I governi in difficoltà sono pericolosi perché cercano ossessivamente un appiglio in grado di distrarre la popolazione. Quello in carica è tra i peggiori, in questo sport, perché palesemente non gli funziona più nulla.
L’elenco è infinito (guerra, inflazione, bollette, carburanti, treni che non partono né arrivano più, salari di merda e lavoretti da schiavi, ecc.), e persino nelle vicende che riguardano soltanto gli affari loro – vedi la legge elettorale – riescono a fare figure da squali che si mordono reciprocamente.
Una via classica è prendere un fatto di cronaca, eleggerlo ad alfa e omega di una visione del mondo, e giocare la carta del forcaiolismo, se possibile con qualche venatura razzista.
Ma anche fare i forcaioli è diventato complicato, perché devono sostenere contemporaneamente il diritto all’omicidio per vendetta e il rispetto della legalità che vale, utilizzando il gergo tajanesco, “fino ad un certo punto”. Se poi non si trova bell’e pronto un immigrato borderline, allora bisogna arrampicarsi sugli specchi.
Per capirci, abbiamo negli stessi giorni diversi casi illuminanti.
Per il crollo del Ponte Morandi e i 43 morti che ha determinato, per l’assenza di manutenzione anche in presenza di degrado delle strutture portanti, l‘ex ad di Autostrade (allora in concessione a Benetton) Giovanni Castellucci è stato condannato a 12 anni e altri dirigenti a pene ancora minori.
Responsabilità oggettiva, si dice, ma non è che li hanno uccisi materialmente loro... Un po’ di comprensione ci vuole, no? In fondo erano dei manager di successo, risparmiavano sulle riparazioni per far crescere i profitti... Chi non farebbe lo stesso?
Invece Alfredo Cospito, per un petardone fatto esplodere in un cassonetto che, forse, non ha ferito neanche i topi in cerca di cibo, è stato condannato prima all’ergastolo e poi a 23 anni, da scontare in 41 bis. Coerente, no?
Difficile fare i forcaioli “legge e ordine” e pretendere l’assoluzione completa dei propri “eroi”, ma ci provano lo stesso.
La condanna a Mario Roggero, gioielliere cuneese che ha ucciso due rapinatori dopo che si erano già allontanati dal suo negozio, è sembrata l’occasione giusta per parlar d’altro facendo finta di volere una “giustizia giusta”, ma che non passi dalle aule di un tribunale. Da giustizieri della notte, magari...
Gli argomenti usati sono diversi e vanno smontati uno per uno.
Il primo fa appello all’empatia con un “povero vecchio, un nonno, con figli e nipoti” (Salvini dixit), tacendo dei due morti e un ferito lasciati per strada. Se venisse chiesta contemporaneamente la liberazione di tutti gli ultrasettantenni chiusi nelle galere si potrebbe persino ritenerlo giusto. Ma perché uno solo sì e tutti gli altri, a cominciare magari da chi non ha ammazzato nessuno, no?
Il più abusato è però quello per cui, avendo subito una rapina e visto minacciare anche sua moglie, Roggero sarebbe stato preso da un raptus in fondo comprensibile.
I giudici di tre tribunali diversi, per i tre gradi di giudizio, hanno in effetti accolto tutti questa “attenuante” prevista dalla legge, comminando 14 anni di carcere invece dell’ergastolo o 30 anni.
Ma l’analisi del video del post-rapina mostra Roggero che spara e insegue i tre rapinatori, con una mira eccellente per un uomo anziano “sotto stress emotivo” (due morti e un ferito con soli cinque colpi), prende uno di loro persino a calci in testa dopo averli ridotto in fin di vita. Era sempre in preda al raptus, dicono...
Ma lo si vede anche entrare nell’auto abbandonata dai rapinatori, prendere il sacchetto col bottino e tornare verso il negozio. Poi si ferma, torna indietro e rimette il sacchetto dove lo aveva trovato.
Quelli che sanno di legge dicono che ha manipolato due volte “la scena del delitto”. E lo ha fatto perché deve aver pensato, con una notevole freddezza, che senza quel sacchetto nell’auto qualcuno avrebbe potuto dubitare che la rapina ci fosse stata.
Se si riesce a pensare una cosa del genere si stanno calcolando i costi e i benefici nel sicuro processo che ci sarà dopo. Perché due morti sono lì per terra, per mano tua e della tua pistola. Niente raptus, insomma...
Il terzo argomento chiama in causa la legge che regola la “legittima difesa”, la cui ultima versione è stata opera proprio della Lega e degli altri che avrebbero voluto, per questo solo caso, l’assoluzione piena.
Quella legge dice, prudentemente, che per definire la difesa “legittima” – e quindi non punibile – deve esserci un “pericolo attuale” e la difesa deve essere “necessaria e proporzionata”. Unità di tempo e di luogo, proporzione tra danno ricevuto e quello provocato (la morte, in questo caso). Altrimenti chiunque può sparacchiare in giro dicendo di essersi sentito in pericolo per un insulto o qualche giorno prima...
Tradotto: se Roggero avesse usato l’arma dentro il negozio, sotto la minaccia delle pistole dei rapinatori (che erano “giocattolo”, ma non poteva ovviamente saperlo), l’assoluzione sarebbe stata sicura e anche “giusta”.
Ma se spari dopo, quando gli aggressori sono ormai in fuga, in un altro ambiente, il pericolo non c’è più. E neanche la “difesa necessaria e proporzionata”. Bastava la denuncia e, grazie alle telecamere, sarebbero stati certamente individuati e arrestati, venendo poi condannati in proporzione al reato (rapina a mano armata, da 6 a 20 anni).
Il “momento” e il luogo della reazione sono insomma decisivi. Facciamo un esempio semplice: se tamponi un’altra auto, sei nel torto (come i rapinatori), e quindi devi pagare i danni. Ma se l’altro guidatore esce dalla macchina col cric in mano e comincia a tempestare di colpi te e la tua auto, mandandoti all’ospedale, allora deve pagare anche lui. Indipendentemente dallo “shock emotivo” subito perché magari era appena uscito tutto orgoglioso dal concessionario.
Altro argomento, che invece indichiamo noi. Il signor Roggero nel 2005 si presentò di notte a casa dell’allora fidanzato della figlia, lo colpì e minacciò con una pistola sia lui che i suoi genitori. Se avessero avuto anche loro una pistola avrebbero potuto “legittimamente” farlo fuori finché era in casa, ma per fortuna (loro) non è accaduto.
Per quella vicenda Roggero fu condannato per lesioni e minaccia a mano armata e gli fu ritirato il porto d’armi.
Lasciamo perdere il suo carattere iracondo o una certa propensione all’uso della violenza, e facciamo la domanda più banale: se non aveva più il porto d’armi, a che titolo possedeva una pistola? Non ci sono altri “permessi” legali...
Si potrebbe andare avanti, ma non serve.
Tutta la discussione su questo caso di cronaca è falsata dall’inizio. Tra quelli che gridano alla “grazia per Roggero”, immaginando già di candidarlo alle elezioni, non gliene frega niente di avere una “giustizia giusta” o qualsiasi altra cosa utile.
Quel che conta è soltanto poter agitare qualcosa che non faccia pensare all’infinita lista dei problemi veri di ogni persona che vive in questo paese senza essere “abboffata di soldi”.
Manca ormai qualsiasi “terreno comune”, fatto di concetti e valori riconosciuti. Conta solo il “mi è utile” o “mi viene contro”. Stanno “performando” una cultura che prevede l’arbitrio e la libertà per se stessi, “legge e ordine” per tutti gli altri, a seconda di chi sono. Un mondo dove i proprietari – commercianti, imprenditori, manager, ecc. – possono fare quel che gli pare, anche sparare per uccidere, e nessuno deve giudicarli. Anzi, bisogna identificarsi con loro, anche e soprattutto se non si ha quasi nulla...
Le premesse logiche di ogni guerra, insomma. Civile o generale che sia.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/07/2026
17/06/2020
Chi ha paura “dell’uomo nero”? Carminati esce dal carcere
Partiamo dalla cronaca. Massimo Carminati ha lasciato il carcere di massima sicurezza di Massama, a Oristano, ed è tornato libero. Dopo essere stata rigettata tre volte, da parte della Corte d’Appello, l’istanza di scarcerazione per scadenza dei termini di custodia cautelare, presentata dagli avvocati Cesare Placanica e Francesco Tagliaferri, è stata accolta dal Tribunale della Libertà. Carminati esce dal carcere dopo aver scontato 5 anni e 7 mesi di detenzione, gran parte dei quali in regime di 41 bis.
Carminati si trovava a Massama dal 2017, trasferito dal carcere di Parma.
“Deve ritenersi che in relazione ai due capi di imputazione (capo 2 e 23 del secondo decreto di giudizio immediato) il termine complessivo massimo di custodia cautelare è scaduto, con la conseguenza che va disposta la scarcerazione dell’appellante”, scrivono i giudici. “In definitiva – aggiungono – non può dirsi che nel procedimento in esame siano sospesi i termini di durata della misura cautelare, trattandosi dì procedimento rientrante tra quelli per i quali non opera la sospensione”.
Carminati è stato condannato dal tribunale di Roma come capo di una associazione a delinquere – l’aggravante mafiosa è caduta – che ha condizionato gare d’appalto a Roma tra il 2011 e il 2015, corrompendo imprenditori, funzionari pubblici, esponenti politici.
Passiamo alle considerazioni oggettive su questo caso.
Chi sia, cosa abbia fatto e cosa rappresenti Massimo Carminati non ha bisogno di troppe spiegazioni. La sua storia è nota.
Quante siano le ragioni per le quali non avremmo alcuna indulgenza verso Carminati sono scritte sulle pagine di questo giornale e nella storia del conflitto politico in questo paese da anni. L’antifascismo militante e lo squadrismo neofascista si sono reciprocamente combattuti in una stagione di scontro frontale che non rinunciamo a rivendicare ancora oggi. Per dirla semplice, Carminati e il suo mondo sono un nostro nemico storico.
Ma l’accanimento forcaiolo al quale stiamo assistendo in queste ore contro la scarcerazione di Carminati ci appare insopportabile quanto i fascisti, anzi per molti aspetti, anche se con soggetti diversi, hanno l’identica “cultura politica”.
Una cultura che non c’entra nulla neppure con la sbandierata “civiltà liberale” perché – in tema di giustizia ed espiazione della pena – non rispetta più neanche i fondamenti del diritto borghese.
Per esser chiari. Delle due l’una: o esistono codici e leggi validi erga homnes, oppure ogni individuo viene processato con un codice ad personam, indipendente dai reati effettivamente commessi e per cui si viene giudicati.
A voler essere onesti, occorre riconoscere che molte nuove e vecchie leggi di polizia non vanno lontano da questa logica aberrante, legando misure di restrizione delle libertà al soggetto e non ai reati commessi. Ma questo approccio “creativo” molto spesso, nei tribunali, ha dovuto fare i conti con le leggi ancora esistenti. E in tribunale si deve essere giudicati sulla base dei reati e delle prove che lo dimostrano.
Se le stessi leggi prevedono termini temporali per la custodia cautelare, proporzionati oltretutto alla pena prevista dal codice per i reati in discussione (tempi lunghissimi per i reati gravi, più brevi per quelli “intermedi” e minori), queste leggi non possono essere “sospese” in base alla notorietà mediatica dell’individuo cui si applicano.
Altrimenti si entra in un altro “universo giuridico”, in cui il “fine pena” viene determinato dall’essere “famoso” o meno.
I tre processi su “Mafia Capitale” hanno alla fine escluso la dimensione mafiosa dell’organizzazione certamente criminale di cui Carminati era il dominus riconosciuto (persino da lui!).
E come i nostri lettori ricorderanno, il nostro giornale sin dall’inizio ha sollevato parecchi dubbi sulla possibilità di attribuire il carattere “mafioso” a quella associazione a delinquere.
Non solo. Abbiamo anche denunciato fin da subito come dall’inchiesta su appalti e malaffare a Roma, ossia da “Mafia Capitale” fossero venute fuori solo “petecchie” (poca roba, minuzie…) rispetto a tutto quello su cui si sarebbe dovuto e potuto indagare. E dire che anche quelle minuzie sono state sufficienti a demolire buona parte del sistema politico romano (dal “clan Alemanno” al Partito Democratico), spianando la strada al successivo trionfo dei Cinque Stelle (su cui sarà bene stendere una pietosa lapide).
E ancora. Abbiamo scritto e documentato ampiamente le responsabilità di Carminati nella sua lunga carriera di “uomo nero”, cioè di quella rete di fascisti strettamente connessi con il lavoro sporco del deep state e della criminalità. A partire da quella rapina notturna nella banca del Tribunale di Piazzale Clodio – uno dei palazzi più blindati della Capitale – che poteva essere portata a termine solo con complicità elevate nei vertici militari e per cui furono indagati solo alcuni “carabinieri semplici”.
Abbiamo però quasi l’impressione che il “mondo di sopra” abbia scelto di far concentrare l’attenzione pubblica – soltanto ora – sul solo Carminati, per meglio lasciar lavorare i suoi simili. Sacrificarne uno per salvarne altri cento, insomma.
In definitiva, ci sono tonnellate di motivi per considerare uno come Carminati come un nemico da sempre, a tutti i livelli e senza sconti. Ma, torniamo a ripetere, questa gazzarra forcaiola contro la sua scarcerazione avvenuta sulla base delle leggi esistenti, la troviamo francamente nauseante e irricevibile.
Se non altro perché la vediamo all’opera da decenni contro tanti compagni, ancora prigionieri o precariamente liberi. E non ci basta davvero vedere un fascista nelle stesse condizioni per sentirci “sollevati” o condividere il forcaiolismo di Stato.
Fonte
Carminati si trovava a Massama dal 2017, trasferito dal carcere di Parma.
“Deve ritenersi che in relazione ai due capi di imputazione (capo 2 e 23 del secondo decreto di giudizio immediato) il termine complessivo massimo di custodia cautelare è scaduto, con la conseguenza che va disposta la scarcerazione dell’appellante”, scrivono i giudici. “In definitiva – aggiungono – non può dirsi che nel procedimento in esame siano sospesi i termini di durata della misura cautelare, trattandosi dì procedimento rientrante tra quelli per i quali non opera la sospensione”.
Carminati è stato condannato dal tribunale di Roma come capo di una associazione a delinquere – l’aggravante mafiosa è caduta – che ha condizionato gare d’appalto a Roma tra il 2011 e il 2015, corrompendo imprenditori, funzionari pubblici, esponenti politici.
Passiamo alle considerazioni oggettive su questo caso.
Chi sia, cosa abbia fatto e cosa rappresenti Massimo Carminati non ha bisogno di troppe spiegazioni. La sua storia è nota.
Quante siano le ragioni per le quali non avremmo alcuna indulgenza verso Carminati sono scritte sulle pagine di questo giornale e nella storia del conflitto politico in questo paese da anni. L’antifascismo militante e lo squadrismo neofascista si sono reciprocamente combattuti in una stagione di scontro frontale che non rinunciamo a rivendicare ancora oggi. Per dirla semplice, Carminati e il suo mondo sono un nostro nemico storico.
Ma l’accanimento forcaiolo al quale stiamo assistendo in queste ore contro la scarcerazione di Carminati ci appare insopportabile quanto i fascisti, anzi per molti aspetti, anche se con soggetti diversi, hanno l’identica “cultura politica”.
Una cultura che non c’entra nulla neppure con la sbandierata “civiltà liberale” perché – in tema di giustizia ed espiazione della pena – non rispetta più neanche i fondamenti del diritto borghese.
Per esser chiari. Delle due l’una: o esistono codici e leggi validi erga homnes, oppure ogni individuo viene processato con un codice ad personam, indipendente dai reati effettivamente commessi e per cui si viene giudicati.
A voler essere onesti, occorre riconoscere che molte nuove e vecchie leggi di polizia non vanno lontano da questa logica aberrante, legando misure di restrizione delle libertà al soggetto e non ai reati commessi. Ma questo approccio “creativo” molto spesso, nei tribunali, ha dovuto fare i conti con le leggi ancora esistenti. E in tribunale si deve essere giudicati sulla base dei reati e delle prove che lo dimostrano.
Se le stessi leggi prevedono termini temporali per la custodia cautelare, proporzionati oltretutto alla pena prevista dal codice per i reati in discussione (tempi lunghissimi per i reati gravi, più brevi per quelli “intermedi” e minori), queste leggi non possono essere “sospese” in base alla notorietà mediatica dell’individuo cui si applicano.
Altrimenti si entra in un altro “universo giuridico”, in cui il “fine pena” viene determinato dall’essere “famoso” o meno.
I tre processi su “Mafia Capitale” hanno alla fine escluso la dimensione mafiosa dell’organizzazione certamente criminale di cui Carminati era il dominus riconosciuto (persino da lui!).
E come i nostri lettori ricorderanno, il nostro giornale sin dall’inizio ha sollevato parecchi dubbi sulla possibilità di attribuire il carattere “mafioso” a quella associazione a delinquere.
Non solo. Abbiamo anche denunciato fin da subito come dall’inchiesta su appalti e malaffare a Roma, ossia da “Mafia Capitale” fossero venute fuori solo “petecchie” (poca roba, minuzie…) rispetto a tutto quello su cui si sarebbe dovuto e potuto indagare. E dire che anche quelle minuzie sono state sufficienti a demolire buona parte del sistema politico romano (dal “clan Alemanno” al Partito Democratico), spianando la strada al successivo trionfo dei Cinque Stelle (su cui sarà bene stendere una pietosa lapide).
E ancora. Abbiamo scritto e documentato ampiamente le responsabilità di Carminati nella sua lunga carriera di “uomo nero”, cioè di quella rete di fascisti strettamente connessi con il lavoro sporco del deep state e della criminalità. A partire da quella rapina notturna nella banca del Tribunale di Piazzale Clodio – uno dei palazzi più blindati della Capitale – che poteva essere portata a termine solo con complicità elevate nei vertici militari e per cui furono indagati solo alcuni “carabinieri semplici”.
Abbiamo però quasi l’impressione che il “mondo di sopra” abbia scelto di far concentrare l’attenzione pubblica – soltanto ora – sul solo Carminati, per meglio lasciar lavorare i suoi simili. Sacrificarne uno per salvarne altri cento, insomma.
In definitiva, ci sono tonnellate di motivi per considerare uno come Carminati come un nemico da sempre, a tutti i livelli e senza sconti. Ma, torniamo a ripetere, questa gazzarra forcaiola contro la sua scarcerazione avvenuta sulla base delle leggi esistenti, la troviamo francamente nauseante e irricevibile.
Se non altro perché la vediamo all’opera da decenni contro tanti compagni, ancora prigionieri o precariamente liberi. E non ci basta davvero vedere un fascista nelle stesse condizioni per sentirci “sollevati” o condividere il forcaiolismo di Stato.
Fonte
02/03/2020
Ucciso per un Rolex
“Devastato il pronto soccorso dell’Ospedale Pellegrini a Montesanto. I medici in prima linea. L’Asl indignata, Napoli come Baghdad. Scontri a fuoco tra baby gang”.
È arrivata così di primo mattino, nel segno della confusione e del dirottamento dell’attenzione, la notizia della morte di Ugo Russo, appena quindici anni, ucciso da un carabiniere fuori servizio di stanza a Bologna dopo il tentativo di rapinargli il Rolex che portava al polso.
Una storia in cui è fondamentale mettere in fila quello che sappiamo finora.
Perché quando a Napoli un giovanissimo sottoproletario viene ucciso e a sparare è un membro delle forze dell’ordine si attivano dispositivi narrativi e mediatici, riflessioni sociologiche, antropologiche, politiche più o meno sincere, più o meno esotiche, più o meno lucide che però vengono spesso utilizzate per defocalizzare i fatti e per sviare le responsabilità. Il primo di questi meccanismi è ovviamente la demonizzazione della vittima e del suo ambiente. È successo così in tante altre situazioni, è successo così per Davide Bifolco e Mario Castellano, entrambi uccisi a 17 anni. Storie diverse stessi registri.
Questa volta però Ugo Russo è proprio un “ragazzo cattivo”, non sta semplicemente viaggiando in tre sul motorino come Davide, non ha mancato di fermarsi a un posto di blocco come Mario. Nella notte tra il 29 febbraio e il 1 marzo Ugo Russo è sceso di casa per tentare una rapina. E allora, sottintende il coro del giustizialismo trionfante, “se l’è cercata”.
La scena ha luogo in via Orsini a Chiaia, una strada che scorre parallela a via Santa Lucia, tra la sede della regione Campania e il lungomare. Ugo è in sella a uno scooter con un amico che risulterà essere anche lui minorenne. Hanno avvistato una Mercedes con a bordo una coppia. L’uomo alla guida ha un rolex al polso. È un carabiniere in licenza, di servizio a Bologna. Della sua identità al momento non conosciamo altro, a differenza del ragazzo ucciso. Un classico anche questo.
A questo punto la scena si fa più confusa. Il primo comunicato dei carabinieri è francamente poco plausibile. Il militare sarebbe stato minacciato con la pistola alla tempia, ma con sprezzo del pericolo prima intima “alt sono un carabiniere” poi impugna l’arma d’ordinanza e spara, una, due, almeno tre volte.
Di certo sappiamo che non è stato un “conflitto a fuoco” come riportavano inizialmente le cronache. Anche perchè Ugo e il suo amico una pistola vera non ce l’hanno. Impugnano una scacciacani o proprio un giocattolo, non si è ancora capito con precisione. Spara solo il carabiniere in vacanza armata. Ripetutamente. Due colpi di pistola raggiungono Ugo, uno al torace e un altro alla “testa”. Ma poi tutte le testimonianze successive, a partire da chi ha visto il cadavere, ricollocano con più precisione il secondo colpo “tra il collo e la nuca”.
Quindi almeno questo proiettile sarebbe stato chiaramente sparato mentre Ugo è di spalle. “Ugo è stato giustiziato mentre cercava di scappare, altro che legittima difesa, è stata un’esecuzione”, denuncia il padre, la cui delegittimazione mediatica, avendo qualche precedente penale, è già cominciata.
Una versione supportata dall’avvocato di parte civile che racconta una scena in cui il carabiniere non si sarebbe qualificato, avrebbe finto di slacciarsi il Rolex per impugnare l’arma d’ordinanza e sparare una prima volta, sbalzando i ragazzi dalla moto. A quel punto Ugo ha cercato di scappare ma viene puntato e colpito dalle spalle sotto la testa. Si sente anche un terzo colpo, andato presumibilmente a vuoto.
È probabile che la versione dell’avvocato collimi con quella dell’unico testimone oculare al momento, l’altro ragazzo dello scooter. E anche per lui le versioni divergono. I carabinieri sostengono che è stato rincorso e fermato. I familiari affermano che invece si è recato spontaneamente in caserma. Sta di fatto che dopo l’interrogatorio viene rilasciato. E poi fermato di nuovo in serata su mandato della Procura. Che ha affidato le indagini sul carabiniere ai carabinieri, perché la minima misura di buon senso di non affidare le indagini su un membro delle forze dell’ordine al suo stesso corpo è ritenuta un “segnale di sfiducia nelle Istituzioni”.
L’autopsia dovrebbe chiarire, si spera, la dinamica degli spari. E anche le tante telecamere di zona che già svelarono la dinamica dell’aggressione a un ambulante pakistano da parte di un gruppo di giovanissimi. In particolare le telecamere poste proprio sulla Regione Campania che “illuminano” quasi tutta via Orsini. Per il momento il carabiniere è indagato per “eccesso di legittima difesa”, solo “un atto dovuto” precisano dall’Arma, ma anche il minimo sindacale.
Se ha sparato alle spalle, mirando alla nuca di un ragazzo che fugge, in teoria il capo d’imputazione dovrebbe essere ben altro. A meno che, come per l’omicidio di Davide Bifolco, non arrivi l’ennesimo “inciampo” a spiegare i colpi mortali.
Di sicuro sulla strada resta la vita di un ragazzo di quindici anni. Ugo Russo è raccontato dai conoscenti come un giovane riservato. L’opinione pubblica lo ha già giudicato e forse si meraviglierebbe di scoprire che non passava il suo tempo a organizzare rapine. Ha lasciato la scuola o se volete la scuola lo ha mollato come succede a tanti ragazzi meridionali. Si divideva tra l’attività di garzone di un’ortofrutta alla Pignasecca e altri lavori da manovale. Paghe da fame per lavori in nero. E un corso professionalizzante come pizzaiolo ancora agli inizi. Un po’ di trap per passare il sabato sera e poi l’adolescenza, questa fase della vita sconosciuta.
I suoi abitano sulle scalette che scendono giù da vico Paradiso, tra Montesanto e i Quartieri Spagnoli.
Un’area in piena trasformazione dove il dilagare dei B&B contende in maniera sempre più aggressiva gli spazi di sopravvivenza ai ceti popolari. A poche decine di metri da casa sua, in vico Don Minzoni, l’anno scorso una famiglia si fece saltare in aria a causa dello sfratto subito da un multiproprietario con centinaia di appartamenti.
I social non sanno praticamente niente di Ugo e della sua famiglia eppure la maggioranza ribolle di un giustizialismo da pistoleri. Tutti i dati sulla microcriminalità sono in calo, ma viviamo nell’era della dittatura della percezione e allora Ugo incarna le paure di una ex città porosa che non ha mai smesso di razzializzare la sua parte di sotto.
Molto diverso il clima nel quartiere dove la conoscenza diretta fa la differenza.
Lo Spartak San Gennaro, squadra di calcio popolare di bambini e giovanissimi che si è aggregata intorno all’esperienza dello “Sgarrupato” di Montesanto scrive:
Napoli, 2 marzo, 2020
Fonte
È arrivata così di primo mattino, nel segno della confusione e del dirottamento dell’attenzione, la notizia della morte di Ugo Russo, appena quindici anni, ucciso da un carabiniere fuori servizio di stanza a Bologna dopo il tentativo di rapinargli il Rolex che portava al polso.
Una storia in cui è fondamentale mettere in fila quello che sappiamo finora.
Perché quando a Napoli un giovanissimo sottoproletario viene ucciso e a sparare è un membro delle forze dell’ordine si attivano dispositivi narrativi e mediatici, riflessioni sociologiche, antropologiche, politiche più o meno sincere, più o meno esotiche, più o meno lucide che però vengono spesso utilizzate per defocalizzare i fatti e per sviare le responsabilità. Il primo di questi meccanismi è ovviamente la demonizzazione della vittima e del suo ambiente. È successo così in tante altre situazioni, è successo così per Davide Bifolco e Mario Castellano, entrambi uccisi a 17 anni. Storie diverse stessi registri.
Questa volta però Ugo Russo è proprio un “ragazzo cattivo”, non sta semplicemente viaggiando in tre sul motorino come Davide, non ha mancato di fermarsi a un posto di blocco come Mario. Nella notte tra il 29 febbraio e il 1 marzo Ugo Russo è sceso di casa per tentare una rapina. E allora, sottintende il coro del giustizialismo trionfante, “se l’è cercata”.
La scena ha luogo in via Orsini a Chiaia, una strada che scorre parallela a via Santa Lucia, tra la sede della regione Campania e il lungomare. Ugo è in sella a uno scooter con un amico che risulterà essere anche lui minorenne. Hanno avvistato una Mercedes con a bordo una coppia. L’uomo alla guida ha un rolex al polso. È un carabiniere in licenza, di servizio a Bologna. Della sua identità al momento non conosciamo altro, a differenza del ragazzo ucciso. Un classico anche questo.
A questo punto la scena si fa più confusa. Il primo comunicato dei carabinieri è francamente poco plausibile. Il militare sarebbe stato minacciato con la pistola alla tempia, ma con sprezzo del pericolo prima intima “alt sono un carabiniere” poi impugna l’arma d’ordinanza e spara, una, due, almeno tre volte.
Di certo sappiamo che non è stato un “conflitto a fuoco” come riportavano inizialmente le cronache. Anche perchè Ugo e il suo amico una pistola vera non ce l’hanno. Impugnano una scacciacani o proprio un giocattolo, non si è ancora capito con precisione. Spara solo il carabiniere in vacanza armata. Ripetutamente. Due colpi di pistola raggiungono Ugo, uno al torace e un altro alla “testa”. Ma poi tutte le testimonianze successive, a partire da chi ha visto il cadavere, ricollocano con più precisione il secondo colpo “tra il collo e la nuca”.
Quindi almeno questo proiettile sarebbe stato chiaramente sparato mentre Ugo è di spalle. “Ugo è stato giustiziato mentre cercava di scappare, altro che legittima difesa, è stata un’esecuzione”, denuncia il padre, la cui delegittimazione mediatica, avendo qualche precedente penale, è già cominciata.
Una versione supportata dall’avvocato di parte civile che racconta una scena in cui il carabiniere non si sarebbe qualificato, avrebbe finto di slacciarsi il Rolex per impugnare l’arma d’ordinanza e sparare una prima volta, sbalzando i ragazzi dalla moto. A quel punto Ugo ha cercato di scappare ma viene puntato e colpito dalle spalle sotto la testa. Si sente anche un terzo colpo, andato presumibilmente a vuoto.
È probabile che la versione dell’avvocato collimi con quella dell’unico testimone oculare al momento, l’altro ragazzo dello scooter. E anche per lui le versioni divergono. I carabinieri sostengono che è stato rincorso e fermato. I familiari affermano che invece si è recato spontaneamente in caserma. Sta di fatto che dopo l’interrogatorio viene rilasciato. E poi fermato di nuovo in serata su mandato della Procura. Che ha affidato le indagini sul carabiniere ai carabinieri, perché la minima misura di buon senso di non affidare le indagini su un membro delle forze dell’ordine al suo stesso corpo è ritenuta un “segnale di sfiducia nelle Istituzioni”.
L’autopsia dovrebbe chiarire, si spera, la dinamica degli spari. E anche le tante telecamere di zona che già svelarono la dinamica dell’aggressione a un ambulante pakistano da parte di un gruppo di giovanissimi. In particolare le telecamere poste proprio sulla Regione Campania che “illuminano” quasi tutta via Orsini. Per il momento il carabiniere è indagato per “eccesso di legittima difesa”, solo “un atto dovuto” precisano dall’Arma, ma anche il minimo sindacale.
Se ha sparato alle spalle, mirando alla nuca di un ragazzo che fugge, in teoria il capo d’imputazione dovrebbe essere ben altro. A meno che, come per l’omicidio di Davide Bifolco, non arrivi l’ennesimo “inciampo” a spiegare i colpi mortali.
Di sicuro sulla strada resta la vita di un ragazzo di quindici anni. Ugo Russo è raccontato dai conoscenti come un giovane riservato. L’opinione pubblica lo ha già giudicato e forse si meraviglierebbe di scoprire che non passava il suo tempo a organizzare rapine. Ha lasciato la scuola o se volete la scuola lo ha mollato come succede a tanti ragazzi meridionali. Si divideva tra l’attività di garzone di un’ortofrutta alla Pignasecca e altri lavori da manovale. Paghe da fame per lavori in nero. E un corso professionalizzante come pizzaiolo ancora agli inizi. Un po’ di trap per passare il sabato sera e poi l’adolescenza, questa fase della vita sconosciuta.
I suoi abitano sulle scalette che scendono giù da vico Paradiso, tra Montesanto e i Quartieri Spagnoli.
Un’area in piena trasformazione dove il dilagare dei B&B contende in maniera sempre più aggressiva gli spazi di sopravvivenza ai ceti popolari. A poche decine di metri da casa sua, in vico Don Minzoni, l’anno scorso una famiglia si fece saltare in aria a causa dello sfratto subito da un multiproprietario con centinaia di appartamenti.
I social non sanno praticamente niente di Ugo e della sua famiglia eppure la maggioranza ribolle di un giustizialismo da pistoleri. Tutti i dati sulla microcriminalità sono in calo, ma viviamo nell’era della dittatura della percezione e allora Ugo incarna le paure di una ex città porosa che non ha mai smesso di razzializzare la sua parte di sotto.
Molto diverso il clima nel quartiere dove la conoscenza diretta fa la differenza.
Lo Spartak San Gennaro, squadra di calcio popolare di bambini e giovanissimi che si è aggregata intorno all’esperienza dello “Sgarrupato” di Montesanto scrive:
“Stamattina, come ogni domenica, ci siamo svegliati carichi per andare con i nostri ragazzi sui campi di calcio per vivere e far vivere a loro una bella giornata di sport. Invece, appena scesi da casa, siamo rimasti attoniti e sbigottiti di fronte all’ennesima tragedia che ha colpito un ragazzo del nostro quartiere. Ugo, un ragazzo di 15 anni, conosciuto da molti ragazzi della nostra squadra, viene ammazzato da un carabiniere dopo il tentativo di una rapina. Dalle notizie che emergono di ora in ora sembra che Ugo abbia ricevuto anche un colpo alla nuca, mentre scappava... Era un ragazzo Ugo, e ieri sera voleva vincere la vita con una pistola giocattolo. Era un ragazzo come tanti Ugo, uno come quelli con i quali ci confrontiamo ogni giorno, nelle scuole di quartiere, sui campi di calcio. Era un ragazzo Ugo, uno di quegli scugnizzi che alleniamo a prendere a calci un pallone invece che la propria vita, uno di quei ragazzi ai quali cerchiamo di cambiare il futuro, sperando che non vadano in giro a fare guai, ma che non diventino nemmeno sceriffi che si sentono nel far west.In attesa che alle riflessioni sociologiche e antropologiche sui mali di Napoli si affianchino magari quelle sui pistoleri in servizio attivo nelle forze dell’ordine e sul loro esercito di fan una domanda resta in sospeso: quanto vale la vita di Ugo!?
Abbiamo ancora i brividi leggendo quello che è successo, ma una domanda continua a rimbombarci in testa: può una vita, a maggior ragione quella di un ragazzino, valere quanto un fottuto orologio!?
Con ancora grande sconcerto ci chiediamo perché un ragazzo di 15 anni che vive nei vicoli di una metropoli come Napoli decide di affermarsi in questo modo invece di andare a scuola, studiare e vivere la sua adolescenza. E cosa ha fatto questa città per aiutarlo a non trovarsi nel posto sbagliato a fare la cosa sbagliata!?
Invece di invocare un giustizialismo da pistoleri e demonizzare senza appello Ugo, la sua famiglia, i ragazzi di questi quartieri, bisogna saper rispettare il dolore e avere il coraggio di puntare il dito anche contro quell’albero che sta facendo marcire i suoi frutti, contro chi, come denunciamo da molto tempo, per questi ragazzi non trova nemmeno un posto dover permettergli di calciare un pallone. Era un ragazzo Ugo, che voleva vincere la vita con una pistola giocattolo. Che è stato ucciso con un colpo alla nuca. Che ha preso a calci la sua vita invece di un pallone.”
Napoli, 2 marzo, 2020
Fonte
18/01/2019
I forcaioli del pensiero scatenati contro lo scrittore Daniel Pennac
L’autore di romanzi come la “Fata carabina”, il “Paradiso degli Orchi” e di tutta la saga del “capro espiatorio” Benjamin Malaussén, è costretto a fare i conti proprio con uno dei suoi personaggi più riusciti. Ma Daniel Pennac più che un capro espiatorio sembra essere diventato l’agnello sacrificale dei furori forcaioli della destra e di settori del M5S.
Accade in Toscana, nella città di Empoli dove il prossimo 11 aprile è stato invitato Daniel Pennac per una conferenza letteraria. Lo scrittore francese però nel 2004 fu tra i firmatari di un appello per la difesa dello “scrittore” Cesare Battisti, rifugiato politico prima in Francia, poi in Brasile e in questi giorni arrestato in Bolivia ed estradato in Italia dove è stato posto nel carcere di Oristano per alcuni omicidi a sfondo politico nei primissimi anni Ottanta.
Apriti cielo! Il consigliere comunale del gruppo di destra Fratelli d’Italia, Andrea Poggianti e il M5S di Empoli hanno criticato la scelta del sindaco di invitare lo scrittore francese.
“O l’intellettuale si ricrede o come Centrodestra ci opporremo alla presenza in pompa magna e sotto il vessillo del Comune di Empoli di uno che difese il terrorista comunista che uccise 4 italiani innocenti”, queste le parole del neofascista Poggianti. Il M5S ha addirittura avviato una raccolta firme per impedire che Pennac venga ad Empoli: “Un assassino con un carico di due condanne all’ergastolo non può averle scontate con 37 anni di latitanza in paesi che lo hanno ospitano, protetto e gli hanno dato pure la cittadinanza. Non è per vendetta, ma sia fatta giustizia e quindi proprio per questo prendiamo le distanze da chiunque dimostri, con più o meno sollecitudine e/o coinvolgimento, l’intenzione di chiedere per lui riduzioni di pena, ne prenda le difese oppure ne dimostri comprensione o empatia” scrivono nella loro lettera i M5S empolitani, “Non possiamo né vogliamo accogliere nella nostra città chi lo considera una vittima e che, quindi, lo vorrebbe libero” dicono riferendosi esplicitamente allo scrittore Daniel Pennac.
Ma come stanno effettivamente le cose? Daniel Pennac scrisse nel 2004 una lettera a Cesare Battisti che, dopo aver usufruito dello status di rifugiato politico, era stato arrestato dalle autorità francesi che avevano accolto le sollecitazioni del governo di destra in Italia (c’era Berlusconi e la Lega al governo, ndr). Decine di personalità della cultura e della politica francese scrissero un appello per la liberazione di Cesare Battisti. L’appello sortì effetto e Battisti riuscì a recarsi, come rifugiato politico, in Brasile, uno status che gli è stato riconosciuto fino all’insediamento di un presidente fascista dichiarato come Bolsonaro.
Anche se di questi tempi di inquietanti chiaroscuri (più i secondi che il primo purtroppo) la raccolta e l’esame delle informazioni non sembra appartenere al raziocinio, ci sforziamo di mettere i lettori in condizione di avere gli elementi che servono a dare giudizi di merito e non fanfaronate forcaiole. Atteggiamenti insopportabili e vergognosi come quelli che stiamo vedendo ad Empoli, e che combatteremo punto su punto, metro per metro, almeno finché le libertà democratiche consentiranno di farlo.
Qui di seguito la lettera scritta nel 2004 da Daniel Pennac a Cesare Battisti:
“Caro Cesare Battisti, non la conosco, non l’ho mai letta e certamente non l’avrei seguita nella sua giovanile partecipazione alla lotta armata. Questo mi lascia tanto più libero di dirle la vergogna che provo per ciò che il mio governo le sta facendo e che, attraverso di lei, minaccia, probabilmente altri rifugiati italiani. Il 10 luglio 1880, nove anni appena dopo la Comune di Parigi (insurrezione che fece più di 30.000 morti!), i condannati vennero graziati e amnistiati. Siamo nel 2004, i fatti che le vengono imputati (i più gravi dei quali non sono stati provati), risalgono a quasi trent’anni fa, e lei è di nuovo gettato in prigione, tradito dal paese (che le aveva garantito asilo), e consegnato a quello che le rifiuta il perdono. Come spiegare alle giovani generazioni una tale regressione del costume politico? E come far capire a coloro che ci governano, che agendo in tal modo essi creano il clima di disperazione che ha spinto alla lotta armata l’adolescente che lei era negli anni `70? Certo, i ministri passano e il sostegno che molti le stanno dimostrando durerà più a lungo dei nostri rispettivi governi; ma è una magra consolazione, se pensiamo a quale società può nascere da comportamenti in cui si può tradire la parola data da un capo di stato, e in cui la giustizia si apparenta alla vendetta – se non viene addirittura imbavagliata. Naturalmente, spero con tutto il cuore di sbagliarmi e che il mio governo, sensibile agli argomenti che gli sono stati presentati, resterà fedele alla garanzia di protezione che le è stata data. Coraggio dunque, sperando di vederla presto, libero.”
Fonte
Accade in Toscana, nella città di Empoli dove il prossimo 11 aprile è stato invitato Daniel Pennac per una conferenza letteraria. Lo scrittore francese però nel 2004 fu tra i firmatari di un appello per la difesa dello “scrittore” Cesare Battisti, rifugiato politico prima in Francia, poi in Brasile e in questi giorni arrestato in Bolivia ed estradato in Italia dove è stato posto nel carcere di Oristano per alcuni omicidi a sfondo politico nei primissimi anni Ottanta.
Apriti cielo! Il consigliere comunale del gruppo di destra Fratelli d’Italia, Andrea Poggianti e il M5S di Empoli hanno criticato la scelta del sindaco di invitare lo scrittore francese.
“O l’intellettuale si ricrede o come Centrodestra ci opporremo alla presenza in pompa magna e sotto il vessillo del Comune di Empoli di uno che difese il terrorista comunista che uccise 4 italiani innocenti”, queste le parole del neofascista Poggianti. Il M5S ha addirittura avviato una raccolta firme per impedire che Pennac venga ad Empoli: “Un assassino con un carico di due condanne all’ergastolo non può averle scontate con 37 anni di latitanza in paesi che lo hanno ospitano, protetto e gli hanno dato pure la cittadinanza. Non è per vendetta, ma sia fatta giustizia e quindi proprio per questo prendiamo le distanze da chiunque dimostri, con più o meno sollecitudine e/o coinvolgimento, l’intenzione di chiedere per lui riduzioni di pena, ne prenda le difese oppure ne dimostri comprensione o empatia” scrivono nella loro lettera i M5S empolitani, “Non possiamo né vogliamo accogliere nella nostra città chi lo considera una vittima e che, quindi, lo vorrebbe libero” dicono riferendosi esplicitamente allo scrittore Daniel Pennac.
Ma come stanno effettivamente le cose? Daniel Pennac scrisse nel 2004 una lettera a Cesare Battisti che, dopo aver usufruito dello status di rifugiato politico, era stato arrestato dalle autorità francesi che avevano accolto le sollecitazioni del governo di destra in Italia (c’era Berlusconi e la Lega al governo, ndr). Decine di personalità della cultura e della politica francese scrissero un appello per la liberazione di Cesare Battisti. L’appello sortì effetto e Battisti riuscì a recarsi, come rifugiato politico, in Brasile, uno status che gli è stato riconosciuto fino all’insediamento di un presidente fascista dichiarato come Bolsonaro.
Anche se di questi tempi di inquietanti chiaroscuri (più i secondi che il primo purtroppo) la raccolta e l’esame delle informazioni non sembra appartenere al raziocinio, ci sforziamo di mettere i lettori in condizione di avere gli elementi che servono a dare giudizi di merito e non fanfaronate forcaiole. Atteggiamenti insopportabili e vergognosi come quelli che stiamo vedendo ad Empoli, e che combatteremo punto su punto, metro per metro, almeno finché le libertà democratiche consentiranno di farlo.
Qui di seguito la lettera scritta nel 2004 da Daniel Pennac a Cesare Battisti:
“Caro Cesare Battisti, non la conosco, non l’ho mai letta e certamente non l’avrei seguita nella sua giovanile partecipazione alla lotta armata. Questo mi lascia tanto più libero di dirle la vergogna che provo per ciò che il mio governo le sta facendo e che, attraverso di lei, minaccia, probabilmente altri rifugiati italiani. Il 10 luglio 1880, nove anni appena dopo la Comune di Parigi (insurrezione che fece più di 30.000 morti!), i condannati vennero graziati e amnistiati. Siamo nel 2004, i fatti che le vengono imputati (i più gravi dei quali non sono stati provati), risalgono a quasi trent’anni fa, e lei è di nuovo gettato in prigione, tradito dal paese (che le aveva garantito asilo), e consegnato a quello che le rifiuta il perdono. Come spiegare alle giovani generazioni una tale regressione del costume politico? E come far capire a coloro che ci governano, che agendo in tal modo essi creano il clima di disperazione che ha spinto alla lotta armata l’adolescente che lei era negli anni `70? Certo, i ministri passano e il sostegno che molti le stanno dimostrando durerà più a lungo dei nostri rispettivi governi; ma è una magra consolazione, se pensiamo a quale società può nascere da comportamenti in cui si può tradire la parola data da un capo di stato, e in cui la giustizia si apparenta alla vendetta – se non viene addirittura imbavagliata. Naturalmente, spero con tutto il cuore di sbagliarmi e che il mio governo, sensibile agli argomenti che gli sono stati presentati, resterà fedele alla garanzia di protezione che le è stata data. Coraggio dunque, sperando di vederla presto, libero.”
Fonte
06/06/2017
Forcaioli su Riina. Vi piace vincere facile...
Una sentenza formalmente e sostanzialmente inappuntabile – in base alla Costituzione nata dalla Resistenza – ha fatto scattare molle manettare, istinti primordiali, dichiarazioni un tanto al chilo, tifo da bar dell’antisport.
Vi diamo la notizia così come riferita dall’Ansa:
Apriti cielo...
Il rapporto di guerra dei comunisti contro qualsiasi mafia è scritto nel marmo della Storia lontana e recente, dalla strage di Portella delle Ginestre a Pio La Torre, dai tanti sindacalisti assassinati nel secolo scorso alla lotta contro la Democrazia Cristiana, che delle mafie è sempre stato il referente politico principale (non certo l’unico).
Dunque nell’affrontare il quesito relativo a Totò Riina non siamo mossi da alcuna compassione. Quello su cui ci dobbiamo interrogare, e chiamare tutti a fare altrettanto, è se viviamo ancora in una repubblica parlamentare democratica – com’è scritto dappertutto – oppure in un regime medioevale che assicura il diritto alla vendetta privata per mano dello Stato.
La Costituzione prescrive che la pene “devono tendere alla rieducazione del condannato“. Argomento che elimina radicalmente qualsiasi ricorso alla pena di morte (è rimasta a lungo, in qualche misura, solo nel codice militare) ed anche ogni possibilità che la condanna sia eseguita fino alla morte in carcere del condannato.
Ma è proprio la natura dello Stato moderno – di diritto, non di vendetta – ad aver rivisitato radicalmente il rapporto tra vittima del reato, colpevole di quel reato e pena. Nello stato liberale moderna, infatti, lo Stato “assume su di sé la colpa, il giudizio e la condanna”, assegnando alle vittime dei reati (di qualunque entità) il posto di “parte civile” in un regolare processo, con il diritto di pretendere un risarcimento adeguato (dal condannato o, eventualmente, dalle finanze pubbliche).
Il superamento della fase medioevale è evidente. E’ lo Stato – non la vittima o il monarca, a suo arbitrio – a stabilire per legge quale sia la “pena giusta” per ogni tipo di reato (codice penale). Viene insomma fissata una “misura” per via legislativa, che sottrae la pena all’arbitrio del privato o del monarca. Perché è fin troppo evidente che la vittima, lasciando alla soggettività individuale danneggiata la quantificazione e le modalità dell’esecuzione della pena, stabilirebbe condanne in base alla sua rabbia, fuori da ogni misura, proporzionalità, obiettivo sociale. Detto altrimenti, la vittima – lasciata da sola – potrebbe ritenere “giusta” una condanna all’ergastolo per il furto della bicicletta o di una mela.
Nello Stato moderno, insomma, il singolo deve rinunciare alla vendetta o a farsi giustizia da solo, perché la collettività organizzata gli assicura sia l’individuazione del colpevole sia la condanna in regolare processo, fino al risarcimento adeguato.
Cosa significa? Che “le vittime” – chiunque di noi, quando danneggiati da un reato – hanno diritto di parola sulla condanna da affibbiare al colpevole fino alla conclusione del processo (gli eventuali tre gradi di giudizio). E poi basta. La condanna del colpevole e il risarcimento chiudono la ferita subita. Possono ovviamente criticare, parlare, scrivere, farsi intervistare, andare in televisione. Ma questo non influisce più – non deve influire – sull’esecuzione della pena, le sue modalità, ecc.
Naturalmente, stiamo illustrando un principio generale; sappiamo benissimo che nella realtà dei processi le cose possono andare anche in direzione opposta alla giustizia (un esempio immortale: quelli per la strage di Piazza Fontana).
Nella legislazione italiana, sempre “sensibile” alle emergenze reali o inventate, sono state progressivamente introdotte norme indegne di uno Stato liberale moderno. In caso di condanne all’ergastolo, infatti, è spesso previsto che venga sentito il “parere dei familiari delle vittime” prima di ogni misura attenuativa nell’esecuzione della pena. Ed è scontato – tranne casi carissimi – che questo sia sempre negativo. Un atteggiamento così prevedibile che, per l’appunto, comporta la rinuncia dello Stato alle proprie prerogative in materia penale. Perché lo riduce di fatto a esecutore della volontà di vendetta privata anche dopo la fine del procedimento e la corresponsione del risarcimento.
Queste “concessioni” alla vendetta sono state pensate come consapevole “messa al riparo” della classe politica dalle molte – e giustificate critiche. Anzi, come una vera e propria misura compensativa, un’”arma di distrazione di massa”, una facile individuazione di capri espiatori sempre diversi.
Alla lunga, però questa rinuncia consapevole all’esercizio di una leadership politica, culturale, valoriale, ha lasciato campo aperto dalla demagogia dei quacquaraquà “entrati in politica” senza neanche un corso di formazione elementare. Le chiacchiere da bar sono diventate la vera cifra di qualsiasi discussione su temi che avrebbero costretto anche Beccaria a riflettere a lungo.
Nel caso di Riina, dunque, sarebbe facilissimo mettersi nel mazzo delle bestie ululanti. Nel mucchio di quelli che pensano poco e gridano molto, che vivono ogni giorno da pecore e diventato “guerrieri” solo davanti alla tastiera o un microfono.
Proprio per questo, pensiamo invece che – se le sue condizioni sono quelle descritte dalla Cassazione – a Riina vada concesso quel che va garantito a ogni essere umano vicino alla morte. E se lui è stato “una belva” sarebbe una sua vittoria farci comportare nello stesso modo. Dategli quel che si può o si deve, e il diavolo se lo prenda non appena passate le porte.
Ma non proseguiamo oltre su questa strada folle, incarognita, fintamente “legalitaria” proprio quando si nega la base fondamentale di ogni legge moderna (“lo Stato assume su di sé la colpa, il giudizio e la condanna”).
Tutto questo bestiario forcaiolo, in fondo, torna solo a vantaggio dei furbastri che governano. Gli stessi che ormai prevedono di “blindare” qualsiasi evento pubblico, manifestazione o festa o concerto che sia; di “amministrare” il conflitto sociale e politico grazie ai “fogli di via” inventati dal fascismo. Gli stessi che stanno facendo del proprio arbitrio la nuova regola universale. Contro tutti noi.
Fonte
Vi diamo la notizia così come riferita dall’Ansa:
Il “diritto a morire dignitosamente” va assicurato ad ogni detenuto. Tanto più che fermo restando lo “spessore criminale” va verificato se Totò Riina possa ancora considerarsi pericoloso vista l’età avanzata e le gravi condizioni di salute. La Cassazione apre così al differimento della pena per il capo di Cosa Nostra, ormai ottantaseienne e con diverse gravi patologie. Il tribunale di sorveglianza di Bologna dovrà dunque ora decidere sulla richiesta del difensore del boss che propone il differimento della pena o la detenzione domiciliare, richiesta sempre respinta. La Cassazione sottolinea che il giudice deve motivare “se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione” che va oltre la “legittima esecuzione di una pena”. Il collegio ritiene che non emerga dalla decisione del giudice in che modo si è giunti a ritenere compatibile con il senso di umanità della pena “il mantenimento in carcere di un ultraottantenne con duplice neoplasia renale, e stato neurologico altamente compromesso”.Tradotto: anche Riina è mortale, e sta morendo per un tumore ai reni. Nonostante quel che ha fatto e per cui è stato condannato all’ergastolo, bisogna vedere se l’attesa della morte vada assicurata dal carcere in regime di “41 bis” (isolamento pressoché assoluto) oppure in altre condizioni da decidere. Dunque il Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che gli aveva rigettato la richiesta di scarcerazione, deve riesaminare il caso – a giudizio della Cassazione – perché gli elementi di pericolosità di un 86enne in quelle condizioni non possono più essere giustificati solo con il nome e il cv.
Apriti cielo...
Il rapporto di guerra dei comunisti contro qualsiasi mafia è scritto nel marmo della Storia lontana e recente, dalla strage di Portella delle Ginestre a Pio La Torre, dai tanti sindacalisti assassinati nel secolo scorso alla lotta contro la Democrazia Cristiana, che delle mafie è sempre stato il referente politico principale (non certo l’unico).
Dunque nell’affrontare il quesito relativo a Totò Riina non siamo mossi da alcuna compassione. Quello su cui ci dobbiamo interrogare, e chiamare tutti a fare altrettanto, è se viviamo ancora in una repubblica parlamentare democratica – com’è scritto dappertutto – oppure in un regime medioevale che assicura il diritto alla vendetta privata per mano dello Stato.
La Costituzione prescrive che la pene “devono tendere alla rieducazione del condannato“. Argomento che elimina radicalmente qualsiasi ricorso alla pena di morte (è rimasta a lungo, in qualche misura, solo nel codice militare) ed anche ogni possibilità che la condanna sia eseguita fino alla morte in carcere del condannato.
Ma è proprio la natura dello Stato moderno – di diritto, non di vendetta – ad aver rivisitato radicalmente il rapporto tra vittima del reato, colpevole di quel reato e pena. Nello stato liberale moderna, infatti, lo Stato “assume su di sé la colpa, il giudizio e la condanna”, assegnando alle vittime dei reati (di qualunque entità) il posto di “parte civile” in un regolare processo, con il diritto di pretendere un risarcimento adeguato (dal condannato o, eventualmente, dalle finanze pubbliche).
Il superamento della fase medioevale è evidente. E’ lo Stato – non la vittima o il monarca, a suo arbitrio – a stabilire per legge quale sia la “pena giusta” per ogni tipo di reato (codice penale). Viene insomma fissata una “misura” per via legislativa, che sottrae la pena all’arbitrio del privato o del monarca. Perché è fin troppo evidente che la vittima, lasciando alla soggettività individuale danneggiata la quantificazione e le modalità dell’esecuzione della pena, stabilirebbe condanne in base alla sua rabbia, fuori da ogni misura, proporzionalità, obiettivo sociale. Detto altrimenti, la vittima – lasciata da sola – potrebbe ritenere “giusta” una condanna all’ergastolo per il furto della bicicletta o di una mela.
Nello Stato moderno, insomma, il singolo deve rinunciare alla vendetta o a farsi giustizia da solo, perché la collettività organizzata gli assicura sia l’individuazione del colpevole sia la condanna in regolare processo, fino al risarcimento adeguato.
Cosa significa? Che “le vittime” – chiunque di noi, quando danneggiati da un reato – hanno diritto di parola sulla condanna da affibbiare al colpevole fino alla conclusione del processo (gli eventuali tre gradi di giudizio). E poi basta. La condanna del colpevole e il risarcimento chiudono la ferita subita. Possono ovviamente criticare, parlare, scrivere, farsi intervistare, andare in televisione. Ma questo non influisce più – non deve influire – sull’esecuzione della pena, le sue modalità, ecc.
Naturalmente, stiamo illustrando un principio generale; sappiamo benissimo che nella realtà dei processi le cose possono andare anche in direzione opposta alla giustizia (un esempio immortale: quelli per la strage di Piazza Fontana).
Nella legislazione italiana, sempre “sensibile” alle emergenze reali o inventate, sono state progressivamente introdotte norme indegne di uno Stato liberale moderno. In caso di condanne all’ergastolo, infatti, è spesso previsto che venga sentito il “parere dei familiari delle vittime” prima di ogni misura attenuativa nell’esecuzione della pena. Ed è scontato – tranne casi carissimi – che questo sia sempre negativo. Un atteggiamento così prevedibile che, per l’appunto, comporta la rinuncia dello Stato alle proprie prerogative in materia penale. Perché lo riduce di fatto a esecutore della volontà di vendetta privata anche dopo la fine del procedimento e la corresponsione del risarcimento.
Queste “concessioni” alla vendetta sono state pensate come consapevole “messa al riparo” della classe politica dalle molte – e giustificate critiche. Anzi, come una vera e propria misura compensativa, un’”arma di distrazione di massa”, una facile individuazione di capri espiatori sempre diversi.
Alla lunga, però questa rinuncia consapevole all’esercizio di una leadership politica, culturale, valoriale, ha lasciato campo aperto dalla demagogia dei quacquaraquà “entrati in politica” senza neanche un corso di formazione elementare. Le chiacchiere da bar sono diventate la vera cifra di qualsiasi discussione su temi che avrebbero costretto anche Beccaria a riflettere a lungo.
Nel caso di Riina, dunque, sarebbe facilissimo mettersi nel mazzo delle bestie ululanti. Nel mucchio di quelli che pensano poco e gridano molto, che vivono ogni giorno da pecore e diventato “guerrieri” solo davanti alla tastiera o un microfono.
Proprio per questo, pensiamo invece che – se le sue condizioni sono quelle descritte dalla Cassazione – a Riina vada concesso quel che va garantito a ogni essere umano vicino alla morte. E se lui è stato “una belva” sarebbe una sua vittoria farci comportare nello stesso modo. Dategli quel che si può o si deve, e il diavolo se lo prenda non appena passate le porte.
Ma non proseguiamo oltre su questa strada folle, incarognita, fintamente “legalitaria” proprio quando si nega la base fondamentale di ogni legge moderna (“lo Stato assume su di sé la colpa, il giudizio e la condanna”).
Tutto questo bestiario forcaiolo, in fondo, torna solo a vantaggio dei furbastri che governano. Gli stessi che ormai prevedono di “blindare” qualsiasi evento pubblico, manifestazione o festa o concerto che sia; di “amministrare” il conflitto sociale e politico grazie ai “fogli di via” inventati dal fascismo. Gli stessi che stanno facendo del proprio arbitrio la nuova regola universale. Contro tutti noi.
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