Stella Calloni (Entre Ríos, Argentina, 1935) è una rinomata giornalista, scrittrice, poetessa e ricercatrice specializzata in politica internazionale. Riconosciuta come una delle voci più importanti del giornalismo investigativo in America Latina, è stata corrispondente di guerra in America Centrale e nei Caraibi ed è autrice di preziosi studi sui processi politici della regione, evidenziando le sue indagini di riferimento sull’Operazione Condor (The Wolf Years, Criminal Pact).
Nel corso della sua vasta carriera, in cui ha ricevuto il Premio José Martí per il Giornalismo Latino-Americano e il Premio Rodolfo Walsh, si è distinta per il suo sguardo critico, la sua ferma difesa dei diritti umani e un costante impegno etico nell’analisi geopolitica del continente. Le forti dichiarazioni politiche di Stella Calloni sono destinate ad aprire un ricco dibattito internazionale.
Cosa sta succedendo in Venezuela?
Stella Calloni: Per me, questo mette in luce la debolezza assoluta della sinistra e degli intellettuali; era qualcosa di ovvio. Ciò cui stiamo assistendo oggi è direttamente collegato all’aver accettato silenziosamente gli eventi del 3 gennaio 2026. Nessuno ha offerto una spiegazione convincente sul perché ciò che è accaduto: un’operazione chirurgica di sole due o tre ore in cui rapiscono il presidente, lo trasferiscono all’estero e, inoltre, prendono il controllo del paese.
Fai un contrasto molto netto tra la capacità di risposta militare del Venezuela e altri episodi storici nella regione. Perché questa mancanza di resistenza ti sembra così incomprensibile?
Stella Calloni: È incomprensibile. Il Venezuela dispone di un grande esercito, dotato di radar, armi e una struttura difensiva che Chávez stesso ha lasciato organizzata. Non era una nazione indifesa. Pensiamo al caso di Panama quando fu invasa dagli Stati Uniti: era un paese di appena due milioni di abitanti, con il Comando Sud che operava all’interno del proprio territorio e una forza militare di soli 4.000 soldati in formazione, senza aviazione né armi pesanti.
Eppure, a Panama il popolo e le forze armate resistettero con ciò che avevano a disposizione. Ecco perché è inammissibile che qui non ci sia stata resistenza, se non per l’eroico esempio di 32 compagni cubani e alcune azioni isolate in caserme prive di difesa. Un’azione di tale portata non poteva mai essere compiuta senza complicità o un accordo interno.
Nella tua analisi, l’impatto non è solo militare o politico, ma anche economico e istituzionale. Come valutate i passaggi compiuti immediatamente dopo?
Stella Calloni: Nel giro di una settimana, installano un presidente la cui prima misura è cedere l’amministrazione delle risorse petrolifere al Tesoro degli Stati Uniti. E cercano di giustificarlo sostenendo che sono “concessioni necessarie per salvare il popolo”. Salvare chi? Con la presenza del Comando Sud nel territorio e l’attuazione del cosiddetto “consenso di Trump”, chiunque cerchi di difendere la sovranità della propria patria sarà classificato come terrorista. Il nemico interno diventa tutti noi.
C’è una pretesa diretta nel tuo discorso riguardo alla leadership politica e al ruolo della memoria storica. Ritiene che l’eredità di figure come Hugo Chávez o Fidel Castro sia stata tradita?
Stella Calloni: Il tradimento di Chávez è assoluto e totale. Ecco perché hanno cancellato la sua eredità dalla mappa e ora stanno cercando di fare lo stesso con la figura di Bolívar. Cercano di cancellare la memoria storica dei nostri popoli, devastare le conquiste sociali e lasciare una società impoverita e disperata.
La sinistra trovò rifugio in quel progetto straordinario dell’inizio del secolo, ma quella fase fu sostenuta dalla statura di una leadership storica con Fidel Castro e Hugo Chávez alla guida. L’attuale leadership credeva che fosse possibile sopravvivere partecipando ai vertici, tenendo discorsi eloquenti e scrivendo documenti. La politica richiede azione, e qui non è stato fatto nulla.
Menzioni anche con grande preoccupazione la situazione umanitaria a Cuba. Cosa pensi stia fallendo nella solidarietà internazionale con l’isola?
Stella Calloni: Stiamo cadendo addormentati. A Cuba, la popolazione sta subendo una usura straziante, un’asfissia drammatica che ricorda la situazione a Gaza. Non importa quanti aiuti puntuali vengano inviati, stiamo parlando di un paese di quasi dieci milioni di abitanti paralizzato, senza forniture energetiche di base e con un sistema ospedaliero al limite. Non possiamo semplicemente lamentarci dietro gli angoli mentre succede questo.
Per concludere, qual è la tua chiamata all’azione in questo scenario?
Stella Calloni: È tempo di mobilitarsi e agire. E voglio essere chiara: non sto invocando insurrezioni armate o cose del genere. Sto parlando di spezzare l’inerzia del cerchio chiuso in cui siamo divisi tra discorsi impeccabili che non trasformano la realtà. Dobbiamo finanziarci se necessario, scendere in piazza, dialogare con le basi, mettere in discussione i centri di potere e mostrare all’impero che siamo ancora vivi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/09/2026
La situazione in Venezuela. Intervista con Stella Calloni
Medici cubani espulsi dalla Giamaica: 400 dottori a casa per pressioni USA
La Giamaica del governo “laburista” di Andrew Holness, ha interrotto da marzo il programma sanitario che condivideva con Cuba, negando il rinnovo del permesso di soggiorno a circa 400 tra medici e infermieri cubani che operavano all’interno di ospedali e consultori pubblici. Un percorso che durava da oltre 50 anni, pur nell’alternanza alla guida del Paese dei due partiti: PNP People’s National Party, filocubano e JLP Jamaica Labour Party, alleato USA, di cui Holness è leader.
Il Primo Ministro ha motivato la sua decisione sul fatto che alcuni punti del programma non fossero conformi alle leggi giamaicane e ai canoni internazionali. Il governo castrista ha risposto all’ex partner di aver ceduto alle pressioni del segretario di Stato Marco Rubio ai fini di sabotare Cuba.
Sta di fatto che questa rottura è accaduta dopo un anno esatto dalla visita di Rubio in Giamaica, dove aveva incontrato anche i capi di stato di Haiti e delle altre isole anglofone. Nella sua agenda, il punto centrale era proprio il programma cubano: “Cuba fa traffico di esseri umani, sfrutta il lavoro dei medici non pagandoli, non siate complici di questo crimine”. Rubio ventilò la possibilità di ritirare il visto d’entrata negli Usa ai funzionari dei governi che non avessero aderito alla sua richiesta.
Dietro il pretesto umanitario, i soldi che Cuba avrebbe incassato annualmente da tutto il mondo: 6-7 miliardi, cifra che coincide con i calcoli dell’istituto di statistica cubano e il Tesoro USA.
In quell’occasione, sia Holness che gli altri stati caraibici respinsero uniti la richiesta e Mia Motley, premier delle Barbados, accennò a una rottura diplomatica se il delegato di Trump avesse insistito.
Un anno dopo, i rapporti storici tra JLP e partito repubblicano USA hanno prevalso, e la Giamaica – insieme a Guyana, Bahamas, Guatemala e Honduras – è uscita dal programma: 1200 dottori sottratti quindi a servizi sanitari fragili e con lacune incolmabili per mancanza di personale.
Abbiamo parlato con l’amministratore di Annotto Bay Hospital, un piccolo ospedale statale che copre la provincia di St Mary, una della più povere dell’isola giamaicana. Qui non esistono cliniche, la gente non se le potrebbe permettere. Ci lavoravano una decina di cubani che coprivano a turno tutti i reparti.
Chi pagava queste persone?
“Il pagamento veniva effettuato direttamente dalla Ragioneria di Stato nella capitale, la stessa che paga i nostri stipendi – dice l’amministratore della struttura – Possibile che facessero due bonifici differenti, uno al corpo governativo cubano in capo alla missione e l’altro ai medici. Ignoro le cifre. Posso dire con sicurezza che la ragione dell’interruzione del rapporto non è dipeso dalla qualità del loro servizio, perché erano molto preparati”.
Pressione degli Stati Uniti, quindi?
“Qui è venuto anche il Gleaner (la testata giamaicana più diffusa, N.d.A.) “a fare la stessa domanda. Lo dovete chiedere al ministero della Salute” conclude il funzionario. Il Fatto Quotidiano.it ha provato a contattare il ministero, senza esito.
Secondo il ministero degli Affari Esteri, il bonifico veniva mandato interamente all’Avana, mentre gli straordinari invece venivano pagati separatamente ai medici.
“Ho un tumore al seno” si sfoga una paziente, “e per sapere se la massa è cancerosa, dovevo aspettare 6-7 mesi per il risultato della biopsia. Ho dovuto chiedere un prestito e farla in privato”.
Dopo che i dottori hanno lasciato l’isola (tranne 40 assunti direttamente dal governo con un permesso di lavoro temporaneo) sono aumentate le file al pronto soccorso per la carenza di personale specializzato e soprattutto si allungano i tempi degli esami importanti e dello screening per la diagnosi precoce dei tumori al seno e del colon-retto.
Così ha postato sul suo profilo social Donna Scott-Motley, la portavoce per gli Esteri del partito d’opposizione PNP: “Un accordo consolidato, fondamentale per supportare il sistema sanitario pubblico del Paese, non può essere interrotto di punto in bianco senza dare una spiegazione dettagliata alla cittadinanza. Il governo ha l’obbligo di fornire un programma alternativo per rimpiazzare un servizio che è stato struttura integrante della nostra sanità per mezzo secolo”.
Oltre a tagliare l’ultima fonte di reddito del governo cubano dopo il crollo del turismo – bloccando il programma medico mentre l’embargo viene inasprito al punto che nell’isola mancano anche farmaci salvavita e aghi per le siringhe – la sua cancellazione travalica i confini nazionali andando a colpire il ceto basso dei paesi vicini, per i quali il supporto dei dottori cubani costituiva lo zoccolo duro di un servizio sanitario pubblico che la privatizzazione globale ha già affondato.
Fonte
31/08/2026
Cuba, la guerra che non fa rumore: blackout, sanzioni e resistenza quotidiana
C’è una guerra che si riconosce dai bombardamenti, dalle colonne di profughi, dalle città distrutte. E poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che può entrare nelle case attraverso un frigorifero spento, una pompa dell’acqua che non funziona, un autobus che non arriva, un ospedale dove le medicine diventano difficile da reperire o un distributore costretto a razionare il carburante.
È questa la Cuba che Luciano Vasapollo, economista e docente universitario, racconta – in un’ intervista a Alfonso Bruno, pubblicata da Mediafighter – dopo il suo più recente viaggio nell’isola, come membro di una delegazione della Rete dei Comunisti.
Un racconto segnato dalla sua lunga vicinanza alla Rivoluzione cubana, ma che pone al centro una questione che supera le appartenenze ideologiche: che cosa accade a una popolazione quando la crisi economica, le difficoltà interne e la pressione internazionale si sommano fino a incidere sui beni essenziali della vita quotidiana?
Si può parlare di genocidio, stante il fatto che una catena infinita di morti è il risultato pratico dell’attuale politica che vuole strangolare Cuba, finalizzata alla caduta dell’attuale governo rivoluzionario.
“Ho visitato un Paese in guerra”, racconta Vasapollo. “Non una guerra convenzionale, naturalmente, ma una guerra economica, finanziaria, commerciale ed energetica. Siamo abituati a pensare alla guerra soltanto quando vediamo le bombe. Ma quando manca il combustibile si fermano i trasporti, la produzione, una parte dei servizi sanitari. Quando viene meno l’elettricità, si interrompe la distribuzione dell’acqua, si deteriorano gli alimenti, diventano più difficili le cure. La guerra può anche non fare rumore e tuttavia entrare nelle case”.
La situazione energetica cubana ha effettivamente raggiunto nel 2026 livelli di particolare gravità. Il 3 agosto la rete elettrica nazionale è collassata, provocando un blackout generalizzato e aggravando una crisi che aveva già prodotto ripetute interruzioni nella fornitura di corrente.
Reuters ha descritto una rete caratterizzata da infrastrutture obsolete, carenza di combustibile e sottoinvestimenti, mentre il governo cubano attribuisce una parte decisiva delle difficoltà alla pressione esercitata dalle sanzioni statunitensi.
La questione non riguarda dunque soltanto l’energia. Il 23 aprile 2026 gli esperti delle Nazioni Unite titolari di procedure speciali hanno inviato una comunicazione agli Stati Uniti esprimendo preoccupazione per gli effetti che il blocco dei combustibili imposto con un ordine esecutivo del 29 gennaio avrebbe potuto avere sui diritti all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Il documento dell’OHCHR indica come potenziali persone interessate circa dieci milioni di cubani.
È uno degli elementi che rendono particolarmente complesso il dibattito sull’isola. La crisi cubana non può essere spiegata attraverso una sola causa. Da una parte vi sono le conseguenze delle sanzioni e delle restrizioni statunitensi, dall’altra problemi strutturali interni: una rete energetica invecchiata, difficoltà produttive, carenze di investimenti, inefficienze burocratiche e una profonda crisi economica che dura ormai da anni.
Lo stesso Vasapollo, pur contestando radicalmente la politica statunitense, riconosce che Cuba non può attribuire ogni propria difficoltà esclusivamente all’esterno. “Cuba può e deve essere criticata”, afferma. “Nessuno Stato è perfetto e nessuna esperienza storica può essere considerata immune dagli errori. Ci sono problemi di efficienza, problemi burocratici, scelte economiche che possono essere messe in discussione. Il governo cubano deve correggere ciò che non funziona e deve offrire soprattutto ai giovani nuove possibilità di lavoro, formazione e vita. Ma una cosa è criticare una politica economica e un’altra è utilizzare una pressione economica esterna per rendere più difficile il funzionamento dell’intero Paese”.
È una distinzione decisiva per comprendere il dibattito attuale. Washington sostiene che le proprie misure siano dirette contro il governo cubano e che l’obiettivo sia favorire cambiamenti economici e politici. L’Avana sostiene invece che le sanzioni producano effetti sproporzionati sulla popolazione e sull’intero sistema economico. La realtà quotidiana, intanto, è fatta di scarsità.
“Quando manca il combustibile non si ferma soltanto l’automobile”, spiega Vasapollo. “Si fermano gli autobus, diventa difficile raggiungere il lavoro, diventa più complicato trasportare gli alimenti, mantenere operative le strutture sanitarie, muovere le merci. E quando manca l’elettricità non si spegne soltanto una lampadina. Se non funzionano le pompe, manca anche l’acqua. Se gli ospedali devono lavorare con una disponibilità energetica insufficiente, una difficoltà tecnica può trasformarsi in un problema umano”.
Proprio la dimensione sanitaria è una delle più delicate. L’elettricità è indispensabile per apparecchiature, refrigerazione, sale operatorie, laboratori e distribuzione dei medicinali. In un sistema già sottoposto a forti restrizioni, ogni interruzione può moltiplicare gli effetti della crisi.
“Ecco perché dico che l’economia non è soltanto un grafico”, insiste Vasapollo. “Dietro una sanzione, dietro una restrizione commerciale, dietro una difficoltà finanziaria ci sono persone concrete. Ci sono bambini, anziani, malati. Ci sono famiglie che devono decidere come utilizzare l’acqua che hanno a disposizione. Ci sono lavoratori che non riescono a raggiungere il proprio posto di lavoro. Ci sono ospedali che hanno bisogno di energia e medicinali. Non possiamo discutere di geopolitica dimenticando i corpi delle persone”.
Uno degli elementi più controversi emersi nelle ultime settimane riguarda le merci destinate all’isola. Il governo cubano ha denunciato a fine luglio la presenza di oltre 7.000 container bloccati in porti internazionali, sostenendo che contengano alimenti, medicinali, materiali per il settore energetico e risorse per la rete idrica.
La cifra proviene dalle autorità cubane e non è stata verificata indipendentemente nella sua interezza, ma la denuncia si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà logistiche e finanziarie.
“Bisogna essere prudenti nel presentare questi numeri”, osserva Vasapollo. “Sono dati forniti dalle autorità cubane e devono essere indicati come tali. Ma il problema che descrivono è reale: le sanzioni non producono effetti soltanto sull’azienda direttamente colpita. Possono coinvolgere banche, assicurazioni, compagnie di navigazione, operatori commerciali. Un’impresa può decidere di non lavorare con Cuba non perché quella specifica merce sia necessariamente vietata, ma perché teme conseguenze finanziarie o sanzionatorie”.
Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore energetico. Nel marzo scorso gli Stati Uniti hanno autorizzato alcune operazioni relative al petrolio russo, ma il quadro delle esenzioni e delle restrizioni nei confronti di Cuba è rimasto complesso. Parallelamente, Washington ha consentito esportazioni limitate di carburante verso imprese private cubane, mentre la pressione sul settore energetico statale è rimasta molto forte.
La stessa Russia ha cercato di intervenire. Ad aprile Mosca ha confermato il proprio sostegno a Cuba e ha ricordato la consegna di circa 700 mila barili di greggio attraverso la petroliera “Anatoly Kolodkin”, destinati a dare sollievo al sistema energetico cubano. Ma un singolo carico non può risolvere una crisi strutturale.
“Una petroliera può aiutare, può dare respiro, ma non risolve il problema di un’intera economia”, osserva Vasapollo. “Cuba ha bisogno di una strategia energetica strutturale, di investimenti, di infrastrutture moderne, di diversificazione delle fonti. Ha bisogno di sviluppare le energie rinnovabili e soprattutto il fotovoltaico. Non si può pensare che la soluzione sia semplicemente aspettare il prossimo carico di petrolio”.
E qui emerge un altro aspetto del viaggio raccontato dall’economista: la capacità di adattamento della società cubana. “Ho visto una grande capacità di solidarietà”, racconta. “Una famiglia che ha un po’ d’acqua la divide con quella vicina. Chi riesce a cucinare prepara qualcosa in più. Chi dispone di un’automobile cerca di accompagnare altre persone. Durante i blackout la gente scende in strada, si incontra, parla. Ho visto una comunità che cerca continuamente soluzioni”.
Una solidarietà che Vasapollo definisce “resistenza creativa”, ma sulla quale pone immediatamente un limite: “Non dobbiamo romanticizzare la sofferenza. È bello vedere che le persone si aiutano, ma non è bello che siano costrette a farlo perché manca un bene essenziale. Un popolo ha diritto all’acqua, all’elettricità, ai trasporti e alle medicine. La solidarietà non può diventare il sostituto permanente dei servizi pubblici”.
È proprio sul concetto di “guerra economica” che si concentra la parte più politica del suo ragionamento. Vasapollo arriva a utilizzare anche la parola “genocidio”, una definizione che deve però essere distinta dalla qualificazione giuridica del genocidio nel diritto internazionale.
“Capisco che sia una parola enorme”, riconosce. “E sono disposto a discutere sul piano giuridico. Non sto dicendo che Cuba sia teatro di una guerra convenzionale o che la situazione sia identica a quella di un genocidio riconosciuto dai tribunali internazionali. Sto dicendo che bisogna interrogarsi sulle conseguenze di politiche che colpiscono beni essenziali e che producono sofferenza sulla popolazione”.
Il punto, dunque, è distinguere tra una valutazione politica e una definizione giuridica. Gli esperti ONU hanno espresso preoccupazione per le conseguenze delle misure statunitensi sui diritti umani, ma ciò non equivale a una qualificazione giuridica della situazione cubana come genocidio.
Anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite continua, intanto, a chiedere la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Nell’ultima votazione del 29 ottobre 2025, la risoluzione è stata approvata con 165 voti favorevoli, 7 contrari e 12 astensioni.
Il dato testimonia l’ampiezza del dissenso internazionale nei confronti della politica dell’embargo, ma non chiude il dibattito sulle responsabilità interne cubane. La crisi dell’isola resta il risultato di fattori intrecciati: il peso delle sanzioni e dell’isolamento finanziario, le difficoltà energetiche, la fragilità produttiva, gli errori di politica economica e le conseguenze di anni di crisi. È proprio questa complessità che dovrebbe impedire sia la demonizzazione sia la santificazione.
Vasapollo non nasconde la propria vicinanza alla Rivoluzione cubana. Ma sostiene che la solidarietà con Cuba non debba necessariamente coincidere con un’adesione acritica al governo dell’Avana. “Si può criticare il sistema cubano e contemporaneamente essere contrari al blocco”, afferma.
“Si può essere cattolici, liberali, socialisti, conservatori e avere opinioni differenti sul socialismo cubano, ma incontrarsi su un principio fondamentale: non si colpisce una popolazione per ottenere un cambiamento politico. Se un bambino ha bisogno di un medicinale, non gli si domanda quale sistema economico preferisca sua madre. Se una famiglia non ha acqua, non le si chiede se voti per il Partito comunista. Prima viene la persona”.
Questa affermazione apre anche un capitolo delicato: quello dei diritti politici e religiosi a Cuba. La storia dei rapporti tra Rivoluzione e Chiesa cattolica è stata lunga e contraddittoria. Nei primi anni Sessanta vi furono espulsioni di sacerdoti, nazionalizzazioni delle scuole religiose e un forte irrigidimento nei rapporti con le confessioni. Ma sarebbe altrettanto fuorviante descrivere la situazione del 2026 come se fosse rimasta congelata a quella stagione.
Il dialogo con la Chiesa si è progressivamente riaperto. Nel 1985 Fidel Castro affrontò per 23 ore con il domenicano brasiliano Frei Betto il rapporto tra marxismo, cristianesimo e Rivoluzione, in conversazioni poi raccolte nel volume “Fidel y la religión”. La svolta ebbe poi una forte dimensione internazionale con la visita di Giovanni Paolo II a Cuba nel gennaio 1998. Il Papa incontrò le autorità e la comunità cattolica e insistette sulla necessità che la Chiesa potesse vivere e operare nella società cubana.
La formula con la quale quella visita è rimasta impressa nella memoria collettiva sintetizzava una prospettiva che andava oltre la contrapposizione ideologica: “Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba”. È una frase che conserva ancora oggi una sorprendente attualità.
Perché Cuba ha bisogno di aprirsi, di modernizzare la propria economia, di affrontare le proprie inefficienze, di offrire prospettive ai giovani e di continuare a confrontarsi sul terreno dei diritti e delle libertà. Ma anche il mondo ha bisogno di aprirsi a Cuba, evitando che l’isola venga ridotta a un simbolo della Guerra fredda o a un semplice campo di battaglia nella contrapposizione tra Washington e i suoi avversari.
“Non voglio consegnare l’immagine di una Cuba paradisiaca”, precisa Vasapollo. “Non sarebbe seria. Ci sono problemi enormi. Ci sono persone che vogliono partire, giovani che cercano opportunità altrove, cittadini che criticano il governo e che desiderano cambiamenti. Tutto questo esiste. Ma esiste anche una società che conserva forme importanti di solidarietà e di comunità. E soprattutto esiste un popolo che non può essere trasformato in uno strumento di pressione geopolitica”.
È probabilmente questo il punto più significativo del suo racconto. Non si tratta di stabilire se Cuba sia un modello perfetto o un fallimento storico. Si tratta di capire se sia moralmente accettabile utilizzare la sofferenza economica di una popolazione come leva per ottenere un mutamento politico.
La domanda riguarda anche l’Occidente. Perché la discussione sulle sanzioni non dovrebbe essere separata dalla discussione sui loro effetti. Se una politica estera produce conseguenze su acqua, salute, alimentazione, istruzione ed energia, la responsabilità di chi la decide non può fermarsi davanti alla porta dell’ufficio dove quella politica viene firmata. Il paradosso è che una misura economica appare astratta finché non arriva all’ultimo anello della catena.
“Una sanzione scritta in un ufficio a migliaia di chilometri di distanza può trasformarsi in un’ambulanza che non parte, in una pompa che non porta acqua al quinto piano, in un frigorifero spento o in un’apparecchiatura ospedaliera che ha bisogno di corrente”, osserva Vasapollo.
“Possiamo discutere all’infinito su chi abbia ragione nella storia. Ma quando la politica internazionale comincia a passare attraverso il corpo dei più deboli, la domanda non è più soltanto da che parte stare. La domanda è fino a che punto siamo disposti a spingerci per costringere un popolo a scegliere la parte che piace a noi”.
La Cuba del 2026 appare così sospesa tra emergenza e trasformazione. La crisi energetica costringe il Paese a cercare nuovi fornitori, a sperimentare nuove forme di approvvigionamento e a guardare alle energie rinnovabili. La scuola deve affrontare una grave carenza di insegnanti e materiali, mentre i blackout continuano a condizionare la vita quotidiana. Non è una fotografia di stabilità. Ma neppure può essere ridotta a quella di un Paese semplicemente “messo in ginocchio” da un solo fattore.
“Non dobbiamo scegliere tra difendere Cuba e criticare Cuba”, conclude Vasapollo. “Possiamo fare entrambe le cose. Possiamo chiedere più diritti, più efficienza, più partecipazione e più opportunità per i giovani e contemporaneamente chiedere la fine delle politiche che colpiscono la popolazione. Possiamo sostenere il diritto di Cuba alla propria sovranità senza trasformare il governo cubano in un oggetto di culto. La solidarietà non è una canonizzazione politica”.
È una distinzione importante anche per un giornalismo che voglia sottrarsi alla propaganda. Cuba non è un paradiso. Non è neppure soltanto una dittatura caricaturale raccontata attraverso categorie ferme alla Guerra fredda. È un Paese reale, con una storia rivoluzionaria, un sistema politico specifico, risultati sociali riconosciuti, limiti e contraddizioni, una crisi economica profonda e una popolazione che oggi paga il prezzo di una combinazione di problemi interni e pressioni esterne.
E forse la domanda più urgente non è stabilire chi abbia l’ultima parola sulla Rivoluzione. È capire se, nel mondo contemporaneo, sia ancora possibile perseguire obiettivi politici senza trasformare l’acqua, l’energia, il cibo e le medicine in strumenti di contesa. Perché una guerra che non fa rumore può essere comunque una guerra. E quando entra nelle case, la prima responsabilità della politica dovrebbe essere quella di farla uscire.
Fonte
25/08/2026
La psico-guerra economica all’Iran
Scott Bessent come Andrea Delmastro: per l’Iran «Zero contatti, nessuno spazio per respirare».
Uno psicoanalista potrebbe spiegare meglio di noi questa fissazione dei reazionari per il “soffocamento” di altri esseri viventi, scovando magari qualche fantasia per le pratiche sessuali sadomaso Epstein style. Ma sta di fatto che il segretario al Tesoro Usa, ex amministratore di hedge fund abituato a fare il bello e cattivo tempo a Wall Street, non ha saputo trovare una metafora migliore per sintetizzare le “misure straordinarie” (di ordinario in quella amministrazione non ci può essere nulla...) disegnate per asfissiare l’economia di Teheran.
Non ci vuol molto a vedere che la logica messa al lavoro è identica a quella che governa l’assedio di Cuba, con cui Teheran condivide la lunga durata (dal 1979, mentre per L’Avana ci sono venti anni in più) e l’orgoglio dell’indipendenza.
Sistema economico e politico, risorse naturali, quantità della popolazione, visione del mondo, ecc., sono invece molto diverse. Dunque anche le singole misure sono state immaginate cercando di tener presente queste differenze.
Cosa c’è in comune
Rispetto alle amministrazioni precedenti è stato completamente cancellato qualsiasi riferimento a un “quadro di regole legali” di portata internazionale. Gli Stati Uniti attuali “fanno quello che vogliono”, senza più pretendere che sia “giusto” o “legale”.
Resta ferma invece la “centralità del comando” in capo alla Casa Bianca, per la quale i propri ordini vanno eseguiti e basta, sia dagli alleati che dai “competitori”. “Anche dalla Cina”, ci ha tenuto a dire Bessent. “È tempo per i leader mondiali di prendere una decisione ... tra America e Iran”, ha detto. Senza altre giustificazioni “moraleggianti”...
Le misure
I dettagli costituiscono sicuramente una lista sterminata, ma vanno raggruppati come sanzioni secondarie nei settori degli asset digitali, della tecnologia, dell’oro, dell’aviazione e del trasporto marittimo. Sarebbero questi i settori utilizzati dall’Iran per generare entrate, eludere le sanzioni o comunque mitigare la pressione economica.
Il primo problema è rappresentato dal fatto che Teheran è sotto sanzioni Usa fin dalla rivoluzione khomeinista del 1979, quindi non ha più molto in comune con il sistema finanziario internazionale controllato dagli Stati Uniti. Per rendere effettive le sanzioni, dunque, queste dovranno prendere di mira chi invece dentro questo sistema “dollarizzato” vive ed opera ancora.
In pratica, qualsiasi paese o società privata che dovesse continuare a fare affari con l'Iran vedrà bloccati i propri conti, le proprie carte di credito, i contratti in essere o in discussione, ecc.. L’esempio vivente – anche se poi un tribunale Usa ha annullato quelle sanzioni – è Francesca Albanese, relatrice Onu per la Palestina, che per molti mesi si è vista impedire qualsiasi operazione bancaria.
Il sistema finanziario occidentale, infatti, viaggia attraverso il sistema di pagamenti internazionali Swift, pienamente controllato da Washington, che dunque rende operative le sue “sanzioni” potendo decidere se un soggetto qualsiasi può operare oppure no all'interno di quel sistema.
Ma il mondo ha preso atto da tempo di questa malevola anomalia. Cina, Russia e altri paesi hanno dato vita a sistemi di pagamento alternativi, o da soli o coordinandosi con altri, e questo va riducendo in proporzione il dominio del sistema finanziario Usa e dello stesso dollaro.
La durata
Bessent è stato vago. Potrebbe durare il tempo necessario a far celebrare le elezioni di midterm – il primo martedì di novembre – che potrebbero mettere a rischio la maggioranza repubblicana al Congresso. Dopo, eventualmente, Trump potrebbe riconsiderare l’opzione militare come prevalente o di “accompagnamento” alla guerra economica.
Ma potrebbe anche durare tendenzialmente all’infinito, visto che la soluzione militare – senza poter agire con l’invasione di terra o utilizzando l’arma atomica (ci hanno pensato, al Pentagono e a Tel Aviv, ma hanno soprasseduto) – non è risultata vincente. Anzi...
L’efficacia
L’Iran, sul piano economico, non se la passa certamente bene da decine di anni, pur crescendo come Paese fino a presentare un’industria moderna, infrastrutture notevoli, una quantità di laureati superiore a quelli Usa, un sistema missilistico economico ma efficiente, ecc..
L’inflazione è però pesantissima e mina la capacità di acquisto di salari e pensioni, esponendo così il governo a periodiche crisi di consenso che costituiscono per l’Occidente altrettante occasioni di “ingerenza” (anche se non più travestita da “umanitaria”).
Ma c’è da dire che quasi 50 anni di sanzioni non sono serviti a impedire il consolidamento del sistema istituzionale iraniano, che ha sicuramente molti avversari interni ma gode di una seguito popolare maggioritario, rinforzato peraltro proprio dagli attacchi israelo-americani.
I dirigenti iraniani, peraltro, non negano le difficoltà ed il “dibattito interno” sembra considerare la possibile alternativa tra “pace presto”, capitalizzando il successo – aver resistito per sei mesi infliggendo colpi serissimi al sistema di basi militari Usa in Medio Oriente – oppure puntare su una guerra d’attrito, inevitabilmente di lunga durata, contando sul fatto che l’economia Usa e quella mondiale non possono reggere in eterno in una situazione di incertezza sulle forniture di idrocarburi. Come si vede dai prezzi alla pompa, peraltro...
Lo stesso Barak Ravid – l’(ex?) ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano delegato a gestire il sito Axios sulla guerra all’Iran – è abbastanza scettico sull’efficacia della strategia economica.
“Affinché la nuova campagna di pressione economica sia efficace, gli Stati Uniti dovranno mobilitare i loro alleati occidentali per formare una coalizione per far rispettare le misure contro l’Iran.Gli stessi Stati Uniti, per dire, hanno dovuto ad un certo punto sospendere persino le proprie sanzioni sul petrolio iraniano già caricato sulle navi per cercare di contenere l’ascesa dei prezzi.
L’amministrazione Trump dovrà anche affrontare in modo aggressivo paesi come Cina, Russia, India, Pakistan, Qatar, Turchia e altri che commerciano ancora con l’Iran, qualcosa che finora non ha fatto.”
Convincere gli “alleati” europei o il Giappone è già complicato (Tokyo dipende al 90% dal petrolio del Golfo Persico); minacciare i “mediatori” (Pakistan, Qatar, Turchia, ecc.) è già un po’ più difficile; obbligare Pechino e Mosca a seguire gli ordini di Trump è escluso categoricamente.
Non serve un genio della geopolitica per capire che gli Usa stanno sistematicamente attaccando i paesi “indipendenti” che fin qui si erano difesi cercando alternative commerciali stabili proprio con Russia e Cina, dentro e fuori i Brics+. Che queste due superpotenze collaborino al proprio stesso “strangolamento” è un obiettivo così stupido da esser difficilmente commentabile.
Pechino, ci viene ricordato sempre, ha un’infinità di leve per ridimensionare la iattanza di Washington. Primo fra tutti il controllo dei giacimenti di terre rare nonché il quasi monopolio nella loro raffinazione. In pratica si tratta di 17 elementi, ovvero i 15 elementi della serie dei lantanidi, più lo scandio e l’ittrio, metalli classificati tra le terre rare per affinità chimica e compresenza nei minerali.
Tutti, chi più chi meno, servono per la costruzione di armi Usa ad alta tecnologia (dai missili spalleggiabili Stinger fino ai Patriot, i Thaad e SM-3), che – guarda il caso – si sono andate esaurendo nei magazzini del Pentagono e in quelli dei paesi Nato proprio grazie al loro uso smodato nelle guerra in Ucraina e Iran, oltre che per lo “scudo” su Israele (peraltro “bucato” con attacchi a saturazione).
La “coperta corta”, come si vede anche solo da questi accenni, è il problema che erode l’egemonia Usa. A sentire le parole – sia di Trump che di Bessent – sembra che non se ne siano ancora accorti. Ma è certo che, almeno dal Pentagono, qualcuno glielo sta ricordando...
Se c’è qualcuno che “fa fatica a respirare”, insomma, sta da quelle parti...
Fonte
21/08/2026
“Strangolare” l’Iran? Tra il dire e il fare, ce ne corre...
A tutti gli analisti attendibili questo “cambio di strategia” è apparso subito come un’ammissione di debolezza. Esaurite le opzioni militari – i bombardamenti ottengono risultati limitati, l’attacco di terra costerebbe troppo in termini economici e soprattutto umani (soldati americani, chiaro, “il nemico” non conta mai), l’uso dell’atomica aprirebbe una fase incontrollabile con le altre potenze nucleari – si ripiega sul logoramento dell’economia iraniana, che di certo non se la passa benissimo.
Detto questo, come si fa? Il controllo delle frontiere esterne è di fatto impossibile, viste le dimensioni del Paese e la varietà geostrategica dei vicini. Quello aereo sarebbe più praticabile, ma ben poca parte del traffico commerciale viaggia in questo modo. Senza contare che i principali vettori diretti a Tehran sono russi, cinesi, ecc.
Il blocco di Hormuz è bilaterale, ossia reciproco. E allora è partita una sottile valanga di indiscrezioni pilotata dal sito Axios – tramite il solito Barak Ravid (ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’intelligence israeliana) – che descrivono un fantastico film in cui “una lunga fila di petroliere viene fatta uscire nottetempo dal Golfo Persico lungo un canale molto vicino alle coste dell’Oman, sotto scorta delle navi militari Usa”. Lo stesso, quasi contemporaneamente, avverrebbe per le petroliere vuote che debbono entrare per caricare. “I soliti ignoti” in dimensioni hollywoodiane…
E gli iraniani? Zitti e buoni, perché i bombardamenti Usa avrebbero distrutto buona parte dei radar lungo lo Stretto di Hormuz, “accecando” di fatto droni e missili che potrebbero essere sparati. Quanto basta per far dire a Trump, in tv, che “Abbiamo spazzato via l’Iran”.
Impossibile trovare il benché minimo riscontro a questo traffico gigantesco, che avrebbe mobilitato circa 10 milioni di barili al giorno (il 50% del traffico pre-bellico) e contribuito a calmierare I prezzi comunque in ascesa del greggio sui mercati. Basta la parola di Barak…
Il vicepresidente J.D Vance e il ministro del Tesoro Bessent sembrano essere gli incaricati della gestione “ottimistica” della nuova strategia, a fini soprattutto interni.
Il primo, in un’intervista rilanciata dalla Cnn, spiega che “Lo strumento più efficace che abbiamo è la pressione economica che possiamo esercitare su di loro. E questa è una danza delicata, perché se esercitiamo pressione economica su di loro, loro cercheranno di fare altrettanto con noi”. Ma naturalmente “nelle ultime due settimane loro hanno subito molta più pressione di noi”.
Vance ha dovuto comunque ammettere che, nonostante questa “prevalenza” Usa, “ovviamente i prezzi del petrolio sono alti, come si può notare alla pompa” (il primo cruccio dell’americano medio). Ma siccome “stiamo facendo transitare le navi nello Stretto” in una certa quantità, “se riusciamo, non tanto a riportarlo alla situazione precedente, ma a far uscire abbastanza petrolio e gas, riusciremo a dare un po’ di sollievo agli americani alla pompa, un po’ di sollievo sui prezzi dell’energia”.
Un po’ pochino per “strangolare” un paese enorme, posizionato agli antipodi degli States e con una popolazione dieci volte superiore a quella cubana (che ha la sfortuna di vivere ai confini del “mostro”). Più esplicito ancora Bessent, che ha annunciato “le sanzioni più dure della storia”, esortando però Pechino a collaborare con Washington. Tradotto: “se non collabora, non funzionano“. Fino allo sconsolato “Se applichiamo la massima pressione economica, è improbabile che si assista a una ripresa su larga scala delle operazioni militari“.
Isolare Tehran economicamente è del resto un’impresa ritenuta fattualmente impossibile. Praticamente non ci sono rapporti commerciali con il resto dell’Occidente, quindi non si può tagliare quello che non c’è.
La gran parte del petrolio era ed è venduta alla Cina, che ha da poco inaugurato una lunghissima tratta ferroviaria fino a Tehran. Ancora non funziona a pieno ritmo, ma il traffico va ovviamente crescendo per compensare il blocco di Hormuz.
I rapporti con la Russia viaggiano attraverso il mar Caspio, e quindi fuori da ogni possibile blocco Usa.
Anche sul piano strettamente finanziario – circolazione monetaria, sistemi di pagamento internazionali, ecc – Tehran è da anni fuori dal controllo statunitense, rapportandosi con i suoi partner grazie ad altri meccanismi istituzionalizzati (per esempio Russia e Cina hanno sviluppato sistemi di pagamento che ignorano lo Swift, controllato dagli Usa).
Tutti i corridoi commerciali che in varia misura attraversano o sfiorano l’Iran coinvolgono un numero di paesi molto elevato e con rapporti assai differenziati tra loro. Esercitare “pressione” su tutti significherebbe ridurre anche l’efficacia di quei corridoi per gli interessi Usa e israeliani (si veda l’importante analisi pubblicata qui oggi), mettere in discussione alleanze già siglate o in fase di elaborazione, gettando magari potenziali “clienti” su corridoi alternativi già esistenti e rodati.
Il “cambio di strategia”, quindi, col passare dei giorni assume i contorni di una “pausa di riflessione” in attesa che le elezioni di midterm stabiliscano il nuovo quadro politico interno agli Stati Uniti (avere un Congresso a maggioranza democratica, con una forte componente “socialista” e pro-palestinese, intralcerebbe non poco un presidente abituato a viaggiare a colpi di “decreti esecutivi”) e magari che le industrie Usa rimpolpino le scorte di missili Patriot e Tomahawk, giunte al limite dell’operatività.
Non sembra un caso che la retorica tonitruante delle “misure mai viste prima” si sia spostata dal piano militare (“cancelleremo una civiltà”) al più prosaico “imporremo sanzioni, se sarà possibile”.
Fonte
30/06/2026
Venezuela: la doppia catastrofe
di Atilio Boron
Nei primi mesi del 2026, il Venezuela è stato vittima di due eventi traumatici.
Il primo, il 3 gennaio, l’attacco militare denominato “Operazione Risoluzione Assoluta” lanciata dal governo degli Stati Uniti contro Caracas e, marginalmente, altre città come La Guaira.
Secondo trauma: il doppio terremoto di mercoledì scorso.
Ma procediamo per ordine. L'amministrazione Trump supponeva che con quell’audace manovra si sarebbero create le condizioni necessarie per far precipitare un’insurrezione popolare contro il governo chavista e, in questo modo, ottenere l’agognato “cambio di regime” che Washington insegue senza sosta dal momento stesso in cui Hugo Rafael Chávez Frías trionfò nelle elezioni presidenziali del dicembre 1998.
L’operazione in questione ottenne un risultato parziale ma importante: il rapimento del presidente Nicolás Maduro Moros e di sua moglie, la deputata Cilia Flores. Ma nonostante il suo nome pomposo, l'operazione fu un fallimento monumentale dal punto di vista militare e politico, così come lo fu l'“Operazione Furia Epica”, l’attacco di USA e Israele contro l’Iran. Nonostante l’aspetto minaccioso dei loro nomi, in entrambi i casi il “regime” – in questo caso il governo chavista – rimase in piedi, così come il suo omologo a Teheran.
Parliamo di fallimento perché basta confrontare l’enorme dispiegamento di oltre 150 aeromobili, tra aerei ed elicotteri, una portaerei, un sottomarino nucleare e una corazzata utilizzati per devastare il territorio venezuelano, più i 15.000 effettivi mobilitati per il combattimento e il comando di 200 uomini della Delta Force incaricata dell'“estrazione” (eufemismo per non dire rapimento) di Maduro, con le squadre e le truppe utilizzate il 2 maggio 2011 per catturare nientemeno che Osama bin Laden, presumibilmente nascosto nella città pakistana di Abbottabad: 23 membri del Comando Seal con il supporto di un totale di cinque elicotteri e una portaerei, per concludere che la significativa sproporzione tra le attrezzature e il personale utilizzato in entrambe le iniziative dimostra eloquentemente che l'“Operazione Risoluzione Assoluta” aveva obiettivi molto più ampi del rapimento di Maduro.
E andò male. Il governo chavista rimase al potere, il “regime” non crollò e le masse non invasero le strade chiedendo la testa dei loro governanti. Tuttavia, la transizione ordinata sotto la minaccia mortale esplicitamente comunicata dalla Casa Bianca al governo bolivariano, delegò il comando a Delcy Rodríguez come “presidente incaricata”, lasciando il governo chavista e l’economia venezuelana in una condizione di radicale subordinazione agli ordini provenienti da Washington.
Si parla infatti di un protettorato informale o di una condizione semicoloniale di fatto che si manifesta nel furto sfacciato e impunito del petrolio venezuelano, poiché il ricavato della sua vendita viene depositato in un conto speciale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e solo una minima parte viene inviata a Caracas; o nel mantenimento delle quasi 1.100 “misure coercitive unilaterali” che ancora oggi, cinque giorni dopo il doppio terremoto che ha devastato La Guaira e parte di Caracas, rimangono in vigore; o nei visibili cambiamenti nell’agenda della politica estera della Repubblica Bolivariana, soprattutto dopo il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte per sette anni.
Ma, attenzione!: siamo di fronte a eventi “in pieno svolgimento”, come soleva dire Walter Martínez, e non solo in America Latina e nei Caraibi ma a livello mondiale. Per questo il tempo dirà se questo travolgimento della sovranità nazionale venezuelana è un’inevitabile opzione tattica difensiva – “per ora”, come direbbe Chávez – o se, purtroppo, si tratta di una capitolazione definitiva. Confidiamo che sia la prima. È incoraggiante che Washington non sia riuscita a raggiungere i suoi obiettivi massimi, “cambiare il regime”; ma bisogna riconoscere che ciò che è rimasto in piedi ha poche somiglianze con il chavismo originale.
Passiamo al secondo evento traumatico. La tragedia sociopolitica perpetrata dal trumpismo si è moltiplicata esponenzialmente a causa del doppio sisma del 24 giugno, quando un potente terremoto di magnitudo 7,2 è stato seguito, appena 39 secondi dopo, da un altro ancora più intenso, che ha raggiunto 7,5 sulla scala logaritmica di Richter.
Non si è trattato di una scossa di assestamento, assicurano gli esperti, ma di due terremoti distinti, il secondo precipitato dal primo e con una violenza due volte e mezzo superiore. Nel loro insieme, questi due terremoti hanno avuto un’intensità senza precedenti nella storia venezuelana: è stato trenta volte superiore – ripeto: trenta volte superiore – a quello che scosse fin nelle fondamenta la città di Caracas nel 1967.
La devastazione materiale è sotto gli occhi di tutti e con essa l’elevato numero di vittime umane, le cui cifre difficilmente si conosceranno con certezza prima delle prossime settimane.
Nonostante ciò, la destra mondiale, fedele al suo carattere reazionario e necrofilo e al suo tradizionale disprezzo per la verità, ora accusa il governo di Delcy Rodríguez di non disporre degli elementi necessari per assistere adeguatamente le vittime e i sopravvissuti della terribile catastrofe.
Da qui piovono le denunce contro il chavismo come presunto “stato fallito”, ma le canaglie omettono di dire che se ci sono stati problemi nell’affrontare le conseguenze del doppio terremoto – mancanza di attrezzature come ruspe o altri macchinari pesanti, forniture mediche, ospedali ben riforniti, eccetera – ciò è dovuto ai dieci anni di sanzioni e ostacoli commerciali e finanziari di ogni tipo con cui il Venezuela è stato aggredito dal momento in cui nel marzo del 2015 il falso Premio Nobel per la Pace 2009 Barack Obama proclamò, con imperdonabile perfidia, che il governo bolivariano rappresentava una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.
Le conseguenze di questa politica, aggravata durante la prima amministrazione Trump (2017-2021), furono catastrofiche, nel senso più stretto della parola. Le restrizioni imposte alla commercializzazione del greggio e i veti all’importazione di attrezzature e pezzi di ricambio per l’industria petrolifera hanno prodotto un crollo senza precedenti delle entrate generate dalla statale PDVSA.
Se nel 2012 le esportazioni petrolifere avevano raggiunto un picco di 93 miliardi di dollari, dopo le sanzioni iniziate da Barack Obama e potenziate dal primo Trump, queste scesero nel 2020 a 4,2 miliardi di dollari, cioè meno del 5 per cento di quanto ottenuto 8 anni prima! La guerra economica condotta con spietata intensità ha gravemente colpito le entrate dello Stato, indispensabili per finanziare le politiche pubbliche e naturalmente il benessere collettivo della società e il reddito dei lavoratori. Gli sforzi e la creatività del governo chavista presieduto da Nicolás Maduro sono riusciti in parte a mitigare questa situazione, portando il livello delle esportazioni a circa 18 miliardi di dollari, ben al di sotto della tendenza storica precedente al blocco ordinato da Washington.
Questo criminale attacco economico ha prodotto il definanziamento dei servizi sociali forniti dallo stato chavista in materia di salute, istruzione e settori correlati e il conseguente deterioramento del livello medio di retribuzione salariale del pubblico impiego.
Uno studio sull’impatto delle sanzioni economiche in Venezuela condotto da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs nell’ambito del Center for Economic and Policy Research di Washington DC conclude che le sanzioni “hanno causato più di 40.000 morti tra il 2017 e il 2018”. Queste sanzioni, proseguono gli autori, “rientrerebbero nella definizione di punizione collettiva della popolazione civile” e non solo violano la legalità internazionale ma anche la stessa legislazione statunitense.
Per concludere, è ovvio che un governo attaccato con tanta ferocia e per così tanto tempo incontri difficoltà nell’affrontare una mostruosa combinazione di due tremendi terremoti.
Ma bisogna guardare alle cause e queste risiedono, fondamentalmente, negli effetti devastanti del blocco che il governo degli Stati Uniti ha decretato contro il Venezuela e, da oltre sei decenni, contro Cuba. Il blocco è genocidio, pulizia etnica, crimine contro l’umanità, qualcosa che i sinistri e mendaci pappagalli mediatici della destra e dell’imperialismo si incaricano di nascondere per poter così incolpare le vittime degli orrori inflitti loro dai propri carnefici.
Confidiamo che prima o poi sia il Venezuela che Cuba possano voltare pagina su questo orribile capitolo della storia dell’imperialismo.
Fonte
31/03/2026
Una petroliera russa raggiunge Cuba, è il momento di intensificare la solidarietà
La nave Anatoly Kolodkin è partita dal porto di Primorsk il 9 marzo, con 650 mila barili di greggio (secondo il New York Times sono 730 mila, una differenza non di poco conto, ma parliamo comunque di oltre 90 mila tonnellate di petrolio). Il carico potrebbe essere raffinato in circa 180.000 barili di gasolio, una quantità sufficiente a coprire il fabbisogno energetico nazionale per soli nove o dieci giorni.
Una quantità che è però vitale per un paese che non riceve forniture dallo scorso gennaio, e in cui gli effetti dell’assedio, oltre i blackout, colpiscono in maniera sempre più evidente i servizi sanitari e rappresentano una punizione collettiva della popolazione, proibita dal diritto internazionale.
Trump stesso ha risposto a domande sulla petroliera russa, in viaggio sull’Air Force One. “Ho detto loro che se un paese vuole inviare del petrolio a Cuba in questo momento, non ho alcun problema, che sia la Russia o meno”, ha detto il tycoon, confermando le indiscrezioni del New York Times, secondo cui l’amministrazione avrebbe dato il “placet” tacito al passaggio della nave.
La dichiarazione di Trump, che è stata giustificata con la difficile situazione che vive la popolazione, sembra poco affine ai metodi terroristici usati fino a oggi, in America Latina come in Iran. E lascia margini di interpretazione non indifferenti intorno al fatto che anche altri paesi potrebbero rifornire Cuba di petrolio, con il timore di ripercussioni successive.
Ma il caso della Anatoly Kolodkin è un groviglio di tensioni internazionali particolare. La nave è infatti sottoposta a sanzioni da parte di USA, UE e Regno Unito a causa del conflitto ucraino. Prima di attraversare l’Atlantico, la petroliera è stata scortata attraverso la Manica da una nave militare russa, come riferisce la Royal Navy britannica, per poi procedere da sola verso i Caraibi.
Solo lo scorso 20 marzo, il Dipartimento del Tesoro aveva vietato esplicitamente qualsiasi transizione in favore de l’Avana riguardante il petrolio. E tuttavia, Washington ha anche recentemente allentato alcune restrizioni su Mosca per stabilizzare i flussi globali di greggio, pesantemente influenzati dagli attacchi militari statunitensi e israeliani contro le infrastrutture petrolifere in Iran, e dal conseguente blocco dello stretto di Hormuz.
Questo allentamento riguardava il petrolio in mare da prima del 13 marzo, e perciò la Kolodkin rientra perfettamente nella casistica prevista. Mentre il mercato degli idrocarburi e dell’energia procede verso una profonda crisi a causa dell’aggressione all’Iran, probabilmente Trump ha pensato bene di evitare di sollecitarlo ulteriormente, soprattutto se ciò sarebbe andato a inasprire i rapporti con la Russia, dopo aver promesso agli operatori commerciali una riduzione delle sanzioni per calmierare l’impennata dei prezzi.
Nonostante una concessione che non ha nulla di umanitario e che è legata al pantano in cui gli States si sono infilati nel Vicino Oriente, Trump non ha ammorbidito i toni contro il governo di Miguel Díaz-Canel. Cuba rimane sotto attacco, e la Casa Bianca continua a insistere che farà cadere la Rivoluzione socialista.
Da L’Avana rispondono che sono pronti a combattere per la loro autodeterminazione, e questa apertura “obbligata” di Trump rappresenta un momento fondamentale in cui allargare la solidarietà internazionale e rendere ancora più impraticabile un attacco a Cuba, di fronte a una netta caduta dei consensi per l’amministrazione stelle-e-strisce.
Fonte
28/03/2026
Cuba sopravviverà: un diario
A Paki Wieland (1944-2026), che ha combattuto la crudeltà dell’imperialismo statunitense per tutta la sua vita adulta.
La mattina della mia partenza dall’Aeroporto José Martí, intitolato al padre della patria, ho abbracciato tutti: la donna che ha gestito il mio check-in, l’uomo che ha timbrato il mio passaporto, il personale di terra. Il giorno prima avevo stretto forte tutti i miei amici, con le lacrime che lottavano per ottenere il diritto di scorrermi sul viso. Sembrava che, attraverso questi abbracci, volessi in qualche modo trasmettere la mia apprensione per ciò che potrebbe accadere a Cuba, ai cubani, alla Rivoluzione Cubana – a tutto quanto – a causa della follia di Donald Trump.
Che cosa è diventato il mondo? È come se miliardi di persone fossero diventate spettatrici delle atrocità imposte dagli Stati Uniti e da Israele: il genocidio del popolo palestinese, il rapimento del presidente venezuelano, i bombardamenti senza motivo contro l’Iran e, naturalmente, il tentativo di asfissiare Cuba. La brutalità decadente del governo statunitense, acuita dalla sconsideratezza di Trump, è imprevedibile e pericolosa. Nessuno può dire con certezza cosa succederà dopo.
Trump sembra intrappolato in Iran, dove non aveva previsto la saggezza politica degli iraniani nel rifiutare un cessate il fuoco ora, solo per permettere a Stati Uniti e Israele di riarmarsi e distruggere le loro città con maggiore ferocia tra una settimana. Trump non sembra in grado di fermare la guerra in Ucraina o il genocidio contro i palestinesi. L’alleato di Trump, Israele, ha nuovamente allargato la sua guerra al Libano e minaccia così di sconvolgere le strade del mondo arabo, dove già c’è inquietudine verso i loro governi completamente acquiescenti. Colpirà Cuba per prossima, pensando che sarà una vittoria rapida?
È difficile per me descrivere l’impatto del crudele Embargo di Trump sul petrolio a Cuba. Non ci sono state spedizioni di petrolio raffinato a Cuba dall’inizio di dicembre 2025. Ciò significa che ogni aspetto della vita moderna è stato completamente sconvolto.
Le strade dell’Avana sono silenziose perché semplicemente non c’è abbastanza carburante per auto e autobus per trasportare le persone. Scuole e ospedali – i templi della Cuba rivoluzionaria – lottano per mantenere i servizi di base. Gli agricoltori faticano a portare il cibo nelle città e le medicine sono costose, se disponibili. Immaginate di essere un paziente che necessita di neurochirurgia, con medici semplicemente riluttanti a rischiare di inserire una sonda nel vostro cervello in mezzo a fluttuazioni elettriche e blackout a singhiozzo.
Questo è stato l’esempio più crudo dei pericoli del Blocco Petrolifero di Trump che ho sentito durante la mia permanenza all’Avana. Mentre camminavo sul Malecon, ho visto passare alcuni carri trainati da cavalli. È quasi come se lo yanqui volesse punire la Rivoluzione Cubana e spingere dieci milioni di cittadini cubani nell’Età del Ferro.
Sono venuto a Cuba come parte di una delegazione di solidarietà dell’Assemblea Internazionale dei Popoli, una piattaforma di centinaia di organizzazioni da tutto il mondo che cercano di ristabilire l’internazionalismo da movimento a movimento.
La nostra delegazione era guidata da João Pedro Stedile (direzione nazionale del Movimento dei Senza Terra Brasiliano), e includeva Fred M’membe (Presidente del Partito Socialista dello Zambia e candidato dell’opposizione alla presidenza quest’anno), Brian Becker (uno dei leader del Partito per il Socialismo e la Liberazione negli Stati Uniti), Manolo De Los Santos (direttore del The People’s Forum), Giuliano Granato (uno dei leader di Potere al Popolo dall’Italia) così come Manuel Bertoldi e Laura Capote (coordinatori dei Movimenti ALBA). Abbiamo visitato molti luoghi, tra cui la Scuola Latinoamericana di Medicina, l’Istituto di Neurologia, il Centro Martin Luther King e Casa De Las Americas.
Ci siamo incontrati con il Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e con il Presidente di Cuba, così come con innumerevoli cubani comuni. Siamo andati nel cimitero principale dell’Avana per rendere omaggio ai trentadue cubani che hanno perso la vita difendendo la sovranità venezuelana, e abbiamo camminato per la città dell’Avana per incontrare persone che svolgevano la loro vita quotidiana.
Durante una delle conversazioni, un amico mi ha chiesto come avessi trovato Cuba, un luogo che ho visitato innumerevoli volte negli ultimi trent’anni. Ho detto che la situazione mi era sembrata difficile ma che la gente sembrava inarrestabile. Il mio amico è stato chiaro: la sensibilità prevalente nel paese era che i cubani avrebbero lottato fino alla fine per difendere il loro diritto a un futuro e il loro rifiuto di tornare al 1958, l’anno prima della Rivoluzione.
Durante i primi anni della Rivoluzione, Fidel Castro chiarì che l’urgenza era risolvere i bisogni e i problemi immediati del popolo. Ciò significava che la Rivoluzione Cubana poneva l’accento sulla fine della fame e della povertà, dell’analfabetismo e delle malattie, oltre a fornire alloggi e spazi culturali.
Vedere il deterioramento della vita a causa del duro Embargo, durato quasi settant’anni, e del nuovo Blocco Petrolifero è straziante. La priorità rimane garantire che ogni cubano possa vivere una vita dignitosa. Questo è stato anche il messaggio del Presidente di Cuba, Miguel Diaz Canel, un uomo di grande umiltà: resisteremo, ha detto, ma non permetteremo che la Rivoluzione sprechi le sue conquiste e la sua attenzione al benessere del nostro popolo.
Sedere su una sedia a dondolo accanto al mio amico Abel Prieto, ex Ministro della Cultura, a Casa De Las Americas, è stato un toccasana. Come al solito, Abel, mio compagno marxista-lennonista (!), mi ha fatto ridere di gusto e allo stesso tempo provare dolore. I suoi commenti spaziavano dalla valutazione di Trump (con “follia” come parola più usata) alla sua percezione della vitalità della realtà cubana (le folle straordinarie che hanno resistito sotto la pioggia battente per rendere omaggio alle spoglie dei cubani uccisi dalle forze statunitensi in Venezuela il 3 gennaio). Mi sono sentito confortato dal suo equilibrio tra umorismo e chiarezza, la sensibilità letteraria di Abel che teneva sotto controllo la situazione in rapido movimento.
Ho accettato l’opinione di Abel che forse gli Stati Uniti nella loro forma attuale sono un errore gigantesco – l’arroganza di Trump riflesso di qualcosa di intrinseco nell’idealismo estremo per cui gli Stati Uniti e le loro amministrazioni sanno tutto meglio di chiunque altro. Credono di sapere meglio cosa dovrebbero fare i palestinesi, i venezuelani, gli iraniani e i cubani.
In nome della “democrazia”, i diritti democratici e i diritti esistenziali delle persone in queste nazioni più oscure vengono completamente assorbiti dal Presidente degli Stati Uniti – il detentore del potere preponderante. È una visione brutta ma reale, una realtà che strappa le persone sensibili di tutto il mondo dal loro stesso desiderio di plasmare una realtà non così orribile. Un terzo delle persone uccise in Iran dagli Stati Uniti e da Israele sono bambini, e i bambini della Palestina, i cui nomi onoriamo, non diventeranno mai adulti.
Il mio ultimo giorno, ho visto un gruppo di scolari cubani giocare in un parco, vestiti con le loro divise scolastiche, le loro sciarpe rivoluzionarie al collo. Cinguettavano di risate e chiacchiere. Li ho osservati dall’altra parte della strada mentre giocavano a un gioco, sorvegliati da due insegnanti sorridenti, con alcuni coni per terra – un gioco che richiedeva loro di intrecciarsi tra questi. Quei bambini dovevano avere circa cinque o sei anni, bambini e bambine che giocavano in un bozzolo di grande felicità. Ho mandato loro un abbraccio virtuale. State al sicuro bambini. Sempre. Abbracciate Cuba per me ogni giorno.
Fonte
20/03/2026
Guerra all'Iran - Più delle armi, contano petrolio e gas
Poi, certo, questo non significherà necessariamente avere una pace stabile – che è invece l’obbiettivo dell’Iran – ma la pressione esterna dei “mercati” è determinante, anche se non onnipotente.
L’attacco israeliano contro l’impianto di estrazione di South Pars, dal lato iraniano del Golfo Persico, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quel giacimento, com’è noto, è sfruttato consensualmente sia da Teheran che dal Qatar. Pensare di bloccare solo la capacità iraniana, senza altre conseguenze, era un’ipotesi idiota che poteva venire in mente solo ad un suprematista formato alla scuola delle “teste di cuoio”, quella in cui ogni problema ha una soluzione solo militare.
L’immediata risposta – droni o missili su Ras Laffan, l’impianto “gemello” sul lato qatariano dello stesso giacimento, oltre che su impianti kuwaitiani, emiratini e sauditi – ha messo in chiaro che i paesi petroliferi del Golfo o si salvano tutti o non si salva nessuno.
L’esplosione del prezzo di greggio e gas è stata limitata solo da interventi straordinari (rilascio delle riserve strategiche, sospensione delle sanzioni al petrolio russo già in navigazione, l’idea di sospenderle pure per quello iraniano, addirittura), ma ogni soggetto coinvolto nel mercato degli idrocarburi (paesi produttori, paesi consumatori, multinazionali, armatori, ecc.) ha smosso ogni contatto pur di fermare i due pazzi in cabina di comando.
Risultato per il momento ottenuto: Trump ha alzato il telefono ordinando al “cattivo Bibi” di “non farlo più” e quest’ultimo si è atteggiato a scolaretto obbediente promettendo di risparmiare gli impianti petroliferi.
Un mentitore seriale come lui romperà la promessa appena possibile, ovviamente. Questo lo sanno tutti. Ma intanto si calmano le acque e si fa la conta dei danni. Che non sono per niente lievi.
Il danno maggiore è stato subito dall’economia del Qatar, perché l’impianto di gas naturale liquefatto (GNL) di Ras Laffan è forse il più grande al mondo. In termini di produzione ed esportazione, il Qatar rappresenta il 20% delle esportazioni mondiali di GNL, che va soprattutto verso Belgio, Italia, Corea del Sud e Cina.
L’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, in un’intervista a Reuters ha affermato che il costo di questo attacco, che ha danneggiato due impianti e due “treni” su 14 in quell’enorme complesso, ammonterà a circa 20 miliardi di dollari di mancati ricavi all’anno.
Ci vorrebbero però dai tre ai cinque anni per ripristinarli, perché queste strutture sono molto complesse; è molto difficile metterle in funzione, molto difficile costruirle. Si tratta di progetti congiunti con Exxon Mobil (a sua volta danneggiata), e quindi una sospensione della produzione da tre a cinque anni significa una perdita di entrate pari a 60-100 miliardi di dollari. Il 9% del Pil di quel paese, e per diversi anni.
Non sono stati ancora quantificati i danni – e i ritardi di produzione – per gli altri impianti colpiti nella regione, ma è chiaro che già così il problema si presenta molto grave.
Non migliora però la prospettiva l’idea che sta marciando ai vertici dell’amministrazione Trump – inviare truppe di terra per controllare l’isola di Kharg o altri isolotti nei pressi di Hormuz – perché, a parte i costi umani più alti anche per gli Usa, di certo non fermerebbe una ripresa dei lanci di droni e missili sugli impianti dei Paesi del Golfo. Con tutte le conseguenze del caso...
Un assaggio dei problemi energetici è stato concesso ieri anche ad Israele. La raffineria di Haifa è stata raggiunta da un missile che ufficialmente ha danneggiato “infrastrutture elettriche chiave”, ha dichiarato la compagnia petrolifera israeliana Israel’s Oil Refineries. Pur cercando di minimizzare i danni (“la produzione è ripresa”) sono stati segnalati blackout a ripetizione un po’ in tutto il paese, peraltro colpito da altre ondate di missili e droni.
Ha fatto a suo modo storia anche il colpo che ha raggiunto un caccia F-35 statunitense, costretto ad un atterraggio di emergenza nella prima base raggiungibile. “L’F-35 non era solo un aereo da caccia, ma un’icona dell’invincibilità e dell’arroganza dell’esercito statunitense”, ha affermato il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf in un ironico post su X. “Questo risultato simbolico è stato realizzato per la prima volta al mondo”.
Ma lo ripetiamo. Più dei risultati militari, saranno gas e petrolio a convincere Trump e Netanyahu a fermarsi. Almeno per un po’...
Fonte
18/03/2026
Cuba - Parte la Flotilla, arrivate le delegazioni del Convoy. Appello per una manifestazione nazionale
A bordo del “Nuestra America Convoy” c’è anche Greta Thunberg, così come Thiago Avila e Josè Nivoi “veterani” della Global Sumud Flotilla che a ottobre aveva cercato di rompere il blocco navale a Gaza.
Contemporaneamente sono arrivati ieri a Cuba due voli charter con a bordo centinaia di persone con valigie piene di medicinali e aiuti umanitari. Tra queste c’è anche un’ampia delegazione italiana dello European Convoy for Cuba nell’ambito della campagna “Let Cuba Breathe”. Tra questi anche gli eurodeputati Salis e Lucano.
Anche una brigata di Potere al Popolo è partita ieri per l’isola Cubana per partecipare al “Convoy Nuestra America” che ha portato sull’isola decine di tonnellate di aiuti umanitari.
In queste settimane le Case del Popolo hanno raccolto fondi e medicinali che verranno portati materialmente da attiviste e attivisti. Sull’isola sono presenti anche delegazioni della Rete dei Comunisti e dell’Unione Sindacale di Base.
Trump, con la complicità dei governi occidentali, compreso quello Meloni, sta stritolando una popolazione lasciandola senza petrolio e materiali di prima necessità. Il popolo Cubano resiste al Bloqueo imposto dagli Stati Uniti da più di 60 anni, ma ora ha bisogno di tutto il nostro aiuto: da tre mesi non arriva più una goccia di petrolio sull’isola.
La missione internazionale è solidale e politica: porta un aiuto pratico, ma racconterà anche quello che sta succedendo a Cuba, per fare controinformazione e mostrare come “la più grande democrazia del mondo” sta mettendo alla fame un’intera popolazione.
Lunedì è stato un pesantissimo giorno di black out elettrico e i tecnici sono al lavoro per il ripristino della rete nazionale.
Il sistema è ripartito già nella notte tra lunedì e martedì e i primi circuiti ad avere indipendenza elettrica sono stati quelli degli ospedali. Oggi la corrente è attiva in tutte le province di Cuba.
Quando si pensa ai black out a Cuba, riferiscono da L’Avana, non si pensi solo al disagio di restare al buio ma anche a quello della conservazione degli alimenti o all’assenza di acqua poiché non si possono riempire le cisterne.
Nel corso di decenni Cuba ha rappresentato per molti Paesi un esempio di solidarietà, compreso il nostro quando siamo stati travolti dalla pandemia di Covid-19 o attualmente quando la professionalità, l’umanità e l’umiltà dei medici cubani nella sanità calabrese ha salvato dalla chiusura gli ospedali di quella Regione.
In solidarietà con Cuba è stato lanciato ieri un appello per una manifestazione nazionale a Roma il prossimo 11 aprile.
Fonte
Come Iran e Cina hanno plasmato lo scacchiere della guerra
Traduzione: la Cina vede la guerra sia come un’estrema tensione politico-diplomatica sia come una minaccia militare.
Il portavoce militare cinese, un Colonnello dell’Esercito Popolare di Liberazione, parla per metafore. È stato lui ad affermare esplicitamente che gli Stati Uniti sono “dipendenti dalla guerra”, con appena 250 anni di storia e solo 16 anni di pace. Presenta chiaramente gli Stati Uniti come una minaccia globale. E chiaramente, anche come una minaccia morale, a mio avviso.
Il Presidente cinese Xi Jinping è fermamente intenzionato a stabilire un legame duraturo tra marxismo e confucianesimo. Il contributo fondamentale di Confucio al pensiero politico risiede nell’uso preciso del linguaggio. Solo chi parla con metafore precise e con un forte peso morale è in grado di governare una nazione.
Pertanto, la Cina sta elaborando con cura una solida critica morale ed etica alla guerra statunitense contro l’Iran, sottolineando come si tratti di un attacco perpetrato da una nazione che ha perso la propria bussola morale. Il Sud del mondo comprende appieno questo messaggio.
Inoltre, i fatti sul campo di battaglia dimostrano come la Cina abbia anche cambiato le regole della guerra in Iran.
La rete iraniana è ora completamente connessa al sistema satellitare BeiDou. Questo spiega la precisione con cui l’Iran colpisce e come ogni mossa della coalizione USA-Israele si scontri con un muro digitale di tecnologia cinese (oltre 40 satelliti BeiDou in orbita). Ciò spiega l’eccellente precisione dei missili iraniani e la loro maggiore resistenza alle interferenze.
Nell’ambito del loro Partenariato Strategico Globale, della durata di 25 anni, la Cina ha anche fornito all’Iran radar a lungo raggio integrati con sistemi satellitari. Il risultato principale è il tempo di reazione dell’Iran, ora molto più breve rispetto alla Guerra dei Dodici Giorni.
La Russia, parallelamente, ha fornito il suo aiuto, consentendo all’Iran di applicare ampiamente quanto appreso in Ucraina sui sistemi occidentali come Patriot e IRIS-T. Non si tratta solo di tattiche di saturazione con droni; si tratta di apprendere il metodo russo di coordinare sciami di droni con raffiche di missili balistici. Ed è proprio questo che sta avendo un effetto devastante nelle ultime fasi dell’Operazione Vera Promessa Quattro.
Partita a Go: tutto ruota intorno al petroyuan
Ora concentriamoci sulla cruciale mossa dello Stretto di Hormuz. La mossa chiave è che l’Iran consente il transito solo alle petroliere il cui carico è stato pagato in petroyuan. Niente dollari. Niente euro. Solo yuan.
In realtà, la Cina aveva già iniziato a smantellare il sistema del petrodollaro nel dicembre 2022, quando Pechino invitò le petromonarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo a negoziare petrolio e gas alla Borsa di Shanghai. Ora, aggiungiamo a tutto ciò il 15° Piano Quinquennale cinese, appena discusso e approvato a Pechino.
Si tratta di una visione sistemica davvero approfondita.
In modo olistico, i pianificatori di Pechino hanno fissato una crescita del PIL al 4%; l’economia digitale al 12,5% del PIL; le soluzioni energetiche verdi al 25%; la qualità delle acque superficiali all’85%; una valanga di brevetti di alto valore; e tutto questo e molto altro, con obiettivi precisi da raggiungere e indicatori vincolanti fino al 2030.
Ciò significa che i cinesi considerano economia, sicurezza energetica, ecologia, istruzione e sanità come organi di un unico corpo. Ecco come l’urbanizzazione alimenta la produttività: ingenti investimenti in ricerca e sviluppo alimentano un numero sempre maggiore di brevetti; i brevetti alimentano l’economia digitale; e le soluzioni di energia verde alimentano l’indipendenza strategica.
L’ultimo Piano quinquennale mostra in modo inequivocabile come la Cina stia pianificando meticolosamente il proprio primato nel futuro tecnologico. E questo va ben oltre il 2030, fino alla metà del secolo.
Non c’è da stupirsi che la distruzione del petrodollaro giochi un ruolo chiave in questo processo di cambiamento dell’attuale sistema di relazioni internazionali. L’Iran lo sta ora offrendo su un piatto d’argento alla Cina, sostituendo il petrodollaro con il petroyuan nel punto di strozzatura più critico del pianeta, attraverso il quale transita il 20% di tutto il petrolio mondiale.
La mossa dell’Iran non è militare; è finanziariamente nucleare, a mio avviso. A rendere il tutto più semplice è il fatto che l’Iran sta già offrendo il modello da seguire per il resto del Sud del mondo: quasi il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran viene regolato in yuan tramite il Sistema di Pagamento Interbancario Transfrontaliero (CIPS).
Il Sud del mondo potrebbe alla fine adottare un modello molto semplice. Teheran non sta dicendo che lo Stretto di Hormuz è bloccato. È bloccato solo per l’ostile Cartello Epstein, gli Stati Uniti, e i suoi scagnozzi che commerciano in petrodollari. Le rotte marittime si stanno trasformando in tempo reale in filtri politici. Man mano che il Sud del mondo migra verso il petroyuan, il petrodollaro – egemonico dal 1974 – morirà.
Ormai ogni mercante del pianeta sa come funziona il petrodollaro. Dopo lo shock petrolifero del 1973, il Consiglio di Cooperazione del Golfo e l’OPEC si accordarono nel 1974 affinché il petrolio potesse essere scambiato solo in dollari statunitensi.
I Paesi esportatori di petrolio devono necessariamente reinvestire i profitti in dollari in titoli di Stato e azioni statunitensi. Ciò rafforza il ruolo del dollaro statunitense come valuta di riserva; finanzia gli investimenti tecnologici statunitensi; finanzia il conglomerato militare-industriale e le sue guerre infinite; e soprattutto, finanzia di fatto il debito pubblico statunitense, che è insostenibile.
Cina, Russia e Iran, in quanto membri dei BRICS+, si trovano in prima linea nella promozione di sistemi di pagamento alternativi; in particolare, ciò include l’eliminazione del petrodollaro.
Quindi, si tratta di qualcosa di ben più importante del semplice controllo del petrolio, la presunta motivazione alla base della caotica e improvvisata “incursione” (terminologia di Trump) in Iran.
A tutti gli effetti, i fatti sul campo indicano già un fallimento clamoroso. È la controffensiva ad essere di tutt’altro livello.
Le Guardie della Rivoluzione iraniane si ispirano a Sun Tzu
Armare lo Stretto di Hormuz è Sun Tzu (L’Arte della Guerra), rivisitato dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane. Sia un corridoio di collegamento, lo Stretto di Hormuz, sia una valuta, lo yuan, sono ora armi di distruzione imperiale. Chi ha bisogno di una bomba nucleare?
Ciò che è in gioco è il controllo del sistema finanziario globale, ben oltre il 2030, fino alla metà del secolo e oltre. Quello a cui stiamo assistendo in tempo reale è la partita a scacchi giocata dai persiani, in cui eccellono, ma con elementi del Weiqi (“Go”) cinese (gioco da tavolo di strategia).
Il Go è organico. Quando le piccole pedine si uniscono, modellano la forma e il controllo a lungo termine dell’intera scacchiera. Nel nostro caso, la scacchiera geopolitica/geoeconomica. Tutto ruota attorno al posizionamento, alla pazienza, all’accumulo di vantaggi e alla gestione della strategia.
Questo è il “segreto” del perché la guerra contro l’Iran offra ora alla Cina la mossa decisiva. Pechino ha plasmato la scacchiera per anni con infinita pazienza: creando una serie di istituzioni multilaterali; giocando un ruolo chiave nei BRICS+ e nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai; costruendo la Nuova Via della Seta; investendo in sistemi di insediamento alternativi; potenziando la sua diplomazia.
Il Go è estremamente razionale. Se si modella la scacchiera correttamente, non si fallisce. Il gioco si gioca da solo. Ed è qui che ci troviamo ora. Ed è per questo che il Vociferatore Imperiale, insieme ai suoi adulatori, complici e vassalli, è attonito e pietrificato: prigioniero del suo stesso pantano di arroganza.
Fonte
12/03/2026
Il fronte del petrolio
L’Iran, per di più, anche se è certamente meno armato degli Usa, è comunque un paese avanzato, che costruisce da sé quello di cui ha bisogno ed ha persino sviluppato il settore dei droni e dei missili contando su costi inferiori e quindi su grandi quantitativi che compensano la minore maturità tecnologica, ma sono più che sufficienti a “saturare” le iper-tecnologiche difese avversarie.
Al tredicesimo giorno di questa nuova guerra diventa anche chiaro che “il fronte” non è quello immaginato dai vertici Usa ed israeliani, con un Iran destinato a fare da bersaglio sostanzialmente passivo a parte qualche missile lanciato ma intercettabile dallo “scudo” steso su Israele e le basi americane nel Golfo.
Oltre ad una risposta missilistica e di droni per ora apparentemente inesauribile, infatti, è entrata esplicitamente in campo la guerra economica, che all’Occidente imperialista fa sicuramente più male, vista la lunga stagione di stagnazione in cui è impantanato.
La sparata trumpiana sullo Stretto di Hormuz che sarebbe sostanzialmente “libero” perché “protetto” dalla presenza Usa ha mal consigliato un paio di petroliere non autorizzate da Teheran, che hanno provato a passare finendo colpite da droni iraniani. Subito dopo sono arrivate anche alle tv occidentali le immagini di tunnel stipati di piccoli droni marini – barchini veloci in numero impressionante – pronti a partire per agire in uno spazio molto ristretto (come già detto, la “corsia” utile di navigazione è larga circa tre chilometri, praticamente nulla per navi che superano spesso i 2-300 metri).
Immediata la reazione dei “mercati”, che il giorno precedente avevano preso per buono l’annuncio di Trump (“la guerra finirà presto, non c’è quasi più nulla da bombardare”), facendo calare il prezzo del petrolio e volare le quotazioni azionarie. Dietrofront e greggio sopra i 100 dollari, con conseguente corsa alle vendite di titoli di qualsiasi tipo.
Anche la minaccia statunitense di colpire le strutture portuali di Teheran ha ricevuto una risposta immediata: le forze armate iraniane hanno minacciato di colpire i porti del Medio Oriente se i loro porti venissero attaccati da Israele e Stati Uniti. “Se i nostri porti e i nostri moli saranno minacciati, tutti i porti e i moli della regione diventeranno obiettivi legittimi”, ha dichiarato un portavoce delle forze armate in tv.
Il tutto mentre le non molte inchieste giornalistiche Usa colpiscono comunque al cuore le menzogne dell’amministrazione. Il New York Times, per esempio, ha reso noto che una indagine militare ancora in corso ha stabilito che gli Stati Uniti sono responsabili dell’attacco contro la scuola elementare femminile di Minab lo scorso 28 febbraio. Sbugiardando così sia Trump che il killer seriale Pete Hegseth, il “ministro della guerra” che ordina sempre di non soccorrere i sopravvissuti in mare dopo gli affondamenti provocati dalle sue decisioni (sia in America Latina che al largo dello Sri Lanka).
Stessa cosa per quanto riguarda i danni subiti dalle basi Usa nel Golfo; inesistenti per il Pentagono, piuttosto seri e soprattutto moltiplicati su 17 basi, secondo un’altra inchiesta dello stesso giornale.
Grave – anche se sottostimata nei resoconti giornalistici – pure la distruzione di diversi radar anti-missile da parte dei droni iraniani. Non solo per gli alti costi (oltre un miliardo l’uno), ma perché lasciano senza “occhi” le già deficitarie (per mancanza di “colpi”) batterie anti-missile di Tel Aviv e Usa nell’area. Tant’è vero che alcune dotazioni di Patriot e Thaad sono state imbarcate in fretta e furia per portarle dalla Corea del Sud nel teatro di guerra.
Ma è ovviamente sul prezzo del petrolio che si giocano buona parte delle possibilità “offensive” di Teheran. “Preparatevi al raggiungimento dei 200 dollari al barile perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato. Non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio raggiunga gli Stati Uniti, Israele e i loro partner. Qualsiasi nave o petroliera diretta a loro sarà un obiettivo legittimo”, ha ribadito Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran.
A stretto giro di posta sono arrivate le conferme operative. Le Guardie Rivoluzionarie hanno rivendicato di aver colpito due navi nello Stretto di Hormuz: una battente bandiera della Liberia, la Express Room, e la portarinfuse thailandese Mayuree Naree.
Com’è noto la bandiera montata sul pennone non necessariamente corrisponde alla vera nazionalità del proprietario. E infatti “La nave liberiana, di proprietà di Israele, non ha prestato attenzione agli avvertimenti delle nostre forze navali ed è stata fermata dopo essere stata colpita – affermano i pasdaran in un comunicato –. La seconda nave, la Mayuree Naree, ha tentato di passare illegalmente lo Stretto, è stata presa di mira anche lei dopo gli avvertimenti delle forze navali”.
Non sappiamo dire – come nessun altro osservatore – se sia davvero possibile che il prezzo del greggio salga fino ai 200 dollari. Ma sappiamo che l’economia occidentale, completamente ritornata al modello idrocarburi dopo una breve stagione di considerazione per le rinnovabili (con tante chiacchiere e cerimonie sulla “transizione energetica”), non è assolutamente in grado di sopportare un aumento del 400% del costo base dell’energia.
Sono in molti ad ave sbagliato i conti. E non solo a Washington o Tel Aviv...
In aggiornamento
Israele ammette 2.745 feriti in dodici giorni di guerra
Nonostante un censura ferrea su notizie ed immagini, qualche cosa scappa sempre... Un rapporto pubblicato giovedì dal Ministero della Salute israeliano ha dichiarato che 2.745 coloni israeliani sono stati ricoverati in ospedale dall’inizio della guerra, e 85 di loro sono attualmente in cura. Il rapporto del Ministero non ha specificato il numero di vittime tra i sionisti.
Il fronte interno israeliano ha annunciato che le sirene di allarme sono state attivate a Tel Aviv e nelle comunità di coloni in tutta la zona occupata di Al-Quds in seguito al rilevamento di missili iraniani.
L’Iran afferma di aver attaccato il quartier generale dello Shin Bet e le basi aeree israeliane con i droni
L’esercito iraniano afferma di aver attaccato due basi aeree israeliane e il quartier generale dello Shin Bet a Tel Aviv con dei droni.
Secondo quanto riportato dall’IRNA, gli attacchi hanno preso di mira la base aerea di Palmachim, a ovest della città di Yavne sulla costa mediterranea, e la base aerea di Ovda nel sud di Israele. (Fonte: Al Jazeera)
L’Iran afferma che gli attacchi USA-Israele stanno colpendo ospedali e quartieri
Secondo il viceministro della Salute iraniano Ali Jafarian, ospedali e strutture sanitarie in tutto l’Iran hanno subito danni a causa dell’intensificarsi degli attacchi israelo-americani.
Parlando ad Al Jazeera da Teheran, Jafarian ha affermato che le squadre mediche stanno affrontando un numero crescente di vittime, molte delle quali civili uccise sul luogo degli attacchi.
“Purtroppo, ci sono molte vittime uccise sul posto, perché [Stati Uniti e Israele] stanno bombardando a tappeto infrastrutture civili”, ha detto, aggiungendo che almeno 1.395 persone sono state uccise. Le persone sono ancora intrappolate sotto gli edifici crollati, ha aggiunto.
“La maggior parte di queste persone sono civili che vivono nei quartieri”, ha affermato, avvertendo che gli attacchi nelle aree urbane si sono intensificati negli ultimi giorni. “Abbiamo 31 importanti strutture cliniche e ospedali danneggiati. Dodici di questi ospedali sono ora inattivi”.
Jafarian ha aggiunto che sono stati colpiti 149 centri sanitari e che circa 100 sono stati danneggiati solo negli ultimi quattro giorni. “Purtroppo, due dei nostri operatori sanitari sono morti negli ultimi quattro giorni”.
Chi ci guadagna col l’aumento del prezzo del greggio
“La Russia sta sicuramente guadagnando finanziariamente da questa situazione”, spiegano diversi analisti del settore. Le sanzioni imposte da Washington alla fine dell’anno scorso avevano fatto crollare drasticamente i ricavi petroliferi russi.
“Hanno dovuto vendere molto di quel petrolio a prezzi notevolmente scontati”, ha spiegato Weafer, osservando che mentre il greggio Brent veniva scambiato a circa 65 dollari al barile, parte del petrolio russo veniva venduto a circa 45 dollari. Il recente aumento dei prezzi ha modificato questa dinamica.
“Dall’inizio della scorsa settimana... quasi tutto il petrolio russo in eccesso è stato acquistato dagli acquirenti asiatici”, e dunque le vendite stanno ora avvenendo a prezzi più vicini a quelli del mercato globale.
La Russia non è l’unica beneficiaria. “I principali beneficiari saranno i produttori di petrolio degli Stati Uniti”. È il caso di ricordare che in un sistema complesso di dimensioni mondiali, il fatto che alcuni attori guadagnino molto – in questo caso alcuni Stati e le compagnie petrolifere – significa che ci sono altri soggetti che perdono altrettanto. Nel complesso lo squilibrio violento porta “instabilità” e induce molti attori a frenare gli investimenti non potendo sapere se rientreranno.
Il prezzo non cala neanche con il rilascio delle riserve
Il Brent, riferimento internazionale del greggio, ha superato la soglia dei 100 dollari al barile, registrando un balzo fino a 101,53 dollari (+8,8%) prima di tornare intorno a 98,06 dollari.
Il movimento dei prezzi arriva nonostante l’annuncio di un intervento straordinario coordinato dall’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie), che ha deciso di mettere sul mercato 400 milioni di barili provenienti dalle riserve strategiche dei Paesi membri.
La dimensione è notevole, ma corrisponde a soli 4 giorni del consumo mondiale. Poiché attraverso Hormuz passa il 20% circa della produzione globale, questo rilascio copre circa venti giorni di blocco. La decisione, comunque, non implica che quella quantità di greggio sia immediatamente disponibile, perché deve tradursi i apertura dei rubinetti, carico sulle navi o negli oleodotti, trasferimenti vari fino ai siti di raffinazione, ecc..
È insomma un annuncio, per il momento, che indica però la gravità della situazione. È infatti dagli anni ’70 che un rilascio di queste dimensioni non aveva luogo. “Il mercato”, che è cinico quanto basta, ragiona in altri termini: dove sta in questo momento questo petrolio? Se non è dove serve, il prezzo sale...
Fonte
15/02/2026
Cuba manda un messaggio al Sud Globale. E a noi
È evidente che quanto accaduto nei mesi scorsi, e in particolare il 3 gennaio con il rapimento del Presidente Maduro e di Cilia Flores in Venezuela, l’inasprimento del blocco economico e le minacciose dichiarazioni di Donald Trump, prospettano tempi bui per l’isola, già provata dall’uragano Melissa, dalla carenza di combustibile e dai problemi sulla rete elettrica, oltre alle prolungate difficoltà nel settore turistico.
Oltre a rispondere nel merito delle questioni più cogenti per il paese, dalla situazione energetica a quella dei carburanti, Diaz-Canel espone i punti sui quali il Partito e le istituzioni devono compiere dei salti qualitativi di fronte ai due enormi problemi dell’asfissia economica e della possibilità di un intervento militare statunitense.
Il suo intervento però si spinge oltre e rende chiara la lettura che Cuba dà della situazione e delle relazioni internazionali, profilando anche un messaggio di avvertimento all’intero Sud Globale sui tempi a venire.
Non si può pensare infatti che quanto sta avvenendo in America Latina e cioè la riaffermazione e l’aggiornamento della Dottrina Monroe, siano fatti che riguardano esclusivamente i governi progressisti o rivoluzionari per semplice contrapposizione ideologica.
Il richiamo è a leggere la dinamica generale di strategia aggressiva dell’imperialismo in crisi, che partendo dalla ridefinizione dei rapporti all’interno del blocco occidentale, guarda alla sua riaffermazione su scala globale.
Nel mirino c’è il multilateralismo, l’emergere di nuovi attori, la necessità di una ridefinizione più equilibrata dei rapporti internazionali. Nessuno, nel Sud Globale, può ritenersi “al sicuro”. Agli strumenti di strangolamento economico, di blocco unilaterale, di sanzioni e dazi, si accompagnano anche gli strumenti tecnologici e militari.
Per raggiungere i propri obiettivi però, afferma Diaz-Canel, occorre comprendere che c’è di più, e che gli Stati Uniti stanno conducendo una vera e propria “guerra di quarta generazione”.
Una guerra che si svolge sul piano politico ma anche ideologico, con il tentativo di “imporre la visione del mondo della più grande potenza imperialista rendendola egemone su tutti”; sul piano culturale, perché “per affermare quell’ideologia è necessario distruggere il legame tra i popoli e le proprie radici, rendendo ai loro occhi la propria cultura e la propria storia obsoleta, qualcosa di cui vergognarsi, da rinnegare”; ed è anche una guerra mediatica, “come è stato dimostrato chiaramente nell’escalation e nell’aggressione verso il Venezuela, con la manipolazione dell’opinione pubblica internazionale attraverso la stampa e i social media: pressione psicologica volta a rompere l’unità, a instillare dubbi e titubanze, come si sta facendo oggi contro Cuba”.
È importante notare quindi che nella visione della dirigenza cubana c’è una concezione della dinamica complessiva che è in atto e una consapevolezza dei nuovi orizzonti e con quale profondità l’imperialismo agisca per disarticolare la possibile opposizione alle sue mire e alla sua egemonia, il che implica impedire l’affermazione di ogni concreta idea di trasformazione della società e degli equilibri.
Se, come afferma Diaz-Canel, i BRICS e altri formati internazionali offrono una prospettiva al Sud Globale, è vero anche che questa prospettiva rischia di non poter essere approfondita senza questa visione complessiva, che sia cosciente di tutti i piani su cui l’attacco viene condotto, e che produca forme più avanzate di unità e cooperazione tra i popoli.
Da questo punto di vista “la mobilitazione anti egemonica deve avere una caratteristica: deve essere antifascista”. Può apparire sorprendete questo richiamo all’antifascismo come elemento di unità e di forza nella lotta antimperialista a livello mondiale, ma il richiamo è dovuto al fatto che di fronte alla crisi sempre più profonda l’imperialismo assume atteggiamenti sempre più violenti e che in politica internazionale assumono le forme e i metodi che il fascismo e il nazismo hanno utilizzato quando diedero il via alla Seconda Guerra Mondiale.
Quello dell’isola caraibica è quindi un monito a tutto il Sud Globale: l’attacco a Cuba non è solo un affare cubano e della sua Rivoluzione, che da oltre 60 anni resiste ad ogni tipo di attacco, ma è affare di chiunque voglia affermare i principi dell’autodeterminazione dei propri popoli, la possibilità di deciderne il futuro, l’emancipazione.
Che Cuba resista o meno è quindi affare di tutti. Anche nostro, aggiungiamo noi. Perché la stretta autoritaria, antipopolare e classista che vediamo alle nostre latitudini, così come il riarmo e la tendenza generale alla guerra che si vanno profilando nel Vecchio Continente vanno di pari passo con l’attacco ai popoli del mondo e alle esperienze di Cuba e Venezuela: sono infatti anch’esse effetto della corsa sullo stesso piano inclinato e che occorre contrastare.
Il video completo della conferenza stampa del presidente cubano Diaz Canel:
Fonte