La crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è solo una questione di fondi, ma anche un problema di personale. È, in altre parole, un problema di capacità di programmare l’impiego di quei fondi per strutturare adeguati servizi per la tutela della salute. È la Corte dei Conti a lanciare l’allarme: senza un investimento su medici, infermieri e professionisti sanitari, l’intero sistema pubblico rischia il collasso.
L’avvertimento è stato lanciato dalla Corte dei Conti, discutendo il Rendiconto generale dello Stato. Le osservazioni fatte dall’organo costituzionale sono, del resto, un risultato atteso, dato che lo smantellamento del SSN è stato un obiettivo centrale dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni selvagge, così da trasformare un diritto in un terreno di profitto.
Per quanto la nostra sanità venga considerata ancora di qualità, la Corte mette in chiaro che “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”, perché il diritto alla salute è “centrale per definire il parametro di civiltà di un paese”. Nell’abbrutimento ideologico e culturale del capitale occidentale in crisi non sorprende, dunque, che tale diritto subisca apertamente una guerra: le liste d’attesa rimarranno intasate, la fuga verso il settore privato diventerà un esodo inarrestabile e le nuove Case di comunità finanziate dal PNRR resteranno scatole vuote.
I dati sono complessi da leggere, e possono trarre in inganno. Nel 2025 la spesa sanitaria ha toccato i 141,54 miliardi di euro, registrando un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, la cifra resta al di sotto dei 144 miliardi stimati inizialmente dal Documento programmatico di finanza pubblica. Il che significa che c’è già stato un definanziamento.
Il rapporto tra spesa sanitaria e PIL è inchiodato al 6,3%, e le proiezioni fino al 2029 non mostrano inversioni di tendenza, assestandosi intorno al 6,4%. Per il triennio 2027-2029 è previsto un aumento nominale del PIL maggiore rispetto a quello della spesa sanitaria, senza considerare l’impatto dell’inflazione, che nei fatti riduce la spesa effettiva di questo settore.
Il problema, però, non è solo quanto si stanzia, ma la capacità di tradurre il denaro in servizi concreti. Nonostante le risorse destinate al Ministero della Salute siano salite a 3,24 miliardi di euro (+18,3% rispetto al 2024), la capacità di spendere effettivamente questi soldi è crollata. In termini assoluti, i pagamenti totali del Ministero sono diminuiti del 5%, passando dai 2,093 miliardi del 2024 a 1,988 miliardi del 2025.
Non sorprende se si pensa ai tagli agli organici con la scusa del risparmio, indebolendo la capacità effettiva dell’amministrazione pubblica, e se si pensa anche al modo in cui questi fondi pubblici sono stati reindirizzati in funzione della speculazione privata. È in questo divario tra fondi teorici e prestazioni erogate che si inserisce, inoltre, il dramma delle liste d’attesa.
Nel 2025, la Piattaforma nazionale connessa ha registrato oltre 57 milioni di prenotazioni (33,5 milioni di esami e 24 milioni di visite). Eppure, il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2025-2027 è in ritardo e solo due Regioni trasmettono i dati in tempo reale, mentre le altre si affidano a invii mensili, rendendo impossibile individuare tempestivamente i colli di bottiglia. Un altro evidente fallimento della regionalizzazione, invece di una sanità pianificata a livello centrale.
Per la Corte dei Conti, l’unica vera terapia d’urto passa dal reclutamento del personale. La carenza cronica di organici ha infatti generato un effetto distorsivo ed economicamente doloroso: il boom dei medici e infermieri “a gettone” reclutati tramite appalti esterni, soprattutto nei pronto soccorso.
Si tratta di una pratica dai costi esorbitanti che non solo frammenta la continuità terapeutica delle cure, ma che porta al peggioramento della qualità delle prestazioni e aumenta i rischi di danno erariale. Restano inoltre insufficienti e fortemente disomogenei gli screening oncologici, drammaticamente al palo nel Meridione e nelle Isole.
Teoricamente, la legge di bilancio 2026 autorizza le aziende sanitarie regionali ad assumere personale a tempo indeterminato nel limite di 450 milioni di euro annui, in particolare per infermieri e personale tecnico. Ma se si pensa che, sulla base di dati nazionali, la Fondazione GIMBE ha calcolato 4,7 infermieri ogni mille abitanti nel nostro paese, quando la media OCSE è di 9,5, si capisce bene che questi fondi possono al massimo alleviare leggermente le mancanze costruite in anni di attacchi alla sanità pubblica.
La solita propaganda della classe dirigente, che continua a ignorare gli interessi della maggioranza della popolazione per garantire i profitti, e per pagare il riarmo. In questo caso, la massima cubana “medici e non bombe” appare adattissima anche al Belpaese.
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29/06/2026
Allarme della Corte dei Conti: nella sanità manca personale, a rischio i servizi
05/12/2023
Sanità in sciopero, il governo tace
Non tutti gli scioperi sono uguali, pare. Anche se avvengono in servizi pubblici essenziali...
Oggi medici ed infermieri incrociano le braccia per lo sciopero nazionale di 24 ore indetto dal maggiore sindacato degli ospedalieri, l’Anaao Assomed, e dalla Cimo: secondo le previsioni, l’adesione sarà massiccia e potrebbero saltare 1,5 milioni di visite, esami e interventi.
E non è finita qui. Il 18 è infatti in programma un nuovo sciopero deciso dalle altre sigle della Intersindacale medica.
Sciopero sacrosanto, aggiungiamo noi, che ha come obiettivo – come tutte le altre astensioni dal lavoro di queste ultime settimane – la manovra del governo Meloni. La quale, oltre a peggiorare le condizioni vita di tutte le categorie del lavoro dipendente (anche quelle un tempo più prestigiose e spesso filo-governative), “non tutela medici e cittadini“.
Non a caso lo slogan unitario è “Salviamo il Servizio sanitario nazionale”, ridotto ormai al lumicino e, nonostante questo, continuamente saccheggiato da ogni governo degli ultimi 30 anni.
Inutile parlare del governo che promette “cambiamenti” al testo in approvazione (devono chiudere entro Natale, per non andare in “esercizio provvisorio”), perché promettere non costa mai un euro…
Al centro dell’attenzione della categoria sta la norma della manovra che prevede una stretta sulle pensioni dei sanitari e di una serie di altre categorie tra le quali dipendenti di enti locali, maestri e ufficiali giudiziari.
Una penalizzazione drastica da cui dovrebbero venire escluse quelle di vecchiaia, ma in queste categorie – se non altro per questioni generazionali (moltissime assunzioni sono avvenute quando la popolazione cresceva a buoni ritmi ogni anno e quindi si trovava lavoro stabile in giovane età) – sono numerosissime soprattutto quelle di anzianità.
Lo sciopero, cui aderisce anche il sindacato degli infermieri Nursing Up, è iniziato a mezzanotte, ma naturalmente vengono garantite le prestazioni d’urgenza, ad esempio l’attività dei Pronto soccorso e del 118 e gli interventi per il parto.
Le attività “a rischio” riguardano tutti i servizi senza caratteristiche di urgenza, come gli esami di laboratorio, alcuni tipi di interventi chirurgici, le visite specialistiche e gli esami radiografici (50mila).
Presidi e manifestazioni sono previste in tutto il paese, com’è giusto che sia.
Almeno sei le ragioni della protesta: assunzioni di personale, detassazione di una parte della retribuzione, risorse congrue per il rinnovo del contratto di lavoro, depenalizzazione dell’atto medico, cancellazione dei tagli alle pensioni e individuazione di un’area contrattuale autonoma per gli infermieri.
“Come primo atto, chiediamo che i soldi stanziati in manovra per retribuire il lavoro in più dei sanitari per lo smaltimento delle liste di attesa, circa 200 milioni, vengano invece finalizzati agli stipendi dei medici e dei sanitari, così come i 600 milioni destinati alla sanità privata convenzionata“.
Già, la sanità privata... Vera beneficata dello smantellamento di quella pubblica, cui vengono ogni anno sottratte altre risorse per aumentare invece quelle impegnate nelle “convenzioni”.
Ad oggi nella sanità pubblica mancano 30mila medici ospedalieri, in particolare nel Pronto Soccorso, 65mila infermieri ed entro il 2025 andranno in pensione altri 40mila addetti tra medici e personale sanitario.
Gli stipendi, come ammettono ormai anche numerosi servizi giornalistici mainstream, sono i più bassi d’Europa e stimolano la fuga all’estero (oltre che nella sanità privata) di un numero crescente di operatori.
Le condizioni di lavoro, visti gli effettivi ridotti e ampiamente deficitari, sono ovviamente molto gravose. Specie per i pronto soccorso e i medici di famiglia.
Tutto giusto, non c’è dubbio che le ragioni dello sciopero siano solidissime e condivise anche dalla popolazione.
L’unica cosa che manca, per essere uno sciopero come gli altri, è... la minaccia di precettazione.
Vero è che il ministro interessato non è Salvini (teoricamente addetto ai trasporti), ma Orazio Schillaci, a sua volta medico di professione. Ma non crediamo che le linea del governo sugli scioperi nei servizi pubblici dipenda dai singoli ministri.
È insomma evidente che opera anche qui un “doppio standard”. I medici, molto più degli infermieri e gli altri lavoratori della sanità, vengono insomma riconosciuti come parte della “base sociale teorica” di questo come di altri governi, “professionisti” che “purtroppo” devono essere bastonati quasi come gli autoferrotranvieri o i ferrovieri.
Una base sociale che deve insomma essere attaccata con le politiche di austerità, ma che non si vorrebbe consegnare ai “concorrenti politici”, anche se pure questi sono stati protagonisti della distruzione del servizio sanitario nazionale.
Una dimostrazione, in definitiva, di come a questo governo non freghi assolutamente nulla né dei “disagi per i cittadini”, né – tanto meno – dei diritti complessivi dei lavoratori dipendenti.
Un insieme di propagandisti senza onore e senza vergogna, che tirano fuori una argomentazione ad hoc diversa per ogni problema che devono affrontare. Inattendibili e da far cadere il prima possibile...
Fonte
Oggi medici ed infermieri incrociano le braccia per lo sciopero nazionale di 24 ore indetto dal maggiore sindacato degli ospedalieri, l’Anaao Assomed, e dalla Cimo: secondo le previsioni, l’adesione sarà massiccia e potrebbero saltare 1,5 milioni di visite, esami e interventi.
E non è finita qui. Il 18 è infatti in programma un nuovo sciopero deciso dalle altre sigle della Intersindacale medica.
Sciopero sacrosanto, aggiungiamo noi, che ha come obiettivo – come tutte le altre astensioni dal lavoro di queste ultime settimane – la manovra del governo Meloni. La quale, oltre a peggiorare le condizioni vita di tutte le categorie del lavoro dipendente (anche quelle un tempo più prestigiose e spesso filo-governative), “non tutela medici e cittadini“.
Non a caso lo slogan unitario è “Salviamo il Servizio sanitario nazionale”, ridotto ormai al lumicino e, nonostante questo, continuamente saccheggiato da ogni governo degli ultimi 30 anni.
Inutile parlare del governo che promette “cambiamenti” al testo in approvazione (devono chiudere entro Natale, per non andare in “esercizio provvisorio”), perché promettere non costa mai un euro…
Al centro dell’attenzione della categoria sta la norma della manovra che prevede una stretta sulle pensioni dei sanitari e di una serie di altre categorie tra le quali dipendenti di enti locali, maestri e ufficiali giudiziari.
Una penalizzazione drastica da cui dovrebbero venire escluse quelle di vecchiaia, ma in queste categorie – se non altro per questioni generazionali (moltissime assunzioni sono avvenute quando la popolazione cresceva a buoni ritmi ogni anno e quindi si trovava lavoro stabile in giovane età) – sono numerosissime soprattutto quelle di anzianità.
Lo sciopero, cui aderisce anche il sindacato degli infermieri Nursing Up, è iniziato a mezzanotte, ma naturalmente vengono garantite le prestazioni d’urgenza, ad esempio l’attività dei Pronto soccorso e del 118 e gli interventi per il parto.
Le attività “a rischio” riguardano tutti i servizi senza caratteristiche di urgenza, come gli esami di laboratorio, alcuni tipi di interventi chirurgici, le visite specialistiche e gli esami radiografici (50mila).
Presidi e manifestazioni sono previste in tutto il paese, com’è giusto che sia.
Almeno sei le ragioni della protesta: assunzioni di personale, detassazione di una parte della retribuzione, risorse congrue per il rinnovo del contratto di lavoro, depenalizzazione dell’atto medico, cancellazione dei tagli alle pensioni e individuazione di un’area contrattuale autonoma per gli infermieri.
“Come primo atto, chiediamo che i soldi stanziati in manovra per retribuire il lavoro in più dei sanitari per lo smaltimento delle liste di attesa, circa 200 milioni, vengano invece finalizzati agli stipendi dei medici e dei sanitari, così come i 600 milioni destinati alla sanità privata convenzionata“.
Già, la sanità privata... Vera beneficata dello smantellamento di quella pubblica, cui vengono ogni anno sottratte altre risorse per aumentare invece quelle impegnate nelle “convenzioni”.
Ad oggi nella sanità pubblica mancano 30mila medici ospedalieri, in particolare nel Pronto Soccorso, 65mila infermieri ed entro il 2025 andranno in pensione altri 40mila addetti tra medici e personale sanitario.
Gli stipendi, come ammettono ormai anche numerosi servizi giornalistici mainstream, sono i più bassi d’Europa e stimolano la fuga all’estero (oltre che nella sanità privata) di un numero crescente di operatori.
Le condizioni di lavoro, visti gli effettivi ridotti e ampiamente deficitari, sono ovviamente molto gravose. Specie per i pronto soccorso e i medici di famiglia.
Tutto giusto, non c’è dubbio che le ragioni dello sciopero siano solidissime e condivise anche dalla popolazione.
L’unica cosa che manca, per essere uno sciopero come gli altri, è... la minaccia di precettazione.
Vero è che il ministro interessato non è Salvini (teoricamente addetto ai trasporti), ma Orazio Schillaci, a sua volta medico di professione. Ma non crediamo che le linea del governo sugli scioperi nei servizi pubblici dipenda dai singoli ministri.
È insomma evidente che opera anche qui un “doppio standard”. I medici, molto più degli infermieri e gli altri lavoratori della sanità, vengono insomma riconosciuti come parte della “base sociale teorica” di questo come di altri governi, “professionisti” che “purtroppo” devono essere bastonati quasi come gli autoferrotranvieri o i ferrovieri.
Una base sociale che deve insomma essere attaccata con le politiche di austerità, ma che non si vorrebbe consegnare ai “concorrenti politici”, anche se pure questi sono stati protagonisti della distruzione del servizio sanitario nazionale.
Una dimostrazione, in definitiva, di come a questo governo non freghi assolutamente nulla né dei “disagi per i cittadini”, né – tanto meno – dei diritti complessivi dei lavoratori dipendenti.
Un insieme di propagandisti senza onore e senza vergogna, che tirano fuori una argomentazione ad hoc diversa per ogni problema che devono affrontare. Inattendibili e da far cadere il prima possibile...
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07/12/2022
Sanità. Scoperchiato il verminaio dei dipendenti in appalto dalle cooperative
Di fronte all’inerzia ormai pluriennale di Ministero della Salute e Regioni, l’insopportabile verminaio di affari che brutalizza la sanità sta venendo alla luce. Non sono stati i politici o gli ispettori ministeriali ma i carabinieri del NAS a riscontrare irregolarità in 165 posizioni lavorative durante i controlli effettuati da metà novembre in ospedali e RSA di tutta Italia.
Le strutture sanitarie “ricorrono sempre più spesso a contratti di appalto per avvalersi di professionalità sanitarie – medici, infermieri ed operatori sanitari – forniti da società esterne, solitamente riconducibili a cooperative” è scritto nella nota diffusa dai NAS.
I controlli hanno riguardato 1.934 strutture sanitarie, con il monitoraggio di 637 imprese/cooperative private e la verifica di oltre 11.600 figure tra medici (13%), infermieri (25%) e altre professioni sanitarie (62%).
I NAS hanno segnalato complessivamente 205 persone, tra responsabili di cooperative, titolari di strutture sanitarie ed operatori sanitari, di cui 83 all’Autorità Giudiziaria e 122 a quella Amministrativa.
In particolare, sono stati deferiti 8 titolari di cooperative per l’ipotesi di reato di frode ed inadempimento nelle pubbliche forniture ritenuti responsabili di aver inviato personale in attività di assistenza ausiliaria presso ospedali pubblici, in numero inferiore rispetto a quello previsto dalle condizioni contrattuali con l’Azienda sanitaria, o impiegato semplice personale ausiliario, privo del prescritto titolo abilitativo, anziché figure professionali socio-sanitarie, e, infine, personale medico non specializzato per l’incarico da ricoprire.
Tra le numerose irregolarità accertate, c’è la fornitura da parte di cooperative di medici con età anagrafica superiore ai 70 anni stabiliti da contratto, l’esercizio abusivo della professione ma anche l’impiego di figure sanitarie esterne collocate in attività lavorativa senza l’adeguata formazione sulla tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro. In un caso una cooperativa attiva nella provincia di Latina ha fornito un medico, già in servizio presso un ospedale pubblico in rapporto di esclusività, ad un ospedale di un’altra provincia per ricoprire turni di guardia.
Nella sanità, nonostante l’amara lezione della pandemia e le situazioni insostenibili nel personale, fino ad oggi nulla è stato fatto per mettere fine al sistema di medici, infermieri e OSS in appalto dalle cooperative invece che dipendenti regolari delle strutture sanitarie. Ministero e Regioni si ostinano a non vedere né capire che nella sanità servono assunzioni, vere, regolari e adeguate ai buchi in organico, non precarietà ormai insopportabili.
Fonte
Le strutture sanitarie “ricorrono sempre più spesso a contratti di appalto per avvalersi di professionalità sanitarie – medici, infermieri ed operatori sanitari – forniti da società esterne, solitamente riconducibili a cooperative” è scritto nella nota diffusa dai NAS.
I controlli hanno riguardato 1.934 strutture sanitarie, con il monitoraggio di 637 imprese/cooperative private e la verifica di oltre 11.600 figure tra medici (13%), infermieri (25%) e altre professioni sanitarie (62%).
I NAS hanno segnalato complessivamente 205 persone, tra responsabili di cooperative, titolari di strutture sanitarie ed operatori sanitari, di cui 83 all’Autorità Giudiziaria e 122 a quella Amministrativa.
In particolare, sono stati deferiti 8 titolari di cooperative per l’ipotesi di reato di frode ed inadempimento nelle pubbliche forniture ritenuti responsabili di aver inviato personale in attività di assistenza ausiliaria presso ospedali pubblici, in numero inferiore rispetto a quello previsto dalle condizioni contrattuali con l’Azienda sanitaria, o impiegato semplice personale ausiliario, privo del prescritto titolo abilitativo, anziché figure professionali socio-sanitarie, e, infine, personale medico non specializzato per l’incarico da ricoprire.
Tra le numerose irregolarità accertate, c’è la fornitura da parte di cooperative di medici con età anagrafica superiore ai 70 anni stabiliti da contratto, l’esercizio abusivo della professione ma anche l’impiego di figure sanitarie esterne collocate in attività lavorativa senza l’adeguata formazione sulla tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro. In un caso una cooperativa attiva nella provincia di Latina ha fornito un medico, già in servizio presso un ospedale pubblico in rapporto di esclusività, ad un ospedale di un’altra provincia per ricoprire turni di guardia.
Nella sanità, nonostante l’amara lezione della pandemia e le situazioni insostenibili nel personale, fino ad oggi nulla è stato fatto per mettere fine al sistema di medici, infermieri e OSS in appalto dalle cooperative invece che dipendenti regolari delle strutture sanitarie. Ministero e Regioni si ostinano a non vedere né capire che nella sanità servono assunzioni, vere, regolari e adeguate ai buchi in organico, non precarietà ormai insopportabili.
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27/11/2022
Gran Bretagna. In sciopero ferrovieri e infermieri
Migliaia di ferrovieri membri della RMT che lavorano per Network Rail e 14 compagnie ferroviarie sciopereranno il 13-14 e il 16-17 dicembre, causando interruzioni per sei giorni consecutivi nel periodo che precede il Natale. Ci saranno altri due scioperi il 3-4 e il 6-7 gennaio.
L’RMT ha anche annunciato un divieto di straordinari che coprirà il periodo natalizio dal 18 dicembre al 2 gennaio.
Il segretario generale della RMT, Mick Lynch, ha dichiarato che: “Quest’ultimo round di scioperi mostrerà quanto siano importanti i nostri membri per la gestione di questo paese e invierà un messaggio chiaro che vogliamo un buon accordo sulla sicurezza del lavoro, la retribuzione e le condizioni del personale”.
Linch ha detto che c’era ancora tempo per il governo di agire per scongiurare lo sciopero, “Nel frattempo, il nostro messaggio al pubblico è che ci dispiace avervi disturbato, ma vi esortiamo a rivolgere la vostra rabbia e frustrazione al governo e ai datori di lavoro delle ferrovie durante quest’ultima fase di azione“, ha affermato.
Linch, rivolgendosi ai pendolari e ai cittadini, ha anche sottolineato che: “I lavoratori della nostra classe hanno bisogno di un aumento di stipendio e siamo determinati a ottenerlo per i nostri membri in RMT“.
Questo week end nelle ferrovie in Gran Bretagna è previsto anche uno sciopero separato dei macchinisti convocato dall’Aslef, il sindacato britannico dei macchinisti, anch’esso conseguenza di un lungo braccio di ferro sulle retribuzioni.
Mick Whelan, segretario generale di Aslef, ha affermato che la maggior parte dei macchinisti, non ha visto un aumento da prima dell’inizio della pandemia di Covid-19. La maggior parte dei treni intercity sulle linee principali da Londra alla Scozia e al Galles sono stati cancellati, senza alcun servizio in funzione in altre zone del paese. Le società proprietarie delle ferrovie hanno esortato i cittadini a non viaggiare o a viaggiare solo se necessario.
Dopo i ferrovieri tocca agli infermieri e anche qui per questioni legate ai salari. Gli infermieri di tutto il Regno Unito hanno annunciato infatti che sciopereranno per due giorni, il 15 e 20 dicembre, dopo che il governo ha ignorato le loro richieste di colloqui formali su un aumento della retribuzione.
Secondo il quotidiano The Guardian, è possibile che quest’azione sindacale nazionale senza precedenti sia solo il primo di una serie di scioperi da parte del personale del Sistema sanitario nazionale (Nhs) che si prolungheranno sino alla primavera del 2023.
Fonte
L’RMT ha anche annunciato un divieto di straordinari che coprirà il periodo natalizio dal 18 dicembre al 2 gennaio.
Il segretario generale della RMT, Mick Lynch, ha dichiarato che: “Quest’ultimo round di scioperi mostrerà quanto siano importanti i nostri membri per la gestione di questo paese e invierà un messaggio chiaro che vogliamo un buon accordo sulla sicurezza del lavoro, la retribuzione e le condizioni del personale”.
Linch ha detto che c’era ancora tempo per il governo di agire per scongiurare lo sciopero, “Nel frattempo, il nostro messaggio al pubblico è che ci dispiace avervi disturbato, ma vi esortiamo a rivolgere la vostra rabbia e frustrazione al governo e ai datori di lavoro delle ferrovie durante quest’ultima fase di azione“, ha affermato.
Linch, rivolgendosi ai pendolari e ai cittadini, ha anche sottolineato che: “I lavoratori della nostra classe hanno bisogno di un aumento di stipendio e siamo determinati a ottenerlo per i nostri membri in RMT“.
Questo week end nelle ferrovie in Gran Bretagna è previsto anche uno sciopero separato dei macchinisti convocato dall’Aslef, il sindacato britannico dei macchinisti, anch’esso conseguenza di un lungo braccio di ferro sulle retribuzioni.
Mick Whelan, segretario generale di Aslef, ha affermato che la maggior parte dei macchinisti, non ha visto un aumento da prima dell’inizio della pandemia di Covid-19. La maggior parte dei treni intercity sulle linee principali da Londra alla Scozia e al Galles sono stati cancellati, senza alcun servizio in funzione in altre zone del paese. Le società proprietarie delle ferrovie hanno esortato i cittadini a non viaggiare o a viaggiare solo se necessario.
Dopo i ferrovieri tocca agli infermieri e anche qui per questioni legate ai salari. Gli infermieri di tutto il Regno Unito hanno annunciato infatti che sciopereranno per due giorni, il 15 e 20 dicembre, dopo che il governo ha ignorato le loro richieste di colloqui formali su un aumento della retribuzione.
Secondo il quotidiano The Guardian, è possibile che quest’azione sindacale nazionale senza precedenti sia solo il primo di una serie di scioperi da parte del personale del Sistema sanitario nazionale (Nhs) che si prolungheranno sino alla primavera del 2023.
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19/06/2022
Crescono le aggressioni al personale sanitario
La sanità al collasso, nonostante quanto rivelato con l’emergenza Covid, produce conseguenze pesanti, soprattutto per chi è chiamato a lavorare nei servizi di emergenza (ambulanze, pronto soccorso).
Quasi un terzo degli infermieri ha subìto aggressioni fisiche o verbali sul posto di lavoro, più frequentemente nei pronto soccorso. Si tratta del 33%, circa 130mila casi, con un ‘sommerso’ non denunciato all’INAIL di circa 125mila casi l’anno. Il 75% delle aggressioni riguarda donne.
I dati sono stati presentati da Barbara Mangiacavalli, presidente della FNOPI e da Annamaria Bagnasco, ordinario di Scienze infermieristiche all’Università di Genova e coordinatrice della ricerca, nel seminario “#rispettachitiaiuta – La sicurezza degli operatori sanitari”, tenutosi al Senato. Chi non ha segnalato le aggressioni, lo ha fatto perché, nel 67% dei casi ha ritenuto che le condizioni dell’assistito e/o del suo accompagnatore fossero causa dell’episodio di violenza, nel 20% è convinto che tanto non avrebbe ricevuto nessuna risposta da parte dell’organizzazione in cui lavora, il 19% ritiene che il rischio sia una caratteristica attesa/accettata del lavoro e il 14% non lo ha fatto perché si sente in grado di gestire efficacemente questi episodi, senza doverli riferire.
Le conseguenze materiali per i professionisti delle aggressioni fisiche vanno nel 32% dei casi da escoriazioni e abrasioni a fratture e lesioni dei nervi periferici, fino anche – seppure in pochi casi – all’invalidità. La principale conseguenza psicologica è il burnout che colpisce il 10,8% degli infermieri che hanno subito violenza: attualmente quelli in burnout per questa e altre cause (stress da lavoro) sono circa il 33 per cento. Ma anche gli assistiti corrono i loro rischi dentro la situazione di collasso dei pronto soccorso. In molti casi gli episodi di violenza sono legati alla carenza di personale e alle sue conseguenze sui servizi: un’assistenza efficiente (con la riduzione del rischio di mortalità fino al 30%) si ha con un rapporto infermiere/paziente 1 a 6, mentre in Italia, allo stato attuale, il rapporto medio nazionale è 1 a 12.
Fonte
Quasi un terzo degli infermieri ha subìto aggressioni fisiche o verbali sul posto di lavoro, più frequentemente nei pronto soccorso. Si tratta del 33%, circa 130mila casi, con un ‘sommerso’ non denunciato all’INAIL di circa 125mila casi l’anno. Il 75% delle aggressioni riguarda donne.
I dati sono stati presentati da Barbara Mangiacavalli, presidente della FNOPI e da Annamaria Bagnasco, ordinario di Scienze infermieristiche all’Università di Genova e coordinatrice della ricerca, nel seminario “#rispettachitiaiuta – La sicurezza degli operatori sanitari”, tenutosi al Senato. Chi non ha segnalato le aggressioni, lo ha fatto perché, nel 67% dei casi ha ritenuto che le condizioni dell’assistito e/o del suo accompagnatore fossero causa dell’episodio di violenza, nel 20% è convinto che tanto non avrebbe ricevuto nessuna risposta da parte dell’organizzazione in cui lavora, il 19% ritiene che il rischio sia una caratteristica attesa/accettata del lavoro e il 14% non lo ha fatto perché si sente in grado di gestire efficacemente questi episodi, senza doverli riferire.
Le conseguenze materiali per i professionisti delle aggressioni fisiche vanno nel 32% dei casi da escoriazioni e abrasioni a fratture e lesioni dei nervi periferici, fino anche – seppure in pochi casi – all’invalidità. La principale conseguenza psicologica è il burnout che colpisce il 10,8% degli infermieri che hanno subito violenza: attualmente quelli in burnout per questa e altre cause (stress da lavoro) sono circa il 33 per cento. Ma anche gli assistiti corrono i loro rischi dentro la situazione di collasso dei pronto soccorso. In molti casi gli episodi di violenza sono legati alla carenza di personale e alle sue conseguenze sui servizi: un’assistenza efficiente (con la riduzione del rischio di mortalità fino al 30%) si ha con un rapporto infermiere/paziente 1 a 6, mentre in Italia, allo stato attuale, il rapporto medio nazionale è 1 a 12.
Fonte
14/02/2022
La pandemia nella pandemia: milioni di prestazioni saltate e operatori stressati
I tagli di 20 anni si sono visti nella difficoltà del persone sanitario che ha difeso la salute di tutti.
Mai come nel caso dello slogan scelto per lo sciopero della sanità proclamato da USB lo scorso 28 gennaio Operatori esauriti, sanità al collasso, si è colto il segno di quella che si preannuncia come la pandemia nella pandemia e che è destinata ad avere conseguenze sulla sanità pubblica ben più a lungo della fine dello stato di emergenza fissata per il prossimo 31 marzo.
I dati degli studi fin qui pubblicati sanciscono un quadro desolante: in due anni di pandemia medici, infermieri e operatori sanitari hanno accumulato talmente tanto stress lavoro correlato (paura, ansia, stanchezza, insonnia) da costringere tutte le ASL a correre ai ripari con l’attivazione di servizi di assistenza psicologica.
Un malessere talmente vasto che tocca punte del 70% tra il personale infermieristico, il più colpito insieme agli specializzandi. Dalla paura iniziale di portare l’infezione a casa con il conseguente allontanamento dai propri familiari, al passaggio da eroi osannati dai balconi ad incapaci di rispondere efficacemente ad un virus che ha causato oltre 150 mila morti. La difficoltà a gestire la morte in isolamento dei pazienti e il dramma dei loro familiari.
E poi riposi e ferie negate, turni massacranti, migliaia di infortuni, tamponi continui, giornate intere trascorse con i DPI addosso.
Persino peggiore, se possibile, la situazione dei neoassunti che si sono ritrovati da un giorno all’altro e senza formazione nei reparti Covid pagando un prezzo altissimo in termini di salute psicofisica.
2500 gli infermieri che si sono dimessi, ma la cifra oltre ad essere sottostimata è del tutto provvisoria.
Il numero chiuso delle università e una pessima programmazione delle scuole di specializzazione di medicina, stanno invece permettendo l’esternalizzazione dei pronto soccorso, molti dei quali ormai privi di medici strutturati, a personale interinale per cifre giornaliere pari alla metà di uno stipendio mensile.
Ma l’impatto del Covid è stato devastante anche sulle liste di attesa e sull’accesso alle prestazioni sanitarie. L’attività delle sale operatorie è diminuita dell’80% e sono circa 400mila gli interventi chirurgici rinviati, sono calate del 20% le prestazioni ambulatoriali e specialistiche e di 1,7 milioni i ricoveri – con riduzioni significative in chirurgia oncologica e cardiochirurgia.
Le conseguenze dirette sono un aumento dei tumori nei prossimi anni e una diminuzione delle speranza di vita già stimata in oltre un punto percentuale.
Per medici, infermieri e operatori sanitari le condizioni di lavoro non miglioreranno di pari passo alle misure di allentamento che il governo intende mettere in atto nei prossimi mesi ma proseguiranno con lo stesso affanno nel tentativo di smaltire le liste di attesa.
E se, dal punto di vista ospedaliero, la situazione è critica, le cose non vanno meglio per quanto riguarda la medicina territoriale se più di un report segnala difficoltà con l’assistenza domiciliare e il sensibile peggioramento nell’erogazione del servizio dal periodo pre covid.
Le cause di questo sfacelo sono tutte imputabili al progressivo smantellamento della sanità pubblica, nella massiccia riduzione di infermieri e operatori sanitari in nome della sostenibilità economica e nel costante definanziamento al quale è stato sottoposto il fondo sanitario nazionale.
È sempre più urgente un cambio di rotta: assunzioni massicce, stabilizzazioni di tutto il personale precario, investimenti strutturali per garantire il diritto alla salute e la certezza dell’accesso alle cure.
Fonte
Mai come nel caso dello slogan scelto per lo sciopero della sanità proclamato da USB lo scorso 28 gennaio Operatori esauriti, sanità al collasso, si è colto il segno di quella che si preannuncia come la pandemia nella pandemia e che è destinata ad avere conseguenze sulla sanità pubblica ben più a lungo della fine dello stato di emergenza fissata per il prossimo 31 marzo.
I dati degli studi fin qui pubblicati sanciscono un quadro desolante: in due anni di pandemia medici, infermieri e operatori sanitari hanno accumulato talmente tanto stress lavoro correlato (paura, ansia, stanchezza, insonnia) da costringere tutte le ASL a correre ai ripari con l’attivazione di servizi di assistenza psicologica.
Un malessere talmente vasto che tocca punte del 70% tra il personale infermieristico, il più colpito insieme agli specializzandi. Dalla paura iniziale di portare l’infezione a casa con il conseguente allontanamento dai propri familiari, al passaggio da eroi osannati dai balconi ad incapaci di rispondere efficacemente ad un virus che ha causato oltre 150 mila morti. La difficoltà a gestire la morte in isolamento dei pazienti e il dramma dei loro familiari.
E poi riposi e ferie negate, turni massacranti, migliaia di infortuni, tamponi continui, giornate intere trascorse con i DPI addosso.
Persino peggiore, se possibile, la situazione dei neoassunti che si sono ritrovati da un giorno all’altro e senza formazione nei reparti Covid pagando un prezzo altissimo in termini di salute psicofisica.
2500 gli infermieri che si sono dimessi, ma la cifra oltre ad essere sottostimata è del tutto provvisoria.
Il numero chiuso delle università e una pessima programmazione delle scuole di specializzazione di medicina, stanno invece permettendo l’esternalizzazione dei pronto soccorso, molti dei quali ormai privi di medici strutturati, a personale interinale per cifre giornaliere pari alla metà di uno stipendio mensile.
Ma l’impatto del Covid è stato devastante anche sulle liste di attesa e sull’accesso alle prestazioni sanitarie. L’attività delle sale operatorie è diminuita dell’80% e sono circa 400mila gli interventi chirurgici rinviati, sono calate del 20% le prestazioni ambulatoriali e specialistiche e di 1,7 milioni i ricoveri – con riduzioni significative in chirurgia oncologica e cardiochirurgia.
Le conseguenze dirette sono un aumento dei tumori nei prossimi anni e una diminuzione delle speranza di vita già stimata in oltre un punto percentuale.
Per medici, infermieri e operatori sanitari le condizioni di lavoro non miglioreranno di pari passo alle misure di allentamento che il governo intende mettere in atto nei prossimi mesi ma proseguiranno con lo stesso affanno nel tentativo di smaltire le liste di attesa.
E se, dal punto di vista ospedaliero, la situazione è critica, le cose non vanno meglio per quanto riguarda la medicina territoriale se più di un report segnala difficoltà con l’assistenza domiciliare e il sensibile peggioramento nell’erogazione del servizio dal periodo pre covid.
Le cause di questo sfacelo sono tutte imputabili al progressivo smantellamento della sanità pubblica, nella massiccia riduzione di infermieri e operatori sanitari in nome della sostenibilità economica e nel costante definanziamento al quale è stato sottoposto il fondo sanitario nazionale.
È sempre più urgente un cambio di rotta: assunzioni massicce, stabilizzazioni di tutto il personale precario, investimenti strutturali per garantire il diritto alla salute e la certezza dell’accesso alle cure.
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21/11/2020
Ieri eroi, oggi abbandonati. Protestano i medici dell’ospedale di Brescia
Clamorosa protesta di medici ed infermieri agli Ospedali Civili di Brescia: ieri eroi oggi abbandonati.
Centinaia di medici ed infermieri dell’OSPEDALE CIVILE DI BRESCIA oggi alle 13 hanno organizzato una protesta clamorosa e senza precedenti.
È la prima vera mobilitazione “visibile”, che ci auguriamo venga al più presto replicata in ogni luogo di cura di questo disgraziato Paese.
Contro il collasso sanitario, i turni massacranti, il vuoto di personale perché non sono state fatte assunzioni, la conversione improvvisa di interi reparti in aree Covid, tagliando altri servizi sanitari indispensabili e soprattutto ignorando ogni giudizio e proposta del personale.
Insomma contro la vergognosa totale impreparazione del potere regionale e nazionale che ha portato ad una nuova strage e che manda il personale sanitario allo sbaraglio.
E questa volta medici ed infermieri non sono più eroi, ma rompiscatole che vengono abbandonati.
Noi di #PoterealPopolo stiamo con loro senza se e senza ma.
Bisogna Sostenere in tutta Italia l’impegno e la lotta del personale sanitario, mandato allo sbaraglio dal governo nazionale e da quelli regionali che NON HANNO FATTO NIENTE per prevenire la nuova strage di COVID-19.
*****
Una sanità del profitto alla quale girare le spalle
Sostegno al personale sanitario dell’Ospedale di Brescia che oggi è stato protagonista di un gesto simbolico e potente allo stesso tempo: girare le spalle a questo modello di sanità
Hanno scelto la sanità della salute e dell’etica e girato le spalle a quella del profitto e delle compatibilità economica. Il gesto di medici ed infermieri dell’ospedale di Brescia racconta perfettamente la situazione di una sanità regionale gestita, ormai da decenni, da autentici comitati d’affari per i quali la salute pubblica non è il primo degli obiettivi, né un diritto da tutelare, ma uno dei tanti elementi che stanno in coda alla logica del profitto.
Una sanità caratterizzata da una carenza cronica e grave di personale (nella sola Lombardia mancano almeno 2500 operatori), dal taglio di almeno 35.000 posti letto (circa 5000 in Lombardia), dalla pressoché totale cancellazione dei servizi territoriali a partire da quelli di prevenzione. Sono i risultati delle politiche di regionalizzazione della sanità – per le quali è ormai indispensabile fare un passo indietro e tornare al Servizio Sanitario Nazionale – e di privatizzazione che ormai ovunque, ed in Lombardia in particolare, ha affidato alle logiche del profitto circa la metà delle prestazioni sanitarie complessive.
Da Eroi a dimenticati! Certo, è esattamente questo lo scontato destino degli operatori sanitari; ne eravamo convintissimi che sarebbe finita così tant’è vero che già a marzo uscimmo con lo slogan #EroiUnaMinchia, certi che non sarebbe andata per niente bene.
Ed in effetti è andata malissimo: oggi le regioni non hanno ancora provveduto a porre rimedio alle tante criticità emerse in modo chiaro durante questa emergenza: nessun recupero dei posti letto tagliati, niente assunzioni stabili di personale ma solo contratti a termine, nella folle convinzione che dopo la pandemia tutto possa riprendere come prima.
Ai colleghi dell’Ospedale di Brescia tutta la nostra solidarietà, sperando che questo loro simbolico ma potentissimo gesto, faccia deflagrare la protesta in tutte le strutture sanitarie, ovunque ci siano lavoratrici e lavoratori che hanno a cuore la salute pubblica ed il servizio sanitario pubblico ed universale.
Sono i temi al centro di tutte le nostre battaglie e del nostro sciopero del prossimo 25 novembre e non possiamo non sostenerli.
USB Lombardia Federazione Regionale
Fonte
11/11/2020
Emergenza Sanità - Il governo ascolta ma non risponde, il 25 novembre sarà sciopero
Grande disponibilità all’ascolto ma nessuna apertura sulle richieste avanzate dall’Unione Sindacale di Base in occasione del presidio di questa mattina davanti al Ministero della Salute. Per questo motivo USB indice lo sciopero nazionale di tutto il comparto della Sanità per mercoledì 25 novembre.
Durante l’affollatissimo presidio una delegazione di lavoratori è stata ricevuta da Gianfranco Pasquadibisceglie (ufficio di Gabinetto del ministro Speranza) e Luigi Patacchia (dirigente medico delle professionalità sanitarie).
USB ha esposto le ragioni alla base della mobilitazione nazionale di oggi: settore alle prese con un’epidemia fuori controllo; carichi di lavoro insostenibili; boom di contagi tra gli operatori; carenze organizzative e strutturali; assenza di programmazione e prevenzione contro la seconda ondata di Covid-19; rapporti conflittuali tra governo e regioni che provocano una gestione ondivaga dell’emergenza; e, soprattutto, la mancanza di una seria politica di assunzioni stabili, l’unica che possa garantire un efficace contrasto del coronavirus e al tempo stesso il diritto alla salute di tutti, senza costringere al taglio generalizzato delle prestazioni per convogliare le scarse energie nella lotta al Covid-19.
Mancano all’appello schiere di medici specialisti e almeno 100mila infermieri, effetto perverso ma previsto di anni e anni di tagli alla sanità pubblica in favore della sanità privata che però, guarda caso, di fronte alla pandemia si è tirata indietro.
Gli infermieri mancano ma i concorsi vanno deserti perché i bandi sono tutti a tempo determinato e nessuno è più disposto a mettere in gioco la propria vita in assenza di certezze. Saranno sempre meno – giustamente – i lavoratori disposti a farsi utilizzare per pochi mesi, spesso senza le tutele assicurative come avviene per CoCoCo e partite IVA, per poi essere gettati via a emergenza finita.
Per uscire dalla pandemia servono assunzioni stabili e il rafforzamento e la ri-centralizzazione della sanità pubblica, sottraendola alle guerre territoriali dei governatori; occorrono una medicina territoriale funzionante, dipartimenti di prevenzione efficienti, DEA rafforzati, più posti letto e la garanzia delle prestazioni no Covid.
Su queste richieste al Ministero della Salute abbiamo ottenuto soltanto un ascolto educato, ma nessun impegno. Nessuna risposta nemmeno per gli infermieri e medici Inail ancora con contratti CoCoCo, né sul personale del servizio SASN che si occupa della salute del personale navigante e dei luoghi di transito come porti e aeroporti.
USB dice basta. Mercoledì 25 novembre sciopero nazionale del personale di tutto il comparto Sanità, in contemporanea con lo sciopero dei trasporti proclamato per la stessa data da USB Trasporto Pubblico Locale.
Fonte
Durante l’affollatissimo presidio una delegazione di lavoratori è stata ricevuta da Gianfranco Pasquadibisceglie (ufficio di Gabinetto del ministro Speranza) e Luigi Patacchia (dirigente medico delle professionalità sanitarie).
USB ha esposto le ragioni alla base della mobilitazione nazionale di oggi: settore alle prese con un’epidemia fuori controllo; carichi di lavoro insostenibili; boom di contagi tra gli operatori; carenze organizzative e strutturali; assenza di programmazione e prevenzione contro la seconda ondata di Covid-19; rapporti conflittuali tra governo e regioni che provocano una gestione ondivaga dell’emergenza; e, soprattutto, la mancanza di una seria politica di assunzioni stabili, l’unica che possa garantire un efficace contrasto del coronavirus e al tempo stesso il diritto alla salute di tutti, senza costringere al taglio generalizzato delle prestazioni per convogliare le scarse energie nella lotta al Covid-19.
Mancano all’appello schiere di medici specialisti e almeno 100mila infermieri, effetto perverso ma previsto di anni e anni di tagli alla sanità pubblica in favore della sanità privata che però, guarda caso, di fronte alla pandemia si è tirata indietro.
Gli infermieri mancano ma i concorsi vanno deserti perché i bandi sono tutti a tempo determinato e nessuno è più disposto a mettere in gioco la propria vita in assenza di certezze. Saranno sempre meno – giustamente – i lavoratori disposti a farsi utilizzare per pochi mesi, spesso senza le tutele assicurative come avviene per CoCoCo e partite IVA, per poi essere gettati via a emergenza finita.
Per uscire dalla pandemia servono assunzioni stabili e il rafforzamento e la ri-centralizzazione della sanità pubblica, sottraendola alle guerre territoriali dei governatori; occorrono una medicina territoriale funzionante, dipartimenti di prevenzione efficienti, DEA rafforzati, più posti letto e la garanzia delle prestazioni no Covid.
Su queste richieste al Ministero della Salute abbiamo ottenuto soltanto un ascolto educato, ma nessun impegno. Nessuna risposta nemmeno per gli infermieri e medici Inail ancora con contratti CoCoCo, né sul personale del servizio SASN che si occupa della salute del personale navigante e dei luoghi di transito come porti e aeroporti.
USB dice basta. Mercoledì 25 novembre sciopero nazionale del personale di tutto il comparto Sanità, in contemporanea con lo sciopero dei trasporti proclamato per la stessa data da USB Trasporto Pubblico Locale.
Fonte
07/11/2020
La battaglia contro il Covid si vince “prima” di arrivare in ospedale
Come noto, io faccio attività sindacale, politica e scientifica, ma sono soprattutto un Medico che vive tutte le difficoltà del momento legate all’epidemia, già vissute nella prima ondata, e che si stanno ripetendo nella seconda ondata per i pazienti e per tutti gli operatori sanitari. La nostra voce purtroppo rimane inascoltata ancora oggi, e questo, mi permetta è inaccettabile.
Personalmente oltre un mese fa, alla data del 21 Settembre, ho detto che la seconda ondata era arrivata e noi tutti, ancora una volta ci siamo trovati impreparati a dover sopperire alle carenze organizzative del Servizio Sanitario Nazionale e dei vari Sistemi Regionali.
Eppure siamo noi operatori che garantiamo la Salute, in condizioni difficili, stressanti, e con mancanza di rispetto dalle stesse Istituzioni. Siamo stati definiti eroi, ma da “eroi”, ”angeli”, in un attimo si è passati all’insulto, se non addirittura alla denuncia perchè le persone facilmente scambiano le responsabilità che sono tutte in capo alla politica, con la responsabilità degli operatori sanitari, che fanno quello che possono, ben oltre il loro dovere, mi creda, con quello che hanno a disposizione, che è soprattutto il loro “sapere”. Questo ovviamente riguarda tutti gli operatori, nessuno escluso, dagli ospedalieri, agli specialisti ambulatoriali, ai Medici di Medicina Generale, agli infermieri e OSS.
Un capitolo a parte merita il 118. Come vicepresidente area Centro-Italia, di una società Scientifica quale è la SIS 118, vorrei sottolineare poi che il nostro sapere di “ambulanzieri” come qualcuno si ostina a definirci, senza precisare che siamo professionisti con tanto di specializzazione, è quanto mai concreto, noi siamo coloro che arrivano ovunque, laddove altri non arrivano o non vogliono arrivare, siamo quelli che entrano nelle case delle persone, siamo quelli che hanno un contatto stretto coi pazienti, sempre, in condizioni difficili e siamo chiamati spesso a risolvere situazioni a dir poco imbarazzanti, oltre a quelle per cui siamo nati come 118.
Il Sistema 118 doveva essere la quarta gamba del Servizio Sanitario Nazionale, doveva servire da cerniera fra Ospedale e territorio, doveva garantire la tempestività d’intervento nelle patologie Tempo-Dipendenti, e ora, oltre a tutto ciò che ci è stato chiesto di fare negli anni (TSO, Constatazioni di Decesso, Liti familiari, codici verdi trattabili a domicilio a qualsiasi ora del giorno o della notte), siamo stati coinvolti a pieno regime nell’Epidemia da Sars2-Covid-19 e noi non ci siamo tirati indietro, anzi.
Eppure tutti i nostri sforzi, tutto il nostro sapere, viene vanificato riducendoci a meri esecutori di ordini calati dall’alto. Non veniamo mai convocati per ascoltare il nostro parere, il nostro Presidente Nazionale Mario Balzanelli ha proposto per primo, tramite i media, l’uso di un saturimetro gratuito per monitorare la Saturazione dei pazienti sospetti a domicilio, adesso a distanza di mesi ne parlano tutti, come elemento necessario per valutare i primi sintomi respiratori. Abbiamo presentato al Senato, grazie alla Senatrice Castellone del M5S, delle proposte ben precise sul riordino del 118, ma il disegno di legge è fermo, pur trovando appoggi trasversali, quali quelli dell’Onorevole Fassina alla Camera, dove ha cercato di incardinarlo in calendario. Nel contempo però tutti hanno voluto dire la loro su tale proposta e sono in genere persone che non hanno mai lavorato in strada, ma che pretenderebbero di governare il Sistema.
Abbiamo partecipato alle discussioni cliniche e scientifiche nel “gruppo dei 100.000 medici” con nostre proposte, e in quella occasione almeno il Ministro Speranza ha risposto, devo riconoscerlo... Ma intanto noi stiamo sempre in prima fila a soccorrere le persone e fra queste soprattutto le persone “fragili” che stanno nelle RSA/Case di Riposo, dove ci si chiede di portarli in Ospedale, anche contro il loro parere, appena risultano positivi ad un tampone, pur essendo asintomatici o paucisintomatici.
Ma non sarebbe più semplice attrezzare la RSA con stanze di isolamento, o addirittura interi piani di isolamento, con equipe Medico-Infermieristica e personale ausiliario h24, adatto a seguire i pazienti stessi, in quella che ormai, volente o nolente queste persone considerano la loro “Casa”? La violenza di un ulteriore strappo alle loro già fragili radici, deontologicamente è inaccettabile.
Così come è inaccettabile che stiano ore e ore sulle nostre barelle, per mancanza di posti letto e di spazi in Ospedale, assistiti dal personale del 118, che oltretutto rimanendo bloccati col paziente a bordo, non possono andare a soccorrere altre persone, per altre patologie (che non sono miracolosamente scomparse, ma che esistono e si rischia di non arrivare in tempo) come si è verificato in questi giorni, in tutta Italia.
Ecco, “l’uovo di colombo”, tutto il personale medico-infermieristico-ausiliario, che si è generosamente offerto per fare le USCA, potrebbe in parte essere deviato ad assistere i pazienti nelle loro “Case”, oppure si potrebbe utilizzare tutto il personale dichiarato “non abile” al Servizio attivo al 118, riservando un eventuale trasferimento in Ospedale solo ai casi gravi.
Tutti ormai sanno e sostengono che il trattamento precoce per bloccare la cascata infiammatoria abnorme scatenata dal virus, si può fare al proprio domicilio, l’importante è riconoscerlo, indipendentemente dall’esito del tampone, che magari arriva tardi, e il riconoscimento della fase precoce attiene prettamente alla clinica.
Non mi stancherò mai di ripeterlo ed esorto i miei Colleghi tutti ad esercitarla la Cinica Medica, l’abbiamo studiata tanto, la pratichiamo tanto, abbiamo il polso della situazione, ma sempre dall’alto ci viene calato tutto, adesso è ora di ascoltare l’esperienza di chi vive insieme ai pazienti tutti i disagi non solo di questa epidemia, ma anche derivanti dalla carenza di organico, di posti letto, di territorio lasciato allo scoperto, di dipartimenti di Igiene e Prevenzione, pressoché scomparsi, di 118 che non è composto di semplici “ambulanzieri”.
di Francesca Perri, Dirigente Medico 118, Vicepresidente Area Centro Italia SIS 118, tavolo salute di Potere al Popolo
Fonte
Personalmente oltre un mese fa, alla data del 21 Settembre, ho detto che la seconda ondata era arrivata e noi tutti, ancora una volta ci siamo trovati impreparati a dover sopperire alle carenze organizzative del Servizio Sanitario Nazionale e dei vari Sistemi Regionali.
Eppure siamo noi operatori che garantiamo la Salute, in condizioni difficili, stressanti, e con mancanza di rispetto dalle stesse Istituzioni. Siamo stati definiti eroi, ma da “eroi”, ”angeli”, in un attimo si è passati all’insulto, se non addirittura alla denuncia perchè le persone facilmente scambiano le responsabilità che sono tutte in capo alla politica, con la responsabilità degli operatori sanitari, che fanno quello che possono, ben oltre il loro dovere, mi creda, con quello che hanno a disposizione, che è soprattutto il loro “sapere”. Questo ovviamente riguarda tutti gli operatori, nessuno escluso, dagli ospedalieri, agli specialisti ambulatoriali, ai Medici di Medicina Generale, agli infermieri e OSS.
Un capitolo a parte merita il 118. Come vicepresidente area Centro-Italia, di una società Scientifica quale è la SIS 118, vorrei sottolineare poi che il nostro sapere di “ambulanzieri” come qualcuno si ostina a definirci, senza precisare che siamo professionisti con tanto di specializzazione, è quanto mai concreto, noi siamo coloro che arrivano ovunque, laddove altri non arrivano o non vogliono arrivare, siamo quelli che entrano nelle case delle persone, siamo quelli che hanno un contatto stretto coi pazienti, sempre, in condizioni difficili e siamo chiamati spesso a risolvere situazioni a dir poco imbarazzanti, oltre a quelle per cui siamo nati come 118.
Il Sistema 118 doveva essere la quarta gamba del Servizio Sanitario Nazionale, doveva servire da cerniera fra Ospedale e territorio, doveva garantire la tempestività d’intervento nelle patologie Tempo-Dipendenti, e ora, oltre a tutto ciò che ci è stato chiesto di fare negli anni (TSO, Constatazioni di Decesso, Liti familiari, codici verdi trattabili a domicilio a qualsiasi ora del giorno o della notte), siamo stati coinvolti a pieno regime nell’Epidemia da Sars2-Covid-19 e noi non ci siamo tirati indietro, anzi.
Eppure tutti i nostri sforzi, tutto il nostro sapere, viene vanificato riducendoci a meri esecutori di ordini calati dall’alto. Non veniamo mai convocati per ascoltare il nostro parere, il nostro Presidente Nazionale Mario Balzanelli ha proposto per primo, tramite i media, l’uso di un saturimetro gratuito per monitorare la Saturazione dei pazienti sospetti a domicilio, adesso a distanza di mesi ne parlano tutti, come elemento necessario per valutare i primi sintomi respiratori. Abbiamo presentato al Senato, grazie alla Senatrice Castellone del M5S, delle proposte ben precise sul riordino del 118, ma il disegno di legge è fermo, pur trovando appoggi trasversali, quali quelli dell’Onorevole Fassina alla Camera, dove ha cercato di incardinarlo in calendario. Nel contempo però tutti hanno voluto dire la loro su tale proposta e sono in genere persone che non hanno mai lavorato in strada, ma che pretenderebbero di governare il Sistema.
Abbiamo partecipato alle discussioni cliniche e scientifiche nel “gruppo dei 100.000 medici” con nostre proposte, e in quella occasione almeno il Ministro Speranza ha risposto, devo riconoscerlo... Ma intanto noi stiamo sempre in prima fila a soccorrere le persone e fra queste soprattutto le persone “fragili” che stanno nelle RSA/Case di Riposo, dove ci si chiede di portarli in Ospedale, anche contro il loro parere, appena risultano positivi ad un tampone, pur essendo asintomatici o paucisintomatici.
Ma non sarebbe più semplice attrezzare la RSA con stanze di isolamento, o addirittura interi piani di isolamento, con equipe Medico-Infermieristica e personale ausiliario h24, adatto a seguire i pazienti stessi, in quella che ormai, volente o nolente queste persone considerano la loro “Casa”? La violenza di un ulteriore strappo alle loro già fragili radici, deontologicamente è inaccettabile.
Così come è inaccettabile che stiano ore e ore sulle nostre barelle, per mancanza di posti letto e di spazi in Ospedale, assistiti dal personale del 118, che oltretutto rimanendo bloccati col paziente a bordo, non possono andare a soccorrere altre persone, per altre patologie (che non sono miracolosamente scomparse, ma che esistono e si rischia di non arrivare in tempo) come si è verificato in questi giorni, in tutta Italia.
Ecco, “l’uovo di colombo”, tutto il personale medico-infermieristico-ausiliario, che si è generosamente offerto per fare le USCA, potrebbe in parte essere deviato ad assistere i pazienti nelle loro “Case”, oppure si potrebbe utilizzare tutto il personale dichiarato “non abile” al Servizio attivo al 118, riservando un eventuale trasferimento in Ospedale solo ai casi gravi.
Tutti ormai sanno e sostengono che il trattamento precoce per bloccare la cascata infiammatoria abnorme scatenata dal virus, si può fare al proprio domicilio, l’importante è riconoscerlo, indipendentemente dall’esito del tampone, che magari arriva tardi, e il riconoscimento della fase precoce attiene prettamente alla clinica.
Non mi stancherò mai di ripeterlo ed esorto i miei Colleghi tutti ad esercitarla la Cinica Medica, l’abbiamo studiata tanto, la pratichiamo tanto, abbiamo il polso della situazione, ma sempre dall’alto ci viene calato tutto, adesso è ora di ascoltare l’esperienza di chi vive insieme ai pazienti tutti i disagi non solo di questa epidemia, ma anche derivanti dalla carenza di organico, di posti letto, di territorio lasciato allo scoperto, di dipartimenti di Igiene e Prevenzione, pressoché scomparsi, di 118 che non è composto di semplici “ambulanzieri”.
di Francesca Perri, Dirigente Medico 118, Vicepresidente Area Centro Italia SIS 118, tavolo salute di Potere al Popolo
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12/08/2020
Terremoto in Calabria
Vicino alla Stazione di Calopezzati, affisso a un muraglione che regge il binario unico non elettrificato della ferrovia Sibari-Reggio Calabria c’era un manifesto curioso. Pubblicizzava corsi di formazione per infermieri.
Per la precisione il manifesto riportava a caratteri cubitali quanto segue:
C’è però il problema della lingua – ha detto. Ma sua figlia è giovane. Imparerà subito, e poi organizzeremo un corso veloce di tedesco a Cirò.
Ho chiamato fingendomi interessato per mia figlia che, diplomata da due anni, non trova lavoro.
E poi – ha aggiunto – bisogna trasferirsi in Germania. Non è facile per una ragazza. Ma qui, che prospettive ci sono per un giovane?
m – ha continuato in lingua, quando si è accorto che sono nativo di una qualche località della Sila Greca.
Voi della montagna sapete bene che cos’è l’emigrazione.
Ho messo giù, dicendo che mi sarei fatto vivo.
È vero che quelli della montagna hanno avuto in eredità le destinazioni dell’emigrante – in Piemonte più che in Calabria. Ma qui non si tratta di gente della montagna che subisce il fascino della metropoli. E non si tratta nemmeno di gente della marina che sale e si arrocca, spaventata dai turchi, dalla malaria o dal Covid.
Non siamo in quel mondo tutto fuffa e chiari di luna messo in scena da Vito Teti. Mondo di stanziali che si scervellano ogni mercoledì alle 21.30 sulla Seinsfrage e sulla relazione tra nostos, saudage, picundria e pipi e patate.
Non siamo alla ricerca di un centro di gravità permanente. Non siamo scrittori con gli acufeni nelle campagne di Gubbio. Non siamo architetti comacini. Non schifiamo un lavoro in banca o all’INPS, perché routinari o alienanti. Non sappiamo nemmeno cosa sia «anni Sessanta e anni Settanta». Non siamo votati alle arti liberali e alla pittura metafisica o alla performance inconcludente. Non siamo impegnati con organizzazioni non governative. Non conosciamo l’uomo o i diritti dell’uomo. Non sappiamo cosa sia la critica teatrale e la terza pagina. Non siamo nipoti di dive del cinema muto. Non amiamo gli animali, ma ci viviamo insieme. Non sappiamo cosa siano le differenze, anche se ce le suchiamo tutti i giorni. Non imballiamo mausolei o reperti di archeologia industriale. Non ci sfiora l’idea del rock e del suicidio rituale. Non siamo non-binary o gender-fluid. Non facciamo il Coast to Coast a piedi, per i sentieri monacali o le mulattiere. Non sappiamo cosa sia il rifiuto della modernità e dei suoi comfort al petrolio raffinato. Non organizziamo Gas.
Allunghiamo le mani, e afferriamo ciò che è nelle nostre possibilità. Siamo lumpen di periferia – ma la periferia non c’è più. Siamo ragazzi di vita – ma la vita non c’è più. Siamo ragazzi di strada – ma la strada non c’è più. Siamo meridionali, ma il meridione è ormai ovunque, a Calopezzati come a Remscheid.
Il corso di infermiere si terrà in una clinica psichiatrica alla Evangelischen Stiftung Tannenhof di Remscheid, vicino a Duisburg, Düsseldorf, Essen, Dortmund.
In effetti, sul sito (stiftung-tannenhof.de) si dice che la clinica sta cercando tirocinanti interessati a prendersi cura di persone con malattie mentali, e che organizza corsi di formazione per infermieri. La formazione inizia il 1 marzo o il 1 settembre di ogni anno, e si svolge nel sistema a blocchi della scuola e nell’ospedale psichiatrico.
In verità la formazione è gestita dal DBZ – Centro di educazione diaconale Bergish Land – e Scuola di Infermieristica e terapia occupazionale (sponsorizzati da Evangelical Foundation Tannenhof e dall’Agaplesion Bethesda Hospital). Le lezioni teoriche si svolgeranno in un bellissimo edificio storico, l’ex casa madre della diaconessa, nel terreno della Fondazione evangelica Tannenhof a Remscheid.
Le lezioni teoriche saranno tele-trasmesse (magari con Zoom o Meet) in aule moderne (in Germania tutto è moderno!). Mentre in altre aule attrezzata si faranno vere e proprie simulazioni.
Infine, ci saranno laboratori speciali dove i tirocinanti saranno preparati all’esame di Stato scritto, orale e pratico.
Fatevi sotto – Eins, zwei drei. Na, es is nix dabei. Na, wenn ich eich erzähl’ die G’schicht’.
Esportiamo infermieri e importiamo badanti. A dirigere il traffico enti accreditati alla Regione. Siamo bravi in Calabria, ma per adesso il saldo è negativo.
Fonte
Per la precisione il manifesto riportava a caratteri cubitali quanto segue:
«INFERMIERE PROFESSIONALEPoi continuava con i dettagli sul corso, in caratteri più minuti:
MADE IN GERMANY.
A COSTO ZERO!»
«Corso di formazione professionale per infermieri GRATUITO e con RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE con durata triennale svolto nella Scuola Professionale DBZ a Remscheid (Germania).Ho telefonato al numero sul manifesto e un signore molto gentile mi ha detto che è tutto vero, che non si tratta di una bufala, che il corso dura 3 anni, e si tiene in Germania, presso una struttura sanitaria seria, e che, alla fine del tirocinio, verrà rilasciato un diploma di infermiere valido a tutti gli effetti di legge, valido sia in Germania sia Italia; che sarà tutto gratis, vitto e alloggio compreso; che alla fine si verrà anche pagati, con paga tedesca – mica la paga da fame che si prende in Calabria.
Corso di lingua e cultura Tedesca in loco a Cirò Marina.
Immatricolazioni 1 Settembre 1 Marzo.
Cosiform, Agenzia accreditata alla Regione Calabria. Eccetera.»
C’è però il problema della lingua – ha detto. Ma sua figlia è giovane. Imparerà subito, e poi organizzeremo un corso veloce di tedesco a Cirò.
Ho chiamato fingendomi interessato per mia figlia che, diplomata da due anni, non trova lavoro.
E poi – ha aggiunto – bisogna trasferirsi in Germania. Non è facile per una ragazza. Ma qui, che prospettive ci sono per un giovane?
m – ha continuato in lingua, quando si è accorto che sono nativo di una qualche località della Sila Greca.
Voi della montagna sapete bene che cos’è l’emigrazione.
Ho messo giù, dicendo che mi sarei fatto vivo.
È vero che quelli della montagna hanno avuto in eredità le destinazioni dell’emigrante – in Piemonte più che in Calabria. Ma qui non si tratta di gente della montagna che subisce il fascino della metropoli. E non si tratta nemmeno di gente della marina che sale e si arrocca, spaventata dai turchi, dalla malaria o dal Covid.
Non siamo in quel mondo tutto fuffa e chiari di luna messo in scena da Vito Teti. Mondo di stanziali che si scervellano ogni mercoledì alle 21.30 sulla Seinsfrage e sulla relazione tra nostos, saudage, picundria e pipi e patate.
Non siamo alla ricerca di un centro di gravità permanente. Non siamo scrittori con gli acufeni nelle campagne di Gubbio. Non siamo architetti comacini. Non schifiamo un lavoro in banca o all’INPS, perché routinari o alienanti. Non sappiamo nemmeno cosa sia «anni Sessanta e anni Settanta». Non siamo votati alle arti liberali e alla pittura metafisica o alla performance inconcludente. Non siamo impegnati con organizzazioni non governative. Non conosciamo l’uomo o i diritti dell’uomo. Non sappiamo cosa sia la critica teatrale e la terza pagina. Non siamo nipoti di dive del cinema muto. Non amiamo gli animali, ma ci viviamo insieme. Non sappiamo cosa siano le differenze, anche se ce le suchiamo tutti i giorni. Non imballiamo mausolei o reperti di archeologia industriale. Non ci sfiora l’idea del rock e del suicidio rituale. Non siamo non-binary o gender-fluid. Non facciamo il Coast to Coast a piedi, per i sentieri monacali o le mulattiere. Non sappiamo cosa sia il rifiuto della modernità e dei suoi comfort al petrolio raffinato. Non organizziamo Gas.
Allunghiamo le mani, e afferriamo ciò che è nelle nostre possibilità. Siamo lumpen di periferia – ma la periferia non c’è più. Siamo ragazzi di vita – ma la vita non c’è più. Siamo ragazzi di strada – ma la strada non c’è più. Siamo meridionali, ma il meridione è ormai ovunque, a Calopezzati come a Remscheid.
Il corso di infermiere si terrà in una clinica psichiatrica alla Evangelischen Stiftung Tannenhof di Remscheid, vicino a Duisburg, Düsseldorf, Essen, Dortmund.
In effetti, sul sito (stiftung-tannenhof.de) si dice che la clinica sta cercando tirocinanti interessati a prendersi cura di persone con malattie mentali, e che organizza corsi di formazione per infermieri. La formazione inizia il 1 marzo o il 1 settembre di ogni anno, e si svolge nel sistema a blocchi della scuola e nell’ospedale psichiatrico.
In verità la formazione è gestita dal DBZ – Centro di educazione diaconale Bergish Land – e Scuola di Infermieristica e terapia occupazionale (sponsorizzati da Evangelical Foundation Tannenhof e dall’Agaplesion Bethesda Hospital). Le lezioni teoriche si svolgeranno in un bellissimo edificio storico, l’ex casa madre della diaconessa, nel terreno della Fondazione evangelica Tannenhof a Remscheid.
Le lezioni teoriche saranno tele-trasmesse (magari con Zoom o Meet) in aule moderne (in Germania tutto è moderno!). Mentre in altre aule attrezzata si faranno vere e proprie simulazioni.
Infine, ci saranno laboratori speciali dove i tirocinanti saranno preparati all’esame di Stato scritto, orale e pratico.
Fatevi sotto – Eins, zwei drei. Na, es is nix dabei. Na, wenn ich eich erzähl’ die G’schicht’.
Esportiamo infermieri e importiamo badanti. A dirigere il traffico enti accreditati alla Regione. Siamo bravi in Calabria, ma per adesso il saldo è negativo.
Fonte
17/06/2020
Francia - Indignazione per la brutalità poliziesca e l’arresto di una infermiera in sciopero
Ieri sera Farida un’infermiera Val-de-Marnaise di 50 anni, che lavora da 17 anni all’ospedale Ap, madre di due bambini è stata bloccata con violenza inaudita dai poliziotti, tenuta a terra al punto da avere una costola rotta, sanguinante in faccia, tirata per i capelli come il peggiore criminale.
Il tutto è avvenuto durante una protesta degli infermieri nel quadro della mobilitazione generale di ieri in tutta Francia per la difesa della sanità pubblica.
Infermieri salutati dalla retorica come “eroi” durante la pandemia di Covid-19 ma diventati subito target della repressione appena protestano.
Farida ha subito riconosciuto di essere stata presa dalla rabbia alla fine di una manifestazione a causa delle cariche di polizia e dei lacrimogeni lanciati contro i manifestanti.
Il contesto non può essere eluso: dopo due mesi di lotta contro il Covid-19 dove le notti sono state senza soste, questa infermiera, Farida, non si è fermata nemmeno quando è stata contagiata dal virus, ma non ha sopportato più le violenze di polizia contro le manifestazioni, il disprezzo del governo verso il personale addetto all’assistenza.
L’Union Regionale della Cgt Ile-de-France e l’Union Dipartimentale Cgt della Val-de-Marne esigono il rilascio immediato di Farida senza alcuna accusa contro di lei. O il governo persegue la pace o persegue l’esacerbazione dei conflitti. La violenza sociale è nel campo del governo e del padronato.
Oggi pomeriggio a Parigi alle ore 16 è stata convocata una manifestazione di protesta e per chiedere l’immediata liberazione di Farida presso la stazione di polizia del 7° arrondissement (9 via Fabert, metro Invalid).
Tutto questo non avviene a Hong Kong o negli Stati Uniti di Trump, avviene nella Francia del liberale Macron, e i mass media italiani guardano da un’altra parte.
Fonte
Il tutto è avvenuto durante una protesta degli infermieri nel quadro della mobilitazione generale di ieri in tutta Francia per la difesa della sanità pubblica.
Infermieri salutati dalla retorica come “eroi” durante la pandemia di Covid-19 ma diventati subito target della repressione appena protestano.
Farida ha subito riconosciuto di essere stata presa dalla rabbia alla fine di una manifestazione a causa delle cariche di polizia e dei lacrimogeni lanciati contro i manifestanti.
Il contesto non può essere eluso: dopo due mesi di lotta contro il Covid-19 dove le notti sono state senza soste, questa infermiera, Farida, non si è fermata nemmeno quando è stata contagiata dal virus, ma non ha sopportato più le violenze di polizia contro le manifestazioni, il disprezzo del governo verso il personale addetto all’assistenza.
L’Union Regionale della Cgt Ile-de-France e l’Union Dipartimentale Cgt della Val-de-Marne esigono il rilascio immediato di Farida senza alcuna accusa contro di lei. O il governo persegue la pace o persegue l’esacerbazione dei conflitti. La violenza sociale è nel campo del governo e del padronato.
Oggi pomeriggio a Parigi alle ore 16 è stata convocata una manifestazione di protesta e per chiedere l’immediata liberazione di Farida presso la stazione di polizia del 7° arrondissement (9 via Fabert, metro Invalid).
Tutto questo non avviene a Hong Kong o negli Stati Uniti di Trump, avviene nella Francia del liberale Macron, e i mass media italiani guardano da un’altra parte.
Fonte
02/06/2020
Silvia, infermiera, il “mio” Covid
Silvia è il nome di fantasia di una infermiera professionale di un grande pronto soccorso romano: ha 38 anni e due bambini. Le abbiamo chiesto di raccontarci questi mesi dal suo punto di vista, di chi ha ‘percepito’ da molto vicino il Covid-19.
A fine febbraio la pandemia ha stravolto la vita di tutte e tutti noi, voi che eravate dentro gli ospedali eravate un minimo più preparati o anche voi siete stati completamente spiazzati?
A metà febbraio, sentendo le notizie che arrivavano dalla Cina avevamo già attivato il cosiddetto percorso sporco per chi aveva la febbre, ma nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare quanto sarebbe accaduto da lì a poco, in maniera così veloce.
E ho benedetto il 12 marzo quando è partito il lockdown completo nel Lazio perché stavamo arrivando ad una situazione come quella del Nord, con persone di tutte le età anche 40/50enni. Ecco a me ha sconvolto vedere le persone giovani, perché erano ancora i giorni in cui c’era il refrain sugli anziani.
E su questo vorrei specificare che per quanto grave ciò che è accaduto nelle RSA, gli anziani ricoverati lì sono di partenza estremamente fragili, anche senza il Covid-19 sono estremamente a rischio. Invece l’impatto sui giovani non era previsto, in un turno di 8 ore mi è capitato che ne arrivassero 12.
Cosa vuol dire curare un paziente Covid?
È di difficile gestione, chi ha problemi respiratori acuti non lo tieni, diventa violento e aggressivo perché è la reazione normale di chi non respira. È stato difficile inizialmente da un punto di vista mentale affrontare tutto questo.
Nei giorni peggiori sembrava di lavorare in fabbrica, tipo catena di montaggio, se ne prendeva in carico uno per volta, per capire dove isolarlo ma sempre potendolo vedere a vista, e con la necessità di fare molti prelievi e analisi, bisognava svestirli di tutto e avevano freddo ma dovevamo farlo per intubarli. Fra il 12 e il 25 marzo è stato il periodo peggiore, come togliere l’acqua dal mare. Il lockdown è stato fondamentale.
Avete avuto un supporto psicologico?
Sì, è stato attivato telefonicamente, non ne ho ancora usufruito ma penso che lo farò. Perché ho vissuto esperienze forti, come quando mi vestivo per entrare nell’area Covid sapendo che sarei stata 8 ore solo con positivi, hai la sensazione di entrare nella gabbia dei leoni e ti dici: vediamo se anche oggi la scampo. Poi quella sensazione passa e inizi a lavorare come sempre hai fatto.
Come è stato il rapporto con le colleghe/i?
È stata dura per tutti, a volte erano i dottori ad andare nel panico. C’è da dire che il pronto soccorso non ha la gerarchia classica dei reparti, si lavora in team, anche con gli OSS [operatori sociosanitari]. Ci siamo ritrovati tutti dentro questa vicenda e non c’era tempo per litigare su cose di poco valore.
E a casa? Come hai gestito la situazione con i tuoi figli?
All’inizio ho pensato di andare altrove, ma non era possibile, a casa ero molto nervosa, stavo sempre al telefono per capire/consolare. E un giorno mio figlio mi ha chiesto: Ma oggi torni? Allora realizzi che se ti ammali e si ammala anche il tuo compagno i tuoi bambini rimarrebbero soli, avendo anche nonni a rischio. Per cui stai attenta più che puoi e un paio di volte che sono tornata a casa e non ero sicura di come avessi fatto la svestizione sono rimasta con la mascherina, senza abbracciarli.
Ilaria Capua prima ancora del Covid-19 parlava di salute circolare, del fatto che non si può non pensare al nesso fra umani, animali, ambiente in cui viviamo. Affrontate queste tematiche nella vostra formazione, negli aggiornamenti professionali?
Tra sanitari dibattiamo molto sulla resistenza agli antibiotici, se il corpo li assume anche quando non servirebbe, attraverso il cibo, o medici che li prescrivono al primo starnuto, poi non fanno più effetto. Il sistema immunitario già provato da altri fattori come l’inquinamento ne risente e non sappiamo più cosa fare. Idem con i batteri che mutano e non sai gestire.
I virus sono la conseguenza di tutto questo, ci sono sempre stati nella storia dell’umanità ma forse ora abbiamo superato certi limiti, per esempio secondo me siamo troppi sulla terra, e dobbiamo ripensare la nostra alimentazione e la nostra mobilità. Una delle cose belle che ricorderò di questi giorni è che la mattina non dovevo più correre per andare di qua o di là, fra lavoro bambini incombenze.
Nei mesi di lockdown è stata molto usata la retorica dell’eroe riferita alle infermiere/i in prima linea, tu ti senti un’eroina?
Adesso ci chiamano eroi, dovrebbero farlo anche quando sono in attesa in codice verde, perché è quello il cuore del pronto soccorso con il triage: capire chi è in grado di poter aspettare e chi no. Quella è la nostra competenza. Bisognerà ricordarlo quando tutto sarà finito. Come dice Gino Strada non siamo eroi, siamo professionisti responsabili che abbiamo tenuto a galla la sanità nonostante le politiche sanitarie.
La situazione ora sembra cambiata, siamo pronti secondo te con le tre T, testare - tracciare - trattare?
Sicuramente ora ci sono più laboratori per fare i tamponi h24, ed è molto importante il test sierologico. Il tampone è affidabile al 70% ed è ‘operatore dipendente’ se viene fatto male è poco attendibile. Deve essere introdotto completamente nel naso, quindi va fatto con calma e accuratezza. Ora ci sono anche i test rapidi con la goccia di sangue per vedere gli anticorpi ma sono poco accurati e adesso siamo arrivati ad avere solo da 1 a 3 pazienti Covid al giorno. Mi preoccuperò se dovessero tornare i giovani. Aspetto il 2 giugno per vedere i risultati di questa apertura.
* ripreso da www.networksaluteglobale.it
Nel sito web del Network una sezione dedicata ad approfondimenti sul #Covid19, con aggiornamenti dalle ong della rete e altri network, report, testimonianze e interviste: basta un click su www.networksaluteglobale.it/speciale-covid-19/
Fonte
A fine febbraio la pandemia ha stravolto la vita di tutte e tutti noi, voi che eravate dentro gli ospedali eravate un minimo più preparati o anche voi siete stati completamente spiazzati?
A metà febbraio, sentendo le notizie che arrivavano dalla Cina avevamo già attivato il cosiddetto percorso sporco per chi aveva la febbre, ma nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare quanto sarebbe accaduto da lì a poco, in maniera così veloce.
E ho benedetto il 12 marzo quando è partito il lockdown completo nel Lazio perché stavamo arrivando ad una situazione come quella del Nord, con persone di tutte le età anche 40/50enni. Ecco a me ha sconvolto vedere le persone giovani, perché erano ancora i giorni in cui c’era il refrain sugli anziani.
E su questo vorrei specificare che per quanto grave ciò che è accaduto nelle RSA, gli anziani ricoverati lì sono di partenza estremamente fragili, anche senza il Covid-19 sono estremamente a rischio. Invece l’impatto sui giovani non era previsto, in un turno di 8 ore mi è capitato che ne arrivassero 12.
Cosa vuol dire curare un paziente Covid?
È di difficile gestione, chi ha problemi respiratori acuti non lo tieni, diventa violento e aggressivo perché è la reazione normale di chi non respira. È stato difficile inizialmente da un punto di vista mentale affrontare tutto questo.
Nei giorni peggiori sembrava di lavorare in fabbrica, tipo catena di montaggio, se ne prendeva in carico uno per volta, per capire dove isolarlo ma sempre potendolo vedere a vista, e con la necessità di fare molti prelievi e analisi, bisognava svestirli di tutto e avevano freddo ma dovevamo farlo per intubarli. Fra il 12 e il 25 marzo è stato il periodo peggiore, come togliere l’acqua dal mare. Il lockdown è stato fondamentale.
Avete avuto un supporto psicologico?
Sì, è stato attivato telefonicamente, non ne ho ancora usufruito ma penso che lo farò. Perché ho vissuto esperienze forti, come quando mi vestivo per entrare nell’area Covid sapendo che sarei stata 8 ore solo con positivi, hai la sensazione di entrare nella gabbia dei leoni e ti dici: vediamo se anche oggi la scampo. Poi quella sensazione passa e inizi a lavorare come sempre hai fatto.
Come è stato il rapporto con le colleghe/i?
È stata dura per tutti, a volte erano i dottori ad andare nel panico. C’è da dire che il pronto soccorso non ha la gerarchia classica dei reparti, si lavora in team, anche con gli OSS [operatori sociosanitari]. Ci siamo ritrovati tutti dentro questa vicenda e non c’era tempo per litigare su cose di poco valore.
E a casa? Come hai gestito la situazione con i tuoi figli?
All’inizio ho pensato di andare altrove, ma non era possibile, a casa ero molto nervosa, stavo sempre al telefono per capire/consolare. E un giorno mio figlio mi ha chiesto: Ma oggi torni? Allora realizzi che se ti ammali e si ammala anche il tuo compagno i tuoi bambini rimarrebbero soli, avendo anche nonni a rischio. Per cui stai attenta più che puoi e un paio di volte che sono tornata a casa e non ero sicura di come avessi fatto la svestizione sono rimasta con la mascherina, senza abbracciarli.
Ilaria Capua prima ancora del Covid-19 parlava di salute circolare, del fatto che non si può non pensare al nesso fra umani, animali, ambiente in cui viviamo. Affrontate queste tematiche nella vostra formazione, negli aggiornamenti professionali?
Tra sanitari dibattiamo molto sulla resistenza agli antibiotici, se il corpo li assume anche quando non servirebbe, attraverso il cibo, o medici che li prescrivono al primo starnuto, poi non fanno più effetto. Il sistema immunitario già provato da altri fattori come l’inquinamento ne risente e non sappiamo più cosa fare. Idem con i batteri che mutano e non sai gestire.
I virus sono la conseguenza di tutto questo, ci sono sempre stati nella storia dell’umanità ma forse ora abbiamo superato certi limiti, per esempio secondo me siamo troppi sulla terra, e dobbiamo ripensare la nostra alimentazione e la nostra mobilità. Una delle cose belle che ricorderò di questi giorni è che la mattina non dovevo più correre per andare di qua o di là, fra lavoro bambini incombenze.
Nei mesi di lockdown è stata molto usata la retorica dell’eroe riferita alle infermiere/i in prima linea, tu ti senti un’eroina?
Adesso ci chiamano eroi, dovrebbero farlo anche quando sono in attesa in codice verde, perché è quello il cuore del pronto soccorso con il triage: capire chi è in grado di poter aspettare e chi no. Quella è la nostra competenza. Bisognerà ricordarlo quando tutto sarà finito. Come dice Gino Strada non siamo eroi, siamo professionisti responsabili che abbiamo tenuto a galla la sanità nonostante le politiche sanitarie.
La situazione ora sembra cambiata, siamo pronti secondo te con le tre T, testare - tracciare - trattare?
Sicuramente ora ci sono più laboratori per fare i tamponi h24, ed è molto importante il test sierologico. Il tampone è affidabile al 70% ed è ‘operatore dipendente’ se viene fatto male è poco attendibile. Deve essere introdotto completamente nel naso, quindi va fatto con calma e accuratezza. Ora ci sono anche i test rapidi con la goccia di sangue per vedere gli anticorpi ma sono poco accurati e adesso siamo arrivati ad avere solo da 1 a 3 pazienti Covid al giorno. Mi preoccuperò se dovessero tornare i giovani. Aspetto il 2 giugno per vedere i risultati di questa apertura.
* ripreso da www.networksaluteglobale.it
Nel sito web del Network una sezione dedicata ad approfondimenti sul #Covid19, con aggiornamenti dalle ong della rete e altri network, report, testimonianze e interviste: basta un click su www.networksaluteglobale.it/speciale-covid-19/
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17/04/2020
Retorica bellica e narrazione della pandemia
di Armando Lancellotti
Da molte settimane ormai, da quando cioè l’epidemia di Covid-19 è dilagata nel nostro Paese, una inarginabile retorica bellica si è impadronita del nostro linguaggio: risuona nelle ininterrotte trasmissioni televisive e negli editoriali della carta stampata; rimbomba nei messaggi alla nazione degli uomini politici e negli inviti al rispetto delle regole del distanziamento sociale e della quarantena da parte di attori, cantanti e campioni sportivi; trabocca persino nelle più svariate pubblicità commerciali e nelle interminabili catene di messaggi che rimbalzano da un social all’altro. Insomma pare che l’Italia stia combattendo una guerra, con i suoi fronti, la prima linea, le retrovie, il fronte interno, l’economia di guerra e così via. Ma tutto questo è verosimile e credibile o si tratta di un fenomeno comunicativo e sociale che, al netto delle numerose mistificazioni, della guerra presenta in modo certo un solo aspetto, la propaganda?
Per rispondere, basterà forse pensare a quali esigenze risponda e quali effetti produca l’utilizzo della retorica bellica per la rappresentazione di un’epidemia. In primo luogo soddisfa una necessità “economica”, permettendo di fare ricorso ad un armamentario di immagini, simboli, metafore già belle e pronte, facilmente comprensibili e pertanto rapidamente riattivabili, perché presenti nel sottobosco del nostro immaginario da molto tempo, almeno da cent’anni e dalla guerra – guerra vera – allora effettivamente combattuta.
E allora non c’è alcun bisogno di elaborarne uno nuovo: l’immaginario bellico si presta perfettamente al compito che oggi gli viene assegnato, come ad altri svariati usi (l’abuso di terminologia militaresca nella descrizione di fatti sportivi ne è solo un esempio, il più noto a tutti). Ne consegue che, nell’anomala e destabilizzante situazione in cui siamo improvvisamente precipitati, esattamente come in una guerra e soprattutto nella sua rappresentazione retorica, esistono le figure positive e quelle negative, che ci permettono di mettere parzialmente in ordine le cose, catalogandole e semplificandole: ci sono gli “eroi”, i “martiri”, i “valorosi soldati” che sanno di poter contare sulla “tenacia patriottica” dei civili laboriosi; ma poi vengono anche i “sabotatori”, i “disertori”, i “vigliacchi traditori”. Allo stesso modo in queste settimane le medesime tipologie le attribuiamo agli altri e a noi stessi, insomma a tutti gli attori di questa cosiddetta “guerra”. E poco importa che le metafore belliche evochino scenari terribili, perché dinanzi all’ignoto – una pandemia veramente globale mai esperita in precedenza e in questi termini – anche le cupe immagini di guerra risultano paradossalmente più rassicuranti, perché meno sconosciute.
Infine, ma di certo non per importanza, viene il fatto che il ricorso martellante all’enfatico linguaggio bellico contribuisce in modo decisivo alla creazione di un clima di “unità nazionale”, che fa appello alle capacità di tutte le componenti del Paese di collaborare allo sforzo collettivo contro un comune nemico. Insomma una sorta di “sacra unione” della nazione che si stringe attorno a chi la guida e la rappresenta in un momento indubbiamente complicatissimo e che, nonostante da più parti sia giudicata come utile o addirittura necessaria per la tenuta sociale del Paese, sottende il rischio – forse voluto, certamente non evitato – della distrazione generalizzata per eccesso di focalizzazione su un unico problema, dell’ottundimento della facoltà di analisi della complessità, che si regge invece sulla capacità di distinguere i fenomeni e i loro molteplici aspetti, di leggere su più piani una realtà difficoltosa e preoccupante, che oggi risulta trasformata in un tutto unico ed indistinto, in cui si perdono i contorni delle cose.
E allora c’è bisogno di fare chiarezza, iniziando col chiamare le cose con i loro nomi, di certo più prosaici delle ridondanti immagini retoriche, ma validi ed adeguati allo scopo della comprensione di ciò che viviamo.
Non si tratta di una “guerra”, perché i virus non dichiarano e non combattono guerre, le guerre le fanno gli uomini sparandosi addosso per conseguire degli obiettivi che i virus non possono avere. Se di un agente patogeno che si replica continuamente qualora incontri un organismo ospite adatto volessimo proprio dare una “lettura culturale”, al massimo lo si potrebbe equiparare ad una manifestazione fenomenica tra le più elementari di una sorta di schopenhaueriana volontà di vivere, non certo al comportamento consapevole di un essere razionale che calcola, individua obiettivi, pianifica strategie, produce armi e dichiara guerra ad altri esseri ugualmente razionali. Definire “guerra” il contrasto medico sanitario alla diffusione di un’epidemia produce, allora, gli effetti rischiosi del fraintendimento del fenomeno e della fideistica attesa dell’arma decisiva e vittoriosa che ci farà prevalere sul nemico. Forse sarebbe più utile chiedersi se questa epidemia ed altre del recente passato o che potrebbero seguire in futuro non siano, almeno in parte, da mettere in relazione anche con i nostri modelli di vita, di produzione, di consumo e di “sviluppo” economico globali, al fine di pensare ed apportare aggiustamenti radicali e cambiamenti profondi ormai divenuti indispensabili ed indifferibili.
Bisognerebbe una volta per tutte chiarire che gli operatori del settore sanitario, non sono “eroi di guerra”, né hanno mai chiesto di essere considerati tali e che non nutrono alcuna aspirazione al sacrificio eroico, ma che sono dei “lavoratori” seri, quasi sempre sottopagati, che in modo responsabile e competente svolgono la loro professione in una situazione di estrema precarietà e che chiedono non la gloria imperitura dell’eroismo, ma molto più concretamente e legittimamente la possibilità di lavorare in condizioni di sicurezza, con i dispositivi di protezione previsti dalle normative, senza sottostare ai ricatti contrattuali del lavoro precario e in un sistema di sanità pubblica potenziato e supportato a dovere e non depauperato da processi di privatizzazione indiscriminata del welfare, per il vantaggio dei pochi sulle spalle dei molti. I tanti casi di contagio tra medici, infermieri ed operatori sanitari in genere – che sia chiaro! – non sono ferimenti e mutilazioni di una “guerra di trincea”, come viene ossessivamente ripetuto, ma “infortuni sul lavoro” e ancor di più i numerosissimi decessi che aumentano di giorno in giorno tra i lavoratori del settore sanitario non possono, non devono essere trasfigurati – e quindi mistificati – in casi di “martirio eroico”, perché si tratta di “morti sul lavoro”, troppi “morti sul lavoro”, che vanno ad aumentare il numero già altissimo di “morti bianche” che tutti gli anni si verificano nel nostro Paese.
La chiamata all’unità nazionale per ragioni “belliche”, ossessivamente e quotidianamente rinnovata, che evidentemente è ritenuta l’unica arma efficace per garantire il rispetto delle limitazioni imposte con la quarantena, rivela innanzi tutto quanto “paternalistico” sia nel nostro Paese il modo di intendere la relazione tra istituzioni e cittadini e in secondo luogo sta furtivamente introducendo strumenti sempre più pervasivi di controllo sociale, che facilmente potrebbero scivolare in direzione di forme più o meno esplicite di velleitarismo autoritario, al momento dai più accettate o messe in conto come inevitabili conseguenze collaterali di misure necessarie per la garanzia della salute pubblica, ma che una volta “entrate in circolo” potrebbero risultare molto difficili da disinnescare. E così come contraltare della figura positiva dell’”eroe di guerra” prende forma quella negativa del “sabotatore”, ossia colui che non canta all’unisono nel coro nazionale della retorica di guerra e che esprime pensieri dissenzienti e non omologati, assumendo condotte di “indisciplina sociale”. Sentire i media mainstream che in questi giorni definiscono certi comportamenti di scarso rispetto dei limiti di quarantena – sicuramente stupidi, probabilmente irresponsabili – come evidenti esempi di “sfida alle istituzioni”, lascia intravedere molto facilmente quale sia il potenziale di repressione implicito nelle dinamiche sociali a cui stiamo assistendo.
Una breve digressione storica può dare un contributo alla comprensione. Poco più di cent’anni fa, tutti i paesi coinvolti nella prima guerra mondiale della storia conobbero fenomeni di deriva autoritaria e di militarizzazione della vita politica e dei modi di governo. Nell’Impero austro-ungarico, per esempio, fin dal 1914 fu imposta una vera e propria dittatura militare e governativa attraverso l’emanazione da parte dell’imperatore di numerose ordinanze speciali, che attribuivano immediatamente forza di legge agli atti dell’imperatore stesso, sospendendo l’attività legislativa del parlamento, che limitavano le libertà fondamentali dei cittadini, che sottoponevano a stretto controllo le associazioni e i partiti politici, che comprimevano i diritti sindacali, che censuravano la stampa e la pubblicistica in genere. Anche in Italia si verificarono fenomeni analoghi a quelli austriaci di rafforzamento autoritario dell’esecutivo e parallelo indebolimento delle prerogative parlamentari, di militarizzazione sia della società sia della politica, di aumento esponenziale della repressione e del controllo sociali.
Chi scrive si rende ben conto come tra le società europee che avrebbero conosciuto in modo definitivo i processi di massificazione proprio attraverso la Grande Guerra e l’odierno mondo globale dei social media vi sia una distanza di molto superiore ai cent’anni trascorsi e come impostare confronti tra estremi così lontani possa ingenerare confusione e che sarebbe forse più cauto stabilire collegamenti tra termini più ravvicinati. Oppure, al contrario, si potrebbero allontanare i punti estremi della comparazione, fino a retrocedere al più lontano passato, dal momento che da quando l’uomo è attore della storia, la reale o presunta necessità di adottare rimedi estremi per le situazioni emergenziali causate dai conflitti ha sempre dato luogo a scorciatoie politiche autoritarie, a tal punto che si potrebbe essere tentati di passare dal piano storico a quello antropologico, per incardinare una costante fenomenologica storica in un aspetto della natura umana: la percezione del pericolo conduce allo scatenamento della forza e all’imposizione del più forte.
In ogni caso, limitando queste considerazioni alla contemporaneità, che dal “secolo breve” che ci sta alle spalle arriva fino a noi, è cosa certa che lo “stato di emergenza” proclamato in situazioni belliche abbia regolarmente prodotto un aumento esponenziale di forme e modi autoritari di esercizio del potere e in ogni ambito, quello sociale come quello politico, quello economico e del mondo del lavoro come quello dell’informazione, della cultura, della scuola, ecc. Oggi l’Italia, l’Europa, il mondo non stanno combattendo una guerra contro il virus chiamato Covid-19 con trincee e fronti, carri armati e bombardamenti, droni e armi più o meno intelligenti, ma la rappresentazione di quel fenomeno – questo sì totalmente nuovo – che è la “quarantena globale” fa ricorso a mani basse agli stilemi narrativi, all’immaginario e alle formule retoriche della narrazione bellica e il pericolo che sul piano economico, su quello delle relazioni di lavoro e dei sistemi di produzione, sul piano politico come su quello della disciplina sociale e del controllo culturale si ingenerino i medesimi effetti autoritari dello “stato di guerra” dovrebbe indurre tutti quanti ad assumere un atteggiamento di vigile attenzione critica.
Pertanto, se l’Italia non è in guerra – come si è cercato di argomentare – la pandemia tanto imprevista quanto impegnativa che stiamo attraversando si potrà risolvere con gli strumenti della medicina, innanzi tutto e della scienza, più in generale e, in un secondo momento, con una ricerca che sia opportunamente sostenuta, ovverosia finanziata, e con un sistema sanitario nazionale che va difeso, rafforzato e migliorato e non smantellato a seguito di scellerate scelte ragionieristiche, figlie di miopi politiche di austerity, proprie di un liberismo tanto egemone quanto ottuso, egoista e prevaricatore. A nulla serve la retorica bellica e militare, se non a confondere le acque, a semplificare, a banalizzare e a travisare la sostanza delle cose.
Infine una riflessione che guarda a ciò che potrebbe accadere nei prossimi giorni. Tra poco ricorrerà il 25 aprile e il rischio che la Resistenza e la Lotta di liberazione dal fascismo finiscano per essere utilizzate per alimentare la retorica della guerra italiana al virus è più che concreto, anzi si può dire che questo processo sia già iniziato: corriamo il pericolo di sentir parlare di Resistenza alla pandemia e di Lotta di liberazione dalla malattia, il tutto con un duplice effetto deleterio. Ancora una volta eviteremmo di dare una rappresentazione realistica di quanto sta accadendo, infarcendone la narrazione con vuote e bislacche formule retoriche e presteremmo un pessimo servizio al dovere della memoria di eventi storici fondamentali e fondanti lo spirito stesso della nostra Repubblica, ma che a più di settant’anni di distanza ancora disturbano una parte del Paese, quella che forse non si farà sfuggire l’occasione di depotenziarne la valenza attraverso un loro utilizzo improprio. La Resistenza e la Lotta di liberazione ne uscirebbero svuotate della loro sostanza storico-politica e trasformate in inutili etichette astoriche da utilizzare per una abborracciata e fuorviante rappresentazione della situazione presente di emergenza sanitaria.
Usare le parole giuste aiuta a comprendere e comprendere può, forse, aiutare a risolvere anche i problemi più complessi.
Fonte
Da molte settimane ormai, da quando cioè l’epidemia di Covid-19 è dilagata nel nostro Paese, una inarginabile retorica bellica si è impadronita del nostro linguaggio: risuona nelle ininterrotte trasmissioni televisive e negli editoriali della carta stampata; rimbomba nei messaggi alla nazione degli uomini politici e negli inviti al rispetto delle regole del distanziamento sociale e della quarantena da parte di attori, cantanti e campioni sportivi; trabocca persino nelle più svariate pubblicità commerciali e nelle interminabili catene di messaggi che rimbalzano da un social all’altro. Insomma pare che l’Italia stia combattendo una guerra, con i suoi fronti, la prima linea, le retrovie, il fronte interno, l’economia di guerra e così via. Ma tutto questo è verosimile e credibile o si tratta di un fenomeno comunicativo e sociale che, al netto delle numerose mistificazioni, della guerra presenta in modo certo un solo aspetto, la propaganda?
Per rispondere, basterà forse pensare a quali esigenze risponda e quali effetti produca l’utilizzo della retorica bellica per la rappresentazione di un’epidemia. In primo luogo soddisfa una necessità “economica”, permettendo di fare ricorso ad un armamentario di immagini, simboli, metafore già belle e pronte, facilmente comprensibili e pertanto rapidamente riattivabili, perché presenti nel sottobosco del nostro immaginario da molto tempo, almeno da cent’anni e dalla guerra – guerra vera – allora effettivamente combattuta.
E allora non c’è alcun bisogno di elaborarne uno nuovo: l’immaginario bellico si presta perfettamente al compito che oggi gli viene assegnato, come ad altri svariati usi (l’abuso di terminologia militaresca nella descrizione di fatti sportivi ne è solo un esempio, il più noto a tutti). Ne consegue che, nell’anomala e destabilizzante situazione in cui siamo improvvisamente precipitati, esattamente come in una guerra e soprattutto nella sua rappresentazione retorica, esistono le figure positive e quelle negative, che ci permettono di mettere parzialmente in ordine le cose, catalogandole e semplificandole: ci sono gli “eroi”, i “martiri”, i “valorosi soldati” che sanno di poter contare sulla “tenacia patriottica” dei civili laboriosi; ma poi vengono anche i “sabotatori”, i “disertori”, i “vigliacchi traditori”. Allo stesso modo in queste settimane le medesime tipologie le attribuiamo agli altri e a noi stessi, insomma a tutti gli attori di questa cosiddetta “guerra”. E poco importa che le metafore belliche evochino scenari terribili, perché dinanzi all’ignoto – una pandemia veramente globale mai esperita in precedenza e in questi termini – anche le cupe immagini di guerra risultano paradossalmente più rassicuranti, perché meno sconosciute.
Infine, ma di certo non per importanza, viene il fatto che il ricorso martellante all’enfatico linguaggio bellico contribuisce in modo decisivo alla creazione di un clima di “unità nazionale”, che fa appello alle capacità di tutte le componenti del Paese di collaborare allo sforzo collettivo contro un comune nemico. Insomma una sorta di “sacra unione” della nazione che si stringe attorno a chi la guida e la rappresenta in un momento indubbiamente complicatissimo e che, nonostante da più parti sia giudicata come utile o addirittura necessaria per la tenuta sociale del Paese, sottende il rischio – forse voluto, certamente non evitato – della distrazione generalizzata per eccesso di focalizzazione su un unico problema, dell’ottundimento della facoltà di analisi della complessità, che si regge invece sulla capacità di distinguere i fenomeni e i loro molteplici aspetti, di leggere su più piani una realtà difficoltosa e preoccupante, che oggi risulta trasformata in un tutto unico ed indistinto, in cui si perdono i contorni delle cose.
E allora c’è bisogno di fare chiarezza, iniziando col chiamare le cose con i loro nomi, di certo più prosaici delle ridondanti immagini retoriche, ma validi ed adeguati allo scopo della comprensione di ciò che viviamo.
Non si tratta di una “guerra”, perché i virus non dichiarano e non combattono guerre, le guerre le fanno gli uomini sparandosi addosso per conseguire degli obiettivi che i virus non possono avere. Se di un agente patogeno che si replica continuamente qualora incontri un organismo ospite adatto volessimo proprio dare una “lettura culturale”, al massimo lo si potrebbe equiparare ad una manifestazione fenomenica tra le più elementari di una sorta di schopenhaueriana volontà di vivere, non certo al comportamento consapevole di un essere razionale che calcola, individua obiettivi, pianifica strategie, produce armi e dichiara guerra ad altri esseri ugualmente razionali. Definire “guerra” il contrasto medico sanitario alla diffusione di un’epidemia produce, allora, gli effetti rischiosi del fraintendimento del fenomeno e della fideistica attesa dell’arma decisiva e vittoriosa che ci farà prevalere sul nemico. Forse sarebbe più utile chiedersi se questa epidemia ed altre del recente passato o che potrebbero seguire in futuro non siano, almeno in parte, da mettere in relazione anche con i nostri modelli di vita, di produzione, di consumo e di “sviluppo” economico globali, al fine di pensare ed apportare aggiustamenti radicali e cambiamenti profondi ormai divenuti indispensabili ed indifferibili.
Bisognerebbe una volta per tutte chiarire che gli operatori del settore sanitario, non sono “eroi di guerra”, né hanno mai chiesto di essere considerati tali e che non nutrono alcuna aspirazione al sacrificio eroico, ma che sono dei “lavoratori” seri, quasi sempre sottopagati, che in modo responsabile e competente svolgono la loro professione in una situazione di estrema precarietà e che chiedono non la gloria imperitura dell’eroismo, ma molto più concretamente e legittimamente la possibilità di lavorare in condizioni di sicurezza, con i dispositivi di protezione previsti dalle normative, senza sottostare ai ricatti contrattuali del lavoro precario e in un sistema di sanità pubblica potenziato e supportato a dovere e non depauperato da processi di privatizzazione indiscriminata del welfare, per il vantaggio dei pochi sulle spalle dei molti. I tanti casi di contagio tra medici, infermieri ed operatori sanitari in genere – che sia chiaro! – non sono ferimenti e mutilazioni di una “guerra di trincea”, come viene ossessivamente ripetuto, ma “infortuni sul lavoro” e ancor di più i numerosissimi decessi che aumentano di giorno in giorno tra i lavoratori del settore sanitario non possono, non devono essere trasfigurati – e quindi mistificati – in casi di “martirio eroico”, perché si tratta di “morti sul lavoro”, troppi “morti sul lavoro”, che vanno ad aumentare il numero già altissimo di “morti bianche” che tutti gli anni si verificano nel nostro Paese.
La chiamata all’unità nazionale per ragioni “belliche”, ossessivamente e quotidianamente rinnovata, che evidentemente è ritenuta l’unica arma efficace per garantire il rispetto delle limitazioni imposte con la quarantena, rivela innanzi tutto quanto “paternalistico” sia nel nostro Paese il modo di intendere la relazione tra istituzioni e cittadini e in secondo luogo sta furtivamente introducendo strumenti sempre più pervasivi di controllo sociale, che facilmente potrebbero scivolare in direzione di forme più o meno esplicite di velleitarismo autoritario, al momento dai più accettate o messe in conto come inevitabili conseguenze collaterali di misure necessarie per la garanzia della salute pubblica, ma che una volta “entrate in circolo” potrebbero risultare molto difficili da disinnescare. E così come contraltare della figura positiva dell’”eroe di guerra” prende forma quella negativa del “sabotatore”, ossia colui che non canta all’unisono nel coro nazionale della retorica di guerra e che esprime pensieri dissenzienti e non omologati, assumendo condotte di “indisciplina sociale”. Sentire i media mainstream che in questi giorni definiscono certi comportamenti di scarso rispetto dei limiti di quarantena – sicuramente stupidi, probabilmente irresponsabili – come evidenti esempi di “sfida alle istituzioni”, lascia intravedere molto facilmente quale sia il potenziale di repressione implicito nelle dinamiche sociali a cui stiamo assistendo.
Una breve digressione storica può dare un contributo alla comprensione. Poco più di cent’anni fa, tutti i paesi coinvolti nella prima guerra mondiale della storia conobbero fenomeni di deriva autoritaria e di militarizzazione della vita politica e dei modi di governo. Nell’Impero austro-ungarico, per esempio, fin dal 1914 fu imposta una vera e propria dittatura militare e governativa attraverso l’emanazione da parte dell’imperatore di numerose ordinanze speciali, che attribuivano immediatamente forza di legge agli atti dell’imperatore stesso, sospendendo l’attività legislativa del parlamento, che limitavano le libertà fondamentali dei cittadini, che sottoponevano a stretto controllo le associazioni e i partiti politici, che comprimevano i diritti sindacali, che censuravano la stampa e la pubblicistica in genere. Anche in Italia si verificarono fenomeni analoghi a quelli austriaci di rafforzamento autoritario dell’esecutivo e parallelo indebolimento delle prerogative parlamentari, di militarizzazione sia della società sia della politica, di aumento esponenziale della repressione e del controllo sociali.
Chi scrive si rende ben conto come tra le società europee che avrebbero conosciuto in modo definitivo i processi di massificazione proprio attraverso la Grande Guerra e l’odierno mondo globale dei social media vi sia una distanza di molto superiore ai cent’anni trascorsi e come impostare confronti tra estremi così lontani possa ingenerare confusione e che sarebbe forse più cauto stabilire collegamenti tra termini più ravvicinati. Oppure, al contrario, si potrebbero allontanare i punti estremi della comparazione, fino a retrocedere al più lontano passato, dal momento che da quando l’uomo è attore della storia, la reale o presunta necessità di adottare rimedi estremi per le situazioni emergenziali causate dai conflitti ha sempre dato luogo a scorciatoie politiche autoritarie, a tal punto che si potrebbe essere tentati di passare dal piano storico a quello antropologico, per incardinare una costante fenomenologica storica in un aspetto della natura umana: la percezione del pericolo conduce allo scatenamento della forza e all’imposizione del più forte.
In ogni caso, limitando queste considerazioni alla contemporaneità, che dal “secolo breve” che ci sta alle spalle arriva fino a noi, è cosa certa che lo “stato di emergenza” proclamato in situazioni belliche abbia regolarmente prodotto un aumento esponenziale di forme e modi autoritari di esercizio del potere e in ogni ambito, quello sociale come quello politico, quello economico e del mondo del lavoro come quello dell’informazione, della cultura, della scuola, ecc. Oggi l’Italia, l’Europa, il mondo non stanno combattendo una guerra contro il virus chiamato Covid-19 con trincee e fronti, carri armati e bombardamenti, droni e armi più o meno intelligenti, ma la rappresentazione di quel fenomeno – questo sì totalmente nuovo – che è la “quarantena globale” fa ricorso a mani basse agli stilemi narrativi, all’immaginario e alle formule retoriche della narrazione bellica e il pericolo che sul piano economico, su quello delle relazioni di lavoro e dei sistemi di produzione, sul piano politico come su quello della disciplina sociale e del controllo culturale si ingenerino i medesimi effetti autoritari dello “stato di guerra” dovrebbe indurre tutti quanti ad assumere un atteggiamento di vigile attenzione critica.
Pertanto, se l’Italia non è in guerra – come si è cercato di argomentare – la pandemia tanto imprevista quanto impegnativa che stiamo attraversando si potrà risolvere con gli strumenti della medicina, innanzi tutto e della scienza, più in generale e, in un secondo momento, con una ricerca che sia opportunamente sostenuta, ovverosia finanziata, e con un sistema sanitario nazionale che va difeso, rafforzato e migliorato e non smantellato a seguito di scellerate scelte ragionieristiche, figlie di miopi politiche di austerity, proprie di un liberismo tanto egemone quanto ottuso, egoista e prevaricatore. A nulla serve la retorica bellica e militare, se non a confondere le acque, a semplificare, a banalizzare e a travisare la sostanza delle cose.
Infine una riflessione che guarda a ciò che potrebbe accadere nei prossimi giorni. Tra poco ricorrerà il 25 aprile e il rischio che la Resistenza e la Lotta di liberazione dal fascismo finiscano per essere utilizzate per alimentare la retorica della guerra italiana al virus è più che concreto, anzi si può dire che questo processo sia già iniziato: corriamo il pericolo di sentir parlare di Resistenza alla pandemia e di Lotta di liberazione dalla malattia, il tutto con un duplice effetto deleterio. Ancora una volta eviteremmo di dare una rappresentazione realistica di quanto sta accadendo, infarcendone la narrazione con vuote e bislacche formule retoriche e presteremmo un pessimo servizio al dovere della memoria di eventi storici fondamentali e fondanti lo spirito stesso della nostra Repubblica, ma che a più di settant’anni di distanza ancora disturbano una parte del Paese, quella che forse non si farà sfuggire l’occasione di depotenziarne la valenza attraverso un loro utilizzo improprio. La Resistenza e la Lotta di liberazione ne uscirebbero svuotate della loro sostanza storico-politica e trasformate in inutili etichette astoriche da utilizzare per una abborracciata e fuorviante rappresentazione della situazione presente di emergenza sanitaria.
Usare le parole giuste aiuta a comprendere e comprendere può, forse, aiutare a risolvere anche i problemi più complessi.
Fonte
30/03/2020
Gran Bretagna - Il sindacato della sanità inchioda Johnson alle sue responsabilità
Abbiamo visto in queste settimane i problemi che sono stati causati dal coronavirus e di come non sempre la situazione viene affrontata dai governi nel migliore dei modi a causa anche della malagestione dei sistemi economici e sanitari.
Rispetto alla situazione nel Regno Unito abbiamo trovato un articolo sulla situazione degli ospedali e delle richieste che l’RFN (Royal College of Nursing, sindacato e associazione degli infermieri e degli operatori sanitari) fa al governo per garantire il minimo di condizioni di sicurezza su uno dei luoghi di lavoro maggiormente a rischio contagio
Di seguito riportiamo la traduzione dell’articolo.
Sono state fatte nuove chiamate al primo ministro per garantire una fornitura sufficiente di dispositivi di protezione individuale (DPI) per quelli in prima linea e per dare priorità agli infermieri per i test di Covid-19.
In una lettera indirizzata al numero 10 (il numero 10 di Downing Street è la residenza e la sede del Primo Ministro del Regno Unito, ndr.), il Royal College of Nursing (sindacato e associazione degli infermieri e degli operatori sanitari, ndr.) ha esortato Boris Johnson a “intervenire personalmente” e ad agire per garantire a infermieri e colleghi l’accesso a DPI sufficienti.
Il sindacato ha anche invitato il sig. Johnson ad aumentare il numero di test Covid-19 per infermieri in modo che il personale con possibili sintomi sappia se è infetto o meno.
Ciò a seguito della rivelazione secondo la quale milioni di articoli DPI erano stati consegnati al personale sanitario in tutta l’Inghilterra nei giorni precedenti.
Mentre la lettera dava atto di questo annuncio, il sindacato degli infermieri affermava che avrebbe “monitorato attentamente la situazione per assicurarsi che questi stock stessero raggiungendo i posti giusti”.
Scritta dall’amministratrice delegata e segretaria generale Dame Donna Kinnair, la lettera sottolineava la “dedizione e professionalità” del personale nel proteggere la salute e il benessere della nazione.
“Ti scrivo per esprimere le serie preoccupazioni dei nostri membri – e della più ampia forza lavoro per la salute e l’assistenza – per quanto riguarda la mancanza di DPI e test Covid-19 per il personale”, ha detto Dame Donna nella lettera.
“Durante il fine settimana, ci sono state segnalazioni crescenti di mancanza di DPI disponibili per il personale in prima linea – non solo negli ospedali, ma negli ambulatori GP, nelle case di cura e nelle infermiere della comunità che visitano le persone nelle loro case”.
Ha spiegato che gli infermieri hanno detto al sindacato che “semplicemente non potevano ottenere abbastanza attrezzature” e ha sottolineato che questo era un problema riguardante in particolare le maschere per il viso che offrivano un livello più alto di protezione respiratoria – le maschere FFP3.
“Mentre accogliamo con favore l’annuncio della distribuzione di ulteriori scorte alle strutture sanitarie, seguiremo da vicino la situazione per assicurarci che queste scorte raggiungano i posti giusti”, ha affermato Dame Donna.
Inoltre, la lettera parla dei test del coronavirus per il personale in prima linea.
Dame Donna ha sottolineato che “i test prioritari Covid-19 per gli operatori sanitari e per gli assistenti sociali sono un dovere assoluto”.
“I nostri membri hanno bisogno di questo per fare il loro lavoro mantenendo sé stessi e i loro pazienti, al sicuro”, ha scritto.
La scorsa settimana il governo si è impegnato a dare la priorità ai test del personale sanitario in prima linea in Inghilterra per Covid-19 non appena avesse avuto la capacità di farlo.
La Public Health England (un’agenzia esecutiva del Dipartimento della sanità e dell’assistenza sociale nel Regno Unito, ndr.) è stata incaricata di stabilire “test mirati per il personale” per i principali lavoratori del NHS (il sistema sanitario inglese, ndr.) con sintomi di coronavirus che altrimenti avrebbero bisogno di autoisolarsi.
Concludendo la lettera, Dame Donna ha dichiarato: “Il personale infermieristico in tutto il paese sta affrontando la sfida di questa situazione senza precedenti”.
“I nostri membri stanno tornando dalla pensione, gli studenti stanno interrompendo gli studi e il personale infermieristico si sta schierando da contesti non clinici, tutti per supportare la prima linea nella battaglia contro COVID-19”.
“Vi chiediamo di intervenire personalmente e di agire per garantire una fornitura sufficiente di DPI e test per COVID-19 disponibili per tutto il personale infermieristico e i nostri colleghi attraverso il sistema sanitario e assistenziale”.
Fonte
Rispetto alla situazione nel Regno Unito abbiamo trovato un articolo sulla situazione degli ospedali e delle richieste che l’RFN (Royal College of Nursing, sindacato e associazione degli infermieri e degli operatori sanitari) fa al governo per garantire il minimo di condizioni di sicurezza su uno dei luoghi di lavoro maggiormente a rischio contagio
Di seguito riportiamo la traduzione dell’articolo.
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Sono state fatte nuove chiamate al primo ministro per garantire una fornitura sufficiente di dispositivi di protezione individuale (DPI) per quelli in prima linea e per dare priorità agli infermieri per i test di Covid-19.
In una lettera indirizzata al numero 10 (il numero 10 di Downing Street è la residenza e la sede del Primo Ministro del Regno Unito, ndr.), il Royal College of Nursing (sindacato e associazione degli infermieri e degli operatori sanitari, ndr.) ha esortato Boris Johnson a “intervenire personalmente” e ad agire per garantire a infermieri e colleghi l’accesso a DPI sufficienti.
Il sindacato ha anche invitato il sig. Johnson ad aumentare il numero di test Covid-19 per infermieri in modo che il personale con possibili sintomi sappia se è infetto o meno.
Ciò a seguito della rivelazione secondo la quale milioni di articoli DPI erano stati consegnati al personale sanitario in tutta l’Inghilterra nei giorni precedenti.
Mentre la lettera dava atto di questo annuncio, il sindacato degli infermieri affermava che avrebbe “monitorato attentamente la situazione per assicurarsi che questi stock stessero raggiungendo i posti giusti”.
Scritta dall’amministratrice delegata e segretaria generale Dame Donna Kinnair, la lettera sottolineava la “dedizione e professionalità” del personale nel proteggere la salute e il benessere della nazione.
“Ti scrivo per esprimere le serie preoccupazioni dei nostri membri – e della più ampia forza lavoro per la salute e l’assistenza – per quanto riguarda la mancanza di DPI e test Covid-19 per il personale”, ha detto Dame Donna nella lettera.
“Durante il fine settimana, ci sono state segnalazioni crescenti di mancanza di DPI disponibili per il personale in prima linea – non solo negli ospedali, ma negli ambulatori GP, nelle case di cura e nelle infermiere della comunità che visitano le persone nelle loro case”.
Ha spiegato che gli infermieri hanno detto al sindacato che “semplicemente non potevano ottenere abbastanza attrezzature” e ha sottolineato che questo era un problema riguardante in particolare le maschere per il viso che offrivano un livello più alto di protezione respiratoria – le maschere FFP3.
“Mentre accogliamo con favore l’annuncio della distribuzione di ulteriori scorte alle strutture sanitarie, seguiremo da vicino la situazione per assicurarci che queste scorte raggiungano i posti giusti”, ha affermato Dame Donna.
Inoltre, la lettera parla dei test del coronavirus per il personale in prima linea.
Dame Donna ha sottolineato che “i test prioritari Covid-19 per gli operatori sanitari e per gli assistenti sociali sono un dovere assoluto”.
“I nostri membri hanno bisogno di questo per fare il loro lavoro mantenendo sé stessi e i loro pazienti, al sicuro”, ha scritto.
La scorsa settimana il governo si è impegnato a dare la priorità ai test del personale sanitario in prima linea in Inghilterra per Covid-19 non appena avesse avuto la capacità di farlo.
La Public Health England (un’agenzia esecutiva del Dipartimento della sanità e dell’assistenza sociale nel Regno Unito, ndr.) è stata incaricata di stabilire “test mirati per il personale” per i principali lavoratori del NHS (il sistema sanitario inglese, ndr.) con sintomi di coronavirus che altrimenti avrebbero bisogno di autoisolarsi.
Concludendo la lettera, Dame Donna ha dichiarato: “Il personale infermieristico in tutto il paese sta affrontando la sfida di questa situazione senza precedenti”.
“I nostri membri stanno tornando dalla pensione, gli studenti stanno interrompendo gli studi e il personale infermieristico si sta schierando da contesti non clinici, tutti per supportare la prima linea nella battaglia contro COVID-19”.
“Vi chiediamo di intervenire personalmente e di agire per garantire una fornitura sufficiente di DPI e test per COVID-19 disponibili per tutto il personale infermieristico e i nostri colleghi attraverso il sistema sanitario e assistenziale”.
Fonte
USA - Morto infermiere a New York, si lavora senza protezioni
Dal New York Times, pubblichiamo questo articolo di Somini Sengupta che denuncia la drammatica condizione degli infermieri di New York, dove la sanità è ben oltre la crisi, dove i dispositivi di sicurezza non vengono forniti adeguatamente, e dove il sistema sanitario privatizzato si sta dimostrando non solo inefficace, ma estremamente pericoloso per tutti, clienti e lavoratori.
Somini Sengupta da: https://nyti.ms/2UCG7RT
“Sto bene, non dirlo a mamma e papà. Si preoccuperebbero”, scriveva a sua sorella. Potrebbe essere il primo infermiere di New York a morire a causa del coronavirus.
Kious Kelly, un infermiere nell’ospedale di Manhattan, ha scritto a sua sorella il 18 marzo dandole delle notizie devastanti: era risultato positivo al test per il coronavirus ed era attaccato ad un respiratore nel reparto di terapia intensiva. Le ha detto di poterle scrivere, ma non parlare.
“Sto bene. Non dirlo a mamma e papà. Si preoccuperebbero”, ha scritto a sua sorella, Marya Patrice Sherron.
È stato questo il suo ultimo messaggio.
Al messaggio successivo della sorella non c’è stata nessuna risposta. In meno di una settimana era morto.
Kious Kelly, infermiere quarantottenne al Mount Sinai West, potrebbe essere il primo infermiere a New York ad essere morto di Coronavirus.
Sua sorella ha detto che Kious soffriva d’asma, ma per il resto stava bene.
“La sua morte poteva essere evitata”, scrive la sorella in un post di mercoledì su facebook. Dopo ha aggiunto “Sono furiosa. Lui stava bene”.
L’ira c’è anche tra i colleghi di Kious in ospedale. Qualcuno si è lamentato tramite i social media che non avevano un numero sufficiente di mascherine e dispositivi di protezione.
Un’infermiera che lavorava con il quarantottene ha detto che l'ospedale aveva fornito agli infermieri un solo camice protettivo in plastica per un intero turno, mentre il normale protocollo richiede un cambio di camice ad ogni interazione con i pazienti infetti.
L’infermiera, che ha parlato sotto anonimato in quanto l’ospedale non consentiva ai dipendenti di lasciare dichiarazioni alla stampa, ha affermato che Kious non aveva dispositivi di sicurezza, anche se aiutava i colleghi del suo team con le cure pratiche.
Appena il 10 marzo aveva aiutato un’infermiera a togliersi i suoi dispositivi di protezione dopo aver lavorato con un paziente che era risultato positivo al virus, ha detto l’intervistata.
Numerosi dipendenti del Mount Sinai West, contattati a proposito della vicenda, hanno detto che gli era stato comunicato dall'amministrazione della struttura sanitaria di non parlare con i giornalisti.
La morte di Kious Kelly è stata inizialmente riportata sul New York Post.
Gia Lisa Krahne, una consulente esterna che forniva cure aiurvediche ad un paziente del Mount Sinai West, ha detto di aver visto per l’ultima volta Kious Kelly la settimana del 9 marzo, ed interagiva regolarmente con i pazienti e lo staff ospedaliero, ma non indossava né una mascherina né un camice protettivo.
Bevon Bloise, infermiera al Mount Sinai West, si è lamentata su facebook che l’ospedale non aveva abbastanza dispositivi di protezione personale.
“Sono molto arrabbiata con il sistema sanitario del MSW per non averlo protetto. Non abbiamo abbastanza dispositivi di protezione, non abbiamo quelli giusti, e non c’è il personale adeguato per affrontare questa pandemia. E non apprezzo i rappresentanti di questo sistema sanitario che dicono il contrario sulla notizia.”
“Abbiamo perso un gran combattente in questa battaglia”, ha scritto una collega, Diana Torres, su facebook. Ha postato una foto di alcuni colleghi con una bandana sulla faccia usata per proteggersi. “NO, QUESTI NON SONO I DISPOSITIVI GIUSTI”, ha scritto.
Sulla sua pagina Facebook, l’ospedale MSW ha detto di essere “profondamente dispiaciuto per la perdita di un amato membro del nostro staff sanitario”, senza nominare Kious Kelly.
In una mail, la portavoce della struttura ospedaliera, Lucia Lee, ha contestato l’affermazione secondo cui l’ospedale non aveva fornito attrezzature di protezione al suo personale. “Questa crisi sta mettendo a dura prova le risorse di tutti gli ospedali di New York, mentre abbiamo – e abbiamo avuto – attrezzature di protezione sufficienti per il nostro personale, avremo tutti bisogno di un numero maggiore nelle prossime settimane,” ha detto Lee nella dichiarazione.
L’articolo del New York Post includeva una foto dello staff ospedaliero che indossava della spazzatura sopra quelli che sembravano essere camici.
Due infermiere, che hanno parlato solo a condizione dell’anonimato per paura di essere licenziate, hanno detto che erano camici monouso con un tessuto permeabile, per questo gli infermieri avevano dovuto coprirli con dei sacchi dell’immondizia.
La foto, hanno detto, è stata fatta il 17 marzo, in un momento in cui c’erano molti pazienti affetti da coronavirus nella struttura ed altri che dovevano ancora essere sottoposti al test ma presentavano i sintomi.
Nella dichiarazione, la Lee ha aggiunto che “la foto che circola sul web mostra infermieri con dispositivi appropriati sotto i sacchi della spazzatura”.
Ma non ha risposto alla domanda che chiedeva di spiegare perché lo staff sanitario indossava sacchi della spazzatura.
Kious Kelly viveva a qualche isolato dall’ospedale, ed è descritto dai collegi come un uomo appassionato al proprio lavoro.
“Portava con sé sempre un portablocco in cui teneva cioccolate e caramelle in modo da averle sottomano per i colleghi imbronciati”, ha scritto Joanne Loe, infermiera del Mount Sinai West, mercoledì su facebook.
Ma fare l’infermiere non era la sua prima vocazione. Nato a Lansing, nel Michigan, si era trasferito a New York più di 20 anni fa per intraprendere la carriera di ballerino, ha detto la sorella. Ha poi studiato infermieristica e ha lavorato come infermiere al Mount Sinai West, per poi essere promosso al ruolo di assistente-manager nel reparto di telemetria.
La sua famiglia sta provando a riportare la salma in Michigan.
“Sappiamo che non succederà a breve, ma lo vogliamo a casa. È morto da solo. Adesso lo vogliamo a casa.”
Fonte
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Somini Sengupta da: https://nyti.ms/2UCG7RT
“Sto bene, non dirlo a mamma e papà. Si preoccuperebbero”, scriveva a sua sorella. Potrebbe essere il primo infermiere di New York a morire a causa del coronavirus.
Kious Kelly, un infermiere nell’ospedale di Manhattan, ha scritto a sua sorella il 18 marzo dandole delle notizie devastanti: era risultato positivo al test per il coronavirus ed era attaccato ad un respiratore nel reparto di terapia intensiva. Le ha detto di poterle scrivere, ma non parlare.
“Sto bene. Non dirlo a mamma e papà. Si preoccuperebbero”, ha scritto a sua sorella, Marya Patrice Sherron.
È stato questo il suo ultimo messaggio.
Al messaggio successivo della sorella non c’è stata nessuna risposta. In meno di una settimana era morto.
Kious Kelly, infermiere quarantottenne al Mount Sinai West, potrebbe essere il primo infermiere a New York ad essere morto di Coronavirus.
Sua sorella ha detto che Kious soffriva d’asma, ma per il resto stava bene.
“La sua morte poteva essere evitata”, scrive la sorella in un post di mercoledì su facebook. Dopo ha aggiunto “Sono furiosa. Lui stava bene”.
L’ira c’è anche tra i colleghi di Kious in ospedale. Qualcuno si è lamentato tramite i social media che non avevano un numero sufficiente di mascherine e dispositivi di protezione.
Un’infermiera che lavorava con il quarantottene ha detto che l'ospedale aveva fornito agli infermieri un solo camice protettivo in plastica per un intero turno, mentre il normale protocollo richiede un cambio di camice ad ogni interazione con i pazienti infetti.
L’infermiera, che ha parlato sotto anonimato in quanto l’ospedale non consentiva ai dipendenti di lasciare dichiarazioni alla stampa, ha affermato che Kious non aveva dispositivi di sicurezza, anche se aiutava i colleghi del suo team con le cure pratiche.
Appena il 10 marzo aveva aiutato un’infermiera a togliersi i suoi dispositivi di protezione dopo aver lavorato con un paziente che era risultato positivo al virus, ha detto l’intervistata.
Numerosi dipendenti del Mount Sinai West, contattati a proposito della vicenda, hanno detto che gli era stato comunicato dall'amministrazione della struttura sanitaria di non parlare con i giornalisti.
La morte di Kious Kelly è stata inizialmente riportata sul New York Post.
Gia Lisa Krahne, una consulente esterna che forniva cure aiurvediche ad un paziente del Mount Sinai West, ha detto di aver visto per l’ultima volta Kious Kelly la settimana del 9 marzo, ed interagiva regolarmente con i pazienti e lo staff ospedaliero, ma non indossava né una mascherina né un camice protettivo.
Bevon Bloise, infermiera al Mount Sinai West, si è lamentata su facebook che l’ospedale non aveva abbastanza dispositivi di protezione personale.
“Sono molto arrabbiata con il sistema sanitario del MSW per non averlo protetto. Non abbiamo abbastanza dispositivi di protezione, non abbiamo quelli giusti, e non c’è il personale adeguato per affrontare questa pandemia. E non apprezzo i rappresentanti di questo sistema sanitario che dicono il contrario sulla notizia.”
“Abbiamo perso un gran combattente in questa battaglia”, ha scritto una collega, Diana Torres, su facebook. Ha postato una foto di alcuni colleghi con una bandana sulla faccia usata per proteggersi. “NO, QUESTI NON SONO I DISPOSITIVI GIUSTI”, ha scritto.
Sulla sua pagina Facebook, l’ospedale MSW ha detto di essere “profondamente dispiaciuto per la perdita di un amato membro del nostro staff sanitario”, senza nominare Kious Kelly.
In una mail, la portavoce della struttura ospedaliera, Lucia Lee, ha contestato l’affermazione secondo cui l’ospedale non aveva fornito attrezzature di protezione al suo personale. “Questa crisi sta mettendo a dura prova le risorse di tutti gli ospedali di New York, mentre abbiamo – e abbiamo avuto – attrezzature di protezione sufficienti per il nostro personale, avremo tutti bisogno di un numero maggiore nelle prossime settimane,” ha detto Lee nella dichiarazione.
L’articolo del New York Post includeva una foto dello staff ospedaliero che indossava della spazzatura sopra quelli che sembravano essere camici.
Due infermiere, che hanno parlato solo a condizione dell’anonimato per paura di essere licenziate, hanno detto che erano camici monouso con un tessuto permeabile, per questo gli infermieri avevano dovuto coprirli con dei sacchi dell’immondizia.
La foto, hanno detto, è stata fatta il 17 marzo, in un momento in cui c’erano molti pazienti affetti da coronavirus nella struttura ed altri che dovevano ancora essere sottoposti al test ma presentavano i sintomi.
Nella dichiarazione, la Lee ha aggiunto che “la foto che circola sul web mostra infermieri con dispositivi appropriati sotto i sacchi della spazzatura”.
Ma non ha risposto alla domanda che chiedeva di spiegare perché lo staff sanitario indossava sacchi della spazzatura.
Kious Kelly viveva a qualche isolato dall’ospedale, ed è descritto dai collegi come un uomo appassionato al proprio lavoro.
“Portava con sé sempre un portablocco in cui teneva cioccolate e caramelle in modo da averle sottomano per i colleghi imbronciati”, ha scritto Joanne Loe, infermiera del Mount Sinai West, mercoledì su facebook.
Ma fare l’infermiere non era la sua prima vocazione. Nato a Lansing, nel Michigan, si era trasferito a New York più di 20 anni fa per intraprendere la carriera di ballerino, ha detto la sorella. Ha poi studiato infermieristica e ha lavorato come infermiere al Mount Sinai West, per poi essere promosso al ruolo di assistente-manager nel reparto di telemetria.
La sua famiglia sta provando a riportare la salma in Michigan.
“Sappiamo che non succederà a breve, ma lo vogliamo a casa. È morto da solo. Adesso lo vogliamo a casa.”
Fonte
29/03/2020
Il mattatoio virale tra attesa, speranza e morte
Senz’altro verrà l’alba, ma per ora siamo in piena notte e nel buio cerchiamo oracoli che la abbrevino. Al tempo dell’attesa è avvinghiata la nostra unica speranza che tutto d’incanto passi e si possa tornare alla vita.
Personalmente, sono incline alla sfiducia verso la politica messa in campo per contrastare l’epidemia e che continua, nell’attesa messianica della prossima venuta del picco, a sfornare ogni giorno nuovi decreti. Mi pare di assistere ad un opera di fascistizzazione dello Stato, che si palesa con la maschera rassicurante dello stato di emergenza. Nel frattempo si mandano al fronte schiere nude di medici, infermieri e lavoratori scortati da fanfare, canti e inni che celebrano la liturgia dell’eroe e del suo santo sacrifico sull’altare della patria aggredita dal virus.
Parafrasando V.Flusser in “La cultura dei media”, le immagini che si estendono sulle superfici bidimensionali dello schermo, anziché mostrare il mondo lo velano. Queste immagini diventano il motore dell’agire politico e la lingua vittoriosa della sua comunicazione. Nel nostro caso, in piena epidemia tale pensiero è particolarmente azzeccato.
Le immagini descrivono scene, catturano subito l’attenzione, riescono ad addestrare comportamenti, gusti, scelte, ammaestrano a nuove abitudini e bisogni, anzi, spesso creano quest’ultimi. Esse rappresentano il potere dei media. Come un potente mago, questo tipo di informazione riesce a dare della realtà e degli eventi una rappresentazione formattata con una distinta matrice interpretativa.
La narrazione dell’accadimento nel suo passaggio all’informazione viene trasmessa unidirezionalmente dalle stazioni emittenti a quelle riceventi, monocraticamente, senza alcuna possibilità di dialogo o istanza critica da parte del soggetto ricevente. Il mittente si trova in una condizione di estrema passività e non può fare altro che impregnarsi come una spugna di ciò che gli viene dato da bere come verità.
Il fatto non viene mai rappresentano nella sua vera realtà. La sua integrità è drogata. Esso si trasforma in un commento. I fatti dovrebbero essere depurati da incrostazioni interpretative e resi per quello che sono.
Se usciamo al di fuori del cerchio mediatico dell’informazione di una “società di massa omologata e totalitaria”, ci sposteremo su un altro panorama. Pertanto lanciamo uno sguardo dietro il sipario delle apparenze mediatiche per mettere in primo piano, per quanto irritante per la legittimazione sociale delle elitè egemoni, un altro copione.
Il sonno eterno, la morte è poco presente nella rappresentazione mediatica dell’epidemia. Il suo volto duro e terrificante è avvolto dalla maschera aritmetica delle cifre smarcate ogni giorno dal bollettino di guerra dalla protezione civile. La sua immagine è occultata dai camion militari che coprono le numerose bare di Bergamo. I morti non si vedono, i lutti non si celebrano per salvaguardare la sicurezza nazionale. Si vedono solo di sfuggita ogni tanto, ammassi di bare che è meglio non mostrare per evitare il panico. Il volto della morte testimonia la sua presenza triste che eccita la paura. La sua ombra greve si avverte anche sé è edulcorata più per necessità biopolitiche che per pietà. La morte ci spinge ad aprire gli occhi sulla caducità e precarietà della vita. Vita che fino a ieri si credeva ben protetta e schermata dall’illusione che potessimo controllare tutto.
Oggi la malattia, domani la sofferenza e l’invecchiamento, la morte si presenta con i suoi cavalieri terribili annunciando che il nostro sistema non è, come credevamo, il migliore possibile. Questa epidemia è un’epidemia democratica colpisce tutti. Essa ha una preferenza per le persone anziane già colpite da altre patologie. La morte colpisce, ma prima infetta poi soffoca.
I dati sulla ricaduta sul personale sanitario sono molto forti (circa il 10% dei totale). Questi Lavoratori non sono eroi, sono i martiri di un paese che sforna decreti su decreti e si indebita, ma che non è ancora stato capace di fornire le attrezzature adatte a far stare in sicurezza sul fronte dell’epidemia medici e infermieri.
Anche sul fronte dei medici di famiglia le cose non vanno meglio. Questo è un altro fronte caldo, privo di mezzi di protezione, depotenziato nel suo agire, imbrigliato in una camicia di forza burocratica che impedisce di poter avere gli strumenti necessari per fare il proprio lavoro. Dalla impossibilità di segnare certi farmaci a quella di non avere kit per fare tamponi e altro.
Si palesa in tutta questa vicenda un impreparazione cronica del paese del suo gruppo dirigente che fa sgomento. Sono passati 45 giorni dal primo contagio e ancora non ci sono né le mascherine, né il disinfettante. Si continua ad applicare la clausura come mezzo principale di intervento e si lasciano scoperti gli altri fianchi del fronte lamentandosi poi del continuo incremento dei contagi.
Un altro fronte drammatico è quello dei malati o positivi messi in quarantena e lasciati soli a se stessi. Il tampone si fa solamente quando i sintomi si fanno evidentissimi (febbre maggiore di 37,5°) e cioè quando spesso è troppo tardi. Mancano dispositivi da distribuire alle famiglie per il monitoraggio della ossigenazione del sangue e le bombole di ossigeno. A questi si aggiunge la situazione critica delle RSA, spazi che sono stati esclusi nelle prime fasi e che adesso mostrano il crudo potenziale di morte che celavano.
È ovvio che i numeri in queste condizioni non calino. I rinforzi promessi agli ospedali sono stati recuperati richiamando pensionati o giovani medici non ancora preparati a cui fanno da contraltare le assenze non giustificate della classe politica con la messa in part-time del parlamento. In tempo di guerra le istituzioni dovrebbero dare prova di esserci a tempo pieno. A questo mancato atto di buon senso e di responsabilità istituzionale rispondono lavoratori, medici e infermieri molti dei quali già colpiti dal virus. Si parla di risorse miliardarie recuperate a debito ma non si vede ancora un euro e i respiratori continuano a mancare.
L’assurda e rigida burocrazia prende la veste di un modulo di autocertificazione che muta aspetto come il virus e da riempire dichiarando di non essere positivo. Ma come fai a dichiarare per vero qualcosa che non puoi sapere se nessuno ti ha fatto ancora il tampone? Poi c’è il grande panopticon che scende in campo con tutto il peso della tecnologia informatica per attuare il coprifuoco totalitario nella speranza che, con la primavera e la clausura, la cosa finisca da sé.
Ma ci sono anche altri luoghi che l’informazione camuffa come la morte, sono le carceri. La situazione carceraria italiana è tra le più mal messe d’Europa. Le carceri strutturalmente cadono a pezzi e sono sovraffollate al 131%. Non sono adeguatamente fornite di servizi e di nuove tecnologie. Qui si paga il prezzo di anni di mancati investimenti in questo settore che è stato lasciato andare alla deriva. Una buona giustizia, come sappiamo, costa ad un paese da sanatorio economico-finanziario come il nostro. Ebbene di questi luoghi dimenticati da Dio poco o niente sappiamo. Sono certamente spazi ad alto rischio di contagio se non altro per la forte promiscuità della vita carceraria.
Cosa fare? La soluzione dopo anni di disinteresse non si può certamente trovare in due minuti ma qualcosa si potrebbe fare. Ma cosa? Intanto per i reati minori potrebbero essere assegnati gli arresti domiciliari ed il braccialetto elettronico per i casi più gravi. Inoltre si potrebbe pensare ad aprire prima le celle per quei detenuti prossimi ad aver scontato la pena. Si potrebbe poi eseguire i tamponi a tappeto ai detenuti e guardie carcerarie per avere il quadro della situazione reale anche a protezione delle famiglie. Poi si dovrebbero reperire eventuali luoghi di quarantena alternativi al carcere. Di più credo non si possa fare, troppi sono stati i guasti accumulati negli anni. Certamente comunque si deve iniziare da qualche parte a voltare pagina.
Prevale, in questo settore, il populismo penale delle destre che penetra in ampie fasce della popolazione e imbottiglia l’azione del governo sui rigidi binari di un poco intelligente rigore forcaiolo. Ciò per non dare il fianco al capitano al comando di orde di ruspe e forconi o a redivivi postfascisti ringalluzziti dall’ultimo successo elettorale entrambi tormentati dalla sete di poltrone.
Il coprifuoco o zona rossa è argomento spinoso ed espone a molte critiche. Per coprire i ritardi e i molti errori che si sono fatti all’inizio e che si continuano a fare, nel tentativo di poter arginare il contagio, si è imposto il coprifuoco con l’eventuale l’ausilio di dispositivi di controllo e di sorveglianza che vanno dai droni, alle telecamere, al controllo delle celle telefoniche con cui è suddiviso il territorio. In questo modo si è traslata la responsabilità della situazione epidemica, da Stato e Regioni, al cittadino incosciente ed egoista promosso a nuovo untore.
La filosofia del capro espiatorio funziona perfettamente, sposta l’attenzione sul vicino creando un clima di sospetto, di delazione e insicurezza generalizzato. Per di più, dal punto di vista strutturale, il covid-19 ha messo a giorno gli effetti rovinosi dei tagli ai servizi e delle strutture sanitarie perpetuate negli anni per far fede al patto di stabilità e ai precetti totalitari ordoliberisti della BCE e soci.
La terra bruciata che negli anni si è fatta a livello di strutture sanitarie territoriali e di personale certamente non ha reso più facile il trattamento e contenimento dell’epidemia né tanto meno la sua regionalizzazione.
La classe lavoratrice è un altro fronte critico che sta combattendo in prima linea. Anche su questo fronte troviamo situazioni allucinanti, nessuna distanza di sicurezza, nessun dispositivo di protezione personale, nessun test per verificare la presenza di possibili portatori sani del virus, nessuna sanificazione degli ambienti. Il nostro sistema produttivo, afflitto da decenni dal cronico fenomeno delle morti bianche, è completamente impreparato a produrre in condizioni di massima sicurezza, figuriamoci in situazioni di epidemia. L’unica cosa di buon senso da fare era quella di chiudere le fabbriche a salvaguardia della salute dei lavoratori e per limitare le occasioni di trasmissione del virus. Questo assicurando salari e stipendi o altre forme di sostegno. Ma per gli operatori economico-finanziari chiudere costa troppo. Il sistema produttivo si espone ad un pericoloso cedimento per cui è meglio sacrificare un po’ di “carne da cannone” ma tenere aperte le fabbriche, evocando lo stato di necessità con correlata liturgia della patria aggredita e minacciata dal nemico invisibile e dalla crisi economica che comunque seguirà la nuova“peste”. Tra i nuovi eroi, molti si infettano e muoiono, nessuno riconoscerà loro indennità o risarcimenti alle famiglie come morti bianche sul lavoro nell’esercizio delle proprie funzioni sanitarie e produttive.
L’ influenza spagnola, che poi spagnola non era, fu contrassegnata da tre ondate e la seconda fu la più funesta. Noi ora abbiamo un virus mutaforma e la popolazione potrebbe non raggiungere la cosiddetta l’immunità di gregge. Però su questi punti nessuno al momento dispone di informazioni scientifiche sufficienti e comprovate sperimentalmente. Come potrebbe trattarsi di una falsa speranza anche l’attesa che il virus sparisca da solo durante l’estate per l’innalzamento delle temperature.
Certamente, finita la lunga e terribile notte, per il futuro potrebbero attenderci altre oscure e lunghe notti e la prossima riguarderà sicuramente l’economia. Già in questo momento ci sono stati alcuni episodi di assalto ai supermarket e furti della spesa. Tant’è che si parla di mettere l’esercito a presidio dei centri commerciali.
Pertanto occorre metterci prima possibile nella condizione di pensare ad un salto di paradigma, un mutamento profondo che coinvolga con una partecipazione democratica molte strutture del nostro paese: economiche, politiche, sociali, usi e costumi, urbanità.
Infine l’UE potrebbe aver decretato, con il suo sciagurato ed egoistico comportamento tra nazionalismi, la propria morte, con l’arroccamento su politiche economiche teutoniche ordoliberiste, con il pericolo di farci fare la fine della Grecia e mangiarci tutto quello che abbiamo. Ciò alla luce del fatto che siamo da sempre un paese molto allettante e ricco di opportunità speculative e particolarmente apprezzato dagli appetiti insaziabili dei coccodrilli della finanza globale.
Ma la questione di un eventuale moratoria del nostro debito pubblico e del suo impossibile pareggio emergerà con forza trascinato dalla marea della prossima crisi economica consecutiva la fine della prima ondata di epidemia, ma questa è un’altra storia che poi affronteremo.
Spagnola
Spagnola 2
Fonte
27/03/2020
Spagna - Lettera aperta di un’infermiera: “siamo al collasso”
Riportiamo una lettera recapitata e pubblicata da “El Periodico”, quotidiano della Comunità autonoma della Catalogna, di un’infermiera che opera nell’ospedale di una piccola località della provincia di Barcellona, Montgat. Queste parole descrivono con la forza della semplicità il dramma umano e le difficoltà professionali che tantissimi operatori sanitari “di prima linea” stanno denunciando in giro per il mondo.
Il Regno spagnolo è nel pieno dell’emergenza, il servizio sanitario gestito in maniera mista tra pubblico e privato non è in grado di reggere l’impatto dei contagi nelle comunità della penisola. Il primo infatti sta subendo le conseguenze dei tagli e delle privatizzazioni a favore del secondo, i quali si traducono nella minor capacità del pubblico di dare le risposte necessarie alle esigenze dei propri abitanti, sia che siano pazienti, lavoratori, pensionati in una casa di riposo, ecc.
Non è un caso che i problemi maggiori si stiano registrano nella Comunità autonoma di Madrid, laboratorio del modello di smantellamento pubblico aguirrista, a cui va aggiunta l’inadeguatezza politica della classe dirigente (o forse dovremmo dire, gramscianamente, dominante) nel prevenire l’esplosione degli infetti, di cui la concessione per la manifestazione in piazza dello scorso 8 marzo, proprio a Madrid, è sotto l’indice accusatorio che viene mosso contro il governo capitanato dal duo Sanchez-Iglesias.
Tutto questo mentre molte comunità autonome continuano a chiedere all’esecutivo il confinamento dei loro territori per meglio gestire la diffusione dei contagi, tanto che nell’ultima plenaria del Congresso dei deputati, le rappresentanze indipendentiste catalane si sono simbolicamente astenute dall’approvazione sul prolungamento sullo stato di emergenza, alla luce del rifiuto del governo di paralizzare l’attività produttiva e di isolare le comunità.
Proprio pochi minuti fa, il Ministero della Salute ha rilasciato gli ultimi dati sulla situazione nel Regno (dove avviene di mattina, contrariamente all’Italia): 769 decessi nelle ultime 24 ore, che porta a 4.858 il totale dei fallecidos, con il numero dei contagiati che arriva a 64.059 e quello dei guariti a 9.357.
Numeri da “guerra civile in corso”, il cui nemico tuttavia non si trova fisicamente aldilà di una barricata facilmente riconoscibile, ma si è insinuato nella (almeno) trentennale organizzazione criminosa di una società basata sull’individualismo, sulla competizione sfrenata e sul profitto dei pochi a danno di tutti.
Di seguito, dunque, una testimonianza sugli effetti che tutto questo sta provocando “nel fronte”.
Cari lettori, benvenuti nel mio stato di allarme. Sono infermiera in un ospedale locale, ma penso di poter parlare a nome di tutti i miei colleghi, quelli che, come me, lavorano turno dopo turno per cercare di migliorare questa situazione, dando quello che abbiamo e che conosciamo.
Questa lettera è una richiesta di aiuto, un aiuto che deve essere ascoltato da tutte le amministrazioni di tutti i comuni, da coloro che li gestiscono e che cercano di venderci in tutte le elezioni la loro preoccupazione per il loro popolo, per la loro gente. È il momento di dimostrarlo.
Il confinamento è stato fatto per evitare il crollo degli ospedali. Signori, siamo già crollati e traboccanti. Siamo a questo punto da giorni. Gli ospedali non hanno la capacità per questo tipo di situazioni e non sono più in grado di affrontare la portata di questa tragedia.
Arrivi al tuo turno con la paura di quello che troverai, di avere i corridoi e i piani di emergenza pieni di persone alle quali non potrai dare il minimo delle cure, il minimo dell’assistenza, la morte più dignitosa... e partiamo con l’impotenza, con la tristezza e con la desolazione che questa sensazione per cui sei diventato infermiere, medico, inserviente... e un numero infinito di altri professionisti che lavorano fianco a fianco, ora non è più utile per mancanza di mezzi, di spazio e di risorse.
Abbiamo bisogno di aiuto e ne abbiamo bisogno ora. Abbiamo bisogno che aprano spazi sociali, alberghi, padiglioni... per poter realizzare ospedali da campo; abbiamo bisogno di proteggerci per non ammalarci e per poter continuare a prenderci cura della nostra gente e della vostra; abbiamo bisogno di avere il materiale necessario per poter curare intere popolazioni.
Signori, SOS
Fonte
Il Regno spagnolo è nel pieno dell’emergenza, il servizio sanitario gestito in maniera mista tra pubblico e privato non è in grado di reggere l’impatto dei contagi nelle comunità della penisola. Il primo infatti sta subendo le conseguenze dei tagli e delle privatizzazioni a favore del secondo, i quali si traducono nella minor capacità del pubblico di dare le risposte necessarie alle esigenze dei propri abitanti, sia che siano pazienti, lavoratori, pensionati in una casa di riposo, ecc.
Non è un caso che i problemi maggiori si stiano registrano nella Comunità autonoma di Madrid, laboratorio del modello di smantellamento pubblico aguirrista, a cui va aggiunta l’inadeguatezza politica della classe dirigente (o forse dovremmo dire, gramscianamente, dominante) nel prevenire l’esplosione degli infetti, di cui la concessione per la manifestazione in piazza dello scorso 8 marzo, proprio a Madrid, è sotto l’indice accusatorio che viene mosso contro il governo capitanato dal duo Sanchez-Iglesias.
Tutto questo mentre molte comunità autonome continuano a chiedere all’esecutivo il confinamento dei loro territori per meglio gestire la diffusione dei contagi, tanto che nell’ultima plenaria del Congresso dei deputati, le rappresentanze indipendentiste catalane si sono simbolicamente astenute dall’approvazione sul prolungamento sullo stato di emergenza, alla luce del rifiuto del governo di paralizzare l’attività produttiva e di isolare le comunità.
Proprio pochi minuti fa, il Ministero della Salute ha rilasciato gli ultimi dati sulla situazione nel Regno (dove avviene di mattina, contrariamente all’Italia): 769 decessi nelle ultime 24 ore, che porta a 4.858 il totale dei fallecidos, con il numero dei contagiati che arriva a 64.059 e quello dei guariti a 9.357.
Numeri da “guerra civile in corso”, il cui nemico tuttavia non si trova fisicamente aldilà di una barricata facilmente riconoscibile, ma si è insinuato nella (almeno) trentennale organizzazione criminosa di una società basata sull’individualismo, sulla competizione sfrenata e sul profitto dei pochi a danno di tutti.
Di seguito, dunque, una testimonianza sugli effetti che tutto questo sta provocando “nel fronte”.
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Cari lettori, benvenuti nel mio stato di allarme. Sono infermiera in un ospedale locale, ma penso di poter parlare a nome di tutti i miei colleghi, quelli che, come me, lavorano turno dopo turno per cercare di migliorare questa situazione, dando quello che abbiamo e che conosciamo.
Questa lettera è una richiesta di aiuto, un aiuto che deve essere ascoltato da tutte le amministrazioni di tutti i comuni, da coloro che li gestiscono e che cercano di venderci in tutte le elezioni la loro preoccupazione per il loro popolo, per la loro gente. È il momento di dimostrarlo.
Il confinamento è stato fatto per evitare il crollo degli ospedali. Signori, siamo già crollati e traboccanti. Siamo a questo punto da giorni. Gli ospedali non hanno la capacità per questo tipo di situazioni e non sono più in grado di affrontare la portata di questa tragedia.
Arrivi al tuo turno con la paura di quello che troverai, di avere i corridoi e i piani di emergenza pieni di persone alle quali non potrai dare il minimo delle cure, il minimo dell’assistenza, la morte più dignitosa... e partiamo con l’impotenza, con la tristezza e con la desolazione che questa sensazione per cui sei diventato infermiere, medico, inserviente... e un numero infinito di altri professionisti che lavorano fianco a fianco, ora non è più utile per mancanza di mezzi, di spazio e di risorse.
Abbiamo bisogno di aiuto e ne abbiamo bisogno ora. Abbiamo bisogno che aprano spazi sociali, alberghi, padiglioni... per poter realizzare ospedali da campo; abbiamo bisogno di proteggerci per non ammalarci e per poter continuare a prenderci cura della nostra gente e della vostra; abbiamo bisogno di avere il materiale necessario per poter curare intere popolazioni.
Signori, SOS
Fonte
25/03/2020
Il corpo pubblico
C’è un punto preciso in cui il nostro corpo non appartiene più né a noi stessi né ai nostri cari.
Non è quello della morte, quello non lo conosciamo e non sappiamo dove si trova.
È quello in cui si presenta al suo interno una minaccia esterna che lui non è in grado di debellare da solo.
È lì che il nostro corpo, così intimo, così personale, smette di essere nostra proprietà privata per diventare territorio di tutti e nello stesso tempo terra di nessuno. Gli serve un medico, prima di tutto, e poi tutto intorno la famiglia, gli affetti, gli amici, qualcuno su cui poter contare.
Se poi la malattia lo trascina in un letto d’ospedale, è lo Stato l’unico a doverci mettere mano. L’unico ad avere mani esperte che sanno come curarlo, come nutrirlo, come toccarlo, girarlo, lavarlo, salvarlo. Mani forti e delicate di medici, infermieri, operatori. Le mani belle e pulite del lavoro umano, quello su cui ogni Stato dovrebbe investire.
È quando siamo lì distesi, lucidi ma impotenti, incapaci di agire, smarriti e spaventati, o forse incosciente, con l’anima chissà dove. È questo il punto preciso in cui ci rendiamo conto se viviamo in uno Stato buono o in uno cattivo.
Se qualcuno al di fuori dei nostri affetti e dei nostri amori, si prende cura di noi quando non ce la facciamo da soli. Se c’è umanità nei nostri confronti e difesa della nostra vita, indipendentemente da noi stessi, dalla nostra volontà, provenienza o estrazione.
E non solo in senso strettamente medico, ma in tutto quello che fa di noi degli esseri sociali dignitosi, come la casa, il lavoro, l’istruzione.
Vedere in questi giorni tante immagini e leggere tante notizie sulle condizioni in cui stanno operando tutti i lavoratori della Sanità italiana, fa tanta rabbia e dolore. Perché loro ci stanno mettendo tutta l’esperienza, la forza e l’umanità che hanno. Tutta la loro bontà, ma sono troppo pochi, troppo disarmati, per fare uno Stato buono da soli.
Uno Stato buono, è quello che protegge la vita di tutti come fosse un unico, grande “corpo pubblico” che non è proprietà di nessuno.
In questo senso, Cuba non è venuta soltanto in soccorso ai nostri medici e infermieri, “i nostri eroi nazionali”, ma anche, e soprattutto, a mostrarci come curare il nostro Stato e il nostro sistema liberista malato.
Fonte
Non è quello della morte, quello non lo conosciamo e non sappiamo dove si trova.
È quello in cui si presenta al suo interno una minaccia esterna che lui non è in grado di debellare da solo.
È lì che il nostro corpo, così intimo, così personale, smette di essere nostra proprietà privata per diventare territorio di tutti e nello stesso tempo terra di nessuno. Gli serve un medico, prima di tutto, e poi tutto intorno la famiglia, gli affetti, gli amici, qualcuno su cui poter contare.
Se poi la malattia lo trascina in un letto d’ospedale, è lo Stato l’unico a doverci mettere mano. L’unico ad avere mani esperte che sanno come curarlo, come nutrirlo, come toccarlo, girarlo, lavarlo, salvarlo. Mani forti e delicate di medici, infermieri, operatori. Le mani belle e pulite del lavoro umano, quello su cui ogni Stato dovrebbe investire.
È quando siamo lì distesi, lucidi ma impotenti, incapaci di agire, smarriti e spaventati, o forse incosciente, con l’anima chissà dove. È questo il punto preciso in cui ci rendiamo conto se viviamo in uno Stato buono o in uno cattivo.
Se qualcuno al di fuori dei nostri affetti e dei nostri amori, si prende cura di noi quando non ce la facciamo da soli. Se c’è umanità nei nostri confronti e difesa della nostra vita, indipendentemente da noi stessi, dalla nostra volontà, provenienza o estrazione.
E non solo in senso strettamente medico, ma in tutto quello che fa di noi degli esseri sociali dignitosi, come la casa, il lavoro, l’istruzione.
Vedere in questi giorni tante immagini e leggere tante notizie sulle condizioni in cui stanno operando tutti i lavoratori della Sanità italiana, fa tanta rabbia e dolore. Perché loro ci stanno mettendo tutta l’esperienza, la forza e l’umanità che hanno. Tutta la loro bontà, ma sono troppo pochi, troppo disarmati, per fare uno Stato buono da soli.
Uno Stato buono, è quello che protegge la vita di tutti come fosse un unico, grande “corpo pubblico” che non è proprietà di nessuno.
In questo senso, Cuba non è venuta soltanto in soccorso ai nostri medici e infermieri, “i nostri eroi nazionali”, ma anche, e soprattutto, a mostrarci come curare il nostro Stato e il nostro sistema liberista malato.
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