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28/03/2020

Il desiderio dell’uomo decisivo

Che Mario Draghi trovi sostegno in un certo ambiente economico, è nelle cose. Che su Mario Draghi stia convergendo tutta la politica italiana, è un’altra cosa. Dal Pd alla Lega al vasto mondo della critica keynesiana, il quadro politico sembra chiudersi attorno alla soluzione migliore per tutti (o quasi: l’unico a rimanere col cerino in mano sarebbe Conte, e con lui il M5S). I motivi di questo interesse sono facilmente intuibili. Meno i problemi politici che verrebbero a generarsi dall’unità nazionale attorno all’uomo delle banche.

La crisi economica, già in corso e che seguirà la fine o il contenimento dell’epidemia, sarà di vaste proporzioni. Tutti i paesi, nessuno escluso, subiranno il contraccolpo dell’arresto dei flussi commerciali misurandolo in vari punti percentuali di calo del Pil. Per l’Italia, questo non potrà non aggirarsi in una forbice che va dal -5 al -15%. Percentuali da economia di guerra, come evidente e come stanno dicendo un po’ tutti, Draghi per primo. Se in tempo di pace la questione poteva essere affrontata (e aggirata) attraverso l’accelerazione export oriented dell’economia del paese, dinamica che ha portato l’Italia alla ventennale stagnazione economica, le soluzioni per questa crisi non potranno replicare quanto è stato fatto fino ad ora. Per risollevare un paese in profonda recessione è inevitabile stimolare la domanda interna, rafforzando il mercato domestico di produzione e circolazione di beni e servizi. Altrimenti quel -15% lo recuperiamo nel 2050, come infatti (non) è avvenuto con la crisi scoppiata nel 2008: il Pil dell’Italia nel 2019 non ha ancora raggiunto i livelli a cui era arrivato nel 2007. Ci stiamo rimpicciolendo drasticamente e troppo velocemente nel tempo, e questo è uno dei motivi dello scarso peso politico dei nostri governi in Europa.

Stimolare la domanda interna è possibile solo attraverso la leva degli investimenti pubblici, da un lato, e tramite una politica di moderazione fiscale per le imprese, dall’altro. L’insieme di questi due interventi dovrebbe servire ad aumentare l’occupazione e il livello medio dei salari. Questa è la dinamica keynesiana classica, ed è questo che Draghi ha aleggiato nel suo intervento sul Financial Times lo scorso mercoledì. Si capisce dunque perché tutti vogliano salire sul carro del dopo-crisi: Draghi non è Monti, non verrebbe a commissariare l’Italia per imporre politiche d’austerity; al contrario, è l’uomo della provvidenza, il gestore di una pioggia di finanziamenti pubblici, italiani ed europei, che pioveranno a dirotto una volta che si assesterà l’epidemia e la UE troverà l’accordo per finanziare la riscossa economica del continente.

Peraltro, Draghi assomiglia sempre più alla “contropartita” per azionare il Meccanismo europeo di stabilità. Invece di imporre condizioni capestro in cambio di aiuti finanziari, come ad esempio “riformare” il mercato del lavoro o perseguire il pareggio di bilancio, la condizione politica in cambio degli aiuti economici è che a gestirli non sia Conte e il suo precario governo. Draghi, da una parte, è garanzia di prudente gestione dei fondi europei; dall’altra, il sostegno trasversale che lo accompagnerebbe al governo renderebbe lo stesso più solido e deciso. Si capisce, da tutto ciò, perché Pd, Renzi, Forza Italia e Lega stiano tentando il colpo di mano: il governo Draghi non è un governo che farà perdere voti ai protagonisti. Per il Pd, si tratterebbe di garantirsi al governo e al tempo stesso anestetizzare l’opposizione della Lega; per la Lega, tornare al governo raccogliendo i frutti dell’apertura dei cordoni della borsa. Per i protagonisti minori, il solo tornare al governo è motivo di entusiasmo. Se questo è lo scenario “razionale” per “salvare il capitalismo” dal virus, si capirebbero le grida di giubilo che giungono dalle parti più impensabili. Ma tutto andrà come descritto?

In primo luogo, è tutto da vedere che la partita con la UE termini con una “vittoria” italiana (che, tradotto, sarebbe l’approvazione degli “Eurobond”, cioè obbligazioni di debito pubblico emesse direttamente dalla Bce). Titoli di Stato, garantiti non da questo o quello Stato comunitario, ma dalla Ue nel suo complesso. Titoli senza spread dunque. Si capisce l’interesse dell’Italia all’introduzione di questa forma di condivisione del debito. Eppure lo scontro in corso per il momento non promette una soluzione di questo tipo. La mediazione verte su di un Mes “ammorbidito” nelle condizioni di apertura del credito, e dall’aumento dei fondi in dotazione al Mes stesso. Su di un altro piano, il proseguimento sine die e senza fondo del quantitative easing. L’Italia in questa battaglia ha al suo fianco altri paesi, tutti importanti ma nessuno decisivo: la Francia, che però è un non-alleato, visto il rapporto organico con la Germania; la Spagna, martoriata dal virus, ma anch’essa alleata organica della Germania; la Slovenia, paese dell’est – cioè del retroterra produttivo tedesco – ma Stato troppo piccolo; l’Irlanda, un paese del nord, ma anch’esso piccolo e periferico. Oltre questo fronte l’Italia non ha margini di contrattazione rilevanti. L’alternativa cinese è minacciata ma di fatto impraticabile: l’Italia non scinderà l’alleanza politico-economico-militare con la Nato e gli Usa, neanche per questa battaglia. Dunque, vedremo. Ma lo scenario più probabile, al momento, è una mediazione che rafforzi il Mes e disinneschi gli Eurobond. Anche perché l’Unione europea è un’associazione competitiva e non cooperativa. Questo significa che la crisi sarà anche generalizzata, ma il modo in cui uscirne è delegato ai singoli Stati. L’uscita dalla crisi avverrà cioè tentando di sottrarre quote di mercato, di produzione, di risorse agli altri Stati membri. Una debolezza italiana, in tal senso, consentirebbe scorrerie finanziarie a cui stanno guardando un po’ tutti, in Occidente. I “gioielli di famiglia” oggi sono scalabili, e il dopo-crisi aprirà all’economia di rapina continentale margini di conquista che saranno valutati attentamente dai nostri “partner”.

Draghi verrebbe dunque a gestire il Mes, non a governare un debito pubblico lasciato libero di crescere a dismisura per cause di forza maggiore (cosa che, in ogni caso, avverrà). E sarà proprio in questa fase, in cui la politica sarà decisiva, che si vorrebbe anestetizzare il confronto demandando il compito di allocare le risorse (eventuali e limitate) al “tecnico”. Lo stesso “tecnico” che ha commissariato l’Italia nel 2011 cacciando Berlusconi e imponendo Monti; lo stesso “tecnico” che ha istituito il Fondo salva-Stati e che ha gestito la “trattativa” con la Grecia sull’orlo del fallimento. Già oggi si condividono le ricette del mondo dell’imprenditoria, non a caso fatte proprie anche dal resto dell’arco parlamentare e non solo. “Abolire”, “sospendere” o “dilazionare” le scadenze fiscali, ad esempio. Tutti, anche a sinistra purtroppo, rincorrono le parole d’ordine imprenditoriali della moderazione fiscale. Al contrario, bisognerebbe ragionare su di una nuova leva fiscale progressiva, che diminuisca il peso fiscale sui redditi più bassi e su una determinata composizione lavorativa, e al contempo innalzi la pressione fiscale sui redditi maggiori, sui loro patrimoni immobiliari o finanziari, nonché sui patrimoni immobilizzati nelle banche.

Sciogliere le briglie dell’economia in una fase (possibile ma non per questo sicuramente probabile) di spesa in deficit porterebbe inevitabilmente a ripensare il mercato del lavoro. In quale direzione? Garantendolo attraverso migliori definizioni contrattuali? Oppure “liberalizzandolo” ulteriormente in senso anglosassone? E la vicenda dello smart working di massa come inciderà sulle coperture contrattuali e salariali dei lavoratori? Perché il processo di de-fiscalizzazione porterà, facile immaginarlo, allo scambio perverso tra busta paga leggermente più alta e minori garanzie contrattuali, abolendo la contrattazione nazionale in favore di quella aziendale. Processi che passerebbero indolori in una fase di crescita sostenuta del Pil, ma che ricadrebbero come macigni una volta esaurita la traiettoria di crescita drogata dal debito pubblico. Anche qui, dunque, ci vorrebbe la politica, non la pacificazione nazionale a sostegno del tecnico-salvatore della patria.

Se nei tempi brevi la ricostruzione dell’economia porterebbe a una condivisione di fatto delle urgenze, nei tempi medi – una volta passata la tempesta – uno come Draghi al governo sarebbe un problema di non poco conto. L’uomo di Goldman Sachs completerebbe l’opera di privatizzazione degli asset nazionali, a cominciare da quell’Alitalia che invece in questi giorni sembrerebbe sulla via della nazionalizzazione. Insomma, Draghi ha gioco facile, oggi, a imporsi quale uomo della provvidenza: l’orizzonte di ricostruzione dell’economia è delineato (non si trova più un liberista in giro, fateci caso...), ma è proprio nel momento in cui si allargano i cordoni della borsa che, al contrario, è necessaria la politica. Capire dove e come spendere i soldi della ricostruzione – se e quanti saranno – è il primo campo di battaglia nel confronto politico. Confronto che si vorrebbe sospendere, in nome di un obiettivo che è tutto fuorché “neutro”. Che questa sospensione venga richiesta dalla destra liberista o sovranista, non fa stupore. Che a richiederla sia anche una parte della “sinistra keynesiana” rischia di validare il sostegno unificato ad un personaggio, e a una politica, che si configura già oggi come anti-lavorativa, anti-sindacale e aperta a ogni sperimentazione repressiva, sul lavoro e nella società. Il virus, come ogni crisi, può essere anche un’opportunità. Facciamo in modo che a coglierla non sia solo il capitale organizzato attraverso le sue rappresentanze politiche.

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