Come era prevedibile, ieri il premier tunisino Elyes Fakhfakh
ha rassegnato le dimissioni dopo che il partito islamista Ennahdha
ha ritirato il sostegno al governo. In un comunicato Fakhfakh, in carica
come primo ministro dallo scorso 20 febbraio, ha detto che ha
presentato le sue dimissioni al presidente Kais Saied “in modo da
trovare una via d’uscita alla crisi e impedire peggiori difficoltà al
Paese”. Il comunicato dell’ormai ex premier giungeva ieri a
distanza di poche ore dalla mozione di sfiducia contro di lui presentata
da Ennahdha per un presunto caso di conflitto d’interesse. Lo
scorso mese un parlamentare indipendente aveva infatti pubblicato
alcuni documenti che dimostravano come il premier avesse azioni nelle
compagnie che avevano vinto appalti pubblici dal valore di 15 milioni.
La magistratura ha aperto immediatamente una indagine a riguardo e il
ministro dell’anti-corruzione ha istituito un comitato di controllo per
indagare meglio la questione. Salito sul banco degli imputati,
Fakhfakh ha sempre negato qualunque reato, affermando che aveva già
venduto le azioni che aveva nelle compagnie. L’ingegnere classe
1972, ex manager di Total ed esponente del partito di centro-sinistra
Ettakatol, aveva quindi promesso che si sarebbe ritirato qualora gli
inquirenti avessero trovato prove della sua colpevolezza. Ma non c’è
stato bisogno di aspettare la conclusione delle indagini: il suo destino
aveva già da giorni le ore contate.
La tensione è altissima nel Paese lacerato da una forte crisi economica aggravata dagli effetti della pandemia di Coronavirus.
Secondo alcune fonti tunisine, sarebbe stato proprio il capo dello
stato Saied a chiedere formalmente a Fakhfakh di fare un passo indietro
per il presunto conflitto d’interesse. Nella giornata di ieri Ennahda –
insieme al partito Qalb Tunis e altri deputati indipendenti – aveva
depositato in parlamento la mozione per sfiduciare il premier e per fare
un nuovo nome alla guida del prossimo governo. Mossa che però non ha
avuto il successo sperato dato che non ha raggiunto per 4 voti la
maggioranza necessaria per essere implementata. Il problema è
che allo stato attuale nessuno schieramento politico sembra avere i
numeri necessari per governare e pertanto, secondo la Costituzione
tunisina, spetta al capo dello Stato di intervenire per evitare un
pericoloso vuoto politico in un momento cruciale per il paese.
Da un lato, infatti, c’è la crisi economica scatenata dalla
pandemia di Covid-19 che porterà a una durissima recessione di 6 o 7
punti percentuali del Prodotto interno lordo (in autunno
potrebbero esserci 200 mila disoccupati in più) acuendo un disagio
socio-economico che sta già avendo gravi ripercussioni a livello securitario,
con lo schiera l’Esercito nelle regioni meridionali
per sedare i disordini. Dall’altro lato, c’è il conflitto
libico che destabilizza anche la Tunisia oggetto di ingerenze
esterne sempre più manifeste.
Da giorni Ennahda stava esercitando pressioni sul governo di
Fakhfakh. Secondo alcuni commentatori gli obiettivi del partito
islamista erano almeno tre: avere una maggiore presenza all’interno del
governo, ottenendo più posizioni degli attuali 9 ministri su 32;
ottenere denaro e risarcimenti per le vittime dei regimi di Habib
Bourguiba e Zine el Abidine Ben Ali; indebolire il premier Fakhfakh e al
tempo stesso rafforzarsi.
Se il primo ministro dimissionario è stato sempre in una posizione di debolezza, non se la passa meglio Ennahda.
La formazione ha voluto imporre il negoziato per avere una posizione
più forte nelle consultazioni che dovrebbero portare alla scelta di un
nuovo capo di governo. Un atteggiamento che, scrivono alcuni media
locali, non sarebbe piaciuto al presidente della Repubblica Saied che
avrebbe accusato la formazione di Ghannushi di essere una setta e di
complottare ai danni del Paese per i suoi interessi. La Tunisia è di fronte ad un impasse politico perché nessuna partito ha i numeri per ottenere la maggioranza. Il fronte anti-Ennahda guidato da Abir Moussi, presidente del Partito destouriano libero,
ha raccolto 73 firme per avviare la destituzione di Ghannouchi dalla
presidenza del parlamento, ma non ha i 109 voti necessari per portare a
termine il processo.
In questa situazione sarà determinante il ruolo del capo
dello Stato tunisino, in cima alla classifica nelle intenzioni di voto
alle elezioni presidenziali della Tunisia, stando a quanto rivela un
sondaggio di opinione condotto dall’ufficio di ricerca Sigma Conseil e
pubblicato dal quotidiano “Al Maghreb”. L’attuale presidente
della Repubblica ha ottenuto il 58,7 per cento delle preferenze degli
intervistati. Nettamente distanziata al secondo posto Abir Moussi, del
Partito destouriano libero, con il 10 per cento, seguita dal leader del
partito Qalb Tounes, ex candidato presidenziale (sconfitto al
ballottaggio da Saied) e magnate dei media Nabil Karoui con l’8,4 per
cento.
Ma il dato da sottolineare è proprio l’exploit del Partito
destouriano libero che, secondo lo stesso sondaggio, vincerebbe le
elezioni legislative con il 29 per cento dei voti. Un sostegno crescente
che ha un significato politico importante: i destouriani sono infatti i
“benalisti”, ovvero coloro che non nascondono affatto nostalgie per il
regime di Ben Ali. Un regime che è stato abbattuto con le
proteste del 2011 che hanno dato l’inizio alle “rivolte” nel mondo
arabo. Un dato che è ancora più inquietante se si pensa che l’esperienza
tunisina, rispetto a quella degli altri paesi arabi interessati dalle
cosiddette “primavere arabe”, è stata l’unica “successo”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/07/2020
15/10/2019
Tunisia - Eletto presidente Kais Saied
di Pino Dragoni
Kais Saied è il nuovo presidente della Tunisia. Domenica sera migliaia di persone si sono radunate in Avenue Bourghiba nel centro della capitale per celebrare una vittoria decisamente fuori dagli schemi. Con oltre il 70% dei voti il giurista 61enne ha travolto al ballottaggio lo sfidante, il magnate Nabil Karoui, in un’elezione che ha avuto il tasso di affluenza più alto della storia tunisina. Tra i canti della piazza in festa risuonavano anche slogan per la liberazione della Palestina e contro il dittatore egiziano al-Sisi.
È stata una campagna elettorale anomala questa per le presidenziali tunisine, con un primo turno che ha visto il tracollo di tutti i candidati dei maggiori partiti che hanno guidato la transizione post-2011. Il voto secondo molti è stato un’espressione radicale del “degagisme” delle masse tunisine contro le élite politiche incapaci di dare risposte al malessere sociale, ma soprattutto di incarnare una prospettiva di cambiamento dopo anni di aspettative disattese (“Degage”, “vattene”, era stato il grido con cui la rivoluzione aveva cacciato Ben Ali). Un voto anti-sistema, che si è manifestato anche nelle elezioni legislative della scorsa settimana, ridisegnando il panorama politico tunisino. Se gli islamisti di Ennahda hanno raggiunto la maggioranza relativa in parlamento, il loro consenso si è però fortemente ridimensionato, mentre i partiti laici e modernisti sono ridotti al lumicino (in parte rimpiazzati dal partito di Karoui, Qalb Tounes), e la sinistra risulta non pervenuta. Uno scenario estremamente frammentato in cui sarà difficile trovare le geometrie per fare una maggioranza di governo.
E così la sfida per il ballottaggio è toccata a due “outsider”. Il miliardario Nabil Karoui, arrivato secondo al primo turno, in realtà pur presentandosi come un volto nuovo non è estraneo alle élite economiche e politiche del paese, ma ha tentato con successo di prenderne le distanze e soprattutto di catturarne il bacino elettorale. Da molti indicato come un Berlusconi tunisino, arrestato per riciclaggio ed evasione pochi giorni prima dell’inizio campagna elettorale (arresto da lui denunciato come “politico”), è stato liberato appena in tempo per partecipare venerdì sera all’ultimo dibattito elettorale prima del ballottaggio. La sua campagna è stata sostenuta dal canale televisivo di sua proprietà Nessma TV e dal welfare diffuso della sua organizzazione caritatevole con cui si è insinuato tra gli strati di popolazione più poveri per un po’ di beneficenza a favore di telecamere. Decisamente liberista in economia, ha fatto della lotta alla povertà una sua bandiera.
Al polo opposto Kais Saied, lo schivo e austero costituzionalista che ha condotto una campagna elettorale lontana dai riflettori, rifuggendo le TV e la stampa, senza finanziamenti, senza manifesti e senza grandi comizi. Inizialmente sottovalutato, Saied ha voluto contare soltanto sulle piccole donazioni dei suoi sostenitori e sul team di giovani che si è organizzato per spingere la sua campagna, fatta soprattutto nei caffè e nelle strade. Il costituzionalista, da molti considerato un ultra-conservatore per alcune sue posizioni su omosessualità, pena di morte, e uguaglianza di genere, nel suo discorso ha messo da parte le questioni identitarie e i dibattiti su laicità e religione, secondo lui imposti dall’esterno e funzionali soltanto a dividere la popolazione. Il fulcro della sua campagna è stato il suo progetto radicale di democrazia su base locale con cui vorrebbe scardinare il centralismo dello stato tunisino.
Saied, superando forse anche le sue stesse aspettative, è diventato interprete di quell’ansia di cambiamento protagonista della rivoluzione del 2011 ma poi frustrata negli anni successivi dagli attori politici al potere. Ne è una testimonianza la mappa geografica e sociale del consenso che lo ha consacrato presidente. Secondo le prime analisi del voto diffuse dall’istituto di sondaggi Emrhod, Kais ha letteralmente sfondato (spesso con oltre il 90% delle preferenze) in aree marginalizzate come Médenine, Tataouine, Kébili, così come nel distretto industriale di Gabès, negli ultimi anni focolai di conflitto sociale. Ugualmente Saied ha travolto il suo avversario tra i giovani, raccogliendo il 90% dei voti degli elettori dal 18 e 25 anni e l’83% di quelli tra i 26 e i 44. Un terzo di quelli che hanno votato per lui domenica non aveva partecipato alle legislative di una settimana prima. Karoui non sfonda neppure tra le donne, mentre l’unica fascia di età tra cui raccoglie più del 50% dei voti è quella al di sopra dei 60 anni.
“Molti di quelli che hanno votato Saied e che erano in piazza ieri a festeggiare sono persone non affiliate o non rappresentate da nessuna fazione politica”, ci dice Emna Mornagui, militante eco-femminista tunisina attiva nei movimenti sociali del paese. “Karoui rappresenta tutti i mali del vecchio sistema. Ieri la gente ha detto no a tutto quel sistema”. E continua: “Saied ha sempre sostenuto le rivendicazioni dei movimenti di protesta delle province, contro la corruzione, per i martiri della rivoluzione. All’inizio lo consideravo una sorta di populista, ma ora ho capito che quello che dice è rivoluzionario. Kais Saied mette in discussione il funzionamento stesso della democrazia in Tunisia, e propone un modello alternativo”.
Non tutto l’impianto del suo progetto è convincente. Ad esempio mancano nei suoi programmi orientamenti chiari sulle questioni di genere (le donne sono state scarsamente rappresentate nella sua campagna), alle libertà civili, alle problematiche ambientali ed economiche, fa notare l’attivista. “La sua idea consiste nel sostenere che il popolo sa cosa vuole e che bisogna soltanto dotarlo degli strumenti per decidere. Ma senza un’idea di società molto dipenderà da chi orienterà il dibattito pubblico sui valori”, e quindi quello che il popolo vorrà realizzare con gli strumenti della democrazia. Ad ogni modo, continua, “è una persona che posso combattere politicamente, perché rispetta lo stato di diritto, non è un dittatore”. Infine, l’attivista non nasconde una certa euforia per il risultato di ieri: “È la prima volta che le persone hanno realmente fiducia in qualcuno”.
Anche se Saied (definito sulla stampa europea e anche italiana “il candidato della destra” o “salafita”) raccoglie una buona parte del voto per Ennahda, ormai “la frattura ‘islamisti/modernisti’ non struttura più tanto il dibattito”, come ha scritto il giornalista Thierry Bressillon su OrientXXI parlando di una “distruzione creatrice del paesaggio politico tunisino” a proposito delle ultime tornate elettorali. E spiega: “lo spauracchio dell’islamismo non paga più”, con Ennahda ormai da molti considerata alla pari degli altri parte integrante del sistema di cui un tempo rappresentava la nemesi.
Chi volesse rintracciare le tradizionali categorie politiche e usarne le lenti per interpretare lo scenario politico tunisino oggi rischia di perdere di vista una parte importante della sostanza dei processi in atto.
Fonte
Kais Saied è il nuovo presidente della Tunisia. Domenica sera migliaia di persone si sono radunate in Avenue Bourghiba nel centro della capitale per celebrare una vittoria decisamente fuori dagli schemi. Con oltre il 70% dei voti il giurista 61enne ha travolto al ballottaggio lo sfidante, il magnate Nabil Karoui, in un’elezione che ha avuto il tasso di affluenza più alto della storia tunisina. Tra i canti della piazza in festa risuonavano anche slogan per la liberazione della Palestina e contro il dittatore egiziano al-Sisi.
È stata una campagna elettorale anomala questa per le presidenziali tunisine, con un primo turno che ha visto il tracollo di tutti i candidati dei maggiori partiti che hanno guidato la transizione post-2011. Il voto secondo molti è stato un’espressione radicale del “degagisme” delle masse tunisine contro le élite politiche incapaci di dare risposte al malessere sociale, ma soprattutto di incarnare una prospettiva di cambiamento dopo anni di aspettative disattese (“Degage”, “vattene”, era stato il grido con cui la rivoluzione aveva cacciato Ben Ali). Un voto anti-sistema, che si è manifestato anche nelle elezioni legislative della scorsa settimana, ridisegnando il panorama politico tunisino. Se gli islamisti di Ennahda hanno raggiunto la maggioranza relativa in parlamento, il loro consenso si è però fortemente ridimensionato, mentre i partiti laici e modernisti sono ridotti al lumicino (in parte rimpiazzati dal partito di Karoui, Qalb Tounes), e la sinistra risulta non pervenuta. Uno scenario estremamente frammentato in cui sarà difficile trovare le geometrie per fare una maggioranza di governo.
E così la sfida per il ballottaggio è toccata a due “outsider”. Il miliardario Nabil Karoui, arrivato secondo al primo turno, in realtà pur presentandosi come un volto nuovo non è estraneo alle élite economiche e politiche del paese, ma ha tentato con successo di prenderne le distanze e soprattutto di catturarne il bacino elettorale. Da molti indicato come un Berlusconi tunisino, arrestato per riciclaggio ed evasione pochi giorni prima dell’inizio campagna elettorale (arresto da lui denunciato come “politico”), è stato liberato appena in tempo per partecipare venerdì sera all’ultimo dibattito elettorale prima del ballottaggio. La sua campagna è stata sostenuta dal canale televisivo di sua proprietà Nessma TV e dal welfare diffuso della sua organizzazione caritatevole con cui si è insinuato tra gli strati di popolazione più poveri per un po’ di beneficenza a favore di telecamere. Decisamente liberista in economia, ha fatto della lotta alla povertà una sua bandiera.
Al polo opposto Kais Saied, lo schivo e austero costituzionalista che ha condotto una campagna elettorale lontana dai riflettori, rifuggendo le TV e la stampa, senza finanziamenti, senza manifesti e senza grandi comizi. Inizialmente sottovalutato, Saied ha voluto contare soltanto sulle piccole donazioni dei suoi sostenitori e sul team di giovani che si è organizzato per spingere la sua campagna, fatta soprattutto nei caffè e nelle strade. Il costituzionalista, da molti considerato un ultra-conservatore per alcune sue posizioni su omosessualità, pena di morte, e uguaglianza di genere, nel suo discorso ha messo da parte le questioni identitarie e i dibattiti su laicità e religione, secondo lui imposti dall’esterno e funzionali soltanto a dividere la popolazione. Il fulcro della sua campagna è stato il suo progetto radicale di democrazia su base locale con cui vorrebbe scardinare il centralismo dello stato tunisino.
Saied, superando forse anche le sue stesse aspettative, è diventato interprete di quell’ansia di cambiamento protagonista della rivoluzione del 2011 ma poi frustrata negli anni successivi dagli attori politici al potere. Ne è una testimonianza la mappa geografica e sociale del consenso che lo ha consacrato presidente. Secondo le prime analisi del voto diffuse dall’istituto di sondaggi Emrhod, Kais ha letteralmente sfondato (spesso con oltre il 90% delle preferenze) in aree marginalizzate come Médenine, Tataouine, Kébili, così come nel distretto industriale di Gabès, negli ultimi anni focolai di conflitto sociale. Ugualmente Saied ha travolto il suo avversario tra i giovani, raccogliendo il 90% dei voti degli elettori dal 18 e 25 anni e l’83% di quelli tra i 26 e i 44. Un terzo di quelli che hanno votato per lui domenica non aveva partecipato alle legislative di una settimana prima. Karoui non sfonda neppure tra le donne, mentre l’unica fascia di età tra cui raccoglie più del 50% dei voti è quella al di sopra dei 60 anni.
“Molti di quelli che hanno votato Saied e che erano in piazza ieri a festeggiare sono persone non affiliate o non rappresentate da nessuna fazione politica”, ci dice Emna Mornagui, militante eco-femminista tunisina attiva nei movimenti sociali del paese. “Karoui rappresenta tutti i mali del vecchio sistema. Ieri la gente ha detto no a tutto quel sistema”. E continua: “Saied ha sempre sostenuto le rivendicazioni dei movimenti di protesta delle province, contro la corruzione, per i martiri della rivoluzione. All’inizio lo consideravo una sorta di populista, ma ora ho capito che quello che dice è rivoluzionario. Kais Saied mette in discussione il funzionamento stesso della democrazia in Tunisia, e propone un modello alternativo”.
Non tutto l’impianto del suo progetto è convincente. Ad esempio mancano nei suoi programmi orientamenti chiari sulle questioni di genere (le donne sono state scarsamente rappresentate nella sua campagna), alle libertà civili, alle problematiche ambientali ed economiche, fa notare l’attivista. “La sua idea consiste nel sostenere che il popolo sa cosa vuole e che bisogna soltanto dotarlo degli strumenti per decidere. Ma senza un’idea di società molto dipenderà da chi orienterà il dibattito pubblico sui valori”, e quindi quello che il popolo vorrà realizzare con gli strumenti della democrazia. Ad ogni modo, continua, “è una persona che posso combattere politicamente, perché rispetta lo stato di diritto, non è un dittatore”. Infine, l’attivista non nasconde una certa euforia per il risultato di ieri: “È la prima volta che le persone hanno realmente fiducia in qualcuno”.
Anche se Saied (definito sulla stampa europea e anche italiana “il candidato della destra” o “salafita”) raccoglie una buona parte del voto per Ennahda, ormai “la frattura ‘islamisti/modernisti’ non struttura più tanto il dibattito”, come ha scritto il giornalista Thierry Bressillon su OrientXXI parlando di una “distruzione creatrice del paesaggio politico tunisino” a proposito delle ultime tornate elettorali. E spiega: “lo spauracchio dell’islamismo non paga più”, con Ennahda ormai da molti considerata alla pari degli altri parte integrante del sistema di cui un tempo rappresentava la nemesi.
Chi volesse rintracciare le tradizionali categorie politiche e usarne le lenti per interpretare lo scenario politico tunisino oggi rischia di perdere di vista una parte importante della sostanza dei processi in atto.
Fonte
18/09/2019
Tunisia - Al ballottaggio il conservatore Saied ed il populista Karoui
“Abbiamo vissuto una giornata storica, per quanto riguarda la conferma della democrazia nel nostro paese”. Nabil Baffoun, presidente dell’Alta autorità indipendente per le elezioni (Isie) ha commentato in questa maniera il voto per il primo turno delle presidenziali di domenica, comunicando, tuttavia, un calo del tasso di partecipazione popolare dal 64% del 2014 al 45%. Al di là delle votazioni che si sono svolte in assoluta regolarità, il dato più significativo è la forte astensione da parte dei giovani tunisini.
In attesa dello scrutinio definitivo previsto oggi, in ritardo a causa dei tunisini che hanno votato all’estero, queste presidenziali confermano la loro “imprevedibilità” e la loro discontinuità rispetto alle principali formazioni politiche del paese. I due principali partiti del paese, Nidaa Tounes del defunto presidente Beji Caid Essebsi e il partito islamista Ennahdha non vedranno i loro candidati al ballottaggio previsto per metà ottobre.
Segno che la maggior parte dei tunisini ha voluto mandare un messaggio di protesta nei confronti dell’attuale classe dirigente, accusata di aver mantenuto il paese nelle stesse difficili condizioni economiche e sociali (disoccupazione, economia in stallo, degrado delle zone interne e corruzione) che avevano portato alla rivoluzione dei gelsomini nel 2011).
In base agli scrutini – quasi definitivi – ed ai sondaggi, pubblicati domenica sera ad urne chiuse dall’Istituto Sigma Conseil, ci saranno, al contrario, il candidato indipendente, Kais Saied, con il 18,8% davanti al controverso presidente del partito Qalb Tounes, incarcerato per frode fiscale e riciclaggio di denaro, Nabil Karoui con il 15,4%.
Kais Saied, candidato indipendente e vice-presidente dell’Associazione Tunisina di Diritto Costituzionale, ha costruito il proprio successo elettorale come “indipendente e anti-sistema”, incentrando il proprio programma su un progetto di riforma del paese per dare più peso politico a livello locale. La sua integrità morale – viene soprannominato Robocop – e le sue posizioni conservatrici gli sono valse le simpatie di gran parte dell’elettorato islamista, disilluso dal “cattivo governo” in questi anni di Ennahdha, per quanto riguarda le sue posizioni contro l’omosessualità, la parità di genere ed a favore della pena di morte.
Grande euforia dal quartier generale del partito Qalb Tounes, di Nabil Karoui il “Berlusconi tunisino”. Sua moglie, Salwa Smaoui, ha letto un messaggio del marito imprigionato dichiarando che «questo voto esprime il desiderio di cambiamento desiderato dalla gente».
«Il comitato di difesa di Nabil Karoui, sta valutando possibili rimedi legali per la liberazione del candidato incarcerato ed in sciopero della fame» ha affermato Salwa «sono comunque sicura che la giustizia ed il popolo libereranno Nabil».
Saltano, e questa è la vera sorpresa, i candidati più accreditati al passaggio al secondo turno. Se le speranze del premier Youssef Chahed restano tali, al 7,5%, sorprende il mancato passaggio sia di Abdelfattah Mourou, candidato del partito islamista Ennahdha, con il 13% che dell’ex ministro della difesa, considerato l’erede del compianto presidente Essebsi, Abdelkarim Zbidi con il 9,8%.
Molte speranze del campo laico, infatti, puntavano su una conferma di Zbidi, soprattutto dopo l’endorsement di alcuni candidati di peso – come l’ex presidente Moncef Marzouki e Slim Rihahi – poche ore prima del voto, proprio in un’ottica di continuità con l’azione riformatrice in materia di diritti umani portata avanti da Essebsi.
Il partito Ennahdha, al contrario, non sembra accettare la sconfitta ed ha tenuto una conferenza stampa domenica sera dopo la chiusura delle urne e la pubblicazione dei primi exit poll. «Abbiamo visto i risultati dei primi conteggi nei seggi elettorali e sono totalmente contrari a quelli diffusi dagli istituti di sondaggio» ha detto il responsabile della campagna elettorale di Mourou, Samir Dilou «non vogliamo presentare cifre di cui nessuno è sicuro, ma secondo noi Mourou è arrivato secondo e restiamo in attesa dei risultati definitivi dell’Isie, l’unica autorità garante di queste elezioni».
«Ci stiamo giocando il nostro futuro in queste presidenziali» afferma lo storico Baccar Ghedir su Jeune Afrique «bisognerà vedere se nel secondo turno emergeranno dei contenuti concreti, al di là di un candidato populista sponsorizzato dai propri media come Karoui o di uno conservatore come Saied che incarna la volontà di rottura con l’attuale sistema corrotto».
Fonte
In attesa dello scrutinio definitivo previsto oggi, in ritardo a causa dei tunisini che hanno votato all’estero, queste presidenziali confermano la loro “imprevedibilità” e la loro discontinuità rispetto alle principali formazioni politiche del paese. I due principali partiti del paese, Nidaa Tounes del defunto presidente Beji Caid Essebsi e il partito islamista Ennahdha non vedranno i loro candidati al ballottaggio previsto per metà ottobre.
Segno che la maggior parte dei tunisini ha voluto mandare un messaggio di protesta nei confronti dell’attuale classe dirigente, accusata di aver mantenuto il paese nelle stesse difficili condizioni economiche e sociali (disoccupazione, economia in stallo, degrado delle zone interne e corruzione) che avevano portato alla rivoluzione dei gelsomini nel 2011).
In base agli scrutini – quasi definitivi – ed ai sondaggi, pubblicati domenica sera ad urne chiuse dall’Istituto Sigma Conseil, ci saranno, al contrario, il candidato indipendente, Kais Saied, con il 18,8% davanti al controverso presidente del partito Qalb Tounes, incarcerato per frode fiscale e riciclaggio di denaro, Nabil Karoui con il 15,4%.
Kais Saied, candidato indipendente e vice-presidente dell’Associazione Tunisina di Diritto Costituzionale, ha costruito il proprio successo elettorale come “indipendente e anti-sistema”, incentrando il proprio programma su un progetto di riforma del paese per dare più peso politico a livello locale. La sua integrità morale – viene soprannominato Robocop – e le sue posizioni conservatrici gli sono valse le simpatie di gran parte dell’elettorato islamista, disilluso dal “cattivo governo” in questi anni di Ennahdha, per quanto riguarda le sue posizioni contro l’omosessualità, la parità di genere ed a favore della pena di morte.
Grande euforia dal quartier generale del partito Qalb Tounes, di Nabil Karoui il “Berlusconi tunisino”. Sua moglie, Salwa Smaoui, ha letto un messaggio del marito imprigionato dichiarando che «questo voto esprime il desiderio di cambiamento desiderato dalla gente».
«Il comitato di difesa di Nabil Karoui, sta valutando possibili rimedi legali per la liberazione del candidato incarcerato ed in sciopero della fame» ha affermato Salwa «sono comunque sicura che la giustizia ed il popolo libereranno Nabil».
Saltano, e questa è la vera sorpresa, i candidati più accreditati al passaggio al secondo turno. Se le speranze del premier Youssef Chahed restano tali, al 7,5%, sorprende il mancato passaggio sia di Abdelfattah Mourou, candidato del partito islamista Ennahdha, con il 13% che dell’ex ministro della difesa, considerato l’erede del compianto presidente Essebsi, Abdelkarim Zbidi con il 9,8%.
Molte speranze del campo laico, infatti, puntavano su una conferma di Zbidi, soprattutto dopo l’endorsement di alcuni candidati di peso – come l’ex presidente Moncef Marzouki e Slim Rihahi – poche ore prima del voto, proprio in un’ottica di continuità con l’azione riformatrice in materia di diritti umani portata avanti da Essebsi.
Il partito Ennahdha, al contrario, non sembra accettare la sconfitta ed ha tenuto una conferenza stampa domenica sera dopo la chiusura delle urne e la pubblicazione dei primi exit poll. «Abbiamo visto i risultati dei primi conteggi nei seggi elettorali e sono totalmente contrari a quelli diffusi dagli istituti di sondaggio» ha detto il responsabile della campagna elettorale di Mourou, Samir Dilou «non vogliamo presentare cifre di cui nessuno è sicuro, ma secondo noi Mourou è arrivato secondo e restiamo in attesa dei risultati definitivi dell’Isie, l’unica autorità garante di queste elezioni».
«Ci stiamo giocando il nostro futuro in queste presidenziali» afferma lo storico Baccar Ghedir su Jeune Afrique «bisognerà vedere se nel secondo turno emergeranno dei contenuti concreti, al di là di un candidato populista sponsorizzato dai propri media come Karoui o di uno conservatore come Saied che incarna la volontà di rottura con l’attuale sistema corrotto».
Fonte
13/09/2019
Tunisia - Elezioni tra personalismi e imprevedibilità
A tre giorni dalle presidenziali tunisine, uno dei favoriti entra in sciopero della fame. L’imprenditore Nabil Karoui, proprietario della tv privata Nessma, è in carcere da tre settimane con l’accusa di evasione fiscale e riciclaggio di denaro. Dalla sua cella rende noto – tramite il suo legale – l’inizio della protesta contro quella che definisce una detenzione politica e, più nella pratica, per vedersi garantire il diritto di votare.
Ufficialmente resta in corsa per la carica di presidente (la sua candidatura era stata confermata dopo l’arresto dalla commissione elettorale) e rimane il principale sfidante dell’attuale primo ministro Youssef Chahed. Di candidati passati dalla scrematura iniziale della commissione ce ne sono 26, tra cui due donne. Sette milioni gli aventi diritto al voto in una tornata elettorale obbligatoriamente anticipata (si doveva votare a novembre) dalla morte del presidente Essebsi il 25 luglio scorso.
Domenica il primo turno e nel caso nessuno dei candidati si aggiudichi subito la maggioranza assoluta si andrà al ballottaggio a inizio novembre. In mezzo, il voto per il rinnovo del parlamento a ottobre.
Una tornata elettorale centrale per il paese, “sopravvissuto” alle primavere arabe presentandosi come modello opposto alla restaurazione feroce egiziana. Ma un paese che, pur sulla via della democratizzazione reale, sconta una crisi economica che di fatto mantiene vive e radicate diseguaglianze sociali amare, che si traducono nella costante emigrazione dei giovani, nel facile reclutamento dei più disperati tra le fila di movimenti jihadisti e in uno strutturato gap tra città e zone rurali in termini di servizi, ricchezza, infrastrutture e occupazione.
Eppure di tutto questo nei programmi elettorali dei candidati c’è poco: seppure il presidente della Tunisia abbia poteri limitati dalla Costituzione (con un mandato riguardante per lo più sicurezza nazionale, difesa e affari esteri), il voto si è presto delineato come uno scontro tra personalità – e di conseguenza interessi particolari – piuttosto che in un confronto di un’idea di futuro. In prima fila i due “giganti” in termini di bacino di voti.
Da una parte il premier in carica Chahed, ex Nidaa Tounes (il partito laico di Essebsi), fuoriuscito per fondare un partito proprio dopo essersi pericolosamente avvicinato all’islamista moderato Ennadha, l’altro partito di governo insieme Nidaa Tounes. Dall’altra Karoui, il “Berlusconi tunisino”, com’è stato presto ribattezzato: magnate delle telecomunicazioni, usa Nessma Tv per promuovere la sua attività di beneficenza portata avanti con l’associazione caritatevole Khalil Tounes, più che utile a raccattare voti qua e là tra le classi meno abbienti.
Accanto a loro il resto della lunga lista di candidati: dal ministro della Difesa “essebsiano” Abdelkarim Zbidi all’uomo di Ennadha, il suo vicepresidente Abdelfattah Mourou; dagli ex primi ministri Mehdi Jomaa e Hamadi Jebali al più noto Moncef Marzouki, che ci riprova dopo aver occupato la presidenza nel pre-Essebsi, nei fatidici anni di transizione post-rivoluzionaria, dalla cacciata di Ben Ali al 2014. Due le donne, una presenza che è comunque indice del crescente ruolo femminile nei vertici politici: Selma Elloumi, ex ministra del turismo, e Abir Moussi, ex vice segretaria del partito di Ben Ali, il Democratic Constitutional Rally, e dunque presto indicata come una figura del vecchio establishment e della sua rete clientelare e poco trasparente.
E se in queste settimane al centro del dibattito è finito il sistema politico tunisino (tra chi chiede più poteri alla presidenza definendo l’attuale sistema un ibrido senza senso e chi invece ci vede un buon bilanciamento dei poteri), sono assenti i temi più stringenti, quelli economici e sociali in primis, con Tunisi piegata alle indicazioni del Fondo monetario internazionale, alta disoccupazione e peggioramento della qualità della vita. Tanto assenti da rendere davvero imprevedibile il risultato: se è vero che Karoui e Chahed sono in testa nei sondaggi, rimangono spazi bui dettati anche dall’estrema vicinanza della successiva tornata elettorale, stavolta parlamentare che in origine avrebbe dovuto tenersi prima di quella presidenziale. Un elemento non da poco perché ha costretto i partiti a rivedere priorità, linguaggio ed exit strategy, privandoli di un test fondamentale che era quello della composizione del parlamento.
Se ne saprà di più domenica. Di certo viene meno quel bipolarismo che aveva caratterizzato i primi anni dopo la deposizione di Ben Ali, con un centro islamista (Ennadha) e un blocco laico e modernista (Nidaa Tounes), a rappresentare due importanti colonne dell’identità tunisina. Stavolta si cambia: con la sinistra frammentata e divisa e assolutamente poco influente, con il blocco laico spaccato in due e con Ennadha rincorsa da un islamismo meno moderato, tutto è possibile.
Fonte
16/01/2018
La Tunisia dei ‘benalisti’
In lingua coloniale, il francese che nel Maghreb è parlato come l’arabo, son definiti “Ercidisti”. Da RCD, Rassemblement Costitutionel Démocratique, il vecchio partito di Abidine Ben Ali. Il patrigno della Tunisia che, con l’aiuto dell’altra sponda del Mediterraneo, sotterrò politicamente Bourguiba, elevando se stesso al potere. L’altra sponda eravamo noi, l’Italia craxiana e andreottiana attiva, nel 1987, a predisporre quello che fu definito il ‘golpe morbido’. Il colpo doveva garantire una svolta democratica (si perdoni la contraddizione in termini) in una Tunisia che rischiava di diventare terreno di coltura per l’Islam politico. In realtà a Roma interessavano gli affari petroliferi dell’Eni, quelli d’industrie tessili, e non solo, che delocalizzavano avvantaggiandosi di manodopera a prezzi stracciati. A essere garantito non fu lo sviluppo della nazione e della sua popolazione, ma l'interesse del neo presidente tunisino, del cospicuo clan familiare acquisito con la seconda moglie, Leila Trabelsi, con l'aggiunta della casta dei faccendieri personali e di Stato. Tutto ciò era chiaro anche nel ventennio che precedette la grande ribellione popolare del 2011, quando il referente di sponda di Ben Ali, Bettino Craxi, caduto in disgrazia per Tangentopoli, aveva trovato riparo come latitante di lusso nella tenuta personale di Hammamet. Fra il regime affamatore di Ben Ali e l’attuale politica laica che s’oppone agli ingombranti e contraddittori passi compiuti nel 2012 dall’Islam politico, incarnato da Ennahda e dai furori jihadisti, c’è l’immagine di Béji Caïd Essebsi, politico vecchio per mentalità ed età anagrafica (oggi 91 anni, 85 all’epoca della creazione del suo partito liberista Nidaa Tounés).
Un classico esempio di quegli uomini per tutte le stagioni che si son visti nell’Egitto pre golpe Sisi (Suleimann, ElBaradei) o l’attuale Al Serraj libico. Finti traghettatori che non conducono verso nessuna soluzione, se non quella dettata dai poteri sovranazionali che in Occidente si chiamano Fondo Monetario Internazionale e Nato. Perciò indigna ma non stupisce che la coppia Ben Ali-Trabelsi, vissuta per ventitre anni ad arricchirsi in casa propria, sia dal 2011 a Gedda, a godersi i beni sottratti alla nazione, al riparo da ogni sentenza per corruzione e frode, appropriazione di capitali, addirittura detenzione di reperti archeologici. Tutti reati addebitatigli. Al seguito dei genitori ci sono i figli Halima e Mohamed; mentre Nersrine Ben Ali e il marito affarista Sakher El Materi, entrambi condannati in contumacia per frode, corruzione, acquisto illecito di terreni, sono riparati prima in Qatar quindi alle Seychelles. In Canada è finito il capo della famiglia Trabelsi, Belhassen, fratello di Leila. Moglie e figli hanno ottenuto lo status di rifugiati, perché considerati soggetti vulnerabili, lui no. Solo ultimamente i parenti hanno avuto un blocco dei propri fondi finanziari, probabilmente a seguito di un intervento del governo tunisino che si presentava come parte lesa. Per quello che s’intravede nel panorama politico attuale non è detto che il governo continuerà a sostenerlo. Ma non sono questi citati gli unici seguaci del dittatore. Uno degli aspetti denunciati dall’opposizione, oltre ai rincari generalizzati che infiammano da dieci giorni le strade del Paese, è la presenza di numerosi politici “benalisti” riciclati da e con Essebsi. Il premier Chahed che, nello scorso settembre, assumendo l’incarico annunciava un intervento per combattere terrorismo e corruzione, e incrementare crescita economica ed eguaglianza sociale, non solo ha stentato nell’avviare il programma.
Chahed su pressione del presidente ha affidato ministeri chiave (difesa, esteri, finanze, educazione) a personaggi screditati per la passata vicinanza alla gestione di Ben Ali. Ora che la crisi brucia sulla pelle degli strati più disagiati, ma disagiata è anche la metà della popolazione giovanile di ogni ceto che non trova lavoro, quest’apertura delle Istituzioni ai volponi della politica urta ancor più il sentimento dell’attivismo più cosciente. Il tema era già stato affrontato mesi addietro dai minoritari gruppi di sinistra, eppure numerosi analisti gettavano acqua sul fuoco sostenendo che diversi dei nomi contestati erano ‘tecnici’ più che ‘politici benalisti’, e venivano scelti perché, dal momento delle grandi contestazioni in poi non era sorta una nuova classe dirigente competente, che peraltro non si forma in un quinquennio. Però, d’altro canto, proprio situazioni come l’attuale non permettono, o volutamente non sono intenzionate, a svezzare figure competenti che possano comunque essere messe nelle condizioni di predisporre un’alternativa di salvaguardia della nazione e della sua gente. Secondo altri politologi, invece, l’essenza conservatrice di Ennahda e la finta svolta democratica di Nidaa Tounés mirano allo stesso obiettivo: evitare ogni rinnovamento. Come appare anche dall’attacco a “Verità e giustizia”, un’iniziativa istituita per verificare la violazione di diritti umani e crimini economici commessi fra il 1955 e il 2013. Essebsi sta cercando di eliminare da “Verità e giustizia” il reato di corruzione. E non sembra un caso.
Fonte
Un classico esempio di quegli uomini per tutte le stagioni che si son visti nell’Egitto pre golpe Sisi (Suleimann, ElBaradei) o l’attuale Al Serraj libico. Finti traghettatori che non conducono verso nessuna soluzione, se non quella dettata dai poteri sovranazionali che in Occidente si chiamano Fondo Monetario Internazionale e Nato. Perciò indigna ma non stupisce che la coppia Ben Ali-Trabelsi, vissuta per ventitre anni ad arricchirsi in casa propria, sia dal 2011 a Gedda, a godersi i beni sottratti alla nazione, al riparo da ogni sentenza per corruzione e frode, appropriazione di capitali, addirittura detenzione di reperti archeologici. Tutti reati addebitatigli. Al seguito dei genitori ci sono i figli Halima e Mohamed; mentre Nersrine Ben Ali e il marito affarista Sakher El Materi, entrambi condannati in contumacia per frode, corruzione, acquisto illecito di terreni, sono riparati prima in Qatar quindi alle Seychelles. In Canada è finito il capo della famiglia Trabelsi, Belhassen, fratello di Leila. Moglie e figli hanno ottenuto lo status di rifugiati, perché considerati soggetti vulnerabili, lui no. Solo ultimamente i parenti hanno avuto un blocco dei propri fondi finanziari, probabilmente a seguito di un intervento del governo tunisino che si presentava come parte lesa. Per quello che s’intravede nel panorama politico attuale non è detto che il governo continuerà a sostenerlo. Ma non sono questi citati gli unici seguaci del dittatore. Uno degli aspetti denunciati dall’opposizione, oltre ai rincari generalizzati che infiammano da dieci giorni le strade del Paese, è la presenza di numerosi politici “benalisti” riciclati da e con Essebsi. Il premier Chahed che, nello scorso settembre, assumendo l’incarico annunciava un intervento per combattere terrorismo e corruzione, e incrementare crescita economica ed eguaglianza sociale, non solo ha stentato nell’avviare il programma.
Chahed su pressione del presidente ha affidato ministeri chiave (difesa, esteri, finanze, educazione) a personaggi screditati per la passata vicinanza alla gestione di Ben Ali. Ora che la crisi brucia sulla pelle degli strati più disagiati, ma disagiata è anche la metà della popolazione giovanile di ogni ceto che non trova lavoro, quest’apertura delle Istituzioni ai volponi della politica urta ancor più il sentimento dell’attivismo più cosciente. Il tema era già stato affrontato mesi addietro dai minoritari gruppi di sinistra, eppure numerosi analisti gettavano acqua sul fuoco sostenendo che diversi dei nomi contestati erano ‘tecnici’ più che ‘politici benalisti’, e venivano scelti perché, dal momento delle grandi contestazioni in poi non era sorta una nuova classe dirigente competente, che peraltro non si forma in un quinquennio. Però, d’altro canto, proprio situazioni come l’attuale non permettono, o volutamente non sono intenzionate, a svezzare figure competenti che possano comunque essere messe nelle condizioni di predisporre un’alternativa di salvaguardia della nazione e della sua gente. Secondo altri politologi, invece, l’essenza conservatrice di Ennahda e la finta svolta democratica di Nidaa Tounés mirano allo stesso obiettivo: evitare ogni rinnovamento. Come appare anche dall’attacco a “Verità e giustizia”, un’iniziativa istituita per verificare la violazione di diritti umani e crimini economici commessi fra il 1955 e il 2013. Essebsi sta cercando di eliminare da “Verità e giustizia” il reato di corruzione. E non sembra un caso.
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22/10/2016
Ghannoūshī: “Le dittature sono una malattia da cui l’Islam deve liberarsi”
Combattere il terrorismo con la democrazia - In Italia per incontri ufficiali - ieri ospite alla Farnesina, poi relatore in una conferenza al Senato, oggi con un intervento in un hotel romano - Rachid Ghannoūshī conserva una vitalità che supera età e traversie di vita. La Tunisia che ha amato e servito tanto da patire carcere ed esilio, è pur fra cento contraddizioni una realtà in cui crede, come nell’Islam moderato del partito Ennahda. A quasi sei anni dal vento della rivoluzione dei gelsomini, il suo è l’unico fra i Paesi delle ‘Primavere arabe’ a tenere accesa una luce di trasformazione riformatrice della società. Lontano da fratricide guerre civili e sanguinose repressioni. “La dittatura non è nel destino d’un Paese islamico. E’ una malattia da cui occorre liberarsi, noi l’abbiamo fatto con la rivolta di popolo e continuiamo a farlo costruendo uno stato democratico e pluralista col contributo di partiti di sinistra, liberali, islamici”. Esordisce così l’uomo che in gioventù fu affascinato dal panarabismo nasseriano, ebbe contatti col socialismo ba’thista, con la Fratellanza Musulmana, e studiando teologia s’avvicinò anche alle teorie del pakistano al-Maududi e per questo viene ancor’oggi tacciato di fondamentalismo totalizzante. Però le sue parole affermano altro. “Con nazioni come l’Italia abbiamo un nemico comune: il terrorismo. Dobbiamo combatterlo. Abbiamo anche elementi negativi da debellare quali la migrazione clandestina, causata dalla crisi economica, non possiamo permettere che questa faccia da serbatoio per il reclutamento fondamentalista”.
Equità sociale contro l’illegalità - Le statistiche delle Intelligence indicano come una grossa fetta di jihadisti stranieri provenga proprio da nazioni impegnate nella svolta democratica come Tunisia e Marocco. “Purtroppo - prosegue Ghannoūshī - la mancanza di equità sociale e la carenza di sviluppo sociale costituiscono un serbatoio da cui si reclutano persone per ogni attività, anche illegale. Libertà, cultura, iniziative sociali ed economiche possono essere l’antibiotico contro il terrorismo. Come pure il pluralismo politico che spinge i cittadini alla partecipazione mentre il fondamentalismo semina paura, praticando la cooptazione tramite la propaganda o l’imposizione. E’ un progetto rivolto in primo luogo contro l’Islam democratico con l’obiettivo di emarginarlo. Il nostro modello che non ha nulla a che vedere col fondamentalismo, si basa sulla dignità e la convivenza, come insegna la storia dell’Islam. Ennahda negli ultimi anni, anche per merito della rivoluzione tunisina, ha conosciuto considerevoli cambiamenti, riscontrabili nella realtà socio-politica del nostro Paese. La democrazia tunisina con la propria scommessa di riformarsi sta resistendo grazie al contributo di tre soggetti: società civile, esercito, movimento islamico. Ciascuno di essi ha praticato una rinuncia, il movimento islamico ha scelto di essere un partito democratico e sta dedicando la sua opera al rafforzamento della nazione, per attuare una democrazia di tutti, non una supremazia di parte. Pur se in un primo periodo le urne ci avevano premiato, non ci siamo arroccati su un potere di gruppo, ci siamo rimessi in gioco. Per ricostruire lo spirito nazionale non basta neppure il 51% del consenso, serve una maggioranza amplissima di almeno due terzi della popolazione”.
Costruire il consenso col pluralismo - “La Tunisia deve raccogliere e superare queste sfide tramite tutte le componenti politiche, deve produrre ricchezza e redistribuirla fra la gente. Deve rafforzare la sicurezza da attacchi interni ed esterni, scongiurare frazionamenti come quello che si verifica in Libia, un vicino importante per noi e per chi vive sull’altra sponda del Mediterraneo come l’Italia sottoposta più di altri alle attività illecite della tratta dei migranti. Non nascondiamo che esistono correnti islamiche distruttive, l’Islam non ha un papa e non ha un’unica fonte interpretativa. Ci sono diverse letture, la nostra è volta a costruire una società fondata su democrazia e libertà”. A chi fa notare che altre versioni dell’Islam cosiddetto moderato, in Egitto e Turchia, non hanno cercato inclusioni, Ghannoūshī risponde: “Certe pratiche fanno perdere terreno all’Islam moderato, noi siamo diversi. Proprio perché l’Islam non è unico, la libertà di lettura sui testi sacri può produrre interpretazioni differenti, fino a forzature settarie, autoritarie o fondamentaliste. Il nostro partito ha scelto di discutere, confrontarsi, votare e decidere a maggioranza. Le risoluzioni sono rispettate da tutti. Altrettanto facciamo nelle Istituzioni statali. Purtroppo tutto ciò non viene ancora colto da certi politologi prigionieri di stereotipi sull’Islam”. A una domanda sui termini presenti nel suo discorso, sottolineato dai concetti di progresso e rivoluzione non da quello di rifondazione, l’anziano leader ribadisce: “L’Islam ha offerto due modelli di potere: quello di tipo faraonico, dispotico e alla fine fallimentare, e il modello adottato nell’antichità dalla regina di Saba. Quest’ultimo interloquisce col popolo e si regge sul consenso. Ennahda e l’Islam moderato percorrono questa strada”.
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Equità sociale contro l’illegalità - Le statistiche delle Intelligence indicano come una grossa fetta di jihadisti stranieri provenga proprio da nazioni impegnate nella svolta democratica come Tunisia e Marocco. “Purtroppo - prosegue Ghannoūshī - la mancanza di equità sociale e la carenza di sviluppo sociale costituiscono un serbatoio da cui si reclutano persone per ogni attività, anche illegale. Libertà, cultura, iniziative sociali ed economiche possono essere l’antibiotico contro il terrorismo. Come pure il pluralismo politico che spinge i cittadini alla partecipazione mentre il fondamentalismo semina paura, praticando la cooptazione tramite la propaganda o l’imposizione. E’ un progetto rivolto in primo luogo contro l’Islam democratico con l’obiettivo di emarginarlo. Il nostro modello che non ha nulla a che vedere col fondamentalismo, si basa sulla dignità e la convivenza, come insegna la storia dell’Islam. Ennahda negli ultimi anni, anche per merito della rivoluzione tunisina, ha conosciuto considerevoli cambiamenti, riscontrabili nella realtà socio-politica del nostro Paese. La democrazia tunisina con la propria scommessa di riformarsi sta resistendo grazie al contributo di tre soggetti: società civile, esercito, movimento islamico. Ciascuno di essi ha praticato una rinuncia, il movimento islamico ha scelto di essere un partito democratico e sta dedicando la sua opera al rafforzamento della nazione, per attuare una democrazia di tutti, non una supremazia di parte. Pur se in un primo periodo le urne ci avevano premiato, non ci siamo arroccati su un potere di gruppo, ci siamo rimessi in gioco. Per ricostruire lo spirito nazionale non basta neppure il 51% del consenso, serve una maggioranza amplissima di almeno due terzi della popolazione”.
Costruire il consenso col pluralismo - “La Tunisia deve raccogliere e superare queste sfide tramite tutte le componenti politiche, deve produrre ricchezza e redistribuirla fra la gente. Deve rafforzare la sicurezza da attacchi interni ed esterni, scongiurare frazionamenti come quello che si verifica in Libia, un vicino importante per noi e per chi vive sull’altra sponda del Mediterraneo come l’Italia sottoposta più di altri alle attività illecite della tratta dei migranti. Non nascondiamo che esistono correnti islamiche distruttive, l’Islam non ha un papa e non ha un’unica fonte interpretativa. Ci sono diverse letture, la nostra è volta a costruire una società fondata su democrazia e libertà”. A chi fa notare che altre versioni dell’Islam cosiddetto moderato, in Egitto e Turchia, non hanno cercato inclusioni, Ghannoūshī risponde: “Certe pratiche fanno perdere terreno all’Islam moderato, noi siamo diversi. Proprio perché l’Islam non è unico, la libertà di lettura sui testi sacri può produrre interpretazioni differenti, fino a forzature settarie, autoritarie o fondamentaliste. Il nostro partito ha scelto di discutere, confrontarsi, votare e decidere a maggioranza. Le risoluzioni sono rispettate da tutti. Altrettanto facciamo nelle Istituzioni statali. Purtroppo tutto ciò non viene ancora colto da certi politologi prigionieri di stereotipi sull’Islam”. A una domanda sui termini presenti nel suo discorso, sottolineato dai concetti di progresso e rivoluzione non da quello di rifondazione, l’anziano leader ribadisce: “L’Islam ha offerto due modelli di potere: quello di tipo faraonico, dispotico e alla fine fallimentare, e il modello adottato nell’antichità dalla regina di Saba. Quest’ultimo interloquisce col popolo e si regge sul consenso. Ennahda e l’Islam moderato percorrono questa strada”.
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