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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/07/2020

Brancaccio - I tagli alla “casta”? Un alibi per l’austerity

Repetita iuvant

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RAI Radio Uno – ERESIE – 3 luglio 2020 – La crociata contro i privilegi del ceto politico trova consensi ovunque. Dal Corriere della Sera con il celebrato pamphlet di Rizzo e Stella, fino ai loro più recenti epigoni populisti, tagliare la “casta politica” ha sempre messo d’accordo un po’ tutti quanti. Resta tuttavia un interrogativo: visto che i risparmi effettivi per i conti pubblici sono sempre stati pressoché risibili, perché i paladini della lotta alla casta insistono con la sciocchezza secondo cui i tagli aiuterebbero a risanare il bilancio statale? Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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29/06/2020

Brancaccio - La lotta alla “casta”? Solo un alibi per l’austerity

l’Espresso, 28 giugno 2020

Sostenuta dai potentati mediatici e finanziari, la propaganda anti-casta di questi anni è stata soltanto una delle forme fenomeniche della reazione anti-statuale. In essa non c’è nessuna rivoluzione giacobina, nessun furore rosso. Solo bieca vandea liberista.

di Emiliano Brancaccio

Meno di un euro, nemmeno un caffè all’anno. È questo il risparmio che ogni cittadino italiano potrà attendersi dal taglio dei parlamentari che sarà oggetto di referendum confermativo il 20 e 21 settembre prossimi.

Iniziata una dozzina di anni fa come puritana ribellione verso un ceto politico ingordo di privilegi, la lotta alla casta giunge così al suo infimo epilogo. In origine la crociata poteva rivendicare risparmi un po’ più consistenti, come ad esempio la stretta di 700 milioni sulle famigerate auto blu. Oggi deve accontentarsi di un più magro bottino: dall’annunciato taglio dei parlamentari verranno meno di 60 milioni. Ma a ben guardare, nemmeno ai suoi esordi la guerra alla casta ha avuto la benché minima rilevanza macroeconomica. I tagli più rilevanti ai privilegi del ceto politico, effettuati sotto l’austerico governo Monti, non hanno mai raggiunto il millesimo della spesa pubblica nazionale. Una roboante propaganda su risibili voci di contabilità, insomma.

Si potrebbe obiettare che per soddisfare la brama popolare di vendetta contro un ceto politico reputato inetto e distante, la rilevanza macroeconomica dei tagli sia in fondo secondaria. Ma allora, perché questa risibile insistenza sul risparmio per le casse pubbliche? Il motivo è presto detto.

La verità è che le strette sulle poltrone, sui viaggi e sulle buvettes dell’odiata casta politica sono state un alibi ingegnoso per far passare ben altri tagli ai fondi pubblici, che hanno provocato danni incalcolabili alle infrastrutture, alla ricerca, all’istruzione e anche alla sanità pubblica, come ormai purtroppo sappiamo. Sapere dei tagli al ristorante di Montecitorio ha reso più tollerabile il clima generale di austerity, ridurre l’odiato parlamentare alla questua ha reso più accettabile la dura quaresima per tutti.

Le rivalse anti-casta vanno quindi valutate per quel che sono: un oppio del popolo per intorpidire le menti e giustificare il più reazionario ordine di politica economica che si sia imposto nella storia repubblicana. Oggi è il turno dei pentastellati, peraltro appoggiati da quasi tutto l’arco parlamentare. Ma dai democratici alle destre forcaiole, appoggiate dalla grande stampa tutte le forze di governo hanno abusato in questi anni del venefico oppiaceo. E gli effetti sono sotto i nostri occhi. I politici si ritroveranno pure con meno scranni e meno rimborsi, ma è solo un diversivo: quel che conta è che la politica generale di austerity ha allargato la forbice macroeconomica tra ricchi e poveri, in particolare tra percettori di profitti e rendite da un lato e lavoratori salariati dall’altro. Alla fine, la vendetta sociale ha operato in direzione esattamente contraria a quel che si crede.

Eppure a quanto pare non ci siamo ancora svegliati dal torpore. La drogante propaganda anti-casta continua a circolare e c’è il rischio che faccia i suoi danni anche al prossimo appuntamento referendario. Con un risvolto particolarmente ridicolo, questa volta. Andremo infatti a votare nel mezzo di una colossale crisi economica, che sta determinando la più rapida caduta della produzione e del reddito che si sia registrata nella storia del capitalismo. Per arginare la catastrofe i governi hanno dovuto per forza dare sfogo alla spesa pubblica e al deficit di bilancio. Nella sola Italia il disavanzo statale aumenterà di un centinaio di miliardi rispetto all’anno scorso. E non si immagini che le cose torneranno rapidamente al loro posto. Persino l’ex presidente della BCE ha ammesso che con l’esplosione dei debiti pubblici dovremo convivere e che per lungo tempo toccherà alle banche centrali governare i mercati per garantire la sostenibilità dei bilanci. In questo gigantesco rivolgimento della politica economica, la scena dei tagliatori di scranni parlamentari che si rallegrano per un risparmio di un euro scarso all’anno per ogni cittadino risulta semplicemente patetica.

Per giunta, se la riforma costituzionale sarà approvata, ci ritroveremo con un solo parlamentare ogni 151 mila cittadini, il più basso livello di rappresentanza politica in rapporto alla popolazione nell’Unione europea. Sappiamo bene che la crisi della rappresentanza si può risolvere solo con una espansione e un radicamento capillare della democrazia: un tempo si parlava di democrazia progressiva, di conquista delle casematte dello Stato. Invece a settembre ci toccherà votare sull’ennesima ipotesi di restringimento del perimetro democratico. Se al referendum vincerà il sì brinderanno solo le oligarchie finanziarie: meno deputati ci saranno, meno costerà fare lobbying.

Sostenuta dai potentati mediatici e finanziari, la propaganda anti-casta di questi anni è stata dunque solo una delle forme fenomeniche della reazione anti-statuale. In essa non c’è nessuna rivoluzione giacobina, nessun furore rosso. Se non si ferma questa bieca vandea liberista, al prossimo giro qualcuno magari proporrà di trasformare l’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli. E ci mostrerà fiero gli spicci risparmiati, mentre distrugge quel che resta dello stato sociale.

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14/07/2018

La fatica di costruire, dopo la devastazione nel corpo della “sinistra”

di Salvatore Prinzi

Una piccola storia, giusto per farvi capire quale titanica impresa ci tocca.

Tre mesi fa esce il film sul Giovane Marx ed io e Viola veniamo contattati dalla distribuzione italiana per presentarlo a Roma. Non immaginatevi una multinazionale, eh, ma una micro-società di tre giovani che produce, spesso rimettendoci i soldi, documentari indipendenti. Fanno loro i sottotitoli o il doppiaggio, fanno loro la pubblicità, contattano le sale etc. Questo perché la grande distribuzione non vuole portare nei cinema prodotti di qualità ma che non hanno un ritorno certo, e quand’anche accetta, ti chiede un vero e proprio pizzo, e se non gradisci ti fotti e non esci nelle tante sale che controlla. Questa piccola società decide invece di rischiare e promuovere il film dal basso, coinvolgendo nelle proiezioni “personalità” e reti militanti, di modo che possa arrivare un po’ di gente e se ne parli.

Tutto questo per dire che non solo chi ci invita non ha i soldi per affittare un multisala, ma nemmeno per darci un rimborso per il viaggio. Nessun problema, perché l’impresa culturale merita di essere supportata, soprattutto nel nostro paese e in questo momento storico. Finito dunque di lavorare, ci procuriamo una macchina e andiamo di corsa a Roma. Con noi vengono tre compagni più piccoli, curiosi di vedere il film, vogliosi di ritrovarsi una sera con gente simpatica e in un bel clima.

Arrivati al Farnese, constatiamo che c’è una lunga fila fuori. Il cinema ha solo 200 posti, veniamo a sapere che si dovrà fare una seconda proiezione dopo. “Vi tocca restare almeno fino alle undici e mezza per il secondo giro”, dice la ragazza, gentilissima, che ci viene a prendere. Nessun problema, anche se il giorno dopo lavoriamo e da Roma a tornare a casa ci vogliono tre ore, poi dobbiamo posare la macchina e farcela a piedi fino a casa, insomma: ritorno alle 4 di notte garantito, e il giorno dopo sveglia alle sette. Ma ne vale la pena. La ragazza ci porta in una stanzetta dove c’è qualcosa da mangiare, ma dopo cinque minuti inizia il film e non c’è tempo. Andiamo diretti in sala, vicino allo schermo. Mentre ci stiamo organizzando per l’introduzione, sentiamo una signora che sbraita in mezzo alla sala. Non ci diamo troppo peso, perché urge cominciare. Però le urla continuano e quindi ci viene un po’ di curiosità. Afferriamo brandelli di conversazione fra un gruppetto di spettatori e gli organizzatori: “Ma che ci sono i raccomandati, qui? E’ già una casta, è una casta! Potere al Popolo e poi il popolo fuori si fotte mentre loro comodi in poltrona”...

Incuriosito, vado a vedere: la signora, sui 65, sembra davvero posseduta, intorno un altro paio di persone le danno ragione, mentre i poveri organizzatori con calma cercano di spiegare, difesi da altri spettatori che chiedono di vedere il film. Che è successo? Che in sala gli organizzatori avevano osato “riservare” 5 posti per noi che venivamo da Napoli. Un po’ perché ospiti della serata e un po’ perché, anche volendo, arrivando di fretta dal lavoro non avremmo potuto fare la fila... La signora aveva preso questo fatto ovvio, di buon senso, di civiltà (io sto invitando della gente di un’altra città, non li pago, non mangiano, dove devo farglielo vedere il film?), come l’emblema di un sistema di privilegi intollerabili, contro cui bisognava reagire anche a costo di bloccare la proiezione, denunciando il fatto che io, Viola e altri compagni che ogni giorno lavorano gratis all’Ex OPG eravamo già diventati una cricca di potere tradendo il popolo... I nostri compagni più giovani guardano la scena sbigottiti.

Come capiamo la situazione non proviamo manco a discutere con le due, tre persone fomentate: in fondo chissenefrega, sai quanti film, quanti spettacoli, quante assemblee abbiamo seguito col culo a terra. E poi la proiezione deve iniziare. Così facciamo l’intervento e poi ci sediamo nel corridoio sotto allo schermo. E lì restiamo per tutto il film, stretti vicino e godendocelo da sotto, che mi pareva di stare dentro la Manchester dell’Ottocento. Per onestà dico che, essendo arrivati più vicini ai 40 che ai 30, ci siamo alzati tutti doloranti, però – sarà che sono napoletano – a me piace stare “uno in cuoll a n’at” (uno addosso all’altro). Ovviamente le cinque poltrone “riservate” restano vuote, perché quando la signora fa la storia gli ingressi sono già stati chiusi, essendo il cinema pieno ed avendo previsto una seconda proiezione dopo. Ma la signora sembra molto soddisfatta, come se avesse finalmente ottenuto giustizia.

Ecco, pensavo a questa signora in questi giorni che leggevo dell’abolizione farlocca dei vitalizi. E ho pensato a questa signora quando per tutti questi mesi mi imbattevo in commenti sul web che sostenevano che noi di sinistra chissà quanto siamo pagati, chi c’è dietro, quanto le viene in tasca alla povera Viola (per la cronaca: ZERO, Potere al Popolo non può pagare nessuno). E ancora pensavo a questa signora quando giravo per le assemblee e trovavo puntualmente gente che non si fidava, che mi faceva domande a trabocchetto per vedere se dicevo la verità, che scommetteva sul nostro fallimento, che poi si apriva e mi confessava che dopo aver preso tante fregature, non dico dal PD, ma dalla Sinistra Arcobaleno fino a Sinistra Italiana, passando per Rivoluzione Civile, Altra Europa etc etc, non credeva più in nulla, manco in noi.

E non mi arrabbiavo con questa signora, no. Né con i fomentati in rete, o con gli stupidi, che sono un dato ineliminabile della Storia. E nemmeno con i compagni disillusi. Pensavo solo: quanti danni ha fatto questa politica. Quanti danni ha fatto la “sinistra” che ha tradito i suoi ideali, che ha abusato della credulità del suo popolo, che ha ricottato sulle belle parole, che ha detto una cosa e poi ne ha fatta un’altra, che continua a dare assist ai peggiori cliché della destra.

E ho capito fino in fondo che alla nostra generazione non tocca solo subire la precarietà che ci hanno fabbricato, non ci tocca solo fare politica con fatica, nei ritagli di tempo... ma ci tocca anche lavorare questa sfiducia, quest’odio indistinto, questa follia collettiva, pagare colpe non nostre e riscattare l’Ideale alla banca del pegno.

E vabbè, faremo anche questa. Partendo da terra, stretti uno in cuoll a n’at.

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14/02/2018

Ci avete rovinato la vita: vi aspettavate sorrisi e bacini?

La strada non è un comodo salotto televisivo, né un convegno in un teatro. E’ un luogo di incontro e di scontro.

In questi giorni gelidi, le stiamo battendo, con le mani intirizzite dal freddo a combattere con scotch e vento per attaccare le locandine, usando le unghie per trovare il modo di dividere la carta adesiva dalla copertura di uno sticker, e soprattutto per parlare con le persone: “Salve, posso lasciarle un volantino?”.

Gente dal volto imbruttito che passa di fretta, marmocchi che ti guardano curiosi, anziani increduli di vedere un “giovane” che si sbatte come un dannato, qualcuno si ferma... E talvolta senti dietro di te, pronunciato a metà tra la curiosio e il pomposo: “Potere Al Popolo” (e ti gasi, belin se ti gasi).

Impari di nuovo a parlare con la gente – io parlo anche con i sassi normalmente – spesso imbeccando i più giovani che declinano l’invito con: “leggi, ti fa bene” e lo sguardo che usavi quando parlavi con i secchioni a scuola. E quando qualcuno ti concede un poco di tempo, poco, allora sei più veloce di Murubutu quando dal palco alza la mano quasi a leggere un rigo in un ipotetico leggio e mette così tante parole in così poco tempo (un po’ come fa Viola Carofalo che in televisione in meno di un minuto le viene chiesto praticamente di fare la sintesi del Capitale, “in tedesco”, e ce la fa).

La casta (che va dalla Meloni, passa per Grasso e arriva agli ex-honesti) la strada non la frequenta, non conosce le sue regole...

Vi lamentante per una contestazione? Beh allora non avete mai ascoltato in giro, la gente metterebbe i patiboli ai bordi delle strade e dinamiterebbe i palazzi del potere (lo so, spesso è solo ciò che un genio ha definito: “la lotta armata al bar”), figuratevi se capitate lì e gli state sugli zebedei o sulle ovaie.

Ora lo sapete, di questo misto di sete di giustizia e sete di sangue siete gli unici responsabili, abbiatene coscienza, perché? Perché ci avete rovinato la vita...

E vi schifano i piccioni.

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08/03/2017

La svolta di Podemos: dalla lotta alla "casta" alla lotta alla "trama"

La crociata antipopulista che le élite politiche, economiche, accademiche e mediatiche del mondo intero stanno conducendo negli ultimi anni, tende a presentare il proprio bersaglio come un fenomeno unico, sostanzialmente simile sotto ogni latitudine e in ogni continente: dai socialismi bolivariani a Podemos, da Marine Le Pen al Movimento 5 Stelle, da Alba Dorata alle destre dell’Est Europa, da Sanders a Trump passando per Putin. Questa semplificazione/banalizzazione, che ignora sistematicamente le differenze ideologiche, organizzative e programmatiche fra i vari movimenti e i rispettivi leader, più che ad analizzare il fenomeno, serve a svelare la natura e gli interessi del blocco di potere neoliberista, il quale si sforza con ogni mezzo di nascondere la crisi irreversibile in cui si dibatte e di reprimere le rivolte dei cittadini ridotti a sudditi.

Detto questo, occorre ammettere che le insorgenze populiste presentano effettivamente alcuni tratti comuni: in particolare l’opposizione fra noi e loro, alto/basso, popolo/élite (tipico lo slogan del movimento Occupy Wall Street che oppone “noi il 99%” all’1% dei super ricchi responsabili della crisi e dell’immiserimento delle classi medie); ma soprattutto la radicale, profonda sfiducia nei confronti della “casta”, di un sistema politico percepito come corrotto e inaffidabile (la rivolta argentina all’inizio del Duemila iniziò al grido “que se vayan todos”, uno slogan che incarna perfettamente questo rifiuto totale nei confronti della politica tradizionale). Questo secondo aspetto, che è trasversale e condiviso da tutti i populismi, ne rappresenta al tempo stesso uno dei punti deboli, nella misura in cui concentra la mobilitazione esclusivamente attorno al tema della corruzione del sistema politico, ignorandone le cause. Quando questo punto di vista prevale, si finisce inevitabilmente per neutralizzare il potenziale antisistemico dei movimenti, in quanto si alimenta l’illusione che basti sostituire amministratori onesti a quelli corrotti per risolvere i problemi che ci affliggono.

Ecco perché la svolta che il recente congresso di Vistalegre ha impresso al progetto politico di Podemos è di estrema importanza, in quanto sposta l’obiettivo strategico del movimento verso un vero e proprio cambio di civiltà, invece che verso un semplice cambio di governo. Tale svolta trova espressione anche sul terreno linguistico attraverso la proposta di sostituire il termine casta con quello di trama. Ne spiega le ragioni un articolo apparso sulla testata El Confidencial che fa riferimento al promotore di questa innovazione, il deputato di Cordoba Manolo Monereo (vedere in proposito il libro da lui pubblicato con Hector Illueca poco più di un anno fa, con il titolo “Por un nuevo proyecto de pais”).

Il ragionamento di Monereo e Illueca prende le mosse dall’esigenza di definire con chiarezza il nemico. Palare di casta significa dare per scontato che questi è in primo luogo la classe politica, ma così si distrae l’attenzione dal vero nemico, vale a dire da quel processo di concentrazione oligarchica che unifica e centralizza i tre grandi poteri – economico, politico e mediatico – che oggi gestiscono stato e società. È giusto puntare il dito contro i corrotti, ma ciò non deve farci dimenticare i corruttori (cioè le élite economiche) né chi ne difende e diffonde le idee e i valori (cioè i media). Parlare di trama vuol dire alludere al meccanismo unificato che organizza una sorta di “matrice” del potere in cui convergono il capitalismo monopolista finanziario, i poteri mediatici e una classe politica strutturata secondo uno schema bipartitico (conservatori/”progressisti”) e totalmente subordinata agli interessi del capitale.

Nello specifico spagnolo (ma la diagnosi è estendibile a tutti i paesi del Sud Europa) questa trama oligarchica è a sua volta subordinata agli interessi transnazionali dell’Unione Europea, interessi che essa difende e garantisce attraverso politiche antipopolari e in palese contrasto con gli interessi del Paese. Infine Monereo e Illueca descrivono il popolo che Podemos deve organizzare politicamente in termini classicamente gramsciani: vale a dire come un blocco sociale delle classi subalterne, al quale non va offerta la soluzione di un governo alternativo nel quadro istituzionale esistente, bensì quella di un processo costituente capace di legittimare nuove istituzioni democratiche e di garantire la sovranità e l’indipendenza nazionale del popolo iberico. Forse nella nostra lingua il termine trama suona meno efficace che in quella spagnola, però è comunque il caso di inventare definizioni del nemico più appropriate della parola casta.

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