I governi in difficoltà sono pericolosi perché cercano ossessivamente un appiglio in grado di distrarre la popolazione. Quello in carica è tra i peggiori, in questo sport, perché palesemente non gli funziona più nulla.
L’elenco è infinito (guerra, inflazione, bollette, carburanti, treni che non partono né arrivano più, salari di merda e lavoretti da schiavi, ecc.), e persino nelle vicende che riguardano soltanto gli affari loro – vedi la legge elettorale – riescono a fare figure da squali che si mordono reciprocamente.
Una via classica è prendere un fatto di cronaca, eleggerlo ad alfa e omega di una visione del mondo, e giocare la carta del forcaiolismo, se possibile con qualche venatura razzista.
Ma anche fare i forcaioli è diventato complicato, perché devono sostenere contemporaneamente il diritto all’omicidio per vendetta e il rispetto della legalità che vale, utilizzando il gergo tajanesco, “fino ad un certo punto”. Se poi non si trova bell’e pronto un immigrato borderline, allora bisogna arrampicarsi sugli specchi.
Per capirci, abbiamo negli stessi giorni diversi casi illuminanti.
Per il crollo del Ponte Morandi e i 43 morti che ha determinato, per l’assenza di manutenzione anche in presenza di degrado delle strutture portanti, l‘ex ad di Autostrade (allora in concessione a Benetton) Giovanni Castellucci è stato condannato a 12 anni e altri dirigenti a pene ancora minori.
Responsabilità oggettiva, si dice, ma non è che li hanno uccisi materialmente loro... Un po’ di comprensione ci vuole, no? In fondo erano dei manager di successo, risparmiavano sulle riparazioni per far crescere i profitti... Chi non farebbe lo stesso?
Invece Alfredo Cospito, per un petardone fatto esplodere in un cassonetto che, forse, non ha ferito neanche i topi in cerca di cibo, è stato condannato prima all’ergastolo e poi a 23 anni, da scontare in 41 bis. Coerente, no?
Difficile fare i forcaioli “legge e ordine” e pretendere l’assoluzione completa dei propri “eroi”, ma ci provano lo stesso.
La condanna a Mario Roggero, gioielliere cuneese che ha ucciso due rapinatori dopo che si erano già allontanati dal suo negozio, è sembrata l’occasione giusta per parlar d’altro facendo finta di volere una “giustizia giusta”, ma che non passi dalle aule di un tribunale. Da giustizieri della notte, magari...
Gli argomenti usati sono diversi e vanno smontati uno per uno.
Il primo fa appello all’empatia con un “povero vecchio, un nonno, con figli e nipoti” (Salvini dixit), tacendo dei due morti e un ferito lasciati per strada. Se venisse chiesta contemporaneamente la liberazione di tutti gli ultrasettantenni chiusi nelle galere si potrebbe persino ritenerlo giusto. Ma perché uno solo sì e tutti gli altri, a cominciare magari da chi non ha ammazzato nessuno, no?
Il più abusato è però quello per cui, avendo subito una rapina e visto minacciare anche sua moglie, Roggero sarebbe stato preso da un raptus in fondo comprensibile.
I giudici di tre tribunali diversi, per i tre gradi di giudizio, hanno in effetti accolto tutti questa “attenuante” prevista dalla legge, comminando 14 anni di carcere invece dell’ergastolo o 30 anni.
Ma l’analisi del video del post-rapina mostra Roggero che spara e insegue i tre rapinatori, con una mira eccellente per un uomo anziano “sotto stress emotivo” (due morti e un ferito con soli cinque colpi), prende uno di loro persino a calci in testa dopo averli ridotto in fin di vita. Era sempre in preda al raptus, dicono...
Ma lo si vede anche entrare nell’auto abbandonata dai rapinatori, prendere il sacchetto col bottino e tornare verso il negozio. Poi si ferma, torna indietro e rimette il sacchetto dove lo aveva trovato.
Quelli che sanno di legge dicono che ha manipolato due volte “la scena del delitto”. E lo ha fatto perché deve aver pensato, con una notevole freddezza, che senza quel sacchetto nell’auto qualcuno avrebbe potuto dubitare che la rapina ci fosse stata.
Se si riesce a pensare una cosa del genere si stanno calcolando i costi e i benefici nel sicuro processo che ci sarà dopo. Perché due morti sono lì per terra, per mano tua e della tua pistola. Niente raptus, insomma...
Il terzo argomento chiama in causa la legge che regola la “legittima difesa”, la cui ultima versione è stata opera proprio della Lega e degli altri che avrebbero voluto, per questo solo caso, l’assoluzione piena.
Quella legge dice, prudentemente, che per definire la difesa “legittima” – e quindi non punibile – deve esserci un “pericolo attuale” e la difesa deve essere “necessaria e proporzionata”. Unità di tempo e di luogo, proporzione tra danno ricevuto e quello provocato (la morte, in questo caso). Altrimenti chiunque può sparacchiare in giro dicendo di essersi sentito in pericolo per un insulto o qualche giorno prima...
Tradotto: se Roggero avesse usato l’arma dentro il negozio, sotto la minaccia delle pistole dei rapinatori (che erano “giocattolo”, ma non poteva ovviamente saperlo), l’assoluzione sarebbe stata sicura e anche “giusta”.
Ma se spari dopo, quando gli aggressori sono ormai in fuga, in un altro ambiente, il pericolo non c’è più. E neanche la “difesa necessaria e proporzionata”. Bastava la denuncia e, grazie alle telecamere, sarebbero stati certamente individuati e arrestati, venendo poi condannati in proporzione al reato (rapina a mano armata, da 6 a 20 anni).
Il “momento” e il luogo della reazione sono insomma decisivi. Facciamo un esempio semplice: se tamponi un’altra auto, sei nel torto (come i rapinatori), e quindi devi pagare i danni. Ma se l’altro guidatore esce dalla macchina col cric in mano e comincia a tempestare di colpi te e la tua auto, mandandoti all’ospedale, allora deve pagare anche lui. Indipendentemente dallo “shock emotivo” subito perché magari era appena uscito tutto orgoglioso dal concessionario.
Altro argomento, che invece indichiamo noi. Il signor Roggero nel 2005 si presentò di notte a casa dell’allora fidanzato della figlia, lo colpì e minacciò con una pistola sia lui che i suoi genitori. Se avessero avuto anche loro una pistola avrebbero potuto “legittimamente” farlo fuori finché era in casa, ma per fortuna (loro) non è accaduto.
Per quella vicenda Roggero fu condannato per lesioni e minaccia a mano armata e gli fu ritirato il porto d’armi.
Lasciamo perdere il suo carattere iracondo o una certa propensione all’uso della violenza, e facciamo la domanda più banale: se non aveva più il porto d’armi, a che titolo possedeva una pistola? Non ci sono altri “permessi” legali...
Si potrebbe andare avanti, ma non serve.
Tutta la discussione su questo caso di cronaca è falsata dall’inizio. Tra quelli che gridano alla “grazia per Roggero”, immaginando già di candidarlo alle elezioni, non gliene frega niente di avere una “giustizia giusta” o qualsiasi altra cosa utile.
Quel che conta è soltanto poter agitare qualcosa che non faccia pensare all’infinita lista dei problemi veri di ogni persona che vive in questo paese senza essere “abboffata di soldi”.
Manca ormai qualsiasi “terreno comune”, fatto di concetti e valori riconosciuti. Conta solo il “mi è utile” o “mi viene contro”. Stanno “performando” una cultura che prevede l’arbitrio e la libertà per se stessi, “legge e ordine” per tutti gli altri, a seconda di chi sono. Un mondo dove i proprietari – commercianti, imprenditori, manager, ecc. – possono fare quel che gli pare, anche sparare per uccidere, e nessuno deve giudicarli. Anzi, bisogna identificarsi con loro, anche e soprattutto se non si ha quasi nulla...
Le premesse logiche di ogni guerra, insomma. Civile o generale che sia.
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