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08/07/2026

Il MES torna a parlare, per indorare la pillola del riarmo

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) è uno degli strumenti più stringenti della gabbia dei vincoli unioneuropeisti, ma è anche una delle “ultime spiagge” di questo sistema di strozzamento dei popoli. Rimane lì, sullo sfondo, a incutere timore e a indicare la strada ai vari governi. E proprio in questo frangente fondamentale per gli orizzonti della UE torna a parlare, attraverso una nuova pubblicazione, l’Euro Area Stability Watch.

Il primo rapporto di questa nuova serie di studi si intitola “Resilienza sotto pressione”, e guarda essenzialmente alle sfide che l’Eurozona si trova ad affrontare in questa congiuntura storica, a partire – e come ci si può sbagliare – dalla tenuta dei conti pubblici e dalla crescita economica.

Rolf Strauch, capo economista del MES, ha affermato che “la resilienza non si sostiene da sola. In un mondo più incerto dipenderà dalla credibilità, dalla disciplina e dalle scelte politiche che vengono fatte oggi”. Tradotto: il percorso dei trattati europei va seguito alla lettera, pena una tempesta finanziaria, e in prospettiva le uniche spese concesse sono quelle militari.

Gli esperti del MES hanno evidenziato che lo spazio per manovre fiscali va ancor di più riducendosi, e dunque ogni “misura anticrisi deve essere temporanea e mirata”. Insomma, il modello di sviluppo, per quanto fallimentare, non si cambia, e a pagarne le conseguenze saranno le classi popolari. Ogni centesimo libero sarà speso per la deriva bellicista del Vecchio Continente.

Il fatto che sempre più fondi saranno assorbiti dalla difesa e della sicurezza è visto come processo da dare per scontato, necessario e inevitabile. Viene poi calcolato che, per raggiungere i target richiesti dalla NATO (il 3,5% di spese militari in senso stretto), l’eurozona dovrà investire circa 45 miliardi di euro in più ogni anno, fino al 2035.

Il MES chiarisce anche gli indirizzi preferibili per questa spesa. Se i fondi finiranno a fornitori europei e in progetti ad alta intensità di ricerca e capitale, fino a 53 centesimi di ogni euro investito torneranno indietro sotto forma di crescita e gettito fiscale a lungo termine. E qui c’è il primo evidente nodo di una scelta politica, pensata in funzione di una UE capace di essere attore globale per mezzo delle armi, e a discapito di lavoratori, pensionati e, soprattutto, i più giovani.

Un moltiplicatore fiscale, cioè il rapporto tra l’effetto sul PIL e l’incremento della spesa pubblica, che nel migliore dei casi permette un ritorno della metà di quanto speso è tutto fuorché un viatico alla crisi. L’anno scorso, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio calcolava dati simili, mentre la Banca d’Italia segnalava che investimenti in capitale pubblico hanno un moltiplicatore fiscale tra l’1,2 e l’1,8 sul medio periodo.

Detto in parole povere, il riarmo europeo sarà uno straordinario spostamento di ricchezza sociale, raccolta con i vari strumenti di cui dispone lo stato, verso le multinazionali della difesa, con effetti economici risibili rispetto a quelli che si potrebbero ottenere rilanciando lo sviluppo infrastrutturale e della proprietà pubblica, intesa in senso lato.

Quella del riarmo, insomma, è una scelta totalmente “anti-economica”, se volessimo ragionare secondo la patina “tecnica” che le classi dirigenti nostrane affibbiano alle proprie scelte politiche. Riarmo e difesa europei, invece, rappresentano la strada strategica imboccata dalla UE, ovvero quella di affidare alla guerra la definizione degli equilibri futuri a livello mondiale, e dunque anche il futuro dei popoli su cui governa.

Ciò è confermato da altri due fattori che, sempre secondo gli esperti del MES, rendono complessa la condizione dell’eurozona in questa fase storica. Da una parte, c’è il conflitto contro l’Iran e le interruzioni delle forniture energetiche che ha prodotto: l’aumento ulteriore dei prezzi di gas e petrolio minerebbe in profondità quel che rimane della competitività europea.

Dall’altra, c’è una sostanziale esposizione degli investitori europei a potenziali correzioni dei mercati statunitensi, in cui i titoli continuano a essere gonfiati rispetto al loro valore reale, soprattutto in virtù della bolla finanziaria sull’IA. Ecco quel che succede quando uno strumento dall’enorme potenziale per migliorare le condizioni di lavoro viene interpretato come terreno di speculazione.

Entrambi questi fattori sono parte integrante del modello economico e dell’allineamento strategico ribadito ogni giorno da Bruxelles: finanziarizzazione come risposta alla crisi, interconnesione con Washington, sostanziale complicità quando si tratta di sostenere aggressioni imperialiste, attraverso e in virtù degli accordi stretti in ambito NATO.

In pratica, la UE si è cacciata con le proprie mani in un vicolo cieco che porta inevitabilmente alla guerra, e lo spaccia come soluzione al proprio fallimento. Il MES è intervenuto per affermare ai quattro venti, di nuovo, che “there is no alternative”... ma nei fatti, ha messo in chiaro che alternative ce ne sono, eccome.

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