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27/03/2020

L’eugenetica risorge in Usa, col coronavirus

La differenza tra un sistema teso a salvaguardare la vita umana e uno para-nazista che adotta la “selezione mirata” della cittadinanza, eliminando “gli inutili” ai fini produttivi si vede soprattutto nelle grandi emergenze. Prima ancora che diventino catastrofi.

Gli Stati Uniti, con o senza Trump, hanno da sempre aborrito la creazione di un sistema sanitario pubblico universale ed efficiente, preferendo lasciare tutto lo spazio possibile alla sanità privata, praticamente inaccessibile anche per chi lavora con un reddito non proprio basso.

Anche di recente, e anche a viaggiatori italiani benestanti, i prezzi e le modalità della sanità Usa sono risultati sconvolgenti.

Fin qui, però, siamo ancora nel campo fetido del “se c’hai gli shei ti curi, altrimenti fatti tuoi”...

L’irruzione della pandemia da coronavirus su un sistema sanitario inesistente, nella forma pubblica, ha fin dall’inizio posto la domanda che anche in Italia, Spagna, Francia, ormai sta diventando la “norma”: chi curare prima?

Nell’impossibilità materiale di mettere in terapia intensiva tutti i malati che ne hanno disperato bisogno, i medici sono costretti ad adottare i criteri della medicina di guerra. Ossia privilegiare chi ha una qualche speranza in più di sopravvivere in base a età, condizioni generali, resistenza fisica alla pratica altamente invasiva dell’intubazione.

Terribile, ma non inumano. È il principio per cui un sacerdote anziano, per cui i parrocchiani avevano comprato un respiratore artificiale, autotassandosi, l’ha ceduto a un paziente molto più giovane. Accettando così di morire. Terribile, ma in questo caso altamente umano.

Al contrario, negli Stati Uniti del trionfo privatistico, la scelta di “chi curare” e chi no è stata assunta direttamente dagli Stati, ossia dalla classe politica. E i criteri sono ben altri: i medici saranno infatti obbligati a preferire quelli che “hanno più valore per la società” – che potranno insomma tornare al lavoro, prima o poi – scartando disabili fisici o psichici e tante altre “figure” che fin qui avevano potuto sopravvivere solo grazie agli sforzi solitari delle famiglie (anche il welfare, negli Usa, è praticamente inesistente).

Questi criteri non sono applicati per la prima volta nella Storia. E senza riesumare le preistoriche pratiche degli spartani o dell’antica Roma (la rupe Tarpea), in epoca moderna l’eugenetica ha avuto una sola breve stagione di egemonia.

Nella Germania nazista.

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Usa, «niente respiratori per i disabili». Più di 10 Stati scelgono chi salvare

Elena Molinari, New York – Avvenire *

In Tennessee le persone affette da atrofia muscolare spinale verranno «escluse» dalla terapia intensiva. In Minnesota saranno la cirrosi epatica, le malattie polmonari e gli scompensi cardiaci a togliere ai pazienti affetti da Covid-19 il diritto a un respiratore.

Il Michigan darà la precedenza ai lavoratori dei servizi essenziali. E nello Stato di Washington, il primo a essere colpito dal coronavirus, così come in quelli di New York, Alabama, Tennessee, Utah, Minnesota, Colorado e Oregon, i medici sono chiamati a valutare il livello di abilità fisica e intellettiva generale prima di intervenire, o meno, per salvare una vita.

Mentre sugli Stati Uniti si sta abbattendo la prima ondata di casi di coronavirus e gli ospedali si preparano a essere invasi da pazienti con difficoltà respiratorie, i vari Stati cercano di fornire ai medici dei criteri guida per prendere le decisioni più difficili: scegliere chi attaccare a un respiratore e chi no.

Nei piani preparati o rivisti in questi giorni dagli esperti locali emergono approcci diversi. Ma anche una preoccupante tendenza. Fra i circa 36 Stati che hanno reso noti i loro criteri, una decina elenca anche considerazioni di tipo intellettivo, e altri parlano di condizioni precise che possono portare alla discriminazione nei confronti dei disabili.

L’Alabama è il caso più eclatante. Nel suo documento intitolato Scarce Resource Management sostiene che i «disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazione».

Ma anche frasi contenute nelle linee guida di Washington, come «capacità cognitiva», o di Maryland e Pennsylvania, come «disturbo neurologico grave», hanno suscitato l’allarme delle associazioni di difesa dei disabili. Già tre gruppi (Disability Rights Washington, Self-Advocates in Leadership, The Arc of the United States) hanno fatto causa allo Stato di Washington per impedire l’entrata in vigore dei criteri per l’accesso alle cure salvavita per il Covid-19.

E una mezza dozzina di altre organizzazioni si sono appellate al governo federale affinché imponga alle Amministrazioni locali e agli ospedali il principio che i disabili hanno diritto allo stesso trattamento degli altri. A far paura è che i criteri di accesso alle cure siano costruiti sull’idea in base alla quale alcune vite valgono meno di altre.

«Le persone affette da disabilità sono terrorizzate che se le risorse si fanno scarse, verranno inviati in fondo alla fila – sostiene Ari Ne’eman, docente al Lurie Institute for Disability Policy dell’Università Brandeis –. E hanno ragione, perché molti Stati lo affermano in modo abbastanza esplicito nei loro criteri».

Al di là dei singoli documenti, negli Stati Uniti che cercano di prepararsi all’insufficienza di letti di terapia intensiva, si è già affermato un altro principio inquietante per i più vulnerabili. Si tratta della “regola d’oro” presente in quasi tutti i documenti di gestione delle risorse: si chiede a un paziente se, in caso di scarsità di strumenti salvavita, vuole avervi accesso o lasciare il posto a chi potrebbe avere più probabilità di sopravvivenza. O «maggiore valore per la società». Una regola che «impone una pressione inaudita », conclude Ne’eman.

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