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28/03/2020

Tre sogni di Neil Young


Nato in Canada nel 1945, Neil Young passa la sua gioventù suonando in complessi scolastici e tra amici. Negli anni ‘60 si trasferisce però in California proprio agli albori del movimenti di contestazione. Fin dall’inizio Young trova i canali giusti prima con i Buffalo Springfield poi, alternando i lavori da solista con l’impegno nel supergruppo Crosby Stills Nash e Young. Nel suo primo disco solista Young appare come una versione più artigianale di Bob Dylan. Nel disco omonimo (1) è presente “Last trip to Tulsa”, una ballata sgangherata di oltre 9 minuti dove l’autore introduce i temi che lo affiancheranno poi per tutta la carriera musicale. Il pezzo è sostanzialmente un collage di sogni in cui prevale però, sia a livello musicale che a livello del testo, una malinconia di fondo che diventerà la sua cifra personale più riconosciuta:
“Stavo guidando sull’autostrada quando la mia macchina è rimasta senza benzina. Mi sono accostato alla stazione ma avevo paura di chiedere. I militari erano vestiti di giallo e la benzina era verde. Sapevo di non poterlo fare ma pensavo che avrei urlato. Quello era il mio ultimo viaggio a Tulsa poco prima che cadesse la neve. Se mai avessi bisogno di un passaggio da quelle parti, fammi sapere”
I sogni che si rincorrono nel testo alternano immagini in cui vi sono elementi di contestazione ed elementi presi in prestito dalla letteratura americana. In questa fase Young sembra percorrere una strada dove ancora è possibile una redenzione personale ma anche politica. È quindi il periodo della contestazione che offre a Young diversi spunti e la politica attiva entra direttamente nelle tematiche sia dei lavori solisti che nei gruppi dove opera(2).

La fine di quel periodo florido sia dal punto di vista artistico che sociale impatta duramente sulla vita del canadese, che sposta progressivamente le proprie tematiche andando verso una disperazione sempre più evidente dovuta alla fine di un periodo e al crollo degli ideali giovanili.

Il portato della sconfitta generazionale è vissuto non tanto a livello politico quanto a livello personale. La fine del sogno collettivo lascia spazio solo a una trasgressione che non è più una rivolta contro il sistema ma diventa semplicemente una fuga dalla realtà. Gli abusi e la sregolatezza si portano via amici e collaboratori. La metà degli anni ‘70 è, non solo per Young, il periodo più cupo in cui però escono quelli che, probabilmente, sono i suoi lavori più oscuri e significativi. “On the beach”(3) ne è sicuramente l’apice. La titletrack riprende il tema del sogno, ma rispetto a “Last Trip to Tulsa” il tono, sempre sgangherato, è sicuramente più cupo. All’inizio si fa presente come un intero periodo è oramai concluso alle cui spalle rimangono solo macerie:
“Il mondo sta girando spero che non si allontani. Tutte le mie foto stanno cadendo dal muro dove le avevo appese”
Più avanti la malinconia verso il mondo che cambia e si allontana si focalizza in un bisogno di solitudine per chi, abituato ai palchi e alla notorietà, sente una volontà di allontanamento dalla fama e dal pubblico:
“Ho bisogno di una folla di persone ma non posso affrontarli tutti i giorni. Sebbene i miei problemi siano poco significativi, questo non li fa allontanare”
Ritorna il sogno, questa volta non sulla strada di Tulsa in una stazione di servizio, ma direttamente in uno studio radiofonico:
“Sono andato all’intervista radiofonica ma al microfono mi sono ritrovato da solo”
Ovviamente rimane la fuga ma non esiste in realtà una meta, che appare perduta per sempre:
“Mi dirigo verso i bastioni con l'autobus e gli amici, seguo la strada anche se non so dove finisca. Esco dalla città, penso che uscirò dalla città.”
In copertina del disco una spiaggia invernale deserta, una Cadillac sommersa dalla sabbia, un giornale trasportato dal vento. Uno dei pochi sogni americani che, probabilmente, valeva la pena di percorrere si è trasformato in una sconfitta che è collettiva ma anche personale.

Da quel momento (è il 1974), la carriera di Young sembra eclissarsi fino agli anni ‘80 in cui pubblica bizzarre divagazioni in territori musicali sconosciuti, molto lontani dal cantautorato folk, blues e rock degli anni precedenti. Pur non eccelsi e dimenticati, quei dischi testimoniano che Young ha probabilmente la volontà e la forza interiore di riprendere a sperimentare.

Fino agli anni ‘90 in cui riemerge l’interesse a discapito di chi, fino a quel tempo, aveva pensato al canadese come ad una sorta di Bob Dylan di secondo livello. Saranno i campioni di quel periodo a riprendere sonorità e temi di Neil Young anche attraverso cover di molti dei suoi pezzi(4). L’interesse di Sonic Youth, Nick Cave e Nirvana non passerà inosservato. In alcuni momenti, la musica di Neil Young sembra addirittura fungere da canone per una serie di gruppi che lasceranno il segno come i Dinousar Jr il cui “You’re living all over me”(5) sembra una riedizione in chiave moderna della parte migliore della sua produzione.

Kurt Cobain, prima del suicidio, lascerà un ultimo biglietto citando un pezzo di Neil Young(6) e verrà omaggiato in un successivo disco uscito nel 1994 dal titolo “Sleep with angels”.

Improvvisamente Young sembra ritrovare la vena dei tempi migliori, ricomincia ad occuparsi di temi politici e sociali contro la guerra, in particolare contro l’amministrazione Bush junior.

Nel 1995 esce un disco con i Pearl Jam(7) in cui è il protagonista indiscusso e il gruppo di Eddie Vedder, allora al top della fama, sembra scomparire di fronte al suo talento e alla sua ritrovata vitalità. Nel disco si riaffaccia il tema del sogno nel pezzo più significativo dal titolo “I’m the ocean”:
“ero troppo stanco per vedere le notizie quando sono arrivato a casa ho tirato le tende e sono andato a letto da solo. Ho iniziato a sognare e ho visto di nuovo il cavaliere sulla porta”
Ma il sogno questa volta non ha immagini che rimandano all’innocenza e alla gioventù del mondo degli anni ‘60, non ha visioni cupe di disfacimento personale e generazionale:
“Sono una droga che ti fa sognare, sono una star dello spazio, sono una sciabola suprema. Nella corsia sbagliata, sto cercando di girare contro il flusso. Io sono l'oceano, sono la risacca gigante, Io sono l'oceano.”
Young sembra uscito dalla propria crisi e riprendere a camminare controcorrente.

Neil Young ha rischiato di bruciare in fretta ma è riuscito a non spegnersi lentamente.

Note:

1) Neil Young Reprise 1968

2) Con Crosby, Stills e Nash, Young compone il singolo “Ohio” che racconta il massacro di 4 giovani, avvenuto il 4 maggio del 1970 nell’Università di Kent in Ohio dove la guardia nazionale intervenne in armi contro una dimostrazione che contestava la guerra in Vietnam. Il singolo uscì come b-side di “Find the cost of freedom” e scalò le classifiche. David Crosby ricordò che fu Neil Young a voler inserire nel testo un attacco diretto verso l’allora Presidente Nixon, espressamente citato. Qualche anno dopo, Young ragionò sul fatto che, paradossalmente, come musicisti e autori fecero parecchi soldi parlando di un massacro. Per approfondire l’episodio della Kent University vedi qua (https://cupetinte.blogspot.com/2017/12/il-massacro-della-kent-state-university.html )

3) “On the beach” esce nel 1974 sempre per l’etichetta Reprise

4) The Bridge, A tribute to Neil Young, Caroline Records, 1989. Il tributo a Neil Young viene portato, tra gli altri, da Nick Cave, Sonic Youth, Dinosaur Jr, Soul Asylum, Flaming Lips, Pixies

5) Dinosaur Jr, “You’re living all over me”, SST, 1987

6) Kurt Cobain, nell’ultima lettera prima del suicidio cita il testo di My my, hey hey (out of the blue) di Neil Young, in particolare la celebre frase “ è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”. Il brano di Young è presente in “Rust Never Sleeps” uscito nel1979

7) Il disco è “Mirror ball” del 1995

Fonte

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