Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/06/2026
Hannoun e gli altri palestinesi di nuovo in custodia cautelare per volere di Israele
“La raccolta sistematica di denaro – scrive la presidente del Tribunale, Marina Orsini – non è fatta da soggetti estranei all’associazione terroristica (Hamas, ndr), spinti dalla situazione emergenziale della guerra come vorrebbe sostenere la difesa nelle sue memorie agli atti, ma da parte di soggetti che partecipano all’associazione stessa, ne condividono le finalità anche terroristiche e si attivano dunque per finanziarla, tanto da riuscire a farlo costantemente per molti anni”.
Ricordiamo che questi soggetti considerati non estranei ad Hamas hanno ricevuto fondi anche dall’OPEC e dall’ONU, e che la natura “terroristica” è indicata solo da Israele. La Cassazione aveva effettivamente sottolineato come la decisione del Riesame non poteva essere fondata su indeterminate fonti aperte e, nei fatti, sugli elementi arrivati da Tel Aviv per costruire un teorema giudiziario repressivo.
La Cassazione aveva inoltre chiesto che venisse chiarito se le charities coinvolte “rappresentino mero ‘schermo’ fittizio del finanziamento di atti terroristici; ovvero se, qualora le charities siano invece esistenti ed impegnate nel settore del welfare per conto di Hamas o gestito da Hamas, tale settore sia comunque funzionale, in tutto o in parte, al compimento degli obiettivi terroristici della stessa Hamas”.
Insomma, anche un qualche legame con la forza politica presente a Gaza non basterebbe per parlare di terrorismo. Basti pensare che tra le prove a sostegno di questo tipo di finalità viene portata l’adozione di 21 orfani di combattenti di Hamas, avvenuta in un periodo, quello tra il 2021 e il 2024, in cui il totale delle adozioni è stato superiore alle mille. Se adottare 21 bambini, a prescindere da quel che facevano i genitori e da quel che si pensa di Hamas, è terrorismo, si capisce la natura del procedimento in corso.
E tuttavia, l’istanza di scarcerazione è stata rigettata in seguito al ricorso della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo (DDA). In particolare, per i giudici di Genova Hannoun deve rimanere in carcere perché ci sarebbe pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. In sostanza, viene tenuto in galera perché la realtà non si adatta alla costruzione penale di Israele, allungatasi fino alle aule italiane.
I legali che assistono Hannoun e gli altri palestinesi hanno già annunciato un ulteriore ricorso in Cassazione, che deve essere presentato entro dieci giorni. La difesa contesta che i rilievi della Cassazione non sono stati recepiti, continuando a insistere sull’atteggiamento degli indagati e su ipotetici finanziamenti al terrorismo, senza portare un impianto probatorio nelle forme richieste e riproponendo in larga parte le precedenti motivazioni.
Intanto, l’API e le Donne Palestinesi, consapevoli dell’aria che tirava da Genova, avevano già chiamato un presidio di solidarietà con i detenuti, che si svolgerà oggi, alle ore 18, in San Babila, a Milano. Non è accettabile che la longa manus sionista diriga le indagini italiane, ed è importante ribadire in piazza la contrarietà all’ingiustizia che sta venendo commessa.
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15/06/2026
Martedi a Genova udienza decisiva per Mohammed Hannoun e i palestinesi detenuti in Italia
Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo sulla montatura che ha portato in carcere Mohammed Hannoun ed altri rappresentanti palestinesi in Italia.
Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono ancora rinchiusi in carcere in custodia cautelare.
A maggio la Corte di Cassazione, accogliendo uno dei motivi di ricorso sollevati dalle difese, ha motivato l’annullamento delle ordinanze del Tribunale del riesame di Genova sulla custodia cautelare degli indagati nell’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso enti di solidarietà con il popolo palestinese.
La Corte, in sostanza, ha affermato che il giudice può fondare la decisione solo su materiale acquisito in contraddittorio e di provenienza accertata: le “fonti aperte” indeterminate, prive di indicazione dell’origine e di vaglio di attendibilità, non equivalgono al “fatto notorio” e sono inutilizzabili (al pari del materiale proveniente dai servizi segreti israeliani). La mancata specificazione della fonte e della sua qualità ed attendibilità ne preclude l’utilizzabilità.
Contestualmente, la Corte ha depositato le motivazioni con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, che insisteva per l’utilizzabilità del materiale di provenienza bellica.
L’udienza è prevista alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. “Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale” afferma l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) – “Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa”.
Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno. “A chi non potrà essere lì fisicamente, lo sia con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie”.
Ci auguriamo che il 16 giugno venga fatta giustizia e siano scarcerati Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad.
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10/04/2026
La Cassazione smonta il teorema giudiziario contro Mohammed Hannoun e i palestinesi in Italia
La Cassazione ha inoltre decretato inammissibili i due ricorsi della procura di Genova contro la scarcerazione, decisa dal tribunale del Riesame in precedenza, nei confronti di Raed Al Salahat, 48 anni.
Per quanto riguarda l’annullamento delle ordinanze di arresto, il Tribunale del Riesame avrà adesso dieci giorni per riesaminare il caso.
In attesa di una nuova pronuncia del Riesame, per Mohammed Hannoun non cambia ancora la condizione personale, perché resta detenuto nel carcere di Terni, ma cambia il quadro processuale. La detenzione dovrà essere rivalutata da capo e il caso politico/giudiziario, almeno per ora, si riapre completamente.
I documenti inviati dagli apparati israeliani alle autorità italiane per richiedere l’arresto di Hannoun e degli altri palestinesi, sembrano essere stati definitivamente esclusi come fonte di prova indiziaria contro i rappresentanti dell’Associazione dei Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, smantellando così lo strumento principale della montatura giudiziaria messa in piedi dei pm genovesi. L’ordinanza di arresto era una sorta di trattato sull’islam politico che molto somigliava ad un teorema più che a una indagine.
È opportuno ricordare che Hannoun e gli altri palestinesi sono stati arrestati su pressione delle autorità israeliane, una richiesta alla quale una parte della magistratura si è piegata, incoraggiata dalle campagne criminalizzanti dei giornali della destra e degli ambienti sionisti in Italia.
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20/01/2026
La montatura contro i palestinesi arrestati in Italia perde pezzi
Ieri a Genova si è riunito il Tribunale del Riesame ed ha posto in libertà tre dei palestinesi arrestati alla fine di dicembre ma ne ha trattenuti in carcere quattro, tra cui Hannoun. Tra novanta giorni si conosceranno le motivazioni di questa decisione e gli avvocati difensori hanno già annunciato che presenteranno appello.
Le molte contraddizioni di questa inchiesta, che ci ha fatto parlare di montatura mediatico/politico/giudiziaria, stanno venendo alla luce una dopo l’altra. Ma la sua debolezza intrinseca non ne diminuisce l’insidiosità. A questa infatti stanno cercando di sopperire – nella sua preparazione mediatica e nella gestione successiva – le isteriche campagne dei giornali della destra, ma anche le dichiarazioni colpevoliste rilasciate nelle audizioni in Parlamento del ministero degli Interni Piantedosi pur con il procedimento in corso, anzi appena avviato.
È evidente, tramite questa montatura, il tentativo di depotenziare e complicare la solidarietà con i palestinesi, anche solo sul piano umanitario, dimostrata dall’ondata di empatia che è cresciuta nel nostro paese e che Israele intende spezzare con ogni mezzo. Il problema è che il governo italiano intende assecondare e sostenere questa controffensiva israeliana.
Da qui l’avvio dell’inchiesta e gli arresti dei palestinesi residenti e attivi in Italia, una inchiesta con tantissimi punti deboli che stanno emergendo.
“In questa fase l’impianto accusatorio ha ceduto in modo importante a partire dal piano di utilizzabilità del materiale israeliano visto che con questa operazione sembrano aver operato una separazione tra il finanziamento e la partecipazione all’associazione” segnala un veterano della cronaca giudiziaria come Frank Cimini riprendendo le parole di uno dei legali della difesa.
Il dossier fornito dal Mossad ai magistrati genovesi, è quello che di fatto ha costituito il nerbo principale delle accuse contestate dalla Procura di Genova contro Mohammed Hannoun e agli altri palestinesi indagati cioè il presunto collegamento fra le associazioni finanziate e Hamas. Un passaggio che è stato contestato sin dall’inizio dai legali degli indagati.
“Non siamo ovviamente soddisfatti del mancato annullamento della misura nei confronti di Hannoun – commenta Fabio Sommovigo, uno dei difensori – ma notiamo che già in questa fase l’impianto accusatorio ha ceduto in modo importante a partire dal piano dell’utilizzabilità del materiale israeliano, visto che con questa decisione i giudici sembrano aver operato una separazione tra il finanziamento e la partecipazione all’associazione”.
“Dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi: per alcuni indagati è stata disposta la scarcerazione, per altri la misura cautelare è stata confermata” – spiega Nicola Canestrini, un altro dei legali della difesa – “In attesa delle motivazioni, pare tuttavia che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ di provenienza israeliana, segnando una netta presa di distanza dalla strumentalizzazione giudiziaria di materiali di intelligence militare”.
Intanto un incidente di percorso ha “sputtanato” la fonte del dossier israeliano. Il misterioso “Avi”, autore del rapporto “Expert” che mette nel mirino le associazioni benefiche palestinesi e Hannoun ha un nome e cognome si chiama Avi Abramson, è un esperto di antiterrorismo che lavora per il National Bureau of Counter Terrorism Financing of Israel, la branca dei servizi di sicurezza di Tel Aviv che si occupa di intelligence finanziaria. Il suo nome, che doveva rimanere riservato, è venuto fuori da una email inviata dagli uffici israeliani a quelli della magistratura.
Un articolo de Il Fatto Quotidiano riporta che il nome di Avi Abramson compare in rete legato a due eventi specifici. Il primo riguarda un incontro pubblico organizzato dalle autorità israeliane nel 2020, che ha come tema centrale il collegamento fra ong e organizzazioni terroristiche. In quel consesso Abramson interviene come “esperto di antiterrorismo con diciannove anni di carriera alle spalle”.
Il secondo è legato alla delegazione israeliana che nel 2016 difese l’operato del governo di Tel Aviv di fronte alla Commissione Onu contro la tortura. In quell’occasione Abramson risulta aver partecipato come consigliere legale dell’allora primo ministro israeliano.
Lo stesso articolo rammenta due questioni importanti. La prima è che la Procura di Roma nel 2018, di fronte agli stessi elementi che hanno portato a dicembre all’arresto dei palestinesi dell’Api e dell’Abspp, ritenne di dover archiviare il procedimento.
La seconda è che la stessa Procura di Roma ha ritenuto che “Allo stesso modo non appare apprezzabile la circostanza in base alla quale alcune associazioni palestinesi destinatarie di fondi sarebbero state considerate terroristiche dallo Stato di Israele o dall’Autorità nazionale palestinese proprio per il loro collegamento ad Hamas. Infatti non può essere in alcun modo trasferita nel nostro sistema sanzionatorio penale una determinazione assunta da altre autorità politiche, giudiziarie e di polizia senza una approfondita valutazione degli elementi fattuali che concretizzino condotte rilevanti penalmente poste in essere nel nostro Paese alla luce dei principi giuridici qui vigenti”.
Per gli apparati israeliani tutte le associazioni solidali con la Palestina o attive a Gaza e in Cisgiordania sono infatti “terroriste”. Il finanziamento dall’estero delle attività di queste associazioni è da tempo nel mirino del Mossad.
Nel 2022 sette Ong palestinesi attive in Cisgiordania sono state messe fuorilegge. Adesso Israele ha vietato l’ingresso o decretato l’espulsione da Gaza di ben 37 Ong e organizzazioni umanitarie impedendone l’attività in una situazione di totale devastazione.
L’inchiesta avviata dalla procura di Genova non ha però intimidito il vasto movimento di solidarietà con la Palestina che nelle piazze e in tante iniziative continua a chiedere la liberazione dei palestinesi arrestati a dicembre e la fine di ogni collaborazione tra le istituzioni italiane e gli apparati israeliani.
Questi ultimi – e i loro terminali in Italia – vorrebbero che le condizioni di vita della popolazione e la questione palestinese come questione politica e non solo umanitaria, spariscano dall’agenda per poter realizzare – oltre al genocidio – anche il “politicidio” dei palestinesi, come ha documentato lucidamente il sociologo israeliano Baruch Kimmerling quasi venti anni fa.
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19/01/2026
Il tribunale del Riesame di Genova ha scarcerato tre dei palestinesi arrestati a dicembre. Hanoun e altri tre restano in carcere
A tornare in libertà sono Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, 52 anni, Raed Al Salahat, 48 anni e Khalil Abu Deiah, 62 anni, difesi dagli avvocati Nicola Canestrini, Samuele Zucchini, Emanuele Tambuscio e Sandro Clementi.
Restano in carcere il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, 63 anni, Yaser Mohamed Rmdan Elasaly, 51 anni, Riyad Adbelrahim Jaber Albustanjı, 60 anni e Ra’Ed Hussny Mousa Dawoud, 52 anni.
“Il Tribunale del Riesame di Genova – si legge in una nota diffusa dall’avvocato Nicola Canestrini – ha depositato oggi il dispositivo del provvedimento relativo all’indagine che coinvolge materiale fornito dalle autorità israeliane. Le motivazioni saranno depositate nelle prossime settimane. Dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi: per alcuni indagati è stata disposta la scarcerazione, per altri la misura cautelare è stata confermata. In attesa delle motivazioni, pare tuttavia che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ di provenienza israeliana, segnando una netta presa di distanza dalla strumentalizzazione giudiziaria di materiali di intelligence militare. Per i profili residui, il Tribunale avrebbe ritenuto di poter valutare separatamente la sussistenza di indizi sulla base di fonti diverse”.
“È un risultato importante: viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra – commenta Canestrini –. La lotta al terrorismo va combattuta con le regole, non con scorciatoie. Sul resto attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza. La difesa continuerà a vigilare con rigorosa attenzione critica su ogni tentativo di piegare il diritto a logiche militari, riservandosi ogni ulteriore valutazione dopo il deposito delle motivazioni”.
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14/01/2026
Il Riesame a Genova sui palestinesi arrestati, le contraddizioni dell’inchiesta
Il Tribunale del Riesame venerdì dovrà decidere se la detenzione in carcere dei palestinesi – nel frattempo trasferiti in istituti speciali in quanto accusati di “terrorismo” – sia giustificata o meno.
Su questa inchiesta, che presenta molti aspetti di una montatura mediatica/politica/giudiziaria, pesa in modo rilevante – e per molti aspetti decisivo – il fatto che una parte consistente dell’ordinanza di carcerazione si fonda su materiale fornito dagli apparati repressivi israeliani.
Gli avvocati difensori dei palestinesi detenuti, hanno preso parola in queste ore con un lungo e dettagliato comunicato di denuncia su questa situazione.
“L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri” scrivono i legali, aggiungendo che “Va chiarito con assoluta nettezza: non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence. Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto”.
Il comunicato degli avvocati sottolinea, giustamente, come sia un dato incontestabile che lo Stato di Israele rifiuti sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali.
“È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso” affermano i legali.
C’è poi una precisazione importante, secondo cui nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. “Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia”.
Quest’ultimo è un aspetto, a nostro avviso decisivo, che viene ripreso anche in un altro passaggio del documento degli avvocati difensori quando segnalano che “L’utilizzo di informazioni di origine meramente intelligence (per di più straniera, aggiungiamo noi) come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un diritto penale del nemico, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali”.
C’è infine un altro aspetto che merita di essere sottolineato e cioè la preparazione mediatica – condotta da tempo dai giornali di destra e filo-sionisti – e la gestione politica di questa inchiesta, che vede anche figure istituzionali esprimersi nel merito mentre essa è ancora in corso. Certe considerazioni fatte nelle comunicazioni al Senato dal ministro Piantedosi, non hanno certo contribuito a creare un “clima sereno per l’operato dei giudici”.
La contraddizione viene rilevata nel documento dei legali dei palestinesi arrestati quando denunciano che “È particolarmente grave, inoltre, che la presunzione di innocenza venga sistematicamente calpestata attraverso dichiarazioni pubbliche e narrazioni mediatiche di stampo colpevolista, che anticipano il giudizio e trasformano l’indagine in una condanna, in aperto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, con il diritto europeo e con i principi del giusto processo”.
Aspetteremo l’esito del Tribunale del Riesame di Genova di venerdì 16 gennaio, ma per le caratteristiche da teorema che è venuta assumendo questa inchiesta (basta leggersi le 305 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti, ndr), sarà bene che tutte le reti, associazioni e realtà solidali con la lotta del popolo palestinese approntino tutte le misure per una mobilitazione per la giustizia che collide duramente con gli obiettivi degli apparati di stato israeliani... e di quelli di un governo che se ne è reso complice anche in questa occasione facendoli propri.
Purtroppo non si tratta di un caso isolato. Nello stesso giorno di venerdì 16 gennaio, si attende infatti anche la sentenza del Tribunale de L’Aquila contro tre palestinesi arrestati e processati in Italia (Anan Yaesh, Ali e Mansour) per le accuse mosse contro di loro dagli apparati israeliani e non per reati commessi sul territorio italiano. Come dovremmo definire tutto questo?
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10/01/2026
Accanimento del governo Meloni contro i palestinesi arrestati, trasferiti e isolati nelle carceri speciali
Che questo accanimento fosse nell’aria lo si era capito due giorni fa quando il ministro dell’interno Matteo Piantedosi, rispondendo al question time al Senato aveva affermato che “Nel caso in questione pur con la doverosa presunzione di innocenza, è stato squarciato il velo su attività che, dietro il paravento di iniziative in favore della popolazione palestinese, venivano sistematicamente dirottate verso strutture di Gaza riconducibili all’egida di Hamas per finalità di terrorismo”. Quest’ultimo – ha detto in aula il ministro Piantedosi – “è un dato su cui richiamo l’attenzione soprattutto di chi in alcune occasioni ha manifestato acritica vicinanza a personaggi coinvolti nell’indagine, sottovalutando, pur in buona fede, la delicatezza e la complessità di contesti che si muovono in un’area non sempre netta tra intenti apprezzabili e propositi meno limpidi”.
Nessun passaggio o ammissione sul fatto che buona parte della documentazione contro i palestinesi arrestati provenga dai servizi segreti israeliani, in compenso un messaggio intimidatorio, neanche troppo velato, sia verso le forze di opposizione in Parlamento che verso l’esteso movimento di solidarietà con il popolo palestinese, un messaggio rapidamente ripreso dai parlamentari e dai giornali della destra filo-sionisti.
Tra l’altro, il 7 gennaio scorso è stato avviato il percorso di discussione in Parlamento del Ddl Delrio – ufficialmente contro l’antisemitismo, praticamente contro chi critica Israele e il sionismo – che sembra trovare un iter addirittura più veloce del Ddl Gasparri che pure era stato presentato prima. Il “lavoro sporco” contro le forze alternative e della solidarietà popolare con i palestinesi sembra quasi che si preferisca affidarlo al PD invece che alla destra.
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01/01/2026
Il problema è sostenere o meno il diritto alla resistenza dei palestinesi
Seppur interessanti, trovo che coloro che rispondono all’arresto di Hannoun soffermandosi sul fatto che tali accuse si basano su quanto afferma Israele non centrino il punto dirimente della questione.
Che Israele detti la nostra politica intervenendo direttamente o meno anche su questioni interne non lo scopriamo oggi e non lo scopriamo tra l’altro con il governo attuale: basterebbe vedere il processo a quanto accadde all’Aquila contro i tre palestinesi. O cosa per decenni il Mossad ha fatto a casa nostra. O semplicemente come l’ago della nostra politica estera, soprattutto negli ultimi anni, segni sempre di più Washington e Tel Aviv.
Sia chiaro: è sempre giusto denunciare la nostra complicità e sudditanza. Ed è lodevole non stancarsi mai di farlo a costo di essere ripetitivi. Ma, purtroppo, non basta. Fermarsi qui, senza andare oltre nella nostra analisi, vuol dire non esporsi veramente e politicamente su quello che per me è il punto dei punti.
Quello che, per intenderci, fa saltare carriere, che produce denunce, arresti, registrazioni nell’autoproclamato Occidente che grida: “Je Suis Charlie Hebdo”. In poche parole: essere con la Resistenza dei popoli oppressi.
Resistenza che, come è giusto che sia, danneggia direttamente i “nostri” interessi (noi siamo oppressori) o ferisce i nostri “amici” o le marionette che mettiamo lì affinché facciano i nostri interessi. Resistenza ancora più “criminale” – pardon terroristica – perché usa addirittura le armi. L’oppresso, a meno che non siamo noi a cambiargli status perché si genuflette ai nostri (di Washington soprattutto) desiderata, non può usarle. Armi che però – e qui è appunto la cosa tragicomica – noi paghiamo profumatamente (impoverendoci sempre di più, mentre tutto lo stato sociale cade a picco) facendo anche i salamalecchi alle industrie belliche.
Sintetizzando: No alla “Resistenza” palestinese (sono “terroristi“), viva la “Resistenza” ucraina (sono “combattenti”, “eroi”). Da qui, il doppio standard: se i secondi fanno saltare con autobombe (sempre più nostre) civili in Russia, beh il loro atto non è un attacco terroristico, ma viene addirittura applaudito perché mostra le “debolezze” del nostro nemico, Vladimir Putin.
È spesso proprio quest’ultima categorie di persone – che, attenzione, abbraccia oltre alla destra la quasi totalità del centro sinistra – è politicamente ancora più rivoltante quando poi, dopo aver fatto appena una sostituzione di luoghi (esce Ucraina, entra Palestina,) fa la morale sul 7 ottobre che definisce “pogrom”, “atto terroristico”, tra l’altro fingendo (vergognosamente) di dimenticare l’intero contesto in cui sia avvenuto.
La vera questione su Hannoun è la seguente: essere o meno con la Resistenza dei nativi palestinesi.
Una presa di posizione che può nascere solo da uno sforzo di rilettura del passato e del presente attraverso la lotta degli oppressi: nelle sue differenze e modalità c’è un filo di continuità che unisce, giusto per fare qualche esempio, le rivolte anticoloniali pre e post periodo vittoriano, passando per il Sudafrica, Vietnam e Iraq alla Palestina: è l’insostenibile crudeltà del colonialismo (e con tutto ciò che esso comporta) a salire sul banco degli imputati.
In questa ottica, cosa sia Hamas, cosa abbia fatto, cosa faccia a noi interessa poco in questa fase in cui perdura la più vecchia e brutale forma di colonialismo esistente al mondo. Chi in queste ore continua a investire del tempo se Hamas è organizzazione “terroristica” o meno non può essere un nostro fratello o sorella di lotta. Tanto meno, e soprattutto perché non siamo noi i protagonisti, dei palestinesi.
Dobbiamo cambiare modo di leggere gli eventi in un’ottica post coloniale, facendoci da parte. Non sovrapponendo la nostra voce a chi è vittima. Se vogliamo far del bene alla causa palestinese possiamo semplicemente essere dei ponti. Possiamo noi accettare, da bianchi privilegiati nati in una parte del mondo sporca di sangue e violenza (altro che Hamas...), che gli oppressi si ribellano?
Se no, di grazia, spiegate perchè se lo facevamo noi negli anni '40 ancora oggi ci celebriamo e se lo ha fatto un iracheno 20 anni fa o un palestinese era un terrorista?
Se sì, bene allora dobbiamo tenere conto che nel ribellarsi, soprattutto dopo che sei occupato e umiliato da oltre 100 anni, i popoli in lotta commettono anche errori e atrocità. E che l’atrocità è l’unico frutto che può sorgere nell’oppressione coloniale.
È questo il punto che va sottolineato. Non esistono atrocità di serie A e serie B: quando gli indiani massacravano nell’Ottocento anche i civili inglesi non lo facevano in modo meno brutale di quanto avvenuto nei kibbutz e ai giovani israeliani del rave. Eppure non dovevano sollevarsi contro quello spietato sfruttamento?
Eppure sono stati atti orribili contro civili esattamente con il 7 ottobre. Per le vittime civili israeliane di quel giorno provo un profondo dolore. Almeno dalla mia condizione di privilegiato posso permetterlo. Ci siamo detti sempre “Restiamo umani” e non possiamo venir meno a quella promessa perché è ciò che permette all’intero cielo di non cadere.
Anche se quelle vittime godevano dei privilegi del sistema coloniale. Anche se quelle vittime magari erano parte attiva di quel sistema coloniale. Anche se ballavano a pochi chilometri da un campo di concentramento. Quelle vittime le sento con dolore a maggior ragione perché credo che la Palestina sia “dal fiume al mare” e che la Palestina che spero sorga debba riconoscere e pianga anche quelle vittime. È un punto di partenza imprescindibile per qualunque riconciliazione: sentire l’altro, ma finalmente in un’ottica di uguaglianza senza muri e fili spinati.
I nostri media stanno offrendo in questi giorni una fotografia perfettamente chiara del loro degrado e prostituzione intellettuale. Così come imbarazzante è “l’opposizione”: quasi godono a fare a gara a mettere Hanoun sul patibolo. A prendere le distanze. Ma non è da meno colpevole, forse più ipocrita pur nel suo interessante giro di parole da intellettuale, chi critica aspramente Salvini invitandolo a “non delegittimare il movimento pro-Palestina” come fa Salis a Genova. Ma poi aggiunge che Hamas è un gruppo terroristico.
Ancora più schizofrenico chi magari aggiunge subito dopo: “viva la Resistenza palestinese!”. Ma come: Hamas, pur nelle sue tante ambiguità e nei suoi tornaconti politici, è la stessa che in misura maggiore è stata nelle strade ad annientare i cingolati dell’oppressore? O vogliamo negare la realtà? Sono le stesse forme di Resistenza palestinese che considerano Hamas tale.
E noi, qui a qualche migliaio di chilometri, vogliamo decidere cosa va bene o cosa no? Vogliamo continuare a parlare al posto degli oppressi? E se siamo con quest’ultimi, non eravamo con quei miliziani di Hamas – non solo loro ricordiamolo – che infliggevano colpi ai carri armati coloniali?
Ecco quindi che essere con Hanoun, essere con l’imam Shahin, deve essere senza se e senza ma. Soprattutto in queste ore. Nei distingui, venuti fuori anche da AVS, si vede tutta la pochezza di gruppi parlamentari che di sinistra non hanno nulla e che andrebbero abbandonati nelle tornate elettorali.
Non sei con i palestinesi oppressi se piangi per un bambino gazawi assassinato. Se con pietismo tratti i palestinesi solo in quanto vittime. Che poi chi se ne frega se siano liberi o meno e al massimo, sia chiaro, che siano liberi come vogliamo noi. Irrilevante se ti avvolgi in una kefya profumatissima e hai un bandierone della Palestina. Le Salis non riconosceranno mai la Resistenza. E se pure dovessero farlo, parleranno che “deve essere non violenta”. Il privilegiato che stabilisce le modalità di lotta dell’oppresso.
Il salto repressivo in Italia e nelle pseudo democrazie europee, Germania in testa, è pericoloso. Nei mesi scorsi hanno denunciato, arrestato e picchiato attivisti “pro-Pal”. Non si può non sottolineare il salto di qualità di queste ultime settimane. Non possiamo, ancora una volta, fingere di non capire come la Palestina ci riguarda ed è la cartina al tornasole delle nostre vite: racconta il nostro presente fornendoci una istantanea chiarissima di come sia ridicola la pseudo-opposizione parlamentare e quanto siano non democratiche le “nostre democrazie”.
Oggi Hannoun, domani sempre di più decine di attiviste e attivisti per qualunque altra causa. È un fenomeno che è già iniziato con la complicità della magistratura la cui azione repressiva avviene sempre con una perfetta tempistica.
Fonte
31/12/2025
Smontiamo la montatura
In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici.
Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 delle 306 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti siano state di fatto scritte dagli apparati di intelligence dello stato israeliano. Si tratta di una ingerenza evidente quanto inaccettabile, che ipoteca tutto il resto.
In secondo luogo, l’aver criminalizzato la raccolta in Italia di fondi destinati a istituzioni palestinesi di Gaza e in Cisgiordania avviene contemporaneamente alla decisione del governo israeliano di espellere o vietare l’ingresso a ventidue ong e organizzazioni umanitarie da Gaza.
Non solo si continua così ad affamare e ad aggravare le condizioni di vita dei palestinesi, ma si vuole anche impedire che questa articolazione del genocidio avvenga senza più testimoni sul campo.
Bloccare i finanziamenti dall’estero e spazzare via ogni presenza internazionale è il combinato disposto genocida che Israele intende applicare cinicamente e sistematicamente.
Dopo aver cercato di cancellare i palestinesi sul piano politico (il politicidio) e militare (bombardamenti e uccisioni di massa), adesso si vuole eliminare anche la stessa dimensione umanitaria della questione palestinese, facendola apparire come disdicevole, sospetta, inutile.
Seminare il dubbio sulle raccolte fondi che in questi mesi hanno coinvolto migliaia di persone, scuole, associazioni, parrocchie e quant’altro, è una delle forme più subdole per cercare di depotenziare l’ondata di empatia popolare verso i palestinesi. Dunque che le raccolte fondi proseguano e si intensifichino nonostante questa operazione.
C’è poi l’aspetto politico interno a rendere ancora più inaccettabile e inquietante questa montatura politico/giudiziaria.
Non solo si accetta l’ingerenza e la visione israeliana sullo stesso operato della magistratura (cosa già avvenuta nel caso di Anaan Yaesh e gli altri due palestinesi sotto processo a L’Aquila), ma si agevola l’operazione scatenata da mesi dagli apparati ideologici e di sicurezza dello stato israeliano.
L’obiettivo dichiarato è quello di smantellare il vasto movimento di solidarietà popolare con la lotta dei palestinesi e il riconoscimento politico del loro diritto alla resistenza contro l’occupazione coloniale israeliana.
In questi due anni l’egemonia sionista sulla comunicazione politica e nel dibattito pubblico ha subìto sconfitte pesanti. Un genocidio in diretta non poteva passare come esercizio del “diritto alla sicurezza di Israele”. In questo sanguinoso trucco non ci cascava quasi più nessuno, se non i sionisti e quelli a libro paga di Israele.
L’escalation militare della “guerra sui sette fronti” scatenata da Tel Aviv, pur ottenendo risultati materiali sul campo, non era riuscita a compensare o rovesciare la sconfitta politica a livello internazionale.
A quel punto la guerra israeliana si è spostata dal fronte alla “guerra cognitiva” nei paesi europei (nella maggior parte del mondo è inutile persino provarci…). In Italia soprattutto, perché in questo paese erano venute crescendo mobilitazioni popolari di massa che hanno fatto vacillare la complicità politica di un governo di destra che si ritiene il “miglior alleato” di Israele.
È cominciata così la controffensiva politico/mediatica che ha visto prima ostracizzare in ogni modo personalità influenti come Francesca Albanese, poi attivare i ministri del governo Meloni (Istruzione e Interni) per normalizzare con la forza scuole, università e piazze. Una “manina” a questa controffensiva sembra averla data anche il presidente dell’ANP Abu Mazen con la sua legittimazione politica alla Meloni e la delegittimazione della solidarietà italiana alla Palestina. Infine, a far quadrare il cerchio. è venuta fuori l’iniziativa di settori della magistratura disponibili a farsi portavoce delle istanze israeliane contro i palestinesi in Italia.
Il precipitato di tutto questo è poi avvenuto anche in sede parlamentare, dove la destra ha rovesciato tutto il suo livore antipalestinese contro un’opposizione fin troppo cedevole perché strumentale. Quest’ultima, infatti, invece di tenere la testa alta ha calato subito le braghe, come quasi sempre avvenuto in questi ultimi decenni proprio sulla Palestina.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni è che di fronte agli attacchi sionisti e dei loro manutengoli occorre tenere fermo il punto sul piano politico, senza concedere nulla alla loro narrazione. Non sono abituati a incontrare resistenze, ragione per cui vanno in tilt e cominciano a muoversi in modo scomposto. Basta leggere le pagine dei vari gruppi sionisti per averne una dimostrazione.
Dunque, a partire da subito, occorre mettersi al lavoro per demolire la montatura contro Mohammed Hannoun e i palestinesi e affrontare in modo coordinato quella che sarà la campagna di criminalizzazione del movimento di solidarietà con il popolo palestinese in Italia. Servirà una grande determinazione e altrettanta duttilità. Non sarà molto utile chi strilla più forte, ma chi saprà agire sulle molte contraddizioni del nemico.
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Il diavolo nei dettagli. L’inchiesta di Genova sui “finanziatori di Hamas”
Mentre i telegiornali ci stordivano con la storia dei presunti finanziamenti al terrorismo travestiti da beneficenza verso la Palestina, io ho passato il fine settimana effettivamente a leggermi le 300 pagine dell’ordinanza di arresto contro questi nuovi sospetti. Adesso vi racconto tutto per filo e per segno e senza ipocrisie, però voglio partire da un dettaglio passato inosservato che in apparenza non c’entra niente con questa inchiesta, da una nota a piè di pagina dell’ordinanza di arresto. Voglio partire proprio da qui perché noi in questi giorni abbiamo sentito anche da chi in teoria simpatizza con il movimento a favore della Palestina le soliti frasi di circostanza: “Fiducia nella giustizia”, “la magistratura fa solo il suo dovere” e noi quindi dobbiamo prima di tutto sgombrare il campo da qualsiasi favola sulla presunta neutralità della giustizia.
Perché qui abbiamo a che fare, mi dispiace dirlo ai devoti della magistratura ma non intendo usare mezzi termini, con dei giudici che sono dei veri e propri estremisti ideologici e la loro ideologia è il suprematismo occidentale, l’idea che le persone che vivono nella nostra parte del Pianeta siano superiori ai barbari che vivono fuori. E ve lo dimostro. Nella prima parte di quest’ordinanza il giudice per le indagini preliminari Silvia Cartanini vuole dimostrare che Hamas non è un movimento di liberazione della Palestina ma una minaccia globale, jihadista che vuole rovesciare qualsiasi Stato che non si conformi ai principi fondamentalisti che loro sostengono, anche in modo violento, per sostituirlo con uno Stato islamista.
E per dimostrare questa cosa fa una scelta piuttosto curiosa e cioè cita la dichiarazione di solidarietà dell’ex leader del comitato politico di Hamas, Khaled Meshal, una dichiarazione di solidarietà nei confronti degli studenti del Bangladesh che, forse qualcuno di voi ricorderà, poco tempo fa hanno rovesciato il loro corrottissimo governo. E qui, curiosamente, la giudice Cartanini sente come suo dovere quello di condannare le rivolte in Bangladesh ricordando le pesanti perdite sofferte dalle forze dell’ordine. Ho controllato: ci sono circa una quarantina di morti tra le forze dell’ordine durante questa rivoluzione a fronte di circa 1500 studenti sterminati dal governo. Poi fa questa notazione di cui vi parlavo, nota numero 14 a pagina 24 con il termine “studenti”, tra virgolette, bengalesi, non si immagini un movimento culturale magari anche a carattere generazionale come accaduto nei decenni scorsi in Occidente.
Gli studenti non sono altro che gli allievi delle scuole coraniche ossia la Madrassa ossia il medesimo movimento che ha originato i talebani, infatti taliban significa appunto studenti, questa è la nota. Quindi, se sei uno studente occidentale il tuo è un movimento culturale, invece, i poveri studenti del Bangladesh che si sono dati, tra l’altro, come capo del governo un premio Nobel per l’economia liberale, siccome hanno fatto l’errore di studiare il corano a scuola sono dei talebani. E questa sociologia da quattro soldi impregna tutte le prime cinquanta pagine dell’ordinanza in cui si vuole dimostrare la natura intrinsecamente terroristica del movimento Hamas.
Siccome però Hamas, almeno nel 2017, nei suoi statuti ufficialmente rifiuta l’utilizzo della violenza al di fuori dei territori occupati e anzi accetta, almeno formalmente, la soluzione dei due stati, l’ordinanza accumula una serie di citazioni di esponenti più o meno di spicco del movimento tratte dai media per dimostrare che in realtà, in cuor loro, i membri di Hamas non riconoscono l’esistenza dello Stato di Israele e vogliono una Palestina libera dal fiume al mare. E qui c’è un’altra nota in cui si compiange l’uso, spesso inconsapevole, di questo slogan nelle manifestazioni e anche in Europa. Eppure, siccome al giudice Carpanini piace la storia avrebbe potuto scavare un po’ più a fondo per rendersi conto di come l’idea di dover liberare quella terra dal fiume al mare sia un’idea di origine sionista che precede addirittura il 1948 e che si ritrova perfino negli slogan del Likud, il partito di governo israeliano che, quello sì, vuole e mette in pratica un Israele dal fiume al mare senza quindi nessuna terra per i palestinesi.
Dopo aver messo in chiaro la visione del mondo a cui si conforma, l’ordinanza entra finalmente nel merito delle prove presunte contro gli imputati. Ed è qui che le cose si fanno veramente sconvolgenti.
Magistrati passacarte di IDF?
Le associazioni di beneficenza per la Palestina, che adesso la magistratura accusa di finanziare il terrorismo, per un quarto di secolo sono state oggetto di una strettissima sorveglianza con migliaia di telefonate intercettate, cimici installate nelle case e nelle automobili, indagini patrimoniali e pure un agente infiltrato che ha estratto copie di tutti i documenti delle associazioni, eppure nelle 300 pagine dell’ordinanza di arresto contro i 9 sospettati di aver costituito in Italia una cellula di Hamas, non c’è uno straccio di prova che anche un solo euro sia stato utilizzato per finanziare attività terroristiche. Ci hanno fatto vedere immagini di macchine contasoldi e mazzette di contanti che poi gli imputati trasportavano in valigette verso l’Egitto o la Turchia per farli arrivare a Gaza, però nelle carte c’è scritto chiaramente che i contanti provenivano dalle elemosine raccolte nelle moschee, venivano regolarmente contabilizzati e dichiarati alla frontiera. E siccome le associazioni sotto accusa mantenevano registri contabili molto precisi, è possibile ricostruire dove finivano questi soldi.
E finivano in adozione a distanza di orfani palestinesi, nella costruzione per esempio di un impianto di desalinizzazione per un ospedale di Gaza, o nel sostegno alle famiglie ricadute in guerra nel più estremo dei casi. Questo lo mettono, nero su bianco, gli stessi inquirenti che da 25 anni a questa parte, con una serie di indagini di volta in volta aperte e poi archiviate, provano a mandare in galera per queste attività benefiche le persone che sono state arrestate la settimana scorsa. E fino alla settimana scorsa le indagini erano sempre state archiviate perché i giudici spiegavano che la beneficenza, piacciano o no i suoi destinatari, non è un reato.
Allora che cos’è cambiato adesso? È cambiato, e parlano le carte, che Israele ha inviato all’Italia un dettagliatissimo dossier in cui spiega alle autorità italiane che in verità praticamente tutte le organizzazioni benefiche palestinesi non sono altro che una facciata per Hamas, che anche quando queste associazioni effettivamente svolgono attività benefiche, questo non fa altro che aumentare il prestigio sociale di Hamas, alimentando quindi indirettamente il terrorismo, e che comunque negli orfanotrofi palestinesi i bambini vengono indottrinati alla religione, cosa che immagino negli orfanotrofi delle suore non succeda affatto, e cantano canzoni contro i sionisti. E chissà perché questi bambini orfani ce l’hanno con i sionisti, e chissà perché sono rimasti orfani. Ma il dossier israeliano su cui si basa questa indagine della nostra magistratura non è semplice propaganda, no, è tutto supportato da prove irrefutabili che l’esercito israeliano ha rinvenuto nel corso delle operazioni a Gaza e in Cisgiordania.
Esattamente come il documento emerso dei tunnel che dimostrava i collegamenti tra Hamas e la flottiglia, vi ricordate qualche settimana fa, che poi si è rivelato un falso. O il documento che dimostrava che gli ospedali di Gaza erano tutte basi di Hamas, che poi si è rivelato essere un semplice calendario. In questo caso però non sarà neanche possibile vagliare l’attendibilità di molte di queste prove, perché Israele non si è neanche degnato di fornirle in originale.
È il caso di una testimonianza chiave per dimostrare il collegamento tra le associazioni benefiche e Hamas di cui con estremo candore i giudici italiani dicono in una nota a piè di pagina, stiamo aspettando che gli israeliani ce le mandino per intero perché per ora ci hanno mandato solo il riassunto, che loro prendono per buono. Ma facciamo finta per un momento che le prove fornite da Israele siano totalmente attendibili. Sarebbero utilizzabili in un processo italiano? Il giudice per le indagini preliminari spiega che sì, le prove raccolte in zone di guerra sono utilizzabili, secondo la giurisprudenza, sempre che siano state raccolte in osservanza dei diritti umani e costituzionali previsti dalla nostra Costituzione.
Io dopo aver letto questa frase mi sono messo disperatamente a cercare l’argomentazione giuridica che spieghi in che modo le operazioni dell’IDF in Cisgiordania e a Gaza siano conformi ai diritti umani, ma di questa argomentazione non c’è neanche l’ombra.
So che sembra incredibile, però la magistratura italiana si è ridotta a questo, a fare da passacarte per l’esercito genocida di Israele.
Ma quindi non c’è proprio niente di vero in quello che ci hanno raccontato in questi giorni? Lo vediamo nel prossimo video.
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29/12/2025
La posta in gioco con l’arresto di Mohammed Hannoun
Era evidente la grande preoccupazione che avevano sollevato le enormi manifestazioni popolari e i ben due scioperi generali che hanno invocato un gigantesco “basta!” con ogni complicità dell’Italia con il genocidio avviato dalle autorità israeliane contro i palestinesi. Questa diffusa ondata di indignazione verso Israele andava smantellata, con ogni mezzo.
Da almeno tre mesi, sia in Israele che in Italia, le forze genocidiarie e i loro complici si erano messe al lavoro per agire con tutti i mezzi su quell’obiettivo.
I giornali di destra, spesso in combutta con gli apparati politici e mediatici israeliani, da tempo stavano martellando per ottenere questo risultato.
Ma andiamo a vedere le principali contraddizioni di questa indagine avviata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo con il beneplacito del governo.
a) Molta della documentazione utilizzata in questa ultima indagine proviene dagli apparati israeliani. Le inchieste fin qui effettuate dalla magistratura italiana in questi anni non avevano rilevato dei reati nelle attività di Hannoun e delle associazioni palestinesi.
Il movimento politico Hamas viene considerato come terrorista solo da Usa e Israele. Per l’Unione Europea lo sono infatti solo le Brigate al Qassam, cioè il braccio militare. Le Nazioni Unite, altri organismi internazionali (Corte Internazionale, Corte Penale) o 186 paesi del mondo su 195 non ritengono Hamas una organizzazione terrorista. Raccogliere fondi per le istituzioni pubbliche, ospedaliere o sociali e per le più svariate istituzioni del popolo palestinese a Gaza – anche se gestite da Hamas – va quindi ritenuto del tutto legittimo.
La torsione dell’indagine – e delle pressioni israeliane – era quella di dimostrare che gli aiuti che andavano a istituzioni riconducibili ad Hamas (movimento politico) finissero invece alle Brigate Al Qassam (ritenuto terrorista anche dalla Ue). Una linea sottile, sottilissima dunque.
Una linea che sembra essere stata varcata anche dalla dichiarazione rilasciata dal portavoce europeo di Al Fatah, Jamal Nazzal che di fatto legittima la montatura della magistratura e del governo italiano contro Hanoun e gli altri palestinesi, alimentando il legittimo sospetto che la visita alla festa della Meloni di Abu Mazen sia servita anche per dare il via libera all’operazione.
Essersi piegati alle campagne stampa della destra o alle pressioni israeliane significa che gli inquirenti hanno fatto proprie le valutazioni di entità straniere (Israele) facendole prevalere su quelle proprie.
b) Non è il primo caso. Anche nel processo contro Anaan Yaesh e altri due palestinesi, in corso a L’Aquila, sono state mosse accuse di terrorismo non sulla base di eventuali reati commessi in Italia ma su capi di accusa formulati dagli apparati israeliani per possibili azioni militari nei Territori Palestinesi occupati da Israele.
c) Questi due fattori pongono sul piatto un convitato di pietra: il mancato riconoscimento “politico” della questione palestinese che espone tutti i palestinesi all’accusa di terrorismo anche quando ricorrono al loro legittimo diritto alla resistenza – riconosciuto dall’ONU – contro una occupazione del loro territorio.
In questi anni abbiamo sottolineato spesso l’importanza che la questione palestinese non venisse ridotta a “questione umanitaria” ma venisse data priorità al riconoscimento politico della contraddizione. Non era una impuntatura.
Il fatto che i governi italiani neghino ancora il riconoscimento dello stato palestinese – e si limitino esclusivamente agli aiuti umanitari per “compensare” la loro complicità militare, economica, politica, ideologica con Israele – indubbiamente rende vulnerabili tutti i palestinesi nel nostro paese nell’esercizio delle loro attività di sostegno al popolo palestinese, alle sue organizzazioni, alle sue istituzioni.
d) Se i palestinesi venissero riconosciuti come soggetto politico, le accuse formulate cadrebbero come un castello di carte. Il mancato riconoscimento, in quanto entità non statale, li espone invece all’accusa di “terrorismo” anche quando esercitano il loro diritto alla resistenza in quanto popolo sottoposto all’occupazione israeliana, soprattutto se quest’ultima viene invece legittimata anche nella sua versione genocidiaria.
e) Queste considerazioni di fatto gettano sull’operazione che ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi una luce fosca, un vulnus nella e della storia contemporanea di questo mondo. È una moltiplicazione legittimante la complicità con il genocidio di decine di migliaia di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania di cui i governi occidentali sono corresponsabili, prima per non aver agito per impedirlo, poi per averlo assecondato, infine per essersi accaniti sulle vittime invece che sui carnefici.
Nessuno deve farsi intimidire da queste operazioni, nonostante il pesante clima che il governo e i sionisti stanno cercando di instaurare in un paese che sta rotolando sul piano inclinato della guerra. La “sinistra parlamentare” come al solito balbetta e non dovrebbe farlo. Non è il momento di abbassare la testa. Al contrario.
La mobilitazione che deve richiedere la liberazione di Hannoun e degli altri palestinesi arrestati in Italia è una mobilitazione che difende gli spazi di libertà nel nostro paese e quelli della giustizia a livello internazionale. Ma difende anche la dignità con cui potremo o meno presentarci alla storia.
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02/11/2025
Lo spettro del “Partito dei comunisti di dio” inquieta Il Tempo
In particolare starnazza per alcune assemblee o attestati di solidarietà di organizzazioni politiche e sindacali verso Mohammed Hannoun, rappresentante dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, sottoposto per la seconda volta al foglio di via da Milano per i suoi interventi nel corso delle manifestazioni per la Palestina.
Hannoun è un rappresentante palestinese molto conosciuto e da anni al centro delle minacce da parte di Israele e Stati Uniti e dei loro terminali politico/mediatici in Italia.
Il Tempo, e ancor prima altri giornali “da incarto” della destra, hanno lanciato alte grida perché nelle manifestazioni per la Palestina comunisti e islamici scendono in piazza insieme e senza particolari problemi.
La storia insegna che nel mondo arabo/islamico, in moltissime occasioni, i comunisti e gli islamici hanno condiviso insieme le piazze delle proteste, la resistenza contro il colonialismo e le galere della repressione dei regimi. Quando uno dei due ha vinto, è accaduto spesso che l’altro sia tornato in galera o peggio.
In Europa, nei decenni trascorsi, fascisti e liberali temevano che si aggirasse lo spettro del comunismo, adesso fanno finta di temere quello islamico. Figuriamoci, con due spettri tutti in una volta sono andati nel panico…
Ma la caccia ai fantasmi, come noto, o è una presa per i fondelli per i boccaloni o, nel migliore dei casi, una distrazione di massa per occultare le proprie responsabilità nello sfascio economico, politico e culturale del paese.
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