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27/03/2020

Il mito del conflitto generazionale e la realtà del conflitto di classe

L’emergenza sanitaria di queste settimane, come avviene in tutti gli stati emergenziali, sta mostrando in tutta la sua crudezza alcuni tratti tipici della nostra organizzazione economica e sociale. Gli effetti devastanti dell’austerità sul sistema sanitario rivelano in modo brutale cosa significhi davvero la logica della scarsità delle risorse imposta dalle politiche economiche degli ultimi decenni. A fronte di una disponibilità limitata di posti di terapia intensiva occorre, come in un’economia di guerra, effettuare delle scelte e sacrificare il più vecchio o il già malato, colui che avrà meno possibilità di sopravvivenza a favore del più giovane e sano. La scarsità delle risorse, non certo naturale o da deficit tecnologico, ma imposta da anni di politiche di austerità, impone una logica di sapore darwinista di selezione del soggetto da salvare, contrapponendo giovani e vecchi, sani e malati.

Questa apparente contrapposizione non è limitata, però, al campo della salute. Da molti anni il dibattito pubblico è permeato di una retorica che è divenuta quasi costitutiva del nostro modo di pensare: quella di un inevitabile conflitto economico intergenerazionale tra giovani e anziani, per la spartizione di risorse economiche scarse, nel tempo della crisi demografica irreversibile dell’occidente.

Il presupposto oggettivo di questa idea è l’esistenza di un’indubbia crisi demografica che nei paesi europei, e più in generale nel mondo industrializzato, ha avuto inizio negli anni ’70-’80 del secolo scorso e si manifesta come crescente squilibrio anagrafico tra giovani e vecchi, con la crescita degli ultimi e la diminuzione dei primi.

La simultanea riduzione dei tassi di natalità e mortalità, e addirittura in Italia il superamento del numero di morti rispetto al numero di nati già a partire dalla fine degli anni ’80, hanno portato non solo ad un evidente invecchiamento, favorito quest’ultimo anche dal progresso tecnologico in campo sanitario, ma anche ad un graduale declino della popolazione, compensato in molti paesi europei soltanto dal saldo netto positivo dei flussi migratori (immigrati meno emigrati). Del resto, per dare un’idea della situazione anagrafica del nostro paese basta osservare che nel 2018 l’età mediana (quella che ripartisce la popolazione ordinata secondo l’età in due gruppi ugualmente numerosi) in Italia era pari a 46,8 anni, a fronte dei 31 anni nel periodo dell’immediato dopoguerra, e che nel 2017 il tasso di natalità (definito come il rapporto tra il numero dei nati vivi dell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente) era pari a 7,5/1000 e quello di mortalità (definito come il rapporto tra il numero dei decessi nell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente) attorno al 10/1000.

Declino e invecchiamento sono una realtà evidente della demografia contemporanea occidentale e in particolare del nostro e di altri paesi, che affonda le sue radici in un complesso di cause che sono insieme materiali e culturali.

A partire da questo stato di cose, occorre allora porsi alcune domande che richiedono uno sforzo di riflessione ampio. La prima e più immediata è questa: ammesso e non concesso che il declino demografico sia un dato esogeno rispetto al funzionamento e allo stato di salute del sistema economico (e non lo è affatto), l’attuale rapporto numerico tra giovani e vecchi rende davvero inevitabile l’esplosione di un conflitto distributivo generazionale, da risolversi con politiche di restrizione della quota di reddito devoluta agli anziani (obiettivo perseguito dalle riforme pensionistiche varate dal 1992 ad oggi)?

Più in breve: gli interessi oggettivi dei lavoratori giovani e degli anziani pensionati sono davvero inevitabilmente contrapposti?

Rispondere a questa prima domanda ci permette di fissare il primo tassello del puzzle della decostruzione della nefasta teoria del conflitto tra generazioni.

Al principio del 2019 il Fondo Monetario Internazionale pubblicava un rapporto sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici, in cui veniva messo sotto accusa il sistema previdenziale italiano, considerato ad alto rischio di collasso e insostenibile nel lungo periodo. Vi si affermava: “Abbassare l’età pensionabile” – con chiaro riferimento alla riforma nota come quota 100 – “abbasserà il tasso di partecipazione alla forza lavoro e la crescita potenziale, aggiungendosi ad un già alto conto pensionistico”. Seguivano raccomandazioni sulla necessità di aumentare l’età pensionabile, per evitare che un domani i giovani non abbiano più modo di accedere alla pensione e siano costretti a finanziarla con proprie risorse una volta raggiunta l’anzianità.

Il report del FMI esemplifica plasticamente una visione egemone ormai da trent’anni, che continuamente viene riproposta con altisonante allarmismo e che ritorna oggi con clamore nel dibattito corrente sul superamento di quota 100: “non ci sono risorse per finanziare i sistemi pensionistici” si afferma. “L’unica soluzione è un aumento dell’età pensionabile o una riduzione drastica dell’assegno pensionistico”. “Se queste misure non venissero attuate i giovani sarebbero condannati ad un presente e ad un futuro di privazioni a causa degli iniqui privilegi garantiti agli anziani. E se mai proprio dovessimo garantire flessibilità in uscita ai pensionati occorrerebbe farlo a parità di risorse, ovvero con una penalizzazione dell’assegno previdenziale”, etc. etc.

Ma quali sono i presupposti di questa impostazione? Per rispondere, bisogna partire dalle radici di teoria economica e di prospettiva politica e culturale che si celano dietro al mito del conflitto economico tra le generazioni. Vi sono molti pilastri su cui si sostiene questo mito. Il primo discende direttamente dalla logica intrinseca alla teoria economica neoclassica, oggi dominante, secondo cui un sistema economico dispone di risorse date, scarse. Quest’idea si basa sull’assunzione che i sistemi economici di mercato tendano – magicamente – sempre a raggiungere il pieno impiego delle risorse disponibili, ovvero la piena occupazione dei lavoratori e il pieno utilizzo del capitale fisico a disposizione. Una visione armonica e idilliaca del capitalismo come sistema destinato a generare piena occupazione, una semplice fandonia in malafede che è stato dimostrato essere logicamente fallace e fondata su presupposti teorici del tutto inconsistenti. Ma qui la scienza non c’entra nulla, nella misura in cui la teoria neoclassica fornice una patina di legittimità agli interessi delle classi dominanti. Tornando al nostro ragionamento, è evidente che, se si ritiene il capitalismo un sistema che porta necessariamente alla piena occupazione, non si potrà che ragionare sempre in un’ottica di risorse scarse. Se tutti i lavoratori sono impiegati e tutto il capitale è pienamente utilizzato, infatti, il sistema sta già producendo il massimo producibile date le condizioni demografiche e tecnologiche esistenti. In questa dimensione è evidente che una crescita della popolazione anziana, a sistemi pensionistici dati, non potrà che comportare un drenaggio di risorse dai più giovani occupati.

Se le cose stessero davvero così è evidente che, in condizioni di declino demografico, mantenere un sistema pensionistico nelle condizioni attuali implicherebbe spostare risorse date dai giovani occupati agli anziani pensionati, con pregiudizio inevitabile della generazione lavoratrice. Proprio da qui nasce la retorica dell’inevitabilità di riforme pensionistiche restrittive come àncora di salvataggio per i giovani i quali, già colpiti dalla precarietà del lavoro, sarebbero, poveri diavoli, anche costretti a finanziare insostenibili assegni pensionistici per anziani benestanti.

La ricetta conseguente a questa impostazione in campo previdenziale è, da ormai trent’anni, sempre la stessa: riduzione dei diritti pensionistici e ridimensionamento della spesa previdenziale. La leva attraverso cui questa riduzione è stata attuata in Italia è stata la trasformazione del sistema retributivo in contributivo e, a seguire, la progressiva riduzione dei coefficienti di trasformazione, sulla base dell’idea che più anni di vita debbano implicare una rendita pensionistica mensile minore. A ciò si è unito l’aumento continuo dell’età pensionabile.

Se però capovolgessimo le premesse alla base di questo programma di austerità previdenziale, anche queste apparenti conseguenze logiche perderebbero ogni consistenza e coerenza. Se la disoccupazione, il precariato, la discontinuità delle carriere e il lavoro nero non fossero dati immutabili del sistema economico, come invece la teoria economica dominante ci vorrebbe far credere, ma caratteristiche strettamente legate alle politiche economiche e al modello di sviluppo capitalistico adottato, allora si aprirebbe un pozzo di risorse sterminato, attraverso cui coniugare un maggior benessere dei giovani con la possibilità di finanziare agevolmente le pensioni degli anziani, anche in presenza di un aumento dell’aspettativa media di vita e di un innegabile declino demografico. Più occupazione e carriere più sicure e continue significa infatti una crescita enorme del montante contributivo che finanzia un sistema pensionistico.

A tutto questo si aggiunge poi un altro tassello molto rilevante. Nel discorso corrente in tema previdenziale si fa sempre esclusivo riferimento alle risorse reperibili dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. È noto infatti che la stragrande maggioranza dei sistemi previdenziali viene finanziata tramite la raccolta dei contributi pagati dai lavoratori dipendenti e autonomi e, in quota parte, dalle imprese a favore dei loro dipendenti. Si tratta di una voce che va ad incrementare il cosiddetto costo del lavoro. A differenza di tanti altri trasferimenti o servizi sociali, sanitari, d’istruzione, di trasporto pubblico etc., la previdenza viene infatti finanziata in massima parte tramite la leva contributiva. In termini macroeconomici, questo significa che il costo del mantenimento della popolazione non più attiva ricade praticamente in toto su lavoratori e imprese, mentre i percettori di altre tipologie di reddito sono totalmente esenti da questo sforzo di finanziamento. Nel corso degli ultimi decenni il sistema industriale nel mondo occidentale ha conosciuto una progressiva crisi e fette consistenti di profitti sono state assorbite dalla finanza: plusvalenze azionarie, rendite da interessi, rendite e plusvalenze da speculazioni immobiliari. Flussi enormi di ricchezza che non contribuiscono in alcun modo al sostentamento del sistema previdenziale, il quale invece potrebbe attingere anche alla fiscalità generale, ovvero le imposte. Una fiscalità che, naturalmente, andrebbe ripensata su base molto più progressiva e universale, per colpire con più incisività i redditi da capitale e in generale i redditi più elevati.

Infine, in piena coerenza logica con quanto spiegato in merito alla visione dominante del funzionamento dell’economia, nel dibattito corrente mai si pone l’accento sulla possibilità di finanziare la spesa sociale in deficit. E se lo si fa, lo si concepisce come un intervento emergenziale, un’eccezione alla regola del pareggio di bilancio imposta e poi cristallizzata dai trattati europei (Maastricht, Fiscal Compact). In ossequio al paradigma teorico dominante, se il sistema tende al pieno impiego qualunque intervento in deficit non potrebbe che portare a spinte inflazionistiche e a spiazzamento degli investimenti privati da parte della spesa pubblica, senza alcun risultato in termini occupazionali e di crescita.

Se invece, ancora una volta, si ritiene che il sistema capitalistico tenda ad un costante sottoimpiego delle risorse per via di una cronica carenza di domanda aggregata, qualsiasi spesa in deficit, anche per spesa corrente, ad esempio per le pensioni, non può che accrescere, tramite un aumento della domanda aggregata, la produzione e l’occupazione. Un meccanismo virtuoso che si dispiegherebbe fino al raggiungimento del pieno impiego. Del resto, un raggiungimento di una piena e buona occupazione sarebbe a sua volta quel tassello mancante, già discusso in precedenza, che contribuirebbe alla piena sostenibilità dei sistemi pensionistici tramite le entrate contributive. Che si finanzino direttamente le pensioni in deficit, creando un meccanismo di crescita dei consumi e quindi della produzione e dell’occupazione; oppure che si pratichino, tramite altre voci di spesa pubblica, politiche di espansione della domanda orientate alla piena occupazione, il risultato finale, in relazione agli equilibri occupazionali e previdenziali, sarebbe lo stesso: un forte aumento delle entrate contributive generato da un aumento dell’occupazione, che permetterebbe, a regime, un adeguato finanziamento delle prestazioni pensionistiche nel lungo periodo.

Ed ecco che, rovesciando il paradigma economico dominante, si scioglie come neve al sole ogni presupposto teorico alla base del mito del conflitto tra generazioni. Maggiore occupazione, più alti salari, stabilità lavorativa per i giovani, fanno rima con pensioni più alte e sicure e con maggior flessibilità in uscita.

Il benessere delle generazioni è così legato da un unico filo indissolubile. Un filo che le classi dominanti cercano in tutti i modi di spezzare nella loro lotta senza quartiere contro il lavoro in tutte le sue forme e fasi, dove salario e pensione rappresentano evidentemente due fasi temporali del reddito da lavoro. Ogni attacco al salario è indirettamente un attacco alle pensioni del presente e del futuro, ed ogni attacco alle pensioni è un attacco a quella particolare fase del reddito da lavoro inquadrabile come salario differito.

La guerra ideologica che vorrebbe giovani e vecchi in conflitto su due barche diverse è dunque parte della lotta di classe finalizzata a spezzare l’unità, anche anagrafica, della classe lavoratrice nel suo insieme. La guerra allo stato sociale, dalla sanità alle pensioni, dall’istruzione ad ogni altro genere di servizio di base è una guerra contro i lavoratori di tutte le età e, a vari livelli, è parte di quel gigantesco programma di redistribuzione del reddito dai poveri ai ricchi che si perpetua da molti anni.

Non esiste alcun conflitto generazionale! L’unico vero conflitto economico è quello di classe tra i pochissimi che detengono la stragrande maggioranza della ricchezza sociale prodotta e i moltissimi che si dividono quello che resta.

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