Per la Linke, una domanda sembra sorgere dopo la vittoria elettorale a Berlino: andare avanti a testa alta o cedere alle sciocchezze degli avversari politici? Secondo tutte le indicazioni, la decisione è stata presa a favore di quest’ultima e anche prima del giorno delle elezioni.
Da sabato, la Commissione Arbitrale della Link di Berlino ha presentato una mozione di esclusione contro la militante del partito Hannah Bruns, che è solidale con la Palestina. Secondo un rapporto di martedì, il Tagenspiegel ne ha appreso la vicenda dagli ambienti del partito, anche se la stessa Bruns non è ancora stata informata del processo, ha detto a Junge Welt. La Commissione Arbitrale, su richiesta, ha confermato la ricezione della domanda.
Bruns è portavoce del Gruppo di Lavoro Statale sulla Solidarietà con la Palestina nel Partito della Sinistra di Berlino. Non sa esattamente chi abbia iniziato il processo di espulsione. Il Tagesspiegel inoltre non ha fornito alcuna informazione pubblica a riguardo. Tuttavia, il giornale è riuscito a citare alcune dichiarazioni dell’attivista. Durante una manifestazione, ad esempio, ha detto che la liberazione della Palestina sarebbe stata completa solo “quando Tel Aviv sarà tornata nelle mani della Palestina”, e si è anche rifiutata di rispondere al distanziamento da Hamas richiesto dagli agitatori filo-Israele.
Non è “un caso che la mozione per l’esclusione sia già stata presentata”, ha sottolineato Bruns in un’intervista sia a Junge Welt che a Springer’s ai quali aveva già riferito la preparazione della domanda all’inizio del mese.
I responsabili avevano affidato il processo al partito dei media ostili, ha ipotizzato Bruns. Il membro della Linke ha inserito il tentativo di espulsione – ora pubblico – nel contesto delle recenti richieste dei possibili partner di coalizione affinché il Partito della Sinistra agisca contro il presunto antisemitismo all’interno delle proprie fila.
La campagna diffamatoria contro il Partito della Sinistra – “fantasie di espropriazione” e “odio verso gli ebrei” – aveva ricevuto l’aggiunta dell’accusa di “legami con la criminalità dei clan” la stessa notte delle elezioni. Con diligenza, tutti parlano di una miscela selvaggia.
La leadership dell’SPD ha annunciato martedì attraverso Lars Klingbeil, Bärbel Bas e Tim Klüssendorf che: “La Linke non deve lasciare nemmeno un millimetro di spazio all’antisemitismo e ai criminali dei clan tra le sue fila”. Secondo Bild, il cancelliere Friedrich Merz (CDU) aveva avvertito l’SPD dell'“inferno” e aveva chiesto ai socialdemocratici “di rendere chiaro in modo inequivocabile che non formeranno una coalizione con questo Partito di Sinistra a Berlino”.
Il giorno prima, secondo il Berliner Morgenpost, ex funzionari dello SPD di Berlino hanno contribuito al dibattito con una “risoluzione” contro i colloqui esplorativi con la Linke, incluso l’ex sindaco di governo Michael Müller. Anche l’ex leader SPD Sigmar Gabriel ha espresso la sua opinione sulla ZDF: “Non formerei mai una coalizione con nessun partito antisemita”. Non era certo una coincidenza “che il capo del clan Remmo passasse alla festa elettorale”, lo sapeva.
Si era saputo che il deputato del Partito di Sinistra di Neukölln, Ferat Koçak, aveva comunicato con un figlio di Remmo tramite Instagram. Di conseguenza, vuole sospendere temporaneamente le sue funzioni parlamentari.
Questo non basta per i Verdi. La segretaria parlamentare Irene Mihalic ha chiesto l’espulsione di Koçak dal gruppo parlamentare e anche la “chiarezza che stiamo fermamente dalla parte di Israele”. Questo significa anche, se necessario, che devono cacciare le persone, ha annunciato martedì il primo ministro del Baden-Württemberg, Cem Özdemir.
Il desiderio è apparentemente un ordine per alcuni. La mozione contro la Bruns riguarda “la disciplina e la diffamazione delle forze solidali con la Palestina all’interno del partito”, ha sottolineato la stessa Bruns, che ha anche espresso solidarietà con Koçak. “Un partito che ha ottenuto una vittoria elettorale storica non deve camminare curvo”, ha detto. Mercoledì, la presidente della Fondazione Rosa Luxemburg almeno è uscita dalla difensiva ed ha definito la dichiarazione della leadership dell’SPD un'“impertinenza”: “La Linke non è un partito antisemita e lo sa”.
Ramsis Kilani, cacciato dalla Linke a causa delle sue dichiarazioni sul genocidio a Gaza ha detto a Junge Welt che “Era solo questione di tempo prima che la mia espulsione fosse seguita da altre”.
Il motivo è che “La destra del partito vuole rimuovere la solidarietà con la Palestina come ostacolo alla partecipazione del governo a Berlino e a livello federale”. La sinistra del partito deve subito intraprendere pubblicamente la lotta contro l’esclusione di Bruns, ha detto Kilani.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/09/2026
Germania - La Linke cade nella trappola dell’antisemitismo e china la testa
23/09/2026
La reazione alla censura sionista su Macklemore
Quando il rapper Macklemore ha deciso di sfruttare la sua notorietà aprendo il concerto di Ed Sheeran durante il Loop Tour, il suo discorso a favore della “Liberazione Palestinese” ha raggiunto migliaia di persone. Quelle dichiarazioni sul palco sono ora una delle notizie più importanti al mondo, permettendo alle sue parole di raggiungere milioni di persone in tutto il mondo.
Da anni Macklemore è una delle voci più autorevoli tra le celebrità che si oppongono al Genocidio di Gaza, avendo registrato tre canzoni sull’argomento. Queste canzoni hanno attirato milioni di ascoltatori in Rete e il suo messaggio ha raggiunto un vasto pubblico. Dopo essere stato invitato a fare da spalla a Ed Sheeran in un tour negli Stati Uniti, ha scelto di continuare a diffondere il suo messaggio, consapevole dell’importanza simbolica di farlo mentre supportava uno dei musicisti più famosi al mondo.
Per la Lobby israeliana, questo è stato immediatamente considerato inaccettabile. Non solo perché un artista come lui era in grado di usare una piattaforma così importante per esprimere il suo sostegno alla Liberazione Palestinese, ma anche per il precedente che si sarebbe creato se questo fosse stato tollerato. Se Macklemore poteva esprimere le sue opinioni in questo modo, chi sarebbe stato il prossimo? E sarebbe stato qualcuno con una piattaforma ancora più ampia della sua?
Da questa prospettiva, la potente rete Sionista negli Stati Uniti è passata all’offensiva. Tutti i soliti fautori del filo-israeliano si sono immediatamente attivati per cercare di censurare Macklemore attraverso una campagna coordinata. Gruppi ultra-Sionisti come la Lega Anti-Diffamazione e Stop Antisemitismo si sono affrettati a screditare la dichiarazione di Macklemore, presentandola come un attacco a tutti gli ebrei, una tattica comune usata per confondere gli ebrei con Israele al fine di mettere a tacere i critici del Regime israeliano.
Tuttavia, la Lobby israeliana e i suoi fanatici alleati Sionisti negli Stati Uniti hanno completamente frainteso la situazione. Hanno reagito emotivamente e hanno sfruttato il loro potere, credendo di vivere ancora in un mondo in cui l’opinione pubblica non ha visto Israele bombardare otto Paesi diversi, trascinare gli Stati Uniti in una guerra illegale contro l’Iran e commettere un Genocidio in 4K per quasi tre anni.
Sebbene individui come Robert Kraft possano possedere stadi ed essere in grado di usare i loro miliardi per ottenere i risultati desiderati, il popolo non accetterà più questo tipo di prepotenza e censura.
Quando la cantante Pink ha deciso di intervenire sulla questione condividendo un post contro l’antisemitismo che includeva una palese negazione del Genocidio, al fine di condannare Macklemore e chiedere che ne subisse le conseguenze, la sua azione non ha contribuito ad aumentare la pressione.
Anzi, ha scatenato la reazione opposta: è partita una campagna di boicottaggio popolare contro Pink e un’ondata di perdita di utenti sui suoi profili social. Invece di subire un danno, il contributo di Macklemore si è ritorto contro di lei. È stata quindi costretta a rilasciare una dichiarazione completa in cui affermava di non voler essere censurata e di non voler fare la vittima.
Quando la Lega Anti-Diffamazione o qualsiasi altro gruppo fanaticamente filo-israeliano rilascia dichiarazioni che tentano di dipingere le persone come antisemite per il semplice fatto di sostenere i palestinesi e criticare Israele, l’effetto finale è esattamente l’opposto di quello di “cancellare” la persona in questione. In questo caso, ha solo indirizzato più persone verso il video della dichiarazione di Macklemore, in cui chiariva in modo inequivocabile che le sue parole non erano rivolte agli ebrei, bensì al governo israeliano.
Come se la reazione negativa del pubblico contro Pink non fosse stata sufficiente ad avvertire i Sionisti che i loro sforzi stavano producendo l’effetto esattamente opposto a quello desiderato, continuarono a insistere. Dovevano vincere; dovevano punire Macklemore.
Poi arrivò l’annuncio che Ed Sheeran era stato costretto a rinunciare al suo sostegno, a causa delle pressioni di Robert Kraft. Macklemore rilasciò una dichiarazione pubblica, esortando le persone a non concentrarsi su di sé ma sul popolo palestinese, e di conseguenza la questione divenne una delle principali notizie del mondo.
L’opinione pubblica aveva appena assistito a un’enorme campagna di pressione, seguita dal silenzio imposto a un artista di successo per aver semplicemente pronunciato la parola “Palestina libera”. Ed Sheeran è stato poi costretto a rompere il silenzio, rilasciando una dichiarazione piena di scuse e cercando di schierarsi da entrambe le parti in un Genocidio. “Non sono complice”, ha affermato il cantante di fama mondiale, artista principale del tour, che avrebbe potuto benissimo schierarsi dalla parte di Macklemore.
Sheeran ha persino cercato di affermare di non occuparsi di politica e ha insistito sulla sua neutralità, pur condannando entrambe le parti. Immediatamente, gli utenti dei social media hanno fatto notare che stava mentendo e che aveva raccolto fondi, rilasciato dichiarazioni a sostegno e persino girato un video musicale in Ucraina. A ciò si sono aggiunte le accuse di doppi standard razzisti, poiché il cantante aveva preso una posizione pubblica e sentita su una guerra che coinvolgeva europei bianchi, ma aveva deciso di dichiararsi neutrale di fronte a un Genocidio che coinvolgeva persone di colore.
Ciò che i fanatici Sionisti hanno fatto è stato prendere il discorso di Macklemore, che avrebbe potuto semplicemente raggiungere migliaia di persone negli stadi ed essere condiviso sui social media, principalmente tra i sostenitori della Causa Palestinese, e trasformarlo in un incidente internazionale. Invece di mettere a tacere il suo messaggio, gli hanno consentito di raggiungere un pubblico che non avrebbe mai pensato di prestare attenzione a ciò che diceva.
Il Genocidio israeliano a Gaza ha cambiato il mondo in cui viviamo oggi. Negli Stati Uniti, la stragrande maggioranza delle persone di età pari o inferiore a 35 anni è contraria a Israele. Nessuno prende sul serio le accuse infondate di antisemitismo contro chi critica Israele; anzi, ormai è diventato un motivo di vanto. L’opinione pubblica non accetta l’argomentazione che accomuna tutti gli ebrei al Regime di Apartheid israeliano.
Anzi, il tentativo Sionista di atteggiarsi a vittima ha solo rivelato il contrario. Sono potenti miliardari e centinaia di milionari a perseguitare chiunque osi criticare il Regime Genocida che sostengono e a cui sono fedeli.
Ciò che non riescono ad accettare è che il mondo intero vede Israele allo stesso modo in cui vedeva il Sudafrica dell’Apartheid; provano lo stesso disgusto per i Sionisti che provano quando guardano indietro a coloro che hanno partecipato alla Schiavitù e al Colonialismo. Il mondo sa; hanno visto decine di migliaia di bambini massacrati giorno dopo giorno sui loro cicli di notizie nei social media.
Quando Sionisti come Robert Kraft gridano all’antisemitismo dalle loro lussuose dimore, fingendosi vittime e usando il loro potere per mettere a tacere le voci che non gradiscono, come se fossero dei signori, non fanno altro che smascherarsi. Nessuno se ne sta lì a guardare e pensa che i Sionisti siano vittime; al contrario, questo non fa che accrescere la curiosità delle persone su come si sia verificata questa ingiustizia e su cosa abbia detto Macklemore.
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17/09/2026
Spegniamo subito il rogo sionista dei libri!
Come scrittori, ricercatori storici, poeti, editori, lavoratori dell’editoria, docenti, lettori esprimiamo il nostro più acceso dissenso e la più forte opposizione possibile al Disegno di legge S. 1004, noto come DDL Romeo.
Questo editto repressivo non è volto soltanto a tacitare ogni critica e mobilitazione dei movimenti sociali e politici nei confronti del colonialismo genocidario israeliano, ma a criminalizzare, rimuovere, cancellare ogni opera d’indagine storica, filosofica, antropologica, letteraria, lirica che avversi l’ideologia sionista fondata su razzismo, apartheid, e scientifico sterminio dei palestinesi e degli arabi che non accettano l’occupazione e l’esproprio della propria terra e delle proprie vite.
Esprimiamo vicinanza e solidarietà all’autore Francesco Lazzeri e a Sensibili alle foglie editore per la comunicazione minatoria di messa all’indice del libro “Sionismo e Nazismo facce della stessa medaglia – Un connubio storico pericoloso dalle nefaste e attuali conseguenze” da parte dell’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei.
Ci è ben chiaro che questa vicenda rappresenta un primo passo da parte dei poteri sionisti italiani dominanti di estrema destra (area di governo) e di centro (Partito Democratico) per strappare ai lettori e bruciare tutti i libri pubblicati e in pubblicazione che descrivano e raccontino la verità sull’occupazione e il genocidio, dapprima strisciante e da tre anni conclamato e rivendicato, subiti da quasi un secolo dal popolo palestinese da parte dei coloni israeliani.
Sappiamo molto bene che associazioni come quella che ha inviato la missiva intimidatoria a Sensibili alle Foglie dovrebbero definirsi “sioniste” o “amiche d’Israele”.
Senza scomodare l’ebraismo che viene utilizzato strumentalmente come scudo per giustificare la risibile accusa di razzismo nei confronti di autori ed editori da sempre impegnati fino all’ultima stilla d’energia contro tutte le discriminazioni etniche, razziali e religiose.
Siamo perfettamente a conoscenza che esistono sulle scrivanie di simili realtà liberticide liste di scrittori, case editrici da denunciare e processare, e soprattutto di libri da mettere al macero per cancellare la memoria storica dei crimini israeliani contro l’umanità in ogni angolo del Vicino Oriente, la memoria storica del popolo palestinese, e di chi sostiene incrollabilmente alle nostre latitudini la sua Causa e la sua liberazione.
Non abbiamo dubbi che questo attacco a Lazzeri e Sensibili alle Foglie rappresenti un’apertura del fuoco ad alzo zero contro la cultura della verità, del dissenso, della resistenza a sostegno degli oppressi e degli ultimi. In modo da annientarla per sempre.
Questo appello per spegnere prontamente il rogo sionista dei libri vuole essere soltanto la prima azione per difendere senza tregua il diritto alla libertà di espressione e di creazione e il diritto di leggere, scrivere, pubblicare parole divergenti e di scontro contro il colonialismo genocidario israeliano e il totalitarismo che intende apertamente instaurare in Italia attraverso le sue dirette diramazioni, con la compartecipazione del governo Meloni e del Partito Democratico.
Prima che sia troppo tardi, invitiamo dunque a sottoscrivere immediatamente l’appello mandando una mail all’account controassedio@gmail.com
Fonte e firmatari dell'appello
14/07/2026
Francia - Rinviato a ottobre il processo contro l’europarlamentare Rima Hassan
È stato rinviato al 19 e 20 ottobre il processo contro la europarlamentare di France Insoumise Rima Hassan accusata di apologia di terrorismo.
Rima Hassan è stata fermata il 2 aprile 2026 e tenuta in custodia per alcune ore, con l’accusa di “apologia di terrorismo” per aver citato in suo post su X una frase del militante dell’Armata Rossa giapponese Kozo Okamoto, che fu fra gli autori dell’attentato all’aeroporto di Tel Aviv del 30 maggio 1972. L’accusa nasceva dalla denuncia esposto di un deputato della destra lepenista Matthias Renault.
La prima udienza del processo era stata fissata per martedì 7 luglio ma il tribunale ha accolto la richiesta di rinvio degli avvocati della difesa, motivata dalla tardiva comunicazione di numerose carte d’accusa portate dalle numerosissime associazioni filo sioniste e filo israeliane che si sono costituite parte civile, tanto da condurre alla costituzione di uno staff dell'accusa composto da ben 12 avvocati.
In occasione della prima udienza quasi 300 persone solidali con Rima Hassan si sono radunate davanti al tribunale di Parigi per sostenere la rappresentante di La France Insoumise. Sul palco allestito per l’evento spiccava uno striscione con scritto: “Difendere la Palestina non è un reato”.
In aula e davanti al tribunale erano presenti molti militanti solidali, fra cui il leader di LFI Jean-Luc Mélenchon.
Le parti civili, rappresentanti dei gruppi sionisti e filo-sionisti, hanno contestato il rinvio del processo in cui viene messa sotto accusa qualsiasi forma di contestazione e denuncia dei crimini di Israele.
Questo processo avrebbe dovuto essere il primo a coinvolgere una figura politica accusata di apologia del terrorismo. L’udienza è stata infine rinviata al 19 e 20 ottobre per “garantire che il procedimento potesse svolgersi in un clima sereno”, secondo quanto dichiarato dal giudice presidente del Tribunale penale di Parigi.
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09/07/2026
Killer israeliani “in vacanza” vandalizzano Cagliari
Nei giorni scorsi, al Parco di Monte Claro, è stata gravemente danneggiata la targa che ricorda le vittime dell’eccidio di Sabra e Shatila: più di 3000 palestinesi, in gran parte donne, anziani e bambini, martirizzate a Beirut nel settembre 1982 dall’esercito israeliano e dai falangisti collaborazionisti cristiano-maroniti. Con colpi d’arma da fuoco, coltelli e asce. Eccidio rivendicato orgogliosamente dagli stessi occupanti israeliani, assassini di massa.
Il danneggiamento è stato denunciato alle autorità.
Negli stessi giorni, in Piazza del Carmine, una coppia con una bandiera palestinese è stata minacciata da due persone che si sono dichiarate israeliane. Hanno intimato loro di ritirare la bandiera gridando “terroristi di Hamas andatevene a casa”.
Questi episodi caratterizzano le vacanze dei riservisti dell'Idf in Italia. Ospitati spesso in resort (come in Sardegna), sotto scorta, a spese dei cittadini di questo disgraziato Paese, delle forze dell’ordine.
Le autorità italiane non paiono interessate a compiere ciò che è previsto dal diritto internazionale, dalla Corte Penale Internazionale, oltre che dal buon senso e dalla costituzione italiana: ossia verificare se, tra chi entra in Italia da “Israele”, siano presenti assassini di massa raggiunti da mandati di arresto o con accertate responsabilità per crimini di guerra o contro l’umanità.
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29/06/2026
Gli squali che fingono di rappresentare il Libano
Non c’è nessun governo libanese ad aver firmato un “accordo quadro” con Israele, e di conseguenza non esiste nessun accordo, perché gli accordi si fanno almeno in due, trovando un compromesso tra posizioni conflittuali.
Le persone che hanno firmato questa richiesta di sottomissione non hanno alcun conflitto con Israele, e sono di fatto figure nominate dagli americani, che sempre dagli americani – i “finanziatori” quasi esclusivi delle Forze Armate Libanesi – prendono ordini. Ordini, non suggerimenti. Questa è ahimè la verità.
Nawaf Salam e Joseph Aoun, con i loro difetti e anche con i loro pregi (essenzialmente legati alla carriera che hanno fatto, soprattutto Salam come giudice), non rappresentano davvero nessuno in Libano, ed anche in questo fatto risiedono i rischi connessi alla strada che hanno imboccato. Quando dico nessuno dico che hanno meno rappresentanza del più piccolo partito cristiano. Cioè, voglio dire, un Frangieh avrebbe più consensi di Aoun.
I “negoziati” con Israele a Washington sono portati avanti dalla ambasciatrice Nada Hamadeh Mouawad – priva di qualsiasi agency e credibilità quando si tratta di rappresentare un paese multi confessionale e organizzato secondo il power sharing settario – ma nella sostanza di questo giochino volto a portare il Libano davvero sull’orlo della guerra civile e legittimare l’occupazione israeliana si occupano altre figure, oltre al governo americano e quello israeliano.
Una di queste è probabilmente Anton Sehnaoui, famoso banchiere e miliardario libanese, chairman del board del gruppo SGBL, nonché partner di Morgan Ortagus, la signora che per qualche mese è stata vice inviata speciale degli USA per il medioriente, e che proprio in quei mesi si fece fotografare mentre a Beirut stringeva la mano al presidente libanese Joseph Aoun, indossando una vistosa collana con la stella di David (regalo di Sehnaoui?).
Sehnaoui nel 2022 è stato accusato di riciclaggio di denaro, e soprattutto è abbastanza il segreto di pulcinella che – oltre ad essere un finanziatore del piccolo gruppo cristiano fondamentalista “Jnoud Al Rabb” (soldati di Dio), protagonista di varie azioni omofobe a Beirut – negli anni si sia enormemente arricchito grazie alle operazioni di ingegneria finanziaria dell’ex famigerato governatore della Banca centrale, Riad Salameh, uno dei principali o forse il principale obiettivo delle proteste antigovernative di qualche anno fa (accusato di corruzione e sotto sanzioni in Canada, Uk e Usa).
Sehnaoui è insomma uno di quei soggetti che si sono arricchiti letteralmente sulle spalle di una classe media che è scomparsa in pochissimi anni, e di una popolazione che è scivolata nella povertà mese dopo mese.
Non è però tutto: come partner e in compagnia di Morgan Ortagus, Sehnaoui lo scorso 14 aprile – a genocidio ormai ufficiale – ha partecipato a una cerimonia al Memoriale dell’Olocausto di Washington.
Non è dato sapere se volesse mantenere un profilo basso o meno ma la sua compagna, una volta preso il microfono, lo ha ringraziato per il suo “supporto al sionismo nonostante i rischi personali”, ricordando poi come Sehnaoui sia stato cresciuto dai suoi genitori secondo i “valori sionisti”. Non “ebraici” come Starmer, eh (che già li, se non sei ebreo, non si capisce bene): proprio sionisti.
E ci si sorprende dello storico atteggiamento paranoico di Hezbollah? Mi pare ci siano delle solide basi.
Sehnaoui d’altronde non ha mai fatto segreti di sostenere progetti Israelo-statunitensi, indossa la spilletta gialla degli ostaggi e ha varie volte dichiarato di essere appunto un “fiero sionista”. Anche quando il suo paese veniva bombardato da Tel Aviv – pure non lontano da dove è cresciuto da piccolo, cioè Baabda.
Questo “accordo quadro”, nella sostanza, introdurrebbe un “Gruppo trilaterale di coordinamento militare”, un teorico e parzialissimo ritiro israeliano (che non avverrà per nemmeno cento metri, a meno che la resistenza armata non aumenti) in cambio di un dispiegamento delle LAF (da decenni volutamente non equipaggiate per fare la guerra a nessuno) nelle zone dove opera Hezbollah, di cui l’Idf lamenta le azioni di resistenza armata sul proprio territorio, con Beirut che sembra correrle solertemente in aiuto.
Da un punto di vista diplomatico e anche degli sviluppi militari sul campo (che vedono le perdite israeliane in costante aumento, una leva che qualunque delegazione negoziale dovrebbe utilizzare) questa intesa sembra uno scherzo: il governo libanese non solo sembra ignorare cosa accade sul campo di battaglia tra invasori e resistenti, ma sembra preferire una lineare ed esplicita sottomissione al paese che gli sta radendo al suolo decine di villaggi, a una inclusione del Libano nei cessate il fuoco come conseguenza delle pressioni iraniane su Washington.
Follia. Patologia istituzionale.
Il punto è che da un punto di vista pratico con questo semi accordo non cambierebbe granché: nessuno nell’esercito vuole davvero scontrarsi con Hezbollah, imporgli questo o quest’altro. A partire dai soldati stessi, che per almeno un quarto sono sciiti, e magari hanno un cugino al fronte che attacca i carri armati israeliani.
Questo può valere finché Rudolph Haykal – al momento quasi la salvezza del Libano, nella sua capacità e volontà di mantenere un certo equilibrio e l’indisponibilità ad attaccare Hezbollah – rimane a capo delle Forze armate. Se, come si vocifera da mesi, lo indurranno a farsi da parte o lo solleveranno dal suo incarico, lo scenario che si aprirà sarà davvero ignoto. O meglio, rischia di essere un po’ familiare.
Ps – Personalmente attribuisco la scelta di firmare questo scempio epocale nel giorno dell’Ashura a una questione di pura sciatteria, più che alla volontà di fomentare ulteriormente divisioni.
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10/06/2026
Attenti a Modena...
Che sta succedendo nella placida città di pianura, dove si producono meccanica di precisione e tortellini?
Viene da chiederselo, leggendo notizie e veleni ormai quotidiani che arrivano da Modena. Non che la città fosse un luogo bucolico ed estraneo alle tensioni sociali: il tribunale è intasato da centinaia di cause contro lavoratori della logistica e dell’agroalimentare che negli ultimi 10 anni hanno scioperato e manifestato per contrastare la piaga degli appalti interni e delle cooperative spurie.
L’immagine della “piccola città” laboriosa e pacifica è da tempo segnata da conflitti e lacerazioni profonde che parlano di una comunità in cui la mobilità sociale e i processi di inclusione sono sempre meno efficaci.
Però è con la mobilitazione per la Palestina – che prosegue ininterrotta dal novembre 2023, sotto la Ghirlandina – che le tensioni sembrano essere entrate in una dimensione più profonda e pericolosa.
La causa palestinese ha segnato profondamente l’opinione pubblica del territorio: centinaia le iniziative, culminate nel corteo del 3 ottobre 2025 – ventimila persone che hanno paralizzato la città nella più massiccia manifestazione di piazza a memoria d’uomo – ed una dinamica di egemonia virtuosa da parte del movimento, che riesce a contaminare pezzi crescenti di società civile, ben al di là del consueto rachitico tessuto militante.
Il movimento pro-Palestina è diventato voce autorevole e riconosciuta in città: riempie le piazze, promuove cultura critica, è ospitato dentro convegni e congressi, pone domande pubbliche alla politica locale che balbetta, attraversa il dibattito sindacale. Si sta consolidando un’area organizzata di partecipazione: la lotta per la Palestina pare aver partorito un nuovo attore sulla scena politica cittadina, che in modo naturale si sta allargando ai temi più generali della guerra e del riarmo.
A dicembre 2025 però cominciano a intorbidirsi le acque. Scatta a Genova l'“inchiesta Domino” – quella che travolgerà la vita dell’architetto italo giordano Hannoun e di altre sette persone. L’inchiesta si estende al territorio modenese: uno degli arrestati, Abu Rawwa, vive ed opera a Sassuolo. Lo scalpore è grande, il centrodestra attacca mentre il PD e i suoi cespugli corrono terrorizzati a prendere le distanze.
A Modena il movimento di solidarietà alla Palestina reagisce subito a testa alta ed organizza una affollatissima assemblea cittadina: in una dinamica piuttosto insolita per il territorio, 200 cittadine e cittadini contrastano la narrazione delle Procure e gridano che la solidarietà a Gaza non è un reato. Una specie di dichiarazione di indipendenza dal perbenismo della provincia progressista e prudente.
Nelle settimane successive agli arresti, la deputata Stefania Ascari finisce dentro una campagna di linciaggio mediatico devastante. Sui giornali si pubblicano le sue foto con Hannoun nel contesto di eventi solidali per la Palestina, come prova dei suoi legami con il “terrorismo internazionale”.
La Ascari, figura odiatissima dai sionisti per le sue denunce internazionali su Gaza e la Cisgiordania, è accusata di aver aperto le porte delle istituzioni italiane ad Hamas. Insinuazioni e insulti si convertono rapidamente in minacce di morte, tanto da obbligare le autorità competenti ad attivare un servizio di vigilanza a tutela della parlamentare.
In pochi mesi l’inchiesta si sgonfia come un soufflé. Quell’indagine è stata costruita sulla base di documentazione prodotta dal Mossad e gli elementi indiziari sono fasulli, irricevibili o politicamente controversi. L’indagato sassolese Abu Rawwa viene rilasciato poche settimane dopo l’arresto e nel mese di aprile anche la Cassazione annulla (con rinvio) l’arresto di Hannoun.
La motivazione? L’inchiesta made in Israel non può trovare spazio nella procedura penale italiana: quello che la cittadinanza attiva aveva subito denunciato come il vulnus di fondo dell’intera operazione. Uno dei legali del collegio difensivo è Fausto Gianelli, avvocato e giurista, notissimo per il suo storico schieramento pro-Palestina, tra i promotori della denuncia contro Giorgia Meloni per “complicità nel genocidio”.
Il 19 marzo, un’affollata assemblea pubblica intitolata: “Chi ha paura dell’Islam” (con la partecipazione di Yassine Lafram), cerca di andare dritta al cuore della questione: le destre alimentano l’islamofobia perché i musulmani stanno facendo registrare un protagonismo nuovo nella società modenese e questa visibilità, a partire dalla questione Gaza, fa paura e preoccupa chi vuole preservare confuse gerarchie etniche o sociali. I musulmani non dovrebbero parlare, non hanno il diritto di riunirsi o manifestare, né di costruire luoghi di culto: l’unico diritto che hanno è quello di affollare fabbriche e cantieri del territorio e farsi spremere affitti da rapina.
Il 16 maggio Salim El Koudri mette in atto a Modena il primo attentato in Italia “vehicle running” – con uso di auto lanciata contro la folla. Procura e ministero degli Interni concordano abbastanza rapidamente sul fatto che la matrice non è terroristica. Il ragazzo non frequenta moschee, non è praticante, non si occupa di politica, è solo vittima di una tragica deriva esistenziale. La città è legittimamente sgomenta.
L’avvocato Fausto Gianelli accetta di difendere El Koudri, su richiesta dei familiari dell’arrestato. Questo provoca un polverone in città: chi lo paga? – è il mantra insinuante che comincia a girare...
La sua scelta, professionalmente ineccepibile, costa a Gianelli una ulteriore razione di linciaggio mediatico e odio social, anche nel suo caso sfociato in minacce gravissime. A Modena minacciare di morte – evidentemente con qualche elemento di attendibilità – sta diventando abbastanza normale.
Dopo l’attentato le destre cercano di attizzare l’odio e individuare una “maggioranza silenziosa” antislamica grazie a cui legittimarsi sul territorio.
Fortunatamente lo sciacallaggio “ufficiale” – quello di Fratelli d’Italia e dei vannacciani – non ha un vero seguito e la società civile modenese risponde in forme pubbliche con presidi e cortei contro gli avvoltoi della politica. Quello che però ribolle nel corpo sociale è più profondo, non assume visibilità pubblica e non trova codificazione politica; è un piano di malessere trasversale, rancoroso, antecedente ai fatti del 16 maggio; qualcosa che resta a livello di mugugni da bar e tastiere di frustati, ma non per questo meno preoccupante o insidioso.
L ‘attentato inasprisce in maniera irrazionale quel brodo di dolore, odio, diffidenza ormai largamente diffuso nelle città medio piccole del Nord. La globalizzazione non è stata un pranzo di gala, da queste parti, e lasciare tutto alla spontaneità “liberale” della società di mercato – che tutto dovrebbe metabolizzare e regolare – non è stata una buona idea.
Il 2 giugno 2026, con la ferita del 16 maggio ancora aperta, un pezzo di città decide di prendersi – letteralmente – la festa della Repubblica, sottraendola ai rituali militaristi, per reimpostarla all’insegna del contrasto alla società di guerra, all’economia di guerra, allo Stato di guerra.
L’evento, che si produce in piazza Grande, davanti al Municipio, occupa la scena mediatica e politica con rara efficacia, dimostrando che una parte della società si sta auto-organizzando per la difesa intransigente dell’articolo 11 della Costituzione.
Ospiti della mobilitazione Stefania Ascari, Moni Ovadia e Wael Al Dahdouh, giornalista di Al Jazeera stimato e conosciuto in tutto il mondo arabo per il suo indefettibile ruolo di testimone del genocidio, nonostante lo sterminio della sua famiglia.
Il giorno dopo Wael viene invitato da un gruppo di maestre ad un evento scolastico che coinvolge quattro scuole elementari; è un invito improvvisato che nasce nella piazza del 2 giugno ma darà vita ad una poderosa deflagrazione mediatica.
Il traduttore di Wael, quel giorno, risulta essere una persona coinvolta nell’inchiesta Domino (cioè: un incensurato iscritto nel registro degli indagati). Per di più nello stesso istituto, nel medesimo giorno, il sindaco Mezzetti ha accettato l’invito “ufficiale” degli organi scolastici ed è presente nel plesso insieme a Wael.
Ma l’onta più terribile, che ai giornali del gruppo Angelucci e ai fetidi siti israelo-italiani proprio non va giù: pare che i bimbi abbiano intonato Free Free Palestine, scandalo irreparabile.
Gli articoli sulla stampa indignata si susseguono di ora in ora. Chi ha autorizzato l’ingresso di Wael a scuola? Chi lo ha invitato? Il sindaco sapeva del suo accompagnatore inquisito? Si paventa il complotto per “indottrinare i bambini”, si muove il ministro Valditara, il sindaco tentenna (come gli capita spesso), il Giornale e il Tempo picchiano duro su tutti.
Viene coniata persino l’espressione “sistema Modena”: che prefigura l’esistenza di una specie di cupola malavitosa che permetterebbe di leggere insieme l’iper-attivismo di Modena per la Palestina, delle infide comunità islamiche, il ruolo della parlamentare fedifraga (Ascari), quello dell'“avvocato del Diavolo” (Gianelli) e persino l’esistenza del disgraziato attentatore El Koudri, che proprio la particolare situazione di Modena avrebbe in qualche modo generato.
Un delirio, però riconducibile a nomi e partiti che attualmente governano l’Italia e i suoi organi di Polizia.
Insomma, sembra che a Modena stia montando una maionese rancida che può contare su una narrazione robusta e dotata di gambe e canali pervi. Questo clima può trovare seguito in una parte – politica e sociale – della città. E diventare pericolosamente aggressiva.
Non c’è bisogno di scivolare in una contronarrazione paranoica, però gli elementi di rischio esistono e vanno segnalati: l’aria si fa pesante in città, come quando certi nuvoloni tristi e minacciosi squarciano il cielo grigio della inquinatissima pianura. Chi potrebbe sferrare qualche colpo al nemico immaginario? Uno squilibrato (di segno uguale e contrario rispetto al 16 maggio)? Un gruppo organizzato che mescola tifo sionista e militanza destrorsa? Un PM creativo che legge e reinterpreta a suo modo la trama del “sistema Modena”?
Difficile indovinare, ma la percezione diffusa è che dietro l’angolo ci sia qualche sorpresa in arrivo. Del resto, gli elementi ci sono tutti: a cominciare dalla capacità di organizzazione e di egemonia che il movimento sta facendo registrare sul territorio.
Fonte
30/05/2026
A Marsiglia il boicottaggio di Erri De Luca e Joann Sfar
Due autori molto diversi, ma accomunati dal sionismo acritico e dalla negazione dei crimini di guerra del governo israeliano. Il primo romanziere napoletano, operaio, alpinista e traduttore di ebraico antico; il secondo autore di fumetti, illustratore, romanziere, attore e regista originario di Nizza e figlio di ebrei algerini.
Erri De Luca e Joann Sfar sono invitati festival letterario «Oh les beaux jours!» in programma dal 26 al 31 maggio a Marsiglia e saranno oggetto di un boicottaggio per le loro posizioni sulla Palestina.
L’autore del famoso «Il gatto del rabbino» è in programma per un «concerto illustrato», venerdì alle 20:30, al teatro La Criée, mentre il romanziere napoletano sabato alle 11, nell’ambito di una lunga intervista, nello stesso teatro.
In risposta, il collettivo «Cultures en lutte 13» ha lanciato un appello al boicottaggio con lo slogan «Sionisti fuori dalle nostre città», ricevendo il sostegno dell’eurodeputata di LFI Rima Hassan.
Su un manifesto dai colori della bandiera palestinese che mostra un ritratto di Joann Sfar un altro con quello di Erri De Luca, contrassegnati dal logo «Boicottaggio», il collettivo Cultures en lutte 13, emanazione del sindacato Sud che si presenta come un’«assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici dell’arte e della cultura a Marsiglia», «antifascista, anticapitalista, intersezionale e intersettoriale», ha indetto una manifestazione contro la presenza degli artisti, con lo slogan «Sionisti fuori dalla nostra città».
«Con il pretesto dell’umanesimo, della pace o del dialogo, Joann Sfar sviluppa in realtà una retorica che contribuisce a rendere accettabile il proseguimento della politica coloniale e genocida israeliana», sostiene Cultures en lutte 13. Per quanto riguarda Erri De Luca, sono le sue ultime dichiarazioni al quotidiano Israel Hayom, «sono un sionista e non collaborerò ad alcun evento in cui si parli di genocidio a Gaza», che hanno provocato il boicottaggio.
Diversi lavoratrici e lavoratori del festival hanno riferito che aderiranno al boicottaggio, per le motivazioni citate nel comunicato del collettivo.
Di fronte a queste critiche, l’associazione «Des livres comme des idées», organizzatrice del festival, difende la propria programmazione. In un comunicato inviato mercoledì al «Figaro», ricorda che Erri De Luca e Joann Sfar sono stati stato invitati «in qualità di autore e l’altro come artista per presentare un’opera a fumetti e un concerto illustrato».
Il festival sottolinea che questa creazione, già in programma in particolare «all’Institut du monde arabe o alla Maison de la poésie a Parigi», «mette in dialogo disegno e musica».
La prefettura delle Bouches-du-Rhône ha dichiarato che «il raduno pubblicato su Instagram contro la presenza di Joann Sfar non è stato segnalato come manifestazione presso i nostri uffici». Precisa tuttavia che è «noto alle forze di sicurezza interna e viene tenuto in debita considerazione». Anche il collettivo di estrema destra «Nous Vivrons» prevede di essere presente, in sostegno all’autore, davanti al teatro La Criée venerdì sera.
Fonte
27/05/2026
Erri De Luca si schianta sul genocidio palestinese
La recente sortita di Erri De Luca, in Israele, ha fatto giustamente indignare molti. Come sempre le semplificazioni, o i ripensamenti tardivi, abbassano il livello della doverosa critica a canovaccio da osteria.
Ci sembra giusto proporre invece interventi ragionati, differenti per taglio e impostazione, perché il fenomeno o il nemico che ci troviamo ad affrontare – il sionismo suprematista e razzista – deve essere compreso nella sua realtà effettiva, non ridotto a facile bersaglio di insulti che danno soddisfazione a pochi neuroni e lasciano impotenti sul piano politico. Abbiamo davanti una vera e propria teologia dello sterminio, non dei decerebrati fascistelli di quartiere.
Buona lettura.
In aggiornamento
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Erri: sionista da sempre tra le addormentate braccia della sinistra radicale
Siete meravigliosi. Devo riconoscerlo. Dopo le parole di Erri De Luca sul sionismo e sul genocidio state tutti qui tra Facebook, Instagram e non so quali altri marchingegni infernali ad insultare l’illustre scrittore. Da sempre icona di una sinistra radicale e autoproclamatasi rivoluzionaria.
E già perché Erri, il muratore fattosi letterato, ha sempre sbandierato ai quattro venti la sua militanza nelle file di Lotta Continua, addirittura parlando di sé come “rivoluzionario di professione”. E in effetti negli anni ’70 e poi da quando è diventato scrittore cult non è che non abbia fatto battaglie assolutamente condivisibili. Si pensi a quella al fianco dei No Tav, per cui ha subito anche un processo per istigazione a delinquere.
Ora però c’è chi ci tiene a sottolineare di non aver mai letto un libro di De Luca. Non dubito che per alcuni sia un’affermazione veritiera. Tuttavia non credo a chiunque ci tenga ad evidenziarlo. Qualcuno ne sminuisce addirittura, con toni sprezzanti, il valore letterario.
Non voglio fare il critico ad ogni costo o il magister del gusto, va detto però che sebbene non tutti gli scritti del romanziere, poeta e drammaturgo napoletano siano dei capolavori ce ne sono di bellissimi. Come “Tre cavalli”, “Tufo” , “Non ora non qui”.
Ad ogni buon conto, Erri la sua ambiguità nei confronti di Israele la mantiene da decenni. Nel 2011 partecipò per esempio a quella bieca manifestazione promossa a Roma dai coloni sionisti, alla quale presero parte anche Saviano, Raiz e tanti altri; manifestazione che provocò un’indignata risposta da parte del mai troppo compianto Vittorio Arrigoni.
Ancor prima, nel 2008 o giù di lì, De Luca allestì uno spettacolo teatrale smaccatamente filo sionista – “Provando in nome della madre”, tratto dall’omonimo suo libro – sebbene sotto la parvenza del testo biblico che narra la vicenda di Maria, madre di Cristo. Una rappresentazione tutta declinata secondo i canoni, i segni e i riti della cultura ebraica e dei suoi miti. Una genuflessione molto controversa per un uomo di sinistra radicale quale lui si definiva e definisce, in anni in cui in Israele a farla da padrona erano già il Likud e il suo leader Netanyahu.
Una delle pagine più vergognose tuttavia Erri la scrive a Napoli, durante un’iniziativa promossa da Mezzocannone Occupato. Siamo nel 2015, undici anni or sono. Dopo aver celebrato la lotta No Tav, pressato dalle domande di alcuni attivisti sulla Palestina e i suoi rapporti con l’entità sionista, prima dice di non poter interessarsi e risolvere tutti i problemi e le brutture del mondo, poi in evidente difficoltà si alza e se ne va.
Il giorno dopo, il sottoscritto lo attaccò dalle pagine di Contropiano con parole che andavano a riprendere anche il testo di un articolo, uscito per il manifesto, in cui l’icona extraparlamentare affermava in sintesi che i palestinesi non solo non soffrivano la fame a causa dell’apartheid israeliano, ma ne arrivava a negare persino l’assedio: Gaza «non è Sarajevo», scriveva l’ex Lotta Continua.
Quanto dissi in quell’articolo lo riporto di seguito qui: «Come può dire, Erri De Luca, che quella che subiscono i palestinesi non è fame? E perché, a distanza di anni, non chiarisce il suo pensiero su quel conflitto, origine di tante guerre in Medio Oriente? I diritti, la resistenza all’oppressione e all’ingiustizia, la violenza di un sistema, variano, forse, a seconda delle latitudini e delle condizioni geopolitiche?»
La risposta di Itzhak Laor, scrittore israeliano, a quell’articolo vergato da Erri De Luca, fu, all’epoca, piuttosto esemplificativa: «Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud. “Siate sempre capaci di sentire, nel più profondo, qualsiasi ingiustizia commessa, contro chiunque, in qualunque parte del mondo” , diceva Che Guevara. Non a seconda dei casi».
Orbene, a questo punto una domanda mi sembra però legittima. Dov’eravate voi allora, nel 2015? Perché all’uscita di quell’articolo non poche furono le critiche, anche durissime, rivolte contro di me e contro quanto scritto. Soprattutto in tanti si strappavano i capelli elogiando il sedicente rivoluzionario di professione. Oggi invece insorgete e inveite perché Erri ha detto, ohibò, di essere sionista.
La Storia signori miei bisogna viverla momento per momento. Non accorgersi del suo cammino solo quando si è fatta convenzione e pensiero comune. Ve lo dice uno stronzo che questo lavoro, giornalistico e di scrittura, ha provato a farlo con la schiena dritta, senza mai dover dire grazie o genuflettersi al divo di turno e soprattutto nel rispetto della propria dignità. E infatti oggi è tristemente disoccupato.
Vincenzo Morvillo
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Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud.
Al di là della discussione ipocrita sulla parola «fame», bisognerebbe ricordare che Israele cerca di affamare i palestinesi nel tipico modo che Giorgio Agamben ha descritto nel suo «Homo Sacer», facendo appello all’«aiuto umanitario» subito dopo aver distrutto tutto.
In Palestina, la gente vive sotto una crescente paura, povertà e fame, e in condizioni che condannano le prossime generazioni a un futuro di sottosviluppo. Gaza è un enorme ghetto, che ogni giorno viene bombardato da centinaia di razzi. I villaggi in Cisgiordania sono isolati l’uno dall’altro, le città sono sigillate e le autostrade chiuse agli arabi.
La stampa italiana si comporta come se fosse sotto la censura di Mussolini quando non parla delle sofferenze dei palestinesi. Mi dispiace per Erri De Luca: così giovane e già censore (e in favore di chi? di una delle peggiori occupazioni militari dalla seconda guerra mondiale).
Dal 1991 – prima che cominciasse la campagna terroristica della metà degli anni ’90 – i palestinesi hanno vissuto sotto la politica israeliana di chiusure e separazioni (apartheid in olandese). Sono strangolati e separati dalle loro comunità, dai loro centri, dalla loro economia. Il luogo dove vivono e dove si muovono diventa sistematicamente più piccolo.
Nessun palestinese minore di 16 anni sa cosa vuol dire andare in vacanza dall’altra parte del suo paese. Nessuno si muove per più di 10 chilometri. La disoccupazione è in crescita. Durante gli anni dell’occupazione, Israele non ha permesso ai palestinesi di avere una propria economia, per non parlare di costruire una propria industria. Oggi possono solo comprare merci in Israele. Non hanno altra scelta. Non possono vendere nulla in Israele, nemmeno le verdure.
La distruzione della Palestina è una realtà quotidiana. E devo aggiungere: il silenzio sulla lenta morte della nazione palestinese è parte di una lunga tradizione europea di lasciare morire l’Altro.
Ma l’articolo di Erri De Luca è l’esempio di qualcosa di peggio che sta accadendo in Europa. Il passato ebraico in Europa è un tipo di comoda rappresentazione di un passato europeo omogeneo, in cui una metafora – l’Olocausto – copre qualsiasi altra cosa. Non l’Olocausto come parte della storia europea, ma quasi il contrario.
La storia si perde. Il fascismo? Troppo controverso. Il ruolo della Chiesa cattolica? Non se ne può parlare. Pio XII? Insomma, è quasi un santo. Questo atteggiamento filo-sionista della sinistra europea non è una peculiarità italiana (e in questo caso si può persino dire che non è colpa di Israele).
Questa collaborazione della sinistra europea con la destra israeliana colma un enorme vuoto in Europa, dalla caduta del comunismo, e serve alla costruzione di una nuova identità europea. I bambini iracheni e palestinesi sono i nuovi «etiopi». A chi importa? Noi europei siamo gli umanisti. Abbiamo la licenza di rimanere in silenzio sull’affamamento della Palestina. La nostra licenza si chiama Olocausto o Auschwitz. Non ci importa di collocarli nella storia. Abbiamo bisogno di mitologia, non di storia.
Itzhak Laor è un poeta, romanziere, saggista e critico letterario israeliano. Noto per le sue posizioni politiche radicali, le sue opere esplorano il militarismo, l’occupazione e le contraddizioni della società israeliana. Collabora con il quotidiano Haaretz ed è una figura di spicco della sinistra radicale.
Durante il servizio militare, si è rifiutato di prestare servizio nei territori occupati. Questa scelta gli è costata il carcere nel 1972. È stato tra i fondatori del movimento di sinistra radicale SIAH.
Ha pubblicato numerose raccolte di poesie (come Only the Body Remembers) e romanzi (tra cui The People, Food for Kings), oltre a saggi e opere teatrali. La sua drammaturgia Ephraim Returns to the Army è stata inizialmente censurata in Israele. Ha fondato e diretto la rivista Mita’am, dedicata alla letteratura e al pensiero radicale. È attivo anche come critico e opinionista, con contributi su testate internazionali come la London Review of Books.
Questo è quello che ha scritto sul quotidiano “il manifesto” vent’anni fa, il 19 maggio 2006, in risposta ad un articolo di Erri De Luca.
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Ci siamo incrociati più di una volta, Erri. In sale pubbliche, biblioteche, dibattiti dove la letteratura sembrava ogni volta voler sconfinare nella politica, e la politica tornare a vestirsi da morale.
Ricordo soprattutto un incontro alla Biblioteca Sormani, a Milano, durante un convegno dedicato alla lingua spagnola.
Ti ascoltavo parlare con quella tua voce da reduce civile, da uomo che ha fatto della testimonianza una postura permanente. Eppure, già allora, mi colpiva una distanza difficile da colmare: da una parte la figura pubblica, quasi sacrale, del militante; dall’altra la tua scrittura, che a me pareva esile, incapace di reggere il peso dell’aura costruita attorno al tuo nome.
Non ho mai pensato che tu fossi uno scrittore.
L’ho sempre vissuto come un piccolo enigma editoriale: quei libri sottili, rarefatti, poche pagine dilatate da caratteri enormi e da molto bianco tipografico, elevati ogni volta a evento morale prima ancora che letterario. Sembrava che il libro dovesse essere protetto dalla possibilità di essere giudicato soltanto per ciò che conteneva. E forse il punto era proprio quello: non vendevi soltanto pagine, ma un’immagine.
Eri “un compagno”.
Un’espressione che un tempo possedeva un peso specifico storico, umano, perfino tragico, mentre oggi sopravvive spesso come un’etichetta sentimentale, una reliquia lessicale buona a legittimare appartenenze e indulgenze reciproche.
Parlasti allora della tua militanza in Lotta Continua, delle simpatie rivoluzionarie che avevano attraversato la tua giovinezza, della fascinazione per certe esperienze latinoamericane nate all’ombra della lotta armata. Ne parlavi con la naturalezza di chi considera il conflitto una forma superiore di autenticità. E poi il Movimento No TAV, il processo, l’esposizione mediatica trasformata ancora una volta in prova pubblica di coerenza.
Col tempo ho avuto l’impressione che la tua opera vera non fossero i libri, ma il personaggio.
Una figura costruita con ostinazione: l’uomo schivo ma giusto, l’intellettuale resistente, il montanaro etico, il testimone irriducibile. Una biografia continuamente messa in scena affinché la scrittura non dovesse mai camminare da sola.
Perché la letteratura, quando è grande, sopravvive anche senza la santità dell’autore.
La tua, invece, mi è sempre sembrata aver bisogno di un contorno morale, di una cornice ideologica, di una continua assoluzione preventiva. Come se il lettore dovesse ammirare prima l’uomo per poter concedere qualcosa allo scrittore.
Ora, però, la maschera è caduta. E con essa l’intera impalcatura.
Non perché tu vada a Gerusalemme (non solo), ospite dell’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation.
Il problema è ciò che scegli di non vedere. O peggio: ciò che decidi di nominare in altro modo per non incrinare la tua nuova rispettabilità internazionale.
Perché dopo una vita trascorsa a incarnare l’intellettuale della disobbedienza, il testimone degli ultimi, il militante delle cause perdute, oggi ti ritrovi a negare l’evidenza più atroce del nostro tempo con il linguaggio freddo della cautela terminologica.
“Genocidio” – dici – sarebbe una “distorsione storica e verbale”.
Eppure a Gaza non assistiamo a una semplice guerra. Assistiamo alla distruzione sistematica di un popolo intrappolato, alla cancellazione metodica di case, ospedali, scuole, infrastrutture civili, alla normalizzazione quotidiana della morte di migliaia di bambini, alla fame usata come pressione militare, alla devastazione elevata a strategia. E davanti a tutto questo tu scegli il rifugio più sterile: la disputa semantica.
È qui che il personaggio mostra tutta la sua miseria morale.
Per decenni hai parlato il linguaggio dell’insubordinazione etica, hai costruito la tua immagine pubblica sull’idea di stare sempre dalla parte dei corpi esposti alla violenza del potere. Ma quando il potere assume la forma di uno stato militarmente dominante, sostenuto dall’Occidente, tecnologicamente invincibile contro una popolazione senza scampo, improvvisamente diventi prudente, misurato, legalista.
E ancora più impressionante è osservare come tu sembri ignorare il peso storico delle parole che pronunci sul sionismo. Definirlo semplicemente “il diritto degli ebrei a una patria nazionale e a una difesa esistenziale” significa rimuovere deliberatamente ciò che quel progetto politico ha comportato per il popolo palestinese: espulsione, occupazione, segregazione, espropriazione continua della terra, umiliazione trasformata in amministrazione quotidiana.
Non è complessità, questa.
È amputazione della memoria.
È il fallimento morale di un individuo che, dopo aver trascorso una vita a rappresentarsi come coscienza critica del potere, davanti alla più documentata devastazione contemporanea sceglie di proteggere la legittimità dello stato che colpisce invece della popolazione che viene cancellata.
Forse è questo, alla fine, il vero volto del personaggio che per anni hai deciso di interpretare: non il ribelle, non il dissidente, non il testimone degli ultimi, ma un uomo che ha saputo riconoscere l’ingiustizia solo finché non diventava scomodo nominarla davvero.
Milton Fernández
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Le ultime dichiarazioni di Erri De Luca non sono una novità.
Lo scrittore napoletano è sempre stato, nel migliore dei casi, estremamente evasivo sulla questione palestinese e sui crimini israeliani sfuggendo alle contestazioni con scuse ridicole del tipo: “Non parlo di cose che non riguardano il mio paese”, oppure “Non parlo di Palestina prima di parlare degli altri conflitti in Medioriente”.
Ieri, dopo più di due anni e mezzo di Genocidio e di complicità dei governi occidentali, è uscito allo scoperto con una intervista all’Israel Hayom da Gerusalemme in preparazione al International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, affermando non solo che in Palestina non c’è nessun genocidio ma che invece l’IDF “spostasse i civili”.
Prima dell’evento degli scrittori sionisti ha inoltre affermato che non parteciperà mai ad eventi che affermino che esista un genocidio in Palestina.
Naturalmente la notizia è stata ripresa dalle grancasse del sionismo nostrano quali Il Riformista e Il Foglio (ultimamente molto impegnati ad attaccare Cuba in appoggio agli USA).
Erri De Luca è un classico esempio di quella “mutazione antropologica” subita da molti giornalisti ed intellettuali cresciuti nei gruppi extra-parlamentari degli anni ’60 e’ 70 e oggi completamente asserviti al modello ideologico e culturale dominante: da De Luca a Liguori (oggi berlusconiano doc) entrambi ex Lotta Continua, a Paolo Mieli e Michele Boldrin, un tempo considerati vicini a Potere Operaio.
In sostanza, De Luca è l’arma perfetta in mano ai media più allineati alle politiche israeliane. Non è il volto più spietato e crudele del sionismo, ma la sua maschera progressista e intellettuale che nasconde in realtà le stesse posizioni e gli stessi contenuti.
Per fortuna, il sionismo e tutto il suo portato culturale regressivo e guerrafondaio è stato messo continuamente in discussione negli ultimi anni delle piazze e dagli scioperi a sostegno della Palestina oltre che dai Boicottaggi culturali e commerciali che acquisiscono sempre più seguito, contestando ogni luogo culturale o di aggregazione sociale che promuove i messaggi di odio e suprematismo di cui oggi si fanno portavoce politici e intellettuali come De Luca.
Su questa strada bisogna continuare.
Circolo GAP Roma
Fonte
22/05/2026
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio, ma perché è “onesto”
L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video in cui il ministro prende in giro gli attivisti sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali all’inizio di questa settimana, con la didascalia “È così che accogliamo i sostenitori del terrorismo” in ebraico e “Benvenuti in Israele” in inglese.
Il video mostra attivisti della flottiglia provenienti da Europa, Nordamerica, Australia e Nuova Zelanda mentre vengono spintonati, tenuti a terra in posizioni di stress e presi in giro da Ben-Gvir mentre sono immobilizzati. Tutto ciò impallidisce, ovviamente, di fronte agli abusi subiti quotidianamente dai prigionieri palestinesi, ma è diventato oggetto di proteste internazionali perché le vittime sono occidentali.
Funzionari occidentali di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda hanno rilasciato dichiarazioni indignate e stizzite per condannare Ben-Gvir e chiedere il rilascio degli attivisti, mentre i funzionari israeliani cercano di prendere le distanze dalle azioni del loro stesso ministro della Sicurezza nazionale.
“Il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha gestito la flottiglia di attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele”, ha twittato il primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta alla controversia.
“Hai consapevolmente danneggiato il nostro Stato con questo spettacolo vergognoso — e non per la prima volta”, ha rimproverato Ben-Gvir su Twitter il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, aggiungendo: “No, tu non sei il volto di Israele”.
“L’imprudente esibizionismo di Itamar Ben-Gvir non rappresenta la politica del governo”, ha twittato Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, aggiungendo: “Le bravate di Ben-Gvir prendono a martellate i nostri sforzi diplomatici mentre i nemici di Israele si avventano con gioia su ogni sciocchezza sfortunata per screditarci e demonizzarci”.
Tutta questa messinscena sul fatto che le azioni di Ben-Gvir non rappresentino Israele o i suoi valori avrebbe probabilmente avuto più peso se non fosse avvenuta subito dopo uno scandalo internazionale riguardante un rapporto del New York Times sulla propensione di Israele a usare torture sessuali sui suoi prigionieri — incluso l’uso di cani addestrati per stuprare.
Gli analisti hanno notato che il ministro della Sicurezza nazionale israeliano sembra condividere questi materiali per raccogliere consensi dalla sua base di estrema destra in un anno elettorale, il che dice tutto ciò che c’è da sapere sull’ambiente politico di quel paese oggi.
Degno di nota è anche il fatto che Ben-Gvir abbia già pubblicato video di questo tipo prima — l’unica differenza è che le sue vittime in quei video erano palestinesi. Oggi assistiamo alle proteste del mondo occidentale solo perché l’Occidente percepisce le vite occidentali come infinitamente più preziose di quelle degli arabi.
Perciò è alquanto ipocrita che la classe politica e mediatica occidentale faccia tanto scalpore per questo video in particolare, dopo aver sostenuto con entusiasmo la violenza e gli abusi continui di Israele per tutto questo tempo, ed è piuttosto ridicolo che i funzionari israeliani affermino che le azioni del loro ministro della Sicurezza nazionale non rappresentano i valori del loro paese.
Ben-Gvir è la perfetta incarnazione dell’omicida razzista che caratterizza sia Israele che l’impero occidentale. Lui rappresenta tutto ciò in cui questa civiltà distorta si è trasformata.
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio. Sono arrabbiati con lui perché è “onesto”.
Fonte
21/05/2026
Nazisionisti senza più “copertura”, merito della Flotilla
Andiamo con ordine.
Tutti gli attivisti a bordo delle imbarcazioni, dopo l’assalto condotto anche sparando proiettili di gomma – fanno male, posso accecare se colpiscono il volto, ma raramente sono letali – sono stati scientificamente pestati dal “personale specializzato”.
Poi, arrivati ad Ashdod, Mantovani e Carotenuto sono stati separati dagli altri e imbarcati su un aereo, all’aeroporto Ben Gurion, per essere rimandati in Italia. La loro testimonianza, dunque, è relativa al solo periodo trascorso con gli oltre 400 attivisti. Ma sono già decisamente significative.
“Anche molte donne hanno preso botte, non tutti alla stessa maniera ma il trattamento era generalizzato – ha detto l’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani parlando ai giornalisti a Fiumicino – Durante la perquisizione mi hanno tolto il portafoglio coi documenti dentro e non me l’hanno più ridato. L’abbordaggio è stato più violento della volta scorsa e questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa, incluso il nostro”.
Anche lui ritiene che questa escalation nei maltrattamenti sia un “avvertimento” mafioso per scoraggiare ulteriori missioni della Flotilla. Detto esplicitamente: la prossima volta spareranno proiettili veri.
“Io ho preso le botte, Dario Carotenuto ha preso le botte, altri hanno preso molte più botte di noi. Ho visto persone con sospette fratture delle braccia e delle costole. Quasi tutti quelli che passavano per il container di ingresso venivano picchiati e sentivamo le grida dall’esterno. Anche gli abbordaggi sono stati molto più violenti che in passato. Questo è il volto di Israele e questo purtroppo è niente in confronto a quello che Israele fa a 9mila prigionieri palestinesi”.
Identica la testimonianza del parlamentare Carotenuto.
“Non posso che pensare alle persone che sono ancora lì. Degli energumeni ci picchiavano selvaggiamente. Avevo il passaporto di servizio che si sono presi, poi mi hanno tolto una collanina, mi hanno ammanettato, mi hanno fatto di tutto ma mi è andata bene. Io da quella panic room sono uscito in piedi. Altre persone sono state portate in infermeria. Hanno curato persone che erano messe malissimo, cinque traumi cranici, alcuni abusi di violenza sessuale, c’erano anche ragazze e anziani di 60-70 anni che venivano torturati. Non dicevano niente.
Ci hanno divisi, alcuni di loro sono ancora là. Ci hanno chiamato con il numero e avevano il mitra spianato contro di noi. Ci hanno chiesto di avanzare con le mani in alto e ci hanno chiesto di girarci. Poi ci hanno preso per il collo e ci hanno diviso. Questi ragazzi sono lì a rischiare la loro vita perché i governi non fanno abbastanza”.
Stiamo parlando dei due rapiti meglio “protetti”. Un parlamentare di un paese complice di Israele e un giornalista professionista conosciuto che lavora per una testa sicuramente attendibile. Entrambi, oltretutto con un “passaporto forte” (quelli dei paesi occidentali più importanti), che comunque copre meglio di quelli “deboli” (gli indonesiani, per esempio).
Il piano – probabilmente in parte concordato con il governo italiano, per quanto riguarda queste due persone – era quindi quello di limitare la violenza sui personaggi pubblici più noti, mentre si sfogava più violenza sulle figure “minori”, “attivisti semplici” diciamo, le cui denunce sarebbero poi state accolte con sorrisetti e sfottò anche dai rispettivi governanti, come aveva fatto – peggio di tutti – la “seconda carica dello Stato”, al secolo Ignazio La Russa, in occasione dello stesso esito della missione precedente: “Manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico, se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato… È il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare”.
Piano articolato, dunque, attento ai dettagli della “comunicazione” e alle “soglie di tolleranza” dell’opinione pubblica occidentale, già ben oltre il livello dell’indignazione e che ha messo in difficoltà tutti i governi “amici” di Israele con manifestazioni oceaniche.
Lo si era visto con il video che ritraeva Netanyahu con le cuffie in testa, in qualche sala comando dell’esercito, mentre copriva di elogi i pirati per il loro lavoro “delicato” (sorvoliamo sulla sua idea di “delicatezza”).
I governi complici erano pronti a gestire – come si è visto persino dopo i video con i colpi sparati contro imbarcazioni a vela e pacifisti disarmati – nel modo più favorevole a Israele anche questo momento un po’ più “hard”.
Poi è arrivato quel nazisionista imbecille di BenGvir a rovinare tutto. La sortita da “coatto” dei bassifondi contro persone ammanettate e costrette in ginocchio, lo sventolio della bandiera sui corpi piegati e in alcuni casi con fratture, addirittura ripresa in video e postata sugli account suo e di altri come lui, non poteva essere “gestita” e tanto meno minimizzata.
Le reazioni del governo italiano, se ci fate caso, hanno preso di mira soprattutto le “immagini”, definendole – ed era proprio il minimo – “inaccettabili”. Non la realtà, non le torture, non il genocidio, non il disprezzo assoluto per la vita e la dignità umana (ed anche per il governo italiano che aveva chiesto “chiarimenti” e “moderazione”). Per le immagini.
Se non si fosse visto niente andava tutto bene. Le denunce sarebbero state irrise, oppure silenziate nei “porti delle nebbie” dei tribunali. Le tv sarebbero passate in un attimo ad altra notizia (c’è sempre un episodio di cronaca utilizzabile per non parlare di quel che accade di davvero grave nel mondo e qui in casa).
E il governo israeliano non avrebbe visto i suoi 730 milioni di dollari investiti nell’hasbara – il condizionamento organizzato del sistema mediatico euro-atlantico per dare un’immagine positiva di Tel Aviv e criminalizzante dei suoi infiniti “nemici” – buttati nel cesso in una sola mossa.
Merito della Flotilla, certamente. Perché anche l’infamia del peggior nazisionista sarebbe rimasta “tollerabile”, se non fosse stata portata allo scoperto.
Quel che accade ai palestinesi è decisamente peggio. Ma ora non si può più far finta che sia solo “propaganda di Hamas”. L’odore nauseabondo del suprematismo razzista dei sionisti è uscito dalle camere di tortura. E viene avvertito persino nelle redazioni più acquiescenti.
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11/05/2026
In casa Bondì “un arsenale pronto per scenari di guerra”
Eitan Bondì custodiva in casa una “attrezzatura specifica di pronto uso in uno scenario di guerra”. Emergono particolari rilevanti dagli atti inediti sull’arresto del 21enne ultra sionista, che il 25 aprile scorso a Roma ha sparato a due militanti dell’Anpi. Ricostruzioni e valutazioni dei giudici che rendono la vicenda tutt’altro che chiusa.
Gli investigatori della Digos vogliono essere certi che il ragazzo abbia davvero fatto tutto da solo, per questo monitorano i gruppi giovanili legati alla Comunità ebraica di Roma, tra cui la “Brigata Vitali’, di cui Bondì si sospetta facesse parte.
Nel provvedimento di convalida del fermo, la gip Paola Della Monica descrive l’azione del 21enne caratterizzata dalla “assoluta indifferenza mostrata dopo il fatto, avendo egli completato il giro di consegne con Glovo e, dunque, il suo turno di lavoro, incurante delle conseguenze del proprio gesto”.
Si tratta di un dettaglio importante: Bondi non era partito da casa, magari “istigato” dalle notizie arrivate da Milano (la Brigata Ebraica cacciata dal corteo del 25 aprile, ndr) ma stava lavorando.
“Un‘azione programmata – sottolinea la giudice – dagli effetti chiaramente e volutamente eclatanti (...) che evidenziano una freddezza da parte dell’aggressore, e dunque un altissimo grado di pericolosità”.
La giudice poi si sofferma sull’attrezzatura “da guerra” in dotazione a Bondi. Troppo fornita per un ragazzo di 21 anni seppur con porto d’armi per uso sportivo.
Una pistola Glock 9×19, una semi-automatica Para Ordnance calibro 48, una rivoltella Taurus calibro 38 e ancora un fucile a pompa Hatsa calibro12euno monocolpo (da cecchino), un Chiappa calibro 22lr, una carabina Smith& Wesson 223 e una scacciacani. Ma c’è dell’altro: in casa c’erano zaini, kit medici e due coltelli a serramanico con lame da 12 e 19 centimetri.
“La parete della sua camera da letto presentava due disegni di coltelli, una stampa di un fucile AK-47 (“Kalashnikov”) e attestati di formazione anche di corsi di difesa personale”. Una persona, sottolinea la giudice, “che conosce le armi”, una “mano esperta” che il 25 aprile ha colpito “da posizione idonea e con piena visualizzazione degli obiettivi”.
Non risulta agli investigatori che Bondì si fosse iscritto come riservista dell’esercito israeliano. O che avesse fatto richiesta del passaporto di Tel Aviv. Una scelta che accomuna invece diversi giovani della Comunità ebraica.
Per questo la Digos vuole avere un quadro completo dei porto d’armi distribuiti tra le persone legate alla comunità romana. Bondì, scrive infatti la gip, nella sua azione è stato mosso da una chiara “presa di posizione e da un coinvolgimento rispetto al conflitto israelo-palestinese”.
Fattore diventato il principale motivo di scontro, sul territorio, tra movimenti di sinistra e i gruppi legati al mondo ebraico.
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07/05/2026
L’estremismo dei sionisti romani tra leader discussi e chat radicali
Nessuno dice di conoscerlo ora, eppure la famiglia Bondì qualche aggancio doveva averlo, se è stato scelto per lui l’esperto avvocato Cesare Gai, penalista di riferimento della comunità capitolina che ha anche rappresentato in giudizio l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei). Non è però il gesto di un folle isolato.
«Anche se non era membro di nessun gruppo è cresciuto in un ambiente dove la violenza verbale e anche fisica è stata sdoganata», spiega un docente che frequenta il Tempio Maggiore. Non è una novità, infatti, la presenza nella comunità ebraica romana di piccoli nuclei che interpretano la loro militanza come una difesa a oltranza di Israele. E che hanno come riferimento storico il movimento politico sionista estremista statunitense Lega di difesa ebraica.
«Dal 7 ottobre in poi questi gruppi che usano la violenza come strumento politico hanno riscosso consensi anche nella destra ebraica tradizionale – ragiona Daniel, studente universitario e membro dei gruppi ebraici antirazzisti – Questo non è un episodio che cade dal niente».
A Roma negli ultimi anni c’è stato un incremento delle aggressioni da parte di gruppi sionisti di destra. La maggior parte è avvenuta alla fine dei cortei e dei presidi contro il genocidio in Palestina, ai danni di manifestanti che tornavano a casa, accerchiati e picchiati con caschi, catene, spranghe, bottiglie.
Ma ci sono stati anche i raid nelle università (La Sapienza e Roma III) e nelle scuole occupate, come quello al liceo Manara, firmato dalla «Brigata Aldo Vitali». Oltre alle violenze del 25 aprile 2024, quando un gruppo di sionisti a volto coperto lanciò lattine piene di cibo contro i manifestanti che indossavano le bandiere della Palestina. O quelle dello scorso ottobre al Liceo Caravillani di Monteverde, quando studenti e professori in assemblea per Gaza nel cortile vennero assaliti da uomini della sinagoga confinante.
In entrambi i casi era presente Riccardo Pacifici, ex leader della comunità romana e oggi vicepresidente della European Jewish Association. «Mi vergogno – ha commentato ieri Pacifici – Perché l’ha fatto lo dovrà dire lui». «Dovremmo interrogarci anche all’interno delle nostre istituzioni su come sia stato possibile arrivare a un gesto così». Senza dimenticare di accusare anche l’Anpi che «si deve prendere le proprie responsabilità, come dei fatti di Milano».
L’attuale leader della comunità ebraica della Capitale Victor Fadlun, si è dissociato «da qualsiasi forma di violenza». E ha definito un «oltraggio» l’uso del nome Brigata ebraica, smentendo che Eitan Bondì fosse un loro iscritto. Anche l’Ucei ha espresso condanna «di ogni forma di violenza da qualunque parte provenga».
Tuttavia i toni esasperati usati degli esponenti delle organizzazioni ebraiche in questi ultimi anni non sono passati inosservati. Pacifici è finito spesso nelle cronache, oltre che per il suo ruolo, per i modi spicci, per usare un eufemismo, e la lingua tagliente.
«C’è stata una deriva aggressiva nella comunità che ha allontanato molto – dice S, che preferisce rimanere anonima per paura di ritorsioni – D’altra parte quando si mutuano i linguaggi del ministro Smotrich o dello stesso Netanyahu è difficile che poi qualcuno non provi a prendere la presunta difesa degli ebrei alla lettera, sono cicli che si autoalimentano in gruppi chiusi dove alcuni metodi sono stati legittimati».
Il professore del Liceo Caravillani hanno sporto denuncia dopo l’episodio. Eitan Bondi si riuniva con i suoi amici a poche decine di metri di distanza dalla scuola, dalle parti della sinagoga di via Pozzo Pantaleo. Non è ancora certo se frequentasse uno di quei gruppi e neanche «il vecchio servizio d’ordine della comunità – spiega M. che si occupa di estremismi religiosi – che talvolta usa i pugni ma non le pistole».
Possibile che si sia radicalizzato on line. Su Telegram e Signal ci sono diverse chat sioniste di destra in cui la violenza verbale è la norma. E ci si scambiano video di esplosioni, irruzioni dell’Idf e palestinesi in fin di vita. Una si chiama, fondata da un ex portavoce dell’esercito, Dario Sanchez. Ha 11mila iscritti.
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03/05/2026
È già ai domiciliari l’aspirante cecchino sionista
Di “anormale”, ma forse comprensibile, l’immediata confessione dello sparatore, un ragazzotto della piccola borghesia sionista: “sono della Brigata ebraica”, ammettendo la sua responsabilità. E se la scomparsa della pistola ad aria compressa usata per l’attentato rientra in qualche modo nell’ovvio – nascondere l’arma del delitto, impedire di verificare eventuali modifiche per renderla più “contundente”, ecc. – l’arsenale che aveva in casa è tutt’altro che banale.
Un’arma da cecchino, una mitraglietta, un fucile a pompa, due revolver e due automatiche. Un migliaio di munizioni, sette caricatori pronti all’uso e diversi coltelli.
A soli 21 anni e senza che ci siano in giro, almeno ufficialmente, dei gruppi armati clandestini noti ai media e ricercati dalla polizia, è decisamente un po’ troppa roba...
A quell’età, hanno notato giustamente alcuni commentatori, ci sono ancora limitazioni per la patente di guida ad alcuni mezzi, né si può essere eletti in Senato.
Possedeva peraltro solo un porto d’armi “per tiro sportivo”, ossia in un poligono, sotto controllo. E la pistola ad aria compressa serve quasi soltanto a questo. Quel porto d’armi permette appunto il trasporto – dalla residenza fino al poligono cui si è iscritti, e non in altri luoghi – dell’arma scarica e chiusa in apposito contenitore. Una “passione” che può portare a fare gare di tiro, oppure il cecchino per l’Idf...
La pistola “soft air” non ancora ritrovata è acquistabile anche senza questo documento, se di potenza inferiore a 7,5 joule, ma in quel caso non può essere trasportata o usata fuori di casa (o al poligono), in quanto è catalogata come “arma da difesa domestica”, al pari delle scacciacani (solo rumore, niente proiettili) e delle Ltl (Less Than Lethal), prodotte principalmente dalla Chiappa Firearms.
Di sicuro non consente l’acquisto e la detenzione di armi vere e proprie (pistole con proiettili dal calibro 22 in su, fucili da caccia o da tiro con proiettili di qualsiasi calibro). E meno ancora quella quantità di armi.
Anche con il porto d’armi vero e proprio, molto più difficile da ottenere, anche dimostrando un “giustificato motivo di autodifesa” (come l’essere un negoziante esposto a furti, ecc.), rilasciato dalla Prefettura, si possono comprare fino a tre “armi comuni da sparo” (pistole, in genere), fino a 12 armi sportive o più fucili da caccia.
Ma Eithan Bondì non era titolare di un “regolare porto d’armi”. Ergo non poteva neanche acquistarle in armeria, se non facendolo fare ai genitori. Dunque dove le ha “rimediate”? O da chi gli sono state fornite?
Già chiedere l’intercessione dei genitori presentava qualche problemino, dal punto di osservazione di un poliziotto che analizza una richiesta di porto d’armi. Perché la madre è effettivamente una commerciante – lui no, però – mentre il padre ha “precedenti per rapina, aggravata dall’odio razziale”, spiega il Corriere della Sera. L’ambiente familiare presenta insomma qualche dettaglio – una rapina! – che stona con il possesso legale di armi. A quell’età, poi...
Insomma, sembrerebbe essere escluso che tutte quelle armi siano state legalmente acquistate e detenute, ed anche regolarmente denunciate (salvo “inghippi” che non risultano noti).
La conclusione è abbastanza obbligata. Eithan Bondì era regolarmente iscritto alla comunità ebraica, nei fascicoli della polizia era segnalato soltanto per volantinaggi e attacchinaggi, con qualche sospetto d’aver partecipato a qualcosa di più, per esempio l’attacco agli studenti del liceo Caravillani, a due passi da casa, sotto la guida esperta di Riccardo Pacifici.
Eithan Bondì ha confessato “a caldo” di far parte della “Brigata ebraica”, o almeno questo è quello che è stato filtrato ai giornalisti che frequentano la sala stampa della Questura. Può darsi che il gruppo a cui appartiene abbia altri nomi (come “brigata Vitali”, attiva a Roma), ma di sicuro quantità e qualità delle armi non sono da “lupo solitario” (non siamo in America, dove le armi si comprano al supermercato senza licenza), né da “insieme informale” di sionisti armati.
Poi l’intervento di un avvocato, presumibilmente di fiducia della “comunità”, che gli ha fatto dare una seconda versione molto più “tranquilla”: “ho fatto un gesto deplorevole, ma non ho legami con la Brigata ebraica”. Proteggere la “comunità” e le sue strutture organizzate, palesi od occulte che siano. È la parte più “normale” che ci si potesse aspettare. I media capiscono al volo, e lo tolgono dalle “notizie in evidenza”, in attesa forse di un’altra versione in cui cercherà di passare da “vittima” o simili.
Detto in termini legali: il “reato associativo” (banda armata) è addirittura più grave del “tentato omicidio” contestato inizialmente (ma che potrebbe facilmente essere derubricato nelle fasi successive del procedimento). E poi ci sono tutte quelle armi in casa. Può insomma essere il filo che permette – cosa che compete alla magistratura – di risalire anche alla maglia fitta di picchiatori-militari con doppio passaporto che combattono o hanno combattuto con l’Idf a Gaza o in Libano e che rappresentano ora oggettivamente una minaccia per la cittadinanza di questo paese.
Se prima dei colpi a Parco Schuster quel pericolo era solo potenziale, oggi è assolutamente attuale. Se si importa la guerra mediorientale in casa, oltretutto con le logiche genocidiarie e il disprezzo totale per la vita dei “non sionisti”, è solo questione di tempo che dalle ferite si arrivi a qualcosa di peggio.
Da questa angolatura la decisione di rimandarlo subito a casa, agli arresti domiciliari, ci sembra una risposta – bruttissima, ma oggettiva – alla domanda che avevamo posto solo due giorni fa: se o quando la tensione della comunità internazionale con Israele salirà ancora, “questa ‘quinta colonna militare’ cosa farà? E verrà neutralizzata oppure in qualche modo ‘accompagnata’?”. Fin qui la scorta mediatica è stata più che abbondante.
Magistratura e governo per ora restano fermi sul “proteggerla”, addirittura. L’assegnazione ai domiciliari, infatti, è la cosa più “anormale” in tutta questa vicenda.
Non c’è infatti osservatore esperto di cronache giudiziarie che dubiti del fatto che, se uno sparo in piazza e tutte quelle armi in casa avessero visto come protagonista un “anarchico” o “uno dei centri sociali”, sarebbe finito chiuso in cella e magari spedito al 41 bis, come accaduto ad Alfredo Cospito e a qualche altro prigioniero politico.
Su queste cose, adottare un “doppio standard”, per uno Stato, è una strada che porta all’inferno. Peraltro già percorsa quando abbiamo sperimentato la strategia delle stragi fasciste ma coperte dallo Stato stesso. Cambiano solo gli interessi in campo...
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29/04/2026
Individuato lo sparatore del 25 aprile a Roma: è della Brigata ebraica
I fatti sono avvenuti nei pressi di Parco Schuster, lo scorso 25 aprile dove era in corso la conclusione del corteo per la Festa della Liberazione dal nazifascismo, organizzata dall’Anpi.
Il ragazzo a bordo di uno scooter bianco e vestito un giubbotto verde militare, è accusato di essersi avvicinato a una coppia di militanti dell’Anpi e di aver sparato diversi colpi con una pistola ad aria compressa. Le vittime sono marito e moglie, Nicola Fasciano, 65 anni, e Rossana Gabrieli, 62 anni. L’uomo è stato colpito vicino al collo e alla guancia, la donna invece alla spalla. I due non indossavano la kefiah palestinese tanto odiata dai sionisti ma il fazzoletto dei partigiani dell’Anpi.
Il giovane, Eithan Bondi, è stato raggiunto dalla Digos nella serata di ieri presso la sua abitazione ed è stato perquisito. L’accusa è di tentato omicidio e porto d’armi abusivo. Bondi avrebbe dichiarato di far parte della Brigata Ebraica di Roma. Gli investigatori sono riusciti ad individuarlo grazie alle telecamere di sorveglianza che hanno seguito la sua fuga dalla Basilica di San Paolo prima verso Piramide, poi per via del Porto Fluviale e infine per il Lungotevere. Durante il tragitto il ragazzo aveva gettato la pistola softair in un cassonetto.
Gli interrogativi posti da questa vicenda sono parecchi. La zona di Roma in cui è avvenuto l’attentato – Ostiense/Marconi – è da tempo oggetto di ripetute aggressioni e attentati attribuiti ai gruppi di ultrà sionisti della Capitale contro attivisti o locali filopalestinesi. Ultima in ordine di tempo la vandalizzazione dell’aula studenti all’università di Roma Tre due giorni fa.
Alla particolare aggressività di questi settori della comunità ebraica romana va connesso anche l’alto numero di cittadini con doppio passaporto italiano-israeliano che sono andati a combattere in questi tre anni in Israele nelle forze armate. Degli 828 individuati, molti infatti sono romani.
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La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa
La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.
La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.
Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.
La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.
Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.
D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.
Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.
Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?
Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?
Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?
Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.
La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?
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31/12/2025
Smontiamo la montatura
In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici.
Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 delle 306 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti siano state di fatto scritte dagli apparati di intelligence dello stato israeliano. Si tratta di una ingerenza evidente quanto inaccettabile, che ipoteca tutto il resto.
In secondo luogo, l’aver criminalizzato la raccolta in Italia di fondi destinati a istituzioni palestinesi di Gaza e in Cisgiordania avviene contemporaneamente alla decisione del governo israeliano di espellere o vietare l’ingresso a ventidue ong e organizzazioni umanitarie da Gaza.
Non solo si continua così ad affamare e ad aggravare le condizioni di vita dei palestinesi, ma si vuole anche impedire che questa articolazione del genocidio avvenga senza più testimoni sul campo.
Bloccare i finanziamenti dall’estero e spazzare via ogni presenza internazionale è il combinato disposto genocida che Israele intende applicare cinicamente e sistematicamente.
Dopo aver cercato di cancellare i palestinesi sul piano politico (il politicidio) e militare (bombardamenti e uccisioni di massa), adesso si vuole eliminare anche la stessa dimensione umanitaria della questione palestinese, facendola apparire come disdicevole, sospetta, inutile.
Seminare il dubbio sulle raccolte fondi che in questi mesi hanno coinvolto migliaia di persone, scuole, associazioni, parrocchie e quant’altro, è una delle forme più subdole per cercare di depotenziare l’ondata di empatia popolare verso i palestinesi. Dunque che le raccolte fondi proseguano e si intensifichino nonostante questa operazione.
C’è poi l’aspetto politico interno a rendere ancora più inaccettabile e inquietante questa montatura politico/giudiziaria.
Non solo si accetta l’ingerenza e la visione israeliana sullo stesso operato della magistratura (cosa già avvenuta nel caso di Anaan Yaesh e gli altri due palestinesi sotto processo a L’Aquila), ma si agevola l’operazione scatenata da mesi dagli apparati ideologici e di sicurezza dello stato israeliano.
L’obiettivo dichiarato è quello di smantellare il vasto movimento di solidarietà popolare con la lotta dei palestinesi e il riconoscimento politico del loro diritto alla resistenza contro l’occupazione coloniale israeliana.
In questi due anni l’egemonia sionista sulla comunicazione politica e nel dibattito pubblico ha subìto sconfitte pesanti. Un genocidio in diretta non poteva passare come esercizio del “diritto alla sicurezza di Israele”. In questo sanguinoso trucco non ci cascava quasi più nessuno, se non i sionisti e quelli a libro paga di Israele.
L’escalation militare della “guerra sui sette fronti” scatenata da Tel Aviv, pur ottenendo risultati materiali sul campo, non era riuscita a compensare o rovesciare la sconfitta politica a livello internazionale.
A quel punto la guerra israeliana si è spostata dal fronte alla “guerra cognitiva” nei paesi europei (nella maggior parte del mondo è inutile persino provarci…). In Italia soprattutto, perché in questo paese erano venute crescendo mobilitazioni popolari di massa che hanno fatto vacillare la complicità politica di un governo di destra che si ritiene il “miglior alleato” di Israele.
È cominciata così la controffensiva politico/mediatica che ha visto prima ostracizzare in ogni modo personalità influenti come Francesca Albanese, poi attivare i ministri del governo Meloni (Istruzione e Interni) per normalizzare con la forza scuole, università e piazze. Una “manina” a questa controffensiva sembra averla data anche il presidente dell’ANP Abu Mazen con la sua legittimazione politica alla Meloni e la delegittimazione della solidarietà italiana alla Palestina. Infine, a far quadrare il cerchio. è venuta fuori l’iniziativa di settori della magistratura disponibili a farsi portavoce delle istanze israeliane contro i palestinesi in Italia.
Il precipitato di tutto questo è poi avvenuto anche in sede parlamentare, dove la destra ha rovesciato tutto il suo livore antipalestinese contro un’opposizione fin troppo cedevole perché strumentale. Quest’ultima, infatti, invece di tenere la testa alta ha calato subito le braghe, come quasi sempre avvenuto in questi ultimi decenni proprio sulla Palestina.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni è che di fronte agli attacchi sionisti e dei loro manutengoli occorre tenere fermo il punto sul piano politico, senza concedere nulla alla loro narrazione. Non sono abituati a incontrare resistenze, ragione per cui vanno in tilt e cominciano a muoversi in modo scomposto. Basta leggere le pagine dei vari gruppi sionisti per averne una dimostrazione.
Dunque, a partire da subito, occorre mettersi al lavoro per demolire la montatura contro Mohammed Hannoun e i palestinesi e affrontare in modo coordinato quella che sarà la campagna di criminalizzazione del movimento di solidarietà con il popolo palestinese in Italia. Servirà una grande determinazione e altrettanta duttilità. Non sarà molto utile chi strilla più forte, ma chi saprà agire sulle molte contraddizioni del nemico.
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