Non tutti erano convinti, solo tre giorni fa, che la strategia statunitense nel condurre la guerra contro l’Iran – tutta incentrata sulla superiorità aerea, evitando così rischi e perdite di una “discesa sulla terra” – stesse incontrando i propri limiti.
Se quelli in senso lato “politici” sono infatti connaturati a questo tipo di strategia (bombardando si può distruggere molto, ma non si costruisce un “regime amico”, se mancano le sue basi all’interno del paese attaccato), il raggiungimento dei limiti propriamente militari sembravano solo una speranza degli “anti-americani militanti”.
Anche la decisione di Trump, venerdì, di sospendere le operazioni dopo 13 giorni consecutivi veniva in quel caso letta come “una pausa per dare spazio ai tentativi dei negoziatori” – Pakistan e Qatar – dentro un continuum ormai consolidato di “pressione” militare per raggiungere obiettivi migliori al tavolo delle trattative.
Poi arriva il New York Times a rivelare che al Pentagono hanno rifatto i conti, scoprendo che le scorte di Patriot ed altri missili antimissile – il cuore della difesa aerea contemporanea di alto livello – si stavano riducendo al livello di guardia. Perché l’Iran non possiede certamente un’aviazione competitiva, ma dispone di missili e droni in quantità insospettata. E anche di buona qualità, nonostante la loro produzione sia notevolmente meno costosa dei mezzi che dovrebbero contrastarli.
Perciò il capo di stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, “ha avvertito in privato il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Trump che una carenza di intercettori per la difesa aerea potrebbe ostacolare la capacità di proteggere le forze statunitensi e gli alleati nella regione”.
Poi anche il sito Axios, col solito (ex?) agente del Mossad, Barak Ravid, certifica che “il comandante militare statunitense di più alto grado in Medio Oriente, l’ammiraglio Brad Cooper, ha raccomandato di interrompere la campagna di bombardamenti intorno allo Stretto di Hormuz perché ha raggiunto il limite della sua efficacia”.
Praticamente, è stato bombardato tutto il bombardabile intorno a Hormuz, ma gli effetti sono stati molto inferiori alle attese (gran parte della capacità militare, industriale e logistica iraniana è sottoterra; anzi sotto decine – o più – metri di roccia).
Aggiungiamo – perché è comprovato sia da rivelazioni giornalistiche che da ammissioni del Pentagono – che la rete dei radar Usa sparsi per il Golfo e aree limitrofe è stata pesantemente danneggiata dai ripetuti ed intensi attacchi di Teheran, diminuendo di parecchio la “capacità di tracciamento” degli attacchi in corso, e che per ogni missile e drone abbattuto se ne vanno da due a sei missili intercettori; che gli ultimi modelli iraniani, come i Kheibar Shekan, hanno la testata “guidabile” anche dopo essersi separata dal vettore – complicando così di molto il calcolo delle possibili traiettorie e aumentando la loro imprevedibilità –, nonché l’alto costo di produzione dei Patriot e la lentezza del loro processo produttivo, ed ecco che l’impensabile – l’America che resta a corto, o quasi, di munizioni – diventa un fatto concreto.
Intendiamoci. C’è molto “quasi”, in questa scarsità. Se l’Iran fosse l’unico fronte di guerra in cui gli Usa sono impegnati, probabilmente ci sarebbe ancora un margine ampio, tale da consentire magari anche la tanto sperata (da Tel Aviv, soprattutto) “escalation”.
Ma l’Ucraina è un pozzo senza fondo di richieste per mezzi dello stesso tipo, anzi se possibile anche più avanzati, perché tra missili balistici e ipersonici russi la difesa antiaerea è ormai un colabrodo.
Per gli Usa, però, in una prospettiva di medio termine, il fronte del Pacifico è anche più importante, e restare “a corto di munizioni” davanti alla Cina e/o alla Russia (per non dire della Corea del Nord) non è un rischio da correre.
Ne sembrano profondamente consapevoli proprio a Kiev, che hanno preso di mira nel Mar Caspio – secondo la loro rivendicazione – “una nave russa che portava armi in Iran”. Si è rivelata invece una nave iraniana e Teheran ha immediatamente convocato i rappresentanti diplomatici della junta neonazista, prospettando conseguenze spiacevoli perché un attacco ingiustificabile come questo “non resterà senza risposta”.
Le minacce reciproche stanno in questi giorni sostituendo lo scambio di missili e bombe, in attesa della visita di Netanyahu a Washington, domani (forse anche per evitare New York, dove Mamdani continua a prospettare il suo eventuale arresto), da cui potrebbe venir fuori qualcosa di più chiaro e indubbiamente preoccupante.
“Credo che se gli americani cadranno ancora una volta nella trappola degli sionisti, o si allineeranno a loro, e insisteranno nel continuare la guerra, in particolare con i raid aerei, geograficamente questa si espanderà ulteriormente”, ha dichiarato il portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia alla televisione di stato.
E uno spazio è stato riservato anche ai britannici, che dovrebbero ospitare l’ennesima convention di “volenterosi” teoricamente pronti a immolarsi per Hormuz... “dopo che i combattimenti saranno finiti”. “Recentemente, i bombardieri B-1 statunitensi hanno utilizzato aeroporti britannici per attaccare l’Iran. Qualsiasi Paese, che si tratti del Regno Unito, dei Paesi del Golfo Persico o di altri, sarà il nostro obiettivo legittimo se sosterrà gli Stati Uniti nella guerra”, ha dichiarato infatti il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, Hossein Mohebi.
L’allargamento della guerra, insomma – vista la somma di mosse russe, ucraine, europee, ecc. – è una prospettiva meno irrealistica di quanto si pensi. A meno che gli Usa, dopo aver giocato come un elefante in cristalleria (fare guerra nel Golfo persico, come si è visto, mette in crisi tutta l’economia mondiale), non reagiscano in modo finalmente razionale alle proprie stesse difficoltà – “scarsità di munizioni” – riattivando la trattativa che potrebbe portare a un accordo per loro comunque sfavorevole.
Nel frattempo una petroliera che si era fidata della “copertura” statunitense è finita in fiamme nello Stretto di Hormuz. Gli iraniani non hanno neanche dovuto sparare un drone o un missile. È finita da sola su una mina posata in un tratto “sconsigliato”. Prima dell’attacco israelo-americano non sarebbe successo...
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento