Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Militanti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Militanti. Mostra tutti i post

07/09/2025

[Contributo al dibattito] - Il settantismo malattia senile del reducismo

Una decina di anni fa affrontavamo la questione della «generazione scomparsa», composta da quei militanti «di movimento» nati negli anni Settanta. Da quel decennio, più ancora che indiscutibili ricchezze, tali militanti hanno ereditato innanzitutto un complesso: «quello dell’essere arrivati tardi». La fonte di ispirazione è diventata mitologia, i rapporti intergenerazionali si sono non di rado trasformati in accettata subalternità pedagogica, la venerazione di una memoria iconica è sfociata nel torcicollo politico, cioè nell’incapacità di guardare alle complessità del presente per fuggire in un passato spesso caricaturale. D’altro canto, molti di coloro che hanno vissuto politicamente quel decennio, con il passare del tempo, sono stati vittime della nostalgia canaglia, in primo luogo quella per la trascorsa gioventù: così, anziché mettere al servizio dell’oggi i limiti della loro esperienza, l’hanno trasfigurata in metro di misura della verità, in memorialistica picaresca, o in uno spaghetti western. Come se bastasse lo spirito d’avventura o l’eroismo combattentistico individuale a cambiare le sorti di un mondo senza tempo, indipendentemente dal contesto storico e dalle composizioni sociali. Questo articolo spiega come la necessità di lottare contro la dominante rimozione degli anni Settanta sia stata sublimata nell’ideologia del «settantismo». E in alcuni ambienti la toppa è stata forse peggiore del buco.

Oggi il problema del settantismo riguarda bolle sempre più residuali e anagraficamente connotate, orfane di quello che fu il Movimento (con la maiuscola, portato dell’anomalia italiana) e nello sfarinamento del «noi», che di epoca in epoca esiste solo come prodotto di un processo collettivo. Tuttavia, tale problema interroga più complessivamente la produzione editoriale e politica di conoscenza sul passato, la necessità di liberarsi dalla memoria per agire nel presente, le possibilità di riallacciare i fili di una storia lunga senza farsi schiacciare dal peso di ciò che non tornerà mai più. O per dirla ancora con Mahler, lasciando l’adorazione delle ceneri a chi non ha più alcun fuoco da custodire. (G.R.)

*****

Una dozzina di anni fa uscì un formidabile libro di Sergio Luzzatto, Partigia. Lo storico, a partire da un fugace riferimento contenuto in un suo romanzo, indaga la breve esperienza partigiana di Primo Levi in Valle d’Aosta e il «segreto brutto» a cui fa cenno in quelle pagine. Si tratta dell’esecuzione di alcuni partigiani da parte della loro banda, perché colpevoli di aver rubato della farina a contadini del luogo. Il punto di vista di Luzzatto è chiaro, dall’inizio alla fine: è un punto di vista partigiano, che guida il suo rigore di storico, e proprio perciò non accetta una visione del mondo ispirata ai cartoni animati di Walt Disney. In Partigia l’autore ci vuole restituire la tragica grandiosità dell’esperienza partigiana, fino alla necessità di prendere decisioni spietate in fasi in cui il tempo per farlo è poco e gli sbagli possono costare la sconfitta, la cattura, la vita di tante persone. Ancor di più, vuole reincarnare la storia, cioè demitizzarla. Perché, ci dice, proprio la costruzione del mito della Resistenza è servita alla sua depoliticizzazione, ad archiviarla, a porvi fine, a recidere i possibili legami di continuità con quello che è venuto dopo: la pacificazione democratica.

A sinistra, apriti cielo. Il libro è stato condannato, da alcuni addirittura – affermavano tronfi – senza bisogno di leggerlo. Pesante come un macigno è così istantaneamente arrivata la più grande e inappellabile delle scomuniche: revisionismo storico. Come se la conoscenza storica non fosse, in sé, una continua revisione, ovvero un’interminabile ricerca volta a fare nuova luce non solo sul passato ma innanzitutto sul presente. Tuttavia, si sa, quando si rifiuta la discussione nel nome della scomunica, la politica cede il passo alla teologia. In questo campo, dunque, non possono che esistere categorie morali ed edificanti parabole in cui i buoni sono senza peccato, preda di cattivi assetati di sangue. Il punto di vista si riduce a pura ideologia, cioè a vescica gonfia d'aria.

Perché abbiamo perso?

Una sorte analoga è toccata agli anni Settanta. Forse ancora peggiore. Perché quel decennio è stato sottratto al processo storico e stritolato in una tenaglia: dalla parte dei vincitori la condanna, dalla parte dei vinti la mitologia. In entrambi i casi, la rimozione di ciò che è materialmente stato. Icona del male o icona del bene, da maledire o da venerare, gli anni Settanta sono tumulati in una rappresentazione disincarnata e, perciò, politicamente inservibile. Soffermiamoci sulla nostra, di parte, perché quello che fa l’altra possiamo darlo per scontato.

Sia chiaro, a scanso di equivoci. C’è stata una fase in cui probabilmente era importante raccontare gli anni Settanta, sottrarli alla narrazione dominante. Quel racconto, però, è diventato prima discutibile apologia, poi stucchevole nostalgia. Salvo rare eccezioni, ci sono libri scritti da compagni che, dopo averli letti, ti sembra di capire meno di prima. Era tutto bello ed entusiasmante, le cose andavano a gonfie vele, ci si divertiva un sacco ed eravamo fortissimi. E allora, perché abbiamo perso? Di fronte alla complessa durezza della sconfitta, molti hanno preferito imboccare la scorciatoia dell’auto giustificazione: perché il nemico è cattivo, questa resta l’unica risposta. Risposta ancora una volta morale, non politica. Risposta ipocrita, perché l’obiezione è ovvia: perché il nemico avrebbe dovuto essere buono con chi lo voleva distruggere? È come voler vincere la Champions League e lamentarsi se gli avversari te lo impediscono.

Gli anni Settanta della sovversione, come altri periodi storici, dovrebbero essere ripercorsi con un metodo simile a quello di Luzzatto. Reincarnandoli in composizioni di forza storicamente determinate, cioè facendone emergere punti di forza e di contraddizione, ricchezze e limiti, avanzamenti e buchi neri, grandezza e tragedia. Domandandosi il perché delle insorgenze e il perché dei «segreti brutti». Partendo dal fatto che si tratta di una fase conclusa e perciò non ripetibile. È quello che abbiamo provato a fare, ormai un quarto di secolo fa, con Futuro anteriore, il cui sottotitolo non a caso recitava Dai «Quaderni rossi» al movimento globale: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano. Non sta a noi giudicarne i risultati, certamente possiamo dire che è stata un’esperienza fondamentale, almeno per chi l’ha fatta: si è trattato di un incontro di generazioni militanti e non di subalterna ammirazione, di analisi critica del passato e non di mera trasmissione di memoria, di riflessione comune sulle discontinuità e non di un grottesco tentativo di riesumare un cadavere.

Restituire Peckinpah al cinema

Nel frattempo dai mitologici Settanta è passato ormai mezzo secolo, lo stesso lasso di tempo che intercorreva dal ’17 al ’68. Se allora la riproposizione del modello di organizzazione bolscevica fu un catastrofico errore, altrettanto possiamo dire oggi di ogni tentativo di riproporre modelli organizzativi che, tra l’altro, al palazzo d’inverno neanche si sono avvicinati. Nel frattempo, soprattutto a partire dagli anni Novanta e con un incremento esponenziale negli ultimi dieci-quindici anni, la letteratura sul leggendario decennio si è moltiplicata. Dal desiderio politico di ripensare e comprendere, si è via via passati alla memorialistica individuale, fino a raccontini grottescamente eroici e picareschi. Insomma, Il mucchio selvaggio è un film straordinario, ma averlo trasformato in un programma politico è stato prima tragico e poi farsesco. E quando la radicalità politica è diventata il folclore del gesto, e la critica delle armi ha cancellato le armi della critica, lì dobbiamo trovare una parte delle ragioni se non della sconfitta, certo del naufragio.

Ecco, tra i limiti di quelle esperienze ci interessano prioritariamente quelli della soggettività. Analizzando, ad esempio, le parabole biografiche dei militanti: da dove vengono e dove sono andati, prima e dopo che quelle parabole si incrociassero in una storia collettiva. Anche in questo caso, è piuttosto inutile cavarsela con giudizi morali, tesi a esaltare la coerenza di chi ha tenuto botta contro il tradimento di chi si è ritirato a vita privata, o ha fatto carriera, oppure – bestemmia delle bestemmie – di coloro che si sono pentiti. Già, perché come è possibile che chi fino a un certo punto veniva ritenuto un affidabile militante di organizzazione, subito dopo sia stato semplicemente liquidato come un debole o un infame, come se nulla avessimo noi a che fare con quella produzione di soggettività? Anche in questo caso vi è all’opera una rimozione, con lo scopo di giustificare le scelte dell’organizzazione, cioè le nostre.

Non vogliamo qui scadere in un becero determinismo, né ripescare sic et simpliciter quel vecchio arnese marxista per cui l’essere determina la coscienza. Però dovremmo partire da una banale constatazione: l’ambiente sociale ha fatto del movimento un polo di attrazione e immaginario. Per consistenti minoranze farne parte è stato come oggi cantare la trap: una cosa figa. Ambiente sociale significa storia, conflitto, processi produttivi e resistenza, dominio e sabotaggio. Allora da questa angolazione sì, sono stati gli anni Settanta a fare i militanti. O meglio, parafrasando qui il Marx del 18 brumaio, i militanti hanno fatto gli anni Settanta, ma non li hanno fatti in modo arbitrario, in condizioni scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi si sono trovati immediatamente davanti. In assenza di tale consapevolezza, quel periodo storico diventa una caricaturale epopea di individui coraggiosi e sprezzanti del pericolo. Ma per i rivoluzionari il coraggio è innanzitutto quello della decisione politica dentro le possibilità di una composizione sociale specifica, non è mai il coraggio dei muscoli, delle armi e delle avventure solitarie. Quando ci si dimentica queste cose, anche chi allora non ne ha fatto parte, o peggio ne ha subito le conseguenze, finisce retrospettivamente per esaltare le funeste gesta dei gruppetti combattenti.

Per farla breve: non è un merito aver vissuto gli anni Settanta, non è un demerito non averlo fatto. È pura casualità. E, detto per inciso, ci vuole molto più fegato a essere militanti oggi che allora. Perché è molto più semplice rischiare la galera in tanti che rischiare il ridicolo da soli.

Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia

Chissà perché molte storie dei reduci su com’era verde la loro valle sono costantemente circondate da aloni di esaltazione adrenalinica, trench di riconoscimento, fumo e alcol, come se la rivoluzione fosse un’eterna gita adolescenziale. Euforia dell’ora, a cui inevitabilmente segue la depressione del poi. E questo poi depresso significa reducismo. Attenzione. Ci riferiamo al reduce come condizione soggettiva e non oggettiva. Non si è reduci, lo si diventa. E quando si diventa reduci, si cessa di essere militanti; più in generale, si smette di pensare e di vivere nel presente. Del resto, quella sindrome si tramanda di generazione in generazione. Il cringe dei discorsi che cominciano con «ai miei tempi» è sempre in agguato: è il rimpianto per la giovinezza perduta, è il livore per chi rivendica la libertà di vivere la propria. Tanto che, negli ultimi anni, la sindrome del centrosocialismo è la piccola continuazione del settantismo con gli stessi mezzi. Non c’è più la nostalgia di una volta, sentenziava Simone Signoret.

La patologia reducista è stata amplificata dai social network. Se un tempo era il bar del paese la sede deputata alle spacconerie dei pescatori sulle dimensioni delle prede, adesso ai settantisti non pare vero di poter combattere la solitudine trasformando facebook in una permanente associazione autogestita combattenti e reduci. Sembra di assistere, quotidianamente, alla piccola riproposizione di un altro gran bel film: Goodbye Lenin. Se lì il protagonista ricostruiva il socialismo in una stanza, qui gli attempati reduci ricostruiscono gli anni Settanta in una bacheca: e avanti di slogan, volantini, foto, ricordi, litigi, polemiche, rotture. Come se nulla fosse cambiato. Come se il tempo si fosse congelato. Anche quando apparentemente parlano o più spesso litigano su ciò che li circonda, altro non è che una proiezione dei fantasmi che abitano le loro menti. E se la realtà se ne infischia, tanto peggio per la realtà. Nel capitalismo delle piattaforme c’è spazio per i terrapiattisti, vuoi che non trovi cittadinanza la bolla dei settantisti?

Per farla finita, con l’articolo e soprattutto con questa sindrome

Nel secolo scorso in Italia c’è stata una grande anomalia, radicata nella forza delle lotte operaie e dei movimenti autonomi degli anni Sessanta e Settanta. È questa anomalia che ha portato, fino a tempi recenti, a parlare di Movimento con la lettera maiuscola. Non una mobilitazione temporalmente delimitata, single issue come si dice nel mondo anglosassone, bensì uno spazio permanente di organizzazione autonoma. Andavate fuori dai confini nazionali e non vi potevano capire. Quell’anomalia è finita, e con essa la lettera maiuscola. I movimenti a venire non avranno alcuna continuità con il Movimento. Ed è bene che sia così.

Il punto siamo noi, qualunque confine vogliate indicare con questa parola che è tornata a essere un generico pronome – perché categoria politica lo diviene solo dentro un processo collettivo. Quel noi è stato frantumato non dalle sconfitte, ma dall’incapacità di analizzarle. Il reducismo è proprio l’essenza del pensiero della sconfitta, perché traveste la solitudine nell’accettazione del presente da patetica agiografia dei bei tempi andati. Finché non ci libereremo della sindrome del settantismo, la nostra capacità di capire, e dunque di agire, sarà tumulata in una cappa di piombo. Sotto quella cappa di memoria stantia e ridicolmente nostalgica, giacciono anche le ricchezze di quei «maledetti» anni Settanta. Per liberare loro e noi stessi, dobbiamo allora liberarci dalla memoria settantista. Proprio quei Settanta, nella loro parte migliore, e l’operaismo ancor prima, hanno produttivamente praticato il nietzscheano elogio dell’assenza di quella memoria idolatrica di cui ci parla Luzzatto. Non c’è rottura possibile, dunque, se non si ha il coraggio di rompere con le sacre icone della nostra storia. Liberarci dalla memoria, infatti, significa aprirci allo stupore del presente. Perché ogni tempo ha i propri immaginari, linguaggi, desideri, pratiche, possibilità. E come dice il poeta, chi non sa dimenticare il suo primo amore non potrà mai conoscere l’ultimo.

Fonte 

12/05/2025

Spagna - Un manuale per scoprire i poliziotti infiltrati

In Spagna come in Italia, come in ogni paese del capitalismo neoliberista occidentale, il vero nemico, quello “eterno” delle classi dominanti, sono i movimenti popolari e le organizzazioni che li innervano.

E non è neanche importante il tasso di “radicalità” politica o strategica che esprimono. È sufficiente che esistano e che gli obiettivi delle loro lotte mettano in discussione questo o quell’aspetto del loro dominio. Cioè dei loro profitti. Anche gli ambientalisti più pacifici, perciò, diventano dei pericolosi “sovversivi” da schedare, infiltrare, reprimere.

*****

Un gruppo di persone colpite dallo spionaggio della polizia pubblica un testo collettivo come strumento e riflessione su questo fenomeno.

Domenica 12 gennaio scorsa è andato in onda sulla televisione pubblica catalana Infiltrats, un documentario che racconta l’esperienza di alcune delle persone vittime dello spionaggio della polizia, oltre a ripercorrere le inchieste giornalistiche condotte dal team di La Directa che hanno portato alla scoperta di diverse talpe.

Nel documentario, alcune vittime affermano che conoscere i dettagli di altri casi di agenti infiltrati attraverso gli articoli pubblicati è stato fondamentale per smascherare le talpe nel loro ambiente.

È il caso, ad esempio, di Ramón, il poliziotto che ha spiato il tessuto sociale di Benimaclet (Valencia), su cui hanno iniziato a sospettare dopo aver appreso dei casi di María e Marc, infiltrati rispettivamente a Girona e Barcellona.

Con lo stesso obiettivo di facilitare l’identificazione di altri agenti infiltrati, un gruppo di persone colpite da questa pratica ha annunciato la pubblicazione di un libro che vuole essere uno strumento a disposizione di chi ne avesse bisogno. Manual para destapar a un infiltrado (“Manuale per smascherare un infiltrato”), che uscirà il 3 febbraio per l’editorial Dos cuadrados, è il risultato di un processo collettivo di apprendimento nato dall’esperienza di scoprire che persone con cui condividevano militanza e affetti erano in realtà funzionari dello Stato incaricati di monitorarli.

Il progetto “nasce dal contatto tra militanti colpiti da diversi poliziotti infiltrati scoperti in luoghi come Girona, Barcellona, Valencia o Madrid”, spiega una delle persone coinvolte. Inizialmente, questi incontri “erano più che altro per darci sostegno emotivo, capirci e cercare di aiutarci, visto che stavamo vivendo situazioni molto simili e non avevamo alcun riferimento a cui aggrapparci, nessuna esperienza precedente di conoscenti e nessuna conoscenza su come affrontarla”, racconta.

Uno degli obiettivi del libro è proprio colmare quel vuoto in cui si sono trovate queste persone, affinché altre vittime possano disporre delle conoscenze acquisite durante il processo. “In quegli incontri è emersa anche l’idea di fare un lavoro a livello politico: visto che ci hanno fatto passare tutto questo e che abbiamo subito questo tipo di repressione, vogliamo ricavarne qualcosa di utile non solo per noi, ma per il resto della militanza, presente e futura”, riassume un’altra delle autrici.

Nel libro, inoltre, chiariscono che vogliono “promuovere una cultura della sicurezza nelle organizzazioni” e lanciare un messaggio: “Le forze dell’ordine non sono infallibili (...), hanno falle nel loro funzionamento e noi vogliamo esporle in modo semplice e accessibile”.

La decisione di trasformare tutto questo sapere accumulato in un’opera divulgativa non è stata esente da dibattiti, anch’essi riportati nel libro: “Conviene rendere pubblica l’informazione di cui disponiamo? E se mettesse a rischio indagini in corso? E se la polizia cambiasse metodo di infiltrazione?”, si chiedono.

“A cosa serve avere queste informazioni se non siamo in grado di condividerle?”, si domandano. “Non abbiamo contatti con tutti quelli che militano in qualsiasi tipo di spazio o organizzazione, né una rete sicura di comunicazione interna che possiamo usare”, riflettono.

Tra le altre motivazioni che sostengono la decisione di pubblicare questo manuale, c’è il fatto che “se solo poche persone hanno accesso a informazioni così importanti, queste potrebbero arrivare solo a organizzazioni vicine o di fiducia, alimentando così la logica del favoritismo e del si salvi chi può”.

Sono anche consapevoli che la polizia avrà accesso al documento e che potrebbe cambiare i suoi metodi di spionaggio. Su questo punto, osservano che “lo Stato ha una formula che ha dimostrato di funzionare (l’infiltrazione) e cambiarla implicherebbe cercarne un’altra, rischiando che non sia altrettanto efficace”.

Il gruppo che ha redatto il libro sa che questa pubblicazione “potrebbe mettere a rischio indagini in corso sugli infiltrati, visto che le loro tattiche sono state esposte pubblicamente”. Tuttavia, credono che “se scappa, è un poliziotto infiltrato in meno nelle nostre organizzazioni; se resta, avremo più possibilità di smascherarlo”.

L’esempio del Regno Unito

Gli autori riconoscono che il manuale è ispirato a quello pubblicato anni fa nel Regno Unito, che “li ha aiutati a scoprire decine di infiltrati in organizzazioni e ambienti militanti che nemmeno conoscevano”. Spiegano di essersi messi in contatto con le autrici britanniche, le quali, alla domanda se si pentissero della pubblicazione o se l’avessero trovata utile, hanno risposto “che senza dubbio è servita molto, perché ha aiutato molte persone con cui non avevano alcun contatto a scoprire altri agenti infiltrati”.

Oltre alle riflessioni, il Manuale offre consigli su come gestire un’eventuale indagine interna in caso di sospetti. “Ci sembra molto importante perché altre vittime possano sapere come gestire il prima, il durante e anche il dopo la scoperta”, spiega una delle autrici. “Ok, lo scopriamo... e poi? Perché potrebbe sembrare ovvio, ma non lo è”.

Evitare la paranoia e prevenire l’esaurimento

Nel libro si raccontano anche le conseguenze di queste indagini e le cicatrici lasciate in chi le ha vissute: “Parliamo un po’ di esaurimento, perché tutto questo provoca un logoramento mentale, fisico ed emotivo, soprattutto quando non si ottengono risultati né per escludere né per confermare i sospetti”, raccontano.

Viene spiegato che questo esaurimento è spesso associato a una sensazione di perdita di controllo, persino a una certa ossessione. Ed è per questo che un processo collettivo è preferibile, perché i sintomi dell’esaurimento possono essere riconosciuti e gestiti meglio.

Riconoscono che nei casi scoperti “abbiamo avuto la fortuna di poterli confermare, ma il più delle volte le indagini si arenano”. Un’altra autrice avverte: “Bisogna esserne consapevoli e sapere come chiudere quella fase, per evitare che ti consumi e che paralizzi la tua attività politica per questa questione”.

Le autrici cercano di prevenire uno stato di diffidenza permanente, di vedere minacce ovunque. “La paranoia è una manifestazione comune che può portare a una caccia alle streghe contro chiunque abbia detto o fatto qualcosa di strano”, riflettono.

Questo stato si verifica “quando la situazione sfugge di controllo e impedisce di agire, alimentando la paura di uno Stato e di una polizia apparentemente invincibili”. Per evitarlo, bisogna “chiedersi cosa sappiamo, cosa temiamo e concentrarci su dati reali, smascherare gli infiltrati a partire da informazioni oggettive”.

Per capire se si tratta di paranoia (collettiva o individuale), nel libro si indicano alcuni sintomi comuni: “Vedere spie in ogni angolo o puntare il dito contro chiunque abbia fatto qualcosa di minimamente sospetto può essere un segnale chiaro”. Per affrontare questi casi in gruppo, sottolineano che “è importante che chi ha sospetti si senta ascoltato e compreso, chiedere con delicatezza cosa pensa o teme, ascoltare con sincerità ma con cautela e rispetto”.

Sumar chiede conto al Ministero dell’Interno per le infiltrazioni e chiede risarcimenti

Aina Vidal e Gerardo Pisarello, deputati del gruppo plurinazionale Sumar e coportavoce dei Comuns, chiedono modifiche legislative per evitare ulteriori infiltrazioni nelle entità sociali, sostenendo che “questa pratica degli agenti sotto copertura non è giustificata da motivi di sicurezza, indipendentemente dalla copertura giudiziaria, solo per avere una certa ideologia di sinistra”. Nell’iniziativa parlamentare, hanno anche chiesto di “riparare il danno causato alle vittime”.

Fonte

04/01/2023

Note di ricerca e militanza in banlieue

di Jack Orlando

Atanasio Bugliari Goggia, Rosso Banlieue. Etnografia della nuova composizione di classe nelle periferie francesi, Ombre Corte, Verona 2022, 477 pp. 29,00€

La periferia e i suoi abitanti. Chiodo fisso di formazioni politiche e di ricercatori sociali. Tanti militanti quanti antropologi e sociologi si sono immersi nella realtà delle periferie urbane per sondarne la vita e i suoi rivoli.

Che sia serio tentativo di ricerca, lungimirante scommessa politica o banale safari dei poveri non spetta a noi dirlo, né in ogni caso si potrebbe inquadrare in una medesima categoria un intero universo di tentativi sfaccettati, divergenti e contraddittori.

Quello che però possiamo, dobbiamo, rilevare è stata la sostanziale incapacità di entrambe queste soggettività di aprire ad una circolo virtuoso in cui la ricerca sociale sostenga e rilanci la militanza e viceversa l’impegno quotidiano, la “prassi”, orienti e riempia di senso la ricerca.

Salvo rari casi ed indipendentemente dalla buona volontà, i ricercatori pescano materiale sull’asfalto e lo deportano nel grigiore accademico dove resta, inutile e autistico, ad accumulare polvere e crediti formativi; mentre i militanti si replicano quotidianamente in una pratica politica faticosa e asfissiante, dove l’enorme mole di impegno sociale finisce per seppellire la prospettiva e produrre rifiuto risentito o supponente intolleranza verso qualunque forma di discorso anche vagamente più teorico.

Rosso Banlieue, finalmente, mette sul piatto la possibilità (e la necessità), di rompere questa ottusa separazione.

È una ricerca sociale, un’etnografia come dice il titolo, volta non ad un sapere accademico ed autocompiaciuto, ma alla messa a sistema di una serie di dati ed elementi che sono di importanza fondamentale per chi abbia a cuore il rovesciamento dell’esistente.

E difatti l’autore non è la tipica figura di accademico sbarcato in mezzo ai poveri per tirarne fuori la storia, è un militante che tra i subalterni abita, agisce e si organizza. Il sapere tecnico non è finalizzato ad un’estrazione, ma alla condivisione. Base della dimensione politica collettiva.

È una ricerca scientifica come prassi politica. Scrittura come azione, osservazione come presupposto. Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola, prescrive l’adagio.

E non stupisce quindi che la strumentazione per l’indagine sia ibrida, l’osservazione etnografica fa perno sulle categorie di metodo dell’operaismo italiano, è esplicito il riferimento alla conricerca di Alquati e l’inchiesta di Montaldi.

Proprio rispetto a quest’ultimo c’è un filo diretto, come per i “militanti politici di base” di Danilo Montaldi, l’autore fa una scelta di campo precisa: non parla della banlieue tutta, ma di una sua parzialità (e d’altronde nessuna ricerca può onestamente pretendere di non focalizzarsi su una parzialità e farsi punto di vista assoluto): quella che si organizza, che attraversa le emèutes, i riot contro la brutalità poliziesca, e che innerva il tessuto sociale con le sue attività; quella parte in grado di elevare l’istintiva solidarietà di classe nel quartiere in forza d’urto per l’affermazione del proprio diritto all’esistenza.

I “militanti politici di banlieue”, sono quel frammento di realtà che contiene e illumina al proprio interno un intero mondo.

Già a procedere così, il risultato è notevole. È un colpo alla nuca dell’accademico, col suo sapere sterilizzato, e dell’attivista, con le sue nevrosi prometeiche.

Fare fuori due figure di cui onestamente ci siamo stufati, che continuano ad occupare spazio fuori tempo massimo, per lasciare il campo al militante con la sua prassi fatta di inchiesta e azione.

Un registratore che specie di notte non dà pace.

Attraverso il racconto e l’esperienza di questo frammento, viene a galla una dimensione squisitamente politica di rivolta alla propria condizione di subordinazione. Lavorativa, sociale, razziale, di genere. Gli innumerevoli livelli del dominio, e i ruoli da esso prodotti, sono messi in discussione nella pratica collettiva.

Ancora un altro ritorno di Fanon in città. Tramite la prassi rivoluzionaria il dominato nega sé stesso in quanto prodotto del dominio e si appropria della sua essenza umana.

E che si tratti di una barricata nelle strade, di una palestra popolare o di una resistenza alla speculazione edilizia poco cambia, si tratta di un repertorio di tattiche di resistenza che nelle mani dei subalterni servono tutte, e devono tutte essere calibrate a seconda della situazione contingente.

Non è casuale la lontananza di queste soggettività politiche tanto dalla politica tradizionale (ricordiamo ancora, col martinicano, il corpo dello Stato in periferia o in colonia veste guanti, elmetti e sfollagente) quanto dai movimenti antagonisti.

In banlieue ci si muove sull’istanza del bisogno: il lavoro, la casa, gli spazi, la bestialità dei gendarmi; sofismi ideologici mal si accordano al cemento armato. E ci si muove coi propri vicini, coi parenti e con gli amici.

Non si può tracciare una linea di demarcazione netta tra il corpo politico e quello sociale. Non esiste una purezza rivendicativa che possa fare a meno della componente religiosa islamica, o uno scontro che possa prescindere dalla presenza di giovani teppisti assai poco avvezzi all’analisi di fase.

Il rapporto è ancorato strettamente e indissolubilmente alla condizione locale.

Vi è una incomunicabilità di fondo che separa collettivi di banlieue e collettivi antagonisti della città. E il motivo emerge lampante e crudo nelle voci dei protagonisti: è una questione di classe.

Ecco che attorno al frammento comincia ad addensarsi il mondo.

Ed ecco che qui una ricerca del genere è fondamentale.

La banlieue non è un non luogo caratterizzato da degrado e anomia. Né una no man’s land abitata da bande tribali ontologicamente antisociali e delinquenziali. E non è nemmeno un luogo di abbandono per le vite di scarto del sistema.

La banlieue è il territorio di sperimentazione del capitale, dove la disarticolazione della vecchia classe operaia è stata presupposto e trampolino per la ristrutturazione dell’intero modo di produzione capitalista interno della Francia (ma similmente è avvenuto per il resto d’Europa). È il più avanzato laboratorio del nemico e pertanto la trincea di prima linea dei subalterni.

Ad abitare questa trincea ogni culturalismo o essenzialismo sociologico perde senso. Ogni antirazzismo filantropico ed umanista è barocco e fuori luogo. La questione è una questione di classe. Non si abita la banlieue perché si è neri, o perché si è poveri.

Si è neri perché si è poveri, e si è poveri perché si abita la banlieue. La subordinazione costruisce gabbie d’acciaio.

La questione razziale tanto cara ad un antagonismo di maniera non è che una frazione ancillare del tema cardine. Che cosa rappresentano queste vite?

Le macerie di una vecchia classe operaia, sventrata e sconfitta, sono il terreno di coltura su cui si è allevato un proletariato le cui condizioni di vita sono transitorie, vessatorie e cangianti quanto è variabile il mercato del terziario in cui è stata incanalata quest’umanità.

I quartieri che erano roccaforti socialiste sono ora luoghi di conservazione per un esercito di forza lavoro di riserva, una discarica di vite in eccesso ed un laboratorio di sperimentazione per tecniche di disciplinamento e sfruttamento. Volendo, potremmo dire anche un campo d’addestramento formato maxi per polizie il cui ruolo è sempre più quello di essere forza d’intervento anti-insurrezionale.

Si profila così una classe che fatica ad organizzarsi, se non a riconoscersi, in quanto tale poiché polverizzata negli ingranaggi di un mercato iper precarizzante e predatorio. Composta di immigrati e proletari autoctoni, di frange degli ultimi scalini del ceto medio caduto in disgrazia con le ultime tornate di crisi. Morto il contropotere delle tute blu e dei loro spazi omogenei emerge potente l’urgenza di guardare alla vecchia figura del lumpen per andare a cercare il soggetto rivoluzionario. Il territorio diventa elemento fondamentale per l’individuazione e la costruzione di una forza comune.

Non solo, nell’osservare le tecniche di mantenimento dell’ordine si assiste al mutamento dello Stato, senza più la minaccia del potere popolare, in struttura ormai solo parzialmente autonoma rispetto le esigenze del capitale; le cui agenzie del controllo possono assumere il volto mellifluo dei servizi sociali e delle retoriche individualizzanti e proto-clericali dell’affermazione personale, oppure quello rabbioso e provocatore delle brigade anti criminalitè che mietono vittime e agiscono come corpi occupanti in territorio nemico (e questo soprattutto, la dice lunga sul rapporto che si va delineando tra potere statale e corpi sociali), ma in ogni caso volte al prevenire il formarsi di una classe per sè. Tenere in terra il nemico per non permettergli in nessun caso un proprio potere e proprie istituzioni.

L’indagine è complessa e strutturata, il ritratto dettagliato e assoluto. Il tutto respira in una parte.

Ora, se diamo per assodato che le banlieue e, più in generale, gli spazi ad essa affini, siano luoghi dove si formano i contorni della classe a venire, e quindi si profilano come uno spazio in espansione e mutamento. E se diamo per buono che il sapere messo in campo dall’autore, e quindi tutto quel repertorio di strumentazione metodologica e presupposti teorici, è patrimonio di una classe media in permanente emorragia assolutamente necessario alle lotte sociali; allora dobbiamo chiederci: dove e in che modo una certa produzione di soggettività straborda dalle banlieue e si riversa nella città per inglobare nuovi corpi da gettare nel tritacarne del capitale? In altri termini, dove l’energia e l’esperienza del soggetto di banlieue incontra i saperi frustrati del basso ceto medio? Dove si danno spazi di saldatura piuttosto che di inconciliabilità?

Rosso Banlieue non va inteso come uno sguardo su una realtà dura e lontana, affascinante perché mediata dall’occhio del ricercatore. Va preso come uno strumento di lotta, una proiezione su un futuro che, se già non è qui, allora è comunque più vicino di quanto si sia disposti ad ammettere.

Questa banlieue non parla di storie lontane. Parla di noi e per noi. È una ricerca sulle potenzialità della lotta politica e dell’organizzazione dei subordinati. E non può essere toccata piano.

Fonte

08/03/2021

I giganti della rete dietro la repressione in India; e poi nel mondo

Rispetto a ciò che sta accadendo in India, ciò che colpisce è il miope eurocentrismo di un gran parte del movimento ecologista – e non solo – occidentale, nonostante la repressione contro il vasto movimento che sostiene la lotta dei contadini indiani abbia coinvolto anche Disha Ravi – una ventenne fondatrice di Friday For Future – e la condivisione di massa di un “toolkit” (versione digitale di un manuale di base per l’attivismo politico) elaborato da Greta Thumberg.

Eppure il caso giudiziario della ventenne ecologista e dell’altra giovane sindacalista Nodeep Kaur sono solo la punta dell’iceberg della profonda torsione autoritaria in corso in India, nel tentativo di stroncare il più grande movimento sociale mondiale del XXI secolo.

Forniamo qualche cifra sulle due più recenti iniziative nazionali basandoci su ciò che riporta Monthly Review Online. Nella giornata di blocco stradale del 6 febbraio (chakka jaam) sono stati mobilitati milioni di contadini in più di 3.000 centri, di 600 distretti dell’Unione. Mentre alla giornata di blocco delle ferrovie (rail roko) del 18 febbraio sono stati interessati 600 centri, nella maggior parte degli Stati indiani. Come riporta la storica rivista statunitense: “è stato per l’India il blocco ferroviario più esteso della storia recente”.

Le questioni che vengono poste ci riguardano da vicino visto che, tra l’altro, l’India è un laboratorio per ciò che saranno le reti sociali statunitensi nel futuro e di come l’informazione sia diventata uno dei principali campi di battaglia nella guerra asimmetrica che contrappone le élite mondiali ed il resto del pianeta.

Mentre le élite europee dettano lo sviluppo economico dell’intera UE con gli investimenti green, in un impossibile tentativo di uscire dalla contraddizione ecologica per via capitalista, parte dell’ambientalismo continentale sembra tranquillamente cooptato dentro questa logica e chiamato in parte a co-gestire la futura governance dell’Unione.

L’ordine sembra perciò non disturbare il manovratore con la scocciatura di movimenti epocali – come quello indiano – che mettono radicalmente in discussione i pilastri della dittatura del capitale monopolistico, nonché i suoi assi di sviluppo post-pandemici in settori chiave, e non solo in agricoltura.

Con questa “rimozione” complice risulta molto più facile far passare il binomio “digitalizzazione più transizione ecologica”, guidata dalle stesse multinazionali, come il migliore dei mondi possibili per le umane sorti e progressive, e non la distopia concreta del Capitale.

Un caso paradigmatico, nel nostro ridotto nazionale, è il fulmineo innamoramento dei “pentastellati” per Mario Draghi, ora tesi ad occupare uno spazio politico ecologista ma “compatibilista”, e non più di rottura, che stava già espandendosi nell’Europa pre-pandemica.

Peccato che proprio l’Unione Europea abbia scelto come consulenti per impostare le proprie politiche di investimento sostenibile niente meno che il più grande gestore di fondi di investimento del mondo: BlackRock.

Torniamo però all’India, anche perché parlare del Paese asiatico ci permette di comprendere cosa ci aspetta qui.

Quello a cui stiamo assistendo è un movimento che mette in evidenza le connessioni profonde tra il regime di proprietà della terra e la questione dell’emergenza climatica, nonché la questione di genere.

Le contadine e le attiviste, infatti, con il loro protagonismo, stanno mutando profondamente la cultura patriarcale indiana specie in quegli stati che sono il bastione dell’attuale movimento contadino: Punjab, Haryana e Uttar Pradesh. Un dato fornito da Oxfam India fotografa l’attuale situazione: le donne lavorano prevalentemente in agricoltura, fianco a fianco agli uomini (oltre a sobbarcarsi il lavoro domestici e di riproduzione sociale). Per la precisione sono l’85% della popolazione femminile totale, ma solo il 13% possiede la terra che coltiva.

Come ha dichiarato Jasbir Kaur Nat, del Punjab Kisan Union, in una intervista al Time: “le donne stanno cambiando le donne qui”, riferendosi ai vari presidi alle porte di Nuova Delhi che contadini e contadine hanno stabilito dal 26 novembre scorso.

Una vera e propria rivoluzione culturale, quindi, ma che non sembra interessare molto il femminismo mainstream.

L’articolo che abbiamo qui tradotto mette in evidenza le connessioni tra l’attuale governo indiano in mano ai nazionalisti indù – filiazione politica di un movimento che affonda le sue radici storiche direttamente nelle formazioni affini al nazi-fascismo tra le due Guerre Mondiali – con gli apparati polizieschi che si comportano come “braccio armato” dell’esecutivo ed i giganti statunitensi della rete informatica.

Questi ultimi hanno costruito negli anni un evidente “falso ideologico” sulla libertà d’informazione digitale, funzionale però all’uso impulsivo-compulsivo dei servizi di loro proprietà che hanno antropologicamente cambiato il nostro modo di comunicare.

O, per dirla con le parole di Naomi Klein:

“Benché l’accusa del complotto internazionale sembri cadere a pezzi, l’arresto di Ravi ha messo in luce un diverso tipo di collusione, questa tra il governo nazionalista indù – sempre più oppressivo e antidemocratico del primo ministro Narendra Modi – e le aziende della Silicon Valley, i cui strumenti e piattaforme sono diventati il mezzo principale delle forze governative per incitare all’odio contro minoranze e critici vulnerabili – e per la polizia di intrappolare attivisti pacifici come Ravi in una rete digitale ad alta tecnologia".

Una campagna d’odio con precise ricadute pratiche, che fa sembrare le vicende comunicative della bestia salviniana una smargiassata con mezzi artigianali.

La digitalizziazione, insieme alla riforma agraria (ovviamente pubblicizzata in versione green) contro cui stanno lottando gli agricoltori, e lo stravolgimento della legislazione sul lavoro – oltre alla privatizzazione di settori storicamente in mano statale (come quello bancario) – fanno parte dei progetti di “riforma” che il governo del BJP di Modi vuole portare avanti per consentire un “salto di qualità” al suo paese nella competizione internazionale.

Tutto questo favorendo ulteriormente le poco più di 100 famiglie di multimiliardari locali, che controllano l’economia indiana ed il capitale multinazionale, in particolare quello anglo-americano, e allo stesso tempo sbarrando la strada ai cinesi.

Gli ambiziosi progetti di digitalizzazione ed i fortissimi interessi delle multinazionali informatiche, in un mercato in cui altri attori (cinesi ed europei) rischiano in prospettiva di soppiantare l’egemonia statunitense – mentre sta partendo una riconfigurazione complessiva della rete e delle tecnologie hardware (G5 e cavi sottomarini, tra gli altri), l’“Internet delle cose”, dall’intelligenza artificiale alla robotica – si saldano nel legittimare la più gigantesca campagna di odio promossa dall’esecutivo indiano. E allo stesso tempo, non solo la negazione della “libera espressione” digitale, ma la caccia alle streghe poliziesca grazie alle reti informatiche.

Come spiega sempre Klein: “La complicità nelle violazioni dei diritti umani, a quanto pare, è il prezzo per mantenere l’accesso al più grande mercato di utenti di media digitali al di fuori della Cina”.

È per questo che le campagne d’odio promosse dal governo indiano e le sue teorie cospirazioniste, elette a paradigmi di interpretazione dominante – in un paese di quasi un miliardo e quattrocento milioni di persone – sono promosse e non combattute dai giganti della Silicon Valley.

Questi piani economici si intrecciano con le aspirazioni geopolitiche indiane, tese a contrastare innanzitutto la Cina, in una sempre maggiore convergenza con i piani neo-egemonici di Washington, che mirano a fare di Nuova Delhi il perno del rinnovamento della politica obamiana del “Pivot to Asia” e del sempre più marcato contrasto alla Repubblica Popolare nel quadrante Indo-Pacifico.

Un paradigma, quello dell’Indo-Pacifico che gli strateghi di Washingon hanno mutuato tra l’altro – allargandone il perimetro – dalla geopolitica indiana.

La dinamica di “deconnessione” indiana dal vicino cinese, per quanto riguarda alcuni settori strategici, è apparsa una necessità da quando il lockdown imposto a Wuhan all’inizio del 2000, e la quasi paralisi dell’economia della Repubblica Popolare, hanno mostrato con evidenza empirica la sostanziale dipendenza dell’India da Pechino.

Questi sono gli elementi di un quadro complesso, ma chiarissimo, che ci spingono ad interrogarci anche sul ruolo ruolo strategico dell’informazione e dei mezzi che dobbiamo forgiare per affrontare la sfida. Quella che, nonostante tutte le difficoltà, i contadini e gli attivisti indiani stanno vincendo con l’impatto che il movimento di massa sta avendo su tutta la società indiana e le le sue dinamiche politiche più complessive.

Buona lettura.

*****

L’India prende di mira gli attivisti per il clima con l’aiuto dei colossi del Big Tech

Giganti tecnologici come Google e Facebook sembrano aiutare e favorire una feroce campagna governativa contro gli attivisti indiani per il clima.

27 febbraio 2021

La confusione di telecamere che si sono accampate fuori dalla tentacolare prigione di Tihar di Delhi era il tipo di frenesia mediatica che ci si sarebbe aspettati da un primo ministro coinvolto in uno scandalo di appropriazione indebita, o forse una star di Bollywood intrappolata nel letto sbagliato.

Le telecamere stavano invece aspettando Disha Ravi, un’attivista vegana del clima di 22 anni amante della natura che contro ogni previsione si è trovata intrappolata in una saga legale orwelliana che include accuse di sedizione, istigazione e coinvolgimento in una cospirazione internazionale i cui elementi includono (ma non si limitano a): agricoltori indiani in rivolta, la popstar globale Rihanna, presunte trame contro lo yoga e la chai, separatismo Sikh, e Greta Thunberg.

Se si pensa che sembri inverosimile, beh, la pensava così anche il giudice che ha rilasciato Ravi dopo nove giorni di carcere sotto interrogatorio della polizia. Il giudice Dharmender Rana avrebbe dovuto decidere se a Ravi, una delle fondatrici del capitolo indiano di Fridays For Future – il gruppo giovanile per il clima fondato da Thunberg – dovesse continuare a essere negata la cauzione. Stabilì che non c’era motivo di negare la cauzione, il che sgombrò la strada al ritorno di Ravi nella sua casa di Bengaluru (nota anche come Bangalore) quella stessa notte.

Ma il giudice ha anche sentito la necessità di andare molto oltre, di emettere una sentenza di 18 pagine impietose su questo caso, che ha attanagliato i media indiani per settimane, emettendo il suo verdetto personale sulle varie spiegazioni fornite dalla polizia di Delhi per il motivo per cui Ravi era stata arrestata in primo luogo.

Le prove della polizia contro la giovane attivista per il clima sarebbero, testuali parole, “imprecise“, e non c’è “nemmeno uno straccio” di prova a sostegno delle affermazioni di sedizione, istigazione o cospirazione che sono state usate contro di lei e almeno altri due giovani attivisti.

Benché l’accusa del complotto internazionale sembri cadere a pezzi, l’arresto di Ravi ha messo in luce un diverso tipo di collusione, quella tra il governo nazionalista indù sempre più oppressivo e antidemocratico del primo ministro Narendra Modi e le aziende della Silicon Valley, i cui strumenti e piattaforme sono diventati il mezzo principale per le forze governative per incitare all’odio contro minoranze e critici vulnerabili – e per la polizia di intrappolare attivisti pacifici come Ravi in una rete digitale ad alta tecnologia.

Il caso contro Ravi e i suoi “seguaci” si basa interamente sugli usi di routine di noti strumenti digitali: gruppi WhatsApp, un Google Doc modificato collettivamente, un incontro privato Zoom e diversi tweet di alto profilo, presunte prove in una caccia all’attivista sponsorizzata dallo stato e amplificata dai media.

Allo stesso tempo, proprio questi strumenti sono stati utilizzati in una campagna di messaggistica coordinata pro-governativa per indirizzare l’opinione pubblica contro i giovani attivisti e il movimento degli agricoltori da loro sostenuto, tutto questo spesso in palese violazione dei limiti che le società di social media affermano di aver eretto per prevenire violenti incitamenti sulle loro piattaforme.

In una nazione in cui l’odio virtuale si è ribaltato con frequenza agghiacciante nei pogrom reali che prendono di mira donne e minoranze, i sostenitori dei diritti umani avvertano che l’India è sull'orlo di una terribile violenza, forse anche il tipo di spargimento di sangue genocida che i social media hanno aiutato e favorito contro i Rohingya in Myanmar.

Attraverso tutto questo, i giganti della Silicon Valley sono rimasti eloquentemente silenziosi, la loro famosa devozione alla libertà di espressione, così come il loro ritrovato impegno nella lotta contro l’incitamento all’odio e le teorie cospirative, non si trova, in India, da nessuna parte.

Al suo posto c’è una crescente e agghiacciante complicità con la guerra dell’informazione di Modi, una collaborazione che è pronta a essere fissata in base a una nuova legge draconiana sui media digitali che renderà illegale per le aziende tecnologiche rifiutarsi di cooperare con le richieste del governo di eliminare il materiale incriminato o di violare la privacy degli utenti della rete.

La complicità nelle violazioni dei diritti umani, a quanto pare, è il prezzo per mantenere l’accesso al più grande mercato di utenti di media digitali al di fuori della Cina.

Dopo alcune prime resistenze da parte dell’azienda, gli account Twitter critici nei confronti del governo Modi sono scomparsi a centinaia senza spiegazioni; i funzionari governativi impegnati nell’esplicito incitamento all’odio su Twitter e Facebook sono stati autorizzati a continuare a violare chiaramente le politiche delle aziende; e la polizia di Delhi si vanta di ottenere una collaborazione proficua da Google mentre sorvegliano le comunicazioni private di attivisti pacifici per il clima come Ravi.

“Il silenzio di queste aziende è eloquente”, mi ha detto un attivista per i diritti digitali, chiedendo l’anonimato per paura di essere punito “Devono prendere posizione, e devono farlo ora”.

Il primo ministro Modi prevede di collegare 600.000 villaggi attraverso l’India usando il cavo in fibra ottica come parte del suo “sogno” di espandere l’economia della più grande democrazia del mondo per 20 trilioni di dollari.

Indicato dalla stampa indiana in vari modi, come il “caso toolkit”, il “toolkit Greta” e la “cospirazione del toolkit”, l’indagine della polizia in corso su Ravi, insieme ai colleghi attivisti Nikita Jacob e Shantanu Muluk, si concentra sul contenuto di una guida sui social media che Thunberg ha twittato ai suoi quasi 5 milioni di follower all’inizio di febbraio.

Quando Ravi è stata arrestata, la polizia di Delhi ha dichiarato che “è un’editor del Toolkit Google Doc e cospiratrice chiave nella formulazione e diffusione del documento. Ha iniziato sui gruppi WhatsApp e ha collaborato per creare il documento Toolkit. Ha lavorato a stretto contatto con loro per redigere il Doc“.

Il kit non era altro che un Google Doc messo insieme da una collezione ad hoc di attivisti in India e pensato per generare sostegno al movimento degli agricoltori che da mesi sta organizzando proteste enormi e implacabili.

Gli agricoltori si oppongono a una serie di nuove leggi agricole che il governo di Modi ha promosso sotto la copertura della pandemia di coronavirus. Al centro delle proteste c’è la convinzione che, eliminando le protezioni dei prezzi di lunga data per le colture e aprendo il settore agricolo a maggiori investimenti privati, i piccoli agricoltori dovranno affrontare una “condanna a morte”, e le terre fertili dell’India cadranno nelle mani di alcuni grandi attori aziendali.

Molti non agricoltori hanno cercato svariati modi per aiutare il movimento, sia in India che nella diaspora globale dell’Asia meridionale. Il movimento per il clima guidato dai giovani ha sentito una particolare responsabilità nel farsi avanti. Come ha detto Ravi in tribunale, sostiene gli agricoltori “perché sono il nostro futuro, e tutti abbiamo bisogno di mangiare“.

E ha anche indicato una connessione con la questione climatica. Siccità, ondate di calore e inondazioni sono diventate tutte più intense negli ultimi anni, e gli agricoltori indiani sono in prima linea e spesso perdono le loro colture e mezzi di sostentamento, esperienze che Ravi conosce in prima persona, come testimonia la lotta dei suoi nonni contro le calamità climatiche.

Allo stesso modo di innumerevoli documenti di questo tipo dell’era dell’organizzazione digitale, il toolkit al centro di questa controversia contiene un insieme di suggerimenti familiari su come le persone possono esprimere la loro solidarietà agli agricoltori indiani, principalmente sui social media.

“Twitta il tuo sostegno agli agricoltori indiani. Usa hashtag #FarmersProtest #StandWithFarmers”; scattare una foto o un video di te stesso dicendo che sostieni gli agricoltori; firmare una petizione; scrivere al vostro rappresentante; partecipare a un “tweetstorm” o “digital strike”; partecipare a una delle proteste di persona, sia all’interno dell’India che presso un’ambasciata indiana nel vostro paese; per saperne di più partecipando a una sessione di informazioni Zoom. Una prima versione del documento (presto cancellata) parlava di sfidare la pace e l’amore dell’India, l’immagine pubblica dello “yoga & chai“.

Praticamente ogni grande campagna attivista genera guide pratiche esattamente come questa. La maggior parte delle organizzazioni non governative di medie dimensioni ha qualcuno il cui compito è redigere tali documenti e inviarli a potenziali sostenitori e “influencer”. Se sono illegali, allora l’attivismo contemporaneo stesso è illegale.

Se Ravi è stata arrestata e imprigionata per un presunto ruolo di editor del toolkit, è perché la si vuole criminalizzare per aver fatto sembrare l’India cattiva di fronte al mondo. In base a tale definizione, tutte le attività internazionali in materia di diritti umani dovrebbero essere chiuse, poiché tale lavoro raramente pone i governi sotto una luce lusinghiera.

Su questa contraddizione ha insistito il giudice che si è pronunciato sulla cauzione di Ravi: “I cittadini sono portatori di una coscienza propria in qualsiasi Nazione democratica. Non possono essere messi dietro le sbarre semplicemente perché scelgono di non essere d’accordo con le politiche statali”, ha scritto. Per quanto riguarda la condivisione del toolkit con Thunberg, “la libertà di parola e di espressione include il diritto di cercare un pubblico globale”.

Sembra ovvio. Eppure in qualche modo questo documento relativamente innocuo è stato collegato da più funzionari governativi come qualcosa di molto più nefasto. Il generale VK Singh, ministro di Stato di Modi per il trasporto su strada e le autostrade, ha scritto in un post su Facebook che il toolkit “ha rivelato i veri progetti di una cospirazione a livello internazionale contro l’India. Necessità di indagare sulle parti che tirano le fila di questo apparato malvagio. Sono state fornite istruzioni chiare sul “come”, “quando” e “cosa”. Cospirazioni di queste dimensioni vengono scoperte sempre più spesso”.

La polizia di Delhi prese rapidamente spunto e si premurò di trovare prove di questa cospirazione internazionale per “diffamare il paese” e minare il governo, usando una legge draconiana di sedizione dell’era coloniale. Ma non si è fermato qui.

Il toolkit è anche accusato di far parte di un complotto segreto per rompere l’India e formare uno stato sikh chiamato Khalistan, perché un indo-canadese con sede a Vancouver, che ha contribuito a metterlo insieme ha espresso una certa simpatia per l’idea di una patria sikh indipendente (non un crimine e non menzionato da nessuna parte nel toolkit). E, sorprendentemente, per un Google Doc che la polizia sostiene sia stato scritto principalmente in Canada, questo stesso toolkit è accusato di istigazione e possibilmente complotto violento durante un “raduno dei trattori” dei grandi agricoltori a Delhi il 26 gennaio.

Per settimane, queste affermazioni sono diventate virali online, in gran parte nell’ambito di campagne di hashtag coordinate e guidate dal Ministero degli Affari Esteri indiano e riportate fedelmente dalle più importanti star di Bollywood e del cricket. Anil Vij, un ministro del governo nello stato di Haryana, ha twittato in hindi che “chiunque abbia nella testa semi di antinazionalismo deve essere distrutto fin dalle radici, sia essa #Disha_Ravi o chiunque altro“.

Quando è stato messo all’indice come un ovvio esempio di incitamento all’odio da parte di una figura potente, Twitter ha affermato che il post non violava le sue politiche e lo ha lasciato sulla piattaforma.

La stampa e la radio indiane hanno ripetuto inesorabilmente le assurde accuse di sedizione, con oltre 100 stories su Ravi e il toolkit che è apparso sul Times of India. I notiziari televisivi hanno pubblicato delle rivelazioni in stile cronaca nera sulla “cospirazione” del toolkit internazionale. Non sorprende che la rabbia si sia riversata nelle strade, con le foto di Thunberg e Rihanna (che hanno anche twittato a sostegno dei contadini) bruciate durante le manifestazioni nazionaliste.

Lo stesso Modi si è pronunciato, parlando di nemici che si sono “abbassati così in basso da non risparmiare nemmeno il tè indiano” – prendendo come riferimento la linea “tea & yoga” che è stata cancellata.

Poi, all’inizio di questa settimana, il caos inizia a placarsi. Rana, nell’ordine di rilascio di Ravi, ha scritto che “l’esame del suddetto ‘Toolkit’ rivela che qualsiasi incitamento a qualsiasi tipo di violenza è vistosamente assente“. Anche l’affermazione che il kit fosse un complotto secessionista era del tutto infondata, ha scritto, si è trattato di un’elaborata supposizione di colpa per associazione.

Per quanto riguarda l’accusa, secondo cui la diffusione di informazioni critiche sul trattamento riservato dall’India agli agricoltori e ai difensori dei diritti umani ed attivisti di spicco come Thunberg costituisce “sedizione”, il giudice è stato particolarmente duro. “Il reato di sedizione non può essere invocato per guarire la vanità ferita dei governi“.

Il caso è in corso, ma la sentenza rappresenta un duro colpo per il governo e una rivendicazione per il movimento contadino e le campagne di solidarietà che lo sostengono. Tuttavia, non è certo una vittoria. Anche se il caso del toolkit perde forza a causa dello schiaffo del giudice, è solo una delle centinaia di campagne che il governo indiano sta conducendo per dare la caccia ad attivisti, organizzatori e giornalisti.

Anche la sindacalista Nodeep Kaur, un anno più grande di Ravi, è stata incarcerata per il suo sostegno agli agricoltori. Appena rilasciata su cauzione, Kaur ha affermato in tribunale di essere stata duramente picchiata mentre era in custodia di polizia. Nel frattempo, centinaia di contadini rimangono dietro le sbarre e alcuni degli arrestati sono scomparsi.

Il progetto politico di Modi rappresenta una potente fusione dello sciovinismo indù scatenato con il potere aziendale altamente concentrato. Gli agricoltori sfidano questo duplice progetto, sia nella loro insistenza sul fatto che il cibo dovrebbe rimanere al di fuori delle logiche di mercato, sia nella comprovata capacità del movimento di costruire potere attraverso le divisioni religiose, etniche e geografiche che sono la linfa vitale dell’ascesa al potere di Modi.

Ravinder Kaur, professore all’Università di Copenaghen e autore di “Brand New Nation: Capitalist Dreams and Nationalist Designs in Twenty-First-Century India“, scrive che quella degli agricoltori è “forse la più grande mobilitazione di massa nella storia dell’India postcoloniale, che abbraccia le popolazioni rurali e urbane e unisce la rivolta contro il capitalismo deregolamentato alla lotta per le libertà civili“.

Per la potente fusione di Modi tra il capitale transnazionale e uno stato ipernazionalista, “la mobilitazione contro la legge agricola rappresenta la sfida più sostenuta e diretta contro questa alleanza fino ad ora“.

Le proteste degli agricoltori a Delhi e dintorni sono state accolte con cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e arresti di massa. Ma gli agricoltori continuano ad accorere, in troppi per essere sconfitti solo con la forza. Questo è il motivo per cui il governo di Modi è stato così determinato a trovare stratagemmi per minare il movimento e sopprimere il suo messaggio, bloccando ripetutamente Internet prima delle proteste e facendo pressioni con successo su Twitter per cancellare oltre un migliaio di account a favore degli agricoltori. È anche il motivo per cui Modi ha cercato di infangare le acque con racconti di strumenti subdoli e cospirazioni internazionali.

Una lettera aperta firmata da dozzine di attivisti ecologisti indiani dopo l’arresto di Ravi ha sottolineato questo punto: “Le attuali azioni del governo centrale sono tattiche diversive per distrarre le persone da questioni reali come il costo sempre crescente del carburante e dei prodotti essenziali, la disoccupazione diffusa e l’angoscia causate dal lockdown senza un piano e dalla situazione allarmante dell’ambiente”.

Questa è una ricerca di un diversivo politico, in altre parole, che aiuta a spiegare come una semplice campagna di solidarietà sia stata mistificata in un complotto segreto per distruggere l’India e incitare alla violenza dall’estero.

Il governo di Modi sta tentando di trascinare il dibattito pubblico lontano dal terreno in cui è palesemente debole – soddisfare i bisogni fondamentali delle persone durante una crisi economica e una pandemia – e spostarlo sul terreno su cui prospera ogni progetto etno-nazionalista: noi contro loro, addetti ai lavori contro estranei, patrioti contro traditori sediziosi.

In questa manovra, Ravi e il più ampio movimento giovanile per il clima erano semplicemente danni collaterali.

Eppure, il danno fatto è considerevole, non solo perché gli interrogatori sono in corso e il ritorno in prigione di Ravi rimane decisamente probabile. Come afferma la lettera congiunta degli attivisti ambientali indiani, il suo arresto e la detenzione hanno già raggiunto uno scopo: “L’azione del governo è chiaramente focalizzata nel terrorizzare e traumatizzare questi giovani coraggiosi per aver detto la verità al potere, equivale a impartire loro una lezione”.

Il danno ancora più ampio è il raffreddamento che l’intera controversia sui toolkit ha posto al dissenso politico in India – con la silenziosa complicità delle società tecnologiche che una volta pubblicizzavano i loro poteri per aprire società chiuse su se stesse e diffondere la democrazia in tutto il mondo. Come dice un titolo, “L’arresto di Disha Ravi mette in dubbio la privacy di tutti gli utenti di Google India”.

In effetti, il dibattito pubblico è stato così profondamente compromesso che molti attivisti in India stanno entrando in clandestinità, cancellando i propri account sui social media per proteggersi. Persino i difensori dei diritti digitali diffidano dall’essere citati.

Chiedendo di non essere nominato, un ricercatore in ambito legale ha descritto una pericolosa convergenza tra un governo esperto nella guerra dell’informazione e le società di social media basate sulla massimizzazione dell’impegno per estrarre i dati dei propri utenti: “Tutto questo deriva da un più forte uso delle piattaforme di social media da parte del status quo, qualcosa che non era presente prima. Ciò è ulteriormente aggravato dalla tendenza di queste aziende a dare la priorità a contenuti più virali ed estremisti, che consente loro di monetizzare l’attenzione degli utenti, a vantaggio dei loro profitti“.

Dal suo arresto, le viscere della vita digitale privata di Ravi sono state messe a disposizione di tutti, raccolte da voraci media nazionali. Programmi televisivi e giornali ossessionati dai suoi messaggi di testo privati a Thunberg e da altre comunicazioni tra attivisti che non facevano altro che modificare un opuscolo online.

La polizia, nel frattempo, ha ripetutamente insistito sul fatto che la decisione di Ravi di eliminare un gruppo WhatsApp era la prova che aveva commesso un crimine, piuttosto che una risposta razionale ai tentativi del governo di trasformare la pacifica organizzazione digitale in un’arma diretta contro i giovani attivisti.

Gli avvocati di Ravi hanno chiesto al tribunale di ordinare alla polizia di smettere di far trapelare le sue comunicazioni private alla stampa – informazioni che apparentemente provengono dal sequestro di telefoni e computer. Volendo ancora più informazioni private per le loro indagini, la polizia di Delhi ha anche presentato richieste a diverse importanti società tecnologiche.

Hanno chiesto a Zoom di rivelare l’elenco dei partecipanti a una riunione di attivisti privati che dicono si riferisca al toolkit; la polizia ha fatto diverse richieste a Google per informazioni su come il toolkit è stato pubblicato e condiviso. E secondo le notizie, la polizia ha chiesto anche a Instagram (di proprietà di Facebook) e Twitter informazioni relative al toolkit.

Non è chiaro quali società abbiano risposto e in quale misura. La polizia ha pubblicamente propagandato la collaborazione di Google, ma Google e Facebook non hanno risposto alla richiesta di commento di The Intercept. Zoom e Twitter hanno fatto riferimento alle loro politiche aziendali, in cui si afferma che rispetteranno le leggi nazionali.

Il che potrebbe essere il motivo per cui il governo Modi ha scelto questo momento per introdurre una nuova serie di regolamenti che gli conferirebbero livelli di controllo sui media digitali così draconiani da avvicinarsi al grande firewall cinese. Il 24 febbraio, il giorno dopo il rilascio di Ravi dal carcere, Reuters ha riferito delle “Linee guida per gli intermediari e codice etico per i media digitali” pianificate dal governo Modi.

Le nuove regole richiederanno alle società di media di rimuovere i contenuti che mettono a repentaglio “la sovranità e l’integrità dell’India” entro 36 ore dal relativo ordine del governo – una definizione così ampia che potrebbe facilmente includere offese contro lo yoga e il chai.

Il nuovo codice afferma inoltre che le società di media digitali devono collaborare con le richieste di informazioni sui propri utenti da parte del governo e della polizia entro 72 ore. Ciò include le richieste di rintracciare la fonte originaria di “informazioni pericolose” su piattaforme e forse anche app di messaggistica crittografate.

Il nuovo codice viene introdotto nel nome della protezione della società eterogenea dell’India e del blocco dei contenuti volgari. “Un editore deve tenere in considerazione il contesto multirazziale e multireligioso dell’India ed esercitare la dovuta cautela e discrezione quando presenta le attività, le credenze, le pratiche o le opinioni di qualsiasi gruppo razziale o religioso”, afferma la bozza delle regole.

In pratica, tuttavia, il BJP ha uno degli eserciti di troll più sofisticati del pianeta, i suoi stessi politici sono stati i promotori più rumorosi e aggressivi di discorsi d’odio diretti a minoranze vulnerabili e critici di ogni tipo. Per citare solo uno dei tanti esempi, diversi politici del BJP hanno partecipato attivamente a una campagna di disinformazione sostenendo che i musulmani stavano deliberatamente diffondendo il Covid-19 come parte di una ”Jihad del covid”.

Ciò che un codice come questo farebbe è sancire per legge la doppia vulnerabilità digitale sperimentata da Ravi e altri attivisti: non sarebbero protetti dalle folle online sollevate da uno stato nazionalista indù, e non sarebbero protetti dalle ricerche di quello stesso stato pronto a violare la loro privacy digitale con qualsiasi pretesto.

Apar Gupta, direttore esecutivo del gruppo per i diritti digitali Internet Freedom Foundation, ha espresso particolare preoccupazione per parti del nuovo codice che potrebbero consentire ai funzionari governativi di rintracciare gli autori dei messaggi su piattaforme come WhatsApp. Questo, ha detto all’Associated Press, “mina i diritti degli utenti e può portare all’autocensura se gli utenti temono che le loro conversazioni non siano più private”.

Harsha Walia, direttrice esecutiva della British Columbia Civil Liberties Association e autrice di “Border and Rule: Global Migration, Capitalism, and the Rise of Racist Nationalism“, pone la terribile situazione in India in questo modo: “Le ultime normative proposte che richiedono alle compagnie di social media di collaborare con le forze dell’ordine indiane è un altro tentativo oltraggioso e antidemocratico da parte del governo fascista Hindu di Modi di sopprimere il dissenso, consolidare lo stato di sorveglianza e intensificare la violenza di Stato“.

Lei sostiene che questa ultima mossa del governo Modi deve essere intesa come parte di un modello molto più ampio di sofisticata guerra dell’informazione condotta dallo Stato indiano. “Tre settimane fa, il governo indiano ha chiuso Internet in alcune parti di Delhi per sopprimere le informazioni sulla protesta dei contadini; gli account sui social media di giornalisti e attivisti durante la protesta degli agricoltori e nella diaspora sikh sono stati sospesi; e le compagnie di Big Tech hanno collaborato con la polizia indiana in una serie di casi infondati ma agghiaccianti di sedizione. Negli ultimi quattro anni, il governo indiano ha ordinato oltre 400 chiusure di Internet e l’occupazione indiana del Kashmir è segnata da un prolungato assedio alle comunicazioni“.

Il nuovo codice, che avrà un impatto su tutti i media digitali, inclusi i siti di streaming e di notizie, entrerà in vigore entro i prossimi tre mesi. Alcuni produttori di media digitali in India sono contrariati. Siddharth Varadarajan, editor e fondatore di The Wire, giovedì scorso ha twittato che il nuovo codice “letale” è “volto a uccidere l’indipendenza dei media digitali dell’India. Questo tentativo di armare i burocrati con il potere di dire ai media cosa può e non può essere pubblicato non ha alcun fondamento giuridico“.

Non aspettatevi però ritratti di coraggio dalla Silicon Valley. Molti dirigenti tecnologici statunitensi si rammaricano delle prime decisioni, prese sotto la pressione dell’opinione pubblica e dei lavoratori, di rifiutarsi di cooperare con l’apparato cinese di sorveglianza di massa e censura: una scelta etica, ma che costa alle aziende come Google l’accesso a un mercato incredibilmente ampio e redditizio.

Queste aziende non sembrano disposte a fare di nuovo lo stesso tipo di calcolo. Come riportato dal Wall Street Journal lo scorso agosto, “l’India ha più utenti Facebook e WhatsApp di qualsiasi altro paese e Facebook l’ha scelta come mercato in cui introdurre pagamenti, crittografia e iniziative per tessere insieme i suoi prodotti in nuovi modi che l’AD Mark Zuckerberg ha detto che saranno alla base di Facebook per il prossimo decennio“.

Per le aziende tecnologiche come Facebook, Google, Twitter e Zoom, l’India di Modi si è trasformata in un duro momento di verità. In Nord America e in Europa, queste aziende stanno facendo di tutto per dimostrare che ci si può fidare di loro, regolando l’incitamento all’odio e le cospirazioni dannose sulle loro piattaforme, proteggendo al contempo la libertà di parola, dibattito e disaccordo che è parte integrante di qualsiasi società sana.

Ma in India, dove aiutare i governi a cacciare e imprigionare attivisti pacifici e ad amplificare l’odio sembra essere il prezzo per l’accesso a un mercato enorme e in crescita, “tutti questi argomenti sono usciti dalla discussione“, mi ha detto un attivista. E per una semplice ragione: “Stanno approfittando di questo danno collaterale“.

Fonte

10/04/2020

A Salvatore Ricciardi


Ci ha lasciato, ieri, Salvatore Ricciardi, una vita da militante tra i ferrovieri, nel movimento, poi prigioniero politico e di nuovo militante di movimento.

Alla sua famiglia il nostro abbraccio e questa poesia.

*****

Una poesia per il caro vecchio

da Luciano, Cuneo, carcere speciale 1982:

Invictus è una poesia scritta dal poeta inglese William Ernest Henley.

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio gli dei qualunque essi siano
Per la mia indomabile anima.
Nella stretta morsa delle avversità
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
Incombe solo l’orrore delle ombre.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Fonte

02/03/2019

L’occhio “malevolo” dei servizi segreti su antifascismo militante e mobilitazioni ambientali

L’Italia è un paese ormai pacificato e privo di conflitti “sovversivi”? Scorrendo la relazione annuale che i servizi segreti consegnano al Parlamento sembrerebbe di sì. Diversamente dagli anni scorsi, dove i conflitti sociali legati all’impoverimento generale, alla crisi e alle conseguenze delle misure antipopolari facevano drizzare le antenne e le azioni degli apparati repressivi (e l’alto numero di denunce, arresti, misure di sorveglianza speciale contro gli attivisti e i militanti lo certificava), l’analisi dei servizi di sicurezza presentata quest’anno pare preoccuparsi solo di quello che si è visto, in particolare le iniziative antifasciste e le mobilitazioni ambientali sui territori.

L’immagine di un paese socialmente pacificato indurrebbe a ritenere che per gli apparati repressivi non ci sia più lavoro da fare. Il modello di repressione preventiva dell’epoca Minniti sembra aver funzionato e il modello repressivo contundente dell’epoca Salvini (galera per chi occupa edifici o fa blocchi stradali) vorrebbe aver chiuso il cerchio. In realtà l’aria che si respira tra le righe di una relazione dei servizi di sicurezza, che pare preoccupata solo degli scontri con i fascisti o delle mobilitazioni popolari/ambientali, emette un odore di “accanimento terapeutico” contro i punti di resistenza e attività dell’antagonismo politico e di classe nel nostro paese.

Se è vero che gran parte della relazione è dedicata più alle minacce esterne che a quelle sul fronte interno, è bene che nessuno sottovaluti questa apparente ammortizzazione della visione degli apparati repressivi. Hanno ripulito il campo del conflitto di classe, ma vogliono impedire con qualsiasi mezzo che qualcuno torni a ingaggiare la partita della rottura e del cambiamento del quadro esistente. In questo senso comincia a delinearsi uno scenario repressivo in cui non sarà più “la commissione di reato” ad essere sanzionata, ma il soggetto politico in quanto tale (militanti, attivisti etc), per il fatto stesso di esistere e ritenere il conflitto sociale il motore del cambiamento necessario, soprattutto di fronte ad una crisi economica che presenta solo indicatori di pesante peggioramento.

Infine occorre tenere sempre a mente che una “pacificazione” penale del fronte interno è stata sempre funzionale alla riapertura di proiezioni militari offensive sul fronte esterno.

Del resto il cinismo istituzionale e “sociale” che abbiamo visto sugli orrori nei lager in Libia, nel Mar Mediterraneo e nelle nostre strade, sta già abituando la società a convivere con tutto questo. Meglio, quindi, impedire che qualche soggetto politico e sociale rompa questo incantesimo.

Qui di seguito una decostruzione dei capitoli della Relazione annuale dei servizi segreti, in fondo il testo integrale della Relazione (124 pagine) che resta sempre una lettura interessante.

*****

Lo spettro dei marxisti-leninisti

La relazione dei servizi di sicurezza, da tempo inquadra come capitolo specifico quelli che definisce i “circuiti marxisti-leninisti”, definito ancora con quel trattino in mezzo che, come noto, ha provocato interminabili discussioni nel movimento comunista internazionale se dovesse essere mantenuto o sostituito da una “e”.

“I ristretti circuiti dell’estremismo marxista-leninista hanno continuato ad evidenziarsi per l’impegno propagandistico-divulgativo della stagione brigatista, inteso ad accreditarne l’attualità e a promuovere l’indottrinamento di “nuove leve”. Questo, come di consueto, facendo perno soprattutto su una lettura in chiave rivoluzionaria dei più recenti sviluppi della congiuntura interna e internazionale. In tale quadro, sono rimasti centrali la lotta alla “repressione”, l’“antifascismo”, l’“antimperialismo” e l’esteso panorama delle istanze sociali, a partire dall’emergenza abitativa e dalle vertenze occupazionali.

Il tema forte è sempre quello della solidarietà ai “prigionieri politici”, anche stranieri, che ha animato iniziative contro il “carcere duro”, quali i presidi del 4 maggio e del 28 settembre presso il Tribunale dell’Aquila in occasione di scadenze processuali a carico di Nadia Desdemona Lioce, ristretta nel capoluogo abruzzese e leader delle “Nuove Brigate Rosse” responsabili degli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi”.

Dopo questo preambolo volto a segnalare una certa continuità sui temi tradizionali (spesso “gonfiati” per scopi abbastanza evidenti), l’attenzione dei servizi di sicurezza allarga il monitoraggio giungendo a conclusioni che mostrano una preoccupazione piuttosto originale. Scrivono infatti che:

“Nella prospettiva della “lotta di classe” hanno continuato a trovare spazio i richiami, a fini di proselitismo, ad un “nuovo proletariato urbano” composto da lavoratori immigrati, precari, disoccupati e “senza casa” – e fin qui potremmo dire che siamo nella norma della visione questurina. Sorprende, invece, quando nella relazione si indica che tra i soggetti eversivi “si inscrivono nel filone internazionalista ed “antimperialista” le manifestazioni in appoggio alla resistenza palestinese ed in chiave “anti-israeliana”, come la protesta in occasione del Giro d’Italia, che per l’edizione 2018 ha preso il via da Gerusalemme Ovest”.

Avevamo fino ad oggi ritenuto che manifestazioni e contestazioni all’occupazione coloniale israeliana della Palestina fossero una “preoccupazione” relativa solo per il Mossad, scopriamo invece che lo sono anche per i servizi segreti italiani.

Il movimento antagonista

C’è poi il capitolo specifico su quello viene definito come il movimento antagonista. Un universo politico a geometria variabile per il numero di collettivi e reti in cui si aggrega, disgrega e ricompone e che rappresenta un po’ il rompicapo nel monitoraggio dei servizi di sicurezza.

Di tutto quello che si muove sul piano dei conflitti sociali – purtroppo non particolarmente vivace nell’ultimo anno – gli apparati repressivi sembrano preoccupati soprattutto dalle lotte ambientaliste e dalle vertenze a difesa del territorio, quest’anno senza però l’ossessiva – e sgradita – attenzione particolare al movimento No Tav.

Nella relazione si scrive che: “L’eterogenea galassia dell’antagonismo si è distinta soprattutto per il tentativo di superare una persistente tendenza alla “parcellizzazione delle lotte”, così da dare maggiore compattezza al fronte della contestazione. Ancorché declinato su specifiche realtà del territorio nazionale, il dinamismo antagonista sul versante delle proteste ambientaliste ha ricercato convergenze e sinergie, con l’obiettivo di strumentalizzare in chiave oltranzista l’attività dei cd. “Fronti del No”, che si oppongono alla realizzazione di infrastrutture di vario genere (grandi opere, installazioni energetiche e militari, ripetitori, inceneritori etc.)”.

Tra le preoccupazioni “sovversive” che spiccano nella relazione di quest’anno c’è quella dell’antifascismo militante al quale viene riservata anche una scheda particolare (vedi più avanti). E’ scritto: “Gli attivisti hanno provato a serrare i ranghi concentrando la protesta antisistema sull’“antifascismo” e sull’“antirazzismo”, come testimoniato dalla manifestazione nazionale di Macerata del 10 febbraio, organizzata all’indomani del raid omicida a sfondo razzista compiuto nella città marchigiana da un simpatizzante di estrema destra ed indicata, nella propaganda d’area, come punto di partenza per favorire il rilancio di un percorso di mobilitazione il più possibile comune e condiviso”.

Anche l’organizzazione degli immigrati su vari terreni di lotta inerenti i propri bisogni materiali sembra provocare particolare attenzione da parte dei servizi di sicurezza. “In tale quadro, ha assunto specifico rilievo strategico, nelle progettualità antagoniste, il coinvolgimento nelle mobilitazioni della popolazione straniera, ritenuta, in particolare dai segmenti più oltranzisti, un bacino di reclutamento “capace di produrre conflitto” – è scritto nella relazione annuale – “Una linea, questa, evidenziatasi anche a livello locale, ove i vari “movimenti per l’abitare” hanno mostrato interesse verso la “propensione ribellistica” delle fasce più disagiate e precarie, pure attraverso appelli ad una ripresa delle occupazioni abusive, intese quale “pratica militante di riappropriazione del reddito”. L’impegno antagonista sulla tematica migratoria ha continuato a qualificarsi come un ambito sensibile per l’ordine pubblico in ragione del concorrente attivismo di componenti della destra radicale, con il rischio di un’intensificazione di episodi di conflittualità fra opposti estremismi”.

La mobilitazione “antifascista”

L’affrontamento sui territori dei tentativi dei fascisti di strumentalizzare l’emergenza migranti ha visto materializzarsi una pratica antifascista militante che è ora entrata nel mirino degli apparati di sicurezza, che a questo tipo di mobilitazione dedicano un’apposita scheda nella relazione. Colpisce l’attenzione e la finta preoccupazione dei servizi segreti sul fatto che l’antifascismo abbia fatto un piccolo “salto di qualità”, passando da un antifascismo sostanzialmente costituzionale e culturale al piano militante. Una sottolineatura che pare funzionale a preparare una legittimazione alla repressione della mobilitazione antifascista di fronte – invece – al pieno sdoganamento dei fascisti che mostrano ormai apertamente le evidenti coperture fornite dagli apparati repressivi e istituzionali: “Nell’ambito della mai sopita ostilità tra estremismi di opposta matrice, l’”antifa” definisce la posizione più avanzata e intransigente dell’antagonismo di sinistra nel contrasto alla destra, consistente in un impegno militante che privilegia la “dimensione combattiva” rispetto al confronto politico-culturale. Nel 2018, la propaganda e le pratiche della mobilitazione “antifa” hanno evidenziato una rinnovata radicalizzazione in reazione ad una percepita crescita di visibilità e protagonismo dell’estrema destra su questioni riguardanti la sicurezza, l’immigrazione e il disagio sociale. In questo quadro sembrano inserirsi taluni episodi di aggressione contro attivisti della destra radicale, danneggiamenti a sedi aggregative nonché la divulgazione sul web di documenti e “dossier” dai toni istigatori. L’accentuata propensione allo scontro rischia di aggravare la conflittualità tra i due fronti, con una possibile intensificazione di provocazioni, aggressioni e reazioni in grado di generare criticità sul piano dell’ordine pubblico”.

Gli internazionalisti in Rojava e Donbass

Colpiscono infine due schede dedicata a chi è andato in questi anni a dare sostegno internazionalista in Rojava e Donbass. E’ la prima volta che si dedica a questo una attenzione così esplicita. Nel primo caso, il Rojava, la relazione scrive che: “Spunti di attivazione sono stati colti anche negli ambienti dell’estremismo marxista, tradizionalmente sensibili alla causa curda, che, in collaborazione con omologhi circuiti esteri, sono stati impegnati a sostenere le formazioni combattenti attraverso specifiche campagne finalizzate alla spedizione di materiale medico”.

Nel secondo caso, il Donbass, i servizi segreti scrivono che: “L’operazione “Ottantotto” del luglio 2018 coordinata dalla Procura della Repubblica di Genova, che ha coinvolto diversi soggetti accusati di “associazione a delinquere, aggravata dalla transnazionalità, finalizzata al reclutamento di mercenari e al combattimento in un conflitto in un territorio controllato da uno Stato estero”, ha riportato all’attenzione generale il tema della presenza nel teatro di crisi ucraino di cittadini italiani o di stranieri residenti in Italia”.

Ma sul Donbass, diversamente che in Rojava, per i servizi di sicurezza il monitoraggio verso il sostegno internazionalista si complica per la diversificazione dei soggetti attivizzatisi (militanti della sinistra ma anche gruppi di destra) e della diversità di collocazione “sul fronte”. Nella relazione è scritto infatti che: “Sin dal principio, infatti, la crisi ucraina ha suscitato l’interesse dell’estrema destra, scatenando però un vivace dibattito interno che ha determinato il formarsi di due fronti: l’uno, favorevole alle istanze nazionaliste di Kiev; l’altro, solidale con gli indipendentisti delle regioni orientali dell’Ucraina, sostenuti da Mosca. Tale contrapposizione si è tradotta nella rilevata presenza in entrambi gli schieramenti di militanti dell’ultra-destra italiana, spinti da motivazioni tanto ideologiche quanto economiche. Più nel dettaglio, mirati approfondimenti informativi hanno rilevato che: a favore dei lealisti ucraini si è mobilitata una parte della destra radicale nazionale, in considerazione del ruolo di rilievo ricoperto dai movimenti ultranazionalisti nel corso delle note proteste di piazza del novembre 2013 (cd. Euromaidan); a sostegno dei separatisti si è invece schierata una componente di estrema destra più numerosa, d’impronta più propriamente identitaria, che sostiene le posizioni russe in chiave anti-USA e anti-UE”.

A complicare il lavoro dei servizi di sicurezza italiani emerge poi un altro dato che gli ha scombinato lo schema: “Accanto ai filo-russi, peraltro, si è registrata anche una non irrilevante presenza di militanti dell’antagonismo di sinistra che, dal canto loro, interpretano la resistenza contro il Governo di Kiev in chiave antifascista e antimperialista. Nella maggior parte dei casi, i soggetti spinti da motivazioni politico-ideologiche si sono recati nel Donbass per iniziative propagandistiche, allo scopo dichiarato di documentare quella “esperienza di lotta” e portare sostegno alla popolazione locale, mentre solo una parte, più consistente per gli elementi di destra, risulta coinvolta nei combattimenti. Accanto ai soggetti caratterizzati politicamente, figurano poi quei profili “ibridi” che vantano anche esperienze nel circuito dei contractors. Come per analoghe mobilitazioni, anche in questo caso il web si è rivelato uno strumento di comunicazione e propaganda in grado di favorire contatti e adesioni. Sebbene il fenomeno risulti numericamente contenuto e, per evidenti ragioni, non paragonabile a quello dei foreign fighters jihadisti, esso presenta comunque potenziali criticità, correlate soprattutto all’esperienza e alle competenze di natura militare che, al rientro in territorio nazionale, potrebbero essere riversate negli ambienti di riferimento”. Dunque le carovane di solidarietà con le Repubbliche del Donbass non sono state gradite né sono passate inosservate.

“L’allarme sugli anarchici”, come sempre, da sempre

Nella relazione, ovviamente e come è ormai consuetudine, ci sono diverse pagine dedicate agli anarchici, in particolare “sull’anarco-insurrezionalismo, confermatosi come l’espressione più insidiosa, capace di tradurre in chiave offensiva gli appelli istigatori della propaganda d’area, specie quella riconducibile alla Federazione Anarchica Informale/Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI). Nonostante l’incisiva azione di contrasto degli ultimi anni e le divergenze tra le varie componenti, il movimento si è reso protagonista di numerose sortite, rivendicate e non, che hanno preso di mira obiettivi riferibili ai tradizionali fronti di attivazione libertaria: “lotta alla repressione”, non solo nella consueta accezione di “solidarietà rivoluzionaria ai compagni prigionieri”, ma sempre più anche in chiave “antifascista” e “antirazzista”; campagna contro le grandi opere (Trans Adriatic Pipeline-TAP in primis); antimilitarismo; opposizione al “dominio tecno-scientifico”. Sembra quasi la descrizione di una imbarcata di “Unabomber” da film statunitense. Ma i recenti arresti di Torino e lo sgombero del centro sociale Asilo occupato, confermano come, per gli apparati repressivi, gli anarchici-insurrezionalisti siano oggetto di una attenzione particolare, da giocarsi poi su mass media compiacenti per seminare allarme sociale. Insomma siamo ancora nella visione da “deep state” nel paese della Strage di Piazza Fontana, di Valpreda e degli anarchici usati come depistaggio e capri espiatori rispetto alla strage di Stato.

Il capitoletto sui fascisti

I fascisti sono un problema per la sicurezza? No, lo sono solo se cercano di federarsi, dismettono la “casacca dei bravi ragazzi” e fingono di contestare Nato, Usa, Ue.

Negli anni scorsi, l’attenzione degli apparati repressivi colpiva per la scarsissima attenzione/documentazione sui gruppi neofascisti (nonostante emergessero spesso i loro legami con la malavita e il traffico di droga, ndr). Una disattenzione qualitativa e quantitativa leggibile anche nella descrizione di “bravi ragazzi impegnati nel sociale” emersa nelle relazioni dei servizi di sicurezza e nei rapporti di polizia negli scorsi anni. Quest’anno c’è un po’ di attenzione in più, ma soprattutto sulla dimensione internazionale, specie sulla frazione disallineata rispetto al dogma atlantista ed europeista dentro cui si colloca l’Italia.

“Costante attenzione informativa è stata riservata al panorama dell’ultradestra che, caratterizzatosi per una pronunciata vitalità, ha riproposto, specie con riguardo alle formazioni più strutturate, alcune consolidate linee di tendenza: competizioni “egemoniche” e fluidità di rapporti, interesse ad accreditarsi sulla scena politica mantenendo uno stretto ancoraggio alla “base”, propensione ad intensificare le relazioni con omologhe formazioni estere. Le strategie d’inserimento nel tessuto sociale hanno fatto leva su iniziative propagandistiche e di protesta, soprattutto in talune periferie urbane, centrate sull’opposizione alle politiche migratorie, nell’ambito di una più ampia mobilitazione su tematiche sociali di forte presa (sicurezza, lavoro, casa, pressione fiscale). Tale attivismo, di impronta marcatamente razzista e xenofoba, si è accompagnato ad una narrazione dagli accenti di forte intolleranza nei confronti degli stranieri che, al di là del richiamato omicidio di Macerata, potrebbe aver concorso ad ispirare taluni episodi di stampo squadrista, oltre che gesti di natura emulativa, e potrebbe conoscere un inasprimento con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale europeo. Le varie campagne propagandistiche hanno tradito l’intento di coniugare l’esigenza di proiettare un’immagine “moderata” con la determinazione a preservare, per ragioni di proselitismo, i rapporti con quel variegato sottobosco comprendente anche segmenti politicizzati delle tifoserie calcistiche, nonché sigle di matrice neonazista, antisemita e skinhead. In quest’ultimo ambito, si è registrato un rimarchevole fermento organizzativo e programmatico da parte di componenti hammerskin attestate nel Nord Italia, interessate ad espandere il proprio raggio d’azione a livello nazionale attraverso un ambizioso “progetto federativo” rivolto a gruppi minori. Strumenti privilegiati di proselitismo sono la promozione di concerti d’area e di manifestazioni di carattere sia politico-culturale sia commemorativo-nostalgico, nonché di iniziative a sfondo sociale. La determinazione di tali ambienti ad acquisire peso ne ha influenzato i rapporti con altre compagini nazionali, in alcuni casi portando alla ricerca di sinergie, in altri accentuando la concorrenzialità. In Alto Adige i tradizionali contatti tra gruppi skinhead germanofoni e circuiti neo-nazisti tedeschi si sono ulteriormente rafforzati, facendo registrare la presenza di militanti altoatesini ad iniziative di protesta d’impronta xenofoba svoltesi in Germania”.

Fin qui l’attenzione è alla geometria variabile nelle aggregazioni dei gruppi neofascisti, soprattutto nell’Italia del Nord. Qualche preoccupazione in più emerge invece quando si guarda alle relazioni e alla visione internazionale dei gruppi neofascisti: “Si è confermata, più in generale, la spiccata proiezione internazionale delle principali formazioni d’area, con assidui e stretti rapporti con i maggiori gruppi stranieri dell’ultradestra, funzionali all’affermazione di un “fronte identitario paneuropeo”, a difesa delle radici etnico-culturali dell’Europa, di orientamento filorusso e pro-Assad e in contrapposizione alla UE, agli USA e alla NATO. Un contesto, questo, che ha confermato l’interesse dell’area nei confronti della crisi ucraina, anche in termini di sostegno attivo ai due schieramenti contrapposti”.

Insomma antifascismo militante e mobilitazioni popolari/ambientali sembrano essere le aree più attenzionate dai servizi di sicurezza. Ma, come detto sopra, guai ad abbassare la guardia sul fronte della risposta repressiva ai conflitti sociali, soprattutto se l’evidente avvitarsi della crisi economica accentuerà una crisi sociale nei settori popolari. A quel punto per gli apparati repressivi, tutto quello che si metterà di traverso avrà un suo potenziale sovversivo da colpire, anche quando si muove sul terreno della lotta “legale”. Non sarà la commissione del reato l’oggetto delle misure repressive, ma il soggetto “sovversivo” in quanto tale.

Il testo integrale della Relazione annuale: http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/Relazione-2018.pdf

Fonte