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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/05/2021

Appunti palestinesi

di Jack Orlando

1. Israele è uno Stato criminale. Fondato su basi teologiche e tenuto in piedi dal terrore, dal colonialismo e dalla segregazione. Ma questo è noto, sono note le violazioni dei diritti umani, le occupazioni illegali di terre e di case, gli arresti di bambini, le fucilate sui contadini e gli omicidi mirati all’estero. Come non è nuovo che il concetto di guerra sviluppato nelle stanze dell’esercito “di difesa” israeliano non presuppone il coinvolgimento di civili come perdite collaterali, bensì come obbiettivo esplicito per fiaccare, tramite paura e caos, la resistenza palestinese (ma possiamo immaginare che non si farebbe problemi a bombardare famiglie di innocenti anche all’estero).

Quando si guarda alla forma politica e militare sionista, si guarda all’avanguardia dell’Occidente, laboratorio di governo sociale securitario che combina produzione massiva di consenso con articolati dispositivi di contro-insorgenza e di mobilitazione militare talmente ampia da strabordare oltre ogni confine fino a non poter distinguere più ambito civile da ambito militare.

Bollarlo di nazismo o di barbarie fine a se stessa è solo fuorviante, poiché lo limita ad una situazione di eccezionalità apparentemente irriproducibile, oscurando invece il ruolo oltre che geopolitico, anche laboratoriale strategico: nella questione arabo-israeliana vengono messi a regime e verificati esperimenti di governo propri di un territorio in crisi permanente; che è proprio ciò che l’Occidente ha davanti a sé come prospettiva e da quel laboratorio trae (o meglio, compra) strumenti e lezioni per blindare la sua posizione. Quella che è stata definita più volte democrazia autoritaria ha frequentato parecchie lezioni in ebraico. La questione arabo-israeliana non è qualcosa di altro dall’Europa, è l’eccezione che può serenamente essere norma in un tempo venturo.

2. La violenza che si abbatte ciclicamente sul popolo palestinese non è solo dettata da inimicizia etno-religiosa, fa parte in maniera strutturale della nazione ebraica in quanto potenza di occupazione coloniale; l’intreccio di guerra, politica, nazionalismo e apartheid fa sì che il conflitto sia anche il materiale che stabilizza ed influenza i rapporti politici ed elettorali interni. In questo caso, una manovra che mira a tenere in sella il fragilissimo governo di Netanyahu puntellato dall’estrema destra. Discorso simile vale anche per il campo palestinese, dove la resistenza all’occupazione israeliana è il pane migliore per le ormai decadenti formazioni politiche maggiori, nella contesa per il potere interno, specialmente a ridosso delle elezioni rinviate, dopo quindici anni in cui non si sono tenute, proprio a ridosso dell’esplodere delle ostilità. Ma sotto le contese elettorali esistono le soggettività reali che in questi eventi, volenti o nolenti, precipitano nell’agire collettivo e determinano alle volte, imprevisti cambiamenti di rotta.

3. In uno slogan non freschissimo, ma molto in voga al momento, si dice “non è una guerra, è un genocidio”. In parte è vero, Israele bombarda le case degli innocenti non solo nei momenti caldi, pratica la pulizia etnica quotidianamente espellendo gli arabi dai territori occupati, brutalizzandoli tramite i suoi soldati, relegandoli ai gradini più bassi della scala sociale, impedendone la mobilità e minandone le infrastrutture necessarie alla sopravvivenza sociale; questo è fuor di dubbio. Ma nei giorni attuali, quello a cui si è assistito è effettivamente una guerra, e non perché i generali di Tzahal si siano dati delle regole minime se non di buon cuore almeno di diritto internazionale, ma perché da parte palestinese è scattata una reazione probabilmente non preventivata da alcun attore in campo.

Dopo gli incidenti alla moschea di Al-Aqsa, l’entrata in campo delle brigate Al-Qassam di Hamas e di quelle Al-Quds del Movimento per la Jihad Islamica, ha fatto emergere una potenza di fuoco finora inedita. La mole di ordigni lanciati sulle città israeliane, in grado di forare lo scudo missilistico aereo IronDome, non era mai stata utilizzata e segna un passaggio di fase nelle capacità organizzative e militari delle milizie, così come la precisione d’attacco, puntando a porti, ferrovie e centrali elettriche ha dimostrato una volontà che esula dalle precedenti rappresaglie che disarticolano l’uso dello spazio pubblico israeliano, ma punta a fiaccare ed inibire la capacità di risposta dell’avversario infliggendo danni ampi alle sue infrastrutture.

È una dialettica bellica che, al netto delle lampanti disparità in campo, si muove da pari a pari. Quando i giornali italiani titolano “guerra tra Israele e Hamas” sbagliano. È guerra tra Stato Israeliano e Nazione Palestinese.

4. Secondo motivi differenti e logiche simili, per muovere il conflitto, tanto le forze sioniste che quelle arabe necessitano di un enorme slancio propagandistico per mantenere più ampio e compatto possibile il blocco di consensi.

Con la paranoide logica da assediato portata avanti da Israele per decenni, l’ipotesi bellica è un evento a cui la sua popolazione è perennemente pronta e reattiva, non solo, ne è parte integrante della propria identità collettiva.

Per ragioni diverse, riassumibili in una quotidianità fatta di violenza strutturale, da parte palestinese, l’evento bellico è qualcosa di estremamente familiare ed oltre l’angoscia delle bombe che cadono, esiste probabilmente la consapevolezza che in quel momento la possibilità non sia solo quella di ricevere morte ma anche di darla. Per quanto orribile questo possa sembrare, il grande pensatore martinicano Franz Fanon ha ben insegnato come stia proprio qui la scintilla della liberazione dal giogo coloniale. A Israele serve che i suoi cittadini siano stretti a falange a difesa di se stessi per mantenersi in piedi come potenza, alla Palestina è necessario che i sentimenti di rabbia e frustrazione diventino motore di cambiamento alimentati dal martirio collettivo.

Ed ecco che la guerra è tale non solo perché si stiano confrontando le reciproche forze militari, ma perché ogni uomo o donna (o bambino, come nel caso del recente video di un bambino ebreo di otto anni con un fucile d’assalto a tracolla) che respiri è parte della linea del fronte. I raid aerei e i lanci di razzi sono la parte più visibile di un’inimicizia belligerante che si combatte strada per strada, casa per casa. In questa logica si inscrivono i tumulti che hanno visto i palestinesi scontrarsi con coloni e polizia in ogni città, i rispettivi luoghi di culto assaltati a più riprese, i pogrom antiarabi, i linciaggi di cittadini isolati da parte di gruppi avversari; gli attacchi missilistici da oltre confine per forzare un allargamento del conflitto. Quando l’inimicizia è al suo apice, la regia dello scontro non sta più nelle camere di un quartier generale, ma è polverizzata lungo tutto il campo di battaglia.

Altro che soluzione di “due popoli due stati”, questa è paccottiglia da diplomazia bella e scaduta da un pezzo: questa inimicizia che oggi è al suo picco massimo, resta attiva perennemente come inimicizia assoluta e seppure l’unico sbocco possibile sul lungo termine, nella mente dei generali, è l’eliminazione totale dell’avversario, l’unica soluzione reale (e mai permanente) sarà politica, non in senso diplomatico ma in senso di stabilimento di rinnovati rapporti di forza.

A dispetto delle dichiarazioni dei vari portavoce, questa guerra non la vincerà chi avrà distrutto definitivamente l’altro ma chi avrà conquistato una forza maggiore una volta cessate le ostilità.

5. La mobilitazione generale significa lo sprigionamento di energia sociale, la catalizzazione di processi in nuce o compressi. Ma quando vengono liberate forze di massa, specialmente in momenti critici, è difficile stabilire quanto esse resteranno entro i parametri definiti dall’alto.

In entrambi i campi, la risposta compatta alla guerra non risolve le contraddizioni interne a due società in profonda crisi; tutti i giovani palestinesi che hanno preso in mano il fucile e che non sono inquadrati nelle brigate, tutti quelli che si sono scontrati con pietre, lame e fuochi d’artificio, difendono sì la Palestina in quanto identità collettiva, ma non per forza le sue istituzioni riconosciute. Anzi, davanti allo scarso credito di cui godono queste ultime, verrebbe da pensare che in atto, dentro la guerra, sia in gioco anche una rivolta contro lo status quo: liquidare questa mobilitazione totale come solo diretta dall’alto, o solo resistenza anti-israeliana è semplicistico e fallace. C’è la ricerca di un riscatto soggettivo e di uscita da una situazione di invivibilità determinata sì dallo Stato ebraico ma anche da una borghesia compromessa e molle, da una classe politica dedita alla micragnosa amministrazione della miseria e della difesa del piccolo privilegio.

Né il presidente Abbas, né la dirigenza di Hamas o Fatah avrebbero rischiato una escalation militare per difendere la dozzina di case di Sheik Jarrah; verosimilmente più che proteggere le case hanno difeso la propria posizione rincorrendo la fuga in avanti della gioventù palestinese che già da settimane era organizzata nella difesa dagli sfratti e nel confronto con i sempre più frequenti pogrom dei coloni; la rivolta sulle scalinate della moschea di Al Aqsa presa d’assalto dalle truppe di Tzahal non è stato che un eclatante casus belli.

6. Al momento in cui scatta il cessate il fuoco la diplomazia internazionale plaude al ritrovato equilibrio e si appresta ad archiviare dai tg questa ennesima brutta storia in quel del Medio Oriente. Israele celebra la chiusura dell’operazione Guardiano delle Mura come un successo, ma anche in tutti i territori della Palestina si rincorrono le manifestazioni di vittoria e attorno alla moschea di Al-Aqsa scoppiano di nuovo scontri con la polizia israeliana. Di nuovo, come dieci giorni fa. La pace è formale e temporanea, destinata ad infrangersi in una nuova offensiva che è solo questione di tempo.

Intanto nessuna delle due parti è avanzata di un passo, qual è allora la vittoria? Da parte palestinese si celebra una prova di forza inedita per gli ultimi quindici anni. La tornata di quattrocento razzi lanciati prima del cessate il fuoco, aveva tutta l’aria del cannone a salve che saluta un avvenimento importante: una potenza militare con cui si dovrà da ora fare i conti e che si erge a rinnovato scudo del popolo palestinese.

Le milizie ripongono i lanciamissili, ma coloro che invece restano a combattere in strada non è detto che siano disposti a smobilitare. Proseguono i pogrom dei coloni, proseguono quelle ostilità quotidiane che non fanno notizia, ma è possibile che si sia data ora un’accelerazione alle forme di resistenza e di contrattacco che vadano oltre le organizzazioni ufficiali.

È su questo che bisogna ora focalizzare l’attenzione: che la Terza Intifada, come è stata immediatamente definita dai giornali, sia effettivamente al suo inizio? Inoltre, il timone della resistenza è stato indubbiamente in mano ad Hamas e alla Jihad Islamica e Fatah, nonostante la sua potenza di fuoco, è rimasta in secondo piano tirando fuori le armi solo dopo diversi giorni; si dà allora la possibilità di uno slancio avanti dell’islam politico all’interno di questo passaggio? Ma, soprattutto, quale versione di islam politico (no, non è tutto Isis) si affaccia come vincente agli occhi di una gioventù sul piede di guerra, data anche l’incapacità di presa di parola delle organizzazioni più vicine a una matrice marxista che pure hanno preso parte alle ostilità ma rimanendo sostanzialmente subalterne e senza voce? Il nodo, di difficile scioglimento, non è ovviamente se ci piaccia o meno Hamas piuttosto che Fatah, questa è tifoseria da salotto, ma piuttosto: si dà, anche sotto una cornice islamica, un possibile spazio di ricomposizione e di conflitto con cui si riesca a dialogare e che sappia offrire un avanzamento ed un riferimento anticoloniale alle popolazioni mediorientali, nel cui immaginario la Palestina è un riferimento potente, nonché a quelle occidentali le cui organizzazioni antagoniste hanno da tempo abbandonato un punto di vista internazionale che non sia di mera solidarietà o snobismo intellettuale? Oppure le rive del Giordano vedranno semplicemente la rabbia e le istanze di liberazione assorbite in un ennesimo quadro jhiadista ancora senza rivali in quanto ad egemonia culturale?

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29/11/2017

Pakistan: la protesta islamista fa dimettere il ministro

Vincono i sit-in e le barricate degli islamisti. Il premier pakistano Abbasi abbassa la guardia e fa dimettere il contestato ministro della Giustizia Hamid. Anche perché l’esercito, che il governo non aveva voluto mobilitare nonostante il traffico verso la capitale fosse bloccato da tre settimane con situazioni incresciose per l’intera comunità, ha fatto capire che avrebbe disobbedito a ordini repressivi. Dunque, una delle due lobby della forza (l’altra è la potentissima Inter-Service Intelligence) ha preso posizione a favore del crescente movimento islamista, diventato partito: Tehreek-i-Labaik Ya Rasool, rinverdendo i trascorsi del generale Muhammad Zia-ul Haq, il dittatore che negli anni Ottanta incentivò il diffondersi nel Paese delle leggi islamiche. Il partito Tehreek è di recente formazione, ma già conta un discreto seguito elettorale; ora per le pretese mostrate dai propri ulema cercherà di trarre vantaggio da un simile successo. Che mette in discussione l’approccio mediatorio offerto dai leader laici legati a clan familiari (Bhutto, Sharif) passati dai vertici nazionali a conseguenti cadute per attentati o cause di corruzione. Nel luglio scorso Nawaz Sharif aveva dovuto abbandonare l’esecutivo perché coinvolto nello scandalo dei ‘Panama Papers’. Alla politica ufficiale, che colloca il Pakistan fra gli Stati in competizione per l’egemonia regionale tramite un’alleanza privilegiata con gli Stati Uniti tratteggiata da reciproche ambiguità, si contrappone l’azione dell’Islam politico interno, variamente organizzato.

Per un lungo periodo i porosi confini occidentali hanno assunto la funzione di rifugio per i combattenti talebani afghani appoggiati dai fratelli pakistani. Tuttora i territori delle cosiddette Fata (Federal Administered Tribal Areas) sono un mondo a parte dei due Stati che, comunque, sospettano l’uno dell’altro. Le leadership afghane di ogni epoca e fase geopolitica hanno sempre temuto una cannibalizzazione da parte dei vicini, quest’ultimi diffidano dell’instabilità che i talebani esterni, in combutta con gli interni, possono portargli in casa. I Talib stessi da almeno vent’anni non sono un’unica famiglia politica. Anzi. Scissioni e differenti fazioni ne fanno entità diverse. Trattandosi di movimenti che pongono al centro delle proprie scelte precisi indirizzi confessionali applicati alla politica, occorre seguirne anche le evoluzioni. E nella galassia del fondamentalismo islamista pakistano occorre distinguere orientamenti in aspro conflitto fra loro: i seguaci delle teorie deobandi, influenzate dal wahabismo, e i gruppi barelvi ispirati dal sunnismo hanafita. Fra quest’ultimi, cui appartiene il movimento Tehreek-i-Labaik Ya Rasool in azione a Islamabad, alcuni predicatori si mostrano integerrimi nel sostenere lotte ma non sono propensi alla violenza, altri perseguono gli obiettivi con ogni mezzo.

In passato i berelvi hanno condotto campagne politiche contro i talebani di cui condannano il radicalismo armato e gli attentati suicidi. Eppure c’è chi non crede allo spirito sufi che filosoficamente dovrebbe apparentare molte anime del sunnismo asiatico, perché nella stessa esasperazione teorica traspare quell’intolleranza di ritorno che caratterizza ogni fondamentalismo. E la questione della blasfemia può diventare un pretesto per attaccare qualsiasi espressione e manifestazione di minoranze religiose o le medesime posizioni politiche avverse. I più preoccupati sono gli avvocati dei diritti che già vedono perseguitati quegli attivisti politici e giornalisti fuori dal coro accusati di islamofobia semplicemente in base a libere espressioni di pensiero o resoconti di cronaca. Il partito di governo, Lega musulmana pakistana, che in occasione di quest’ultima crisi ha assunto la posizione neutrale di osservatore, scaricando ogni responsabilità al ministro della Giustizia e patteggiando per lui coi religiosi che guidavano la protesta l’esenzione da qualsiasi fatwa personale, sembra giocare col fuoco. Il blocco sociale che lo sostiene è popolare ma incentrato su una sorta di ceto medio, mentre gli strati più poveri sono maggiormente sensibili ai richiami religiosi trasportati in politica. Un’accentuazione dell’identità musulmana basata su questioni di rigore e purezza può sicuramente favorire posizioni estreme. Il governo gioca sul clima di paura fra la gente, mentre l’esercito potrebbe adottare la prassi doppiogiochista dell’Isi.

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06/07/2017

Crisi Qatar, così lontana così vicina

L’embargo ci sarà, ma non farà male al clan al-Thani. Nutrire e assistere due milioni e mezzo di qatarioti non rappresenta un’emergenza e a vanificare la linea dura voluta dai due Salman sauditi, affiancati dagli emiri-servitori di Bahrein ed Emirati Arabi Uniti più l’Egitto golpista di al-Sisi, si sono apertamente schierati Turchia e Iran. I cui presidenti, che s’erano già spesi in rassicurazioni verso la governance di Doha, hanno riaffermato gli intenti.

Erdogan ribadisce come gli accordi firmati a fine 2014, che nei mesi seguenti hanno istituito una base militare nei pressi della capitale qatariota, non verranno cancellati come vorrebbero i sauditi. L’uomo forte di Turchia lancia il paragone con la base aerea statunitense di al-Udeid, sostenendo che i suoi soldati, attualmente un centinaio che potrebbero diventare mille, hanno tutto il diritto di restare in quel luogo come fanno i diecimila marines, ai quali non viene rivolta nessuna richiesta di ritiro.

Gli iraniani hanno già aperto le proprie acque nel Golfo Persico e il proprio spazio aereo a qualsivoglia ponte per far giungere ogni rifornimento e assistenza a una nazione diventata alleata in affari. L’enorme giacimento di gas presente nei fondali marini su cui affacciano i due Stati (South Pars) risulterebbe il maggiore scoperto negli ultimi tempi e la vicinanza strategica nel suo sfruttamento porta la leadership di Teheran a difendere coi denti le sorti della famiglia al-Thani. Se essa non può dormire fra due guanciali, perché un’accentuazione dell’instabilità nell’area potrebbe farle perdere taluni business miliardari come i Mondiali di calcio del 2022 cui l’emiro Tamim tanto teneva, con ricadute sui trasporti della Qatar Airways e indotto, dall’altro avere al fianco potenti attori regionali di sponda sunnita e sciita attenua quasi del tutto gli effetti dell’isolamento. Sicuramente quello economico, ma lo stesso fronte politico dovrà riconsiderare la linea d’attacco ribadita ieri al Cairo dagli arabi intransigenti. Lo abbiamo già sottolineato: con quest’accelerazione i sauditi mettono a repentaglio la propria creatura del Consiglio di Cooperazione del Golfo avviata nel 1981.

Perché il Kuwait s’è smarcato dall’obbedienza cieca e chiede a Riyad di rivedere la sua posizione, lo stesso Oman, certo tutt’altro che potente, resta in bilico. Ma la monarchia saudita, creando uno scontro fratricida fra le componenti più attive economicamente in ambito globale e del ruolo politico dell’economia energetica (se stessa e il Qatar), introduce un ulteriore scossone in una regione che registra sei anni pieni d’instabilità e quattro di ferocissima guerra per il ridisegno di confini fra nazioni esistenti (Siria, Iraq, Yemen) e nuove entità (Rojava e Daesh). Se da una parte il Consiglio non conosceva da tempo l’omogenità economico-finanziaria, proprio a seguito del desiderio di potere e potenza del clan al-Thani e dello spregiudicato epigono che attualmente lo guida, è anche vero che il blocco delle petromonarchie s’era a lungo presentato vicino nei pensieri e nelle prospettive politiche ai tempi in cui la Lega Araba era una realtà su grandi temi internazionali come la questione palestinese.

Sicuramente le spaccature avviate su quel fronte fra le Intifade sostenute e il realismo politico che hanno diviso Fatah e Hamas, hanno avuto ripercussioni fra gli stessi emiri. Ma è attorno alle altre intifade arabe, definite primavere, che s’è consumata una frattura all’occhio attuale inconciliabile fra i conservatori Saud, depositari per autoproclamazione di tradizione politico-religiosa, e i rampanti qatarioti. Sia chiaro il clan al-Thani è conservatore come lo sono i Salman padre e figlio, e come lo erano i capibastone di entrambe le famiglie, che hanno resistito (anche grazie a Sette Sorelle, Cia, Nato) a trasformazioni e rivolte pur difficilmente attuabili in realtà tenute sotto la bolla dell’affarismo petrolifero.

Allo stesso modo i due Paesi hanno cullato la tradizione del verbo wahabita , progenitore assieme al deobandismo pakistano, della pratica jihadista armata che raccoglie quarant’anni di scontro aperto e occulto contro vari nemici. Hanno nutrito e finanziato i mujaheddin afghani, e i combattenti islamici di vari fronti, passando da Qaeda all’odierno Isis e alla galassia delle micro formazioni che nel piccolo e grande Medio Oriente a essa si rapportano. Perciò, come hanno fatto notare anche parecchi commentatori mainstream, non c’è nulla di più stonato dell’accusa di sostegno al terrorismo lanciata dall’Arabia Saudita al Qatar, essendo le due nazioni (e non solo loro) responsabili dello sciagurato passo, che comunque piace a certi grandi del mondo attivi nell’industria delle armi e della “sicurezza”.

Gli apprendisti stregoni in kefia che “ammodernano” i propri paradisi nel deserto con grattacieli e costose follìe, come le piste da sci succedanee appendici ad ambienti falsificati – tralasciando dialettica di pensiero, usi, costumi, problemi, compresa una personale identità da proporre al mondo concorrente e compartecipante – nonostante i petrodollari presentano le stesse contraddizioni che un gran pezzo di mondo arabo non ha risolto né col terzomondismo presto tramontato o fallito in misere dittature personali, né col neocolonialismo di ritorno cui si prestano da tempi antichi e recenti liberisti di mercato con tanto di partiti e Parlamento. E’ uno dei motivi per cui lo spettro dell’Islam politico, della Fratellanza Musulmana o altre Confraternite, è tornato a rappresentare un simbolo e una speranza di cambiamento dove la laicità pseudosocialista o capitalista hanno fallito.

Su questo terreno si continua a giocare una lunga sfida con contraddizioni e carenze da parte di tutti. E nel passaggio epocale dal secolo della liberazione laica a quello che considera l’Islam la soluzione, quale Islam fra i vari proclamati e da alcuni considerati tutti inesorabilmente uguali (sic) c’è da discutere e studiare, un pezzo di mondo si misura. Un mondo che molto ci è vicino, sebbene tanta politica globale rifiuta di considerarlo.

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27/03/2017

Marocco - Trovata l'intesa per la fdormazione del governo

Sembra essersi concluso lo stallo politico che durava da cinque mesi in Marocco: sabato, infatti, il primo ministro Saadeddine el-Othmani (Partito Giustizia e Sviluppo, Pjd) ha annunciato a Rabat di essere riuscito a trovare una intesa con altri cinque partiti per la formazione di un governo di coalizione. “Faremo un passo alla volta. Dobbiamo superare i precedenti ostacoli – ha dichiarato il premier che poi ha aggiunto – ora che abbiamo definito i membri del governo, ci restano da compiere altri tre passi: definire l’organigramma e la struttura del governo, stabilire i ministeri e, infine, i dipartimenti ministeriali che ciascun partito della coalizione amministrerà”. El-Othmani ha poi affermato che le priorità del suo governo saranno la stabilità politica, la riforma della giustizia, l’istruzione, lo sviluppo rurale e la questione energetica.

L’annuncio fatto sabato dal premier è tutt’altro che banale: il suo partito islamista, infatti, aveva vinto le elezioni parlamentari ad ottobre, ma non aveva conquistato abbastanza seggi per governare da solo. Obbligato quindi a formare un governo di coalizione, il precedente leader del Pjd, il carismatico Abedelilah Benkirane, non era però riuscito a trovare possibili partner. L’impasse politica aveva quindi indotto lo scorso 17 marzo il re Mohammed VI a sostituirlo con el-Othmani (figura numero due del Pjd) che ha subito incominciato a lavorare per appianare le differenze con i partiti rivali. Secondo molti commentatori l’intervento del monarca è stato “insolito”, ma “necessario”: la protratta crisi politica stava danneggiando l’economia e intaccando l’immagine di Paese sicuro e affidabile che Rabat vuole trasmettere in campo regionale e internazionale.

La coalizione governativa annunciata sabato includerà, accanto al Pjd, l’Rni (Raggruppamento nazionale degli Uomini liberi) e l’Uc (Unione costituzionale) entrambi favorevoli all’economia di mercato, il conservatore Mp (Movimento popolare) e i socialisti Usfp (Unione socialista delle forze popolari) e Pps (Partito del Progresso e del Socialismo). Proprio la possibile presenza dei socialisti dell’Usfp all’interno della squadra governativa – alleanza su cui aveva molto insistito Rni – era stata una delle cause principali del fallimento dei precedenti negoziati diretti da Benkirane.

In base all’intesa annunciata da el-Hothmani, la coalizione disporrà di 240 seggi sui 395 complessivi della Camera dei rappresentanti (la camera bassa del Parlamento). Secondo alcuni commentatori, l’inclusione di quattro piccoli partiti affianco al Rni indebolirà il Pjd poiché queste formazioni sono molto vicine alla monarchia. L’Rni, ad esempio, è guidato dal ministro dell’Agricoltura Aziz Akhnannouch che è legato da una forte amicizia con il sovrano. Una vicinanza con il “palazzo” che Benkirane aveva provato a scongiurare fino alla fine del suo incarico.

All’opposizione resterà invece il Pam (Partito dell’autenticità e modernità), la seconda forza parlamentare dopo il Pjd. A fargli compagnia dovrebbe essere anche il conservatore Istqlal che è stato alleato di coalizione degli islamisti dal 2012-2013 prima che le due compagini si scontrassero per la riforma economica. Il partito islamista è giunto al potere nel 2011 quando il re Mohammed Vi ha ceduto alcuni suoi poteri in seguito alle proteste della cosiddetta Primavera araba che hanno sconvolto il Medio Oriente e il Nord Africa. Secondo la legge elettorale marocchina, nessun partito può avere una maggioranza assoluta e pertanto un governo di coalizione è necessario in un sistema dove però è il monarca a detenere la parola finale.

Venerdì, intanto, il Consiglio di sicurezza e pace dell’Unione Africana ha esortato Rabat ad intraprendere un dialogo diretto con il Fronte Polisario affinché possa essere messa la parola fine alla questione del Sahara occidentale. A riferire la notizia è l’agenzia Quds Press. Dopo aver espresso la sua soddisfazione per il ritorno di Rabat nell’Unione Africana (UA), il Consiglio ha invitato le due parti ad iniziare “negoziati diretti e senza condizioni in base all’articolo 3 della costituzione interna dell’organizzazione [Ua, ndr]”. Quds Press, citando un’agenzia marocchina, ha poi fatto sapere che l’Unione Africana ha chiesto un “monitoraggio regolare” della situazione nel Sahara occidentale, l’organizzazione di una “visita di campo” nel 2017 e ha esortato la Commissione dell’Au a prendere misure “immediate” per riaprire i suoi uffici nella città saharawi di Laayoune.

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22/10/2016

Ghannoūshī: “Le dittature sono una malattia da cui l’Islam deve liberarsi”

Combattere il terrorismo con la democrazia - In Italia per incontri ufficiali - ieri ospite alla Farnesina, poi relatore in una conferenza al Senato, oggi con un intervento in un hotel romano - Rachid Ghannoūshī conserva una vitalità che supera età e traversie di vita. La Tunisia che ha amato e servito tanto da patire carcere ed esilio, è pur fra cento contraddizioni una realtà in cui crede, come nell’Islam moderato del partito Ennahda. A quasi sei anni dal vento della rivoluzione dei gelsomini, il suo è l’unico fra i Paesi delle ‘Primavere arabe’ a tenere accesa una luce di trasformazione riformatrice della società. Lontano da fratricide guerre civili e sanguinose repressioni. “La dittatura non è nel destino d’un Paese islamico. E’ una malattia da cui occorre liberarsi, noi l’abbiamo fatto con la rivolta di popolo e continuiamo a farlo costruendo uno stato democratico e pluralista col contributo di partiti di sinistra, liberali, islamici”. Esordisce così l’uomo che in gioventù fu affascinato dal panarabismo nasseriano, ebbe contatti col socialismo ba’thista, con la Fratellanza Musulmana, e studiando teologia s’avvicinò anche alle teorie del pakistano al-Maududi e per questo viene ancor’oggi tacciato di fondamentalismo totalizzante. Però le sue parole affermano altro. “Con nazioni come l’Italia abbiamo un nemico comune: il terrorismo. Dobbiamo combatterlo. Abbiamo anche elementi negativi da debellare quali la migrazione clandestina, causata dalla crisi economica, non possiamo permettere che questa faccia da serbatoio per il reclutamento fondamentalista”.

Equità sociale contro l’illegalità - Le statistiche delle Intelligence indicano come una grossa fetta di jihadisti stranieri provenga proprio da nazioni impegnate nella svolta democratica come Tunisia e Marocco. “Purtroppo - prosegue Ghannoūshī - la mancanza di equità sociale e la carenza di sviluppo sociale costituiscono un serbatoio da cui si reclutano persone per ogni attività, anche illegale. Libertà, cultura, iniziative sociali ed economiche possono essere l’antibiotico contro il terrorismo. Come pure il pluralismo politico che spinge i cittadini alla partecipazione mentre il fondamentalismo semina paura, praticando la cooptazione tramite la propaganda o l’imposizione. E’ un progetto rivolto in primo luogo contro l’Islam democratico con l’obiettivo di emarginarlo. Il nostro modello che non ha nulla a che vedere col fondamentalismo, si basa sulla dignità e la convivenza, come insegna la storia dell’Islam. Ennahda negli ultimi anni, anche per merito della rivoluzione tunisina, ha conosciuto considerevoli cambiamenti, riscontrabili nella realtà socio-politica del nostro Paese. La democrazia tunisina con la propria scommessa di riformarsi sta resistendo grazie al contributo di tre soggetti: società civile, esercito, movimento islamico. Ciascuno di essi ha praticato una rinuncia, il movimento islamico ha scelto di essere un partito democratico e sta dedicando la sua opera al rafforzamento della nazione, per attuare una democrazia di tutti, non una supremazia di parte. Pur se in un primo periodo le urne ci avevano premiato, non ci siamo arroccati su un potere di gruppo, ci siamo rimessi in gioco. Per ricostruire lo spirito nazionale non basta neppure il 51% del consenso, serve una maggioranza amplissima di almeno due terzi della popolazione”.

Costruire il consenso col pluralismo - “La Tunisia deve raccogliere e superare queste sfide tramite tutte le componenti politiche, deve produrre ricchezza e redistribuirla fra la gente. Deve rafforzare la sicurezza da attacchi interni ed esterni, scongiurare frazionamenti come quello che si verifica in Libia, un vicino importante per noi e per chi vive sull’altra sponda del Mediterraneo come l’Italia sottoposta più di altri alle attività illecite della tratta dei migranti. Non nascondiamo che esistono correnti islamiche distruttive, l’Islam non ha un papa e non ha un’unica fonte interpretativa. Ci sono diverse letture, la nostra è volta a costruire una società fondata su democrazia e libertà”. A chi fa notare che altre versioni dell’Islam cosiddetto moderato, in Egitto e Turchia, non hanno cercato inclusioni, Ghannoūshī risponde: “Certe pratiche fanno perdere terreno all’Islam moderato, noi siamo diversi. Proprio perché l’Islam non è unico, la libertà di lettura sui testi sacri può produrre interpretazioni differenti, fino a forzature settarie, autoritarie o fondamentaliste. Il nostro partito ha scelto di discutere, confrontarsi, votare e decidere a maggioranza. Le risoluzioni sono rispettate da tutti. Altrettanto facciamo nelle Istituzioni statali. Purtroppo tutto ciò non viene ancora colto da certi politologi prigionieri di stereotipi sull’Islam”. A una domanda sui termini presenti nel suo discorso, sottolineato dai concetti di progresso e rivoluzione non da quello di rifondazione, l’anziano leader ribadisce: “L’Islam ha offerto due modelli di potere: quello di tipo faraonico, dispotico e alla fine fallimentare, e il modello adottato nell’antichità dalla regina di Saba. Quest’ultimo interloquisce col popolo e si regge sul consenso. Ennahda e l’Islam moderato percorrono questa strada”.

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03/08/2016

Turchia: confraternite oltre il gülenismo

Purghe - Le purghe dirette e legalizzate personalmente dal presidente turco che doveva essere disarcionato, e secondo alcune indiscrezioni assassinato, hanno assunto da due settimane la fisionomia della vendetta, investendo gli elmetti, le toghe, le cattedre e le mezzemaniche della burocrazia. Tutti nemici. Tutti infiltrati dai fethullahçi, i seguaci dell’imam riparato in Pennsylvania, seppure in tempi non sospetti perlomeno per le ultime congiure fra clan islamici. Della comunità (cemaat) chiamata Hizmet, ormai si sa quasi tutto. Dall’impatto emotivo offerto dalle predicazioni di Gülen all’epoca dei suoi sermoni nella moschea di Izmir, sino all’individuazione delle criticità su cui puntare il dito: ignoranza, povertà, divisione per trovare i giusti antidoti nella conoscenza, nell’arricchimento derivato dal lavoro, nell’unione frutto di collaborazione. Su questi temi l’imam visionario e pragmatico ha fondato l’impero dei licei privati e delle scuole di preparazione sino alle università, due nella sola Istanbul, e un’invidiabile e seguitissima rete mediatica con canali tv e quotidiani (Samanyolu, Zaman) ferocemente colpiti, già nei mesi precedenti la repressione per il golpe fallito.

Sufismo - Ma chi studia da tempo l’Islam anatolico, come il professor Alberto Ambrosio insegnante associato presso l’Université de Lorraine, col suo lavoro offre interessanti scorci di comprensione dell’Islam che ha permeato per secoli la civiltà ottomana. Un mondo organizzato e solo a grandi linee offuscato dalla battaglia kemalista per la laicità della nuova nazione, uno scontro combattuto a suon di repressioni. Un divieto venne adottato dal ‘padre dei turchi’ nel 1925 che mise fuorilegge il sufismo ufficiale: i suoi ordini, i conventi, i santuari. La coercizione voleva spezzare la conflittualità con cui una delle correnti storiche del sufismo (Nakșbendiyye) si scontrava con la nuova identità statale, evidenziando, fra l’altro, la propria origine kurda. Ne scaturì una lotta feroce con l’esercito kemalista e persecuzioni non inferiori a quelle subìte da altre etnie, così certi ordini sufi s’incamminarono verso una sorta di clandestinità spirituale. Per gli amanti della Storia lo studioso ricorda come durante i cinque secoli dell’Impero Ottomano il sufismo (tasavvuf) trovò negli ordini (tarikat), comparsi già nel XII secolo, uno strumento di diffusione di una fede con alti toni mistici e morali.

Tarikat storiche - La prima, sorta a Baghdad nel XII secolo e denominata Kâdiriyye, dopo tre secoli s’espanse dalla Siria all’Anatolia, giungendo sino al Corno d’Africa. La seconda, chiamata Rifâ’iyye e originaria dell’area di Bassora, ebbe un’ampia diffusione in Medio Oriente, espandendosi sino all’Indonesia. Gli ordini erano fondati da mistici, sebbene ci furono alcuni maestri (Ibn ‘Arabî) che, pur non formando una scuola, ebbero una profonda influenza spirituale. Contemporaneo di ‘Arabî era Mevlâna Celâleddin Rûmî, originario del Khorasan che si stabilì a Konya e rimase celebre anche perché da quella confraternita prese vita la tradizione dei dervisci rotanti. Il sufismo abbraccia, dunque, un’area vastissima che comprende parte dell’attuale Iran, dell’Azerbaijan, del Turkmenistan. Dalle confraternite del XII secolo (Yesevviye) e del XIV (Nakșbendiyye) scaturirono ulteriori legami e frazionamenti, le correnti che sopravvissero lo dovettero principalmente ai buoni uffici e favori del sultano. Comunque Nakșbendiyye risultò l’unico ordine a sopravvivere alle soppressioni decise da Atatürk, e poiché i sufi nei secoli avevano condotto una capillare opera di islamizzazione nel territorio anatolico (ma non solo, visto che la divulgazione riguardò anche i Balcani) tutto ciò proseguiva nella stessa Turchia repubblicana.

Clandestinità e associazionismo - Ovviamente con strumenti diversi, da adattare alla citata grande repressione che si protrasse sino all’inizio degli anni Cinquanta e non risparmiò anche ordini celeberrimi come il citato dei dervisci rotanti (Mevleviyye). Una parziale distensione si ebbe sotto il governo di Celal Bayar, che univa l’essere figlio d’un religioso alla personale adesione al movimento dei Giovani Turchi. Fu questo presidente, in carica dal 1950 al 1960, a riaprire l’attenzione sociale ai problemi della fede. Poi negli anni Ottanta, col premier e poi presidente del primo liberismo, Turgut Özal, l’Islam sufista ritrovò spazio per agire alla luce del sole. Di Özal, infatti, si diceva fosse prossimo alla Nakșbendiyye. Col presidente Erbakan l’Islam politico, che aveva preso forma partitica, salì sulla proscenio nazionale, pur subendo, nel 1997, gli ultimi singulti della reazione militare. Il nuovo volto con cui le confraternite si presentano nella vita quotidiana turca è l’associazionismo. La fede si mescola con aspetti della tradizione culturale e s’allarga da questioni meditative e teologiche ad aspetti filosofici, celebrativi, musicali che proliferano in istituti, scuole. Di questo si occupano gruppi editoriali, orientati verso la massmediologia.

İskander Paşa - In più queste comunità, che sorgono attorno a moschee, rivolgono l’attenzione alla vita quotidiana. L’esempio della cemaat İskander Paşa di Istanbul, che si trova nel quartiere islamico per eccellenza della fascinosa città sul Bosforo, Fatih, è sintomatico del fenomeno in atto da almeno tre decenni. Ed è una fonte alla quale si sono ampiamente attinti gli epigoni dell’Islam politico fondatori dell’Adalet ve Kalkınma Partisi (Akp), a iniziare dal suo mentore e prim’attore Erdoğan, oggi impegnato nel ruolo di grande repressore della comunità gülenista. Lo scopo dell’İskander Paşa, che pare superi il milione e mezzo di affiliati, consiste nel proseguire e diffondere il messaggio islamico interpretato dalle maggiori figure spirituali del sufismo. Dal proprio punto di vista un Islam doc, che alla purezza religiosa aggiunge le strategie di sopravvivenza, ascetica ed economica, in una società dove tecnologia e modernità la fanno da padrone. Ora che l’Islam politico governa e controlla quasi tutto, che l’imprenditoria ha creato una propria ‘Confindustria’, il Müsiad, contrapposta alla laica Tüsiad, la prassi di strutture parallele nelle quali ritrovarsi e identificarsi è divenuta ufficiale e lecita, ma l’impostazione può risultare simile all’infiltrazione nella vita sociale compiuta dall’Hizmet gülenista. Sempre nell’islamissima area di Fatih sono presenti altre due comunità: İsmail Ağa e Yahya Efendi.

L’Opus Dei islamica - Così analisti occidentali, magari avvezzi a paragoni europocentrici, hanno definito la comunità di Fethullah Gülen che comunque, da anni s’è guadagnata la palma della struttura islamica più organizzata in base all’impegno personale degli adepti, alla fedeltà offerta ai superiori, ai legami creati dal Gotha gülenista in patria e all’estero. Sicuramente l’abile operazione dell’imam turco che a fine anni Novanta varcò l’Atlantico (temeva forse i generali kemalisti? o già pensava alla lotte intestine fra islamici? o ancora puntava a radicarsi nella patria del capitale da cui difficilmente sarebbe potuto vedersi cacciato, come dimostra la maretta di questi giorni sulla sua richiesta di estradizione) fa parte della storia recente del Paese. Erdoğan e Gülen, con le rispettive matrici islamiche, rivolte alla rappresentanza politica pubblica il primo, alla politica celata dietro l’impresa il secondo, possono essere le facce d’un medesimo disegno volto a disarticolare lo statalismo laico, che per decenni aveva impedito e frustrato le velleità di un’Islam che cerca affermazioni rendendosi un credibile concorrente alla secolarizzazione forzata imposta da Atatürk. Proprio il dna generazionale, sedimentato per secoli, nei luoghi più vari dell’Anatolia che aveva visto l’Impero ottomano non estraniarsi dalla sfera spirituale, ha serbato la novità dell’odierno Islam politico. Le conseguenti faide per il potere, le tattiche per ottenerlo, le versioni conservatrici e antidemocratiche che l’odierna Turchia mostra, possono angosciare ma non ne cancellano insidie e originalità.

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21/07/2016

Dei complotti e della restaurazione in Turchia: cronache di un controgolpe dal pugno di ferro

Abbiamo visto tutti le immagini delle centinaia di “golpisti” nudi, ammassati gli uni sopra gli altri con le mani legate dietro la schiena. “Golpisti” perché effettivamente non sappiamo se tra questi ci siano solamente i fautori del colpo di stato di qualche giorno fa: migliaia tra arrestati, epurati e dismessi. Parliamo di soldati, agenti di polizia, giudici e procuratori e ora anche gli insegnanti. Sono i numeri di una repressione su larga scala che colpisce tutta la società. Gli impiegati statali reduci dalle epurazioni sono stati richiamati dalle ferie e gli è stato negato l’espatrio. E’ dichiarato lo stato di emergenza in Turchia per i prossimi tre mesi: uno stato di emergenza con cui le province a maggioranza curda convivono da tempo.

Qualcuno parla di liste già pronte: quello che è sicuro è che un politico come Erdogan, ha sempre le liste pronte di teste da tagliare non appena la situazione lo permetta. Molti parlano di autogolpe: come se Erdogan avesse architettato il tutto da solo tipo “grande vecchio” turco. Al di là che si sia trattato di gulenisti, che l’appoggio o comunque il beneplacito degli Usa sia fondato (non desterebbe poi molti sospetti visto il silenzio iniziale degli Stati Uniti riguardo al golpe e la crescente tensione tra questi e lo stato turco), che Erdogan abbia strumentalizzato gli accadimenti (fatto alquanto probabile) non possiamo permetterci di abbandonarci a teorie complottiste. Abbandonarsi a teorie che presuppongono una realtà manovrata da un grande burattinaio capace di muovere da solo le sorti di migliaia e milioni di persone, significa ridurre la realtà delle complicate articolazioni della dialettica di classe a una verità di facile consumo su cui però appare totalmente inutile quanto impossibile incidere. Significa rinunciare a comprendere e ad agire. Ci troviamo davanti un mosaico complicato di relazioni politiche e sociali che vedono alcune tendenze accelerarsi a seguito della lunga notte del tentato golpe. Procediamo con ordine.

Non possiamo non sorvolare sul ruolo dei lupi grigi, i fascisti dell’MHP organizzati in vere e proprie bande punitive. Questi nella società turca hanno praticamente il ruolo delle nostre organizzazioni di estrema destra, delle bande Stern israeliane, dei nazisti utilizzati durante il colpo di stato nazi-europeista che si è recentemente abbattuto sull’Ucraina. Attaccano quotidianamente i militanti e le organizzazioni di sinistra e le minoranze come i curdi: in pratica fanno il lavoro sporco per i padroni. Più che lupi sono i cani da guardia del regime di Erdogan e quest’ultimo è stato ben contento di sguinzagliarli contro i nemici politici di sempre per fare piazza pulita, forte del trionfo sul golpe. Un ruolo ancora più accentuato, saltato agli “onori” di cronaca ma che di fatto non rappresenta niente di nuovo sotto al sole per la Turchia.

Un altro importante fattore sociale di cui ci siamo sorpresi, è emerso parlando con i compagni turchi: il problema della leva militare obbligatoria è tutt’altro che secondario, sia perché la Turchia possiede uno degli eserciti più forti e numerosi nella Nato, sia per il coinvolgimento nel conflitto civile siriano, sia per l’uso strumentale che ne viene fatto nei confronti di compagni e curdi. Questi vengono mantenuti ai gradi inferiori e utilizzati come carne da macello, preferibilmente mandati nelle zone calde dei conflitti, costretti a sparare sui propri affetti: molti si trovano a disertare, a fuggire in altri paesi per non sparare, alcuni si ribellano e vengono “rieducati”, altri semplicemente spariscono... altri ancora non ce la fanno e si suicidano. Tra chi è in età da leva militare serpeggia il timore di venire chiamato a rimpiazzare i numerosi soldati fatti fuori con le epurazioni del controgolpe. Ovviamente per i più giovani di noi, la realtà del servizio militare è totalmente sconosciuta ma fa assolutamente parte del sistema della moderna Turchia degli anni 2000.

Fa parte della società Turca proprio per le basi su cui questa vuole basare le sue politiche di espansione a livello regionale, aspirando a un ruolo sempre più importante: è questa aspirazione particolaristica della Turchia dell’Akp all’interno delle convergenza politica sulla Siria di Usa, Israele, Arabia Saudita e Qatar che sta poi alimentando la contraddizione che vediamo in questi giorni. La rimonta di Assad mentre tutti lo davano per spacciato sta mettendo seriamente in crisi la strategia medio-orientale di questi paesi. Oltre alle voci di corridoio sul rifornimento e addirittura la partenza di alcuni caccia usati dai golpisti dalla base militare di Incirlik, riportiamo le dichiarazioni del giornale israeliano Haaretz, il quale ci comunica che Akin Ozturk, l’organizzatore del colpo di stato, ha prestato servizio nei territori palestinesi occupati dal 1996 al 1998. Oltre a quelle che restano notizie che sarebbe interessante vagliare, la diplomazia aggressiva tenuta dalla Turchia riguardo alla protezione americana di cui gode Gulen e la chiusura della base Nato di Incirlik per qualche giorno evidenziano un braccio di ferro in corso. Le dichiarazioni possibiliste sull’estradizione dell’Imam dei gulenisti, le prese di posizione rituali sul rispetto della democrazia di Stati Uniti e Germania lasciano presagire una trattativa dai toni piuttosto conflittuali in cui forse una delle parti, in un modo o nell’altro si è esposta troppo.

Un’altra questione su cui non ci sentiamo di poter sorvolare è l’accentuazione forzata del processo di islamizzazione portata avanti da Erdogan negli ultimi anni. Abbiamo scritto nel precedente articolo come le piazze che sono scese a sostegno del governo fossero totalmente diverse da quelle che hanno animato Piazza Taksim: il Presidente turco ha chiamato a raccolta le squadracce dei lupi grigi, i militanti del partito, coloro che hanno goduto in qualche modo delle politiche islamiste e di liberalizzazione dell’Akp. Le folle che abbiamo visto in televisione si sono radunate nelle moschee sotto il grido di richiamo dei maggiori imam: non è che un caso che Erdogan stia fondando sempre più il proprio potere sulla religione e meno sull’esercito, arrivando a snaturare la concezione stessa dello stato turco, nato dalla secolarizzazione messa in atto da Atatürk. E il cosiddetto clero religioso chiede un conto che arriva poco alla volta giorno per giorno, incoraggiato da un substrato sociale fedele. Ulteriore segno del ruolo sociale ma anche di strumento di legittimazione/delegittimazione politica che la religione ha giocato e continua a giocare in questo golpe è che sono stati negati i funerali religiosi agli autori del golpe.

Tutto questo non è naturalmente privo di effetti sull’economia: la lira turca si è indebolita e la Banca centrale turca, invece di sostenere la moneta, ha abbassato di poco i tassi per facilitare l’accesso di liquidità da parte delle banche in modo da far fronte alla situazione di incertezza favorendo gli investimenti. Stiamo parlando di una lira in caduta del 5% subito dopo il colpo di stato, con un leggero rialzo lunedì scorso. Questo però potrebbe comportare un abbassamento dei rendimenti per gli investitori stranieri e dunque una fuga di capitale dalla Turchia, il che comporterebbe un’ulteriore caduta della lira verso il basso. Senza contare che lo stato turco vede un deficit delle partite correnti, fattore che potrebbe ulteriormente aggravare la situazione. Un altro fattore negativo sull’economia turca è il calo di afflusso per quanto riguarda il settore del turismo a seguito degli ultimi attentati e dei recenti accadimenti. Gli effetti delle politiche di Erdogan, dopo anni di crescita economica con qualche intoppo, si fanno sentire sulle tasche del paese. Anche le epurazioni degli ultimi giorno andranno inevitabilmente ad intaccare i meccanismi economici turchi.

La Turchia che vuole entrare nell’Unione Europea, mentre tutti gridano scandalizzati contro il paventato ripristino della pena di morte per i golpisti e puntano il dito contro le immagini dei raid punitivi contro i fautori del colpo di stato è un ridicolo gioco delle parti in cui non c’è una “democrazia” meglio di un’altra. La Turchia di questi giorni è la stessa che i nostri governi hanno corteggiato per anni, la stessa che hanno eretto come baluardo dell’ordine nel Medio-oriente contro Assad e altri stati canaglia. La stessa con cui continuano a fare affari tutt’ora. Diciamocela tutta: al di là delle belle parole, la Turchia di Erdogan, anche se da bacchettare, rimane un interlocutore a pieno titolo nelle politiche economiche e guerrafondaie internazionali. E’ sempre piaciuta e continuerà a piacere alle potenze occidentali... almeno fino alla prossima “primavera araba”.

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Erdogan proclama lo stato d’emergenza

Novanta giorni di emergenza, se basteranno. E’ la linea meno dura possibile che salta fuori dalla riunione fiume del Consiglio di sicurezza nazionale presieduta dal presidente turco Erdoğan al cospetto dei suoi ministri fidatissimi. Perciò seguiteranno radiazioni e arresti, purghe e licenziamenti, botte e minacce di morte che è la quotidianità turca dal mattino del 16 luglio. Mentre per diversi militari imprigionati Amnesty International lancia l’allarme sull’uso della tortura e si registra il suicidio d’un capo della polizia compiacente verso i ribelli. E’ il contro golpe galoppante non destinato a fermarsi, perché Allah non poteva fare un regalo più grande all’Atatürk islamico, com’egli stesso aveva confessato nelle ore del ritorno a Istanbul. Da quattro giorni si agisce sull’onda dell’indignazione dell’establishment di governo, della solidarietà espressa da tutto il panorama partitico – da destra a sinistra –, dell’odio che nutriti gruppi di sostenitori dell’Akp sbandierano accanto agli stendardi nazionali: striscioni che osannano la morte dei “cani gülenisti” e chiedono il ripristino della pena di morte. Su questa si pronuncerà prossimamente il Parlamento, come sulla ratifica di normative estreme contro cui ben pochi esponenti della comunità internazionale si pronunciano, perché eccezionale è la fase attraversata dalla Turchia.
Solo l’amica-nemica Merkel s’è detta “preoccupata” per il genere di detenzione riservata ai militari arrestati. E’ però una voce isolata nella compagine occidentale, che vede Obama far telefonate mellite al collega turco, felicitandosi per lo scampato pericolo alla democrazia. Facendo intendere, dunque, che le reazioni di Ankara non siano esagerate, né illiberali. Gli States devono tener botta alle accuse di ospitare il demone che progetta il rovesciamento violento del legittimo governo turco ed è chiaro che la partita diplomatica rimbalza senza tener conto di sofismi sulla democrazia. Certo, quello che la politica anatolica dell’ultimo secolo ha sempre digerito a fatica sia sotto l’indirizzo kemalista, sia con l’islam tradizionalista, e sempre più nazionalista, dell’ultimo quindicennio è l’accettazione della diversità di pensiero dal proprio punto di vista. Egualmente all’imposizione del laicismo in uno Stato che nasceva dalle polveri d’un impero che era stato multietnico e multireligioso, il nuovo corso erdoğaniano cerca di oscurare le altrui tracce, etniche e secolariste che siano. E se non può estirparle o cancellarle del tutto, mira a sottometterle al suo modello. Nei giorni del furore ci riesce, perché dall’europea Istanbul giungono voci di paura più che di timore: anche gli sfrontati ribelli del Gezi park devono tenere un basso profilo.
I ragazzi coi simboli del giovanilismo globalizzato, musicale e non, si celano ed evitano d’incontrarsi, le fanciulle nascondono le gambe e cancellano i trucchi. Prevale l’omologazione islamica e la storia che corre veloce richiama alla mente come solo sei anni addietro le universitarie di Fatih si dolevano di non potersi mostrare velate nelle aule. Ora girare coi capelli al vento sembra un oltraggio, perché centinaia di testimoni affermano che gli ultrà presidenziali additano le ragazze prive di hijab e le insultano. La vivacissima Istiklal Caddesi di notte rischia di apparire uno dei tetri decumani di Kabul. Eppure la repressione, scattata rapida e violenta nelle ore successive al tentato putsch, con arresti di militari allargati poco dopo a giudici, amministratori pubblici, docenti di scuole e università su, su fino ai rettori, che fa pensare a proscrizioni preconfezionate, deve considerare come queste schedature erano già in possesso dagli apparati del partito di governo e degli agenti del Mıt. L’alleanza sempre più stretta che avvicinava personalmente Gülen a Erdoğan dalla fine degli anni Novanta, aveva fatto conoscere al leader del partito della Giustizia e dello Sviluppo la tattica con cui il movimento Hizmet piazzava i suoi elementi nei gangli vitali della società turca ancora permeata di laicismo kemalista. L’Imam aveva imparato bene la lezione del potere e individuava i punti caldi in cui inserire i seguaci più fidati e finanche i simpatizzanti.
Strutture eccellenti, come l’esercito ben controllato da quei generali che sino alla fine degli anni Novanta ancora inanellavano golpe, nel 1997 l’ultimo, che condusse alle dimissioni il premier Erbakan mettendo fuori legge l’ennesima aggregazione politica islamista. Quindi l’organismo che per sua natura vigila sulla politica: la magistratura e genericamente, poiché ritorna sempre utile a chi fa affari, la burocrazia statale. E ancora: la società del futuro rappresentata dai giovani, dunque, tutte le scuole d’ogni ordine e grado. In ciascuno di questi organismi il “Servizio” gülenista ha attuato le sue ‘infiltrazioni’ e i governi amici dell’Akp lasciavano fare, perché si trattava di alleati che toglievano terreno sotto i piedi ai kemalisti in divisa e abiti civili. Dal 2012, anno in cui oltre ai problemi di politica estera, iniziarono per l’esecutivo erdoğaniano questioni via via spinose (contestazioni di Gezi park, intrighi e affarismo privato di ministri, riaccesa conflittualità coi curdi, questione profughi, chiusura all’ingresso Ue) inizia a palesarsi il braccio di ferro su chi deve guidare le menti musulmane del Paese. Dietro alcuni episodi, come i processi per corruzione o inadeguate misure di prevenzione (il disastro minerario di Soma), ci sono giudici prossimi a Fethullah e comunque le idiosincrasie di Erdoğan, scarsamente infondate, crescono. Da qui partono le punizioni mirate del Sultano verso i finanziamenti pubblici alle scuole Hizmet, un colpo durissimo sul duplice terreno ideologico ed economico, oltreché sul programma di penetrazione nella società.

Gülen incassa e medita vendetta, anche se il recente tentativo di golpe, preparato col suo assenso o a sua insaputa, da militari che a lui s’ispirano risulta perdente perché non convince quelle stellette tuttora kemaliste e i tanti ufficiali ormai di sponda erdoğaniana, che osservano e si schierano col meno sprovveduto. Il caso del reo confesso (sotto pressione speciale o tortura?) colonnello Türkkan, consigliere primo di una delle menti golpiste, il generale Hulusi Akar, che ha ammesso di aver tramato contro la nazione (e rischia, dunque, la forca se verrà reintrodotta) è esplicativo d’un sistema che affiliava adepti preparandone la via per una carriera di rango. Levent Türkkan ha raccontato ai giudici gli sviluppi del percorso militare, partendo dalla propria vita privata. Segnata da un’infanzia grama in una famiglia di umilissime origini, com’era la maggioranza del popolo turco fino a un trentennio fa. Nel caso dei suoi genitori si trattava di agricoltori poverissimi e fedeli all’Islam che vennero avvicinati da adepti gülenisti pronti a sostenere il figliolo negli studi. Il “Servizio” preparò il giovane Levent all’esame nell’Accademia militare di Ișiklar. Da lì l’ingresso nell’esercito e un incremento d’incarichi che lo portò a compiere servizi di vigilanza anche a politici e ministri. L’uomo ormai fedele a Hizmet le avrebbe compiute a suo modo. O meglio nella maniera confacente a ordini superiori: piazzando microspie nelle stanze delle massime autorità dell’esercito. Questo confessa oggi Türkkan. Un percorso credibile, bisogna capire quanto indotto, sia prima, sia ora dalla lotta per il potere dei due padroni dell’Islam turco. Una lotta che continua.

09/12/2015

La Siria, lo Stato Islamico e la “guerra all’Europa”/prima parte

Subito dopo gli attacchi del 13 novembre abbiamo pensato di prenderci un po’ di tempo per provare a scrivere qualcosa di più “ragionato” su quello che era accaduto a Parigi. Man mano che buttavamo giù gli appunti ci siamo accorti, però, che era impossibile provare a smontare il meccanismo bellico che si era attivato senza provare a spiegare la funzione di “mostro provvidenziale” che svolge oggi lo Stato Islamico in medioriente. Però non si possono comprendere le peculiarità del Califfato senza tener conto della guerra siriana, semplicemente perché senza il conflitto in Siria l’IS non esisterebbe. E a sua volta non si possono individuare le ragioni profonde della guerra che dal 2011 ha mietuto più di 200 mila morti, senza aver chiare le mire e le ambizioni di potenze regionali e globali che in quella guerra giocano un ruolo decisivo. E poi c’è anche il fallimento dei processi di decolonizzazione, la globalizzazione liberista, la crisi… insomma quello che doveva essere un post è diventato una cosa troppo lunga per essere proposto tutto in una volta. Per cui abbiamo deciso di pubblicarlo a puntate e farlo diventare, alla fine del percorso, un “documentino” scaricabile che (speriamo) possa aiutare a contestualizzare i fatti.

Nello spiegare un evento passato o presente le argomentazioni addotte dai media non seguono mai un filo logico o una ricostruzione fedele di quanto accaduto, ma preferiscono fornire versioni che fanno sempre più leva sull’emotività degli spettatori, seguendo lo schema di quello che Losurdo, in un suo recente lavoro, definisce giustamente “il terrorismo multimediale dell’indignazione”. L’opinione pubblica viene “bombardata” (nemmeno troppo metaforicamente) di immagini e informazioni che non forniscono alcun apporto nella comprensione dei fatti e il cui unico scopo risulta essere quello di incanalare questa indignazione nei confronti del nemico di turno, innalzato per l’occasione al rango di “male assoluto”. I giorni successivi alla strage del 13 novembre e le roboanti dichiarazioni di guerra allo Stato islamico hanno dimostrato ancora una volta l’intima verità di queste considerazioni. Da settimane viviamo nel frame della “guerra all’Europa”, immersi in un flusso di informazioni e notizie che ha davvero pochi precedenti, e il cui unico tratto distintivo sembra essere quello della sistematica decontestualizzazione degli avvenimenti. Le poche voci che osano discostarsi da questa chiave di lettura, anche solo per un riflesso pacifista, vengono prontamente bastonate dai Maître à penser che gli rinfacciano di far parte della vecchia sinistra antioccidentale. In un mondo in cui è venuta a mancare la contrapposizione tra i due grandi campi ideologici riuscire ad orientarsi senza la bussola del materialismo diventa sempre più arduo, se non impossibile. Proviamo però a dirlo in estrema sintesi: con la cosiddetta globalizzazione il modo di produzione capitalistico ha preso possesso dell’intero pianeta coinvolgendo tutte le aree nella circolazione delle merci e dei capitali e ha determinato un sistema multipolare in cui grandissimi Stati o entità di stazza continentale entrano in competizione tra loro e con potenze regionali. Placche tettoniche in continuo movimento destinate inevitabilmente a scontrarsi. E dove questo accade si creano aree di crisi e linee di frattura che inevitabilmente si combinano con rivalità secolari, odi etnici e confessionali. L’elemento di novità non va dunque ricercato nella “tendenza alla guerra”, che fin da Lenin sappiamo caratterizzare il capitalismo nella sua fase imperialista, quanto piuttosto nel fatto che i nessi della globalizzazione collegano in modo sempre più stretto queste crisi alla metropoli. Così che conflitti generati in Medio Oriente si riverberano drammaticamente nelle città della vecchia Europa. In questa prospettiva gli attentati in Turchia e poi in Europa vanno letti come un messaggio dei jihadisti e dei loro complici a chi li ha usati e poi li ha lasciati soli in balia dei missili russi e iraniani. Proviamo dunque a riavvolgere, seppur velocemente, il filo rosso delle politiche coloniali e neocoloniali di quest’ultimo secolo per provare a inquadrare il contesto.

Le radici del disordine mediorientale

Il Medio Oriente contemporaneo è figlio dell’ultima opera di ingegneria coloniale dell’Europa. Nelle ex province arabe il crollo dell’impero ottomano e la spartizione europea delle sue spoglie hanno sostituito l’ordine imperiale con un sistema di Stati fortemente instabile, costellato da una sequenza di nodi irrisolti che hanno alimentato molti dei conflitti scoppiati in seguito. Nonostante l’assetto politico mediorientale definito dalla Conferenza di Sanremo (che nel 1920 ridisegnò i confini interni della regione) non abbia recepito integralmente i contenuti dell’accordo di Sykes-Picot del 1916, è comunemente a questi ultimi che si fa risalire la riconfigurazione del Medio Oriente sopravvissuta sino agli anni recenti. Tali accordi stabilirono le aree di influenza delle potenze vincitrici assegnando alla Francia: la Turchia sud orientale, l’Iraq settentrionale e il territorio corrispondente agli attuali Stati di Siria e Libano. Mentre alla Gran Bretagna andarono la Palestina, l’attuale Giordania e l’Iraq centromeridionale. Per quanto relativamente lontani nel tempo, eventi come gli accordi Sykes-Picot (1916), la promessa di Balfour (1917), la frantumazione dell’impero ottomano (1920-23) e la nascita di Israele (1948) rimangono scolpiti nella memoria arabo-islamica come altrettanti episodi chiave della dominazione coloniale europea. La spartizione delle province arabe della Sublime Porta comportò inoltre la trasposizione del modello westfaliano di Stato-Nazione secondo linee elaborate in Europa nel corso di secoli e i cui elementi costitutivi erano essenzialmente la delimitazione di un assetto territoriale e politico preciso, e la creazione di frontiere sulle quali un governo esercitava la propria sovranità in nome del popolo. In una regione in cui le frontiere politiche erano state sempre storicamente poco definite la creazione di confini stabili da parte delle potenze europee, senza tener conto della composizione etnica e della storia delle popolazioni locali, costituì una pesantissima ipoteca sul futuro. Per lungo tempo le potenze europee fecero leva su tali contraddizioni per perpetrare il proprio dominio secondo il principio del divide et impera. Il retaggio coloniale ha così permeato la storia della regione fino ad oggi, sia perché il colonialismo ha modellato gli Stati in cui attualmente è suddivisa l’area mediorientale, sia perché la fase della decolonizzazione non si è mai realmente conclusa. Anzi tale rapporto di subordinazione si è spesso rinnovato attraverso il consolidamento di una forma di egemonia coloniale incentrata sull’assoggettamento economico.

L’attuale sfaldamento dell’ordine regionale sotto i colpi delle “primavere arabe”, e sotto l’urto dei conflitti che hanno flagellato il mondo arabo islamico dal 1990 ad oggi, può dunque essere spiegato completamente solo tenendo conto di questa evoluzione storica. Negli anni Cinquanta e Sessanta l’ondata anticoloniale spazzò via le élite imposte dagli europei, ma il crollo o la mancata realizzazione delle aspettative suscitate hanno messo a nudo i regimi nazionalisti creando una voragine di legittimità sempre più spesso riempita dall’Islam politico. I valori di unità e laicità del nazionalismo arabo avrebbero dovuto assicurare la coesione territoriale e politica dei nuovi Stati facendo dimenticare le divisioni interne di ordine etnico e confessionale. La riorganizzazione della società su basi politiche e sociali moderne avrebbe dovuto produrre come effetto l’indebolimento dell’influenza dei gruppi basati sui vincoli di lignaggio, appartenenza familiare, tribale e territoriale. Il fallimento di questo processi è quindi fondamentale per comprendere la crisi politica e di identità che ha sconvolto l’intero Medio Oriente. Quando le repubbliche arabe erano nate, intorno alla metà del secolo scorso, avevano adottato un contratto sociale d’ispirazione socialista imperniato sui diritti economici come il lavoro e l’assistenza sociale in cambio di un sistema politico rigido. Il processo di “liberalizzazione” cui sono andati incontro questi regimi nell’ultimo ventennio, sotto la spinta della globalizzazione neoliberista e secondo i piani di “aggiustamento strutturale” indicati dalle principali istituzioni economiche internazionali, è stato accompagnato da un progressivo smantellamento dello stato sociale e da un generale arretramento dell’intervento statale in economia. Questo non ha fatto altro che esacerbare le disuguaglianze, aumentando la disoccupazione e le sacche di povertà e che hanno reso sempre più intollerabile l’intera architettura politica. Fin dai primi anni Novanta, quando paesi come l’Egitto, la Tunisia, il Marocco e la Giordania cominciarono ad applicare in maniera massiccia questi programmi di riforma strutturale, apparve chiaramente che la formula era sbilanciata; la crescita economica fu accompagnata da un accesso sempre più diseguale all’istruzione e ai servizi essenziali, mentre l’esigenza di creare un “ambiente favorevole” agli investimenti stranieri si tradusse in politiche che riducevano i diritti dei lavoratori. In Egitto ad esempio i programmi di aggiustamento strutturale del Fmi determinarono la privatizzazione di gran parte dell’industria tessile egiziana mentre la manodopera del settore, che ammontava a mezzo milione di persone, venne falcidiata da un’ondata di licenziamenti che la ridusse della metà. Le primavere arabe, questa strana combinazione di rivoluzione, controrivoluzione e intervento straniero, hanno dunque rappresentato il tracollo di un sistema che si era forgiato politicamente nell’era della guerra fredda e della decolonizzazione, per poi riconvertirsi economicamente all’ombra del neoliberismo imposto dalla globalizzazione di matrice statunitense. Sullo sfondo, come detonatore, la crisi esplosa negli Stati Uniti nel 2007 e propagatasi rapidamente attraverso i mercati globali in tutto il pianeta.

Prossimo capitolo – Siria: la libanizzazione programmata.

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25/09/2015

Islam afghano: non solo Taliban

Nell’anno in cui anche l’Afghanistan e i territori delle Fata, le aree tribali confinanti col Pakistan, hanno vissuto la comparsa di talebani dissidenti (Tehreek-e Taliban) desiderosi di rapportarsi all’Isis, uno studio condotto sul campo dal ricercatore Borhan Osman mette in luce una presenza stabile e crescente di forze islamiche sunnite alternative agli storici ceppi dei turbanti neri, in crisi di guida carismatica. Si tratta ovviamente di mondi paralleli, perché la presenza talebana è una realtà oggettiva, forte e radicata, cui guarda lo stesso governo ufficiale di Ghani, tenuto in vita dai finanziamenti statunitensi. In contrasto a quest’establishment corrotto, ma anche in alternativa al ruvido fondamentalismo talebano si pongono quattro gruppi esaminati nella ricerca. Tutti puntano a una difesa della tradizione islamica, guardando al maggior patrimonio che il Paese offre: le giovani generazioni.

Hizb ut-Tahrir è un’organizzazione che mira alla rinascita del Califfato: un’unica grande nazione per tutti gli islamici, seguendo il modello indicato dal profeta. Il gruppo, fondato negli anni Cinquanta dal giurista palestinese Taqiuddin Nabhani, risulta radicale negli intenti sebbene segua una pratica non violenta. Solo in una fase recente alcuni membri, una minoranza, si sono espressi per un rapporto coi talebani e con la loro jihad praticata contro le truppe d’occupazione della Nato. Nel 2008 è stata notata una crescita di adesioni al gruppo nelle province di Kabul e Kapisa dove, assieme a Badakhshan e Herat, si concentra il maggior intervento della struttura, rivolto prevalentemente ai giovani delle università. Divulgazione di messaggi tramite seminari, incontri e manifestazioni pubbliche sono le strade battute da Hizb per sostenere l’obiettivo del Califfato. Questo può scaturire da un percorso “entrista” che prevede l’adeguato indottrinamento dei membri del gruppo, un successivo ampliamento alle masse, il conseguimento del potere tramite soggetti penetrati nel governo e nelle Forze Armate. La bella teoria deve fare i conti con la realtà e nel 2009, nel corso delle presidenziali vinte a suon di brogli da Karzai, una trentina di aderenti al gruppo vennero arrestati provocando una contestazione diretta da Hizb ut-Tahrir contro gli stessi princìpi elettorali, denunciati come haram. Da quel momento il network ha formato anche un nucleo semi clandestino con differenti livelli di protezione e segretezza, seppure l’intento politico continui a essere basato su una presenza pubblica che utilizza incontri e dibattiti per fare proselitismo. L’attenzione, come accennato, è rivolta anche a uomini dell’apparato statale e delle forze di sicurezza con cui, però, cresce la contraddizione rispetto a una purezza islamica, sia per l’approvazione fra gli Esecutivi di leggi che contrastano con la Shari’a, sia per la presenza di finanziamenti occidentali anch’essi giudicati “contrari alla linea”.

Jamiat-e Eslah sostiene d’occuparsi di riforme e sviluppo sociale, il suo senso d’islamizzazione si sviluppa sul versante dell’individuo, della famiglia, della società. Il raggruppamento nega l’appartenenza alla grande branca della Fratellanza Musulmana, ma le posizioni politiche s’ispirano al famoso motto di al-Banna secondo cui “l’Islam è Religione e Stato”. S’è calcolato che l’espansione degli ultimi anni ha portato a oltre mille i membri impegnati ufficialmente col gruppo, più diverse migliaia di sostenitori sparsi in venti province, con una concentrazione su Kabul, Kunduz, Herat e Nangarhar. Strutturato anche il settore di comunicazione e propaganda grazie a stazioni radio, un canale televisivo presente a Herat, due campus ospitati nelle università della capitale e di Kunduz, tutto grazie ai cospicui finanziamenti provenienti dai Paesi del Golfo. L’organizzazione proibisce ai suoi membri ruoli nel governo, nel 2005 Eslah partecipò alle elezioni, ottenendo due deputati in Parlamento, dal 2010 non s’è più ripetuto avendo boicottato le consultazioni. Najm (Nehad-e Jawanan-e Musalam) con 1.200 attivisti presenti in molte province è l’ala giovanile del movimento e, grazie allo slancio energetico degli adepti, risulta attivissima. Pubbliche letture islamiche sono l’arma con cui Najm fa viaggiare il suo credo per incrementare il reclutamento che resta una finalità centrale. Chi assolve con meticolosità tale lavoro può guardare direttamente alla militanza in Eslah, che ha un processo di reclutamento rigorosissimo. La valutazione dei membri avviene dopo una prova che varia dai 2 ai 5 anni, superata la quale segue un giuramento di fedeltà alla causa; l’organizzazione garantisce una segretezza interna e richiede ai soci un contributo finanziario che s’aggira su un versamento del 3% del reddito. L’uso dei fondi è sociale: serve per attività caritatevole, servizi medici e di sostegno alle donne, insegnamento e anche all’informazione e alle pubblicazioni.

Hezb-e Islami Youth rispetto agli altri due gruppi attenua le connotazioni ideologiche, sebbene riguardo al tanto dibattuto Bilateral Security Agreement, che trattava la questione del “ritiro” e della permanenza delle truppe Nato sul territorio afghano, il gruppo abbia creato un’intensa campagna polemica e di dissenso con chi, come il presidente Ghani, l’ha ratificato appena assunto l’incarico. Rispetto alle altre formazioni la sua militanza appare più leggera, dati relativi all’ultimo raduno tenutosi a Kabul alla fine del 2013 riconducevano a settecento gli attivisti lì riuniti, la provenienza era da varie province (Nangarhar, Farah, Khost, Wardak). Ma, per diretta ammissione di alcuni partecipanti, si annotava una crisi d’impegno fra una prima fase di adesione orientativa e di sostegno ideale e una successiva di pratica che ovviamente costa sacrificio personale.

Il salafismo afghano, che pure si rifà al movimento fondato nel XVIII secolo in Arabia Saudita da Muhammad al-Wahhab, più che wahhabita preferisce definirsi muwahiddin e, rigettando la classica interpretazione dell’Islam della giurisprudenza, mira a un ritorno agli ideali islamici di diretta dipendenza dal Corano. Differentemente da altri salafiti gli afghani sono relativamente tolleranti verso gli sciiti, seppure momenti di conflitto fra etnìe che professano confessioni diverse (pashtun e hazara) si siano vissuti nella sanguinosissima guerra civile degli anni Novanta. All’inizio del decennio precedente furono i gruppi dei mujaheddin salafiti a lanciare e gestire la grande jihad antisovietica. Fu una fase di espansione di quest’orientamento islamico grazie agli enormi aiuti materiali e spirituali provenienti dall’Arabia Saudita e dal supporto tecnico-militare offerto dalla Cia, che manovrava il conseguente conflitto geopolitico. Il salafismo era diffuso tramite predicatori e canali di formazione e studio che portarono migliaia di giovani nelle scuole coraniche saudite. Durante l’insurrezione antisovietica nelle province di Kunar, Nuristan e Badakhshan vennero dichiarati dei mini Stati islamici che, comunque, ebbero vita breve anche dopo la ritirata dell’Armata Rossa. Abdul Rassul Sayyaf, uno dei più noti Signori della guerra, vicino al fondamentalismo salafita, è rimasto sempre un pragmatico, attento a interessi personali, più che lasciarsi prendere da battaglie d’ortodossia islamica. Un’altra diffusione dei princìpi di rigida interpretazione del libro sono giunti dagli studenti delle madrase pakistane, i taliban appunto, che hanno incarnato una fase del dominio politico del Paese dal 1996 al 2001. Gli attuali gruppi del salafismo raccolgono non solo studenti ma chi non ha un lavoro e vive la contraddizione della subalternità all’apparato dell’assistenza, diventato il motore dei governi-fantoccio che si susseguono dal 2004. Negli ultimi tempi un gruppo salafita come Jamaat ud-Dawah, operativo a Kunar e nel Nangarhar, che pure tiene un basso profilo ideologico, ha scelto d’integrarsi coi talebani. E, caso più raro, c’è notizia di qualche sheikh salafita che predica a favore del disegno dello Stato islamico attuato dagli uomini di Al-Baghdadi.

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30/04/2015

Nessun Bolivar ababo: mentre la regione implode il socialismo scompare

di Ramzy Baroud - traduzione a cura di Romana Rubeo

Tempo fa, un gruppo di studenti mi ha chiesto di parlare del socialismo nel mondo arabo, partendo dalla convinzione che esistesse un movimento in grado di superare i regimi incompetenti e corrotti attualmente al potere nella regione. La verità è che, al momento, i gruppi che si ispirano al socialismo esistono solamente in teoria, ma non di fatto. Ricordo una mia conferenza a Londra, subito dopo l’inizio del blocco imposto su Gaza, dopo la vittoria di Hamas nel 2007. “In Palestina, il movimento socialista più forte e incisivo è Hamas,” dissi, suscitando sorpresa in una parte del pubblico e espressioni di approvazione nell’altra. Non mi riferivo all’adesione di Hamas alla teoria marxista, quanto al fatto che si trattava dell’unico movimento politico attivo e radicato che era riuscito, in qualche modo, a colmare il divario tra le varie classi sociali ed economiche e a unirle nel segno di un programma politico radicale.

Inoltre, era costituito in massima parte da fellahin (contadini) e operai palestinesi, che vivevano per lo più nei campi profughi. Se paragonati alle forze “socialiste” palestinesi, distaccate, elitarie, con una forte connotazione urbana, questo movimento di massa, islamista, attivo nei territori occupati, è quanto di più vicino al socialismo possa esistere, date le circostanze. Ma cosa dovrei rispondere a questo gruppo di studenti, composto di giovani e entusiasti socialisti, in trepida attesa dell’ascesa del proletariato?

Prima di tutto, bisogna specificare che c’è una netta differenza tra il socialismo occidentale e il “Socialismo Arabo”, definizione coniata dai nazionalisti arabi nei primi anni ’50. Si avviò allora un processo di fusione tra i movimenti socialisti e quelli nazionalisti, che portò alla formazione del Partito Baath in Siria e in Iraq. L’idea fu concepita in origine da Salah al-Din al-Bitar e da Michel Aflaq, fondatori del Partito Baath.

Il socialismo, nella sua veste occidentale, non convinceva i nazionalisti. Non solamente perché era avulso dal contesto socioeconomico e culturale dei popoli arabi, ma anche perché appariva politicamente inconcludente e a tratti sciovinista. Molti socialisti occidentali, ad esempio, hanno idealizzato il significato della fondazione dello Stato di Israele, insediamento coloniale che da decenni riunisce le forze coloniali e neocoloniali contro le aspirazioni panarabe. Ma anche il nazionalismo arabo ha fallito, perché non è stato in grado di offrire una valida alternativa e non ha sostenuto attivamente una reale proposta di rovesciamento dei paradigmi esistenti. A parte le riforme agrarie in Egitto attuate nel 1952, dopo la rivolta che rovesciò la monarchia, il Socialismo Arabo non è riuscito a liberarsi dai limiti imposti da un idealismo fine a se stesso e da influenze esterne che hanno cercato di controllarlo, influenzarlo e distruggerlo.

Il fallimento è diventato ancora più evidente verso la fine degli anni ’80, con il declino dell’Unione Sovietica, e poi con il suo crollo definitivo agli inizi degli anni ’90. I socialisti arabi, sia i governi che si definivano tali, sia le organizzazioni che ruotavano intorno alla sfera di influenza sovietica, erano troppo dipendenti da quella relazione. L’uscita di scena dei Sovietici lasciava loro scarse possibilità di sopravvivenza di fronte al dominio crescente degli Stati Uniti.

Il fallimento, tuttavia, non è imputabile solo ai deludenti modelli geopolitici proposti per la regione, ma anche al fatto che i Paesi del Medio Oriente iniziavano a tirarsi indietro, per via dell’influenza, o piuttosto della pressione, esercitate delle potenze egemoniche occidentali. È in questa fase che inizia l’ascesa di un’alternativa di matrice islamica, che nasce dal tentativo di mettere a frutto le risorse intellettuali della regione, ma che è anche incoraggiata dai ricchi paesi del Golfo, che elargiscono grandi quantità di denaro, per avere il pieno controllo su questo fenomeno. Lo slogan “L’Islam è la soluzione” diventa predominante e si insinua nell’immaginario di molti intellettuali musulmani, in Medio Oriente e non solo: appare, infatti, come un tentativo di radicarsi nei riferimenti culturali e storici della regione.

L’argomentazione di fondo è questa: il modello occidentale a guida statunitense e quello sovietico hanno fallito, così come i loro paradigmi di governo, quindi c’è assoluto bisogno di un’alternativa. Il Socialismo Arabo avrebbe potuto sopravvivere, se avesse incentrato la sua azione su ampie piattaforme sociali e se avesse goduto del sostegno di una forte base popolare e di movimenti della società civile; ma le cose sono andate diversamente.

In linea generale, la sinistra nel mondo arabo aveva una forte componente intellettuale, che però è riuscita solo di rado a uscire dal dominio della teoria e delle idee, accessibile solo alle classi più istruite, per confrontarsi con il mondo del lavoro, con quello contadino, con le persone comuni. Senza un’autentica mobilitazione dei lavoratori, degli agricoltori, delle masse oppresse, la sinistra araba non aveva molto da offrire, tranne una retorica sterile e priva di esperienza pratica. Ovviamente, ogni Paese arabo presentava delle eccezioni. I primi movimenti socialisti palestinesi, ad esempio, erano molto radicati nei campi profughi e sono stati protagonisti di tutte le forme di resistenza popolare. Questa situazione, però, può essere spiegata con la singolarità del caso palestinese e non riflette una tendenza più generale nella regione.

Un altro fattore importante da considerare è che i gruppi oppressi tendono a unirsi tra loro, indipendentemente dalle differenze ideologiche che li dividono e che sulla carta possono risultare insormontabili. In effetti, è proprio questo comune sentimento di oppressione che ha avvicinato l’Islam politico e la sinistra radicale, creando una certa affinità tra gli attivisti dei due schieramenti, che condividevano la detenzione, la tortura, le umiliazioni. Ma è il crollo dell’Unione Sovietica, nei primi anni ’90, a rappresentare un punto di svolta. Si assiste allora alla liberazione di un ampio spazio politico, parallelamente a un incremento del flusso di denaro legato al petrolio. Vengono fondate molte università islamiche e decine di migliaia di studenti mediorientali iniziano a ricevere un’istruzione superiore in vari campi, dalla Sharia Islamica all’ingegneria.

Si prenda il caso di Hamas a Gaza. Molti dei suoi leader e membri hanno studiato ingegneria o medicina e questo è un tratto comune tra i militanti di tutti i gruppi di matrice islamica, in Palestina, Egitto, Marocco e altrove. L’egemonia sull’istruzione e l’articolazione del discorso politico non è più appannaggio delle élites politiche e intellettuali. Nel frattempo, si va formando un orizzonte politico fondato sugli ideali islamici.

Con il tempo, i socialisti si trovano ad affrontare una scelta drastica: vivere ai margini della scena politica, incarnando lo stereotipo dell’intellettuale comunista e anticonformista che siede in un caffè del Cairo elaborando speculazioni teoriche in ogni campo; oppure, collaborare con le ONG e con istituzioni ufficiali o semi-ufficiali, per mantenere una certa autonomia finanziaria. I gruppi che hanno intrapreso quest’ultima strada hanno dovuto accettare dei compromessi e, in molti casi, sono diventati portavoce degli stessi regimi che un tempo contrastavano.

Di conseguenza, la spinta propulsiva del potere politico dei socialisti come forza politica è diminuita notevolmente negli anni. Il maggior grado di istituzionalizzazione li ha allontanati da quelle masse di cui pretendevano di farsi portavoce. In Egitto, è difficile individuare, a sinistra, una forza realmente strutturata. Ci sono persone “di area”, che però non rivestono un ruolo attivo nello scenario politico attuale.

Per ridare vita al socialismo nel mondo arabo, non bastano le belle speranze. Non ci sono molti segnali che lascino pensare a un cambiamento di rotta, o che facciano sperare in una variante “locale” di socialismo (si pensi al successo del movimento “bolivariano” in Sud America), in grado di fondere gli ideali socialisti alle priorità nazionaliste. Ma il Medio Oriente sta attraversando il più grande cambiamento politico degli ultimi cento anni, e anche il socialismo potrà avere un suo ruolo. Sebbene il presente non sia roseo, il futuro sembra ricco di opportunità.

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06/02/2015

Tunisia - Laici e islamisti insieme al governo

Il neo-premier Habib Essid


Sicurezza e lotta al terrorismo di stampo jihadista. Sono queste le priorità del governo di coalizione tunisino che ieri ha ottenuto la fiducia del Parlamento.

Alla guida dell’esecutivo c’è una vecchia conoscenza del passato regime di Ben Ali, rovesciato dalle rivolte del 2011. Un uomo che pare attraversare tutte le ere con disinvoltura. Il primo ministro Habib Essid è stato un funzionario di spicco del ministero dell’Interno sotto Ben Ali (condannato all’ergastolo in contumacia), ha avuto la guida del dicastero dell’Interno nel primo governo post-rivoluzionario e ha mantenuto ruoli di rilievo anche nella coalizione guidata dal partito islamico Ennahda che, curiosamente, ha salutato con positività la sua candidatura.

La Tunisia sarà quindi guidata da un governo di colazione tra laici e islamici, in cui stanno anche partiti minori. Nell’esecutivo hanno preso posti chiave – Finanza, Esteri – i laici di Nidaa Tounes, vincitori delle parlamentari dello scorso ottobre, ma con un maggioranza relativa che li ha obbligati a cercare alleati. Agli indipendenti sono toccati i dicasteri di Difesa, Interno e Giustizia, mentre Ennahda, il secondo partito dell’Assemblea tunisina, ha ottenuto il ministero del Lavoro, posto chiave in un Paese alle prese con crisi economica e alti tassi di disoccupazione, e tre sottosegretariati.

Una “maggioranza rassicurante”, l’ha definita il presidente del Parlamento Mohamed Ennaceur. Rassicurante soprattutto per una comunità internazionale che considera la Tunisia l’unico successo della cosiddetta primavera araba, iniziata proprio nel Paese nordafricano. In Tunisia non si è tornati alla dittatura, un anno fa è stata ratificata una Costituzione considerata un esempio di laicità tra quelle del mondo arabo e c’è una maggiore libertà dopo il 2011, ma i conti con il passato non sono stati chiusi del tutto e chi è sceso (e continua a farlo) in piazza sperando di ottenere democrazia – ma anche lavoro, servizi, giustizia, equità – è rimasto deluso. Una delusione evidente nella bassa affluenza alle urne registrate alle politiche e alle presidenziali, la seconda prova al voto per i tunisini negli ultimi quattro anni e la loro prima volta nell’elezione diretta del presidente. Hanno scelto Beji Caid Essebsi, candidato di Nida Tounes.

La fiducia al governo di coalizione è l’ultimo tassello, in ordine di tempo, di una transizione che non sta smantellando il vecchio apparato. Nida Tounes ha in mano le redini del Paese e il neopremier ha già chiarito quale sarà la strada da seguire. Prima di tutto la lotta al terrorismo. La Tunisia è un grosso bacino di reclutamento per i jihadisti che raccolgono consensi tra i giovani frustrati e disillusi da una situazione economica che li penalizza, e la questione sicurezza è stata il cavallo di battaglia dei laici.

Gli anni successivi alle rivolte sono stati caratterizzati dall’ascesa politica del partito islamico Ennahda, bandito sotto Ben Ali, ma sebbene si tratti di una forza moderata, il suo mandato è stato bagnato dal sangue di due esponenti dell’opposizione uccisi da militanti islamisti: Chokri Belaid (assassinato a febbraio del 2012) e Mohammed al-Brahmi (25 luglio 2013). Due omicidi di cui è stato ritenuto moralmente responsabile Ennahda, che hanno scatenato un ritorno delle proteste e la fine del governo islamico con un accordo raggiunto grazie alla mediazione del potente sindacato tunisino Ugtt, da cui è nato un governo tecnico di transizione, più gradito alle potenze occidentali.

Ma è l‘economia la questione cruciale per i tunisini. Essid ha detto che il Paese ha bisogno “di intraprendere immediatamente riforme economiche, incluse la razionalizzazione dei sussidi, la revisione del sistema delle imposte, la riforma del sistema bancario e i tagli alla spesa pubblica”. Nel solco della strada già intrapresa dal precedente governo tecnico, quella delle libertà economiche più che politiche, delle riforme invocate da Banca Mondiale ed FMI, più che dai cittadini.

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