Stella Calloni (Entre Ríos, Argentina, 1935) è una rinomata giornalista, scrittrice, poetessa e ricercatrice specializzata in politica internazionale. Riconosciuta come una delle voci più importanti del giornalismo investigativo in America Latina, è stata corrispondente di guerra in America Centrale e nei Caraibi ed è autrice di preziosi studi sui processi politici della regione, evidenziando le sue indagini di riferimento sull’Operazione Condor (The Wolf Years, Criminal Pact).
Nel corso della sua vasta carriera, in cui ha ricevuto il Premio José Martí per il Giornalismo Latino-Americano e il Premio Rodolfo Walsh, si è distinta per il suo sguardo critico, la sua ferma difesa dei diritti umani e un costante impegno etico nell’analisi geopolitica del continente. Le forti dichiarazioni politiche di Stella Calloni sono destinate ad aprire un ricco dibattito internazionale.
Cosa sta succedendo in Venezuela?
Stella Calloni: Per me, questo mette in luce la debolezza assoluta della sinistra e degli intellettuali; era qualcosa di ovvio. Ciò cui stiamo assistendo oggi è direttamente collegato all’aver accettato silenziosamente gli eventi del 3 gennaio 2026. Nessuno ha offerto una spiegazione convincente sul perché ciò che è accaduto: un’operazione chirurgica di sole due o tre ore in cui rapiscono il presidente, lo trasferiscono all’estero e, inoltre, prendono il controllo del paese.
Fai un contrasto molto netto tra la capacità di risposta militare del Venezuela e altri episodi storici nella regione. Perché questa mancanza di resistenza ti sembra così incomprensibile?
Stella Calloni: È incomprensibile. Il Venezuela dispone di un grande esercito, dotato di radar, armi e una struttura difensiva che Chávez stesso ha lasciato organizzata. Non era una nazione indifesa. Pensiamo al caso di Panama quando fu invasa dagli Stati Uniti: era un paese di appena due milioni di abitanti, con il Comando Sud che operava all’interno del proprio territorio e una forza militare di soli 4.000 soldati in formazione, senza aviazione né armi pesanti.
Eppure, a Panama il popolo e le forze armate resistettero con ciò che avevano a disposizione. Ecco perché è inammissibile che qui non ci sia stata resistenza, se non per l’eroico esempio di 32 compagni cubani e alcune azioni isolate in caserme prive di difesa. Un’azione di tale portata non poteva mai essere compiuta senza complicità o un accordo interno.
Nella tua analisi, l’impatto non è solo militare o politico, ma anche economico e istituzionale. Come valutate i passaggi compiuti immediatamente dopo?
Stella Calloni: Nel giro di una settimana, installano un presidente la cui prima misura è cedere l’amministrazione delle risorse petrolifere al Tesoro degli Stati Uniti. E cercano di giustificarlo sostenendo che sono “concessioni necessarie per salvare il popolo”. Salvare chi? Con la presenza del Comando Sud nel territorio e l’attuazione del cosiddetto “consenso di Trump”, chiunque cerchi di difendere la sovranità della propria patria sarà classificato come terrorista. Il nemico interno diventa tutti noi.
C’è una pretesa diretta nel tuo discorso riguardo alla leadership politica e al ruolo della memoria storica. Ritiene che l’eredità di figure come Hugo Chávez o Fidel Castro sia stata tradita?
Stella Calloni: Il tradimento di Chávez è assoluto e totale. Ecco perché hanno cancellato la sua eredità dalla mappa e ora stanno cercando di fare lo stesso con la figura di Bolívar. Cercano di cancellare la memoria storica dei nostri popoli, devastare le conquiste sociali e lasciare una società impoverita e disperata.
La sinistra trovò rifugio in quel progetto straordinario dell’inizio del secolo, ma quella fase fu sostenuta dalla statura di una leadership storica con Fidel Castro e Hugo Chávez alla guida. L’attuale leadership credeva che fosse possibile sopravvivere partecipando ai vertici, tenendo discorsi eloquenti e scrivendo documenti. La politica richiede azione, e qui non è stato fatto nulla.
Menzioni anche con grande preoccupazione la situazione umanitaria a Cuba. Cosa pensi stia fallendo nella solidarietà internazionale con l’isola?
Stella Calloni: Stiamo cadendo addormentati. A Cuba, la popolazione sta subendo una usura straziante, un’asfissia drammatica che ricorda la situazione a Gaza. Non importa quanti aiuti puntuali vengano inviati, stiamo parlando di un paese di quasi dieci milioni di abitanti paralizzato, senza forniture energetiche di base e con un sistema ospedaliero al limite. Non possiamo semplicemente lamentarci dietro gli angoli mentre succede questo.
Per concludere, qual è la tua chiamata all’azione in questo scenario?
Stella Calloni: È tempo di mobilitarsi e agire. E voglio essere chiara: non sto invocando insurrezioni armate o cose del genere. Sto parlando di spezzare l’inerzia del cerchio chiuso in cui siamo divisi tra discorsi impeccabili che non trasformano la realtà. Dobbiamo finanziarci se necessario, scendere in piazza, dialogare con le basi, mettere in discussione i centri di potere e mostrare all’impero che siamo ancora vivi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/09/2026
La situazione in Venezuela. Intervista con Stella Calloni
30/07/2026
Dai fatti di Porzûs a Gladio e oltre, sino alla strage di Bologna
Alessandra Kersevan, autorevole storica delle vicende del confine orientale durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, si ripresenta ai lettori con un nuovo libro relativo agli accadimenti del 7 febbraio 1945 sul monte Topli Uorch, più noti in seguito come i fatti di Malga Porzûs.
Il libro Porzûs 1945. Prove di Gladio sul confine orientale (ed. Kappavu, pag. 1108, €40) è frutto di oltre trent’anni di lavoro e segue, ampliandone documentazione e analisi storiche, il precedente Porzûs: dialoghi sopra un processo da rifare, pubblicato nel 1995.
Colpisce, nel lavoro di Kersevan, la grande profondità dell’indagine ma ancor più la capacità dell’autrice di collocare i fatti di Topli Uorch nel loro contesto storico specifico, nella coscienza, tuttavia, che essi possono costituire un’efficace chiave di comprensione più generale del Novecento europeo e italiano, come è chiarito già nell’introduzione: “Porzûs, la sua intera vicenda, è in sintesi una storia dell’Europa e del Novecento; racchiude la Seconda guerra mondiale in tante sue implicazioni e sfumature; annuncia la guerra fredda contro il comunismo; anticipa tanti dei misteri d’Italia” (pag. 7).
Quei fatti del febbraio 1945 divennero e sono ancora tra i più citati per screditare il ruolo dei comunisti e dei partigiani garibaldini nella lotta di liberazione quando sono ricordati come un’azione di ‘combattenti rossi filo-sloveni’ che avrebbero assassinato dei ‘sinceri patrioti’ appartenenti alla Brigata partigiana Osoppo.
Un elemento geo-politico specifico del Friuli e della Venezia Giulia è che dopo l’armistizio dell’8 settembre queste regioni non furono incorporate nella repubblica di Salò bensì annesse dal Terzo Reich all’interno della cosiddetta OZAK-Operationzone Adriatisches Künstenland (Zona d’Operazioni Litorale Adriatico) con capitale Trieste e retta da un Gauleiter, cioè un governatore, nella persona del nazista carinziano Friedrich Rainer.
In seguito a questa decisione, la regione, che comprendeva le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e anche Lubiana, in caso di vittoria tedesca non sarebbe mai tornata all’Italia.
Come si può notare, la OZAK comprendeva regioni italiane ma anche territori strappati alla Jugoslavia e questa situazione particolare determinò che al suo interno si trovassero a operare, durante gli ultimi anni di guerra, forze di orientamento e di provenienza assai diversa.
Oltre agli occupanti tedeschi, sostenuti dalla X Mas, e ai partigiani garibaldini, erano infatti presenti la cosiddetta Resistenza “bianca”, esponenti del “governo del Sud”, dei servizi segreti italiani, tedeschi, inglesi e americani, e infine i partigiani sloveni. Come vedremo, inoltre, un ruolo significativo in funzione anticomunista fu giocato anche dalla Chiesa, segnatamente nella persona del vescovo di Udine, Giuseppe Nogara.
Questo intersecarsi di protagonisti e di situazioni è proprio ciò che fa compiere alla storia di Porzûs il salto storico da vicenda locale a evento paradigmatico di come allora e nel dopoguerra si siano dipanate le trame anticomuniste, eversive o esplicitamente golpiste che hanno segnato la storia europea e soprattutto italiana, ordite da personaggi direttamente provenienti dal fascismo, come Junio Valerio Borghese, Giovanni De Lorenzo, Giovanni Messe, oppure ambiguamente presenti anche nella Resistenza monarchica e bianca, come Edgardo Sogno e Mario Argenton.
Proprio queste situazioni motivano il sottotitolo del libro di Alessandra Kersevan “prove di Gladio sul confine orientale”, sia come senso politico generale ma anche, più concretamente, perché diversi personaggi coinvolti nelle vicende del confine orientale negli anni di occupazione tedesca fecero parte in seguito di Gladio (nome usato forse non a caso visto che il gladio era il simbolo repubblichino della X MAS).
Ancor più, il giudice Carlo Mastelloni, che si occupò del “Piano Solo”, cioè del tentativo di colpo di stato ordito nel 1964 dal generale De Lorenzo, dimostrò la continuità tra le organizzazioni anticomuniste e antislave sorte in Friuli Venezia Giulia – in particolare l’Organizzazione “O”, costituita nel dopoguerra da reduci della “Osoppo” – e Gladio, e come tali strutture fossero state utilizzate per propaganda, provocazioni e, appunto anche tentativi di golpe.
Non a caso, i depositi di armi dell’organizzazione “O” furono ceduti direttamente, al suo scioglimento, alla nascente Stay Behind-Gladio.
Così, seguendo il filo di tali vicende si risale sino ai tentativi golpisti di Borghese e alla P2 di Licio Gelli, notoriamente implicata anche nelle stragi nere e in particolare quella della stazione di Bologna.
All’interno di questo quadro generale, il lavoro di Kersevan ritorna sugli atti del processo che vide pesantemente condannati, nel 1952, quarantuno partigiani comunisti, con tre ergastoli e 704 anni di prigione.
Il libro dimostra come tale processo sia stato costruito, negli anni del dopoguerra, in chiave pregiudizialmente anticomunista, sotto uno stretto controllo politico e tenendo conto solo delle testimonianze contrarie ai garibaldini, anche se discutibili sino al falso evidente.
Kersevan ricostruisce minuziosamente il processo ai garibaldini, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le ombre, consulta nuovi documenti e anche le carte desecretate recentemente dei servizi segreti anglo-americani.
Il quadro che esce da tale lavoro documentale fa chiarezza su quali furono i reali contrasti tra brigate garibaldine e osovane, dimostrando come queste ultime si erano opposte a qualunque direzione comune (come invece disponeva il CLNAI) e avevano anzi accentuato il loro orientamento anticomunista emarginando anche la componente azionista.
Inoltre, alcune testimonianze attribuiscono agli osovari l’uccisione di partigiani garibaldini in precedenza imputate ai tedeschi. In pratica, per gli osovani, il sentimento anticomunista e la volontà di togliere qualunque spazio a una ipotetica occupazione comunista slovena, erano diventati guida prevalente dell’azione.
Mentre il CLNAI sosteneva esplicitamente la collaborazione tra Resistenza italiana e slovena, gli osovari vi si opponevano, giungendo a incontrare esponenti della X MAS e persino nazisti, patteggiando con loro.
Se non fu un caso che partigiani dell’Osoppo arrestati dai nazisti fossero rimessi in libertà, mentre ai garibaldini toccò la fucilazione, ancor più importante dal punto di vista storico sono i progetti per un’incorporazione di X MAS e Brigata Osoppo e di costruzione di un fronte comune nazionalista antislavo e anticomunista che si sviluppavano nell’inverno 1945, anche sotto la regia del già citato vescovo di Udine, Nogara e che avrebbe dovuto avere il punto di non ritorno in un assalto osovano alla postazione partigiana slovena di Robedeschis.
Appare inutile sottolineare che in un tale contesto, le presenza e l’azione di provocatori, spie e doppiogiochisti era quotidiana, e probabilmente fu proprio per comprendere quali fossero le vere intenzioni degli osovani e cercare le prove dei loro patteggiamenti con fascisti e nazisti che i partigiani garibaldini guidati da Mario Toffanin “Giacca” salirono, quel 7 febbraio 1945, al monte Topli Uorch.
Prova di tale intenzione è che l’archivio della Brigata Osoppo fu sequestrato dai garibaldini. Sullo sviluppo dell’azione che portò all’uccisione del capo della Osoppo, Francesco De Gregori “Bolla” (già facente parte delle Frecce Nere fasciste in Spagna), e di altri sedici osovari, influì certamente anche il fatto che nella malga sede della Osoppo fu riconosciuta Elda Turchetti, già denunciata da Radio Londra come spia dei nazisti, che da qualche tempo ci viveva, con un ruolo che non è mai stato completamente chiarito (spia, prigioniera, improbabile convertita alla Resistenza?).
Ciò che è chiaro, in questa vicenda che dopo ottanta anni ancora non finisce di riservare sorprese, è che fu ampiamente e strategicamente strumentalizzata a fini anticomunisti e antigaribaldini. Non è un caso che le ultime parole del libro siano una citazione di Vanni Padoan, garibaldino e storico, che ebbe a dire che “se Porzûs non ci fosse stata l’avrebbero inventata”.
Purtroppo, ritornando alle parole di Kersevan, “Chi poi ha pagato con la galera, l’esilio, l’emigrazione, la gogna sociale e mediatica in aeternum sono stati i comunisti friulani e i garibaldini; e i gappisti, 42 partigiani contadini e operai, la cui salita alle malghe, per quanto condotta in modo irriflessivo, con esiti di una tragicità non prevista di fronte a complicazioni che Giacca non fu in grado di affrontare, era stata motivata dalla conoscenza di trattative e accordi osovani con il nemico, tra i quali il dissennato piano di attacco a Robedeschis che avrebbe creato il “pretesto” per giustificare l’attivazione di un “fronte unico”, patrocinato dall’arcivescovo Nogara, tra Osoppo, repubblichini, X Mas e ambienti nazisti.” (p. 1031).
La lettura di questo libro non è sempre facile, la mole di documenti, nomi e fatti citati è enorme e così anche la quantità di osservazioni e valutazioni dell’autrice, tanto che a tratti è complicato orientarvisi, ma si tratta di un testo importante e utile, come ho scritto, non solo per la conoscenza dei fatti specifici discussi, ma per la comprensione dello scenario europeo e italiano durante la guerra, la Resistenza e gli anni a seguire.
Un testo non solo da leggere, ma che per la sua ampiezza si può tornare a consultare come fonte storica dei fatti del confine orientale, delle trame eversive italiane, ma anche per rendersi conto di quanto siano false e dannose le ricostruzioni agiografiche della Resistenza che la descrivono come un movimento privo di contraddizioni e di conflitti interni.
Fonte
09/06/2026
Cuba sotto assedio nel silenzio del Mondo
Ci sono guerre che si combattono con i bombardieri, con i carri armati e con i missili. E poi ci sono guerre più subdole, meno appariscenti, spesso invisibili ai grandi mezzi di comunicazione, ma non per questo meno devastanti. La guerra economica che gli Stati Uniti conducono contro Cuba da oltre sessant’anni appartiene a questa seconda categoria.
Una guerra permanente, pianificata, scientificamente costruita per soffocare un popolo e piegarne la volontà politica attraverso privazioni, difficoltà e isolamento.
Oggi questa aggressione assume una forma ancora più sofisticata e pericolosa. La sospensione delle operazioni delle principali carte di credito internazionali, Visa e Mastercard, sull’isola non rappresenta un semplice problema tecnico o bancario. Siamo di fronte a un colpo durissimo, potenzialmente mortale, per una parte significativa dell’economia cubana.
Molti osservatori occidentali tendono a sottovalutare la portata di questa misura perché ragionano come se si trattasse di una questione amministrativa. In realtà, nel mondo contemporaneo, privare un Paese dell’accesso ai principali circuiti finanziari equivale a bombardarne le infrastrutture economiche. Se nel Novecento si distruggevano ponti, ferrovie e centrali elettriche, nel XXI secolo si colpiscono i sistemi di pagamento, le reti bancarie, i canali finanziari e gli strumenti attraverso cui circolano merci, servizi e capitali.
Visa e Mastercard non sono semplicemente due aziende. Sono l’ossatura del sistema dei pagamenti globali. Attraverso questi circuiti passano milioni di transazioni quotidiane che consentono il funzionamento del turismo, del commercio, dei servizi, delle prenotazioni alberghiere, dei trasferimenti di denaro e delle attività imprenditoriali.
Impedire o limitare l’utilizzo di questi strumenti significa rendere estremamente complicata la vita economica di un Paese già sottoposto a un assedio permanente.
Pensiamo al turismo internazionale. Un visitatore europeo, canadese, latinoamericano o asiatico è abituato a viaggiare utilizzando le proprie carte di credito per prenotare alberghi, acquistare servizi, effettuare pagamenti e gestire le spese quotidiane. Se improvvisamente questi strumenti cessano di funzionare, Cuba diventa una destinazione più difficile, più incerta e più costosa. Il danno per le strutture ricettive, per i lavoratori del settore turistico e per l’intero indotto economico è immediato.
Ma il problema non riguarda soltanto il turismo.
Le piccole attività commerciali, i ristoranti, i lavoratori autonomi, gli artigiani, le cooperative e le nuove forme di impresa nate negli ultimi anni sull’isola dipendono sempre più dai sistemi elettronici di pagamento e dai rapporti economici con l’estero. Colpire Visa e Mastercard significa colpire il tessuto produttivo che con enormi sacrifici cerca di generare reddito e occupazione.
Ancora più grave è l’impatto sulle famiglie. Milioni di cubani vivono grazie anche all’aiuto economico dei parenti emigrati. Ogni ostacolo ai trasferimenti finanziari significa rendere più difficile l’acquisto di beni essenziali, medicinali, alimenti e prodotti di prima necessità. Dietro le statistiche e le decisioni politiche ci sono persone reali, famiglie reali, anziani, bambini e lavoratori che pagano il prezzo di una strategia che pretende di colpire uno Stato ma finisce inevitabilmente per colpire la popolazione.
È questa la natura più crudele dell’embargo. Le sanzioni vengono presentate come strumenti politici, ma i loro effetti concreti ricadono soprattutto sui cittadini comuni.
L’obiettivo di Washington è evidente. Non si cerca il dialogo. Non si cerca la cooperazione. Non si cerca neppure una reale trasformazione democratica. Si cerca il logoramento. Si cerca di aggravare le difficoltà economiche fino a produrre malcontento sociale e instabilità interna.
L’amministrazione statunitense continua a utilizzare l’enorme potere del dollaro e del sistema finanziario internazionale come un’arma geopolitica. È una forma di imperialismo che non ha bisogno di occupazioni militari permanenti perché esercita il proprio dominio attraverso banche, sanzioni, circuiti di pagamento e controllo dei flussi finanziari globali.
Ciò che colpisce maggiormente, tuttavia, non è soltanto la brutalità dell’offensiva statunitense. È il silenzio del resto del mondo.
Da decenni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite condanna quasi all’unanimità il blocco contro Cuba. Da decenni la comunità internazionale riconosce formalmente che esso costituisce una misura ingiusta, anacronistica e contraria ai principi fondamentali del diritto internazionale.
Eppure nulla cambia. L’Europa si limita a dichiarazioni di circostanza. Molti governi latinoamericani denunciano l’embargo ma non costruiscono strumenti alternativi capaci di aggirarlo realmente. Le grandi istituzioni finanziarie internazionali preferiscono evitare qualsiasi confronto con Washington. Le banche di mezzo mondo rinunciano a operare con Cuba per paura di sanzioni secondarie e ritorsioni economiche.
Si è così creata una situazione paradossale. Quasi tutti dichiarano di essere contrari al blocco, ma quasi nessuno è disposto a sfidarlo concretamente.
La verità è che il potere imperiale statunitense continua a esercitarsi non solo attraverso la propria forza, ma anche attraverso la passività degli altri. Il silenzio, l’inerzia e la rassegnazione della comunità internazionale finiscono per trasformarsi in una forma di complicità.
Se un’altra grande potenza imponesse a un paese l’impossibilità di utilizzare i principali circuiti finanziari internazionali, il mondo parlerebbe di aggressione economica. Nel caso di Cuba, invece, si preferisce parlare di sanzioni, come se la terminologia potesse attenuare la sofferenza reale che esse producono.
Il popolo cubano continua a resistere con una dignità straordinaria. Resiste nonostante la scarsità di risorse, le difficoltà energetiche, gli ostacoli commerciali e il soffocamento finanziario. Ma sarebbe un grave errore trasformare questa resistenza in una narrazione romantica. Resistere non significa non soffrire. Resistere significa sopravvivere a una pressione costante che nessun altro Paese dell’emisfero occidentale sarebbe costretto a sopportare.
Per questo il blocco delle carte Visa e Mastercard assume un valore simbolico enorme. Esso mostra come l’assedio contro Cuba stia entrando in una fase ancora più sofisticata, nella quale non si colpiscono soltanto le merci o i commerci, ma l’intera architettura finanziaria che rende possibile la vita economica contemporanea.
La questione, dunque, non riguarda soltanto Cuba. Riguarda il modello di ordine internazionale che stiamo accettando. Un ordine nel quale una potenza può decidere unilateralmente chi ha diritto di commerciare, chi può accedere ai sistemi di pagamento e chi deve essere escluso dal mercato globale.
Difendere Cuba oggi significa difendere il principio secondo cui nessun popolo può essere strangolato economicamente per imporre una determinata scelta politica. Significa difendere la sovranità dei popoli, il diritto allo sviluppo e la dignità umana contro ogni forma di dominio imperiale.
E significa soprattutto rompere un silenzio che dura da troppo tempo. Perché l’assedio contro Cuba continua certamente per la volontà di Washington, ma continua anche grazie all’indifferenza di chi potrebbe opporvisi e sceglie invece di voltarsi dall’altra parte.
Il giorno in cui il mondo smetterà di considerare normale questo assedio, quel giorno l’embargo avrà già iniziato a perdere la sua forza. Fino ad allora, ogni nuova sanzione, ogni nuovo divieto, ogni nuova restrizione finanziaria continuerà a rappresentare non soltanto un attacco contro Cuba, ma una sconfitta per il diritto internazionale e per la coscienza civile dell’umanità.
03/06/2026
Cuba, la scelta della pace contro la follia della guerra
Mentre nel mondo si moltiplicano i conflitti e il linguaggio della forza sembra sostituire sempre più spesso quello della diplomazia, da Cuba arriva un messaggio che merita di essere ascoltato. È un messaggio di pace, di ragionevolezza e di difesa della vita contro i tamburi di guerra che alcuni settori dell’establishment statunitense continuano irresponsabilmente a far risuonare nel continente americano.
Negli ultimi giorni sono emersi tre fatti di straordinaria importanza politica che, letti insieme, raccontano una realtà molto diversa da quella propagandata dai sostenitori dell’aggressione contro l’isola socialista.
Il primo riguarda un memorandum indirizzato al presidente Donald Trump da un gruppo di ex funzionari dell’intelligence, della diplomazia e delle forze armate degli Stati Uniti. Non si tratta di militanti rivoluzionari o di simpatizzanti del governo cubano. Si tratta di persone che hanno servito gli apparati strategici di Washington e che conoscono perfettamente i meccanismi della politica estera statunitense.
La loro conclusione è netta: una aggressione contro Cuba sarebbe destinata a un fallimento catastrofico. Tra i firmatari figurano ex analisti della CIA, ex ufficiali dell’intelligence e della diplomazia statunitense che invitano a sostituire la logica della minaccia con quella del dialogo.
Questa valutazione non nasce da motivazioni ideologiche, ma da una constatazione realistica. Cuba non è un paese disposto a piegarsi. La storia della Rivoluzione dimostra che il popolo cubano ha saputo resistere per oltre sessant’anni a blocchi economici, sabotaggi, campagne di destabilizzazione e tentativi di isolamento internazionale.
Pensare oggi di imporre con la forza un cambiamento politico significa ignorare la storia e sottovalutare la capacità di resistenza di un popolo che ha fatto della propria sovranità un valore irrinunciabile.
Il secondo elemento è rappresentato dall’appello internazionale lanciato da Cuba ai movimenti sociali, alle organizzazioni pacifiste e alla società civile mondiale. Di fronte all’escalation di minacce, l’isola non risponde con parole di odio, ma con un invito alla difesa della vita e della pace.
Si tratta di una posizione che richiama la migliore tradizione internazionalista della Rivoluzione cubana, sempre schierata contro le guerre imperialiste e a favore della cooperazione tra i popoli. L’appello denuncia il pericolo di una nuova stagione di aggressioni e richiama la comunità internazionale alle proprie responsabilità.
Il terzo fatto, forse il più significativo dal punto di vista politico, riguarda l’opinione pubblica statunitense. Una recente indagine demoscopica mostra infatti che la maggioranza degli elettori americani respinge l’ipotesi di un intervento militare contro Cuba. Perfino negli Stati Uniti cresce la consapevolezza che la strada della guerra non porterebbe alcuna soluzione. La maggioranza dei cittadini preferisce il dialogo, la cooperazione e la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi.
Questi tre elementi smontano la narrativa costruita dagli ambienti più aggressivi della politica statunitense. Non esiste alcun consenso internazionale per un’aggressione contro Cuba. Non esiste neppure un consenso interno negli Stati Uniti. E persino autorevoli ex rappresentanti degli apparati di sicurezza di Washington mettono in guardia contro i rischi di una simile avventura.
Dietro le minacce contro Cuba si nasconde una crisi più profonda. L’ordine internazionale unipolare costruito dopo la fine della Guerra Fredda sta mostrando tutte le sue contraddizioni. Emergono nuovi protagonisti globali, si rafforzano i processi di integrazione regionale e cresce la richiesta di un mondo multipolare fondato sul rispetto reciproco tra le nazioni. In questo scenario Cuba continua a rappresentare un simbolo di indipendenza politica e di resistenza all’egemonia imperiale.
È proprio per questo che l’isola continua a essere bersaglio di pressioni e aggressioni. Non per ciò che possiede, ma per ciò che rappresenta. Cuba dimostra che è possibile difendere la sovranità nazionale, garantire diritti sociali fondamentali e costruire relazioni internazionali fondate sulla solidarietà. Una testimonianza che continua a disturbare chi vorrebbe un mondo interamente subordinato alle logiche del mercato e della potenza militare.
Oggi più che mai diventa necessario rilanciare una mobilitazione internazionale per la pace. La comunità internazionale deve respingere ogni ipotesi di aggressione militare contro Cuba e chiedere la fine del blocco economico che continua a colpire duramente la popolazione civile. La pace non si costruisce con le portaerei, le sanzioni o le minacce. La pace si costruisce attraverso il dialogo, la cooperazione e il rispetto della sovranità dei popoli.
Le voci che oggi si levano dagli stessi Stati Uniti, insieme all’appello proveniente da Cuba e al rifiuto popolare della guerra, dimostrano che un’altra strada è possibile. È la strada della convivenza pacifica, del diritto internazionale e della solidarietà tra i popoli.
Contro i tamburi di guerra, Cuba continua a scegliere la vita. E questa scelta riguarda tutti noi.
Fonte
21/05/2026
Cuba resiste perché il suo popolo non si arrende
Il testo si colloca nel quadro delle recenti prese di posizione della Rete in Difesa dell’Umanità contro le minacce di dell’amministrazione Trump e contro il rafforzamento del bloqueo economico e finanziario.
C’è una verità che l’imperialismo nordamericano non riesce ad accettare: Cuba continua a esistere, a produrre, a educare, a curare, a creare cultura e coscienza collettiva nonostante oltre sessant’anni di bloqueo, aggressioni, sabotaggi economici e campagne mediatiche.
Il documento pubblicato dalla Red en Defensa de la Humanidad, “Cuba sigue en pie, trabaja, crea y lucha contra la amenaza del imperialismo”, rappresenta molto più di un comunicato politico. È la testimonianza concreta di una dignità storica che continua a sfidare il dominio unipolare e la logica della subordinazione coloniale.
In una fase storica segnata dalla crisi strutturale del capitalismo globale, Cuba continua a rappresentare una contraddizione vivente. Una piccola isola caraibica, priva delle immense risorse finanziarie delle grandi potenze, riesce ancora a garantire sanità pubblica, istruzione gratuita, ricerca scientifica, cooperazione medica internazionale e un sistema sociale fondato sulla centralità dell’essere umano e non del profitto.
È esattamente questo il punto che il documento della REDH mette in evidenza: l’attacco contro Cuba non nasce dalla “mancanza di democrazia”, formula ipocrita utilizzata dall’Occidente, ma dalla necessità dell’imperialismo di distruggere ogni esempio alternativo al neoliberismo.
Non è casuale che proprio nel 2026 si assista a una nuova escalation aggressiva da parte degli Stati Uniti. Le dichiarazioni provenienti dall’area trumpiana, le nuove sanzioni e le minacce militari denunciate dalla REDH mostrano come Washington consideri ancora Cuba un problema strategico e simbolico.
Il vero “pericolo” cubano non è militare. È politico e morale.
Cuba dimostra che anche sotto assedio si può costruire un modello sociale differente. Lo dimostra la lunga tradizione internazionalista delle brigate mediche, riconosciuta in decine di paesi del Sud globale; lo dimostra la capacità di resistenza durante le crisi energetiche e sanitarie; lo dimostra il livello di sviluppo scientifico raggiunto nonostante l’embargo.
Naturalmente nessuna analisi seria può ignorare le difficoltà reali che oggi attraversano la società cubana. La crisi energetica, l’emigrazione crescente, le difficoltà produttive e monetarie sono elementi concreti che incidono duramente sulla vita quotidiana del popolo cubano. Anche osservatori internazionali lontani dalle posizioni della Rivoluzione riconoscono il carattere drammatico della congiuntura economica attuale.
Ma proprio qui emerge l’ipocrisia occidentale: si pretende di giudicare Cuba senza considerare il peso devastante di un bloqueo che da decenni impedisce accesso al credito internazionale, approvvigionamenti energetici, tecnologie e normali relazioni commerciali.
Questo non significa negare la necessità di riforme, autocritica e innovazione nel modello economico cubano. Significa però rifiutare la narrazione tossica secondo cui tutte le difficoltà deriverebbero esclusivamente da errori interni. Persino nei dibattiti popolari presenti sui social latinoamericani emergono letture contrastanti ma convergenti su un punto: il bloqueo è un fattore strutturale della crisi. (Reddit)
La solidarietà internazionalista con Cuba oggi non può essere rituale o nostalgica. Deve diventare iniziativa politica concreta contro il bloqueo, contro la militarizzazione delle relazioni internazionali e contro la nuova offensiva neofascista globale denunciata dalla stessa REDH.
Difendere Cuba significa difendere il diritto dei popoli a scegliere il proprio destino senza ricatti economici, invasioni finanziarie e terrorismo mediatico.
Per questo Cuba continua a essere in piedi.
Lavora.
Crea.
Lotta.
E proprio per questo continua a fare paura all’impero.
*****
Di seguito il testo della dichiarazione di REDH
Cuba resiste. Lavora, crea e lotta contro la minaccia dell’imperialismo
L’imperialismo pianifica con freddezza ogni mossa. Ogni mossa fa parte della sua ossessione storica di impadronirsi di Cuba.
All’embargo storico — il più lungo della storia — ha aggiunto il blocco sui combustibili, ricorrendo al ricatto e alle minacce contro chiunque tenti di vendere petrolio a Cuba. A ciò ha aggiunto una serie di sanzioni tra il 29 gennaio e il 7 maggio.
In quel contesto di privazioni calcolate che arrivano all’asfissia, in mezzo agli sforzi titanici del Governo Rivoluzionario di Cuba per installare fonti di energia solare, è arrivata una nave in aprile, inviata dalla Russia, che ha contribuito ad alleviare la grave situazione energetica.
Non è un caso che, con l’esaurirsi del carburante e l’avvicinarsi dell’estate, l’amministrazione Trump abbia giocato due carte: richiedere il permesso per la visita del direttore della CIA e offrire 100 milioni di dollari come aiuto umanitario.
In mezzo a enormi pressioni si impone come mantra la frase del segretario di Stato Marco Rubio: «Cuba è uno Stato fallito». A ciò si aggiunge la convinzione di Trump: «Verranno da noi».
Marco Rubio ha tirato fuori dal suo baule di bugie l’allarme: «Le basi di Cina e Russia installate a Cuba sono una minaccia per l’emisfero occidentale».
È tutto assolutamente falso, e lo sanno tutti: dai membri del Congresso che hanno visitato Cuba fino ai grandi media.
Non si tratta di una diagnosi, ma della perversa strategia di un impero in declino che crede di aver trovato la sua frutta matura. Ora è iniziata la nuova narrativa: «I droni cubani sarebbero stati attivati». Stanno cercando di preparare il colpo di grazia.
La loro sconfitta in Iran, l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, la firma di oltre sei milioni di cubani disposti a difendere la loro sovranità, il fatto di non essere riusciti a provocare un’esplosione interna e di aver constatato che il popolo continua a lavorare e a resistere li ha fatti disperare.
La minoranza fascista anticubana radicata in Florida ha finalmente trovato un governo su cui cavalcare, fare pressione e cercare di piegare ricattando con i propri voti. Vogliono una vittoria rapida. Vogliono reintrodurre il casinò, la droga e la prostituzione. Vogliono il porto, le scuole, le proprietà nazionalizzate.
È la fretta dell’impero quando sente che il tempo gli sta sfuggendo.
Un feroce blocco di oltre sei decenni non è servito loro a comprendere il costo della loro politica punitiva e fallimentare. Non capiscono con quale popolo hanno a che fare.
: Questo è lo stesso popolo e lo stesso Esercito Ribelle che, dopo anni di lotta internazionalista in Africa, si sedettero al tavolo delle trattative dove l’imperialismo cercò di strappare loro la certezza se avrebbero attraversato o meno il confine della Namibia. E il capo cubano rispose: «Non possiamo dire né che lo faremo né che non lo faremo».
Non sapranno mai quale sia la nostra decisione silenziosa.
Non conosceranno mai i sacrifici che siamo disposti a compiere.
Quell’internazionalismo ereditato da Fidel e Raúl non ha ampliato i nostri confini geografici, né ha portato con sé oro e argento; ha solo riportato sul nostro suolo i morti che abbiamo consegnato. Ma ha ampliato per sempre i nostri confini politici, di solidarietà e di rispetto senza pari.
E questo è il dato che l’impero, nella sua disperazione, non riesce a comprendere: che un’invasione di Cuba non sarà solo contro Cuba. Sarà contro tutti i popoli del mondo che iniziano a firmare e ad arruolarsi, come fecero a Girón per difendere Cuba dall’aggressione.
La resistenza non avrà una sola trincea: si moltiplicherà in ogni angolo della Nostra America e oltre
Cuba conosce bene il copione perché lo ha subito per più di sessant’anni. Sa che dietro ogni accusa c’è un piano di dominio, dietro ogni “minaccia” inventata c’è una flotta pronta a salpare, e dietro ogni “nazione fallita” c’è l’avidità di chi sogna di spartirsene i resti.
Ma questo popolo non è nuovo alla resistenza.* Ha una lunga tradizione alle spalle e ricorda bene da dove ha avuto inizio la sua prima missione.
Quando nella Sierra Maestra i razzi statunitensi caddero sulla casa dell’umile contadino Mario Sariol, Fidel pronunciò le parole che oggi risuonano con identica attualità: «Vedendo i razzi che hanno lanciato sulla casa di Mario, mi sono giurato che gli americani pagheranno a caro prezzo ciò che stanno facendo. Quando questa guerra finirà, per me inizierà una guerra molto più lunga e grande: la guerra che combatterò contro di loro. Mi rendo conto che quello sarà il mio vero destino».
Quella certezza non era uno slogan di emergenza, era la bussola fondante della Rivoluzione. Ed è quella bussola che continua a guidarci. Vogliono il nostro crollo. Vogliono la nostra umiliazione. Si sbagliano di popolo. Si sbagliano di storia.
Solo quando tenteranno il colpo finale capiranno che Cuba è ancora in piedi, aggrappata alla sua prima missione, che è anche la sua ultima trincea: lottare contro l’imperialismo.
¡Hasta la victoria siempre!
Dichiarazione della sezione cubana della Rete in Difesa dell’Umanità
L’Avana, 18 maggio 2026
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19/05/2026
Segnali di fumo dalle Black Hills, di nuovo
Questa vicenda ormai tanto leggendaria quanto remota, torna d’attualità alla notizia che giunge in questi giorni dagli Stati Uniti, circa la vittoria degli attivisti Lakota appartenenti a nove comunità degli stati del Sud e Nord Dakota e del Nebraska, che sono riusciti, con azioni militanti e denunce legali, a bloccare i progetti di trivellazione di una società mineraria in una località delle Black Hills, la regione collinare che è da sempre considerata il centro spirituale della nazione Lakota.
Proprio la difesa delle Black Hills 150 anni fa era stata la causa del conflitto armato di cui la battaglia di Little Big Horn fu il momento più eclatante, che vide protagonisti i grandi leader nativi Toro Seduto e Cavallo Pazzo e in cui Custer pagò con la vita, per aver deliberatamente diffuso alla stampa la notizia della presenza di oro sulle Paha Sapa, il nome Lakota delle Black Hills, scatenando così l’invasione dei minatori bianchi e il conseguente conflitto.
Da allora molto tempo è passato e molte cose sono cambiate, ma la battaglia per la difesa della propria terra dalle logiche devastanti del profitto, impegna ancora molti nativi americani e a volte ottiene significativi successi.
È passato qualche anno dalla mobilitazione durata diversi mesi e che coinvolse migliaia di nativi e di loro sostenitori, contro un oleodotto che avrebbe dovuto attraversare le terre dei Lakota con gravi rischi di inquinamento delle falde acquifere; una battaglia che portò prima ad un successo con la sospensione del progetto, ripreso però poi durante la prima presidenza Trump, proprio con il sostegno presidenziale, che avvallò il dispiegamento dei militari della Guardia Nazionale, per sgomberare il presidio di massa degli attivisti lungo il tracciato dell’oleodotto.
Ma proprio la presidenza Trump con i suoi attacchi razzisti alle minoranze, ha rilanciato l’azione degli attivisti nativi organizzati nell’American Indian Movement, le cui bandiere sono state presenti e visibili in un gran numero di mobilitazioni contro gli abusi dell’ICE, di cui spesso proprio i nativi (che certo non sono immigrati clandestini) sono stati vittime.
A Minneapolis, centro della protesta anti ICE, vive una delle più grandi comunità urbane di nativi che è stata protagonista della vittoriosa protesta; contando sui margini di autonomia amministrativa di cui le riserve tribali ancora fruiscono, molti leader di comunità native hanno vietato l’accesso degli agenti dell’ICE sulle loro terre.
Alla battaglia per la difesa dell’ambiente e a quella contro le discriminazioni razziali, si è aggiunta anche la presa di posizione di molti leader tribali e le iniziative di lotta, contro la guerra, per la solidarietà con i popoli aggrediti dagli Stati Uniti e soprattutto con il popolo palestinese, che sembra oggi vivere lo stesso dramma dei nativi americani, vittime entrambi di un colonialismo da insediamento finalizzato al genocidio, in cui alla violenza organizzata degli stati, si aggiunge quella non meno feroce dei coloni che occupano illegalmente la terra.
E in questo quadro di generale ripresa dell’attivismo nativo, la recente liberazione, dopo 50 anni di carcere, del militante dell’American Indian Movement Leonard Peltier, accusato dell’omicidio di due agenti federali, e la sua immagine sorridente che saluta a pugno chiuso, offrono una nuova speranza ad un popolo che ancora oggi in tanti credono fuori dalla storia, se non addirittura estinto.
La battaglia per la difesa di Pe’Sla, questo il nome della località sulle Black Hills che avrebbe dovuto subire lo sfregio ambientale delle trivellazioni, si colloca quindi nel quadro di un più generale conflitto nazionale e internazionale, che vede la lotta che i nativi conducono da ormai cinque secoli contro il colonialismo occidentale, affiancarsi a quella dei tanti popoli di diversa cultura e storia, ma con un comune nemico.
Negli Stati Uniti la logica coloniale si è prima imposta sui popoli autoctoni, poi da lì si è estesa all’intero globo, ma oggi che l’egemonia colonialista mostra evidenti segni di crisi ovunque, anche i popoli che per primi hanno subito la segregazione, la pulizia etnica e il genocidio, vogliono riprendere il loro posto nella storia a partire dalla loro cultura e dalle loro tradizioni. Pe’Sla oltre ad essere un luogo di periodici raduni per occasioni cerimoniali tradizionali è anche un pascolo per il bisonte, la cui reintroduzione è perseguita da molte comunità native come simbolo della propria rinascita.
Massacrato e ridotto fin quasi all’estinzione dai cacciatori bianchi, protetti dall’esercito che non riuscendo sottomettere con la forza i nativi scelse di affamarli, il ritorno del bisonte è una sfida simbolica al suprematismo bianco, che pretende di dominare la natura asservendola ai suoi interessi.
Non è quindi casuale che proprio in questi giorni ci giunga notizia di progetti del governo del Montana, sostenuti dallo stesso Trump, per estirpare le mandrie di bisonti ripristinate nella regione di Yellowstone e che stanno estendendo il loro areale; il bisonte ostacolerebbe l’allevamento di bestiame domestico e le lobby dei grandi allevatori, oggi come un secolo e mezzo fa, sono i principali nemici delle comunità native; le quali però sono già allertate e sul “piede di guerra”.
La resistenza dei nativi americani è solo un tassello, certo non il più importante, ma forse il più antico, del generale conflitto contro il colonialismo e l’imperialismo che ci guidano alla catastrofe: il fatto che tale resistenza dopo cinque secoli non sia stata soffocata, è un “segnale di fumo” che dal cuore dell’impero ci invita e ci incoraggia a non cedere mai.
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05/05/2026
Cuba sotto assedio, ma non piegata: la risposta della Rivoluzione alle minacce di Trump
La risposta di Cuba non è ambigua. È ferma, articolata, profondamente politica. E passa attraverso le parole del presidente Miguel Díaz-Canel e del ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla, che in questi giorni hanno delineato con chiarezza il quadro: non solo un inasprimento del blocco, ma una vera e propria escalation che sfiora il terreno della minaccia militare.
Rodríguez Parrilla non usa mezzi termini: “Respingiamo con fermezza le recenti misure coercitive unilaterali adottate dal governo degli Stati Uniti”, denunciando quello che definisce apertamente “un castigo collettivo al popolo cubano”.
Ma è nella sua lunga relazione all’incontro internazionale di solidarietà che emerge la profondità della crisi: “Viviamo un periodo particolarmente pericoloso per l’umanità e per Cuba, la proliferazione delle misure coercitive unilaterali riporta il mondo in una crisi multidimensionale e minaccia Cuba, che è nel mirino dell’imperialismo”.
Non si tratta, dunque, di una semplice disputa bilaterale. È un modello di pressione globale, che colpisce la sovranità degli Stati e ridefinisce i rapporti internazionali. Il ministro cubano ricorda il famigerato Memorandum Mallory, denunciando una continuità storica inquietante: “Provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo. Questa resta, ancora oggi, l’essenza della politica statunitense contro Cuba”.
L’elemento più grave, oggi, è il cosiddetto “blocco energetico”, che L’Avana considera senza esitazioni “un atto di guerra”. Le sanzioni contro chi esporta combustibile a Cuba rappresentano un salto qualitativo: “Quando il governo degli Stati Uniti perseguita il combustibile... si colpiscono i servizi medici... si danneggia la vita di milioni e milioni di persone... si tenta di seminare la disperazione”.
Eppure, è proprio su questo terreno che emerge la forza strutturale del sistema cubano. Rodríguez Parrilla lo sottolinea con chiarezza: “Cuba è uno Stato assediato, Cuba è uno Stato aggredito, non è uno Stato inefficiente”. Una frase che smonta una delle principali narrazioni occidentali e che trova conferma nella resilienza quotidiana del popolo cubano.
La risposta politica è altrettanto netta. Cuba è disponibile al dialogo, ma pone limiti invalicabili: “Non discuteremo mai con gli Stati Uniti questioni che riguardano esclusivamente la sovranità... e la libera determinazione dei cubani”. È il cuore della questione: non solo resistenza, ma autodeterminazione.
Le dichiarazioni di Trump, riportate dallo stesso ministro, segnano un ulteriore salto di qualità nella retorica aggressiva: l’ipotesi di “entrare e distruggere tutto” o l’immagine provocatoria di una portaerei a 90 metri dalle coste cubane. Parole che, seppur inserite in un contesto mediatico, hanno un peso geopolitico reale. La risposta cubana non è di paura, ma di deterrenza: “Cuba sarebbe un vespaio... una trappola mortale... lo scenario della guerra di tutto il popolo se l’imperialismo statunitense osasse attaccarci”.
Non meno importante è il richiamo alla dimensione globale della solidarietà. Oltre 800 delegati internazionali presenti all’Avana, rappresentanti di decine di Paesi e organizzazioni, testimoniano che Cuba non è isolata. Anzi, come sottolinea Rodríguez Parrilla, si sta consolidando “un fronte multipolare di solidarietà internazionale”.
Il presidente Díaz-Canel, dal canto suo, ha ribadito in più occasioni che la risposta cubana si fonda su unità e continuità rivoluzionaria. La mobilitazione di oltre 5 milioni di cittadini in tutto il Paese è il segnale più evidente: la legittimità del progetto socialista non è un residuo ideologico, ma una realtà viva.
In questo quadro, appare evidente anche il ruolo della diaspora più radicale di Miami, politicamente rappresentata da Rubio, che continua a esercitare un’influenza significativa nella definizione delle politiche statunitensi verso Cuba. Una diaspora che, come denuncia L’Avana, è stata storicamente “compromessa con il terrorismo” e che oggi si inserisce in una strategia più ampia di pressione e destabilizzazione.
Ma la vera questione, oggi, è un’altra: fino a che punto può spingersi questa escalation? E quale sarà la risposta della comunità internazionale? Rodríguez Parrilla pone una domanda che risuona ben oltre Cuba: “Quale giustificazione potrebbe avere... un atto barbaro... che provocherebbe distruzione e sofferenza?”.
È una domanda che chiama in causa non solo Washington, ma l’intero sistema internazionale.
Cuba, intanto, resta ferma sulla sua linea: “Cuba non minaccia nessuno... Cuba si difende, si difende con le idee e si difenderà con le armi”. Una dichiarazione che riassume sessant’anni di storia e che oggi torna a essere drammaticamente attuale.
Nel mondo instabile e frammentato del 2026, l’isola caraibica continua a rappresentare un punto di resistenza simbolica e politica. Non un relitto del passato, ma un laboratorio vivente di sovranità, giustizia sociale e conflitto globale.
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02/05/2026
Stravolgere Bella ciao: quando l’ignoranza diventa spettacolo
Quello che è accaduto sul palco del concertone del Primo Maggio, con la versione di Bella ciao cantata da Delia, appartiene esattamente a questa categoria: un gesto che non innova, non amplia, non attualizza – semplicemente cancella.
Cambiare “partigiano” in “essere umano” non è una variazione poetica. È un errore politico e culturale grossolano. Significa non aver capito nulla di quella canzone, della storia che porta dentro, del conflitto che nomina. Bella ciao non è un inno generico all’umanità: è una canzone partigiana, cioè una canzone schierata. Racconta una scelta, una presa di posizione, una rottura. Togliere quella parola significa neutralizzarla, disinnescarla, renderla innocua.
E oggi, in un tempo in cui i rigurgiti fascisti non sono più neanche troppo mascherati, “partigiano” è una parola ancora più necessaria. È una parola che divide, certo. Ma divide tra chi riconosce la storia della Resistenza e chi prova a diluirla in un indistinto moralismo buono per tutte le stagioni. Non c’è nessun “campo da allargare”, nessuna riscrittura da fare: c’è una memoria da rispettare.
Quello che colpisce, però, è anche il contesto. Il concertone del Primo Maggio, promosso da CGIL, CISL e UIL, continua a smarrire il proprio senso politico, trasformandosi in un contenitore sempre più svuotato, dove tutto può essere detto e il contrario di tutto può essere messo in scena. Anche a costo di accettare sponsorizzazioni da aziende legate, direttamente o indirettamente, al genocidio in corso in Palestina – mentre sul palco si canta una versione edulcorata e depoliticizzata di uno dei simboli più forti dell’antifascismo.
È un cortocircuito evidente: da un lato si cancella il conflitto nelle parole, dall’altro lo si legittima nei fatti.
Sul piano artistico, poi, la scelta è ancora più imbarazzante. Alterare Bella ciao in questo modo significa dimostrare una lacuna culturale enorme. Basta pensare a The Partisan di Leonard Cohen, che ha saputo restituire, in un altro contesto e in un’altra lingua, la stessa radicalità senza mai tradirne il senso. Qui invece siamo all’opposto: una banalizzazione che impoverisce tutto, musica compresa.
C’è poi un punto più ampio, che riguarda il clima culturale in cui tutto questo diventa possibile. Se i fascisti diventano “ragazzi di Salò”, se i neofascisti vengono raccontati come “idealisti”, se la storia viene continuamente riscritta e relativizzata, allora non sorprende che qualcuno pensi di poter riscrivere anche Bella ciao. Non è un incidente: è il prodotto di un processo.
Ma proprio per questo non può passare sotto silenzio. Perché le parole contano. E “partigiano” non è una parola qualsiasi. È una scelta di campo. Sostituirla non è inclusione. È rimozione.
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30/04/2026
La Brigata ebraica. Nata male, finita peggio
Gli ebrei erano tutti volontari, raccolti dall’Agenzia Ebraica per la Palestina (precorritrice del governo del futuro Stato d’Israele) fra i molti che da inizio secolo si erano man mano spostati lì dall’Europa, dove l’antisemitismo era cresciuto fuori misura, fino agli abomini dei campi di concentramento e di sterminio del Reich, che ormai dominava gran parte del continente, dalla Francia al Volga.
In solidarietà con i correligionari, furono in totale 30mila gli ebrei del Mandamento Palestinese che si arruolarono in svariati reparti dell’esercito di sua Maestà britannica. Il nazifascismo era ovviamente percepito come il peggior nemico al mondo di tutti gli ebrei del pianeta.
Gli arabi del Reggimento Palestinese non erano volontari, furono raccolti malvolentieri dai loro maggiorenti locali per compiacere i dominatori britannici. C’erano già state le prime, intense frizioni fra l’immigrazione ebraica e le popolazioni autoctone, che comprendevano bene le mire dell’Agenzia, la quale acquisiva terreni e case, in modi non sempre ortodossi.
I palestinesi lottavano per la propria indipendenza insieme agli altri ebrei e cristiani in loco da secoli, diffidando di quell’invasione europea, sempre più numerosa.
La Brigata Ebraica (Jewish Infantry Brigade Group) nacque dal rapido disfacimento di questo più grande Reggimento Palestinese misto e fu perciò anch’essa un’unità combattente dell’esercito britannico.
Fu attiva dal settembre 1944 al 1946; quando fu sciolta dagli inglesi era di stanza fra l’Olanda e il Belgio.
Combatté in Italia solo a guerra praticamente finita, fra marzo e aprile 1945, mentre i tedeschi sbaraccavano gli ultimi presidi mantenuti al Nord, nella moribonda Repubblica di Salò di Mussolini. La brigata era composta principalmente da volontari ebrei provenienti dalla Palestina del mandamento britannico, presa alla Turchia dopo la prima guerra mondiale; la nuova Brigata Ebraica combatté poco, sotto una propria bandiera con la stella azzurra di Davide.
Ai 3800 soldati ebrei provenienti dal Reggimento Palestinese, anch’esso in precedenza impiegato con parsimonia nei teatri di guerra, in funzioni di presidio e sorveglianza e mai in combattimento, tanto che pagò qualche perdita solo nell’assedio di Bengasi, svuotatosi in seguito per diserzioni, defezioni e contrasti della componente araba, si aggiunsero altri 1200 volontari, sempre e solo questa volta ebrei, reclutati anch’essi fra quelli residenti in Palestina.
Reclutamenti fatti dal governo ombra dell’Agenzia Ebraica, decisione presa nell’ottobre 1944 dopo prolungate discussioni fra Winston Churchill e Chaim Weizmann (capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, che sarà in seguito il primo presidente dello Stato di Israele) con presente una rappresentanza della Jewish Agency.
La dimensione finale della Brigata Ebraica fu perciò di circa 5000 soldati. Comprendeva il 1º, 2º e 3º battaglione del precedente Palestine Regiment, un reparto di Artiglieria, uno del Genio e un ospedale da campo. Comandante fu il brigadiere canadese Ernest Frank Benjamin, con ufficiali anglo-ebrei all’inizio, ma successivamente sempre più i comandanti furono solo ebrei palestinesi.
Reclutata principalmente tra gli ebrei del Yishuv (la Palestina ebraica mandataria), includeva anche volontari di 54 diverse nazionalità, provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto dall’Europa dell’Est, dove più intense erano state le infamie naziste.
Curioso, ma non troppo, che non ci fosse fra loro alcun ebreo italiano, salvo uno già residente in Palestina, gli ebrei invece furono numerosi nella Resistenza, inquadrati nelle brigate comuniste garibaldine o di Giustizia e Libertà, circa 2000 furono gli ebrei italiani in armi contro il nazismo, nessuno nella Brigata Ebraica, strumento neanche troppo nascosto del futuro Stato di Israele per il quale operò in Italia. Dalla Brigata Ebraica molti ufficiali andarono a formare l’ossatura dell’esercito israeliano delle prima guerra palestinese del 1948.
Per afferrare esattamente il peso e il ruolo della Brigata Ebraica bisogna guardare alle loro numerose organizzazioni, legali e clandestine, presenti allora nel territorio fra il fiume Giordano e il Mediterraneo.
C’era l’Agenzia Ebraica, di cui abbiamo detto, collegata al Consiglio Nazionale Ebraico, suo vero e proprio braccio esecutivo legale, che organizzò materialmente i reclutamenti, alcuni dei quali provenivano dalla clandestina Haganah, organizzazione paramilitare e spesso terrorista ebraica, operativa dal 1920, che terminò di esistere con la fondazione dell’esercito di Israele (Idf) e del Mossad, nel 1948, con la Repubblica d’Israele.
Pur non essendo radicale e totalmente dedita al terrore come l’Irgun di Menachem Begin o la Banda Stern, parecchi episodi di violenze non difensive sono stati attribuiti direttamente all’Haganah, sui cui quadri fu poi costituito tutto l’esercito del nuovo Paese che si presentava sulla scena internazionale.
La Brigata Ebraica, pur inquadrata nell’esercito inglese, operò in Italia nella più assoluta indipendenza, per un anno dopo la liberazione, nel ruolo soprattutto di punto di raccolta, smistamento e imbarco di ebrei devastati dalla guerra verso la Palestina, compito che l’Haganah svolgeva peraltro fin dal 1920.
La Brigata Ebraica, che poco combatté contro fascisti e nazisti, funzionò perfettamente come collettore della disperazione ebraica, dirigendola a rimpinguare la componente ebreo-europea della popolazione della Palestina. Ma lasciamo parlare date e numeri.
Morirono, nelle due sole operazioni di guerra in cui fu coinvolta la Brigata Ebraica, 83 soldati secondo le stime di quest’anno, che scendono però a soli 30 più si va a ritroso verso le fonti dell’epoca. Nel totale della campagna d’Italia morirono più di 45mila militari inglesi, o meglio, del Commonwealth, compresi perciò quelli di tutti i possedimenti coloniali inglesi e dominions della Corona, che pagarono il prezzo più alto fra gli alleati ‘liberatori’ d’Italia.
Per fare solo un esempio, che però spiega tutto, fra i 50mila indiani e gurkha nepalesi dell’esercito britannico, ne morirono 5782 sul suolo italiano, più del 10 per cento, un tributo di sangue molto alto, ampiamente merito loro fu lo sfondamento alleato della linea gotica e fu sicuramente il gruppo combattente più sacrificato in prima linea dell’intera campagna d’Italia.
Fin dallo sbarco a Taranto (nell’Italia liberata) nel gennaio 1945, la brigata si distinse in quello che era il compito loro precipuamente assegnato dall’Agenzia, ovvero la raccolta dei moltissimi profughi ebrei provenienti dai Balcani, il reperimento di carrette del mare simili a quelle che oggi sbarcano sulle nostre coste siciliane e l’invio delle medesime stracariche verso Tel Aviv da dove furono indirizzate o nell’esercito o nell’occupazione di terre e case sottratte ai palestinesi originari.
Come detto, il loro impegno nella guerra fu scarsissimo, con le truppe tedesche in ritirata, ma per quel mese e mezzo furono distratte dal compito loro principale, l’accumulo di nuova popolazione per lo Stato nascente.
Vi sono documenti dell’Esercito inglese che rivelano un forte fastidio per questo corpo, quasi estraneo e poco obbediente alla disciplina, dedito più all’Aliyah Bet (immigrazione clandestina, osteggiata dagli inglesi verso la Palestina mandataria) che a funzioni operative militari.
La prima carretta partì da Taranto mentre il grosso della Brigata combatteva sulla linea gotica, il 5 marzo 1945, ma altre logistiche furono sapientemente impiantate, soprattutto a Bari e nel Salento e altre carrette acquistate per poche lire, in partenza anche da porti del nord, come Vado Ligure, La Spezia, Civitavecchia, Venezia (Pellestrina).
Nel frattempo si consolidò anche quella struttura segreta che si sarebbe poi chiamata Mossad. Vi fu a Selvino un poco chiaro caso di 800 bambini ebrei rinvenuti in valle, alcune fattorie vennero impiegate come luoghi di transito mentre si organizzavano le partenze nei vari porti.
Questa logistica fu impiantata dalla Brigata Ebraica, sempre più scomoda per il comando inglese che dopo un anno di disobbedienze la sciolse definitivamente.
Per anni non se ne sentì più parlare finché non cominciarono ad apparire alle manifestazioni del 25 aprile i primi striscioni, e bandiere e bracciali biancazzurri della rediviva “brigata”, spacciata per italiana e perciò sospinta nella propaganda dal governo Renzi, e poi Gentiloni, che ebbero la bella idea di concederle la medaglia d’oro al valor militare con un’apposita legge approvata in Parlamento che consentì il decreto con cui il presidente Mattarella conferì l’onorificenza, che fu consegnata dal nostro ambasciatore in Israele Gianluigi Benedetti alla 7ª Brigata dell’Idf (esercito israeliano) come erede naturale della brigata premiata.
Nessuno controllò i precedenti della 7ª Brigata ebraica che nel 1948, il 30 ottobre, era entrata nel villaggio del nord palestinese di Saliha, dove massacrò 100 palestinesi nel corso della prima grande espulsione di palestinesi (la Nakba, 700mila espulsi) proseguendo poi nella ‘pulizia etnica’ nel resto della Galilea.
Come nessuno avrebbe potuto aspettarsi che la 7ª Brigata corazzata dell’Idf fosse impiegata dopo il 7 ottobre 2023 in operazioni poco chiare su Gaza City, la parte più densamente abitata a Nord della Striscia, per le quali l’intero apparato dirigente dell’esercito israeliano è oggi sotto inchiesta per crimini contro l’umanità nei tribunali internazionali.
Beh, di motivi ce n’erano a iosa, per contestare queste presenze provocatorie nei cortei dello scorso 25 aprile.
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26/04/2026
Un 25 aprile senza sconti per nessuno
Spinte anche dal risultato del referendum di marzo che ha rappresentato uno durissimo stop ad un governo in cui i fascisti sono nella cabina di regia – e non perdono occasione per dimostrarlo – le manifestazioni hanno visto una enorme partecipazione popolare.
A creare tensione nei giorni precedenti c’erano state le esternazioni del presidente del Senato La Russa, secondo cui il 25 aprile occorre celebrare anche i miliziani fascisti della Repubblica di Salò in nome di una pacificazione difficilmente riscontrabile negli altri 364 giorni dell’anno. Queste tensioni si sono materializzate oggi con i colpi di pistola sparati a Roma contro i manifestanti nei pressi del Parco Schuster.
Ma alla vigilia c’erano stati anche gli annunci di quella che ormai si configura come l’Internazionale nera – ovvero l’alleanza tra sionisti e filo-israeliani, monarchici iraniani e fascisti ucraini – di voler dare vita a spezzoni comuni dentro le manifestazioni che celebrano la Resistenza antifascista.
Tutti gli occhi erano puntati, come di consueto, sulle manifestazioni di Milano e di Roma. E infatti in queste due città sono avvenuti episodi di sacrosanta contrapposizione tra gli antifascisti/antisionisti verso chi vorrebbe inquinare le manifestazioni del 25 aprile con istanze che ne rappresentano la negazione.
A Milano lo spezzone dei sionisti rinverditi con la Brigata Ebraica, monarchici iraniani e fascisti ucraini ha sfilato nel corteo fino a quando è stato bloccato dai manifestanti che ne hanno chiesto l’estromissione e alla fine sono riusciti a metterli fuori dalla manifestazione. Ne è conseguito il solito profluvio di polemiche e vittimismo al quale questi soggetti ci hanno abituato da anni ma che sembra non funzionare più.
Anche a Roma un gruppo con bandiere ucraine – tra cui Matteo Hallisey in prima fila nell’aggressione contro il prof. D’Orsi all’università di Napoli – sono stati allontanati in modo piuttosto perentorio dalla manifestazione a Porta San Paolo. Anche qui c’è stato lo scontato e immediato codazzo di interviste a manetta all’insegna del vittimismo aggressivo al quale sono ormai addestrati questi gruppi di provocatori. Nella Capitale quest’anno si sono evitate le tensioni e gli scontri degli anni scorsi a causa della arrogante presenza dei gruppi sionisti nelle manifestazioni del 25 aprile. Quest’anno infatti non si sono presentati in piazza.
A Milano intorno alla manifestazione centrale conclusasi a Piazza Duomo sono proliferate altre manifestazioni, collaterali o alternative, che si sono concluse in piazze diverse da quella dove era stato allestito il palco centrale o, in alcuni casi, si sono svolte in altre zone della città proprio per l’insofferenza ormai diffusa verso celebrazioni della Giornata della Liberazione che cercano di tenere dentro tutto e tutti senza tenere conto degli sviluppi della realtà.
Anche a Roma oltre alla manifestazione centrale si è svolta il consueto corteo del 25 aprile a Roma Est, da Centocelle a Quarticciolo, alla quale hanno partecipato migliaia di persone.
Se negli anni scorsi si era fatto fatica a far riconoscere la centralità della lotta di liberazione dei palestinesi, anche quest’anno era evidente il tentativo di “santificare” l’Europa e l’Unione Europea come baluardi democratici mentre rappresentano ormai tutto il peggio del ciarpame guerrafondaio, riarmista e reazionario del continente.
A Roma, prima della partenza del corteo centrale, un altro corteo partito dalla sede della Fao ha sfilato su Viale Aventino in direzione di Porta San Paolo per ricongiungersi con l’appuntamento centrale, ma prima ha fatto una significativa tappa davanti all’ambasciata di Cuba dove è stata consegnata una corona per i 32 combattenti cubani uccisi dalle forze speciali USA mentre difendevano il presidente venezuelano Maduro successivamente sequestrato e imprigionato negli Stati Uniti.
L’ambasciatore di Cuba ha salutato i manifestanti in un momento decisamente emozionante. Il corteo ha poi ripreso la sua marcia verso Porta San Paolo.
C’è chi vorrebbe fare del 25 aprile un momento di annebbiamento e revisionismo storico riabilitando anche i miliziani fascisti di Salò.
C’è poi chi vorrebbe farne una giornata di celebrazioni ufficiali completamente depotenziate da ogni significativo richiamo alla Resistenza o al ruolo in essa svolta dai comunisti.
C’è infine chi vive questa giornata come momento di lotta sulle resistenze di oggi – ad esempio contro la crescente aggressività imperialista – e di rivendicazione di memoria storica resistente e antifascista su quanto avvenuto ieri in questo paese. E costoro è da tempo che hanno deciso che il 25 aprile non si fanno più sconti a nessuno.
Fonte
10/04/2026
Cuba e le lezioni della storia: l’Iran ci insegna che con l’impero non si negozia
C’è una lezione che la storia continua a ripetere, ma che troppi fingono di non vedere: con l’imperialismo non si negozia senza pagarne il prezzo. E spesso quel prezzo è la perdita della sovranità, della dignità, dell’indipendenza.
Lo dimostra oggi, con drammatica evidenza, quanto sta accadendo all’Iran. La pressione militare e politica esercitata dagli Stati Uniti e dai loro alleati si inserisce in una lunga sequenza storica: chi ha ceduto, chi ha accettato compromessi al ribasso, è stato progressivamente smantellato. Dall’Iraq alla Libia, passando per la Siria, il copione è sempre lo stesso.
L’illusione è quella di poter trattare da pari a pari. La realtà è che si entra in un meccanismo in cui la trattativa diventa resa, e la resa diventa subordinazione.
Non è un caso che, nel caso iraniano, la resistenza abbia prodotto un esito diverso rispetto ad altri scenari. Quando un Paese non si piega, quando mantiene una capacità di risposta, l’equilibrio cambia. Non si tratta di esaltare la guerra, ma di riconoscere un dato politico: la pace non si costruisce sulla capitolazione.
Lo stesso schema lo vediamo applicato contro Cuba. Qui la strategia è più lenta ma altrettanto feroce: un blocco economico criminale, inasprito negli ultimi anni, che mira a strangolare la popolazione e a piegare un progetto politico che resiste da oltre sessantacinque anni.
L’obiettivo è evidente: costringere alla resa un’isola che ha scelto un percorso autonomo, che ha affermato la propria sovranità e che continua a portare avanti un processo di transizione socialista fondato sull’internazionalismo.
Un internazionalismo concreto, non retorico. Lo abbiamo visto anche in Italia durante la pandemia da Covid-19, quando le brigate mediche cubane arrivarono in Lombardia e in Piemonte, portando aiuto dove altri avevano fallito. Lo vediamo oggi con centinaia di medici e infermieri presenti in Calabria. “Medici, non bombe”: una scelta di campo che dice molto più di mille dichiarazioni.
Ed è proprio questo che l’amministrazione statunitense vuole colpire: non solo un governo, ma un modello alternativo. Un modello che garantisce diritti fondamentali – casa, salute, istruzione – e che continua a rappresentare un punto di riferimento per molti popoli.
Di fronte a questo, la risposta non può essere l’ambiguità. È necessario continuare a sostenere politicamente la Rivoluzione cubana e aiutare concretamente la sua popolazione, oggi sottoposta a una pressione insostenibile. Le iniziative di solidarietà internazionale, come il convoglio Nuestra América, vanno in questa direzione: farmaci, aiuti, presenza.
Ma serve anche un’altra battaglia: quella dell’informazione. Perché il blocco non è solo economico, è anche mediatico. Si costruisce una narrazione che cancella le responsabilità dell’assedio e attribuisce ogni difficoltà a presunti fallimenti interni.
Per questo è fondamentale rilanciare una contro-informazione capace di ristabilire la verità dei fatti e di raccontare cosa rappresenta davvero Cuba nel mondo di oggi.
L’11 aprile, a Roma, la manifestazione “Cuba non è una minaccia” sarà un passaggio importante. Non solo un atto di solidarietà, ma una presa di posizione politica chiara: contro il blocco, contro le minacce, contro ogni tentativo di piegare un popolo.
Perché la questione non riguarda solo Cuba o l’Iran. Riguarda tutti. Riguarda il diritto dei popoli a scegliere il proprio destino.
E la storia, ancora una volta, ci insegna che chi cede all’impero perde tutto. Chi resiste, almeno, conserva la propria dignità.
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30/03/2026
Cuba è la prossima? Non sottovalutiamo la minaccia
Potrebbe sembrare un’altra delle sue spacconate, ma io non lo credo. Sono giorni che è disperato per mostrare risultati in Medio Oriente e non ci riesce. È arrivato al punto di dare luce verde per attaccare la centrale nucleare iraniana di Bushehr e, dopo una terza raffica che ha colpito le sue strutture, ha ottenuto solo una maggiore determinazione di quel popolo a difendere la propria sovranità.
I capricci portano Trump dall’incoerenza alle bugie grossolane, cui tutti ridono e pochi credono. La chiusura dello Stretto di Hormuz è diventata una spada di Damocle sulla sua presidenza, perché ha su di sé il peso delle pressioni internazionali; dei conglomerati energetici e del Partito Democratico, che minaccia di spazzare via alle elezioni di metà mandato di novembre.
Quest’ultimo caso è grave: il suo indice di gradimento tra gli elettori è sceso al di sotto di quello che aveva Biden alla fine del suo mandato e un cambiamento nel rapporto di forze alla Camera dei Rappresentanti potrebbe portarlo all'impeachment.
All’interno del suo partito crescono le contraddizioni. Diversi repubblicani hanno abbandonato oggi una riunione a porte chiuse nei Comitati per i Servizi Armati del Congresso con funzionari del Pentagono.
Erano venuti per persuadere circa la necessità di liberare i 200 miliardi di dollari aggiuntivi richiesti dalla Casa Bianca per la guerra in Medio Oriente. “Siamo stati ingannati. Permettetemi di ripetere: non sosterrò le truppe a terra in Iran, ancora di più dopo questo incontro. [...] più a lungo dura questa guerra, più velocemente perderà il sostegno del Congresso e del popolo americano”, ha annunciato Nancy Mace sul suo account X. Ryan Mackenzie, da parte sua, ha avvertito che non vogliono “restare impigliati in un’altra guerra infinita” e spera che l’invio di truppe sia una posizione per ottenere un accordo migliore con Teheran. “Vogliamo saperne di più su cosa sta succedendo, quali sono le opzioni e perché vengono prese in considerazione. E non stiamo ricevendo abbastanza risposte a queste domande. Vogliamo solo che ci dicano qual è il piano...”, ha dichiarato alla fine dell’audizione Mike Rogers, presidente del Comitato per i Servizi Armati della Camera, uno di quelli che hanno sostenuto l’Operazione Epic Fury.
Epic Fury, pensata per colpire la fornitura di petrolio alla Cina – l’Iran è il suo quarto fornitore – e alzare la posta in gioco per Israele nella regione, nel frattempo ha permesso a Trump di distogliere l’attenzione dal caso Epstein, ma a questo punto è diventato un boomerang.
Nella mia modesta opinione, Trump ha davanti a sé due scenari:
1) continuare a intensificare la guerra a fronte alla resistenza iraniana che minaccia di far crollare lo schema di sicurezza stabilito dalle passate amministrazioni statunitensi in Medio Oriente per garantire il controllo egemonico delle sue riserve petrolifere – Trump ha promesso nella sua campagna di non impegnarsi in una guerra senza termini, ma anche se nessuno lo ricorda più, gli effetti avversi lo mostrano vulnerabile e ridicolizzato –;
2) dichiarare una vittoria che non ha ottenuto nel teatro delle operazioni militari e cercare un nuovo capro espiatorio più “debole”, che lo riporti all’ovile dei “vincitori” (cioè, nel suo cinico calcolo: Cuba). Sebbene in sostanza sia una misura genocida, il blocco del carburante mira a ridurre al minimo le capacità combattive delle nostre Forze Armate Rivoluzionarie e i loro analisti attardati potrebbero supporre che i loro obiettivi siano vicini ad essere raggiunti.
L’ho ripetuto: tutto indica che alla nostra generazione spetterà difendere la Rivoluzione con le armi nel Centenario di Fidel.
Non avremmo mai immaginato che ciò fosse possibile, ma la maggior parte dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie; l’immensa maggioranza dei cubani – donne, uomini, anziani e persino bambini – non eluderanno il loro dovere verso la patria.
Invito coloro che hanno la responsabilità della gestione delle questioni ideologiche nel Partito, nel Governo e nelle istituzioni educative e culturali a raddoppiare gli sforzi con la massima marxiana che ha acceso i cuori il 24 gennaio 1880 a New York, quando molti si mostravano stanchi dopo dieci anni di lotta stroncati dalla Pace di Zanjón: “La libertà costa molto cara, ed è necessario o rassegnarsi a vivere senza di essa, o decidere di comprarla al suo prezzo. [...] I grandi diritti non si comprano con le lacrime, ma con il sangue”.
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27/03/2026
Cuba sotto assedio: blackout, resistenza e solidarietà internazionale
A Cuba la situazione è molto pesante. Si vive in uno stato di alto allarme dopo le dichiarazioni di Trump, che parla di “regolare la situazione” nei modi che lui conosce. È dentro questo quadro che va letta la nuova, grave interruzione totale del Sistema Elettrico Nazionale cubano, verificatasi ieri alle 06:38 del mattino.
Si tratta della terza nel solo mese di marzo. Non un incidente isolato, ma il sintomo evidente di una pressione sistemica, politica ed economica, che si traduce in un attacco diretto alle condizioni materiali di vita del popolo cubano.
L’Unione Nazionale dell’Elettricità ha confermato la disconnessione completa del SEN, mentre il Ministero dell’Energia e delle Miniere ha individuato nella bassa frequenza e nelle fluttuazioni di tensione la causa tecnica immediata. Ma sarebbe ingenuo fermarsi alla superficie tecnica: dietro questa crisi c’è la carenza strutturale di carburanti, aggravata dall’embargo imposto dagli Stati Uniti.
Non è solo una questione energetica. È una questione politica
Il blocco impedisce a Cuba di approvvigionarsi di petrolio, gasolio, olio combustibile e gnl. Ma non solo: ostacola anche l’importazione di componenti e tecnologie necessarie per la manutenzione e il rinnovamento delle centrali. In questo modo si colpisce deliberatamente l’intero sistema produttivo ed energetico del Paese. Un atto di guerra non dichiarata, che si traduce in una punizione collettiva
Le conseguenze sono evidenti. Il sistema di generazione distribuita, che potrebbe alleviare significativamente i blackout, è fermo proprio per la mancanza di combustibili. Le centrali termoelettriche, già provate dalla loro vetustà, subiscono guasti continui: sette unità risultavano fuori servizio già nelle prime ore della crisi. Il risultato è un deficit crescente tra domanda e offerta di energia, aggravato da settimane di consumo elevato. Eppure, anche in questa situazione, Cuba non è ferma.
Il processo di ripristino del sistema elettrico avviene con gradualità, attraverso una sequenza tecnica complessa che parte dall’attivazione dei sistemi ausiliari per alimentare le centrali e prosegue con la riattivazione progressiva dei circuiti. Parallelamente, il Paese continua a costruire alternative: oltre 40 parchi fotovoltaici, realizzati nel corso del 2025, stanno entrando in funzione e rappresentano un primo passo concreto verso una maggiore autonomia energetica.
La risposta cubana: non la resa, ma la trasformazione
La strategia individuata punta alla sovranità energetica, alla diversificazione delle fonti, all’incremento della produzione nazionale di petrolio e gas, e soprattutto allo sviluppo delle energie rinnovabili. In altre parole, una transizione obbligata ma anche profondamente politica, che riduce la dipendenza dai combustibili fossili e dalle dinamiche imposte dall’esterno.
In questo contesto si inserisce anche il lavoro della delegazione della Rete dei Comunisti, che continua la sua presenza sull’isola.
La presenza dei delegati RdC
Negli ultimi giorni si è svolta una grande assemblea internazionale con 650 delegati provenienti da 33 Paesi e circa 300 organizzazioni politiche, sociali e di solidarietà. Un evento di straordinaria importanza, che ha visto la partecipazione dell’intero gruppo dirigente cubano, a partire dal presidente Miguel Díaz-Canel, insieme a ministri, membri del Consiglio di Stato e del Comitato Centrale.
Non è stata solo una riunione politica, ma un momento di condivisione, cultura e internazionalismo: interventi, musica, incontri, in attesa dell’arrivo delle navi dal Messico con tonnellate di medicinali e pannelli solari, frutto di una mobilitazione internazionale che ha visto protagoniste organizzazioni italiane e di molti altri Paesi.
È questa la risposta concreta all’embargo: la solidarietà
La delegazione ha inoltre svolto visite di grande rilievo politico e culturale: dal centro dedicato a Ernest Hemingway ai luoghi simbolo della sua produzione, fino ai progetti di recupero urbano legati all’eredità di Eusebio Leal, come il convento delle Clarisse. Un lavoro che intreccia memoria, cultura e integrazione sociale.
Gli incontri con comunità religiose, istituzioni culturali e politiche – dal Parlamento al Centro Fidel, fino all’Università dell’Avana – confermano un dato fondamentale: Cuba non è isolata. È sotto attacco, ma non è sola.
In queste ore proseguono i colloqui con il Comitato Centrale e con numerose realtà sociali e culturali. E non può non essere sottolineato il ruolo fondamentale dei compagni cubani, in particolare dei “Cinque” e di Antonio Guerrero, che hanno accompagnato e sostenuto la delegazione in ogni momento.
Di fronte a tutto questo, diventa sempre più evidente la natura dell’offensiva statunitense: un’aggressione sistematica, che mira a piegare un Paese che continua a rivendicare la propria indipendenza.
Ma altrettanto evidente è la risposta: resistenza, dignità e internazionalismo
Cuba oggi è un laboratorio politico vivente, dove si misura concretamente lo scontro tra imperialismo e autodeterminazione. E in questo scenario, ogni blackout non è solo un problema tecnico: è il segno visibile di un conflitto più ampio.
Un conflitto che chiama tutti, anche fuori dall’isola, a prendere posizione.
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20/01/2026
Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole
Non è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce.
Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.
Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale.
Vale, qui, ricordare, un episodio che risale ai primi di settembre del 2025, e poi rinfocolato nei mesi successivi. Poche settimane dopo la vittoria elettorale di Nicolás Maduro alle presidenziali del 28 luglio e dopo le violenze scatenate dall’opposizione estremista che ha rifiutato i risultati, sei collaboratori stretti di Maria Corina Machado (tra cui Magalli Meda e Pedro Urruchurtu) si erano rifugiati nell’ambasciata d’Argentina a Caracas, allora sotto la protezione diplomatica del Brasile, poiché il Venezuela aveva espulso i diplomatici argentini dopo le dichiarazioni offensive di Milei.
Machado ha cavalcato mediaticamente la situazione dei sei, e ha invocato la “Responsabilità di Proteggere” (R2P), cercando di spingere la comunità internazionale a intervenire militarmente per “salvare” i suoi collaboratori assediati. Il 6 settembre 2025, lo Stato venezuelano ha revocato ufficialmente al Brasile il diritto di gestire la sede. Il motivo? Le prove raccolte dal servizio di sicurezza (il Sebin) dimostravano che dall’interno dell’ambasciata si coordinavano tentativi di assassinio e atti di sabotaggio alla rete elettrica. Per ore, le forze di sicurezza bolivariane hanno circondato l’edificio. Machado ha costruito intorno a questo evento una narrazione di “esodo e fuga”, sostenuta da una formidabile operazione di propaganda internazionale.
Ha urlato al mondo che i suoi collaboratori erano “prigionieri in un bunker sotto assedio medievale”. Ha cercato di far passare l’uscita dei diplomatici argentini (che erano già stati espulsi ufficialmente tempo prima) come una rotta disperata sotto la protezione segreta della Cia. Ha presentato il trasferimento dei diplomatici e la tensione intorno all’ambasciata non come una legittima azione di protezione della sovranità venezuelana contro chi ospitava ricercati dalla giustizia, ma come una “fuga di notizie” e di personale, che dimostrava come il governo Maduro non avesse più il controllo del territorio.
Era un modo per dire: Washington entra ed esce da Caracas come vuole, il governo Maduro non conta nulla. In realtà, i diplomatici argentini se n’erano andati per via dei canali regolari dopo l’espulsione, mentre i sei ricercati erano rimasti dentro l’edificio, protetti dal muro diplomatico che il Venezuela, pur revocando la custodia al Brasile, aveva continuato a rispettare formalmente per non cadere nella provocazione di un assalto violento, che Trump stava aspettando per invadere.
Perché ricordare l’episodio? Intanto, occorre premettere che la Cia non ha bisogno di “permessi” per mantenere le sue postazioni ombra in Venezuela, in America latina, e non solo: a partire dal “lavoro” di certi “operatori umanitari” (regolarmente santificati in patria), e passando per gli edifici faraonici che profumatamente paga, anche se ufficialmente chiusi a livello diplomatico. A Valle Arriba, nel comune di Baruta, a sud-est di Caracas, una delle roccaforti dell’opposizione venezuelana, c’è l’ambasciata nordamericana.
Un imponente complesso situato su una collina che domina strategicamente gran parte della città, e che offre notevoli vantaggi in termini di sorveglianza e monitoraggio delle comunicazioni. Sebbene le operazioni diplomatiche siano state formalmente sospese nel 2019 e tutto il personale evacuato, il complesso rimane di proprietà del Dipartimento di Stato USA. L’edificio è noto per essere stato uno dei più costosi e sicuri costruiti dagli Stati Uniti nella regione. Completata nel 2002 (anno del golpe contro Hugo Chávez), l’ambasciata è costata circa 120 milioni di dollari (dell’epoca).
È stata progettata come una vera e propria fortezza, con vetri antiproiettile, pareti rinforzate e sistemi di difesa avanzati. Rapporti recenti (settembre 2025) indicano che gli Stati Uniti spendono ancora milioni di dollari all’anno solo per la manutenzione e la sicurezza del complesso vuoto e di altre proprietà connesse a Caracas, una spesa che è stata oggetto di critiche persino all’interno del Congresso statunitense.
Dopo l’aggressione del 3 gennaio 2026 e il sequestro del Presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, l’area è presidiata e monitorata con estrema attenzione. Ufficialmente, l’edificio ospitava diverse agenzie federali, ma per il governo venezuelano e per molti analisti, la sede di Valle Arriba è sempre stata la principale “stazione” della Cia in Venezuela. Il governo bolivariano ha denunciato ripetutamente che il complesso ospitava sofisticate apparecchiature elettroniche per l’intercettazione delle comunicazioni governative e militari.
Nell’ottobre del 2025, il presidente Maduro aveva affermato di aver sventato un piano di “false flag”, un falso positivo che prevedeva un finto attacco all’ambasciata, orchestrato dal fascismo locale e appoggiato dalla Cia, per giustificare l’intervento militare diretto di Trump. Si ritiene che i dati raccolti dai droni RQ-170 Sentinel siano stati processati in coordinamento con le informazioni d’intelligence gestite storicamente da questa sede, anche se ora le operazioni sono dirette principalmente dalla base di Porto Rico o da basi mobili nel Mar dei Caraibi. L’ambasciata a Valle Arriba, insomma, rimane un monumento all’ingerenza e una potenziale base operativa che Washington ha mantenuto “calda” in attesa di poterla rioccupare pienamente sotto un regime fantoccio.
Machado ha usato allora la parola “fuga” per far credere ai suoi seguaci che il governo bolivariano fosse terrorizzato e che gli Stati Uniti fossero già padroni di casa. È lo stesso meccanismo che usa oggi, nel 2026: prende una situazione di tensione diplomatica, la trasforma in una “vittoria” della Cia o in una “resa” di Delcy o di Diosdado, per coprire il fatto che lei, politicamente, non ha più alcuna forza reale nel paese. Ma la sua versione viene ripresa dai media egemonici a livello internazionale per creare anche ora una realtà parallela, per seminare dubbi e confondere le acque, con il gran supporto offerto dall’intelligenza artificiale.
Proprio come oggi cerca di dipingere la gestione di Delcy Rodríguez come una “svendita”, allora dipingeva la fermezza contro l’ambasciata argentina come un atto di “disperazione” del governo. Trasformare una difesa della sovranità in una narrazione di caos è servito a giustificare l’intervento di Washington.
In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inseriscono le calunnie, smentite puntualmente dal governo bolivariano: Delcy sarebbe stata da anni sul libro paga della Cia, Padrino Lopez avrebbe tradito, oppure lo avrebbe fatto il comandante della scorta presidenziale... E poi, la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell’Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione amatissimo dal popolo, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una “svendita” del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992.
Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l’episodio viene ricostruito nell’introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale.
Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni (analista delle ingerenze nordamericane), ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della Cia, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La “diplomazia delle cannoniere” di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L’accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l’integrità della nazione.
Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una “resa”, bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L’inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone.
Come avverte Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del “fai quello che voglio o sarà peggio per te”. In questo contesto, qualsiasi approccio della Cia non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidente incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L’obiettivo è proiettare nel mondo l’idea che “il chavismo stia negoziando la propria resa”, quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili – incluso l’ascolto delle richieste dell’aggressore – per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato.
In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un “agente del cambiamento” per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l’imperialismo ha più demonizzato e perseguitato. La sua permanenza al Ministero dell’Interno, coordinata con la presidente incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del “nucleo di ferro” bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione.
Pretendere che colui che è stato l’obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l’ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all’aggressione contro il Venezuela – considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS+ – non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell’impero.
Dopo una riunione d’emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una “risposta asimmetrica integrale”: il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart.
Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L’attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell’esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell’imperialismo per difendere il ponte strategico verso l’America Latina rappresentato dal Venezuela.
Ciò che i “chavisti da salotto” in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores e con la Cia sotto il letto richiede un’intelligenza strategica che non è “svendita”, ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all’Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata.
Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un “cambio di regime” immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell’affermare di possedere la “chiave” delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione – o dall’estorsione – con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse.
La calma apparente non è “normalità” o apatia, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Dal giorno dell’attacco, tutti i settori sociali marciano in difesa del governo al grido di “Dubitare è tradimento”. In ogni piazza, si svolgono incontri culturali che servono a esorcizzare il trauma, e le paure dei bambini, che vengono invitati a metterle in versi, o in disegni esposti nelle piazze e nelle scuole, che hanno riaperto. Intanto, Washington tenta di imporre una “transizione ordinata” come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un’opposizione priva di rispetto popolare.
Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna “Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!). Free Nicolás and Cilia”. L’obiettivo è quello di “intasare” la posta del Pentagono, come nel caso dei “Cinque eroi cubani”, per arrivare alla loro liberazione. Intanto, grazie alla solidità della difesa di Maduro e Flores – quella che ha fatto scarcerare il fondatore di Wikileaks, Julian Assange –, i tribunali Usa hanno dovuto eliminare l’accusa di “narcotraffico”, riconoscendo l’inesistenza del Cartello dei Soli.
“Sono un prigioniero di guerra, una persona onesta, sono il presidente del Venezuela”, ha dichiarato Maduro rifiutando di patteggiare col tribunale. Poi, con i polsi in catene, ha disegnato il simbolo della firma di Chávez, dicendo a suo modo al mondo: “Por ahora”.
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