Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/06/2024
Italia - L’irregolarità nelle aziende è la norma
Non c’è stato grande scalpore mediatico, un po’ perché in questa Italia agli imprenditori è ormai permesso tutto, e anzi vengono dipinti come perseguitati dalle tasse e dai controlli. Un po’ perché è lo stesso INL che, come l’anno scorso, non ha diramato alcuna comunicazione sulla sua presentazione, denuncia il Fatto Quotidiano: un po’ come se il quadro emerso andasse nascosto.
Già il rapporto Istat 2024, commentato sul giornale, smontava la retorica governativa sui risultati ottenuti per il mondo del lavoro. Ora arriva anche questo documento a confermare che c’è una vera e propria guerra interna ai lavoratori, che vedono peggiorare le proprie condizioni sotto vari punti di vista.
Rispetto al 2022, le ispezioni di INL, INPS e INAIL sono aumentate dell’11% (111.281), così come il personale è cresciuto del 19% (4.768, quasi 800 in più). Non ancora i numeri che sarebbero necessari, servirebbero almeno 10 volte più assunzioni per fare fronte alla mancanza di organico rispetto al dilagare delle più disparate norme.
Dalle ispezioni sono emersi illeciti in 59.445 aziende, con un tasso di irregolarità maggiore del 2% rispetto al 2022. In pratica, 7 aziende su 10 non erano in regola, derubando il lavoratore, la collettività e mettendo a rischio la sicurezza di chi vi è impiegato.
Nello specifico, va sottolineato il fatto che per i controlli effettuati in materia di lavoro e legislazione sociale, l’incidenza delle irregolarità è aumentata del 3%, toccando i 70 punti percentuali. In particolare, quella su salute e sicurezza ha raggiunto l’85%, anch’essa in crescita dall’82,5% del 2022.
Ricordiamo che l’anno scorso ci sono stati più di tre morti al giorno sul posto di lavoro, una vera e propria strage. Le tragedie di Brandizzo, dell’Esselunga a Firenze, della centrale ENEL di Suviana, sono i casi più visibili di uno stillicidio contro cui andrebbe introdotto il reato di omicidio sul lavoro, su cui hanno lavorato molte realtà negli ultimi mesi.
Per quanto riguarda i contributi e i premi evasi, le ispezioni hanno permesso di recuperare 1,2 miliardi di euro. Le irregolarità in ambito previdenziale sono state rilevate nell’84% dei casi, in quello assicurativo nel 94%: in pratica, non c’era quasi mai un’azienda in regola su quest’ultimo tema.
Anche i lavoratori in nero sono aumentati, del 12%, individuandone 16.744 con 970 di essi senza regolare permesso di soggiorno. Le violazioni sulle lavoratrici madri e sulle pari opportunità sono aumentate del 24%, i casi di caporalato accertati addirittura del 205%.
Tolto il settore degli autotrasporti (80,8%), è quello del turismo e della ristorazione a detenere il primato delle irregolarità: nel 77,3% delle ispezioni. Seguono il commercio al dettaglio, le costruzioni, il trasporto e magazzinaggio, la sanità e l’assistenza sociale.
Il maggior numero di illeciti si registrano dunque in quelle imprese in cui è largamente diffuso il sistema delle cooperative e i sindacalisti vengono anche messi sotto processo per associazione a delinquere (logistica e assistenza sociale). E poi, ovviamente, nella filiera del turismo e dei servizi collegati.
È da quest’ultima che spesso sentiamo arrivare le lamentele sui giovani senza voglia di lavorare, che osano addirittura chiedere che paga avranno, con la moralizzazione vomitata da Briatore o emuli vari. Da quel settore è stata fatta una vera e propria guerra al reddito di cittadinanza.
Ricordiamo che nel 2023 il risparmio effettivo su questa misura, dopo il picconamento del governo Meloni, è stato calcolato in 1,3 miliardi di euro. In pratica, la stessa cifra recuperata solo con i limitati accertamenti riportati nel rapporto INL, che ovviamente hanno riguardato solo un numero ridottissimo di tutte le aziende del paese.
Insomma, ci troviamo di fronte a un generale peggioramento delle condizioni di lavoro e, come già detto, a una guerra interna contro i lavoratori.
Fonte
07/12/2022
Sanità. Scoperchiato il verminaio dei dipendenti in appalto dalle cooperative
Le strutture sanitarie “ricorrono sempre più spesso a contratti di appalto per avvalersi di professionalità sanitarie – medici, infermieri ed operatori sanitari – forniti da società esterne, solitamente riconducibili a cooperative” è scritto nella nota diffusa dai NAS.
I controlli hanno riguardato 1.934 strutture sanitarie, con il monitoraggio di 637 imprese/cooperative private e la verifica di oltre 11.600 figure tra medici (13%), infermieri (25%) e altre professioni sanitarie (62%).
I NAS hanno segnalato complessivamente 205 persone, tra responsabili di cooperative, titolari di strutture sanitarie ed operatori sanitari, di cui 83 all’Autorità Giudiziaria e 122 a quella Amministrativa.
In particolare, sono stati deferiti 8 titolari di cooperative per l’ipotesi di reato di frode ed inadempimento nelle pubbliche forniture ritenuti responsabili di aver inviato personale in attività di assistenza ausiliaria presso ospedali pubblici, in numero inferiore rispetto a quello previsto dalle condizioni contrattuali con l’Azienda sanitaria, o impiegato semplice personale ausiliario, privo del prescritto titolo abilitativo, anziché figure professionali socio-sanitarie, e, infine, personale medico non specializzato per l’incarico da ricoprire.
Tra le numerose irregolarità accertate, c’è la fornitura da parte di cooperative di medici con età anagrafica superiore ai 70 anni stabiliti da contratto, l’esercizio abusivo della professione ma anche l’impiego di figure sanitarie esterne collocate in attività lavorativa senza l’adeguata formazione sulla tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro. In un caso una cooperativa attiva nella provincia di Latina ha fornito un medico, già in servizio presso un ospedale pubblico in rapporto di esclusività, ad un ospedale di un’altra provincia per ricoprire turni di guardia.
Nella sanità, nonostante l’amara lezione della pandemia e le situazioni insostenibili nel personale, fino ad oggi nulla è stato fatto per mettere fine al sistema di medici, infermieri e OSS in appalto dalle cooperative invece che dipendenti regolari delle strutture sanitarie. Ministero e Regioni si ostinano a non vedere né capire che nella sanità servono assunzioni, vere, regolari e adeguate ai buchi in organico, non precarietà ormai insopportabili.
Fonte
20/07/2022
01/05/2022
“Paghe indegne e caporalato in ogni settore, dalla ristorazione alla logistica. Serve un nuovo reato nel Codice penale”. La relazione della Commissione parlamentare sul Lavoro
“Ricerca del profitto con modalità, termini e proporzioni prevalenti sulla tutela della dignità, della salute e della sicurezza“, diffusione “trasversale a molti settori dell’economia” del delitto di intermediazione illecita di manodopera, sistemi organizzativi che scaricano “sui lavoratori, rectius sulla loro pelle, i deficit strutturali e organizzativi dell’ambiente di lavoro”. È il quadro emerso dopo un anno di audizioni e sopralluoghi sul campo (da Latina a Prato) svolti dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza. Anche se ad attirare l’attenzione è stata soprattutto la stima sull’impatto delle morti bianche sul pil, le 400 pagine della relazione intermedia depositata lo scorso 21 aprile sono istruttive anche su molti altri aspetti. Nei giorni delle polemiche sulla presunta mancanza di manodopera “causa reddito di cittadinanza” e sui giovani descritti come scansafatiche, il Senato attesta che lo sfruttamento del lavoro “si registra in ogni campo lavorativo: edilizia, sanità, assistenza, case di cura, logistica, call-center, ristorazione, servizi a domicilio, pesca, cantieristica navale”.
È quello che la commissione definisce “caporalato urbano” ai danni di “un incontrollato bracciantato metropolitano per lo più straniero” spesso costretto ad “accettare qualsiasi condizione di lavoro, con retribuzione indegna“. Tanto che i senatori propongono di introdurre nel Codice penale una nuova fattispecie di reato nei confronti di chiunque, con violenza o minaccia, costringe il lavoratore ad accettare “trattamenti remunerativi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate e, più in generale, condizioni di lavoro contrarie alle leggi ed ai contratti collettivi, ovvero a rinunciare a diritti spettanti in relazione al rapporto di lavoro (quali riposi, ferie, permessi, congedi, eccetera), procurando a sé o ad altri un ingiusto profitto”. Una descrizione che si applica bene a tante delle storie raccontate da ilfattoquotidiano.it nell’ambito della campagna No al lavoro sottopagato e nella videoinchiesta a puntate dello scorso anno sui lavoratori stagionali. La sanzione dovrebbe consistere secondo la Commissione nella reclusione da cinque a otto anni e nella multa da 5.000 a 15.000 euro, aumentata da un terzo alla metà se i lavoratori sono più di tre, sono stranieri irregolari o minori.
L’inchiesta parlamentare si è focalizzata in particolare sulla logistica, oggetto negli ultimi anni di clamorose inchieste come quelle che hanno coinvolto Ceva Logistics, Uber Italy, Dhl Supply Chain Italy. Complice il massiccio utilizzo di algoritmi per gestire i tempi di lavoro e massimizzare le performance, spiega la relazione, il “processo di estrazione del profitto dal lavoro catalizza la precarietà dell’occupazione attraverso lo sviluppo del fenomeno dell’intermediazione illegale della forza lavoro e del meccanismo delle finte cooperative“, costituite ed estinte per la durata di un appalto o di un subappalto con l’obiettivo di garantire ai lavoratori meno diritti e meno tutele di quelli previsti dal contratto nazionale di categoria della Logistica e Trasporti. Il sistema è ben noto: il grande gruppo della logistica si interfaccia con il cliente finale ma la gestione dei processi e poi, a scendere, le attività vere e proprie sono affidate a fornitori sempre più piccoli. Una catena di appalti e subappalti che finisce per “scaricare i costi sugli attori più vulnerabili della filiera, ovvero le piccole cooperative ed imprese di facchinaggio“, cosa che si è accompagnata a “una tendenziale regressione delle condizioni contrattuali e salariali degli occupati difficile da rivendicare da parte dei sindacati”, al netto delle lotte del sindacato intercategoriale Si Cobas nei magazzini e distretti logistici dell’Emilia-Romagna e della Lombardia.
“Nel comparto esistono fenomeni di severo sfruttamento lavorativo con controlli e ritmi serrati che ricalcano le condizioni di lavoro nelle catene di montaggio degli anni Sessanta“, si legge nella relazione. Un sistema da cui traggono vantaggio le grandi aziende del comparto, che affidano la gestione dei magazzini attraverso gare d’appalto in cui premia il ribasso sul costo della forza lavoro ma mantengono “le mani pulite in merito alla questione” presentandosi come “vittime dei consorzi di cooperative”. Una ricerca svolta nell’area metropolitana fiorentina attraverso interviste a camionisti, corrieri e magazzinieri offre uno spaccato delle conseguenze per i lavoratori: straordinari non pagati, negazione del riposo settimanale, giorni di ferie cancellati, minacce di cambio dei turni o trasferimento in sedi lontane dalla famiglia, sospensioni dal lavoro, in alcuni casi irregolarità nel versamento dei contributi.
Secondo la Commissione, la pervasività di questi fenomeni richiederebbe una tutela normativa più stringente. Oggi per esempio i lavoratori in appalto non hanno alcuna garanzia di parità di trattamento economico e normativo: l’articolo 29 del decreto legislativo 276 del 2003 si limita a prevedere la responsabilità solidale del committente per i crediti retributivi vantati dai lavoratori verso l’appaltatore. Per quanto riguarda la somministrazione fraudolenta di lavoro, in particolare il ricorso a cooperative spurie con l’obiettivo di eludere il contratto nazionale e ridurre le tutele per i lavoratori, il decreto Dignità ha reintrodotto il reato che era stato depenalizzato dal Jobs Act ma i responsabili rischiano solo una sanzione pecuniaria di 20 euro per ogni lavoratore coinvolto e per ogni giorno di utilizzazione, “previsione assai blanda e di contenuta deterrenza”. Ma la maggiore lacuna riguarda, stando alla relazione, l’assenza di una fattispecie di reato autonoma che punisca chi consapevolmente beneficia del lavoro in condizioni di sfruttamento. Le norme del decreto legislativo 231 sulla responsabilità amministrativa delle aziende si applicano ai reati commessi da soggetti interni alla società per procurarle un vantaggio: non bastano quando tra la beneficiaria e le cooperative appaltatrici c’è una girandola di società carosello, cosa che “comporta un’immunità di fatto delle imprese controllanti”.
La proposta dei senatori è di modificare l’articolo sulla somministrazione fraudolenta prevedendo una pena da uno a sei anni se il fatto “si accompagna a una situazione di sfruttamento” e i lavoratori reclutati sono più di tre, sono coinvolti minori o il lavoro svolto li ha esposti a “situazioni di grave pericolo” e stabilendo una sanzione nei confronti dell’ente. Infine, all’articolo 603 bis del Codice penale su Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro andrebbe inserito un nuovo comma che preveda la reclusione da uno a sei anni e la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato anche per chi “ricorre consapevolmente ai servizi, oggetto dello sfruttamento, prestati da una persona che è vittima” di uno di quei reati. Ovviamente, i nuovi reati servono a poco se non si riesce a rafforzare l’attività di controllo: come rileva la commissione, per ovvi motivi “sono rarissime o pressoché inesistenti le denunce presentate dai lavoratori e dalle lavoratrici oggetto di sfruttamento”.
16/12/2021
Tra la crisi dello Stato sociale e l’ascesa del Terzo settore - Intervista a un lavoratore
Negli ultimi venti anni, il Terzo settore, con un giro di affari che in base a stime recenti si attesta intorno al 5% del Pil nazionale, è divenuto l’asse portante del cosiddetto Welfare mix, potendo contare su un esercito di volontari e dando lavoro a circa 850.000 addetti. Tuttavia, le condizioni di vita delle persone occupate in questo contesto, nei diversi ambiti in cui le attività di queste ultime si concretizzano, esprimono ampie fasce di immiserimento crescente.
Per addentrarci nella fitta rete di quell’ossimoro che costituisce il “privato sociale”, mi sono posto degli interrogativi che ho cercato di sviluppare con Mario Piras, operatore pluri-qualificato, con molti anni di esperienza nelle cooperative sociali.
La stragrande maggioranza delle cooperative sociali, per il solo fatto di scrivere nei propri statuti che perseguono finalità mutualistiche e solidaristiche, tendono a propagare un’immagine della loro mission che fa a pugni con i racconti di vita quotidiana dei loro dipendenti. Qual è la tua percezione nei confronti di queste forme distorsive delle relazioni sociali? Quali sono le dinamiche interne tra soci e dipendenti?
Mi sembra importante dire, poiché è proprio nella mia esperienza di lavoratore, come vi sia una narrazione promossa da quadri e semplici dipendenti soci, secondo la quale ai soci venga riservata una priorità nella conservazione del posto di lavoro in caso di riduzione di budget. Sono gli stessi lavoratori e lavoratrici della cooperativa che raccontano di come essere soci presenti dei vantaggi che, secondo la mia opinione, non sono limitati alle finalità mutualistiche e solidaristiche. Ecco, faccio un esempio concreto: succede, non di rado, di essere penalizzati per l’improvvisa riduzione di ore di servizio, riduzione che può dipendere da una improvvisa diminuzione dei fondi pubblici che erano stati inizialmente previsti. Se succede, una pratica molto comune è quella in cui si dice ai lavoratori del servizio penalizzato di condividere equamente la riduzione del monte orario complessivo. Può accadere, però, e lo so per esperienza personale, che uno o più soci chiedano di mantenere il proprio monte orario e se non hanno risposta positiva, magari perché non ci sono nemmeno ore disponibili per l’integrazione in altri servizi, chiedano di mantenere le stesse ore nel servizio penalizzato a danno di uno o più dipendenti non soci, che così vedono ridotte le proprie ore anche per le quote di questi soci. Io non credo che questa dinamica abbia a che fare con le finalità mutualistiche e solidaristiche di una cooperativa. Penso che sia una distinzione non legittima che i dirigenti di cooperativa operano perché hanno un interesse a tutelare i soci maggiormente, poiché sono ovviamente solo i soci ad avere potere di voto nell’elezione del Consiglio di amministrazione di una cooperativa.
Nel 1883, quando fu fondata a Ravenna la prima società di mutuo soccorso, l’Associazione Generale degli Operai e dei Braccianti, i loro membri e sostenitori, tra cui Andrea Costa, posero un argine alle gare al ribasso per aggiudicarsi gli appalti, per le opere di sistemazione del territorio. A distanza di circa un secolo e mezzo, il principio di non ingaggiare competizioni distruttive tra i lavoratori si è dileguato. Come giudichi la tendenza delle cooperative ad accapigliarsi tra di loro per ottenere la gestione di un servizio dalla Pubblica Amministrazione? E soprattutto, date queste circostanze, credi che sia possibile disinnescare “la guerra tra poveri” che pervade le condizioni di esistenza dei dipendenti e dipendenti-soci?
Io non parlerei di cooperative che si “accapigliano”. Ricorderei che formalmente siamo in regime di libero mercato, perché è necessario farlo, proprio per disvelare e chiarire meglio le contraddizioni. E infatti in un libero mercato del sociale un evento storico come Mafia Capitale ha consentito di mettere in evidenza come il fare “cartello” fosse pratica assai comune fra imprese cooperative a Roma. Altro che libera concorrenza! Le cooperative si mettevano d’accordo per la spartizione di lotti dei bandi pubblici emanati per la gestione di alcuni servizi territoriali, eliminando ogni beneficio che avrebbe potuto derivare da una competizione vera fra imprese.
Per quanto riguarda la “guerra tra poveri” dei lavoratori delle cooperative non la definirei come tale. I lavoratori delle cooperative, essendo, per lo più, lavoratori che svolgono le loro funzioni nell’erogazione di servizi socio-sanitari, raramente sono assoggettati a orario d’ufficio e questo consente loro di avere una seconda e, a volte, terza attività che incrementa non poco il loro reddito.
La questione andrebbe posta in altro modo, secondo me, dovremmo farci più spesso questa domanda: è sano lavorare 60/70 ore a settimana su servizi alla persona? Quali sono gli effetti su psiche e fisico dei lavoratori?
Io spesso vedo lavoratori logorati, più che poveri, che riescono a pagare il mutuo e andare in vacanza in giro per il mondo, ma che sono in burn out permanente. Ecco, per me, la nuova alienazione è insita in questa condizione, sulla quale i lavoratori e le lavoratrici non riescono mai a riflettere abbastanza.
È vero che ci possono essere dinamiche feroci fra lavoratori, specie fra soci e non soci, ed è vero che lo stipendio del CCNL è vergognosamente basso. Ma inquadrare questi fenomeni solo come “guerra tra poveri” non consente una riflessione più profonda. Oggi i lavoratori e le lavoratrici delle cooperative sono a rischio di povertà, quando si ammalano o invecchiano e non riescono a svolgere un secondo lavoro, oppure quando non riescono a sviluppare un sapere professionale tale da consentirgli la prospettiva di una seconda attività, che non di rado rimane nel sociale.
Al di là dei concetti astratti come libero mercato, concorrenza, “cartelli mafiosi” e della metafora “guerra tra poveri”, mi sembra di captare, tra le righe, che, da un lato, esista un problema di ripartizione del monte orario complessivo e, dall’altro, intuire che con quaranta ore settimanali dei vostri contratti di cooperazione sociale “non si campa”. Per di più le cose si complicano, quando si è costretti a tenere relazioni lavorative in due o più contesti produttivi, per il semplice fatto che dobbiamo computare i ”tempi morti“ e gli incrementi di tempo per l’accresciuta mobilità. Pertanto, concordo sulla tesi che il concetto di povertà debba essere correlato con l’estensione della settimana lavorativa a 60/70 ore e prenderei spunto dalla domanda che tu poni qui sopra, provando a dispiegarla anche agli altri settori produttivi: è sano, è giusto (aggiungerei io) lavorare 60/70 ore a settimana? Pensi che gli individui coinvolti in questa spirale lo facciano per scelta o per necessità?
Gli stipendi previsti nel CCNL dei lavoratori delle cooperative sociali, lo ripeto, sono vergognosamente bassi. Questo è un punto incontrovertibile. E poi ci sarebbe da fare un discorso sul fatto che spesso i lavoratori sono sotto-inquadrati.
Si ha il doppio lavoro essenzialmente per necessità, ma in ambito educativo, che è quello che conosco meglio, se si sviluppa l’adeguato sapere professionale, l’impegno profuso in attività che eccedono le 38 ore settimanali del contratto può diventare in molti casi una scelta dettata dal desiderio di maggiore guadagno. Ci sono una serie di bisogni sociali a cui lo Stato non dà risposta, di conseguenza le famiglie pagano i servizi, il più delle volte in nero e i lavoratori riescono cosi a guadagnare di più, a volte molto di più. Bisogna aggiungere che i lavoratori del sociale potrebbero facilmente guadagnare di più e in maniera ufficiale e garantita, se si applicassero inquadramenti adeguati al lavoro effettivamente svolto e contrattazioni di secondo livello. In molti casi i fondi per farlo già ci sono, ma troppo spesso i Cda delle cooperative propongono alle assemblee dei soci l’utilizzo degli utili in attività etichettate come socialmente utili, che poi in realtà si rivelano agire come società profit: ristoranti, asili privati, società multiservizi per l’inserimento di persone svantaggiate, etc.
Ma il sindacato e la politica sono assenti per quanto riguarda questi aspetti. Il sindacato interviene troppo spesso solo nelle procedure di cambio di gestione dell’appalto. Una routine, a volte complessa, che garantisce i livelli occupazionali, ma la cui ratio non è la rinegoziazione delle condizioni di lavoro.
In merito alla domanda se è sano e giusto lavorare 60/70 a settimana nel sociale, io affermerei semplicemente che non è giusto farlo in nessun ambito lavorativo. Ne viene penalizzata la qualità del lavoro e della vita di chi lavora. Però non dimentichiamo, per dare il giusto peso alla questione, che anche tantissimi medici hanno doppio/triplo lavoro e tanti professori della scuola pubblica hanno il doppio lavoro. Insomma, il problema della doppia attività lavorativa non riguarda solo il sociale.
Fonte
21/04/2020
Hera - Giochi di potere nel fortino PD
Il PD è davvero “meraviglioso” nel continuare a detenere il controllo degli autentici centri di potere – come Hera – del territorio regionale (e non solo).
Hera è il gruppo industriale – circa 9.000 dipendenti – che, con 7,4 miliardi di euro di fatturato nel 2019, domina i settori dei servizi pubblici locali di acqua, rifiuti, gas, energia, illuminazione pubblica in 330 Comuni, servendo 4,3 milioni di cittadini-clienti in Emilia-Romagna, Marche, Friuli Venezia-Giulia, Veneto, Toscana.
Con la nascita di Hera nel 2002, poi quotata in borsa nel 2003, la qualità dei servizi ambientali erogati è peggiorata, le tariffe dei servizi sono aumentate. La società è gestita sulla base di interessi prettamente economici e finanziari, facendo business sull’attività di incenerimento dei rifiuti.
Hera è un colosso utile ai Comuni enti soci, ai quali Hera fornisce cospicui dividendi necessari per le casse municipali (nel 2019 l’utile netto girato agli azionisti è stato di 385 milioni di euro).
Enzo Lattuca, sindaco del Comune di Cesena – uno degli undici membri del cda di Hera spa – ha indicato la dirigente d’azienda Monica Mondardini (nativa di Cesena) a rappresentare il Comune nel cda di Hera spa.
La nomina avverrà durante la prossima assemblea dei soci di Hera convocata per il 29 aprile 2020, avente come odg l’approvazione del bilancio 2019 e il rinnovo delle cariche (cda e collegio sindacale).
Monica Mondardini è donna di potere: attualmente a.d. di CIR cioè Compagnie Industriali Riunite della famiglia De Benedetti, ex a.d. della controllata GEDI gruppo editoriale; ex amministratore di Atlantia e Trevi Finanziaria Industriale spa. Ha anche avuto un ruolo fondamentale nella cessione di Cassa Risparmio Cesena a Credit Agricole Italia.
Non ha mai chiarito pubblicamente il suo ruolo nell’intera e controversa operazione di acquisizione da parte di Credit Agricole Italia della nostra storica banca locale, che ha subìto un crac micidiale cinque anni fa. Al momento è anche amministratore di Crédit Agricole S.A., la società che coordina le strategie del gruppo bancario francese.
Perché le poltrone nel cda di Hera spa sono molto ambite?
Il presidente esecutivo del cda di Hera (verrà riconfermato il bresciano Tomaso Tommasi di Vignano, che guida Hera fin dalla nascita nel 2002) si porta a casa 558.000 euro l’anno.
L’amministratore delegato (verrà riconfermato l’udinese Stefano Venier, in Hera dal 2004) ha emolumenti pari a 578.000 euro l’anno.
I restanti membri del cda (sono in totale undici) ricevono ogni anno 60.000 euro, di cui 40.000 per partecipare a una decina di sedute al massimo all’anno del cda, ciascuna durata in media 2 ore e 40 minuti. Un compenso pertanto da 25 euro al minuto. Dai, niente male.
La manager Monica Mondardini sostituisce Giorgia Gagliardi, come rappresentante del Comune di Cesena nel cda di Hera. E ieri Giorgia Gagliardi – indicata in Hera dall’ex sindaco Paolo Lucchi – è stata ringraziata dal neo sindaco Enzo Lattuca con una frase fatta, di circostanza, «per l’impegno e la professionalità dimostrati in questi anni».
Sarebbe interessante capire quale sia stato questo impegno: ha fatto ben due mandati, è stata in Hera per ben 6 anni (dal 2014 ad oggi) ma di lei non abbiamo alcun ricordo di interventi pubblici o di proposte-idee in merito ai servizi ambientali gestiti da Hera. Vuoto pneumatico di proposte pubbliche.
Giorgia Gagliardi è stata componente “invisibile” di Hera spa, Hera Servizi Energia srl, Hera Luce srl. È bene sapere che Giorgia Gagliardi (che appunto nel 2014 andò a sostituire nel cda l’iper politicizzato piddino Roberto Sacchetti, in cda di Hera dal 2002 al 2014, dipendente pubblico della Regione, ex Genio Civile, ora presidente di Start Romagna) venne indicata dall’ex sindaco del PD Paolo Lucchi – che ora è a.d. di Federcoop Romagna, struttura di riferimento di Legacoop Romagna per i servizi alle imprese – per mera appartenenza politica al PD, non per riconosciuta competenza. Giorgia Gagliardi era la fidanzata di Matteo Brighi, braccio destro dell’ex sindaco Paolo Lucchi.
Donna di partito dunque (l’egemone partito-azienda PD): prima consigliere comunale a Fusignano, poi consigliere provinciale a Ravenna, poi vicesindaco a Fusignano; ha svolto attività presso la Cooperativa Muratori & Cementisti – C.M.C. di Ravenna – della Lega delle Cooperative.
Il fidanzato di Giorgia Gagliardi è appunto Matteo Brighi, direttore di produzione del Consorzio di cooperative Formula Ambiente, della Lega delle Cooperative, uomo di fiducia dell’ex sindaco Paolo Lucchi. Matteo Brighi è consigliere del Comitato Amministrativo del Consorzio di Bonifica della Romagna su volontà dell’ex sindaco di Cesena Paolo Lucchi.
Collateralismo plateale, rapporto di reciproco fiancheggiamento fra mondo politico del PD e mondo imprenditoriale ed economico della Lega delle Cooperative.
Cosa volete di più dalla vita? Continuate a sostenere e a votare il PD. Vi meritate tutto questo.
Fonte
02/03/2018
Cremaschi bastona le Coop, orfane di Poletti
L’Alleanza delle cooperative, che unisce le tre principali centrali cooperative del paese ha presentato un documento per le elezioni. Io solo ho detto di non condividerlo, per i giudizi positivi lì contenuti su Buona scuola, flessibilità del lavoro e tanto altro. Inoltre ho detto quello che succede oggi davvero nel mondo del lavoro, in alternativa a tutti gli altri che han parlato solo di impresa e ai dirigenti Coop che ovviamente stavano con tutti gli altri... Mi sa che lì non ho guadagnato voti, ma ci ha guadagnato la verità.L'intervento di Giorgio Cremaschi ieri
Fonte
28/04/2017
Mafia Capitale. Quelli “di sopra” scaricano il “mondo di mezzo”
Le condanne tombali richiesta dalla requisitoria dei pm nel processo contro il network di Buzzi, Carminati etc. appaiono per un verso sproporzionate ai reati contestati, per un altro un tentativo di legittimazione sul piano penale di una ipotesi – quella dell’associazione mafiosa – che ha solo scalfito, e molto parzialmente, il sistema politico/criminale che imbriglia la vita economica e sociale della città.
La tesi sostenuta dai pm è che su Roma agiva una organizzazione di stampo mafioso che ha diretto, inquinato, determinato appalti e finanziamenti nell’area grigia del “terzo settore”, quello prosperato con la sistematica de/responsabilizzazione dei soggetti pubblici (Comune, Regione, governo) dalla gestione dei servizi sociali e con lo smantellamento dei sistemi di welfare.
Si è trattato di una associazione mafiosa che, a detta dei magistrati, a Roma non ha avuto bisogno della coercizione e della violenza caratteristica delle organizzazioni mafiose nel Meridione, perché l’humus su cui agiva (consiglieri comunali, assessori, dirigenti e funzionari) era “bendisposto” ad accettare tutte le proposte che gli venivano fatte, dovendo discutere solo sul “quanto” sarebbe spettato di competenza nella spartizione dei finanziamenti di ogni soggetto del sistema corruttivo. Insomma agitare, e solo agitare, l’intervento dello “spezzapollici” è stato spesso superfluo o più che sufficiente per produrre un sistema integrato che, tramite cooperative sociali, ha gestito i servizi di competenza del Comune di Roma su accoglienza migranti, campi rom, pulizia urbana, “esternalizzati” in nome del risparmio e dei tagli di bilancio.
E’ fin troppo evidente che quanto rivelato dall’inchiesta su Mafia Capitale non sia una “falla” del sistema ma la struttura “normale” del sistema stesso, quello che dagli anni Novanta in poi, tramite il boom del terzo settore, ha via via sostituito il welfare di competenza e responsabilità delle istituzioni pubbliche. Questo boom è stato la conseguenza pratica di una ideologia – la sussidiarietà alla rovescia – incubata dall’intreccio tra il mondo cattolico (democristiano) e quello delle cooperative “di sinistra” (ex Pci, poi Pd).
Dentro questa zona grigia, hanno prevalso o i grandi gruppi del mondo cooperativo (Lega Coop e Confcooperative) o le holding di cooperative sociali più spregiudicate che hanno via via “cannibalizzato” quelle più piccole. Il mondo di Buzzi è questo e non altro. Le sue connessioni politiche sono dentro questo magma a cavallo tra politici ex democristiani ed ex Pci dell’ultima generazione (i peggiori).
Diverse sono invece le connessioni politiche e affaristiche di Carminati. Un killer neofascista che ben rientra nella filiera degli “uomini neri” disponibili a fare il lavoro sporco ovunque gli venisse richiesto: dalle rapine agli omicidi, dal cecchinaggio nella guerra civile in Libano alle compartecipazione negli affari del “tesoretto nero” dei neofascisti italiani a Londra.
Quella di Carminati non è la zona grigia del terzo settore, ma la zona nera di connessione tra neofascisti e malavita emersa sistematicamente in decine di inchieste e fatti di cronaca nera che abbiamo ampiamente documentato anche sul nostro giornale.
Questa convergenza tra zona grigia e zona nera, tra il mondo di Buzzi e quello di Carminati può essere considerata una associazione mafiosa? Rispondere positivamente significa due cose diverse: accettare l’impianto accusatorio dei pm e quindi condanne tombali e accettare l’idea che questa sia solo una distorsione del sistema, dunque una sorta di capro espiatorio, una catarsi per liberare dalle metastasi un organismo che si vorrebbe sano, addirittura virtuoso.
Ma chi vive, indaga e conosce la vita economica e sociale di Roma sa benissimo che il “malaffare” strutturale non alligna nei bassifondi del “mondo di sotto” ma nei salotti del “mondo di sopra”, che non si incontra nei locali delle cooperative sociali ma nei ristoranti di lusso o nei circoli sportivi esclusivi.
Non è un caso che siano saltati i più modesti patti “della coda alla vaccinara” (sui rifiuti) o della “carbonara” (sulle cooperative sociali) realizzati da esponenti politici di centro-destra e centro-sinistra piuttosto che gli accordi multimilionari sulla cementificazione a Tor di Valle, sui Piani di Zona, sui Punti Verde Qualità, sulla Metro C. Nonostante su alcuni di questi ci siano inchieste della magistratura, non si è ancora approdato a nulla.
Al contrario l’enfasi su Mafia Capitale, che ha messo le mani sulle briciole, è servita più ai titoli di prima pagina che alle soluzioni sui mali di Roma.
Ma dobbiamo anche dirci che queste soluzioni non spettano, non possono e non devono spettare, alla magistratura né ai tecnici del Comune o del Ministero delle Finanze. Le soluzioni spettano alla politica, ad una visione generale dei problemi e delle soluzioni. Una visione di cui non si vede ancora traccia anche nell'attuale giunta comunale che pure ha vinto proprio annunciando una discontinuità con quelle precedenti.
Ma anche a Roma, l’accettazione quasi religiosa dei vincoli di bilancio e la primàzia degli interessi privati su ogni competenza pubblica, vede questa visione "politica" abdicare da troppo tempo, affidandosi in basso agli scherani di mafia capitale e in alto alle banche, alle cordate di prenditori, alle multinazionali. Tutti imputati che non abbiamo visto sul banco nel processo per Mafia Capitale.
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23/02/2017
La condanna di Berneschi e il sistema Carige
Berneschi ha avuto addirittura una condanna più gravi di quella richiesta dal Pm, che era di 6 anni, con una confisca dei beni per la cifra impressionante di 26 milioni.
Vale la pena interrogarsi a fondo su questo caso di malversazione per studiarne i meccanismi che risultano emblematici ed anticipatori di ciò che è accaduto in tante parti del settore bancario italiano.
Ancora una volta la Liguria potrebbe rappresentare un punto di osservazione fondamentale per esaminare questo tipo di fenomeni deteriori: a patto però che il mondo politico ne tragga le conseguenze necessarie e non accada come trent’anni fa di fronte al “caso Teardo” (1983) quando tutti cercarono di minimizzare (una macchia nera in un vestito bianco fu scritto) e, nonostante le condanne, si rinunciò in pratica ad esplorare un filone che avrebbe potuto portare con quindici anni di anticipo alla scoperta di una radicata Tangentopoli, come poi fu nel 1992 a partire dall’arresto di Mario Chiesa.
Ci era già capitato di scriverlo e lo confermiamo anche nell’attualità: quella della CARIGE è stata una situazione che sembra, per certi versi, più grave di quella – già recentemente esplosa clamorosamente – al Monte dei Paschi di Siena.
Una “questione morale” coperta da anni attraverso una strategia “del coinvolgimento di tutti” che ha portato a una distribuzione diseguale delle risorse, con il rischio adesso di confondere gli episodi più gravi con quelli secondari, al punto da non far capire a quanto ammonti il vero “buco” tra Banca e Fondazione: si parla di 934 milioni di euro di deficit per la sola Fondazione.
Era il ramo assicurazioni quello verso il quale erano dirottati i fondi e creato l’enorme deficit: una distrazione vera e propria di risorse che alla fine venivano orientate sui patrimoni personali dei protagonisti, come conferma la sentenza di primo grado di ieri.
Il “coinvolgimento di tutti” però garantiva briciole e silenzio generalizzato.
Tanto è vero che un patto di sindacato composto da Coop Liguria, Coopsette, Gavio e Bonsignore sosteneva Berneschi e il suo vice Alessandro Scajola.
S’interrogava tempo addietro Gad Lerner, in un suo articolo apparso su Repubblica e titolato significativamente “E la cupola dei banchieri svuotò la cassaforte di Genova”, sull’esistenza proprio di una “cupola degli affari” “garantita da un tacito patto territoriale fra Claudio Scajola, plenipotenziario del Ponente Ligure anche attraverso le reti delle Camere di Commercio, e il presidente di sinistra della Regione Claudio Burlando, senza dimenticare le necessità dell’arcivescovo, Bertone o Bagnasco che fosse” e pone su questo un punto interrogativo, cominciando a rispondersi con un: “troppo facile”, avanzando di seguito la teoria di una spartizione della fetta più grande della torta da parte di un gruppo di imprenditori raccolto attorno al “cerchio magico” di Berneschi.
Un intreccio, dunque, tra finanza cattolica, politica d’altro bordo, cooperative: il frutto di quella politica del “coinvolgimento di tutti” che aveva trasformato la Carige in una sorta di “camera di compensazione” nella gestione di un potere molto articolato, dal quale “la cupola” di Berneschi trovava il suo alimento.
In una regione come la Liguria nella quale fra l’altro il livello di infiltrazione mafiosa nell’economia reale è sempre stato giudicato molto alto e, negli ultimi tempi, in sicura crescita.
Fin qui, però, si è soltanto tentato di descrivere un meccanismo.
Se si procede nell’analisi in maniera più approfondita è il caso di vedere come stanno sul serio le questioni dell’economia di Genova e della Liguria.
Esaurita la fase dello scambio tra aree ex-industriali e speculazione edilizia che aveva caratterizzato proprio il primo grande scandalo di “Tangentopoli” è terminato anche, con una serie impressionante di incompiute, il periodo della costruzione delle grandi infrastrutture destinate a cambiare il volto della Città e della Regione – dalla Gronda, al Terzo Valico al raddoppio della Ferrovia tra Finale e Andora – tutti fallimenti della gestione Burlando (presidente della Regione dal 2005 al 2015) che, nel frattempo, non ha saputo far altro che riempire di cemento i porticcioli, a Ponente come a Levante.
Quella dei porti turistici è stata una politica emblematizzata dal clamoroso fallimento della società che avrebbe dovuto completare il porto di Imperia.
Intanto il territorio restava devastato, senza alcuna salvaguardia e l’elenco delle alluvioni che nel corso di questi anni hanno causato disastri immani a causa dell’incuria, è lungo un chilometro: Genova città, Cinqueterre, estremo Ponente ed estremo Levante.
Così come, dalla vicenda Tirreno Power di Vado Ligure, all’area di Cornigliano il rapporto tra lavoro e ambiente ha continuato a presentare risvolti del tutto drammatici, la bonifica delle aree di ACNA e Stoppani rimane tutta da verificare e, via via tutti i settori produttivi sono andati in crisi: dalla Piaggio alla durissima lotta per mantenere in piedi Fincantieri a Sestri Ponente. Anche il famoso high-tech mostra la corda: esuberi in Esaote (e ci sono già stati scioperi), Ericsson appena insediata nella sede degli Erzelli ha cominciato a licenziare e per quel che riguarda Ansaldo, Finmeccanica pare coltivare sempre al di là delle apparenze progetti di dismissione. La vicenda Ferrania appare, invece, ormai lontana dai radar del potere, la Bombardier appare in crisi di commesse per carenze tecnologiche.
Savona è stata valutata “area di crisi complessa” ma non c’è traccia del decreto relativo.
Un quadro che sembra eufemistico giudicare “difficile” in una Genova e in una Liguria dal tasso di anzianità molto alto e afflitta da una fortissima disoccupazione.
Nessuno, a Genova come a Savona e nel resto dell’area centrale ha investito su di un’inversione di rotta e sull’intervento nelle attività produttive. I forzieri della grassa borghesia già mercantile e commerciale ormai composta soltanto da rentier sono rimasti ricolmi di denaro.
Il massimo ente bancario della Regione (non dimentichiamo che si trova nella sua orbita anche la Cassa di Risparmio di Savona) ha sviluppato, in una maniera molto particolare (come conferma la sentenza di cui ci stiamo occupando) il meccanismo dilagante della più negativa finanziarizzazione dell’economia.
Si è distrutta l’industria, terziarizzato il territorio (devastandolo), coperto di cemento ogni spazio disponibile, lasciata via libera ai grandi inquinatori (prima fra tutte Sorgenia di De Benedetti) in un intreccio perverso che oggi sta venendo clamorosamente a galla.
Una regione privata di identità, ridotta a un ruolo del tutto marginale sul piano politico, economico, sociale, che sicuramente il centro destra oggi al potere non sta affrontando se non per la parte che può riguardare l’immagine dei propri esponenti.
Certo: ci sono gli affari personali di Berneschi, ma le responsabilità politiche come potranno essere accertate e colpite?
Una regione di pensionati e di giovani disoccupati nella quale il potere, politico ed economica, sembra proprio essere stato ristretto all’interno di una convivenza all’interno del vertice di una Banca, attraverso la quale si elargivano elemosine a tutti e si tratteneva per pochi grandi fortune.
Una triste storia per quella che fu uno dei vertici del “triangolo industriale”, punto di riferimento dello sviluppo economico, industriale, sociale, politico nel periodo della grande fatica della ricostruzione dalle macerie della guerra.
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29/12/2016
Krumiri col voucher, il drammatico balzo all’indietro
“Caso tutto particolare di uso dei voucher è avvenuto invece nei giorni scorsi a Modena. Qui la catena Flunch GrandEmilia ha deciso di chiudere il punto vendita modenese licenziando 34 persone. Durante uno sciopero a sorpresa giovedì scorso i dipendenti che hanno protestato sono stati sostituiti, denunciano Cgil, Cisl e Uil, con lavoratori pagati a voucher. "Stiamo verificando se ci sono gli estremi per una denuncia", avvertono i sindacati. Ma la protesta ha avuto anche un seguito sgradevole. "Il giorno dopo i lavoratori che hanno scioperato hanno trovato cartelli con minacce e offese attaccate ai marcatempo – raccontano le tre sigle – Con frasi chiaramente intimidatorie".”
Quando si parla e si scrive di “ritorno all’indietro” nel mondo del lavoro e nel campo dei diritti dei lavoratori non ci si muove per sentito dire o per un pessimismo da “gufi”.
Questa notizia, che viene da Modena cuore di quella che fu l’Emilia Rossa (“Ceti medi ed Emilia Rossa: una delle più acute analisi togliattiane), una regione dove – attraverso le Coop – ancora oggi il PD trae il massimo sostentamento economico e in termini di influenza politica e voti, rappresenta la testimonianza tangibile e concreta, vissuta sulla pelle dalle lavoratrici e dai lavoratori nel disprezzo dei loro diritti e della loro dignità.
Sembra di ripiombare in pieno ‘800, quando ai primi scioperi i padroni delle ferriere chiamavano i crumiri per sostituire gli scioperanti: crumiri che erano reclutati tra i disoccupati e portati in blocco sul luogo dello sciopero.
Il classico meccanismo dell’esercito di riserva che si punta sempre a rinnovare nella logica dello sfruttamento indiscriminato.
Stiamo tornando a quel punto, con la differenza che al tempo le organizzazione operaie si stavano costruendo, oggi invece si stanno pericolosamente sfaldando sia sul piano sindacale sia su quello politico.
L’esempio di Modena è lampante: CGIL,CISL, UIL si prendono il tempo di “valutare la possibilità di una denuncia” invece di proclamare subito lo sciopero generale almeno per tutta la Provincia.
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21/12/2016
Caso Poletti, bufera sul figlio: vive grazie ai contributi per l’editoria
Tutto secondo il più antico codice della Prima e della Seconda Repubblica... Questi sarebbero i "rottamatori" degli antichi vizi italici... Questi sono gli eroici fustigatori dei "nostalgici del posto fisso" che fanno mettere le cazzatine di Checco Zalone come colonna sonora dei loro vertici di partito...
Dopo le parole sui giovani scoppia una nuova polemica intorno al ministro del Lavoro. I social accusano: in tre anni il giornale diretto da Manuel Poletti ha ricevuto 500 mila euro di fondi pubblici.
Il ministro del Lavoro è ancora nell'occhio del ciclone per le sue frasi sui giovani, «Conosco gente che è bene non avere tra i piedi». Ma la polemica anziché affievolirsi è aumentata soprattutto alla luce della vita lavorativa del figlio Manuel (leggi che lavoro fanno gli altri figli dei ministri).
190 MILA EURO DI FONDI NEL 2015. Il primogenito del ministro, 42 anni, dirige il Sette Sere Qui, un settimanale che copre i territori di Faenza, Lugo, Ravenna e Cervia. L'editore è una delle tante coop dell'Emilia, la Cooperativa giornalisti "Media Romagna" che ha dieci soci e Manuel Poletti nel ruolo di presidente. La polemica, che ha trovato una cassa di risonanza sui social, deriva dal fatto che nel 2015 il giornale diretto dal giovane Poletti ha ottenuto 190 mila euro di soldi pubblici grazie ai finanziamenti per l'editoria.
In tre anni il periodico ha intascato 521.598 euro di aiuti pubblici. Come il padre anche Manuel ha costruito la sua carriera all'interno di Legacoop Romagna. Il padre prima di entrare nel governo Renzi era il presidente nazionale dell'organizzazione. Come evidenziato da Italia Oggi, Manuel Poletti oggi guida anche il network Treseiuno sostenuto da un'associazione di imprese nei settori della comunicazione e dell'informatica.
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10/06/2016
Servizi pro-rifugiati a Messina. La grande abbuffata
Messina, una città che sa affaire accoglienza
Con la sapiente regia dell’amministrazione comunale di Messina, sindaco il pacifista e nonviolento Renato Accorinti, gli attori economici e sociali più diversi si sono uniti per implementare un ambizioso e costosissimo programma di accoglienza “diffusa” dei richiedenti e dei titolari di protezione internazionale e umanitaria. Il 30 maggio scorso, il ministro degli Interni Angelino Alfano ha firmato il decreto di finanziamento per il biennio 2016-2017 dei progetti presentati dagli enti locali per la realizzazione dei servizi Sprar a favore dei richiedenti asilo e rifugiati. Al 5° posto in graduatoria nazionale per gli interventi di accoglienza integrata di persone con necessità di assistenza sanitaria, sociale e domiciliare, specialistica e/o prolungata, c’è il progetto presentato dal Comune di Messina e dai suoi partner operativi. Alla città dello Stretto, il ministero ha assegnato risorse finanziarie pari a 947.715,18 euro per l’anno 2016 e 1.616.430,10 euro per il 2017 che consentiranno di ospitare 71 rifugiati (15 persone singole di sesso maschile, 15 di sesso femminile e 41 membri di nuclei familiari monoparentali). L’ente locale contribuirà alle spese con appena il 5% del costo totale del programma, grazie alla valorizzazione monetaria della collaborazione di alcuni funzionari e dipendenti comunali. Grazie al decreto Alfano, l’accoglienza e le retribuzioni del personale possono essere coperti già a partire del 1° giugno 2016.
“I servizi offerti dal progetto si rivolgono a soggetti vulnerabili (donne sole e con bambini, vittime di tratta, di torture, anziani, persone con disabilità) e assicurano, oltre all’accoglienza materiale, mediazione linguistica e culturale, orientamento e accesso ai servizi territoriali, formazione e riqualificazione professionale, accompagnamento all’inserimento lavorativo, abitativo e sociale, alla tutela legale e psico-socio-sanitaria”, spiega l’assessora comunale ai servizi sociali, Antonina Santisi, dirigente psicologa e responsabile dell’Unità operativa formazione dell’Azienda sanitaria provinciale ASP di Messina. “La particolare soddisfazione dell’Amministrazione sta nell’aver condiviso con il terzo settore un’intensa attività di coprogettazione e nell’aver dimostrato che si lavora anche oltre l’emergenza. L’impegno del Comune in tema di migranti, non è riconoscibile solo nella gestione dell’emergenza sbarchi, ma anche nella promozione e sviluppo di un sistema di accoglienza diffusa e di interventi centrati sull’esercizio dei diritti di cittadinanza dei migranti, attraverso processi reali di inclusione”.
Il Comune di Messina ha concorso al bando indetto il 7 ottobre 2015 dal Ministero dell’Interno, previa una determinazione dirigenziale del successivo 14 dicembre che approvava l’avviso pubblico di manifestazione d’interesse per la selezione dei partner per la coprogettazione, l’organizzazione e la gestione dei servizi d’accoglienza, a cui seguì una seconda determina del 23 dicembre che differiva il termine di scadenza per la presentazione dei progetti al 12 gennaio 2016. Requisito chiave per partecipare al bando del Comune, il “possesso di esperienza pluriennale e consecutiva nella presa in carico di richiedenti/titolari di protezione internazionale, comprovata da attività e servizi in essere al momento della presentazione di richiesta di adesione”. Da quanto si evince dal testo della delibera n. 74 della Giunta comunale dell’11 febbraio 2016, il servizio di coprogettazione “è stato aggiudicato congiuntamente con determina dirigenziale n. 21 nella giornata dell’11 febbraio 2015 (certamente un refuso) alle cooperative sociali “Progetti Alternativi Pro Alter 2000” e “Santa Maria della Strada” di Messina e “Senis Hospes” di Senise (Potenza)”. Nella stessa seduta, la Giunta approvava all’unanimità il testo del progetto predisposto dal personale dell’assessorato ai servizi sociali e delle cooperative aggiudicatarie e nominava responsabile del programma presso l’ente locale il dirigente pro-tempore del Dipartimento delle politiche sociali, Domenico Zaccone e, in qualità di “referente per la proposta progettuale”, il funzionario comunale Giuseppe Di Leo.
“Il progetto conterà su un’articolata rete territoriale di riferimento”, si legge nel testo approvato e finanziato. Grazie a specifici protocolli d’intesa, sono numerosi e diversissimi per funzioni e mission, i soggetti che hanno formalizzato la loro adesione al programma Sprar. L’elenco comprende la Caritas Diocesana di Messina; l’associazione “Terra di Gesù” (presieduta dal cardiologo Francesco Certo); il CPIA – Centro Permanente Istruzione Adulti; l’Istituto di Istruzione Superiore “Antonello da Messina”; l’associazione “Altro Domani” di Francavilla di Sicilia (aderente al Consorzio Sol.Co. - Rete di imprese sociali siciliane, rappresentante legale Giuseppe Silvestro, educatore professionale e coordinatore del Centro per minori stranieri non accompagnati “Casa Ahmed” di Messina, mentre la moglie Annalisa Pino è responsabile dell’area psicologica dell’associazione, nonché psicologa presso lo stesso centro per minori); la Società cooperativa sociale “Vivere” di Messina; l’associazione di solidarietà familiare “Evaluna” (rappresentante legale Concetta Restuccia); l’associazione “Penelope” (presidente Giuseppe Bucalo, noto rappresentante dell’Antipsichiatria italiana); la Confesercenti provinciale di Messina (presidente Alberto Palella); l’associazione ANOLF Cisl (copresidenti Carlo Mastroeni e Yussef Zahar); l’Associazione nazionale agenti e mediatori d’affari A.N.A.M.A. (presidente Paolo Bellini, già consigliere d’amministrazione della Pirelli Real Estate, oggi presidente del Gruppo Bellini Srl di Rovigo, strategic advisor del Gruppo Gabetti Property Solutions, consulente Real Estate per SKY TV – Gruppo Murdoch e presidente onorario di Italian Russian Association; coordinatore locale Sergio Squillacioti); Legacoop Messina (presidente Maria Debora Colicchia, psicologa presso la cooperativa “Azione sociale”); i Giovani Musulmani di Barcellona Pozzo di Gotto; il Circolo Arci “Thomas Sankara” (presidente Patrizia Maiorana); il Laboratorio Psicoanalitico “Vicolo Cicala” (presidente Diletta La Torre, professoressa associata di Psichiatria nell’Università degli Studi di Messina e dirigente medico presso la UOC di Psichiatria del Policlinico Universitario).
Certe buone pratiche della solidarietà peloritana
Diversi se non contrastanti i profili e i curricula delle cooperative sociali chiamate a organizzare e gestire i servizi del nuovo Sprar di Messina. “Pro Alter 2000 è una cooperativa sociale a scopo plurimo costituita nel rispetto dell’art. 1 della legge 381/91, nata grazie anche al sostegno dell’associazione per la promozione della salute mentale Pegaso Onlus”, si legge nel sito internet istituzionale, ancora in costruzione. “La cooperativa intende svolgere servizi alla persona e agevolare l’inserimento lavorativo dei soci svantaggiati nei settori economici, con particolare riguardo alle nuove tecnologie informatiche (inserimento dati per le pubbliche amministrazioni, siti e pagine web, ecc.), traduzione di testi in lingua inglese e francese, servizi di manutenzione, di pulizia e factoring, gestione di spiagge attrezzate, aree verdi, servizi di animazione sociale, accompagnamento al lavoro, sportelli informativi, avvio d’impresa, ecc.”. Nessuna informazione viene resa sulle esperienze pregresse della cooperativa. In tema accoglienza migranti pare che “Pro Alter 2000” stia operando attualmente in Calabria; è certo invece che essa ricopre il ruolo di ente gestore dello Sprar di Montalbano Elicona (22 richiedenti asilo) e di quello di Villa Lina, Messina (15 posti assegnati più 6 aggiuntivi, costo complessivo 965.000 euro per il triennio 2014-16). Quando due anni fa gli amministratori peloritani scelsero la coop per la coprogettazione, l’organizzazione e la gestione del programma di accoglienza integrata in un ex asilo di proprietà comunale a Villa Lina, fu espressa più di una critica da parte degli oppositori in consiglio comunale. “L’amministrazione si premurò di bandire la ricerca di un partner sette giorni il termine di scadenza del bando del Ministero”, denunciò il capogruppo del Pdl, Giuseppe Trischitta. “Si presentò un solo concorrente, la cooperativa sociale Pro Alter 2000, presieduta dalla dott.ssa Stefania Flavia Cucinotta e la commissione giudicatrice venne nominata un’ora prima dell’apertura delle buste”. In verità, gli operatori hanno svolto sino ad oggi il proprio lavoro con efficienza e devozione, nonostante i gravi ritardi del Comune nella devoluzione delle risorse finanziarie già versate dal Ministero, ritardi “giustificati” dalla non approvazione dei bilanci annuali dell’ente locale.
Di dichiarata matrice cattolica la seconda cooperativa sociale messinese chiamata a co-gestire il programma di accoglienza richiedenti asilo. “Santa Maria della Strada” ha sede a Galati S. Anna (Messina) ed è rappresentata legalmente da padre Francesco Pati, responsabile diocesano dei centri di accoglienza, mentre il responsabile operativo del progetto Sprar è Salvatore Gulletta. Costituita nel 1991, dal maggio 1997 la coop è iscritta al Registro regionale delle organizzazioni di volontariato e aderisce al C.N.C.A. (Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza). Nonostante abbia prestato e presti servizi di assistenza e reinserimento a favore di migranti in stato di disagio, “Santa Maria della Strada” non vanta un’esperienza diretta nel campo dell’accoglienza integrata di richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale. Solo nel biennio 2010-11, in partnership con le associazioni di volontariato “Una Famiglia per Amico” e “AllPeople Onlus”, le cooperative sociali “Azione Sociale”, “Nuova Presenza” e “Lilium”, il Circolo Arci “Thomas Sankara” e il Consorzio sociale “Sol. Calatino”, ha partecipato alla gestione del progetto di pronta accoglienza dei minori stranieri non accompagnati che l’Amministrazione comunale di Messina ebbe finanziato dal Ministero del Lavoro e Politiche Sociali (importo 388.880 euro).
Di contro, con l’apporto finanziario e collaborativo della Caritas Diocesana di Messina, delle Suore Francescane dei Poveri e delle Suore Cappuccine del Sacro Cuore, la cooperativa “Santa Maria della Strada” coordina nel messinese diversi progetti individualizzati e di habitat sociale per soggetti con grave disabilità psichica e gestisce due comunità alloggio per minori (nell’isola di Panarea e a Roccalumera), una casa per anziani (sempre a Roccalumera), due strutture per adulti sottoposti a misure alternative al carcere (a Mili Superiore e Graniti), una casa di prima accoglienza notturna per persone in stato di povertà estrema e senza dimora e immigrati (Messina), un centro di accoglienza per gestanti, ragazze madri e donne in difficoltà (Giampilieri Marina), il centro diurno – help center presso la Stazione Centrale di Messina che accoglie persone in condizioni di disagio.
Alla cooperativa di padre Pati e alla Caritas, il Comune di Messina ha affidato la gestione di un dormitorio destinato alle persone senza dimora, con una ventina posti letto (la “Casa di Vincenzo”), istituito nei locali degli ex Magazzini Generali con delibera della Giunta municipale del 3 dicembre 2013 e la spesa di circa 23.000 euro per i lavori di ristrutturazione. Inaugurata nel febbraio 2014, la “Casa di Vincenzo” è stata chiusa nel novembre 2015 a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie in cui versava e da allora, nonostante gli impegni più volte assunti dal sindaco Accorinti e dall’assessora Santisi, non è stata più riaperta. Per la cronaca, l’uso dei locali degli ex Magazzini Generali era stato offerto dal Comune alle autorità di pubblica sicurezza e alla Prefettura di Messina per le operazioni post-sbarco dei migranti in occasione di uno specifico tavolo tecnico tenutosi il 21 gennaio 2015 (presenti l’assessore-ingegnere all’urbanistica Sergio De Cola e il dirigente tecnico del Comune, Antonio Cardia). Fortunatamente le autorità governative respinsero la proposta per “l’impossibilità da parte delle forze dell’ordine di garantire la sicurezza durante gli eventuali spostamenti al di fuori dell’area portuale”.
La malaccoglienza in salsa lucana
Ben più blasonata nel settore migranti è invece la cooperativa “Senis Hospes” di Potenza, rappresentata per il nuovo progetto Sprar a Messina da Andreana Ninotta, al contempo addetta alla segreteria di “Casa Ahmed”, la struttura ad “alta specializzazione” per l’accoglienza di minori stranieri non accompagnati autorizzata con decreto della regione Siciliana n. 3064 del 26 novembre 2015. Iscritta alla Camera di Commercio dal 2008 come cooperativa “senza fini di lucro” per l’inserimento sociale di chiunque si trovi in stato di bisogno, “Senis Hospes” offre attualmente ospitalità a oltre 6.000 migranti in qualità di gestore o co-gestore di Centri accoglienza per richiedenti asilo – CARA (come quelli di Manfredonia, Foggia per 670 posti e Mineo, Catania, la struttura più grande d’Europa, con 3.500-4.000 profughi), Centri di prima accoglienza CPA (Bisceglie, Sogliano Cavour e Taranto in Puglia; Petacciato, Campobasso e Nettuno e Santa Fumia in provincia di Roma) e una decina di strutture Sprar sparse in tutto il territorio nazionale.
Le strutture organizzative e il personale di “Senis Hospes operano in strettissima relazione con il gruppo La Cascina, vera e propria holding in Italia nel settore della ristorazione, della fornitura pasti a enti pubblici e privati e della gestione di mense scolastiche, universitarie e ospedaliere, sotto il ferreo controllo di Comunione e Liberazione. Camillo Aceto, ad esempio, amministratore delegato di “Senis Hospes” è stato sino a qualche tempo fa – contestualmente - vicepresidente della Cascina. A Messina sia La Cascina che la cooperativa potentina sono rappresentate dall’imprenditore Benedetto Bonaffini, interlocutore di fiducia della Prefettura e dell’amministrazione comunale per l’accoglienza di migranti e minori stranieri non accompagnati, già co-titolare della società di ristorazione Zilch Spa e - sempre in Sicilia - di alcuni esercizi in franchising delle catene Spizzico e Burgher King (gruppo Autogrill-Benetton). Bonaffini è pure membro della Giunta direttiva della Federazione italiana esercenti pubblici e turistici (Fiept) ed ha ricoperto sino a qualche tempo fa l’incarico di presidente di Confesercenti Messina. A Bari, invece, “Senis Hospes” condivide la sede amministrativa con la cooperativa “Solidarietà e Lavoro” del gruppo La Cascina.
La cooperativa sociale di Senise ha sottoscritto inoltre con la “Tre Fontane” (altra società del gruppo La Cascina) le convenzioni per la gestione a Roma di una quindicina di strutture per migranti e - sempre in raggruppamento temporaneo con “Tre Fontane” - è in gara per ottenere le 26 strutture d’accoglienza messe a bando dalla Prefettura capitolina. Qualche settimana fa, “Tre Fontane” e “Senis Hospes” si sono aggiudicate anche il 2° lotto della gara per ospitare 500 richiedenti asilo in alcune ex caserme dell’esercito tra Prandina e Bagnoli (Padova), ma la gara è stata annullata dalla Prefettura dopo un ricorso di alcune cooperative escluse. Le due coop sono in corsa anche per accaparrarsi alcuni grandi centri d’accoglienza in Sardegna, come ad esempio a Sassari, dove hanno ottenuto il secondo posto in graduatoria per l’ospitalità di 1.650 persone. “Senis” ha fatto ancora meglio a Quartu Sant’Elena, dove in Ati con “Domus Caritatis Soc. Coop. Sociale” di Roma ha ottenuto l’affidamento di una struttura per 60 ospiti. Il duo “Senis-Domus Caritatis” potrebbe pure ottenere in gestione l’ex convento delle suore di Maria Bambina a Onè di Fonte, piccolo comune del trevigiano con duemila abitanti, per “accogliere” 228 migranti.
“Senis Hospes” ha piantato da tempo profonde radici pure a Messina per attingere al multimilionario business dei richiedenti asilo. In associazione temporanea con “Cascina Global Service” (gruppo La Cascina) e Consorzio Sol.Co., la coop sociale ha avuto il merito di inaugurare e gestire per lungo tempo le due strutture-lager istituite in città dalla Prefettura dall’autunno 2013, la famigerata tendopoli di contrada Conca d’oro, Annunziata (all’interno di un centro sportivo dell’Università degli studi) e l’ex caserma “Gasparro” di Bisconte, abilitate a “ospitare” complessivamente sino a 420 persone.
Sulla base dei dati forniti dalla stessa Prefettura, è stato possibile quantificare nel biennio 2013-2014, il trasferimento a favore di Senis Hospes, Cascina e Sol.Co., di risorse finanziarie statali per 2.654.633,19 euro. La malaccoglienza nella tendopoli dell’Annunziata e nell’ex caserma “Gasparro” di Senis & socie è proseguita sino al maggio 2015; da allora la gestione dei due centri di “primissima accoglienza” è stata affidata alle semisconosciute cooperative “Arca” e “Medical” di Trapani che hanno presentato un’offerta più vantaggiosa di 23,98 euro al giorno per migrante. Al bando 2016, “Senis Hospes” si è presentata in associazione con la romana “Domus Caritatis”. L’esito della gara è atteso da un momento all’altro; chi vincerà si troverà in mano l’ultimo “regalo” sicuritario del governo Renzi-Alfano: la promozione di Bisconte a centro hub dove potranno essere stipati per periodi medio-lunghi più di un migliaio di “ospiti” e, sempre più probabilmente, a vero e proprio hotspot Frontex/Ue per le identificazioni forzate, lo screening e le deportazioni-espulsioni dei migranti e richiedenti asilo indesiderati.
Dal novembre 2014, inoltre, grazie ad una convenzione emergenziale stipulata con la Prefettura prima, con il Comune un anno dopo, “Senis Hospes” opera come ente gestore del Centro per la prima accoglienza dei minori stranieri non accompagnati “Casa Ahmed”, realizzato nei locali dell’ex Ipab – Fondazione Conservatori Riuniti di Messina e autorizzato conta legem ad assistere contemporaneamente oltre 200 adolescenti.
Da Bari a Mineo, gli affari sospetti degli specialisti dell’asilo negato
Purtroppo, né la Prefettura né gli amministratori locali hanno mai provato imbarazzo ad affidare la gestione di buona parte del business accoglienza ad entità o soggetti finiti più di una volta nelle cronache giudiziarie. Camillo Aceto che in qualità di presidente di “Senis Hospes” ha firmato il 26 novembre 2015 la nuova convenzione di “Casa Ahmed” con il Comune di Messina è stato raggiunto un paio di mesi fa da un avviso di garanzia emesso dalla Procura della repubblica di Bari che gli contesta il reato di frode in pubbliche forniture, insieme ad altri tre noti imprenditori dell’accoglienza, relativamente alla gestione di uno dei centri semidetentivi più tristemente noti in Italia, il CARA di Bari Palese. Secondo gli inquirenti, i responsabili dell’ente gestore che per tre anni si è occupato del centro (la cooperativa “Auxilium” di Senise), avrebbero fatto lievitare a dismisura i costi dei servizi prestati. Con Aceto, ex componente del consiglio di amministrazione di “Auxilium”, risultano indagati i fratelli Pietro e Angelo Chiorazzo, responsabili della coop potentina e l’ex amministratore delegato della Cascina Global Service, Salvatore Menolascina (già arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mafia capitale della procura di Roma).
L’odierno presidente di “Senis Hospes” venne pure arrestato nell’aprile 2003 a Bari con quattro dirigenti de La Cascina e tre fornitori della cooperativa, nell’ambito di un’inchiesta sulla fornitura pasti alle mense ospedaliere e scolastiche. “Dal 1999 La Cascina avrebbe somministrato a scuole ed ospedali baresi cibi scaduti, putrefatti o con alta carica batterica”, si legge nell’ordinanza dei magistrati pugliesi. “Spesso i cibi sono stati stoccati e manipolati in locali e con attrezzature prive dei minimi requisiti di igiene (…) approfittando di circostanze di persona (malati in età infantile ricoverati negli ospedali) tali da ostacolare la privata difesa”. Il processo si concluse nel settembre del 2010 con 17 condanne e il risarcimento per danni morali e materiali al Comune di Bari, all’Asl e ad alcune associazioni di consumatori. “Le pene più alte (due anni e mezzo di reclusione) sono state inflitte a Salvatore Menolascina ed Emilio Roussier Fusco, all’epoca dei fatti amministratore di fatto e responsabile commerciale della sede di Bari della Cascina”, riporta la Gazzetta del Mezzogiorno del 21 settembre 2010. “A due anni e tre mesi sono stati condannati i dirigenti della Cascina Gabriele Scotti e Ivan Perrone e a un anno e sei mesi Luigi Grimaldi e Camillo Aceto, all’epoca vicepresidente della Cascina e responsabile dell’ufficio amministrativo della società”.
Nell’ordinanza di custodia cautelare Mafia Capitale Bis emessa dagli inquirenti romani nel giugno 2015, la Cascina Global Service viene citata ben 167 volte. Le indagini hanno condotto all’arresto di quattro suoi manager: l’amministratore delegato Salvatore Menolascina; il vicepresidente Francesco Ferrara; Carmelo Parabita, componente del consiglio d’amministrazione del gruppo; l’ad della cooperativa “La Cascina” Domenico Cammisa. Secondo il Gip, i quattro dirigenti avrebbero commesso “plurimi episodi di corruzione e di turbativa d’asta spalmati nell’arco di tre anni, dal 2011 al 2014, e ciò rivela una spiccata attitudine a delinquere”. Al processo con rito abbreviato, il 7 gennaio 2016, il Gup di Roma Allessandra Boffi ha accettato la richiesta di patteggiamento degli imputati e gli ex dirigenti de La Cascina, Ferrara, Commisa, Menolascina e Parabita, sono stati condannati per corruzione a pene che vanno dai due anni e otto mesi ai due anni e sei mesi. Nell’inchiesta sono stati accertati in particolare i rapporti intessuti dai manager con Luca Odevaine, membro del Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale e membro di tutte le commissioni che a partire dal 2011 hanno aggiudicato gli appalti del CARA di Mineo. “Con la Cascina, Odevaine ha un solido e antico legame di natura illecita”, scrivono gli inquirenti, ipotizzando l’elargizione a favore del potente consulente di un premio mensile di 10.000 euro, poi aumentato a 20.000, per i presunti favori resi anche in vista dell’affidamento della gestione del megacentro del calatino nella primavera 2014.
La gara con un importo a base d’asta di 96.907.500 euro fu affidata (con un ribasso di appena l’1%) dal consorzio dei comuni prossimi al CARA di Mineo denominato “Calatino Terra d’accoglienza” all’associazione temporanea d’imprese con capogruppo la “Casa della Solidarietà” (titolare del 15,3% del valore contrattuale), più la cooperativa “Sisifo” di Legacoop (11,2%), il consorzio Sol.Calatino di Caltagirone (15,3%), “Senis Hospes” (10,2%), La Cascina Global Service (33,27%), il comitato provinciale della Croce Rossa di Catania (5,9%) e la società di costruzioni “Pizzarotti” di Parma (9%), proprietaria del residence realizzato per i militari Usa di Sigonella e poi convertito in centro d’accoglienza. “Il bando per la gestione del CARA di Mineo ha alterato la fisionomia dell’accordo pubblicistico delineato dall’art. 15 della Legge n. 241/1990”, ha denunciato in una relazione la Corte dei Conti. Ancora più duro il giudizio dell’Associazione nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone. “A Mineo sono stati violati i principi di concorrenza, proporzionalità, trasparenza, imparzialità ed economicità”, scrive Cantone. “I contenuti degli accordi corruttivi sono dimostrati in maniera incontrovertibile da una pluralità di intercettazioni ambientali, che hanno consentito, da un lato, di registrare incontri diretti tra Odevaine e gli esponenti del gruppo La Cascina, nel corso dei quali sono stati concordati i dettagli dell’accordo corruttivo, la consegna di somme di denaro in esecuzione degli accordi, l’alterazione della gara in corso per favorirne l’aggiudicazione al raggruppamento al quale partecipavano imprese de La Cascina”.
Sulle più che sospette modalità di scelta dei soggetti affidatari della gestione del CARA di Mineo, la Procura della repubblica di Caltagirone ha avviato un’inchiesta che nel maggio 2015 ha condotto all’emissione di dodici avvisi di garanzia per i reati di abuso d’ufficio, turbativa d’asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. Nove degli indagati ricoprivano al tempo la carica di sindaci dei comuni aderenti al Consorzio “Calatino Terra di accoglienza”, mentre i restanti tre erano i componenti della commissione di gara (tra essi l’immancabile Luca Odevaine).
“Un appalto così mastodontico quale quello in questione doveva essere suddiviso in plurimi lotti funzionali, appalti diversi per la ristorazione, l’assistenza sanitaria e così via”, ha spiegato ai membri della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema d’accoglienza, il Procuratore capo presso il Tribunale di Caltagione, Giuseppe Verzera. “Questo avrebbe determinato la possibilità di importi a base d’asta accessibili a più società e quindi stimolato e favorito la concorrenza, una gestione più oculata e più settoriale, dei ribassi più accentuati e un risparmio da parte dello Stato non indifferente. In questo modo, si è affidato ad personam l’appalto a quell’unica associazione temporanea di imprese che aveva i requisiti, perché appunto ad un appalto di importo così astronomico non poteva partecipare nessuno”.
Benvenuti al banchetto Sprar dello Stretto
Non si può certo dire che non abbiano fatto un buon lavoro i coprogettisti dell’assessorato ai servizi sociali del Comune di Messina e delle tre cooperative sociali che gestiranno da qui alla fine del 2017 il nuovo Sprar finanziato dal Ministero. Hanno conseguito infatti un lusinghiero punteggio di valutazione del progetto e il considerevole finanziamento di 2.564.145,18 euro, corrispondente a una spesa giornaliera per ognuno dei 71 ospiti “vulnerabili” di 62,37 euro. “In tutte le strutture vi sarà la stessa mobilità di erogazione del contributo vitto (4 euro prodieprocapite), del pocket money (1,5 euro) e del vestiario (50 euro procapite ogni bimestre), e dei prodotti per l’igiene della casa e personale”, si legge nel progetto. “Farà eccezione, per il vitto, solo la struttura collettiva dove risiederanno nuclei monoparentali, di cui, in una prima fase dell’accoglienza, se ritenuto funzionale, il cibo verrà preparato insieme agli operatori seguendo la tabella dietetica visitata dall’Asl e concordato con l’utenza”. Il contributo vitto e il pocket money verranno decurtati del 20% per famiglie con più di due componenti, mentre sono previsti acquisti straordinari di vestiario e/o calzature in particolari circostanze (battesimi, matrimoni, ricoveri, attività sportive e/o scolastiche). All’arrivo, saranno distribuiti ad ogni richiedente asilo il doppio cambio di lenzuola, federe e asciugamani, due coperte e un kit di automedicazione, articoli per bambini (lettini, seggioloni, passeggini, ecc.).
Il progetto Sprar si avvarrà di specifiche attività di mediazione linguistico-culturale realizzate da mediatori interni all’equipe e “mediante accodi stipulati con soggetti partners degli enti attuatori” (costo annuale del servizio 12.053 euro). Due i soggetti indicati nel testo approvato dal Ministero: il Circolo Arci “Thomas Sankara” (il cognome dell’illustre rivoluzionario del Burkina Faso è però stato storpiato in Sangara) e l’Associazione Penelope. Il primo, già partner della cooperativa “Pro Alter” nel progetto Sprar di Villa Lina, garantirà la “formazione professionale dei mediatori, utilizzerà una short list di interpreti/mediatori di lingue coloniali e non e avrà il supporto del Numero Verde dell’Arci Nazionale”. L’Associazione Penelope svolge invece da diversi anni attività di protezione sociale delle vittime di tratta e altre categorie vulnerabili (soggetti senza fissa dimora o dimessi dagli ospedali psichiatrici giudiziari) nelle provincie di Ragusa, Messina, Siracusa e Palermo; gestisce inoltre un numero verde “che risponde h 24 con mediatori in lingua e mette direttamente in contatto i migranti sbarcati con i centri più vicini territorialmente”.
Con un costo annuale del servizio di 76.878 euro, il programma Sprar assicurerà ai richiedenti asilo l’accompagnamento ai servizi territoriali e alla “conoscenza del quartiere e della città con un tour e consegna di una mappa dei servizi (mercati, luoghi di culto, trasporti, ambulatori, questura, ecc.), affinché alla fine dell’accoglienza l’80% dei beneficiari adulti sia capace di orientarsi e accedere ai servizi autonomamente”. L’equipe, insieme alla rete territoriale del progetto (Legacoop, Anolf Cisl, Confesercenti, Istituto di Istruzione Superiore “Antonello da Messina”), organizzerà incontri di orientamento al lavoro sul territorio e formazione professionale ed inserimento nel mondo del lavoro. “Tutti i beneficiari potranno partecipare a un corso d’italiano per un minimo di 10 ore settimanali (sia effettuate da insegnati interni specializzati che presso il CPIA - Centro provinciale per l’impiego delle persone adulte, di riferimento), mentre l’80% degli adulti che non hanno patologie invalidanti verranno inseriti in tirocini professionalizzanti”. I corsi comporteranno una spesa annuale di 259.375 euro, a cui si aggiungeranno altri 74.578 euro per un “apposito servizio di orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo, ancora una volta con il supporto della rete territoriale, effettuando in particolare una mappatura sul territorio di aziende disponibili ad attivare tirocini formativi, anche in vista di possibili assunzioni”. Saranno erogati pure un servizio di orientamento e accompagnamento nella ricerca di un’abitazione tramite accordi informali e formali o in convenzione con l’ANAMA, l’associazione nazionale che riunisce le agenzie immobiliari (92.008 euro all’anno); un servizio di orientamento e accompagnamento all’inserimento sociale, con tanto di partecipazione alla Giornata del Rifugiato (“organizzata annualmente dal Circolo Arci “Thomas Sankara”) e ad eventi sul tema emigrazione/immigrazione, incontri interreligiosi e con insegnanti e studenti e l’avvicinamento degli ospiti alle attività sportive (costo annuale 94.123 euro).
Sempre al Circolo “Arci” di Messina, in convenzione con gli enti attuatori, sarà affidato l’orientamento e l’accompagnamento legale (costo annuale 117.866 euro). “I beneficiari saranno seguiti in tutte le fasi dai colloqui personali per la ricostruzione delle storie personali all’audizione in Commissione Territoriale al rinnovo o conversione del titolo, mentre l’accompagnamento e il supporto della mediazione culturale è previsto anche in tutte le fasi necessarie presso l’ufficio stranieri”, si legge nel progetto. “Saranno assicurati inoltre la copertura dei costi relativi al reperimento di documentazione anagrafica anche all’estero, il contributo unificato per la tutela giurisdizionale in caso di diniego e la tassa e tutti i costi necessari al rilascio del permesso di soggiorno, le spese di trasporto per e da Commissione Territoriale di Palermo o sedi della magistratura fuori dal territorio comunale, il rilascio del passaporto nazionale o del titolo o documento di viaggio nei casi di impossibilità al rilascio del passaporto ordinario anche a causa del proprio status”.
Un budget annuale di 103.263 euro è riservato alla voce servizio di tutela psico-socio-sanitaria. “Il progetto lavora in stretto contatto con l’ASP di Messina, al fine di renderli fruibili ai beneficiari, tramite la mediazione culturale e l’accompagnamento, ove necessario, anche tramite un mezzo per disabili” (letterale ma incomprensibile!). “L’operatore dedicato alla tutela psico-socio-sanitaria si prenderà cura di tutti gli aspetti riguardanti l’orientamento ai servizi (medico e pediatria di base, ospedali, consultori, ambulatori, ecc.) e la conseguente presa in carico. Particolare attenzione sarà riservata all’emersione e alla cura di vittime di tortura, gravi violenze e tratta, al trattamento, anche riabilitativo, di persone con patologie croniche e invalidanti e alle donne in gravidanza, senza mai trascurare tutti gli aspetti legati all’etnomedicina e all’etnopsicologia. Per le persone con gravi patologie verrà effettuata la richiesta di pensione di invalidità, e si concorderà con i beneficiari e i servizi il proseguimento dei percorsi di cura necessari una volta che l’ospite uscirà dal progetto”.
Uno stipendificio per gli operatori-badanti
Grazie al progetto saranno impegnati e retribuiti per diciannove mesi, secondo le norme e gli importi previsti dal contratto nazionale del lavoro delle cooperative sociali, 43 operatori (educatori, animatori, assistenti sociali, psicologi, mediatori linguistico-culturali, insegnanti, ragionieri, impiegati amministrativi, ecc.). Ad essi si affiancheranno per qualche ora alla settimana anche 23 impiegati del Comune di Messina, “prestati” allo Sprar per coprire la quota di cofinanziamento prevista per l’ente proponente. La parte del leone sarà interpretata dalla potentissima cooperativa lucana “Seni Hospes” che assicurerà al programma 19 unità scelte ovviamente con chiamata diretta e fiduciaria. Molti dei cognomi lasciano intendere una provenienza da oltre Stretto: 9 operatori (Rosa Cicciomessere, Leonardo Rosciglione, Marianna Clemente, Antonio Leonardo Stoduto, Albina Biscotti, Raffaele Angeloro, Valentina D’Alessandro, Marco Colaianni, Antonio Fiscarelli), 1 animatrice (Maria Angela Rummo), 1 direttore (Umberto Carofiglio), 1 assistente sociale (Anna Buttiglione), 1 psicologa (Paola Rita Salvino), 1 educatrice (Maria Teresa Caminiti, attualmente in servizio presso “Casa Ahmed”), 1 mediatrice (Samira Chahbane), 1 info normative (Fabio Amoruso), 1 insegnante lingue (Amalia Chiello), 1 mediatrice specializzata vittime di tratta (Azmil Khadija), 1 assistente sociale specializzata vittime di tratta (Concetta Restuccia). Gli stipendi lordi annuali riservati agli operatori di “Senes Hospes” variano dai 41.215 euro per il direttore (38 ore settimanali), ai 29.403 per la psicologa (24 ore), 19.175 per l’info normative, 18.262 per le assistenti sociali e l’educatrice (18), 17.372 per gli operatori (24), 16.567 per l’animatrice (15), 15.219 per le mediatrici (15) e 10.146 per l’insegnante di lingue (10).
L’assistente sociale Concetta Restuccia è presente operativamente nel progetto Sprar anche in qualità di responsabile della sezione sulla tratta degli esseri umani per l’“Associazione Penelope” e come presidente dell’associazione partner “Evaluna Onlus” contro la violenza alle donne vittime di stalking, violenza psicologica. Per conto dell’associazione Penelope, la Restuccia ha curato il video One Love One Family in cui si descrive enfaticamente l’esperienza di accoglienza richiedenti asilo promossa dal Comune di Fondachelli Fantina (Messina). Un mese fa circa, la gestione diretta da parte dell’Istituzione comunale dei servizi sociali di quattro centri per migranti è costata al sindaco Marco Pettinato un avviso di garanzia del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto. Truffa aggravata e falso i reati ipotizzati. Con il primo cittadino sarebbero indagati altre sei persone tra cui il padre Franco Pettinato, medico, già sindaco di Fondachelli Fantina sino al 12 marzo 2013, quando dovette dimettersi a seguito dell’inchiesta “Zefiro” sui parchi eolici della Valle dell’Alcantera e dei Nebrodi. Secondo quanto riportato dal giornalista Leonardo Orlando della Gazzetta del Sud, per altre vicende relative a presunti maltrattamenti nei confronti dei minori stranieri ospitati a Fondachelli risulterebbe indagato anche Danilo Pettinato, fratello del sindaco, dipendente per un certo periodo della ditta che svolge il servizio di vigilanza in un centro d’accoglienza.
Dieci invece gli operatori in busta paga della cooperativa sociale “Santa Maria della Strada”: 1 assistente sociale (Nuccia Urso), 5 operatrici (Cinzia Grasso, Carmela Lo Presti, Elvira Valitri, Elena Urso, Emanuela Casella); 1 insegnante (Cristina Morabito); 1 psicologa (Francesca Giorgianni); 1 operatore amministrativo (Placido Pagano); 1 responsabile amministrativo (Salvatore Gulletta). Gli stipendi variano stavolta dai 33.592 euro annui per l’assistente sociale (38 ore settimanali), ai 32.604 per le operatrici sociali impiegate per 38 ore (3) e 13.091 per 14 ore (2); 23.088 per il responsabile amministrativo (24), 12.480 per la psicologa (12), 10.608 per l’insegnante (12 ore), 5.304 per l’operatore amministrativo.
Quattordici, infine, le figure professionali contrattate dalla cooperativa “Pro Alter 2000”: 1 coordinatrice/assistente sociale (Valentina Briguglio Polò); 1 mediatore linguistico culturale (Mourad Boudhil); 1 educatrice professionale (Miriam Grasso); 1 assistente sociale (Martina Maggio); 1 etnopsicologa (Maria Maugeri Saccà); un’insegnante d’italiano (Ketty Scarcella); 1 responsabile rendicontazione (Simona Scarvaci); 1 amministrativo (Roberta Costanzo); 1 direttivo ente gestore (Flavina Stefania Cucinotta); 1 responsabile amministrativo (Rosanna Santoro); 4 assistenti domiciliari (Paolo Cardile, Antonio Sicali e due operatori socio-sanitari ancora da nominare). Gli importi stipendiali annuali vanno dai 25.397 euro per la coordinatrice/assistente (30 ore settimanali) ai 12.500 per gli assistenti domiciliari (15), 11.918 per l’amministrativo, 11.124 per l’insegnante d’italiano (14), 10.695 per l’etnopsicologa, 10.159 per il mediatore culturale (12), 9.397 per l’educatrice (12), 8.466 per l’assistente sociale (10), 6.356 per la responsabile rendicontazione (8), 5.079 per il direttivo ente gestore (6), 3.973 per la responsabile amministrativa. Alcune delle professioniste scelte da “Pro Alter 2000” operano o hanno operato anche all’interno dello Sprar di Villa Lina: la presidente Stefania Flavia Cucinotta (inquadrata come operatrice accoglienza e integrazione con funzioni di coordinamento, 28.754 euro lo stipendio lordo annuale); Rosanna Santoro (operatrice accoglienza con 15.238 euro); Maria Maugeri Saccà (psicologa, 5.972 euro).
Anche il Comune di Messina attingerà ai fondi Sprar per retribuire il lavoro aggiuntivo di tre figure professionali impiegate nell’ente locale: il responsabile amministrativo del programma Sebastiano Ravì (7.050 euro all’anno per un impegno mensile di 27 ore); il referente del progetto Giuseppe Di Leo (7.153 per 35 ore mensili); la referente tecnica e responsabile della banca dati, Maria Battiato (6.970 x 32 ore/mese). Come cofinanziamento, il Comune di Messina metterà a disposizione del progetto il dirigente Domenico Zaccone (12 ore al mese), gli amministrativi Francesco Donato, Giovanni Mangano e Paolo Mastronardo (20 ore mensili ognuno), le assistenti sociali Isabella Astone, Francesca Carlo, Francesca Ciccolo, Daniela De Salvo, Maria Di Pietro, Maria Fabio, Marisa Greco, Cristina Grioli, Giovanna Isaja, Rosa Maiolino, Maria Grazia Mazzarelli, Antonella Monforte, Concetta Rotondo, Fortunata Scicolone, Angela Scibilia, Rosaria Tornesi (18).
Indovina chi viene a cena?
Alla fine il progetto Sprar potrà contare a vario titolo su un’equipe tecnico-amministrativa-contabile composta da 14 persone, mentre altri 52 professionisti dovrebbero operare sul campo a favore dei 71 richiedenti asilo. Quanto inciderà la voce stipendi sull’intero budget progettuale è presto detto. Prendendo a riferimento il 2017, anno in cui lo Sprar opererà per tutti i 12 mesi, il costo del personale comporterà una spesa complessiva di 839.571 euro (758.308 assegnati dal governo e 81.263 come cofinanziamento del Comune). Aggiungendo i costi per le “consulenze occasionali” di orientamento, assistenza sociale, mediazione culturale, informazione legale e supporto psico-socio-sanitario (59.440 euro sempre nel 2017), quelli per retribuire i consulenti fiscali e del lavoro (8.500), le “spese telefoniche per utenze fisse e mobili usufruite dal personale” (2.620), il carburante per gli automezzi di servizio (8.700), per il personale sarà utilizzato il 56,84% dell’ammontare finanziario del progetto. All’equipe degli operatori è riservata infine una spesa annuale di 13.900 euro per partecipare a incontri nazionali, convegni, corsi di formazione e trasporto pubblico, nonché 79.003 euro per stage di aggiornamento e incontri mensili volti alla conoscenza della storia e dell’attuale situazione socio-economica e religiosa dei Paesi da cui provengono i rifugiati. “Il progetto, inoltre, continuerà l’organizzazione insieme al DSM nord dell’ASP di Messina, degli incontri formativi tenuti da professionisti dello Sprar e dell’ASP”, si legge nel testo approvato dal Ministero. “Inoltre si parteciperà all’organizzazione di un ciclo di laboratori formativi in Sicilia, tenuta da esperti di etnomedicina, etnopsichiatria e antropologia di risonanza nazionale e internazionale”.
Ci sono poi alcune voci di spesa Sprar perlomeno “discutibili” e comunque evitabili, come ad esempio quelle per gli oneri relativi all’adeguamento e gestione dei locali e delle strutture, per affittare (82.492 euro il primo anno e 98.720 il secondo) una villetta a due piani “riservata a singoli uomini (anziani e persone con necessità di assistenza socio-sanitaria e domiciliare prolungata, vittime di tratta e/o tortura)” e sei unità immobiliari “all’interno dello stesso palazzo e piano riservati a nuclei monoparentali in difficoltà”. Per la ristrutturazione di questi locali saranno destinati complessivamente 11.013 euro più altri 28.268 euro per le opere di manutenzione ordinaria. Data l’accurata descrizione degli immobili è prevedibile che la scelta del proprietario o dei proprietari sia stata fatta a tavolino prima della presentazione del progetto, ma all’assessorato si mantiene il massimo riserbo sul loro nome.
È stata infine richiesta e ottenuta la copertura delle spese per la pulizia dei locali in affitto (32.500 euro), il pagamento di acqua, luce, gas e gasolio da riscaldamento (71.000), l’acquisto o il noleggio di mobili, arredi ed elettrodomestici (113.808), hardware, software e strumentazione tecnica (15.603), cancelleria (5.874). Chiudono la lista i contributi di 24.964 euro per “l’essenziale allestimento e gestione degli uffici di supporto alle attività del progetto” e di 37.600 euro per coprire le “fideiussioni richieste a titolo di garanzia dall’ente locale all’ente gestore e altro”.
Le voci dell’accoglienza sono davvero infinite...
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