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25/03/2020

La salute vale più dei profitti: sciopero subito!

Era il 5 marzo quando il presidente Conte, per fronteggiare la diffusione del coronavirus, annunciava la chiusura di tutte le scuole sul territorio nazionale. Dopo giorni di sottovalutazione del problema e rassicurazioni su rassicurazioni promanate dal mondo imprenditoriale e dai suoi organi di stampa, impauriti dal rischio di una chiusura integrale delle attività economiche, iniziava la serie di decreti restrittivi sulla libertà di movimento delle persone. Solo quattro giorni dopo, il 9 marzo, veniva approvato il decreto che di fatto imponeva a tutti gli italiani, a partire dall’indomani, un isolamento quasi totale, consentendo gli spostamenti e le uscite di casa solo in caso di comprovata necessità e incentivando il lavoro agile per tutte le attività che lo permettevano.

Da allora sono trascorsi più di dieci giorni e l’epidemia corre veloce, con il suo pesante strascico di vittime. Il distanziamento sociale coatto ha determinato drastiche conseguenze sulle nostre abitudini e sulla nostra quotidianità, ma ha comportato soprattutto effetti economici drammatici per numerose categorie di lavoratori, rimasti senza occupazione e con ammortizzatori sociali limitati, se non del tutto assenti: partite iva; lavoratori precari a tempo determinato, cui non è stato offerto il rinnovo; lavoratori in nero. Uno stillicidio economico-sociale dalle conseguenze ancora incalcolabili.

La richiesta di isolamento nel proprio domicilio di giorno in giorno si fa più pressante, fino al punto di scatenare nella psicologia collettiva vere e proprie “cacce all’uomo”, contro il corridore di quartiere o la famiglia che fa uso, per qualche minuto, di un giardino condominiale per prendere una boccata d’aria. Ebbene, proprio in questo clima di forte tensione, costantemente alimentato dai media, succede che le imprese italiane, anche nelle zone dove i contagi sono molto concentrati, continuino a produrre indisturbate in tutti i settori produttivi, costringendo i lavoratori a viaggiare sui mezzi pubblici e a praticare attività che li vedono inevitabilmente a contatto e a rischio di contagio, in barba a qualunque norma di sicurezza dettata dai decreti sinora approvati. Come ammesso dell’assessora milanese Cristina Tajani, i dati mostrano che il 40% dei lombardi si sposta da casa per ragioni di lavoro e non per qualche pisciatina di troppo di cani incontinenti o per qualche giro di troppo per buttare la spazzatura.

L’Italia si ferma, ma i profitti delle imprese evidentemente non possono fermarsi, a costo di contribuire alla diffusione a catena dei contagi, che sta flagellando in particolare alcune province lombarde, non a caso ad altissima densità di attività produttive. È in queste condizioni che si arriva al nuovo annuncio, nella notte di sabato 21 marzo. A fronte del precipitare della situazione sanitaria e al crescente stato di agitazione dei lavoratori di molte aree del nord, timidamente assecondati dai sindacati confederali, questo nuovo decreto sembrava – sembrava! – finalmente stabilire la chiusura di tutte le attività produttive non essenziali a decorrere da lunedì 23 marzo.

Il ritardo con cui questo decreto è stato introdotto rivela le responsabilità e gli interessi sociali che il Governo preferisce tutelare: varando la chiusura delle attività non essenziali, l’esecutivo ha esplicitamente ammesso che la misura è quantomai necessaria per combattere l’epidemia e che la sua applicazione tardiva è esclusivamente riconducibile ai diktat di Confindustria. I profitti di pochi sopra la salute di tutti. Come se non bastasse, la pressione di Confindustria si è immediatamente scatenata sul Governo al punto da indurre un drastico cambiamento nei tempi ma soprattutto nei contenuti del decreto. Non solo l’efficacia del decreto decorrerà da mercoledì 25, ma le attività essenziali qualificate inizialmente come quelle che soddisfano i bisogni primari irrinunciabili e incomprimibili (settore energetico, alimentare, farmaceutico-sanitario e altri) – sono diventate un elenco interminabile di ben 80 settori nella lista definitiva, dichiarati indirettamente legati alle attività essenziali: dall’edilizia agli studi professionali, dal commercio all’ingrosso, al tessile e alla meccanica, dai call center alla attività di pulizia. C’è proprio di tutto.

Per di più, la possibilità di proseguire l’attività è consentita anche ad altre aziende, grazie ad una comunicazione da parte dei proprietari ai prefetti, che dichiari che queste siano funzionali alla fornitura di beni e servizi ai settori essenziali dell’elenco citato. I prefetti delle diverse aree territoriali devono poi vagliare la comunicazione, secondo una logica del silenzio-assenso. In altre parole, finché il prefetto non obietta l’attività prosegue indisturbata.

Le pressioni del mondo imprenditoriale evidentemente hanno ottenuto il risultato sperato. Peccato che in questo modo l’efficacia del decreto potrebbe rivelarsi molto contenuta e corriamo il rischio di perdere tempo prezioso nella nostra battaglia di contenimento del contagio e a sostegno del funzionamento del Sistema Sanitario Nazionale.

Sul fronte opposto, i sindacati confederali non hanno nascosto un forte malumore per un decreto che calpesta i principi guida frutto di un accordo lungamente contrattato tra governo e parti sociali. Protestano, a piena ragione, battono i pugni sul tavolo, ma lanciano il sasso e nascondono la mano.

Di fronte alla gravità del momento e all’arroganza di una classe padronale che non ammette eccezioni alla propria sete di profitti, anziché convocare uno sciopero generale di tutte le attività non essenziali, i confederali delegano di fatto alle rappresentanze sindacali locali l’iniziativa di sciopero, affermando di dare a posteriori il pieno appoggio: una strategia pavida e pericolosa, che lascia campo libero al ricatto dei datori di lavoro nelle singole realtà locali, depotenziando così l’efficacia di una battaglia sacrosanta in difesa non solo del lavoro e dei lavoratori, ma di un’intera nazione alle prese con un’emergenza sanitaria di proporzioni inedite.

Oggi, più di sempre, quello che serve è l’unità dei lavoratori e di tutti i cittadini per la difesa dell’interesse collettivo, contro gli interessi particolari di chi rapacemente vorrebbe continuare a lucrare sulla pelle di tutti. L’unica arma che abbiamo contro il vergognoso atteggiamento di Confindustria è lo sciopero, a difesa della salute pubblica e di ogni lavoratore, perché il contagio si ferma solo con la chiusura, vera, delle fabbriche non essenziali.

Per questa ragione Coniare Rivolta appoggia lo sciopero generale di 24 ore indetto dall’USB per il 25 marzo e aperto alla partecipazione dei lavoratori di tutte le sigle, così come lo sciopero continuo di 48 ore indetto nei soli settori non essenziali per lunedì e martedì, per costringere anche CGIL, CISL e UIL fuori dall’atteggiamento prudente e irresponsabile dei loro segretari. Non siamo in tempi in cui la moderazione paga.

Sciopero subito!

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