Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/06/2024

Spazi Contesi. Cinema e banlieue

di Paolo Lago e Gioacchino Toni

[In occasione dell’uscita del volume di Paolo Lago e Gioacchino Toni, Spazi Contesi. Cinema e banlieue. L’Odio, I Miserabili, Athena (Milieu, 2024) con due saggi di Sandro Moiso ed Emilio Quadrelli, si riporta di seguito un breve estratto dell’introduzione omettendo le note e ringraziando l’editore per la gentile concessione. p.l. gh.t.]

«Si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie memorie più remote e segrete; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come l’“haut-lieu” e al tempo stesso come la propria città: propria poiché dell’io e al tempo stesso degli “altri”; propria, poiché campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto; propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze assolutamente immediate. Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi degli attacchi […]. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città» Furio Jesi, Lettura del Bateau ivre di Rimbaud

Nel corso della sua storia, il cinema non ha mancato di rappresentare il complesso universo delle periferie urbane contribuendo a sviluppare un immaginario su una realtà sociale e una geografia tanto mentale quanto fisica che investe le questioni identitarie e sociali, la negoziazione dello spazio e il rapporto con la storia e la memoria. […]

Sono diversi i film ambientati nelle banlieue delle grandi città francesi in cui viene narrata la quotidianità dei loro abitanti alle prese con le difficoltà di viverle e con l’ostilità loro riservata dal centro delle città quando vi mettono piede.

[In] questo saggio si intende esaminare la rappresentazione che di queste è stata data dal cinema, soffermandosi in particolare su una triade di opere che, più di altre, conquistando pubblico e critica, hanno saputo mostrare in maniera dirompente un universo per certi versi celato all’opinione pubblica dai media e dalla politica istituzionale [...].

Film come L’Odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz, I Miserabili (Les Misérables, 2019) di Ladj Ly e Athena (2022) di Romain Gavras hanno il merito di proporre tanto una riflessione sui rapporti tra centro e periferia, quanto sulle molteplici strutture di potere con cui gli abitanti di queste ultime devono fare i conti nella loro lotta quotidiana per vivere una vita degna di questo nome. […]

[Tali film vengono] analizzati prestando particolare attenzione alla rappresentazione dello spazio. In essi, infatti, si configurano diverse tipologie di spazio che possono essere affrontate attraverso gli strumenti critici di Gilles Deleuze, Félix Guattari e Michel Foucault.

Ai primi si devono i concetti di “spazio liscio” e “spazio striato” […]. Lo “spazio liscio” è quello del deserto, legato alla “macchina da guerra nomade”, lo “spazio striato”, invece, è proprio dell’organizzazione del potere della città e dell’apparato di Stato.

Michel Foucault, invece, […] a fianco di “utopia” introduce il termine “eterotopia”. Quest’ultima, nell’ottica dello studioso, si configura come un luogo separato dal normale contesto quotidiano, «una specie di contestazione al contempo mitica e reale dello spazio in cui viviamo».

Alla luce dell’analisi dello spazio, anche i complessi residenziali delle banlieue si prestano a essere analizzati come eterotopie, veri e propri spazi separati dalla città. In questi spazi strutturati secondo le regole del controllo reticolare, si sono nel tempo sedimentate sia forme di governance che di resistenza non pianificate. Lo spazio “striato”, segnato da canalizzazioni e percorsi obbligati dalle architetture pensate per controllare le periferie, ha dovuto fare i conti con continue infrazioni all’ordine pianificato sedimentando nel tempo nuove forme di disciplinamento spaziale e sociale ma anche spiragli di alterità nei confronti delle vecchie e delle nuove modalità di controllo nei cui confronti saranno, come vedremo, soprattutto le componenti più giovani che abitano le periferie a palesare un’insofferenza che si manifesta tanto nei confronti del particolare tipo di ordine che vige nelle banlieue, quanto nei confronti del potere e dello spazio della città che li respinge. I film analizzati mostrano come contro entrambi questi tipi di disciplinamento i banlieusard più giovani sferrino il loro attacco frontale senza pensare al domani, condannati come sono a una guerra civile che vivono come un presente dilatato privo di sviluppi.

I giovani abitanti delle periferie si configurano come una vera e propria “macchina da guerra nomade” […] lanciata contro lo “spazio striato” della città […] Vettori nomadi, macchine da guerra, i giovani delle periferie non conoscono la sedentaria blandizie della Ville Lumière, i viali striati, i boulevard e gli eleganti palazzi storici che si ergono come oscuri guardiani; non riescono a procedere incasellati in percorsi rigidi e obbligati. Essi sono gli abitatori di spazi in cui interstizi di deserto, fatto di terra e di campi incolti sparsi fra i caseggiati come sconosciuti banditi, si amalgamano agli edifici. Gli stessi caseggiati delle banlieue sono deserto, sono tutt’uno con le spazialità infinite che si diramano dintorno. [...]

Le tre opere esaminate non hanno alcun lieto fine; si tratta di film che intendono dar conto delle molteplici forme di oppressione con cui devono fare i conti gli abitanti delle banlieue francesi contemporanee, tratteggiando le rivolte delle generazioni più giovani a cui è stato precluso il futuro, insieme allo spazio di vita, senza romanticismi e senza ipocrisie, senza ergersi a giudici e suggerire improbabili linee di condotta, consapevoli del fatto che le periferie sono luoghi molto più complessi non solo rispetto alle narrazioni offerte dai media e dalla politica istituzionale, ma anche rispetto a certe letture militanti venate di facili entusiasmi. [...]

Vale la pena riprendere gli studi di Henri Lefebvre sullo spazio e sulla città sviluppati a partire da un contesto parigino indagato in prima persona e in preda, alla metà degli anni Cinquanta e nei successivi due decenni, a una profonda trasformazione urbanistica e sociale [...] Al sociologo francese appare evidente quanto la produzione dello spazio rivesta un ruolo importante nei rapporti di potere politici, sociali ed economici contribuendo a modificare la composizione della classe operaia rendendo produttive attività che sino ad allora non lo erano. [...]

Nell’indagare il rapporto tra periferie e centro nella contemporaneità occorre, però, porsi alcuni interrogativi circa cosa sia “il Centro” oggi, se si possa ancora parlare di questo pensandolo per come si è dato in passato. Occorre domandarsi se davvero chi vive le periferie ambisca a conquistare agibilità in un Centro che, a sua volta, ha subito importanti trasformazioni, soggetto come è stato a un processo di frammentazione e di fantasmizzazione del suo ruolo storico. Quello che un tempo si definiva “Centro” sembra oggi dover essere declinato al plurale per il suo presentarsi come un caleidoscopio in cui i centri amministrativo, commerciale, residenziale ecc., ridotti a non-luoghi, risultano sempre meno comunicanti gli uni con gli altri. Cosa si può conquistare di quel Centro frammentato? Quando i giovani banlieuesard vi mettono piede sembrano ormai farlo soltanto con lo scopo di metterlo a soqquadro e per fare incetta di merci brandizzate [...]

La banlieue non è un non luogo caratterizzato da degrado e anomia. Né una no man’s land abitata da bande tribali ontologicamente antisociali e delinquenziali. E non è nemmeno un luogo di abbandono per le vite di scarto del sistema. La banlieue è il territorio di sperimentazione del capitale, dove la disarticolazione della vecchia classe operaia è stata presupposto e trampolino per la ristrutturazione dell’intero modo di produzione capitalista interno della Francia (ma similmente è avvenuto per il resto d’Europa). È il più avanzato laboratorio del nemico e pertanto la trincea di prima linea dei subalterni. [Jack Orlando]

Ed è in effetti da trincea di prima linea dei subalterni che sembra essere vissuta la banlieue dai suoi giovani abitanti nei film che ci si appresta a indagare in questo libro.

In appendice al volume i due saggi: Estranei al centro di Sandro Moiso; Ri-cominciamo a dire Lenin. Dal “Partito di Mirafiori”, al “Partito della banlieue” di Emilio Quadrelli.

Su alcune tematiche approfondite dal libro: Paolo Lago, Gioacchino Toni, Note su cinema e banlieue, in «Carmilla online», 1 gennaio 2024; Paolo Lago, Gioacchino Toni, Cinema e banlieue. Spazio striato, spazio liscio ed eterotopie, in «Scenari», 24 maggio 2024.

Fonte

01/01/2024

Note su cinema e banlieue

di Paolo Lago e Gioacchino Toni

[Lo scritto che segue riprende alcune tematiche approfondite in un libro in fase di ultimazione dedicato alla messa in scena delle banlieue nel cinema francese].

Facendo riferimento alla produzione cinematografica francese, a partire dagli anni Ottanta, in ambito critico, si è teso a distinguere tra film en banlieue, ambientati nelle periferie, e film de banlieue, in cui compaiono rappresentazioni di soggettività periferiche, di scissione rispetto a un corpo unitario, capaci di offrire punti di vista altri – periferici, appunto – rispetto a quelli egemonici.

Caratteristiche ricorrenti nel cinema francese che sin dagli anni Ottanta del secolo scorso ha inteso occuparsi delle periferie sono gli agglomerati urbani popolari, la varietà etnico-culturale di chi vi risiede e la spazialità chiusa e cementificata. A questi si aggiungono elementi secondari, più o meno presenti, come il ricorso all’abbigliamento sportivo griffato, la musica rap e la cultura hip-hop, il traffico di cannabis, gli spostamenti ferroviari, il linguaggio gergale, la presenza di gruppi di giovani sfaccendati e annoiati nelle aree pubbliche, il confronto con la polizia e la diffidenza nei confronti dei media.

Ripercorrendo lo sviluppo di questo cinema si possono cogliere tanto le trasformazioni delle periferie e della composizione sociale che le abita, quanto l’intenzione di disinnescare gli stereotipi delle rappresentazioni mediatiche attraverso opere intime e anti-spettacolari o insistendo sulla complessità del tessuto sociale.

In molti di questi film la periferia tende a essere identificata soprattutto da un contesto urbanistico-architettonico alienante e dalla centralità riservata a un soggetto maschile, giovane, di discendenza straniera e deviante, lasciando per tutti gli anni Ottanta e Novanta nell’ombra le figure femminili che inizieranno a conquistare importanza soltanto con il nuovo millennio sebbene, non di rado, costrette a mascolinizzarsi nei costumi e negli atteggiamenti per ritagliarsi spazio in un universo strutturato al maschile.

L’eterogeneità delle opere che hanno affrontato l’universo delle periferie francesi e i loro abitanti rende difficile definire un corpus unitario. Djinn Carrenard, regista autodidatta di origini haitiane, ad esempio, ha fatto ricorso alla definizione di cinéma guérilla per indicare quel tipo di opere sulle periferie realizzate da chi vi proviene ricorrendo a pratiche di autoproduzione a bassissimo budget1.

Al cinema delle/sulle periferie francesi “Radio France” ha dedicato nel 2012 una serie di documentari radiofonici intitolati Génération HD, ou l’explosion d’un cinéma urbain in cui è stato messo in luce come il diffondersi di macchine da presa digitali ad alta risoluzione a costi contenuti abbia consentito a numerosi/e film-maker privi/e di disponibilità economiche importanti di realizzare opere audiovisive sulle periferie.

Uno studio sistematico delle produzioni sorte in seno alle banlieue si deve alla giornalista e critica cinematografica franco-burkinabe Claire Diao2 che a tal proposito ha introdotto l’etichetta Double Vague intendendo sottolineare la doppia cultura (francese e di origine) di tali autori e autrici delle periferie e il fatto che tali produzioni sembrano travolgere, come un’onda, la convenzionalità del cinema francese.

Per comprendere il valore sociale di tali film Carole Milleliri3 ha invece indagato il ricorso all’etichetta cinéma de banlieue da parte della stampa francese per designare un genere che pur nella sua instabilità è stato recepito nell’arco di tre decenni a partire da alcune precise caratteristiche narrative, estetiche e tematiche.

Nel periodo compreso tra gli anni Ottanta e la metà del decennio successivo, riferendosi ai film girati nelle periferie francesi con budget modesti da registi spesso esordienti e provenienti dal medesimo contesto sociale messo in scena, la stampa ha spesso evidenziato la loro capacità di dare nuova visibilità alla componente giovanile maschile delle banlieue. Sebbene non ancora identificati come cinéma de banlieue, la critica ha guardato a questi film sottolineando l’importanza da loro assegnata agli ambienti periferici e alla composizione etnica e sociale che li abita, tutti elementi utili a comprendere meglio i cambiamenti in corso nella realtà francese.

L’etichetta di film sur la banlieue con cui è stata accolto il lungometraggio Hexagone (1994) di Malik Chibane, girato nel sobborgo parigino di Goussainville, ha annunciato l’emergere di quello che, a partire da L’Odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz sarebbe poi stato usuale definire cinéma de banlieue. La critica cinematografica francese ha colto nei film prodotti negli anni Novanta la presenza di una profondità psicologica estranea alle rappresentazioni mediatiche delle periferie, e un’indubbia capacità di mostrare l’ingiustizia sociale, l’indifferenza delle istituzioni, la brutalità poliziesca e il disprezzo subito da chi vive le periferie da parte del resto dei francesi. Con il passaggio al nuovo millennio, poi, la critica ha notato un’inedita attenzione nei confronti dei personaggi femminili e ha colto la volontà di non limitarsi a rappresentare le periferie come soli spazi di oppressione, ma anche come terreno fertile per una possibile emancipazione culturale e sociale.

Allargando lo spettro dei film esaminati al di là di quelli realizzati da chi proviene dalle periferie, film come L’Odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz, I Miserabili (Les Misérables, 2019) di Ladj Ly e Athena (2022) di Romain Gavras hanno il merito di proporre non solo una riflessione sui rapporti tra centro e periferia ma anche sulle molteplici strutture di potere con cui gli abitanti delle banlieue devono fare i conti quotidianamente.

Tutti e tre i film si prestano ad essere analizzati attraverso l’ottica dello spazio. In essi emerge una netta contrapposizione tra lo spazio del centro della città e quello della periferia. Quest’ultima può essere considerata come una vera e propria “eterotopia”, un termine coniato da Michel Foucault per indicare una sorta di “spazio altro”, separato dal normale contesto quotidiano4. Ciò significa che la stessa quotidianità della banlieue sfugge alla ‘normale’ quotidianità dello spazio cittadino. Se, infatti, i lembi di centro parigino che vediamo, ad esempio, ne L’Odio, sono connotati dalla ripetitività della produzione e del consumo e attraversati da un movimento incessante (le persone che camminano per le strade illuminate, il traffico di automobili) legato ai ritmi del lavoro e del tempo libero, le banlieue sono il regno di un tempo che scorre inesorabile e inconsolabile nella sua perdita incessante, una temporalità scandita dai ritmi nomadici del vagabondaggio e del passaggio da una situazione più o meno legale ad un’altra.

La macchina da presa di Kassovitz ci mostra dei giovani che sembrano danzare sulle cristalline volute del tempo, il quale si palesa nella sua forma meccanica più opprimente, un orologio immaginario che scandisce i vari momenti della giornata, dal mattino alla notte fino ai primi momenti del giorno successivo a quello in cui inizia l’azione, sfolgoranti nel loro tragico epilogo. L’eterotopia della banlieue è perciò connotata anche da un’eterocronia, da un tempo altro, in quanto, dice Foucault, «l’eterotopia funziona appieno quando gli uomini vivono una sorta di rottura assoluta con il proprio tempo tradizionale»5.

Le banlieue sono uno spazio di rottura del tempo tradizionale inquadrato nelle logiche cittadine e borghesi incentrate sul ritmo della produttività. I banlieusard sono esseri umani di rottura, non appartengono alla temporalità del centro cittadino. Essi fanno parte di una classe sociale liminale che già nei primi decenni dell’Ottocento, a Parigi, è stata emarginata perché accentratrice di paure e di orrore: come ricorda lo stesso Foucault, «con l’epidemia di colera del 1832, che comincia a Parigi per diffondersi in tutta l’Europa, si cristallizzarono un insieme di paure politiche e sanitarie suscitate dalla popolazione proletaria o plebea»6. E, continua lo studioso, «a partire da quest’epoca si decise di dividere lo spazio urbano in settori ricchi e settori poveri»7.

Le banlieue sono separate perché in esse è presente il germe della malattia di un tempo ‘altro’, non fondato sul lavoro e sulla produzione; nell’ottica del centro, i giovani delle periferie sono ‘malati’ e segnati dal rifiuto del tempo tradizionale. Le banlieue sono le spirali irradiatrici di una malattia che si può diffondere al cuore pulsante della produttività: ecco perché devono essere tenute lontane e segregate, mentre i loro abitanti, quando si recano nel centro, devono essere immediatamente rinchiusi o allontanati, come succede ai protagonisti del film di Kassovitz.

Le periferie sono il nuovo deserto abitato dai nomadi, sono il nuovo Oriente magico e corruttore che, nell’ottica imperialistica della Londra vittoriana, avrebbe potuto minare il nucleo pulsante dell’impero. Non è un caso che il vampiro Dracula, che sovverte i ritmi di sonno e di veglia facendo della notte il suo regno ribelle, giunga proprio a portare la sua malattia nel centro stesso di quell’impero, la già ricordata Londra governata dalla regina Vittoria, dalla quale partono sempre nuovi commercianti e nuovi eserciti per assoggettare l’ozioso Oriente. Come nota Edward Said, per un viaggiatore di lingua inglese del XIX secolo, l’Oriente era sinonimo di India, possedimento della Corona britannica e «attraversare il Vicino Oriente significava per lo più essere diretti alla principale colonia di Sua Maestà»8.

Quando si trovano a solcare le periferie, i ‘cittadini’ si comportano nello stesso modo del viaggiatore in questione: nella loro ottica, le banlieue sono un territorio sottomesso e assoggettato, indubitabilmente ‘inferiore’ al centro della città. In questo modo si comportano i giornalisti che, sempre nel film di Kassovitz, percorrono in automobile le strade della periferia a caccia di scoop sui recenti scontri avvenuti fra banlieusard e forze dell’ordine. Incontrando i tre giovani protagonisti del film, i giornalisti televisivi fanno loro domande sugli scontri considerandoli inequivocabilmente colpevoli. Non a caso, uno dei tre, Hubert (Hubert Koundé), dirà che i giornalisti si muovono nello spazio della banlieue come all’interno di un gigantesco zoo, rimanendo a bordo della loro auto per proteggersi dagli animali feroci. Le banlieue sono infatti degli anelli concentrici che costituiscono una sorta di zoo, una ‘riserva’ nella quale sono stati relegati gli indesiderati dal centro.

Lo spazio della periferia può essere analizzato anche per mezzo delle teorie che Deleuze e Guattari espongono in Mille Piani: uno “spazio liscio”, connotato come il deserto abitato dai nomadi, che si oppone allo “spazio striato” della città, percorso dal controllo e dal nomos, la legge reticolare che geometricamente lo suddivide9. Il controllo, sotto le sembianze di pattuglie di polizia, attraversa continuamente gli spazi desertici delle periferie, li controlla, cerca di sottoporli ad una ‘striatura’ continua. Lo vediamo ne L’Odio ma soprattutto ne I Miserabili, realizzato da un autore che viene dalla periferia messa in scena, incentrato sulle vicende di tre poliziotti in pattuglia attraverso la banlieue. Nonostante i poliziotti siano ormai conosciuti da tutti gli abitanti, essi cercano costantemente di mimetizzarsi assumendo le modalità di comportamento tipiche dei banlieusard e aspirando ad una vera e propria metamorfosi. Come notano Deleuze e Guattari, del resto, lo Stato, fin da tempi remoti, non ha una propria macchina da guerra e cerca di appropriarsi di quella che i due studiosi chiamano “macchina da guerra nomade”, cioè l’apparato di combattimento proprio dei nomadi del deserto10.

Chris (Alexis Manenti), il capopattuglia, si comporta spesso in modo arrogante e violento con gli adolescenti di origine africana che incontra nelle vie della banlieue e la stessa pattuglia ha stipulato degli accordi non scritti con i banlieusard più anziani che controllano il territorio. La pattuglia della polizia non è altro che una delle numerose bande che scorrazzano per le vie periferiche: fra di esse vi è anche quella degli zingari, proprietari di un circo dal quale è stato rubato un cucciolo di leone da Issa, un ragazzino di colore appartenente alla banlieue. Gli zingari minacciano una vera e propria guerra contro quest’ultima se il leoncino non verrà loro restituito. Da adesso in poi, i tre poliziotti, per scongiurare un conflitto dagli esiti terribili, saranno esclusivamente impegnati nella ricerca del piccolo leone che si trova da qualche parte nel quartiere. Non è un caso che nel film, per le vie periferiche, si aggiri adesso il cucciolo di un animale feroce al quale sono probabilmente accostati i giovani e i ragazzini del quartiere che, nelle sequenze finali, tenderanno un’imboscata alla pattuglia. Ecco che, per certi aspetti, si realizza ciò che aveva pensato Hubert ne L’Odio: gli spazi della banlieue sono un enorme zoo nel quale si aggirano belve feroci. Trasformandosi in banda armata, tramite le pattuglie lanciate come schegge impazzite attraverso le periferie, lo Stato cerca di controllare e reprimere, come scrivono Deleuze e Guattari, sia il “vagabondaggio di banda”, sia il “nomadismo di corpo”11.

Lo scontro fra le due “macchine da guerra”, quella nomade e quella dello Stato, è descritto ampiamente in Athena. Dopo un assalto dei banlieusard al commissariato di polizia per vendicarsi dell’uccisione di un ragazzo, si scatena una vera e propria guerra che assume tonalità epiche. Nella prima parte del film vi è una compenetrazione continua fra i due spazi, quello del centro e quello della periferia. Frammenti di “spazio liscio” si staccano da esso per dirigersi verso lo “spazio striato” mentre quest’ultimo risponde facendo frequenti incursioni verso il ‘deserto’ nomadico. Nella seconda parte, invece, lo “spazio liscio” si fa fortezza e sembra trasformarsi esso stesso in polis, in cittadella autorganizzata e fortificata. I ragazzi delle periferie, schierati in un vero e proprio esercito predisposto alla battaglia, assumono chiare connotazioni da eroi epici (un rimando all’epica e al mondo classico in genere è riscontrabile anche nello stesso titolo del film). La macchina da presa offre adesso inquadrature dal respiro epicizzante che trasformano i giovani emarginati e ‘sottomessi’ della periferia in eroi, un po’ come aveva fatto Pasolini con Accattone (1961), in cui a commentare il vagabondaggio del protagonista attraverso le borgate vi è la musica ‘alta’ della Passione secondo Matteo di Bach.

D’altra parte, Pasolini non è nuovo a questo tipo di modalità stilistica: già in Ragazzi di vita (1955) aveva trasformato le avventure di giovani ladri e prostituti in vicende dalle tonalità epiche. L’immaginario quartiere di Athena si trasforma allora in cittadella fortificata, nell’antica rocca che fa da sfondo non solo a molti racconti epici ma anche a molte tragedie. Karim (Sami Slimane), il giovane capo della rivolta nonché fratello del ragazzo ucciso, potrebbe apparire quasi come una versione maschile di Antigone, l’eroina di Sofocle che, nell’omonima tragedia, sfida il potere di Creonte per dare sepoltura al fratello Polinice.

All’interno del quartiere, trasformatosi in fortilizio, ci sono i suoi miti abitanti, soprattutto anziani e giovani donne di origine africana ma anche, probabilmente, irachena, iraniana o pakistana, che, con i loro bambini in braccio, assieme alle donne più anziane (fra i quali spicca la madre di Karim e degli altri suoi fratelli, ferita dalla perdita di un figlio), possono assumere i tratti delle lamentatrici funebri presenti nel coro di diverse tragedie antiche. Un altro elemento tipicamente tragico è poi il topos della “casa che crolla”, poiché il quartiere verrà devastato dalla guerriglia, mentre la famiglia di Karim alla fine della vicenda appare letteralmente dilaniata.

Il quartiere, come già notato, assume in questi momenti i caratteri tipici di un’eterotopia poiché appare come un luogo nettamente separato dall’esterno, una vera e propria spazialità arroccata in sé stessa. Tali connotazioni assumono ancora tonalità epiche e tragiche, fino ad assomigliare a quelle che caratterizzano le rocche antiche asserragliate e poi espugnate fra cui indubbiamente spicca la città di Troia, raccontata dall’Iliade e dall’Ilioupersis. Il quartiere, arroccandosi in sé stesso, dimostra anche la sua totale separazione ed esclusione rispetto allo spazio circostante fino a trasformarsi, quasi, in “eterotopia di deviazione” nella quale, secondo Foucault, «vengono collocati gli individui che hanno un comportamento deviante rispetto alla media o alla norma richiesta»12.

Nei tre film analizzati, perciò, le periferie possono essere definite come degli “spazi lisci”, nettamente separati, che lo Stato cerca in ogni modo di “striare”, di rendere somiglianti a sé stesso eliminando peculiarità e differenze. Queste ultime, però, continuano inevitabilmente a sussistere e gli spazi nomadici e lontani delle periferie vengono stigmatizzati ed emarginati dal centro pulsante del potere che sembra non riuscire a comprendere le profonde esigenze dei loro abitanti. E i film in questione narrano le lotte senza fine fra centro e periferia le quali assumono connotazioni mitiche, oniriche, epiche e tragiche pur rimanendo, alla fine, terribilmente reali.

Note

  1. Djinn Carrenard, J’ai fait un film avec 150 euros: mon manifeste guérilla de l’auto-production, in “L’OBS – Le Nouvel Obs Le Plus”, 3 novembre 2011. 

  2. Claire Diao, Double Vague. Le nouveau souffle du cinéma français, Au Diable Vauvert, Vauvert, 2017. 

  3. Carole Milleliri, Le cinéma de banlieue: un genre instable, in “Mise au point”, 3, 2011. 

  4. Cfr. M. Foucault, Eterotopie, in Id., Estetica dell’esistenza, etica, politica. Archivio Foucault 3. Interventi, colloqui, interviste. 1978-1985, Feltrinelli, Milano, 2020, pp. 307-316. 

  5. Ivi, p. 313. 

  6. M. Foucault, La nascita della medicina sociale, in Id., Il filosofo militante. Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977, Feltrinelli, Milano, 2017, p. 236. 

  7. Ibid

  8. Cfr. E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 171. 

  9. Cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma, 2010, pp. 451-458. 

  10. Cfr. ivi, p. 426. 

  11. Cfr. ivi, p. 439. 

  12. M. Foucault, Eterotopie, cit. p. 312.

 Fonte

05/07/2023

Francia - “Giustizia ovunque. Serve un piano di emergenza”

La morte del giovane Nahel la mattina del 27 giugno a Nanterre ha scatenato un’ondata di commozione e rabbia nel Paese. Ha anche agito da scintilla, innescando un movimento di rivolta in molte città del Paese, che chiede urgentemente una risposta politica.

Di fronte a questa situazione, il governo si blocca in un’escalation di sicurezza verbale che non fa che peggiorare la situazione. Cerca di sottrarsi alle proprie responsabilità prendendo di mira La France Insoumise per nascondere meglio la sua incompetenza e la sua incapacità di agire. Allo stesso tempo rinuncia a cercare una via d’uscita dalla crisi e abbandona gli abitanti a una preoccupazione che condividiamo di fronte ai danni ai beni pubblici, alle abitazioni o ai negozi essenziali alla vita quotidiana.

Vogliamo che si affrontino le cause della situazione perché i problemi non sono nuovi. Per i quartieri popolari, il razzismo, la violenza della polizia o la discriminazione nell’accesso al lavoro o all’alloggio sono la sorte quotidiana degli abitanti.

La distruzione dei servizi pubblici, delle tutele sociali e della solidarietà associativa, dovuta alle politiche di austerità neoliberali, è all’opera da decenni. Perché ci sia armonia occorrono azioni forti da parte del governo che, oggi come ieri, è assente. Dai moti del 2005 il conto non c’è.

Ripristinare la fiducia è tanto più difficile in quanto il governo si è distinto negli ultimi anni per l’incapacità di far fronte a rivendicazioni popolari diverse dal disprezzo e dall’ignoranza, sia durante la mobilitazione dei gilet gialli sia contro la riforma che ha innalzato l'età pensionabile a 64 anni, incoraggiando così l’idea che nessun cambiamento è possibile nel quadro attuale. Richiede quindi una rottura completa e risposte eccezionali.

Per questo, chiediamo un dibattito nell’Assemblea nazionale ai sensi dell’articolo 50-1 della Costituzione al fine di proporre un piano di emergenza che includa:

- L’immediata abrogazione delle disposizioni sulla “licenza di uccidere” della legge Cazeneuve del 2017, responsabile dell’esplosione dei decessi a seguito dei rifiuti di ottemperare alle direttive della polizia durante un fermo.

- La creazione di una commissione “Verità e giustizia” sulla violenza della polizia che ha portato alla morte o alla mutilazione dei cittadini per stabilire tutte le responsabilità.

- L’immediato sanzionamento di ogni caso di violenza della polizia, la completa riforma dell’IGPN e la creazione di un servizio investigativo indipendente.

- Sostegno statale per la riparazione di negozi, abitazioni e locali pubblici che negli ultimi giorni si sono danneggiati.

- Una profonda riforma della polizia nazionale per ricostruire una polizia repubblicana meglio addestrata e libera da ogni forma di razzismo, tra cui in particolare lo scioglimento del BAC, il ripristino del codice etico del 1986, il rafforzamento della formazione, l’istituzione della vera polizia di prossimità e la fine delle tecniche di immobilizzazione letale. Dobbiamo chiudere il periodo iniziato da Sarkozy nel 2002 teso a trattare i giovani dei quartieri popolari come un nemico interno.

- Un programma d’azione globale contro la discriminazione che comprende in particolare la creazione di una commissione per l’uguaglianza, centri specializzati all’interno delle corti d’appello e l’attuazione della ricevuta per i controlli di identità per combattere i controlli in facies.

- Un piano di investimenti pubblici nei quartieri popolari per il ripristino di servizi pubblici, alloggi, scuole pubbliche, accesso alla salute e alla cultura, finanziamento di associazioni e centri sociali.

Gruppo parlamentare La France insoumise – NUPES & La France insoumise

Fonte

04/01/2023

Note di ricerca e militanza in banlieue

di Jack Orlando

Atanasio Bugliari Goggia, Rosso Banlieue. Etnografia della nuova composizione di classe nelle periferie francesi, Ombre Corte, Verona 2022, 477 pp. 29,00€

La periferia e i suoi abitanti. Chiodo fisso di formazioni politiche e di ricercatori sociali. Tanti militanti quanti antropologi e sociologi si sono immersi nella realtà delle periferie urbane per sondarne la vita e i suoi rivoli.

Che sia serio tentativo di ricerca, lungimirante scommessa politica o banale safari dei poveri non spetta a noi dirlo, né in ogni caso si potrebbe inquadrare in una medesima categoria un intero universo di tentativi sfaccettati, divergenti e contraddittori.

Quello che però possiamo, dobbiamo, rilevare è stata la sostanziale incapacità di entrambe queste soggettività di aprire ad una circolo virtuoso in cui la ricerca sociale sostenga e rilanci la militanza e viceversa l’impegno quotidiano, la “prassi”, orienti e riempia di senso la ricerca.

Salvo rari casi ed indipendentemente dalla buona volontà, i ricercatori pescano materiale sull’asfalto e lo deportano nel grigiore accademico dove resta, inutile e autistico, ad accumulare polvere e crediti formativi; mentre i militanti si replicano quotidianamente in una pratica politica faticosa e asfissiante, dove l’enorme mole di impegno sociale finisce per seppellire la prospettiva e produrre rifiuto risentito o supponente intolleranza verso qualunque forma di discorso anche vagamente più teorico.

Rosso Banlieue, finalmente, mette sul piatto la possibilità (e la necessità), di rompere questa ottusa separazione.

È una ricerca sociale, un’etnografia come dice il titolo, volta non ad un sapere accademico ed autocompiaciuto, ma alla messa a sistema di una serie di dati ed elementi che sono di importanza fondamentale per chi abbia a cuore il rovesciamento dell’esistente.

E difatti l’autore non è la tipica figura di accademico sbarcato in mezzo ai poveri per tirarne fuori la storia, è un militante che tra i subalterni abita, agisce e si organizza. Il sapere tecnico non è finalizzato ad un’estrazione, ma alla condivisione. Base della dimensione politica collettiva.

È una ricerca scientifica come prassi politica. Scrittura come azione, osservazione come presupposto. Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola, prescrive l’adagio.

E non stupisce quindi che la strumentazione per l’indagine sia ibrida, l’osservazione etnografica fa perno sulle categorie di metodo dell’operaismo italiano, è esplicito il riferimento alla conricerca di Alquati e l’inchiesta di Montaldi.

Proprio rispetto a quest’ultimo c’è un filo diretto, come per i “militanti politici di base” di Danilo Montaldi, l’autore fa una scelta di campo precisa: non parla della banlieue tutta, ma di una sua parzialità (e d’altronde nessuna ricerca può onestamente pretendere di non focalizzarsi su una parzialità e farsi punto di vista assoluto): quella che si organizza, che attraversa le emèutes, i riot contro la brutalità poliziesca, e che innerva il tessuto sociale con le sue attività; quella parte in grado di elevare l’istintiva solidarietà di classe nel quartiere in forza d’urto per l’affermazione del proprio diritto all’esistenza.

I “militanti politici di banlieue”, sono quel frammento di realtà che contiene e illumina al proprio interno un intero mondo.

Già a procedere così, il risultato è notevole. È un colpo alla nuca dell’accademico, col suo sapere sterilizzato, e dell’attivista, con le sue nevrosi prometeiche.

Fare fuori due figure di cui onestamente ci siamo stufati, che continuano ad occupare spazio fuori tempo massimo, per lasciare il campo al militante con la sua prassi fatta di inchiesta e azione.

Un registratore che specie di notte non dà pace.

Attraverso il racconto e l’esperienza di questo frammento, viene a galla una dimensione squisitamente politica di rivolta alla propria condizione di subordinazione. Lavorativa, sociale, razziale, di genere. Gli innumerevoli livelli del dominio, e i ruoli da esso prodotti, sono messi in discussione nella pratica collettiva.

Ancora un altro ritorno di Fanon in città. Tramite la prassi rivoluzionaria il dominato nega sé stesso in quanto prodotto del dominio e si appropria della sua essenza umana.

E che si tratti di una barricata nelle strade, di una palestra popolare o di una resistenza alla speculazione edilizia poco cambia, si tratta di un repertorio di tattiche di resistenza che nelle mani dei subalterni servono tutte, e devono tutte essere calibrate a seconda della situazione contingente.

Non è casuale la lontananza di queste soggettività politiche tanto dalla politica tradizionale (ricordiamo ancora, col martinicano, il corpo dello Stato in periferia o in colonia veste guanti, elmetti e sfollagente) quanto dai movimenti antagonisti.

In banlieue ci si muove sull’istanza del bisogno: il lavoro, la casa, gli spazi, la bestialità dei gendarmi; sofismi ideologici mal si accordano al cemento armato. E ci si muove coi propri vicini, coi parenti e con gli amici.

Non si può tracciare una linea di demarcazione netta tra il corpo politico e quello sociale. Non esiste una purezza rivendicativa che possa fare a meno della componente religiosa islamica, o uno scontro che possa prescindere dalla presenza di giovani teppisti assai poco avvezzi all’analisi di fase.

Il rapporto è ancorato strettamente e indissolubilmente alla condizione locale.

Vi è una incomunicabilità di fondo che separa collettivi di banlieue e collettivi antagonisti della città. E il motivo emerge lampante e crudo nelle voci dei protagonisti: è una questione di classe.

Ecco che attorno al frammento comincia ad addensarsi il mondo.

Ed ecco che qui una ricerca del genere è fondamentale.

La banlieue non è un non luogo caratterizzato da degrado e anomia. Né una no man’s land abitata da bande tribali ontologicamente antisociali e delinquenziali. E non è nemmeno un luogo di abbandono per le vite di scarto del sistema.

La banlieue è il territorio di sperimentazione del capitale, dove la disarticolazione della vecchia classe operaia è stata presupposto e trampolino per la ristrutturazione dell’intero modo di produzione capitalista interno della Francia (ma similmente è avvenuto per il resto d’Europa). È il più avanzato laboratorio del nemico e pertanto la trincea di prima linea dei subalterni.

Ad abitare questa trincea ogni culturalismo o essenzialismo sociologico perde senso. Ogni antirazzismo filantropico ed umanista è barocco e fuori luogo. La questione è una questione di classe. Non si abita la banlieue perché si è neri, o perché si è poveri.

Si è neri perché si è poveri, e si è poveri perché si abita la banlieue. La subordinazione costruisce gabbie d’acciaio.

La questione razziale tanto cara ad un antagonismo di maniera non è che una frazione ancillare del tema cardine. Che cosa rappresentano queste vite?

Le macerie di una vecchia classe operaia, sventrata e sconfitta, sono il terreno di coltura su cui si è allevato un proletariato le cui condizioni di vita sono transitorie, vessatorie e cangianti quanto è variabile il mercato del terziario in cui è stata incanalata quest’umanità.

I quartieri che erano roccaforti socialiste sono ora luoghi di conservazione per un esercito di forza lavoro di riserva, una discarica di vite in eccesso ed un laboratorio di sperimentazione per tecniche di disciplinamento e sfruttamento. Volendo, potremmo dire anche un campo d’addestramento formato maxi per polizie il cui ruolo è sempre più quello di essere forza d’intervento anti-insurrezionale.

Si profila così una classe che fatica ad organizzarsi, se non a riconoscersi, in quanto tale poiché polverizzata negli ingranaggi di un mercato iper precarizzante e predatorio. Composta di immigrati e proletari autoctoni, di frange degli ultimi scalini del ceto medio caduto in disgrazia con le ultime tornate di crisi. Morto il contropotere delle tute blu e dei loro spazi omogenei emerge potente l’urgenza di guardare alla vecchia figura del lumpen per andare a cercare il soggetto rivoluzionario. Il territorio diventa elemento fondamentale per l’individuazione e la costruzione di una forza comune.

Non solo, nell’osservare le tecniche di mantenimento dell’ordine si assiste al mutamento dello Stato, senza più la minaccia del potere popolare, in struttura ormai solo parzialmente autonoma rispetto le esigenze del capitale; le cui agenzie del controllo possono assumere il volto mellifluo dei servizi sociali e delle retoriche individualizzanti e proto-clericali dell’affermazione personale, oppure quello rabbioso e provocatore delle brigade anti criminalitè che mietono vittime e agiscono come corpi occupanti in territorio nemico (e questo soprattutto, la dice lunga sul rapporto che si va delineando tra potere statale e corpi sociali), ma in ogni caso volte al prevenire il formarsi di una classe per sè. Tenere in terra il nemico per non permettergli in nessun caso un proprio potere e proprie istituzioni.

L’indagine è complessa e strutturata, il ritratto dettagliato e assoluto. Il tutto respira in una parte.

Ora, se diamo per assodato che le banlieue e, più in generale, gli spazi ad essa affini, siano luoghi dove si formano i contorni della classe a venire, e quindi si profilano come uno spazio in espansione e mutamento. E se diamo per buono che il sapere messo in campo dall’autore, e quindi tutto quel repertorio di strumentazione metodologica e presupposti teorici, è patrimonio di una classe media in permanente emorragia assolutamente necessario alle lotte sociali; allora dobbiamo chiederci: dove e in che modo una certa produzione di soggettività straborda dalle banlieue e si riversa nella città per inglobare nuovi corpi da gettare nel tritacarne del capitale? In altri termini, dove l’energia e l’esperienza del soggetto di banlieue incontra i saperi frustrati del basso ceto medio? Dove si danno spazi di saldatura piuttosto che di inconciliabilità?

Rosso Banlieue non va inteso come uno sguardo su una realtà dura e lontana, affascinante perché mediata dall’occhio del ricercatore. Va preso come uno strumento di lotta, una proiezione su un futuro che, se già non è qui, allora è comunque più vicino di quanto si sia disposti ad ammettere.

Questa banlieue non parla di storie lontane. Parla di noi e per noi. È una ricerca sulle potenzialità della lotta politica e dell’organizzazione dei subordinati. E non può essere toccata piano.

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08/02/2017

Parigi. Rivolta nella banlieue contro la brutalità della polizia

E' stata una notte di tregua a Aulnay-sous-Bois nella banlieue di Parigi dopo la rivolta scatenata dalle notizie delle brutalità poliziesche su un giovane di 22 anni, Théo, pestato e – secondo le accuse – sodomizzato con un manganello da un gruppo di poliziotti. Ieri il ragazzo, dal suo letto di ospedale, ha esortato i suoi amici del quartiere a "non fare la guerra".

Lunedì scorso, gli scontri sono iniziati intorno alle 22.00 nel quartiere di La Rose des Vents e sono continuati fino a tarda notte: sono stati incendiati bidoni della spazzatura e auto, sassi, bottiglie e in alcuni casi molotv sono stati lanciati contro la polizia ed i suoi veicoli. Dopo tre notti di scontri che hanno materializzato lo spettro di una nuova ondata di violenza sociale nelle periferie parigine. Ma, come avvenuto anche nel 2005 gli incidenti si sono estesi in altre banlieue. Nella municipalità di Seine-Saint-Denis ci sono stati 17 arresti, hanno riferito stamattina fonti della polizia. A Tremblay-en-France una decina di persone, compresi diversi bambini, risultano intossicati da monossido di carbonio sprigionato dal lancio di Molotov all'interno di un edificio: il quadro della vicenda non è chiaro, ma nessuno sarebbe in pericolo di vita. Nella stessa località ci sono stati attacchi ai danni del commissariato locale, mentre nei pressi di Clichy"(sous-Bois) il conducente di un autobus è stato leggermente ferito da "un oggetto incendiario".

Ad Aulnay-sous-Bois un drappello di poliziotti è rimasto circondato ed ha esploso alcuni colpi di armi da fuoco in aria. Diciassette giovani sono finiti questa mattina davanti al tribunale, tra cui undici minori, con l'accusa di "agguato"; "uso illegale di armi e violenza volontaria". Gli undici minori verranno processati dal giudice minorile per gli scontri.

Thèo, il ragazzo brutalizzato dai poliziotti ieri è stato visitato dal presidente francese Hollande. Nel 2005, quando le banlieue si incendiarono di rivolte, il tribunale di Rennes aveva assolto i due poliziotti, un uomo e una donna, accusati di "mancata assistenza a persona in pericolo" per la morte dei due adolescenti rimasti folgorati in una cabina di trasformazione elettrica mentre fuggivano dalla polizia a Clichy-sous-Bois. Nell'occasione l'allora presidente francese Sarkozy parlò dei banlieusard come di “canaglia” per la quale non valeva la pena spendere soldi pubblici per interventi e investimenti nelle periferie degradate.

Un ragionamento non molto dissimile da quanto predicato e praticato anche nel nostro paese. Il popolo delle periferie viene ritenuto “eccedente”, troppo a basso reddito per essere interessante, una rogna sociale al massimo da controllare, magari anche chiudendo un occhio sull'atteggiamento “pesante” con cui la polizia interviene contro i giovani dei quartieri (il caso Cucchi e molti altri sono lì a rammentarlo drammaticamente).

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29/12/2015

Francia. Brutalità della polizia nelle banlieu. Ennesimo caso scuote il paese

Sta facendo discutere in Francia il video di un'incredibile aggressione poliziesca due giorni fa, a Pantin in Seine-Saint-Denis, nella periferia nord di Parigi. Alcuni poliziotti impegnati in un normale giro di controllo fermano due ragazzi di origine araba che stavano sotto casa e, poco convinti delle loro risposte, iniziano a pestarli.

La signora Kraiker Zahra, madre dei ragazzi vede la scena dalla finestra, scende e tenta di sottrarre i figli ai poliziotti. Ma riceve tante botte, che la portano all'ospedale con dieci giorni di prognosi, mentre i figli finiscono in "garde à vue", ovvero una notte dentro. Ma la donna e suo marito non demordono e decidono di denunciare la polizia. Fortunatamente qualcuno ha ripreso il pestaggio con il cellulare e il video è finito anche sulle televisioni francesi (vedi France TV). Il padre dei ragazzi, un biologo, parlando con la stampa ha commentato così: "ho cresciuto mio figlio nel rispetto delle leggi della Repubblica, dicendo che la Repubblica è lì per proteggerci, ma in effetti non è così".

Sono passati dieci anni dalla rivolta delle banlieues francesi (scaturita anche in quell'occasione da un caso di violenza poliziesca) e non sembra proprio che il clima sia cambiato in meglio, anzi, le nuove leggi sui controlli e l'odio anti-islamico non hanno fatto altro che peggiorare la situazione e la brutalità poliziesca!

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28/11/2015

I limiti dell’intelligence francese

Fermo restante che i principali piani di contrasto al terrorismo sono quello politico e quello psicologico, ci sembra criticabile anche quello che servizi e polizie occidentali stanno facendo (o non facendo) sul piano della prevenzione tecnica degli attentati. E parliamo in particolare dei francesi.

Paradossalmente proprio l’operazione di Saint Denise fa storcere il naso sul modo in cui si lavora in questo settore: se in quattro giorni trovi il covo dove erano asserragliati i terroristi ed anche di quelli di livello medio alto come Abaaoud, e poi trovi anche un secondo covo pochi giorni dopo, vuol dire che hai le antenne in grado di captare certi segnali e, certamente, non te le sei fatte in 96 ore: le avevi da prima, ma non le hai sapute usare e c’è voluta la scossa della strage per svegliarti. Male, malissimo, perché vuol dire che se ti fossi mosso prima forse gli attentati si sventavano.

Continuo a non credere ad una sorta di auto attentato o ad una voluta tolleranza in vista di chissà quale programma di strategia della tensione, ma che si stia lavorando coi piedi mi pare difficile da contestare. Nell’immediatezza del fatto si è sostenuta una tesi minimalista: un gruppo o forse due, otto-dieci persone al massimo, poi si è iniziato a parlare di due-tre gruppi per una ventina di operativi, ora finalmente sento ammissioni che si è trattato di una trentina di terroristi (che era il numero che, modestamente, avevamo indicato all’inizio).

Vedrete che, prima o poi, si inizierà anche a riconoscere che gli attentatori hanno avuto una rete d’appoggio di almeno altrettanti complici. Non si tratta di questioni di “lana caprina”, ma di aspetti tecnicamente e politicamente rilevanti.

In primo luogo, se c’è una rete di una sessantina di persone almeno (ma probabilmente molte di più), vuol dire che siamo ad un salto di qualità dell’organizzazione terrorista: dai nuclei di lupi solitari che agivano in regime di franchising  per conto di Al Quaeda, ora siamo alle reti terroristiche organizzate, che si muovono come terminali di una catena di comando ininterrotta che fa capo all’Isis. Mi pare che l’indice di pericolosità subisca un’impennata e che, parallelamente, questo segnali una caduta di efficienza senza precedenti dei servizi che si fanno passare sotto il naso una organizzazione di questo peso.

Poi, il tema dell’eventuale rete di appoggio, con covi, uomini di supporto, armi, ecc. porta ad un’altra ferita aperta: che succede nella banlieu. A questo proposito ci sono due idee che circolano che ritengo speculari ed entrambe sbagliate: per la prima, gli jihadisti sono isolati, non raccolgono che sporadiche simpatie nel mondo islamico in Europa che, invece, è tutto contro di loro o, al massimo, indifferente; per la seconda essi godono di una rete amplissima di solidarietà e di un consenso massiccio nella nostra metecia islamica. Credo che siano entrambe semplificazioni di una realtà molto più complessa ed articolata e non solo perché ci sono quelli che restano indifferenti o quelli che scelgono un atteggiamento solo per paura personale dei terroristi o dell’antiterrorismo. Non si tiene conto, in queste visioni semplicistiche, che la guerra civile islamica si ripercuote anche qui ed i più sono ostili alla jhad anche per ragioni religiose, culturali, politiche, anche se questo poi non significa necessariamente che amino l’occidente. E’ ragionevole supporre che l’area di simpatia per l’isis sia decisamente minoritaria all’interno degli immigrati islamici, ma non per questo irrilevante, anzi è probabile che abbia una sua non trascurabile consistenza. E qui i francesi possono solo cospargersi il capo di cenere e riconoscere di aver fatto di tutto per allevarsi questo nemico in seno: a dieci anni dalla rivolta delle banlieu non c’è stato il minimo segnale di politica sociale rivolta in quella direzione e le case restano fatiscenti con impianti elettrici pericolosissimi, le condizioni igieniche disperate, i servizi quelli di prima ecc. Ed allora ci dovremmo meravigliare non del fatto che c’è un 10 o forse 15% di simpatizzanti dell’Isis, ma che il restante non si rivolti con violenza a questo stato di cose.

Ma queste sono le responsabilità dei governi che non sembrano minimamente preoccupati della bomba ad orologeria che si sono messi sotto la sedia. Poi ci sono le responsabilità specifiche di servizi e polizia che si fanno fare un botto del genere a 10 mesi dalla strage di Charlie Hebdo. Ora c’è un dibattito molto acceso in Francia sugli effetti delle più recenti riforme dell’intelligence che avrebbero avuto l’effetto di frantumare il sistema privandolo di un “cervello” centrale in grado di elaborare le informazioni raccolte da questa o quella struttura. Ma a mio avviso si tratta del riflesso di pecche molto più antiche.

I servizi francesi hanno un’ottima tradizione teorica, una buona capacità di raccolta informativa, e notevoli successi da vantare in settori come lo spionaggio ed il contro spionaggio militare, la guerra economica, la lotta alla criminalità organizzata, la penetrazione di mercati dove la Francia non è tradizionalmente presente eccetera, ma sul terrorismo mostrano di non aver superato i limiti che ebbero già al tempo dell’Algeria: c’è proprio un gap culturale, una serie di pregiudizi che impediscono di comprendere il fenomeno del terrorismo. E questo è tanto più significativo se ci si riferisce, lo ripeto, ad uno dei migliori servizi segreti occidentali.

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24/11/2015

I territori possono produrre jihadismo? Le banlieue, Daesh e il terrore

di CAROLE DES MERES – Parigi

Oltre ad aver effettivamente portato all’instaurazione di un clima di terrore e una reazione violenta da parte dei militari francesi, la risposta agli attentati dello scorso 13 Novembre a Parigi ha profondamente toccato il Belgio e in particolare il comune di Molenbeek, indicato come «territorio-incubatore» di jihadisti. È proprio in quel comune, infatti, che un terrorista francese risiedeva in attesa dell’attentato. A seguito di questa scoperta le autorità di Francia e Belgio si sono affrettate a scaricare l’una sull’altra non solo la responsabilità di aver incubato gli attentatori, ma anche quella di proporre qualche soluzione.

Media e politici francesi sono stati molto cauti nell’affermare pubblicamente una relazione tra banlieue e terrorismo. Nessuna cautela invece in Italia, dove tra talkshow e interventi pubblici alla Salvini, accompagnati da alcuni pseudo-giornalisti – di «Libero» come del «Manifesto» – l’idea che sia necessario «risanare le periferie per sconfiggere il terrorismo» ha stabilito con chiarezza un legame tanto scontato quanto problematico tra un territorio specifico e un problema che gli «apparterrebbe», un problema cioè dei suoi residenti, che sarebbero il prodotto del luogo in cui risiedono. Detto altrimenti, il fatto che alcuni jihadisti fossero banlieuesard viene immediatamente tradotto nella capacità intrinseca delle banlieue di produrre jihadisti. Come uno spazio periferico urbano possa produrre il «problema jihadista» è meno scontato di quanto ci si possa immaginare, perché dovremmo necessariamente pensare allo spazio come a un attore attivo e autonomo nella produzione di un fatto. Bisogna insomma domandarsi: che cosa può trasformare le periferie in spazi potenzialmente «jihadizzanti»?

Disoccupazione, povertà, gentrification, scarsa integrazione, esclusione sociale, degrado fisico: sarebbero questi gli ingredienti che, quando spazialmente concentrati, creerebbero il «problema-jihadista». Infatti, è solo quando questi elementi paiono concentrarsi in specifici territori che tutto lo spazio tende a divenire problema, oltre che riproduttore stesso di problemi. Su un piano politico, affermare che dei territori producano jihadisti può avere diverse conseguenze. In primo luogo rischia di aprire la strada a una gestione straordinaria di questi territori, in nome di una prioritarizzazione di quegli spazi, ovvero di un processo che li fa divenire priorità da governare, nonostante questa primazia sia politicamente prodotta e fondata quasi esclusivamente su un approccio securitario che rischia di condurre a inedite forme di esclusione e a violenze a opera dello Stato stesso. La Francia, con i suoi «quartieri sensibili», ovvero con le sue aree ad alta concentrazione di problemi socio-economici, nei confronti delle quali lo Stato finanzia delle politiche fondate su un principio di discriminazione positiva (dare di più a chi ha meno), ha riservato una particolare attenzione a questi territori, un’attenzione paternalistica, compensata da una gestione securitaria dai tratti violenti, razzisti e repressivi a cui sono dovute molte delle rivolte degli ultimi decenni.

In secondo luogo, il rischio, valido tanto nel contesto italiano, quanto in quello francese, riguarda il modo in cui la questione «quartiere produttore di jihadisti» viene accolta da chi abita quegli spazi. Definire un luogo attraverso un problema, infatti, ha come esito certo che chi ci vive dovrà necessariamente fare i conti con questo problema e il modo di farlo dipenderà in gran parte da come ci si confronta con esso. Detto altrimenti, se il problema jihadista diviene per qualcuno il problema jihadista-musulmano, il rischio è che scoppino sacche di rabbia laddove non era necessariamente presente o non era presente in quella forma. È per questo secondo motivo, in particolare, che la Francia, almeno a parole, tende a non dar eccessivo spazio a questa relazione causale tra spazi specifici e i problemi che li attraversano.

Infine, il rischio è quello di culturalizzare e spazializzare un problema, quello di Daesh, con il solo risultato di deresponsabilizzare totalmente altri attori centrali nel processo di affermazione del «problema-jihadista» e di alimentare l’illusione che il problema possa essere governato semplicemente circoscrivendolo. Se lo spazio e la cultura di cui la banlieue sarebbe incubatrice (una cultura definita come poco incline all’integrazione) divengono le matrici del divenire jihadista, tutto il resto risulta irrilevante poiché apparentemente incapace di cambiare il destino che il territorio-trappola riserva ai suoi giovani, discolpando ogni altro possibile soggetto dall’esito inevitabile. Allo stesso tempo, però, attribuendo una geografia certa alla produzione di jihadisti, si tenta di affermare una capacità di gestione del rischio da parte della Nazione, che è prima di tutto individuazione del rischio stesso.

Si deve aggiungere che, cosi facendo, si nega ogni capacità critica e (mal)pensante a questi jihadisti, facendone dei soggetti culturalmente e geograficamente problematici alla nascita, al punto che l’influenza delle origini spaziali, oltre a definire il problema di cui sarebbero portatori, detta addirittura la direzione assunta dalla «patologia». Ciò emerge dalle parole dello stesso sindaco del comune di Sens, a 100 Km da Parigi, da ieri sottoposto a coprifuoco a causa del ritrovamento di alcune armi, secondo cui anche i gusti criminali dei suoi banlieuesard dipenderebbero dal fatto di essere geograficamente prossimi a Parigi e ai problemi delle sue banlieue («una delinquenza più vicina a quella della regione parigina che a quella delle altre città di provincia»).

Per quanto anche la Francia non sia immune da questa lettura spaziale del jihadista, è altrettanto vero che in Italia il dibattito che lega periferie e terrorismo è nettamente più evidente. Il motivo potrebbe essere di natura storica e dipendere da esperienze diverse. Lo Stato francese ha un’esperienza di ormai quarant’anni nelle politiche prioritarie dirette a specifiche banlieue ritenute sensibili. La Politique de la Ville francese, che indica un corpus di leggi, programmi e progetti rivolti ai quartieri «in difficoltà» con il fine di «rivalorizzarli», già dagli anni ‘80 ha stabilito un legame tra territori periferici, devianza e migrazioni, duramente criticato e via via modificato, che rende difficile l’affermarsi di un’ulteriore relazione causale tra banlieue e terrorismo jihadista senza che questa venga a priori cassata. Le conseguenze di queste prioritarizzazioni e di queste causalità apparenti e costruite, infatti, si sono rese visibili nei conflitti nati a seguito degli scontri tra forze dell’ordine e giovani residenti dei comuni più esterni che hanno animato le strade francesi nel 2005, durante i quali dei giovani banlieuesard persero la vita innescando una reazione di massa da parte dei residenti contro le violenze subite. Allo stesso tempo, è altrettanto evidente che per quanto nessuno si esprima in merito a questa relazione, sono soprattutto le banlieue a essere oggetto delle perquisizioni recenti delle forze dell’ordine parigine, mentre molta meno attenzione pare essere riservata al centro città. Mancherà quindi una presa di posizione ufficiale e politica, ma certamente anche la Francia tende a fare dei suoi margini urbani il centro dei suoi problemi.

Una localizzazione totale della questione jihadista mette volutamente in ombra gli aspetti globali entro cui questa si struttura realmente, gli aspetti finanziari, economici e spesso deterritorializzati che attraversano e definiscono il terrorismo jihadista. È politicamente comodo pensare che i Daesh siano frutto dello scarso effetto delle politiche di integrazione nei confronti di un quartiere, piuttosto che connettere le questioni micro-territoriali con le dinamiche globali per cercare di comprendere quelle traiettorie per nulla lineari in cui il problema jihadista si forma. Ciò che questi terroristi ci hanno fatto chiaramente comprendere, infatti, è che loro non sono frutto di un «brutto posto», contro il quale vogliono vendicarsi, ma che la loro visione del terrorismo è globale e sceglie i suoi obiettivi attraverso una ricostruzione complessa delle relazioni di potere, una ricostruzione che tiene assieme singoli territori locali, esperienze individuali di sfruttamento, precarizzazione e razzismo e geografie mondiali. Un terrorismo che cresce all’interno di un sistema fondato sui confini e sul governo della mobilità e ne fa un enorme punto di forza su cui costruire la propria iniziativa anonima e violenta.