Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/07/2026

Il MES torna a parlare, per indorare la pillola del riarmo

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) è uno degli strumenti più stringenti della gabbia dei vincoli unioneuropeisti, ma è anche una delle “ultime spiagge” di questo sistema di strozzamento dei popoli. Rimane lì, sullo sfondo, a incutere timore e a indicare la strada ai vari governi. E proprio in questo frangente fondamentale per gli orizzonti della UE torna a parlare, attraverso una nuova pubblicazione, l’Euro Area Stability Watch.

Il primo rapporto di questa nuova serie di studi si intitola “Resilienza sotto pressione”, e guarda essenzialmente alle sfide che l’Eurozona si trova ad affrontare in questa congiuntura storica, a partire – e come ci si può sbagliare – dalla tenuta dei conti pubblici e dalla crescita economica.

Rolf Strauch, capo economista del MES, ha affermato che “la resilienza non si sostiene da sola. In un mondo più incerto dipenderà dalla credibilità, dalla disciplina e dalle scelte politiche che vengono fatte oggi”. Tradotto: il percorso dei trattati europei va seguito alla lettera, pena una tempesta finanziaria, e in prospettiva le uniche spese concesse sono quelle militari.

Gli esperti del MES hanno evidenziato che lo spazio per manovre fiscali va ancor di più riducendosi, e dunque ogni “misura anticrisi deve essere temporanea e mirata”. Insomma, il modello di sviluppo, per quanto fallimentare, non si cambia, e a pagarne le conseguenze saranno le classi popolari. Ogni centesimo libero sarà speso per la deriva bellicista del Vecchio Continente.

Il fatto che sempre più fondi saranno assorbiti dalla difesa e della sicurezza è visto come processo da dare per scontato, necessario e inevitabile. Viene poi calcolato che, per raggiungere i target richiesti dalla NATO (il 3,5% di spese militari in senso stretto), l’eurozona dovrà investire circa 45 miliardi di euro in più ogni anno, fino al 2035.

Il MES chiarisce anche gli indirizzi preferibili per questa spesa. Se i fondi finiranno a fornitori europei e in progetti ad alta intensità di ricerca e capitale, fino a 53 centesimi di ogni euro investito torneranno indietro sotto forma di crescita e gettito fiscale a lungo termine. E qui c’è il primo evidente nodo di una scelta politica, pensata in funzione di una UE capace di essere attore globale per mezzo delle armi, e a discapito di lavoratori, pensionati e, soprattutto, i più giovani.

Un moltiplicatore fiscale, cioè il rapporto tra l’effetto sul PIL e l’incremento della spesa pubblica, che nel migliore dei casi permette un ritorno della metà di quanto speso è tutto fuorché un viatico alla crisi. L’anno scorso, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio calcolava dati simili, mentre la Banca d’Italia segnalava che investimenti in capitale pubblico hanno un moltiplicatore fiscale tra l’1,2 e l’1,8 sul medio periodo.

Detto in parole povere, il riarmo europeo sarà uno straordinario spostamento di ricchezza sociale, raccolta con i vari strumenti di cui dispone lo stato, verso le multinazionali della difesa, con effetti economici risibili rispetto a quelli che si potrebbero ottenere rilanciando lo sviluppo infrastrutturale e della proprietà pubblica, intesa in senso lato.

Quella del riarmo, insomma, è una scelta totalmente “anti-economica”, se volessimo ragionare secondo la patina “tecnica” che le classi dirigenti nostrane affibbiano alle proprie scelte politiche. Riarmo e difesa europei, invece, rappresentano la strada strategica imboccata dalla UE, ovvero quella di affidare alla guerra la definizione degli equilibri futuri a livello mondiale, e dunque anche il futuro dei popoli su cui governa.

Ciò è confermato da altri due fattori che, sempre secondo gli esperti del MES, rendono complessa la condizione dell’eurozona in questa fase storica. Da una parte, c’è il conflitto contro l’Iran e le interruzioni delle forniture energetiche che ha prodotto: l’aumento ulteriore dei prezzi di gas e petrolio minerebbe in profondità quel che rimane della competitività europea.

Dall’altra, c’è una sostanziale esposizione degli investitori europei a potenziali correzioni dei mercati statunitensi, in cui i titoli continuano a essere gonfiati rispetto al loro valore reale, soprattutto in virtù della bolla finanziaria sull’IA. Ecco quel che succede quando uno strumento dall’enorme potenziale per migliorare le condizioni di lavoro viene interpretato come terreno di speculazione.

Entrambi questi fattori sono parte integrante del modello economico e dell’allineamento strategico ribadito ogni giorno da Bruxelles: finanziarizzazione come risposta alla crisi, interconnesione con Washington, sostanziale complicità quando si tratta di sostenere aggressioni imperialiste, attraverso e in virtù degli accordi stretti in ambito NATO.

In pratica, la UE si è cacciata con le proprie mani in un vicolo cieco che porta inevitabilmente alla guerra, e lo spaccia come soluzione al proprio fallimento. Il MES è intervenuto per affermare ai quattro venti, di nuovo, che “there is no alternative”... ma nei fatti, ha messo in chiaro che alternative ce ne sono, eccome.

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14/07/2025

Il commissario UE Dombrovskis è venuto a Roma per dirci di riarmarci

A margine della conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina, lo scorso 11 luglio, il commissario UE all’Economia, Valdis Dombrovskis, si è fermato qualche ora in più a Roma per parlare prima col suo omologo nazionale italiano, Giancarlo Giorgetti, poi con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Ci sono stati vari dossier sul tavolo, ma il tema è stato sostanzialmente uno: l’Italia deve spendere di più in armi, ma i conti pubblici devono ancora uscire dalla crisi della procedura di infrazione, aperta poco più di un anno fa. Qui l’inghippo: la clausola di salvaguardia per investire di più in armamenti come può essere attivata finché si è sotto questo il percorso di aggiustamento di bilancio?

Quando Meloni sbandierava ai quattro venti che non avrebbe attivato la clausola, in realtà millantava una cosa che, comunque, non avrebbe potuto fare. Anzi, i colloqui avuti con Dombrovskis sono serviti proprio a capire come spendere quei soldi in più che il governo, al pari del resto della classe dirigente europea, vuole mettere sul riarmo europeo.

Giorgetti ha sottolineato che il paese dovrebbe uscire dalla procedura di infrazione con un anno di anticipo, ovvero il prossimo invece che nel 2027. Ma come spesso è accaduto in passato, è la UE a dettare le regole, e gli altri a eseguire: un portavoce della Commissione ha fatto sapere che non è prevista l’uscita anticipata dai controlli imposti.

Per il ministro dell’Economia italiano, allora, basterebbe interpretare in maniera diversa le norme europee, ma anche su questo lato Bruxelles non ha lasciato spiragli. Dombrovskis che ha detto che comunque “troveremo delle soluzioni perché l’Italia possa incrementare quelle spese” militari.

Eppure, qualsiasi soluzione il commissario europeo sembra averla bocciata, se non quella di rimettere a posto i conti e poi attivare la clausola di salvaguardia nel 2027, quando la situazione sarà più stabile (e il governo Meloni avrà finito il proprio mandato). Però, c’è una via che è rimasta sempre sul tavolo, e a cui Dombrovskis ha richiamato anche negli ultimi mesi: il MES.

Tra le righe dell’incontro torna a far parlare di sé il famigerato meccanismo salva-stati, che rappresenta un vero commissariamento della politica economica di un paese. Solo lo scorso maggio proprio Dombrovskis era tornato in pressing su Palazzo Chigi, affinché ratificasse questo strumento, date le condizioni volatili dell’economia.

Ma a marzo, il commissario aveva anche accennato alla possibilità che il MES venisse utilizzato per aiutare nel riarmo e nella costruzione della difesa europea. Non a caso, è venuto a parlare con uno dei paesi principali della UE, che non ha ratificato il meccanismo, e che ha un ruolo centrale nel progetto di una Europa armata fino ai denti.

Mettendo in ordine le questioni, c’è innanzitutto il target NATO del 5% del PIL in spese militari, quindi le spese andranno aumentate. Il governo Meloni vuole farlo, soprattutto perché, con l’attuale architettura europea, solo la Germania si avvantaggerà davvero di questo tipo di investimenti, mentre la spinta sull’industria bellica rappresenta un’opportunità per ridare fiato alle economie nazionali (anche in maniera competitiva una con l’altra).

Tuttavia, è Bruxelles a decidere le regole del gioco, e c’è poco da fare per Palazzo Chigi. A meno che non ceda definitivamente sul MES. In quel caso, in un prossimo futuro, si potrebbero rendere plausibili altre vie. Insomma, gli incontri con Dombrovskis hanno palesato una volta di più che c’è una doppia gabbia che impedisce qualsiasi ipotesi di alternativa: quella della NATO e quella della UE.

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26/12/2023

Niente Mes, per ora. Ma forse non hanno capito perché

Dai media mainstream più “europeisti” è impossibile capire il legame tra riforma del Patto di Stabilità e Mes, e quindi anche le ragioni per cui il governo Meloni ha ritenuto possibile calare le braghe sul primo trattato e affidare al Parlamento il compito di rifiutare il secondo.

Dai media giù “governisti”, al contrario ma non troppo, è impossibile capire le ragioni concrete (affidate a Salvini, figuriamoci un po’...) di entrambe le mosse.

Abbiamo perciò messo insieme due pezzi molto informativi tratti da testate specializzate in materia economica e finanziaria (TeleBorsa e MilanoFinanza), che insieme raccontano una storia più comprensibile e meno “ideologica”.

Sulle maggiori restrizioni previste dai nuovi parametri del Patto di Stabilità il giudizio è unanime: sono peggio di prima. L’unica “novità positiva” viene individuata in una flessibilità transitoria pari a tre anni (a partire dal 2025), passati i quali sarà notte fonda per la capacità di manovra indipendente di qualsiasi governo europeo. Ma a quel punto il governo Meloni non ci sarà sicuramente più e quindi, avranno pensato, se la veda a chi tocca.

Sul Mes, invece, l’insistenza di Francia e Germania – sposata appieno dai pasdaran “europeisti” – è più comprensibile se si guarda, come MilanoFinanza fa, allo stato di salute delle maggiori banche europee. Perché il “nuovo Mes”, comunemente chiamato “fondo salva-stati”, è tecnicamente un fondo salva-banche, perché di fatto inapplicabile per gli Stati a causa delle condizionalità incrociate con quelle del Patto di Stabilità

E qui si scopre che la Bce – non certo il Soviet supremo dei nemici del capitalismo – ha alzato i requisiti (leverage ratio) per sei banche “sistemiche”: Bnp Paribas, Commerzbank, Deutsche Bank, Société Générale, Kbc Group e Barclays Bank Ireland.

Due francesi, due tedesche, due anglosassoni (ci perdonino gli irlandesi...). E non certo le più piccole.

Perché sono decisamente troppo esposte verso i crediti derivati funzionanti “a leva” – gli stessi che furono il carburante per la grande crisi post-Lehmann Brothers – al punto da far sorgere il sospetto che facciano window dressing, ovvero si liberino degli “eccessi di rischio” nei giorni precedenti “gli esami di valutazione” dei vari enti di controllo, per poi ritornare ai giochi più speculativi subito dopo.

Messa così si capisce che le banche indicate sono quelle da considerare prime candidate ad operazioni di salvataggio in caso di tempesta sui mercati. Ma i costi, se si applica il “nuovo Mes”, dovranno essere condivisi da tutti i paesi dell’eurozona.

Quasi senza volerlo, insomma, questo Parlamento – hanno votato contro l’approvazione anche i Cinque Stelle, ma non i berlusconiani – ha fatto una cosa non stupida.

Politicamente rischiosa, certo, perché a Bruxelles (Parigi e Berlino) su certe cose non si scherza. E, palesemente, questo Parlamento italico non ha un “piano B” diverso dal seguire il carro euro-atlantico.

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24/12/2023

Il nuovo MES nasce già vecchio e da rifare

di Guido Salerno Aletta

L'Italia ha sottoscritto, ma non ancora ratificato, il Trattato che riforma il MES, il cosiddetto Fondo Salvastati che fu varato nel 2012 insieme al Patto di Stabilità e Crescita (PSG), il Trattato che introdusse il cosiddetto Fiscal Compact, disciplinando così per circa un decennio i bilanci degli Stati dell'Unione europea in termini di limiti posti al deficit ed al debito pubblico.

Ora, però, dal 2024, è previsto un doppio cambiamento. Da una parte, dovrebbe entrare in vigore il nuovo Trattato sul MES, per il quale manca solo la ratifica dell'Italia; dall'altra verrebbe abbandonato anche il Trattato sul Fiscal Compact: per la disciplina dei bilanci pubblici si ritorna alle norme del Trattato europeo, modificando sulla base di un testo definito insieme tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo l'Allegato al Trattato europeo che precisa i limiti ai rapporti deficit/PIL e debito/PIL. Le trattative tra i governi sono state particolarmente intense, e l'ultima occasione in calendario per trovare un accordo quest'anno è la riunione dell'Ecofin del 20 dicembre.

C'è da ricordare inoltre che, mentre i limiti alla finanza pubblica stabiliti sulla base del Trattato europeo si applicano a tutti gli Stati aderenti all'Unione, il MES è adottato e si applica ai soli Stati che hanno scelto l'euro: questo meccanismo servirebbe ad evitare che il default del debito pubblico di uno Stato aderente all'euro, o di una sua istituzione finanziaria, possa scatenare una crisi sistemica che incida sulla stabilità della moneta unica.

La stretta correlazione tra i criteri europei in materia di bilanci pubblici e condizioni per l'attivazione del MES viene sancita nell'Allegato III del nuovo Trattato, in cui sono esplicitate le condizioni a cui possono essere concessi prestiti agli Stati, sia quelli precauzionali che quelli di emergenza.

A ben ragione, dunque, tutti i governi italiani hanno sempre sostenuto la stretta correlazione tra la riforma del MES e quella del PSG: visto l'elevatissimo rapporto tra debito pubblico e PIL che ha l'Italia, e considerato che l'ottenimento di un prestito in condizioni di emergenza è condizionato alla preliminare verifica della sostenibilità del debito, risulta indispensabile stabilire con precisione come venga stabilita la sussistenza o meno di questa "condizione di sostenibilità".

È ovvio che ci sono i giudizi delle Agenzie di rating, che attribuiscono a ciascuno Stato un grado di solvibilità cui corrisponde il pagamento di tassi di interesse sul debito che corrispondono ad un più o meno elevato "premio al rischio" corso dai sottoscrittori dei titoli, ma rinviare esclusivamente a queste valutazioni significherebbe rendere del tutto superfluo il giudizio del Consiglio dei Governatori del MES che decide all'unanimità non solo sulla sostenibilità del debito in essere del Paese che ha chiesto il prestito di emergenza al MES, ma anche sulla capacità di restituire queste stesse somme eliminando gli squilibri che hanno determinato la situazione di crisi.

Non basta infatti affermare che il prestito di emergenza del MES, deve essere concesso a "condizioni di severa condizionalità", nell'ottica del creditore privato: il Consiglio dei Governatori deve avere un parametro più preciso per poter intervenire ed eventualmente per condizionare l'intervento di emergenza ad una preventiva ristrutturazione controllata del debito pubblico del Paese che chiede un prestito di emergenza: questo è il punto cruciale per l'Italia, che ha un elevatissimo rapporto debito/PIL.

Questo "parametro politico" non può che essere rappresentato dalle regole che gli Stati aderenti all'Unione devono rispettare per i propri bilanci, e sulla cui base la Commissione europea adotta le occorrenti Raccomandazioni ed eventualmente, nel caso di sforamento, apre una Procedura di infrazione per deficit eccessivo ovvero per debito eccessivo.

Il nuovo Trattato MES, ed in particolare l'Allegato III, furono scritti nel 2020, quando era in vigore il Trattato sul Fiscal Compact, di cui si riprendono l'impostazione e le condizioni.

Uno Stato può ottenere una linea di credito precauzionale (Precautionary Conditioned Credit Line, PCCL) solo se soddisfa le seguenti condizioni:

1) non essere soggetto alla procedura per disavanzi eccessivi;

2) rispettare i seguenti parametri quantitativi di bilancio nei due anni precedenti alla richiesta di assistenza finanziaria:

- un disavanzo inferiore al 3% del PIL;

- un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore di riferimento minimo specifico per Paese;

- un rapporto debito/PIL inferiore al 60% del PIL o una riduzione di questo rapporto di 1/20 all'anno;

- non evidenziare squilibri eccessivi nel quadro della sorveglianza macroeconomica dell'UE;

- presentare riscontri storici di accesso ai mercati dei capitali internazionali a condizioni ragionevoli;

- presentare una posizione sull'estero sostenibile;

- non evidenziare gravi vulnerabilità del settore finanziario che mettono a rischio la stabilità finanziaria.

Già leggendo questo elenco di condizioni, in particolare quelle relative al debito che deve essere inferiore al 60% del PIL e che nel precedente biennio alla richiesta deve essere stato ridotto di 1/20 l'anno, se ne ricava la assoluta inagibilità dello strumento del credito precauzionale.

Sulla base del nuovo Trattato MES, nessuno Stato europeo potrebbe ricevere una linea di credito precauzionale. A questo proposito, l'Articolo 14 dispone che "Il Consiglio dei governatori può decidere di variare i criteri di ammissibilità applicabili all'assistenza finanziaria precauzionale del MES, e modificare di conseguenza l'allegato III. La modifica entra in vigore dopo che i membri del MES hanno notificato al depositario l'avvenuto completamento delle procedure nazionali applicabili". Questo significa che il Consiglio dei Governatori potrebbe decidere di modificare unicamente le condizioni di ammissibilità per l'assistenza precauzionale, ma che queste dovranno comunque essere ratificate da tutti gli Stati membri.

Sempre nell'Allegato III si prevede che la linea di credito di emergenza, soggetta a condizioni rafforzate (Enhanced Conditions Credit Line, ECCL), possa essere concessa ai membri del MES "cui il mancato soddisfacimento di alcuni criteri di ammissibilità preclude l'accesso a una linea di credito condizionale precauzionale, ma che presentano una situazione economica e finanziaria generale comunque solida e un debito pubblico sostenibile". Ma non c'è nessuna disposizione che consenta al Consiglio dei Governatori di modificare questa disposizione: si rimane nella incertezza più completa, ameno di non ricorrere per analogia al rispetto delle norme ancora in discussione per rimpiazzare il Fiscal Compact. Ma è una questione aperta e delicatissima.

A parte la singolarità della affermazione secondo cui chiederebbe un prestito al MES uno Stato che gode di buona salute economica e finanziaria, anche in questo caso occorrerebbe riscrivere l'Allegato III per raccordarlo alle future norme europee in tema di sostenibilità delle finanze pubbliche.

Se non venisse modificato, chiarendo la portata di queste clausole circa la sostenibilità del debito, il nuovo Trattato MES servirebbe solo a far scattare il procedimento semplificato di ristrutturazione che viene introdotto dall'Art 12 del nuovo Trattato, in base al quale "A tutti i titoli di Stato della zona euro di nuova emissione con scadenza superiore a un anno emessi a partire dal 1° gennaio 2022 si applicano clausole di azione collettiva con votazione a maggioranza singola". In pratica, viene solo oliato il sistema che fu imposto alla Grecia dalla vecchia Troika, composta da Commissione, Bce e Fmi: prima ristrutturi il debito, poi ti fornisco l'assistenza finanziaria, ma alle mie condizioni.

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22/12/2023

L’Italia ha detto no al MES. Meglio così

La Camera dei deputati ha respinto il trattato sul Mes. I voti a favore della ratifica del trattato sono stati 72, 184 i contrari, 44 gli astenuti, bocciando il primo articolo del testo. Hanno votato a favore della ratifica i deputati del Pd, Iv e Azione. Hanno votato contro FdI, Lega e M5S. Si sono astenuti i deputati di FI, Avs e Noi Moderati. Sia il centrodestra che il “campo progressista” si sono dunque spaccati sul Mes.

Al momento l’Italia, è l’unico paese dell’Eurozona (non dell’Europa, ndr), ad aver fatto saltare il banco di un altro trattato vincolante ratificato da tutti gli altri Stati membri.

Ma l’impuntatura del governo della destra non riesce a nascondere il fatto che l’accelerazione imposta dall’asse franco-tedesco sulla riforma del Patto di Stabilità stia stata siglata – obtorto collo – anche dall’Italia, che ben poco ha pesato al tavolo negoziale sulle nuove regole della governance economica dell’Unione Europea.

Per quanto facciano finta di sbraitare, sia Fratelli d’Italia che la Lega hanno allineato il loro governo ai diktat dell’austerità imposti dai vincoli europei e a quelli guerrafondai imposti dalla Nato.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) era stato presentato come un semplice fondo tramite il quale concedere prestiti ai vari Stati membri dell’Unione. In realtà si configura come un vero e proprio meccanismo di strangolamento europeo: a fronte di ogni eventuale intervento doveva seguire un inasprimento delle politiche di massacro sociale e austerità che i popoli di tutto il Sud Europa hanno imparato a conoscere negli anni passati, imposte e teleguidate da Bruxelles. L’approvazione del Mes sarebbe stato un ulteriore vincolo e l’ennesimo attacco alle classi popolari, che troppo hanno già pagato a Bruxelles e alle tecnocrazie europeiste.

Come i nostri lettori sapranno, ci siamo sempre opposti alla ratifica del Mes, così come riteniamo che l’Italia dovrebbe sganciarsi dall’obbedienza del vincolo esterno rappresentato dai trattati europei e dalla Nato. Quando molti facevano finta di niente ci siamo mobilitati contro il Mes.

Semmai l’unico rammarico è che la lotta contro il MES sia stata lasciata alle destre, che in compenso nulla hanno fatto per contrastare l’austerità ma hanno tacitamente avvallato ogni imposizione contro i lavoratori e i popoli dell’Europa, in particolare di quella euromediterranea.

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10/10/2023

Tassi in salita, danni collaterali e MES

di Guido Salerno Aletta

Quando le Banche centrali decidono di alzare i tassi di interesse, non c'è solo da fare i conti con il maggior onere cui deve andare incontro chi vuole emettere un prestito o prendere del denaro a credito in banca, oppure chi ha in corso un rapporto stipulato a tasso variabile.

Ci sono da valutare le perdite patrimoniali che penalizzano tutti gli operatori, che siano banche, fondi di investimento o assicurazioni, che hanno in portafoglio titoli acquistati in precedenza per parcheggiare la propria liquidità o per farne trading: questi titoli, che fruttano rendimenti inferiori a quelli di mercato, devono essere svalutati.

Se verranno comunque rimborsati al valore pieno alla loro scadenza da parte dell'emittente, a venderli valgono di meno: e valgono sempre meno a mano a mano che i tassi di mercato salgono.

Non c'è solo la Bundesbank a dover fare i conti con le perdite che derivano da un conto economico in cui deve remunerare a tassi elevati i depositi di liquidità delle banche tedesche, mentre incassa poco o nulla se non va addirittura in perdita sui titoli di Stato che ha comprato durante i Qe. Per sua fortuna, le regole contabili prevedono in via generale che i titoli che vengono dichiarati come "detenuti fino a scadenza", come è nel caso di quelli acquistati per motivi di politica monetaria, sono esenti dalle variazioni derivanti dagli andamenti del mark to market. Svalutazioni e rivalutazioni rispetto all'andamento dei titoli sul mercato si applicano solo a quelli detenuti in portafoglio e dichiarati "disponibili per la vendita".

Già nel corso del 2022, se la Bundesbank avesse dovuto applicare il mark to market ai titoli in portafoglio per ragioni di politica monetaria, avrebbe dovuto effettuare svalutazioni per 133 miliardi di euro che si sarebbero aggiunti alle minusvalenze per 8 miliardi che ha dovuto registrare a fronte di altri asset.

Il problema si pone, in via generale, per il sistema bancario che è alle prese con un rialzo generalizzato dei tassi di interesse: se non vengono adeguatamente remunerate, i depositanti sono indotti a ritirare le proprie giacenze per investire in modo più profittevole. Il fatto è che se una banca ha investito una buona parte dei fondi in titoli a basso rendimento dichiarandoli come "detenuti fino a scadenza", oppure ha erogato prevalentemente crediti a tasso fisso, non può aumentare in modo generalizzato e sostanzioso la remunerazione dei depositi.

A fronte di un ritiro di fondi si trova in difficoltà: è quanto è accaduto negli Usa con una serie di banche locali come SVB. Se avesse dichiarato come "disponibili per la vendita" i titoli che in precedenza erano stati classificati come "detenuti fino a scadenza" sarebbe andata incontro al fallimento, perché doveva applicare la perdita a mark to market. In ogni caso, poiché l'ammontare delle somme ritirate era superiore al suo capitale, sarebbe fallita comunque.

Devono intervenire con urgenza sia la Fed che la FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation) per garantire i depositanti rendendoli indenni da perdite e prendendo sotto tutela l'Istituto bancario in difficoltà: occorre evitare ad ogni costo che si generi un senso di insicurezza tra i risparmiatori che li indurrebbe al bank run, la corsa generalizzata al ritiro dei fondi. Un evento cui nessun sistema può porre rimedio se non "chiudendo" gli sportelli: ma è già il caos.

Ecco che, mentre da una parte la Fed ha alzato i tassi di interesse ed ha avviato la vendita di titoli comprati con i Qe per drenare liquidità al fine di contrastare l'inflazione, dall'altra deve fornire sia i mezzi al FDIC per intervenire in casi di emergenza sia alle banche che hanno bisogno di liquidità: lo fa con operazioni di Reverse Repo (RPP), prendendo in garanzia titoli federali in cambio di liquidità a breve che viene adeguatamente remunerata. In pratica, la Fed con una mano ritira liquidità sul mercato finanziario attraverso le aste di titoli federali e di MBS's garantiti dalle Agenzie federali, con l'altra la immette prestando liquidità al FDIC ed alle Banche.

Di quanto accade nel sistema bancario europeo ci sono ben poche notizie: c'è solo la pressione spasmodica di Bruxelles affinché sia approvata anche da parte dell'Italia la riforma del MES, il Nuovo Fondo Salvastati e Salvabanche, che offrirà una ciambella di salvataggio anche alle banche in difficoltà senza però coinvolgere gli Stati. In pratica, mentre l'Unione europea ha vietato il Bail-out, l'intervento di emergenza da parte degli Stati in caso di insolvenza bancaria, ci si è resi conto che sia il Bail-in con i relativi sistemi di Risoluzione bancaria sia la tutela su base consortile dei depositi fino a 100 mila euro sono strumenti assai poco affidabili.

La Bce, avendo a che fare con sistemi bancari di tanti Stati diversi, non potrebbe certo intervenire con la stessa libertà della Fed: tutti le punterebbero il dito contro, accusandola di favoritismo.

Per questo serve il Nuovo Mes: ad intervenire in caso di difficoltà di qualche banca, senza coinvolgere direttamente né lo Stato di appartenenza né la Banca centrale competente, né la Bce.

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23/06/2023

Il ritorno del MES, ovvero come commissariare i conti pubblici

Ieri sul voto della Commissione Esteri della Camera riguardo la ratifica del MES abbiamo assistito all’evidente dimostrazione dell’inconsistenza della classe dirigente italiana. Di questo comitato d’affari che non governa, ma fa unicamente il passacarte delle decisioni prese altrove, a Washington e, in questo caso, a Bruxelles e Francoforte.

L’Italia è l’unico paese a non aver ancora ratificato la riforma di quello che era chiamato Fondo salva-stati, elaborata all’inizio del 2021. Attualmente sono 19 i paesi che ne hanno firmato il trattato, versando di conseguenza una parte di capitale e ottenendone un diritto di voto proporzionale nel consiglio dell’istituto.

Nel corso degli anni questo strumento, parte integrante dell’architettura UE, è stato al centro di vari contrasti per l’ipoteca che rappresenta sui conti pubblici dei paesi coinvolti. Come è tipico della storia della costruzione europea, l’istituto è stato perfezionato nel corso del tempo, secondo le necessità emerse di ostacolo in ostacolo al rafforzamento della UE.

Nato per la gestione della crisi dei debiti sovrani nel 2010, in particolare del caso greco (il nome era, infatti, Greek Loan Facility), vista l’efficacia nell’imporre le politiche di austerità è stato trasformato in un vero e proprio meccanismo istituzionalizzato nel 2012. È stato poi utilizzato anche da Irlanda, Portogallo e Cipro.

La novità principale del MES rispetto al suo predecessore era la potenza di fuoco: se prima il fondo poteva spendere solamente le risorse versate dai membri, il MES può usare le risorse accumulate come leva finanziaria. In pratica, si tratta di indebitarsi con la Banca Centrale Europea, per poi utilizzare le risorse raccolte in sostegno dei paesi in crisi in cambia di riforme strutturali del mercato del lavoro e della spesa pubblica.

La riforma del 2021 introduce alcune novità importanti. La prima è quella di svolgere la funzione di paracadute finale col Fondo di risoluzione unico (Single Resolution Fund, SRF), dotato di 68 miliardi, nei casi di salvataggi di banche private. Ma è in ambito pubblico che ci sono cambiamenti ancor più sostanziali.

Infatti, con le linee di credito precauzionali introdotte dalla riforma, ci troviamo di fronte a una sorta di condizionalità ex-ante: se i tuoi conti sono in ordine, la potenza di fuoco del MES promette di proteggerti preventivamente da qualsiasi attacco speculativo.

Se invece sei «indisciplinato» come lo è l’Italia, ad esempio, è come se si invitassero gli speculatori a giocare sul tuo debito pubblico, sapendo che il fondo non garantirà difese finché non verrà firmato un Memorandum. In due parole, è un commissariamento in piena regola, che permette di scegliere tra l’instabilità finanziaria o precarizzazione e tagli alla spesa pubblica.

Se si mette in collegamento questo cambiamento con la revisione dei criteri del Patto di Stabilità e Crescita per come si sta prefigurando oggi, si rende evidente che l’obiettivo è quello di perfezionare una vera e propria gabbia europea sulle politiche monetarie. Non importano le promesse che può aver fatto l’attuale governo, tutto dipenderà dal pilota automatico di Bruxelles.

È l’ulteriore segnale del processo di verticalizzazione e centralizzazione delle politiche UE. Serve una visione generale del mondo alternativa per difendere gli interessi dei settori popolari e tenere l’orizzonte del Socialismo del XXI secolo nella propria lotta.

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Il governa “balla”, sul MES ma non solo

La giornata di ieri ha visto il governo entrare di nuovo in seria difficoltà, soprattutto sulla questione MES – il Meccanismo Europeo di Stabilità – che l’Italia non ha ancora ratificato. E meno male, aggiungiamo noi.

Ieri addirittura la maggioranza ha disertato il voto in Commissione Esteri alla Camera, facendo parlare la stampa di “inedito Aventino governativo”. Lo stesso Consiglio dei ministri previsto per ieri è stato rinviato a martedì, per “sopraggiunti impegni personali” di Giorgia Meloni.

La ratifica del MES da parte dell’Italia deve passare al vaglio dei pareri delle altre commissioni prima di approdare alla Camera il prossimo 30 giugno.

Proprio in quella data la Meloni sarà a Bruxelles per il Consiglio europeo – che si annuncia come un passaggio pericoloso per il centrodestra. Da Bruxelles si guarda “con attenzione al dibattito italiano”, fanno sapere fonti europee, e non è un mistero che alla fine ci si attenda la capitolazione del governo italiano alla ratifica del MES. Una parte della maggioranza sembra ormai rassegnata nonostante le resistenze di questi anni, un’altra parte punta i piedi e potrebbe generare sorprese al momento del voto.

I rappresentanti della maggioranza ieri non si sono presentati in commissione Esteri alla Camera, dove il testo del disegno di legge per la ratifica del MES è stato approvato da PD, Azione e Italia Viva con l’astensione del M5S e Verdi/Sinistra.

A giudizio del ilSole24Ore, il governo, ieri si è tenuto lontano dalla commissione esteri perché altrimenti si sarebbe trovato di fronte a un bivio impossibile: dare un parere favorevole alla ratifica, confermando le indicazioni tecniche esplicite contenute nel documento firmato dal capo di gabinetto del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, oppure darne uno contrario aprendo ufficialmente un’altra tempesta italiana in Europa.

La linea di Giorgia Meloni, fino a pochi mesi fa contraria al MES, sarebbe quella di provare ad usare l’adesione al fondo salva stati come uno strumento negoziale con Bruxelles, nella speranza di ottenere una riforma meno rigorosa del Patto di stabilità.

Il leader della Lega Matteo Salvini ha fatto sapere che “Tutto il centrodestra, dalla Meloni al sottoscritto, ha sempre ritenuto che in questo momento il MES non è strumento utile per il Paese. Sul MES decide il Parlamento: se arriverà la discussione in Parlamento, lì si voterà”.

Ma anche ieri il capogruppo leghista Molinari ha ribadito che la Lega non voterà a favore, anche se – come spesso è accaduto – nella votazione del 30 giugno alla Camera potrebbe cambiare repentinamente opinione, specie se le pressioni del ministro dell’economia, il leghista Giorgietti, aumenteranno sui gruppi parlamentari affinché votino a favore della ratifica del MES.

Tra una settimana il governo potrebbe quindi trovarsi nella condizione di dover scegliere se affossare la ratifica del MES, impedendo l’entrata in vigore delle nuove funzioni del cosiddetto Fondo salva Stati, con effetti su tutti i paesi dell’Unione Europea che lo hanno ratificato essendo necessaria l’unanimità.

In questo contesto, la notizia del rinvio del Consiglio dei ministri è un altro segnale di allarme. La riunione avrebbe dovuto decidere sul decreto per la ricostruzione dopo le calamità, con il nodo mai sciolto della nomina del commissario per l’alluvione in Emilia-Romagna, ma anche sulle nuove misure per la sicurezza stradale annunciate con grande enfasi il giorno prima proprio da Salvini.

Ma le fibrillazioni tra Lega e Fratelli d’Italia non sono roba solo di queste ore e non solo sul MES. Prima c’era stata tensione sulle nomine nelle società a controllo statale e sulla Guardia di Finanza. Dietro allo scontro su Andrea De Gennaro a capo della Guardia di Finanza è emersa tutta l’insofferenza della Lega nei confronti di Alfredo Mantovano, il super sottosegretario di Giorgia Meloni e vero e proprio regista occulto della strategia di Palazzo Chigi.

Poi ad aprile c’erano state scintille sui fondi del PNRR. Il 4 giugno il governo ha dovuto mettere la fiducia per far passare il provvedimento. La dipartita di Berlusconi ha privato le due anime più in competizione tra loro – FdI e Lega – di un punto di equilibrio e mediazione.

Infine, solo pochi giorni fa, in Commissione Lavoro al Senato la maggioranza era andata sotto sul Decreto Lavoro presentato dalla ministra Calderone per l’assenza di alcuni senatori di Forza Italia. O meglio, si era andati in pareggio 10 a 10, ma il provvedimento del governo così non poteva passare. Il tutto era stato liquidato come “incidente tecnico”, ma tant’è.

Quello che sta accadendo nel governo non era affatto imprevedibile. La retromarcia della destra sul MES è solo un sintomo di quanto l’ampia gamma di tagliole predisposte dall’Unione Europea sulla scelte dei paesi aderenti, agisca come vincolo esterno. In tutto questo ha gioco facile l’antipatico Calenda nel commentare che “l’urlo della destra contro il MES si è trasformato in un bisbiglio”.

La retorica della Meloni sull’interesse nazionale è andata già a sbattere sul vincolo internazionale sul piano militare facendo da tappetino alla Nato e agli Usa. Adesso con la ratifica del MES sul piano economico si affianca un altro tappetino, questa volta ai piedi di Bruxelles.

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12/05/2023

Il patto col diavolo: non si riforma l’irriformabile

Il 1° gennaio del 2024 porterà con sé l’usuale carico di buoni propositi per l’anno nuovo, ma anche una novità importante. Tornerà, infatti, a pieno regime il Patto di Stabilità e Crescita (PSC), cioè il combinato di regole che meglio rappresenta, da un punto di vista simbolico ma anche drammaticamente pratico, la dottrina europea dell’austerità.

Ricordiamo tutti gli eventi degli ultimi anni. Nel pieno della bufera innescata dal Covid-19, le istituzioni europee decidono di sospendere temporaneamente il PSC per permettere agli Stati membri di provare a tamponare le ricadute economiche della pandemia, pur all’interno di un progetto politico che fa un salto di qualità: dall’austerità pura e semplice al controllo diretto di ciò che ciascuno Stato deve fare, per orientare spesa pubblica e ‘riforme’ alla difesa dei profitti e degli interessi di pochi privilegiati. Il tanto decantato Next Generation EU e il PNRR – cioè la declinazione pratica a livello nazionale delle misure generali prescritte a livello europeo – non sono altro che questo.

Come dicevamo, però, la sospensione del PSC era fin dal principio destinata ad essere solamente temporanea. Nel frattempo, ci assicuravano le istituzioni europee, si sarebbe lavorato alacremente a una proposta di modifica del Patto stesso, partendo dal presupposto che le regole ivi contenute erano state pensate negli anni ’90, cioè in un contesto radicalmente diverso. E poi, ci ripetevano i mezzi di comunicazioni e i partiti dell’arco parlamentare tutto, dalla pandemia saremmo usciti tutti migliorati, non si sarebbe più tornati indietro a commettere gli errori del passato, si respirava un vento nuovo di solidarietà e cooperazione e così via all’infinito, in un crescendo di retorica stucchevole. Arriviamo così ai giorni scorsi, con la Commissione Europea che presenta la sua proposta di riforma del PSC, una proposta che dovrà passare per il vaglio di Consiglio e Parlamento europei, oltre che per una serie di negoziazioni politiche con gli Stati membri, prima di diventare effettiva. E in effetti, con questa proposta decisamente non si torna indietro allo status quo. Il problema, però, è che le cose saranno peggiori, poiché le istituzioni europee si accingono a dotarsi di una versione perfezionata, più snella ed efficace dello strumento principe con cui imporre l’austerità nel continente. Proviamo a capire il perché.

La versione vigente del PSC, cioè quella che la Commissione si propone di modificare, definisce due parametri critici per valutare la salute dei conti di un Paese: lo stock di debito pubblico deve essere inferiore al 60% in rapporto al PIL, mentre il deficit, cioè la differenza tra quanto uno Stato spende e quanto incassa su base annua, non dovrebbe superare il 3% del PIL (fatte salve circostanze eccezionali e straordinarie). Per i Paesi che non rispettano questi parametri, sono previsti dei piani di rientro – cioè sostanzialmente dei compiti a casa per rientrare nelle fila dei Paesi “responsabili” – definiti in termini strettamente quantitativi. Per fare un esempio, un Paese che ha un debito pubblico che eccede il 60% del PIL dovrebbe rientrare nei ranghi in venti anni, al ritmo di un ventesimo dell’aggiustamento complessivo richiesto all’anno. Per provare a dare sostanza a queste cifre astratte, prendiamo l’Italia: per il nostro Paese il rapporto debito pubblico/PIL è all’incirca al 145%, cioè oltre 80 punti di PIL sopra il 60%. Per portare questo parametro al 60% in venti anni servirebbe una riduzione ad un ritmo di più del 4% del PIL all’anno, che tradotto in soldoni vorrebbe dire più di 70 miliardi ogni anno, per venti anni. Sostanzialmente gli stessi effetti di una guerra o di una pandemia della durata di due decenni, una misura così draconiana da essere, nei fatti, irrealizzabile anche agli occhi del più spietato degli Schäuble, depotenziando così, in un certo senso, l’applicabilità stretta e la cogenza del PSC.

Per ovviare a questa apparente debolezza del PSC pre-riforma – le prescrizioni che ne derivano sono così radicali e folli da non poter essere applicate alla lettera – la Commissione Europea ha provveduto a semplificare sostanzialmente le regole del gioco, rendendole, questa volta sì, applicabili ma non per questo meno dolorose e folli. In sostanza, ogni Paese con i conti non in regola dovrà negoziare con la Commissione un Piano strutturale di bilancio a medio termine, in cui il Paese spiega dettagliatamente, e si impegna a seguire le misure che ne conseguono, come intende migliorare i propri conti. Il Piano sarà di quattro anni, estendibili a sette se il Paese realizza a passo spedito le ‘riforme’ e mette in atto le trasformazioni strutturali dell’economia nazionale che già sono presenti nel Next Gen EU: un allentamento nell’austerità in cambio di più precarietà nel mercato del lavoro, privatizzazioni e deregolamentazioni, nella sostanza. I Piani nazionali di rientro, in particolare, dovranno dimostrare che il rapporto tra debito pubblico e PIL sarà posto su una traiettoria di diminuzione ben definita e si articoleranno intorno a un parametro principale, cioè un ritmo sostenuto di riduzione della spesa pubblica primaria (cioè la spesa pubblica al netto degli interessi sul debito pubblico), nella misura di almeno lo 0.5% del PIL all’anno per ogni anno in cui il deficit ecceda il 3% del PIL: il sogno di tutti i Cottarelli di questo mondo, che vedranno finalmente i tagli alla sanità, alle pensioni e all’istruzione istituzionalizzati e resi Vangelo, senza più i fastidiosi margini di manovra e contrattazione politica – laddove c’era da tradurre misure impossibili da applicare alla lettera in qualcosa di concreto e fattibile – che si annidavano nella versione del PSC prima della proposta di modifica della Commissione. Andando di nuovo a guardare i crudi numeri, secondo simulazioni delle istituzioni europee questo si tradurrebbe per l’Italia in un ‘aggiustamento di bilancio’ di 8 miliardi di euro l’anno qualora riuscissimo a strappare un lasso temporale di sette anni per il nostro Piano strutturale di bilancio a medio termine, o in alternativa di 15 miliardi l’anno se fossimo costretti nelle strettoie di un Piano da attuare in quattro anni. Inoltre, a confermare la natura fortemente recessiva del pacchetto che ci troveremo tra capo e collo a partire dal prossimo anno, c’è la prescrizione che nel medio termine la spesa pubblica debba crescere meno del PIL, con l’ovvia conseguenza che un Paese in recessione – e quindi con un tasso di crescita del PIL molto basso o nullo – dovrà adeguare, cioè comprimere, di conseguenza la propria spesa pubblica, andando ad aggravare la recessione.

Ogni anno, ciascun Paese coinvolto dalle procedure per deficit e/o debito eccessivo dovrà sottoporre alla Commissione un rapporto sullo stato di avanzamento dei compiti a casa. In tale contesto, se la Commissione rileverà che il Paese non sta attuando le ‘riforme’ richieste o non sta tagliando ad un ritmo adeguato, avrà facoltà di richiedere, cioè di imporre, un più severo piano di tagli alla spesa pubblica, per rimettere in carreggiata chi non ubbidisce.

Se uno Stato membro si rifiuta o non è in grado di far diminuire ad un ritmo adeguato il rapporto debito pubblico/PIL o persevera con un deficit troppo alto senza far seguire i richiesti tagli alla spesa pubblica, c’è l’usuale minaccia di multe e sanzioni. La posta in gioco è, tuttavia, molto più alta e le ritorsioni ben più feroci: la ‘segnalazione’ ai mercati finanziari internazionali come Paese inaffidabile e con i conti non a posto rappresenterebbe di fatto un via libera alla speculazione, con il suo portato di aumento dello spread sui titoli del debito pubblico e instabilità finanziaria diffusa. Il viatico perfetto per finire tra le braccia del MES e le condizioni capestro cui subordinare il salvataggio del Paese.

Occorre sottolineare con forza la gravità del passaggio da un sistema di regole che “sorveglia” principalmente il saldo di bilancio strutturale (come per l’obiettivo di medio termine), e che quindi permette entro un certo limite di utilizzare le imposte per finanziare una parte della spesa pubblica senza “sforare” troppo in termini di bilancio, alle nuove regole che mettono direttamente la museruola alla spesa pubblica. Una modalità di gestione dell’austerità che avrà effetti molto più percepibili da parte di ognuno di noi in termini di minori servizi (e anche in termini di crescita e occupazione).

In uno snodo di particolare importanza, tra pandemia, guerra ed erosione del potere d’acquisto delle fasce più deboli della popolazione, la nuova Europa si dimostra inquietantemente identica alla vecchia Europa dell’austerità che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. I pilastri sono sempre gli stessi: riduzione del ruolo dello Stato nell’economia, tagli alla spesa sociale, tagli agli investimenti pubblici – in barba a tutte le chiacchiere vuote e senza senso sul ‘debito buono’ – e disciplina appaltata ai mercati finanziari. Un problema enorme per la grande maggioranza della popolazione, che ne subisce le conseguenze pratiche e materiali a colpi di disoccupazione, salari stagnanti e precarietà lavorativa, ma evidentemente uno scenario ideale per il Governo Meloni, che già si è dimostrato solerte nel portarsi avanti con i compiti.

La continuità del Governo Meloni con i suoi predecessori, e in particolare del governo Draghi, è palese proprio in questo elemento: l’assenza di qualunque strappo rispetto ai dogmi dell’austerità e delle riforme strutturali che caratterizzano l’ideologia economica dell’UE. Dietro la patina dell’antieuropeismo di facciata e la presunta strenua opposizione al MES, il Governo in carica persevera nell’applicare alla lettera riforme punitive per i lavoratori e ad assecondare la progressiva e implacabile riduzione del ruolo dello Stato nell’economia, a tutto vantaggio del capitale e dei profitti. Un giochino che abbiamo imparato a conoscere dai tempi della prima legge di bilancio del governo gialloverde e che non ci coglie più impreparati, ma ci vede compatti nel respingere i quotidiani attacchi alle nostre condizioni di lavoro, ai nostri salari, alle nostre pensioni, a servizi basilari come sanità e istruzione.

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18/01/2023

Il governo imbrigliato nella camicia di forza del MES

Per il governo Meloni si sta intricando sempre di più la matassa del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) ossia dell’ennesimo strumento vincolante elaborato dall’Eurogruppo.

Da un lato il governo recalcitra (e in questo caso a ragione) a sottoscrivere un nuovo laccio del vincolo esterno come il MES, dall’altra vorrebbe ridiscutere alcuni aspetti del PNRR sui quali l’Italia non può che arrivare in ritardo sul piano attuativo con il rischio di perdere finanziamenti.

Tra l’altro, occorre ricordare che l’Italia è l’unico paese che del Recovery Fund ha preso più soldi in prestito (accumulando altro debito) che a fondo perduto. L’ennesima scelta suicida, voluta da Draghi, che ha reso ancora più forte quel “vincolo esterno” al quale le classi dirigenti italiane hanno affidato le sorti del paese dal 1992.

Dunque il governo Meloni vorrebbe discutere con Bruxelles sia dell’adesione al MES sia delle modifiche al PNRR, ma sia dall’Eurogruppo sia dalla Commissione europea hanno fatto sapere che prima si aderisce e poi si discute.

Il governo vorrebbe puntare su un negoziato a Bruxelles che metta insieme queste due partite. In sostanza, Meloni vorrebbe garantire la ratifica del MES da parte dell’Italia in cambio delle modifiche al PNRR richieste all’Ue.

Ma dalla riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles filtra l’aria di chi sa di aver la partita vinta già in tasca a proposito della possibile approvazione della riforma del MES da parte del Governo italiano.

Prima dell’inizio della riunione dell’Eurogruppo, infatti, sia il vicepresidente esecutivo della Commissione, Dombrovskis, che il commissario UE all’Economia, Gentiloni, si sono detti positivi. “Pare esserci qualche progresso, quindi speriamo di poter confermare la ratifica da parte di tutti i membri del Meccanismo Europeo di Stabilità”, ha evidenziato Dombrovskis.

Non solo. “La rassicurazione che ho ricevuto nella mia visita a Roma è stato il riconoscimento del ministro Giorgetti dell’importanza di questo tema e il lavoro che si sta facendo”, ha chiarito il presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, nella conferenza stampa al termine della riunione a cui ha partecipato anche Giorgetti.

A quanto si apprende dagli ambienti di Palazzo Chigi, il problema è che dovrebbe esserci un nuovo passaggio parlamentare che cambi la posizione espressa nella mozione del 30 novembre scorso, senza il quale il governo sarebbe in difficoltà a procedere con la ratifica del MES. La mozione approvata il 30 novembre, impegnava infatti il governo a non “approvare il disegno di legge di ratifica del Trattato istitutivo del MES”.

Stando alle fonti del governo, in questo momento non ci sarebbe una maggioranza parlamentare italiana a favore della ratifica del MES. Sono note, infatti, le posizioni contrarie di Lega e Fratelli d’Italia, anche se sembravano esserci state aperture negli ultimi giorni come quelle di Giorgetti negli incontri con il presidente dell’Eurogruppo a Roma e poi a Bruxelles. In Parlamento c’è poi da segnalare la contrarietà al MES del M5S.

Ma sullo sfondo di queste schermaglie – sulle quali però il governo Meloni si gioca parecchia credibilità nel suo “farsi rispettare o meno in Europa” – si stagliano però contraddizioni serie e pesanti sul piano economico sia per l’Italia sia per l’Unione Europea. Si tratta di evitare una recessione profonda che deve fare i conti sia con le conseguenze della guerra in Ucraina sia con le “fraterne coltellate” degli Stati Uniti nella lotta all’inflazione.

Una delle priorità della Ue è infatti la strategia attualmente in discussione sul come affrontare il piano statunitense contro l’inflazione (IRA) che si sta trasformando in una serie sfida di competitività per l’industria europea.

Tant’è che sul tavolo di Bruxelles c’è la partita della modifica al divieto degli aiuti di Stato alle imprese. Il ministro Giorgetti, che del mondo delle imprese è diramazione diretta, lo ritiene un passaggio “doveroso di fronte alle sfide sul piano della competitività dell’industria europea, soprattutto per i suoi settori strategici e per le mutate condizioni di contesto economico di prezzi e disponibilità di materiali”.

Ma Giorgetti sottolinea anche che il tutto deve avvenire “senza mettere a rischio le condizioni di competitività all’interno dell’Ue discriminando Paesi in base al rispettivo spazio fiscale. Forme comuni di finanziamento dei progetti strategici europei sono la corretta risposta a questa sfida”.

Dunque riemerge la preferenza per un modello europeo concertato tipo Next Generation EU per le imprese piuttosto che per nuovi meccanismi finanziari vincolanti come il MES che potrebbero rivelarsi dannosi per i paesi europei a competitività più debole.

Un cane che si morde la coda e una contraddizione che non vede soluzioni indolori. Ancora una volta il governo della destra si trova di fronte alla scelta se capitolare ai diktat di Bruxelles o tutelare “l’interesse nazionale” su cui la Meloni ha fondato la sua fortuna politica. In questo caso lo zerbinaggio del governo italiano alla fedeltà atlantica potrebbe non bastare. Spazi di compromesso se ne vedono pochi o nulla. Le sorti della Grecia di Tsipras sono lì a ricordarlo.

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16/01/2023

Gli amari bocconi di Bruxelles per il governo Meloni

Prima il MES da accettare senza condizioni, poi la direttiva europea sulla casa. Se il governo Meloni pensava di essersela cavata con la Legge di Bilancio nelle sue relazioni con gli apparati dell’Unione Europea, il conto da pagare è arrivato come e prima del previsto.

Le modifiche chieste dall’Italia alla riforma del MES non saranno accettate. “Eventuali emendamenti al Mes non saranno negoziati. Dovrà essere ratificato così com’è. Ovviamente continueremo la discussione su come sviluppare il Mes ma è una discussione che va avanti tutto il tempo e soprattutto partirà solo una volta che sarà completata la ratifica”. Questo è quanto ha dichiarato un alto funzionario dell’Ue rispondendo a una domanda sulle richieste dell’Italia di modificare il Mes, (o Fondo salva-Stati) prima della ratifica. “Il presidente dell’Eurogruppo è stato a Roma lunedì e ha avuto un incontro con il ministro Giancarlo Giorgetti. La discussione è stata costruttiva, siamo convinti che il Governo italiano avvierà il processo di ratifica che si concluderà in modo positivo”, ha aggiunto il funzionario Ue.

La Meloni aveva incontrato venerdì a Palazzo Chigi i vertici del Mes e aveva provato ad esporre le sue perplessità sul Meccanismo Europeo di Stabilità. Indicativo il fatto che nonostante la crisi economica nessun governo europeo ha mai fatto richiesta di accedere ai fondi del Mes, e questo a causa delle stringenti condizionalità dell’eventuale prestito, e anche per il carattere “prioritario” degli eventuali debiti contratti col Fondo, che di fatto farebbe declassare il resto del debito a “secondario” e concorrerebbe a far schizzare in alto i tassi d’interesse.

Ma i bocconi amari da Bruxelles riguardano anche uno dei capisaldi della campagna e del blocco elettorale del governo della destra: i proprietari di case e i palazzinari.

Infatti la direttiva europea per l’efficientamento energetico degli edifici in discussione a Bruxelles e Strasburgo, ha scatenato una levata di scudi in Italia.

Secondo l’Ance (l’associazione dei Costruttori, ndr), con la nuova direttiva europea sull’efficientamento energetico degli edifici, in Italia dovrebbero essere ristrutturate più di due case su tre. “La proposta di direttiva europea sull’efficienza energetica degli immobili”, spiega il Presidente dell’Ance Federica Brancaccio, “pone obiettivi ambiziosi, in particolar modo per l’Italia che possiede un patrimonio immobiliare particolarmente vetusto. Ben il 74% dei nostri immobili è stato realizzato prima dell’entrata in vigore della normativa completa sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica”.

La Confedilizia prefigura una tensione “senza precedenti” sul mercato delle ristrutturazioni, “con una perdita di valore della stragrande maggioranza degli immobili italiani e, di conseguenza, un impoverimento generale delle nostre famiglie”.

A fargli da sponda politica è stato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Tommaso Foti, che ha annunciato la presentazione di una risoluzione in Parlamento per chiedere al governo Meloni di scongiurare l’approvazione della normativa: “La casa è sacra e non si tocca”, ha affermato, raccogliendo anche il grido d’allarme dei proprietari.

La direttiva è stata presentata dalla Commissione europea lo scorso 15 dicembre. La presidenza di turno svedese dell’Unione europea si è impegnata ad approvare la cosiddetta direttiva sulle case green entro sei mesi. Il testo avanzato dall’esecutivo europeo, che dev’essere negoziato con il Consiglio e con il Parlamento, prevede che a partire dal 2030 tutti gli edifici di nuova costruzione debbano essere a zero emissioni; i nuovi edifici pubblici dovranno esserlo già dal 2027. Ma soprattutto viene rivisto anche il modo con cui attualmente vengono classificate le prestazioni energetiche degli edifici.

Per gli edifici esistenti “le classi di prestazione energetica saranno ridefinite nell’ottica della visione comune di un parco immobiliare a emissioni zero entro il 2050, tenendo conto allo stesso tempo delle differenze nazionali in termini di parchi immobiliari: la classe A più elevata rappresenta un edificio a emissioni zero, mentre la classe G più bassa includerà il 15% degli edifici aventi le prestazioni peggiori del parco immobiliare nazionale. Gli altri sono distribuiti proporzionalmente tra le classi comprese tra G e A”.

Secondo i calcoli della Commissione europea, il passaggio dell’efficientamento eneregetico da G a F riguarderà circa 30 milioni di unità immobiliari a livello europeo. E per favorire il sostegno necessario per gli investimenti, saranno stanziati fino a 150 miliardi di euro per l’attuazione delle norme minime di prestazione energetica fino al 2030.

Saranno esenti dalle ristrutturazioni gli edifici storici, i luoghi di culto, i fabbricati temporanei con un tempo di utilizzo non superiore a due anni, siti industriali, officine ed edifici agricoli non residenziali a basso fabbisogno energetico; gli edifici residenziali che sono usati o sono destinati ad essere usati meno di quattro mesi all’anno (le case per le vacanze, ndr) o, in alternativa, per un periodo limitato dell’anno e con un consumo energetico previsto inferiore al 25% del consumo che risulterebbe dall’uso durante l’intero anno; e i fabbricati indipendenti con una superficie utile coperta totale inferiore a 50 metri quadri.

L’iter legislativo europeo prevede che la proposta della Commissione venga approvata dal Consiglio e dal Parlamento. In sostanza, il Consiglio presenta una proposta modificata e la negozia con il Parlamento. Il Consiglio (che rappresenta gli Stati) ha già approvato, lo scorso 25 ottobre, la sua versione proponendo però delle importanti modifiche. Per quanto riguarda gli edifici nuovi, ha deciso per zero emissioni per quelli di proprietà di enti pubblici dal 2028 e dal 2030 per tutti gli altri.

L’idillio tra il governo Meloni e la Ue sembra quindi messo a dura prova. L’eredità di Draghi è già stata consumata ed ora l’esecutivo si trova a fare i conti con i diktat di Bruxelles come tutti gli altri governi dei paesi europei più deboli. La fedeltà atlantica serve solo per mostrare le baionette nella guerra in Ucraina, in Europa i rapporti tornano ad essere quelli di sempre: pienamente subalterni. A meno che...

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21/12/2022

Il governo fibrilla sull’adesione dell’Italia al MES

L’Italia è rimasto l’unico paese europeo a non aver ratificato il MES (Meccanismo Europe di Stabilità). Il governo Meloni aveva detto di voler attendere la decisione della Germania per capire il da farsi, ma proprio a Karlsruhe la Corte Costituzionale tedesca si è espressa pochi giorni fa per procedere alla ratifica del nuovo MES.

Il MES è un meccanismo intergovernativo dei 19 membri dell’Eurozona, nato nel 2012 per sostituire il Fondo salva-Stati che aveva sostenuto finanziariamente i Paesi a rischio default dopo la crisi economica del 2007-2008, ma in cambio di riforme d’austerità, con tagli feroci alla spesa pubblica, privatizzazioni, aumenti delle imposte su salari, pensioni, servizi.

Questo nuovo strumento di vincolo finanziario sui prestiti in sede europea, era stato utilizzato dopo il 2011 in occasione della crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, soprattutto per tormentare e bastonare con feroci misure di austerity la Grecia.

Il MES è guidato da un “Consiglio dei Governatori” composto dai 19 Ministri delle finanze dell’Eurozona che deve deliberare all’unanimità tutte le principali decisioni (incluse quelle relative alla concessione di assistenza finanziaria e all’approvazione dei protocolli d’intesa). Ma che può operare a maggioranza qualificata (85% cento del capitale) in caso di minaccia per la stabilità finanziaria ed economica dell’area euro, oppure se la Commissione europea e la Bce richiedono l’assunzione di decisioni urgenti in materia di assistenza finanziaria.

Il governo della destra, che in passato aveva visto le forze che lo compongono (tranne Forza Italia, ndr) sostenere il rifiuto dell’adesione al MES, adesso potrebbe trovarsi al centro delle pressioni degli apparati europei per “allinearsi” all’ennesimo vincolo esterno sull’economia italiana.

A novembre, in una riunione dell’Eurogruppo, il ministro dell’Economia Giorgetti sembrava aver capitolato sull’accettazione del MES, ma rispondendo in questi giorni ad una interrogazione parlamentare nel merito, lo stesso Giorgetti è tornato a parlare di un “MES come istituzione impopolare e in crisi”, spiegando poi che un’eventuale decisione di procedere o meno alla ratifica dovrebbe essere “preceduta da un adeguato e ampio dibattito in Parlamento”.

Potere al Popolo già dal 2020 si era schierato contro l’adesione dell’Italia al MES. “Il MES rischia di dare il via ad una nuova ondata speculativa ai danni del debito dell’Italia e dei paesi del Sud Europa. Alla quale seguirà una nuova ondata di tagli sulla sanità, sulla scuola, sui servizi pubblici, sui diritti sociali per riconquistare credito. Un circolo vizioso devastante che rischia di ripartire già dal 2022, quando finiranno le deroghe e gli allentamenti sui vincoli di rigore di bilancio”.

Vedremo adesso se il livello di subalternità ai diktat europei espresso finora dal governo Meloni andrà in continuità o se ci saranno punti di dissonanza che metterebbero però l’esecutivo italiano di nuovo nel mirino degli apparati europei.

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15/12/2022

MES, un vecchio arnese

di Guido Salerno Aletta

In politica è sempre così: una volta che viene istituito un Ente, quale che sia, è difficile sbarazzarsene: soprattutto nel caso del MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, che è progettato per intervenire in caso di crisi finanziarie. Meglio non chiuderlo, semmai dovesse servire. Ora che anche la Corte di Karlsruhe ha dato il via libera al Bundestag tedesco, l'Italia rimane l'ultima a non averlo ancora ratificato.

Chi è rimasto per ultimo, in genere chiude la porta dopo aver spento la luce: con il MES, sarebbe il caso di fare così.

L'abbiamo già visto che cosa è il MES, un FMI in miniatura che non è nemmeno una istituzione dell'Unione Europea, ma dei soli Paesi aderenti all'Euro. Già questo fa un po' sorridere, perché ormai i Trattati sono come le matrioske, le bamboline russe di legno che si chiudono ad uovo le une nelle altre.

La verità è che neppure il FMI, e tanto meno il MES, hanno le risorse finanziarie che sarebbero necessarie per intervenire quando dovesse entrare in crisi un Paese delle dimensioni dell'Italia.

Il capitale teoricamente utilizzabile dal MES, pari a 704,8 miliardi cui corrisponde una capacità di indebitamento sul mercato per altri 500 miliardi, è virtuale: è stata versata solo la prima quota di 125,3 miliardi a cui l'Italia ha contribuito per 15 miliardi.

Praticamente, e dopo anni che è stata chiusa la partita della Grecia, il MES è solo un salvadanaio che gestisce in modo discrezionale i fondi che ha già a disposizione, in attesa di qualche crisi. È una sorta di estintore, da mettere ancora in piena carica, da usare in caso di incendio.

Inutilmente, in occasione della epidemia di COVID, il management del MES ha cercato di trovare una nuova ragione di vita, proponendo un "prestito sanitario" per investimenti nel settore ospedaliero, che nessuno Stato ha accettato.

Ha fatto mille volte di più, immediatamente e senza tante remore la BCE, che ha dato corso al PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) immettendo in due anni la stratosferica somma di 1850 miliardi di euro, acquistando titoli pubblici a manetta.

Quando ci sono crisi finanziarie sistemiche in una area interconnessa come quella dell'euro, che si propagano da un Paese all'altro come è successo nel biennio 2010-2012, il sistema di intervento di salvataggio per singolo Paese è del tutto inutile.

Il motivo è semplice: sono le stesse banche degli investitori dell'Eurozona che in caso di pericolo ritirano i fondi dai Paesi in difficoltà.

È successo con la Grecia, con la Spagna, con l'Italia: appena c'è una tensione sul mercato, si entra in modalità di protezione e si coinvolgono anche i Paesi non direttamente a rischio, creando un vortice.

Non è un caso che Mario Draghi, a Londra nel luglio del 2012, dovette annunciare che avrebbe fatto "Whatever it takes" per salvare l'euro dalle bordate della speculazione: solo i mezzi teoricamente illimitati di creazione di moneta da parte di una Banca centrale possono spaventare gli speculatori.

E poi sarebbe lo stesso meccanismo del MES ad innescare le crisi: non appena si sapesse sul mercato che un Paese ha chiesto le misure di aiuto, anche quelle precauzionali, si formerebbe subito la coda degli speculatori, che sanno bene di quante risorse dispone e fanno il tiro al piccione.

Basta vedere che cosa è successo con la Grecia, quando hanno obbligato il governo di Atene a dichiarare il default sul debito pubblico ed a rinegoziarlo a condizioni migliori con i detentori, per poi avere gli aiuti. Nel frattempo, sul mercato il valore dei titoli era precipitato anche a 30-35 euro, rispetto al facciale di 100 euro: i piccoli risparmiatori avevano svenduto per paura, ma a comprare i titoli greci a quei prezzi infimi erano stati i fondi speculativi che poi li hanno rivenduti al governo di Atene ad un prezzo assai superiore, guadagnandoci bene.

C'è poi un altro fatto: gli interventi del FMI avvengono quando un Paese è insolvente verso l'estero, e prevedono una svalutazione "a metà strada" della valuta del Paese debitore in modo da rendergli più facile il risanamento. Ma questo sistema è impossibile all'interno dell'Eurozona: come è già successo per la Grecia, un referendum sul mantenimento dell'euro, sarebbe dirompente.

Il MES è stato il tentativo di scimmiottare il FMI, per non dipendere da una istituzione di stabilizzazione monetaria che ha sede a Washington, visto che si interveniva con una "Troika" composta da FMI, BCE e UE.

E poi ci sono già tutti i meccanismi di vigilanza preventivi e successivi previsti dal Fiscal Compact sulle finanze pubbliche e quelli più generali della Commissione Europea sugli squilibri macroeconomici.

La situazione oggi è già particolarmente complessa per via della inflazione, dell'enorme debito pubblico accumulato dagli Stati in due anni di crisi economica determinata dalla epidemia di COVID, del rialzo dei tassi di interesse deciso dalle Banche centrali che non sanno bene neppure loro che cosa fare, viste le incertezze sugli andamenti dei prezzi e delle economie.

"Quieta non movere".

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08/11/2022

Governo Meloni subalterno alla Ue, come gli altri

Il neo-ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è arrivato a Bruxelles per partecipare alla sua prima riunione dell’Eurogruppo. Inutile dire che i “falchi” del rigorismo sono andati subito alla carica. Il primo è stato il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner, che ha puntato il dito contro l’Italia per la necessità di “aver conti solidi e finanze responsabili per affrontare l’inflazione e mantenere l’approccio europeo tracciato dalla Bce”.

“C’è stato un forte impegno su come verranno gestite le finanze pubbliche dell’Italia e il ministro Giorgetti ha anche evidenziato la necessità di mettere in campo politiche che possano sostenere lo sviluppo della crescita per l’Italia e l’Europa”, ha sottolineato il presidente dell’Eurogruppo, l’irlandese Donohoe.

Ma la “resistenza” dell’Italia di Giorgia Meloni ai diktat di Bruxelles è durata meno di un minuto. Giorgetti ha infatti fornito garanzie anche su uno dei dossier più spinosi per l’Italia: la ratifica della riforma del MES che la destra ha osteggiato negli scorsi anni e che oggi sembra invece trovare semaforo verde.

È bene ricordare che ad oggi l’Italia e la Germania non hanno sottoscritto il MES. La Germania perché è in attesa di un pronunciamento sulla sua legittimità da parte della Corte Costituzionale. “Mi attengo alla posizione del precedente governo di cui facevo parte, in attesa della decisione della Corte tedesca”, ha spiegato Giorgetti ai giornalisti che gli chiedevano che posizione avrebbe assunto in merito. Il precedente Governo aveva dato l’impegno politico a ratificare in Parlamento la riforma. “Appunto, esattamente la stessa cosa”, ha confermato.

Sulla riforma del Patto di stabilità (la Commissione presenterà una comunicazione con la propria proposta mercoledì) Giorgetti ha evidenziato “la necessità che una nuova governance europea tenga conto delle caratteristiche economiche e finanziarie specifiche dei diversi Paesi dell’Unione, e riconosca il valore centrale della crescita nel garantire la sostenibilità”. Con alcuni criteri: semplicità, fattibilità e flessibilità. Questioni che Giorgetti ha affrontato anche a cena con l’omologo francese, Bruno Le Maire.

La Commissione europea presenterà domani le prime proposte di riforma del Patto di Stabilità. Il commissario al mercato unico Thierry Breton ha sottolineato l’urgenza di facilitare gli investimenti in beni pubblici europei, pur continuando a ridurre il debito. “Le proposte preparate dal commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni cercano un giusto equilibrio tra due necessità: la virtù di bilancio e nuovi investimenti in beni pubblici europei – ha spiegato al “Sole 24 Ore” il commissario Breton –. Il debito pubblico non può più essere l’unica bussola del comune progetto europeo. È importante assicurare che la riduzione del debito non vada a scapito dei necessari investimenti”.

Le proposte in circolazione a Bruxelles evocano la semplificazione delle regole di bilancio. Ciascun Paese negozierà con la Commissione europea specifici piani, tutti volti alla sostenibilità del debito pubblico, e della durata di quattro anni, estendibile fino a un massimo di sette. Il paese membro potrà ottenere flessibilità nel percorso di aggiustamento, se nel contempo effettuerà investimenti e riforme.

Fonte

29/12/2021

Toh, chi si rivede... Il MES, in piena pandemia

Un sistema sociale subordinato al “mercato” e agli interessi privati è un sistema inchiodato. Sterile, senza visione, incapace di progettare. Ma cerca di apparire l’opposto (decisionista, autorevole, lungimirante).

La riprova – l’ennesima – l’abbiamo in questi giorni, quando ad un aumento vertiginoso dei contagi (e sostanzioso anche nelle morti, nonostante i vaccini) si cerca di rispondere con la riduzione dei tempi di quarantena (una sostanziale abolizione) per contagiati, guariti, “venuti a contatto con contagiati”.

Una resa all’incapacità di contenere la pandemia, in nome della “necessità di non bloccare l’economia”.

In altre parole: accada quel che deve accadere, muoia chi deve morire, ma qui bisogna continuare a produrre. Inutile far notare che questo significa far dilagare il virus, favorire l’insorgere di “varianti”, bloccare comunque massicciamente la produzione nel momento in cui milioni di febbricitanti comunque dovranno restare a casa.

Inutile far notare che per molte attività – turismo, ristorazione, spettacolo, cultura, alberghiero, ecc – comunque è già venuta a mancare “la clientela” (perché malata o terrorizzata). E che, quindi, più si va avanti così più si blocca quell’economia che si vorrebbe salvare.

Un sistema asservito agli interessi privati ragiona sui tempi brevissimi, più spesso sul passato, mai su prospettive e conseguenze. Don’t look up!

La stessa cosa accade con il debito pubblico di tutti gli Stati, cresciuto enormemente – e giustamente – proprio a causa della pandemia. Logica vorrebbe che questa massa di debito “eccezionale”, dovuta a ragioni extra-economiche e non a “colpe” di tizio o caio, venisse gestita con criteri altrettanto eccezionali; una tantum, se non altro.

Manco per idea.

A livello dell’Unione Europea – il vero “governo” con cui dobbiamo fare i conti – si sta pensando invece di gestirlo con le regole già esistenti, appena modificate con quel tanto di “pragmatismo” che l’eccezionalità richiede.

L’analisi puntuale di questa intenzione, che si va già già traducendo in disposizioni operative, viene fatta da Guido Salerno Aletta su TeleBorsa. E parte proprio dall’inusuale lettera a quattro mani di Draghi e Macron al Financiale Times (invece che in una sede istituzionale).

Il problema da affrontare è effettivamente enorme: la massa di debito, vecchio e nuovo, che grava sugli Stati. Va ricordato che la crescita abnorme del debito è diretta conseguenza della decisione (presa nel 1981, per quanto riguarda l’Italia) di impedire alle banche centrali nazionali (e poi anche alla Bce) di comprare titoli di stato del proprio paese già all’atto dell’emissione.

In questo modo, anziché realizzare la “virtuosa” riduzione della propensione statale a far debiti e dunque “costringerli” a ridurre la spesa pubblica, si sono resi gli Stati dipendenti dai finanziamenti privati da reperire sul mercato finanziario, concorrendo tra loro con tassi di interesse più alti.

Non stranamente, questo “divieto” è stato in parte aggirato con l’esplosione della crisi del 2007-2008, da cui l’Occidente non si è mai effettivamente ripreso. Il quantitative easing della Bce (e della Federal Reserve Usa), al di là delle chiacchiere, si è concretizzato esattamente nell’acquisto di titoli di stato, oltre che di titoli privati “deteriorati”, ossia pressoché privi di valore.

In questo modo, però, la Bce – per la parte europea – si è riempita di titoli che ora deve in qualche modo smaltire, aumentati peraltro dal “debito pandemico”. Un repulisti che si può fare in molti modi, decisamente diversi tra loro. Sia nello stabilire chi ci rimette e chi ci guadagna, sia nel peso che possono avere sullo sviluppo stesso dell’economia.

Il modo più malsano è quello di passare questa massa di debito dalla Bce al Mes, il cosiddetto “fondo salva-stati” cui nessun paese vuol far ricorso perché implica “condizionalità” tali da legargli le mani per sempre.

E quindi è proprio questa la “soluzione” per cui propendono i soliti e molto presunti paesi “virtuosi” d’Europa (Germania, Olanda, ecc).

Questo ritorno in grande stile del Mes – era scomparso dagli schermi un anno fa, quando Renzi e altri pretendevano che vi facesse ricorso il governo Conte II, ma non se ne parlò più non appena Mario Draghi entrò a Palazzo Chigi – è il ritorno feroce della peggiore austerità.

Aggravata, in questo caso, perché le condizionalità proprie del Mes si andrebbero a sommare con quelle del Pnrr – 528, tra “riforme”, “impegni”, ecc. – e con le rigidità insostenibili previste dal Fiscal Compact (tagliare il debito pubblico del 5% annuo per 20 anni, in modo da portarlo al 60%; che è poi, curiosamente, il livello del debito italiano quando, nel 1981, si decise di separare la Banca d’Italia dal ministero del Tesoro per… ridurre il debito!).

Per la parte analitica vi lasciamo al testo di Salerno Aletta. Il giudizio politico più generale è quello da cui siamo partiti: un sistema sociale subordinato al “mercato” e agli interessi privati è un sistema inchiodato. Sterile, senza visione, incapace di progettare.

Che si scava la fossa mentre dichiara di voler decollare…

Buona lettura.

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La Nuova Troika: MES, PNRR, Fiscal Compact

Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

Tutto è cominciato con la lettera a doppia firma al Financial Times del Presidente francese Emmanuel Macron e del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, in cui si auspicava una profonda revisione delle regole europee in materia di disciplina fiscale, visto che quelle contenute nel Fiscal Compact si sono dimostrate per un verso oscure e complesse e per l’altro inefficaci a sostenere la crescita economica.

Inutile dire che queste critiche alla eccezionale severità imposta ai bilanci europei sin dai tempi del Trattato di Maastricht che risale al 1992, cioè a trent’anni fa, arrivano tardi, solo dopo l’ennesima crisi economica sistemica determinata dalla epidemia di COVID-19, dopo quella globale che si era già scatenata a partire dal 2008 a seguito del fallimento della Lehman Brothers.

Ora non è il momento di recriminare: bisogna guardare avanti, e considerare congiuntamente i seguenti dati:

- I debiti pubblici europei sono aumentati a dismisura, di circa il 20% in rapporto al PIL, in modo pressoché omogeneo in tutti i Paesi, per via delle spese adottate per sostenere le famiglie e le imprese durante le fasi più dure della pandemia. L’Italia è arrivata nel 2021 ad un rapporto debito/PIL pari al 159,8%, la Francia ad oltre il 120%: l’obiettivo di ridurre questa percentuale al 60% in 20 anni, al ritmo del 5% l’anno come è prescritto dal Fiscal Compact è irraggiungibile. L’Italia dovrebbe ridurlo quindi del 5% l’anno, una percentuale quasi tripla rispetto a quella della crescita economica: per raggiungere questo obiettivo si dovrebbe imporre ogni anno una imposta patrimoniale, saccheggiando i risparmi.

- La BCE, già sul finire del 2019, aveva ripreso gli acquisti di titoli pubblici (PSPP) sulla base del Quantitative Easing che era stato sospeso a fine dicembre 2018. Alla fine di novembre scorso, le detenzioni di titoli pubblici sono ammontate complessivamente a 2.618 miliardi di euro. Per i principali Stati dell’Eurozona, le detenzioni sono le seguenti: Germania 632 miliardi, Francia 512 miliardi, Italia 430 miliardi, Spagna 304 miliardi, Belgio 91 miliardi.

- In totale, a fine novembre, la BCE ha detenzioni di titoli pubblici dell’Eurozona per 4.116 miliardi di euro. Ipotizzando un PIL nominale nel 2021 pari a 12 mila miliardi di euro, si tratta dunque del 34%.

- Per quanto riguarda l’Italia, la BCE ha in portafoglio titoli pubblici per 651 miliardi: considerando che il PIL nominale del 2021 dovrebbe essere di 1.779 miliardi, si tratta di una percentuale pari al 36%. Se si tiene conto che ad ottobre scorso il debito pubblico complessivo dell’Italia è stato pari a 2.710 miliardi, ne deriva che la BCE ne detiene il 24%.

Dagli esperti di Palazzo Chigi e dell’Eliseo viene ora lanciata una proposta, volta a dare una sistemazione a queste enormi detenzioni da parte della BCE di debiti pubblici “pandemici”: in un periodo pluriennale, tra il 2022 ed il 2026, dovrebbero essere ceduti al MES, il Fondo Europeo Salva Stati.

Per l’Italia, al ritmo di 68 miliardi di euro l’anno, si tratta di un totale di 340 miliardi. E’ una somma pari al 19,2% del PIL, in pratica al maggior debito pubblico contratto per contrastare gli effetti della pandemia naturalmente, la cessione riguarderà, con modalità pressoché analoghe, i debiti pubblici “pandemici” di tutti gli altri Stati dell’Eurozona.

Questa proposta mira a sgravare la BCE, e dunque la politica monetaria, dalla gestione di questa immensa mole di debiti pubblici che deve invece rispondere alla politica fiscale.

In pratica, il MES comprerebbe dalla BCE i titoli di Stato “pandemici” che ha in portafoglio emettendone sul mercato di nuovi, per un importo corrispondente, avendo la caratteristica di debito comune europeo, e dunque di safe asset, il risparmio nell’onere degli interessi sarebbe consistente, soprattutto per Paesi come l’Italia.

L’Idea è pericolosa per tre motivi:

- Si pianifica un tapering micidiale, (una riduzione della liquidità dei mercati) senza tener conto delle tensioni inflazionistiche in atto e dell’andamento dello spread che già sta penalizzando i titoli italiani sin dallo scorso inverno. Infatti, mentre nel progetto si dichiara di voler sgravare la politica monetaria di una incongrua incombenza, al contrario si interferisce con la politica monetaria della BCE.

- Infatti, visto che la BCE cederà al MES i titoli che ha in portafoglio, dovrà ottenere in cambio la liquidità corrispondente al loro valore, liquidità che a sua volta il MES deve ricevere dal mercato: questa è una stretta monetaria in piena regola.

- Per evitare la stretta monetaria, la BCE dovrebbe a sua volta “prestare liquidità” al MES: e potrebbe farlo solo comprando i nuovi titoli emessi dal MES che hanno come sottostante i titoli di Stato nazionali che la BCE gli ha appena venduto. Un inutile pasticcio.

L’Italia non ci guadagnerebbe affatto dalla emissione di titoli da parte del MES, su cui si dice che pagherebbe un tasso inferiore rispetto a quello che grava sulle proprie emissioni, anzi ci perderebbe assai.

Bisogna precisare infatti che, per evitare che un default del debito di uno Stato gravi sulla BCE e quindi su tutti gli Stati dell’Eurozona, i titoli acquistati per ragioni di politica monetaria dalla BCE sono iscritti come attività nel conto del patrimonio dalla Banca d’Italia, che opera in nome e per conto della BCE.

È la Banca d’Italia ad essere creditrice del Tesoro, e dunque a sopportare le perdite per un eventuale default; ed è sempre la Banca d’Italia che retrocede annualmente al Tesoro l’ammontare degli interessi incassati sui titoli che ha in bilancio, al netto delle spese di gestione e negoziazione.

Invece, il MES restituirebbe agli Stati solo la differenza tra gli interessi pagati dagli Stati al MES sui titoli pubblici che il MES ha comprato e gli interessi pagati al mercato dal MES sui titoli di propria emissione.

Ben diversa era la proposta formulata tempo fa da Paolo Savona, secondo cui l’accordo multilaterale per la stabilizzazione dei debiti pubblici eccessivi doveva essere fatto direttamente tra gli Stati interessati ed il MES: in questo caso, a fronte di idonee garanzie, i singoli Stati avrebbero potuto cedere al MES la propria posizione debitoria sui titoli già emessi, ed il MES ne avrebbe emessi di propri ritirando dal mercato quelli già emessi dagli Stati.

Essendo di migliore qualità e di minor rischio in considerazione dell’emittente, i nuovi titoli avrebbero pagato interessi inferiori a quelli dei singoli Stati. Questa proposta, flessibile e modulare, era stata elaborata prima di dar vita al PNRR e non andava ad incidere sulla liquidità e dunque sulla politica monetaria: era sostanzialmente uno swap tra titoli con diverso grado di rischio.

Se passa questa proposta, oltre ai vincoli alla politica fiscale del futuro Fiscal Compact ed agli impegni già assunti per ottenere i prestiti del PNRR, l’Italia dovrà fornire altre garanzie al MES.

Fonte

04/06/2021

Brancaccio - “Basta con la retorica sul whatever it takes: Draghi alla Bce strozzò la Grecia per salvare le banche tedesche”

L’austerity? Chi la crede morta e sepolta si sbaglia. I falchi del rigore sono stati costretti dalla pandemia a prendersi una pausa, ma sono già pronti a tornare. L’avvertimento arriva dall’economista Emiliano Brancaccio, professore di Politica economica all’Università del Sannio, che in questa intervista a TPI boccia sonoramente le politiche economiche del “tecnocrate” Mario Draghi e smonta la retorica del “whatever it takes”: con quella frase, dice, “Draghi, in realtà, smentì se stesso”.

Professore, durante un recente dibattito con il suo collega Daron Acemoglu del Mit di Boston, lei ha esibito una serie di ricerche empiriche secondo cui la flessibilità del lavoro non favorisce la crescita dell’occupazione ma al contrario la ostacola. Le chiedo: il blocco dei licenziamenti negli ultimi 15 mesi è servito a contenere l’emorragia di posti di lavoro oppure – come dicono Draghi, Confindustria e l’Ue – ha inquinato il mercato favorendo i garantiti a scapito dei precari?

“L’idea che gli strumenti di protezione del lavoro pregiudichino la crescita e l’occupazione è stata dominante per anni, in Italia e in gran parte del mondo. Ma è seccamente smentita dalla ricerca scientifica: secondo l’88% delle pubblicazioni uscite su riviste accademiche internazionali negli ultimi dieci anni, la tesi per cui la flessibilità crea occupazione non trova riscontro empirico. Sia pure a denti stretti, questo risultato viene riconosciuto anche da istituzioni fautrici della flessibilità come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca mondiale e l’Ocse, che in alcuni loro rapporti ammettono che l’impatto della flessibilità sull’occupazione risulta ‘non significativo’, ‘insignificante’, ‘nullo’”.

Quindi sul blocco dei licenziamenti il premier, gli industriali e Bruxelles hanno torto?

“Il blocco dei licenziamenti corrisponde a una riduzione emergenziale della flessibilità del lavoro. La tesi di Confindustria, della Commissione e dello stesso Draghi è che questo irrigidimento del mercato del lavoro pregiudica l’occupazione. Ma, come dicevo, l’evidenza empirica li smentisce. Evidentemente a Palazzo Chigi e a Bruxelles hanno troppo da fare e leggono poca ricerca scientifica”.

I sindacati dicono che togliendo il blocco si rischiano 500mila licenziamenti. Esagerano?

“Il vero problema è che il blocco dei licenziamenti blocca poco, perché la sua applicazione è limitata e perché interviene in un mercato del lavoro ampiamente precarizzato. Nell’ultimo trentennio l’indice di protezione del lavoro in Italia è crollato del 17% sui licenziamenti collettivi e fino al 60% sui contratti a termine. Il blocco dei licenziamenti è una toppa utile, ma può fare poco in un quadro normativo in cui le imprese hanno la possibilità di licenziare per motivi estranei al blocco o di non rinnovare i contratti temporanei. Ecco perché, nonostante il blocco, durante la pandemia abbiamo perso quasi un milione di posti di lavoro”.

Se sanno che non possono licenziare, però, i datori di lavoro tendono ad assumere solo con contratti precari. O no?

“Gli imprenditori tendono quasi sempre a utilizzare le forme contrattuali più precarie a disposizione. Ma questo non è certo un valido motivo per precarizzare, dal momento che ormai sappiamo che la precarizzazione non aiuta affatto l’occupazione”.

Quindi, che fare?

“Dovremmo aprire un grande dibattito intorno alla lunga stagione della precarizzazione del lavoro e trarne un bilancio. Per quel che ci dice la ricerca scientifica, i risultati sono stati fallimentari: non c’è stato alcun beneficio dal punto di vista occupazionale e si è spostata la distribuzione del reddito dai salari ai profitti e alle rendite”.

Quindi – lei dice – bisognerebbe aumentare le protezioni anziché rimuoverle.

“Sì. Anziché continuare con la litania secondo cui bisognerebbe abbassare le tutele di coloro che ancora godono di qualche diritto, bisognerebbe piuttosto innalzare le tutele dei precari”.

Draghi ha stroncato subito la tassa di successione proposta da Letta. Quella proposta meritava forse più attenzione?

“Innanzitutto va detto che la tassa di successione, da sola, non basta. Le proposte ‘spot’ possono avere qualche efficacia nella battaglia politico-mediatica, ma poi bisognerebbe progettare una riforma fiscale di carattere generale”.

Detto questo...?

“Da anni la tassazione grava principalmente sul lavoro, mentre è molto bassa la pressione fiscale sui più ricchi: possessori di capitali, percettori di rendite e profitti. La progressività delle imposte prevista dalla Costituzione è stata fortemente depotenziata. E mi sembra si continui ad andare in questa direzione”.

Draghi, però, nel suo discorso di insediamento da premier, ha detto proprio che vuole fare una riforma del Fisco in senso progressivo.

“Quel cenno alla progressività che aveva evocato temo che resti di fatto lettera morta. Se vuole le spiego perché”.

Prego.

“Lo spostamento dei carichi fiscali a favore dei soggetti ricchi e a scapito dei poveri è una tendenza internazionale. Questa tendenza si collega al fatto che oggi i capitali possono spostarsi liberamente da un luogo all’altro del mondo, e quindi possono andare a caccia delle tassazioni più favorevoli. Dunque, per poter attuare riforme fiscali in senso nuovamente progressivo ci sono solo due strade: o si raggiunge un accordo internazionale per elevare tutti insieme le imposte sui capitali oppure bisogna introdurre controlli sui movimenti internazionali di capitali”.

E quindi?

“Draghi mi sembra contrario a entrambe le opzioni. Da un lato, è apparso freddo rispetto alla proposta di un accordo internazionale sulle tassazioni arrivata dagli Usa. Dall’altro, è notoriamente un liberista dei movimenti di capitale. In questo scenario, mi sembra improbabile che Draghi si faccia promotore di una riforma fiscale in senso progressivo”.

Draghi contro il blocco dei licenziamenti, Draghi contro la tassa di successione: Draghi è un premier di destra?

“Draghi può essere considerato un liberista temperato, e in quanto tale appartiene a una classica destra istituzionale e di governo. Fin dai suoi primi passi al ministero del Tesoro con Ciampi, passando per Bankitalia e Bce, ha sempre espresso grande ottimismo nel libero gioco delle forze del mercato. E anche di recente, poche settimane prima di insediarsi a Palazzo Chigi, ha esaltato le virtù della ‘distruzione creatrice’ del libero mercato. Incarna una visione desueta, che ha fatto molti danni e che risulta superata dagli eventi”.

Con il suo celebre “whatever it takes”, però, aprì un varco nel muro dell’austerity.

“Il liberismo è un’ideologia, e in quanto tale entra sistematicamente in contraddizione con la realtà dei fatti. Dopo la crisi del 2008 si è aperto un grande dibattito nella tecnocrazia delle banche centrali e dei governi sugli effetti destabilizzanti del libero mercato. All’epoca Draghi si rese conto che il sistema dell’euro sarebbe imploso se la banca centrale non fosse intervenuta pesantemente come ‘market maker’, cioè come una vera e propria domatrice della ‘bestia’ del libero mercato. Con quella svolta Draghi ha smentito l’ideologia di cui è stato sempre un convinto propugnatore”.

La narrazione comune è che il “whatever it takes” salvò l’Eurozona. Sarebbe più corretto dire che salvò le banche tedesche?

“Sono vere entrambe le cose. Per salvare l’Eurozona bisognava liberare le banche tedesche e francesi che avevano ampiamente foraggiato gli squilibri delle partite correnti tra Nord e Sud Europa. Aver salvato le banche con massicci interventi di politica monetaria ha significato anche salvare l’Eurozona dagli squilibri che essa stessa aveva creato al suo interno”.

Sta dicendo che la responsabilità di quella crisi finanziaria fu anche delle banche?

“Ovviamente sì, ma soprattutto la responsabilità fu di chi ha edificato l’Europa su basi liberiste, in particolare sul caposaldo della libera circolazione internazionale dei capitali. Questo principio ha creato squilibri sui quali le banche hanno lungamente prosperato. Poi il sistema ha rischiato il collasso e le autorità pubbliche sono dovute intervenire per salvarlo”.

Yanis Varoufakis, ex ministro dell’Economia greco, imputa a Draghi gravi responsabilità nella gestione della crisi ellenica. Ha ragione?

“Draghi minacciò di interrompere l’erogazione di liquidità fin quando il riottoso governo greco non avesse fatto ciò che la Troika richiedeva, contro la volontà popolare. Una politica chiaramente anti-democratica. Ma Draghi è stato solo uno dei tanti esecutori di questa dottrina nefasta, che purtroppo è stata prevalente nel corso di quegli anni e che rischia di ripresentarsi appena lo shock pandemico sarà dimenticato”.

Draghi era presidente di Bankitalia durante una importante stagione nel risiko del credito italiano: ci furono, tra le altre, le fusioni Intesa-Sanpaolo e Unicredit- Capitalia, e il controverso acquisto di Antonveneta da parte di Mps dal Banco Santander. Operazioni che determinarono esuberi di personale e ricchi proventi per alcune grandi banche, come appunto Santander. Lei ebbe anche un ruolo in quelle vicende. A suo avviso, Draghi banchiere fece anche in quel caso l’interesse dei suoi amici banchieri?

“All’epoca fui chiamato nel consiglio di amministrazione di una banca del gruppo Mps per risanarne i conti. Fui tra i pochissimi a oppormi all’acquisizione di Antonveneta, sostenendo che il prezzo di acquisto era eccessivo, chiaramente da bolla speculativa. Alla fine l’operazione venne compiuta comunque, nell’entusiasmo dei grandi media, della comunità finanziaria e delle autorità politiche e di governo. Tra i favorevoli c’era anche Draghi, che da governatore di Bankitalia avallò quelle operazioni. Ma non la metterei sul piano del ‘complotto’. Non c’è alcun bisogno di immaginare un tavolo in cui si organizzano trame segrete. La verità è che l’intero sistema era pervaso da un liberismo viscerale: lasciare agire le libere forze del mercato, non interferire negli accordi privati di centralizzazione dei capitali, anche se questi sono governati da logiche speculative violente, che lasciano sul campo pochi vincitori e tanti sconfitti, con danni economici e sociali pesantissimi”.

Del Mes non si parla più. È stato un tema strumentalizzato per far cadere Conte?

“Il Mes è stato chiaramente strumentalizzato. Sapevamo fin dall’inizio che il suo utilizzo avrebbe conferito risparmi minimali in termini di tassi di interesse, fra l’altro con condizionalità molto rigide. Il problema vero, però, rimane”.

Cioè?

“Il Mes viene denominato meccanismo di stabilità ma sarebbe più appropriato definirlo ‘di instabilità’, perché per statuto assume il solo punto di vista dei creditori anziché quello generale dell’Unione europea. La conseguenza è che per favorire gli interessi dei creditori si rischia di distruggere l’economia debitrice. Il guaio è che il Mes ormai è stato approvato. E molto probabilmente verrà innescato appena la Bce diventerà meno disponibile a erogare liquidità”.

Quindi, finito il Quantitative Easing, ci saranno paesi costretti a ricorrere al Mes?

“Ci sono interessi forti in Europa che mirano al ritorno alla vecchia prassi: vogliono che la Bce si ritiri e che venga sostituita dal Mes”.

Wolfgang Schauble, l’ex ministro tedesco delle Finanze, oggi presidente del Bundestag, dalle colonne del Finacial Times già invoca il ritorno all’austerity.

“È evidente che esiste una forte convergenza di interessi verso il ritorno alle vecchie consuetudini dell’Europa”.

Fino al 2023, però, il Patto di Stabilità è sospeso.

“Secondo dati dell’Fmi, prima della crisi pandemica il Patto di stabilità era violato nel 66% dei casi. Con la crisi pandemica, ovviamente, sarebbe stato violato nel 100% dei casi. Solo per questo lo hanno sospeso, perché non poteva in alcun modo essere applicato”.

Intanto Bruxelles è anche tornata a rimproverare l’Italia per il debito pubblico e la spesa corrente. I soldi del PNRR saranno il prezzo da pagare per nuovi tagli alla spesa pubblica?

“Sul Financial Times, qualche settimana fa, segnalavamo che in realtà i finanziamenti del PNRR sono insufficienti rispetto all’enormità della crisi. Se andiamo a fare i conti netti, il Recovery Plan dovrebbe conferirci meno di 10 miliardi all’anno per sei anni, a fronte di una crisi che nel solo 2020 ha bruciato oltre 150 miliari di Pil”.

Scusi: non saranno 209 i miliardi?

“I 209 miliardi di cui parla anche il premier sono composti da 127 miliardi di prestiti e 82 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto. La parte di prestiti conferisce solo un risparmio sui tassi di interesse, una cifra modesta che va da mezzo miliardo a 4 miliardi all’anno. Considerato che la condizionalità è molto restrittiva, non credo convenga chiedere quei prestiti. Quanto alle sovvenzioni, bisogna tener conto che saranno finanziate con una contribuzione da parte dei singoli stati, tra cui noi. Se si applicheranno i criteri di contribuzione basati sul Pil, è ragionevole prevedere che l’Italia dovrà conferire al bilancio europeo circa 40 miliardi. Quindi il netto che ci rimarrà sarà di circa 42 miliardi, ossia soltanto 7 miliardi all’anno per sei anni”.

Avremo, però, meno vincoli di bilancio e faremo più investimenti.

“Più che di investimenti, mi sembra che si parli dei soliti incentivi”.

Mi faccia un esempio.

“Pensiamo ai vaccini. Sotto la voce finanziamento per la ricerca e lo sviluppo nel campo dei vaccini, il Governo si limita a offrire incentivi, sotto forma di credito di imposta, alle imprese private che eventualmente decidessero di occuparsene. Ma gli esperti in materia ci spiegano che per costruire la famigerata filiera nazionale dei vaccini ci vorrebbe una pianificazione dei processi produttivi da parte dello Stato. Ma questa opzione, ancora una volta, non sembra entrare nelle corde di Draghi. Lo chiamano ‘Piano’, ma del concetto di ‘Piano’ nella sostanza c’è davvero poco”.

Di converso, dovremo ridurre la spesa corrente?

“La Commissione già chiede tagli alla spesa corrente. Per il momento sono soltanto voci dal sen fuggite, che non si traducono in austerity concreta perché tutti sanno che la ripresa è ancora fragile. Ma, ripeto, gli interessi prevalenti in Europa cercheranno di ripristinare l’antica dottrina appena sarà possibile”.

Insomma, chi parla di un cambio di paradigma in Europa è fuori strada?

“Il paradigma di fondo non è ancora cambiato. L’ideologia liberista è stata drammaticamente smentita dalla realtà di questi anni ma resta tuttora la dottrina prevalente, nei governi e nelle istituzioni”.

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