Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/12/2020

Capisaldi 2020

Dieci anni a fare copia/incolla di notizie e sentirli tutti, non perchè si invecchia, ma perchè le contraddizioni del modo di produzione capitalista sono deflagrate nella vita delle persone comuni in modo molto più violento, profondo e inatteso rispetto agli acciacchi dell'età.

Sì viveva già male, l'ingresso nel secondo decennio del nuovo millennio, ha reso manifesto che andando avanti così sì vivrà sempre più di merda; e infatti tra clima andato a ramengo e pandemia da Covid-19 non si vede una fine, o meglio si vede: quella sotto tre metri di terra.

Sì dirà "è il destino di ogni essere vivente" ed è vero, ma non è destino e nemmeno sta nella logica di ogni essere vivente accelerare i tempi del trapasso che, invece, il capitale ha palesato di voler spingere in scia ai primati olimpionici di Usain Bolt.

Tutto sto cappello per introdurre il fatto che, per la prima volta a mia memoria, la vita di merda è riuscita a mettere in ombra tutta la roba di qualità che ho scoperto/riscoperto in questo anno funesto, ed è veramente tanta, al pari di tempi decisamente andati.

Siccome mi viene difficile fare una cernita finisco per andare a braccio.

Lou Reed - 1973 - Berlin probabilmente disco dell'anno e pezzo dell'anno con How do you think it feels.

Deep Purple - 1970 - In Rock madonna santa, non capisco perchè in passato non mi fosse piaciuto.

King Crimson - 1969 - In The Court Of The Crimson King una delle migliori dimostrazioni, sul versante artistico, che il capitale è in crisi da mezzo secolo ormai e sì è trascinato dietro tutto il cangiante spettro espressivo che ha creato nella società. Per essere più chiari, ascolti musica così e ti domandi che senso ha tutto quanto è uscito, almeno nel medesimo genere, dopo).

Kyuss - 1992 - Blues For The Red Sun da anni coltivo l'ipotesi che gli anni a cavallo tra il 1988 e il 1994 siano stati un lasso di tempo irripetibile per la musica pesante statunitense, un magma come da definizione sotterraneo che portava in dote tutte le caratteristiche di quella che sarebbe potuta diventare una autentica new wave of US heavy metal. Le necessità di profitto dell'industria discografia fece andare la storie su un binario diverso e l'individualismo connaturato a quasi ogni musicista fece il resto. Un occasione clamorosamente mancata che ha spalancato le porte alla sterilità artistica degli ultimi due decenni.

Talking Heads - 1978 - More Songs About Buildings And Food e 1980 - Remain In Light la forza della genialità che ti conduce ad apprezzare sonorità che formalmente non ti piacciono.

Lynyrd Skynyrd - 1973 - "(Pronounced 'Lĕh-'nérd 'Skin-'nérd)" la riscoperta più intensa, non dell'anno, ma da quando ho preso a rispolverare roba che mi è piaciuta o per cui sono uscito di testa più di un decennio fa.

Lo spiegone inizia a farmi venire la barba bianca quindi, tagliando con l'accetta, oltre i titoli poc'anzi citati sono risultati imprescindibili i Rush, i Sonic Youth (che già mi avevano dato grandi soddisfazioni), i Cream (in cui ho finalmente fatto conoscenza con il Mr. Slow Hand autentico, non la loffa degli ultimi decenni...), i Mr. Bungle (migliore ri-uscita metal per quel che mi riguarda - mi hanno fatto quasi gridare al miracolo!), Bruce Springsteen (autore di un disco intenso e di rara onestà artistica, tra le cui note si possono trovare molti spunti con cui leggere la decadenza statunitense) e Tim Buckely.

Ho certamente dimenticato diverse cose (gli Swans per esempio...), tuttavia le ultime righe ci tengo a dedicarle a un paio di pacchi di cui, in un annata così del cazzo, avrei fatto a meno; mi riferisco ai Pearl Jam che procedono sulla rotta tracciata da un pilota automatico che fa invidia pure a Mario Draghi, e ai Testament, probabilmente la peggiore uscita dell'anno a cui mi sono approcciato.

Questo è tutto, o meglio quel poco che c'è stato di positivo nell'anno che più mestamente del solito si sta concludendo.

Per gli 2021 gli auspici stanno a zero, l'unica cosa sensata da augurarsi e per cui lavorare è che almeno qualche padrone vada col culo per terra.

02/03/2020

Ucciso per un Rolex

“Devastato il pronto soccorso dell’Ospedale Pellegrini a Montesanto. I medici in prima linea. L’Asl indignata, Napoli come Baghdad. Scontri a fuoco tra baby gang”.

È arrivata così di primo mattino, nel segno della confusione e del dirottamento dell’attenzione, la notizia della morte di Ugo Russo, appena quindici anni, ucciso da un carabiniere fuori servizio di stanza a Bologna dopo il tentativo di rapinargli il Rolex che portava al polso.

Una storia in cui è fondamentale mettere in fila quello che sappiamo finora.

Perché quando a Napoli un giovanissimo sottoproletario viene ucciso e a sparare è un membro delle forze dell’ordine si attivano dispositivi narrativi e mediatici, riflessioni sociologiche, antropologiche, politiche più o meno sincere, più o meno esotiche, più o meno lucide che però vengono spesso utilizzate per defocalizzare i fatti e per sviare le responsabilità. Il primo di questi meccanismi è ovviamente la demonizzazione della vittima e del suo ambiente. È successo così in tante altre situazioni, è successo così per Davide Bifolco e Mario Castellano, entrambi uccisi a 17 anni. Storie diverse stessi registri.

Questa volta però Ugo Russo è proprio un “ragazzo cattivo”, non sta semplicemente viaggiando in tre sul motorino come Davide, non ha mancato di fermarsi a un posto di blocco come Mario. Nella notte tra il 29 febbraio e il 1 marzo Ugo Russo è sceso di casa per tentare una rapina. E allora, sottintende il coro del giustizialismo trionfante, “se l’è cercata”.

La scena ha luogo in via Orsini a Chiaia, una strada che scorre parallela a via Santa Lucia, tra la sede della regione Campania e il lungomare. Ugo è in sella a uno scooter con un amico che risulterà essere anche lui minorenne. Hanno avvistato una Mercedes con a bordo una coppia. L’uomo alla guida ha un rolex al polso. È un carabiniere in licenza, di servizio a Bologna. Della sua identità al momento non conosciamo altro, a differenza del ragazzo ucciso. Un classico anche questo.

A questo punto la scena si fa più confusa. Il primo comunicato dei carabinieri è francamente poco plausibile. Il militare sarebbe stato minacciato con la pistola alla tempia, ma con sprezzo del pericolo prima intima “alt sono un carabiniere” poi impugna l’arma d’ordinanza e spara, una, due, almeno tre volte.

Di certo sappiamo che non è stato un “conflitto a fuoco” come riportavano inizialmente le cronache. Anche perchè Ugo e il suo amico una pistola vera non ce l’hanno. Impugnano una scacciacani o proprio un giocattolo, non si è ancora capito con precisione. Spara solo il carabiniere in vacanza armata. Ripetutamente. Due colpi di pistola raggiungono Ugo, uno al torace e un altro alla “testa”. Ma poi tutte le testimonianze successive, a partire da chi ha visto il cadavere, ricollocano con più precisione il secondo colpo “tra il collo e la nuca”.

Quindi almeno questo proiettile sarebbe stato chiaramente sparato mentre Ugo è di spalle. “Ugo è stato giustiziato mentre cercava di scappare, altro che legittima difesa, è stata un’esecuzione”, denuncia il padre, la cui delegittimazione mediatica, avendo qualche precedente penale, è già cominciata.

Una versione supportata dall’avvocato di parte civile che racconta una scena in cui il carabiniere non si sarebbe qualificato, avrebbe finto di slacciarsi il Rolex per impugnare l’arma d’ordinanza e sparare una prima volta, sbalzando i ragazzi dalla moto. A quel punto Ugo ha cercato di scappare ma viene puntato e colpito dalle spalle sotto la testa. Si sente anche un terzo colpo, andato presumibilmente a vuoto.

È probabile che la versione dell’avvocato collimi con quella dell’unico testimone oculare al momento, l’altro ragazzo dello scooter. E anche per lui le versioni divergono. I carabinieri sostengono che è stato rincorso e fermato. I familiari affermano che invece si è recato spontaneamente in caserma. Sta di fatto che dopo l’interrogatorio viene rilasciato. E poi fermato di nuovo in serata su mandato della Procura. Che ha affidato le indagini sul carabiniere ai carabinieri, perché la minima misura di buon senso di non affidare le indagini su un membro delle forze dell’ordine al suo stesso corpo è ritenuta un “segnale di sfiducia nelle Istituzioni”.

L’autopsia dovrebbe chiarire, si spera, la dinamica degli spari. E anche le tante telecamere di zona che già svelarono la dinamica dell’aggressione a un ambulante pakistano da parte di un gruppo di giovanissimi. In particolare le telecamere poste proprio sulla Regione Campania che “illuminano” quasi tutta via Orsini. Per il momento il carabiniere è indagato per “eccesso di legittima difesa”, solo “un atto dovuto” precisano dall’Arma, ma anche il minimo sindacale.

Se ha sparato alle spalle, mirando alla nuca di un ragazzo che fugge, in teoria il capo d’imputazione dovrebbe essere ben altro. A meno che, come per l’omicidio di Davide Bifolco, non arrivi l’ennesimo “inciampo” a spiegare i colpi mortali.

Di sicuro sulla strada resta la vita di un ragazzo di quindici anni. Ugo Russo è raccontato dai conoscenti come un giovane riservato. L’opinione pubblica lo ha già giudicato e forse si meraviglierebbe di scoprire che non passava il suo tempo a organizzare rapine. Ha lasciato la scuola o se volete la scuola lo ha mollato come succede a tanti ragazzi meridionali. Si divideva tra l’attività di garzone di un’ortofrutta alla Pignasecca e altri lavori da manovale. Paghe da fame per lavori in nero. E un corso professionalizzante come pizzaiolo ancora agli inizi. Un po’ di trap per passare il sabato sera e poi l’adolescenza, questa fase della vita sconosciuta.

I suoi abitano sulle scalette che scendono giù da vico Paradiso, tra Montesanto e i Quartieri Spagnoli.

Un’area in piena trasformazione dove il dilagare dei B&B contende in maniera sempre più aggressiva gli spazi di sopravvivenza ai ceti popolari. A poche decine di metri da casa sua, in vico Don Minzoni, l’anno scorso una famiglia si fece saltare in aria a causa dello sfratto subito da un multiproprietario con centinaia di appartamenti.

I social non sanno praticamente niente di Ugo e della sua famiglia eppure la maggioranza ribolle di un giustizialismo da pistoleri. Tutti i dati sulla microcriminalità sono in calo, ma viviamo nell’era della dittatura della percezione e allora Ugo incarna le paure di una ex città porosa che non ha mai smesso di razzializzare la sua parte di sotto.

Molto diverso il clima nel quartiere dove la conoscenza diretta fa la differenza.

Lo Spartak San Gennaro, squadra di calcio popolare di bambini e giovanissimi che si è aggregata intorno all’esperienza dello “Sgarrupato” di Montesanto scrive:
“Stamattina, come ogni domenica, ci siamo svegliati carichi per andare con i nostri ragazzi sui campi di calcio per vivere e far vivere a loro una bella giornata di sport. Invece, appena scesi da casa, siamo rimasti attoniti e sbigottiti di fronte all’ennesima tragedia che ha colpito un ragazzo del nostro quartiere. Ugo, un ragazzo di 15 anni, conosciuto da molti ragazzi della nostra squadra, viene ammazzato da un carabiniere dopo il tentativo di una rapina. Dalle notizie che emergono di ora in ora sembra che Ugo abbia ricevuto anche un colpo alla nuca, mentre scappava... Era un ragazzo Ugo, e ieri sera voleva vincere la vita con una pistola giocattolo. Era un ragazzo come tanti Ugo, uno come quelli con i quali ci confrontiamo ogni giorno, nelle scuole di quartiere, sui campi di calcio. Era un ragazzo Ugo, uno di quegli scugnizzi che alleniamo a prendere a calci un pallone invece che la propria vita, uno di quei ragazzi ai quali cerchiamo di cambiare il futuro, sperando che non vadano in giro a fare guai, ma che non diventino nemmeno sceriffi che si sentono nel far west.

Abbiamo ancora i brividi leggendo quello che è successo, ma una domanda continua a rimbombarci in testa: può una vita, a maggior ragione quella di un ragazzino, valere quanto un fottuto orologio!?

Con ancora grande sconcerto ci chiediamo perché un ragazzo di 15 anni che vive nei vicoli di una metropoli come Napoli decide di affermarsi in questo modo invece di andare a scuola, studiare e vivere la sua adolescenza. E cosa ha fatto questa città per aiutarlo a non trovarsi nel posto sbagliato a fare la cosa sbagliata!?

Invece di invocare un giustizialismo da pistoleri e demonizzare senza appello Ugo, la sua famiglia, i ragazzi di questi quartieri, bisogna saper rispettare il dolore e avere il coraggio di puntare il dito anche contro quell’albero che sta facendo marcire i suoi frutti, contro chi, come denunciamo da molto tempo, per questi ragazzi non trova nemmeno un posto dover permettergli di calciare un pallone. Era un ragazzo Ugo, che voleva vincere la vita con una pistola giocattolo. Che è stato ucciso con un colpo alla nuca. Che ha preso a calci la sua vita invece di un pallone.”
In attesa che alle riflessioni sociologiche e antropologiche sui mali di Napoli si affianchino magari quelle sui pistoleri in servizio attivo nelle forze dell’ordine e sul loro esercito di fan una domanda resta in sospeso: quanto vale la vita di Ugo!?

Napoli, 2 marzo, 2020

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14/02/2018

Ci avete rovinato la vita: vi aspettavate sorrisi e bacini?

La strada non è un comodo salotto televisivo, né un convegno in un teatro. E’ un luogo di incontro e di scontro.

In questi giorni gelidi, le stiamo battendo, con le mani intirizzite dal freddo a combattere con scotch e vento per attaccare le locandine, usando le unghie per trovare il modo di dividere la carta adesiva dalla copertura di uno sticker, e soprattutto per parlare con le persone: “Salve, posso lasciarle un volantino?”.

Gente dal volto imbruttito che passa di fretta, marmocchi che ti guardano curiosi, anziani increduli di vedere un “giovane” che si sbatte come un dannato, qualcuno si ferma... E talvolta senti dietro di te, pronunciato a metà tra la curiosio e il pomposo: “Potere Al Popolo” (e ti gasi, belin se ti gasi).

Impari di nuovo a parlare con la gente – io parlo anche con i sassi normalmente – spesso imbeccando i più giovani che declinano l’invito con: “leggi, ti fa bene” e lo sguardo che usavi quando parlavi con i secchioni a scuola. E quando qualcuno ti concede un poco di tempo, poco, allora sei più veloce di Murubutu quando dal palco alza la mano quasi a leggere un rigo in un ipotetico leggio e mette così tante parole in così poco tempo (un po’ come fa Viola Carofalo che in televisione in meno di un minuto le viene chiesto praticamente di fare la sintesi del Capitale, “in tedesco”, e ce la fa).

La casta (che va dalla Meloni, passa per Grasso e arriva agli ex-honesti) la strada non la frequenta, non conosce le sue regole...

Vi lamentante per una contestazione? Beh allora non avete mai ascoltato in giro, la gente metterebbe i patiboli ai bordi delle strade e dinamiterebbe i palazzi del potere (lo so, spesso è solo ciò che un genio ha definito: “la lotta armata al bar”), figuratevi se capitate lì e gli state sugli zebedei o sulle ovaie.

Ora lo sapete, di questo misto di sete di giustizia e sete di sangue siete gli unici responsabili, abbiatene coscienza, perché? Perché ci avete rovinato la vita...

E vi schifano i piccioni.

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12/08/2017

Visioni Militant(i): Sole Cuore Amore, di Daniele Vicari

La crisi sociale, l’assenza di futuro, la solitudine dello sfruttamento, lo spazio vitale degli affetti aggrediti dalla cattiva vita, ma anche la volontà di andare fino in fondo a qualsiasi costo, il non farsi piegare dalla vita: questi sono gli ingredienti dell’ultimo film di Daniele Vicari. Autore che ha sempre dimostrato, a nostro parere, una certa sensibilità e attenzione verso gli umori e le storie dei subalterni. Non è la prima volta che anche il nostro cinema tenta di attraversare e raccontare l’epoca della crisi, spesso con risultati scarsi, superficiali o consolatori, altre volte con raro acume, come in questo caso, dove la realtà nella sua pallida e grigia declinazione quotidiana si mette in mostra senza illusioni e senza speranze.

E’ la storia di due donne: Eli è una pendolare che ogni giorno parte dalla provincia romana (Nettuno) per andare a lavorare in un’altra periferia, quella del Tuscolano, per sopravvivere; l’altra, Vale, una ballerina che fa performance di danza moderna nei locali notturni, vivendo una vita alternativa ma difficile. Due donne accomunate da un destino di coraggio, immerse in una realtà dura, fatta di sfruttamento, ma anche di solitudine. Un film che convince nella sua voglia di essere duro, tragico, nel descrivere la schiavitù moderna (tra l’altro ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto) e la barbarie dei nostri tempi, che permea la vita dell’immensa periferia sociale in cui si trovano le masse popolari.

Non c’è nessun richiamo alla possibilità di cambiare, non c’è nessun ragionamento sul senso collettivo, né un inconscio richiamo alla liberazione, quanto una condanna senza attenuanti a questo mondo criminale rivestito di tante promesse e narrazioni edificanti.

Eli è una donna che combatte con le unghie e con i denti per mantenere se stessa e la sua famiglia, ma nella sua lotta per la sopravvivenza non cede ai peggiori istinti che attanagliano coloro che si trovano nelle medesime difficoltà. Il suo spirito di solidarietà verso la collega barista straniera si esplicita non con le parole ma con i fatti, la sua è una solidarietà istintiva, sentimentale verso chi si trova nella sua stessa condizione. Vale, invece, è una ragazza che vive la sua vita senza vincoli, con un solitario coraggio, molto simile a quello di Eli, anzi spesso le due sono legate da un certo sentire comune: non si fanno scoraggiare dalla durezza della vita, ma mettono in campo un’umanità che permette loro di non essere inghiottite dal degrado fisico che recinta le loro vite. Va anche detto che la figura di Vale convince meno, il suo personaggio è tratteggiato con molta vaghezza, a parte la ricerca accennata di una definizione della propria identità sessuale. Sembra che sia più un personaggio che implicitamente esiste per fare da specchio alla protagonista, che pero’ regge bene da solo.

Uscendo dalla sala si coglie un senso di disagio, in fondo questo è un buon risultato per il cinema della cruda realta’ che si propone Vicari. La rabbia viene pensando a quante donne e uomini nel nostro paese vivono nella faticosa e a volte impossibile riproduzione della propria forza lavoro. Quanto è distante questo film dalle amenità del ceto medio riflessivo, dai buoni sentimenti, dalla narrazione postmoderna della realtà che non esiste. Un risultato di non poco conto.

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26/05/2017

La società ostile

Difficile è cogliere il significato profondo della bella riscrittura della fiaba popolare Riccardin dal ciuffo, proposta da Amélie Nothomb (edizioni Voland, 2016). Ma la narratrice francese ci ha ormai abituato alla sua capacità di penetrare le ombre della società contemporanea, e dietro un semplice recupero di un intreccio apparentemente innocuo, racconta di noi a noi stessi.

Due storie parallele e simmetriche si sviluppano senza sorprese. Un protagonista maschile, Deodato, segnato da un’esuberante bruttezza somatica e deforme nel fisico, è presentato dalla sua prima infanzia all’età adulta come capace di far leva su un particolare genio intuitivo e una sorprendente vivacità intellettuale. Il personaggio compensa lo svantaggio estetico con un evidente vantaggio cognitivo.

Parallelamente scorre la vita di Altea: bambina bella – anzi bellissima – ma unanimemente riconosciuta come profondamente stupida, o quanto meno ingenua. Senza troppe sorprese, le due biografie si incrociano nelle ultime pagine, quando le due solitudini finiranno felicemente per completarsi in uno sbocciato amore.

Ma questo è solo il lato estrinseco della vicenda. Amélie Nothomb traccia in realtà un quadro impietoso del nostro mondo. Deodato, l’orrendo bambino generato da un’amabile coppia di sposi, precipita da subito in un ambiente drammaticamente ostile. Ripudiato, marginalizzato per il suo aspetto fisico, trova strategie relazionali alternative, fino a sublimare tutta la sua attenzione nello studio dei volatili, di cui diventerà un esperto. Incapace di camminare sul suolo della vita ordinaria, si proietterà nel volo. Solo così riuscirà a maturare, attraversando un’adolescenza segnata per un verso dalla solitudine, per altro da rapporti umani consumati nell’indifferenza.

Altea, analogamente, è marginalizzata per la sua troppa bellezza, invidiata dalle compagne di scuola che approfittano della sua lentezza reattiva per vittimizzarla: “una bella adolescente suscita ancora più odio di una bella bambina”, ammonisce Nothomb. L’ambiente che la circonda, più che ostile, è semplicemente meschino. Ma l’autrice lo ricostruisce con una tale noncurante sapienza da farcelo riconoscere come il nostro naturale ambiente di vita. E ci rattrista.

L’esibizione dello squallore sociale dei nostri tempi esige quanto meno un passaggio per il mondo dello spettacolo, argomento non nuovo all’autrice, che in Acido solforico aveva addirittura immaginato un reality show ambientato in un campo di concentramento.

I due ragazzi, per una serie fortuita di circostanze, si incontreranno in occasione di un talk show, e la descrizione del contesto preparatorio cui sono sottoposti gli ospiti televisivi, condotti all’esasperazione da un forzoso isolamento nei camerini (nella speranza che diano in escandescenze durante la diretta), è l’ultimo sintomo della società malata in cui viviamo.

È vero, l’autrice propone il lieto fine e lo rivendica nell’epilogo. Ma è un finale poco credibile, e sembra quasi esaltare il resto: quel drammatico sfondo di acredine nel quale siamo costantemente immersi.

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22/05/2017

Quando ti dicono “fai del volontariato”

Ieri sera mi sono ubriacata. Con una bottiglia di vino da due euro. Spesi male, direte voi. Spesi bene, secondo me. Mi mancava la sensazione di leggerezza, il non pensare a niente, il confidare su un momento fatto di immotivata ilarità. Capita quando immagini che i piedi non tocchino più terra perché non hai un terreno solido sul quale camminare.

In quello stato ho incontrato una persona che mi ha proposto di fare la volontaria per una organizzazione di carità. Fare del bene restituirebbe una visione diversa della vita. Misurerebbe il mio panico mettendolo a confronto con quello di chi “ha perso tutto e ha anche più bisogno di speranza” rispetto a quanto ne sia rimasta a me.

E’ una specie di condanna che ti investe come un Tir. Sei disoccupata e ti propongono di lavorare gratis per “dare una mano”. E a me chi la dà una mano? “Almeno esci di casa” diceva. E in effetti a non fare niente non guadagno nulla. A parte girarmi e rigirarmi oppressa nell’immobilità. Nulla cambia se tu non cambi. E a quel punto, dopo un paio di frasi filosofiche in aggiunta, dette da chi non ha il problema che ho io, ho ringraziato il cielo per aver deciso di bere e ubriacarmi. Fossi stata sobria avrei risposto con rabbia e avrei anche pianto.

Io che mi vergogno a mostrarmi fragile. Non avrei potuto guardarmi allo specchio per giorni e giorni. Ho comunque deciso di andare. Così oggi che è domenica, a pranzo, sono andata ad aiutare in cucina un paio di donne che preparavano pasti privi di proteine per gente che di proteine avrebbe bisogno. Ho osservato a lungo un uomo perso, fuori dalla realtà. Mi sono chiesta se anch’io finirò come lui, a rivolgere ad estranei frasi sconnesse. La connessione con me stessa e la mia realtà è forse l’unica cosa che mi resta. L’ultima in questo mondo di semi-vivi.

In quel momento ho deciso che avrei raccolto quelle storie, di persone tanto simili a me e comunque diverse. Com’è successo che sono arrivati a questo punto? Da dove arrivano, che cosa sognano, se ancora sognano. L’espressione fuori contesto. I calzini spaiati che mi hanno ricordato le mutande slabbrate che ancora indosso perché anche le mutande costano. Mi sono ricordata i giorni in cui ho usato carta igienica come assorbenti per le mestruazioni. E ho trascorso giorni interi in cui a pararmi la cascata di sangue c’era solo una maglietta vecchia, lavata e rilavata e di nuovo riutilizzata nei cicli successivi.

La povertà ti rende industriosa ma non fino al punto di inventarti nutrimenti dal nulla. Dovrei mangiare scarafaggi e topi e penso ai sorci di fogna che fuggono all’arrivo del senza tetto che tenta di proteggere il proprio giaciglio.

“E’ uno che non ci sta con la testa” – dice la volontaria/cuoca. Pare che la madre abbia deciso di cacciarlo via perché era diventato violento. Non poteva più gestirlo e non esiste un luogo in cui possano gestirlo. Ogni tanto lo ricoverano in psichiatria. Gli fanno un Tso perché pericoloso per se stesso o per altri. Dopo tre giorni è fuori perché “l’ospedale non è un dormitorio” – specificano.

Come ho fatto a non pensarci. Potrei simulare un incidente e lasciarmi curare in ospedale. Potrei fare qualcosa per lasciarmi assistere. Ma poi cosa? I giorni successivi sarebbero uguali ad oggi. E io non so inventarmi nulla se non mi succede davvero.

Sono rientrata nel mio piccolo alloggio, quello che ancora esiste anche se non so ancora per quanto e ho ripensato alle sue scarpe, poi al trucco sul volto della volontaria, ai suoi capelli colorati da poco. C’era un contrasto così visibile e non ho potuto fare a meno di pensare che il mio aspetto, trascurato, grigio, opaco, mi rendesse tanto più simile a quell’uomo invece che alla volontaria.

Alla fine del turno ho mangiato anch’io e forse far la volontaria è l’unico modo che ho per accettare la carità degli altri. Non so quando rivisiterò quel posto. La prossima domenica, forse. Per il resto della settimana potrò sentirmi dannata tra i dannati, in cerca di un po’ di sole che non ha spazio per entrare a riscaldarmi nella mia piccola stanza. Non posso dire che la cosa mi abbia fatto stare bene ma neppure male. Almeno è stato qualcosa di diverso. Diverso anche da me che dell’assistenzialismo ho sempre pensato peste e corna.

Stasera uscirò di nuovo e forse berrò dell’altro vino. O rimarrò a casa a mangiare pasta scondita. Per ora penso a pettinarmi, lavarmi un po’ e guardarmi allo specchio per qualche minuto. E quel che vedo non mi piace. Non mi piace neanche un po’.

L.

Fonte

Vale sempre la pena proporre testi come questo, che testimoniano quanto il baratro del 3 mondo sia ad un respiro da quasi tutti noi.

Specificato il banale è comunque buona cosa mettere a fuoco i due aspetti che presentano maggiori risvolti analitici all'interno del testo:

1) il volontariato, è riconosciuto dalla protagonista in modo assolutamente cristallino come lavoro gratuito, aggiungo io funzionale a tenere in mobilitazione costante quell'esercito salariale di riserva che consente ai padroni d'ogni ordine e grado di comprimere, sotto ricatto, i salari dei "fortunati" che ancora un lavoro lo conservano e non sono in possesso di professionalità "apicali";

2) alla protagonista, è sufficiente una sola occhiata all'aspetto della collega impegnata in attività caritatevole per rendersi conto della chiara impronta classista che contraddistingue l'ambiente: al volontariato spesso si dedica chi non ha altri problemi nella vita che occuparsi un'ora al mese degli altri per dirla con i fumi lisergici di un ispiratissimo De André. Il resto è roba da borghesi di "buon cuore" che non modificano di una virgola il pietoso stato di cose presenti di tutti i dannati della terra, ma anzi ne reiterano la dannazione.

23/02/2016

Livorno precaria fino al midollo: storia di un ex lavoratore Mtm che racconta 5 anni di precarietà lavorativa ed esistenziale

“Mi chiesero di giocarmi un rinnovo di 10 giorni a pari e dispari perché di due interinali potevano tenerne solo uno”.

Tutto inizia all'interporto di Guasticce nel 2009, all'Mtm, un'azienda che monta impianti a gas sulle auto e che si insedia a Livorno con l'obiettivo di sfruttare per un paio di anni gli incentivi governativi. Un'azienda che ha oltre 400 operai (con un picco anche di 700) e solo 10 assunti, con gli altri che girano attraverso le agenzie interinali, a rotazione. Anche Repubblica la definisce un caso da record con quasi il 90% di precari ma a Livorno, eccetto Senza Soste e il sindacato Cobas, sembra non essersene accorto nessuno. Bastano pochi volantini, un paio di presìdi e un paio di nostri articoli per far di fretta e furia assumere 100 lavoratori. Finiti gli incentivi, gli interinali vanno tutti a casa, qualcuno fa causa con i Cobas e l'avvocato Guercio e vince. Sono i primi mesi del 2010. Inizia qui la storia di questo precario livornese che ci ha raccontato 5 anni di vicende incredibili e di cui non scriviamo il nome perché quando si vive un'esistenza precaria ogni indizio può essere di supporto al nemico.

Operaio precario e truffato. Finita l'esperienza all'Mtm, il nostro precario 35enne con un passato da edicolante, non se ne sta con le mani in mano e durante gli 11 mesi di disoccupazione acquisisce le patenti C, D e CQC sborsando circa 3000 euro di tasca propria. Lo chiama una fabbrica livornese del settore chimico. In 2 anni lavora per un totale di 13 mesi e dopo i primi due rinnovi da 1 e 3 mesi inizia il singhiozzo di contratti di massimo due settimane sempre con la solita agenzia interinale: “La mia esperienza in quell'azienda finì con un contratto di 10 giorni che chiesero di giocarmelo a pari o dispari perché di due interinali ne potevano tenere solo uno. Solo dopo mi resi conto dello scandalo di questa cosa. Un giorno mandarono me e un dipendente fisso in un altro reparto. Mi mandarono a chiamare perché quel giorno non avevamo fatto abbastanza produzione in quanto il lavoratore fisso boicottò quello spostamento che non gradiva. Mi dissero che dovevo essere io a obbligarlo. Risposi che io non contavo nulla ed ero tra l'incudine del padrone e il martello dei dipendenti fissi e che farli lavorare spetta ai dirigenti, non certo a me. Andavo al lavoro anche con la febbre e sapevo che non potevo sgarrare. Ma non bastò. Mi fu poi riferito che questo dirigente disse che non mi aveva confermato perché avevo fatto un discorso troppo politico. Avevo detto solo la verità”. Conscio della propria situazione in bilico, durante l'esperienza nell'azienda chimica, il nostro precario frequenta anche un corso per Oss a Pontedera: “Uscivo alle 16.30 di fabbrica, andavo a Pontedera e ci stavo fino alle 10. Ma l'agenzia formativa livornese che organizzava quei corsi non ci ha fatto mai fare l'esame finale e ci ha truffato di 3000 euro. Ora sono in causa”.

Precario nella logistica. Con le patenti acquisite a curriculum, il nostro precario diventa appetibile nel mondo dei trasporti e della logistica. Conquista un contratto a tempo determinato, poi rinnovato, per 13 mesi totali: “Un'esperienza positiva considerato il settore molto deregolato. Finì perché calò il lavoro”. Viene poi contattato da un famoso corriere che si affida ad una rete di cooperative: “Mi offrirono un lavoro che, informandomi tra chi ci lavorava, consisteva in 1200 euro circa, minimo 10 ore al giorno, fuori Livorno, con eventuali danni al camion da scalare dalla busta e malattia non contemplata”. Ma a quanto pare in quel mondo è la regola, perché l'offerta successiva, sempre di un'azienda di trasporti, era ancora peggiore: “Mi offrivano 1500 euro in busta ma con 13esima, 14esima e Tfr spalmati, quindi 1200 euro contrattuali. 10-12 ore al giorno, 6 notti su 7 (cosa vietata dal contratto) e se mi ammalavo non guadagnavo. Feci il conto che erano meno di 4 euro l'ora”.

Stagionale. La stagione estiva ha portato al nostro precario un contratto di 3 mesi in uno stabilimento balneare attraverso una cooperativa: “Un lavoro regolare per 3 mesi. Senza ricatti o ore non retribuite. Quasi un miracolo”.

Bioselezione. Il 2015 però si è concluso con l'ennesima delusione: “Mi ha contattato una ditta di trasporti, ho accettato il periodo di prova ma dopo qualche giorno mi ha richiamato dicendomi che non mi voleva più prendere perché mi manca la milza. Ho 35 anni e lavoro da 15, mai fatta un'assenza o avuto un problema per via della milza. Ma ora ho visto anche questa”.

Vita precaria. Tutto questo in soli 5 anni e il nostro precario non può che tirare le somme: “L'amarezza più grossa che ho subito a volte è stata essere considerato zero dai dipendenti fissi delle aziende. Da chi dirige me lo aspetto, dagli altri lavoratori mi aspettavo un po' più di solidarietà. E poi volevo fare un'amara constatazione, penso che ormai tra agenzie interinali e sindacati ci sia una commistione di interessi. Pare che il sindacato sia diventato un'agenzia di collocamento. Io intanto ormai ho acquisito dentro di me uno stile di vita precario fino al midollo: una precarietà esistenziale che va dai rapporti interpersonali fino alla quotidianità del concetto di casa e di famiglia. E da qui ci possiamo uscire solo tutti insieme, facendoci valere come persone che vivono del proprio lavoro e non come lavoratori di serie A e B che guardano nel proprio orticello. Ormai siamo tutti precari”.

Franco Marino

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28/09/2015

E per fortuna che c’è la Marija

Il punto di incontro è sempre lo stesso. Mi chiede in cambio un pompino e poi mi consegna un po’ di marijuana. Mi basterà per un paio di giorni. Non di più. A casa rollo la canna e fumo guardando la televisione. Non c’è nulla di interessante e cerco il portatile per curiosare tra le ultime mail. Mi ha scritto quello stronzo del mio ex con la minaccia implicita che non smetterà mai di perseguitarmi. Non ho voglia di pensarci e allora cerco un video eccitante su youporn. Mi tocco già alle prime immagini e con l’altra mano cerco scene che mi facilitano l’orgasmo. C’è uno che gliela lecca e sembra un cane che sbava sulla faccia del padrone. Cerco un altro video e stavolta seleziono quello con due lesbiche. Qui la leccata è perfetta. La tizia riesce a farla venire senza problemi e godendo a occhi aperti vengo pure io.

Il frigo è tanto vuoto che pare inutile tenerlo acceso. Trovo una fetta di formaggio con la data di scadenza ferma a una settimana fa. Non importa, la mangio lo stesso, anche se ha un retrogusto acido. Mi ci vorrebbe una fetta di pane e qualcosa di dolce. La marijuana mi fa sempre questo effetto. Ho solo un pezzo di pane duro e per disperazione lo cospargo di zucchero e mastico a fatica. Ho un lavoro da finire ma sono in altomare. La mia capa dice che se non lo finisco subito rischio il licenziamento. Mi ha affidato un lavoro noiosissimo. Leggere al posto suo molti documenti e poi relazionare con una sintesi che lei porterà in tribunale. Sono una tirocinante, il che equivale a dire che faccio la schiava per due soldi.

Suona il campanello e vedo Riccardo allo spioncino. Se passa a trovarmi a quest’ora del pomeriggio significa che vuole scopare prima di andare dalla sua fidanzata. Secondo la morale corrente dovrei dirgli di no, ma io non rispetto la morale e mi faccio scopare sul divano. A cosce larghe, lui preme perché gli piace penetrarmi a fondo. Mi tocco e scopro i seni. So che lo eccitano molto. Stringo le gambe sulla sua schiena e mi trascina a letto. Girati, dice, e io gli do il culo. Mezzora dopo siamo ancora qui e io mi esercito a tirarglielo su per un secondo round.

Riccardo esce e il mio problema resta. Ho ancora fame e il frigorifero non si riempie da solo. Scendo a comprare un panino al kebab dal tizio all’angolo. Trovo il mio ex che mi aspetta sotto casa. Mi chiama troia e dice di sapere che mi sono scopato Riccardo. Sono una troia che va con chiunque e io lo interrompo e correggo: io vado solo con chi mi piace. Si fa più gentile e chiede di poter entrare. Ha una giacca nera e se non fosse di una bellezza così comune potrebbe perfino sembrare uno dei vampiri cattivi di True Blood. Lo respingo e minaccio di spezzargli un braccio. Lui sa che sono molto più forte e non potrà mai vincere contro di me. Fottuto stronzo e maledetta me per averlo fatto entrare nella mia vita.

Arriva, tempestiva, l’inquilina del mio stesso pianerottolo. Lui si allontana e ci lascia entrare. La tipa è decisamente bella. Mi è sempre piaciuta e non so come dirle che vorrei eccitarla e farla stare bene per tutta la sera. Riesco solo a dirle che l’aspetto, prima o poi, per un caffè, per conoscerci meglio. Annuisce mentre strofina un occhio e chiede se vedo qualcosa che le è entrato dentro. Mi dà l’occasione di toccarla e scopro un minuscolo insetto nero che riesco a toglierle via. Ringrazia mentre continua a lacrimare. Vorrei dirle qualcosa ma temo di essere banale. Sono certa che io e lei siamo compatibili. Lo sento. Lo so.

L’ascensore segna il terzo piano. Siamo già arrivate. Mi avvicino a lei per salutarla e lei mi respinge, come se avesse paura. Devo averla intimidita coi miei modi un po’ rozzi. Forse ha capito e se vorrà qualcosa da me saprà dove trovarmi. Avrei davvero molta voglia di toccarla. Mi tengo la voglia e vado a sedarmi. Rollo un’altra canna e me la fumo distesa sul pavimento. Qualcuno bussa alla porta. È lei. Piange. Mi abbraccia forte e dice che vuole stare da me per un po’. Ha paura di qualcosa, ecco perché mi ha respinto. Non voleva la toccassi e scoprissi i lividi. Dice che ha una madre malata che la comanda a bacchetta da un po’ di anni. Non le lascia spazio per vivere. Si arrabbia se qualcosa non va precisamente secondo i suoi piani. Poi ha degli attacchi d’ira incontrollata. Non si direbbe a guardarla. Pare innocua. Invece distrugge, spacca, picchia.

Chiedo perché non sta in ospedale e mi dice che la tengono solo per un paio di settimane e poi la rimandano a casa. Non sa come fare. Chi le crederebbe? Chi crederebbe che una vecchina malata picchia la figlia? Come si fa a sottrarsi all’abbraccio mortale di una madre completamente folle? Odio i manicomi e non potrei mai suggerirle un Tso ma vorrei fare qualcosa per lei. Scuote la testa, rassegnata, non c’è nulla da fare. “Devo badare a lei finché non muore“. Lo dice come se quella fosse la soluzione di ogni male. Non so che altro dirle a parte abbracciarla come una sorella. Archivio il progetto di una scopata lesbica. Lei mi saluta e mi ringrazia. Dice che se non disturba tornerà a trovarmi, per parlare d’altro e distrarsi. Invece, poi, non mi capita proprio più di incontrarla. Mi fisso con l’idea che le sia successo qualcosa. Così spio i movimenti di tutte le persone che si fermano al pianerottolo.

Scendo dal bottegaio per prendere un po’ di latte e sento che discute con alcune donne di un brutto incidente che è costato la vita di due persone. Chiedo notizie e mi dicono che inspiegabilmente l’auto ha preso male una curva ed è finita in un dirupo. Forse i freni o forse un errore dell’autista. Dentro c’erano due cadaveri, quello di una vecchia signora malandata e di sua figlia. La ragazza della porta accanto è morta e sento un dolore acuto, lancinante. Odio il dolore. Non posso sopportarlo.

Stesso punto di incontro, stesso pompino e stessa dose di marijuana. Fumo, poi esco sul pianerottolo. Siedo dando le spalle alla porta della sua casa, e resto lì, tutta la sera, pensando a come sarebbe stato se si fosse lasciata amare. Non ho fatto niente per lei, ma, per un attimo, l’ho amata. Sono sicura di averla amata.

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24/02/2015

Corrispondenze scozzesi: St. Andrews, ovvero dove studia la borghesia anglosassone

Una popolazione che non supera le 20.000 anime ed una certa distanza geografica dai centri principali del paese potrebbero essere condizioni sufficienti a rendere St. Andrews un perfetto taciturno e sconosciuto borgo scozzese. In realtà, numerose anomalie storiche rendono la piccola cittadina che affaccia sul gelido Mar del Nord (6 gradi oggi la temperatura dell’acqua) decisamente più conosciuta di quanto si potrebbe ipotizzare in partenza. Infatti, dopo essere stata nel corso del Medioevo il centro di pellegrinaggio più importante di tutta la Scozia, grazie anche alla sede vescovile stabilita in loco nel lontano 906, St. Andrews è divenuta nota per altre, decisamente più mondane, ragioni. Nel 1754 venne stabilito qui il Royal and Ancient Golf Club, contribuendo ad alimentare una lunga tradizione di partite giocate sui lussuosi e sterminati prati verdi che affacciano sulla lunghissima West Sand. Tutto ciò ha reso St. Andrews meta obbligata per volgari arricchiti che inseguono a bordo di macchine elettriche quelle palline appena lanciate a gran distanza, immaginando così magari di praticare un salutare sport. Soprattutto però, St. Andrews è sede di un’università che, nelle sempre poco attendibili valutazioni sulla qualità dell’istruzione, risulta tra le più quotate e meglio conosciute di tutto il mondo anglosassone. Per tale ragione, durante i periodi accademici quasi 8000 studenti brulicano le tortuose strade del centro cittadino, intenti a sorseggiare un lungo caffè acquoso di Sturbacks oppure addentare un improbabile panino di Costa. D’altronde con un’università che vanta orgogliosamente 602 anni di storia, ma che ancora non ha pensato a provvedere con una mensa alle necessità più elementari dei propri studenti, come criticare i futuri dottori per i loro dubbi gusti alimentari? Certamente, mi si può anche rispondere che la fauna che pascola dispersa tra la biblioteca ed i vari dipartimenti dislocati in molti punti diversi della città non è quella che tipicamente necessita di un pasto a buon mercato, ammesso ma non concesso che questo sia ancora possibile nelle mense universitarie europee. Come normale e prevedibile infatti, le ricadute dello straordinario innalzamento delle tasse scolastiche voluto dalla storica coalizione di governo tra Conservatori e Liberal-Democratici sono stati rilevanti anche a St. Andrews. Così, mentre i contributi richiesti agli studenti scozzesi sono rimasti quasi invariati, quanto preteso dagli altri ha subito seguito le direttive imposte da Londra. Per essere il meno criptici possibile, questo significa che mentre i discendenti di Braveheart se la cavano con poco meno di 2000 sterline annuali per sostenere i propri sforzi accademici, gli altri studenti devono chiedere ai loro facoltosi genitori un impegno decisamente maggiore, che varia a seconda del dipartimento scelto, ma che raramente scende al di sotto delle 14.000 sterline per anno accademico. Considerando inoltre che gli studenti scozzesi sono probabilmente in minoranza, questa è almeno l’impressione che se ne ricava in assenza di dati più certi, non è richiesto essere Emile Durkheim per avere una qualche idea delle classi sociali di appartenenza degli studenti di St. Andrews. In particolare, la presenza in città dei pargoli della borghesia inglese ed americana si manifesta in due importanti aspetti.


Il primo è di costume e riguarda l’inconfessabile maggioranza di studenti che usano un costoso laptop con una mela disegnata sopra per adempiere alla complicata funzione di scrittura sul noto immaneggiabile programma Word. Devo dire che se non fosse per gli sguardi rigidamente prostrati sul proprio ristretto compito e mai alla ricerca di un barlume di umanità e socialità oltre la sfera invisibile del proprio individuo, si potrebbe provare un certo disagio nell’estrarre dal proprio zaino un portatile non fuoriuscito dal garage [sic!] di Steve Jobs. Il secondo è invece di carattere strettamente economico e riguarda il costo della vita in questo piccolo angolo di Scozia. Ricordando che trovare una camera per meno di 500 sterline, che al cambio attuale fanno circa 680 profumatissimi euroni, non è affatto affare semplice, abbiamo probabilmente già reso l’idea. A questo si devono ovviamente sommare i tradizionali costi della mera sopravvivenza ed i vizi di gioventù, che comunque sono largamente confinati alle sbronze del sabato sera dopo un’intera settimana trascorsa in biblioteca (aperta dalle 8 la mattina fino alle 2 la notte, tutti i giorni domeniche incluse) a studiare diligentemente. Peraltro, non che la vita notturna a St. Andrews sia così eccitante. Con la maggior parte dei pubs che chiudono a mezzanotte (per dover di cronaca qualcuno “tira” fino alle una) e due soli clubs che si azzardano a toccare le due del mattino, molti giovani preferiscono rifugiarsi in qualche festa privata. Non vi preoccupate comunque perché a St. Andrews non si perde nessuno. Infatti, i più esagitati del sabato sera li potete ri-incontrare la domenica pomeriggio in biblioteca, sostenuti da una strana boccetta di succo di frutta rinforzato che ricorda molto una scena da tube londinese nelle mattine dei fine settimana. Se poi i due clubs non eccitano abbastanza le vostre voglie notturne, ecco la Union, ovvero il locale teoricamente gestito dagli studenti. Vi si entra esibendo la propria carta universitaria a due energumeni sulla soglia della porta ed anche dentro gli occhi attenti della sicurezza non mancano mai. Che concludere quindi? Beh, i dannati della terra descritti tanti anni fa da Frantz Fanon non hanno certo casa a St. Andrews, ma l’umanità che vediamo davanti a noi resta maledettamente sofferente.

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10/02/2014

Immigrati, l’Italia cresce grazie a loro

di Tania Careddu

Cinque milioni. A tanto ammonta il numero degli immigrati in Italia. Che cresce grazie a loro: di pari passo, infatti, all’aumento degli stranieri che vivono nel Belpaese, ciò che permette al fenomeno di continuare e allo Stivale a crescere è l’incidenza delle nascite dei loro bambini. Nel 2012, infatti, secondo quanto riporta il XXIII Rapporto Immigrazione redatto da Caritas e Migrantes “Tra crisi e diritti umani”, i nati da genitori stranieri sono aumentati, raggiungendo quota ottantamila.

Nascono principalmente da madri romene, marocchine, albanesi e cinesi. Anche perché, nel corso dell’anno passato, la collettività più densa è proprio quella romena seguita da quella polacca. Mentre, fra quelle non comunitarie, primeggiano la popolazione albanese e quella marocchina. A seguire quella cinese, ucraina, filippina e moldava. Ad accoglierli soprattutto il Nord Italia, seguito dal Centro, dal Sud e dalle Isole.

Scelgono la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna e il Lazio. Ma è la provincia di Prato quella che detiene la percentuale più alta di incidenza sul totale della popolazione e quella di Roma quella che ne ospita di più. È però la sistemazione che trovano un alloggio di fortuna, vedi caravan, container, baracche, garage, soffitte e cantine, che non può essere considerata un’abitazione.
Perché con la legge Bossi-Fini la perdita del lavoro e la conseguente condizione di irregolarità, li espone maggiormente al rischio di rimanere senza casa, soprattutto nelle regioni meridionali. E quando la casa, invece, ce l’hanno, le condizioni di vivibilità non sono fra le più decorose: sovraffollamento, perché permette di dividere le spese d’affitto e delle utenze, anche perché un quarto dei soggetti risulta incapace di pagare con puntualità.

Ma, in fondo, sono proprio le famiglie dei migranti quelle che hanno dovuto fronteggiare la crisi partendo da una evidente posizione di svantaggio. Rispetto alle famiglie italiane, infatti, l’incidenza della povertà è più che doppia, il reddito medio dei nuclei famigliari immigrati è solo il 56% di quello degli italiani, più di un terzo delle famiglie è investito da fenomeni di deprivazione, rispetto al quale, si legge nel Rapporto, gli interventi di Caritas e Migrantes, sono stati tesi alla fornitura di viveri e alla messa a disposizione di vestiario.
Non basta: si nota una contrazione della domanda di lavoro riservata ai lavoratori stranieri, soprattutto fra i capifamiglia, nel settore dell’industria e delle costruzioni. Regge, fortunatamente, il settore dei servizi alla persona.

Ed è a causa della vulnerabilità e della precarietà delle loro condizioni di vita che commettono azioni criminose, spesso oggetto di strumentalizzazione della politica e dei media. I reati, commessi per lo più dagli stranieri occupati nella manovalanza e diretti a procurare un vantaggio economico immediato, interessano la droga, il patrimonio, quelli contro le persone e la pubblica amministrazione.

Ma loro sono anche vittime. Basti pensare al fenomeno della tratta. Oltre all’ambito della prostituzione, realtà ormai consolidata in Italia, la tratta ha assunto nuove forme, manifestandosi nell’ambito economico-produttivo, in particolare nell’agricoltura, nell’edilizia, nelle manifatture, nel lavoro di cura, nell’accattonaggio forzato e nelle attività illegali.
Sono costretti a condizioni di vita disumane con orari di lavoro molto lunghi, retribuzioni inferiori a quelle pattuite che avvengono irregolarmente, obnubilati con promesse che non verranno mai mantenute, tipo l’ottenimento del permesso di soggiorno, e sottoposti a rapporti violenti. E i diritti umani fondamentali? Altro che crisi economica.

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15/12/2013

Teenage Dream


I motivi per ascoltare un pezzo così sono essenzailmente tre:

  1. heavy rotation in radio
  2. vi garba oltremodo la potta (e Katy Perry è un pottone da competizione!)
  3. fate una vita di merda e vi incazzate perché manco da teenager ve la spassavate

Ad ognuno il suo.

28/06/2013

La "manovrina" del governo su lavoro e Iva

Molte misurette, tante promesse, una sola certezza: non c'è un euro e lo Stato ai tempi della Troika "accompagna" le decisione delle imprese. E basta...
 

C'è una logica nella seconda lenzuolata di provvedimenti calata ieri dal governo? A dispetto delle apparenze e della realtà molto confusionaria, sì. É una logica deriva da una convinzione apodittica, o meglio da disposizioni sovranazionali indiscutibili: il futuro del lavoro in Italia sarà “povero”. Per contenuti e competenze, ovviamente per salari e garanzie, per capacità di consumo e dignità delle persone. Non è nemmeno una logica “nascosta”, anche se non sbandierata. Prendiamo questo passaggio che spiega le misure chiamate “a favore dell'occupazione giovanile”: Nel Mezzogiorno vi sono 1.250.000 giovani (15-29 anni) che non studiano né lavorano, più che nell’intero Centro Nord. Un giovane meridionale su 3 oggi non studia né lavora. I giovani diplomati del Sud hanno nel 2012 un tasso di occupazione del 31% e i giovani laureati del 49%; tassi entrambi di circa 15 punti inferiori rispetto al resto del paese; la durata media della ricerca della prima occupazione supera i tre anni. Al tempo stesso cresce sensibilmente al Sud la partecipazione al mercato del lavoro, segno sia di assoluta necessità di impiego in moltissime famiglie, sia di esplicita volontà di contribuire al rilancio del paese. Come ricorda la Banca d’Italia, “l’offerta di lavoro cresce più rapidamente nelle regioni in cui l’aumento della disoccupazione è più marcato”. Possiamo sostituire Marx alla Banca d'Italia e la frase non cambia: l'alta disoccupazione è considerata una condizione favorevole allo sviluppo dell'occupazione. Ovvero, la presenza di un numeroso “esercito salariale di riserva” consente di tenere i salari indecentemente bassi e quindi “favorisce” l'investimento privato o, più semplicemente, il passaggio dal lavoro nero a quello “precario legale” e da quest'ultimo al contratto “a tempo indeterminato”. Riavvolgendo il nastro degli ultimi venti anni di “riforme del mercato del lavoro” (dal “pacchetto Treu" a oggi), possiamo agevolmente constatare come la precarietà contrattuale sia stata voluta e mirata a raggiungere un unico obiettivo: la compressione salariale al di sotto dei livelli di sussistenza. “I diritti” del lavoro, in questa dinamica “oggettiva”, non potevano che scomparire sullo sfondo; fino a poter essere indicati come “privilegi” antieconomici ostili “ai giovani”. I bastardi che ancora giocano sulla “guerra generazionale” sono quindi agenti attivi, anche se a volte persino inconsapevoli, del capitale e dei suoi governi. In secondo luogo, viene confermata e dettagliata una “filosofia” di intervento dello Stato nell'economia. Non più la keynesiana “politica industriale”, in cui lo Stato decide quali sono gli obiettivi strategici che “i privati” non sono interessati a perseguire e quindi “entra” direttamente in campo promuovendo alcuni tipi di industria e di occupazione. Ma un “accompagnamento” dell'iniziativa privata “sovrana”, con misure che “favoriscono” tramite strumenti fiscali la scelta per determinate opzioni anziché altre. Per provare a dettagliare meglio queste considerazioni di “logica generale” dell'intervento vi proponiamo qui sotto alcune schede prese dal Sole24Ore, di cui proveremo ad evidenziare (in corsivo) conseguenze e “filosofia”.

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Dal bonus giovani alle modifiche della legge Fornero: il decreto in 8 punti 

Bonus giovani (e Sud)
L'articolo 1 prevede "incentivi per nuove assunzioni a tempo indeterminato di lavoratori giovani". Cioè, un bonus a chi assume under 29 disoccupati. Per rientrare nella categoria "lavoratori giovani" serve avere un'età compresa tra 18 e i 29 anni. Sono previste poi tre condizioni (basta se ne possieda una): il neoassunto deve essere privo di impiego retribuito da almeno sei mesi, non aver conseguito nessun titolo di scuola superiore e vivere solo con una o più persone a carico.
Redazione. Delle tre condizioni poste, una definisce il limite vero e quindi anche il campo di applicazione: “non aver conseguito nessun titolo di scuola superiore”. Quale tipo di occupazione si intende quindi favorire? Quella per cui basta la terza media o anche meno. Lavoro manuale puro e semplice, senza orpelli e competenze foss'anche minime.
 

Il bonus è pari a un terzo della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali, per un periodo di un anno e mezzo (18 mesi). Non può superare i 650 euro mensili. In caso di trasformazione con contratto a tempo indeterminato l'incentivo è corrisposto per 12 mesi. La risorse sono divise tra il Mezzogiorno e altre regioni italiane con percentuali diverse. Al Sud, il finanziamento è fissato a 100 milioni per il 2013, 150 milioni per il 2014, 150 milioni per il 2015 e 100 milioni per il 2016. Complessivamente vanno al Sud 500 milioni. Quello per il centro e il nord è 294 milioni: 48 milioni di euro per il 2013, 98 milioni per il 2014, 98 milioni per il 2015 e 50 milioni per il 2016. E sempre nel secondo caso, le regioni interessate devono rendersi disponibili a cofinanziare al 50% la misura assegnata.
Red. Voler aiutare il Mezzogiorno sarebbe intento lodevole, se non lo si condannasse nel frattempo al ruolo di fornitore di manodopera manuale a basso costo. Le cifre stanziate, in aggiunta a una politica comunque rinunciataria, sono davvero troppo insignificanti per conseguire gli obiettivi dichiarati.


Tirocini, bonus per i giovani
Gli "interventi straordinari per favorire l'occupazione, in particolare giovanile" sono rivolti ai disoccupati fino a 29 anni d'età e agli over 50, sfruttando anche le opportunità lavorative dell'Expo 2015. In più, per favorire l'alternanza studio-lavoro, si stanzierà un fondo di 15 milioni di euro per i tirocini curriculari. E' previsto un incentivo tra le università statali che attivano tirocini della durata minima di 3 mesi con enti pubblici o privati. Per ogni tirocinante sono previsti al massimo 200 euro.
Red. Parole roboanti che si sgonfiano davanti all'entità del bonus: 200 euro. Davvero qualcuno pensa che tanto basti per “attivare” qualcosa di complicato come “l'alternanza studio-lavoro”?

Tornando al capitolo occupazione, l'articolo prevede che le parti sociali e le organizzazioni più rappresentative dei datori di lavoro concordino "contratti collettivi, iniziative e misure straordinarie", incentivando lavoratori intermittenti, lavoro subordinato con un programma di formazione non superiore alle 120 ore, elevazione dei compensi per lavoro accessorio da 2mila a 5mila euro e e stipulazione di co.co.co (collaborazione coordinata e continuativa) rinvianti all'Expo 2015.
Red. Un ruolo da kapò viene riservato alle “parti sociali (Confindustria e sindacati firmatari del recente “accordo sulla rappresentaza”), dovranno incentivare il... “lavoro intermittente” (tre mesi sì, due no, poi vediamo...), quello con competenze medio-basse (con durata della formazione limitata, ecc). Paradossalmente, si tratta di una confessione postuma: tutti i contratti tipo l'apprendistato – per cui sono previste durate abnormi, fino a tre anni – sono delle prese in giro finalizzate soltanto e tenere basso il salario e “sulla corda” il lavoratore. Se per la “formazione” bastano 120 ore o meno, a che serve un contratto triennale per ottenere lo stesso risultato?

Garanzia per i giovani
Il quarto articolo istituisce una struttura di missione per l'attuazione della cosiddetta "Garanzia per i giovani" (Youth Guarantee) e la ricollocazione dei lavoratori destinatari degli "ammortizzatori sociali in deroga". La struttura dispone le linee guida per definire i criteri e la ripartizione delle risorse, oltre a promuovere accordi tra istituzioni pubbliche, enti e associazioni private monitorare periodicamente gli interventi. Sarà coordinata dal Segretario Generale del Ministero del Lavoro o da un Dirigente Generale. La dotazione è di 40mila per il 2013 e 100mila euro per il 2014 e 2015.
Red. C'è poco da dire. Intenti vaghi, dotazioni ridicole, obiettivi inesistenti. E questa sarebbe “la garanzia”...

Istituti tecnici, 5 milioni di finanziamenti
Nell'articolo 5, in aggiunta alla legge 27 del dicembre 2006, si incrementa di 5 milioni di euro per il 2014 il Fondo per l'istruzione e la formazione tecnica superiore. In più, gli istituti professonali possono utilizzare spazi di flessibilità entro il 25% nelle lezioni annuali per percorsi di istruzione e formazione professionale. Gli spazi saranno ripartiti nel primo biennio e nel primo anno del secondo biennio.
Red. Mentre si distrugge metodicamente l'università pubblica e la scuola media superiore, spunta fuori una (impercettibile) inversione di tendenza per gli istituti tecnici. Cnque milioni sono una dotazione ridicola, ma comunque indicativa: basta sogni di scalata sociale, ragazzi, preparatevi a un lavoro appena appenapiù specializzato dell'operaio di linea. E non rompete le scatole con le vostre ambizioni...

Le modifiche alla legge Fornero 

L'articolo 6 prevede un "restyling" della legge 92 (la legge Fornero), modificando gli articoli 1, 4, 5 e 10. In particolare, sui contratti a tempo determinato si specifica che "si considera a tempo indeterminato" il contratto stipulato entro una data di 10 giorni per un contratto di 6 mesi e di 20 per un contratto superiore ai 6 mesi. Questo significa che gli intevalli di tempo per i rinnovi di un contratto a tempo determinato e il successivo tornano a 10 e 20 giorni (a seconda della durata del primo contratto a tempo), dopo che la legge Fornero li aveva estesi a 60 e 90 giorni.
Red. Chiarissimo: i padroni potranno tornare a usare questo tipo di contratti per tenere un lavoratore in condizion da “tempo indeterminato” senza corrispondergli né il salario né le residue garanzie di un normale dipendente. Basta fare i conti: 10 e 20 giorni corrispondono alle normali ferie di Natale ed estive. Basta dunque far terminare il contratto in corrispondenza di questi periodi e il gioco è fatto. L'impresa può risparmiare il salario da corrispondere anche durante le ferie, e il dipendente ha sempre il cappio intorno al collo perché deve guadagnarsi la “riassunzione”. Incredibile a dirsi, viene cancellato l'unico punto dell'infame riforma Fornero che limitava il dispotismo padronale... Si può sempre far peggio, suvvia!


Fissato un tetto al lavoro intermittente: non più di 400 giornate lavorative nell'arco di tre anni solari. Dopo di che, scatta la trasformazione in un rapporto di lavoro a tempo pieno. 

Igiene, sicurezza e lavoro nero.
Le "ulteriori disposizioni in materia di occupazione" ricalibrano alcune norme su igiene, formazione professionale ed emersione del lavoro nero, soprattutto per gli stranieri. Le ammende per la contravvenzioni delle norme igieniche crescono del 9,6% a partire dal primo luglio. Gli incassi delle multe sono destinati al rifinanziamento di iniziative per vigilanza, prevenzione e promozione in materia di salute e sicurezza.
 

Sul fronte della formazione, scatta la trasformazione del contratto professionale in apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere. Nuove regole anche per i lavoratori stranieri: nel caso in cui l'emersione da condizioni di irregolarità sia respinta esclusivamente dal datore di lavoro, si rilascia un permesso di soggiorno per attesa occupazione.
Red. “Rimodulazioni”, per l'appunto, mirate a ridurre le abitudini imprenditoriali più impresentabili e soprattutto antieconomiche sul piano sistemico. In fondo, un certo grado di emersione dal “nero” significa anche maggior gettito fiscale...

Fondi pensioni 

Le "disposizioni in materia di politiche previdenziali e sociali" intervengono sui fondi pensione. In particolare, si stabilisce che le fonti istitutive possono rideterminare la disciplina e il finanziamento delle prestazioni per il rendite in corso di pagamento e quelle future, nel caso in cui i fondi non dispongano di mezzi patrimoniali adeguati.
Red. Questa è un misura illuminante. I fondi pensione potranno quindi riscrivere i contratti di propria iniziativa se le condizioni sottoscritte inizialmente dovessero rivelarsi – per “cause impreviste” come la crisi finanziaria – troppo onerose per il fondo stesso. Al contrario, ricordiamo, il lavoratore resta vincolato al fondo fino al licenziamento o alla pensione; non ha alcuna possibilità di uscire dal contratto; figuriamoci di chiederne la “rideterminazione” nel caso scopra che per lui non è affatto conveniente... Diciamo la verità: non vi facevano un po' pena quei fondi pensione (che sono al tempo steso fondi di investimento, strumenti finanziari nudi e crudi)?

Il limite di reddito per il diritto alla pensione di inabilità dei mutilati e degli invalidi civili, inoltre, dovrà essere calcolato in riferimento all'Irpef, con l'esclusione del reddito degli altri componenti del nucleo famigliare.
Red. È forse l'unica norma che ridà qualcosa ai lavoratori distrutti dal lavoro. In pratica, si torna a considerare il lavoratore un individuo dotato di un diritto pensionistico proprio, non dipendente da eventuali altri redditi familiari. Anche perché le famiglie ora ci sono, domani si rompono (specie quando c'è un invalido che “pesa” sulle uscite...).*****Anche il rinvio dell'aumento dell'Iva non è a costo zero. Il milardi di minori entrate, per soli tre mesi, viene recuperato con una tassazione su beni "nuovi", finqui non tassati (le sigarette elettroniche) e con "anticipi" di versamenti dovuti.
Ancora dal Sole, di solito il più informato in materia.


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Tassa sulle sigarette elettroniche e acconti fiscali (Irpef, Irap e Ires) più salati per coprire il rinvio dell'Iva

di Marco Mobili e Marco Rogari

Il rinvio dell'Iva grava sulle sigarette elettroniche e, in misura più consistente, sugli acconti Irpef, Irap e Ires dovuti nel 2013. Il consiglio dei ministri ha dato il via libera al differimento di tre mesi dell'aumento di un punto percentuale (dal 21 al 22%) dell'aliquota Iva, che sarebbe scattato dal 1° luglio, al 1° ottobre. «In Parlamento - ha precisato il premier Enrico Letta durante la conferenza stampa al termine della seduta - si verificherà insieme alle commissioni parlamentari la possibilità di un ulteriore differimento dell'aumento dell'Iva» preludendo così allo slittamento di altri tre mesi, fino al 1° gennaio 2014, per affrontare la rivistazione della materia nell'ambito dell'approvazione della legge di stabilità.

Le sigarette elettroniche
Per la copertura necessaria a questo primo slittamento - grosso modo un miliardo, nel dettaglio: 864,6 milioni per il 2013; 117 milioni per il 2014; 112 milioni per il 2015; 51 milioni per il 2016 e un milione di euro a decorrere dal 2017 - nella bozza di entrata del decreto il governo ha dunque previsto due tipi di intervento. Il primo sulle cosiddette e-cig, le sigarette elettroniche: «I prodotti contenenti nicotina o altre sostanze idonei a sostituire il consumo dei tabacchi lavorati - si legge nella bozza in possesso del Sole 24 Ore - nonché i dispostivi meccanici ed elettronici, comprese le parti di ricambio, che ne consentono il consumo, sono assoggettati ad imposta di consumo nella misura pari al 58,5 per cento del prezzo di vendita al pubblico».


Gli acconti fiscali
Quanto agli interventi fiscali, decorrere dal periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2013, la misura degli acconti Irpef e Irap, è fissata al 100 per cento (ora è al 99%). Per l'Irpef, nel 2013, si precisa nella bozza, questa previsione produce effetti esclusivamente sulla seconda o unica rata di acconto, «effettuando il versamento in misura corrispondente alla differenza fra l'acconto complessivamente dovuto e l'importo dell'eventuale prima rata di acconto». Per chi si avvale dell'assistenza fiscale, saranno i sostituti d'imposta a trattenere la seconda o unica rata di acconto tenendo conto dell'aumento.
Per il periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2013, inoltre, la misura dell'acconto dell'Ires, imposta sul reddito delle società, è aumentata dal 100 al 101 per cento. In questo caso, la norma disposizione produce effetti esclusivamente sulla seconda o unica rata di acconto, effettuando il versamento in misura corrispondente alla differenza fra l'acconto complessivamente dovuto e l'importo dell'eventuale prima rata di acconto.
Infine, per il periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2013 e per quello successivo, il versamento di acconto dovuto dagli istituti di credito sulle ritenute dovrebbe essere fissato nella misura del 110 per cento (qui, per il periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2013, la disposizione produce effetti solo sulla seconda scadenza di acconto, effettuando il versamento in misura corrispondente alla differenza fra l'acconto complessivamente dovuto e l'importo versato alla prima scadenza).


Coperture
Intanto nel primo pomeriggio il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, ha spiegato che la copertura delle misure sul lavoro e sul rinvio dell'aumento dell'Iva «c'è, è reale e con risorse certe» ma bisognerà aspettare domani per avere il testo per i dettagli. «La copertura del rinvio dell'aumento dell'Iva - ha detto - non prevede incrementi fiscali. C'è solo un intervento sulle sigarette elettroniche».


da IlSole24Ore
 
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07/06/2013

La violenza di genere spiegata a chi non vuol sentire

Sud. Ma potrebbe accadere ovunque.

Metti che una ragazza cresce in un contesto patriarcale in cui il padre detta legge e la madre pure, fedeli alle regole e alle convenzioni sociali. Metti che è una ragazza perennemente controllata nella sua scelta di andare, fare, dire, uscire, masturbarsi, fare sesso, andare a scuola. Metti che le amiche non possono andare a casa sua perché per la madre sono tutte puttane. Metti che le fanno prendere la patente ma guai a darle la macchina e a farla uscire sola perché la macchina la porta solo suo fratello. Tra le altre cose al fratello di avere il potere di dominare l’asfalto con una punto celestina un po’ scassata non gliene fotte niente e avendo pure lui subìto l’educazione che lo condannava a certi ruoli di genere infine diserta spesso e volentieri e molla l’auto alla sorella esigendo che si ripresenti ad un orario preciso sennò poi se la prendono con lui.

Metti che ‘sta ragazza tra mille problemi e impedimenti è riuscita a finire la scuola superiore e vuole andare all’università. Vive in un contesto piccolo. La gente mormora. Mamma e papà le dicono che non si può spostare perché sennò la targa di puttana non gliela leva più nessuno. Lei non ha soldi, non sa dove cazzo andare, le amiche non la possono aiutare più di tanto, i parenti agiscono da clan e quelli che non si fanno i fatti propri vengono brutalmente redarguiti dalla beddamatre santissima in difesa dell’onore della figghia.

Infine, dopo legnate, repressione e resistenze estenuanti, alla ragazza in questione restano due scelte:

- sposarsi con il primo che le capita;

- trovarsi lavoro, casa e andare a farsi l’università se ci riesce.

Secondo voi qual è la scelta più probabile che farà? Qual è il ripiego ai sogni frantumati di indipendenza per uscire fuori da un contesto oppressivo in cui non hai speranza di poter emanciparti? Quante sono le donne annichilite da situazioni familiari di questo tipo o anche un po’ migliori ma comunque pessime? Quante sono quelle che finiscono per sposarsi, fare un figlio, separarsi l’anno seguente, per poi tornare a casa, dai genitori, dopo essersi complicate la vita ancora di più? Quante sono quelle che usano come traghetti verso una improbabile autonomia degli uomini magari simili ai padri e alle madri autoritari che dato che comprano poi di certo possiedono e che non vi togliete più di torno per gli anni a venire? Quante sono quelle che arrivano in una relazione da donne non-liberate che appena vedono che non è quella la strada da percorrere prendono bagagli e prole e se ne vanno? Quante sono quelle che incontrano uomini anche buoni, ingenui, che usano come traghetti per la libertà e poi li mollano lo stesso perché non li amano, togliendo loro anche la possibilità di vedere i figli considerati quasi una appendice di questo percorso che considera questi uomini degli elementi accessori?

L’illusione di amare ed essere riamata, la retorica catto/fascista sulla famiglia panacea di tutti i mali, e il ruolo delle donne come sistematrici permanenti dei conflitti familiari, e le suocere e le madri che vengono a spiegarti come ha da comportarsi una brava moglie e madre. E tu però apri gli occhi perché sai che ti stai prendendo ampiamente per il culo, perché hai studiato, la tua vita è arricchita di altre relazioni, perché in tutto ciò c’è il coinvolgimento di tante, troppe persone che ruotano attorno al tuo percorso di liberazione, di cui anche tu devi assumerti la responsabilità, dove non puoi pretendere mai che tu sia liberata da chi è stato educato a farti da aguzzino. Non puoi pretendere neppure che l’ingenuo che ti ama, che tu hai scelto come sostituto di un “padre” che ti piaceva meno, e che ti si piglia in casa per darti una prospettiva poi lo molli lì derubandolo di autostima, sicurezza e possibilità di stare col bambino pretendendo pure che con uno stipendio di 1200 euro mensili garantisca a te, la madre povera, e al figlio una esistenza degna rinunciando ad esistere per conto proprio. Vittime entrambi, senza dubbio.

In tutto ciò io so che sei ferita, che non hai o non vedi alternative e che stai facendo la tua guerra di sopravvivenza, ma quel che ti fa umana, e che dovrebbe renderti più matura, è che devi guardare le cose come stanno e che i principi azzurri non esistono perché non c’è il reame, non c’è nessun castello e perché l’unico castello buono è quello che costruisci tu con le tue forze o insieme con qualcun altr@ ma alla pari senza iniziare relazioni con una dipendenza economica di mezzo.

Ma è la dipendenza economica il problema perché da un lato esci fuori e non trovi lavoro manco a pagarlo. Dall’altro sei annichilita, depressa e spaventata e dopo che la tua famiglia ti ha gridato per anni che finirai per fare solo la puttana ti trovi il mondo fuori precario e incasinato e non trovi un lavoro uno che duri più di un paio di mesi e via, di nuovo, a farti il culo per trovare altro senza che vi siano possibilità di cambiamenti.

Se provi poi ad andare in piazza per chiedere il diritto all’istruzione gratis, casa e reddito, trovi tutori che ti manganellano e che ti impediscono di autogestire il tuo percorso e di prevenire ogni possibile situazione di violenza partendo giusto dalla radice. Perché ogni relazione sana, in questo mondo così ampiamente sessista, puoi costruirla soltanto in condizioni di grande autonomia. Non ci può essere relazione che si presti ad alcun percorso di liberazione se non sei in grado di costruire indipendenza e se nessuno ti dà la possibilità di vincere la precarietà. Ché dopo il padre non può essere il marito e a momenti non dovrebbe essere neppure il padre istituzionale Stato, però lo Stato deve consegnarti diritti e prospettive, strumenti di riscossa e di riscatto sociale. Lo Stato delega di padre in padre, di marito in marito e tu che sei figlia, presto madre e forse moglie, resti a penzolare, impiccata, ai piedi di quel grande albero che ti condanna a scelte tutte obbligate, solo quelle.

Dall’altro lato guardo tuo fratello che tenta di aiutarti come può e lui è condannato a essere il mantenitore, il padre di famiglia, quello che ha la responsabilità sulle spalle di una famiglia che neppure vuole costruirsi. Arriverà a quarant’anni e tuo padre lo chiamerà frocio perché non vuole saperne di sposare la sua precarietà con quella di un’altra e perché non vuole essere schiavo e schiavizzare e sa perfettamente che anche la sua strada è l’autonomia. L’autonomia per se’ e non per la “famiglia”. Quanti doveri ha ereditato, incluso quello di salvare le fanciulle da padri bruti e madri arpie, ruolo che ha sempre rifiutato perché se incontra una che ha bisogno dice “oh bella, sono cazzi tuoi… hai tutta la mia solidarietà ma o si fa un percorso comune di rivolta oppure non accetto deleghe di nessun tipo…“. Perché è una merda anche ereditare il dovere essere principi che salvano fanciulle disperate che non sanno o possono liberarsi da sole. Perché disertare anche in questa direzione è necessario e più che sano. Perché ci obbliga alla rivolta vera, quella contro un nemico comune che massacra tutti/e. Perché non ci restano alibi per crogiolarci nelle schiavitù. Perché questa cultura oppressiva ha massacrato tutto e tutti e solo quelli che restano dentro il ruolo e la funzione imposti sono apprezzati socialmente, mentre gli altri vengono mandati dritti al macero.

L’ultima fidanzata di tuo fratello cercava di conquistare la fiducia della suocera e del suocero e stranamente era talmente poco solidale con te, cognata, prigioniera, che in quanto femmina avresti dovuto essere giusto come lei, futura sposa e madre, senza grilli per la testa, con l’idea di una sottomissione stabile e soddisfacente, che è una cosa che può pure piacere ma di certo non a tutte, non può essere la norma, e tuo fratello ha preso e l’ha mollata, così su due piedi, perché s’è rotto il cazzo, pure lui, di recitare e fare il fidanzato. Perché se questa donna piaceva così tanto ai suoi genitori infine doveva avere qualcosa che poco conciliava con lui e le sue idee.

Disoccupato, pure lui, sennò l’università alla sorella gliel’avrebbe pagata lui. Prima di capire tutto ciò però anche lui è passato a godersi privilegi della stirpe mascolina. S’è visto consegnata l’auto di famiglia, le chiavi di casa prima che ce le avesse la sorella, eppure era più piccolo, ma maschio.

Insomma ‘sta ragazza che prospettive ha? Dove può andare? A chi può rivolgersi? Chi c’è in giro che può darle casa e lavoro senza chiederle di denunciare alla questura per mentalità obsoleta e un po’ di merda tutta la sua famiglia? Per non prodursi in strascichi legali che non vuole? Perché è la sua famiglia e se il ricatto è che o denunci o resti lì dove sei è veramente una cattiva prospettiva. Perché il primo strumento di liberazione dovrebbe essere un reddito e una casa. Un lavoro. La possibilità di scegliere in senso autodeterminato. E poi sarà lei a decidere in che modo vincere la sua battaglia. Lei e solo lei senza imposizione alcuna.

Qualcun@ può darle strumenti concreti di questo tipo? No? Qualcuno può prevenire e fermare alla radice questa catena che si risolverà in faida da qui a qualche anno? Qualcuno ha davvero intenzione di risolvere la violenza oppure no?

Serve una rete di solidarietà attiva che parli questo linguaggio e che orienti le scelte in termini di prevenzione alla violenza su cose concrete che vengono molto prima della certezza della pena perché di certezza della pena al momento ne abbiamo solo una: la pena di una ragazza e tutte le persone che incontrerà da qui in poi che diventerà una emergenza e si riassumerà, forse, in uno dei tanti numeri di delitti ai quali poi l’ultimo dei ministri dirà di voler dedicare un reato ad hoc. Il reato di vigliaccheria istituzionale e di ignoranza di Stato. Il reato di pretesto per attivare meccanismi repressivi mentre la violenza si consuma, ogni giorno, nelle case di tante persone e lavoro, casa e reddito e diritto all’istruzione e alla sanità pubbliche ci vengono sottratti da sotto il culo.

Ci avete tolto tutto. Ci togliete anche il diritto alla rabbia perché tutto va istituzionalizzato e inserito in una cornice sorvegliata da tutori e patriarcati. Ci togliete anche le parole.

Ma continuiamo a vedere le cose con chiarezza, nonostante tutto, nonostante le reazioni violente che tendono alla conservazione. Perché voi sapete che quel che dico è vero. E se non lo sapete ci siete dentro fino al collo, allo schema di produzione della violenza, oppure siete in malafede. Ecco tutto.

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30/03/2013

Riassunto

Uno sta fuori dal giro per poco meno di due settimane e si ritrova davanti un mondo che staticamente perde pezzi da ogni dove.
Se sul personale questo marzo è stato una merda, devo dire che il contesto non ha tenuto botta meglio di me.
In questo mese siamo stati spettatori de:
  • il nuovo papa piacione ma con qualche scheletro nell'armadio di troppo che mi pare si ponga nell'ottica di diventare il nuovo Wojtyla, cosa che non mi garba per nulla;
  • la morte del capo della Polizia di Stato Manganelli, con tutto lo strascico di retorica - fuori luogo - per un servitore dello stato indubbiamente con la schiena dritta, anche quando l'avrebbe dovuta rispettosamente piegare;
  • la morte di Mennea, un nome con cui sono cresciuto anche perché vidi in diretta Michael Johnson che fermava di un soffio il cronometro sotto il record dell'italiano;
  • le manfrine in Parlamento tra le forze politiche e i discorsi da bar dell'elettorato fuori palazzo, tutti egualmente del cazzo perchè incentrati su un tema, la governabilità, che non ha alcun senso d'essere trattato quando non contempla il nodo cruciale della crisi europea: l'assetto stesso dell'Unione;
  • il caso dei marò in India... beh una Caporetto del genere credo sia il degno requiem  per un governo tecnico che è riuscito nell'impresa d'essere il più devastante ed impresentabile di tutta la storia repubblicana, e cazzo con i pezzi da 90 delle rabbinate che abbiamo avuto in sto paese ce ne voleva di talento per fare peggio di tutti!
  • il degenero internazionale. Di come sia macabramente deragliata la Primavera Araba - unica eccezione parziale la Tunisia - ho scritto più volte, ma lo sfascio ignobile che sta vivendo la Siria non l'avrei sognato nemmeno nei miei incubi peggiori. A questo si sono aggiunti l'improvvisa escalation di tensione in Corea, gli Stati Uniti a un passo dal fiscal cliff e il Giappone sempre più anticamera del fallimento verso cui tutto il capitalismo mondiale si sta dirigendo col vento in poppa.
Mentre scrivo apprendo anche della dipartita di Jannacci e Califano, insomma, c'è veramente di che stare allegri.
Personalmente tento di tenermi a galla allargando i miei orizzonti sonori, gli unici che concedono di spaziare ancora senza difficoltà eccessive.