piazzali nei porti limitrofi del sistema ligure, come La Spezia e Vado Gateway.
Alla Spezia l’elevata densità dei piazzali, stimata intorno al 78%, ha ridotto ulteriormente i margini di gestione dei traffici residui, rendendo difficoltoso il riassorbimento dei ritardi accumulati durante il fermo. Anche Vado Gateway di Savona, già interessato da agitazioni nei mesi precedenti, ha risentito dell’interruzione delle operazioni, con effetti sui servizi di trasbordo e sulle coincidenze feeder.
Sul versante adriatico, Trieste ha visto la protesta concentrarsi presso la sede dell’Autorità di Sistema Portuale. Il fermo delle attività ha avuto un impatto diretto sui corridoi ferroviari verso Austria e Germania, già rallentati da condizioni meteorologiche avverse. I ritardi maturati nello scalo giuliano si sono riflessi sull’intera catena intermodale dell’Adriatico orientale, penalizzando in particolare i traffici industriali diretti verso l’Europa centrale.
A Venezia e Ravenna lo sciopero ha prodotto effetti visibili soprattutto nella riprogrammazione degli arrivi navali. Il rinvio delle toccate da parte di unità come la Msc Eagle III e la Zim Australia ha generato un disallineamento delle finestre operative, con ripercussioni sulle banchine dedicate alle merci varie e sui traffici industriali. A Ravenna il fermo ha inciso anche sulla logistica di fertilizzanti e cereali, comparti sensibili ai ritardi per la rigidità delle catene di approvvigionamento.
Sul Tirreno, Livorno ha registrato uno dei casi più evidenti di nave bloccata in rada, con la Zim Virginia impossibilitata ad attraccare. Lo scalo toscano, specializzato nella movimentazione automotive e forestale, ha subito un rallentamento delle operazioni che ha coinvolto direttamente le catene di distribuzione dei veicoli finiti e dei prodotti destinati all’export. A Civitavecchia, invece, l’adesione allo sciopero ha creato criticità nei collegamenti ro-pax con la Sardegna, con ritardi nelle operazioni di imbarco e congestione nelle aree esterne al porto.
Nel Mezzogiorno lo sciopero ha colpito anche Gioia Tauro. In un porto caratterizzato da tempi di rotazione molto serrati, l’interruzione delle operazioni di scarico e ricarico per 24 ore ha generato un accumulo di navi in attesa che richiederà diversi giorni per essere smaltito. Mobilitazioni e rallentamenti si sono registrati anche a Salerno, Bari, Cagliari e Palermo, con effetti sulle filiere agroalimentari, sui traffici verso i Balcani e sulla movimentazione delle merci varie.
La dimensione internazionale della protesta ha ampliato l’impatto logistico oltre i confini nazionali. In Grecia il porto del Pireo è rimasto sostanzialmente fermo per l’intera giornata, bloccando uno dei principali terminal container europei in una fase già segnata da congestione e saturazione dei piazzali. Nei Paesi Baschi spagnoli le azioni nei porti di Bilbao e Pasaia hanno interrotto flussi verso il Nord Atlantico, mentre in Turchia i rallentamenti a Mersin e Antalya hanno inciso sulle esportazioni agricole e tessili. Anche scali come Tanger Med, Amburgo e Brema hanno risentito della giornata di mobilitazione, inserendosi in un quadro già critico per il maltempo invernale e per i picchi stagionali di traffico.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/02/2026
25/10/2025
Tunisia in rivolta: proteste e scioperi contro l’inquinamento dell’impianto chimico
Il 21 ottobre 2025, la città tunisina di Gabès è stata paralizzata da uno sciopero generale e da massicce proteste contro l’inquinamento causato dall’impianto chimico statale gestito dal gruppo Tunisian Chemical Group (CGT), un centro produttivo di fosfati ritenuto responsabile di una grave crisi ambientale. Decine di migliaia di manifestanti, mobilitati dalla potente Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT), hanno bloccato scuole, mercati, negozi e caffè, paralizzando la vita economica della città costiera, mentre sfilavano per le strade con striscioni e slogan come “Gabes vuole vivere” e “Smantellate le unità inquinanti”, denunciando l’impatto negativo del complesso industriale sulla salute della popolazione.
Gabès, un tempo nota per le sue oasi e le acque limpide del Mediterraneo, oggi soffre di gravi danni ecologici e sanitari: un audit commissionato da CGT e condotto a luglio 2025 ha rivelato che l’impianto scarica quotidianamente tra le 14.000 e le 15.000 tonnellate di fosfogesso nelle acque costiere, emettendo al contempo alte concentrazioni di ammoniaca, ossidi di azoto e solfati, sostanze che hanno provocato la morte di alberi, la drastica riduzione della fauna marina e un incremento dei casi di malattie respiratorie e tumori nella popolazione locale.
L’intera vicenda si inserisce in un contesto di crescente malcontento sociale e crisi economica, dove proteste frequenti per disoccupazione, interruzioni idriche e servizi pubblici inefficaci mettono a dura prova la gestione del presidente Kais Saied, al potere in modo consolidato dal 2021. Saied ha definito la situazione un “assassinio ambientale” imputando ai governi precedenti scelte politiche criminali responsabili della distruzione dell’ecosistema e dell’aumento di patologie gravi, promettendo interventi per affrontare la crisi, ma i cittadini manifestanti hanno respinto le sue dichiarazioni considerandole insufficienti e prive di azioni concrete. Il ministro della Salute, Mustapha Ferjani, ha annunciato l’intenzione di costruire un ospedale oncologico a Gabès per far fronte al crescente numero di casi, senza però fornire un calendario preciso per la realizzazione, alimentando ulteriormente la sfiducia della popolazione. Le autorità tunisine si trovano così a dover bilanciare la tutela della salute pubblica con la produzione di fosfati, risorsa economica fondamentale per il paese, in un momento in cui la crisi finanziaria limita le capacità di investimento pubblico e aumenta la pressione sociale.
Le organizzazioni ambientali locali hanno sottolineato che la vita marina è stata gravemente compromessa, con pescatori che denunciano un drastico calo dei pesci negli ultimi dieci anni, minacciando le fonti di sostentamento di molte famiglie della regione. Lo sciopero e le manifestazioni di Gabès rappresentano la più grande sfida politica per il governo di Saied negli ultimi anni e segnalano un conflitto tra sviluppo industriale e sostenibilità ambientale che mette in discussione il modello di crescita adottato dalla Tunisia, sollevando dubbi sulla capacità delle istituzioni di rispondere efficacemente alle legittime richieste dei cittadini. La crisi di Gabès, caratterizzata da tensioni sociali e da una popolazione sempre più consapevole dei rischi ambientali, evidenzia come l’incapacità di affrontare tempestivamente problemi ecologici e sanitari possa trasformarsi in una minaccia per la stabilità politica e l’economia nazionale, rendendo necessario un approccio integrato che contempli sia la protezione dell’ambiente sia la sicurezza economica e sociale della regione.
Fonte
Gabès, un tempo nota per le sue oasi e le acque limpide del Mediterraneo, oggi soffre di gravi danni ecologici e sanitari: un audit commissionato da CGT e condotto a luglio 2025 ha rivelato che l’impianto scarica quotidianamente tra le 14.000 e le 15.000 tonnellate di fosfogesso nelle acque costiere, emettendo al contempo alte concentrazioni di ammoniaca, ossidi di azoto e solfati, sostanze che hanno provocato la morte di alberi, la drastica riduzione della fauna marina e un incremento dei casi di malattie respiratorie e tumori nella popolazione locale.
L’intera vicenda si inserisce in un contesto di crescente malcontento sociale e crisi economica, dove proteste frequenti per disoccupazione, interruzioni idriche e servizi pubblici inefficaci mettono a dura prova la gestione del presidente Kais Saied, al potere in modo consolidato dal 2021. Saied ha definito la situazione un “assassinio ambientale” imputando ai governi precedenti scelte politiche criminali responsabili della distruzione dell’ecosistema e dell’aumento di patologie gravi, promettendo interventi per affrontare la crisi, ma i cittadini manifestanti hanno respinto le sue dichiarazioni considerandole insufficienti e prive di azioni concrete. Il ministro della Salute, Mustapha Ferjani, ha annunciato l’intenzione di costruire un ospedale oncologico a Gabès per far fronte al crescente numero di casi, senza però fornire un calendario preciso per la realizzazione, alimentando ulteriormente la sfiducia della popolazione. Le autorità tunisine si trovano così a dover bilanciare la tutela della salute pubblica con la produzione di fosfati, risorsa economica fondamentale per il paese, in un momento in cui la crisi finanziaria limita le capacità di investimento pubblico e aumenta la pressione sociale.
Le organizzazioni ambientali locali hanno sottolineato che la vita marina è stata gravemente compromessa, con pescatori che denunciano un drastico calo dei pesci negli ultimi dieci anni, minacciando le fonti di sostentamento di molte famiglie della regione. Lo sciopero e le manifestazioni di Gabès rappresentano la più grande sfida politica per il governo di Saied negli ultimi anni e segnalano un conflitto tra sviluppo industriale e sostenibilità ambientale che mette in discussione il modello di crescita adottato dalla Tunisia, sollevando dubbi sulla capacità delle istituzioni di rispondere efficacemente alle legittime richieste dei cittadini. La crisi di Gabès, caratterizzata da tensioni sociali e da una popolazione sempre più consapevole dei rischi ambientali, evidenzia come l’incapacità di affrontare tempestivamente problemi ecologici e sanitari possa trasformarsi in una minaccia per la stabilità politica e l’economia nazionale, rendendo necessario un approccio integrato che contempli sia la protezione dell’ambiente sia la sicurezza economica e sociale della regione.
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09/09/2025
Drone contro barca della Sumud Flotilla nelle acque tunisine
Nella notte un drone militare ha colpito una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla nelle acque tunisine, la Family boat, su cui risultano imbarcati diversi membri del comitato organizzatore, fra cui Greta Thumberg, Thiago Avila, Yasemin Acar.
Le immagini di un video diffuso dagli attivisti della GSF mostrano il momento esatto in cui l’ordigno viene sganciato e si sente l’esplosione. Le autorità tunisine minimizzano l’accaduto e i tutti i mass media della propaganda israeliana e filo-israeliana si accodano a questa versione. “Secondo i primi accertamenti, si è verificato un incendio nei giubbotti di salvataggio”, ha detto all’Afp Houcem Eddine Jebabli, portavoce della Guardia Nazionale, sottolineando che “non è stato rilevato nessun drone”. Peccato che il video dimostri esattamente il contrario.
La Global Sumud Flotilla (GSF) ha confermato che una delle imbarcazioni principali, nota come “Family Boat” – che trasportava membri del Comitato Direttivo del GSF – è stata colpita da un drone nelle acque della Tunisia. L’imbarcazione navigava sotto bandiera portoghese ed era in fase di preparazione per la partenza verso Gaza. L’attacco ha causato danni da incendio all’albero maestro principale e allo stivaggio sottocoperta. È in corso un’indagine e le riparazioni verranno avviate non appena sarà considerato sicuro farlo.
“Gli atti di aggressione volti a intimidire e ostacolare la nostra missione non ci fermeranno” dichiara la GSF “Il nostro obiettivo collettivo di rompere l’assedio su Gaza e di esprimere solidarietà al suo popolo prosegue con determinazione e fermezza”.
In risposta a questo attacco, a Roma è stata convocata dagli studenti una conferenza stampa all’università La Sapienza alle ore 11.00 dove è previsto anche un collegamento con Josè Nivoi, il portuale genovese a bordo della Flotilla.
Che la rotta della Global Sumud Flotilla verso Gaza sarà complicata lo si era capito, che le vada assicurata la massima copertura e protezione della solidarietà internazionale deve essere altrettanto chiaro.
Fonte
Le immagini di un video diffuso dagli attivisti della GSF mostrano il momento esatto in cui l’ordigno viene sganciato e si sente l’esplosione. Le autorità tunisine minimizzano l’accaduto e i tutti i mass media della propaganda israeliana e filo-israeliana si accodano a questa versione. “Secondo i primi accertamenti, si è verificato un incendio nei giubbotti di salvataggio”, ha detto all’Afp Houcem Eddine Jebabli, portavoce della Guardia Nazionale, sottolineando che “non è stato rilevato nessun drone”. Peccato che il video dimostri esattamente il contrario.
La Global Sumud Flotilla (GSF) ha confermato che una delle imbarcazioni principali, nota come “Family Boat” – che trasportava membri del Comitato Direttivo del GSF – è stata colpita da un drone nelle acque della Tunisia. L’imbarcazione navigava sotto bandiera portoghese ed era in fase di preparazione per la partenza verso Gaza. L’attacco ha causato danni da incendio all’albero maestro principale e allo stivaggio sottocoperta. È in corso un’indagine e le riparazioni verranno avviate non appena sarà considerato sicuro farlo.
“Gli atti di aggressione volti a intimidire e ostacolare la nostra missione non ci fermeranno” dichiara la GSF “Il nostro obiettivo collettivo di rompere l’assedio su Gaza e di esprimere solidarietà al suo popolo prosegue con determinazione e fermezza”.
In risposta a questo attacco, a Roma è stata convocata dagli studenti una conferenza stampa all’università La Sapienza alle ore 11.00 dove è previsto anche un collegamento con Josè Nivoi, il portuale genovese a bordo della Flotilla.
Che la rotta della Global Sumud Flotilla verso Gaza sarà complicata lo si era capito, che le vada assicurata la massima copertura e protezione della solidarietà internazionale deve essere altrettanto chiaro.
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14/08/2025
Tunisia - Esplode la tensione sociale in Tunisia. Assalto alla sede del sindacato
Continua a crescere la tensione sociale e politica in Tunisia. In particolare quella tra il presidente Kais Saied e l’Unione Generale Tunisina del Lavoro (Ugtt), il potente sindacato tunisino in difficoltà da tempo.
La contrapposizione ha raggiunto un punto critico dopo un concentramento di persone davanti alla sede dell’Ugtt a Tunisi, in Piazza Mohamed Ali.
L’agenzia Nova riferisce che la sede della principale organizzazione sindacale in Tunisia è stata presa d’assalto giovedì scorso da una “banda estranea all’Unione e al sindacato”, con individui che hanno tentato di entrare scandendo slogan ostili, tra cui richiami allo scioglimento dell’Unione e insulti contro i sindacalisti, secondo quanto ha denunciato l’esecutivo dell’Ugtt.
Il sindacato ha attribuito il recente “attacco” alle campagne di incitamento orchestrate da “sostenitori del presidente” Saied, che si sono intensificate a seguito di recenti mobilitazioni sindacali e all’annuncio di ulteriori lotte sociali.
L’obiettivo, secondo l’esecutivo dell’Ugtt, sarebbe quello di zittire la voce dell’Unione e ostacolare il suo ruolo nella difesa dei diritti sociali ed economici dei lavoratori, nonché nelle battaglie per le libertà pubbliche e individuali.
Sami Tahri, segretario generale aggiunto dell’Ugtt, ha accusato le autorità tunisine di aver permesso a una “banda” di entrare nella sede, sottolineando “la facilità con cui sono stati rimossi gli ostacoli per loro”.
I responsabili, secondo Tahri, miravano a sciogliere l’esecutivo e installare una leadership “su misura”, respinta fermamente dal sindacato. Gli eventi hanno scatenato una forte ondata di condanne da parte di diverse organizzazioni e partiti politici. La Lega tunisina per i diritti umani ha definito quanto avvenuto una “aggressione criminale”, inquadrandola in un contesto di “incitamento e mobilitazione contro l’attività sindacale”. Il Movimento Haq ha espresso “sostegno incondizionato” all’Ugtt, evidenziando che l’attacco “mira a indebolire” le organizzazioni nazionali.
Il Presidente tunisino Saied ha sottolineato che “i tempi delle eccessive pretese dell’Ugtt sono finiti” e che il vero ruolo dell’Unione è quello di difendere i diritti dei lavoratori, lontano dalle ingerenze politiche.
A infiammare gli animi dei tunisini non sono solo le minacce di uno sciopero nazionale dell’Ugtt, ma anche le ripetute interruzioni di acqua ed elettricità, la mancata raccolta dei rifiuti in diverse regioni del Paese, i danni ai beni pubblici e all’ambiente, e i blocchi di alcuni progetti di sviluppo. Fonti vicine alla presidenza citate dal quotidiano nazionale “La Presse de Tunisie” hanno sottolineato che “non c’è nulla di peggio delle continue interruzioni di servizi essenziali, specialmente in estate, per minare gli sforzi del capo dello Stato volti a garantire ai cittadini condizioni di vita dignitose”. Questi episodi vengono interpretati dalla presidenza tunisina come atti di sabotaggio premeditati, finalizzati a screditare l’operato delle istituzioni.
Il popolo tunisino “è a conoscenza di ogni dettaglio” e “sventerà tutti i tentativi disperati di tormentarlo e di infiammare la situazione”, ha affermato recentemente Saied. Il monito segue quello del ministero dell’Interno che, la scorsa settimana, ha smentito categoricamente le “menzogne e i soliti errori” diffusi sui social media da “pagine sospette” contro le istituzioni di sicurezza.
Nel comunicato del ministero degli Interni si precisa che dietro queste pagine si nascondono “soggetti con obiettivi noti che hanno l’abitudine di diffondere voci e distorcere i fatti”, e che non hanno “alcun legame con le sue unità sul campo”. Il ministero ha definito queste “campagne sistematiche e ripetute” come “tentativi disperati” di prendere di mira lo Stato e di minare il lavoro delle istituzioni di sicurezza. Il ministero dell’Interno tunisino ha inoltre annunciato di aver avviato, in coordinamento con le autorità giudiziarie, un’indagine per rintracciare i responsabili di queste campagne diffamatorie, sia all’interno che all’esterno del Paese. Le accuse e le menzogne diffuse costituiscono una “minaccia diretta alle istituzioni statali e alla loro unità”.
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La contrapposizione ha raggiunto un punto critico dopo un concentramento di persone davanti alla sede dell’Ugtt a Tunisi, in Piazza Mohamed Ali.
L’agenzia Nova riferisce che la sede della principale organizzazione sindacale in Tunisia è stata presa d’assalto giovedì scorso da una “banda estranea all’Unione e al sindacato”, con individui che hanno tentato di entrare scandendo slogan ostili, tra cui richiami allo scioglimento dell’Unione e insulti contro i sindacalisti, secondo quanto ha denunciato l’esecutivo dell’Ugtt.
Il sindacato ha attribuito il recente “attacco” alle campagne di incitamento orchestrate da “sostenitori del presidente” Saied, che si sono intensificate a seguito di recenti mobilitazioni sindacali e all’annuncio di ulteriori lotte sociali.
L’obiettivo, secondo l’esecutivo dell’Ugtt, sarebbe quello di zittire la voce dell’Unione e ostacolare il suo ruolo nella difesa dei diritti sociali ed economici dei lavoratori, nonché nelle battaglie per le libertà pubbliche e individuali.
Sami Tahri, segretario generale aggiunto dell’Ugtt, ha accusato le autorità tunisine di aver permesso a una “banda” di entrare nella sede, sottolineando “la facilità con cui sono stati rimossi gli ostacoli per loro”.
I responsabili, secondo Tahri, miravano a sciogliere l’esecutivo e installare una leadership “su misura”, respinta fermamente dal sindacato. Gli eventi hanno scatenato una forte ondata di condanne da parte di diverse organizzazioni e partiti politici. La Lega tunisina per i diritti umani ha definito quanto avvenuto una “aggressione criminale”, inquadrandola in un contesto di “incitamento e mobilitazione contro l’attività sindacale”. Il Movimento Haq ha espresso “sostegno incondizionato” all’Ugtt, evidenziando che l’attacco “mira a indebolire” le organizzazioni nazionali.
Il Presidente tunisino Saied ha sottolineato che “i tempi delle eccessive pretese dell’Ugtt sono finiti” e che il vero ruolo dell’Unione è quello di difendere i diritti dei lavoratori, lontano dalle ingerenze politiche.
A infiammare gli animi dei tunisini non sono solo le minacce di uno sciopero nazionale dell’Ugtt, ma anche le ripetute interruzioni di acqua ed elettricità, la mancata raccolta dei rifiuti in diverse regioni del Paese, i danni ai beni pubblici e all’ambiente, e i blocchi di alcuni progetti di sviluppo. Fonti vicine alla presidenza citate dal quotidiano nazionale “La Presse de Tunisie” hanno sottolineato che “non c’è nulla di peggio delle continue interruzioni di servizi essenziali, specialmente in estate, per minare gli sforzi del capo dello Stato volti a garantire ai cittadini condizioni di vita dignitose”. Questi episodi vengono interpretati dalla presidenza tunisina come atti di sabotaggio premeditati, finalizzati a screditare l’operato delle istituzioni.
Il popolo tunisino “è a conoscenza di ogni dettaglio” e “sventerà tutti i tentativi disperati di tormentarlo e di infiammare la situazione”, ha affermato recentemente Saied. Il monito segue quello del ministero dell’Interno che, la scorsa settimana, ha smentito categoricamente le “menzogne e i soliti errori” diffusi sui social media da “pagine sospette” contro le istituzioni di sicurezza.
Nel comunicato del ministero degli Interni si precisa che dietro queste pagine si nascondono “soggetti con obiettivi noti che hanno l’abitudine di diffondere voci e distorcere i fatti”, e che non hanno “alcun legame con le sue unità sul campo”. Il ministero ha definito queste “campagne sistematiche e ripetute” come “tentativi disperati” di prendere di mira lo Stato e di minare il lavoro delle istituzioni di sicurezza. Il ministero dell’Interno tunisino ha inoltre annunciato di aver avviato, in coordinamento con le autorità giudiziarie, un’indagine per rintracciare i responsabili di queste campagne diffamatorie, sia all’interno che all’esterno del Paese. Le accuse e le menzogne diffuse costituiscono una “minaccia diretta alle istituzioni statali e alla loro unità”.
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30/01/2025
Il Mediterraneo allargato dell’energia nei piani di Italia e UE
Negli ultimi giorni il governo italiano è stato molto attivo sul lato diplomatico e degli accordi economici nell’orizzonte di un più stretto collegamento con il Mediterraneo allargato, da Gibilterra al Golfo Persico. Un’area considerata strategica per la capacità della UE di competere a livello internazionale.
A Villa Madama, alla presenza del ministro degli Esteri Tajani e di quello dell’Ambiente, è stata firmata un’intesa con Austria, Germania, Tunisia e Algeria per il SoutH2 Corridor. Si tratta delle condutture che dovrebbero portare fino a 4 milioni di tonnellate di idrogeno verde in Europa, aiutando a raggiungere il target di 10 milioni entro il 2030.
Questa infrastruttura è parte della strategia comunitaria sulla diversificazione delle fonti di energia, e nel dicembre 2024 è stata inserita tra i progetti bandiera per l’anno in corso degli investimenti del Global Gateway. Ricordiamo come tale programma sia stato analizzato da Oxfam, Counter Balance ed Eurodad, che ne hanno rimarcato il carattere neo-coloniale e predatorio.
Sono le grandi aziende, e in generale il sistema imprenditoriale dei paesi europei a trovare vantaggio nel Global Gateway, mentre sugli altri attori coinvolti si riversano i costi sociali e ambientali di queste attività. E non a caso, a margine dell’incontro a Villa Madama, si è svolto pure un forum imprenditoriale.
Sono di certo i “prenditori” italiani a trovare il maggiore interesse nel corridoio dell’idrogeno, dato che dei 3.300 chilometri di conduttore, riadattate o costruite ex novo, 2.300 saranno nel Bel Paese. Un altro tassello di quel Piano Mattei che vuole dare all’Italia il ruolo di hub energetico della UE.
Salvatore Bernabei, direttore di Enel Green Power e Thermal Generation, ha parlato del progetto pilota che col governo tunisino punta alla produzione di idrogeno verde nel paese africano. Un’iniziativa in linea con lo “spirito di partenariato su cui si fonda il Piano Mattei”.
“L’obiettivo – ha aggiunto – è quello di integrare sempre più il Nord Africa con l’Europa, facendo dell’Italia uno snodo fondamentale per la sicurezza energetica del continente”. Tajani ha parlato di un impegno di investimento futuro che potrebbe arrivare a 400 milioni di euro, il doppio rispetto allo scorso triennio.
A questi si aggiunge l’elettrodotto Elmed, che passerà sul fondale del Canale di Sicilia e unirà Capo Bon con la stazione elettrica di Partanna, in Sicilia. Il costo complessivo è preventivato sugli 850 milioni di euro, di cui 300 saranno finanziati dal Connecting Europe Facility, il fondo comunitario per il potenziamento delle infrastrutture energetiche.
Con questi progetti, infatti, la classe dirigente europea spera di far fronte al problema che ha mandato in crisi l’industria europea negli ultimi anni: i costi dell’energia. È stato sempre Tajani a parlare di una “diplomazia della crescita” che “non può prescindere dal tema fondamentale dell’energia” per rendere le filiere competitive con gli altri grandi attori globali.
Sulla stessa scia si pongono anche gli accordi chiusi da Meloni in Arabia Saudita, alla fine della scorsa settimana. La presidente del consiglio ha firmato la dichiarazione congiunta sulla partnership strategica da instaurare con la dinastia araba, che si svilupperà largamente su vari settori, dal comparto bellico ai trasporti, dalla cultura fino a quello dell’energia, appunto.
Dei 10 miliardi di dollari di operazioni concluse a Riad, ben 6,6 miliardi sono legati a cinque accordi siglati da SACE. Tra di essi, uno è con Acwa Power, colosso saudita che si occupa di idrogeno verde e desalinizzazione, processo centrale nella produzione del primo, il quale richiede importanti quantità di acqua per l’elettrolisi.
Sempre Acwa Power ha firmato anche un memorandum con Snam, finalizzato a stabilire investimenti congiunti per la fornitura di idrogeno verde all’Europa, e anche per valutare la possibilità di creare un terminale di importazione dell’ammoniaca nella penisola, usata anch’essa nel trasporto dell’idrogeno e in questo caso collegata direttamente al SoutH2 Corridor.
Anche le intese perfezionate da Cassa depositi e prestiti e da Ansaldo riguardano progetti energetici e infrastrutturali da realizzarsi per lo più in Africa, inserite dai vertici italiani sempre dentro la cornice del Piano Mattei. Ma con Ansaldo è evidente che il focus, a Riad, si è spostato anche sul settore militare.
Fincantieri ha aperto una collaborazione con Aramco nella cantieristica civile in Arabia Saudita, mentre con Ozone for Military Industries Company cercherà di ritagliarsi uno spazio nei servizi logistici per navi militari. Elettronica S.p.A. ha firmato due intese che riguardano la difesa, l’aerospazio e la cybersicurezza.
Ovviamente, non poteva mancare Leonardo, che rinnova il memorandum già firmato a inizio 2024 ed apre la strada alla “espansione della collaborazione industriale nel campo dei sistemi di combattimento aereo e in ambito elicotteristico”, si legge in una nota dell’azienda.
Il riferimento al caccia di sesta generazione che il campione italiano delle armi sta sviluppando, insieme alla britannica BAE Systems e alla nipponica Mitsubishi, lo ha esplicitato la stessa Meloni: “siamo favorevoli all’ingresso dei sauditi nel Gcap” (il nome del progetto, ndr), il che li integrerebbe ulteriormente nella filiera di guerra euroatlantica.
A metà gennaio Palazzo Chigi aveva già chiuso un patto tripartito con Emirati Arabi Uniti e Albania. Con esso sono stati definiti i termini di una collaborazione per lo sviluppo delle rinnovabili nel paese balcanico, “con particolare attenzione – si legge in una nota – al fotovoltaico solare, all’eolico e a soluzioni ibride con potenziale di accumulo tramite batterie”.
Collegata a questi progetti è anche la costruzione di un cavo sottomarino per il trasporto di energia sostenibile da Valona alle coste pugliesi. Un altro evidente esempio del “colonialismo verde” su cui ormai si vanno raccogliendo vari contributi (di cui Dismantling Green Colonialism è di certo uno dei più completi).
Un quadro di questa proiezione, di cui l’esecutore è Roma ma il mandante è Bruxelles, è stato presentato al Parlamento Europeo proprio il 28 gennaio, col sesto rapporto “Med & Italian Energy Report 2024”. Il documento è stato redatto dal Centro Studi SRM, collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, e dal Politecnico di Torino.
Il focus del testo è sul Mediterraneo come crocevia decisivo per il futuro energetico europeo, e sull’Italia come ponte naturale su questo specchio d’acqua. La UE è l’attore globale con la maggiore dipendenza da fonti esterne (il 58% del fabbisogno energetico è soddisfatto da importazioni).
Ma il nodo sottolineato è anche quello del commercio dei beni energetici, la cui geografia evolve con le tensioni geopolitiche e con il ridimensionamento della transizione verde. In particolare, il ruolo dei porti e dei colli di bottiglia (Hormuz, Malacca, Suez) di questo specifico mercato è attenzionato per le opportunità future che può offrire all’Italia.
Riportiamo un ampio passaggio della sintesi per la stampa del rapporto, preparata da Intesa Sanpaolo, partendo dai dati sui colli di bottiglia, perché mette in fila una serie di numeri e di questioni centrali per comprendere gli interessi strategici in gioco:
Sempre nel rapporto si legge che entro il 2026 si prevede che una nave su dieci sarà alimentata da carburanti alternativi come GNL, metanolo, ammoniaca e idrogeno. Per il GNL, i terminali di Porto Levante, Ravenna e Piombino, e in generale quest’ultimo insieme a quelli di Trieste e Augusta, che stanno integrando recenti tecnologie, potrebbero diventare dei punti di riferimento almeno continentali.
Insomma, l’inizio del 2025 ha visto svilupparsi quella catena di legami, investimenti e ‘sicurezza’ che unisce Bruxelles al Mediterraneo allargato, passando attraverso il Piano Mattei e accordi simili. Un’equazione in cui l’esternalizzazione dei confini per la gestione dei flussi di manodopera va di pari passo con intese militari e politiche energetiche predatorie.
Questa proiezione euro-mediterranea andrebbe combattuta, incrinata e ribaltata, in forme di lotta e solidarietà internazionalista che vanno fatte crescere su entrambe le sponde del mare.
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A Villa Madama, alla presenza del ministro degli Esteri Tajani e di quello dell’Ambiente, è stata firmata un’intesa con Austria, Germania, Tunisia e Algeria per il SoutH2 Corridor. Si tratta delle condutture che dovrebbero portare fino a 4 milioni di tonnellate di idrogeno verde in Europa, aiutando a raggiungere il target di 10 milioni entro il 2030.
Questa infrastruttura è parte della strategia comunitaria sulla diversificazione delle fonti di energia, e nel dicembre 2024 è stata inserita tra i progetti bandiera per l’anno in corso degli investimenti del Global Gateway. Ricordiamo come tale programma sia stato analizzato da Oxfam, Counter Balance ed Eurodad, che ne hanno rimarcato il carattere neo-coloniale e predatorio.
Sono le grandi aziende, e in generale il sistema imprenditoriale dei paesi europei a trovare vantaggio nel Global Gateway, mentre sugli altri attori coinvolti si riversano i costi sociali e ambientali di queste attività. E non a caso, a margine dell’incontro a Villa Madama, si è svolto pure un forum imprenditoriale.
Sono di certo i “prenditori” italiani a trovare il maggiore interesse nel corridoio dell’idrogeno, dato che dei 3.300 chilometri di conduttore, riadattate o costruite ex novo, 2.300 saranno nel Bel Paese. Un altro tassello di quel Piano Mattei che vuole dare all’Italia il ruolo di hub energetico della UE.
Salvatore Bernabei, direttore di Enel Green Power e Thermal Generation, ha parlato del progetto pilota che col governo tunisino punta alla produzione di idrogeno verde nel paese africano. Un’iniziativa in linea con lo “spirito di partenariato su cui si fonda il Piano Mattei”.
“L’obiettivo – ha aggiunto – è quello di integrare sempre più il Nord Africa con l’Europa, facendo dell’Italia uno snodo fondamentale per la sicurezza energetica del continente”. Tajani ha parlato di un impegno di investimento futuro che potrebbe arrivare a 400 milioni di euro, il doppio rispetto allo scorso triennio.
A questi si aggiunge l’elettrodotto Elmed, che passerà sul fondale del Canale di Sicilia e unirà Capo Bon con la stazione elettrica di Partanna, in Sicilia. Il costo complessivo è preventivato sugli 850 milioni di euro, di cui 300 saranno finanziati dal Connecting Europe Facility, il fondo comunitario per il potenziamento delle infrastrutture energetiche.
Con questi progetti, infatti, la classe dirigente europea spera di far fronte al problema che ha mandato in crisi l’industria europea negli ultimi anni: i costi dell’energia. È stato sempre Tajani a parlare di una “diplomazia della crescita” che “non può prescindere dal tema fondamentale dell’energia” per rendere le filiere competitive con gli altri grandi attori globali.
Sulla stessa scia si pongono anche gli accordi chiusi da Meloni in Arabia Saudita, alla fine della scorsa settimana. La presidente del consiglio ha firmato la dichiarazione congiunta sulla partnership strategica da instaurare con la dinastia araba, che si svilupperà largamente su vari settori, dal comparto bellico ai trasporti, dalla cultura fino a quello dell’energia, appunto.
Dei 10 miliardi di dollari di operazioni concluse a Riad, ben 6,6 miliardi sono legati a cinque accordi siglati da SACE. Tra di essi, uno è con Acwa Power, colosso saudita che si occupa di idrogeno verde e desalinizzazione, processo centrale nella produzione del primo, il quale richiede importanti quantità di acqua per l’elettrolisi.
Sempre Acwa Power ha firmato anche un memorandum con Snam, finalizzato a stabilire investimenti congiunti per la fornitura di idrogeno verde all’Europa, e anche per valutare la possibilità di creare un terminale di importazione dell’ammoniaca nella penisola, usata anch’essa nel trasporto dell’idrogeno e in questo caso collegata direttamente al SoutH2 Corridor.
Anche le intese perfezionate da Cassa depositi e prestiti e da Ansaldo riguardano progetti energetici e infrastrutturali da realizzarsi per lo più in Africa, inserite dai vertici italiani sempre dentro la cornice del Piano Mattei. Ma con Ansaldo è evidente che il focus, a Riad, si è spostato anche sul settore militare.
Fincantieri ha aperto una collaborazione con Aramco nella cantieristica civile in Arabia Saudita, mentre con Ozone for Military Industries Company cercherà di ritagliarsi uno spazio nei servizi logistici per navi militari. Elettronica S.p.A. ha firmato due intese che riguardano la difesa, l’aerospazio e la cybersicurezza.
Ovviamente, non poteva mancare Leonardo, che rinnova il memorandum già firmato a inizio 2024 ed apre la strada alla “espansione della collaborazione industriale nel campo dei sistemi di combattimento aereo e in ambito elicotteristico”, si legge in una nota dell’azienda.
Il riferimento al caccia di sesta generazione che il campione italiano delle armi sta sviluppando, insieme alla britannica BAE Systems e alla nipponica Mitsubishi, lo ha esplicitato la stessa Meloni: “siamo favorevoli all’ingresso dei sauditi nel Gcap” (il nome del progetto, ndr), il che li integrerebbe ulteriormente nella filiera di guerra euroatlantica.
A metà gennaio Palazzo Chigi aveva già chiuso un patto tripartito con Emirati Arabi Uniti e Albania. Con esso sono stati definiti i termini di una collaborazione per lo sviluppo delle rinnovabili nel paese balcanico, “con particolare attenzione – si legge in una nota – al fotovoltaico solare, all’eolico e a soluzioni ibride con potenziale di accumulo tramite batterie”.
Collegata a questi progetti è anche la costruzione di un cavo sottomarino per il trasporto di energia sostenibile da Valona alle coste pugliesi. Un altro evidente esempio del “colonialismo verde” su cui ormai si vanno raccogliendo vari contributi (di cui Dismantling Green Colonialism è di certo uno dei più completi).
Un quadro di questa proiezione, di cui l’esecutore è Roma ma il mandante è Bruxelles, è stato presentato al Parlamento Europeo proprio il 28 gennaio, col sesto rapporto “Med & Italian Energy Report 2024”. Il documento è stato redatto dal Centro Studi SRM, collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, e dal Politecnico di Torino.
Il focus del testo è sul Mediterraneo come crocevia decisivo per il futuro energetico europeo, e sull’Italia come ponte naturale su questo specchio d’acqua. La UE è l’attore globale con la maggiore dipendenza da fonti esterne (il 58% del fabbisogno energetico è soddisfatto da importazioni).
Ma il nodo sottolineato è anche quello del commercio dei beni energetici, la cui geografia evolve con le tensioni geopolitiche e con il ridimensionamento della transizione verde. In particolare, il ruolo dei porti e dei colli di bottiglia (Hormuz, Malacca, Suez) di questo specifico mercato è attenzionato per le opportunità future che può offrire all’Italia.
Riportiamo un ampio passaggio della sintesi per la stampa del rapporto, preparata da Intesa Sanpaolo, partendo dai dati sui colli di bottiglia, perché mette in fila una serie di numeri e di questioni centrali per comprendere gli interessi strategici in gioco:
“Nei primi 11 mesi del 2024 sono passati attraverso Hormuz il 34% del commercio di greggio, il 14,3% dei prodotti raffinati, il 25,6% del gas ed il 18% dell’GNL. Per lo Stretto di Malacca invece è transitato circa il 33,5% del commercio di greggio insieme al 13% circa dei prodotti raffinati, al 15,1% degli idrocarburi gassosi ed al 17% dell’GNL”.e il 69% del traffico si concentra in 5 porti: Trieste, Cagliari, Augusta, Milazzo e Genova. Il futuro è però considerato quello dei modelli green port, che uniscono innovazione e sostenibilità nell’orizzonte della transizione energetica.
“Altro nodo cruciale nelle catene dell’approvvigionamento è il Canale di Suez. La sua posizione lo rende uno snodo regionale fondamentale per il trasporto di petrolio e altri idrocarburi; sono transitati per Suez il 5% del commercio totale di petrolio (greggio + raffinati), il 2,2% degli idrocarburi gassosi e l’1,2% dell’GNL. Valori che in prospettiva, quando avverrà la normalizzazione in Medio Oriente, potrebbero tornare ad essere ben superiori”.
“[…] I porti del Mediterraneo hanno nel tempo assunto il ruolo di nodi cruciali nella catena di approvvigionamento energetico, consentendo l’importazione e l’esportazione di petrolio, prodotti petroliferi raffinati e GNL. I porti si stanno configurando come veri e propri hub energetici e digitali oltre che logistici”.
“Accanto al ruolo di hub per le commodity fossili, i porti stanno diventano anche luoghi strategici per la transizione green e per favorire il “ponte energetico” tra Europa e Nord Africa. […] Le stime autorevoli dell’ESPO (European Sea Port Organization) hanno mostrato come la sostenibilità sarà il driver strategico degli investimenti dei porti europei nei prossimi 10 anni”.
“[...] Per i porti italiani il segmento energy vale il 35% del totale movimentato”
Sempre nel rapporto si legge che entro il 2026 si prevede che una nave su dieci sarà alimentata da carburanti alternativi come GNL, metanolo, ammoniaca e idrogeno. Per il GNL, i terminali di Porto Levante, Ravenna e Piombino, e in generale quest’ultimo insieme a quelli di Trieste e Augusta, che stanno integrando recenti tecnologie, potrebbero diventare dei punti di riferimento almeno continentali.
Insomma, l’inizio del 2025 ha visto svilupparsi quella catena di legami, investimenti e ‘sicurezza’ che unisce Bruxelles al Mediterraneo allargato, passando attraverso il Piano Mattei e accordi simili. Un’equazione in cui l’esternalizzazione dei confini per la gestione dei flussi di manodopera va di pari passo con intese militari e politiche energetiche predatorie.
Questa proiezione euro-mediterranea andrebbe combattuta, incrinata e ribaltata, in forme di lotta e solidarietà internazionalista che vanno fatte crescere su entrambe le sponde del mare.
Fonte
15/10/2023
La Tunisia restituisce 60 milioni ricevuti dalla UE, sempre più in difficoltà in Africa
Tunisi ha deciso di rimandare indietro 60 milioni del prestito arrivato dalla UE lo scorso 3 ottobre, cioè poco meno della metà dell’ammontare appena ricevuto. La somma era legata all’attuazione del Memorandum sui flussi migratori e sulle riforme da attuare per ricevere i fondi necessari a far fronte alle pesanti difficoltà economiche del paese.
Il presidente tunisino Saied, pur rappresentando indirizzi conservatori fino al razzismo verso le genti del Sahel, non aveva tuttavia nascosto la vera natura di tale accordo. L’idea di essere i “gendarmi dei confini europei” era stata criticata sin dall’inizio.
La discussione è continuata tra tante tensioni, con Saied che a fine settembre aveva nuovamente rimandato l’incontro con i funzionari di Bruxelles. Ma infine, a inizio ottobre, un bonifico da 127 milioni era arrivato dalla Commissione Europea nelle casse tunisine.
Qui è cominciato un nuovo caso diplomatico: 60 milioni erano in realtà parte di fondi promessi in tempo di pandemia e mai versati, e solo 42 erano parte effettiva del Memorandum. Soldi richiesti dall’esecutivo di Tunisi, ma in un gioco di propaganda sul sostegno internazionale garantito dalla UE che non è andato giù a Saied.
Egli aveva infatti dichiarato che “la Tunisia accetta la cooperazione, ma non accetta nulla che assomigli alla carità”. Il 5 ottobre, in maniera tutto fuorché diplomatica, il Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato, Olivér Várhelyi, aveva scritto su X (Twitter) che la Tunisia era libera di restituire i 60 milioni, qualora lo desiderasse.
Così è successo, nell’evidente imbarazzo delle cancellerie europee, per le quali l’intesa rimane valida, ma con evidenti incrinature. Il ministro degli esteri Ammar ha inoltre rincarato la dose, minacciandole di rivelare “verità che non sono nel vostro interesse”.
Ha anche aggiunto: “non imploriamo nessuno e il mondo non si ferma davanti all’uno o all’altro partner: noi non abbiamo iniziato guerre e non abbiamo gettato l’umanità in guerre mondiali come avete fatto voi, per noi la sovranità non è armi e mezzi ma dignità e forza per dire la verità forte e chiara”. Al di là della strumentalità di queste parole in questa occasione, il loro contenuto mette a nudo le reali mire della UE.
Tra essa e la Tunisia, in ginocchio per colpa della crisi, il confronto sul tema migranti e su quello investimenti va avanti da mesi, da prima dell’estate. Il governo Meloni è stato in prima linea nel cercare un accordo per limitare gli sbarchi, ma anche per porre le basi di un nuovo partenariato strategico.
L’esecutivo italiano, sulla scia dei decreti susseguitisi a prescindere da quale fosse il colore della maggioranza, ha spinto lungamente per un’intesa «alla libica». In pratica, soldi in cambio del controllo dei flussi migratori, con i trafficanti di esseri umani che ringraziano il democratico Occidente.
Ma non è solo una questione di persone in fuga da fame e guerra. Anche la Von der Leyen e l’ex presidente del consiglio olandese, Mark Rutte, hanno lavorato in prima persona affinché questo accordo fosse il preludio di una completa ristrutturazione dei rapporti economici con l’altra sponda del Mediterraneo.
A Bruxelles hanno pensato che il binomio di esternalizzazione dei confini e fondi fosse la via adeguata a fare del Nord Africa il «cortile di casa» dell’imperialismo europeo. La Tunisia, con pesanti difficoltà interne e nella necessità di ricevere prestiti dal FMI, doveva essere un esempio di questa strategia.
Invece, il mondo non è più quello in cui le potenze euroatlantiche possono fare il bello e il cattivo tempo, consapevoli di essere l’unico referente di un sistema unipolare. Il 25 settembre Ammar ha firmato con Lavrov un accordo commerciale, Tunisi ha importanti relazioni con l’Algeria e secondo alcune fonti guarda all’Arabia Saudita (da poco nei BRICS).
La perdita di presa sul Sahel dopo i fatti del Niger completa il quadro, anche se a Saied probabilmente interessa più per strappare migliori condizioni che per altro. La condotta del governo tunisino è però un altro inceppamento del percorso di una UE compiutamente imperialista, che invece arranca tra mille difficoltà.
Un’opportunità ancora più propizia per chi vuole proporre un’ipotesi di alternativa di modello, che tenga insieme relazioni complementari tra le due sponde del Mediterraneo.
Fonte
Il presidente tunisino Saied, pur rappresentando indirizzi conservatori fino al razzismo verso le genti del Sahel, non aveva tuttavia nascosto la vera natura di tale accordo. L’idea di essere i “gendarmi dei confini europei” era stata criticata sin dall’inizio.
La discussione è continuata tra tante tensioni, con Saied che a fine settembre aveva nuovamente rimandato l’incontro con i funzionari di Bruxelles. Ma infine, a inizio ottobre, un bonifico da 127 milioni era arrivato dalla Commissione Europea nelle casse tunisine.
Qui è cominciato un nuovo caso diplomatico: 60 milioni erano in realtà parte di fondi promessi in tempo di pandemia e mai versati, e solo 42 erano parte effettiva del Memorandum. Soldi richiesti dall’esecutivo di Tunisi, ma in un gioco di propaganda sul sostegno internazionale garantito dalla UE che non è andato giù a Saied.
Egli aveva infatti dichiarato che “la Tunisia accetta la cooperazione, ma non accetta nulla che assomigli alla carità”. Il 5 ottobre, in maniera tutto fuorché diplomatica, il Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato, Olivér Várhelyi, aveva scritto su X (Twitter) che la Tunisia era libera di restituire i 60 milioni, qualora lo desiderasse.
Così è successo, nell’evidente imbarazzo delle cancellerie europee, per le quali l’intesa rimane valida, ma con evidenti incrinature. Il ministro degli esteri Ammar ha inoltre rincarato la dose, minacciandole di rivelare “verità che non sono nel vostro interesse”.
Ha anche aggiunto: “non imploriamo nessuno e il mondo non si ferma davanti all’uno o all’altro partner: noi non abbiamo iniziato guerre e non abbiamo gettato l’umanità in guerre mondiali come avete fatto voi, per noi la sovranità non è armi e mezzi ma dignità e forza per dire la verità forte e chiara”. Al di là della strumentalità di queste parole in questa occasione, il loro contenuto mette a nudo le reali mire della UE.
Tra essa e la Tunisia, in ginocchio per colpa della crisi, il confronto sul tema migranti e su quello investimenti va avanti da mesi, da prima dell’estate. Il governo Meloni è stato in prima linea nel cercare un accordo per limitare gli sbarchi, ma anche per porre le basi di un nuovo partenariato strategico.
L’esecutivo italiano, sulla scia dei decreti susseguitisi a prescindere da quale fosse il colore della maggioranza, ha spinto lungamente per un’intesa «alla libica». In pratica, soldi in cambio del controllo dei flussi migratori, con i trafficanti di esseri umani che ringraziano il democratico Occidente.
Ma non è solo una questione di persone in fuga da fame e guerra. Anche la Von der Leyen e l’ex presidente del consiglio olandese, Mark Rutte, hanno lavorato in prima persona affinché questo accordo fosse il preludio di una completa ristrutturazione dei rapporti economici con l’altra sponda del Mediterraneo.
A Bruxelles hanno pensato che il binomio di esternalizzazione dei confini e fondi fosse la via adeguata a fare del Nord Africa il «cortile di casa» dell’imperialismo europeo. La Tunisia, con pesanti difficoltà interne e nella necessità di ricevere prestiti dal FMI, doveva essere un esempio di questa strategia.
Invece, il mondo non è più quello in cui le potenze euroatlantiche possono fare il bello e il cattivo tempo, consapevoli di essere l’unico referente di un sistema unipolare. Il 25 settembre Ammar ha firmato con Lavrov un accordo commerciale, Tunisi ha importanti relazioni con l’Algeria e secondo alcune fonti guarda all’Arabia Saudita (da poco nei BRICS).
La perdita di presa sul Sahel dopo i fatti del Niger completa il quadro, anche se a Saied probabilmente interessa più per strappare migliori condizioni che per altro. La condotta del governo tunisino è però un altro inceppamento del percorso di una UE compiutamente imperialista, che invece arranca tra mille difficoltà.
Un’opportunità ancora più propizia per chi vuole proporre un’ipotesi di alternativa di modello, che tenga insieme relazioni complementari tra le due sponde del Mediterraneo.
Fonte
18/09/2023
Meloni e l'Europa, tutti uguali davanti agli sbarchi
Non stupisce più che i media mainstream – tradotto: i principali quotidiani e tutte le televisioni di “prima fascia” – si limitino a fare propaganda e a nascondere le informazioni necessarie a comprendere, se non altro, almeno le tendenze principali del momento storico.
Però la prudenza, se non altro, dovrebbe consigliare loro di non esagerare, altrimenti quell’ignoranza così pervicacemente diffusa produrrà proprio i consensi negativi che l’establishment – tradotto: le società che controllano, fra l’altro, anche i media – fingono di temere per la “tenuta democratica delle istituzioni” (europee e/o italiane, a turno).
È evidente, a chi vuol vedere, che sulla gestione dell’immigrazione definita “irregolare” (nel migliore dei casi), ovvero “indesiderata”, i diversi paesi europei giocano ognun per sé. Ed è altrettanto evidente, se non si vuole essere trattati da scemi, che sui tavoli europei ogni “posta” o problema viene affrontato come parte di una partita complessa.
Tradotto: la gestione degli arrivi e la redistribuzione dei migranti arrivati in Italia, Grecia o Balcani non è separabile dai contrasti esistenti su altri problemi (Mes, patto di stabilità da cambiare, aiuti militari all’Ucraina, redistribuzione dei profughi di Kiev, unione bancaria sì o no o come, ecc.).
Come hanno spiegato – in inglese, per il capitale multinazionale euro-atlantico – Mario Draghi e la sua nuova “datrice di lavoro” von der Leyen, non si tratta di tornare alle vecchie regole distrutte da due anni di pandemia e quasi due di guerra, ma di elaborarne di nuove, più stringenti ancora, in direzione di una maggiore centralizzazione della governance continentale.
La ragione è semplice, anche se di estrema complessità pratica. Sono scomparsi molti dei pilastri che sorreggevano il vecchio edificio europeo.
La “sicurezza militare” affidata alla Nato (e alle scelte politiche Usa) non sarà più semi-gratuita; bisognerà perciò dirottare verso l’industria militare e gli eserciti (spesa altamente improduttiva) molte delle risorse fin qui impiegate altrimenti.
Si è spezzato – fisicamente, col sabotaggio dei gasdotti Nord Stream realizzato dagli Usa – il cordone ombelicale con la Russia, fornitrice di enormi quantità di gas a prezzi molto contenuti. Il fabbisogno energetico europeo sarà perciò più complicato, costoso, inquinante (ritorno al carbone e al nucleare), ingestibile a livello nazionale (anche a causa delle vecchie “regole europee”).
Si va chiudendo anche lo sbocco salvifico per la produzione industriale europea, ovvero il commercio con la Cina, preteso dagli Usa per cercare di frenare un competitor che appare inarrestabile. La disdetta del Memorandum sulla Via della Seta, comunicato di recente da Giorgia Meloni, è una delle conseguenze.
Tutti i problemi, o “le sfide”, che ci stanno davanti diventano tremendamente più complicati (transizione ecologica, riarmo, digitalizzazione, ecc.). Oltretutto il resto del Mondo – e in particolare l’Africa, ex “cortile di casa” degli imperialismi continentali – sta costruendo equilibri e istituzioni (anche finanziarie!) alternativi, con regole meno strangolatorie o addirittura vantaggiose rispetto ai contratti capestro offerti dai nord-occidentali.
Sarebbe dunque il caso, anche per chi pretende di mantenere la propria posizione di privilegio, di prendere le misure alla nuova situazione, ascoltare le voci e tenere nel dovuto conto gli interessi di quella parte del pianeta che “preme” alle frontiere dell’Europa.
E invece niente. Le Meloni e i Salvini sono perfettamente integrati nella cecità europea (capitalistica, certo...) di fronte alla nuova situazione. La von der Leyen che a Lampedusa sentenzia, come un vecchio feldmaresciallo e con invidiabile assenza di realismo, “decideremo noi chi entra in Europa“, mostra anche ai ciechi di che “cultura” è fatto “il giardino” del Vecchio Continente.
Come fa notare Guido Salerno Aletta su Milano Finanza, a proposito del Memorandum sottoscritto con la Tunisia, “Nel Memorandum non c’è un solo progetto di iniziativa tunisina: c’è sempre la solita Europa che detta legge a tutto e a tutti“. Peggio ancora: c’è la sordità totale rispetto a quello che vanno gridando governi certamente altrettanto ignobili, moralmente, di quelli europei, ma altrettanto certamente portatori di interessi che andrebbero capiti e soppesati. Se non altro per non venire poi travolti senza neanche vederli arrivare...
Il governo tunisino, per esempio, aveva detto molto chiaramente che “non avrebbe accettato gli aiuti per 900 milioni di euro che sono stati promessi dall’Unione Europea come incentivo per accettare il prestito che il Fmi dovrebbe erogare per salvare il suo Paese dall’imminente bancarotta, in quanto viene condizionato all’adozione di riforme profondamente impopolari: di questo Fmi, soggiunse, i Paesi del Sud non sanno che farsene”.
A sentire i media mainstream, invece, che ripetono a pappagallo le cazzate sparate da ministri senza vergogna (la “competenza” non c’era mai stata...), la ragione della massa di arrivi delle ultime settimane starebbe solo nella “pretesa” tunisina di ricevere almeno la prima tranche degli aiuti promessi.
Insomma: se sai benissimo che quel governo “non aveva accettato la proposta della Commissione europea di trasformare la Tunisia, come si è fatto con la Turchia per chiudere la rotta balcanica, in un insediamento per i migranti provenienti dalle aree a meridione del Sahel, delegandole pure il compito di accertare il diritto all’asilo dei richiedenti e di consentire la partenza verso l’Europa solo a coloro che ne hanno i requisiti, rinviando gli altri ai Paesi di origine“, come puoi pensare di elaborare un “piano” per “fermare le partenze” che prevede di affidare a Tunisi il ruolo che rifiuta?
Che fai? Mandi Impregilo a fabbricare campi di concentramento a Cartagine senza il consenso del governo? Oppure mandi le navi militari europee nei porti nordafricani? E come pensi che verranno accolti i marinai a bordo, col sorriso sulle labbra?
Solo dei mentecatti possono immaginare di poter affrontare e risolvere problemi “epocali” con ricette e slogan da osteria. Ma, sia in Europa che negli States, questo tipo di “personale politico” è stato selezionato nell’era del neoliberismo come “il più adatto” a realizzare i desiderata della imprese.
Ora i nodi arrivano al pettine. E non sarà piacevole...
Buona lettura.
Però la prudenza, se non altro, dovrebbe consigliare loro di non esagerare, altrimenti quell’ignoranza così pervicacemente diffusa produrrà proprio i consensi negativi che l’establishment – tradotto: le società che controllano, fra l’altro, anche i media – fingono di temere per la “tenuta democratica delle istituzioni” (europee e/o italiane, a turno).
È evidente, a chi vuol vedere, che sulla gestione dell’immigrazione definita “irregolare” (nel migliore dei casi), ovvero “indesiderata”, i diversi paesi europei giocano ognun per sé. Ed è altrettanto evidente, se non si vuole essere trattati da scemi, che sui tavoli europei ogni “posta” o problema viene affrontato come parte di una partita complessa.
Tradotto: la gestione degli arrivi e la redistribuzione dei migranti arrivati in Italia, Grecia o Balcani non è separabile dai contrasti esistenti su altri problemi (Mes, patto di stabilità da cambiare, aiuti militari all’Ucraina, redistribuzione dei profughi di Kiev, unione bancaria sì o no o come, ecc.).
Come hanno spiegato – in inglese, per il capitale multinazionale euro-atlantico – Mario Draghi e la sua nuova “datrice di lavoro” von der Leyen, non si tratta di tornare alle vecchie regole distrutte da due anni di pandemia e quasi due di guerra, ma di elaborarne di nuove, più stringenti ancora, in direzione di una maggiore centralizzazione della governance continentale.
La ragione è semplice, anche se di estrema complessità pratica. Sono scomparsi molti dei pilastri che sorreggevano il vecchio edificio europeo.
La “sicurezza militare” affidata alla Nato (e alle scelte politiche Usa) non sarà più semi-gratuita; bisognerà perciò dirottare verso l’industria militare e gli eserciti (spesa altamente improduttiva) molte delle risorse fin qui impiegate altrimenti.
Si è spezzato – fisicamente, col sabotaggio dei gasdotti Nord Stream realizzato dagli Usa – il cordone ombelicale con la Russia, fornitrice di enormi quantità di gas a prezzi molto contenuti. Il fabbisogno energetico europeo sarà perciò più complicato, costoso, inquinante (ritorno al carbone e al nucleare), ingestibile a livello nazionale (anche a causa delle vecchie “regole europee”).
Si va chiudendo anche lo sbocco salvifico per la produzione industriale europea, ovvero il commercio con la Cina, preteso dagli Usa per cercare di frenare un competitor che appare inarrestabile. La disdetta del Memorandum sulla Via della Seta, comunicato di recente da Giorgia Meloni, è una delle conseguenze.
Tutti i problemi, o “le sfide”, che ci stanno davanti diventano tremendamente più complicati (transizione ecologica, riarmo, digitalizzazione, ecc.). Oltretutto il resto del Mondo – e in particolare l’Africa, ex “cortile di casa” degli imperialismi continentali – sta costruendo equilibri e istituzioni (anche finanziarie!) alternativi, con regole meno strangolatorie o addirittura vantaggiose rispetto ai contratti capestro offerti dai nord-occidentali.
Sarebbe dunque il caso, anche per chi pretende di mantenere la propria posizione di privilegio, di prendere le misure alla nuova situazione, ascoltare le voci e tenere nel dovuto conto gli interessi di quella parte del pianeta che “preme” alle frontiere dell’Europa.
E invece niente. Le Meloni e i Salvini sono perfettamente integrati nella cecità europea (capitalistica, certo...) di fronte alla nuova situazione. La von der Leyen che a Lampedusa sentenzia, come un vecchio feldmaresciallo e con invidiabile assenza di realismo, “decideremo noi chi entra in Europa“, mostra anche ai ciechi di che “cultura” è fatto “il giardino” del Vecchio Continente.
Come fa notare Guido Salerno Aletta su Milano Finanza, a proposito del Memorandum sottoscritto con la Tunisia, “Nel Memorandum non c’è un solo progetto di iniziativa tunisina: c’è sempre la solita Europa che detta legge a tutto e a tutti“. Peggio ancora: c’è la sordità totale rispetto a quello che vanno gridando governi certamente altrettanto ignobili, moralmente, di quelli europei, ma altrettanto certamente portatori di interessi che andrebbero capiti e soppesati. Se non altro per non venire poi travolti senza neanche vederli arrivare...
Il governo tunisino, per esempio, aveva detto molto chiaramente che “non avrebbe accettato gli aiuti per 900 milioni di euro che sono stati promessi dall’Unione Europea come incentivo per accettare il prestito che il Fmi dovrebbe erogare per salvare il suo Paese dall’imminente bancarotta, in quanto viene condizionato all’adozione di riforme profondamente impopolari: di questo Fmi, soggiunse, i Paesi del Sud non sanno che farsene”.
A sentire i media mainstream, invece, che ripetono a pappagallo le cazzate sparate da ministri senza vergogna (la “competenza” non c’era mai stata...), la ragione della massa di arrivi delle ultime settimane starebbe solo nella “pretesa” tunisina di ricevere almeno la prima tranche degli aiuti promessi.
Insomma: se sai benissimo che quel governo “non aveva accettato la proposta della Commissione europea di trasformare la Tunisia, come si è fatto con la Turchia per chiudere la rotta balcanica, in un insediamento per i migranti provenienti dalle aree a meridione del Sahel, delegandole pure il compito di accertare il diritto all’asilo dei richiedenti e di consentire la partenza verso l’Europa solo a coloro che ne hanno i requisiti, rinviando gli altri ai Paesi di origine“, come puoi pensare di elaborare un “piano” per “fermare le partenze” che prevede di affidare a Tunisi il ruolo che rifiuta?
Che fai? Mandi Impregilo a fabbricare campi di concentramento a Cartagine senza il consenso del governo? Oppure mandi le navi militari europee nei porti nordafricani? E come pensi che verranno accolti i marinai a bordo, col sorriso sulle labbra?
Solo dei mentecatti possono immaginare di poter affrontare e risolvere problemi “epocali” con ricette e slogan da osteria. Ma, sia in Europa che negli States, questo tipo di “personale politico” è stato selezionato nell’era del neoliberismo come “il più adatto” a realizzare i desiderata della imprese.
Ora i nodi arrivano al pettine. E non sarà piacevole...
Buona lettura.
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Quando i leader del Sud del mondo parlano, quelli del Nord fanno finta di ascoltare: vanno avanti imperterriti con la loro narrazione, si incantano con le loro stesse parole, rimanendo attoniti quando la realtà si manifesta inevitabilmente, in tutta la sua crudezza.
Come in questi giorni, quando l’isola di Lampedusa che è stata invasa come mai prima dagli arrivi di clandestini, ha costretto la Protezione Civile a dichiarare lo stato di emergenza.
Basta ritornare indietro, alla cronaca di questa estate: tra giugno e luglio era già chiaro tutto. Si sono rivelate senza fondamento le speranze che pure in molti avevano tratto dalla Conferenza sulle migrazioni tenutasi a Roma.
Le conclusioni erano una nuvola di appuntamenti, di scadenze, di richiami alle transizioni energetiche ed ambientali, alle sfide demografiche ed epocali di ogni genere, mentre intorno al tavolo i convenuti si aspettano solo soldi, e pure tanti. Ma era arrivata solo la promessa degli Emirati Arabi Uniti, di un contributo di 100 milioni di euro a un futuribile Fondo per lo Sviluppo.
Saïed: «non vogliamo aiuto dal Fmi»
Il presidente tunisino Kaïs Saïed lo aveva già detto, che non avrebbe accettato gli aiuti per 900 milioni di euro che sono stati promessi dall’Unione Europea come incentivo per accettare il prestito che il Fmi dovrebbe erogare per salvare il suo Paese dall’imminente bancarotta, in quanto viene condizionato all’adozione di riforme profondamente impopolari: di questo Fmi, soggiunse, i Paesi del Sud non sanno che farsene.
E aveva ricordato di non aver accettato la proposta della Commissione europea di trasformare la Tunisia, come si è fatto con la Turchia per chiudere la rotta balcanica, in un insediamento per i migranti provenienti dalle aree a meridione del Sahel, delegandole pure il compito di accertare il diritto all’asilo dei richiedenti e di consentire la partenza verso l’Europa solo a coloro che ne hanno i requisiti, rinviando gli altri ai Paesi di origine.
Non solo; Saïed aveva fatto inserire questo esplicito diniego nel Memorandum di intesa firmato il 16 luglio con la Ue, in cui i 105 milioni di euro previsti come aiuti erano stati ripartiti tra una miriade voci: noi guardiamo solo a quelle che ci interessano davvero, alla gestione delle migrazioni, che riguardano il contrasto alle «partenze irregolari», il ritorno ai Paesi di provenienza degli stranieri presenti in Tunisia e il rientro dei tunisini senza permesso di soggiorno nell’Ue, il supporto alla Guardia Costiera tunisina in termini di nuovo equipaggiamento per le attività di ricerca e salvataggio.
In realtà a Bruxelles ci si era vantati del Memorandum definendolo un esempio di accordo multidimensionale, che abbraccia un po’ tutto lo scibile: dall’acqua potabile all’agricoltura sostenibile, dalla resilienza dei sistemi alimentari alla sicurezza del cibo, dalla transizione a una economia a basse emissioni di carbonio alla gestione sostenibile dei rifiuti attraverso partnership pubblico-privato, dalla cooperazione nel settore digitale con la realizzazione del cavo in fibra ottica Medusa alla partecipazione della Tunisia al Programma Digital Europe, dall’incremento della competitività del suo sistema di trasporto aereo alla incentivazione degli investimenti, dalla transizione verso le fonti di energia rinnovabile alla produzione di idrogeno e di ammoniaca, dalla riforme del sistema regolatorio che deve essere trasparente, stabile e predittibile al fine di rendere attraenti gli investimenti nel settore delle energie rinnovabili e di abilitare la Tunisia a esportare queste energia ed altri prodotti tenendo conto della introduzione del Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam).
Italia: tra incudine e martello
Mentre questo disegno futuribile incanta, l’Italia è stata messa alle strette: la pressione migratoria viene usata ancora una volta come leva negoziale.
Francia e Germania si sono intanto tolte entrambe un sassolino dalla scarpa, forse per non essere state invitate alla Conferenza sullo Sviluppo e la Migrazione: Parigi ha annunciato il raddoppio degli effettivi di polizia alla frontiera di Mentone per contrastare l’infiltrazione dei clandestini che provengono da Ventimiglia; Berlino ha sospeso le procedure di solidarietà su base volontaria in base a cui si procede alla ricollocazione dei migranti entrati illegalmente e che non hanno diritto all’asilo.
Il fatto è che in Europa ci sono in ballo il Mes, che non abbiamo ancora ratificato, e il nuovo Patto di Stabilità su cui non solo ci siamo messi di traverso rispetto a proposte che ci penalizzano, ma abbiamo anche tirato in ballo il commissario europeo Paolo Gentiloni stigmatizzandone una sorta di scarsa attenzione verso il nostro Paese.
Le voci che girano su un suo ritorno alla carriera politica in Italia rendono sempre più nervoso un clima già teso.
Oltre alla revisione del sistema di salvataggio degli Stati e delle banche in difficoltà e delle regole che disciplinano i bilanci pubblici da cui dipenderà il nostro futuro per gli anni a venire, c’è una ragione di fondo: il fare arcigno del direttorio franco-tedesco rispecchia la volontà di mantenere ferma una diarchia europea che ha fatto eccezioni solo quando alla Presidenza del Consiglio c’era Mario Draghi: una cortesia ad personam.
Ma a Giorgia Meloni non si fanno sconti, anzi. Ancor meno gradito è stato l’attivismo in politica estera di cui si è resa protagonista, accreditandosi a Washington, entrando in sintonia con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, e soprattutto tentando di avere un ruolo da protagonista nella definizione dei futuri accordi dopo l’elezione del nuovo Parlamento Europeo.
Italia e Tunisia: il nodo sull’immigrazione
In fondo la Tunisia sta facendo nei confronti dell’Italia esattamente ciò di cui noi stessi veniamo sempre accusati dai partner degli Accordi di Dublino: cerchiamo entrambi di liberarci quanto prima possibile dell’immigrazione che arriva indesiderata, per via dei costi che comporta e dei problemi derivanti dalla convivenza forzata.
Ma è l’atteggiamento saccente e inquisitorio che non paga, con il diniego del visto di ingresso in Tunisia agli europarlamentari che avrebbero voluto incontrare sindacalisti, esponenti della società civile e oppositori del governo: mentre le chiediamo collaborazione, fino a immaginare di esternalizzare le procedure di validazione ai fini della concessione dell’asilo, ci riteniamo gli unici garanti dei diritti e i soli depositari della giustizia.
Nel Memorandum non c’è un solo progetto di iniziativa tunisina: c’è sempre la solita Europa che detta legge a tutto e a tutti. Solidarietà strumentale con la Tunisia e pressioni politiche sull’Italia: noi che siamo Sud dovremmo sapere bene che l’ipocrisia è la legge del più forte.
Fonte
14/09/2023
Speculare su Lampedusa e fregarsene di tutto
La situazione a Lampedusa è certamente drammatica, ma la situazione generale non è seria.
In poche ore decine di imbarcazioni di fortuna hanno raggiunto l’isola più meridionale d’Italia, portando il numero dei migranti presente a oltre 7.000. L’hotspot, come noto, ha una disponibilità al massimo di 680 posti, grazie all’ultimo “potenziamento”.
Dunque questa massa umana è accampata un po’ dove capita, a partire ovviamente dal molo, e la polizia (anzi: la Guardia di Finanza) non ha trovato di meglio che caricarla.
I volontari, la Croce Rossa, la Protezione Civile e il personale medico sono al limite della resistenza fisica e dei mezzi materiali (acqua, viveri, coperte, medicinali, ecc).
Di fronte a tutto questo il governo a trazione fascio-leghista dà come al solito il peggio di sé.
Complice anche, bisogna dire, la “tempestiva” decisione di Parigi e Berlino di bloccare le frontiere ai migranti in uscita dall’Italia a causa delle inadempienze del governo Meloni, che non ha rispettato i criteri del “patto di Dublino” – sottoscritto, nelle sue varie fasi di realizzazione, dai governi di qualsiasi colore (da Andreotti a Berlusconi, a Letta) – secondo cui l’esame della “richiesta d’asilo” è competenza del paese di “prima accoglienza”.
Il che significa, in pratica, che i migranti arrivati via mare devono tornare in Italia, Spagna, Grecia, qualsiasi sia il paese in cui nel frattempo si sono spostati.
L’aumento esponenziale degli arrivi e la contemporanea chiusura dei canali di uscita verso l’Europa hanno fatto evidentemente saltare i nervi, oltre a svuotare di senso gli argomenti usati dai partiti della maggioranza.
Si era detto per anni, su tutti i giornali di area e nei talk show, che i migranti arrivavano in Italia perché c’erano governi “troppo permissivi”, come se chi fugge dalla morte e dalla fame potesse selezionare con cura il punto d’approdo, come in un agenzia di viaggi (“dove mi manganelleranno di meno, a Roma o Parigi?”).
Fatto sta che ora, con il governo notoriamente più razzista e migrante-fobico della storia recente, gli sbarchi sono più che raddoppiati rispetto all’anno precedente. Prova provata che quella “diagnosi” sul “permissivismo” era buona solo per ascoltatori alcolizzati...
Ma questo governo non si cura della logica, né – tanto meno – della soluzione dei problemi, specie se molto complessi come quello delle migrazioni.
Giorgia Meloni, con invidiabile improntitudine, ha rispolverato il mantra con cui si era spianata la strada verso le elezioni: “Il punto non è come ci passiamo i migranti fra noi [i paesi europei, ndr]. L’unico modo per risolvere per tutti la questione è fermare i movimenti primari, cioè gli arrivi in Italia, e su questo continuo a lavorare”.
È stata ben attenta ad evitare di dire “blocco navale”, per non far sganasciare tutti (e persino Vespa che la stava intervistando). Ma quello, grosso modo, significava. Visto che il resto – accordi con la Tunisia e la Libia di Tripoli – e già stato fatto.
L’impagabile Matteo Salvini, di fronte a tanta sicumera muscolare della premier, ha pensato bene di alzare l’asticella retorica: “Questo è un esodo di migranti pianificato dalla criminalità organizzata. È un atto di guerra. Penso che sia qualcosa di voluto e organizzato anche per mettere in difficoltà un governo scomodo. Sono convinto che ci sia una pianificazione e una regia dietro a questo esodo, perché 6mila arrivi in 24 ore non è un caso. Non possiamo assistere ad altre scene come quelle delle ultime ore. Quando ti arrivano non tre ma 120 barchini, devi risolvere il problema a monte”.
La “guerra” scatenata da “poteri oscuri” è un classico del cazzeggio da osteria, ma un ministro – per di più vice-premier – dovrebbe essere più chiaro e indicare nemici chiari, identificabili, e naturalmente disporre i mezzi per “combatterlo”.
E qui casca l’asino. Se quella flotta di barchini arriva da Tunisia e Tripoli, con chi hai firmato accordi? Con la “criminalità organizzata”?
Ricordiamo che la Tunisia ha governo piuttosto autoritario e molto discutibile, ma certamente filo-occidentale. Dunque o non è in grado di svolgere il ruolo di carceriere contrattato (e pagato) con l’Europa e l’Italia, oppure sta facendoci “guerra”. Attendiamo pazientemente di vedere Salvini sbarcare a Tunisi alla testa delle truppe…
Peggio ancora con la parte di Libia che ha capitale a Tripoli. Lì il regime è tenuto in piedi proprio da Italia e Unione Europea. Gli accordi per farne un ignobile campo di concentramento per migranti africani sono stati sottoscritti da “democratici” come Minniti e dallo stesso Salvini.
La loro “guardia costiera” è rifornita e addestrata dal governo italiano, che ha ospitato più volte nelle sue basi il capo di quella masnada. Che, sarà un caso sfortunato, è uno dei criminali riconosciuti dall’Onu come “trafficanti di carne umana”, contemporaneamente capo degli “scafisti” e delle “guardie” che dovrebbero contrastarli.
A dar retta a Salvini, insomma, bisognerebbe “far guerra” ai boss con cui anche lui ha firmato accordi.
Tutto ciò, naturalmente, non è classificabile come “incapacità” o “stupidità” di una classe politica di serie C giunta al governo a forza di spazzatura spacciata per cioccolata.
Gli atteggiamenti pubblici di gente come Meloni e Salvini mostrano con chiarezza che da quelle parti ci si preoccupa soltanto di come nutrire i futuri consensi elettorali. Ma a risolvere i problemi, proprio non ci possono pensare…
Fonte
In poche ore decine di imbarcazioni di fortuna hanno raggiunto l’isola più meridionale d’Italia, portando il numero dei migranti presente a oltre 7.000. L’hotspot, come noto, ha una disponibilità al massimo di 680 posti, grazie all’ultimo “potenziamento”.
Dunque questa massa umana è accampata un po’ dove capita, a partire ovviamente dal molo, e la polizia (anzi: la Guardia di Finanza) non ha trovato di meglio che caricarla.
I volontari, la Croce Rossa, la Protezione Civile e il personale medico sono al limite della resistenza fisica e dei mezzi materiali (acqua, viveri, coperte, medicinali, ecc).
Di fronte a tutto questo il governo a trazione fascio-leghista dà come al solito il peggio di sé.
Complice anche, bisogna dire, la “tempestiva” decisione di Parigi e Berlino di bloccare le frontiere ai migranti in uscita dall’Italia a causa delle inadempienze del governo Meloni, che non ha rispettato i criteri del “patto di Dublino” – sottoscritto, nelle sue varie fasi di realizzazione, dai governi di qualsiasi colore (da Andreotti a Berlusconi, a Letta) – secondo cui l’esame della “richiesta d’asilo” è competenza del paese di “prima accoglienza”.
Il che significa, in pratica, che i migranti arrivati via mare devono tornare in Italia, Spagna, Grecia, qualsiasi sia il paese in cui nel frattempo si sono spostati.
L’aumento esponenziale degli arrivi e la contemporanea chiusura dei canali di uscita verso l’Europa hanno fatto evidentemente saltare i nervi, oltre a svuotare di senso gli argomenti usati dai partiti della maggioranza.
Si era detto per anni, su tutti i giornali di area e nei talk show, che i migranti arrivavano in Italia perché c’erano governi “troppo permissivi”, come se chi fugge dalla morte e dalla fame potesse selezionare con cura il punto d’approdo, come in un agenzia di viaggi (“dove mi manganelleranno di meno, a Roma o Parigi?”).
Fatto sta che ora, con il governo notoriamente più razzista e migrante-fobico della storia recente, gli sbarchi sono più che raddoppiati rispetto all’anno precedente. Prova provata che quella “diagnosi” sul “permissivismo” era buona solo per ascoltatori alcolizzati...
Ma questo governo non si cura della logica, né – tanto meno – della soluzione dei problemi, specie se molto complessi come quello delle migrazioni.
Giorgia Meloni, con invidiabile improntitudine, ha rispolverato il mantra con cui si era spianata la strada verso le elezioni: “Il punto non è come ci passiamo i migranti fra noi [i paesi europei, ndr]. L’unico modo per risolvere per tutti la questione è fermare i movimenti primari, cioè gli arrivi in Italia, e su questo continuo a lavorare”.
È stata ben attenta ad evitare di dire “blocco navale”, per non far sganasciare tutti (e persino Vespa che la stava intervistando). Ma quello, grosso modo, significava. Visto che il resto – accordi con la Tunisia e la Libia di Tripoli – e già stato fatto.
L’impagabile Matteo Salvini, di fronte a tanta sicumera muscolare della premier, ha pensato bene di alzare l’asticella retorica: “Questo è un esodo di migranti pianificato dalla criminalità organizzata. È un atto di guerra. Penso che sia qualcosa di voluto e organizzato anche per mettere in difficoltà un governo scomodo. Sono convinto che ci sia una pianificazione e una regia dietro a questo esodo, perché 6mila arrivi in 24 ore non è un caso. Non possiamo assistere ad altre scene come quelle delle ultime ore. Quando ti arrivano non tre ma 120 barchini, devi risolvere il problema a monte”.
La “guerra” scatenata da “poteri oscuri” è un classico del cazzeggio da osteria, ma un ministro – per di più vice-premier – dovrebbe essere più chiaro e indicare nemici chiari, identificabili, e naturalmente disporre i mezzi per “combatterlo”.
E qui casca l’asino. Se quella flotta di barchini arriva da Tunisia e Tripoli, con chi hai firmato accordi? Con la “criminalità organizzata”?
Ricordiamo che la Tunisia ha governo piuttosto autoritario e molto discutibile, ma certamente filo-occidentale. Dunque o non è in grado di svolgere il ruolo di carceriere contrattato (e pagato) con l’Europa e l’Italia, oppure sta facendoci “guerra”. Attendiamo pazientemente di vedere Salvini sbarcare a Tunisi alla testa delle truppe…
Peggio ancora con la parte di Libia che ha capitale a Tripoli. Lì il regime è tenuto in piedi proprio da Italia e Unione Europea. Gli accordi per farne un ignobile campo di concentramento per migranti africani sono stati sottoscritti da “democratici” come Minniti e dallo stesso Salvini.
La loro “guardia costiera” è rifornita e addestrata dal governo italiano, che ha ospitato più volte nelle sue basi il capo di quella masnada. Che, sarà un caso sfortunato, è uno dei criminali riconosciuti dall’Onu come “trafficanti di carne umana”, contemporaneamente capo degli “scafisti” e delle “guardie” che dovrebbero contrastarli.
A dar retta a Salvini, insomma, bisognerebbe “far guerra” ai boss con cui anche lui ha firmato accordi.
Tutto ciò, naturalmente, non è classificabile come “incapacità” o “stupidità” di una classe politica di serie C giunta al governo a forza di spazzatura spacciata per cioccolata.
Gli atteggiamenti pubblici di gente come Meloni e Salvini mostrano con chiarezza che da quelle parti ci si preoccupa soltanto di come nutrire i futuri consensi elettorali. Ma a risolvere i problemi, proprio non ci possono pensare…
Fonte
28/07/2023
Cosa stanno negoziando UE e Tunisia?
Sembra in dirittura d’arrivo il memorandum di intesa fra Tunisia e Unione Europea, con l’approdo a Tunisi di Ursula von der Leyen e del premier olandese Mark Rutte assieme a Giorgia Meloni.
I termini dello scambio sono chiari: il salvataggio dal tracollo economico di un paese sull’orlo della bancarotta in cambio di forniture energetiche (green?) e la militarizzazione del Mediterraneo per fermare il flusso di disperati verso l’Europa.
L’attuazione dell’accordo (una prima tranche di finanziamenti da 900 milioni di euro dall’Ue) è vincolata all’erogazione del prestito alla Tunisia di 1,9 miliardi da parte del Fondo Monetario Internazionale, che è sua volta subordinato all’attuazione da parte del paese del solito pacchetto di controriforme neoliberiste.
Per entrare nel merito del negoziato, proponiamo l’analisi di un mese fa di Arianna Poletti, tratta da Irpimedia.
L’attuazione dell’accordo (una prima tranche di finanziamenti da 900 milioni di euro dall’Ue) è vincolata all’erogazione del prestito alla Tunisia di 1,9 miliardi da parte del Fondo Monetario Internazionale, che è sua volta subordinato all’attuazione da parte del paese del solito pacchetto di controriforme neoliberiste.
Per entrare nel merito del negoziato, proponiamo l’analisi di un mese fa di Arianna Poletti, tratta da Irpimedia.
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Crisi economica e rimpatri: cosa stanno negoziando Ue e Tunisia
Crisi economica e rimpatri: cosa stanno negoziando Ue e Tunisia
di Arianna Poletti
Con l’economia del Paese nordafricano sempre più in difficoltà, l’intreccio tra sostegno finanziario ed esternalizzazione delle frontiere si fa sempre più stretto. E ora spunta una nuova ipotesi: rimpatriare in Tunisia anche cittadini di altri Paesi.
Durante i mesi di brutto tempo in Tunisia, il governo italiano ha più volte dichiarato di aver compiuto «numerosi passi avanti nella difesa dei nostri confini», riferendosi al calo degli arrivi di migranti via mare dal Paese nordafricano.
Ora che il sole estivo torna a splendere sulle coste del Sud tunisino, però, le agenzie stampa segnalano un nuovo «aumento delle partenze».
Secondo l’Ansa, durante le notti del 18 e 19 giugno, Lampedusa ha contato prima dodici, poi altri quindici sbarchi. Gli arrivi sono stati 18, con 290 persone in totale, anche tra la mezzanotte e le due del 23 giugno.
Come accadeva durante i mesi di febbraio e marzo, a raggiungere le coste siciliane sono soprattutto ivoriani, malesi, ghanesi, nigeriani, sudanesi, egiziani. I principali porti di partenza delle persone che raggiungono l’Italia via mare, nel 2023, si trovano soprattutto in Tunisia.
È durante questo giugno piovoso che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è atterrata a Tunisi non una ma ben due volte, con l’intento di negoziare quello che ha tutta l’aria di uno scambio: un maggior sostegno finanziario al bilancio di una Tunisia sempre più in crisi in cambio di ulteriori azioni di militarizzazione del Mediterraneo centrale.
Gli aiuti economici promessi da Bruxelles, necessari perché la Tunisia eviti la bancarotta, sono condizionati alla firma di un nuovo accordo con il Fondo monetario internazionale.
Il prezzo da pagare, però, sono ulteriori passi avanti nel processo di esternalizzazione della frontiera dell’Unione europea. Un processo già avviato da anni che, come abbiamo raccontato nelle precedenti puntate di #TheBigWall, si è tradotto in finanziamenti alla Tunisia per un valore di 59 milioni di euro dal 2011 a oggi, sotto forma di una lunga lista di equipaggiamenti a beneficio del ministero dell’Interno tunisino.
Che l’Italia si stia nuovamente muovendo in questo senso, è stato reso noto dalla documentazione raccolta tramite accesso di richiesta agli atti da IrpiMedia in collaborazione con ActionAid sull’ultimo finanziamento di 12 milioni di euro approvato a fine 2022.
A dimostrarlo, è anche l’ultima gara d’appalto pubblicata da Unops, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Servizi di Progetto, che dal 2020 fa da intermediario tra il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale italiano (Maeci) e il ministero dell’Interno tunisino, per la fornitura di sette nuove motovedette, in scadenza proprio a giugno.
Le motovedette si sommano al recente annuncio, reso noto da Altreconomia a marzo 2023, della fornitura di 100 pick-up Nissan Navara alla Guardia nazionale tunisina.
Con una differenza, però: Roma non negozia più da sola con Tunisi, ma si impone come mediatrice tra il Paese nordafricano e l’Unione europea.
Secondo le informazioni confidenziali diffuse da una fonte diplomatica vicina ai negoziati Tunisia-Ue, la lista più recente sottoposta dalla Tunisia alla Commissione europea includerebbe anche «droni, elicotteri e nuove motovedette per un totale di ulteriori 200 milioni di euro».
Durante la visita del 19 giugno, anche la Francia ha annunciato un nuovo sostegno economico a Tunisi del valore di 26 milioni di euro finalizzato a «contrastare la migrazione».
Il prezzo del salvataggio dalla bancarotta sono i migranti
Entro fine giugno è attesa la firma del nuovo memorandum tra Unione europea e Tunisia. Ad annunciarlo è stata la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen, arrivata a Tunisi l’11 giugno insieme a Giorgia Meloni e a Mark Rutte, il primo ministro olandese.
La visita ha fatto seguito al Consiglio dell’Ue, il vertice che riunisce i ministri competenti per discutere e votare proposte legislative della Commissione in cui sono stati approvati alcuni provvedimenti che faranno parte del Patto sulla migrazione e l’asilo.
L’intesa, che dovrebbe sostituire anche il controverso Regolamento di Dublino ma deve ancora essere negoziata con l’Europarlamento, si lega alle trattative con la Tunisia.
Tra i due dossier esiste un parallelismo tracciato dalla stessa Von Der Leyen che, a seguito del recente naufragio di fronte alle coste greche, ha dichiarato: «Sulla migrazione dobbiamo agire in modo urgente sia sul quadro delle regole che in azioni dirette e concrete. Per esempio, il lavoro che stiamo facendo con la Tunisia per stabilizzare il Paese, con l’assistenza finanziaria e investendo nella sua economia».
Il Patto sulla migrazione e l’asilo e il Regolamento di Dublino
Nel frattempo, in Tunisia, la situazione economica si è fatta sempre più complicata. Il 9 giugno, infatti, l’agenzia di rating Fitch ha declassato il Paese a “-CCC” per quanto riguarda l’indice Idr, Issuer default ratings, ovvero il misuratore della capacità di solvenza di aziende e fondi sovrani. Più è basso, più è alta la possibilità, secondo Fitch, che il Paese (o la società, quando l’indice Idr si applica alle società) possa finire in bancarotta.
Colpa principalmente delle trattative fallite tra il governo di Tunisi e il Fondo monetario internazionale (Fmi): ad aprile 2023, il presidente Kais Saied ha rifiutato pubblicamente un prestito da 1,9 miliardi di dollari.
Principale ragione del diniego tunisino sono stati i «diktat», ha detto Saied il 6 aprile, imposti dal Fmi, cioè una serie di riforme con possibili costi sociali molto alti. Al discorso, sono seguite settimane di insistente lobbying da parte italiana, a Tunisi come a Washington, perché si tornasse a discutere del prestito.
Gli aiuti promessi da Von der Leyen in visita a Tunisi (900 milioni di euro di prestito condizionato, oltre ai 150 milioni di sostegno bilaterale al bilancio) sono infatti condizionati al sì dell’Fmi.
La Tunisia, quindi, ha bisogno sempre più urgentemente di sostegno finanziario internazionale per riuscire a chiudere il bilancio del 2023 e a rispettare le scadenze del debito pubblico estero. E le trattative per fermare i flussi migratori si intensificano.
A giugno 2023, come riportato da AnsaMed, Meloni ha dichiarato di voler «risolvere alla partenza» la questione migranti, proprio durante la firma del Patto sull’asilo a Bruxelles. Finanziamenti in cambio di misure di controllo delle partenze, quindi. Ma di che tipo? Per un’ipotesi che tramonta, un’altra sembra prendere corpo.
I negoziati per il nuovo accordo di riammissione
La prima ipotesi è trasformare la Tunisia in un hotspot, una piattaforma esterna all’Unione europea per lo smistamento di chi avrebbe diritto a una forma di protezione e chi invece no.
È un’idea vecchia, che compariva già nelle bozze di accordi Ue-Tunisia fermi al 2018, dove veniva fatto esplicito riferimento ad «accordi regionali di sbarco» tra Paesi a Nord del Mediterraneo e Paesi a Sud, e a «piattaforme di sbarco [...] complementari a centri controllati nel territorio Ue».
All’epoca, la Tunisia rispose con un secco «no» e anche oggi sembra che l’esito sarà simile. Secondo una fonte vicina alle trattative in corso per il memorandum con l’Ue, «è improbabile che la Tunisia accetti di accogliere veri e propri centri di smistamento sul territorio».
L’opinione del presidente tunisino Kais Saied, infatti, è ben diversa dai toni concilianti con i quali ha accolto i rappresentanti politici europei, da Meloni ai ministri dell’Interno di Francia (Gérald Darmanin) e Germania (Nancy Faeser), questi ultimi incontrati lo scorso 19 giugno. Saied ha più volte ribadito che «non saremo i guardiani dell’Europa», provando a mantenere la sua immagine pubblica di “anti-colonialista” e sovranista.
Sotto la crescente pressione economica, esiste comunque la possibilità che il presidente tunisino scenda a più miti consigli e rivaluti l’idea della Tunisia come hotspot.
In questo scenario, i Paesi Ue potrebbero rimandare in Tunisia non solo persone tunisine a cui è negata la richiesta d’asilo, ma anche persone di altre nazionalità che hanno qualche tipo di legame (ancora tutto da definire nei dettagli) con la Tunisia. Il memorandum Tunisia-Ue, quindi, potrebbe includere delle clausole relative non solo ai rimpatri dei cittadini tunisini, ma anche alle riammissioni di cittadini di altri Paesi.
A sostegno di questa seconda ipotesi ci sono diversi elementi. Il primo è un documento della Commissione europea sulla cooperazione estera in ambito migratorio, visionato da IrpiMedia, datato maggio 2022, ma anticipato da una bozza del 2017. Nel documento, in riferimento a futuri accordi di riammissione, si legge che la Commissione avrebbe dovuto lanciare, «entro la fine del 2022», «i primi partenariati con i Paesi nordafricani, tra cui la Tunisia».
Il secondo elemento è contenuto nell’accordo raggiunto dal Consiglio sul Patto. Su pressione dell’Italia, la proposta di legge prevede la possibilità di mandare i richiedenti asilo in un Paese terzo considerato sicuro, sulla base di una serie di fattori legati al rispetto dei diritti umani in generale e dei richiedenti asilo più nello specifico.
I dubbi sulla Tunisia, Paese terzo sicuro
A marzo 2023 – durante il picco di partenze dalla Tunisia a seguito di un violento discorso del presidente nei confronti della comunità subsahariana nel Paese – la lista dei Paesi di origine considerati sicuri è stata aggiornata, e include ormai non solo la Tunisia stessa, sempre più insicura, come raccontato nelle puntate precedenti, ma anche la Costa d’Avorio, il Ghana, la Nigeria. Che rappresentano ormai le prime nazionalità di sbarco.
In questo senso, aveva attirato l’attenzione la richiesta da parte delle autorità tunisine a inizio 2022 di laboratori mobili per il test del DNA, utilizzati spesso nei commissariati sui subsahariani in situazione di regolarità o meno.
Eppure, nel contesto la situazione della comunità subsahariana nel Paese resta estremamente precaria. Solo la settimana scorsa un migrante di origine non chiara, ma subsahariano, è stato accoltellato nella periferia di Sfax, dove la tensione tra famiglie tunisine in situazioni sempre più precarie e subsahariani continua a crescere.
Malgrado un programma di ritorno volontario gestito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), continua a esistere una tendopoli di fronte alla sede dell’organizzazione internazionale. La Tunisia, dove manca un quadro legale sul diritto di asilo che tuteli quindi chi viene riconosciuto come rifugiato da UNHCR, continua a non essersi dotata di una zona Sar (Search & Rescue).
Proprio a questo fa riferimento esplicito la bozza del nuovo patto sull’asilo firmato a Bruxelles. Una delle condizioni richieste, allora, potrebbe essere proprio quella di notificare all’Organizzazione marittima internazionale (Imo) una zona Sar una volta ottenuti tutti gli equipaggiamenti richiesti dal ministero dell’Interno tunisino.
Fonte
18/07/2023
“Schiavo in Italia o morto a casa tua”. La governance dei migranti secondo il governo Meloni
In appena dieci giorni il governo Meloni ha messo la parola definitiva su quella che sarà la strategia di governance dei flussi migratori.
Dopo l’orrore del decreto Cutro dello scorso aprile, giovedì 7 luglio il governo ha dato il via libera a un “decreto flussi” (dispositivo che quantifica il “fabbisogno di migranti” del sistema produttivo) che prevede 452mila ingressi regolari nel prossimo triennio, il numero più alto dell’ultimo quindicennio circa.
Dieci giorni più tardi, la premier è volata a Tunisi per appoggiare la mano sporca di sangue sul Memorandum siglato tra l’Unione Europea e la Tunisia per la gestione dei flussi migratori (e non solo).
I tratti disegnati in questi mesi assumono così una visione d’insieme chiara e omogenea. Da un lato c’è la criminalizzazione dei migranti giunti irregolarmente nel paese, spinti da guerre, crisi climatiche e persecuzioni quasi sempre provocate o sostenute dai governi europei e occidentali.
Questo l’obiettivo del “decreto Cutro”, che riduce le fattispecie di permanenza regolare nel paese e i supporti dedicati all’integrazione del soggetto migrante (psicologo, corsi di lingua ecc.).
Dall’altro, c’è la necessità di garantire manodopera più facilmente sfruttabile e sostituibile a quel che rimane del tessuto produttivo italiano, da anni ancorato ai mercati internazionali mediante politiche di prezzo (basso costo garantito da basso salario) e non dall’innovazione di prodotto (per cui servirebbero investimenti e “spirito d’impresa”).
Questo il “bagno di realtà”, come sommessamente affermato dalle opposizioni, fatto dal governo Meloni con il decreto flussi, che del “capitalismo piccolo piccolo” italiano conosce e incarna bene sentimenti abbietti e interessi miopi.
Per tutto il resto, il modello Libia – inaugurato dal PD – può ben essere esteso alla Tunisia, divenuta negli anni il principale porto di partenza per l’Europa.
L’intesa UE-Tunisia, siglata per parte europea dalla triade Von der Leyen-Rutte-Meloni, prevede a questo proposito un primo stanziamento di 100 milioni per le operazioni di “Search and Rescue”.
Un modo elegante per provare ad allargare i confini dell’UE oltre quelli stabiliti dai Trattati, fermando gli uomini, le donne e i bambini che fuggono dalla miseria idealmente prima che giungano nel Mediterraneo.
Un morto non visto è un morto che non esiste, quindi politicamente digeribile per i criminali a capo delle istituzioni continentali.
Gli altri pilastri del Memorandum rinnovano la visione neocoloniale con cui il mondo occidentale guarda all’Africa: appropriazione delle materie prime e delle migliori intelligenze in cambio di debito, beni finiti e subordinazione politico-culturale.
Secondo il governo questo patto sarà un “modello” per le relazioni tra l’UE e il Nordafrica: “Abbiamo raggiunto un obiettivo molto importante che arriva dopo un grande lavoro diplomatico”, ha detto la premier in vista della prossima conferenza internazionale sulla migrazione, in programma a Roma il 23 luglio, dove “Saied sarà uno dei protagonisti”.
Forte di quest’ultimo accordo, l’imperialismo occidentale punta ancora una volta ad imporre una visione occidentalocentrica dello “sviluppo” che, nei secoli, si è dimostrata una vera e propria ipoteca a ogni ipotesi di “progresso” autonomo e indipendente per i popoli dell’Africa.
Qui e là, in fondo, chi lotta per la propria emancipazione, lotta contro il nemico comune.
Fonte
Dopo l’orrore del decreto Cutro dello scorso aprile, giovedì 7 luglio il governo ha dato il via libera a un “decreto flussi” (dispositivo che quantifica il “fabbisogno di migranti” del sistema produttivo) che prevede 452mila ingressi regolari nel prossimo triennio, il numero più alto dell’ultimo quindicennio circa.
Dieci giorni più tardi, la premier è volata a Tunisi per appoggiare la mano sporca di sangue sul Memorandum siglato tra l’Unione Europea e la Tunisia per la gestione dei flussi migratori (e non solo).
I tratti disegnati in questi mesi assumono così una visione d’insieme chiara e omogenea. Da un lato c’è la criminalizzazione dei migranti giunti irregolarmente nel paese, spinti da guerre, crisi climatiche e persecuzioni quasi sempre provocate o sostenute dai governi europei e occidentali.
Questo l’obiettivo del “decreto Cutro”, che riduce le fattispecie di permanenza regolare nel paese e i supporti dedicati all’integrazione del soggetto migrante (psicologo, corsi di lingua ecc.).
Dall’altro, c’è la necessità di garantire manodopera più facilmente sfruttabile e sostituibile a quel che rimane del tessuto produttivo italiano, da anni ancorato ai mercati internazionali mediante politiche di prezzo (basso costo garantito da basso salario) e non dall’innovazione di prodotto (per cui servirebbero investimenti e “spirito d’impresa”).
Questo il “bagno di realtà”, come sommessamente affermato dalle opposizioni, fatto dal governo Meloni con il decreto flussi, che del “capitalismo piccolo piccolo” italiano conosce e incarna bene sentimenti abbietti e interessi miopi.
Per tutto il resto, il modello Libia – inaugurato dal PD – può ben essere esteso alla Tunisia, divenuta negli anni il principale porto di partenza per l’Europa.
L’intesa UE-Tunisia, siglata per parte europea dalla triade Von der Leyen-Rutte-Meloni, prevede a questo proposito un primo stanziamento di 100 milioni per le operazioni di “Search and Rescue”.
Un modo elegante per provare ad allargare i confini dell’UE oltre quelli stabiliti dai Trattati, fermando gli uomini, le donne e i bambini che fuggono dalla miseria idealmente prima che giungano nel Mediterraneo.
Un morto non visto è un morto che non esiste, quindi politicamente digeribile per i criminali a capo delle istituzioni continentali.
Gli altri pilastri del Memorandum rinnovano la visione neocoloniale con cui il mondo occidentale guarda all’Africa: appropriazione delle materie prime e delle migliori intelligenze in cambio di debito, beni finiti e subordinazione politico-culturale.
Secondo il governo questo patto sarà un “modello” per le relazioni tra l’UE e il Nordafrica: “Abbiamo raggiunto un obiettivo molto importante che arriva dopo un grande lavoro diplomatico”, ha detto la premier in vista della prossima conferenza internazionale sulla migrazione, in programma a Roma il 23 luglio, dove “Saied sarà uno dei protagonisti”.
Forte di quest’ultimo accordo, l’imperialismo occidentale punta ancora una volta ad imporre una visione occidentalocentrica dello “sviluppo” che, nei secoli, si è dimostrata una vera e propria ipoteca a ogni ipotesi di “progresso” autonomo e indipendente per i popoli dell’Africa.
Qui e là, in fondo, chi lotta per la propria emancipazione, lotta contro il nemico comune.
Fonte
09/07/2023
Tunisia - Centinaia di profughi africani espulsi nella terra di nessuno al confine con la Libia
Le forze della sicurezza tunisine hanno espulso centinaia di neri africani da Sfax verso la regione di confine con la Libia, il giorno successivo all’uccisione di un cittadino tunisino durante violenti scontri nella città sud-orientale del paese. La polizia ha sparato gas lacrimogeni nel tentativo di sedare i combattimenti. Una casa abitata da africani sub-sahariani è stata data alle fiamme in risposta all’uccisione, secondo quanto riferiscono i social media.
Un raid avvenuto domenica scorsa a Sfax, la seconda città più popolosa della Tunisia, ha provocato 48 arresti e lo sgombero di centinaia di persone da parte dei militari verso la regione di confine tra Tunisia e Libia. A riferirlo è l’ONG Alarm Phone, che sostiene le persone in difficoltà che attraversano il Mediterraneo.
Le forze di sicurezza tunisine hanno picchiato i profughi africani, gettando il loro cibo e spaccando i loro telefoni, ha denunciato Lauren Seibert, una ricercatrice sui diritti dei rifugiati e dei migranti presso Human Rights Watch.
Secondo quanto riferito, i profughi sono stati lasciati sul lato libico del confine, ma sono fuggiti di nuovo in Tunisia dopo aver incontrato uomini armati.
“Questi migranti e richiedenti asilo sono bloccati in una zona di confine chiusa e militarizzata tra Tunisia e Libia”, ha dichiarato la Seibert. “Abbiamo informato le agenzie delle Nazioni Unite, ma le autorità tunisine non hanno ancora concesso loro l’accesso per aiutare queste persone”.
A partire da mercoledì, il numero di bloccati al confine tra Tunisia e Libia è aumentato tra 400 e 500, secondo le testimonianze inviate a Human Rights Watch.
I filmati inviati al gruppo per i diritti umani mostrano un numero enorme di persone, tra cui molti bambini, nell’area di confine militarizzata. Uno dei video mostra persone costrette a dormire la notte per terra nel deserto.
Nelle ultime settimane i tunisini a Sfax hanno organizzato manifestazioni di protesta contro la presenza dei profughi. La città costiera è un punto di accesso chiave all’Europa per molte persone che tentano di attraversare il Mediterraneo.
Il presidente tunisino Kais Saied ha affermato che la Tunisia non sarà responsabile dell’arresto dell’immigrazione irregolare verso l’Europa e “rifiuta di essere un luogo di transito o di insediamento per i migranti”.
A febbraio, Saied aveva sostanzialmente avanzato la chiave di lettura della minaccia della “sostituzione etnica” in Tunisia. “Dall’inizio del secolo c’è un piano criminale per cambiare la struttura demografica della Tunisia, e ci sono partiti che hanno ricevuto ingenti somme di denaro dopo il 2011 per l’insediamento di immigrati clandestini dall’Africa sub-sahariana”.
Diversi commentatori hanno paragonato il commento di Saied sulla “sostituzione etnica”, alle note teorie del complotto secondo cui i bianchi in Europa verrebbero via via sostituiti dai migranti stranieri, provenienti principalmente dall’Africa e dal Medio Oriente. Il discorso del presidente tunisino è stato approvato pubblicamente dal leader della estrema destra francese Eric Zemmour.
Appare piuttosto evidente che la Tunisia punti ad ottenere dall’Unione Europea i finanziamenti che gli sono stati negati dal Fmi, ma in cambio deve fungere da guardiano per bloccare i flussi di migranti africani che si imbarcano dalle coste tunisine verso le coste europee, e quella italiana in particolare. Che lo faccia con brutalità, così come viene richiesto di fare in Libia, non sembra disturbare molto le coscienze in Europa. Così come il fatto che il presidente tunisino Sayed sia ancora al potere sulla base di un colpo di stato istituzionale.
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Un raid avvenuto domenica scorsa a Sfax, la seconda città più popolosa della Tunisia, ha provocato 48 arresti e lo sgombero di centinaia di persone da parte dei militari verso la regione di confine tra Tunisia e Libia. A riferirlo è l’ONG Alarm Phone, che sostiene le persone in difficoltà che attraversano il Mediterraneo.
Le forze di sicurezza tunisine hanno picchiato i profughi africani, gettando il loro cibo e spaccando i loro telefoni, ha denunciato Lauren Seibert, una ricercatrice sui diritti dei rifugiati e dei migranti presso Human Rights Watch.
Secondo quanto riferito, i profughi sono stati lasciati sul lato libico del confine, ma sono fuggiti di nuovo in Tunisia dopo aver incontrato uomini armati.
“Questi migranti e richiedenti asilo sono bloccati in una zona di confine chiusa e militarizzata tra Tunisia e Libia”, ha dichiarato la Seibert. “Abbiamo informato le agenzie delle Nazioni Unite, ma le autorità tunisine non hanno ancora concesso loro l’accesso per aiutare queste persone”.
A partire da mercoledì, il numero di bloccati al confine tra Tunisia e Libia è aumentato tra 400 e 500, secondo le testimonianze inviate a Human Rights Watch.
I filmati inviati al gruppo per i diritti umani mostrano un numero enorme di persone, tra cui molti bambini, nell’area di confine militarizzata. Uno dei video mostra persone costrette a dormire la notte per terra nel deserto.
Nelle ultime settimane i tunisini a Sfax hanno organizzato manifestazioni di protesta contro la presenza dei profughi. La città costiera è un punto di accesso chiave all’Europa per molte persone che tentano di attraversare il Mediterraneo.
Il presidente tunisino Kais Saied ha affermato che la Tunisia non sarà responsabile dell’arresto dell’immigrazione irregolare verso l’Europa e “rifiuta di essere un luogo di transito o di insediamento per i migranti”.
A febbraio, Saied aveva sostanzialmente avanzato la chiave di lettura della minaccia della “sostituzione etnica” in Tunisia. “Dall’inizio del secolo c’è un piano criminale per cambiare la struttura demografica della Tunisia, e ci sono partiti che hanno ricevuto ingenti somme di denaro dopo il 2011 per l’insediamento di immigrati clandestini dall’Africa sub-sahariana”.
Diversi commentatori hanno paragonato il commento di Saied sulla “sostituzione etnica”, alle note teorie del complotto secondo cui i bianchi in Europa verrebbero via via sostituiti dai migranti stranieri, provenienti principalmente dall’Africa e dal Medio Oriente. Il discorso del presidente tunisino è stato approvato pubblicamente dal leader della estrema destra francese Eric Zemmour.
Appare piuttosto evidente che la Tunisia punti ad ottenere dall’Unione Europea i finanziamenti che gli sono stati negati dal Fmi, ma in cambio deve fungere da guardiano per bloccare i flussi di migranti africani che si imbarcano dalle coste tunisine verso le coste europee, e quella italiana in particolare. Che lo faccia con brutalità, così come viene richiesto di fare in Libia, non sembra disturbare molto le coscienze in Europa. Così come il fatto che il presidente tunisino Sayed sia ancora al potere sulla base di un colpo di stato istituzionale.
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01/07/2023
Consiglio Europeo: migranti, guerra, economia e Cina
Il 29 e 30 giugno si è svolto il Consiglio Europeo, già preannunciato come un delicato momento di confronto tra i vertici degli esecutivi dei membri UE. Ci si aspettava che il nodo della gestione dei migranti avrebbe fatto registrare scintille, ed effettivamente non sono mancate.
L’accordo è stato largo riguardo il sostegno ai “lavori svolti su un pacchetto di partenariato globale reciprocamente vantaggioso con la Tunisia”. In sostanza si concretizza in fondi europei ed investimenti in cambio del blocco delle partenze dalle coste tunisine, un modello «libico» da diffondere “tra l’Unione europea e i partner nella regione”.
In realtà l’intesa con Tunisi deve essere ancora confermata, e non è detto che all’incontro del 3 luglio vada tutto come previsto. Ma finché si è parlato di pagare profumatamente l’esternalizzazione del controllo dei confini non ci sono stati intoppi: serrare la gabbia europea verso l’esterno trova tutti in perfetta sintonia (“democratici sovranazionali” e “nazionalisti sovranisti”).
È stato il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo, raggiunto l’8 giugno dai ministri degli Interni, a provocare lo scontro. Esso regolerà i ricollocamenti dei richiedenti asilo, i contributi finanziari e altre misure di solidarietà interna alla UE.
L’accordo è stato trovato ricorrendo alla maggioranza qualificata, come previsto dai trattati comunitari in materia, ma al Consiglio sia l’Ungheria sia la Polonia si sono opposte. I rappresentanti dei due paesi volevano infatti che si continuasse a seguire la regola del consenso, come negli scorsi anni.
Charles Michel, il presidente del Consiglio Europeo, ha chiesto dunque a Giorgia Meloni di svolgere un tentativo di mediazione. La leader di Fratelli d’Italia ha sottolineato proprio come fosse inutile l’ostruzionismo su come smistare i migranti una volta giunti in Europa, perché si avranno sempre idee inconciliabili.
La Meloni è arrivata a dire che i ricollocamenti non sono la sua priorità, ma lo è “fermare l’immigrazione illegale a monte”, con accordi come quello con la Tunisia. L’Italia è tuttora fondamentale nel dialogo con l’altra sponda del Mediterraneo, e la capa di governo vuole rivendicare questo ruolo.
Anche se la missione di portare a miglior consiglio i due paesi riottosi non è andata a buon fine, la legittimità che Michel ha riconosciuto con la sua richiesta a Giorgia Meloni è evidente, nonostante i problemi sul PNRR. È probabile che anche questo sia un segnale del processo di normalizzazione della destra post-fascista e della ricerca di nuovi equilibri politici.
Giorgia Meloni si è riscoperta, per noi senza sorprese, una ferma sostenitrice di una UE unita e con un profilo strategico maggiormente proiettato verso l’esterno, terreno su cui superare anche le diatribe interne. La ‘politica di potenza’ è condivisa da tutte le classi dirigenti comunitarie, il resto è solo gioco delle parti per imbonire l’elettorato.
Una politica che ovviamente è fortemente orientata alla guerra. L’altro tema ampiamente dibattuto è stata la situazione ucraina, ribadendo “il sostegno finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico”. L’undicesimo pacchetto di sanzioni è stato accolto con favore, mentre sono stati criticati Iran e Bielorussia per l’appoggio alla Russia.
È stata espressa la volontà di organizzare un “vertice di pace globale” sulla base della formula di pace dell’Ucraina, che i paesi UE si impegneranno a ricostruire. Parallelamente, è stato valutato positivamente il processo che sta avvicinando sempre più l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia alla UE.
Ai timori sulla sicurezza alimentare globale, si sono affiancati quelli per la distruzione della diga Kakhova, con importanti ripercussioni anche sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Qui, come al solito, si è assistito alla smentita degli allarmismi di Kiev.
Infatti, le autorità ucraine avevano rilasciato dichiarazioni riguardo al fatto che i russi avevano minato quattro reattori della centrale, pronti a creare un incidente epocale. L’AIEA non ha rilevato alcun segnale di un’azione del genere, anche se le ultime notizie parlano di indicazioni di evacuazione entro il 5 luglio anche per i dipendenti ucraini.
Del resto, come ha detto Rafael Grossi, a capo dell’AIEA, “può succedere di tutto”. La sua principale preoccupazione è però, ad ora, il pericolo che la centrale corre, trovandosi in una condizione di estrema fragilità e quasi sulla linea della controffensiva ucraina.
Sempre in relazione all’ambito bellico, è stata sottolineata la necessità di procedere sulla strada tracciata dalla ‘Bussola strategica europea’ più di un anno fa. In generale, è stata confermata la spinta ad aumentare i fondi militari e le basi comuni della sicurezza, anche informatica, e della difesa della UE.
Questo obiettivo verrà raggiunto con l’acquisizione congiunta di munizioni e missili, ma anche con lo European defence industry reinforcement through common procurement act (EDIRPA), una cornice per procedere con appalti in comune, e con lo European Defence Improvement Programme (EDIP).
Per quest’ultimo strumento, un insieme di investimenti iscritti nella cornice NATO, è stato chiesto alla Commissione di elaborare una proposta.
Sulla situazione economica, è stata riaffermato l'obiettivo di una maggiore ‘competitività’, da realizzarsi attraverso la ‘transizione verde e digitale’, nonché una maggiore attenzione anche all’ambito farmaceutico. Da evidenziare la preoccupazione espressa per gli effetti che avrà sulla UE il per nulla amichevole Inflation Reduction Act statunitense.
Fondamentale rimane poi la riduzione delle dipendenze strategiche e la diversificazione delle catene di approvvigionamento. Qui entra sulla scena il rapporto complesso con la Cina, a cui è dedicata una delle sette parti in cui sono divise le conclusioni del Consiglio.
Il Dragone viene di nuovo definito come “un partner, un concorrente e un rivale sistemico”, con cui collaborare per affrontare sfide dalla dimensione globale. Se anche, come detto, la UE vuole rendersi più autonoma da Pechino, però “non intende procedere a un disaccoppiamento né chiudersi in se stessa”.
Vengono poi al solito espresse critiche sulla situazione dei diritti umani in Tibet e in Xinjiang. Viene però anche ripetuto che la comunità europea sostiene coerentemente la politica di “un’unica Cina” (che implica il non riconoscimento di Taiwan come Stato indipendente).
Per concludere, nel testo finale vi sono accenni ai Balcani, alla Turchia, al Mediterraneo orientale e all’Africa. In poche parole, uno sguardo a tutto tondo sui vari settori di interesse di una UE che non ha assolutamente rinunciato a svolgere un ruolo attivo nella competizione globale.
Non un traguardo semplice, ma che comunque verrà perseguito ad ogni costo, facendoci scivolare sul piano inclinato della guerra e della barbarie. È bene rimanere allerta sui prossimi sviluppi dei nodi dirimenti riassunti in questo Consiglio Europeo, perché ne deriveranno anche indizi sugli spazi praticabili per la costruzione di un’alternativa.
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L’accordo è stato largo riguardo il sostegno ai “lavori svolti su un pacchetto di partenariato globale reciprocamente vantaggioso con la Tunisia”. In sostanza si concretizza in fondi europei ed investimenti in cambio del blocco delle partenze dalle coste tunisine, un modello «libico» da diffondere “tra l’Unione europea e i partner nella regione”.
In realtà l’intesa con Tunisi deve essere ancora confermata, e non è detto che all’incontro del 3 luglio vada tutto come previsto. Ma finché si è parlato di pagare profumatamente l’esternalizzazione del controllo dei confini non ci sono stati intoppi: serrare la gabbia europea verso l’esterno trova tutti in perfetta sintonia (“democratici sovranazionali” e “nazionalisti sovranisti”).
È stato il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo, raggiunto l’8 giugno dai ministri degli Interni, a provocare lo scontro. Esso regolerà i ricollocamenti dei richiedenti asilo, i contributi finanziari e altre misure di solidarietà interna alla UE.
L’accordo è stato trovato ricorrendo alla maggioranza qualificata, come previsto dai trattati comunitari in materia, ma al Consiglio sia l’Ungheria sia la Polonia si sono opposte. I rappresentanti dei due paesi volevano infatti che si continuasse a seguire la regola del consenso, come negli scorsi anni.
Charles Michel, il presidente del Consiglio Europeo, ha chiesto dunque a Giorgia Meloni di svolgere un tentativo di mediazione. La leader di Fratelli d’Italia ha sottolineato proprio come fosse inutile l’ostruzionismo su come smistare i migranti una volta giunti in Europa, perché si avranno sempre idee inconciliabili.
La Meloni è arrivata a dire che i ricollocamenti non sono la sua priorità, ma lo è “fermare l’immigrazione illegale a monte”, con accordi come quello con la Tunisia. L’Italia è tuttora fondamentale nel dialogo con l’altra sponda del Mediterraneo, e la capa di governo vuole rivendicare questo ruolo.
Anche se la missione di portare a miglior consiglio i due paesi riottosi non è andata a buon fine, la legittimità che Michel ha riconosciuto con la sua richiesta a Giorgia Meloni è evidente, nonostante i problemi sul PNRR. È probabile che anche questo sia un segnale del processo di normalizzazione della destra post-fascista e della ricerca di nuovi equilibri politici.
Giorgia Meloni si è riscoperta, per noi senza sorprese, una ferma sostenitrice di una UE unita e con un profilo strategico maggiormente proiettato verso l’esterno, terreno su cui superare anche le diatribe interne. La ‘politica di potenza’ è condivisa da tutte le classi dirigenti comunitarie, il resto è solo gioco delle parti per imbonire l’elettorato.
Una politica che ovviamente è fortemente orientata alla guerra. L’altro tema ampiamente dibattuto è stata la situazione ucraina, ribadendo “il sostegno finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico”. L’undicesimo pacchetto di sanzioni è stato accolto con favore, mentre sono stati criticati Iran e Bielorussia per l’appoggio alla Russia.
È stata espressa la volontà di organizzare un “vertice di pace globale” sulla base della formula di pace dell’Ucraina, che i paesi UE si impegneranno a ricostruire. Parallelamente, è stato valutato positivamente il processo che sta avvicinando sempre più l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia alla UE.
Ai timori sulla sicurezza alimentare globale, si sono affiancati quelli per la distruzione della diga Kakhova, con importanti ripercussioni anche sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Qui, come al solito, si è assistito alla smentita degli allarmismi di Kiev.
Infatti, le autorità ucraine avevano rilasciato dichiarazioni riguardo al fatto che i russi avevano minato quattro reattori della centrale, pronti a creare un incidente epocale. L’AIEA non ha rilevato alcun segnale di un’azione del genere, anche se le ultime notizie parlano di indicazioni di evacuazione entro il 5 luglio anche per i dipendenti ucraini.
Del resto, come ha detto Rafael Grossi, a capo dell’AIEA, “può succedere di tutto”. La sua principale preoccupazione è però, ad ora, il pericolo che la centrale corre, trovandosi in una condizione di estrema fragilità e quasi sulla linea della controffensiva ucraina.
Sempre in relazione all’ambito bellico, è stata sottolineata la necessità di procedere sulla strada tracciata dalla ‘Bussola strategica europea’ più di un anno fa. In generale, è stata confermata la spinta ad aumentare i fondi militari e le basi comuni della sicurezza, anche informatica, e della difesa della UE.
Questo obiettivo verrà raggiunto con l’acquisizione congiunta di munizioni e missili, ma anche con lo European defence industry reinforcement through common procurement act (EDIRPA), una cornice per procedere con appalti in comune, e con lo European Defence Improvement Programme (EDIP).
Per quest’ultimo strumento, un insieme di investimenti iscritti nella cornice NATO, è stato chiesto alla Commissione di elaborare una proposta.
Sulla situazione economica, è stata riaffermato l'obiettivo di una maggiore ‘competitività’, da realizzarsi attraverso la ‘transizione verde e digitale’, nonché una maggiore attenzione anche all’ambito farmaceutico. Da evidenziare la preoccupazione espressa per gli effetti che avrà sulla UE il per nulla amichevole Inflation Reduction Act statunitense.
Fondamentale rimane poi la riduzione delle dipendenze strategiche e la diversificazione delle catene di approvvigionamento. Qui entra sulla scena il rapporto complesso con la Cina, a cui è dedicata una delle sette parti in cui sono divise le conclusioni del Consiglio.
Il Dragone viene di nuovo definito come “un partner, un concorrente e un rivale sistemico”, con cui collaborare per affrontare sfide dalla dimensione globale. Se anche, come detto, la UE vuole rendersi più autonoma da Pechino, però “non intende procedere a un disaccoppiamento né chiudersi in se stessa”.
Vengono poi al solito espresse critiche sulla situazione dei diritti umani in Tibet e in Xinjiang. Viene però anche ripetuto che la comunità europea sostiene coerentemente la politica di “un’unica Cina” (che implica il non riconoscimento di Taiwan come Stato indipendente).
Per concludere, nel testo finale vi sono accenni ai Balcani, alla Turchia, al Mediterraneo orientale e all’Africa. In poche parole, uno sguardo a tutto tondo sui vari settori di interesse di una UE che non ha assolutamente rinunciato a svolgere un ruolo attivo nella competizione globale.
Non un traguardo semplice, ma che comunque verrà perseguito ad ogni costo, facendoci scivolare sul piano inclinato della guerra e della barbarie. È bene rimanere allerta sui prossimi sviluppi dei nodi dirimenti riassunti in questo Consiglio Europeo, perché ne deriveranno anche indizi sugli spazi praticabili per la costruzione di un’alternativa.
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13/06/2023
Tentativi di intesa UE-Tunisia, ma Saied rifiuta il FMI e di fare il gendarme dei confini europei
Ieri, a Cartagine, è stata firmata l’omonima dichiarazione tra UE e Tunisia, dopo un incontro che ha visto coinvolti i capi di governo di Olanda e Italia, Ursula Von Der Leyen e il presidente tunisino Saied. Giorgia Meloni aveva lavorato molto negli ultimi dieci giorni per mettere in piedi questo vertice.
L’obiettivo scritto nero su bianco nel documento è di arrivare alla firma di un memorandum prima del prossimo Consiglio Europeo, che si svolgerà il 29 e 30 giugno. Ma in realtà il dialogo intavolato è ancora ben lontano dal vedere un’intesa, in particolare sui dossier FMI e migranti.
La dichiarazione è costruita su quattro pilastri. C’è quello legato agli scambi culturali e turistici tra l’UE e la Tunisia, compreso l’annuncio di una finestra Erasmus+ col paese nordafricano, finanziata con dieci milioni di euro, da aggiungere all’inclusione nel programma Talent Partnership per la mobilità giovanile.
C’è poi il partenariato energetico, che sarà dettagliato con un memorandum ad hoc in vista di un forum da organizzare nel prossimo autunno, per focalizzare gli investimenti europei del settore nel paese. Saranno questi che traineranno i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo, in vista di una sempre maggiore connessione.
È stato anche discusso, infatti, l’interconnettore Elmed, che servirà a portare energia elettrica green dalla Tunisia all’Europa e per cui sono già previsti 300 milioni di investimenti. Inoltre, dal 2025 il cavo sottomarino Medusa collegherà 11 paesi del Nord Africa con l’Europa, portando la banda larga.
Rimangono però in bilico i nodi del programma FMI e della gestione dei migranti. Su quest’ultimo tema, poche ore prima dell’incontro a Cartagine Saied, che in passato aveva evocato un piano per rendere la Tunisia un paese africano invece che arabo-islamico, si era dichiarato indisponibile a fare da gendarme di frontiera per l’Europa.
Con la Von der Leyen, che ha promesso 100 milioni di euro per la lotta ai flussi illegali, al contrabbando e per la gestione dei rimpatri, ha rincarato la dose. Ha definito come disumana e inaccettabile la soluzione “che alcuni sostengono segretamente di ospitare in Tunisia migranti in cambio di somme di denaro”.
Se Giorgia Meloni si è dichiarata pronta ad organizzare una conferenza internazionale su migrazioni e sviluppo, per mostrarsi reattiva sugli sbarchi e di certo non sui diritti dei migranti, la loro importanza è stata ribadita da Mark Rutte. Parole alquanto ipocrite da chi persino l’ONU ha riconosciuto aver favorito i crimini dei lager libici.
Rimane infine irrisolto anche il dossier delle finanze tunisine e degli aiuti del FMI. La UE ha deciso di mettere a disposizione immediatamente 150 milioni di euro per far respirare le casse del paese e si è detta pronta a mobilitare altri 900 milioni, a patto che si trovi l’accordo col FMI.
Si tratta di 1,9 miliardi di dollari di assistenza macrofinanziaria, legati dal fondo di Washington al riassetto democratico del paese. Ma quel che interessa davvero è il programma di riforme economiche: riduzione delle imprese di stato, eliminazione delle sovvenzioni pubbliche e tagli alla spesa in generale.
Saied ha ribadito che non possono essere imposti diktat alla Tunisia, e che da questo tipo di prestiti la sua popolazione non raccoglierà che altra povertà (come, del resto, è sempre successo con gli interventi del FMI). L’istituto finanziario “deve rivedere le sue ricette, dopodiché si potrà arrivare a una soluzione”.
La Dichiarazione di Cartagine è stata sbandierata ai quattro venti come un grande passo in avanti nei rapporti UE con la Tunisia, e nella composizione dello scontro col FMI. Se è vero che fino a qualche mese fa questo tipo di incontro era in alto mare, si tratta di poco più di propaganda spicciola.
Le mattonelle più scivolose dei dossier trattati sono ancora lontane da trovare un’intesa, mentre la situazione sociale e politica interna della Tunisia si aggrava. E la gestione dei flussi dei migranti non troverà soluzione finché non si porrà fine alla rapacità delle multinazionali e si invertirà la rotta sulla devastazione ambientale.
Fonte
L’obiettivo scritto nero su bianco nel documento è di arrivare alla firma di un memorandum prima del prossimo Consiglio Europeo, che si svolgerà il 29 e 30 giugno. Ma in realtà il dialogo intavolato è ancora ben lontano dal vedere un’intesa, in particolare sui dossier FMI e migranti.
La dichiarazione è costruita su quattro pilastri. C’è quello legato agli scambi culturali e turistici tra l’UE e la Tunisia, compreso l’annuncio di una finestra Erasmus+ col paese nordafricano, finanziata con dieci milioni di euro, da aggiungere all’inclusione nel programma Talent Partnership per la mobilità giovanile.
C’è poi il partenariato energetico, che sarà dettagliato con un memorandum ad hoc in vista di un forum da organizzare nel prossimo autunno, per focalizzare gli investimenti europei del settore nel paese. Saranno questi che traineranno i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo, in vista di una sempre maggiore connessione.
È stato anche discusso, infatti, l’interconnettore Elmed, che servirà a portare energia elettrica green dalla Tunisia all’Europa e per cui sono già previsti 300 milioni di investimenti. Inoltre, dal 2025 il cavo sottomarino Medusa collegherà 11 paesi del Nord Africa con l’Europa, portando la banda larga.
Rimangono però in bilico i nodi del programma FMI e della gestione dei migranti. Su quest’ultimo tema, poche ore prima dell’incontro a Cartagine Saied, che in passato aveva evocato un piano per rendere la Tunisia un paese africano invece che arabo-islamico, si era dichiarato indisponibile a fare da gendarme di frontiera per l’Europa.
Con la Von der Leyen, che ha promesso 100 milioni di euro per la lotta ai flussi illegali, al contrabbando e per la gestione dei rimpatri, ha rincarato la dose. Ha definito come disumana e inaccettabile la soluzione “che alcuni sostengono segretamente di ospitare in Tunisia migranti in cambio di somme di denaro”.
Se Giorgia Meloni si è dichiarata pronta ad organizzare una conferenza internazionale su migrazioni e sviluppo, per mostrarsi reattiva sugli sbarchi e di certo non sui diritti dei migranti, la loro importanza è stata ribadita da Mark Rutte. Parole alquanto ipocrite da chi persino l’ONU ha riconosciuto aver favorito i crimini dei lager libici.
Rimane infine irrisolto anche il dossier delle finanze tunisine e degli aiuti del FMI. La UE ha deciso di mettere a disposizione immediatamente 150 milioni di euro per far respirare le casse del paese e si è detta pronta a mobilitare altri 900 milioni, a patto che si trovi l’accordo col FMI.
Si tratta di 1,9 miliardi di dollari di assistenza macrofinanziaria, legati dal fondo di Washington al riassetto democratico del paese. Ma quel che interessa davvero è il programma di riforme economiche: riduzione delle imprese di stato, eliminazione delle sovvenzioni pubbliche e tagli alla spesa in generale.
Saied ha ribadito che non possono essere imposti diktat alla Tunisia, e che da questo tipo di prestiti la sua popolazione non raccoglierà che altra povertà (come, del resto, è sempre successo con gli interventi del FMI). L’istituto finanziario “deve rivedere le sue ricette, dopodiché si potrà arrivare a una soluzione”.
La Dichiarazione di Cartagine è stata sbandierata ai quattro venti come un grande passo in avanti nei rapporti UE con la Tunisia, e nella composizione dello scontro col FMI. Se è vero che fino a qualche mese fa questo tipo di incontro era in alto mare, si tratta di poco più di propaganda spicciola.
Le mattonelle più scivolose dei dossier trattati sono ancora lontane da trovare un’intesa, mentre la situazione sociale e politica interna della Tunisia si aggrava. E la gestione dei flussi dei migranti non troverà soluzione finché non si porrà fine alla rapacità delle multinazionali e si invertirà la rotta sulla devastazione ambientale.
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30/05/2023
Italia e Francia evitano un nuovo «schiaffo di Tunisi» parlando di migranti, grandi opere e giustizia
Nel lessico giornalistico e storiografico lo «schiaffo di Tunisi» è il nome dato alla crisi diplomatica che segnò lo stabilirsi del protettorato francese in Tunisia, bruciando sul tempo le mire di Roma. In questi giorni invece Tunisi è al centro della ricomposizione delle relazioni tra Italia e Francia.
Il 25 maggio la ministra degli Esteri dell’Esagono, Catherine Colonna, ha incontrato a Roma il suo omologo italiano, Antonio Tajani, per procedere su diversi dossier su cui i due governi sono impegnati. In particolare, quello dell’immigrazione rappresenta uno dei nodi più urgenti.
A inizio maggio il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, aveva accusato Giorgia Meloni di incapacità nella gestione dei flussi migratori, e non poteva essere altrimenti avendo fatto “promesse sconsiderate” ai suoi elettori. Il viaggio di Tajani a Parigi era stato dunque subito cancellato.
Al Consiglio d’Europa Macron aveva subito cercato di riaprire il dialogo, riconoscendo che l’Italia non può essere lasciata sola su questa questione. Del resto, gli interessi strategici convergenti rendono questo scambio una semplice scaramuccia, tipico anticipo di trattative su pratiche delicate.
E dunque, alla Farnesina, alla fine l’incontro tra i ministri degli Esteri si è svolto, e l’esito è stato “molto positivo”, parole dello stesso Tajani. Sia lui sia la Colonna hanno sottolineato che la collaborazione deve continuare nello spirito e attraverso i canali del Trattato del Quirinale, che ha dato vita a un nuovo asse nelle gerarchie dell’Unione Europea.
Al centro del confronto c’è stata la questione migratoria, a partire dal ruolo della Tunisia, da cui oggi partono la maggior parte dei migranti. “Dobbiamo aumentare la nostra cooperazione con la Tunisia attraverso il canale europeo, ovviamente, e anche attraverso i reciproci rapporti bilaterali”, ha detto la Colonna.
Durante l’incontro si è discusso anche della Libia e del Sudan, dopo il riesplodere della crisi politica e militare. Non è mancata attenzione anche alla rotta balcanica, in contemporanea alle elezioni in Turchia e al continuare della guerra in Ucraina, verso cui hanno ribadito il sostegno dentro la cornice di rafforzamento di una difesa europea.
Si è continuato a parlare dell’aiuto promesso da Macron per l’alluvione in Romagna. Sul tavolo è stato messo anche il traforo del Monte Bianco, dopo che governo e Valle d’Aosta, d’accordo con Confindustria e con la società italiana di gestione della struttura (SITMB), avevano avviato il confronto con la Francia per un eventuale raddoppio del tunnel.
Infine, durante il colloquio Tajani ha sollevato anche il tema degli esuli politici in Francia. La Cassazione francese a marzo ha confermato il rifiuto ad estradare dieci militanti che appartenevano alle Brigate Rosse, ennesimo capitolo di una lunga storia di cui spesso da noi si dimentica di ricordare tutti i dettagli.
Il ministro degli Esteri italiano ha “dovuto ricordare il voto di ieri del parlamento della Repubblica”, cioè la richiesta al governo di sostenere i familiari delle vittime nel loro ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tajani ha comunque evidenziato che Macron si era espresso in favore dell’Italia, ma è stata ovviamente la magistratura francese a prendere la decisione.
Insomma, il governo dei post-fascisti che non si è nemmeno costituito parte civile al processo di Piazza della Loggia tenta ancora di chiudere il capitolo del grande ciclo di lotte sociali e politiche degli anni Settanta e Ottanta in maniera vendicativa. E lo fa approfittando di altri dossier delicati.
Per ora, dunque, le relazioni tra Italia e Francia si sono ricomposte, anche se alcuni aspetti rimangono in bilico. Ma è evidente che proprio la gestione delle migrazioni, mentre guerra e devastazione ambientale continuano a macinare nelle contraddizioni della crisi capitalistica, rendono necessario parlarsi. Staremo a vedere quali (non) soluzioni troveranno.
Fonte
Il 25 maggio la ministra degli Esteri dell’Esagono, Catherine Colonna, ha incontrato a Roma il suo omologo italiano, Antonio Tajani, per procedere su diversi dossier su cui i due governi sono impegnati. In particolare, quello dell’immigrazione rappresenta uno dei nodi più urgenti.
A inizio maggio il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, aveva accusato Giorgia Meloni di incapacità nella gestione dei flussi migratori, e non poteva essere altrimenti avendo fatto “promesse sconsiderate” ai suoi elettori. Il viaggio di Tajani a Parigi era stato dunque subito cancellato.
Al Consiglio d’Europa Macron aveva subito cercato di riaprire il dialogo, riconoscendo che l’Italia non può essere lasciata sola su questa questione. Del resto, gli interessi strategici convergenti rendono questo scambio una semplice scaramuccia, tipico anticipo di trattative su pratiche delicate.
E dunque, alla Farnesina, alla fine l’incontro tra i ministri degli Esteri si è svolto, e l’esito è stato “molto positivo”, parole dello stesso Tajani. Sia lui sia la Colonna hanno sottolineato che la collaborazione deve continuare nello spirito e attraverso i canali del Trattato del Quirinale, che ha dato vita a un nuovo asse nelle gerarchie dell’Unione Europea.
Al centro del confronto c’è stata la questione migratoria, a partire dal ruolo della Tunisia, da cui oggi partono la maggior parte dei migranti. “Dobbiamo aumentare la nostra cooperazione con la Tunisia attraverso il canale europeo, ovviamente, e anche attraverso i reciproci rapporti bilaterali”, ha detto la Colonna.
Durante l’incontro si è discusso anche della Libia e del Sudan, dopo il riesplodere della crisi politica e militare. Non è mancata attenzione anche alla rotta balcanica, in contemporanea alle elezioni in Turchia e al continuare della guerra in Ucraina, verso cui hanno ribadito il sostegno dentro la cornice di rafforzamento di una difesa europea.
Si è continuato a parlare dell’aiuto promesso da Macron per l’alluvione in Romagna. Sul tavolo è stato messo anche il traforo del Monte Bianco, dopo che governo e Valle d’Aosta, d’accordo con Confindustria e con la società italiana di gestione della struttura (SITMB), avevano avviato il confronto con la Francia per un eventuale raddoppio del tunnel.
Infine, durante il colloquio Tajani ha sollevato anche il tema degli esuli politici in Francia. La Cassazione francese a marzo ha confermato il rifiuto ad estradare dieci militanti che appartenevano alle Brigate Rosse, ennesimo capitolo di una lunga storia di cui spesso da noi si dimentica di ricordare tutti i dettagli.
Il ministro degli Esteri italiano ha “dovuto ricordare il voto di ieri del parlamento della Repubblica”, cioè la richiesta al governo di sostenere i familiari delle vittime nel loro ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tajani ha comunque evidenziato che Macron si era espresso in favore dell’Italia, ma è stata ovviamente la magistratura francese a prendere la decisione.
Insomma, il governo dei post-fascisti che non si è nemmeno costituito parte civile al processo di Piazza della Loggia tenta ancora di chiudere il capitolo del grande ciclo di lotte sociali e politiche degli anni Settanta e Ottanta in maniera vendicativa. E lo fa approfittando di altri dossier delicati.
Per ora, dunque, le relazioni tra Italia e Francia si sono ricomposte, anche se alcuni aspetti rimangono in bilico. Ma è evidente che proprio la gestione delle migrazioni, mentre guerra e devastazione ambientale continuano a macinare nelle contraddizioni della crisi capitalistica, rendono necessario parlarsi. Staremo a vedere quali (non) soluzioni troveranno.
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05/05/2023
La Tunisia sorpassa la Libia nella rotta mediterranea dei migranti. Haftar è in Italia
Sull’aumento degli arrivi dei migranti in Italia via mare nel primo quadrimestre 2023 si registra il sorpasso della Tunisia sulla Libia come paese di partenza.
Almeno 24.383 persone sono arrivate sulle coste italiane dalle spiagge tunisine da inizio anno fino al 2 maggio. A questi numeri vanno aggiunti i 19.719 migranti intercettati dalle autorità tunisine al 30 aprile, secondo i dati pubblicati dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali. Secondo l’organizzazione non governativa, inoltre, almeno 498 persone sono morte o risultano disperse lungo la rotta tunisina, di cui 371 nel solo mese di aprile.
La Libia adesso viene al secondo posto come punto di partenza con 16.637 migranti sbarcati al 2 maggio. L’Organizzazione Internazionale Migrazioni ha fatto sapere che dall’inizio del 2023 sono stati intercettati 4.819 migranti dalle autorità libiche. Complessivamente dalla Libia sono arrivati in Italia o sono stati riportati nel Paese nordafricano oltre 21 mila persone dal gennaio 2023. Più della metà dei nuovi arrivi, circa 10 mila, è partito dalla Cirenaica, la regione orientale della Libia dominata dal generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico in conflitto con il governo di Tripoli.
Haftar oggi è in visita in Italia dove dovrebbe incontrare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
I numeri forniti dal ministero dell’Interno italiano e visionati da Agenzia Nova, evidenziano poi un calo della rotta turca dopo la tragedia di Cutro, con 987 arrivi al 2 maggio rispetto ai 1.939 dello stesso periodo del 2022, un dato ancora in linea con i 16.115 sbarchi complessivi dei migranti partiti dalla Turchia lo scorso anno. Resta invece marginale la rotta che dall’Algeria ha portato in Italia almeno 199 migranti irregolari, in aumento rispetto alle 81 persone arrivate in Sardegna nello stesso periodo del 2022, a fronte di 1.389 arrivi del 2022.
Sui paesi di provenienza dei migranti che sbarcano in Italia, quelli dell’Africa subsahariana hanno ampiamente soppiantato i nordafricani nei primi mesi del 2023. Al primo posto per i migranti sbarcati in Italia al 2 maggio 2023 c’è infatti la Costa d’Avorio con 6.226 arrivi, mentre nello stesso periodo del 2022 c’era l’Egitto con circa 2.000 sbarchi dalla rotta libica, in particolare quella “orientale” che dalle coste della Cirenaica punta alla Sicilia.
Segue poi un altro Paese dell’Africa occidentale, la Guinea, con 4.868 arrivi al 2 maggio 2023, mentre nello stesso periodo dell’anno scorso c’era il Bangladesh con oltre 1.500 sbarchi. I cittadini dell’Egitto risultano oggi al terzo posto degli sbarchi irregolari in Italia, con 4.418 arrivi via mare, mentre lo scorso anno erano i tunisini (più di 1.200) a occupare il gradino più basso del podio. Da segnalare poi l’arrivo di 3.181 cittadini del Bangladesh che hanno molto probabilmente percorso la rotta libica orientale per poi sbarcare in Italia. I numeri dei migranti tunisini arrivati finora in Italia è più che raddoppiato nell’arco di un anno, con 2.987 sbarchi registrati al 2 maggio. Ma attenzione a non fare confusione: dalla Tunisia partono soprattutto africani, meno di uno su dieci è di nazionalità tunisina.
L’Oim ha fatto sapere che dall’inizio del 2023 sono stati intercettati 4.819 migranti dalle autorità libiche: complessivamente, quindi, dalla Libia sono arrivati in Italia o sono stati riportati nel Paese nordafricano oltre 21 mila persone dal gennaio 2023. Secondo Di Giacomo, i morti e i dispersi in mare da inizio anno sommando tutte le rotte (libiche e tunisine) del Mediterraneo centrale sono complessivamente 824. “Ma i morti potrebbero essere molti di più perché ci sono tantissimi naufragi fantasma”, commenta il portavoce di Oim.
Fonte
Almeno 24.383 persone sono arrivate sulle coste italiane dalle spiagge tunisine da inizio anno fino al 2 maggio. A questi numeri vanno aggiunti i 19.719 migranti intercettati dalle autorità tunisine al 30 aprile, secondo i dati pubblicati dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali. Secondo l’organizzazione non governativa, inoltre, almeno 498 persone sono morte o risultano disperse lungo la rotta tunisina, di cui 371 nel solo mese di aprile.
La Libia adesso viene al secondo posto come punto di partenza con 16.637 migranti sbarcati al 2 maggio. L’Organizzazione Internazionale Migrazioni ha fatto sapere che dall’inizio del 2023 sono stati intercettati 4.819 migranti dalle autorità libiche. Complessivamente dalla Libia sono arrivati in Italia o sono stati riportati nel Paese nordafricano oltre 21 mila persone dal gennaio 2023. Più della metà dei nuovi arrivi, circa 10 mila, è partito dalla Cirenaica, la regione orientale della Libia dominata dal generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico in conflitto con il governo di Tripoli.
Haftar oggi è in visita in Italia dove dovrebbe incontrare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
I numeri forniti dal ministero dell’Interno italiano e visionati da Agenzia Nova, evidenziano poi un calo della rotta turca dopo la tragedia di Cutro, con 987 arrivi al 2 maggio rispetto ai 1.939 dello stesso periodo del 2022, un dato ancora in linea con i 16.115 sbarchi complessivi dei migranti partiti dalla Turchia lo scorso anno. Resta invece marginale la rotta che dall’Algeria ha portato in Italia almeno 199 migranti irregolari, in aumento rispetto alle 81 persone arrivate in Sardegna nello stesso periodo del 2022, a fronte di 1.389 arrivi del 2022.
Sui paesi di provenienza dei migranti che sbarcano in Italia, quelli dell’Africa subsahariana hanno ampiamente soppiantato i nordafricani nei primi mesi del 2023. Al primo posto per i migranti sbarcati in Italia al 2 maggio 2023 c’è infatti la Costa d’Avorio con 6.226 arrivi, mentre nello stesso periodo del 2022 c’era l’Egitto con circa 2.000 sbarchi dalla rotta libica, in particolare quella “orientale” che dalle coste della Cirenaica punta alla Sicilia.
Segue poi un altro Paese dell’Africa occidentale, la Guinea, con 4.868 arrivi al 2 maggio 2023, mentre nello stesso periodo dell’anno scorso c’era il Bangladesh con oltre 1.500 sbarchi. I cittadini dell’Egitto risultano oggi al terzo posto degli sbarchi irregolari in Italia, con 4.418 arrivi via mare, mentre lo scorso anno erano i tunisini (più di 1.200) a occupare il gradino più basso del podio. Da segnalare poi l’arrivo di 3.181 cittadini del Bangladesh che hanno molto probabilmente percorso la rotta libica orientale per poi sbarcare in Italia. I numeri dei migranti tunisini arrivati finora in Italia è più che raddoppiato nell’arco di un anno, con 2.987 sbarchi registrati al 2 maggio. Ma attenzione a non fare confusione: dalla Tunisia partono soprattutto africani, meno di uno su dieci è di nazionalità tunisina.
L’Oim ha fatto sapere che dall’inizio del 2023 sono stati intercettati 4.819 migranti dalle autorità libiche: complessivamente, quindi, dalla Libia sono arrivati in Italia o sono stati riportati nel Paese nordafricano oltre 21 mila persone dal gennaio 2023. Secondo Di Giacomo, i morti e i dispersi in mare da inizio anno sommando tutte le rotte (libiche e tunisine) del Mediterraneo centrale sono complessivamente 824. “Ma i morti potrebbero essere molti di più perché ci sono tantissimi naufragi fantasma”, commenta il portavoce di Oim.
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11/04/2023
La Tunisia sull’orlo del collasso economico. Il presidente attacca il Fmi
Il presidente tunisino Kais Saied ha dichiarato giovedì scorso che “i dettami del Fondo monetario internazionale (FMI) sono inaccettabili”.
Le dichiarazioni alla stampa sono state rilasciate a margine di una cerimonia organizzata a Monastir (centro-est), in occasione della commemorazione del 23esimo anniversario della morte del padre dell’indipendenza tunisina, l’ex presidente Habib Bourguiba (1956-1987).
La Tunisia è impantanata in una grave crisi economica e finanziaria. Il paese soffre anche di un cronico disavanzo di bilancio e commerciale e di una continua svalutazione della sua valuta rispetto al dollaro e all’euro.
Il rating sovrano della Tunisia è stato declassato ad “alto rischio” dall’agenzia di rating Moody’s, che fa riferimento a un “rischio di default del debito”.
Le autorità tunisine stanno negoziando da diversi mesi con il FMI per ottenere un prestito di 1,9 miliardi di dollari. Tuttavia, le discussioni tra le due parti sono in fase di stallo da quando è stato annunciato un accordo di principio a metà ottobre.
L’istituzione finanziaria internazionale chiede riforme economiche a Tunisi e la revoca dei sussidi su alcuni prodotti di base. Il presidente della Banca Centrale e il ministro dell’Economia andranno alle riunioni Fmi e alla Banca Mondiale i prossimi 18 e 19 aprile.
“Per quanto riguarda il FMI, i dettami dall’estero che portano a un ulteriore impoverimento sono inaccettabili”, ha detto Saied. Secondo il Capo dello Stato, l’alternativa è “contare su noi stessi”.
Il presidente tunisino ha motivato il suo rifiuto ad ogni “rimozione” dei sussidi sui beni di prima necessità, ricordando in particolare il dramma delle rivolte del pane negli anni ’80. “I diktat dall’estero devono essere respinti”, ha detto.
Se questo discorso anti-FMI non è nuovo, arriva in un contesto in cui il possibile “crollo economico” della Tunisia preoccupa molto anche l’Unione Europea per le conseguenze sulle ondate di sbarchi nel Mediterraneo.
Saïed ha aggiunto che: “Dobbiamo trovare altre alternative perché la pace sociale non è un gioco e non può essere presa alla leggera” ed ha ricordato, a questo proposito, le “rivolte del pane” sotto il regime di Bourguiba, innescate nel dicembre 1983 dopo la decisione delle autorità tunisine di togliere il sussidio ai prodotti cerealicoli.
La Tunisia sta attraversando una crisi politica dal 25 luglio 2021, quando il presidente Kaïs Saïed ha imposto misure eccezionali.
I partiti politici tunisini considerano le misure di emergenza di Saïed un “colpo di stato contro la Costituzione del 2014 e una consacrazione del potere autocratico”, mentre altri partiti politici lo considerano una “restaurazione” del processo rivoluzionario del 2011, che aveva fatto cadere il potere dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali (1987-2011).
Saïed, che ha iniziato un mandato presidenziale di cinque anni nel 2019, ha affermato che le sue decisioni sulle misure di emergenza sono state prese nel quadro della Costituzione per proteggere lo Stato “da un pericolo imminente”, ponendo l’accento sulla salvaguardia dei diritti e delle libertà.
Fonte
Le dichiarazioni alla stampa sono state rilasciate a margine di una cerimonia organizzata a Monastir (centro-est), in occasione della commemorazione del 23esimo anniversario della morte del padre dell’indipendenza tunisina, l’ex presidente Habib Bourguiba (1956-1987).
La Tunisia è impantanata in una grave crisi economica e finanziaria. Il paese soffre anche di un cronico disavanzo di bilancio e commerciale e di una continua svalutazione della sua valuta rispetto al dollaro e all’euro.
Il rating sovrano della Tunisia è stato declassato ad “alto rischio” dall’agenzia di rating Moody’s, che fa riferimento a un “rischio di default del debito”.
Le autorità tunisine stanno negoziando da diversi mesi con il FMI per ottenere un prestito di 1,9 miliardi di dollari. Tuttavia, le discussioni tra le due parti sono in fase di stallo da quando è stato annunciato un accordo di principio a metà ottobre.
L’istituzione finanziaria internazionale chiede riforme economiche a Tunisi e la revoca dei sussidi su alcuni prodotti di base. Il presidente della Banca Centrale e il ministro dell’Economia andranno alle riunioni Fmi e alla Banca Mondiale i prossimi 18 e 19 aprile.
“Per quanto riguarda il FMI, i dettami dall’estero che portano a un ulteriore impoverimento sono inaccettabili”, ha detto Saied. Secondo il Capo dello Stato, l’alternativa è “contare su noi stessi”.
Il presidente tunisino ha motivato il suo rifiuto ad ogni “rimozione” dei sussidi sui beni di prima necessità, ricordando in particolare il dramma delle rivolte del pane negli anni ’80. “I diktat dall’estero devono essere respinti”, ha detto.
Se questo discorso anti-FMI non è nuovo, arriva in un contesto in cui il possibile “crollo economico” della Tunisia preoccupa molto anche l’Unione Europea per le conseguenze sulle ondate di sbarchi nel Mediterraneo.
Saïed ha aggiunto che: “Dobbiamo trovare altre alternative perché la pace sociale non è un gioco e non può essere presa alla leggera” ed ha ricordato, a questo proposito, le “rivolte del pane” sotto il regime di Bourguiba, innescate nel dicembre 1983 dopo la decisione delle autorità tunisine di togliere il sussidio ai prodotti cerealicoli.
La Tunisia sta attraversando una crisi politica dal 25 luglio 2021, quando il presidente Kaïs Saïed ha imposto misure eccezionali.
I partiti politici tunisini considerano le misure di emergenza di Saïed un “colpo di stato contro la Costituzione del 2014 e una consacrazione del potere autocratico”, mentre altri partiti politici lo considerano una “restaurazione” del processo rivoluzionario del 2011, che aveva fatto cadere il potere dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali (1987-2011).
Saïed, che ha iniziato un mandato presidenziale di cinque anni nel 2019, ha affermato che le sue decisioni sulle misure di emergenza sono state prese nel quadro della Costituzione per proteggere lo Stato “da un pericolo imminente”, ponendo l’accento sulla salvaguardia dei diritti e delle libertà.
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24/07/2022
Tunisia - Manifestazioni contro il referendum-truffa del “presidente”
Il centro di Tunisi è stato attraversato ieri da manifestazioni di migliaia di persone scese in piazza contro il referendum costituzionale inventato dal presidente Kais Saied previsto per il 25 luglio prossimo. Diversi cortei hanno sono confluiti nel centro e poi sfilato per Avenue Habib Bourghiba, lanciando slogan con il presidente accusato di aver condotto un vero e proprio colpo di Stato. Saied ha sciolto già da un anno il Parlamento tunisino assumendo pieni poteri.
La protesta è stata organizzata da una coalizione che comprende il gruppo di attivisti Citizens Against the Coup e Ennahda, il partito islamico che è stato al governo nei primi anni successivi alla “Rivoluzione dei ciclamini” del 2011.
La popolazione tunisina sarà chiamata alle urne il prossimo 25 luglio per un referendum costituzionale voluto dal presidente Kais Saied, il quale ha più volte esortato i cittadini a votare “sì” al fine di “correggere il percorso della rivoluzione”. Qualora la bozza della nuova Costituzione dovesse essere approvata, la Tunisia ritornerà a un sistema presidenziale a tutti gli effetti, e, quindi, a un sistema simile a quello precedente alla rivoluzione del 2011.
Nello specifico, il capo di Stato eserciterà la funzione esecutiva, avrà il potere di nominare o rimuovere il primo ministro e nominare gli altri membri del governo, scelti tra i candidati proposti dal capo dell’esecutivo. Potrà poi respingere le leggi approvate dal Parlamento (che avrà due Camere, l’Assemblea dei rappresentanti del popolo e il Consiglio nazionale delle regioni) e assegnare alti incarichi civili e militari, oltre a dichiarare lo stato di emergenza in caso di “pericolo imminente” senza alcun controllo da parte di altri organi o limite temporale.
La maggiore incognita del referendum (per il quale non è previsto il quorum) riguarda l’affluenza alle urne. Al momento, tuttavia, risulta essere difficile stabilire quale sarà la riposta dell’elettorato tunisino. È comunque certo che il referendum rappresenterà un test per valutare il consenso e la popolarità di Saied. Fonti di “Agenzia Nova” riferiscono che il presidente, in base al risultato del 25 luglio, potrebbe scegliere di dimettersi e di convocare elezioni presidenziali anticipate insieme alle legislative previste per il 17 dicembre prossimo: una decisione che gli consentirebbe di mettersi in gioco e di rispondere fattivamente alle critiche di autocrazia e di essere molto probabilmente rieletto con un mandato ancora più forte.
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La protesta è stata organizzata da una coalizione che comprende il gruppo di attivisti Citizens Against the Coup e Ennahda, il partito islamico che è stato al governo nei primi anni successivi alla “Rivoluzione dei ciclamini” del 2011.
La popolazione tunisina sarà chiamata alle urne il prossimo 25 luglio per un referendum costituzionale voluto dal presidente Kais Saied, il quale ha più volte esortato i cittadini a votare “sì” al fine di “correggere il percorso della rivoluzione”. Qualora la bozza della nuova Costituzione dovesse essere approvata, la Tunisia ritornerà a un sistema presidenziale a tutti gli effetti, e, quindi, a un sistema simile a quello precedente alla rivoluzione del 2011.
Nello specifico, il capo di Stato eserciterà la funzione esecutiva, avrà il potere di nominare o rimuovere il primo ministro e nominare gli altri membri del governo, scelti tra i candidati proposti dal capo dell’esecutivo. Potrà poi respingere le leggi approvate dal Parlamento (che avrà due Camere, l’Assemblea dei rappresentanti del popolo e il Consiglio nazionale delle regioni) e assegnare alti incarichi civili e militari, oltre a dichiarare lo stato di emergenza in caso di “pericolo imminente” senza alcun controllo da parte di altri organi o limite temporale.
La maggiore incognita del referendum (per il quale non è previsto il quorum) riguarda l’affluenza alle urne. Al momento, tuttavia, risulta essere difficile stabilire quale sarà la riposta dell’elettorato tunisino. È comunque certo che il referendum rappresenterà un test per valutare il consenso e la popolarità di Saied. Fonti di “Agenzia Nova” riferiscono che il presidente, in base al risultato del 25 luglio, potrebbe scegliere di dimettersi e di convocare elezioni presidenziali anticipate insieme alle legislative previste per il 17 dicembre prossimo: una decisione che gli consentirebbe di mettersi in gioco e di rispondere fattivamente alle critiche di autocrazia e di essere molto probabilmente rieletto con un mandato ancora più forte.
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