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29/03/2020

Il mattatoio virale tra attesa, speranza e morte


Senz’altro verrà l’alba, ma per ora siamo in piena notte e nel buio cerchiamo oracoli che la abbrevino. Al tempo dell’attesa è avvinghiata la nostra unica speranza che tutto d’incanto passi e si possa tornare alla vita.

Personalmente, sono incline alla sfiducia verso la politica messa in campo per contrastare l’epidemia e che continua, nell’attesa messianica della prossima venuta del picco, a sfornare ogni giorno nuovi decreti. Mi pare di assistere ad un opera di fascistizzazione dello Stato, che si palesa con la maschera rassicurante dello stato di emergenza. Nel frattempo si mandano al fronte schiere nude di medici, infermieri e lavoratori scortati da fanfare, canti e inni che celebrano la liturgia dell’eroe e del suo santo sacrifico sull’altare della patria aggredita dal virus.

Parafrasando V.Flusser in “La cultura dei media”, le immagini che si estendono sulle superfici bidimensionali dello schermo, anziché mostrare il mondo lo velano. Queste immagini diventano il motore dell’agire politico e la lingua vittoriosa della sua comunicazione. Nel nostro caso, in piena epidemia tale pensiero è particolarmente azzeccato.

Le immagini descrivono scene, catturano subito l’attenzione, riescono ad addestrare comportamenti, gusti, scelte, ammaestrano a nuove abitudini e bisogni, anzi, spesso creano quest’ultimi. Esse rappresentano il potere dei media. Come un potente mago, questo tipo di informazione riesce a dare della realtà e degli eventi una rappresentazione formattata con una distinta matrice interpretativa.

La narrazione dell’accadimento nel suo passaggio all’informazione viene trasmessa unidirezionalmente dalle stazioni emittenti a quelle riceventi, monocraticamente, senza alcuna possibilità di dialogo o istanza critica da parte del soggetto ricevente. Il mittente si trova in una condizione di estrema passività e non può fare altro che impregnarsi come una spugna di ciò che gli viene dato da bere come verità.

Il fatto non viene mai rappresentano nella sua vera realtà. La sua integrità è drogata. Esso si trasforma in un commento. I fatti dovrebbero essere depurati da incrostazioni interpretative e resi per quello che sono.

Se usciamo al di fuori del cerchio mediatico dell’informazione di una “società di massa omologata e totalitaria”, ci sposteremo su un altro panorama. Pertanto lanciamo uno sguardo dietro il sipario delle apparenze mediatiche per mettere in primo piano, per quanto irritante per la legittimazione sociale delle elitè egemoni, un altro copione.

Il sonno eterno, la morte è poco presente nella rappresentazione mediatica dell’epidemia. Il suo volto duro e terrificante è avvolto dalla maschera aritmetica delle cifre smarcate ogni giorno dal bollettino di guerra dalla protezione civile. La sua immagine è occultata dai camion militari che coprono le numerose bare di Bergamo. I morti non si vedono, i lutti non si celebrano per salvaguardare la sicurezza nazionale. Si vedono solo di sfuggita ogni tanto, ammassi di bare che è meglio non mostrare per evitare il panico. Il volto della morte testimonia la sua presenza triste che eccita la paura. La sua ombra greve si avverte anche sé è edulcorata più per necessità biopolitiche che per pietà. La morte ci spinge ad aprire gli occhi sulla caducità e precarietà della vita. Vita che fino a ieri si credeva ben protetta e schermata dall’illusione che potessimo controllare tutto.

Oggi la malattia, domani la sofferenza e l’invecchiamento, la morte si presenta con i suoi cavalieri terribili annunciando che il nostro sistema non è, come credevamo, il migliore possibile. Questa epidemia è un’epidemia democratica colpisce tutti. Essa ha una preferenza per le persone anziane già colpite da altre patologie. La morte colpisce, ma prima infetta poi soffoca.

I dati sulla ricaduta sul personale sanitario sono molto forti (circa il 10% dei totale). Questi Lavoratori non sono eroi, sono i martiri di un paese che sforna decreti su decreti e si indebita, ma che non è ancora stato capace di fornire le attrezzature adatte a far stare in sicurezza sul fronte dell’epidemia medici e infermieri.

Anche sul fronte dei medici di famiglia le cose non vanno meglio. Questo è un altro fronte caldo, privo di mezzi di protezione, depotenziato nel suo agire, imbrigliato in una camicia di forza burocratica che impedisce di poter avere gli strumenti necessari per fare il proprio lavoro. Dalla impossibilità di segnare certi farmaci a quella di non avere kit per fare tamponi e altro.

Si palesa in tutta questa vicenda un impreparazione cronica del paese del suo gruppo dirigente che fa sgomento. Sono passati 45 giorni dal primo contagio e ancora non ci sono né le mascherine, né il disinfettante. Si continua ad applicare la clausura come mezzo principale di intervento e si lasciano scoperti gli altri fianchi del fronte lamentandosi poi del continuo incremento dei contagi.

Un altro fronte drammatico è quello dei malati o positivi messi in quarantena e lasciati soli a se stessi. Il tampone si fa solamente quando i sintomi si fanno evidentissimi (febbre maggiore di 37,5°) e cioè quando spesso è troppo tardi. Mancano dispositivi da distribuire alle famiglie per il monitoraggio della ossigenazione del sangue e le bombole di ossigeno. A questi si aggiunge la situazione critica delle RSA, spazi che sono stati esclusi nelle prime fasi e che adesso mostrano il crudo potenziale di morte che celavano.

È ovvio che i numeri in queste condizioni non calino. I rinforzi promessi agli ospedali sono stati recuperati richiamando pensionati o giovani medici non ancora preparati a cui fanno da contraltare le assenze non giustificate della classe politica con la messa in part-time del parlamento. In tempo di guerra le istituzioni dovrebbero dare prova di esserci a tempo pieno. A questo mancato atto di buon senso e di responsabilità istituzionale rispondono lavoratori, medici e infermieri molti dei quali già colpiti dal virus. Si parla di risorse miliardarie recuperate a debito ma non si vede ancora un euro e i respiratori continuano a mancare.

L’assurda e rigida burocrazia prende la veste di un modulo di autocertificazione che muta aspetto come il virus e da riempire dichiarando di non essere positivo. Ma come fai a dichiarare per vero qualcosa che non puoi sapere se nessuno ti ha fatto ancora il tampone? Poi c’è il grande panopticon che scende in campo con tutto il peso della tecnologia informatica per attuare il coprifuoco totalitario nella speranza che, con la primavera e la clausura, la cosa finisca da sé.

Ma ci sono anche altri luoghi che l’informazione camuffa come la morte, sono le carceri. La situazione carceraria italiana è tra le più mal messe d’Europa. Le carceri strutturalmente cadono a pezzi e sono sovraffollate al 131%. Non sono adeguatamente fornite di servizi e di nuove tecnologie. Qui si paga il prezzo di anni di mancati investimenti in questo settore che è stato lasciato andare alla deriva. Una buona giustizia, come sappiamo, costa ad un paese da sanatorio economico-finanziario come il nostro. Ebbene di questi luoghi dimenticati da Dio poco o niente sappiamo. Sono certamente spazi ad alto rischio di contagio se non altro per la forte promiscuità della vita carceraria.

Cosa fare? La soluzione dopo anni di disinteresse non si può certamente trovare in due minuti ma qualcosa si potrebbe fare. Ma cosa? Intanto per i reati minori potrebbero essere assegnati gli arresti domiciliari ed il braccialetto elettronico per i casi più gravi. Inoltre si potrebbe pensare ad aprire prima le celle per quei detenuti prossimi ad aver scontato la pena. Si potrebbe poi eseguire i tamponi a tappeto ai detenuti e guardie carcerarie per avere il quadro della situazione reale anche a protezione delle famiglie. Poi si dovrebbero reperire eventuali luoghi di quarantena alternativi al carcere. Di più credo non si possa fare, troppi sono stati i guasti accumulati negli anni. Certamente comunque si deve iniziare da qualche parte a voltare pagina.

Prevale, in questo settore, il populismo penale delle destre che penetra in ampie fasce della popolazione e imbottiglia l’azione del governo sui rigidi binari di un poco intelligente rigore forcaiolo. Ciò per non dare il fianco al capitano al comando di orde di ruspe e forconi o a redivivi postfascisti ringalluzziti dall’ultimo successo elettorale entrambi tormentati dalla sete di poltrone.

Il coprifuoco o zona rossa è argomento spinoso ed espone a molte critiche. Per coprire i ritardi e i molti errori che si sono fatti all’inizio e che si continuano a fare, nel tentativo di poter arginare il contagio, si è imposto il coprifuoco con l’eventuale l’ausilio di dispositivi di controllo e di sorveglianza che vanno dai droni, alle telecamere, al controllo delle celle telefoniche con cui è suddiviso il territorio. In questo modo si è traslata la responsabilità della situazione epidemica, da Stato e Regioni, al cittadino incosciente ed egoista promosso a nuovo untore.

La filosofia del capro espiatorio funziona perfettamente, sposta l’attenzione sul vicino creando un clima di sospetto, di delazione e insicurezza generalizzato. Per di più, dal punto di vista strutturale, il covid-19 ha messo a giorno gli effetti rovinosi dei tagli ai servizi e delle strutture sanitarie perpetuate negli anni per far fede al patto di stabilità e ai precetti totalitari ordoliberisti della BCE e soci.

La terra bruciata che negli anni si è fatta a livello di strutture sanitarie territoriali e di personale certamente non ha reso più facile il trattamento e contenimento dell’epidemia né tanto meno la sua regionalizzazione.

La classe lavoratrice è un altro fronte critico che sta combattendo in prima linea. Anche su questo fronte troviamo situazioni allucinanti, nessuna distanza di sicurezza, nessun dispositivo di protezione personale, nessun test per verificare la presenza di possibili portatori sani del virus, nessuna sanificazione degli ambienti. Il nostro sistema produttivo, afflitto da decenni dal cronico fenomeno delle morti bianche, è completamente impreparato a produrre in condizioni di massima sicurezza, figuriamoci in situazioni di epidemia. L’unica cosa di buon senso da fare era quella di chiudere le fabbriche a salvaguardia della salute dei lavoratori e per limitare le occasioni di trasmissione del virus. Questo assicurando salari e stipendi o altre forme di sostegno. Ma per gli operatori economico-finanziari chiudere costa troppo. Il sistema produttivo si espone ad un pericoloso cedimento per cui è meglio sacrificare un po’ di “carne da cannone” ma tenere aperte le fabbriche, evocando lo stato di necessità con correlata liturgia della patria aggredita e minacciata dal nemico invisibile e dalla crisi economica che comunque seguirà la nuova“peste”. Tra i nuovi eroi, molti si infettano e muoiono, nessuno riconoscerà loro indennità o risarcimenti alle famiglie come morti bianche sul lavoro nell’esercizio delle proprie funzioni sanitarie e produttive.

L’ influenza spagnola, che poi spagnola non era, fu contrassegnata da tre ondate e la seconda fu la più funesta. Noi ora abbiamo un virus mutaforma e la popolazione potrebbe non raggiungere la cosiddetta l’immunità di gregge. Però su questi punti nessuno al momento dispone di informazioni scientifiche sufficienti e comprovate sperimentalmente. Come potrebbe trattarsi di una falsa speranza anche l’attesa che il virus sparisca da solo durante l’estate per l’innalzamento delle temperature.

Certamente, finita la lunga e terribile notte, per il futuro potrebbero attenderci altre oscure e lunghe notti e la prossima riguarderà sicuramente l’economia. Già in questo momento ci sono stati alcuni episodi di assalto ai supermarket e furti della spesa. Tant’è che si parla di mettere l’esercito a presidio dei centri commerciali.

Pertanto occorre metterci prima possibile nella condizione di pensare ad un salto di paradigma, un mutamento profondo che coinvolga con una partecipazione democratica molte strutture del nostro paese: economiche, politiche, sociali, usi e costumi, urbanità.

Infine l’UE potrebbe aver decretato, con il suo sciagurato ed egoistico comportamento tra nazionalismi, la propria morte, con l’arroccamento su politiche economiche teutoniche ordoliberiste, con il pericolo di farci fare la fine della Grecia e mangiarci tutto quello che abbiamo. Ciò alla luce del fatto che siamo da sempre un paese molto allettante e ricco di opportunità speculative e particolarmente apprezzato dagli appetiti insaziabili dei coccodrilli della finanza globale.

Ma la questione di un eventuale moratoria del nostro debito pubblico e del suo impossibile pareggio emergerà con forza trascinato dalla marea della prossima crisi economica consecutiva la fine della prima ondata di epidemia, ma questa è un’altra storia che poi affronteremo.

Spagnola

Spagnola 2

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