Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/07/2026

Dal 1° luglio adesione automatica, il TFR va ai fondi: l'ennesimo giro di vite del silenzio-assenso

Dal 1° luglio 2026, per direttiva COVIP e in attuazione della Legge di Bilancio 2026, scatta un meccanismo che definire “adesione automatica” è un eufemismo: si tratta, nei fatti, di un'iscrizione d'ufficio ai fondi pensione privati. Il lavoratore neoassunto viene considerato “aderente” fin dal primo giorno di lavoro, salvo che non eserciti, entro il termine perentorio di 60 giorni, una rinuncia esplicita. Non sceglie: deve disdire. Non aderisce: viene aderito. È il rovesciamento di ogni logica di libera scelta in materia previdenziale, ed è bene chiamarlo con il suo nome: un esproprio per via amministrativa del salario differito.

Si riduce, rispetto al passato, anche il tempo a disposizione per riflettere: da sei mesi a soli 60 giorni, un termine palesemente insufficiente per un lavoratore alle prime settimane di un nuovo impiego, spesso in periodo di prova, magari precario, che si vede recapitare moduli e informative complesse proprio nel momento in cui ha tutt'altro a cui pensare. Il “silenzio” di chi non ha gli strumenti, il tempo o le informazioni per scegliere viene trasformato per legge in un “assenso” vincolante e, una volta scaduto il termine, sostanzialmente irreversibile.

Chi controlla la destinazione di questo fiume di denaro? La normativa stabilisce una gerarchia: in primo luogo i fondi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali; in assenza di accordi, il fondo di categoria. Ma la quasi totalità dei fondi negoziali di categoria – COMETA per i metalmeccanici, FONCHIM per i chimici, FON.TE per il terziario, e così via – sono governati da Consigli di Amministrazione a composizione paritetica, metà espressione delle associazioni datoriali e metà designati dalle stesse organizzazioni sindacali – CGIL, CISL e UIL – che, contestualmente, negoziano i contratti collettivi che indirizzano automaticamente il TFR proprio verso quei fondi.

Non è una questione di dietrologia: è scritto nei siti istituzionali degli stessi fondi. Il conflitto d'interesse è strutturale e conclamato: chi siede al tavolo della contrattazione che decide dove deve confluire automaticamente il TFR dei lavoratori è lo stesso soggetto che poi siede nei Consigli di Amministrazione di quei fondi, ne nomina i vertici, ne percepisce i relativi compensi. Da tempo denunciamo questo cortocircuito, ricordando come i vertici confederali siedano poi sulle poltrone dei CdA dei fondi privati pagati, in ultima analisi, dai contributi dei lavoratori stessi.

Con l'adesione automatica questo meccanismo non viene scalfito: viene moltiplicato. Più lavoratori “silenti” significano più masse di TFR convogliate automaticamente verso i fondi negoziali, più patrimoni gestiti, più commissioni di gestione, più peso istituzionale per chi quei fondi li amministra. Il cerchio si chiude: il sindacato che dovrebbe difendere il salario del lavoratore diventa, al tempo stesso, il soggetto che beneficia, in termini di potere e di rappresentanza, del dirottamento di quel salario verso la previdenza privata.

I fondi negoziali, va detto con chiarezza ai lavoratori, non gestiscono direttamente un euro: affidano le risorse raccolte, tramite bandi e mandati di gestione, a società finanziarie internazionali. Basta consultare la documentazione pubblica dei fondi per scoprire che tra i gestori finanziari incaricati compaiono colossi come BlackRock Investment Management, accanto ad altri grandi player come Amundi, Allianz Global Investors, Eurizon, Generali Insurance Asset Management. Il TFR dei metalmeccanici, dei chimici, dei lavoratori del terziario, una volta “automaticamente aderito”, viene così trasferito nei portafogli gestiti da uno dei più grandi gestori patrimoniali del pianeta, con masse complessive nell'ordine di migliaia di miliardi di dollari investiti su scala globale.

Il punto non è tecnico, è politico: i lavoratori non scelgono questi gestori, non li conoscono, non hanno voce in capitolo sulle politiche di investimento concretamente adottate, e nella stragrande maggioranza dei casi non sanno nemmeno che il proprio TFR, attraverso il fondo di categoria, finisce nei portafogli di BlackRock o di soggetti analoghi. La governance “paritetica” dei fondi, tanto sbandierata come garanzia di trasparenza, lascia in capo agli iscritti zero potere reale sulle scelte di investimento quotidiane: quelle restano nelle mani dei gestori professionali selezionati dai CdA.

Non si tratta di insinuazioni: è documentazione pubblica, raccolta da organizzazioni indipendenti, da campagne internazionali per la finanza etica e persino da relatori speciali delle Nazioni Unite. Il rapporto “Dall'economia di occupazione all'economia del genocidio” della relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha documentato come BlackRock e altri grandi gestori figurino tra i principali azionisti istituzionali di società strettamente legate al settore della difesa e della sicurezza israeliana, oltre ad aver acquistato titoli di debito pubblico (war bond) utilizzati da Israele per finanziare le proprie spese belliche. Diverse inchieste giornalistiche, dal manifesto a testate di settore, hanno ricostruito come BlackRock figuri tra i principali investitori istituzionali in gruppi come Lockheed Martin, Raytheon (RTX), Boeing e Caterpillar, tutte società coinvolte, a vario titolo, nella fornitura di armamenti e mezzi impiegati nei conflitti in corso in Medio Oriente, Palestina e Libano.

Sul fronte della sorveglianza, un report del 2022 dell'organizzazione Corporate Accountability ha segnalato la presenza di BlackRock tra gli azionisti di Axon Enterprise, fornitore di tecnologie di sorveglianza e armamento non letale per le forze di polizia, mentre inchieste giornalistiche internazionali hanno più volte evidenziato le partecipazioni del gestore in colossi tecnologici impegnati nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, analisi dati e riconoscimento facciale utilizzati anche in contesti di controllo di massa e di conflitto. Il rapporto “Don't Bank on the Bomb”, che monitora i finanziatori dell'industria delle armi nucleari a livello globale, colloca stabilmente BlackRock tra i principali investitori istituzionali del comparto, con partecipazioni per centinaia di miliardi di dollari complessivi nel settore.

Questo è il punto che nessuna informativa aziendale sul TFR riporterà mai ai neoassunti: aderendo, anche solo per inerzia, al meccanismo del silenzio-assenso, una quota del proprio salario differito può finire, attraverso passaggi di gestione indiretti, ma documentati, in un ecosistema finanziario che lucra anche su armamenti, conflitti e sorveglianza di massa. Non è un'opinione: è ciò che emerge incrociando la composizione azionaria pubblica di questi gestori con le inchieste indipendenti citate.

Tutto questo si innesta su un disegno più ampio, denunciato da decenni dal nostro sindacato: lo smantellamento progressivo della previdenza pubblica solidale e a ripartizione, sostituita con un sistema contributivo che già oggi promette pensioni sempre più povere, per spingere i lavoratori verso la previdenza integrativa privata come unica via di salvezza.

Prima si tagliano le pensioni pubbliche, poi si propone come soluzione un sistema che trasforma un diritto certo – il TFR, rivalutato per legge – in un capitale esposto al rischio dei mercati finanziari, ai costi di gestione, alle commissioni, alle crisi cicliche delle borse mondiali.

Il TFR lasciato in azienda matura una rivalutazione certa per legge (1,5% fisso più il 75% dell'inflazione ISTAT). I fondi pensione, al contrario, non garantiscono alcun rendimento: si sa quanto si versa, non si sa quanto si percepirà. Le crisi finanziarie del passato, dal crollo dei mercati nel 2008 alle turbolenze più recenti, hanno mostrato comparti azionari dei principali fondi negoziali italiani in territorio negativo anche a doppia cifra in singole annualità, mentre il TFR tradizionale continuava a rivalutarsi secondo i parametri di legge. È la dimostrazione plastica di chi corre il rischio e di chi, invece, incassa comunque le commissioni: i gestori finanziari e, indirettamente, l'apparato che attorno a questi fondi si è costruito.

USB rivendica chiaramente:

  • NO all'adesione automatica e al silenzio-assenso: ogni lavoratore deve scegliere in modo libero, informato e consapevole, con tempi adeguati e non sotto pressione nei primi giorni di lavoro.
  • Trasparenza totale sulla composizione dei portafogli dei fondi pensione negoziali: i lavoratori hanno il diritto di sapere esattamente dove vengono investiti i propri soldi.
  • Fine del conflitto d'interesse strutturale tra contrattazione collettiva e governance dei fondi pensione: chi siede nei CdA non può essere lo stesso soggetto che negozia l'automatismo di adesione.
  • Difesa e rilancio della previdenza pubblica, solidale e a ripartizione, come unica vera garanzia contro la povertà pensionistica, contro la logica che scarica sui lavoratori il rischio dei mercati finanziari.
  • Esclusione esplicita, nei criteri di investimento dei fondi pensione, di qualsiasi esposizione verso società operanti nel settore degli armamenti, della sorveglianza di massa e dei conflitti in corso, a partire da Palestina e Libano.

Il salario differito è nostro: non si tocca, non si gioca in borsa, non si automatizza.

USB Lavoro Privato

Fonte

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