Le scene della marcia per i diritti delle donne a Parigi, venerdì 8 marzo, sono state sconvolgenti. Un gruppo di uomini incappucciati e armati ha colpito e gassato le ed i manifestanti. La provocazione è stata organizzata dall’estrema destra sionista.
Dietro questa operazione c’era il collettivo “Nous vivrons”, amichevolmente presentato qualche giorno fa dal quotidiano Libération come “portatore della voce delle vittime israeliane di Hamas e denunciatore del silenzio delle associazioni femministe“.
Questo collettivo era stato accettato dalla piattaforma che organizza la manifestazione dell’8 marzo. Se non fosse che “Nous vivrons” (Noi vivremo) si è presentato con uomini armati venuti a scontrarsi con il resto della marcia. Membri del gruppo di estrema destra LDJ – Ligue de Défense Juive.
Questo blocco sionista ha cantato “siamo tutti israeliani” da dietro i cordoni di squadristi che hanno poi picchiato i manifestanti.
La milizia si è poi ritirata dietro una linea di agenti di polizia BRAV, alcuni dei quali indossavano una fascia arancione. Si è trattato di una situazione senza precedenti: uomini che erano venuti equipaggiati con guanti da combattimento, manganelli e bombole di gas e che avevano aggredito la gente, sono stati poi in grado di accostare con calma la polizia, che di solito carica e arresta il minimo manifestante ritenuto sospetto.
Polizia ed estrema destra sionista mano nella mano.
La LDJ è stata fondata nel 2001 da un ex membro di Betar, un altro gruppo sionista di estrema destra legato al partito Likud di Netanyahu. La LDJ francese è modellata sulla Lega di Difesa Ebraica, che è considerata un gruppo terroristico dall’FBI.
Questo gruppo violento, apertamente razzista e minaccioso, aveva già manifestato con la polizia durante la marcia del 12 novembre, scandendo “tutti amano la polizia“. Aveva anche picchiato impunemente dei passanti filopalestinesi, davanti alla polizia. La LDJ funge anche da forza di sicurezza per il Rassemblement National.
L’8 marzo, l’alleanza tra la polizia e i fanatici filo-israeliani uniti per violare una marcia femminista ha portato le cose a un nuovo livello.
Qui il video dell’assalto sionista.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/03/2024
20/10/2023
Francia - La solidarietà con la Palestina è più forte dei divieti del governo
Come scrivevamo neanche 24 ore fa, il governo francese e il presidente Macron stavano maneggiando una pentola a pressione pronta ad esplodere, soprattutto dopo le riserve espresse dal Consiglio di Stato sull’interdizione tout court di qualsiasi manifestazione a sostegno della Palestina, imposta dal ministro degli Interni, Gérald Darmanin, con una lettera ai prefetti dell’Esagono.
Alla fine, il coperchio è saltato: migliaia di persone si sono ritrovate nel tardo pomeriggio di ieri a Place de la République, a Parigi, al presidio convocato dall’associazione EuroPalestine contro i bombardamenti e la deportazione dei palestinesi che abitano e vivono nella Striscia di Gaza.
Il presidio, inizialmente vietato, ha subito visto lo schieramento di un ingente numero di CRS (i celerini francesi) sia sulla piazza che nelle vie adiacenti, nel tentativo di impedire ogni forma di assembramento.
Ma la forza numerica e la determinazione dei manifestanti hanno ben presto ribaltato i rapporti di forza. La polizia francese ha tentato invano di disperdere i manifestanti con cariche e qualche lacrimogeno, oltre a identificare qualche persona per intimorire il resto della folla.
Per riuscire meglio nel suo intento repressivo la Prefettura aveva emesso – congiuntamente con il divieto di manifestazione – un’ordinanza che “autorizza la ripresa, la registrazione e la trasmissione di immagini per mezzo di telecamere installate su droni” per tutto il pomeriggio di giovedì nel settore di Place de la République.
Una novità, quella del ricorso a meccanismi tecnologici di videosorveglianza su larga scala, che si inserisce nel quadro più largo del “sistema di sicurezza” approntato in vista dei Giochi Olimpici 2024 di Parigi.
Nel tardo pomeriggio di ieri, il Tribunale amministrativo di Parigi ha sospeso il divieto prefettizio della manifestazione a sostegno della Palestina già in corso in Place de la République.
“Il rispetto della libertà di manifestazione e della libertà di espressione, che sono libertà fondamentali (...) deve essere conciliato con l’esigenza costituzionale di salvaguardare l’ordine pubblico”, ha sentenziato il tribunale, aggiungendo che “dall’indagine, e in particolare dal memorandum redatto dai servizi specializzati in preparazione della presente manifestazione, non risulta che il raduno previsto presenti un particolare rischio di violenza contro altri gruppi o contro le forze dell’ordine”.
Una vera e propria batosta che scardina alla base la logica repressiva del governo francese che, anche grazie all’instancabile campagna mediatica di criminalizzazione del sostegno alla lotta e al popolo palestinese, ha tentato di delegittimare e silenziare qualsiasi espressione contraria al suo allineamento e alle sue complicità con Israele.
Si sta già delineando un cambio di fase netto, con le organizzazioni politiche e sindacali, così come l’insieme di collettivi e associazioni a sostegno della Palestina, pronte a ‘contrattaccare’ dopo i divieti imposti a qualsiasi iniziativa di solidarietà nelle scorse settimane.
Ora, approfittando di questa faglia apertasi nella strategia repressiva del governo, la risposta sarà quella di convocare quante più piazze possibili nei prossimi giorni, per far convergere tutte le forze politiche, sindacali e sociali nella mobilitazione contro la guerra di Israele e la complicità dei governi occidentali, al fianco del diritto all’esistenza e alla resistenza del popolo palestinese.
È bene tuttavia evidenziare chiaramente un dato oggettivo: la sentenza del Tribunale amministrativo di Parigi ha rimosso un ostacolo che, più o meno rapidamente, sarebbe saltato per l’esplodere delle contraddizioni e della rabbia sociale di fronte all’ennesima torsione autoritaria del governo francese.
Tanto più su una questione – LA questione – come quella del sostegno alla resistenza del popolo palestinese, che con la sua indomita determinazione continua ad essere un faro per tutte le lotte antimperialiste, anticapitaliste, antirazziste e antifasciste dal Medioriente, all’Africa, passando inevitabilmente per la Francia.
“Il conflitto in Medio Oriente potrebbe essere un elemento di divisione” in Francia “se gestiamo male la situazione”, ha dichiarato ieri sera il presidente Macron ad un giornalista dell’AFP, in un connubio perfetto tra l’arroganza neocoloniale della grandeur della Francia e la paura dell’ennesima sconfitta strategica dopo quella degli scorsi mesi nel Sahel.
La folla oceanica che ieri sera si è riversata in Place de la République ha mandato un segnale chiaro al governo francese e non solo, rifiutando di rimanere inerme di fronte ai soprusi della “democratura” di Macron né tanto meno silente spettatrice dell’ennesimo brutale massacro perpetrato da Israele ai danni del popolo palestinese.
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01/08/2023
Francia - Esplode la rabbia senegalese
Ci sono stati scontri e disordini a Parigi dopo la diffusione della notizia dell’arresto del leader dell’opposizione senegalese Ousmane Sonko, e la messa al bando del suo partito. La polizia è intervenuta con il lancio di gas lacrimogeni. Già ieri in Senegal manifestanti hanno bruciato le bandiere della Francia accusando Parigi di complicità con il presidente liberticida in carica. A Parigi è presente una numerosissima comunità senegalese.
L’annuncio dell’arresto di Sonko è arrivato ieri, lunedì, a fine pomeriggio, quando il ministro dell’Interno senegalese, Antoine Félix Diome ha annunciato che i “Patrioti del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità” (Pastef) sono stati sciolti per decreto governativo. Le autorità vogliono così assestare un colpo mortale a Ousmane Sonko, il più serio rivale del partito al governo per le elezioni presidenziali del febbraio 2024. Poche ore prima, il presidente di Pastef era stato arrestato e portato nel carcere di Sébikotane.
Gli scontri a Parigi sono avvenuti dopo il colpo di Stato in Niger, che ha sancito la destituzione del presidente filofrancese Mohamed Bazoum. Tra le autorità francesi in molti cominciano a temere che anche il Senegal possa essere uno dei prossimi paesi africani ed ex colonia francofona, a scivolare nell’orbita filorussa.
Il leader dell’opposizione senegalese Ousmane Sonko, arrestato in Senegal, aveva presentato in Francia una denuncia penale per “crimini contro l’umanità” contro il presidente filofrancese Macky Sall, richiedendo un’indagine alla Corte penale internazionale. Sonko sostiene che gli scontri mortali seguiti alla sua condanna al carcere questo mese sono l’ultimo passo di “un attacco generalizzato e sistematico alla popolazione civile” del Senegal dal marzo 2021.
Lo scorso 22 giugno il presidente senegalese Sall era a Parigi per il vertice globale sulla finanza climatica convocato dal presidente Emmanuel Macron e si era incontrato con le autorità francesi.
Fonte
L’annuncio dell’arresto di Sonko è arrivato ieri, lunedì, a fine pomeriggio, quando il ministro dell’Interno senegalese, Antoine Félix Diome ha annunciato che i “Patrioti del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità” (Pastef) sono stati sciolti per decreto governativo. Le autorità vogliono così assestare un colpo mortale a Ousmane Sonko, il più serio rivale del partito al governo per le elezioni presidenziali del febbraio 2024. Poche ore prima, il presidente di Pastef era stato arrestato e portato nel carcere di Sébikotane.
Gli scontri a Parigi sono avvenuti dopo il colpo di Stato in Niger, che ha sancito la destituzione del presidente filofrancese Mohamed Bazoum. Tra le autorità francesi in molti cominciano a temere che anche il Senegal possa essere uno dei prossimi paesi africani ed ex colonia francofona, a scivolare nell’orbita filorussa.
Il leader dell’opposizione senegalese Ousmane Sonko, arrestato in Senegal, aveva presentato in Francia una denuncia penale per “crimini contro l’umanità” contro il presidente filofrancese Macky Sall, richiedendo un’indagine alla Corte penale internazionale. Sonko sostiene che gli scontri mortali seguiti alla sua condanna al carcere questo mese sono l’ultimo passo di “un attacco generalizzato e sistematico alla popolazione civile” del Senegal dal marzo 2021.
Lo scorso 22 giugno il presidente senegalese Sall era a Parigi per il vertice globale sulla finanza climatica convocato dal presidente Emmanuel Macron e si era incontrato con le autorità francesi.
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25/12/2022
Attacco contro il centro culturale “Ahmet Kaya”: solidarietà con il popolo curdo!
Nel primo pomeriggio di venerdì 23 dicembre un uomo francese ha aperto il fuoco contro il centro culturale “Ahmet Kaya”, epicentro della comunità e della causa curda, nel 10° arrondissement di Parigi, uccidendo tre persone e ferendone gravemente altre quattro.
L’aggressore, già noto alle forze dell’ordine per i suoi precedenti per tentato omicidio e per aver già attaccato un accampamento dei migranti nel parco di Bercy, è stato arrestato dalla polizia.
Le tristi immagini dell’attacco di oggi a Parigi hanno fatto rivenire alla memoria il dramma del 9 gennaio 2013, quando tre militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) – Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Saylemez – furono assassinate nello stesso quartiere. L’inchiesta giudiziaria in Francia, tuttora in corso, ha rilevato il “coinvolgimento” di membri dei servizi segreti turchi, senza individuare fino in fondo i mandanti.
Il ministro degli Interni francese, Gérald Darmanin, si è recato immediatamente sul posto occultando, di fronte ai giornalisti le evidenti motivazioni razziste di questo brutale e violento attacco, ripiegando sul gesto isolato di un folle. Il ministro ha ordinato il rafforzamento del perimetro di sicurezza nella zona dell’attentato e nei pressi delle sedi diplomatiche turche.
La risposta popolare del quartiere e dei numerosi compagni accorsi per manifestare la propria solidarietà con il centro culturale curdo ha scatenato la repressione da parte delle forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche e lanci di lacrimogeni.
Lo stesso è accaduto nel pomeriggio a Marsiglia, dove un corteo spontaneo di solidarietà con il popolo curdo è stato bloccato dalla polizia, che ha fermato diversi manifestanti.
Gli slogan contro l’estrema destra e il presidente turco Erdogan ben rappresentano il contesto politico nazionale ed internazionale in cui questo attacco ha avuto luogo. L’estrema destra razzista e xenofoba in Francia è ormai più che sdoganata all’interno delle istituzioni – il Rassemblement National di Marine Le Pen di fatto assicura il suo sostegno al “governo di minoranza” del presidente Emmanuel Macron – e le crescenti aggressioni di gruppuscoli fascisti godono di una quasi completa impunità.
Dall’altra parte, la politica repressiva di Erdogan si espande al di là dei confini nazionali della Turchia, con numerosi giornalisti e attivisti curdi e/o solidali con la lotta per l’autodeterminazione del popolo curdo che recentemente sono stati vittime di atti intimidatori, anche violenti, in Francia e in Germania.
Il tutto mentre Erdogan continua a fare pressioni su Svezia e Finlandia per l’estradizione dei rifugiati politici, ritenuti legati al PKK – che l’Unione Europea considera una “organizzazione terroristica” – in cambio della sua approvazione all’ingresso nella NATO dei paesi scandinavi.
Esprimiamo la nostra solidarietà alle vittime di questo attentato razzista, alle compagne e ai compagni curdi del centro culturale “Ahmet Kaya” di Parigi, ribadendo il nostro sostegno alla lotta di autodeterminazione del popolo curdo e la nostra opposizione alle politiche guerrafondaie dell’allargamento della NATO fatto sulla pelle dei militanti curdi.
Fonte
L’aggressore, già noto alle forze dell’ordine per i suoi precedenti per tentato omicidio e per aver già attaccato un accampamento dei migranti nel parco di Bercy, è stato arrestato dalla polizia.
Le tristi immagini dell’attacco di oggi a Parigi hanno fatto rivenire alla memoria il dramma del 9 gennaio 2013, quando tre militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) – Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Saylemez – furono assassinate nello stesso quartiere. L’inchiesta giudiziaria in Francia, tuttora in corso, ha rilevato il “coinvolgimento” di membri dei servizi segreti turchi, senza individuare fino in fondo i mandanti.
Il ministro degli Interni francese, Gérald Darmanin, si è recato immediatamente sul posto occultando, di fronte ai giornalisti le evidenti motivazioni razziste di questo brutale e violento attacco, ripiegando sul gesto isolato di un folle. Il ministro ha ordinato il rafforzamento del perimetro di sicurezza nella zona dell’attentato e nei pressi delle sedi diplomatiche turche.
La risposta popolare del quartiere e dei numerosi compagni accorsi per manifestare la propria solidarietà con il centro culturale curdo ha scatenato la repressione da parte delle forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche e lanci di lacrimogeni.
Lo stesso è accaduto nel pomeriggio a Marsiglia, dove un corteo spontaneo di solidarietà con il popolo curdo è stato bloccato dalla polizia, che ha fermato diversi manifestanti.
Gli slogan contro l’estrema destra e il presidente turco Erdogan ben rappresentano il contesto politico nazionale ed internazionale in cui questo attacco ha avuto luogo. L’estrema destra razzista e xenofoba in Francia è ormai più che sdoganata all’interno delle istituzioni – il Rassemblement National di Marine Le Pen di fatto assicura il suo sostegno al “governo di minoranza” del presidente Emmanuel Macron – e le crescenti aggressioni di gruppuscoli fascisti godono di una quasi completa impunità.
Dall’altra parte, la politica repressiva di Erdogan si espande al di là dei confini nazionali della Turchia, con numerosi giornalisti e attivisti curdi e/o solidali con la lotta per l’autodeterminazione del popolo curdo che recentemente sono stati vittime di atti intimidatori, anche violenti, in Francia e in Germania.
Il tutto mentre Erdogan continua a fare pressioni su Svezia e Finlandia per l’estradizione dei rifugiati politici, ritenuti legati al PKK – che l’Unione Europea considera una “organizzazione terroristica” – in cambio della sua approvazione all’ingresso nella NATO dei paesi scandinavi.
Esprimiamo la nostra solidarietà alle vittime di questo attentato razzista, alle compagne e ai compagni curdi del centro culturale “Ahmet Kaya” di Parigi, ribadendo il nostro sostegno alla lotta di autodeterminazione del popolo curdo e la nostra opposizione alle politiche guerrafondaie dell’allargamento della NATO fatto sulla pelle dei militanti curdi.
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19/12/2021
Alta velocità, si va a Parigi! Ah, ma la linea già c’è?
Esultate, gente, esultate! È stata inaugurata la linea ferroviaria alta velocità da Milano a Parigi!
“Dal 18 dicembre i treni Frecciarossa 1000 percorrono la tratta da Milano Centrale a Parigi Gare de Lyon”. In sole sette ore, comodamente seduti e senza la paura di cadere dal cielo, lascerete la Madunina e vedrete la Torre Eiffel. E naturalmente viceversa.
La strategia commerciale di Trenitalia si conferma anche su questa tratta, con alcuni (pochissimi) posti venduti a soli 29 euro, se potete prenotare mesi prima.
Tutto bello, efficientissimo, modernissimo, rassicurante e promozionale. Si omette in genere di ricordare che un treno sulla stessa linea c’era già, il francese Tgv, che parte da e arriva proprio a Milano... Ma non fa niente, la concorrenza è l’anima del capitalismo, no?
Il lettore, e ancor più il telespettatore, assiste soddisfatto, pensando a quando potrà farsi il suo viaggetto low cost...
A noi, che siamo viaggiatori ansiosi di pagare poco, ma anche un po’ attenti alla geografia, viene in mente una domanda: ma che strada fa, questo Frecciarossa ad alta velocità?
No, perché sono 40 anni che si parla di costruire una linea ad alta velocità che colleghi Torino e Lione, si mandano truppe in Val Susa per proteggere i lavori (per ora solo “ispettivi”, un tunnel geognostico, ma con devastazione della valle per costruire megaparcheggi per i mezzi da lavoro, nonché per i camion dei militari).
Quaranta anni che la popolazione valsusina si oppone, resiste, sabota, ostacola, con l’aiuto di molti solidali. Quaranta anni di repressione, cariche, condanne, scontri, processi, multe. E di lavori che vanno a rilento e, come da tradizione speculativa, vedono levitare i costi verso il cielo come una mongolfiera.
Dunque: quale cavolo di strada fa questo nuovo convoglio ad alta velocità?
I giornali diligentemente segnalano le stazioni: “Dalla stazione di Paris Gare de Lyon il Frecciarossa è partito alle 7:26 con fermate a Lyon Part Dieu, Chambery-Challes-Les-Eaux, Modane, Torino”.
Notate nulla? Non vi ronza un po’ qualcosa tra le orecchie?
Questa treno alta velocità ferma a Torino e a Lione... Dunque un Tav tra queste due città esiste già, e passa proprio per la val Susa. E allora cosa diavolo vanno costruendo, ancora?
In teoria, un percorso a più bassa quota, tutto in galleria, evitando il passo del Frejus, per guadaganare – udite, udite! – qualche minuto di viaggio in meno. Minuti, non ore...
Diciamo in teoria perché, come dovrebbe essere noto – se i media facessero informazione anziché “servizietti” per i loro editori (che partecipano al progetto Tav) – da parte francese non esistono ancora nemmeno i progetti.
E sarebbe davvero scortese, nei rapporti internazionali, trapanare una catena di montagne per sbucare in territorio altrui senza chiedere permesso...
Non potete credere che una linea alta velocità esista già da decenni, e che passi proprio per la Val Susa?
Beh, eccovi qui sopra il tracciato ufficiale. Ma poi, per favore, chiedetevi anche a chi serve stravolgere una valle per fare un tubo che non serve a un tubo, che non porta da nessuna parte e che ne affianca un altro già esistente (e che viene usato anche poco: il 35% nel traffico possibile).
A chi fa i lavori, certamente. A chi li paga (i contribuenti, cioè noi), sicuramente no.
Fonte
06/10/2020
Francia - Parigi di nuovo in lockdown, o quasi…
La città di Parigi e i dipartimenti limitrofi della cosiddetta “petite couronne” – Hauts-de-Seine, Seine-Saint-Denis e Val-de-Marne – sono da oggi (martedì 5 ottobre) oggetto di nuove restrizioni. L’annuncio, lunedì mattina, di queste misure più stringenti da parte del prefetto di polizia di Parigi, Didier Lallement, ha fatto seguito alla decisione del governo di passare domenica la capitale francese e i comuni circostanti in “zona di massima allerta”, il grado più alto della scala delle restrizioni prima del passaggio allo “stato di emergenza sanitaria”.
L’aumento vertiginoso dei contagi – più di 80mila nuovi positivi nella settimana tra lunedì 28 settembre e domenica 4 ottobre – e un tasso di positività in crescita (dall’8% al 10%) su un numero inferiore di test realizzati (da 165mila a 135mila) dimostrano che la circolazione del virus nella zona di Parigi è più che mai attiva e su una traiettoria preoccupante. Nel Settimanale di Contropiano dello scorso venerdì avevamo già rimarcato la gravità della situazione e il rischio di una pericolosa accelerazione.
Il ministro della Salute, Olivier Véran, ha spiegato che la decisione del governo si è basata sui dati preoccupanti della passata settimana che hanno confermato una tendenza al peggioramento dei tre indicatori principali: tasso di incidenza della malattia (il numero di casi confermati nell’ultima settimana per 100mila abitanti), tasso di incidenza sulle persone di più di 60 anni e tasso di occupazione dei letti di rianimazione da parte dei pazienti affetti da Covid-19.
Se si guarda ai dati pubblicati dalla Santé publique France, si nota che la città di Parigi aveva superato la soglia critica della massima allerta già dal 25 settembre, come riportato dall’analisi di questi tre indicatori pubblicata da FranceInfo e sintetizzata nei tre grafici sottostanti.
Nella conferenza stampa di ieri, il direttore generale dell’Agenzia Regionale della Sanità dell’Ile-de-France, Aurélien Rousseau, ha affermato che “il tasso di incidenza è superiore a 200 per 100.000 abitanti a Parigi e di oltre 500 per la fascia d’età compresa tra i 20 e i 30 anni, la categoria in cui il virus circola più attivamente”. Inoltre, ha aggiunto che “la pressione è forte”, esprimendo una sincera quanto pericolosa preoccupazione: “nelle prossime due settimane arriveremo ad occupare il 50% dei letti di terapia intensiva”.
Era atteso che la situazione sanitaria nella capitale fosse “molto grave” – queste le parole utilizzate dalla sindaca Anne Hidalgo – per adottare le misure volte a contrastare la propagazione del Coronavirus. Le seguenti restrizioni, che diverranno effettive da oggi, saranno valide per i prossimi 15 giorni; al termine di questo periodo, in base a quello che sarà il contesto tra due settimane, le autorità decideranno come agire di conseguenza.
Nel frattempo, bar, sale da gioco, sale da ballo, palestre e piscine saranno totalmente chiusi al pubblico, mentre ristoranti, cinema, musei e teatri potranno restare aperti ma con un protocollo sanitario rafforzato che sarà emanato dall’Alto Consiglio della Sanità pubblica. La ratio risiederebbe nel fatto che in questi ultimi luoghi sia possibile controllare e regolare l’accesso al pubblico (tramite prenotazione, ad esempio) e garantire il distanziamento fisico tra le persone, mentre nei primi tutto ciò sia estremamente difficile o praticamente impossibile.
Anche gli istituti di istruzione superiore dovranno conformarsi al nuovo protocollo: le aule e gli anfiteatri delle università potranno essere riempiti fino al 50% della loro capienza. Il 40% dei clusters attivi nell’Ile-de-France (203 registrati) fanno riferimento ad istituti scolastici e universitari. Il portavoce del governo, Gabriel Attal, si è detto “scioccato” dalle aule sovraffollate e, in generale, della “situazione catastrofica nelle università”. Questo a riprova del fatto che chi siede al governo non ha minimamente idea di cosa accada nella “società reale”, nella vita quotidiana di milioni di persone.
Milioni di persone che ogni giorno affollano i mezzi di trasporto pubblico della regione (metro, RER, Transilien) per recarsi sul posto di lavoro – almeno chi ce l’ha ancora e non lo ha perso. Infatti, secondo il rapporto dell’Institut National de la Statistique et des Études Èconomiques (INSEE) pubblicato a metà settembre, nel secondo trimestre del 2020 si è registrato un ulteriore calo del lavoro salariato, con una distruzione netta di oltre 215mila posti di lavoro, che si aggiungono alla perdita di quasi 500mila posti avuta nel primo trimestre.
Il ministro del Lavoro, Elisabeth Borne, continua a ribadire la “necessità di dare priorità, più che mai, al telelavoro”, ripetendolo all’infinito, come se ciò potesse risolvere il problema dei contagi nei luoghi e per le attività in cui il lavoro a distanza non è implementabile in alcun modo. Un’altra prova dello “scollamento dalla realtà”, di cui sopra.
Ancora una volta, come mesi fa, il lavoro e la salute dei lavoratori sono sacrificabili in favore di qualche punto di PIL e dei profitti miliardari di grandi imprese e multinazionali. La vignetta del disegnatore Sanaga riassume perfettamente questo concetto: invece di dettagliare ciò che è vietato, è più semplice dire cosa è ancora autorizzato, ovvero lavorare.
Questo sistema capitalistico che sfrutta il lavoro modella una società sulla base del diktat “produci, consuma, crepa”; proprio questo sembra essere stato utilizzato per la definizione di ulteriori restrizioni, visto che i centri commerciali e i grandi negozi di Parigi e della “petite couronne” potranno restare aperti. Anche se, bisogna dire, il prefetto Lallement ha affermato che intende adottare tutte le “misure” necessarie, nel vero senso della parola: “grandi centri commerciali e grandi negozi dovranno ospitare un massimo di un cliente ogni 4 metri quadri”.
Ma il prefetto Lallement tocca le più alte vette di assoluta ipocrisia quando, nel corso della conferenza stampa, annuncia che i presidi statici di più di dieci persone sono vietati, ma che tale misura non si applica alle manifestazioni rivendicative in nome della “libertà fondamentale di esprimersi e di manifestare le proprie opinioni”.
Ricordiamo che, nell’inchiesta pubblicata da Mediapart, persino diversi gendarmi mettevano in dubbio la legalità degli ordini da lui impartiti, accusandolo di “pratiche contrarie alla legislazione e ai regolamenti” e “uso sproporzionato della forza” contro i movimenti sociali in piazza.
La seconda ondata di Coronavirus ha costretto prima Marsiglia e poi Parigi a reintrodurre delle restrizioni – alquanto discutibili e decisamente parziali – per frenare la diffusione e la crescita dei contagi. Altre grandi città, come Lione, Lille e Tolosa, potrebbero diventare presto “zone in allerta”.
Ora l’occhio è rivolto alle terapie intensive e al livello di saturazione dei posti letto in questi reparti: attualmente più di 1.300 persone affette da Covid-19 si trovano ricoverate in rianimazione, su un totale di circa 5.000 posti letto disponibili in tutta la Francia.
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L’aumento vertiginoso dei contagi – più di 80mila nuovi positivi nella settimana tra lunedì 28 settembre e domenica 4 ottobre – e un tasso di positività in crescita (dall’8% al 10%) su un numero inferiore di test realizzati (da 165mila a 135mila) dimostrano che la circolazione del virus nella zona di Parigi è più che mai attiva e su una traiettoria preoccupante. Nel Settimanale di Contropiano dello scorso venerdì avevamo già rimarcato la gravità della situazione e il rischio di una pericolosa accelerazione.
Il ministro della Salute, Olivier Véran, ha spiegato che la decisione del governo si è basata sui dati preoccupanti della passata settimana che hanno confermato una tendenza al peggioramento dei tre indicatori principali: tasso di incidenza della malattia (il numero di casi confermati nell’ultima settimana per 100mila abitanti), tasso di incidenza sulle persone di più di 60 anni e tasso di occupazione dei letti di rianimazione da parte dei pazienti affetti da Covid-19.
Se si guarda ai dati pubblicati dalla Santé publique France, si nota che la città di Parigi aveva superato la soglia critica della massima allerta già dal 25 settembre, come riportato dall’analisi di questi tre indicatori pubblicata da FranceInfo e sintetizzata nei tre grafici sottostanti.
Nella conferenza stampa di ieri, il direttore generale dell’Agenzia Regionale della Sanità dell’Ile-de-France, Aurélien Rousseau, ha affermato che “il tasso di incidenza è superiore a 200 per 100.000 abitanti a Parigi e di oltre 500 per la fascia d’età compresa tra i 20 e i 30 anni, la categoria in cui il virus circola più attivamente”. Inoltre, ha aggiunto che “la pressione è forte”, esprimendo una sincera quanto pericolosa preoccupazione: “nelle prossime due settimane arriveremo ad occupare il 50% dei letti di terapia intensiva”.
Era atteso che la situazione sanitaria nella capitale fosse “molto grave” – queste le parole utilizzate dalla sindaca Anne Hidalgo – per adottare le misure volte a contrastare la propagazione del Coronavirus. Le seguenti restrizioni, che diverranno effettive da oggi, saranno valide per i prossimi 15 giorni; al termine di questo periodo, in base a quello che sarà il contesto tra due settimane, le autorità decideranno come agire di conseguenza.
Nel frattempo, bar, sale da gioco, sale da ballo, palestre e piscine saranno totalmente chiusi al pubblico, mentre ristoranti, cinema, musei e teatri potranno restare aperti ma con un protocollo sanitario rafforzato che sarà emanato dall’Alto Consiglio della Sanità pubblica. La ratio risiederebbe nel fatto che in questi ultimi luoghi sia possibile controllare e regolare l’accesso al pubblico (tramite prenotazione, ad esempio) e garantire il distanziamento fisico tra le persone, mentre nei primi tutto ciò sia estremamente difficile o praticamente impossibile.
Anche gli istituti di istruzione superiore dovranno conformarsi al nuovo protocollo: le aule e gli anfiteatri delle università potranno essere riempiti fino al 50% della loro capienza. Il 40% dei clusters attivi nell’Ile-de-France (203 registrati) fanno riferimento ad istituti scolastici e universitari. Il portavoce del governo, Gabriel Attal, si è detto “scioccato” dalle aule sovraffollate e, in generale, della “situazione catastrofica nelle università”. Questo a riprova del fatto che chi siede al governo non ha minimamente idea di cosa accada nella “società reale”, nella vita quotidiana di milioni di persone.
Milioni di persone che ogni giorno affollano i mezzi di trasporto pubblico della regione (metro, RER, Transilien) per recarsi sul posto di lavoro – almeno chi ce l’ha ancora e non lo ha perso. Infatti, secondo il rapporto dell’Institut National de la Statistique et des Études Èconomiques (INSEE) pubblicato a metà settembre, nel secondo trimestre del 2020 si è registrato un ulteriore calo del lavoro salariato, con una distruzione netta di oltre 215mila posti di lavoro, che si aggiungono alla perdita di quasi 500mila posti avuta nel primo trimestre.
Il ministro del Lavoro, Elisabeth Borne, continua a ribadire la “necessità di dare priorità, più che mai, al telelavoro”, ripetendolo all’infinito, come se ciò potesse risolvere il problema dei contagi nei luoghi e per le attività in cui il lavoro a distanza non è implementabile in alcun modo. Un’altra prova dello “scollamento dalla realtà”, di cui sopra.
Ancora una volta, come mesi fa, il lavoro e la salute dei lavoratori sono sacrificabili in favore di qualche punto di PIL e dei profitti miliardari di grandi imprese e multinazionali. La vignetta del disegnatore Sanaga riassume perfettamente questo concetto: invece di dettagliare ciò che è vietato, è più semplice dire cosa è ancora autorizzato, ovvero lavorare.
Questo sistema capitalistico che sfrutta il lavoro modella una società sulla base del diktat “produci, consuma, crepa”; proprio questo sembra essere stato utilizzato per la definizione di ulteriori restrizioni, visto che i centri commerciali e i grandi negozi di Parigi e della “petite couronne” potranno restare aperti. Anche se, bisogna dire, il prefetto Lallement ha affermato che intende adottare tutte le “misure” necessarie, nel vero senso della parola: “grandi centri commerciali e grandi negozi dovranno ospitare un massimo di un cliente ogni 4 metri quadri”.
Ma il prefetto Lallement tocca le più alte vette di assoluta ipocrisia quando, nel corso della conferenza stampa, annuncia che i presidi statici di più di dieci persone sono vietati, ma che tale misura non si applica alle manifestazioni rivendicative in nome della “libertà fondamentale di esprimersi e di manifestare le proprie opinioni”.
Ricordiamo che, nell’inchiesta pubblicata da Mediapart, persino diversi gendarmi mettevano in dubbio la legalità degli ordini da lui impartiti, accusandolo di “pratiche contrarie alla legislazione e ai regolamenti” e “uso sproporzionato della forza” contro i movimenti sociali in piazza.
La seconda ondata di Coronavirus ha costretto prima Marsiglia e poi Parigi a reintrodurre delle restrizioni – alquanto discutibili e decisamente parziali – per frenare la diffusione e la crescita dei contagi. Altre grandi città, come Lione, Lille e Tolosa, potrebbero diventare presto “zone in allerta”.
Ora l’occhio è rivolto alle terapie intensive e al livello di saturazione dei posti letto in questi reparti: attualmente più di 1.300 persone affette da Covid-19 si trovano ricoverate in rianimazione, su un totale di circa 5.000 posti letto disponibili in tutta la Francia.
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09/02/2020
Francia - Per non dimenticare il massacro di Stato della metro Charonne
L’8 febbraio 1962, nel mezzo di un’ondata di attacchi commessi sul territorio algerino e francese dall’OAS (l’Organizzazione dell’Esercito Segreto, creata nel 1961, con lo scopo di mantenere a tutti i costi l’Algeria sotto il dominio francese), diversi sindacati e organizzazioni politiche di sinistra convocano una manifestazione a Parigi contro il terrorismo dell’OAS e per la pace in Algeria.
Più di 20mila persone prendono parte ad un corteo, composto principalmente da giovani e in particolare da donne, che parte da Place de la Bastille in direzione di Place Voltaire.
Nei pressi della stazione metro di Charonne (11ème), mentre gli organizzatori stavano per dichiarare conclusa la manifestazione e disperdersi, diverse brigate speciali di polizia, dotate dei cosiddetti “bidules” (lunghi bastoni neri) e agli ordini del prefetto Maurice Papon, hanno attaccato duramente i manifestanti, costretti a rifugiarsi nella stazione della metropolitana.
Scene di estrema violenza da parte della polizia hanno avuto luogo in fondo alle scale e all’interno della stazione, come riporteranno numerosi testimoni, i quali riferiranno di griglie di ferro sradicate da terra e lanciate contro i manifestanti, tra il fumo dei gas lacrimogeni e le manganellate.
Alla fine, il bilancio di questo massacro di Stato sarà tragico: 9 vittime e circa 250 feriti.
Un bel documentario per non dimenticare: https://bit.ly/379WolF
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30/11/2019
Parigi - Sfratti e speculazione in vista dei Giochi Olimpici
Almeno 400 abitanti del 93° dipartimento, nella banlieue nord, perderanno le proprie case a causa della costruzione del Villaggio Olimpico per i Giochi che Parigi ospiterà nel 2024. Tuttavia, in realtà, la zona di Saint-Denis ospiterà gran parte delle gare e delle infrastrutture per la sua vicinanza allo Stade de France e alla futura Gare de Grand Paris. Si tratta di una sostanziale trasformazione dell’intera zona della Plaine del 93°, la quale sarà colpita dai vari progetti prima, durante e dopo le Olimpiadi.
Il Comitato Internazionale Olimpico ha tenuto nei giorni del 26 e 27 novembre a Parigi una riunione di aggiornamento ed eventuale revisione del progetto. Da questa, come dalle precedenti decisioni, sono stati completamente esclusi gli abitanti del 93°, sui quali ricadranno direttamente i costi sociali del progetto, e le associazioni attive per dimostrare le conseguenze e i rischi di questa trasformazione forzata.
Per la costruzione degli impianti olimpici saranno sfrattate diverse unità abitative, una residenza universitaria e il Foyer Adef. Le aziende della zona industriale della vecchia Saint-Ouen saranno sicuramente ricollocate in un’altra parte del dipartimento, così come gli studenti della residenza universitaria. Al contrario, il Foyer Adef dei lavoratori migranti verrà demolito senza soluzioni abitative alternative. Poiché i foyer della regione sono già congestionati, qualsiasi possibile trasferimento sarà fuori da Saint-Denis e Saint-Ouen.
Che ne sarà delle diverse strutture e degli impianti olimpici dopo le Olimpiadi del 2024? La questione è preoccupante, vista l’ampiezza del progetto. Il Villaggio Olimpico si estenderà su 51 ettari, a Saint-Denis, Saint-Ouen e L’Île-Saint-Denis, con 17.000 posti letto per ospitare gli atleti. Dovrebbe essere convertito in 22.000 unità abitative, 900 unità abitative per studenti, 100.000 m² di uffici e 3 ettari di spazio verde. Gli alloggi saranno di alta qualità e quindi finanziariamente inaccessibili per gran parte della popolazione locale.
L’organizzazione dei Giochi Olimpici a Saint-Denis, e tutto ciò che ne deriva, porterà ad un aumento del prezzo dei terreni e delle abitazioni intorno allo Stade de France e al futuro Villaggio Olimpico.
Con la costruzione della Gare de Grand Paris e delle nuove linee della metropolitana – estensione delle linee 12 e 14 e creazione della 16 – Saint-Denis diventerà un’area molto attraente per i promotori immobiliari. I prezzi degli affitti aumenteranno, soprattutto quelli delle abitazioni costruite nell’ambito della conversione degli impianti olimpici. I quartieri popolari della zona subiranno un profondo processo di gentrificazione che costringerà gran parte della popolazione che attualmente vi abita ad andarsene.
Fonte
Il Comitato Internazionale Olimpico ha tenuto nei giorni del 26 e 27 novembre a Parigi una riunione di aggiornamento ed eventuale revisione del progetto. Da questa, come dalle precedenti decisioni, sono stati completamente esclusi gli abitanti del 93°, sui quali ricadranno direttamente i costi sociali del progetto, e le associazioni attive per dimostrare le conseguenze e i rischi di questa trasformazione forzata.
Per la costruzione degli impianti olimpici saranno sfrattate diverse unità abitative, una residenza universitaria e il Foyer Adef. Le aziende della zona industriale della vecchia Saint-Ouen saranno sicuramente ricollocate in un’altra parte del dipartimento, così come gli studenti della residenza universitaria. Al contrario, il Foyer Adef dei lavoratori migranti verrà demolito senza soluzioni abitative alternative. Poiché i foyer della regione sono già congestionati, qualsiasi possibile trasferimento sarà fuori da Saint-Denis e Saint-Ouen.
Che ne sarà delle diverse strutture e degli impianti olimpici dopo le Olimpiadi del 2024? La questione è preoccupante, vista l’ampiezza del progetto. Il Villaggio Olimpico si estenderà su 51 ettari, a Saint-Denis, Saint-Ouen e L’Île-Saint-Denis, con 17.000 posti letto per ospitare gli atleti. Dovrebbe essere convertito in 22.000 unità abitative, 900 unità abitative per studenti, 100.000 m² di uffici e 3 ettari di spazio verde. Gli alloggi saranno di alta qualità e quindi finanziariamente inaccessibili per gran parte della popolazione locale.
L’organizzazione dei Giochi Olimpici a Saint-Denis, e tutto ciò che ne deriva, porterà ad un aumento del prezzo dei terreni e delle abitazioni intorno allo Stade de France e al futuro Villaggio Olimpico.
Con la costruzione della Gare de Grand Paris e delle nuove linee della metropolitana – estensione delle linee 12 e 14 e creazione della 16 – Saint-Denis diventerà un’area molto attraente per i promotori immobiliari. I prezzi degli affitti aumenteranno, soprattutto quelli delle abitazioni costruite nell’ambito della conversione degli impianti olimpici. I quartieri popolari della zona subiranno un profondo processo di gentrificazione che costringerà gran parte della popolazione che attualmente vi abita ad andarsene.
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14/07/2019
Francia - Scontri tra "Gilet Gialli" e Polizia sugli Champs-Elysées durante celebrazioni della Presa della Bastiglia
I "Gilet Gialli" hanno completato il loro 35esimo atto di mobilitazione con una manifestazione nei pressi degli Champs-Elysées a pochi passi dal Presidente della Repubblica Macron che celebrava il 230° anniversario della Presa della Bastiglia. Si segnalano scontri tra polizia e manifestanti.
La situazione è ancora tesa sugli Champs-Elysées, dove i manifestanti ergono barricate. Di fronte a loro, le forze dell'ordine cercano di disperderli usando bombe lacrimogene.
La giornata in ricordo del 230° anniversario della Presa della Bastiglia, prosegue tra le tensioni sempre crescenti con gli scontri tra "Gilet gialli" e Polizia sugli Champs-Elysées, tornato, dopo alcuni mesi, ad essere un campo di battaglia
Questa mattina Macron era stato fischiato dalla folla al suo passaggio sugli Champs-Elysées.
La situazione è ancora tesa sugli Champs-Elysées, dove i manifestanti ergono barricate. Di fronte a loro, le forze dell'ordine cercano di disperderli usando bombe lacrimogene.
La giornata in ricordo del 230° anniversario della Presa della Bastiglia, prosegue tra le tensioni sempre crescenti con gli scontri tra "Gilet gialli" e Polizia sugli Champs-Elysées, tornato, dopo alcuni mesi, ad essere un campo di battaglia
Un homme crie « 14 juillet 1789 » et les gilets jaunes lui répondent « révolution » #BastilleDay2019 #bastille #giletsjaunes #14juillet pic.twitter.com/JciVFHeMDw — Vincent Bresson (@BressonVincent) 14 luglio 2019Fischi a Macron
PARIS #14Juillet: La situation dégénère sur les #ChampsElysées. Des #GiletsJaunes montent des barricades avec des barrières et du mobiliers urbains. Gaz lacrymogène et projectiles. pic.twitter.com/OK66j8MzVV — Clément Lanot (@ClementLanot) 14 luglio 2019
Questa mattina Macron era stato fischiato dalla folla al suo passaggio sugli Champs-Elysées.
Le président de la République #Macron hué et sifflé (de manière très audible à la télévision) et reçu par une part du public avec des ballons jaunes pendant sa descente des Champs-Élysées précédent le défilé du #14Juillet.Fonte
Images @France2tv pic.twitter.com/E2NnqcX2Pj — Moctar KANE (@MoctarKane) 14 luglio 2019
VIDÉO - Emmanuel #Macron a été sifflé lors de son passage sur les Champs-Elysées.
Ces protestations se sont fait entendre alors que le PR passait en revue les troupes à bord d'un "command car". (????@Snapchat) #14Juillet pic.twitter.com/fn7OYpB75D — Brèves de presse (@Brevesdepresse) 14 luglio 2019
09/12/2018
8 Dicembre, Torino e Parigi
I mass media italiani stanno tentando di ridurre questo 8 dicembre a giorno della disfida di palazzo. A Roma la piazza di Salvini, l’anima reazionaria ed imprenditoriale del governo, a Torino con i NoTav l’altra anima, quella dei Cinquestelle, per altro sempre più difficile da definire. Una prova di forza tra Salvini e Di Maio attraverso le due manifestazioni?
Ridicola sciocchezza. La piazza di Torino non avrà nulla da dire ai cinque stelle, da loro nulla si aspetta dopo che hanno votato il Decreto Salvini, che commina anni di galera alle manifestazioni NoTav. La manifestazione di Torino se farà riferimento al colore giallo, non si riferirà certo a quello del M5S, ma ai gilet di chi, quasi in contemporanea, a Parigi ed in tutta la Francia manifesterà contro Macron. È con il popolo francese in lotta che si sentiranno solidali i NoTav a Torino, e quella solidarietà unirà le persone contro e in alternativa al progetto dell’alta velocità tra Italia e Francia.
La TAV Torino Lione è presentata come un progetto che unisce i popoli, mentre invece li divide e opprime mentre devasta l’ambiente, così come la vita sociale.
Il progresso dei popoli sono le richieste della piattaforma sociale del Gilets Jaunes, salari dignitosi, pensioni a sessanta anni, lavoro vero e non precario, servizi sociali, istruzione pubblica e gratuita, controllo sulle multinazionali, tasse sui ricchi e fine della schiavitù del debito.
Questi obiettivi, se realizzati, determinano un vero sviluppo, non le Grandi Opere che invece vengono imposte proprio AL POSTO di una vera crescita sociale, rispettosa del mondo in cui viviamo. Le Grandi Opere sono uno sviluppo distorto e malato, sono in fondo sottosviluppo coperto da affari.
La piazza piddina, leghista e imprenditoriale dei SiTAV, guidata da signore della "buona società", è l’arretratezza presentata come progresso. Non a caso si è richiamata alla marcia dei quarantamila, la manifestazione di crumiri organizzata dalla FIAT contro gli operai in lotta nel 1980. Quella manifestazione segnò la svolta liberista contro il lavoro e i diritti sociali in Italia, fu il via libera a quella regressione sociale che ci ha portato alla società ingiusta di oggi. Oggi la caricatura di quella manifestazione vorrebbe imporre di continuare nella regressione, per questo è giusto dire che i SiTav sono il passato da abbandonare, mentre i NoTav delineano il solo futuro giusto.
La rivolta francese contro il liberismo di Macron è dunque naturalmente legata a quella del popolo NoTav, che da anni in Valle Susa deve subire quelle repressioni poliziesche che oggi vediamo in Francia, con l’orrore degli studenti messi in ginocchio dai flics.
Anche la comune lotta contro la violenza dello stato che difende l’ingiustizia, anche questo affratella.
L’8 dicembre a Torino manifesta il popolo che non si è arreso e non si arrende e la delegazione dei gilet gialli che porterà la sua solidarietà sarà abbracciata da tutti. In Italia e in Francia è la stessa lotta contro il liberismo e la sua violenza, anche di stato. Noi ci siamo.
Fonte
Ridicola sciocchezza. La piazza di Torino non avrà nulla da dire ai cinque stelle, da loro nulla si aspetta dopo che hanno votato il Decreto Salvini, che commina anni di galera alle manifestazioni NoTav. La manifestazione di Torino se farà riferimento al colore giallo, non si riferirà certo a quello del M5S, ma ai gilet di chi, quasi in contemporanea, a Parigi ed in tutta la Francia manifesterà contro Macron. È con il popolo francese in lotta che si sentiranno solidali i NoTav a Torino, e quella solidarietà unirà le persone contro e in alternativa al progetto dell’alta velocità tra Italia e Francia.
La TAV Torino Lione è presentata come un progetto che unisce i popoli, mentre invece li divide e opprime mentre devasta l’ambiente, così come la vita sociale.
Il progresso dei popoli sono le richieste della piattaforma sociale del Gilets Jaunes, salari dignitosi, pensioni a sessanta anni, lavoro vero e non precario, servizi sociali, istruzione pubblica e gratuita, controllo sulle multinazionali, tasse sui ricchi e fine della schiavitù del debito.
Questi obiettivi, se realizzati, determinano un vero sviluppo, non le Grandi Opere che invece vengono imposte proprio AL POSTO di una vera crescita sociale, rispettosa del mondo in cui viviamo. Le Grandi Opere sono uno sviluppo distorto e malato, sono in fondo sottosviluppo coperto da affari.
La piazza piddina, leghista e imprenditoriale dei SiTAV, guidata da signore della "buona società", è l’arretratezza presentata come progresso. Non a caso si è richiamata alla marcia dei quarantamila, la manifestazione di crumiri organizzata dalla FIAT contro gli operai in lotta nel 1980. Quella manifestazione segnò la svolta liberista contro il lavoro e i diritti sociali in Italia, fu il via libera a quella regressione sociale che ci ha portato alla società ingiusta di oggi. Oggi la caricatura di quella manifestazione vorrebbe imporre di continuare nella regressione, per questo è giusto dire che i SiTav sono il passato da abbandonare, mentre i NoTav delineano il solo futuro giusto.
La rivolta francese contro il liberismo di Macron è dunque naturalmente legata a quella del popolo NoTav, che da anni in Valle Susa deve subire quelle repressioni poliziesche che oggi vediamo in Francia, con l’orrore degli studenti messi in ginocchio dai flics.
Anche la comune lotta contro la violenza dello stato che difende l’ingiustizia, anche questo affratella.
L’8 dicembre a Torino manifesta il popolo che non si è arreso e non si arrende e la delegazione dei gilet gialli che porterà la sua solidarietà sarà abbracciata da tutti. In Italia e in Francia è la stessa lotta contro il liberismo e la sua violenza, anche di stato. Noi ci siamo.
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01/12/2018
Atto terzo: la rabbia popolare incendia la Francia
Oggi sabato primo dicembre è stato l’”atto terzo” della mobilitazione dei Giltes Jaunes, dopo i blocchi del 17 novembre in tutto l’Esagono e alla Reunion e la manifestazione parigina ai “Campi Elisi” sabato scorso, contemporanea a numerose iniziative decentrate.
Anche questo sabato insieme alla mobilitazione nella Capitale, ci sono state iniziative in tutto l’Esagono e solo domenica si potrà fare un bilancio esaustivo della giornata, considerando la manifestazione parigina della CGT e le numerose iniziative sparse su tutto il territorio nel pomeriggio.
Partiamo da Parigi, dove il governo ha mobilitato circa 5.000 agenti antisommossa (CRS), che ha visto la presenza di manifestanti già dalle 8 del mattino, ed un susseguirsi di “scontri” con la polizia che ha fatto, come sabato scorso, abbondante uso di lacrimogeni, ha caricato a più riprese i manifestanti – che in alcuni punti hanno eretto barricate – e manganellato a ruota libera.
Alle 13 il bilancio. Secondo il ministero dell’Interno, era di 107 persone “interrogate” nella sola Parigi, alcune “fermate” già dalle prime ore della protesta, e di 36.000 persone che avrebbero partecipato alle iniziative in tutta la Francia, di cui più di 5.000 a Parigi.
Il leader della France Insoumise ha denunciato l’accanimento poliziesco contro i manifestanti all’Etoile, a Parigi. Ricordiamo che le forze dell’ordine in Francia sono le uniche a usare per questioni di ordine pubblico le granate stordenti e dispersive, che hanno una capacità esplosiva dovuta ad una carica incorporata di 25 grammi di TNT, e che hanno più volte ferito in maniera grave manifestanti e giornalisti (come è capitato anche sabato scorso), e per le quali circola un appello per la loro messa al bando.
Una delle mobilitazioni più numerose della mattina si è svolta ad Arles, in Camargue, a cui hanno partecipato circa un migliaio di Gilets Jaune che hanno bloccato il traffico.
Ad Antibes, sulla Costa Azzurra, pompieri e Gilets Jaune hanno reso gratuito il pedaggio autostradale – una delle tante forme di lotta della protesta. A Nantes è stato bloccato l’ingresso all’aeroporto facendo irruzione anche nell’edificio, per poi dirigersi nel centro cittadino. Mentre a Tourcoing le giacche gialle hanno manifestato insieme a quelle arancioni della CGT, e confluiranno in una manifestazione unitaria a Lille, così come a Tolosa ed in altre città. Occorre anche segnalare le barricate erette sotto la prefettura a Charleville-Meziere.
Difficile, come sempre dare un quadro in tempo reale che non sia parziale. C’è rischio di stop nella fornitura di carburante, perché quasi tutte le raffinerie della Total sono in sciopero su rivendicazioni autonome, mentre proprio il blocco dei depositi petroliferi era uno degli obbiettivi sensibili della protesta dopo il 17 novembre.
Un’ultima nota sulla partecipazione degli studenti, che dopo la giornata della “collera studentesca” di ieri, proclamata dall’UNL, saranno in piazza anche oggi. E sulla presenza di collettivi che si occupano di violenza poliziesca e razzismo, come il Comitato Verità per Adama – giovane morto durante un “interrogatorio” poliziesco – animato dalla sorella Assa, da Youcef Brakni e dallo scrittore Edouard Louis, che hanno ripetutamente invitato alla manifestazione di sabato, insieme alla rete antifascista della Banliue parigina, al sindacato di base Sud-Solidaires – che sostiene la lotta dal suo nascere – e il collettivo Rosa Parks.
Tutte realtà che hanno un loro radicamento nei quartieri periferici della Capitale e che hanno un audience nazionale per i temi che trattano.
Mentre il movimento dei Gilets Jaune si sta strutturando eleggendo i propri rappresentati locali, dopo aver formalizzato una piattaforma rivendicativa che ha portato due suoi “portavoce” transitori ad un incontro inconcludente con il governo, questa settimana, differenti attori sociali scendono in campo, con rivendicazioni specifiche, dando vita alle prime sperimentali forme di “confluenza” di un blocco storico che non si accontenti di una “giustapposizione” delle singole mobilitazioni e delle loro rivendicazione specifiche.
Certo i gilets hanno saputo catturare l’immaginario di fasce sempre più ampie della popolazione, ormai da tempo “ferma ed in panne” ai bordi di una strada che solo le classi medio-alte percorrono a tutta velocità, con il loro connaturato etno-centrismo di cui Macron è l’espressione più compiuta.
La certezza che l’esecutivo non mollerà facilmente e quella per cui sono più di dieci anni – dalla lotta contro i CPE – che un movimento sociale non risulta vittorioso, ha fatto entrare nelle teste dei più che questo non può che essere l’inizio.
Aggiungiamo noi: se Macron è l’ultima carta spendibile per il rilancio del progetto della UE, sul piano dell’establishment continentale (compreso il “ceto politico europeo”), nonostante il drastico calo dei consensi in patria, la lotta che si sta svolgendo in Francia ci chiama alle nostre responsabilità; perché è il punto più avanzato della frattura tra élite e subalterni nel Vecchio Continente; perché è in corso un processo di organizzazione diretta del blocco sociale ad un decennio dallo scoppio della crisi e della sua governance made in UE; perché dare rappresentanza politica ad un movimento sociale, come cerca di fare Potere Al Popolo, ragionando “per linee interne” al movimento di classe, è una priorità che condividiamo con i nostri alleati del “patto di Lisbona” nella Vecchia Europa.
Prima ancora che “involuzione politicista”, Tutto il resto è noia.
Fonte
24/11/2018
Parigi - Di nuovo in piazza i gilets jaune, scontri con la polizia
Ad una settimana esatta dalla massiccia giornata di blocchi stradali di sabato scorso, che sono proseguiti nei giorni successivi al 17 novembre, la “marea gialla” è a Parigi, come già preannunciato la scorsa domenica.
Sebbene giovedì il governo abbia annunciato la fine dei blocchi o dei filtri di rallentamento del traffico sui maggiori assi viari dell’Esagono, azione mirate dei GJ hanno colpito piattaforme logistiche e centri commerciali.
Questo movimento senza-capi, proteiforme ed eterogeneo ha catalizzato la rabbia popolare, facendo riconoscere quella parte della Francia peri-urbana e rurale nel sentimento in una comune condizione: “siamo tutti nella merda”, come ha testimoniato una partecipante ai blocchi.
Un procedere fermo ed allo stesso tempo incerto, che decide i suoi passi quasi in tempo reale: “è una pseudo-organizzazione” – spiega un manifestante – “si fa di giorno in giorno, ma va avanti”.
Questo movimento, secondo i sondaggi, ha aumentato dopo le azioni compiute il proprio gradimento, nel mentre diminuiva quello del governo. Certamente ci sono stati isolati episodi deprecabili, ma possiamo condividere il giudizio di una GJ “è la prova che è un movimento che è il riflesso della società, ci sono dei buoni e dei poco di buono”.
Basterebbe leggere le inchieste degli ultimi anni e ascoltare le parole dei protagonisti per capire come la transizione ecologica sta molto a cuore alla popolazione francese che però vuole condividere dal punto di vista delle decisioni e dei costi questa strategia necessaria e non essere penalizzata da un governo che sta compiendo scelte fiscali a tutto vantaggio dell’establishment.
Ormai è una parte degli stessi elettori di Macron che la pensa a questo modo, come rivela un sondaggio IPSOS sulla percezione della fiscalità in Francia. E mentre all’Isola della Reunion, territorio oltre-mare francese, il popolo sta resistendo all’esercito lì inviato per sedare la rivolta mai cessata da sabato, a Parigi oggi i GJ hanno rotto i divieti polizieschi e cercano di dirigersi verso l’Eliseo, dando luogo al lancio di lacrimogeni e al getto degli idranti da parte dei CRS in una città militarizzata, in cui lo stato ha mobilitato la maggioranza della “celere” francese.
Non si può prevedere che piega prenderanno gli eventi, quel che è chiaro ormai a tutti è che si è avverato il proposito per cui “A Parigi, faremo sapere che le peuple, quello esiste ancora”, come ha dichiarato un GJ al quotidiano “Le Monde” questa settimana.
E la prossima settimana, studenti medi e pezzi del movimento sindacale, arricchiranno il magma sociale che in Francia ribolle determinando ormai un punto di caduta inedito nel Continente, considerando che la prima “richiesta” è divenuta – tra le file dei GJ – le dimissioni di Macron, stando a ciò che dicono se intervistati e a ciò che circola sui social. Prima di sabato erano stati recensite due persone decedute a causa di avvenimenti legati ai blocchi, 600 feriti – di cui 18 gravi – 850 interrogati e 700 posti in stato di fermo. Dopo le mobilitazioni per l’oxi in Grecia e quelle per l’indipendenza in Catalogna lo scorso autunno, la marea gialla dei GJ – e ciò che sta provocando – è il movimento più importante del vecchio continente, non accorgersene è di una cecità preoccupante.
Fonte
06/05/2018
Una marea in piazza per “fare la festa a Macron”
Sabato 5 maggio, si è tenuta a Parigi la manifestazione “per fare la festa a Macron” – ad un anno dal suo insediamento all’Eliseo – promossa dall’appello lanciato da François Ruffin (deputato della France Insoumise e figura di spicco del movimento della Nuit Debout di qualche anno fa) e dell’economista Frédéric Lordon, dopo due grandi e partecipate assemblee alla Bourse de Travail.
Più di 150mila persone hanno preso parte a un corteo vivo e colorato, che ha attraversato il centro di Parigi, da Place de l’Opéra fino a Place de la Bastille, passando per quella Place de la République che è stata il centro del movimento della Nuit Debout e delle proteste contro la Loi Travail nella primavera 2016. Al di là dei numeri, ciò che risalta in maniera fondamentale è l’unitarietà della piazza che si è ritrovata insieme per contestare e protestare contro le politiche attuate da Macron durante questo suo primo anno di presidenza.
Numerosi collettivi, gruppi, partiti e sindacati hanno deciso di essere presenti al corteo, ognuno con le proprie bandiere, i propri striscioni e i propri slogan: studenti liceali e universitari, in particolare delle facoltà che sono state sgomberate duramente dalla polizia e che hanno spesso subito l’aggressione di gruppi fascisti; i sindacati di settore della CGT (Confédération Générale du Travail), specialmente quello dei ferrovieri della SNCF, che stanno lottando per difendere i diritti sanciti nel loro Statuto e contro la privatizzazione dell’azienda nazionale del trasporto ferroviario; gli “zadisti”, con uno spezzone molto partecipato, a seguito dello sgombero da parte della gendarmerie dell’occupazione a Notre-Dame-des-Landes contro un inutile progetto di costruzione di un aeroporto; i migranti attivi tramite i numerosi gruppi e le tante associazioni di lotta e di sostegno per l’accoglienza e le richieste d’asilo, che si battono contro il razzismo e la xenofobia dilagante.
Al grido di Même Macron, même combat!, tanti settori popolari e sociali sono scesi in piazza insieme per resistere e reagire a tutta questa serie di riforme – la cosiddetta Macronie – che intende calpestare e distruggere i diritti conquistati con la lotta politica e sociale. Come l’ex-premier Matteo Renzi – artefice e protagonista di riforme similari in Italia negli ultimi anni – Emmanuel Macron ha deciso di colpire duramente il mondo del lavoro, l’università e lo stato sociale, attraverso riforme che molti dei precedenti governi avevano soltanto in parte abbozzato o parzialmente intrapreso.
Oltre alla France Insoumise, che ha portato in piazza i suoi sostenitori di Parigi e provenienti da tante città della Francia, erano presenti altri partiti, tra cui il PCF, il PRCF e il NPA. Tanti i cartelli che ribadivano l’opposizione al “colpo di stato sociale”, espressione coniata da Jean-Luc Mélenchon, leader di France Insoumise, per descrivere l’attacco frontale e generalizzato ai diritti dei lavoratori, degli studenti e dei migranti e la volontà esplicita di smantellare i servizi pubblici e lo stato sociale.
Mentre una crescente maggioranza della popolazione si trova sotto questo giogo, con conseguenze negative che si fanno sentire negli ospedali, nelle case di riposo, nelle scuole, nelle università e nei quartieri più poveri, Macron ha dimostrato di essere pienamente accondiscendente e asservito agli interessi dei poteri finanziari e delle multinazionali. Come se non bastasse, ad accrescere le disuguaglianze sociali ed economiche hanno contribuito anche la soppressione del Impôt sur la fortune (assimilabile a una nostra patrimoniale) per gli azionisti e la fissazione di un tetto per l’Impôt sur le capital. In breve, tutto per chi ha già tutto, niente per quelli “che non sono niente”, come scritto nell’appello per la mobilitazione generale “Le 5 Mai, faisons la fête à Macron!”.
Le ordonnances du Code du Travail (ovvero la riforma del Codice del Lavoro), il “nuovo patto ferroviario” per la SNCF, gli attacchi allo stato sociale come gli annunci di riforma del sistema pensionistico e del sussidio di disoccupazione, i tagli all’assistenza e a tutto il settore medico-sociale, la riforma dell’università e l’introduzione di criteri selettivi elitari con la Loi Orientation et Réussite, la sempre maggiore istituzionalizzazione del razzismo e lo svilimento dell’accoglienza tramite il progetto della Loi Asile-Immigration sono i principali esempi delle riforme ultra-liberiste e repressive volute ed intraprese da Macron. Senza dimenticare il coinvolgimento diretto nelle operazioni di bombardamento in Siria, dove la Francia si trova in prima linea – per conto dell’Unione Europea – al fianco degli Stati Uniti di Trump.
In piazza, tra le tante bandiere, c’erano anche quelle di Potere al Popolo. Infatti, nei giorni scorsi, Potere al Popolo France aveva pubblicato un comunicato di adesione alla manifestazione – sottoscritto dai gruppi di PaP Parigi e PaP Marsiglia – in cui prendeva chiaramente posizione contro le politiche di Macron. La partecipazione al corteo ha pertanto rappresentato un’occasione fondamentale e necessaria per esprimere direttamente la piena solidarietà all’intero movimento in lotta e ai settori in mobilitazione contro la cosiddetta Macronie.
Tra i tanti curiosi di sapere cosa fosse Potere al Popolo e tra quelli che invece già lo conoscevano (specialmente dopo la visita di Mélenchon all’Ex OPG Je So’ Pazzo a Napoli), durante il corteo è stato possibile discutere e confrontarsi sui temi comuni ai due paesi – Italia e Francia – sia sulla situazione attuale che sulle prospettive future. In particolare, le tematiche relative alla riforma dei Trattati Europei e la difesa dello stato sociale si sono presentate come punti principali sui quali poter e dover trovare una convergenza internazionale, specialmente in vista delle future elezioni europee. Si è potuto intuire questo sentimento dai tanti cartelli che riportavano da un lato la scritta “Stop Macron” e “Pour sortire des Traités Européens” dall’altro. Proprio per questo motivo, alcuni momenti di conversazione si sono concentrati sull’appello di Lisbona per una “rivoluzione democratica” in Europa, sottoscritto da France Insoumise, Podemos e Bloco de Esquerda, condiviso e sostenuto da Potere al Popolo.
Al termine del corteo, in una Place de la Bastille gremita e strapiena, Mélenchon ha ribadito: “Siamo un corteo gioioso e sorridente, esattamente come il mondo che vogliamo creare. Siamo un corteo che condanna la violenza”. Il riferimento implicito è agli scontri avvenuti durante la manifestazione del Primo Maggio a Parigi con una dichiarazione che sembra voler prendere le distanze da “alcuni gruppi di facinorosi e violenti”, in un clima di tensione caratterizzato dalla crescente violenza e repressione da parte della polizia, durante le manifestazioni e le occupazioni delle università.
In chiusura, Mélenchon ha rilanciato la prossima mobilitazione – stavolta di portata nazionale – per sabato 26 maggio, per continuare a contrastare le politiche di Macron. Diverse organizzazioni sindacali, politiche e associative si sono incontrate lo scorso giovedì per organizzare una nuova manifestazione, confermata per la data del 26 maggio attraverso il comunicato unitario diffuso nella giornata di venerdì. L’obiettivo, come dichiarato dallo stesso Mélenchon, è di creare “una marea popolare per l’uguaglianza, la giustizia sociale e la solidarietà in tutta la Francia”.
Si prospetta una vera e propria convergenza delle lotte nel concreto, che già si è in parte osservata durante questi mesi di lotta, durante i quali più volte i ferrovieri sono scesi in piazza affiancati dai dipendenti pubblici e dagli studenti. Come ribadito da Ruffin: “Avremmo un momento in cui il movimento dei cittadini, i sindacati, i partiti si ritroveranno tutti insieme”. La speranza è riunire e amplificare ulteriormente un fronte politico e popolare che comprenda tutte le forze che si stanno opponendo alle riforme di Macron.
Fonte
06/06/2017
Parigi. Colpito ancora una volta un poliziotto. Panico a Notre Dame
Parigi. Ancora una volta l’obiettivo di un “lupo solitario”, è stato un poliziotto. E’ stato un pomeriggio di panico a Notre Dame dove un uomo ha cercato di colpire con un martello un poliziotto ma è stato ferito e poi neutralizzato da un altro poliziotto che gli ha sparato. Il suo stato di salute è definito ‘preoccupante’. L’uomo è di origine algerina e vive nella Val d’Oise. Questa è una prima e provvisoria ricostruzione e bilancio di quanto è successo. La polizia ha invitato tutti a evitare la zona, una delle più frequentate dai turisti nella capitale francese, e sono state dispiegate le unità speciali anti-terrorismo.
Dopo l’aggressione, 900 persone circa sono rimaste bloccate all’interno della cattedrale di Notre Dame. La polizia ha chiesto ai turisti di sedersi e non lasciare la cattedrale. Nel frattempo la procura antiterrorismo ha assunto il caso sotto la sua giurisdizione e aperto un’inchiesta sui fatti.
Secondo quanto riferisce il quotidiano francese Le Figaro, l’uomo che ha aggredito un agente di guardia a Notre Dame di Parigi aveva minacciato gli uffici della Prefettura di Polizia, che si trova accanto alla cattedrale, prima di entrare in azione. L’intera zona è stata circondata dalle forze di sicurezza. I visitatori presenti all’interno della chiesa sono stati invitati per il momento a non uscire.
In copertina la foto di Nancy Soderberg scattata dentro la chiesa di Notre Dame
Fonte
21/04/2017
Parigi. Attentato jihadista piomba sulla campagna elettorale
A tre giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali, un attentato jihadista è avvenuto ieri sera nel cuore di Parigi, sugli Champs-Elysees. Un poliziotto è stato ucciso e altri due agenti sono rimasti feriti, uno dei quali in modo grave, mentre una turista ha riportato lievi lesioni dopo essere stata colpita da un proiettile. L’attentatore è stato abbattuto dalla polizia. L’uomo era stato già oggetto di un’inchiesta dell’antiterrorismo per aver manifestato l’intenzione di uccidere dei poliziotti ed era stato arrestato il 23 febbraio, ma era stato rimesso in libertà dai magistrati per insufficienza di prove. Era stato condannato nel 2005 a cinque anni di reclusione per il tentato omicidio volontario di un poliziotto e del fratello nella regione di Parigi.
L’attentato con l’uso di un fucile d’assalto, è avvenuto intorno alle 21, ed è stato immediatamente rivendicato dall'Isis ritenuto responsabile anche degli attentati che dal 2015 hanno provocato nella sola Francia 238 morti. “L’autore dell’attentato sugli Champs-Elysees nel centro di Parigi è Abu Yussef al Beljiki cioè “il belga” ed è uno dei combattenti dello Stato Islamico”, ha dichiarato l’Isis in un comunicato pubblicato dalla sua agenzia di propaganda Amaq.
L’autore dell’attentato abbattuto dai poliziotti è un francese di 39 anni. “L’identità dell’aggressore è nota ed è stata verificata”, ha indicato il procuratore della Repubblica di Parigi, Francois Molins, anche se si è rifiutato di svelarla, per tutelare l’inchiesta aperta dalla procura antiterrorismo. “L’aggressore è arrivato in macchina, è sceso. Ha aperto il fuoco contro un’auto della polizia con un’arma automatica, ha ucciso uno dei poliziotti e ha cercato di colpirne altri in servizio”, ha affermato una fonte di polizia. Sembra che l’uomo abbia agito da solo, ma le indagini devono mettere in luce – ha chiarito Molins – se abbia avuto o meno dei complici.
L’ultimo attentato jihadista che aveva colpito la Francia era avvenuto l’estate scorsa a Nizza dove un camion si era lanciato sulla folla a tutta velocità sulla Promenade des Anglais, i morti furono 86.
Secondo le autorità un nuovo attentato è stato sventato martedì con l’arresto di due uomini sospettati di preparare “un’azione violenta” in pieno periodo elettorale. Clement Baur, 23 anni, e Mahiedine Merabet, 29, sono stati arrestati all’uscita di un appartamento a Marsiglia, dove gli inquirenti hanno scoperto un arsenale con armi, munizioni e tre chili di esplosivo artigianale Tatp, oltre una bandiera dello Stato Islamico.
Questa mattina all'Eliseo si è riunito il Consiglio di difesa convocato d'urgenza ieri sera dal presidente francese Francois Hollande. Oltre a Hollande, partecipano i ministri dell'Interno, della Giustizia, della Difesa e degli Esteri. Tra gli altri, sono presenti inoltre i capi dei servizi di sicurezza, dell'intelligence e delle forze armate. La notizia dell’attentato a Parigi è arrivata in diretta mentre i candidati alle elezioni presidenziali erano impegnati in una tribuna televisiva.
Fonte
L’attentato con l’uso di un fucile d’assalto, è avvenuto intorno alle 21, ed è stato immediatamente rivendicato dall'Isis ritenuto responsabile anche degli attentati che dal 2015 hanno provocato nella sola Francia 238 morti. “L’autore dell’attentato sugli Champs-Elysees nel centro di Parigi è Abu Yussef al Beljiki cioè “il belga” ed è uno dei combattenti dello Stato Islamico”, ha dichiarato l’Isis in un comunicato pubblicato dalla sua agenzia di propaganda Amaq.
L’autore dell’attentato abbattuto dai poliziotti è un francese di 39 anni. “L’identità dell’aggressore è nota ed è stata verificata”, ha indicato il procuratore della Repubblica di Parigi, Francois Molins, anche se si è rifiutato di svelarla, per tutelare l’inchiesta aperta dalla procura antiterrorismo. “L’aggressore è arrivato in macchina, è sceso. Ha aperto il fuoco contro un’auto della polizia con un’arma automatica, ha ucciso uno dei poliziotti e ha cercato di colpirne altri in servizio”, ha affermato una fonte di polizia. Sembra che l’uomo abbia agito da solo, ma le indagini devono mettere in luce – ha chiarito Molins – se abbia avuto o meno dei complici.
L’ultimo attentato jihadista che aveva colpito la Francia era avvenuto l’estate scorsa a Nizza dove un camion si era lanciato sulla folla a tutta velocità sulla Promenade des Anglais, i morti furono 86.
Secondo le autorità un nuovo attentato è stato sventato martedì con l’arresto di due uomini sospettati di preparare “un’azione violenta” in pieno periodo elettorale. Clement Baur, 23 anni, e Mahiedine Merabet, 29, sono stati arrestati all’uscita di un appartamento a Marsiglia, dove gli inquirenti hanno scoperto un arsenale con armi, munizioni e tre chili di esplosivo artigianale Tatp, oltre una bandiera dello Stato Islamico.
Questa mattina all'Eliseo si è riunito il Consiglio di difesa convocato d'urgenza ieri sera dal presidente francese Francois Hollande. Oltre a Hollande, partecipano i ministri dell'Interno, della Giustizia, della Difesa e degli Esteri. Tra gli altri, sono presenti inoltre i capi dei servizi di sicurezza, dell'intelligence e delle forze armate. La notizia dell’attentato a Parigi è arrivata in diretta mentre i candidati alle elezioni presidenziali erano impegnati in una tribuna televisiva.
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15/02/2017
City a Milano? Chi sono i possibili concorrenti?
La questione dello spostamento della City da Londra prosegue il suo percorso. Nelle ultime settimane ci sono stati incontri fra i principali esponenti della City e le autorità interessate di Parigi e Francoforte.
I francesi hanno fatto presente ai loro interlocutori l’alto livello della gastronomia francese, la qualità della vita e il livello artistico della città, concludendo il tutto con la frase testuale (riportata dal Telegraph): “Ma quando è stata l’ultima volta che avete portato la vostra compagna, per un viaggio di piacere a Francoforte?”. In effetti, Parigi va lasciata stare per certe cose, ma gli ascoltatori non si sono lasciati incantare ed hanno snocciolato le cose che non li convincono: le tasse troppo forti (dal loro punto di vista) per i redditi più alti introdotti da Hollande, la tassazione più alta d’Europa (dopo la Svezia) sulle imprese, la rigidità delle regole sul lavoro, inaccettabile dal loro punto di vista, poi il rischio terrorismo (e loro dovrebbero portarci anche le famiglie). Tacendo poi il motivo più serio: il rischio Le Pen che potrebbe portare la Francia fuori dalla Ue, dopo di che non si sa come va a finire il tutto, ma occorrerebbe di nuovo spostarsi. Morale: per ora non se ne parla, almeno sino al voto per il Presidente. Unica banca a dirsi favorevole a Parigi è stata la Hong Kong and Shanghai Bank Corporation.
Più abili e professionali sono stati i tedeschi che hanno sottolineato i vantaggi rappresentati dalla presenza della Ue, dalla posizione geografica più centrale in Europa ecc. Ma Francoforte ha limiti strutturali difficili da superare, a cominciare dalla scarsa disponibilità di appartamenti per uffici ed abitazione rispetto ad una domanda così massiccia e simultanea. A meno che non vogliate mettere un manager con relativa famiglia in un bilo o trilocale in periferia... Per non dire della scarsa attrattività extra lavorativa su cui avevano ricamato i francesi (in effetti, i ristoranti tedeschi, in genere, offrono sempre gli stessi sei o sette piatti: una noia mortale!). E questo per tacere il vero motivo di avversione che è l’ostilità verso la guida tedesca degli affari europei. Morale: unica banca che si è espressa per Francoforte è stata la svizzera Ubs.
Gli altri stanno tutti a guardare, per ora. Milano (purtroppo) è sempre più in pole position: costo del lavoro basso, imposizione fiscale “ragionevole” ed, al caso, trattabile, borsa già integrata con quella londinese, buona qualità della vita oltre il lavoro. Anche uno dei punti deboli, l’eccessiva lentezza della giustizia, sembra superato dalla decisione della Consob di costituire un ufficio per le mediazioni estragiudiziali, che risolva le controversie in tempi accettabili. Soprattutto Milano, per un colpo di fortuna, si trova ad avere una larga disponibilità immobiliare (i grattacieli della zona ex fiera stanno svuotando il centro, così come la Regione sta svuotando il Pirellone ecc.), per cui potrebbe facilmente accogliere tutti. Insomma condizioni ottimali, se non fosse che (almeno per ora) esita ad avanzare la sua candidatura: il comune, dopo la visita di Sala a Londra a giugno, non ha fatto alcun passo concreto preferendo dedicarsi al ben meno consistente pacchetto della Agenzia Europea del Farmaco (a proposito del quale sono incorso in un errore: 20.000 non sono i dipendenti che si trasferirebbero – non più di 300 – ma i rappresentanti delle varie imprese farmaceutiche, che ovviamente, fanno visite frequenti, ma non hanno motivo di trasferirsi). Anche il Corriere non si sta affatto spendendo sul tema che, anzi è apertamente snobbato.
Come mai tanta freddezza? Non so se Sala sia in grado di giocare una partita così complessa; di fatto, noto che, dopo la caduta di Renzi, Sala sembra essersi immerso sott’acqua. In effetti, una partita del genere avrebbe bisogno di un appoggio governativo, ma il governo Gentiloni quanto dura? Che rapporti ha Sala con l’attuale inquilino di Palazzo Chigi? Quanto è preso sul serio Gentiloni a livello internazionale? Tenete conto che il ministro degli Esteri è Alfano...
Peraltro, è plausibile che il governo (per di più presieduto da un romano) non veda di buon occhio un progetto come la City a Milano: fra la Capitale e la “Capitale Morale” c’è sempre stata rivalità, ma, nel complesso si sono sempre compensate (a Roma la Politica, a Milano gli affari). Ma adesso le cose si stanno sbilanciando troppo radicalmente fra una Milano che, pur non nel suo momento migliore, tende a riprendersi e salire ed una Roma che precipita sempre più. Mai c’è stato un dislivello così forte e crescente fra le due città. L’arrivo della City a Milano potrebbe essere il peso che fa pendere la bilancia verso il piatto lombardo.
Personalmente non sono un tifoso della City milanese, di cui temo i contraccolpi sociali, ma, al di là delle preferenze, c’è da capire cosa significa oggettivamente un avvenimento di questo peso e le sue conseguenze. La più evidente delle quali potrebbe essere il forte lancio del progetto “Milano città-Stato”. Esclusa la possibilità di trasferire la Capitale per ovvie ragioni storiche ed anche ambientali (in fondo a Roma resta pur sempre la Santa Sede) ed essendo poco probabile un progetto separatista del Nord, è difficile anche immaginare che Milano si adatti a restare nel suo ruolo cadetto e passare per Roma per i suoi contatti internazionali.
Milano rappresenta già da sempre il maggior polo finanziario del paese, è diventata anche la capitale della moda, la maggiore concentrazione editoriale e, per certi versi, culturale italiana, può giocare un ruolo importante per l’industria alimentare (che è una delle eccellenze del paese) e sta realizzando una buona concentrazione giornalistica e televisiva. Con l’arrivo della City si svilupperebbe un indotto di notevoli proporzioni. Tanto per fare un esempio, è realistico pensare che gli aeroporti milanesi, come scali internazionali crescerebbero di molto surclassando il nodo romano.
Ed allora, resterebbe ancora la seconda città italiana o sarebbe tentata di giocare un ruolo internazionale autonomo? Certo a differenza di altre città stato, come Hong Kong, Singapore o Amsterdam non ha un accesso al mare, ma può compensare con altro ed è sempre possibile lo sviluppo di un asse privilegiato con Genova che non è dalla parte del mondo e, in fondo, una città simile senza accesso diretto al mare c’è ed è Amburgo. Immaginiamo che tutto questo sia assai poco gradito agli ambienti romani a cominciare dall’alta diplomazia, dalla politica, dalla diplomazia e da comandi militari. In particolare la diplomazia avrebbe di che temere la concorrenza dell’iniziativa internazionale della città stato.
Insomma, è difficile dire cosa succederà, e magari non se ne farà nulla, ma è per lo meno strano che se ne parli così poco.
Fonte
I francesi hanno fatto presente ai loro interlocutori l’alto livello della gastronomia francese, la qualità della vita e il livello artistico della città, concludendo il tutto con la frase testuale (riportata dal Telegraph): “Ma quando è stata l’ultima volta che avete portato la vostra compagna, per un viaggio di piacere a Francoforte?”. In effetti, Parigi va lasciata stare per certe cose, ma gli ascoltatori non si sono lasciati incantare ed hanno snocciolato le cose che non li convincono: le tasse troppo forti (dal loro punto di vista) per i redditi più alti introdotti da Hollande, la tassazione più alta d’Europa (dopo la Svezia) sulle imprese, la rigidità delle regole sul lavoro, inaccettabile dal loro punto di vista, poi il rischio terrorismo (e loro dovrebbero portarci anche le famiglie). Tacendo poi il motivo più serio: il rischio Le Pen che potrebbe portare la Francia fuori dalla Ue, dopo di che non si sa come va a finire il tutto, ma occorrerebbe di nuovo spostarsi. Morale: per ora non se ne parla, almeno sino al voto per il Presidente. Unica banca a dirsi favorevole a Parigi è stata la Hong Kong and Shanghai Bank Corporation.
Più abili e professionali sono stati i tedeschi che hanno sottolineato i vantaggi rappresentati dalla presenza della Ue, dalla posizione geografica più centrale in Europa ecc. Ma Francoforte ha limiti strutturali difficili da superare, a cominciare dalla scarsa disponibilità di appartamenti per uffici ed abitazione rispetto ad una domanda così massiccia e simultanea. A meno che non vogliate mettere un manager con relativa famiglia in un bilo o trilocale in periferia... Per non dire della scarsa attrattività extra lavorativa su cui avevano ricamato i francesi (in effetti, i ristoranti tedeschi, in genere, offrono sempre gli stessi sei o sette piatti: una noia mortale!). E questo per tacere il vero motivo di avversione che è l’ostilità verso la guida tedesca degli affari europei. Morale: unica banca che si è espressa per Francoforte è stata la svizzera Ubs.
Gli altri stanno tutti a guardare, per ora. Milano (purtroppo) è sempre più in pole position: costo del lavoro basso, imposizione fiscale “ragionevole” ed, al caso, trattabile, borsa già integrata con quella londinese, buona qualità della vita oltre il lavoro. Anche uno dei punti deboli, l’eccessiva lentezza della giustizia, sembra superato dalla decisione della Consob di costituire un ufficio per le mediazioni estragiudiziali, che risolva le controversie in tempi accettabili. Soprattutto Milano, per un colpo di fortuna, si trova ad avere una larga disponibilità immobiliare (i grattacieli della zona ex fiera stanno svuotando il centro, così come la Regione sta svuotando il Pirellone ecc.), per cui potrebbe facilmente accogliere tutti. Insomma condizioni ottimali, se non fosse che (almeno per ora) esita ad avanzare la sua candidatura: il comune, dopo la visita di Sala a Londra a giugno, non ha fatto alcun passo concreto preferendo dedicarsi al ben meno consistente pacchetto della Agenzia Europea del Farmaco (a proposito del quale sono incorso in un errore: 20.000 non sono i dipendenti che si trasferirebbero – non più di 300 – ma i rappresentanti delle varie imprese farmaceutiche, che ovviamente, fanno visite frequenti, ma non hanno motivo di trasferirsi). Anche il Corriere non si sta affatto spendendo sul tema che, anzi è apertamente snobbato.
Come mai tanta freddezza? Non so se Sala sia in grado di giocare una partita così complessa; di fatto, noto che, dopo la caduta di Renzi, Sala sembra essersi immerso sott’acqua. In effetti, una partita del genere avrebbe bisogno di un appoggio governativo, ma il governo Gentiloni quanto dura? Che rapporti ha Sala con l’attuale inquilino di Palazzo Chigi? Quanto è preso sul serio Gentiloni a livello internazionale? Tenete conto che il ministro degli Esteri è Alfano...
Peraltro, è plausibile che il governo (per di più presieduto da un romano) non veda di buon occhio un progetto come la City a Milano: fra la Capitale e la “Capitale Morale” c’è sempre stata rivalità, ma, nel complesso si sono sempre compensate (a Roma la Politica, a Milano gli affari). Ma adesso le cose si stanno sbilanciando troppo radicalmente fra una Milano che, pur non nel suo momento migliore, tende a riprendersi e salire ed una Roma che precipita sempre più. Mai c’è stato un dislivello così forte e crescente fra le due città. L’arrivo della City a Milano potrebbe essere il peso che fa pendere la bilancia verso il piatto lombardo.
Personalmente non sono un tifoso della City milanese, di cui temo i contraccolpi sociali, ma, al di là delle preferenze, c’è da capire cosa significa oggettivamente un avvenimento di questo peso e le sue conseguenze. La più evidente delle quali potrebbe essere il forte lancio del progetto “Milano città-Stato”. Esclusa la possibilità di trasferire la Capitale per ovvie ragioni storiche ed anche ambientali (in fondo a Roma resta pur sempre la Santa Sede) ed essendo poco probabile un progetto separatista del Nord, è difficile anche immaginare che Milano si adatti a restare nel suo ruolo cadetto e passare per Roma per i suoi contatti internazionali.
Milano rappresenta già da sempre il maggior polo finanziario del paese, è diventata anche la capitale della moda, la maggiore concentrazione editoriale e, per certi versi, culturale italiana, può giocare un ruolo importante per l’industria alimentare (che è una delle eccellenze del paese) e sta realizzando una buona concentrazione giornalistica e televisiva. Con l’arrivo della City si svilupperebbe un indotto di notevoli proporzioni. Tanto per fare un esempio, è realistico pensare che gli aeroporti milanesi, come scali internazionali crescerebbero di molto surclassando il nodo romano.
Ed allora, resterebbe ancora la seconda città italiana o sarebbe tentata di giocare un ruolo internazionale autonomo? Certo a differenza di altre città stato, come Hong Kong, Singapore o Amsterdam non ha un accesso al mare, ma può compensare con altro ed è sempre possibile lo sviluppo di un asse privilegiato con Genova che non è dalla parte del mondo e, in fondo, una città simile senza accesso diretto al mare c’è ed è Amburgo. Immaginiamo che tutto questo sia assai poco gradito agli ambienti romani a cominciare dall’alta diplomazia, dalla politica, dalla diplomazia e da comandi militari. In particolare la diplomazia avrebbe di che temere la concorrenza dell’iniziativa internazionale della città stato.
Insomma, è difficile dire cosa succederà, e magari non se ne farà nulla, ma è per lo meno strano che se ne parli così poco.
Fonte
08/02/2017
Parigi. Rivolta nella banlieue contro la brutalità della polizia
E' stata una notte di tregua a Aulnay-sous-Bois nella banlieue di Parigi dopo la rivolta scatenata dalle notizie delle brutalità poliziesche su un giovane di 22 anni, Théo, pestato e – secondo le accuse – sodomizzato con un manganello da un gruppo di poliziotti. Ieri il ragazzo, dal suo letto di ospedale, ha esortato i suoi amici del quartiere a "non fare la guerra".
Lunedì scorso, gli scontri sono iniziati intorno alle 22.00 nel quartiere di La Rose des Vents e sono continuati fino a tarda notte: sono stati incendiati bidoni della spazzatura e auto, sassi, bottiglie e in alcuni casi molotv sono stati lanciati contro la polizia ed i suoi veicoli. Dopo tre notti di scontri che hanno materializzato lo spettro di una nuova ondata di violenza sociale nelle periferie parigine. Ma, come avvenuto anche nel 2005 gli incidenti si sono estesi in altre banlieue. Nella municipalità di Seine-Saint-Denis ci sono stati 17 arresti, hanno riferito stamattina fonti della polizia. A Tremblay-en-France una decina di persone, compresi diversi bambini, risultano intossicati da monossido di carbonio sprigionato dal lancio di Molotov all'interno di un edificio: il quadro della vicenda non è chiaro, ma nessuno sarebbe in pericolo di vita. Nella stessa località ci sono stati attacchi ai danni del commissariato locale, mentre nei pressi di Clichy"(sous-Bois) il conducente di un autobus è stato leggermente ferito da "un oggetto incendiario".
Ad Aulnay-sous-Bois un drappello di poliziotti è rimasto circondato ed ha esploso alcuni colpi di armi da fuoco in aria. Diciassette giovani sono finiti questa mattina davanti al tribunale, tra cui undici minori, con l'accusa di "agguato"; "uso illegale di armi e violenza volontaria". Gli undici minori verranno processati dal giudice minorile per gli scontri.
Thèo, il ragazzo brutalizzato dai poliziotti ieri è stato visitato dal presidente francese Hollande. Nel 2005, quando le banlieue si incendiarono di rivolte, il tribunale di Rennes aveva assolto i due poliziotti, un uomo e una donna, accusati di "mancata assistenza a persona in pericolo" per la morte dei due adolescenti rimasti folgorati in una cabina di trasformazione elettrica mentre fuggivano dalla polizia a Clichy-sous-Bois. Nell'occasione l'allora presidente francese Sarkozy parlò dei banlieusard come di “canaglia” per la quale non valeva la pena spendere soldi pubblici per interventi e investimenti nelle periferie degradate.
Un ragionamento non molto dissimile da quanto predicato e praticato anche nel nostro paese. Il popolo delle periferie viene ritenuto “eccedente”, troppo a basso reddito per essere interessante, una rogna sociale al massimo da controllare, magari anche chiudendo un occhio sull'atteggiamento “pesante” con cui la polizia interviene contro i giovani dei quartieri (il caso Cucchi e molti altri sono lì a rammentarlo drammaticamente).
Fonte
Lunedì scorso, gli scontri sono iniziati intorno alle 22.00 nel quartiere di La Rose des Vents e sono continuati fino a tarda notte: sono stati incendiati bidoni della spazzatura e auto, sassi, bottiglie e in alcuni casi molotv sono stati lanciati contro la polizia ed i suoi veicoli. Dopo tre notti di scontri che hanno materializzato lo spettro di una nuova ondata di violenza sociale nelle periferie parigine. Ma, come avvenuto anche nel 2005 gli incidenti si sono estesi in altre banlieue. Nella municipalità di Seine-Saint-Denis ci sono stati 17 arresti, hanno riferito stamattina fonti della polizia. A Tremblay-en-France una decina di persone, compresi diversi bambini, risultano intossicati da monossido di carbonio sprigionato dal lancio di Molotov all'interno di un edificio: il quadro della vicenda non è chiaro, ma nessuno sarebbe in pericolo di vita. Nella stessa località ci sono stati attacchi ai danni del commissariato locale, mentre nei pressi di Clichy"(sous-Bois) il conducente di un autobus è stato leggermente ferito da "un oggetto incendiario".
Ad Aulnay-sous-Bois un drappello di poliziotti è rimasto circondato ed ha esploso alcuni colpi di armi da fuoco in aria. Diciassette giovani sono finiti questa mattina davanti al tribunale, tra cui undici minori, con l'accusa di "agguato"; "uso illegale di armi e violenza volontaria". Gli undici minori verranno processati dal giudice minorile per gli scontri.
Thèo, il ragazzo brutalizzato dai poliziotti ieri è stato visitato dal presidente francese Hollande. Nel 2005, quando le banlieue si incendiarono di rivolte, il tribunale di Rennes aveva assolto i due poliziotti, un uomo e una donna, accusati di "mancata assistenza a persona in pericolo" per la morte dei due adolescenti rimasti folgorati in una cabina di trasformazione elettrica mentre fuggivano dalla polizia a Clichy-sous-Bois. Nell'occasione l'allora presidente francese Sarkozy parlò dei banlieusard come di “canaglia” per la quale non valeva la pena spendere soldi pubblici per interventi e investimenti nelle periferie degradate.
Un ragionamento non molto dissimile da quanto predicato e praticato anche nel nostro paese. Il popolo delle periferie viene ritenuto “eccedente”, troppo a basso reddito per essere interessante, una rogna sociale al massimo da controllare, magari anche chiudendo un occhio sull'atteggiamento “pesante” con cui la polizia interviene contro i giovani dei quartieri (il caso Cucchi e molti altri sono lì a rammentarlo drammaticamente).
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18/03/2016
Arrestato Salah Abdeslam. Non si era mai mosso da Molenbeek
A Bruxelles si è conclusa la corsa di Salah Abdeslam, il ricercato numero uno per le stragi di Parigi. Non che avesse fatto molta strada, visto che era rimasto nella sua Molenbeek, il quartiere dove era nato e vissuto. Si conferma dunque che che la propaggine “occidentale” dell’Isis non ha grandissime capacità logistiche e operative (pur potendo naturalmente fare moltissimi danni), né una struttura organizzativa che vada al di là dei legami amicali di vecchia data.
Il tutto, va ricordato, nella capitale amministrativa dell’Unione Europea, dove oggi era in corso il vertice del Consiglio Europeo che doveva decidere il prezzo da pagare alla Turchia perché trattenga sul proprio territorio tutti i profughi in fuga dalla Siria.
Salah, unico sopravvissuto tra quanti avevano fatto strage al Bataclan, a Parigi, il 13 novembre, è stato ferito a una gamba. Con lui è stato arrestato anche il complice con cui si era asserragliato in un appartamento di Rue des Quatre vents, nel quartiere di Molenbeek. Nella casa ci sarebbe ancora una persona. Un’altra perquisizione è in corso in rue Delaunoy, la via adiacente a rue des Quatre-vents a Molenbeek dove è stato arrestato Salah Abdeslam. Sono state viste passare le forze speciali. Ci sarebbe forse una terza persona ricercata. Lo riferisce la tv Rtbf. Il sindaco di Molenbeek, Francoise Schepmans, ha detto di “non sapere quando le operazioni avranno termine”.
Theo Francken, il segretario di stato belga per l’asilo e le politiche migratorie, conferma l’arresto di Salah Abdeslam, sul suo account Twitter. “We hebben hem”, ‘lo abbiamo’, afferma. Secondo alcuni media sarebbe rimasto ferito anche un agente. La polizia belga ha effettuato oggi simultaneamente quattro perquisizioni nella capitale belga. Il quartiere di Molenbeek è stato chiuso per l’operazione di polizia anticipata da domani a oggi dopo la fuga di notizie sul ritrovamento delle impronte di Salah nell’appartamento di Forest.
L’algerino ucciso dalla polizia durante la sparatoria a Forest, Mohamed Belkaid, sarebbe invece uno dei falsi migranti che Salah Abdeslam andò a prendere in Ungheria e con cui venne controllato alla frontiera austriaca. L’uomo sarebbe uno dei ricercati per la logistica degli attentati di Parigi sotto la falsa identità di Samir Bouzid, che effettuò un versamento da Bruxelles alla cugina di Abdelhamid Abaaoud, Hasna Ait Boulahcen, rimasti uccisi entrambi nel raid a Saint-Denis. Lo riferisce la tv pubblica belga Rtbf.
Fonte
Parlano di sicurezza, delle necessità di avere strade e comunicazione sorvegliate come nemmeno ai tempi della cortina di ferro... e impiegano 4 mesi per trovare un tizio che si nascondeva nel quartiere in cui ha trascorso tutta la vita.
29/12/2015
Francia. Brutalità della polizia nelle banlieu. Ennesimo caso scuote il paese
Sta facendo discutere in Francia il video di un'incredibile aggressione poliziesca due giorni fa, a Pantin in Seine-Saint-Denis, nella periferia nord di Parigi. Alcuni poliziotti impegnati in un normale giro di controllo fermano due ragazzi di origine araba che stavano sotto casa e, poco convinti delle loro risposte, iniziano a pestarli.
La signora Kraiker Zahra, madre dei ragazzi vede la scena dalla finestra, scende e tenta di sottrarre i figli ai poliziotti. Ma riceve tante botte, che la portano all'ospedale con dieci giorni di prognosi, mentre i figli finiscono in "garde à vue", ovvero una notte dentro. Ma la donna e suo marito non demordono e decidono di denunciare la polizia. Fortunatamente qualcuno ha ripreso il pestaggio con il cellulare e il video è finito anche sulle televisioni francesi (vedi France TV). Il padre dei ragazzi, un biologo, parlando con la stampa ha commentato così: "ho cresciuto mio figlio nel rispetto delle leggi della Repubblica, dicendo che la Repubblica è lì per proteggerci, ma in effetti non è così".
Sono passati dieci anni dalla rivolta delle banlieues francesi (scaturita anche in quell'occasione da un caso di violenza poliziesca) e non sembra proprio che il clima sia cambiato in meglio, anzi, le nuove leggi sui controlli e l'odio anti-islamico non hanno fatto altro che peggiorare la situazione e la brutalità poliziesca!
Fonte
La signora Kraiker Zahra, madre dei ragazzi vede la scena dalla finestra, scende e tenta di sottrarre i figli ai poliziotti. Ma riceve tante botte, che la portano all'ospedale con dieci giorni di prognosi, mentre i figli finiscono in "garde à vue", ovvero una notte dentro. Ma la donna e suo marito non demordono e decidono di denunciare la polizia. Fortunatamente qualcuno ha ripreso il pestaggio con il cellulare e il video è finito anche sulle televisioni francesi (vedi France TV). Il padre dei ragazzi, un biologo, parlando con la stampa ha commentato così: "ho cresciuto mio figlio nel rispetto delle leggi della Repubblica, dicendo che la Repubblica è lì per proteggerci, ma in effetti non è così".
Sono passati dieci anni dalla rivolta delle banlieues francesi (scaturita anche in quell'occasione da un caso di violenza poliziesca) e non sembra proprio che il clima sia cambiato in meglio, anzi, le nuove leggi sui controlli e l'odio anti-islamico non hanno fatto altro che peggiorare la situazione e la brutalità poliziesca!
Fonte
13/12/2015
Cop 21 - Un vertice che condanna il pianeta al disastro
Quando tutti i criminali sono felici e d'accordo una sola cosa è chiara: hanno vinto un'altra battaglia. La conferenza mondiale sul clima, convocata a Parigi e chiusasi ieri sera, è stata il teatro di questa battaglia persa per fermare l'aumento delle temperature e quindi ridurre gli effetti catastrofici sul clima globale.
Il sorriso compiaciuto dei tanti capi di stato e di governo fa il paio con quello ultra felice delle grandi compagnie multinazionali, ovvero le prima responsabili dell'attuale situazione e della sua evoluzione negativa. Solo un certo numero di scienziati e attivisti scuote negativamente la testa indicando le voragini aperte in un accordo che non promette molto di più delle sole rassicurazioni verbali.
Facciamo un esempio semplice, prendendo per buone le formulazioni del testo faticosamente assemblato. All'art. 2 si dice con grande enfasi che tutti gli Stati devono attenersi alle indicazioni "compiendo gli sforzi possibili per raggiungere gli 1,5°C", ovvero meno del già utopistico 2% indicato alla vigilia del vertice. Sembra una prova certa della buona volontà di raggiungere risultati veri, tangibili, radicali.
Ma tutto crolla davanti alla semplice domanda: quali sistemi di controllo e di sanzione sono previsti? E su quali tempi?
Di sanzioni per chi sfora gli obiettivi di riduzione non se ne parla affatto. Quindi nessuno corre rischi se non applica i protocolli, quindi ognuno continuerà a fare come meglio crede, secondo convenienza economica. Le prime “verifiche” sono oltretutto rinviate al 2023, e successivamente a quella data ogni 5 anni, il che lascia quasi un decennio di mano libera, che verrà certamente utilizzato nel migliore dei modi dai grandi inquinatori. Senza peraltro prevedere, ripetiamo, alcuna sanzione per i fuori regola. Persino il prezzo da pagare per le emissioni nocive – secondo il pessimo ed inefficace principio della “monetizzazione” dell'inquinamento – verrà fissato in altra data, senza fretta.
Si parla di ridurre di almeno il 70% le emissioni entro la metà del secolo, ma non esiste una tempistica chiara che definisca il percorso. Per dirne una sola: non è indicata una data qualsiasi che faccia da spartiacque, che rappresenti insomma “il picco” oltre il quale si deve cominciare a scendere.
Non che si potessero nutrire soverchie illusioni su questo pomposo vertice di criminali che recitano una parte in commedia. Ridurre le emissioni in misura tale da frenare l'aumento delle temperature medie del pianeta significherebbe metter mano immediatamente al modo di produzione imperante, sostituendo al motore del profitto individuale di impresa (assolutamente incontrollabile e “anarchico”) una regolazione globale della produzione e della distribuzione della ricchezza, concentrando inizialmente tutti gli sforzi nella sostituzione degli idrocarburi come fonte principale di energia. Un'utopia letale per il capitalismo attuale, che ha dismesso anche le apparenze di “responsabilità sociale” per assumere come principio fondamentale l'aumento illimitato e illimitabile della “competitività”. La via della deregulation assoluta, insomma, di fronte a un problema globale che richiede – come minimo – regole e sanzioni rigidissime.
Ma non si può mettere in discussione il modo di produrre e distribuire la ricchezza, dunque qualsiasi accordo è fatto di dettagli insignificanti, di obiettivi per cui manca qualsiasi percorso di avvicinamento, di impegni facilmente dimenticabili. Non deve essere avvenuto per caso che le parole “petrolio” e “combustibili fossili” non siano neppure nominate nelle 31 pagine del testo finale. È come dire che si vuole curare un malato senza voler sapere quali siano le cause principali della malattia; quindi senza rimuoverle.
E di malattie se ne prevedono davvero tante, alcune di dimensioni catastrofiche (a seconda dell'aumento effettivo della temperatura). Alcuni paesi insulari del Pacifico rischiano la scomparsa, un'infinità di altri – collocati a cavalo dell'equatore – stanno galoppando verso la desertificazione irreversibile. Il meccanismo Loss&Damage sembra riconoscere un collegamento diretto tra emissioni prodotte dai paesi più industrializzati e danni subiti dai paesi più a rischio; ma definisce un piano di “rimborsi” assolutamente ridicolo rispetto alle esigenze. 100 miliardi da qui al 2020, ma attraverso “contribuzioni su base volontaria”, nonostante negli ultimi anni questo sistema abbia prodotto risultati pari ad appena il 10% degli obiettivi fissati. In pratica, le grandi multinazionali non sono vincolate in nessun modo a rifondere i danni da loro provocati. Nessun “grande leader mondiale” ha voluto correre il rischio di inimicarsele; il che mette una lapide definitiva sulle possibilità di azione della “politica” e della “diplomazia”.
Soprattutto, non si prevede alcuna corresponsabilizzazione dei paesi più sviluppati per l'inevitabile aumento delle migrazioni dalle aree che diventeranno presto inabitabili verso quelle più al riparo dai disastri. È come se si dicesse a questa parte di umanità – calcolata in 4,5 miliardi, quasi i due terzi del totale – “per voi non c'è futuro e a noi non ce ne frega niente”. Secondo i calcoli più prudenti, i “profughi ambientali” saranno almeno 250 milioni, nel corso dei prossimi 30 anni. Poi ci sono quelli che fuggono dalle guerre...
Cop21, insomma, seppellisce tranquillamente ogni possibilità di frenare la corsa del pianeta verso il baratro.
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Il sorriso compiaciuto dei tanti capi di stato e di governo fa il paio con quello ultra felice delle grandi compagnie multinazionali, ovvero le prima responsabili dell'attuale situazione e della sua evoluzione negativa. Solo un certo numero di scienziati e attivisti scuote negativamente la testa indicando le voragini aperte in un accordo che non promette molto di più delle sole rassicurazioni verbali.
Facciamo un esempio semplice, prendendo per buone le formulazioni del testo faticosamente assemblato. All'art. 2 si dice con grande enfasi che tutti gli Stati devono attenersi alle indicazioni "compiendo gli sforzi possibili per raggiungere gli 1,5°C", ovvero meno del già utopistico 2% indicato alla vigilia del vertice. Sembra una prova certa della buona volontà di raggiungere risultati veri, tangibili, radicali.
Ma tutto crolla davanti alla semplice domanda: quali sistemi di controllo e di sanzione sono previsti? E su quali tempi?
Di sanzioni per chi sfora gli obiettivi di riduzione non se ne parla affatto. Quindi nessuno corre rischi se non applica i protocolli, quindi ognuno continuerà a fare come meglio crede, secondo convenienza economica. Le prime “verifiche” sono oltretutto rinviate al 2023, e successivamente a quella data ogni 5 anni, il che lascia quasi un decennio di mano libera, che verrà certamente utilizzato nel migliore dei modi dai grandi inquinatori. Senza peraltro prevedere, ripetiamo, alcuna sanzione per i fuori regola. Persino il prezzo da pagare per le emissioni nocive – secondo il pessimo ed inefficace principio della “monetizzazione” dell'inquinamento – verrà fissato in altra data, senza fretta.
Si parla di ridurre di almeno il 70% le emissioni entro la metà del secolo, ma non esiste una tempistica chiara che definisca il percorso. Per dirne una sola: non è indicata una data qualsiasi che faccia da spartiacque, che rappresenti insomma “il picco” oltre il quale si deve cominciare a scendere.
Non che si potessero nutrire soverchie illusioni su questo pomposo vertice di criminali che recitano una parte in commedia. Ridurre le emissioni in misura tale da frenare l'aumento delle temperature medie del pianeta significherebbe metter mano immediatamente al modo di produzione imperante, sostituendo al motore del profitto individuale di impresa (assolutamente incontrollabile e “anarchico”) una regolazione globale della produzione e della distribuzione della ricchezza, concentrando inizialmente tutti gli sforzi nella sostituzione degli idrocarburi come fonte principale di energia. Un'utopia letale per il capitalismo attuale, che ha dismesso anche le apparenze di “responsabilità sociale” per assumere come principio fondamentale l'aumento illimitato e illimitabile della “competitività”. La via della deregulation assoluta, insomma, di fronte a un problema globale che richiede – come minimo – regole e sanzioni rigidissime.
Ma non si può mettere in discussione il modo di produrre e distribuire la ricchezza, dunque qualsiasi accordo è fatto di dettagli insignificanti, di obiettivi per cui manca qualsiasi percorso di avvicinamento, di impegni facilmente dimenticabili. Non deve essere avvenuto per caso che le parole “petrolio” e “combustibili fossili” non siano neppure nominate nelle 31 pagine del testo finale. È come dire che si vuole curare un malato senza voler sapere quali siano le cause principali della malattia; quindi senza rimuoverle.
E di malattie se ne prevedono davvero tante, alcune di dimensioni catastrofiche (a seconda dell'aumento effettivo della temperatura). Alcuni paesi insulari del Pacifico rischiano la scomparsa, un'infinità di altri – collocati a cavalo dell'equatore – stanno galoppando verso la desertificazione irreversibile. Il meccanismo Loss&Damage sembra riconoscere un collegamento diretto tra emissioni prodotte dai paesi più industrializzati e danni subiti dai paesi più a rischio; ma definisce un piano di “rimborsi” assolutamente ridicolo rispetto alle esigenze. 100 miliardi da qui al 2020, ma attraverso “contribuzioni su base volontaria”, nonostante negli ultimi anni questo sistema abbia prodotto risultati pari ad appena il 10% degli obiettivi fissati. In pratica, le grandi multinazionali non sono vincolate in nessun modo a rifondere i danni da loro provocati. Nessun “grande leader mondiale” ha voluto correre il rischio di inimicarsele; il che mette una lapide definitiva sulle possibilità di azione della “politica” e della “diplomazia”.
Soprattutto, non si prevede alcuna corresponsabilizzazione dei paesi più sviluppati per l'inevitabile aumento delle migrazioni dalle aree che diventeranno presto inabitabili verso quelle più al riparo dai disastri. È come se si dicesse a questa parte di umanità – calcolata in 4,5 miliardi, quasi i due terzi del totale – “per voi non c'è futuro e a noi non ce ne frega niente”. Secondo i calcoli più prudenti, i “profughi ambientali” saranno almeno 250 milioni, nel corso dei prossimi 30 anni. Poi ci sono quelli che fuggono dalle guerre...
Cop21, insomma, seppellisce tranquillamente ogni possibilità di frenare la corsa del pianeta verso il baratro.
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