Continua a crescere la tensione sociale e politica in Tunisia. In particolare quella tra il presidente Kais Saied e l’Unione Generale Tunisina del Lavoro (Ugtt), il potente sindacato tunisino in difficoltà da tempo.
La contrapposizione ha raggiunto un punto critico dopo un concentramento di persone davanti alla sede dell’Ugtt a Tunisi, in Piazza Mohamed Ali.
L’agenzia Nova riferisce che la sede della principale organizzazione sindacale in Tunisia è stata presa d’assalto giovedì scorso da una “banda estranea all’Unione e al sindacato”, con individui che hanno tentato di entrare scandendo slogan ostili, tra cui richiami allo scioglimento dell’Unione e insulti contro i sindacalisti, secondo quanto ha denunciato l’esecutivo dell’Ugtt.
Il sindacato ha attribuito il recente “attacco” alle campagne di incitamento orchestrate da “sostenitori del presidente” Saied, che si sono intensificate a seguito di recenti mobilitazioni sindacali e all’annuncio di ulteriori lotte sociali.
L’obiettivo, secondo l’esecutivo dell’Ugtt, sarebbe quello di zittire la voce dell’Unione e ostacolare il suo ruolo nella difesa dei diritti sociali ed economici dei lavoratori, nonché nelle battaglie per le libertà pubbliche e individuali.
Sami Tahri, segretario generale aggiunto dell’Ugtt, ha accusato le autorità tunisine di aver permesso a una “banda” di entrare nella sede, sottolineando “la facilità con cui sono stati rimossi gli ostacoli per loro”.
I responsabili, secondo Tahri, miravano a sciogliere l’esecutivo e installare una leadership “su misura”, respinta fermamente dal sindacato. Gli eventi hanno scatenato una forte ondata di condanne da parte di diverse organizzazioni e partiti politici. La Lega tunisina per i diritti umani ha definito quanto avvenuto una “aggressione criminale”, inquadrandola in un contesto di “incitamento e mobilitazione contro l’attività sindacale”. Il Movimento Haq ha espresso “sostegno incondizionato” all’Ugtt, evidenziando che l’attacco “mira a indebolire” le organizzazioni nazionali.
Il Presidente tunisino Saied ha sottolineato che “i tempi delle eccessive pretese dell’Ugtt sono finiti” e che il vero ruolo dell’Unione è quello di difendere i diritti dei lavoratori, lontano dalle ingerenze politiche.
A infiammare gli animi dei tunisini non sono solo le minacce di uno sciopero nazionale dell’Ugtt, ma anche le ripetute interruzioni di acqua ed elettricità, la mancata raccolta dei rifiuti in diverse regioni del Paese, i danni ai beni pubblici e all’ambiente, e i blocchi di alcuni progetti di sviluppo. Fonti vicine alla presidenza citate dal quotidiano nazionale “La Presse de Tunisie” hanno sottolineato che “non c’è nulla di peggio delle continue interruzioni di servizi essenziali, specialmente in estate, per minare gli sforzi del capo dello Stato volti a garantire ai cittadini condizioni di vita dignitose”. Questi episodi vengono interpretati dalla presidenza tunisina come atti di sabotaggio premeditati, finalizzati a screditare l’operato delle istituzioni.
Il popolo tunisino “è a conoscenza di ogni dettaglio” e “sventerà tutti i tentativi disperati di tormentarlo e di infiammare la situazione”, ha affermato recentemente Saied. Il monito segue quello del ministero dell’Interno che, la scorsa settimana, ha smentito categoricamente le “menzogne e i soliti errori” diffusi sui social media da “pagine sospette” contro le istituzioni di sicurezza.
Nel comunicato del ministero degli Interni si precisa che dietro queste pagine si nascondono “soggetti con obiettivi noti che hanno l’abitudine di diffondere voci e distorcere i fatti”, e che non hanno “alcun legame con le sue unità sul campo”. Il ministero ha definito queste “campagne sistematiche e ripetute” come “tentativi disperati” di prendere di mira lo Stato e di minare il lavoro delle istituzioni di sicurezza. Il ministero dell’Interno tunisino ha inoltre annunciato di aver avviato, in coordinamento con le autorità giudiziarie, un’indagine per rintracciare i responsabili di queste campagne diffamatorie, sia all’interno che all’esterno del Paese. Le accuse e le menzogne diffuse costituiscono una “minaccia diretta alle istituzioni statali e alla loro unità”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Kais Saied. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kais Saied. Mostra tutti i post
14/08/2025
15/10/2023
La Tunisia restituisce 60 milioni ricevuti dalla UE, sempre più in difficoltà in Africa
Tunisi ha deciso di rimandare indietro 60 milioni del prestito arrivato dalla UE lo scorso 3 ottobre, cioè poco meno della metà dell’ammontare appena ricevuto. La somma era legata all’attuazione del Memorandum sui flussi migratori e sulle riforme da attuare per ricevere i fondi necessari a far fronte alle pesanti difficoltà economiche del paese.
Il presidente tunisino Saied, pur rappresentando indirizzi conservatori fino al razzismo verso le genti del Sahel, non aveva tuttavia nascosto la vera natura di tale accordo. L’idea di essere i “gendarmi dei confini europei” era stata criticata sin dall’inizio.
La discussione è continuata tra tante tensioni, con Saied che a fine settembre aveva nuovamente rimandato l’incontro con i funzionari di Bruxelles. Ma infine, a inizio ottobre, un bonifico da 127 milioni era arrivato dalla Commissione Europea nelle casse tunisine.
Qui è cominciato un nuovo caso diplomatico: 60 milioni erano in realtà parte di fondi promessi in tempo di pandemia e mai versati, e solo 42 erano parte effettiva del Memorandum. Soldi richiesti dall’esecutivo di Tunisi, ma in un gioco di propaganda sul sostegno internazionale garantito dalla UE che non è andato giù a Saied.
Egli aveva infatti dichiarato che “la Tunisia accetta la cooperazione, ma non accetta nulla che assomigli alla carità”. Il 5 ottobre, in maniera tutto fuorché diplomatica, il Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato, Olivér Várhelyi, aveva scritto su X (Twitter) che la Tunisia era libera di restituire i 60 milioni, qualora lo desiderasse.
Così è successo, nell’evidente imbarazzo delle cancellerie europee, per le quali l’intesa rimane valida, ma con evidenti incrinature. Il ministro degli esteri Ammar ha inoltre rincarato la dose, minacciandole di rivelare “verità che non sono nel vostro interesse”.
Ha anche aggiunto: “non imploriamo nessuno e il mondo non si ferma davanti all’uno o all’altro partner: noi non abbiamo iniziato guerre e non abbiamo gettato l’umanità in guerre mondiali come avete fatto voi, per noi la sovranità non è armi e mezzi ma dignità e forza per dire la verità forte e chiara”. Al di là della strumentalità di queste parole in questa occasione, il loro contenuto mette a nudo le reali mire della UE.
Tra essa e la Tunisia, in ginocchio per colpa della crisi, il confronto sul tema migranti e su quello investimenti va avanti da mesi, da prima dell’estate. Il governo Meloni è stato in prima linea nel cercare un accordo per limitare gli sbarchi, ma anche per porre le basi di un nuovo partenariato strategico.
L’esecutivo italiano, sulla scia dei decreti susseguitisi a prescindere da quale fosse il colore della maggioranza, ha spinto lungamente per un’intesa «alla libica». In pratica, soldi in cambio del controllo dei flussi migratori, con i trafficanti di esseri umani che ringraziano il democratico Occidente.
Ma non è solo una questione di persone in fuga da fame e guerra. Anche la Von der Leyen e l’ex presidente del consiglio olandese, Mark Rutte, hanno lavorato in prima persona affinché questo accordo fosse il preludio di una completa ristrutturazione dei rapporti economici con l’altra sponda del Mediterraneo.
A Bruxelles hanno pensato che il binomio di esternalizzazione dei confini e fondi fosse la via adeguata a fare del Nord Africa il «cortile di casa» dell’imperialismo europeo. La Tunisia, con pesanti difficoltà interne e nella necessità di ricevere prestiti dal FMI, doveva essere un esempio di questa strategia.
Invece, il mondo non è più quello in cui le potenze euroatlantiche possono fare il bello e il cattivo tempo, consapevoli di essere l’unico referente di un sistema unipolare. Il 25 settembre Ammar ha firmato con Lavrov un accordo commerciale, Tunisi ha importanti relazioni con l’Algeria e secondo alcune fonti guarda all’Arabia Saudita (da poco nei BRICS).
La perdita di presa sul Sahel dopo i fatti del Niger completa il quadro, anche se a Saied probabilmente interessa più per strappare migliori condizioni che per altro. La condotta del governo tunisino è però un altro inceppamento del percorso di una UE compiutamente imperialista, che invece arranca tra mille difficoltà.
Un’opportunità ancora più propizia per chi vuole proporre un’ipotesi di alternativa di modello, che tenga insieme relazioni complementari tra le due sponde del Mediterraneo.
Fonte
Il presidente tunisino Saied, pur rappresentando indirizzi conservatori fino al razzismo verso le genti del Sahel, non aveva tuttavia nascosto la vera natura di tale accordo. L’idea di essere i “gendarmi dei confini europei” era stata criticata sin dall’inizio.
La discussione è continuata tra tante tensioni, con Saied che a fine settembre aveva nuovamente rimandato l’incontro con i funzionari di Bruxelles. Ma infine, a inizio ottobre, un bonifico da 127 milioni era arrivato dalla Commissione Europea nelle casse tunisine.
Qui è cominciato un nuovo caso diplomatico: 60 milioni erano in realtà parte di fondi promessi in tempo di pandemia e mai versati, e solo 42 erano parte effettiva del Memorandum. Soldi richiesti dall’esecutivo di Tunisi, ma in un gioco di propaganda sul sostegno internazionale garantito dalla UE che non è andato giù a Saied.
Egli aveva infatti dichiarato che “la Tunisia accetta la cooperazione, ma non accetta nulla che assomigli alla carità”. Il 5 ottobre, in maniera tutto fuorché diplomatica, il Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato, Olivér Várhelyi, aveva scritto su X (Twitter) che la Tunisia era libera di restituire i 60 milioni, qualora lo desiderasse.
Così è successo, nell’evidente imbarazzo delle cancellerie europee, per le quali l’intesa rimane valida, ma con evidenti incrinature. Il ministro degli esteri Ammar ha inoltre rincarato la dose, minacciandole di rivelare “verità che non sono nel vostro interesse”.
Ha anche aggiunto: “non imploriamo nessuno e il mondo non si ferma davanti all’uno o all’altro partner: noi non abbiamo iniziato guerre e non abbiamo gettato l’umanità in guerre mondiali come avete fatto voi, per noi la sovranità non è armi e mezzi ma dignità e forza per dire la verità forte e chiara”. Al di là della strumentalità di queste parole in questa occasione, il loro contenuto mette a nudo le reali mire della UE.
Tra essa e la Tunisia, in ginocchio per colpa della crisi, il confronto sul tema migranti e su quello investimenti va avanti da mesi, da prima dell’estate. Il governo Meloni è stato in prima linea nel cercare un accordo per limitare gli sbarchi, ma anche per porre le basi di un nuovo partenariato strategico.
L’esecutivo italiano, sulla scia dei decreti susseguitisi a prescindere da quale fosse il colore della maggioranza, ha spinto lungamente per un’intesa «alla libica». In pratica, soldi in cambio del controllo dei flussi migratori, con i trafficanti di esseri umani che ringraziano il democratico Occidente.
Ma non è solo una questione di persone in fuga da fame e guerra. Anche la Von der Leyen e l’ex presidente del consiglio olandese, Mark Rutte, hanno lavorato in prima persona affinché questo accordo fosse il preludio di una completa ristrutturazione dei rapporti economici con l’altra sponda del Mediterraneo.
A Bruxelles hanno pensato che il binomio di esternalizzazione dei confini e fondi fosse la via adeguata a fare del Nord Africa il «cortile di casa» dell’imperialismo europeo. La Tunisia, con pesanti difficoltà interne e nella necessità di ricevere prestiti dal FMI, doveva essere un esempio di questa strategia.
Invece, il mondo non è più quello in cui le potenze euroatlantiche possono fare il bello e il cattivo tempo, consapevoli di essere l’unico referente di un sistema unipolare. Il 25 settembre Ammar ha firmato con Lavrov un accordo commerciale, Tunisi ha importanti relazioni con l’Algeria e secondo alcune fonti guarda all’Arabia Saudita (da poco nei BRICS).
La perdita di presa sul Sahel dopo i fatti del Niger completa il quadro, anche se a Saied probabilmente interessa più per strappare migliori condizioni che per altro. La condotta del governo tunisino è però un altro inceppamento del percorso di una UE compiutamente imperialista, che invece arranca tra mille difficoltà.
Un’opportunità ancora più propizia per chi vuole proporre un’ipotesi di alternativa di modello, che tenga insieme relazioni complementari tra le due sponde del Mediterraneo.
Fonte
28/07/2023
Cosa stanno negoziando UE e Tunisia?
Sembra in dirittura d’arrivo il memorandum di intesa fra Tunisia e Unione Europea, con l’approdo a Tunisi di Ursula von der Leyen e del premier olandese Mark Rutte assieme a Giorgia Meloni.
I termini dello scambio sono chiari: il salvataggio dal tracollo economico di un paese sull’orlo della bancarotta in cambio di forniture energetiche (green?) e la militarizzazione del Mediterraneo per fermare il flusso di disperati verso l’Europa.
L’attuazione dell’accordo (una prima tranche di finanziamenti da 900 milioni di euro dall’Ue) è vincolata all’erogazione del prestito alla Tunisia di 1,9 miliardi da parte del Fondo Monetario Internazionale, che è sua volta subordinato all’attuazione da parte del paese del solito pacchetto di controriforme neoliberiste.
Per entrare nel merito del negoziato, proponiamo l’analisi di un mese fa di Arianna Poletti, tratta da Irpimedia.
L’attuazione dell’accordo (una prima tranche di finanziamenti da 900 milioni di euro dall’Ue) è vincolata all’erogazione del prestito alla Tunisia di 1,9 miliardi da parte del Fondo Monetario Internazionale, che è sua volta subordinato all’attuazione da parte del paese del solito pacchetto di controriforme neoliberiste.
Per entrare nel merito del negoziato, proponiamo l’analisi di un mese fa di Arianna Poletti, tratta da Irpimedia.
*****
Crisi economica e rimpatri: cosa stanno negoziando Ue e Tunisia
Crisi economica e rimpatri: cosa stanno negoziando Ue e Tunisia
di Arianna Poletti
Con l’economia del Paese nordafricano sempre più in difficoltà, l’intreccio tra sostegno finanziario ed esternalizzazione delle frontiere si fa sempre più stretto. E ora spunta una nuova ipotesi: rimpatriare in Tunisia anche cittadini di altri Paesi.
Durante i mesi di brutto tempo in Tunisia, il governo italiano ha più volte dichiarato di aver compiuto «numerosi passi avanti nella difesa dei nostri confini», riferendosi al calo degli arrivi di migranti via mare dal Paese nordafricano.
Ora che il sole estivo torna a splendere sulle coste del Sud tunisino, però, le agenzie stampa segnalano un nuovo «aumento delle partenze».
Secondo l’Ansa, durante le notti del 18 e 19 giugno, Lampedusa ha contato prima dodici, poi altri quindici sbarchi. Gli arrivi sono stati 18, con 290 persone in totale, anche tra la mezzanotte e le due del 23 giugno.
Come accadeva durante i mesi di febbraio e marzo, a raggiungere le coste siciliane sono soprattutto ivoriani, malesi, ghanesi, nigeriani, sudanesi, egiziani. I principali porti di partenza delle persone che raggiungono l’Italia via mare, nel 2023, si trovano soprattutto in Tunisia.
È durante questo giugno piovoso che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è atterrata a Tunisi non una ma ben due volte, con l’intento di negoziare quello che ha tutta l’aria di uno scambio: un maggior sostegno finanziario al bilancio di una Tunisia sempre più in crisi in cambio di ulteriori azioni di militarizzazione del Mediterraneo centrale.
Gli aiuti economici promessi da Bruxelles, necessari perché la Tunisia eviti la bancarotta, sono condizionati alla firma di un nuovo accordo con il Fondo monetario internazionale.
Il prezzo da pagare, però, sono ulteriori passi avanti nel processo di esternalizzazione della frontiera dell’Unione europea. Un processo già avviato da anni che, come abbiamo raccontato nelle precedenti puntate di #TheBigWall, si è tradotto in finanziamenti alla Tunisia per un valore di 59 milioni di euro dal 2011 a oggi, sotto forma di una lunga lista di equipaggiamenti a beneficio del ministero dell’Interno tunisino.
Che l’Italia si stia nuovamente muovendo in questo senso, è stato reso noto dalla documentazione raccolta tramite accesso di richiesta agli atti da IrpiMedia in collaborazione con ActionAid sull’ultimo finanziamento di 12 milioni di euro approvato a fine 2022.
A dimostrarlo, è anche l’ultima gara d’appalto pubblicata da Unops, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Servizi di Progetto, che dal 2020 fa da intermediario tra il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale italiano (Maeci) e il ministero dell’Interno tunisino, per la fornitura di sette nuove motovedette, in scadenza proprio a giugno.
Le motovedette si sommano al recente annuncio, reso noto da Altreconomia a marzo 2023, della fornitura di 100 pick-up Nissan Navara alla Guardia nazionale tunisina.
Con una differenza, però: Roma non negozia più da sola con Tunisi, ma si impone come mediatrice tra il Paese nordafricano e l’Unione europea.
Secondo le informazioni confidenziali diffuse da una fonte diplomatica vicina ai negoziati Tunisia-Ue, la lista più recente sottoposta dalla Tunisia alla Commissione europea includerebbe anche «droni, elicotteri e nuove motovedette per un totale di ulteriori 200 milioni di euro».
Durante la visita del 19 giugno, anche la Francia ha annunciato un nuovo sostegno economico a Tunisi del valore di 26 milioni di euro finalizzato a «contrastare la migrazione».
Il prezzo del salvataggio dalla bancarotta sono i migranti
Entro fine giugno è attesa la firma del nuovo memorandum tra Unione europea e Tunisia. Ad annunciarlo è stata la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen, arrivata a Tunisi l’11 giugno insieme a Giorgia Meloni e a Mark Rutte, il primo ministro olandese.
La visita ha fatto seguito al Consiglio dell’Ue, il vertice che riunisce i ministri competenti per discutere e votare proposte legislative della Commissione in cui sono stati approvati alcuni provvedimenti che faranno parte del Patto sulla migrazione e l’asilo.
L’intesa, che dovrebbe sostituire anche il controverso Regolamento di Dublino ma deve ancora essere negoziata con l’Europarlamento, si lega alle trattative con la Tunisia.
Tra i due dossier esiste un parallelismo tracciato dalla stessa Von Der Leyen che, a seguito del recente naufragio di fronte alle coste greche, ha dichiarato: «Sulla migrazione dobbiamo agire in modo urgente sia sul quadro delle regole che in azioni dirette e concrete. Per esempio, il lavoro che stiamo facendo con la Tunisia per stabilizzare il Paese, con l’assistenza finanziaria e investendo nella sua economia».
Il Patto sulla migrazione e l’asilo e il Regolamento di Dublino
Nel frattempo, in Tunisia, la situazione economica si è fatta sempre più complicata. Il 9 giugno, infatti, l’agenzia di rating Fitch ha declassato il Paese a “-CCC” per quanto riguarda l’indice Idr, Issuer default ratings, ovvero il misuratore della capacità di solvenza di aziende e fondi sovrani. Più è basso, più è alta la possibilità, secondo Fitch, che il Paese (o la società, quando l’indice Idr si applica alle società) possa finire in bancarotta.
Colpa principalmente delle trattative fallite tra il governo di Tunisi e il Fondo monetario internazionale (Fmi): ad aprile 2023, il presidente Kais Saied ha rifiutato pubblicamente un prestito da 1,9 miliardi di dollari.
Principale ragione del diniego tunisino sono stati i «diktat», ha detto Saied il 6 aprile, imposti dal Fmi, cioè una serie di riforme con possibili costi sociali molto alti. Al discorso, sono seguite settimane di insistente lobbying da parte italiana, a Tunisi come a Washington, perché si tornasse a discutere del prestito.
Gli aiuti promessi da Von der Leyen in visita a Tunisi (900 milioni di euro di prestito condizionato, oltre ai 150 milioni di sostegno bilaterale al bilancio) sono infatti condizionati al sì dell’Fmi.
La Tunisia, quindi, ha bisogno sempre più urgentemente di sostegno finanziario internazionale per riuscire a chiudere il bilancio del 2023 e a rispettare le scadenze del debito pubblico estero. E le trattative per fermare i flussi migratori si intensificano.
A giugno 2023, come riportato da AnsaMed, Meloni ha dichiarato di voler «risolvere alla partenza» la questione migranti, proprio durante la firma del Patto sull’asilo a Bruxelles. Finanziamenti in cambio di misure di controllo delle partenze, quindi. Ma di che tipo? Per un’ipotesi che tramonta, un’altra sembra prendere corpo.
I negoziati per il nuovo accordo di riammissione
La prima ipotesi è trasformare la Tunisia in un hotspot, una piattaforma esterna all’Unione europea per lo smistamento di chi avrebbe diritto a una forma di protezione e chi invece no.
È un’idea vecchia, che compariva già nelle bozze di accordi Ue-Tunisia fermi al 2018, dove veniva fatto esplicito riferimento ad «accordi regionali di sbarco» tra Paesi a Nord del Mediterraneo e Paesi a Sud, e a «piattaforme di sbarco [...] complementari a centri controllati nel territorio Ue».
All’epoca, la Tunisia rispose con un secco «no» e anche oggi sembra che l’esito sarà simile. Secondo una fonte vicina alle trattative in corso per il memorandum con l’Ue, «è improbabile che la Tunisia accetti di accogliere veri e propri centri di smistamento sul territorio».
L’opinione del presidente tunisino Kais Saied, infatti, è ben diversa dai toni concilianti con i quali ha accolto i rappresentanti politici europei, da Meloni ai ministri dell’Interno di Francia (Gérald Darmanin) e Germania (Nancy Faeser), questi ultimi incontrati lo scorso 19 giugno. Saied ha più volte ribadito che «non saremo i guardiani dell’Europa», provando a mantenere la sua immagine pubblica di “anti-colonialista” e sovranista.
Sotto la crescente pressione economica, esiste comunque la possibilità che il presidente tunisino scenda a più miti consigli e rivaluti l’idea della Tunisia come hotspot.
In questo scenario, i Paesi Ue potrebbero rimandare in Tunisia non solo persone tunisine a cui è negata la richiesta d’asilo, ma anche persone di altre nazionalità che hanno qualche tipo di legame (ancora tutto da definire nei dettagli) con la Tunisia. Il memorandum Tunisia-Ue, quindi, potrebbe includere delle clausole relative non solo ai rimpatri dei cittadini tunisini, ma anche alle riammissioni di cittadini di altri Paesi.
A sostegno di questa seconda ipotesi ci sono diversi elementi. Il primo è un documento della Commissione europea sulla cooperazione estera in ambito migratorio, visionato da IrpiMedia, datato maggio 2022, ma anticipato da una bozza del 2017. Nel documento, in riferimento a futuri accordi di riammissione, si legge che la Commissione avrebbe dovuto lanciare, «entro la fine del 2022», «i primi partenariati con i Paesi nordafricani, tra cui la Tunisia».
Il secondo elemento è contenuto nell’accordo raggiunto dal Consiglio sul Patto. Su pressione dell’Italia, la proposta di legge prevede la possibilità di mandare i richiedenti asilo in un Paese terzo considerato sicuro, sulla base di una serie di fattori legati al rispetto dei diritti umani in generale e dei richiedenti asilo più nello specifico.
I dubbi sulla Tunisia, Paese terzo sicuro
A marzo 2023 – durante il picco di partenze dalla Tunisia a seguito di un violento discorso del presidente nei confronti della comunità subsahariana nel Paese – la lista dei Paesi di origine considerati sicuri è stata aggiornata, e include ormai non solo la Tunisia stessa, sempre più insicura, come raccontato nelle puntate precedenti, ma anche la Costa d’Avorio, il Ghana, la Nigeria. Che rappresentano ormai le prime nazionalità di sbarco.
In questo senso, aveva attirato l’attenzione la richiesta da parte delle autorità tunisine a inizio 2022 di laboratori mobili per il test del DNA, utilizzati spesso nei commissariati sui subsahariani in situazione di regolarità o meno.
Eppure, nel contesto la situazione della comunità subsahariana nel Paese resta estremamente precaria. Solo la settimana scorsa un migrante di origine non chiara, ma subsahariano, è stato accoltellato nella periferia di Sfax, dove la tensione tra famiglie tunisine in situazioni sempre più precarie e subsahariani continua a crescere.
Malgrado un programma di ritorno volontario gestito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), continua a esistere una tendopoli di fronte alla sede dell’organizzazione internazionale. La Tunisia, dove manca un quadro legale sul diritto di asilo che tuteli quindi chi viene riconosciuto come rifugiato da UNHCR, continua a non essersi dotata di una zona Sar (Search & Rescue).
Proprio a questo fa riferimento esplicito la bozza del nuovo patto sull’asilo firmato a Bruxelles. Una delle condizioni richieste, allora, potrebbe essere proprio quella di notificare all’Organizzazione marittima internazionale (Imo) una zona Sar una volta ottenuti tutti gli equipaggiamenti richiesti dal ministero dell’Interno tunisino.
Fonte
18/07/2023
“Schiavo in Italia o morto a casa tua”. La governance dei migranti secondo il governo Meloni
In appena dieci giorni il governo Meloni ha messo la parola definitiva su quella che sarà la strategia di governance dei flussi migratori.
Dopo l’orrore del decreto Cutro dello scorso aprile, giovedì 7 luglio il governo ha dato il via libera a un “decreto flussi” (dispositivo che quantifica il “fabbisogno di migranti” del sistema produttivo) che prevede 452mila ingressi regolari nel prossimo triennio, il numero più alto dell’ultimo quindicennio circa.
Dieci giorni più tardi, la premier è volata a Tunisi per appoggiare la mano sporca di sangue sul Memorandum siglato tra l’Unione Europea e la Tunisia per la gestione dei flussi migratori (e non solo).
I tratti disegnati in questi mesi assumono così una visione d’insieme chiara e omogenea. Da un lato c’è la criminalizzazione dei migranti giunti irregolarmente nel paese, spinti da guerre, crisi climatiche e persecuzioni quasi sempre provocate o sostenute dai governi europei e occidentali.
Questo l’obiettivo del “decreto Cutro”, che riduce le fattispecie di permanenza regolare nel paese e i supporti dedicati all’integrazione del soggetto migrante (psicologo, corsi di lingua ecc.).
Dall’altro, c’è la necessità di garantire manodopera più facilmente sfruttabile e sostituibile a quel che rimane del tessuto produttivo italiano, da anni ancorato ai mercati internazionali mediante politiche di prezzo (basso costo garantito da basso salario) e non dall’innovazione di prodotto (per cui servirebbero investimenti e “spirito d’impresa”).
Questo il “bagno di realtà”, come sommessamente affermato dalle opposizioni, fatto dal governo Meloni con il decreto flussi, che del “capitalismo piccolo piccolo” italiano conosce e incarna bene sentimenti abbietti e interessi miopi.
Per tutto il resto, il modello Libia – inaugurato dal PD – può ben essere esteso alla Tunisia, divenuta negli anni il principale porto di partenza per l’Europa.
L’intesa UE-Tunisia, siglata per parte europea dalla triade Von der Leyen-Rutte-Meloni, prevede a questo proposito un primo stanziamento di 100 milioni per le operazioni di “Search and Rescue”.
Un modo elegante per provare ad allargare i confini dell’UE oltre quelli stabiliti dai Trattati, fermando gli uomini, le donne e i bambini che fuggono dalla miseria idealmente prima che giungano nel Mediterraneo.
Un morto non visto è un morto che non esiste, quindi politicamente digeribile per i criminali a capo delle istituzioni continentali.
Gli altri pilastri del Memorandum rinnovano la visione neocoloniale con cui il mondo occidentale guarda all’Africa: appropriazione delle materie prime e delle migliori intelligenze in cambio di debito, beni finiti e subordinazione politico-culturale.
Secondo il governo questo patto sarà un “modello” per le relazioni tra l’UE e il Nordafrica: “Abbiamo raggiunto un obiettivo molto importante che arriva dopo un grande lavoro diplomatico”, ha detto la premier in vista della prossima conferenza internazionale sulla migrazione, in programma a Roma il 23 luglio, dove “Saied sarà uno dei protagonisti”.
Forte di quest’ultimo accordo, l’imperialismo occidentale punta ancora una volta ad imporre una visione occidentalocentrica dello “sviluppo” che, nei secoli, si è dimostrata una vera e propria ipoteca a ogni ipotesi di “progresso” autonomo e indipendente per i popoli dell’Africa.
Qui e là, in fondo, chi lotta per la propria emancipazione, lotta contro il nemico comune.
Fonte
Dopo l’orrore del decreto Cutro dello scorso aprile, giovedì 7 luglio il governo ha dato il via libera a un “decreto flussi” (dispositivo che quantifica il “fabbisogno di migranti” del sistema produttivo) che prevede 452mila ingressi regolari nel prossimo triennio, il numero più alto dell’ultimo quindicennio circa.
Dieci giorni più tardi, la premier è volata a Tunisi per appoggiare la mano sporca di sangue sul Memorandum siglato tra l’Unione Europea e la Tunisia per la gestione dei flussi migratori (e non solo).
I tratti disegnati in questi mesi assumono così una visione d’insieme chiara e omogenea. Da un lato c’è la criminalizzazione dei migranti giunti irregolarmente nel paese, spinti da guerre, crisi climatiche e persecuzioni quasi sempre provocate o sostenute dai governi europei e occidentali.
Questo l’obiettivo del “decreto Cutro”, che riduce le fattispecie di permanenza regolare nel paese e i supporti dedicati all’integrazione del soggetto migrante (psicologo, corsi di lingua ecc.).
Dall’altro, c’è la necessità di garantire manodopera più facilmente sfruttabile e sostituibile a quel che rimane del tessuto produttivo italiano, da anni ancorato ai mercati internazionali mediante politiche di prezzo (basso costo garantito da basso salario) e non dall’innovazione di prodotto (per cui servirebbero investimenti e “spirito d’impresa”).
Questo il “bagno di realtà”, come sommessamente affermato dalle opposizioni, fatto dal governo Meloni con il decreto flussi, che del “capitalismo piccolo piccolo” italiano conosce e incarna bene sentimenti abbietti e interessi miopi.
Per tutto il resto, il modello Libia – inaugurato dal PD – può ben essere esteso alla Tunisia, divenuta negli anni il principale porto di partenza per l’Europa.
L’intesa UE-Tunisia, siglata per parte europea dalla triade Von der Leyen-Rutte-Meloni, prevede a questo proposito un primo stanziamento di 100 milioni per le operazioni di “Search and Rescue”.
Un modo elegante per provare ad allargare i confini dell’UE oltre quelli stabiliti dai Trattati, fermando gli uomini, le donne e i bambini che fuggono dalla miseria idealmente prima che giungano nel Mediterraneo.
Un morto non visto è un morto che non esiste, quindi politicamente digeribile per i criminali a capo delle istituzioni continentali.
Gli altri pilastri del Memorandum rinnovano la visione neocoloniale con cui il mondo occidentale guarda all’Africa: appropriazione delle materie prime e delle migliori intelligenze in cambio di debito, beni finiti e subordinazione politico-culturale.
Secondo il governo questo patto sarà un “modello” per le relazioni tra l’UE e il Nordafrica: “Abbiamo raggiunto un obiettivo molto importante che arriva dopo un grande lavoro diplomatico”, ha detto la premier in vista della prossima conferenza internazionale sulla migrazione, in programma a Roma il 23 luglio, dove “Saied sarà uno dei protagonisti”.
Forte di quest’ultimo accordo, l’imperialismo occidentale punta ancora una volta ad imporre una visione occidentalocentrica dello “sviluppo” che, nei secoli, si è dimostrata una vera e propria ipoteca a ogni ipotesi di “progresso” autonomo e indipendente per i popoli dell’Africa.
Qui e là, in fondo, chi lotta per la propria emancipazione, lotta contro il nemico comune.
Fonte
09/07/2023
Tunisia - Centinaia di profughi africani espulsi nella terra di nessuno al confine con la Libia
Le forze della sicurezza tunisine hanno espulso centinaia di neri africani da Sfax verso la regione di confine con la Libia, il giorno successivo all’uccisione di un cittadino tunisino durante violenti scontri nella città sud-orientale del paese. La polizia ha sparato gas lacrimogeni nel tentativo di sedare i combattimenti. Una casa abitata da africani sub-sahariani è stata data alle fiamme in risposta all’uccisione, secondo quanto riferiscono i social media.
Un raid avvenuto domenica scorsa a Sfax, la seconda città più popolosa della Tunisia, ha provocato 48 arresti e lo sgombero di centinaia di persone da parte dei militari verso la regione di confine tra Tunisia e Libia. A riferirlo è l’ONG Alarm Phone, che sostiene le persone in difficoltà che attraversano il Mediterraneo.
Le forze di sicurezza tunisine hanno picchiato i profughi africani, gettando il loro cibo e spaccando i loro telefoni, ha denunciato Lauren Seibert, una ricercatrice sui diritti dei rifugiati e dei migranti presso Human Rights Watch.
Secondo quanto riferito, i profughi sono stati lasciati sul lato libico del confine, ma sono fuggiti di nuovo in Tunisia dopo aver incontrato uomini armati.
“Questi migranti e richiedenti asilo sono bloccati in una zona di confine chiusa e militarizzata tra Tunisia e Libia”, ha dichiarato la Seibert. “Abbiamo informato le agenzie delle Nazioni Unite, ma le autorità tunisine non hanno ancora concesso loro l’accesso per aiutare queste persone”.
A partire da mercoledì, il numero di bloccati al confine tra Tunisia e Libia è aumentato tra 400 e 500, secondo le testimonianze inviate a Human Rights Watch.
I filmati inviati al gruppo per i diritti umani mostrano un numero enorme di persone, tra cui molti bambini, nell’area di confine militarizzata. Uno dei video mostra persone costrette a dormire la notte per terra nel deserto.
Nelle ultime settimane i tunisini a Sfax hanno organizzato manifestazioni di protesta contro la presenza dei profughi. La città costiera è un punto di accesso chiave all’Europa per molte persone che tentano di attraversare il Mediterraneo.
Il presidente tunisino Kais Saied ha affermato che la Tunisia non sarà responsabile dell’arresto dell’immigrazione irregolare verso l’Europa e “rifiuta di essere un luogo di transito o di insediamento per i migranti”.
A febbraio, Saied aveva sostanzialmente avanzato la chiave di lettura della minaccia della “sostituzione etnica” in Tunisia. “Dall’inizio del secolo c’è un piano criminale per cambiare la struttura demografica della Tunisia, e ci sono partiti che hanno ricevuto ingenti somme di denaro dopo il 2011 per l’insediamento di immigrati clandestini dall’Africa sub-sahariana”.
Diversi commentatori hanno paragonato il commento di Saied sulla “sostituzione etnica”, alle note teorie del complotto secondo cui i bianchi in Europa verrebbero via via sostituiti dai migranti stranieri, provenienti principalmente dall’Africa e dal Medio Oriente. Il discorso del presidente tunisino è stato approvato pubblicamente dal leader della estrema destra francese Eric Zemmour.
Appare piuttosto evidente che la Tunisia punti ad ottenere dall’Unione Europea i finanziamenti che gli sono stati negati dal Fmi, ma in cambio deve fungere da guardiano per bloccare i flussi di migranti africani che si imbarcano dalle coste tunisine verso le coste europee, e quella italiana in particolare. Che lo faccia con brutalità, così come viene richiesto di fare in Libia, non sembra disturbare molto le coscienze in Europa. Così come il fatto che il presidente tunisino Sayed sia ancora al potere sulla base di un colpo di stato istituzionale.
Fonte
Un raid avvenuto domenica scorsa a Sfax, la seconda città più popolosa della Tunisia, ha provocato 48 arresti e lo sgombero di centinaia di persone da parte dei militari verso la regione di confine tra Tunisia e Libia. A riferirlo è l’ONG Alarm Phone, che sostiene le persone in difficoltà che attraversano il Mediterraneo.
Le forze di sicurezza tunisine hanno picchiato i profughi africani, gettando il loro cibo e spaccando i loro telefoni, ha denunciato Lauren Seibert, una ricercatrice sui diritti dei rifugiati e dei migranti presso Human Rights Watch.
Secondo quanto riferito, i profughi sono stati lasciati sul lato libico del confine, ma sono fuggiti di nuovo in Tunisia dopo aver incontrato uomini armati.
“Questi migranti e richiedenti asilo sono bloccati in una zona di confine chiusa e militarizzata tra Tunisia e Libia”, ha dichiarato la Seibert. “Abbiamo informato le agenzie delle Nazioni Unite, ma le autorità tunisine non hanno ancora concesso loro l’accesso per aiutare queste persone”.
A partire da mercoledì, il numero di bloccati al confine tra Tunisia e Libia è aumentato tra 400 e 500, secondo le testimonianze inviate a Human Rights Watch.
I filmati inviati al gruppo per i diritti umani mostrano un numero enorme di persone, tra cui molti bambini, nell’area di confine militarizzata. Uno dei video mostra persone costrette a dormire la notte per terra nel deserto.
Nelle ultime settimane i tunisini a Sfax hanno organizzato manifestazioni di protesta contro la presenza dei profughi. La città costiera è un punto di accesso chiave all’Europa per molte persone che tentano di attraversare il Mediterraneo.
Il presidente tunisino Kais Saied ha affermato che la Tunisia non sarà responsabile dell’arresto dell’immigrazione irregolare verso l’Europa e “rifiuta di essere un luogo di transito o di insediamento per i migranti”.
A febbraio, Saied aveva sostanzialmente avanzato la chiave di lettura della minaccia della “sostituzione etnica” in Tunisia. “Dall’inizio del secolo c’è un piano criminale per cambiare la struttura demografica della Tunisia, e ci sono partiti che hanno ricevuto ingenti somme di denaro dopo il 2011 per l’insediamento di immigrati clandestini dall’Africa sub-sahariana”.
Diversi commentatori hanno paragonato il commento di Saied sulla “sostituzione etnica”, alle note teorie del complotto secondo cui i bianchi in Europa verrebbero via via sostituiti dai migranti stranieri, provenienti principalmente dall’Africa e dal Medio Oriente. Il discorso del presidente tunisino è stato approvato pubblicamente dal leader della estrema destra francese Eric Zemmour.
Appare piuttosto evidente che la Tunisia punti ad ottenere dall’Unione Europea i finanziamenti che gli sono stati negati dal Fmi, ma in cambio deve fungere da guardiano per bloccare i flussi di migranti africani che si imbarcano dalle coste tunisine verso le coste europee, e quella italiana in particolare. Che lo faccia con brutalità, così come viene richiesto di fare in Libia, non sembra disturbare molto le coscienze in Europa. Così come il fatto che il presidente tunisino Sayed sia ancora al potere sulla base di un colpo di stato istituzionale.
Fonte
11/04/2023
La Tunisia sull’orlo del collasso economico. Il presidente attacca il Fmi
Il presidente tunisino Kais Saied ha dichiarato giovedì scorso che “i dettami del Fondo monetario internazionale (FMI) sono inaccettabili”.
Le dichiarazioni alla stampa sono state rilasciate a margine di una cerimonia organizzata a Monastir (centro-est), in occasione della commemorazione del 23esimo anniversario della morte del padre dell’indipendenza tunisina, l’ex presidente Habib Bourguiba (1956-1987).
La Tunisia è impantanata in una grave crisi economica e finanziaria. Il paese soffre anche di un cronico disavanzo di bilancio e commerciale e di una continua svalutazione della sua valuta rispetto al dollaro e all’euro.
Il rating sovrano della Tunisia è stato declassato ad “alto rischio” dall’agenzia di rating Moody’s, che fa riferimento a un “rischio di default del debito”.
Le autorità tunisine stanno negoziando da diversi mesi con il FMI per ottenere un prestito di 1,9 miliardi di dollari. Tuttavia, le discussioni tra le due parti sono in fase di stallo da quando è stato annunciato un accordo di principio a metà ottobre.
L’istituzione finanziaria internazionale chiede riforme economiche a Tunisi e la revoca dei sussidi su alcuni prodotti di base. Il presidente della Banca Centrale e il ministro dell’Economia andranno alle riunioni Fmi e alla Banca Mondiale i prossimi 18 e 19 aprile.
“Per quanto riguarda il FMI, i dettami dall’estero che portano a un ulteriore impoverimento sono inaccettabili”, ha detto Saied. Secondo il Capo dello Stato, l’alternativa è “contare su noi stessi”.
Il presidente tunisino ha motivato il suo rifiuto ad ogni “rimozione” dei sussidi sui beni di prima necessità, ricordando in particolare il dramma delle rivolte del pane negli anni ’80. “I diktat dall’estero devono essere respinti”, ha detto.
Se questo discorso anti-FMI non è nuovo, arriva in un contesto in cui il possibile “crollo economico” della Tunisia preoccupa molto anche l’Unione Europea per le conseguenze sulle ondate di sbarchi nel Mediterraneo.
Saïed ha aggiunto che: “Dobbiamo trovare altre alternative perché la pace sociale non è un gioco e non può essere presa alla leggera” ed ha ricordato, a questo proposito, le “rivolte del pane” sotto il regime di Bourguiba, innescate nel dicembre 1983 dopo la decisione delle autorità tunisine di togliere il sussidio ai prodotti cerealicoli.
La Tunisia sta attraversando una crisi politica dal 25 luglio 2021, quando il presidente Kaïs Saïed ha imposto misure eccezionali.
I partiti politici tunisini considerano le misure di emergenza di Saïed un “colpo di stato contro la Costituzione del 2014 e una consacrazione del potere autocratico”, mentre altri partiti politici lo considerano una “restaurazione” del processo rivoluzionario del 2011, che aveva fatto cadere il potere dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali (1987-2011).
Saïed, che ha iniziato un mandato presidenziale di cinque anni nel 2019, ha affermato che le sue decisioni sulle misure di emergenza sono state prese nel quadro della Costituzione per proteggere lo Stato “da un pericolo imminente”, ponendo l’accento sulla salvaguardia dei diritti e delle libertà.
Fonte
Le dichiarazioni alla stampa sono state rilasciate a margine di una cerimonia organizzata a Monastir (centro-est), in occasione della commemorazione del 23esimo anniversario della morte del padre dell’indipendenza tunisina, l’ex presidente Habib Bourguiba (1956-1987).
La Tunisia è impantanata in una grave crisi economica e finanziaria. Il paese soffre anche di un cronico disavanzo di bilancio e commerciale e di una continua svalutazione della sua valuta rispetto al dollaro e all’euro.
Il rating sovrano della Tunisia è stato declassato ad “alto rischio” dall’agenzia di rating Moody’s, che fa riferimento a un “rischio di default del debito”.
Le autorità tunisine stanno negoziando da diversi mesi con il FMI per ottenere un prestito di 1,9 miliardi di dollari. Tuttavia, le discussioni tra le due parti sono in fase di stallo da quando è stato annunciato un accordo di principio a metà ottobre.
L’istituzione finanziaria internazionale chiede riforme economiche a Tunisi e la revoca dei sussidi su alcuni prodotti di base. Il presidente della Banca Centrale e il ministro dell’Economia andranno alle riunioni Fmi e alla Banca Mondiale i prossimi 18 e 19 aprile.
“Per quanto riguarda il FMI, i dettami dall’estero che portano a un ulteriore impoverimento sono inaccettabili”, ha detto Saied. Secondo il Capo dello Stato, l’alternativa è “contare su noi stessi”.
Il presidente tunisino ha motivato il suo rifiuto ad ogni “rimozione” dei sussidi sui beni di prima necessità, ricordando in particolare il dramma delle rivolte del pane negli anni ’80. “I diktat dall’estero devono essere respinti”, ha detto.
Se questo discorso anti-FMI non è nuovo, arriva in un contesto in cui il possibile “crollo economico” della Tunisia preoccupa molto anche l’Unione Europea per le conseguenze sulle ondate di sbarchi nel Mediterraneo.
Saïed ha aggiunto che: “Dobbiamo trovare altre alternative perché la pace sociale non è un gioco e non può essere presa alla leggera” ed ha ricordato, a questo proposito, le “rivolte del pane” sotto il regime di Bourguiba, innescate nel dicembre 1983 dopo la decisione delle autorità tunisine di togliere il sussidio ai prodotti cerealicoli.
La Tunisia sta attraversando una crisi politica dal 25 luglio 2021, quando il presidente Kaïs Saïed ha imposto misure eccezionali.
I partiti politici tunisini considerano le misure di emergenza di Saïed un “colpo di stato contro la Costituzione del 2014 e una consacrazione del potere autocratico”, mentre altri partiti politici lo considerano una “restaurazione” del processo rivoluzionario del 2011, che aveva fatto cadere il potere dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali (1987-2011).
Saïed, che ha iniziato un mandato presidenziale di cinque anni nel 2019, ha affermato che le sue decisioni sulle misure di emergenza sono state prese nel quadro della Costituzione per proteggere lo Stato “da un pericolo imminente”, ponendo l’accento sulla salvaguardia dei diritti e delle libertà.
Fonte
24/07/2022
Tunisia - Manifestazioni contro il referendum-truffa del “presidente”
Il centro di Tunisi è stato attraversato ieri da manifestazioni di migliaia di persone scese in piazza contro il referendum costituzionale inventato dal presidente Kais Saied previsto per il 25 luglio prossimo. Diversi cortei hanno sono confluiti nel centro e poi sfilato per Avenue Habib Bourghiba, lanciando slogan con il presidente accusato di aver condotto un vero e proprio colpo di Stato. Saied ha sciolto già da un anno il Parlamento tunisino assumendo pieni poteri.
La protesta è stata organizzata da una coalizione che comprende il gruppo di attivisti Citizens Against the Coup e Ennahda, il partito islamico che è stato al governo nei primi anni successivi alla “Rivoluzione dei ciclamini” del 2011.
La popolazione tunisina sarà chiamata alle urne il prossimo 25 luglio per un referendum costituzionale voluto dal presidente Kais Saied, il quale ha più volte esortato i cittadini a votare “sì” al fine di “correggere il percorso della rivoluzione”. Qualora la bozza della nuova Costituzione dovesse essere approvata, la Tunisia ritornerà a un sistema presidenziale a tutti gli effetti, e, quindi, a un sistema simile a quello precedente alla rivoluzione del 2011.
Nello specifico, il capo di Stato eserciterà la funzione esecutiva, avrà il potere di nominare o rimuovere il primo ministro e nominare gli altri membri del governo, scelti tra i candidati proposti dal capo dell’esecutivo. Potrà poi respingere le leggi approvate dal Parlamento (che avrà due Camere, l’Assemblea dei rappresentanti del popolo e il Consiglio nazionale delle regioni) e assegnare alti incarichi civili e militari, oltre a dichiarare lo stato di emergenza in caso di “pericolo imminente” senza alcun controllo da parte di altri organi o limite temporale.
La maggiore incognita del referendum (per il quale non è previsto il quorum) riguarda l’affluenza alle urne. Al momento, tuttavia, risulta essere difficile stabilire quale sarà la riposta dell’elettorato tunisino. È comunque certo che il referendum rappresenterà un test per valutare il consenso e la popolarità di Saied. Fonti di “Agenzia Nova” riferiscono che il presidente, in base al risultato del 25 luglio, potrebbe scegliere di dimettersi e di convocare elezioni presidenziali anticipate insieme alle legislative previste per il 17 dicembre prossimo: una decisione che gli consentirebbe di mettersi in gioco e di rispondere fattivamente alle critiche di autocrazia e di essere molto probabilmente rieletto con un mandato ancora più forte.
Fonte
La protesta è stata organizzata da una coalizione che comprende il gruppo di attivisti Citizens Against the Coup e Ennahda, il partito islamico che è stato al governo nei primi anni successivi alla “Rivoluzione dei ciclamini” del 2011.
La popolazione tunisina sarà chiamata alle urne il prossimo 25 luglio per un referendum costituzionale voluto dal presidente Kais Saied, il quale ha più volte esortato i cittadini a votare “sì” al fine di “correggere il percorso della rivoluzione”. Qualora la bozza della nuova Costituzione dovesse essere approvata, la Tunisia ritornerà a un sistema presidenziale a tutti gli effetti, e, quindi, a un sistema simile a quello precedente alla rivoluzione del 2011.
Nello specifico, il capo di Stato eserciterà la funzione esecutiva, avrà il potere di nominare o rimuovere il primo ministro e nominare gli altri membri del governo, scelti tra i candidati proposti dal capo dell’esecutivo. Potrà poi respingere le leggi approvate dal Parlamento (che avrà due Camere, l’Assemblea dei rappresentanti del popolo e il Consiglio nazionale delle regioni) e assegnare alti incarichi civili e militari, oltre a dichiarare lo stato di emergenza in caso di “pericolo imminente” senza alcun controllo da parte di altri organi o limite temporale.
La maggiore incognita del referendum (per il quale non è previsto il quorum) riguarda l’affluenza alle urne. Al momento, tuttavia, risulta essere difficile stabilire quale sarà la riposta dell’elettorato tunisino. È comunque certo che il referendum rappresenterà un test per valutare il consenso e la popolarità di Saied. Fonti di “Agenzia Nova” riferiscono che il presidente, in base al risultato del 25 luglio, potrebbe scegliere di dimettersi e di convocare elezioni presidenziali anticipate insieme alle legislative previste per il 17 dicembre prossimo: una decisione che gli consentirebbe di mettersi in gioco e di rispondere fattivamente alle critiche di autocrazia e di essere molto probabilmente rieletto con un mandato ancora più forte.
Fonte
03/04/2022
Tunisia. Sciolto il parlamento. La Ue non fa una piega e assicura i finanziamenti al regime
Prima ha sciolto l’Assemblea dei rappresentanti del popolo della Tunisia (il parlamento monocamerale tunisino, Arp), poi il presidente tunisino Kais Saied ha escluso anche lo svolgimento di elezioni tra tre mesi.
Saied si è detto sorpreso della richiesta da parte di alcuni politici sulla necessità di andare ad elezioni entro tre mesi dopo lo scioglimento del parlamento. “Non so da dove provenga questa interpretazione”, ha dichiarato Saied facendo riferimento all’articolo 89 della Costituzione. La tabella di marcia prevista da Saied prevede la formazione di un comitato per riscrivere la Costituzione, sottoporla a referendum a luglio e in seguito organizzare elezioni parlamentari a dicembre. Il presidente del disciolto parlamento, Rached Ghannouchi, leader del movimento islamico Ennahda, ha respinto la decisione di Saied di sciogliere il parlamento e ha annunciato che boicotterà qualsiasi referendum mirato a ristrutturare unilateralmente il sistema politico.
La presidenza del Parlamento aveva tentato di “forzare” una sessione parlamentare via Zoom annullando, con una maggioranza assoluta di 116 deputati su un totale di 217, le misure eccezionali annunciate da Saied il 25 luglio scorso, tra cui figura peraltro il congelamento delle attività dello stesso Parlamento.
Nonostante la torsione autoritaria della Tunisia, l’Unione Europea ha prontamente sbloccato 520 milioni di euro a favore della Tunisia. Il governo tunisino si trova infatti davanti a un bivio: o raggiunge un accordo con il Fondo monetario internazionale (Fmi) o si dichiara incapace di ripagare i debiti, dichiarando il default. In entrambi i casi, la “vicina Tunisia” è ben dentro una crisi politica e sociale di prima grandezza e che riporta alle cause che causarono la Rivoluzione dei gelsomini nel 2011, con possibili conseguenze anche sulla sponda nord del Mediterraneo.
Il commissario dell’Unione Europea per l’allargamento e la politica di vicinato, Olivier Varhelyi, si è recato in visita nel Paese nordafricano, annunciando lo sblocco della seconda tranche dell’assistenza macro-finanziaria, pari a 300 milioni di euro. Non solo. L’Ue ha dato il via libera anche a un accordo per il settore dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile del valore di 55 milioni di euro, a cui si aggiungono altri 150 milioni di euro a sostegno del bilancio e fino a 20 milioni di euro per il sostegno alla crisi alimentare derivante dalla guerra tra Russia e Ucraina.
Fonte
Saied si è detto sorpreso della richiesta da parte di alcuni politici sulla necessità di andare ad elezioni entro tre mesi dopo lo scioglimento del parlamento. “Non so da dove provenga questa interpretazione”, ha dichiarato Saied facendo riferimento all’articolo 89 della Costituzione. La tabella di marcia prevista da Saied prevede la formazione di un comitato per riscrivere la Costituzione, sottoporla a referendum a luglio e in seguito organizzare elezioni parlamentari a dicembre. Il presidente del disciolto parlamento, Rached Ghannouchi, leader del movimento islamico Ennahda, ha respinto la decisione di Saied di sciogliere il parlamento e ha annunciato che boicotterà qualsiasi referendum mirato a ristrutturare unilateralmente il sistema politico.
La presidenza del Parlamento aveva tentato di “forzare” una sessione parlamentare via Zoom annullando, con una maggioranza assoluta di 116 deputati su un totale di 217, le misure eccezionali annunciate da Saied il 25 luglio scorso, tra cui figura peraltro il congelamento delle attività dello stesso Parlamento.
Nonostante la torsione autoritaria della Tunisia, l’Unione Europea ha prontamente sbloccato 520 milioni di euro a favore della Tunisia. Il governo tunisino si trova infatti davanti a un bivio: o raggiunge un accordo con il Fondo monetario internazionale (Fmi) o si dichiara incapace di ripagare i debiti, dichiarando il default. In entrambi i casi, la “vicina Tunisia” è ben dentro una crisi politica e sociale di prima grandezza e che riporta alle cause che causarono la Rivoluzione dei gelsomini nel 2011, con possibili conseguenze anche sulla sponda nord del Mediterraneo.
Il commissario dell’Unione Europea per l’allargamento e la politica di vicinato, Olivier Varhelyi, si è recato in visita nel Paese nordafricano, annunciando lo sblocco della seconda tranche dell’assistenza macro-finanziaria, pari a 300 milioni di euro. Non solo. L’Ue ha dato il via libera anche a un accordo per il settore dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile del valore di 55 milioni di euro, a cui si aggiungono altri 150 milioni di euro a sostegno del bilancio e fino a 20 milioni di euro per il sostegno alla crisi alimentare derivante dalla guerra tra Russia e Ucraina.
Fonte
07/08/2021
Tunisia, quel che bolle in pentola
Sono in tante, e già formano un bel coro, le voci pronte a dire che no, RoboCop-Saïed non è il golpista che appare. È un esperto di diritto, proprio Costituzionale, non un militare assetato di potere personale. Ha raggiunto la massima carica dello Stato evitando l’appoggio dei partiti. Eppure... Eppure basterebbe osservare le sue mosse, compiute in parziale disprezzo della Carta Costituzionale, cui comunque si richiama usando come grimaldello norme interpretate soggettivamente. Quell’articolo 80 cui s’è richiamato per sbarazzarsi d’un premier a dire di molti incapace, prevede la condivisione con figure: il presidente della Corte Costituzionale, che da anni non è stata nominata, il presidente del Parlamento, che lui ha evitato come la peste. L’ha evitato perché quell’incarico è ricoperto da Rachid Ghannuchi, vecchio leader del non amato partito Ennahda, e questo è comprensibile. Ma le regole sono regole e Kaïs Saïed, mostra di amarle e soffrirle a piacimento. Ancor più non ama un parlamento, dove il partito islamico ha una maggioranza, cosicché ne congela il ruolo mentre cerca di cooptare un premier acquiescente al suo disegno. Che se non sarà quello di imporre il futuro a suon di carri armati – ma mai dire mai – usa come un carro armato una forzata sua autorità, cavalcando la polarizzazione d’un Paese ampiamente in affanno. Per le politiche liberiste del fu presidente Essebsi, per gli attacchi terroristici dell’Isis che da cinque anni hanno fatto inabissare l’economia turistica, per la mediocrità del ceto politico tunisino, islamico e laico, per la corruzione di troppi personaggi coinvolti nella politica. Eppure da ‘cavaliere solitario’ orientamenti e progetti futuri Saïed li mostra chiaramente quando duetta con gli uomini forti della restaurazione del mondo arabo mediterraneo. Si consulta con lo staff del golpista Sisi, vede di buon occhio il signore della guerra Haftar, la coppia egiziano-libica che rientra nella restaurazione mediorientale orchestrata dal principe Bin Salman, innovatore tecnologico-finanziario del suo impero redditiere, e oppressore dei diritti appena si può, un po’ ovunque.
Questa è l’altra faccia dell’espansione regionale di cui l’Occidente accusa, non a torto, la Turchia erdoğaniana ma nel Risiko delle varie sponde mediterranee, fra chi c’è e chi vorrebbe esserci e dettar legge, la partita è variegata e apertissima. La minuta e travagliata Tunisia si ritrova schiacciata in un disegno geopolitico certamente più grande di lei, bisognosa di aiuti sanitari, come tante nazioni africane, per il flagello del Covid e desiderosa d’aiuto esterno per offrire lavoro alla sua gente, per metà disoccupata o ridotta alla stessa disperazione di cui s’immolò Bouazizi. A conferma della spaccatura che corre nelle menti del popolo tunisino ci sono le opposte considerazioni esposte in queste ore. La scrittrice Hela Ouardi, docente di letteratura presso l’Università di Tunisi, dichiara al Corriere della Sera che non è in corso l’ennesimo scontro fra mondo laico e islamico. A suo dire Saïed sta lavorando come un chirurgo (sic) anche se i suoi tagli estirpano un premier, mettono in coma il Parlamento... Invece Saida Ounissi, deputata e portavoce di Ennahda, intervistata da Al Jazeera (da Doha perché la redazione dell’emittente a Tunisi è stata fatta chiudere da RoboCop), afferma: “La questione è chiara, il presidente Saïed sta attaccando la democrazia. La sua azione produce una sorta di confisca del potere, ovviamente illecita. Il riferimento all’articolo 80 della Costituzione è solo un pretesto. Non esiste alcun pericolo imminente per la nazione. Esistono problemi di salute pubblica per la pandemia da Covid, e vanno risolti anche con l’aiuto internazionale che invece è avaro di dosi vaccinali e di strumenti sanitari. Esistono problemi economici e di gestione amministrativa, non diversi da quelli che si sono accumulati per anni, sotto varie gestioni politiche”.
Fonte
Questa è l’altra faccia dell’espansione regionale di cui l’Occidente accusa, non a torto, la Turchia erdoğaniana ma nel Risiko delle varie sponde mediterranee, fra chi c’è e chi vorrebbe esserci e dettar legge, la partita è variegata e apertissima. La minuta e travagliata Tunisia si ritrova schiacciata in un disegno geopolitico certamente più grande di lei, bisognosa di aiuti sanitari, come tante nazioni africane, per il flagello del Covid e desiderosa d’aiuto esterno per offrire lavoro alla sua gente, per metà disoccupata o ridotta alla stessa disperazione di cui s’immolò Bouazizi. A conferma della spaccatura che corre nelle menti del popolo tunisino ci sono le opposte considerazioni esposte in queste ore. La scrittrice Hela Ouardi, docente di letteratura presso l’Università di Tunisi, dichiara al Corriere della Sera che non è in corso l’ennesimo scontro fra mondo laico e islamico. A suo dire Saïed sta lavorando come un chirurgo (sic) anche se i suoi tagli estirpano un premier, mettono in coma il Parlamento... Invece Saida Ounissi, deputata e portavoce di Ennahda, intervistata da Al Jazeera (da Doha perché la redazione dell’emittente a Tunisi è stata fatta chiudere da RoboCop), afferma: “La questione è chiara, il presidente Saïed sta attaccando la democrazia. La sua azione produce una sorta di confisca del potere, ovviamente illecita. Il riferimento all’articolo 80 della Costituzione è solo un pretesto. Non esiste alcun pericolo imminente per la nazione. Esistono problemi di salute pubblica per la pandemia da Covid, e vanno risolti anche con l’aiuto internazionale che invece è avaro di dosi vaccinali e di strumenti sanitari. Esistono problemi economici e di gestione amministrativa, non diversi da quelli che si sono accumulati per anni, sotto varie gestioni politiche”.
Fonte
26/07/2021
Tunisia, democrazia congelata
Nel fine settimana, la Tunisia è precipitata nella più grave crisi politica dai tempi della “Primavera Araba” e del movimento popolare che provocò il rovesciamento del regime di Ben Ali nel 2011. Le tensioni che attraversavano da mesi il paese nordafricano sono esplose dopo l’intervento nella serata di domenica del presidente, Kais Saied, che ha di fatto assunto i pieni poteri, sospendendo il parlamento e liquidando il primo ministro, Hicham Mechichi.
La mossa di Saied è coincisa con l’intensificarsi delle manifestazioni di protesta contro il governo per la pessima gestione della campagna di vaccinazioni contro il COVID-19 e, più in generale, per una crisi economica aggravata dalla stessa pandemia ma in pratica mai risolta dalla rivoluzione di un decennio fa e dalla successiva transizione nominale a un sistema democratico. Da allora e soprattutto in questi ultimi anni, la Tunisia è rimasta ingolfata in una serie di conflitti politici che hanno segnato in gran parte anche la presidenza di Saied, eletto nel 2019 da indipendente grazie a una campagna elettorale basata sulla lotta alla corruzione e contro un sistema totalmente inefficiente.
Il 63enne presidente si è appellato all’articolo 80 della Costituzione tunisina per dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Oltre a rimuovere il premier in carica e a congelare l’attività del parlamento per 30 giorni, Saied ha anche sospeso l’immunità garantita ai deputati e preso il controllo dell’ufficio del procuratore generale. Un’anticipazione di quanto accaduto domenica si era avuta settimana scorsa con il presidente che aveva sollevato il ministero della Sanità della gestione delle vaccinazioni per assegnarla all’esercito. Anche in questo caso, Saied aveva sfruttato la situazione caotica in molti centri vaccinali e il licenziamento del ministro della Sanità da parte del primo ministro Mechichi.
L’intervento di Saied ha avuto così l’apparenza di una misura estrema presa in risposta alla quasi sollevazione popolare in corso, visto appunto che proprio nella giornata di domenica si erano intensificate le manifestazioni per chiedere le dimissioni del governo e lo scioglimento del parlamento. Le forze di polizia erano anche intervenute duramente contro i manifestanti, ma nella serata le proteste si sono trasformate in scene di festa dopo l’iniziativa del presidente. I militari sono inoltre scesi nelle strade e hanno circondato l’edificio del parlamento, impedendo ai suoi membri di accedervi.
Lo “speaker” del parlamento, Rachid Ghannouchi ha risposto duramente a Saied, denunciando gli eventi come un “golpe contro la rivoluzione e la Costituzione”. Inoltre ha fatto sapere di ritenere ancora in funzione le istituzioni sospese dal presidente, per poi invitare i sostenitori del suo partito islamista moderato Ennahda e tutta la popolazione della Tunisia a “difendere la rivoluzione”. Nelle prime ore di lunedì, Ghannouchi ha cercato senza successo di entrare in parlamento per convocare una sessione in violazione dell’ordine presidenziale.
Ennahda fa parte della maggioranza che sostiene il governo di Mechichi ed è la formazione con il maggior numero di seggi in parlamento. Questo partito è affiliato al movimento islamista dei Fratelli Musulmani. A denunciare esplicitamente quello che ritengono come un colpo di stato da parte del presidente sono stati almeno altri due importanti partiti di opposizione, quello secolare centrista Qaib Tounes (“Cuore della Tunisia”) e quello della destra islamista Karama.
Gli ultimi sviluppi della crisi tunisina non sono del tutto sorprendenti e non solo per il livello che aveva ormai raggiunto lo scontro ai vertici delle istituzioni del paese. Un paio di mesi fa, la testata on-line Middle East Eye aveva scritto dell’esistenza di un documento riservato preparato dai consiglieri di Saied nel quale si sollecitava il presidente a prendere il controllo del paese appellandosi appunto all’articolo 80 della Costituzione. Secondo questa lettera, Saied avrebbe dovuto convocare al palazzo presidenziale il primo ministro Mechichi e lo “speaker” del parlamento Ghannouchi, mettendoli entrambi in stato di fermo mentre veniva dichiarato lo stato di emergenza.
Il parere doveva offrire un modo per uscire dalla crisi politica, alimentata dalla pandemia e dalle difficoltà economiche, soprattutto alla luce delle trattative in pieno stallo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per sbloccare un prestito tra i 3 e i 4 miliardi di dollari ritenuto necessario a evitare il baratro fiscale nel quale rischia di precipitare la Tunisia. Saied si è mosso così in gran parte sulla linea consigliatagli dal suo entourage, anche se per certi versi si è spinto addirittura oltre.
Il presidente non avrebbe l’autorità costituzionale per rimuovere il capo del governo e sospendere il parlamento. Infatti, l’invocazione dell’articolo 80 della Costituzione non prevede quest’ultima ipotesi, ma prescrive che l’assemblea legislativa resti continuativamente in sessione. Inoltre, secondo la Costituzione approvata nel 2014 deve essere uno speciale tribunale, ovvero una sorta di Corte Costituzionale, a dirimere le dispute tra i poteri dello stato. Questa corte non è stata però ancora istituita a causa delle diverse interpretazioni del dettato costituzionale e, più concretamente, delle dispute sull’identità dei giudici che dovrebbero farne parte.
Gli oppositori di Saied denunciano un’iniziativa che potrebbe ricalcare le orme del sanguinoso colpo di stato in Egitto dell’attuale presidente al Sisi nel 2013, quando il capo delle forze armate depose il governo del presidente democraticamente eletto, Mohamed Mursi, anch’egli appartenente al movimento dei Fratelli Musulmani. In quest’ottica andrebbero considerate anche le implicazioni internazionali degli eventi di queste ore in Tunisia. Infatti, uno dei governi che per primo ha denunciato le azioni di Saied come un “golpe” è stato quello turco del presidente Erdogan, impegnato da tempo nella promozione di forze di ispirazione islamista nell’area mediorientale e nordafricana.
Il presidente tunisino ha comunque prospettato un ulteriore inasprimento delle misure annunciate nel fine settimana, avvertendo che le forze armate risponderanno con la forza all’eventuale ricorso alle armi da parte dei suoi oppositori. I commentatori internazionali si sono interrogati sulle posizioni dei vertici militari, ma Saied si è presentato domenica alla popolazione tunisina affiancato da alcuni alti ufficiali dell’esercito.
Alla delicatezza e alla fluidità della situazione nel paese nordafricano ha fatto riferimento un manifestante nelle strade di Tunisi citato dalla stampa internazionale. A suo parere, in Tunisia “dal 2011 ogni protesta è una nuova rivoluzione e... qualsiasi movimento può cambiare il sistema”. Questa osservazione appare estremamente acuta e, oltre a lasciare aperta la strada a conseguenze impreviste, ricorda la natura incompleta della “rivoluzione” del 2011 e distruggere il mito, propagandato a ripetizione dai media ufficiali di mezzo mondo nell’ultimo decennio, di un paese che avrebbe praticamente da solo beneficiato di una transizione democratica dopo le scosse della “Primavera Araba”.
In attesa degli sviluppi della crisi innescata dalla decisione di Saied, è già possibile prevedere come l’apparente sostegno popolare ai provvedimenti del presidente sarà di breve durata. Le illusioni generate dalla rimozione di un governo legittimamente osteggiato dalla maggioranza della popolazione lasceranno il posto alla realtà di un colpo di mano di natura autoritaria, che ha obiettivi ben precisi e non esattamente di natura democratica.
Il primo, come già accennato, sarà il tentativo di stabilizzazione politica e sociale del paese per consentire un accordo col FMI che porti alla finalizzazione di un prestito alla Tunisia, a cui dovranno seguire “riforme” e tagli alla spesa pubblica, col conseguente ulteriore impoverimento di buona parte della popolazione, inclusi molti dei tunisini scesi nelle strade in questi giorni per celebrare la manovra messa in atto dal presidente Kais Saied.
Fonte
La mossa di Saied è coincisa con l’intensificarsi delle manifestazioni di protesta contro il governo per la pessima gestione della campagna di vaccinazioni contro il COVID-19 e, più in generale, per una crisi economica aggravata dalla stessa pandemia ma in pratica mai risolta dalla rivoluzione di un decennio fa e dalla successiva transizione nominale a un sistema democratico. Da allora e soprattutto in questi ultimi anni, la Tunisia è rimasta ingolfata in una serie di conflitti politici che hanno segnato in gran parte anche la presidenza di Saied, eletto nel 2019 da indipendente grazie a una campagna elettorale basata sulla lotta alla corruzione e contro un sistema totalmente inefficiente.
Il 63enne presidente si è appellato all’articolo 80 della Costituzione tunisina per dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Oltre a rimuovere il premier in carica e a congelare l’attività del parlamento per 30 giorni, Saied ha anche sospeso l’immunità garantita ai deputati e preso il controllo dell’ufficio del procuratore generale. Un’anticipazione di quanto accaduto domenica si era avuta settimana scorsa con il presidente che aveva sollevato il ministero della Sanità della gestione delle vaccinazioni per assegnarla all’esercito. Anche in questo caso, Saied aveva sfruttato la situazione caotica in molti centri vaccinali e il licenziamento del ministro della Sanità da parte del primo ministro Mechichi.
L’intervento di Saied ha avuto così l’apparenza di una misura estrema presa in risposta alla quasi sollevazione popolare in corso, visto appunto che proprio nella giornata di domenica si erano intensificate le manifestazioni per chiedere le dimissioni del governo e lo scioglimento del parlamento. Le forze di polizia erano anche intervenute duramente contro i manifestanti, ma nella serata le proteste si sono trasformate in scene di festa dopo l’iniziativa del presidente. I militari sono inoltre scesi nelle strade e hanno circondato l’edificio del parlamento, impedendo ai suoi membri di accedervi.
Lo “speaker” del parlamento, Rachid Ghannouchi ha risposto duramente a Saied, denunciando gli eventi come un “golpe contro la rivoluzione e la Costituzione”. Inoltre ha fatto sapere di ritenere ancora in funzione le istituzioni sospese dal presidente, per poi invitare i sostenitori del suo partito islamista moderato Ennahda e tutta la popolazione della Tunisia a “difendere la rivoluzione”. Nelle prime ore di lunedì, Ghannouchi ha cercato senza successo di entrare in parlamento per convocare una sessione in violazione dell’ordine presidenziale.
Ennahda fa parte della maggioranza che sostiene il governo di Mechichi ed è la formazione con il maggior numero di seggi in parlamento. Questo partito è affiliato al movimento islamista dei Fratelli Musulmani. A denunciare esplicitamente quello che ritengono come un colpo di stato da parte del presidente sono stati almeno altri due importanti partiti di opposizione, quello secolare centrista Qaib Tounes (“Cuore della Tunisia”) e quello della destra islamista Karama.
Gli ultimi sviluppi della crisi tunisina non sono del tutto sorprendenti e non solo per il livello che aveva ormai raggiunto lo scontro ai vertici delle istituzioni del paese. Un paio di mesi fa, la testata on-line Middle East Eye aveva scritto dell’esistenza di un documento riservato preparato dai consiglieri di Saied nel quale si sollecitava il presidente a prendere il controllo del paese appellandosi appunto all’articolo 80 della Costituzione. Secondo questa lettera, Saied avrebbe dovuto convocare al palazzo presidenziale il primo ministro Mechichi e lo “speaker” del parlamento Ghannouchi, mettendoli entrambi in stato di fermo mentre veniva dichiarato lo stato di emergenza.
Il parere doveva offrire un modo per uscire dalla crisi politica, alimentata dalla pandemia e dalle difficoltà economiche, soprattutto alla luce delle trattative in pieno stallo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per sbloccare un prestito tra i 3 e i 4 miliardi di dollari ritenuto necessario a evitare il baratro fiscale nel quale rischia di precipitare la Tunisia. Saied si è mosso così in gran parte sulla linea consigliatagli dal suo entourage, anche se per certi versi si è spinto addirittura oltre.
Il presidente non avrebbe l’autorità costituzionale per rimuovere il capo del governo e sospendere il parlamento. Infatti, l’invocazione dell’articolo 80 della Costituzione non prevede quest’ultima ipotesi, ma prescrive che l’assemblea legislativa resti continuativamente in sessione. Inoltre, secondo la Costituzione approvata nel 2014 deve essere uno speciale tribunale, ovvero una sorta di Corte Costituzionale, a dirimere le dispute tra i poteri dello stato. Questa corte non è stata però ancora istituita a causa delle diverse interpretazioni del dettato costituzionale e, più concretamente, delle dispute sull’identità dei giudici che dovrebbero farne parte.
Gli oppositori di Saied denunciano un’iniziativa che potrebbe ricalcare le orme del sanguinoso colpo di stato in Egitto dell’attuale presidente al Sisi nel 2013, quando il capo delle forze armate depose il governo del presidente democraticamente eletto, Mohamed Mursi, anch’egli appartenente al movimento dei Fratelli Musulmani. In quest’ottica andrebbero considerate anche le implicazioni internazionali degli eventi di queste ore in Tunisia. Infatti, uno dei governi che per primo ha denunciato le azioni di Saied come un “golpe” è stato quello turco del presidente Erdogan, impegnato da tempo nella promozione di forze di ispirazione islamista nell’area mediorientale e nordafricana.
Il presidente tunisino ha comunque prospettato un ulteriore inasprimento delle misure annunciate nel fine settimana, avvertendo che le forze armate risponderanno con la forza all’eventuale ricorso alle armi da parte dei suoi oppositori. I commentatori internazionali si sono interrogati sulle posizioni dei vertici militari, ma Saied si è presentato domenica alla popolazione tunisina affiancato da alcuni alti ufficiali dell’esercito.
Alla delicatezza e alla fluidità della situazione nel paese nordafricano ha fatto riferimento un manifestante nelle strade di Tunisi citato dalla stampa internazionale. A suo parere, in Tunisia “dal 2011 ogni protesta è una nuova rivoluzione e... qualsiasi movimento può cambiare il sistema”. Questa osservazione appare estremamente acuta e, oltre a lasciare aperta la strada a conseguenze impreviste, ricorda la natura incompleta della “rivoluzione” del 2011 e distruggere il mito, propagandato a ripetizione dai media ufficiali di mezzo mondo nell’ultimo decennio, di un paese che avrebbe praticamente da solo beneficiato di una transizione democratica dopo le scosse della “Primavera Araba”.
In attesa degli sviluppi della crisi innescata dalla decisione di Saied, è già possibile prevedere come l’apparente sostegno popolare ai provvedimenti del presidente sarà di breve durata. Le illusioni generate dalla rimozione di un governo legittimamente osteggiato dalla maggioranza della popolazione lasceranno il posto alla realtà di un colpo di mano di natura autoritaria, che ha obiettivi ben precisi e non esattamente di natura democratica.
Il primo, come già accennato, sarà il tentativo di stabilizzazione politica e sociale del paese per consentire un accordo col FMI che porti alla finalizzazione di un prestito alla Tunisia, a cui dovranno seguire “riforme” e tagli alla spesa pubblica, col conseguente ulteriore impoverimento di buona parte della popolazione, inclusi molti dei tunisini scesi nelle strade in questi giorni per celebrare la manovra messa in atto dal presidente Kais Saied.
Fonte
15/10/2019
Tunisia - Eletto presidente Kais Saied
di Pino Dragoni
Kais Saied è il nuovo presidente della Tunisia. Domenica sera migliaia di persone si sono radunate in Avenue Bourghiba nel centro della capitale per celebrare una vittoria decisamente fuori dagli schemi. Con oltre il 70% dei voti il giurista 61enne ha travolto al ballottaggio lo sfidante, il magnate Nabil Karoui, in un’elezione che ha avuto il tasso di affluenza più alto della storia tunisina. Tra i canti della piazza in festa risuonavano anche slogan per la liberazione della Palestina e contro il dittatore egiziano al-Sisi.
È stata una campagna elettorale anomala questa per le presidenziali tunisine, con un primo turno che ha visto il tracollo di tutti i candidati dei maggiori partiti che hanno guidato la transizione post-2011. Il voto secondo molti è stato un’espressione radicale del “degagisme” delle masse tunisine contro le élite politiche incapaci di dare risposte al malessere sociale, ma soprattutto di incarnare una prospettiva di cambiamento dopo anni di aspettative disattese (“Degage”, “vattene”, era stato il grido con cui la rivoluzione aveva cacciato Ben Ali). Un voto anti-sistema, che si è manifestato anche nelle elezioni legislative della scorsa settimana, ridisegnando il panorama politico tunisino. Se gli islamisti di Ennahda hanno raggiunto la maggioranza relativa in parlamento, il loro consenso si è però fortemente ridimensionato, mentre i partiti laici e modernisti sono ridotti al lumicino (in parte rimpiazzati dal partito di Karoui, Qalb Tounes), e la sinistra risulta non pervenuta. Uno scenario estremamente frammentato in cui sarà difficile trovare le geometrie per fare una maggioranza di governo.
E così la sfida per il ballottaggio è toccata a due “outsider”. Il miliardario Nabil Karoui, arrivato secondo al primo turno, in realtà pur presentandosi come un volto nuovo non è estraneo alle élite economiche e politiche del paese, ma ha tentato con successo di prenderne le distanze e soprattutto di catturarne il bacino elettorale. Da molti indicato come un Berlusconi tunisino, arrestato per riciclaggio ed evasione pochi giorni prima dell’inizio campagna elettorale (arresto da lui denunciato come “politico”), è stato liberato appena in tempo per partecipare venerdì sera all’ultimo dibattito elettorale prima del ballottaggio. La sua campagna è stata sostenuta dal canale televisivo di sua proprietà Nessma TV e dal welfare diffuso della sua organizzazione caritatevole con cui si è insinuato tra gli strati di popolazione più poveri per un po’ di beneficenza a favore di telecamere. Decisamente liberista in economia, ha fatto della lotta alla povertà una sua bandiera.
Al polo opposto Kais Saied, lo schivo e austero costituzionalista che ha condotto una campagna elettorale lontana dai riflettori, rifuggendo le TV e la stampa, senza finanziamenti, senza manifesti e senza grandi comizi. Inizialmente sottovalutato, Saied ha voluto contare soltanto sulle piccole donazioni dei suoi sostenitori e sul team di giovani che si è organizzato per spingere la sua campagna, fatta soprattutto nei caffè e nelle strade. Il costituzionalista, da molti considerato un ultra-conservatore per alcune sue posizioni su omosessualità, pena di morte, e uguaglianza di genere, nel suo discorso ha messo da parte le questioni identitarie e i dibattiti su laicità e religione, secondo lui imposti dall’esterno e funzionali soltanto a dividere la popolazione. Il fulcro della sua campagna è stato il suo progetto radicale di democrazia su base locale con cui vorrebbe scardinare il centralismo dello stato tunisino.
Saied, superando forse anche le sue stesse aspettative, è diventato interprete di quell’ansia di cambiamento protagonista della rivoluzione del 2011 ma poi frustrata negli anni successivi dagli attori politici al potere. Ne è una testimonianza la mappa geografica e sociale del consenso che lo ha consacrato presidente. Secondo le prime analisi del voto diffuse dall’istituto di sondaggi Emrhod, Kais ha letteralmente sfondato (spesso con oltre il 90% delle preferenze) in aree marginalizzate come Médenine, Tataouine, Kébili, così come nel distretto industriale di Gabès, negli ultimi anni focolai di conflitto sociale. Ugualmente Saied ha travolto il suo avversario tra i giovani, raccogliendo il 90% dei voti degli elettori dal 18 e 25 anni e l’83% di quelli tra i 26 e i 44. Un terzo di quelli che hanno votato per lui domenica non aveva partecipato alle legislative di una settimana prima. Karoui non sfonda neppure tra le donne, mentre l’unica fascia di età tra cui raccoglie più del 50% dei voti è quella al di sopra dei 60 anni.
“Molti di quelli che hanno votato Saied e che erano in piazza ieri a festeggiare sono persone non affiliate o non rappresentate da nessuna fazione politica”, ci dice Emna Mornagui, militante eco-femminista tunisina attiva nei movimenti sociali del paese. “Karoui rappresenta tutti i mali del vecchio sistema. Ieri la gente ha detto no a tutto quel sistema”. E continua: “Saied ha sempre sostenuto le rivendicazioni dei movimenti di protesta delle province, contro la corruzione, per i martiri della rivoluzione. All’inizio lo consideravo una sorta di populista, ma ora ho capito che quello che dice è rivoluzionario. Kais Saied mette in discussione il funzionamento stesso della democrazia in Tunisia, e propone un modello alternativo”.
Non tutto l’impianto del suo progetto è convincente. Ad esempio mancano nei suoi programmi orientamenti chiari sulle questioni di genere (le donne sono state scarsamente rappresentate nella sua campagna), alle libertà civili, alle problematiche ambientali ed economiche, fa notare l’attivista. “La sua idea consiste nel sostenere che il popolo sa cosa vuole e che bisogna soltanto dotarlo degli strumenti per decidere. Ma senza un’idea di società molto dipenderà da chi orienterà il dibattito pubblico sui valori”, e quindi quello che il popolo vorrà realizzare con gli strumenti della democrazia. Ad ogni modo, continua, “è una persona che posso combattere politicamente, perché rispetta lo stato di diritto, non è un dittatore”. Infine, l’attivista non nasconde una certa euforia per il risultato di ieri: “È la prima volta che le persone hanno realmente fiducia in qualcuno”.
Anche se Saied (definito sulla stampa europea e anche italiana “il candidato della destra” o “salafita”) raccoglie una buona parte del voto per Ennahda, ormai “la frattura ‘islamisti/modernisti’ non struttura più tanto il dibattito”, come ha scritto il giornalista Thierry Bressillon su OrientXXI parlando di una “distruzione creatrice del paesaggio politico tunisino” a proposito delle ultime tornate elettorali. E spiega: “lo spauracchio dell’islamismo non paga più”, con Ennahda ormai da molti considerata alla pari degli altri parte integrante del sistema di cui un tempo rappresentava la nemesi.
Chi volesse rintracciare le tradizionali categorie politiche e usarne le lenti per interpretare lo scenario politico tunisino oggi rischia di perdere di vista una parte importante della sostanza dei processi in atto.
Fonte
Kais Saied è il nuovo presidente della Tunisia. Domenica sera migliaia di persone si sono radunate in Avenue Bourghiba nel centro della capitale per celebrare una vittoria decisamente fuori dagli schemi. Con oltre il 70% dei voti il giurista 61enne ha travolto al ballottaggio lo sfidante, il magnate Nabil Karoui, in un’elezione che ha avuto il tasso di affluenza più alto della storia tunisina. Tra i canti della piazza in festa risuonavano anche slogan per la liberazione della Palestina e contro il dittatore egiziano al-Sisi.
È stata una campagna elettorale anomala questa per le presidenziali tunisine, con un primo turno che ha visto il tracollo di tutti i candidati dei maggiori partiti che hanno guidato la transizione post-2011. Il voto secondo molti è stato un’espressione radicale del “degagisme” delle masse tunisine contro le élite politiche incapaci di dare risposte al malessere sociale, ma soprattutto di incarnare una prospettiva di cambiamento dopo anni di aspettative disattese (“Degage”, “vattene”, era stato il grido con cui la rivoluzione aveva cacciato Ben Ali). Un voto anti-sistema, che si è manifestato anche nelle elezioni legislative della scorsa settimana, ridisegnando il panorama politico tunisino. Se gli islamisti di Ennahda hanno raggiunto la maggioranza relativa in parlamento, il loro consenso si è però fortemente ridimensionato, mentre i partiti laici e modernisti sono ridotti al lumicino (in parte rimpiazzati dal partito di Karoui, Qalb Tounes), e la sinistra risulta non pervenuta. Uno scenario estremamente frammentato in cui sarà difficile trovare le geometrie per fare una maggioranza di governo.
E così la sfida per il ballottaggio è toccata a due “outsider”. Il miliardario Nabil Karoui, arrivato secondo al primo turno, in realtà pur presentandosi come un volto nuovo non è estraneo alle élite economiche e politiche del paese, ma ha tentato con successo di prenderne le distanze e soprattutto di catturarne il bacino elettorale. Da molti indicato come un Berlusconi tunisino, arrestato per riciclaggio ed evasione pochi giorni prima dell’inizio campagna elettorale (arresto da lui denunciato come “politico”), è stato liberato appena in tempo per partecipare venerdì sera all’ultimo dibattito elettorale prima del ballottaggio. La sua campagna è stata sostenuta dal canale televisivo di sua proprietà Nessma TV e dal welfare diffuso della sua organizzazione caritatevole con cui si è insinuato tra gli strati di popolazione più poveri per un po’ di beneficenza a favore di telecamere. Decisamente liberista in economia, ha fatto della lotta alla povertà una sua bandiera.
Al polo opposto Kais Saied, lo schivo e austero costituzionalista che ha condotto una campagna elettorale lontana dai riflettori, rifuggendo le TV e la stampa, senza finanziamenti, senza manifesti e senza grandi comizi. Inizialmente sottovalutato, Saied ha voluto contare soltanto sulle piccole donazioni dei suoi sostenitori e sul team di giovani che si è organizzato per spingere la sua campagna, fatta soprattutto nei caffè e nelle strade. Il costituzionalista, da molti considerato un ultra-conservatore per alcune sue posizioni su omosessualità, pena di morte, e uguaglianza di genere, nel suo discorso ha messo da parte le questioni identitarie e i dibattiti su laicità e religione, secondo lui imposti dall’esterno e funzionali soltanto a dividere la popolazione. Il fulcro della sua campagna è stato il suo progetto radicale di democrazia su base locale con cui vorrebbe scardinare il centralismo dello stato tunisino.
Saied, superando forse anche le sue stesse aspettative, è diventato interprete di quell’ansia di cambiamento protagonista della rivoluzione del 2011 ma poi frustrata negli anni successivi dagli attori politici al potere. Ne è una testimonianza la mappa geografica e sociale del consenso che lo ha consacrato presidente. Secondo le prime analisi del voto diffuse dall’istituto di sondaggi Emrhod, Kais ha letteralmente sfondato (spesso con oltre il 90% delle preferenze) in aree marginalizzate come Médenine, Tataouine, Kébili, così come nel distretto industriale di Gabès, negli ultimi anni focolai di conflitto sociale. Ugualmente Saied ha travolto il suo avversario tra i giovani, raccogliendo il 90% dei voti degli elettori dal 18 e 25 anni e l’83% di quelli tra i 26 e i 44. Un terzo di quelli che hanno votato per lui domenica non aveva partecipato alle legislative di una settimana prima. Karoui non sfonda neppure tra le donne, mentre l’unica fascia di età tra cui raccoglie più del 50% dei voti è quella al di sopra dei 60 anni.
“Molti di quelli che hanno votato Saied e che erano in piazza ieri a festeggiare sono persone non affiliate o non rappresentate da nessuna fazione politica”, ci dice Emna Mornagui, militante eco-femminista tunisina attiva nei movimenti sociali del paese. “Karoui rappresenta tutti i mali del vecchio sistema. Ieri la gente ha detto no a tutto quel sistema”. E continua: “Saied ha sempre sostenuto le rivendicazioni dei movimenti di protesta delle province, contro la corruzione, per i martiri della rivoluzione. All’inizio lo consideravo una sorta di populista, ma ora ho capito che quello che dice è rivoluzionario. Kais Saied mette in discussione il funzionamento stesso della democrazia in Tunisia, e propone un modello alternativo”.
Non tutto l’impianto del suo progetto è convincente. Ad esempio mancano nei suoi programmi orientamenti chiari sulle questioni di genere (le donne sono state scarsamente rappresentate nella sua campagna), alle libertà civili, alle problematiche ambientali ed economiche, fa notare l’attivista. “La sua idea consiste nel sostenere che il popolo sa cosa vuole e che bisogna soltanto dotarlo degli strumenti per decidere. Ma senza un’idea di società molto dipenderà da chi orienterà il dibattito pubblico sui valori”, e quindi quello che il popolo vorrà realizzare con gli strumenti della democrazia. Ad ogni modo, continua, “è una persona che posso combattere politicamente, perché rispetta lo stato di diritto, non è un dittatore”. Infine, l’attivista non nasconde una certa euforia per il risultato di ieri: “È la prima volta che le persone hanno realmente fiducia in qualcuno”.
Anche se Saied (definito sulla stampa europea e anche italiana “il candidato della destra” o “salafita”) raccoglie una buona parte del voto per Ennahda, ormai “la frattura ‘islamisti/modernisti’ non struttura più tanto il dibattito”, come ha scritto il giornalista Thierry Bressillon su OrientXXI parlando di una “distruzione creatrice del paesaggio politico tunisino” a proposito delle ultime tornate elettorali. E spiega: “lo spauracchio dell’islamismo non paga più”, con Ennahda ormai da molti considerata alla pari degli altri parte integrante del sistema di cui un tempo rappresentava la nemesi.
Chi volesse rintracciare le tradizionali categorie politiche e usarne le lenti per interpretare lo scenario politico tunisino oggi rischia di perdere di vista una parte importante della sostanza dei processi in atto.
Fonte
18/09/2019
Tunisia - Al ballottaggio il conservatore Saied ed il populista Karoui
“Abbiamo vissuto una giornata storica, per quanto riguarda la conferma della democrazia nel nostro paese”. Nabil Baffoun, presidente dell’Alta autorità indipendente per le elezioni (Isie) ha commentato in questa maniera il voto per il primo turno delle presidenziali di domenica, comunicando, tuttavia, un calo del tasso di partecipazione popolare dal 64% del 2014 al 45%. Al di là delle votazioni che si sono svolte in assoluta regolarità, il dato più significativo è la forte astensione da parte dei giovani tunisini.
In attesa dello scrutinio definitivo previsto oggi, in ritardo a causa dei tunisini che hanno votato all’estero, queste presidenziali confermano la loro “imprevedibilità” e la loro discontinuità rispetto alle principali formazioni politiche del paese. I due principali partiti del paese, Nidaa Tounes del defunto presidente Beji Caid Essebsi e il partito islamista Ennahdha non vedranno i loro candidati al ballottaggio previsto per metà ottobre.
Segno che la maggior parte dei tunisini ha voluto mandare un messaggio di protesta nei confronti dell’attuale classe dirigente, accusata di aver mantenuto il paese nelle stesse difficili condizioni economiche e sociali (disoccupazione, economia in stallo, degrado delle zone interne e corruzione) che avevano portato alla rivoluzione dei gelsomini nel 2011).
In base agli scrutini – quasi definitivi – ed ai sondaggi, pubblicati domenica sera ad urne chiuse dall’Istituto Sigma Conseil, ci saranno, al contrario, il candidato indipendente, Kais Saied, con il 18,8% davanti al controverso presidente del partito Qalb Tounes, incarcerato per frode fiscale e riciclaggio di denaro, Nabil Karoui con il 15,4%.
Kais Saied, candidato indipendente e vice-presidente dell’Associazione Tunisina di Diritto Costituzionale, ha costruito il proprio successo elettorale come “indipendente e anti-sistema”, incentrando il proprio programma su un progetto di riforma del paese per dare più peso politico a livello locale. La sua integrità morale – viene soprannominato Robocop – e le sue posizioni conservatrici gli sono valse le simpatie di gran parte dell’elettorato islamista, disilluso dal “cattivo governo” in questi anni di Ennahdha, per quanto riguarda le sue posizioni contro l’omosessualità, la parità di genere ed a favore della pena di morte.
Grande euforia dal quartier generale del partito Qalb Tounes, di Nabil Karoui il “Berlusconi tunisino”. Sua moglie, Salwa Smaoui, ha letto un messaggio del marito imprigionato dichiarando che «questo voto esprime il desiderio di cambiamento desiderato dalla gente».
«Il comitato di difesa di Nabil Karoui, sta valutando possibili rimedi legali per la liberazione del candidato incarcerato ed in sciopero della fame» ha affermato Salwa «sono comunque sicura che la giustizia ed il popolo libereranno Nabil».
Saltano, e questa è la vera sorpresa, i candidati più accreditati al passaggio al secondo turno. Se le speranze del premier Youssef Chahed restano tali, al 7,5%, sorprende il mancato passaggio sia di Abdelfattah Mourou, candidato del partito islamista Ennahdha, con il 13% che dell’ex ministro della difesa, considerato l’erede del compianto presidente Essebsi, Abdelkarim Zbidi con il 9,8%.
Molte speranze del campo laico, infatti, puntavano su una conferma di Zbidi, soprattutto dopo l’endorsement di alcuni candidati di peso – come l’ex presidente Moncef Marzouki e Slim Rihahi – poche ore prima del voto, proprio in un’ottica di continuità con l’azione riformatrice in materia di diritti umani portata avanti da Essebsi.
Il partito Ennahdha, al contrario, non sembra accettare la sconfitta ed ha tenuto una conferenza stampa domenica sera dopo la chiusura delle urne e la pubblicazione dei primi exit poll. «Abbiamo visto i risultati dei primi conteggi nei seggi elettorali e sono totalmente contrari a quelli diffusi dagli istituti di sondaggio» ha detto il responsabile della campagna elettorale di Mourou, Samir Dilou «non vogliamo presentare cifre di cui nessuno è sicuro, ma secondo noi Mourou è arrivato secondo e restiamo in attesa dei risultati definitivi dell’Isie, l’unica autorità garante di queste elezioni».
«Ci stiamo giocando il nostro futuro in queste presidenziali» afferma lo storico Baccar Ghedir su Jeune Afrique «bisognerà vedere se nel secondo turno emergeranno dei contenuti concreti, al di là di un candidato populista sponsorizzato dai propri media come Karoui o di uno conservatore come Saied che incarna la volontà di rottura con l’attuale sistema corrotto».
Fonte
In attesa dello scrutinio definitivo previsto oggi, in ritardo a causa dei tunisini che hanno votato all’estero, queste presidenziali confermano la loro “imprevedibilità” e la loro discontinuità rispetto alle principali formazioni politiche del paese. I due principali partiti del paese, Nidaa Tounes del defunto presidente Beji Caid Essebsi e il partito islamista Ennahdha non vedranno i loro candidati al ballottaggio previsto per metà ottobre.
Segno che la maggior parte dei tunisini ha voluto mandare un messaggio di protesta nei confronti dell’attuale classe dirigente, accusata di aver mantenuto il paese nelle stesse difficili condizioni economiche e sociali (disoccupazione, economia in stallo, degrado delle zone interne e corruzione) che avevano portato alla rivoluzione dei gelsomini nel 2011).
In base agli scrutini – quasi definitivi – ed ai sondaggi, pubblicati domenica sera ad urne chiuse dall’Istituto Sigma Conseil, ci saranno, al contrario, il candidato indipendente, Kais Saied, con il 18,8% davanti al controverso presidente del partito Qalb Tounes, incarcerato per frode fiscale e riciclaggio di denaro, Nabil Karoui con il 15,4%.
Kais Saied, candidato indipendente e vice-presidente dell’Associazione Tunisina di Diritto Costituzionale, ha costruito il proprio successo elettorale come “indipendente e anti-sistema”, incentrando il proprio programma su un progetto di riforma del paese per dare più peso politico a livello locale. La sua integrità morale – viene soprannominato Robocop – e le sue posizioni conservatrici gli sono valse le simpatie di gran parte dell’elettorato islamista, disilluso dal “cattivo governo” in questi anni di Ennahdha, per quanto riguarda le sue posizioni contro l’omosessualità, la parità di genere ed a favore della pena di morte.
Grande euforia dal quartier generale del partito Qalb Tounes, di Nabil Karoui il “Berlusconi tunisino”. Sua moglie, Salwa Smaoui, ha letto un messaggio del marito imprigionato dichiarando che «questo voto esprime il desiderio di cambiamento desiderato dalla gente».
«Il comitato di difesa di Nabil Karoui, sta valutando possibili rimedi legali per la liberazione del candidato incarcerato ed in sciopero della fame» ha affermato Salwa «sono comunque sicura che la giustizia ed il popolo libereranno Nabil».
Saltano, e questa è la vera sorpresa, i candidati più accreditati al passaggio al secondo turno. Se le speranze del premier Youssef Chahed restano tali, al 7,5%, sorprende il mancato passaggio sia di Abdelfattah Mourou, candidato del partito islamista Ennahdha, con il 13% che dell’ex ministro della difesa, considerato l’erede del compianto presidente Essebsi, Abdelkarim Zbidi con il 9,8%.
Molte speranze del campo laico, infatti, puntavano su una conferma di Zbidi, soprattutto dopo l’endorsement di alcuni candidati di peso – come l’ex presidente Moncef Marzouki e Slim Rihahi – poche ore prima del voto, proprio in un’ottica di continuità con l’azione riformatrice in materia di diritti umani portata avanti da Essebsi.
Il partito Ennahdha, al contrario, non sembra accettare la sconfitta ed ha tenuto una conferenza stampa domenica sera dopo la chiusura delle urne e la pubblicazione dei primi exit poll. «Abbiamo visto i risultati dei primi conteggi nei seggi elettorali e sono totalmente contrari a quelli diffusi dagli istituti di sondaggio» ha detto il responsabile della campagna elettorale di Mourou, Samir Dilou «non vogliamo presentare cifre di cui nessuno è sicuro, ma secondo noi Mourou è arrivato secondo e restiamo in attesa dei risultati definitivi dell’Isie, l’unica autorità garante di queste elezioni».
«Ci stiamo giocando il nostro futuro in queste presidenziali» afferma lo storico Baccar Ghedir su Jeune Afrique «bisognerà vedere se nel secondo turno emergeranno dei contenuti concreti, al di là di un candidato populista sponsorizzato dai propri media come Karoui o di uno conservatore come Saied che incarna la volontà di rottura con l’attuale sistema corrotto».
Fonte
16/09/2019
Tunisia - Elezioni: astensione e un indipendente in testa
Le elezioni presidenziali tunisine imprevedibili lo sono state davvero. Alla fine del primo turno, ieri, solo
un elemento ha rispettato le previsioni: la bassa affluenza, ferma al
45% degli aventi diritto, contro il 64% del 2014. L’altra previsione
azzeccata è stato il carattere di protesta di cui i tunisini hanno
investito questo voto anticipato dalla morte del presidente Essebsi, a fine luglio: è stato un voto anti-sistema, di protesta.
Così possono spiegarsi i primi dati in arrivo dai seggi. In testa ai 26 candidati presidenti ci sono l’indipendente Kais Saied con il 19,5% delle preferenze e il magnate delle telecomunicazioni in prigione Nabil Karoui, con il 15,5%.
In attesa dei dati ufficiali, di certo si sa solo che si dovrà andare al ballottaggio, previsto per fine ottobre-primi di novembre dopo le parlamentari del mese prossimo, il 6 ottobre. E probabilmente a sfidarsi saranno Saied e Karoui, con buona pace dei partiti “tradizionali”, quelli che hanno governato il paese dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2011, i laici di Nidaa Tounes e gli islamisti moderati di Ennhada.
“Oggi i tunisini hanno detto che vogliono cambiare il sistema di potere – diceva ieri il portavoce di Karoui, Hatem Mliki, vista l’impossibilità per il candidato di esprimersi pubblicamente da dietro le sbarre (è stato arrestato a fine agosto per riciclaggio di denaro) – Dobbiamo rispettare il volere del popolo, Nabil Karoui andrà al secondo turno. Abbiamo vinto”.
Festeggia anche l’indipendente Saied, conservatore ed esperto di diritto costituzionale, che ha condotto la campagna elettorale porta a porta: “La mia vittoria – ha detto ieri – porta con sé la grande responsabilità di trasformare la frustrazione in speranza. È come una rivoluzione”.
Frustrazione di certo, quella che accomuna da anni i tunisini nel post-Ben Ali: se il paese è in qualche modo sopravvissuto alle primavere arabe evitando il drammatico modello egiziano, i problemi strutturali portati in piazza dalla rivolta di otto anni fa ci sono ancora tutti. Disoccupazione, diseguaglianze sociali, gap centro-periferia. Drammi imputati per lo più a chi ha guidato la nazione, il premier Youssef Chahed – che si è presentato alla testa di un nuovo partito dopo l’uscita da Nidaa Tounes – ed Ennahda che per la prima volta presentava un suo candidato, Abdelfattah Mourou.
A ciò si aggiunga una campagna elettorale poverissima di contenuti e incentrata su personalismi e interessi di parte che non ha acceso l’interesse dei tunisini. I quali hanno di fatto boicottato il voto, con meno di uno su due che ieri ha infilato la scheda nell’urna.
Così possono essere spiegati i primi dati in arrivo. Dietro Saied e Karoui, si sarebbero piazzati Abdel Fatah Mourou, vicepresidente di Ennahda (13,1%); Abdelkrim Zbidi, ex ministro della Difesa (9,6%); il premier Youssef Chahed (7,4%); un altro indipendente Safi Saied (6,6%); Mohamed Lofti Mraihi, capo dell’Unione popolare repubblicana (6,5%); Seifeddine Makhlouf, leader del movimento Dignità (5%); l’ex presidente Moncef Marzouki (4,1%); e una delle due donne in lista, l’ex benaliana Abir Moussi (3,8%).
Fonte
Così possono spiegarsi i primi dati in arrivo dai seggi. In testa ai 26 candidati presidenti ci sono l’indipendente Kais Saied con il 19,5% delle preferenze e il magnate delle telecomunicazioni in prigione Nabil Karoui, con il 15,5%.
In attesa dei dati ufficiali, di certo si sa solo che si dovrà andare al ballottaggio, previsto per fine ottobre-primi di novembre dopo le parlamentari del mese prossimo, il 6 ottobre. E probabilmente a sfidarsi saranno Saied e Karoui, con buona pace dei partiti “tradizionali”, quelli che hanno governato il paese dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2011, i laici di Nidaa Tounes e gli islamisti moderati di Ennhada.
“Oggi i tunisini hanno detto che vogliono cambiare il sistema di potere – diceva ieri il portavoce di Karoui, Hatem Mliki, vista l’impossibilità per il candidato di esprimersi pubblicamente da dietro le sbarre (è stato arrestato a fine agosto per riciclaggio di denaro) – Dobbiamo rispettare il volere del popolo, Nabil Karoui andrà al secondo turno. Abbiamo vinto”.
Festeggia anche l’indipendente Saied, conservatore ed esperto di diritto costituzionale, che ha condotto la campagna elettorale porta a porta: “La mia vittoria – ha detto ieri – porta con sé la grande responsabilità di trasformare la frustrazione in speranza. È come una rivoluzione”.
Frustrazione di certo, quella che accomuna da anni i tunisini nel post-Ben Ali: se il paese è in qualche modo sopravvissuto alle primavere arabe evitando il drammatico modello egiziano, i problemi strutturali portati in piazza dalla rivolta di otto anni fa ci sono ancora tutti. Disoccupazione, diseguaglianze sociali, gap centro-periferia. Drammi imputati per lo più a chi ha guidato la nazione, il premier Youssef Chahed – che si è presentato alla testa di un nuovo partito dopo l’uscita da Nidaa Tounes – ed Ennahda che per la prima volta presentava un suo candidato, Abdelfattah Mourou.
A ciò si aggiunga una campagna elettorale poverissima di contenuti e incentrata su personalismi e interessi di parte che non ha acceso l’interesse dei tunisini. I quali hanno di fatto boicottato il voto, con meno di uno su due che ieri ha infilato la scheda nell’urna.
Così possono essere spiegati i primi dati in arrivo. Dietro Saied e Karoui, si sarebbero piazzati Abdel Fatah Mourou, vicepresidente di Ennahda (13,1%); Abdelkrim Zbidi, ex ministro della Difesa (9,6%); il premier Youssef Chahed (7,4%); un altro indipendente Safi Saied (6,6%); Mohamed Lofti Mraihi, capo dell’Unione popolare repubblicana (6,5%); Seifeddine Makhlouf, leader del movimento Dignità (5%); l’ex presidente Moncef Marzouki (4,1%); e una delle due donne in lista, l’ex benaliana Abir Moussi (3,8%).
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)