Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/09/2026

Medici cubani espulsi dalla Giamaica: 400 dottori a casa per pressioni USA

La Giamaica del governo “laburista” di Andrew Holness, ha interrotto da marzo il programma sanitario che condivideva con Cuba, negando il rinnovo del permesso di soggiorno a circa 400 tra medici e infermieri cubani che operavano all’interno di ospedali e consultori pubblici. Un percorso che durava da oltre 50 anni, pur nell’alternanza alla guida del Paese dei due partiti: PNP People’s National Party, filocubano e JLP Jamaica Labour Party, alleato USA, di cui Holness è leader.

Il Primo Ministro ha motivato la sua decisione sul fatto che alcuni punti del programma non fossero conformi alle leggi giamaicane e ai canoni internazionali. Il governo castrista ha risposto all’ex partner di aver ceduto alle pressioni del segretario di Stato Marco Rubio ai fini di sabotare Cuba.

Sta di fatto che questa rottura è accaduta dopo un anno esatto dalla visita di Rubio in Giamaica, dove aveva incontrato anche i capi di stato di Haiti e delle altre isole anglofone. Nella sua agenda, il punto centrale era proprio il programma cubano: “Cuba fa traffico di esseri umani, sfrutta il lavoro dei medici non pagandoli, non siate complici di questo crimine”. Rubio ventilò la possibilità di ritirare il visto d’entrata negli Usa ai funzionari dei governi che non avessero aderito alla sua richiesta. 

Dietro il pretesto umanitario, i soldi che Cuba avrebbe incassato annualmente da tutto il mondo: 6-7 miliardi, cifra che coincide con i calcoli dell’istituto di statistica cubano e il Tesoro USA. 

In quell’occasione, sia Holness che gli altri stati caraibici respinsero uniti la richiesta e Mia Motley, premier delle Barbados, accennò a una rottura diplomatica se il delegato di Trump avesse insistito.

Un anno dopo, i rapporti storici tra JLP e partito repubblicano USA hanno prevalso, e la Giamaica – insieme a Guyana, Bahamas, Guatemala e Honduras – è uscita dal programma: 1200 dottori sottratti quindi a servizi sanitari fragili e con lacune incolmabili per mancanza di personale. 

Abbiamo parlato con l’amministratore di Annotto Bay Hospital, un piccolo ospedale statale che copre la provincia di St Mary, una della più povere dell’isola giamaicana. Qui non esistono cliniche, la gente non se le potrebbe permettere. Ci lavoravano una decina di cubani che coprivano a turno tutti i reparti.

Chi pagava queste persone? 

“Il pagamento veniva effettuato direttamente dalla Ragioneria di Stato nella capitale, la stessa che paga i nostri stipendi – dice l’amministratore della struttura – Possibile che facessero due bonifici differenti, uno al corpo governativo cubano in capo alla missione e l’altro ai medici. Ignoro le cifre. Posso dire con sicurezza che la ragione dell’interruzione del rapporto non è dipeso dalla qualità del loro servizio, perché erano molto preparati”. 

Pressione degli Stati Uniti, quindi? 

“Qui è venuto anche il Gleaner (la testata giamaicana più diffusa, N.d.A.) “a fare la stessa domanda. Lo dovete chiedere al ministero della Salute” conclude il funzionario. Il Fatto Quotidiano.it ha provato a contattare il ministero, senza esito. 

Secondo il ministero degli Affari Esteri, il bonifico veniva mandato interamente all’Avana, mentre gli straordinari invece venivano pagati separatamente ai medici.

“Ho un tumore al seno” si sfoga una paziente, “e per sapere se la massa è cancerosa, dovevo aspettare 6-7 mesi per il risultato della biopsia. Ho dovuto chiedere un prestito e farla in privato”. 

Dopo che i dottori hanno lasciato l’isola (tranne 40 assunti direttamente dal governo con un permesso di lavoro temporaneo) sono aumentate le file al pronto soccorso per la carenza di personale specializzato e soprattutto si allungano i tempi degli esami importanti e dello screening per la diagnosi precoce dei tumori al seno e del colon-retto. 

Così ha postato sul suo profilo social Donna Scott-Motley, la portavoce per gli Esteri del partito d’opposizione PNP:  “Un accordo consolidato, fondamentale per supportare il sistema sanitario pubblico del Paese, non può essere interrotto di punto in bianco senza dare una spiegazione dettagliata alla cittadinanza. Il governo ha l’obbligo di fornire un programma alternativo per rimpiazzare un servizio che è stato struttura integrante della nostra sanità per mezzo secolo”.

Oltre a tagliare l’ultima fonte di reddito del governo cubano dopo il crollo del turismo –  bloccando il programma medico mentre l’embargo viene inasprito al punto che nell’isola mancano anche farmaci salvavita e aghi per le siringhe – la sua cancellazione travalica i confini nazionali andando a colpire il ceto basso dei paesi vicini, per i quali il supporto dei dottori cubani costituiva lo zoccolo duro di un servizio sanitario pubblico che la privatizzazione globale ha già affondato.

Fonte

07/07/2026

Uomini e no

Questa foto sarà in tutti i libri di storia. La foto del medico di Gaza che si para contro i carri armati dell’esercito per impedire loro di distruggere l’ultimo ospedale funzionante nella Striscia.

Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, il bilancio del personale medico ucciso a Gaza ha superato quota 1.700.

Uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press a inizio 2026 ha documentato come il rischio di morire per un medico – e per un giornalista – a Gaza non ha pari in nessun contesto storico o geografico ed è nettamente e sproporzionatamente più elevato rispetto a quello della popolazione civile generale (“Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24”)

I medici, come i giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo nei bombardamenti a tappeto e certamente non sono vittime accidentali, “danni collaterali”. Sono proprio l’obiettivo, sono nel mirino dei cecchini e dell’esercito che ha bombardato tutti e 36 gli ospedali della Striscia al fine di distruggere l’intero sistema sanitario e provocare così la morte di quante più persone possibili: feriti, denutriti, malati cronici.

Un dato per comprendere gli effetti della distruzione intenzionale e sistematica delle strutture ospedaliere e della mancanza di farmaci e cure è l’impatto sull’assistenza prenatale resa quasi impossibile. L’accesso ai servizi ginecologici e ostetrici è ridotto al minimo. Gli aborti spontanei sono triplicati e il tasso di natalità è crollato del 67%. Oxfam lo definisce un “genocidio riproduttivo”.

Infinite sono le testimonianze documentate dell’uccisione a sangue freddo di medici disarmati, di ambulanze bombardate per impedire che soccorressero i feriti.

Il caso più celebre è quello della bambina di 5 anni Hindi Rajab, rimasta intrappolata per ore in un’auto sotto i cadaveri dei suoi familiari e morta dopo aver passato ore al telefono con i soccorritori implorando aiuto. L’ambulanza che stava andando a soccorrerla è stata deliberatamente bombardata.

Non è un caso isolato. Il 23 marzo 2025 le Nazioni Unite e la Croce Rossa hanno denunciato e documentato il ritrovamento dei corpi di 15 operatori sanitari uccisi dall’esercito israeliano e successivamente sepolti con le loro ambulanze sotto la sabbia. Israele ha prima negato poi ammesso e promesso come sempre promette un’indagine interna che come sempre si è conclusa senza condanne e colpevoli.

Ai medici uccisi e feriti si aggiungono le centinaia di medici arrestati e torturati senza processo, capo d’accusa, diritto alla difesa, nella totale illegalità costituita dal sistema carcerario e dalla giustizia israeliana secondo i parametri del diritto internazionale. Attualmente sono più di 80 i medici detenuti senza processo e imputazione formale.

Tra loro c’è l’uomo della foto: il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale pediatrico Kamal Adwan fino al nel dicembre 2024, quando l’esercito israeliano ha preso di mira l’ospedale – l’ultimo che era rimasto funzionante nel nord della Striscia – ordinandone l’evacuazione.

Abu Safiya, disarmato, era andato incontro ai carri armati, camminando tra le macerie per chiedere all’esercito di fermare i colpi. I soldati lo hanno prelevato e da allora è detenuto senza processo e capo d’accusa. Tecnicamente, rapito, ostaggio.

Dal 3 giugno 2026 Abu Safiya è detenuto in isolamento, una misura che si protrae molto oltre 15 giorni consecutivi, il limite stabilito dalle “Regole Mandela” del diritto internazionale, le regole minime standard delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti. Un isolamento di questa durata costituisce una violazione del divieto di tortura e di altri maltrattamenti.

Il 16 Giugno, la Corte suprema israeliana ha però stabilito che il dottor Abu Safiya resterà in carcere almeno fino a Ottobre. Le sue condizioni di detenzione, denuncia Amnesty, così come quelle di altre persone, sono estremamente precarie: è confinato in una cella sotterranea, non ha accesso alle cure mediche e le quantità di cibo sono misere. Abu Safiya ha perso 40 chili.

IL 2 luglio il suo avvocato è finalmente riuscito a incontrarlo, nel carcere di Nitzan. Il legale ha raccontato di come Abu Safiya abbia subito torture e percosse, ripetuti colpi alla schiena, al collo e al volto.

«Mi hanno portato qui per uccidermi, questa è l’ultima volta che mi vedrai», gli ha detto il medico, la cui colpa, agli occhi di Israele, non è solo quella di curare i feriti ma quella di aver lanciato l’allarme sulla grave malnutrizione dei bambini di Gaza per la mancanza di latte materno.

Per Medici Senza Frontiere, A Gaza, la malnutrizione colpisce in modo devastante fino a 7 madri su 10 in gravidanza e in allattamento. Una condizione che si ripercuote direttamente sui neonati: si registra il 90% di parti prematuri. Il 91% dei neonati malnutriti è a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo.

Anche l’associazione israeliana Physicians for Human Rights ha dichiarato che la vita di Abu Safiya è in pericolo immediato e ne chiede la liberazione.

Nei commenti, un link a una pagina con tre mail già scritte e documentate che chiedono alle istituzioni di prendere posizione: una per gli psichiatri, una per i medici in generale e una per chiunque, indirizzata a redazioni e parlamentari. Scrivete, facciamo pressione, facciamo girare questo appello.

C’è una collina, in Israele, dalla quale si vede Gaza, la collina di Sderot. Gli israeliani ci vanno a fare i pic-nic mentre osservano la distruzione di Gaza. Pagano pochi spicci per guardare dal binocolo e godersi lo spettacolo degli ospedali in macerie, delle colonne di fumo, delle città rase al suolo.

Quanto a noi, ci sono solo due posti dove possiamo stare, con il cuore, con la testa. Su quella collina in Israele o tra le macerie di Gaza. Non c’è un terzo spazio, non c’è un’altra posizione, un’altra postura che non sia a difesa di chi muore sotto le macerie, di chi muore per mancanza di cibo e cure, di chi muore prima di nascere. Sei con loro o sei su quella collina, voltato di spalle ma su quella collina, a banchettare durante il genocidio.

Teniamoci stretti.

Fonte

29/06/2026

Allarme della Corte dei Conti: nella sanità manca personale, a rischio i servizi

La crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è solo una questione di fondi, ma anche un problema di personale. È, in altre parole, un problema di capacità di programmare l’impiego di quei fondi per strutturare adeguati servizi per la tutela della salute. È la Corte dei Conti a lanciare l’allarme: senza un investimento su medici, infermieri e professionisti sanitari, l’intero sistema pubblico rischia il collasso.

L’avvertimento è stato lanciato dalla Corte dei Conti, discutendo il Rendiconto generale dello Stato. Le osservazioni fatte dall’organo costituzionale sono, del resto, un risultato atteso, dato che lo smantellamento del SSN è stato un obiettivo centrale dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni selvagge, così da trasformare un diritto in un terreno di profitto.

Per quanto la nostra sanità venga considerata ancora di qualità, la Corte mette in chiaro che “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”, perché il diritto alla salute è “centrale per definire il parametro di civiltà di un paese”. Nell’abbrutimento ideologico e culturale del capitale occidentale in crisi non sorprende, dunque, che tale diritto subisca apertamente una guerra: le liste d’attesa rimarranno intasate, la fuga verso il settore privato diventerà un esodo inarrestabile e le nuove Case di comunità finanziate dal PNRR resteranno scatole vuote.

I dati sono complessi da leggere, e possono trarre in inganno. Nel 2025 la spesa sanitaria ha toccato i 141,54 miliardi di euro, registrando un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, la cifra resta al di sotto dei 144 miliardi stimati inizialmente dal Documento programmatico di finanza pubblica. Il che significa che c’è già stato un definanziamento.

Il rapporto tra spesa sanitaria e PIL è inchiodato al 6,3%, e le proiezioni fino al 2029 non mostrano inversioni di tendenza, assestandosi intorno al 6,4%. Per il triennio 2027-2029 è previsto un aumento nominale del PIL maggiore rispetto a quello della spesa sanitaria, senza considerare l’impatto dell’inflazione, che nei fatti riduce la spesa effettiva di questo settore.

Il problema, però, non è solo quanto si stanzia, ma la capacità di tradurre il denaro in servizi concreti. Nonostante le risorse destinate al Ministero della Salute siano salite a 3,24 miliardi di euro (+18,3% rispetto al 2024), la capacità di spendere effettivamente questi soldi è crollata. In termini assoluti, i pagamenti totali del Ministero sono diminuiti del 5%, passando dai 2,093 miliardi del 2024 a 1,988 miliardi del 2025.

Non sorprende se si pensa ai tagli agli organici con la scusa del risparmio, indebolendo la capacità effettiva dell’amministrazione pubblica, e se si pensa anche al modo in cui questi fondi pubblici sono stati reindirizzati in funzione della speculazione privata. È in questo divario tra fondi teorici e prestazioni erogate che si inserisce, inoltre, il dramma delle liste d’attesa.

Nel 2025, la Piattaforma nazionale connessa ha registrato oltre 57 milioni di prenotazioni (33,5 milioni di esami e 24 milioni di visite). Eppure, il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2025-2027 è in ritardo e solo due Regioni trasmettono i dati in tempo reale, mentre le altre si affidano a invii mensili, rendendo impossibile individuare tempestivamente i colli di bottiglia. Un altro evidente fallimento della regionalizzazione, invece di una sanità pianificata a livello centrale.

Per la Corte dei Conti, l’unica vera terapia d’urto passa dal reclutamento del personale. La carenza cronica di organici ha infatti generato un effetto distorsivo ed economicamente doloroso: il boom dei medici e infermieri “a gettone” reclutati tramite appalti esterni, soprattutto nei pronto soccorso.

Si tratta di una pratica dai costi esorbitanti che non solo frammenta la continuità terapeutica delle cure, ma che porta al peggioramento della qualità delle prestazioni e aumenta i rischi di danno erariale. Restano inoltre insufficienti e fortemente disomogenei gli screening oncologici, drammaticamente al palo nel Meridione e nelle Isole.

Teoricamente, la legge di bilancio 2026 autorizza le aziende sanitarie regionali ad assumere personale a tempo indeterminato nel limite di 450 milioni di euro annui, in particolare per infermieri e personale tecnico. Ma se si pensa che, sulla base di dati nazionali, la Fondazione GIMBE ha calcolato 4,7 infermieri ogni mille abitanti nel nostro paese, quando la media OCSE è di 9,5, si capisce bene che questi fondi possono al massimo alleviare leggermente le mancanze costruite in anni di attacchi alla sanità pubblica.

La solita propaganda della classe dirigente, che continua a ignorare gli interessi della maggioranza della popolazione per garantire i profitti, e per pagare il riarmo. In questo caso, la massima cubana “medici e non bombe” appare adattissima anche al Belpaese.

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14/09/2024

Affidiamo la sanità ai carabinieri?

Si vuole intervenire su un vero problema, quale è quello delle aggressioni al personale sanitario, ma lo si intende fare col solito piglio emergenziale, repressivo, addirittura con il coinvolgimento dell’esercito.

È tipico della destra, massime di quella fascistissima che ci governa, strillare ed evocare tintinnii di manette davanti a fenomeni sociali oggettivamente allarmanti.

Aggredire il personale sanitario è una infamia, non si spara sulla croce rossa e non perché non conti un cazzo, ma proprio perché la croce rossa ti salva la vita, se ci tieni.

Il problema è che dalla pandemia in poi a sparare sulla sanità è stata proprio la destra, arrivata durante la sua fase estrema a delegittimare vaccini e lockdown in nome di una “libertà di cura” e “movimento” che era in barba alla pubblica salute.

Dopo anni di continui ed equanimi tagli alla sanità da parte di governi di centrodestra e centro sinistra, la vera novità è la rivoluzione a/culturale condotta dalla reazione in odio al metodo scientifico.

La destra di governo, e non, ha cavalcato qualsiasi ribellismo piccolo borghese e bottegaio contro ogni forma di prevenzione del contagio, arrivando a negare le decine di migliaia di morti, una intera generazione nel nord Italia.

Non contenta, si è spesa attivamente nell’accusare il personale sanitario di cattivo comportamento, cattiva scienza, disinteresse e fellonia. Al centro di questo attacco sono stati medici ed infermieri accusati addirittura di dolo sui social controllati dalla destra.

Ancora oggi fogliacci trumpiani come Verità, Giornale e Libero pubblicano fake news contro OMS e autorità sanitarie, campagne vaccinali e misure di prevenzione minime.

Se il governo Conte II dovesse mai finire sul banco degli accusati dovrebbe essere per la troppa prudenza nelle chiusure territoriali o quelle che avrebbero dovuto essere modulate sul modello cinese e sulla mappatura veneta dovuta a Crisanti.

Invece Conte e Speranza sono sotto accusa per quello che la destra ritiene un eccesso liberticida, la stessa destra che prevede anni di galera per un blocco stradale o di produzione dimostrando la coerenza con chi non voleva chiudere le fabbriche neppure in Val Seriana durante la peste covid.

Assassini sì, ma senza spari e soprattutto uccidendo la cultura, il rispetto per lo studio e la scienza, la competenza, la fatica sui libri di chi ci mette l’anima per curare.

Vogliono mettere un carabiniere accanto a ogni medico dopo avere fatto di tutto per denigrare i medici, dopo averli delegittimati col loro lunapiattismo e fatti scappare a migliaia.

Ma state tranquilli, alla fine resterà solo il carabiniere e sarà lui a curarvi.

Fonte

02/04/2024

Sui crimini israeliani a Gaza e le loro implicazioni

Una lettera della Dr. Paola Manduca, NWRG onlus per la rete Sanitari per Gaza.

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Stanotte hanno distrutto totalmente l’ospedale al Shifa rendendolo irriconoscibile. L’ospedale era già stato occupato e passato al setaccio per due settimane dall’ esercito israeliano.

Le sole prove che fosse un deposito di armi o sede di un commando sono riportate nei giornali israeliani: una decina di armi leggere e pistole, 2 foto e una bandiera della Jihad Islamica.

Ove ce ne fossero state altre di prove, certo la distruzione totale inflitta alla struttura ospedaliera toglie l’onere di provare indipendentemente l’asserzione di Israele.

Si rimuove in tal modo anche l’onere imposto da una delibera della Corte Internazionale di Giustizia secondo cui dovrebbe preservare le prove materiali raccolte. Senza dubbio foto o oggetti senza contesto non sono prove credibili.

Ieri, 31 marzo ci ha raggiunto un comunicato del Ministro della Salute di Gaza, sul cui contenuto non dovrebbero esserci dubbi, visto che normalmente quanto comunicato da questa fonte è sempre stato confermato.

Il testo ci arriva attraverso la National Arab Medical Association (NAAMA).

Il comunicato è terribile ma non inaspettato, visto che da 14 giorni l’Ospedale Shifa è stato teatro di assedio, assalto armato e di circa 400 esecuzioni, cioè uccisioni di persone disarmate, oltre all’imprigionamento di circa 800 persone in buona parte deportate in Israele.

Tutto ciò è avvenuto all’interno dell’Ospedale. La evacuazione forzata dei pazienti e rifugiati che si trovavano all’ interno della struttura è avvenuta dirigendoli sulla strada della fuga a forza di spari.

Ciò è stato già documentato in varie testimonianze. Quello che comunica il ministro della salute è che i pazienti rimasti all’interno della struttura – circa 100, tra i casi più gravi che erano in cura e i pochissimi familiari rimasti – insieme a 60 unità del personale sono state spostate nella palazzina delle risorse umane.

Questa palazzina era sede di soli uffici e consiste in due piani senza ascensore, arredata con scrivanie e sedie, con corrispondenti piccoli gabinetti, nessuno strumento medicale e nessun presidio di medicine o strumenti.

Dei colleghi e dei pazienti confinati non ci sono ancora notizie. Il testo riportato di seguito racconta la giornata di Pasqua e ciò che si vedeva avvenire.

Il comunicato arriva in un quadro che diventa sempre più tragico, visto che oggi anche l’Ospedale al Aqsa in Deir al Balah, uno dei 4 ospedali su 36 ancora parzialmente funzionante a Gaza, ha subito un attacco militare nell’ area esterna che ha ucciso quattro persone, ne ha ferite 12 ed era diretto sulle tende dove la stampa si ferma a lavorare utilizzando la connessione internet e la elettricità dell’ospedale.

Già 137 giornalisti sono stati uccisi a Gaza, e molti feriti. Numeri che superano ogni conflitto avvenuto negli ultimi 20 anni. Chi riporta notizie di guerra continua ad essere bersagliato dall’ esercito israeliano.

Questo attacco ricorda funestamente il progressivo attacco e smantellamento che è stato fatto su tutti gli altri 32 ospedali resi inagibili dalla strategia militare dell’ esercito israeliano. Ma non basta.

Oggi arriva da Gaza anche una descrizione lacerante da parte di alcuni medici che fanno parte di una delle staffette sanitarie arrivate 6 giorni fa a sostegno dell’Ospedale European, una delle strutture ospedaliere ancora funzionanti, seppure con un carico di pazienti quadruplicato e le corrispondenti difficoltà in forniture.

La testimonianza proviene da due chirurghi di emergenza americani, che hanno lavorato complessivamente per 57 anni in molte catastrofi naturali o provocate da mano umana.

Ci raccontano le condizioni ospedaliere che hanno trovato in quello che è al momento il presidio più funzionante di tutta Gaza. Descrivono come stanno lavorando in un mare di feriti e degenti sdraiati a terra lungo muri e i corridoi, con rifugiarti accampati tutt’intorno. Ci parlano dell’ assoluta inadeguatezza di presidi e strumenti medici, e dei numeri del personale, per altro esausto da 6 mesi di lavoro in condizioni di emergenza e sopraffatto dal numeri dei ricoverati; di ferite infette con i vermi e del fatto che “tanti di questi feriti sono la testimonianza di violenza orribile deliberatamente diretta a civili e bambini: un bimbo di 3 anni colpito alla testa, una ragazzina di 12 anni al petto e all’addome dai migliori tiratori scelti del mondo”.

Riportano gli esiti dell’uso di bombe ad alto potenziale su civili il cui “impatto ha fatto penetrare i detriti dell’edificio profondamente nel tessuti cosi che è praticamente impossibile ripulire, ed in assenza di antibiotici, diventano infette e anche letali”.

Paragonando questo con la loro esperienza durante l’11 settembre, o durante l ‘attacco alla maratona di Boston o in Ucraina, dicono che non hanno mai visto questo livello di danno. Ci ricordano che gli USA hanno armato e continuano ad armare questo massacro.

Noi ricordiamo che, salvo il Canada, nessuno dei paesi complici del massacro in quanto sostenitori a livello diplomatico e militare nei confronti del governo Israeliano e delle sue industrie militari, ha fermato la vendita di armi o i rapporti commerciali o il sostegno alla aggressione su Gaza.

Ricordiamo che solo in Inghilterra si è alzata una denuncia per la mancata richiesta di consiglio legale da parte del governo, che sarebbe dovuta avvenire in seguito alle delibere della Corte penale internazionale per accertare la legittimità di fornire armi o parti delle stesse e sostenere economicamente Israele in luce del fatto che sta plausibilmente compiendo un genocidio.

Questo parere è dovuto perchè le delibere della Corte Penale Internazionale sono vincolanti ma non è stato richiesto nemmeno in Italia.

Gli Usa che dichiarano grande irritazione perché Israele impedisce gli aiuti umanitari, hanno appena liberato miliardi da inviare in forniture di armi pesanti, e sembra che tutto ciò che vogliano è che le persone muoiano sazie e impotenti o non volendo fermare l’attacco anche su Rafah, costruiscono una pedana per stazionare aiuti in mare, un ennesimo tappabuchi poco efficiente e molto dibattuto in Usa, come ci dice il Washington Post.

Intanto Al Si si, presidente egiziano riceve la promessa di 10 miliardi dal Fondo monetario internazionale per risarcimento per le spese che dovrà sostenere per Gaza, mentre costruisce una prigione a cielo aperto con muri tutt’intorno giustapposta alla frontiera con Gaza. Sembra che sarà questa la possibile “soluzione di espulsione finale ” per permettere ad Israele di esiliare senza ritorno i civili, e prendersi la terra, mentre racconta di voler combattere solo la resistenza fino all’ultimo uomo.

Nonostante l’uso dell’equivalente di quasi 2 bombe atomiche riversate sulla striscia di Gaza non è riuscito ad eliminarla nemmeno dalla parte nord della stessa dopo 6 mesi di invasione che sempre più diviene una marcia di orrori inefficaci militarmente e di estrema perversione per quanto ci arriva dai canali telegram dei combattenti dell’esercito più morale del mondo che si vanta di gioielli e reggiseni presi nelle case vuote che fanno saltare in aria.

Questo atteggiamento, queste regole di ingaggio, riflettono molto più che la banalità del male, e sembrano risultato e al tempo stesso prova di incitamento a disumanizzare le persone palestinesi.

Cosa facciamo noi, semplici cittadini di un paese coinvolto e complice per cambiare tutto questo? La forza è in ognuno di noi e nella pressione che riusciremo a fare sul nostro governo perchè smetta di essere complice di un genocidio che viola la legge internazionale.

In alcuni paesi poi si inizia a pensare di portar a processo i rappresentanti dei governi per omissione dell’azione di prevenzione del genocidio Israeliano.

Il paradosso è che la legge internazionale e gli accordi nel quadro delle Nazioni Unite si collocano da una parte e tanti dei paesi occidentali e loro alleati che le hanno fondate dall’altra, in chiaro conflitto. Il problema di salvare la Palestina non è solo un problema dei Palestinesi. E non c’è tempo per farlo.

Mentre deve essere il tempo che accordi militari ed economici con Israele, che si giova nell’approfondire questa spaccatura, vengano rivalutati alla luce del comportamento obbiettivo di questo paese e recisi da parte di tutti gli Stati e questi decidano dove stare.

Gran parte delle loro popolazioni stanno con l’Onu e le leggi internazionali e sempre più boicottano Israele. Il compito degli Stati, quello che è richiesto a loro è di sanzionare Israele, recidendo accordi economici e militari e di ricerca. Non farlo li rende complici di un genocidio in corso. E sarebbe assai ben che chi investe in Israele, sospendesse questi investimenti.

In un momento in cui diplomazia e persuasione sono diventati uno schermo, la pressione diventa l’unico strumento pacifico e legale per ottenere la fine di questo genocidio in corso che a Gaza potrebbe prestissimo ampliarsi ed approfondirsi con l’aumento della frequenza di morti per fame, disidratazione e malattie curabili che crescono già in modo esponenziale, e certo non c’è tempo da perdere ancora perchè ogni ora ormai si conta in vite umane.

Ma non solo a Gaza questo solco tra comportamenti degli stati e le loro stesse Istituzioni e leggi internazionali e nazionali, se non colmato, crea lo spazio per ogni possibile devastazione. L’ospedale Al-Shifa di Gaza ha raggiunto una situazione disperata il 14° giorno di assedio!

Di seguito il testo originale del comunicato stampa del Ministro della Salute di Gaza

Un messaggio del dottor Yousif Abu Al-Reech, viceministro della Sanità, Gaza, 31 marzo 2024.

“È il 14° giorno dell’assedio imposto al complesso medico di Al-Shifa. Sulla base delle testimonianze del personale medico all’interno, la situazione è la seguente: 107 pazienti, la maggior parte dei quali sono casi gravi, sono stati ricoverati in terapia intensiva, e 60 membri dello staff medico sono stati rinchiusi in un vecchio edificio dell’ospedale che non ha la capacità di ospitare un tale numero di pazienti né di pazienti né le attrezzature.

La situazione, secondo quanto riferito da molti personale è orribile e disumana; non sono state fornite ventilazione, condizioni di pulizia, acqua, né sono state fornite le medicine minime, il che ha portato a ferite settiche. I medici hanno detto di aver finito i guanti, così hanno iniziato a usare sacchetti di plastica per il cambio delle ferite, anch’essi esauriti. Hanno inoltre segnalato la mancanza di pannoloni per anziani, in particolare che 30 pazienti sono costretti a letto e usano i pannoloni e hanno bisogno di cure mediche e infermieristiche che il numero limitato di personale non è in grado di fornire.

Inoltre, gli accompagnatori dei pazienti vengono giustiziati, arrestati o sfollati a sud dall’esercito che aggiunge un ulteriore onere al personale. Inoltre, i militari stanno assediati, senza fornire cibo o acqua potabile per giorni.

Il rappresentante del personale ha cercato più volte di comunicare le proprie esigenze ai vertici militari, ma è stato accolto da violazioni e maltrattamento. Prima di ogni tentativo di negoziazione, i soldati lo hanno spogliato e lasciato mezzo nudo per almeno 3 ore prima di incontrare l’ufficiale interessato con “esamineremo la questione e torneremo da voi”, ma non l’hanno mai fatto.

Alla luce di queste orribili condizioni, il nostro personale medico, già esausto, ha iniziato a mostrare sintomi di stanchezza e di allergia e, se non si troverà una soluzione al più presto, il luogo si trasformerà in un cimitero di pazienti e personale, se non è già così.

(1) l’articolo del Washington Post che riporta della costruzione di un deposito galleggiante per Gaza

Fonte

27/02/2024

Un medico americano a Gaza: “è puro annientamento”

Alla fine di gennaio ho lasciato casa mia in Virginia, dove lavoro come chirurgo plastico e ricostruttivo, e mi sono unito, per fare volontariato a Gaza, a un gruppo di medici e infermieri in viaggio verso l’Egitto con il gruppo di aiuti umanitari MedGlobal.

Ho lavorato in altre zone di guerra. Ma ciò a cui ho assistito a Gaza nei dieci giorni successivi non era una guerra: era l’annientamento. Almeno 28.000 palestinesi sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani di Gaza.

Dal Cairo, la capitale dell’Egitto, abbiamo guidato per 12 ore verso est, fino al confine di Rafah. Abbiamo superato chilometri di camion di aiuti umanitari parcheggiati perché non era loro consentito di entrare a Gaza. A parte la mia squadra e altri inviati delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sul posto c’erano pochissimi altri.

Entrare nella parte meridionale di Gaza il 29 gennaio, dove molti sono fuggiti dal nord, è stato come trovarsi nelle prime pagine di un romanzo distopico. Le nostre orecchie erano intorpidite dal ronzio costante di quelli che mi avevano detto fossero i droni di sorveglianza che giravano costantemente in cerchio. Le nostre narici erano consumate dal fetore di un milione di sfollati che vivevano nelle immediate vicinanze senza servizi igienici adeguati.

I nostri occhi si sono persi nel mare di tende.

Abbiamo alloggiato in una guest house a Rafah. La nostra prima notte è stata fredda e molti di noi non sono riusciti a dormire. Ce ne stavamo sul balcone ad ascoltare le bombe e a guardare il fumo alzarsi da Khan Yunis.

Il giorno successivo, mentre ci avvicinavamo all’ospedale europeo di Gaza, abbiamo trovato file di tende che fiancheggiavano e bloccavano le strade. Molti palestinesi gravitavano verso questo e altri ospedali sperando che potessero rappresentare un rifugio dalla violenza: si sbagliavano.

Anche le persone si erano riversate nell’ospedale: vivevano nei corridoi, nei pianerottoli delle scale e persino nei ripostigli. I passaggi pedonali, un tempo larghi – progettati dall’Unione Europea per accogliere il traffico intenso di personale medico, barelle e attrezzature – sono ora ridotti a un unico corridoio di passaggio.

Su entrambi i lati, coperte pendevano dal soffitto per delimitare piccole aree per intere famiglie, per offrire un briciolo di privacy. Un ospedale progettato per ospitare circa 300 pazienti stava ora lottando per prendersi cura di più di 1.000 pazienti e di altre centinaia di persone in cerca di rifugio.

C’era un numero limitato di chirurghi locali disponibili. Ci è stato detto che molti erano stati uccisi o arrestati, e non si sapeva dove si trovassero o addirittura della loro esistenza in vita. Altri sono rimasti intrappolati in aree occupate nel nord o in luoghi vicini dove è troppo rischioso recarsi in ospedale.

Era rimasto solo un chirurgo plastico locale e copriva l’ospedale 24 ore su 24, 7 giorni su 7. La sua casa era stata distrutta, quindi viveva in ospedale e poteva riporre tutti i suoi effetti personali in due piccole borse a mano. Questa narrazione è diventata fin troppo comune tra il personale rimanente dell’ospedale.

Questo chirurgo era fortunato perché sua moglie e sua figlia erano ancora vive, mentre quasi tutti gli altri che lavoravano in ospedale piangevano la perdita dei loro cari.

Ho iniziato immediatamente a lavorare, eseguendo dai 10 ai 12 interventi chirurgici al giorno, lavorando dalle 14 alle 16 ore per volta. La sala operatoria tremava spesso a causa degli incessanti bombardamenti, a volte con una frequenza anche di ogni 30 secondi. Abbiamo operato in ambienti non sterili, impensabili negli Stati Uniti.

Avevamo un accesso limitato ad attrezzature mediche critiche: eseguivamo quotidianamente amputazioni di braccia e gambe, utilizzando una sega Gigli, uno strumento dell’era della Guerra Civile, essenzialmente un segmento di filo spinato.

Molte amputazioni avrebbero potuto essere evitate se avessimo avuto accesso ad attrezzature mediche standard. È stata una lotta cercare di prendersi cura di tutti i feriti all’interno di un sistema sanitario che è completamente collassato.

Ascoltavo i miei pazienti che mi sussurravano le loro storie, mentre li portavo in sala operatoria per un intervento chirurgico. La maggior parte stava dormendo nella propria casa, quando sono stati bombardati.

Non potevo fare a meno di pensare che erano fortunati quelli morti all’istante o per la forza dell’esplosione o sepolti tra le macerie. I sopravvissuti hanno dovuto affrontare ore di intervento chirurgico e più viaggi in sala operatoria, piangendo la perdita dei loro figli e dei loro coniugi. I loro corpi pieni di schegge che dovevano essere estratte chirurgicamente dalla loro carne, un pezzo alla volta.

Ho smesso di tenere il conto di quanti nuovi orfani avevo operato. Dopo l’intervento sarebbero stati portati da qualche parte in ospedale, non sono sicuro di chi si sia preso cura di loro o di come sopravviveranno. In un’occasione, una manciata di bambini, tutti di età compresa tra i 5 e gli 8 anni, sono stati portati al pronto soccorso dai genitori.

Avevano tutti un solo colpo di cecchino alla testa. Queste famiglie stavano tornando alle loro case a Khan Yunis, a circa 4 chilometri dall’ospedale, dopo che i carri armati israeliani si erano ritirati. Ma i cecchini, a quanto pare, erano rimasti indietro. Nessuno di questi bambini è sopravvissuto.

Il mio ultimo giorno, mentre tornavo alla guest house dove la gente del posto sapeva che alloggiavano gli stranieri, un ragazzo è corso verso di me e mi ha dato un piccolo regalo. Era una pietra trovata sulla spiaggia, con un’iscrizione in arabo scritta con un pennarello: “Da Gaza, con amore, nonostante il dolore”.

Mentre stavo sul balcone a guardare Rafah per l’ultima volta, si potevano sentire i droni, i bombardamenti e le raffiche di mitragliatrici, ma questa volta qualcosa era diverso: i suoni erano più forti, le esplosioni più vicine.

Questa settimana, le forze israeliane hanno fatto irruzione in un altro grande ospedale a Gaza e stanno pianificando un’offensiva di terra a Rafah. Mi sento incredibilmente in colpa per essere riuscito a partire mentre milioni di persone sono costrette a sopportare l’incubo di Gaza.

Come americano, penso ai soldi delle nostre tasse che servono a pagare le armi che probabilmente hanno ferito i miei pazienti lì. Cacciate dalle loro case, queste persone non hanno nessun altro posto a cui tornare.

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05/12/2023

Sanità in sciopero, il governo tace

Non tutti gli scioperi sono uguali, pare. Anche se avvengono in servizi pubblici essenziali...

Oggi medici ed infermieri incrociano le braccia per lo sciopero nazionale di 24 ore indetto dal maggiore sindacato degli ospedalieri, l’Anaao Assomed, e dalla Cimo: secondo le previsioni, l’adesione sarà massiccia e potrebbero saltare 1,5 milioni di visite, esami e interventi.

E non è finita qui. Il 18 è infatti in programma un nuovo sciopero deciso dalle altre sigle della Intersindacale medica.

Sciopero sacrosanto, aggiungiamo noi, che ha come obiettivo – come tutte le altre astensioni dal lavoro di queste ultime settimane – la manovra del governo Meloni. La quale, oltre a peggiorare le condizioni vita di tutte le categorie del lavoro dipendente (anche quelle un tempo più prestigiose e spesso filo-governative), “non tutela medici e cittadini“.

Non a caso lo slogan unitario è “Salviamo il Servizio sanitario nazionale”, ridotto ormai al lumicino e, nonostante questo, continuamente saccheggiato da ogni governo degli ultimi 30 anni.

Inutile parlare del governo che promette “cambiamenti” al testo in approvazione (devono chiudere entro Natale, per non andare in “esercizio provvisorio”), perché promettere non costa mai un euro…

Al centro dell’attenzione della categoria sta la norma della manovra che prevede una stretta sulle pensioni dei sanitari e di una serie di altre categorie tra le quali dipendenti di enti locali, maestri e ufficiali giudiziari.

Una penalizzazione drastica da cui dovrebbero venire escluse quelle di vecchiaia, ma in queste categorie – se non altro per questioni generazionali (moltissime assunzioni sono avvenute quando la popolazione cresceva a buoni ritmi ogni anno e quindi si trovava lavoro stabile in giovane età) – sono numerosissime soprattutto quelle di anzianità.

Lo sciopero, cui aderisce anche il sindacato degli infermieri Nursing Up, è iniziato a mezzanotte, ma naturalmente vengono garantite le prestazioni d’urgenza, ad esempio l’attività dei Pronto soccorso e del 118 e gli interventi per il parto.

Le attività “a rischio” riguardano tutti i servizi senza caratteristiche di urgenza, come gli esami di laboratorio, alcuni tipi di interventi chirurgici, le visite specialistiche e gli esami radiografici (50mila).

Presidi e manifestazioni sono previste in tutto il paese, com’è giusto che sia.

Almeno sei le ragioni della protesta: assunzioni di personale, detassazione di una parte della retribuzione, risorse congrue per il rinnovo del contratto di lavoro, depenalizzazione dell’atto medico, cancellazione dei tagli alle pensioni e individuazione di un’area contrattuale autonoma per gli infermieri.

“Come primo atto, chiediamo che i soldi stanziati in manovra per retribuire il lavoro in più dei sanitari per lo smaltimento delle liste di attesa, circa 200 milioni, vengano invece finalizzati agli stipendi dei medici e dei sanitari, così come i 600 milioni destinati alla sanità privata convenzionata“.

Già, la sanità privata... Vera beneficata dello smantellamento di quella pubblica, cui vengono ogni anno sottratte altre risorse per aumentare invece quelle impegnate nelle “convenzioni”.

Ad oggi nella sanità pubblica mancano 30mila medici ospedalieri, in particolare nel Pronto Soccorso, 65mila infermieri ed entro il 2025 andranno in pensione altri 40mila addetti tra medici e personale sanitario.

Gli stipendi, come ammettono ormai anche numerosi servizi giornalistici mainstream, sono i più bassi d’Europa e stimolano la fuga all’estero (oltre che nella sanità privata) di un numero crescente di operatori.

Le condizioni di lavoro, visti gli effettivi ridotti e ampiamente deficitari, sono ovviamente molto gravose. Specie per i pronto soccorso e i medici di famiglia.

Tutto giusto, non c’è dubbio che le ragioni dello sciopero siano solidissime e condivise anche dalla popolazione.

L’unica cosa che manca, per essere uno sciopero come gli altri, è... la minaccia di precettazione.

Vero è che il ministro interessato non è Salvini (teoricamente addetto ai trasporti), ma Orazio Schillaci, a sua volta medico di professione. Ma non crediamo che le linea del governo sugli scioperi nei servizi pubblici dipenda dai singoli ministri.

È insomma evidente che opera anche qui un “doppio standard”. I medici, molto più degli infermieri e gli altri lavoratori della sanità, vengono insomma riconosciuti come parte della “base sociale teorica” di questo come di altri governi, “professionisti” che “purtroppo” devono essere bastonati quasi come gli autoferrotranvieri o i ferrovieri.

Una base sociale che deve insomma essere attaccata con le politiche di austerità, ma che non si vorrebbe consegnare ai “concorrenti politici”, anche se pure questi sono stati protagonisti della distruzione del servizio sanitario nazionale.

Una dimostrazione, in definitiva, di come a questo governo non freghi assolutamente nulla né dei “disagi per i cittadini”, né – tanto meno – dei diritti complessivi dei lavoratori dipendenti.

Un insieme di propagandisti senza onore e senza vergogna, che tirano fuori una argomentazione ad hoc diversa per ogni problema che devono affrontare. Inattendibili e da far cadere il prima possibile...

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10/09/2023

Sotto attacco la missione dei medici cubani nel mondo

È incredibile la falsificazione che il mondo “occidentale” e con esso la sua espressione economica, il liberismo, fa dell’arrivo dei medici cubani negli ospedali italiani ed in altri paesi del mondo.

È notizia di oggi che la corte penale internazionale dell’Aja abbia aperto una indagine sull’impegno solidaristico dei medici cubani nel mondo (oltretutto stimatissimi), trasformando un’opera di aiuto civile e sociale, addirittura in un #crimine internazionale compreso tra i reati che riguardano la tratta degli esseri umani.

In poche parole per la corte penale i medici cubani sarebbero costretti a prestare il loro servizio in cambio di ‘remunerazione bassa’, se rapportata ai tabellari minimi vigenti nei rispettivi ordinamenti del lavoro dei paesi di assegnazione.

È sorprendente la doppia retorica inquisitoria fatta da L’Aja.

La prima, infatti, sanziona un impegno solidale ed anche volontaristico di uno stato socialista come Cuba, che ha avuto la capacità di formare e istruire migliaia di medici, a differenza di molti stati capitalistici che hanno privatizzato il diritto all’assistenza sanitaria e l’accesso alle cure mediche, di fatto mercificandolo e subordinandolo al profitto.

E poi la domanda sorge spontanea. Anche le ONG, che basano la loro missione sull’opera umanitaria di volontari, che fanno... tratta di volontari?

La seconda. Ma come? La precarietà, la flessibilità del lavoro, il salario minimo, non sono forse retorica dell’economia capitalistica che nel tempo ha distrutto la cultura del lavoro e del salario garantito sostituendola con la precarizzazione, non solo degli stipendi, ma degli orari di lavoro e anche dei tempi di vita?

Per fare un esempio i lavoratori dei TIS, impegnati negli enti pubblici, percepiscono al mese un sussidio tra 600 e 700 euro (prima era di 500), senza un’ora di contribuzione a fini previdenziali e la possibilità di godere della indennità di malattia.

Per non parlare di tutte le forme contrattuali flessibili che nel settore privato penalizzano lavoratrici e lavoratori, determinano gabbie salariali di fatto che lasciano gli stipendi bassissimi senza oltretutto agganciarli all’aumento del costo della vita.

Insomma la Corte Penale internazionale de L’Aja si preoccupa dello stipendio dei medici cubani di 1.200 euro impegnati a salvare (e menomale) quel che resta della sanità pubblica calabrese dopo anni di ruberie, che di certo sono rimaste impunite nel silenzio colpevole di tutte le istituzioni statali e internazionali.

Ma per un medico cubano uno stipendio di 1.200 euro, nel proprio Paese, vale molto di più che uno di 3000 in Europa ed in Italia.

È un fatto intuitivo. Per tutti tranne che per la corte penale internazionale. Curiosità...

L’Aja è la stessa corte che ha emesso un mandato di cattura contro Putin, e non perché avrebbe aggredito un paese sovrano, ma udite udite... perché avrebbe deportato i bambini ucraini in Russia.

Ma le onlus americane che li hanno portati per un periodo in Italia ed in altri paesi, li hanno invece salvati dalle bombe? (Stessa giustificazione data dalle autorità russe...)

Come si può notare dipende molto dai punti di vista.

Un fatto è certo. Se il Presidente Roberto Occhiuto non fosse ricorso a Cuba e Cuba non avesse risposto PRESENTE alla chiamata solidale, i nostri ospedali sarebbero già collassati prima del tempo.

Come del resto è già implosa la giurisdizione della Corte Penale internazionale de L’Aja che, pensate un po’, nasce da un trattato internazionale mai ratificato – ascoltate e tremate! – non solo dai russi, ma anche dagli illuminati e intraprendenti e onniscienti Stati Uniti di America.

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12/05/2023

Calabria - L'accordo con i medici cubani in auto alla sanità regionale funziona

Sta funzionando bene l’accordo che prevede l’inserimento di 500 medici cubani per sostenere la malconcia sanità calabrese. Per ora ne sono arrivati 51, regolarmente assunti a tempo determinato dalla Regione per sopperire alle carenze di personale sanitario. A breve ne arriveranno altri 40: 20 destinati all’ospedale di Crotone, altrettanti per quello di Vibo Valentia. Buona parte delle specializzazioni richieste afferiscono all’area dell’emergenza, dove la Calabria ha un disperato bisogno di dottori.

In servizio dunque ci sono già 38 uomini e 13 donne arruolati dal governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, grazie alla firma del protocollo tra Regione e Governo Cubano, che ha consentito di sfruttare le opportunità offerte da un accordo di cooperazione tra il Governo cubano e la Commissione Europea stipulato già nel 2017.

Un quadro normativo solido, che alcuni politici hanno tentato di sporcare con l’aiuto di media proni a una lettura polemica dell’accordo, come se i dottori arrivati dai Caraibi fossero una specie di schiavi, sfruttati dal proprio governo.

Niente di più falso, come è stato spiegato oggi all’Università La Sapienza in un seminario inserito nel corso di laurea in Scienze del Turismo per iniziativa del prof. Luciano Vasapollo, decano di economia del più antico e prestigioso ateneo della Capitale, e da anni consulente del governo cubano.

“È una vergogna – ha sottolineato Vasapollo introducendo i lavori nell’Aula 201 del Centro Universitario Marco Polo, a San Lorenzo – che si sia tentato di calunniare questa presenza per non ammettere la validità dell’aiuto di questi generosi sanitari che arrivando in Calabria hanno testimoniato la scelta annunciata da Fidel Castro con lo slogan ‘Medici non bombe!’, una scelta che appare oggi ancora più significativa considerando l’invio di armi a un paese belligerante deliberato dal nostro governo.

La sanità calabrese è allo stremo non a causa di un destino inesorabile ma per i compromessi di una politica che è stata sempre troppo attenta agli interessi economici dei potentati locali, per non dire peggio, ignorando le esigenze di salute della popolazione da sempre indirizzata a curarsi in centri privati o in altre regioni.

Si vuole invertire questa tendenza con l’aiuto della Brigata Medica Cubana, espressione dell’amicizia di Cuba verso il popolo italiano e di una Medicina d’avanguardia come dimostrano gli indicatori di salute, a partire da quello sulla mortalità infantile che sull’Isola è tra le più basse del mondo a dispetto di redditi procapite modesti. E come dimostra la risposta data al Covid con vaccini che l’OMS ha valutato tra i migliori e con meno controindicazioni, gli unici adatti anche ai neonati”
.

Secondo Vasapollo, “i medici cubani che generosamente lasciano le proprie famiglie per aiutare le nostre sono la risposta migliore ai comportamenti iniqui condivisi anche dal nostro paese verso Cuba: la permanenza delle criminali sanzioni economiche e l’inserimento di Cuba nella lista dei paesi canaglia rappresentano delle macchie sulla coscienza dell’Occidente”.

“I medici sono arrivati in Calabria per dare sostegno alla sanità e sono principalmente nove le specializzazioni dei dottori che opereranno per le emergenze”, ha spiegato agli studenti il capo delegazione Luiz Enrique Perez Ulloa, 54 anni, ematologo. “Dopo il corso di lingua italiana sono stati dislocati nelle quattro Asp predisposte dalla Regione. Al termine di questo primo periodo di “assestamento” arriveranno altri medici con mirate specializzazioni per adempiere alle altre emergenze della Regione. Completato il corso per imparare la lingua e gli usi calabresi, i nuovi medici entreranno anche loro nelle corsie dei nosocomi per toccare con mano le esigenze della sanità ovviamente in stretta collaborazione con il personale sanitario. Più della metà di questi medici ha già avuto esperienza all’estero e nello specifico in missione in Africa e in America anche durante la pandemia”.

Un aspetto importante emerso dal seminario – al quale sono intervenuti anche il presidente del corso di laurea in Scienze del Turismo della Sapienza, prof. Marco Ramazzotti, e l’ambasciatrice cubana in Italia, Mirta Granda Averhoff – riguarda proprio i rapporti tra le università cubane e italiane, a cominciare dalla Sapienza che aveva già ospitato – sempre per iniziativa di Vasapollo – anche seminari con i medici cubani venuti in Italia per lottare contro il Covid in Lombardia e Piemonte.

E da UniCAL che eroga corsi consentendo al personale medico cubano di apprendere la lingua italiana per raggiungere obiettivi di tipo professionale (come ad esempio: interagire con i propri colleghi, socializzare con i pazienti e capire le loro esigenze, partecipare a riunioni professionali, comprendere testi di carattere medico-specialistico) e facilitare le relazioni interpersonali nell’ambito della comunità professionale e all’interno del contesto territoriale.

Terminati i corsi, i professionisti saranno assegnati dalla Regione, secondo le diverse esigenze e specializzazioni, nelle aziende sanitarie e ospedaliere calabresi.

La relazione tra UniCAL e Cuba è consolidata attraverso una stretta relazione con l’Università di Santiago de Cuba, attraverso la quale nel 2017 sono stati immatricolati nel campus italiano i primi 6 studenti cubani. Negli anni, il numero di iscritti è aumentato notevolmente e, attualmente, conta un totale di 240 studenti provenienti dall’isola caraibica che si sono contraddistinti per l’elevato profitto negli studi.

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07/12/2022

Sanità. Scoperchiato il verminaio dei dipendenti in appalto dalle cooperative

Di fronte all’inerzia ormai pluriennale di Ministero della Salute e Regioni, l’insopportabile verminaio di affari che brutalizza la sanità sta venendo alla luce. Non sono stati i politici o gli ispettori ministeriali ma i carabinieri del NAS a riscontrare irregolarità in 165 posizioni lavorative durante i controlli effettuati da metà novembre in ospedali e RSA di tutta Italia.

Le strutture sanitarie “ricorrono sempre più spesso a contratti di appalto per avvalersi di professionalità sanitarie – medici, infermieri ed operatori sanitari – forniti da società esterne, solitamente riconducibili a cooperative” è scritto nella nota diffusa dai NAS.

I controlli hanno riguardato 1.934 strutture sanitarie, con il monitoraggio di 637 imprese/cooperative private e la verifica di oltre 11.600 figure tra medici (13%), infermieri (25%) e altre professioni sanitarie (62%).

I NAS hanno segnalato complessivamente 205 persone, tra responsabili di cooperative, titolari di strutture sanitarie ed operatori sanitari, di cui 83 all’Autorità Giudiziaria e 122 a quella Amministrativa.

In particolare, sono stati deferiti 8 titolari di cooperative per l’ipotesi di reato di frode ed inadempimento nelle pubbliche forniture ritenuti responsabili di aver inviato personale in attività di assistenza ausiliaria presso ospedali pubblici, in numero inferiore rispetto a quello previsto dalle condizioni contrattuali con l’Azienda sanitaria, o impiegato semplice personale ausiliario, privo del prescritto titolo abilitativo, anziché figure professionali socio-sanitarie, e, infine, personale medico non specializzato per l’incarico da ricoprire.

Tra le numerose irregolarità accertate, c’è la fornitura da parte di cooperative di medici con età anagrafica superiore ai 70 anni stabiliti da contratto, l’esercizio abusivo della professione ma anche l’impiego di figure sanitarie esterne collocate in attività lavorativa senza l’adeguata formazione sulla tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro. In un caso una cooperativa attiva nella provincia di Latina ha fornito un medico, già in servizio presso un ospedale pubblico in rapporto di esclusività, ad un ospedale di un’altra provincia per ricoprire turni di guardia.

Nella sanità, nonostante l’amara lezione della pandemia e le situazioni insostenibili nel personale, fino ad oggi nulla è stato fatto per mettere fine al sistema di medici, infermieri e OSS in appalto dalle cooperative invece che dipendenti regolari delle strutture sanitarie. Ministero e Regioni si ostinano a non vedere né capire che nella sanità servono assunzioni, vere, regolari e adeguate ai buchi in organico, non precarietà ormai insopportabili.

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18/08/2022

500 medici cubani per salvare la sanità in Calabria

“Da mesi ho una proficua interlocuzione con il governo cubano. I medici sono un fiore all’occhiello del Paese caraibico, ed hanno già aiutato l’Italia, in Lombardia e in Piemonte, nei mesi più caldi della pandemia. Oggi a Roma, presso l’Ambasciata della Repubblica di Cuba in Italia, ho firmato un Accordo di cooperazione con la Comercializadora de Servicios Medicos Cubanos (CSMC), la società dei medici cubani, per la fornitura di servizi medici e sanitari”.
Lo afferma in una nota Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria.
“Grazie a quest’intesa – spiega Occhiuto – in Calabria potremo utilizzare temporaneamente – fino a quando non saranno espletati con esiti positivi tutti i concorsi – operatori sanitari provenienti da Cuba. Il governo caraibico può mettere a nostra disposizione 497 medici con diverse specializzazioni.

A settembre partirà la fase sperimentale di questa collaborazione e arriveranno nella nostra Regione i primi medici. Inizieranno coloro che già sanno parlare l’italiano – la lingua ufficiale della Repubblica di Cuba è lo spagnolo – e gli altri, prima di prendere servizio, faranno corsi intensivi per apprendere presto e bene la nostra lingua.

Ad ogni modo, i medici cubani saranno sempre affiancati dai nostri operatori sanitari. Siamo soddisfatti per la firma di questo importante Accordo, un’opportunità in più per la Calabria, un modo concreto per dare risposte immediate ai bisogni dei cittadini, per erogare in modo adeguato i servizi, per garantire su tutto il territorio regionale presidi sanitari operativi e ospedali funzionanti.

Abbiamo deciso in questi mesi di mantenere riservata questa delicata trattativa anche perché, nel frattempo, altre istituzioni pubbliche e private stavano esplorando con insistenza la stessa strada. Il risultato raggiunto ci ripaga del lavoro fatto e ci consente di affrontare con maggior serenità i prossimi step per risanare e migliorare sempre più la nostra sanità regionale”.

“La scuola medica cubana è tra le migliori. Ho intavolato una trattativa, – ha detto inoltre Occhiuto in un video postato sui social – oggi ho firmato l’accordo all’ambasciata di Cuba. Ci daranno fino a 497 medici, quelli che servono nei nostri reparti ospedalieri. Cominceremo da settembre con alcune decine di medici che integreremo nel nostro sistema sanitario”.
Naturalmente nessuno – nella devastata classe politica italica – si sogna di mettere in dubbio la continuazione della politica dei tagli alla sanità pubblica e gli incentivi alla privatizzazione, come previsto dalle “prescrizioni europee” che tutte le cordate politiche condividono...

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19/06/2022

Crescono le aggressioni al personale sanitario

La sanità al collasso, nonostante quanto rivelato con l’emergenza Covid, produce conseguenze pesanti, soprattutto per chi è chiamato a lavorare nei servizi di emergenza (ambulanze, pronto soccorso).

Quasi un terzo degli infermieri ha subìto aggressioni fisiche o verbali sul posto di lavoro, più frequentemente nei pronto soccorso. Si tratta del 33%, circa 130mila casi, con un ‘sommerso’ non denunciato all’INAIL di circa 125mila casi l’anno. Il 75% delle aggressioni riguarda donne.

I dati sono stati presentati da Barbara Mangiacavalli, presidente della FNOPI e da Annamaria Bagnasco, ordinario di Scienze infermieristiche all’Università di Genova e coordinatrice della ricerca, nel seminario “#rispettachitiaiuta – La sicurezza degli operatori sanitari”, tenutosi al Senato. Chi non ha segnalato le aggressioni, lo ha fatto perché, nel 67% dei casi ha ritenuto che le condizioni dell’assistito e/o del suo accompagnatore fossero causa dell’episodio di violenza, nel 20% è convinto che tanto non avrebbe ricevuto nessuna risposta da parte dell’organizzazione in cui lavora, il 19% ritiene che il rischio sia una caratteristica attesa/accettata del lavoro e il 14% non lo ha fatto perché si sente in grado di gestire efficacemente questi episodi, senza doverli riferire.

Le conseguenze materiali per i professionisti delle aggressioni fisiche vanno nel 32% dei casi da escoriazioni e abrasioni a fratture e lesioni dei nervi periferici, fino anche – seppure in pochi casi – all’invalidità. La principale conseguenza psicologica è il burnout che colpisce il 10,8% degli infermieri che hanno subito violenza: attualmente quelli in burnout per questa e altre cause (stress da lavoro) sono circa il 33 per cento. Ma anche gli assistiti corrono i loro rischi dentro la situazione di collasso dei pronto soccorso. In molti casi gli episodi di violenza sono legati alla carenza di personale e alle sue conseguenze sui servizi: un’assistenza efficiente (con la riduzione del rischio di mortalità fino al 30%) si ha con un rapporto infermiere/paziente 1 a 6, mentre in Italia, allo stato attuale, il rapporto medio nazionale è 1 a 12.

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14/02/2022

La pandemia nella pandemia: milioni di prestazioni saltate e operatori stressati

I tagli di 20 anni si sono visti nella difficoltà del persone sanitario che ha difeso la salute di tutti.

Mai come nel caso dello slogan scelto per lo sciopero della sanità proclamato da USB lo scorso 28 gennaio Operatori esauriti, sanità al collasso, si è colto il segno di quella che si preannuncia come la pandemia nella pandemia e che è destinata ad avere conseguenze sulla sanità pubblica ben più a lungo della fine dello stato di emergenza fissata per il prossimo 31 marzo.

I dati degli studi fin qui pubblicati sanciscono un quadro desolante: in due anni di pandemia medici, infermieri e operatori sanitari hanno accumulato talmente tanto stress lavoro correlato (paura, ansia, stanchezza, insonnia) da costringere tutte le ASL a correre ai ripari con l’attivazione di servizi di assistenza psicologica.

Un malessere talmente vasto che tocca punte del 70% tra il personale infermieristico, il più colpito insieme agli specializzandi. Dalla paura iniziale di portare l’infezione a casa con il conseguente allontanamento dai propri familiari, al passaggio da eroi osannati dai balconi ad incapaci di rispondere efficacemente ad un virus che ha causato oltre 150 mila morti. La difficoltà a gestire la morte in isolamento dei pazienti e il dramma dei loro familiari.

E poi riposi e ferie negate, turni massacranti, migliaia di infortuni, tamponi continui, giornate intere trascorse con i DPI addosso.

Persino peggiore, se possibile, la situazione dei neoassunti che si sono ritrovati da un giorno all’altro e senza formazione nei reparti Covid pagando un prezzo altissimo in termini di salute psicofisica.

2500 gli infermieri che si sono dimessi, ma la cifra oltre ad essere sottostimata è del tutto provvisoria.

Il numero chiuso delle università e una pessima programmazione delle scuole di specializzazione di medicina, stanno invece permettendo l’esternalizzazione dei pronto soccorso, molti dei quali ormai privi di medici strutturati, a personale interinale per cifre giornaliere pari alla metà di uno stipendio mensile.

Ma l’impatto del Covid è stato devastante anche sulle liste di attesa e sull’accesso alle prestazioni sanitarie. L’attività delle sale operatorie è diminuita dell’80% e sono circa 400mila gli interventi chirurgici rinviati, sono calate del 20% le prestazioni ambulatoriali e specialistiche e di 1,7 milioni i ricoveri – con riduzioni significative in chirurgia oncologica e cardiochirurgia.

Le conseguenze dirette sono un aumento dei tumori nei prossimi anni e una diminuzione delle speranza di vita già stimata in oltre un punto percentuale.

Per medici, infermieri e operatori sanitari le condizioni di lavoro non miglioreranno di pari passo alle misure di allentamento che il governo intende mettere in atto nei prossimi mesi ma proseguiranno con lo stesso affanno nel tentativo di smaltire le liste di attesa.

E se, dal punto di vista ospedaliero, la situazione è critica, le cose non vanno meglio per quanto riguarda la medicina territoriale se più di un report segnala difficoltà con l’assistenza domiciliare e il sensibile peggioramento nell’erogazione del servizio dal periodo pre covid.

Le cause di questo sfacelo sono tutte imputabili al progressivo smantellamento della sanità pubblica, nella massiccia riduzione di infermieri e operatori sanitari in nome della sostenibilità economica e nel costante definanziamento al quale è stato sottoposto il fondo sanitario nazionale.

È sempre più urgente un cambio di rotta: assunzioni massicce, stabilizzazioni di tutto il personale precario, investimenti strutturali per garantire il diritto alla salute e la certezza dell’accesso alle cure.

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01/01/2022

Dottor Psycho

di Alda Teodorani

Avevo sedici anni quando il mio medico, in seguito a una serie di analisi riguardanti la funzionalità renale che poi si rivelarono errate, mi inviò a fare una visita da un primario ospedaliero.

L’uomo mi fece entrare nel suo studio, chiuse la porta a chiave e mi fece spogliare completamente; quindi, mi si avvicinò e senza dire una parola si chinò e mi baciò il seno. Fu un gesto talmente veloce, decontestualizzante e assurdo da lasciarmi allibita al punto che non ebbi nemmeno la forza di parlare. Poi fui ricoverata, non vidi più quel “professore”, raccontai la cosa al mio medico il quale disse che mi stavo inventando tutto. Stop. Ero troppo piccola per dirlo a qualcun altro ed ero sicura che se lo avessi riferito ai miei avrebbero sostenuto che era colpa mia.

Da allora – e prima di allora, poiché io credo che mia mamma soffrisse di una leggera forma di sindrome di  Münchhausen per procura – ho avuto a che fare con molti medici.

Alcuni furono sprezzanti, come se la malattia fosse una colpa. Altri saccenti e taciturni, quasi che la malattia non mi riguardasse e solo da loro potesse provenire la Verità assoluta. Altri increduli, convinti che i miei sintomi fossero psicosomatici. Altri ancora esibivano sorrisetti beffardi, e con una risatina comunicavano spaventose sentenze o commentavano le mie domande, che di sicuro reputavano irrimediabilmente stupide. Altri erano reticenti, forse perché non ci capivano niente. Ben pochi mi hanno dato un’impressione di onestà. Ancora meno sono stati rassicuranti, o hanno chiesto il mio parere, o mi hanno descritto cosa avevano intenzione di fare sul mio corpo, o mi hanno trattata come una persona e non come una cosa noiosa passata incidentalmente dal loro studio o dal loro reparto.

Un medico, di fatto, è l’autorità. Dispone del tuo corpo e della tua mente, può appropriarsene. Non puoi intervenire, non puoi obiettare perché ti hanno sempre fatto credere che solo lui sa cosa è bene per te, è il ricatto della salute, che idealmente recita: “Morirai se non fai quello che ti dico io”. E quindi, operazioni chirurgiche, visite, sovradiagnosi, “pezzi di ricambio” non necessari o difettosi, terapie eccessive o dannose, hanno costellato gli scandali ospedalieri. Di fronte a tutto questo, aveva alzato la testa la medicina olistica, la medicina dolce o alternativa, ma mi pare che si sia da tempo assopita, come tante conquiste e consapevolezze duramente raggiunte negli anni Settanta e Ottanta. O che si sia ridotta a “intestino pigro” o a “ansia, insonnia”.

Di recente, sono uscite due serie che mi hanno fatto rivivere tutte queste emozioni negative. Mi hanno riportata su quel lettino o davanti a quei medici: la realtà – la verità – può davvero far male.

The Schrink next door racconta la storia di Marty, piccolo industriale, un uomo timido, che non è in grado di far valere le sue idee, depresso dopo la morte dei genitori e la recente rottura di un legame sentimentale: la sorella Phyllis gli consiglia di rivolgersi a uno psicologo. Le prime visite sono di giovamento ma a poco a poco il “dottor Ike”, il terapeuta, approfitta del legame che si è creato tra lui e Marty per infiltrarsi nella sua vita e manipolarlo, isolandolo dal resto della famiglia e dagli amici, facendogli spendere denaro per una ipotetica fondazione della quale si fa cointestare il conto corrente, installandosi nella casa di Marty dove dà sfarzose feste perché, dice lui, Marty possa stringere importanti relazioni pubbliche e poi autonominandosi terapeuta d’azienda nella fabbrichetta di Marty, che – contrariamente a quanto vorrebbe fargli credere il dottor Ike – è sempre più solo e triste fino ad arrivare al punto in cui il terapeuta è l’unico amico che gli resta.

Potrebbe essere divertente, una sorta di commedia nera, assistere alla lenta devastazione della personalità di un uomo, potrebbe essere divertente se non si sapesse, alla fine, che è tutto vero e che il dottor Ike Herschkopf ha sfruttato Marty Markowitz per ventisette anni, oltre a diversi altri pazienti, approfittando del suo ascendente su di loro.

Questo per quanto riguarda la mente. Per il corpo, invece, ci ha pensato il cosiddetto Dr. Death, nell’omonima miniserie televisiva, a operare una vera e propria carneficina.

Lo show racconta le vicende dei pazienti finiti sul tavolo operatorio di un giovane e brillante neurochirurgo, Christopher Duntsch, mostrando anche i raccapriccianti dettagli delle sue operazioni, in cui ha sezionato il midollo spinale dei suoi pazienti, ha causato emorragie letali usando strumenti inadeguati, ha innescato gravi infezioni lasciando garze all’interno del corpo dei poveri malcapitati che operava, e tutto un vero e proprio campionario di mutilazioni inflitte a colpi di martelli e seghe chirurgiche, e ha continuato impunemente la sua opera di distruzione per anni, finché non è stato fermato da una condanna all’ergastolo.

Insomma, questa figura di medico macellaio, che si presentava al lavoro in ritardo, dopo notti di bagordi, impasticcato o ubriaco, poteva essere pure divertente, una specie di medical psycho, però è terrificante sapendo che si tratta di una storia vera ed è ancor più terrificante leggere i titoli di coda: “Quello che è successo qui accadrà di nuovo.” E ancora “Un paziente su dieci è stato lesionato durante cure mediche” e “negli Stati Uniti gli errori medici sono la terza causa di morte con una stima che va dalle decine di migliaia ai 440.000 decessi ogni anno”. Se poi volete rincuorarvi potete sempre googlare “Errori medici in Italia”.

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10/05/2021

Perché ignoriamo il capitalismo quando esaminiamo le crisi sanitarie?

La riluttanza a considerare il capitalismo nelle indagini sui modelli globali di salute e di diffusione delle malattie ha un costo enorme

Una cascata di crisi sanitarie, la pandemia covid-19, l’emergenza climatica ed un aumento delle “morti per disperazione“, stanno contribuendo all’aumento degli oneri sanitari globali. È arrivato il momento, per gli operatori sanitari, di ricercare le cause comuni di queste catastrofi.

Prove crescenti suggeriscono che le caratteristiche chiave del capitalismo del XXI secolo sono la tendenza alla diffusione globale delle malattie e l’aumento delle disuguaglianze di salute all’interno e tra le nazioni. La globalizzazione gestita dalle grandi aziende mondiali diffonde virus, prodotti malsani ed inquinamento oltre i tutti i confini.

La finanziarizzazione porta alla privatizzazione dell’assistenza sanitaria, alla riduzione delle retribuzioni dei lavoratori, alla minore attenzione alla sicurezza dei prodotti ed a scarsi controlli sulle fonti di inquinamento.

L’appropriazione da parte delle imprese della scienza e della tecnologia porta all’uso delle scoperte nei prodotti farmaceutici, negli alimenti e nei trasporti non per migliorare il benessere, ma esclusivamente per aumentare i profitti.

Nonostante questi collegamenti tra le strutture politiche ed economiche dominanti e la salute, gli operatori sanitari sono spesso riluttanti a usare la parola capitalismo quando analizzano gli attuali problemi di salute del mondo e quando propongono soluzioni. Alcuni temono che l’uso della parola li marcherà come reliquie coinvolte nei conflitti di un altro secolo o come ribelli immaturi, o li renderà bersagli di rappresaglie dannose per la carriera.

I principali paradigmi scientifici, dal modello biomedico riduzionista al focus comportamentale della pratica della salute pubblica, possono scoraggiare ulteriormente l’uso di termini complessi come il capitalismo. Ma questa riluttanza a guardare attraverso il prisma del capitalismo per indagare sui modelli globali di salute e malattia ed individuare approcci più efficaci per prevenire le crisi sanitarie globali ha un costo enorme.

In primo luogo, ignora le prove crescenti che, ad esempio, il sistema alimentare e agricolo globale contribuisce ad una dieta non ottimale ed è il principale fattore di rischio di morte prematura e malattie prevenibili.

L’industria dei combustibili fossili è una forza trainante per l’emergenza climatica mondiale e per l’inquinamento che ora fa ammalare in così tanti.

Le pratiche di marketing dell’industria alimentare, alcolica, del tabacco, farmaceutica e delle armi da fuoco svolgono un ruolo chiave nell’aggravare l’aumento dei decessi per disperazione e per malattie non trasmissibili.

La crescente concentrazione di ricchezza nelle più grandi società del mondo e degli individui già più ricchi, peggiora le condizioni di vita, la salute e la vita familiare di una porzione sempre crescente dei lavoratori del mondo.

Ignorare il sistema che ha portato a questo declino sarebbe come se medici che cercano di curare le malattie non considerassero il corpo umano stesso. In secondo luogo, la riluttanza a fare del capitalismo stesso un oggetto di indagine, rafforza la siloization (suddivisione dei dati ecc. in unità isolate con scarsa comunicazione) dei problemi di salute e delle nostre risposte ad esso. I ricercatori devono studiare separatamente per decenni le pratiche economiche e politiche dei settori alimentare, del tabacco, finanziario e del Big Tech prima di poter identificare le cause comuni dei problemi di salute e raccomandare modifiche per migliorare queste influenze dannose?

Gli operatori sanitari devono esaminare separatamente il processo patologico in ciascun sistema d’organo quando queste condizioni condividono percorsi e soluzioni comuni?

Le organizzazioni sanitarie devono affrontare ogni campagna di disinformazione progettata per screditare la scienza pertinente da parte dei padroni dei combustibili fossili, del tabacco, dell’alcol, del cibo e di altre industrie, oppure possono escogitare nuovi meccanismi di governance che denormalizzino le pratiche aziendali che minano la salute pubblica?

Allora come potrebbe essere una scienza della salute che chiama in causa il capitalismo?

In primo luogo, dovrebbe essere radicata nelle intersezioni tra medicina, storia, economia politica e salute pubblica. Il capitalismo è cambiato nel tempo e nello spazio e continuerà a farlo. Comprendere i fattori di cambiamento di questi cambiamenti e la loro influenza sulla salute consentirà ai ricercatori di identificare specifiche opportunità di intervento.

Riconoscere l’eterogeneità delle varietà del capitalismo e la loro influenza sulla salute eviterà una semplificazione eccessiva e consentirà l’identificazione di strutture meno dannose per la salute.

In secondo luogo, lo sviluppo di una serie di prove sull’impatto sulla salute del capitalismo non richiede a nessuno di dichiarare fedeltà a una marca specifica di capitalismo o socialismo. I professionisti della salute hanno sempre incluso coloro che abbracciano, detestano o vogliono riformare il capitalismo.

Una discussione esplicita e robusta sull’impatto del capitalismo del XXI secolo sulla salute globale e individuale può chiarire quali percorsi possono portare a dei veri miglioramenti nei decenni a venire.

Una pratica sanitaria e un’agenda di ricerca sul capitalismo potrebbero cercare di aiutare i nostri pazienti e le comunità a collegare le loro esperienze di vita quotidiana con strutture politiche ed economiche più profonde al fine di identificare strategie più potenti per migliorare la salute.

Una pratica che cercherebbe un terreno comune tra le organizzazioni mediche e di sanità pubblica, i movimenti che lottano per i diritti del lavoro, delle donne, delle minoranze etniche e degli immigrati e di coloro che cercano di fermare il cambiamento climatico, la violenza armata e la promozione di alcool, tabacco, cibo malsano e armi da fuoco.

Con un programma politico chiaro, l’impegno a ridurre l’attuale siloizzazione tra questi movimenti ed organizzazioni ed un’alleanza di questo tipo si potrebbe iniziare a competere con il potere delle multinazionali e degli investitori che stanno plasmando la politica sanitaria e sociale per i loro scopi.

Nei secoli precedenti, gli sforzi dei professionisti della salute, dei riformatori e dei movimenti sociali hanno portato a progressi che hanno migliorato la salute umana e planetaria. Focalizzando l’attenzione sui costi del capitalismo del XXI secolo, possiamo contribuire a migliorare la salute umana e planetaria.

Articolo di Nicholas Freudenberg, pubblicato su The BMJ del 6 maggio 2021

Nicholas Freudenberg è emerito professore di salute pubblica presso la City University of New York School of Public Health e autore di At What Cost Modern Capitalism and the Future of Health.

Il British Medical Journal (in sigla BMJ), è una rivista medica pubblicata con cadenza settimanale nel Regno Unito dalla British Medical Association.


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27/02/2021

“Nel Bresciano bisognerebbe chiudere tutto”

“Bisognerebbe chiudere, stiamo implorando da giorni che lo si faccia“. Osvaldo Brignoli è medico di base di Capriolo, uno degli otto Comuni del Bresciano in zona arancione rafforzata e racconta all’AGI la situazione in uno dei focolai più preoccupanti per come lo vede dal suo, sempre più affollato, ambulatorio.

“Siamo messi male, siamo pieni di infetti, che non vuol dire necessariamente malati. Quello che osserviamo è che, nel giro di poche ore, se si infetta uno della famiglia lo diventano anche tutti gli altri. Gli ospedali – aggiunge – sono saturi, tengono solo qualche posto per i casi gravissimi. Bisognerebbe fare le vaccinazioni a tappeto e invece solo dal 26 febbraio inizia quella sistematica degli over 80“.

Secondo il medico, Brescia è la provincia più colpita per varie ragioni: “Perché non c’è mai stata soluzione di discontinuità, anzitutto. Da ottobre dopo la ‘pausa’ estiva il virus è ricomparso senza mai sparire e quando i giovani sono stati ‘liberati’ hanno impestato tutto. Il settanta per cento ora è variante inglese. Poi c’è il fatto che Brescia è una provincia che lavora molto e, come anche altrove, non si rispettano le regole per evitare il contagio“.

Brignoli è molto critico con la scelta di non far vaccinare nei loro studi, per il momento, i medici di medicina generale, “così poi succede che gli anziani li portiamo, malconci, a dieci chilometri di distanza da dove vivono quando potrebbero venire da noi. Sono scelte incomprensibili“.

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21/11/2020

Ieri eroi, oggi abbandonati. Protestano i medici dell’ospedale di Brescia


Clamorosa protesta di medici ed infermieri agli Ospedali Civili di Brescia: ieri eroi oggi abbandonati.

Centinaia di medici ed infermieri dell’OSPEDALE CIVILE DI BRESCIA oggi alle 13 hanno organizzato una protesta clamorosa e senza precedenti.

È la prima vera mobilitazione “visibile”, che ci auguriamo venga al più presto replicata in ogni luogo di cura di questo disgraziato Paese.

Contro il collasso sanitario, i turni massacranti, il vuoto di personale perché non sono state fatte assunzioni, la conversione improvvisa di interi reparti in aree Covid, tagliando altri servizi sanitari indispensabili e soprattutto ignorando ogni giudizio e proposta del personale.

Insomma contro la vergognosa totale impreparazione del potere regionale e nazionale che ha portato ad una nuova strage e che manda il personale sanitario allo sbaraglio.

E questa volta medici ed infermieri non sono più eroi, ma rompiscatole che vengono abbandonati.

Noi di #PoterealPopolo stiamo con loro senza se e senza ma.

Bisogna Sostenere in tutta Italia l’impegno e la lotta del personale sanitario, mandato allo sbaraglio dal governo nazionale e da quelli regionali che NON HANNO FATTO NIENTE per prevenire la nuova strage di COVID-19.

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Una sanità del profitto alla quale girare le spalle

Sostegno al personale sanitario dell’Ospedale di Brescia che oggi è stato protagonista di un gesto simbolico e potente allo stesso tempo: girare le spalle a questo modello di sanità

Hanno scelto la sanità della salute e dell’etica e girato le spalle a quella del profitto e delle compatibilità economica. Il gesto di medici ed infermieri dell’ospedale di Brescia racconta perfettamente la situazione di una sanità regionale gestita, ormai da decenni, da autentici comitati d’affari per i quali la salute pubblica non è il primo degli obiettivi, né un diritto da tutelare, ma uno dei tanti elementi che stanno in coda alla logica del profitto.

Una sanità caratterizzata da una carenza cronica e grave di personale (nella sola Lombardia mancano almeno 2500 operatori), dal taglio di almeno 35.000 posti letto (circa 5000 in Lombardia), dalla pressoché totale cancellazione dei servizi territoriali a partire da quelli di prevenzione. Sono i risultati delle politiche di regionalizzazione della sanità – per le quali è ormai indispensabile fare un passo indietro e tornare al Servizio Sanitario Nazionale – e di privatizzazione che ormai ovunque, ed in Lombardia in particolare, ha affidato alle logiche del profitto circa la metà delle prestazioni sanitarie complessive.

Da Eroi a dimenticati! Certo, è esattamente questo lo scontato destino degli operatori sanitari; ne eravamo convintissimi che sarebbe finita così tant’è vero che già a marzo uscimmo con lo slogan #EroiUnaMinchia, certi che non sarebbe andata per niente bene.

Ed in effetti è andata malissimo: oggi le regioni non hanno ancora provveduto a porre rimedio alle tante criticità emerse in modo chiaro durante questa emergenza: nessun recupero dei posti letto tagliati, niente assunzioni stabili di personale ma solo contratti a termine, nella folle convinzione che dopo la pandemia tutto possa riprendere come prima.

Ai colleghi dell’Ospedale di Brescia tutta la nostra solidarietà, sperando che questo loro simbolico ma potentissimo gesto, faccia deflagrare la protesta in tutte le strutture sanitarie, ovunque ci siano lavoratrici e lavoratori che hanno a cuore la salute pubblica ed il servizio sanitario pubblico ed universale.

Sono i temi al centro di tutte le nostre battaglie e del nostro sciopero del prossimo 25 novembre e non possiamo non sostenerli.

USB Lombardia Federazione Regionale

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11/11/2020

Emergenza Sanità - Il governo ascolta ma non risponde, il 25 novembre sarà sciopero

Grande disponibilità all’ascolto ma nessuna apertura sulle richieste avanzate dall’Unione Sindacale di Base in occasione del presidio di questa mattina davanti al Ministero della Salute. Per questo motivo USB indice lo sciopero nazionale di tutto il comparto della Sanità per mercoledì 25 novembre.

Durante l’affollatissimo presidio una delegazione di lavoratori è stata ricevuta da Gianfranco Pasquadibisceglie (ufficio di Gabinetto del ministro Speranza) e Luigi Patacchia (dirigente medico delle professionalità sanitarie).

USB ha esposto le ragioni alla base della mobilitazione nazionale di oggi: settore alle prese con un’epidemia fuori controllo; carichi di lavoro insostenibili; boom di contagi tra gli operatori; carenze organizzative e strutturali; assenza di programmazione e prevenzione contro la seconda ondata di Covid-19; rapporti conflittuali tra governo e regioni che provocano una gestione ondivaga dell’emergenza; e, soprattutto, la mancanza di una seria politica di assunzioni stabili, l’unica che possa garantire un efficace contrasto del coronavirus e al tempo stesso il diritto alla salute di tutti, senza costringere al taglio generalizzato delle prestazioni per convogliare le scarse energie nella lotta al Covid-19.

Mancano all’appello schiere di medici specialisti e almeno 100mila infermieri, effetto perverso ma previsto di anni e anni di tagli alla sanità pubblica in favore della sanità privata che però, guarda caso, di fronte alla pandemia si è tirata indietro.

Gli infermieri mancano ma i concorsi vanno deserti perché i bandi sono tutti a tempo determinato e nessuno è più disposto a mettere in gioco la propria vita in assenza di certezze. Saranno sempre meno – giustamente – i lavoratori disposti a farsi utilizzare per pochi mesi, spesso senza le tutele assicurative come avviene per CoCoCo e partite IVA, per poi essere gettati via a emergenza finita.

Per uscire dalla pandemia servono assunzioni stabili e il rafforzamento e la ri-centralizzazione della sanità pubblica, sottraendola alle guerre territoriali dei governatori; occorrono una medicina territoriale funzionante, dipartimenti di prevenzione efficienti, DEA rafforzati, più posti letto e la garanzia delle prestazioni no Covid.

Su queste richieste al Ministero della Salute abbiamo ottenuto soltanto un ascolto educato, ma nessun impegno. Nessuna risposta nemmeno per gli infermieri e medici Inail ancora con contratti CoCoCo, né sul personale del servizio SASN che si occupa della salute del personale navigante e dei luoghi di transito come porti e aeroporti.

USB dice basta. Mercoledì 25 novembre sciopero nazionale del personale di tutto il comparto Sanità, in contemporanea con lo sciopero dei trasporti proclamato per la stessa data da USB Trasporto Pubblico Locale.

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07/11/2020

La battaglia contro il Covid si vince “prima” di arrivare in ospedale

Come noto, io faccio attività sindacale, politica e scientifica, ma sono soprattutto un Medico che vive tutte le difficoltà del momento legate all’epidemia, già vissute nella prima ondata, e che si stanno ripetendo nella seconda ondata per i pazienti e per tutti gli operatori sanitari. La nostra voce purtroppo rimane inascoltata ancora oggi, e questo, mi permetta è inaccettabile.

Personalmente oltre un mese fa, alla data del 21 Settembre, ho detto che la seconda ondata era arrivata e noi tutti, ancora una volta ci siamo trovati impreparati a dover sopperire alle carenze organizzative del Servizio Sanitario Nazionale e dei vari Sistemi Regionali.

Eppure siamo noi operatori che garantiamo la Salute, in condizioni difficili, stressanti, e con mancanza di rispetto dalle stesse Istituzioni. Siamo stati definiti eroi, ma da “eroi”, ”angeli”, in un attimo si è passati all’insulto, se non addirittura alla denuncia perchè le persone facilmente scambiano le responsabilità che sono tutte in capo alla politica, con la responsabilità degli operatori sanitari, che fanno quello che possono, ben oltre il loro dovere, mi creda, con quello che hanno a disposizione, che è soprattutto il loro “sapere”. Questo ovviamente riguarda tutti gli operatori, nessuno escluso, dagli ospedalieri, agli specialisti ambulatoriali, ai Medici di Medicina Generale, agli infermieri e OSS.

Un capitolo a parte merita il 118. Come vicepresidente area Centro-Italia, di una società Scientifica quale è la SIS 118, vorrei sottolineare poi che il nostro sapere di “ambulanzieri” come qualcuno si ostina a definirci, senza precisare che siamo professionisti con tanto di specializzazione, è quanto mai concreto, noi siamo coloro che arrivano ovunque, laddove altri non arrivano o non vogliono arrivare, siamo quelli che entrano nelle case delle persone, siamo quelli che hanno un contatto stretto coi pazienti, sempre, in condizioni difficili e siamo chiamati spesso a risolvere situazioni a dir poco imbarazzanti, oltre a quelle per cui siamo nati come 118.

Il Sistema 118 doveva essere la quarta gamba del Servizio Sanitario Nazionale, doveva servire da cerniera fra Ospedale e territorio, doveva garantire la tempestività d’intervento nelle patologie Tempo-Dipendenti, e ora, oltre a tutto ciò che ci è stato chiesto di fare negli anni (TSO, Constatazioni di Decesso, Liti familiari, codici verdi trattabili a domicilio a qualsiasi ora del giorno o della notte), siamo stati coinvolti a pieno regime nell’Epidemia da Sars2-Covid-19 e noi non ci siamo tirati indietro, anzi.

Eppure tutti i nostri sforzi, tutto il nostro sapere, viene vanificato riducendoci a meri esecutori di ordini calati dall’alto. Non veniamo mai convocati per ascoltare il nostro parere, il nostro Presidente Nazionale Mario Balzanelli ha proposto per primo, tramite i media, l’uso di un saturimetro gratuito per monitorare la Saturazione dei pazienti sospetti a domicilio, adesso a distanza di mesi ne parlano tutti, come elemento necessario per valutare i primi sintomi respiratori. Abbiamo presentato al Senato, grazie alla Senatrice Castellone del M5S, delle proposte ben precise sul riordino del 118, ma il disegno di legge è fermo, pur trovando appoggi trasversali, quali quelli dell’Onorevole Fassina alla Camera, dove ha cercato di incardinarlo in calendario. Nel contempo però tutti hanno voluto dire la loro su tale proposta e sono in genere persone che non hanno mai lavorato in strada, ma che pretenderebbero di governare il Sistema.

Abbiamo partecipato alle discussioni cliniche e scientifiche nel “gruppo dei 100.000 medici” con nostre proposte, e in quella occasione almeno il Ministro Speranza ha risposto, devo riconoscerlo... Ma intanto noi stiamo sempre in prima fila a soccorrere le persone e fra queste soprattutto le persone “fragili” che stanno nelle RSA/Case di Riposo, dove ci si chiede di portarli in Ospedale, anche contro il loro parere, appena risultano positivi ad un tampone, pur essendo asintomatici o paucisintomatici.

Ma non sarebbe più semplice attrezzare la RSA con stanze di isolamento, o addirittura interi piani di isolamento, con equipe Medico-Infermieristica e personale ausiliario h24, adatto a seguire i pazienti stessi, in quella che ormai, volente o nolente queste persone considerano la loro “Casa”? La violenza di un ulteriore strappo alle loro già fragili radici, deontologicamente è inaccettabile.

Così come è inaccettabile che stiano ore e ore sulle nostre barelle, per mancanza di posti letto e di spazi in Ospedale, assistiti dal personale del 118, che oltretutto rimanendo bloccati col paziente a bordo, non possono andare a soccorrere altre persone, per altre patologie (che non sono miracolosamente scomparse, ma che esistono e si rischia di non arrivare in tempo) come si è verificato in questi giorni, in tutta Italia.

Ecco, “l’uovo di colombo”, tutto il personale medico-infermieristico-ausiliario, che si è generosamente offerto per fare le USCA, potrebbe in parte essere deviato ad assistere i pazienti nelle loro “Case”, oppure si potrebbe utilizzare tutto il personale dichiarato “non abile” al Servizio attivo al 118, riservando un eventuale trasferimento in Ospedale solo ai casi gravi.

Tutti ormai sanno e sostengono che il trattamento precoce per bloccare la cascata infiammatoria abnorme scatenata dal virus, si può fare al proprio domicilio, l’importante è riconoscerlo, indipendentemente dall’esito del tampone, che magari arriva tardi, e il riconoscimento della fase precoce attiene prettamente alla clinica.

Non mi stancherò mai di ripeterlo ed esorto i miei Colleghi tutti ad esercitarla la Cinica Medica, l’abbiamo studiata tanto, la pratichiamo tanto, abbiamo il polso della situazione, ma sempre dall’alto ci viene calato tutto, adesso è ora di ascoltare l’esperienza di chi vive insieme ai pazienti tutti i disagi non solo di questa epidemia, ma anche derivanti dalla carenza di organico, di posti letto, di territorio lasciato allo scoperto, di dipartimenti di Igiene e Prevenzione, pressoché scomparsi, di 118 che non è composto di semplici “ambulanzieri”.

di Francesca Perri, Dirigente Medico 118, Vicepresidente Area Centro Italia SIS 118, tavolo salute di Potere al Popolo

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19/04/2020

“Per battere la pandemia serve medicina nel territorio e attivazione delle Usca”

Una lettera aperta è stata inviata da molti medici coordinati tra loro al Ministro della Salute, ai governatori delle Regioni, alla presidenza degli Ordini dei Medici. Qui di seguito il testo della missiva.

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Siamo un gruppo di circa 100.000 Medici, di tutte le specialità e di tutti i servizi territoriali e ospedalieri sparsi per tutta Italia, nato in occasione di questa epidemia, che da quasi 2 mesi ormai, sta scambiando informazioni sull’insorgenza della malattia causata dal Coronavirus, sul come contenerla, sul come fare, a chi rivolgersi, come orientare la terapia, come e quando trattarla, e siamo pressoché giunti alle stesse conclusioni: i pazienti vanno trattati il più presto possibile sul territorio, prima che si instauri la malattia vera e propria, ossia la polmonite interstiziale bilaterale, che quasi sempre porta il paziente in Rianimazione.

Dagli scambi intercorsi e dalla letteratura mondiale, si è arrivati a capire probabilmente la patogenesi di questa polmonite, con una cascata infiammatoria scatenata dal virus attraverso l’iperstimolazione di citochine, che diventano tossiche per l’organismo e che aggrediscono tutti i tessuti anche vascolari, provocando fenomeni trombotici e vasculite dei diversi distretti corporei, che a loro volta sono responsabili del quadro variegato di sintomi descritti.

I vari appelli finora promossi da vari Organismi e Organizzazioni sindacali, che noi abbiamo condiviso appieno, sono stati rivolti a chiedere i tamponi per il personale sanitario, a chiedere i dispositivi di sicurezza per tutti gli operatori, che spesso hanno sacrificato la loro vita, pur di dare una risposta ai pazienti, non si sono tirati indietro, nessuno.

Proprio per non vanificare l’abnegazione di medici e personale sanitario, oltre a:

1) Dispositivi di Protezione

2) Tamponi

Chiediamo di:

3) Rafforzare il Territorio, vero punto debole del Servizio Sanitario Nazionale, con la possibilità per squadre speciali, nel decreto ministeriale del 10 Marzo, definite

4) le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistanziale), devono essere attivate immediatamente in tutte le Regioni, in maniera omogenea, senza eccessiva burocrazia, avvalendosi dell’esperienza di noi tutti nel trattare precocemente i pazienti, anche con terapie off label, alcune delle quali peraltro già autorizzate dall’AIFA.

Siamo giunti alla conclusione che il trattamento precoce può fermare il decorso dell’infezione verso la malattia conclamata e quindi arginare, fino a sconfiggere l’epidemia.

Il riconoscimento dei primi sintomi, anche con tamponi negativi ( come abbiamo avuto modo di constatare nel 30% dei casi) è di pura pertinenza Clinica, e pertanto chiediamo di mettere a frutto le nostre esperienze cliniche, senza ostacoli burocratici nel prescrivere farmaci, tamponi, Rx e/o TC, ecografia polmonare anche a domicilio, emogasanalisi, tutte cose che vanno a supportare la Clinica, ma che non la sostituiscono.

Lo chiediamo, indipendentemente dagli schieramenti politici e/o da posizioni sindacali, lo chiediamo come Medici che desiderano ed esigono di svolgere il proprio ruolo attivamente e al meglio, dando un contributo alla collettività nell’interesse di tutti.

Lo chiediamo perché tutti gli sforzi fatti finora col distanziamento sociale, non vadano perduti, paventando una seconda ondata di ricoveri d’urgenza dei pazienti tenuti in sorveglianza attiva per 10-15 giorni, ma che non sono stati visitati e valutati clinicamente e che ancora sono in attesa di tamponi.
La mappatura di questi pazienti, asintomatici o paucisintomatici, e di tutti i familiari dei casi conclamati è oltremodo indispensabile per non incorrere in un circolo vizioso, con ondate di ritorno dei contagi appena finirà il “lockdown”.

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