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03/06/2026

Cuba, la scelta della pace contro la follia della guerra

Mentre nel mondo si moltiplicano i conflitti e il linguaggio della forza sembra sostituire sempre più spesso quello della diplomazia, da Cuba arriva un messaggio che merita di essere ascoltato. È un messaggio di pace, di ragionevolezza e di difesa della vita contro i tamburi di guerra che alcuni settori dell’establishment statunitense continuano irresponsabilmente a far risuonare nel continente americano.

Negli ultimi giorni sono emersi tre fatti di straordinaria importanza politica che, letti insieme, raccontano una realtà molto diversa da quella propagandata dai sostenitori dell’aggressione contro l’isola socialista.

Il primo riguarda un memorandum indirizzato al presidente Donald Trump da un gruppo di ex funzionari dell’intelligence, della diplomazia e delle forze armate degli Stati Uniti. Non si tratta di militanti rivoluzionari o di simpatizzanti del governo cubano. Si tratta di persone che hanno servito gli apparati strategici di Washington e che conoscono perfettamente i meccanismi della politica estera statunitense.

La loro conclusione è netta: una aggressione contro Cuba sarebbe destinata a un fallimento catastrofico. Tra i firmatari figurano ex analisti della CIA, ex ufficiali dell’intelligence e della diplomazia statunitense che invitano a sostituire la logica della minaccia con quella del dialogo.

Questa valutazione non nasce da motivazioni ideologiche, ma da una constatazione realistica. Cuba non è un paese disposto a piegarsi. La storia della Rivoluzione dimostra che il popolo cubano ha saputo resistere per oltre sessant’anni a blocchi economici, sabotaggi, campagne di destabilizzazione e tentativi di isolamento internazionale.

Pensare oggi di imporre con la forza un cambiamento politico significa ignorare la storia e sottovalutare la capacità di resistenza di un popolo che ha fatto della propria sovranità un valore irrinunciabile.

Il secondo elemento è rappresentato dall’appello internazionale lanciato da Cuba ai movimenti sociali, alle organizzazioni pacifiste e alla società civile mondiale. Di fronte all’escalation di minacce, l’isola non risponde con parole di odio, ma con un invito alla difesa della vita e della pace.

Si tratta di una posizione che richiama la migliore tradizione internazionalista della Rivoluzione cubana, sempre schierata contro le guerre imperialiste e a favore della cooperazione tra i popoli. L’appello denuncia il pericolo di una nuova stagione di aggressioni e richiama la comunità internazionale alle proprie responsabilità.

Il terzo fatto, forse il più significativo dal punto di vista politico, riguarda l’opinione pubblica statunitense. Una recente indagine demoscopica mostra infatti che la maggioranza degli elettori americani respinge l’ipotesi di un intervento militare contro Cuba. Perfino negli Stati Uniti cresce la consapevolezza che la strada della guerra non porterebbe alcuna soluzione. La maggioranza dei cittadini preferisce il dialogo, la cooperazione e la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi.

Questi tre elementi smontano la narrativa costruita dagli ambienti più aggressivi della politica statunitense. Non esiste alcun consenso internazionale per un’aggressione contro Cuba. Non esiste neppure un consenso interno negli Stati Uniti. E persino autorevoli ex rappresentanti degli apparati di sicurezza di Washington mettono in guardia contro i rischi di una simile avventura.

Dietro le minacce contro Cuba si nasconde una crisi più profonda. L’ordine internazionale unipolare costruito dopo la fine della Guerra Fredda sta mostrando tutte le sue contraddizioni. Emergono nuovi protagonisti globali, si rafforzano i processi di integrazione regionale e cresce la richiesta di un mondo multipolare fondato sul rispetto reciproco tra le nazioni. In questo scenario Cuba continua a rappresentare un simbolo di indipendenza politica e di resistenza all’egemonia imperiale.

È proprio per questo che l’isola continua a essere bersaglio di pressioni e aggressioni. Non per ciò che possiede, ma per ciò che rappresenta. Cuba dimostra che è possibile difendere la sovranità nazionale, garantire diritti sociali fondamentali e costruire relazioni internazionali fondate sulla solidarietà. Una testimonianza che continua a disturbare chi vorrebbe un mondo interamente subordinato alle logiche del mercato e della potenza militare.

Oggi più che mai diventa necessario rilanciare una mobilitazione internazionale per la pace. La comunità internazionale deve respingere ogni ipotesi di aggressione militare contro Cuba e chiedere la fine del blocco economico che continua a colpire duramente la popolazione civile. La pace non si costruisce con le portaerei, le sanzioni o le minacce. La pace si costruisce attraverso il dialogo, la cooperazione e il rispetto della sovranità dei popoli.

Le voci che oggi si levano dagli stessi Stati Uniti, insieme all’appello proveniente da Cuba e al rifiuto popolare della guerra, dimostrano che un’altra strada è possibile. È la strada della convivenza pacifica, del diritto internazionale e della solidarietà tra i popoli.

Contro i tamburi di guerra, Cuba continua a scegliere la vita. E questa scelta riguarda tutti noi.

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