La Corte di Cassazione ha annullato le ordinanze del Tribunale del Riesame che avevano confermato gli arresti del gip del tribunale di Genova nei confronti del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, in carcere con l’accusa di avere finanziato Hamas.
La Cassazione ha inoltre decretato inammissibili i due ricorsi della procura di Genova contro la scarcerazione, decisa dal tribunale del Riesame in precedenza, nei confronti di Raed Al Salahat, 48 anni.
Per quanto riguarda l’annullamento delle ordinanze di arresto, il Tribunale del Riesame avrà adesso dieci giorni per riesaminare il caso.
In attesa di una nuova pronuncia del Riesame, per Mohammed Hannoun non cambia ancora la condizione personale, perché resta detenuto nel carcere di Terni, ma cambia il quadro processuale. La detenzione dovrà essere rivalutata da capo e il caso politico/giudiziario, almeno per ora, si riapre completamente.
I documenti inviati dagli apparati israeliani alle autorità italiane per richiedere l’arresto di Hannoun e degli altri palestinesi, sembrano essere stati definitivamente esclusi come fonte di prova indiziaria contro i rappresentanti dell’Associazione dei Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, smantellando così lo strumento principale della montatura giudiziaria messa in piedi dei pm genovesi. L’ordinanza di arresto era una sorta di trattato sull’islam politico che molto somigliava ad un teorema più che a una indagine.
È opportuno ricordare che Hannoun e gli altri palestinesi sono stati arrestati su pressione delle autorità israeliane, una richiesta alla quale una parte della magistratura si è piegata, incoraggiata dalle campagne criminalizzanti dei giornali della destra e degli ambienti sionisti in Italia.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/04/2026
07/02/2026
Referendum sulla giustizia, c’è un problema...
Un governo di prepotenti che se ne fregano delle regole di uno Stato e pensano che la loro volontà sia sufficiente per decidere tutto.
Come doveva essere prevedibile l’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione ha riformulato il testo già ammesso a novembre sulla base della richiesta dei parlamentari, accogliendo la versione proposta dai 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare, partita sotto Natale e che in appena 25 giorni ha raggiunto e superato le 500mila sottoscrizioni richieste.
Per imporre invece il voto il prima possibile – evitando una campagna referendaria lunga dove le ragioni del “NO” avrebbero potuto rimontare nell’opinione pubblica, come sta avvenendo, e per allontanare lo spettro delle elezioni anticipate – il governo Meloni aveva “decretato” che la consultazione si doveva tenere il 22 e il 23 marzo, basandosi sulla richiesta di un certo numero di parlamentari (i propri, di fatto).
Ora la situazione si complica. Non è detto infatti che si possa semplicemente sostituire il quesito proposto dai parlamentari di destra.
La questione può apparire di lana caprina, ma non lo è. I quesiti proposti per i referendum costituzionali – confermativi di una legge approvata in Parlamento, quindi senza previsione di un quorum minimo – devono obbligatoriamente indicare quali articoli della Costituzione vengono modificati dalla “legge di riforma”.
Il quesito proposto dai filo-governativi, invece, per ignoranza o fretta, si limita a chiedere se l’elettore approva o no quella riforma: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025”. Come se la Costituzione restasse uguale e venisse semplicemente aggiunto un ulteriore tassello.
Fatto sta che il “pacchetto Nordio” modifica ben sette articoli della Carta, ma al votante – nel quesito – non viene detto. Dunque sarebbe teoricamente necessario far ripartire da ora – o dai prossimi giorni, quando la sentenza della Cassazione sarà pubblicata con tutte le motivazioni – la tempistica del processo referendario. Per garantire almeno 50 giorni (fino a 70) di campagna incentrata sul nuovo quesito.
È chiaro che a molti non frega nulla di questa differenza. I partiti di governo fanno manifesti puzzolenti in cui si mette la foto dei “martellatori” di Torino con la scritta “questi votano no”, come se il passaggio dallo scontro di piazza al seggio elettorale fosse automatico e quei ragazzi “violenti” fossero innamorati dei magistrati... Ergo la precisione degli argomenti lascia parecchio a desiderare.
Però, se si vuole procedere in modo formalmente – cioè costituzionalmente – corretto nella modifica della Carta bisognerebbe rinviare di qualche settimana la consultazione popolare. Fine aprile, diciamo...
Se non altro per evitare il rischio di ricorsi che potrebbero poi invalidare il referendum stesso, perché effettuato su un quesito “sbagliato” oppure per il troppo poco tempo – rispetto alle regole esistenti – per far conoscere quello nuovo.
Cose che un parlamentare della Repubblica dovrebbe conoscere a menadito, l’abc del suo lavoro profumatamente retribuito.
Ma in realtà prepotenza e ignoranza vanno sempre a braccetto. Il fascismo era e rimane questa roba qui. Una fetenzia senza capo né coda, ma con la prepotenza nel dna. E questa classe politica, per quanto possa apparire incredibile, è addirittura peggiore di quella del Ventennio...
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Come doveva essere prevedibile l’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione ha riformulato il testo già ammesso a novembre sulla base della richiesta dei parlamentari, accogliendo la versione proposta dai 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare, partita sotto Natale e che in appena 25 giorni ha raggiunto e superato le 500mila sottoscrizioni richieste.
Per imporre invece il voto il prima possibile – evitando una campagna referendaria lunga dove le ragioni del “NO” avrebbero potuto rimontare nell’opinione pubblica, come sta avvenendo, e per allontanare lo spettro delle elezioni anticipate – il governo Meloni aveva “decretato” che la consultazione si doveva tenere il 22 e il 23 marzo, basandosi sulla richiesta di un certo numero di parlamentari (i propri, di fatto).
Ora la situazione si complica. Non è detto infatti che si possa semplicemente sostituire il quesito proposto dai parlamentari di destra.
La questione può apparire di lana caprina, ma non lo è. I quesiti proposti per i referendum costituzionali – confermativi di una legge approvata in Parlamento, quindi senza previsione di un quorum minimo – devono obbligatoriamente indicare quali articoli della Costituzione vengono modificati dalla “legge di riforma”.
Il quesito proposto dai filo-governativi, invece, per ignoranza o fretta, si limita a chiedere se l’elettore approva o no quella riforma: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025”. Come se la Costituzione restasse uguale e venisse semplicemente aggiunto un ulteriore tassello.
Fatto sta che il “pacchetto Nordio” modifica ben sette articoli della Carta, ma al votante – nel quesito – non viene detto. Dunque sarebbe teoricamente necessario far ripartire da ora – o dai prossimi giorni, quando la sentenza della Cassazione sarà pubblicata con tutte le motivazioni – la tempistica del processo referendario. Per garantire almeno 50 giorni (fino a 70) di campagna incentrata sul nuovo quesito.
È chiaro che a molti non frega nulla di questa differenza. I partiti di governo fanno manifesti puzzolenti in cui si mette la foto dei “martellatori” di Torino con la scritta “questi votano no”, come se il passaggio dallo scontro di piazza al seggio elettorale fosse automatico e quei ragazzi “violenti” fossero innamorati dei magistrati... Ergo la precisione degli argomenti lascia parecchio a desiderare.
Però, se si vuole procedere in modo formalmente – cioè costituzionalmente – corretto nella modifica della Carta bisognerebbe rinviare di qualche settimana la consultazione popolare. Fine aprile, diciamo...
Se non altro per evitare il rischio di ricorsi che potrebbero poi invalidare il referendum stesso, perché effettuato su un quesito “sbagliato” oppure per il troppo poco tempo – rispetto alle regole esistenti – per far conoscere quello nuovo.
Cose che un parlamentare della Repubblica dovrebbe conoscere a menadito, l’abc del suo lavoro profumatamente retribuito.
Ma in realtà prepotenza e ignoranza vanno sempre a braccetto. Il fascismo era e rimane questa roba qui. Una fetenzia senza capo né coda, ma con la prepotenza nel dna. E questa classe politica, per quanto possa apparire incredibile, è addirittura peggiore di quella del Ventennio...
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21/12/2025
Sugli affitti la proprietà privata non è predominante. Lo afferma la Cassazione
Nella giornata di sabato abbiamo pubblicato un focus sulla questione abitativa del Cnel, oggi pubblichiamo una interessante segnalazione di Asia-Usb su una sentenza della Corte di Cassazione sul fatto che in materia abitativa – e in particolare sugli affitti brevi – gli interessi privati non sempre devono essere quelli predominanti. La sentenza smonta la tesi del governo secondo cui la regolamentazione degli affitti è una violazione della proprietà privata.
Qui di seguito il commento dell’Asia-Usb alla sentenza della Corte di Cassazione.
Qui di seguito il commento dell’Asia-Usb alla sentenza della Corte di Cassazione.
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La proprietà non è sacra, il suo limite è la funzione sociale
La proprietà non è sacra, il suo limite è la funzione sociale
La sentenza di Cassazione numero 186 del 2025 cassa l’idea del Governo Italiano: la proprietà privata può essere limitata per legge al fine di assicurarne la funzione sociale, così come chiaramente scritto nell’articolo 42 della Costituzione
Regolamentare sugli affitti brevi si può. Ma non è solo questo il punto. Difatti, quanto stabilisce la sentenza della Corte Costituzionale numero 186 del 2025 ci racconta anche altro. Intanto la notizia: nello scontro Governo- Regione Toscana la Corte di Cassazione dà ragione a quest’ultima. Il Testo Unico Regionale infatti dava, tra le altre cose, disposizioni su limiti e regole da adottare in sede territoriale per i comuni ad alta densità turistica in materia di locazioni brevi. Un tentativo, seppur debole a nostro avviso, di contrastare i fenomeni di turistificazione e la loro incidenza sul diritto all’abitare e alla città degli abitanti.
Una sconfitta dunque per il Presidente del Consiglio dei Ministri, firmatario del ricorso, che contro i limiti alle locazioni turistiche in civili abitazione senza il cambio di destinazione di uso in struttura ricettiva extra-alberghiera (così dice il Testo Toscano), aveva investito parte del ricorso. Secondo il ricorrente infatti questa sarebbe una ingiusta limitazione alla proprietà privata. Beh la Cassazione ha stabilito che non è così, ed ha ribadito quanto scritto in Costituzione, cioè che la proprietà privata ha dei limiti eccome, e sono riscontrabili nella sua funzione sociale. Il passaggio avviene nel sesto paragrafo ed è importante, per cui lo riportiamo quasi integralmente:
6.2.– La questione promossa in riferimento all’art. 42 Cost. non è fondata.Ed ecco che anni di propaganda dei Patrioti crollano miseramente. La proprietà privata non è sacra, è prevista e tutelata dalla legge nelle sue forme, e può essere soggetta a regole e limiti ai fini di assicurarne (il verbo è importante) la funzione sociale. Non vi è dunque alcuna legittimità nel consentire a pochi soggetti privilegiati (grandi proprietari, fondi di speculazione etc) di condizionare negativamente la vita di milioni di famiglie in affitto o costrette a pagare un mutuo. Altro che decreti sicurezza, altro che ladri di case: affitti insostenibili, umiliazione dell’Edilizia Pubblica e uso del bene Casa come mero strumento finanziario sono i veri nemici di milioni di Italiani, i quali non si sentono assolutamente rappresentati dalla narrazione condotta sulla questione abitativa fin qui da questo Governo.
Secondo il ricorrente, la scelta di non consentire la gestione non imprenditoriale delle strutture ricettive extra-alberghiere priverebbe i proprietari, «in modo del tutto sproporzionato e irragionevole», della possibilità di ricavare un reddito dal loro bene. In realtà, il ricorrente non tiene conto del fatto che l’obbligo posto dagli articoli da 42 a 45 non priva in assoluto i proprietari (che non vogliano assoggettarsi ad esso) della possibilità di locare l’immobile a fini turistici, (…). Dunque, le norme impugnate determinano un’ingerenza nelle libere scelte dei proprietari, seppur minore di quella paventata nel ricorso. Occorre dunque verificare la possibilità di giustificare le norme in esame ai sensi dell’art. 42, secondo comma, Cost., che consente di limitare la proprietà «allo scopo di assicurarne la funzione sociale».
Asia-Usb si batte da decenni per la difesa e la promozione del Diritto alla Casa, richiamando allo stesso tempo questi principi in modo netto, in forte contrasto con quanto affermato negli anni dai vari Governi che si sono succeduti e soprattutto con l’idea di società proposta dalla Destra che governa il paese e che, finalmente, su questo tema è stata “cassata”.
A nostro avviso gioverebbe agli esponenti del Governo, in particolare il Presidente del Consiglio ed il Ministro delle Infrastrutture, la lettura integrale di questa Sentenza.
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01/12/2024
Caduta l’accusa di “terrorismo”, Luigi Spera torna al tribunale della libertà
Lunedì 2 dicembre Luigi Spera tornerà davanti al tribunale della libertà. I giudici dovranno pronunciarsi sull’istanza di revoca delle misure cautelari dopo che il 13 settembre scorso la Cassazione ha fatto cadere le ipotesi di attentato terroristico e fine terroristico per l’azione dimostrativa alla sede palermitana della Leonardo del novembre 2022 di cui il vigile del fuoco siciliano è accusato con altre cinque persone. Ieri sono state rese note le motivazioni della decisione.
I magistrati di terzo grado, accogliendo il ricorso dell’avvocato difensore Giorgio Bisagna e riprendendo analoghe considerazioni dai processi ai No Tav, hanno escluso l’aggravante del terrorismo perché dalla condotta incriminata manca «un reale impatto intimidatorio sulla popolazione, tale da ripercuotersi sulle condizioni di vita e sulla sicurezza dell’intera collettività, posto che, solo in presenza di tali condizioni, lo Stato potrebbe sentirsi effettivamente coartato nelle sue decisioni».
Il pompiere si trova nella prigione di massima sicurezza di Alessandria da aprile scorso. I fatti sotto inchiesta riguardano il lancio di fumogeni e forse di una molotov alla Leonardo. La protesta era stata messa in campo in solidarietà con il popolo curdo, vittima in quei giorni di due anni fa dei bombardamenti dell’esercito turco che l’industria bellica tricolore rifornisce di armi.
Con l’ipotesi di terrorismo scatta la custodia in carcere per i tre motivi previsti dall’ordinamento: reiterazione, pericolo di fuga, inquinamento delle prove. Caduta quella, però, si rientra nel regime dei reati ordinari. Per Spera il gip aveva stabilito che l’unico rischio era che tornasse a compiere reati, perché recidivo. Ormai ha trascorso otto mesi dietro le sbarre: il tribunale potrebbe disporre misure alternative.
Nonostante siano passati quasi novanta giorni dalla decisione della Cassazione l’uomo si trova ancora recluso in massima sicurezza. Pare che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) continui a valutare il regime carcerario in base alle ipotesi di reato per cui è a processo. Con la sentenza di massimo grado, infatti, si è creata una divaricazione tra il percorso relativo alle misure cautelari e quello processuale. Nel secondo l’ipotesi di terrorismo resta in piedi, insieme a quella di incendio.
«La decisione della Cassazione è significativa per i principi giuridici che sancisce in ordine all’aggravante di terrorismo e all’attentato terroristico. Auspichiamo che abbia il giusto peso anche nel processo in corso», afferma Bisagna. La prima udienza si è tenuta a novembre e il giudice ha rinviato per integrare nel contraddittorio la Leonardo. Evidentemente ritiene sia quella la parte lesa, non lo Stato. Il prossimo appuntamento sarà il 20 dicembre.
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I magistrati di terzo grado, accogliendo il ricorso dell’avvocato difensore Giorgio Bisagna e riprendendo analoghe considerazioni dai processi ai No Tav, hanno escluso l’aggravante del terrorismo perché dalla condotta incriminata manca «un reale impatto intimidatorio sulla popolazione, tale da ripercuotersi sulle condizioni di vita e sulla sicurezza dell’intera collettività, posto che, solo in presenza di tali condizioni, lo Stato potrebbe sentirsi effettivamente coartato nelle sue decisioni».
Il pompiere si trova nella prigione di massima sicurezza di Alessandria da aprile scorso. I fatti sotto inchiesta riguardano il lancio di fumogeni e forse di una molotov alla Leonardo. La protesta era stata messa in campo in solidarietà con il popolo curdo, vittima in quei giorni di due anni fa dei bombardamenti dell’esercito turco che l’industria bellica tricolore rifornisce di armi.
Con l’ipotesi di terrorismo scatta la custodia in carcere per i tre motivi previsti dall’ordinamento: reiterazione, pericolo di fuga, inquinamento delle prove. Caduta quella, però, si rientra nel regime dei reati ordinari. Per Spera il gip aveva stabilito che l’unico rischio era che tornasse a compiere reati, perché recidivo. Ormai ha trascorso otto mesi dietro le sbarre: il tribunale potrebbe disporre misure alternative.
Nonostante siano passati quasi novanta giorni dalla decisione della Cassazione l’uomo si trova ancora recluso in massima sicurezza. Pare che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) continui a valutare il regime carcerario in base alle ipotesi di reato per cui è a processo. Con la sentenza di massimo grado, infatti, si è creata una divaricazione tra il percorso relativo alle misure cautelari e quello processuale. Nel secondo l’ipotesi di terrorismo resta in piedi, insieme a quella di incendio.
«La decisione della Cassazione è significativa per i principi giuridici che sancisce in ordine all’aggravante di terrorismo e all’attentato terroristico. Auspichiamo che abbia il giusto peso anche nel processo in corso», afferma Bisagna. La prima udienza si è tenuta a novembre e il giudice ha rinviato per integrare nel contraddittorio la Leonardo. Evidentemente ritiene sia quella la parte lesa, non lo Stato. Il prossimo appuntamento sarà il 20 dicembre.
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21/03/2024
La tortura del 41bis per Alfredo Cospito deve continuare
In pratica è stata confermata la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Roma, unico giudice in tutto il paese a decidere sull’articolo 41bis, dove a livello di motivazione si diceva che Alfredo Cospito è ancora più pericoloso perché il lunghissimo sciopero della fame per protestare contro il carcere duro ne ha aumentato il carisma soprattutto nella considerazione degli anarchici e di chi lo sostiene all’esterno della prigione.
Il Tribunale di Sorveglianza non aveva tenuto in alcuna considerazione il parere della direzione nazionale antimafia e antiterrorismo che aveva sostenuto la scelta di revocare l’articolo 41bis a favore dell’alta sorveglianza il regime appena un gradino sotto mantenendo la censura sulla posta.
Insomma almeno per il momento non sembrano esserci vie di uscita. Al di là del fatto che la difesa aspetta la fissazione dell’udienza davanti alla Cedu, la corte europea dei diritti dell’uomo, ma si tratta in ogni caso di un percorso dai tempi non certamente brevi.
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari esulta per la decisione della Cassazione dicendo: “Benissimo, Cospito deve rimanere in carcere a scontare la sua pena al 41bis. Niente sconti o premi per i nemici dello Stato”.
Replica l’avvocato Flavio Rossi Albertini: “Lèggendo il commento del sottosegretario sorge il fondato sospetto che la vicenda Cospito sia stata profondamente influenzata dalla politica”. E su questo non sembrano esserci dubbi dal momento che in riferimento al processo al sottosegretario Andrea Del Mastro per violazione del segreto d’ufficio in merito alla carcerazione di Cospito i partiti con il PD che chiede di essere parte civile regolano i loro conti sulla pelle di un anarchico torturato.
Il commento e l’analisi approfondita a Radio Onda d’Urto di Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo. Ascolta o scarica.
In questa vicenda il vero irriducibile appare lo Stato sempre pronto a perpetuare l’emergenza in un quadro di repressione senza sovversione. Una sorta di ultimo giapponese che ha evocato gli anni di piombo persino per un ragazzino che ha mimato la pistola P38 in Senato in direzione di Giorgia Meloni.
Fonte
Il Tribunale di Sorveglianza non aveva tenuto in alcuna considerazione il parere della direzione nazionale antimafia e antiterrorismo che aveva sostenuto la scelta di revocare l’articolo 41bis a favore dell’alta sorveglianza il regime appena un gradino sotto mantenendo la censura sulla posta.
Insomma almeno per il momento non sembrano esserci vie di uscita. Al di là del fatto che la difesa aspetta la fissazione dell’udienza davanti alla Cedu, la corte europea dei diritti dell’uomo, ma si tratta in ogni caso di un percorso dai tempi non certamente brevi.
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari esulta per la decisione della Cassazione dicendo: “Benissimo, Cospito deve rimanere in carcere a scontare la sua pena al 41bis. Niente sconti o premi per i nemici dello Stato”.
Replica l’avvocato Flavio Rossi Albertini: “Lèggendo il commento del sottosegretario sorge il fondato sospetto che la vicenda Cospito sia stata profondamente influenzata dalla politica”. E su questo non sembrano esserci dubbi dal momento che in riferimento al processo al sottosegretario Andrea Del Mastro per violazione del segreto d’ufficio in merito alla carcerazione di Cospito i partiti con il PD che chiede di essere parte civile regolano i loro conti sulla pelle di un anarchico torturato.
Il commento e l’analisi approfondita a Radio Onda d’Urto di Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo. Ascolta o scarica.
In questa vicenda il vero irriducibile appare lo Stato sempre pronto a perpetuare l’emergenza in un quadro di repressione senza sovversione. Una sorta di ultimo giapponese che ha evocato gli anni di piombo persino per un ragazzino che ha mimato la pistola P38 in Senato in direzione di Giorgia Meloni.
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27/12/2023
“Idea” della Cassazione: Askatasuna uguale lotta armata
La Cassazione interpreta, diciamo così, il pensiero dei militanti del centro sociale torinese Askatasuna e confermando le misure cautelari decise prima dal gip poi dal Riesame in un processo per associazione per delinquere e scontri con le forze dell’ordine dice che alcuni imputati “coltivano propositi di lotta armata”.
Nemmeno i pm erano arrivati a tanto, la Cassazione sì. I magistrati dell’accusa avevano parlato di iniziative violente, ma mai di azioni o attentati diretti contro singole personalità dello Stato o istituzioni.
Si trattava di decidere sul ricorso di due imputati contro la misura dell’obbligo cautelare di presentazione alla polizia giudiziaria.
La tesi della Suprema Corte è che un gruppo ristretto di attivisti stia portando avanti “un piano criminoso” con attacchi ai cantieri dell’alta velocità, lanci di petardi, artifici pirotecnici a mo’ di armi.
La Cassazione parla di lotta armata. “Secondo quanto emerso da intercettazioni e dalla di disamina degli atti letti in chiave cronologica detta finalità si identifica nello lotta armata mediante la preordinata provocazione di contrasti con le forze dell’ordine”.
Dice Claudio Novaro, uno degli avvocati difensori: “In tutto il processo non si parla di lotta armata, non si capisce come la Cassazione sia potuta arrivare a tale argomento. La Cassazione è giudice di legittimità e non di merito.
Io avevo proposto 130 pagine di motivazione criticando le scelta del Tribunale sulle misure cautelari. La Cassazione sul punto non dice niente e se ne viene fuori con una invenzione di sana pianta su un argomento non al centro del processo”.
Il processo che riprenderà a settembre riguarda 26 attivisti alcuni dei quali rispondono di associazione per delinquere. La motivazione della Cassazione sulle misure cautelari, nel caso due e nemmeno relative alla custodia in carcere, alzando il tiro in modo quantomeno spropositato tende chiaramente a influenzare i giudici del processo in corso a condizionarne quella che sarà la decisione finale.
A parlare di terrorismo in relazione alle lotte dei NoTav ricordiamo ci aveva già provato la procura di Torino (teorema Caselli) in relazione al compressore bruciacchiato del cantiere di Chiomonte, riportando brucianti sconfitte sia a livello di misure cautelari sia a livello di sentenza di merito soprattutto in Cassazione.
Adesso invece è la Cassazione a voler vedere a tutti i costi propositi di lotta armata senza fare alcun riferimento a pezze di appoggio per una accusa così pesante. Insomma pare siano proprio gli ermellini ad avere nostalgia degli anni ‘70 a cercare di creare un clima che rispetto alla realtà attuale dello scontro sociale sembra assurdo e irreale.
Fonte
Nemmeno i pm erano arrivati a tanto, la Cassazione sì. I magistrati dell’accusa avevano parlato di iniziative violente, ma mai di azioni o attentati diretti contro singole personalità dello Stato o istituzioni.
Si trattava di decidere sul ricorso di due imputati contro la misura dell’obbligo cautelare di presentazione alla polizia giudiziaria.
La tesi della Suprema Corte è che un gruppo ristretto di attivisti stia portando avanti “un piano criminoso” con attacchi ai cantieri dell’alta velocità, lanci di petardi, artifici pirotecnici a mo’ di armi.
La Cassazione parla di lotta armata. “Secondo quanto emerso da intercettazioni e dalla di disamina degli atti letti in chiave cronologica detta finalità si identifica nello lotta armata mediante la preordinata provocazione di contrasti con le forze dell’ordine”.
Dice Claudio Novaro, uno degli avvocati difensori: “In tutto il processo non si parla di lotta armata, non si capisce come la Cassazione sia potuta arrivare a tale argomento. La Cassazione è giudice di legittimità e non di merito.
Io avevo proposto 130 pagine di motivazione criticando le scelta del Tribunale sulle misure cautelari. La Cassazione sul punto non dice niente e se ne viene fuori con una invenzione di sana pianta su un argomento non al centro del processo”.
Il processo che riprenderà a settembre riguarda 26 attivisti alcuni dei quali rispondono di associazione per delinquere. La motivazione della Cassazione sulle misure cautelari, nel caso due e nemmeno relative alla custodia in carcere, alzando il tiro in modo quantomeno spropositato tende chiaramente a influenzare i giudici del processo in corso a condizionarne quella che sarà la decisione finale.
A parlare di terrorismo in relazione alle lotte dei NoTav ricordiamo ci aveva già provato la procura di Torino (teorema Caselli) in relazione al compressore bruciacchiato del cantiere di Chiomonte, riportando brucianti sconfitte sia a livello di misure cautelari sia a livello di sentenza di merito soprattutto in Cassazione.
Adesso invece è la Cassazione a voler vedere a tutti i costi propositi di lotta armata senza fare alcun riferimento a pezze di appoggio per una accusa così pesante. Insomma pare siano proprio gli ermellini ad avere nostalgia degli anni ‘70 a cercare di creare un clima che rispetto alla realtà attuale dello scontro sociale sembra assurdo e irreale.
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05/10/2023
Cassazione, cartoline anonime e anarchiche non sono pericolose
Due cartoline provenienti da autori non ben identificati e con saluti anarchici non sono da considerare pericolose per la sicurezza dello Stato e vanno consegnate al destinatario.
Che poi è sempre lui, Alfredo Cospito detenuto nel carcere di Sassari Bancali in regime di 41bis. Lo ha stabilito la Cassazione rigettando il ricorso del procuratore generale della città sarda contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza.
“L’ordinanza impugnata aveva dato conto del fatto che le cartoline indirizzate a Cospito benché prive dell’indicazione del mittente alla luce del loro contenuto non evidenziavano profili di pericolosità per la sicurezza interna e esterna escludendo che in tal senso potesse assumere la provenienza della stessa da soggetti aderenti alla medesima ideologia anarchica del destinatario – scrivono i giudici della Suprema Corte.
Nel pervenire a tale conclusione il Tribunale si è conformato all’insegnamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui ai fini del giudizio di pericolosità della corrispondenza il trattamento deve essere motivato in relazione alle specifiche situazioni indicate dagli articoli di legge”.
Secondo la Cassazione l’interpretazione contenuta nel ricorso si scontra inevitabilmente con i principi costituzionali in tema di libertà e segretezza della corrispondenza. Il carattere anonimo della corrispondenza indirizzata al detenuto ristretto in regime di 41bis non è indice di pericolosità. Non si può prescindere dal contenuto della corrispondenza affermano i giudici della Cassazione.
Il procuratore generale insomma ha fatto un buco nell’acqua. Sembra assurdo che si debbano celebrare delle udienze per decidere la consegna di semplici cartoline con “saluti anarchici”.
Ormai siamo oltre lo spirito e la lettera dello stesso articolo 41bis del regolamento carcerario. Si tratta di vessazioni vere e proprie che nulla hanno da spartire con la necessità di impedire contatti e legami con organizzazioni esterne.
Però è questa la vera tragedia, per consegnare due cartoline siamo arrivati fino in Cassazione.
Fonte
Che poi è sempre lui, Alfredo Cospito detenuto nel carcere di Sassari Bancali in regime di 41bis. Lo ha stabilito la Cassazione rigettando il ricorso del procuratore generale della città sarda contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza.
“L’ordinanza impugnata aveva dato conto del fatto che le cartoline indirizzate a Cospito benché prive dell’indicazione del mittente alla luce del loro contenuto non evidenziavano profili di pericolosità per la sicurezza interna e esterna escludendo che in tal senso potesse assumere la provenienza della stessa da soggetti aderenti alla medesima ideologia anarchica del destinatario – scrivono i giudici della Suprema Corte.
Nel pervenire a tale conclusione il Tribunale si è conformato all’insegnamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui ai fini del giudizio di pericolosità della corrispondenza il trattamento deve essere motivato in relazione alle specifiche situazioni indicate dagli articoli di legge”.
Secondo la Cassazione l’interpretazione contenuta nel ricorso si scontra inevitabilmente con i principi costituzionali in tema di libertà e segretezza della corrispondenza. Il carattere anonimo della corrispondenza indirizzata al detenuto ristretto in regime di 41bis non è indice di pericolosità. Non si può prescindere dal contenuto della corrispondenza affermano i giudici della Cassazione.
Il procuratore generale insomma ha fatto un buco nell’acqua. Sembra assurdo che si debbano celebrare delle udienze per decidere la consegna di semplici cartoline con “saluti anarchici”.
Ormai siamo oltre lo spirito e la lettera dello stesso articolo 41bis del regolamento carcerario. Si tratta di vessazioni vere e proprie che nulla hanno da spartire con la necessità di impedire contatti e legami con organizzazioni esterne.
Però è questa la vera tragedia, per consegnare due cartoline siamo arrivati fino in Cassazione.
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La sentenza della Cassazione dà ragione all’USB, che da sempre chiede un salario minimo per legge. Ma al Cnel non l’hanno letta
Solo pochi giorni fa è stata pubblicata una sentenza storica della Corte Suprema di Cassazione con la quale si afferma che la contrattazione collettiva non può mai considerarsi al di sopra dell’articolo 36 della Costituzione e che quindi il salario deve sempre corrispondere ai criteri di proporzionalità e sufficienza indicati dalla Costituzione. La sentenza contesta e contraddice esplicitamente la Corte d’Appello di Torino che invece aveva escluso dalla valutazione di conformità all’articolo 36 tutti quei rapporti di lavoro regolati dai contratti collettivi siglati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.
Nel contraddire la Corte di Torino la Cassazione ha affermato un principio molto importante: la contrattazione tra soggetti rappresentativi non è una condizione sufficiente per assicurare che i salari rispettino i principi costituzionali. FINALMENTE, diciamo noi che da anni denunciamo come esista una ampia casistica di CCNL firmati da Cgil, Cisl e Uil che prevedono minimi salariali da fame!
La storica sentenza della Cassazione dà ragione a un lavoratore in appalto che ha vissuto la classica trafila del passaggio da un contratto ad un altro, dal Multiservizi al Terziario al contratto per i Dipendenti di proprietà e fabbricati fino a scivolare in quello dei Servizi fiduciari, vedendosi retribuito con un salario addirittura inferiore alla soglia della povertà assoluta indicata dall’ISTAT. La Corte di Torino aveva respinto il suo ricorso anche contestando il ricorso al parametro della povertà assoluta calcolato dall’ISTAT, che suonava ad avallo che la paga di un lavoratore possa stare “legittimamente” anche sotto quell’indice!
La Cassazione ha invece ribaltato questa lettura, aggiungendo molto di più: la povertà assoluta dell’ISTAT è una soglia minima invalicabile ma il criterio di sufficienza va parametrato più in alto, orientando il trattamento economico non solo verso il soddisfacimento di meri bisogni essenziali – per esempio cibo, vestiario, alloggio – ma anche tenendo conto della necessità di partecipare ad attività culturali, educative e sociali come recita la recente Direttiva UE sui salari adeguati (la 2022/2041).
La sentenza (che riportiamo in allegato) è senz’altro un segnale importante che viene dal mondo giuridico a sostegno dell’idea che, a prescindere dalla contrattazione, sia necessario introdurre una legge che stabilisca una soglia, in materia di salari, al di sotto della quale non si possa scendere.
Il paradosso è che al Cnel, incaricato dal Governo Meloni di esprimere un parere sul salario minimo, la sentenza venga completamente ignorata. Nei documenti che stanno circolando in questi giorni, redatti dall’ufficio di presidenza del Cnel, si insiste sulla grande percentuale di copertura della contrattazione collettiva nel nostro paese, trascurando il dato oggettivo che i salari sono bassi nonostante tutto. E in più, si fa riferimento ai dati contenuti nell’ultimo rapporto INPS, in netta contraddizione con tutti gli ultimi rapporti dello stesso istituto, dell’ISTAT e di diversi altri centri di rilevazione, dove si riduce il fenomeno del lavoro sottopagato (quello che si continua a definire impropriamente povero) a soli 20mila lavoratori!
USB ha già preannunciato da tempo, con un documento scritto inviato alla presidenza del CNEL, la sua totale contrarietà a tale posizione e ha già fatto intendere che quando si arriverà alla votazione il suo voto sarà decisamente contrario. Anche la Cgil ha fatto capire che voterà contro, avendolo già fatto in sede di Commissione (dove l’USB non è presente), pur continuando a concentrarsi sul tema dei contratti pirata e trascurando la rilevanza della recente sentenza della Cassazione di cui sopra. Una sentenza che chiama in causa anni di contrattazione al ribasso fatta da sindacati complici con i padroni e completamente indifferenti alle ragioni di chi lavora.
Unione Sindacale di Base
Fonte
Nel contraddire la Corte di Torino la Cassazione ha affermato un principio molto importante: la contrattazione tra soggetti rappresentativi non è una condizione sufficiente per assicurare che i salari rispettino i principi costituzionali. FINALMENTE, diciamo noi che da anni denunciamo come esista una ampia casistica di CCNL firmati da Cgil, Cisl e Uil che prevedono minimi salariali da fame!
La storica sentenza della Cassazione dà ragione a un lavoratore in appalto che ha vissuto la classica trafila del passaggio da un contratto ad un altro, dal Multiservizi al Terziario al contratto per i Dipendenti di proprietà e fabbricati fino a scivolare in quello dei Servizi fiduciari, vedendosi retribuito con un salario addirittura inferiore alla soglia della povertà assoluta indicata dall’ISTAT. La Corte di Torino aveva respinto il suo ricorso anche contestando il ricorso al parametro della povertà assoluta calcolato dall’ISTAT, che suonava ad avallo che la paga di un lavoratore possa stare “legittimamente” anche sotto quell’indice!
La Cassazione ha invece ribaltato questa lettura, aggiungendo molto di più: la povertà assoluta dell’ISTAT è una soglia minima invalicabile ma il criterio di sufficienza va parametrato più in alto, orientando il trattamento economico non solo verso il soddisfacimento di meri bisogni essenziali – per esempio cibo, vestiario, alloggio – ma anche tenendo conto della necessità di partecipare ad attività culturali, educative e sociali come recita la recente Direttiva UE sui salari adeguati (la 2022/2041).
La sentenza (che riportiamo in allegato) è senz’altro un segnale importante che viene dal mondo giuridico a sostegno dell’idea che, a prescindere dalla contrattazione, sia necessario introdurre una legge che stabilisca una soglia, in materia di salari, al di sotto della quale non si possa scendere.
Il paradosso è che al Cnel, incaricato dal Governo Meloni di esprimere un parere sul salario minimo, la sentenza venga completamente ignorata. Nei documenti che stanno circolando in questi giorni, redatti dall’ufficio di presidenza del Cnel, si insiste sulla grande percentuale di copertura della contrattazione collettiva nel nostro paese, trascurando il dato oggettivo che i salari sono bassi nonostante tutto. E in più, si fa riferimento ai dati contenuti nell’ultimo rapporto INPS, in netta contraddizione con tutti gli ultimi rapporti dello stesso istituto, dell’ISTAT e di diversi altri centri di rilevazione, dove si riduce il fenomeno del lavoro sottopagato (quello che si continua a definire impropriamente povero) a soli 20mila lavoratori!
USB ha già preannunciato da tempo, con un documento scritto inviato alla presidenza del CNEL, la sua totale contrarietà a tale posizione e ha già fatto intendere che quando si arriverà alla votazione il suo voto sarà decisamente contrario. Anche la Cgil ha fatto capire che voterà contro, avendolo già fatto in sede di Commissione (dove l’USB non è presente), pur continuando a concentrarsi sul tema dei contratti pirata e trascurando la rilevanza della recente sentenza della Cassazione di cui sopra. Una sentenza che chiama in causa anni di contrattazione al ribasso fatta da sindacati complici con i padroni e completamente indifferenti alle ragioni di chi lavora.
Unione Sindacale di Base
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29/04/2023
Seppellita dalla Cassazione la trattativa tra Stato e mafia
Il colpo di spugna alla fine è arrivato e la sentenza che condannava uomini dello stato, politici e mafiosi per la trattativa Stato-mafia del 1993 viene così definitivamente seppellita.
I giudici della Corte di Cassazione hanno infatti annullato senza rinvio la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Palermo il 23 settembre 2021.
Sono stati così definitivamente assolti dalla sesta sezione penale della Corte di Cassazione “per non aver commesso il fatto” gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, il boss mafioso Leoluca Bagarella e il medico Antonio Cinà.
L’indagine per la trattativa tra Stato e mafia nel 1993 nasce nel 1996, quando il pentito di mafia Giovanni Brusca (oggi libero), disse di averne sentito parlare da Totò Riina, all’epoca degli attentati mortali a Falcone e Borsellino. Nel frattempo arrivarono le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Ciancimino junior dichiarò di aver fatto da tramite tra il padre e il Ros dei Carabinieri per giungere ad un “accordo con lo Stato” per fare cessare la strategia stragista di Cosa Nostra e arrivare alla consegna dei latitanti.
La prima udienza del processo ebbe luogo il 29 ottobre 2012, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. Sul banco degli imputati cinque membri di Cosa Nostra, cioè Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, e cinque rappresentanti delle istituzioni, cioè il generale Antonio Subranni, il generale Mario Mori, il colonnello Giuseppe De Donno e l’ex senatore Marcello dell’Utri, per il reato di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario. Massimo Ciancimino è invece imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti di Giovanni De Gennaro, mentre Nicola Mancino per falsa testimonianza. La posizione dell’ex ministro Calogero Mannino viene invece stralciata. E l’ex politico verrà assolto sia in primo che in secondo grado.
Il verdetto di primo grado vide condannati a 12 anni di carcere, oltre a Dell’Utri, i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni e il boss Antonino Cinà; a 28 anni Leoluca Bagarella, la pena più pesante.
Otto anni al colonnello Giuseppe De Donno. Stessa pena per Massimo Ciancimino, accusato di calunnia nei confronti dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, mentre fu assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Prescrizione per Giovanni Brusca. Assolto l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.
La sentenza d’appello, giunge il 23 settembre del 2021 e ribalta il verdetto. Dopo tre giorni di camera di consiglio, nell’aula bunker di Palermo, la Corte manda assolto Dell’Utri, “per non avere commesso il fatto” e gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, “perchè il fatto non costituisce reato”. Pena leggermente ridotta a 27 anni al boss Leoluca Bagarella; ma vengono confermati solo i 12 anni al medico mafioso Antonino Cina’, fedelissimo di Bernardo Provenzano.
Il momento più critico del processo fu quando nell’inchiesta finirono anche 4 intercettazioni telefoniche tra l’ex ministro Mancino e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che però vennero distrutte per decisione della Corte Costituzionale. Vennero intercettate varie telefonate tra Loris D’Ambrosio, l’allora consigliere giuridico del presidente Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, telefonate che hanno portato al conflitto istituzionale tra il Quirinale e la Procura di Palermo. Loris D’Ambrosio, ex magistrato e consigliere del Quirinale morì improvvisamente d’infarto nel 2012 dopo aver dichiarato di aver ascoltato “indicibili accordi”.
La cattura dell’ultimo boss della vecchia mafia, Matteo Messina Denaro ormai in fin di vita, si porterà nella tomba anche l’ultimo testimone di quella stagione.
Adesso la Corte di Cassazione non solo ha assolto tutti gli imputati ma ha anche decretato che la Trattativa Stato-mafia non c’è mai stata, quindi inutile parlarne. Ancora una volta la verità giudiziaria stride con la verità storica e politica.
Fonte
I giudici della Corte di Cassazione hanno infatti annullato senza rinvio la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Palermo il 23 settembre 2021.
Sono stati così definitivamente assolti dalla sesta sezione penale della Corte di Cassazione “per non aver commesso il fatto” gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, il boss mafioso Leoluca Bagarella e il medico Antonio Cinà.
L’indagine per la trattativa tra Stato e mafia nel 1993 nasce nel 1996, quando il pentito di mafia Giovanni Brusca (oggi libero), disse di averne sentito parlare da Totò Riina, all’epoca degli attentati mortali a Falcone e Borsellino. Nel frattempo arrivarono le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Ciancimino junior dichiarò di aver fatto da tramite tra il padre e il Ros dei Carabinieri per giungere ad un “accordo con lo Stato” per fare cessare la strategia stragista di Cosa Nostra e arrivare alla consegna dei latitanti.
La prima udienza del processo ebbe luogo il 29 ottobre 2012, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. Sul banco degli imputati cinque membri di Cosa Nostra, cioè Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, e cinque rappresentanti delle istituzioni, cioè il generale Antonio Subranni, il generale Mario Mori, il colonnello Giuseppe De Donno e l’ex senatore Marcello dell’Utri, per il reato di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario. Massimo Ciancimino è invece imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti di Giovanni De Gennaro, mentre Nicola Mancino per falsa testimonianza. La posizione dell’ex ministro Calogero Mannino viene invece stralciata. E l’ex politico verrà assolto sia in primo che in secondo grado.
Il verdetto di primo grado vide condannati a 12 anni di carcere, oltre a Dell’Utri, i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni e il boss Antonino Cinà; a 28 anni Leoluca Bagarella, la pena più pesante.
Otto anni al colonnello Giuseppe De Donno. Stessa pena per Massimo Ciancimino, accusato di calunnia nei confronti dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, mentre fu assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Prescrizione per Giovanni Brusca. Assolto l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.
La sentenza d’appello, giunge il 23 settembre del 2021 e ribalta il verdetto. Dopo tre giorni di camera di consiglio, nell’aula bunker di Palermo, la Corte manda assolto Dell’Utri, “per non avere commesso il fatto” e gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, “perchè il fatto non costituisce reato”. Pena leggermente ridotta a 27 anni al boss Leoluca Bagarella; ma vengono confermati solo i 12 anni al medico mafioso Antonino Cina’, fedelissimo di Bernardo Provenzano.
Il momento più critico del processo fu quando nell’inchiesta finirono anche 4 intercettazioni telefoniche tra l’ex ministro Mancino e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che però vennero distrutte per decisione della Corte Costituzionale. Vennero intercettate varie telefonate tra Loris D’Ambrosio, l’allora consigliere giuridico del presidente Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, telefonate che hanno portato al conflitto istituzionale tra il Quirinale e la Procura di Palermo. Loris D’Ambrosio, ex magistrato e consigliere del Quirinale morì improvvisamente d’infarto nel 2012 dopo aver dichiarato di aver ascoltato “indicibili accordi”.
La cattura dell’ultimo boss della vecchia mafia, Matteo Messina Denaro ormai in fin di vita, si porterà nella tomba anche l’ultimo testimone di quella stagione.
Adesso la Corte di Cassazione non solo ha assolto tutti gli imputati ma ha anche decretato che la Trattativa Stato-mafia non c’è mai stata, quindi inutile parlarne. Ancora una volta la verità giudiziaria stride con la verità storica e politica.
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25/02/2023
La Cassazione conferma il 41bis per Cospito. La piazza: “Assassini!”
La Corte di Cassazione con una decisione gravissima ha deliberato che Alfredo Cospito deve rimanere sottoposto al 41 bis, respingendo il ricorso presentato dalla difesa del prigioniero politico anarchico in sciopero della fame da più di quattro mesi.
Cospito è attualmente detenuto nel reparto penitenziario dell’ospedale San Paolo di Milano, dove era stato trasferito dal carcere di Opera, per motivi di salute.
“Leggendo i pareri favorevoli della Dna, Dda, Dap inviati al ministro avevamo capito che la decisione ministeriale fosse stata politica e non giuridica. Dopo la lettura della requisitoria del pg Gaeta pensavamo che il diritto potesse tornare ad illuminare questa buia vicenda. La decisione di questa sera dimostra che ci sbagliavamo”, ha affermato l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Alfredo Cospito.
Dopo la decisione della suprema Corte è esplosa la rabbia dei manifestanti, non solo anarchici, che hanno presidiato da questa mattina piazza Cavour in attesa della decisione dei giudici. È stato lanciato più volte il grido “Assassini” in direzione del palazzo della Corte di Cassazione.
“Abbiamo saputo della decisione della Corte di Cassazione. Che fossero venduti e servi lo abbiamo sempre saputo, da oggi sono assassini. Quello che hanno fatto stasera sarà una vergogna per l’intero Paese” gridano nel megafono all’annuncio della decisione della Corte.
In attesa della decisione della Cassazione Alfredo Cospito aveva fatto sapere che avrebbe proseguito il suo sciopero della fame. Dopo questa sentenza e 128 giorni di digiuno il rischio di uno sciopero fino alla morte non è uno scenario da escludere. La storia deciderà chi ne saranno i consapevoli e i colpevoli.
Fonte
Cospito è attualmente detenuto nel reparto penitenziario dell’ospedale San Paolo di Milano, dove era stato trasferito dal carcere di Opera, per motivi di salute.
“Leggendo i pareri favorevoli della Dna, Dda, Dap inviati al ministro avevamo capito che la decisione ministeriale fosse stata politica e non giuridica. Dopo la lettura della requisitoria del pg Gaeta pensavamo che il diritto potesse tornare ad illuminare questa buia vicenda. La decisione di questa sera dimostra che ci sbagliavamo”, ha affermato l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Alfredo Cospito.
Dopo la decisione della suprema Corte è esplosa la rabbia dei manifestanti, non solo anarchici, che hanno presidiato da questa mattina piazza Cavour in attesa della decisione dei giudici. È stato lanciato più volte il grido “Assassini” in direzione del palazzo della Corte di Cassazione.
“Abbiamo saputo della decisione della Corte di Cassazione. Che fossero venduti e servi lo abbiamo sempre saputo, da oggi sono assassini. Quello che hanno fatto stasera sarà una vergogna per l’intero Paese” gridano nel megafono all’annuncio della decisione della Corte.
In attesa della decisione della Cassazione Alfredo Cospito aveva fatto sapere che avrebbe proseguito il suo sciopero della fame. Dopo questa sentenza e 128 giorni di digiuno il rischio di uno sciopero fino alla morte non è uno scenario da escludere. La storia deciderà chi ne saranno i consapevoli e i colpevoli.
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24/02/2023
La Cassazione oggi discute sul 41bis per Alfredo Cospito
Oggi la Cassazione dovrà discutere della richiesta della difesa di Alfredo Cospito di revoca del 41bis. Viene infatti discusso il ricorso presentato dall’avvocato Flavio Rossi Albertini contro il verdetto del Tribunale di Sorveglianza di Roma che nel dicembre del 2022 confermò la decisione ministeriale del 41 bis.
I giudici, che lo sciopero della fame di Cospito ha costretto ad anticipare la data dell’udienza viste le condizioni di salute precarie del detenuto, hanno davanti tre possibili decisioni: a) potrebbero accogliere il ricorso, e quindi a Cospito verrebbe tolto il regime ‘speciale’; b) potrebbero annullare con rinvio, cioè rimandare gli atti al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione, l’ipotesi più probabile anche perché a chiederla è stato il procuratore generale Pietro Gaeta; c) respingere il ricorso.
La decisione potrebbe arrivare già nella serata di domani.
La Corte d’Assise d’Appello di Torino, chiamata a valutare le responsabilità di Alfredo Cospito e di Anna Beniamino per l’attentato alla scuola carabinieri di Fossano, ha sollevato nei mesi scorsi una questione di legittimità costituzionale sulla legge ex Cirielli secondo la quale a un imputato recidivo pluriaggravato, come Cospito, non possono essere applicate le attenuanti generiche superiori alle aggravanti. Un tema molto tecnico ma dagli effetti importanti perché se la Consulta dovesse dichiarare incostituzionale la parte della legge impugnata, Alfredo Cospito eviterebbe l’ergastolo ostativo chiesto invece dalla Procura Generale per ‘strage politica’. Anche qui non è ancora stata indicata una data dai giudici costituzionali.
In primo grado, per le bombe di Fossano, che non hanno fatto vittime né feriti, Alfredo Cospito era stata condannato a 20 anni per ‘associazione con finalità di terrorismo’, poi la Cassazione ha riqualificato il reato in ‘strage politica’ e la Procura Generale, seguendo l’indicazione, ha chiesto l’ergastolo nella sua accezione più pesante.
Nei mesi scorsi ci sono poi stati due pareri non vincolanti sul 41 bis e non omogenei inviati al ministro della Giustizia Nordio che ha scelto di ribadire la misura scelta dall’ex ministra Cartabia: quello della Procura Generale di Torino che ha detto no alla revoca e uno della Direzione Nazionale Antimafia che invece aveva invitato il ministro a considerare l’ipotesi del carcere ad Alta Sicurezza, un po’ meno duro del 41 bis ma sufficiente, secondo questa interpretazione, a tagliare i legami con l’esterno del detenuto politico.
La richiesta di revoca del 41bis e dell’ergastolo ostativo per Cospito, ma non solo, è al centro di una vasta campagna di mobilitazione anche a livello internazionale. Gli anarchici e gli attivisti solidali con Alfredo Cospito hanno convocato per questa mattina una manifestazione davanti alla Corte di Cassazione in piazza Cavour.
Fonte
I giudici, che lo sciopero della fame di Cospito ha costretto ad anticipare la data dell’udienza viste le condizioni di salute precarie del detenuto, hanno davanti tre possibili decisioni: a) potrebbero accogliere il ricorso, e quindi a Cospito verrebbe tolto il regime ‘speciale’; b) potrebbero annullare con rinvio, cioè rimandare gli atti al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione, l’ipotesi più probabile anche perché a chiederla è stato il procuratore generale Pietro Gaeta; c) respingere il ricorso.
La decisione potrebbe arrivare già nella serata di domani.
La Corte d’Assise d’Appello di Torino, chiamata a valutare le responsabilità di Alfredo Cospito e di Anna Beniamino per l’attentato alla scuola carabinieri di Fossano, ha sollevato nei mesi scorsi una questione di legittimità costituzionale sulla legge ex Cirielli secondo la quale a un imputato recidivo pluriaggravato, come Cospito, non possono essere applicate le attenuanti generiche superiori alle aggravanti. Un tema molto tecnico ma dagli effetti importanti perché se la Consulta dovesse dichiarare incostituzionale la parte della legge impugnata, Alfredo Cospito eviterebbe l’ergastolo ostativo chiesto invece dalla Procura Generale per ‘strage politica’. Anche qui non è ancora stata indicata una data dai giudici costituzionali.
In primo grado, per le bombe di Fossano, che non hanno fatto vittime né feriti, Alfredo Cospito era stata condannato a 20 anni per ‘associazione con finalità di terrorismo’, poi la Cassazione ha riqualificato il reato in ‘strage politica’ e la Procura Generale, seguendo l’indicazione, ha chiesto l’ergastolo nella sua accezione più pesante.
Nei mesi scorsi ci sono poi stati due pareri non vincolanti sul 41 bis e non omogenei inviati al ministro della Giustizia Nordio che ha scelto di ribadire la misura scelta dall’ex ministra Cartabia: quello della Procura Generale di Torino che ha detto no alla revoca e uno della Direzione Nazionale Antimafia che invece aveva invitato il ministro a considerare l’ipotesi del carcere ad Alta Sicurezza, un po’ meno duro del 41 bis ma sufficiente, secondo questa interpretazione, a tagliare i legami con l’esterno del detenuto politico.
La richiesta di revoca del 41bis e dell’ergastolo ostativo per Cospito, ma non solo, è al centro di una vasta campagna di mobilitazione anche a livello internazionale. Gli anarchici e gli attivisti solidali con Alfredo Cospito hanno convocato per questa mattina una manifestazione davanti alla Corte di Cassazione in piazza Cavour.
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12/02/2023
Alfredo Cospito in ospedale. Il Pg della Cassazione: “togliamogli il 41 bis”
Il sostituto procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta ha chiesto la revoca del 41 bis per l’anarchico in sciopero della fame ormai da oltre 110 giorni.
Una richiesta che cambia le carte in tavola e che potrebbe portare ad una soluzione della situazione il 24 febbraio prossimo, quando l’anarchico e i suoi legali si troveranno davanti la Corte di Cassazione, che dovrà esprimersi sulla richiesta di revoca del carcere duro.
Secondo il Pg una misura così restrittiva non è più necessaria. E la strada potrebbe essere quella indicata dal capo della Dna Giovanni Melillo nel suo parere: l’alta sorveglianza con censura, misura sufficiente a contenere un “eventuale pericolo”.
Intanto Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo Cospito, ha scritto al carcere di Opera per avere conferma del trasferimento del suo assistito all’ospedale San Paolo dal momento che «sono venuto a conoscenza della notizia non dall’istituto bensì dai giornalisti che l’hanno appresa da una nota ministeriale».
Una riprova, insomma, che “gli atti” della magistratura milanese vengono “depositati in redazione”, invece che nelle sedi istituzionali.
La risposta dal carcere è stata una “conferma” alla notizia con l’informazione che il sostituto processuale potrà visitarlo lunedì 13 febbraio in ospedale e che anche il medico di parte potrà vederlo con modalità concordate con la Direzione del carcere e con l’ospedale.
Una richiesta che cambia le carte in tavola e che potrebbe portare ad una soluzione della situazione il 24 febbraio prossimo, quando l’anarchico e i suoi legali si troveranno davanti la Corte di Cassazione, che dovrà esprimersi sulla richiesta di revoca del carcere duro.
Secondo il Pg una misura così restrittiva non è più necessaria. E la strada potrebbe essere quella indicata dal capo della Dna Giovanni Melillo nel suo parere: l’alta sorveglianza con censura, misura sufficiente a contenere un “eventuale pericolo”.
Intanto Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo Cospito, ha scritto al carcere di Opera per avere conferma del trasferimento del suo assistito all’ospedale San Paolo dal momento che «sono venuto a conoscenza della notizia non dall’istituto bensì dai giornalisti che l’hanno appresa da una nota ministeriale».
Una riprova, insomma, che “gli atti” della magistratura milanese vengono “depositati in redazione”, invece che nelle sedi istituzionali.
La risposta dal carcere è stata una “conferma” alla notizia con l’informazione che il sostituto processuale potrà visitarlo lunedì 13 febbraio in ospedale e che anche il medico di parte potrà vederlo con modalità concordate con la Direzione del carcere e con l’ospedale.
*****
Alfredo Cospito, in sciopero della fame da 115 giorni, è stato trasferito ieri pomeriggio dal carcere di Opera all’ospedale San Paolo di Milano, in una delle stanze riservate ai detenuti in 41 bis.
Alfredo sembrerebbe essere stato ricoverato nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale milanese su indicazione dei medici. Secondo il medico di parte rischia un edema celebrale.
Le critiche condizioni di salute di Alfredo Cospito erano state già segnalate da Andrea Crosignani, medico di parte che lo aveva visitato sabato mattina nel carcere di Opera. “Pesa 71 chili ed è a rischio di edema cerebrale e aritmie cardiache potenzialmente fatali”. È quanto ha riferito Crosignani all’avvocato Flavio Rossi Albertini dopo la visita effettuata ieri.
Ma Alfredo “è determinato ad andare avanti con la protesta. È lucido e cammina sulle proprie gambe. Anche se ho cercato di convincerlo a riprendere il potassio per ridurre il rischio di queste aritmie. I parametri tengono ma basta poco perché la situazione precipiti senza dei segni particolari di allarme”.
Da Radio Onda Rossa le parole di Andrea Crosignani, medico di parte, dopo la visita in mattinata ad Alfredo Cospito. Ascolta o Scarica.
Intanto sempre a Milano centinaia di persone sono partite in corteo da piazza XXIV Maggio per sostenere Alfredo Cospito, l’esponente anarchico detenuto nel carcere milanese di Opera in regime di 41 bis, in sciopero della fame ormai da 115 giorni. Si sono verificati momenti di tensione con la polizia, con almeno quattro cariche.
A mantenere accesa la protesta anche la linea dura da parte del Ministro della Giustizia Nordio. Sono state rese note le motivazioni del rigetto alla revoca del 41 bis firmato dal Ministro della giustizia. Nordio ha sostenuto nel suo diniego che lo sciopero della fame di Cospito sia una forma di protesta violenta perchè ha detto ‘il corpo è la mia arma’.
“Il corpo di Alfredo Cospito è divenuto il catalizzatore che serviva all’azione strategica del detenuto che chiedeva unità di intenti e obiettivi pur lasciando a ciascuna formazione la libertà e l’autodeterminazione in relazione alla tipologia di atti da compiere”, ha sostenuto Nordio aggiungendo che “le condizioni di salute di Cospito non sono tali da incidere in maniera significativa sulla sua rilevante pericolosità sociale e non sono idonee a giustificare l’adozione del domandato provvedimento di revoca anticipata del regime differenziato previsto dal 41 bis”.
Il collegamento di Radio Onda d’Urto dalla manifestazione con una compagna dell’assemblea contro il 41 bis e l’ergastolo. Ascolta o Scarica.
Fonte
24/04/2021
Strage di Viareggio: un appello
Non lasciamoli soli: un appello a sostegno di 6 lavoratori, rappresentanti per la Sicurezza sul Lavoro delle ferrovie, “puniti” con l’ingiunzione a pagare oltre 80.000 euro. Per adesioni scrivere a: ufficiostampa@rifondazione.it
È una conseguenza del verdetto con cui la Cassazione ribaltando i giudizi di primo e secondo grado sulla strage di Viareggio, non riconoscendo l’incidente sul lavoro, ha fatto cadere la condanna per omicidio colposo dei vertici di Ferrovie, tra cui l’a.d. Mauro Moretti.
Un esito vergognoso che lascia impunita una strage in cui persero la vita 32 vittime innocenti e vanifica 11 anni di sofferenze dei parenti delle vittime e la loro lotta per impedire che i loro cari siano morti invano e questa diventi l’ennesima strage senza giustizia.
Ora con l’intimazione del pagamento delle spese legali al danno si aggiunge la beffa.
All’ingiustizia subita dai parenti delle vittime della strage e ai licenziamenti di dipendenti che si sono impegnati per evitare altre tragedie si aggiunge la punizione verso lavoratori la cui unica colpa è di aver agito nell’interesse della giustizia e della verità.
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e il nostro sostegno a tutte e tutti i/le Rls, rappresentanti della sicurezza nei luoghi di lavoro impegnati per la tutela dei diritti, per i quali la sentenza della Cassazione suona come un segnale politico di carattere chiaramente intimidatorio.
Nel contempo invitiamo tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, le cittadine e i cittadini democratici a non lasciare da soli i lavoratori colpiti a fronte delle spese onerose che sono obbligati a sostenere.
Testimoniamo la nostra solidarietà e l’assunzione della loro come una lotta che ci riguarda tutte e tutti impegnandoci a sostenerli con un nostro contributo.
Le sottoscrizioni vanno inviate al conto corrente appositamente dedicato, intestato a Dante De Angelis, Iban: IT96V0760103200001053269260. la causale è: “Contributo di solidarietà per spese legali e processuali RLS Processo Viareggio”.
Primi firmatari:
Citto Maselli, Aldo Tortorella, Maurizio Acerbo, Vittorio Agnoletto, Cesare Antetomaso, Tiziana Barillà, Cisco Bellotti, Paolo Berdini, Paolo Berizzi, Cesare Bermani, Marco Bersani, Emiliano Brancaccio, Marina Boscaino, Stefania Brai, Benedetta Buccellato, Antonella Bundu, Ascanio Celestini, Guido Caldiron, Massimo Carlotto, Loris Caruso, Luigi de Magistris, Girolamo De Michele, Marco Dentici, Massimo Dapporto, Antonella De Palma, Nunzio D’Erme, Angelo d’Orsi, Tommaso Di Francesco, Italo Di Sabato, Valerio Evangelisti, Marta Fana, Paolo Ferrero, Paolo Favilli, Francesca Fornario, GANG, Elio Germano, Giovanni Greco, Alessandro Gilioli, Beppe Giulietti, Andrea Gropplero , Giovanni Impastato Casa Memoria Impastato, Alessio Lega, Maria Lenti, Fabiomassimo Lozzi, Guido Liguori, Enrico Maggi, Fiorella Mannoia, Lucio Manisco, Dacia Maraini, Danilo Maramotti, Giulio Marcon, Ivano Marescotti, Marina Massironi, Antonio Mazzeo, Giovanni Mazzetti, Maria G Meriggi, Emilio Molinari, Tomaso Montanari, Raul Mordenti, Riccardo Noury, Moni Ovadia, Daniela Padoan, Pierluigi Panici, Antonello Patta, Silvano Piccardi, Ottavia Piccolo, Paolo Pietrangeli, Matteo Pucciarelli, Andrea Purgatori, David Riondino, Gianni Rinaldini, Annamaria Rivera, Paolo Rossi, Franco Russo, Giovanni Russo Spena, Pasquale Scimeca, Vauro Senesi, Lo Stato Sociale, Alessandro Triulzi, Lucia Vasini, Dario Vergassola, Guido Viale, Daniele Vicari, Massimo Wertmuller
Fonte
01/04/2021
Sempre meno giustizia per la strage di Viareggio!
USB al fianco degli RLS colpiti dalla richiesta del Gruppo FSI di 80.000 euro per spese legali
Prima la cronaca: la sentenza incredibile emessa dalla Corte di Cassazione che ha derubricato la strage di Viareggio, 32 morti nel giugno 2009, escludendo l’aggravante legata alla mancata sicurezza sul lavoro, non solo ha permesso la diminuzione delle pene e concesso molte prescrizioni rispetto alle condanne in primo grado e in appello, ma ha avuto anche l’effetto di far venir meno le motivazioni per la sacrosante costituzione di parte civile da parte di un gruppo di Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS).
La conseguenza è stata quella di una giustizia, che era dovuta alle vittime e ai loro familiari, non solo mutilata ma che ha anche permesso al Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane di richiedere a questi ferrovieri le spese legali fin dal primo grado per un totale di circa 80.000 (ottantamila) euro.
Non bastavano i morti, le orribili morti, il dolore di chi è rimasto a piangerli, lo schiaffo ai ferrovieri, ai lavoratori, ai cittadini di Viareggio come a tutti gli uomini e le donne italiane che avevano ritenuto che giustizia dovesse essere fatta.
Si chiede altro, si chiede denaro: perché in pochi, ma a nome di una moltitudine, si erano fatti avanti per chiedere che nulla nelle indagini rimanesse trascurato o omesso.
Oggi sembrano loro, un piccolo gruppo di 6 RLS di Torino, Livorno, Roma, Pisa, Milano, Bologna, i colpevoli dell’accaduto (o di quello che secondo la Cassazione non sembra essere accaduto) a giudicare dal prezzo che gli viene chiesto di pagare.
A noi appare come la punizione esemplare da parte della più grande azienda a partecipazione pubblica italiana, tesa a scoraggiare qualsiasi sforzo per la sicurezza sul posto di lavoro, una vera vergogna per in nostro Paese.
Non possono e non devono essere lasciati soli. USB invita tutti i ferrovieri, la cui solidarietà è una costante storica che li ha visti sempre in prima linea, a supportare questi lavoratori vessati e fornire un contributo economico al conto corrente
IBAN: *IT96V0760103200001053269260*
intestato a Dante De Angelis.
Causale: “Contributo di solidarietà per spese legali e processuali RLS Processo Viareggio”.
Ma non può essere solo una questione di solidarietà: USB intende sollevare il tema dei tempi e delle decisioni assunte riguardo la giustizia sul lavoro e la sicurezza, che in Italia sembra essere sempre più claudicante e lascia scoperti i lavoratori di questo Paese.
1° aprile 2021
Fonte
Prima la cronaca: la sentenza incredibile emessa dalla Corte di Cassazione che ha derubricato la strage di Viareggio, 32 morti nel giugno 2009, escludendo l’aggravante legata alla mancata sicurezza sul lavoro, non solo ha permesso la diminuzione delle pene e concesso molte prescrizioni rispetto alle condanne in primo grado e in appello, ma ha avuto anche l’effetto di far venir meno le motivazioni per la sacrosante costituzione di parte civile da parte di un gruppo di Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS).
La conseguenza è stata quella di una giustizia, che era dovuta alle vittime e ai loro familiari, non solo mutilata ma che ha anche permesso al Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane di richiedere a questi ferrovieri le spese legali fin dal primo grado per un totale di circa 80.000 (ottantamila) euro.
Non bastavano i morti, le orribili morti, il dolore di chi è rimasto a piangerli, lo schiaffo ai ferrovieri, ai lavoratori, ai cittadini di Viareggio come a tutti gli uomini e le donne italiane che avevano ritenuto che giustizia dovesse essere fatta.
Si chiede altro, si chiede denaro: perché in pochi, ma a nome di una moltitudine, si erano fatti avanti per chiedere che nulla nelle indagini rimanesse trascurato o omesso.
Oggi sembrano loro, un piccolo gruppo di 6 RLS di Torino, Livorno, Roma, Pisa, Milano, Bologna, i colpevoli dell’accaduto (o di quello che secondo la Cassazione non sembra essere accaduto) a giudicare dal prezzo che gli viene chiesto di pagare.
A noi appare come la punizione esemplare da parte della più grande azienda a partecipazione pubblica italiana, tesa a scoraggiare qualsiasi sforzo per la sicurezza sul posto di lavoro, una vera vergogna per in nostro Paese.
Non possono e non devono essere lasciati soli. USB invita tutti i ferrovieri, la cui solidarietà è una costante storica che li ha visti sempre in prima linea, a supportare questi lavoratori vessati e fornire un contributo economico al conto corrente
IBAN: *IT96V0760103200001053269260*
intestato a Dante De Angelis.
Causale: “Contributo di solidarietà per spese legali e processuali RLS Processo Viareggio”.
Ma non può essere solo una questione di solidarietà: USB intende sollevare il tema dei tempi e delle decisioni assunte riguardo la giustizia sul lavoro e la sicurezza, che in Italia sembra essere sempre più claudicante e lascia scoperti i lavoratori di questo Paese.
1° aprile 2021
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23/10/2019
Roma - Non è mafia ma “normale” criminalità politica e clientelare
La rete criminale autodefinitasi “Mondo di mezzo” non è Mafia Capitale. Così ha deciso la Corte di Cassazione ribaltando il verdetto d’appello e confermando quello del processo di primo grado. La Cassazione ha stabilito che la rete criminale capeggiata dal fascista Massimo Carminati e dal boss delle cooperative sociali a Roma Salvatore Buzzi non è stata un’associazione di stampo mafioso ma un’associazione a delinquere ‘semplice’. Di conseguenza, la pena andrà ricalcolata.
Si andrà dunque ad un nuovo processo d’appello, davanti a una sezione diversa da quella che aveva ipotizzato l’esistenza della mafia a Roma. La sesta sezione penale della Cassazione doveva vagliare la posizione di 32 imputati, di cui 17 condannati dalla Corte d’Appello di Roma, lo scorso anno, a vario titolo per mafia (per associazione a delinquere di stampo mafioso, o con l’aggravante mafiosa o, ancora, per concorso esterno). Tra questi, oltre a Carminati e a Buzzi (condannati rispettivamente a 14 anni e 6 mesi e a 18 anni e quattro mesi), anche Luca Gramazio, ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio (8 anni e 8 mesi), e Franco Panzironi, ex ad dell’Ama (8 anni e 4 mesi). Per tutti ci sarà un nuovo processo. Inoltre, per quanto riguarda Buzzi, la Cassazione lo ha assolto da due delle accuse contestategli, di turbativa d’asta e corruzione, mentre per Carminati è caduta anche l’accusa di intestazione fittizia di beni.
In conseguenza della riqualificazione del reato in associazione a delinquere semplice, la Cassazione ha pure annullato alcuni risarcimenti alle parti civili, tra cui alcune associazioni antimafia.
Davanti alla sentenza della Corte d’Appello che sanciva il carattere mafioso della rete criminale che agiva nel malaffare di Roma Capitale, avevamo espresso apertamente le nostre perplessità. Quelle condanne espresse per motivazioni mafiose non ci avevano affatto convinto. Così scrivevamo nel luglio 2017 a proposito della sentenza su Mafia Capitale:
L’accusa di mafia sostenuta dalla Procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova” mafia, con propaggini nel mondo degli appalti della Capitale. Una “collaudata” organizzazione criminale che aveva le caratteristiche tipiche del 416bis: vale a dire, “la forza di intimidazione espressa dal vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva”, scrivevano i giudici d’appello.
Il processo di primo grado su Mafia Capitale si era concluso il 20 luglio 2017 con pesanti condanne. Ma la sentenza aveva escluso l’aggravante mafiosa – cioè l’esistenza di una organizzazione e modalità riconducibili a quelle mafiose – ed aveva invece confermato l’esistenza di una associazione a delinquere con l’obiettivo di estorcere soldi pubblici dal Comune di Roma per la “gestione” di alcune emergenze come quella dei rifiuti, dell’accoglienza degli immigrati o dei campi rom.
Le condanne, anche senza l’aggravante mafiosa, erano state comunque pesanti (tenendo conto che non ci sono stati fatti di sangue). L’ex Nar Massimo Carminati è stato condannato, in primo grado, a 20 anni di reclusione. Il cosiddetto “ras delle coop” Salvatore Buzzi è stato riconosciuto colpevole nell’ambito del processo ed è stato condannato a 19 anni di carcere. 11 anni di carcere per Luca Gramazio, l’ex capogruppo del Pdl in Comune poi passato alla Regione. Per l’ex presidente dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti (Pd) la corte ha deciso una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni e poi collaboratore di Zingaretti, responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. Undici anni per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l’ex Ad di Ama Franco Panzironi, entrambi squadristi fascisti di lungo corso. L’ex presidente del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, Andrea Tassone è stato condannato a 5 anni.
Ma la Corte d’Appello aveva rovesciato la sentenza di primo grado accettando invece la tesi dell’organizzazione mafiosa nella gestione del malaffare a Roma. L’11 dicembre 2018 la Corte d’Appello di Roma aveva depositato le motivazioni della pronuncia di secondo grado del processo “Mafia Capitale”.
Pur mantenendo ferma la ricostruzione dei fatti effettuata dalla sentenza di primo grado, i giudici della Corte d’Appello avevano rivisto la precedente sentenza, ravvisando invece gli estremi per la configurazione del reato di associazione di tipo mafioso ex art. 416-bis c.p.: una categoria che va applicata, secondo il ragionamento della Corte d’appello, anche nei confronti di “una forma di criminalità di nuova derivazione che reinterpreta i tradizionali contenuti del metodo mafioso all’interno di un territorio profondamente frammentato sotto il profilo criminale, e sprovvisto di una presenza mafiosa storicamente riconosciuta”.
Una chiave di lettura, questa di una parte della magistratura, che suscita molti dubbi sull’applicabilità dell’art. 416-bis c.p. alle mafie “non tradizionali” ma anche perché legittima una giurisprudenza che sembra aver ormai stabilmente abbracciato l’impostazione estensiva dell’incriminazione per motivi mafiosi, nel tentativo di allargare le maglie della disposizione normativa di fronte alle evoluzioni della criminalità organizzata con l’espansione nelle città del Nord delle mafie storiche o la nascita di clan criminali su base etnica.
La Corte di Cassazione ha sentenziato che questa chiave di lettura non corrisponde alla realtà, avanzando la tesi che va condannato il “Mondo di mezzo” ma non “Mafia Capitale”, e forse non ha tutti i torti.
Leggi anche:
Mafia Capitale, quelli di sopra scaricano il Mondo di mezzo
Il Malaffare a Roma solo scalfito dall’inchiesta su Mafia Capitale
Fonte
Si andrà dunque ad un nuovo processo d’appello, davanti a una sezione diversa da quella che aveva ipotizzato l’esistenza della mafia a Roma. La sesta sezione penale della Cassazione doveva vagliare la posizione di 32 imputati, di cui 17 condannati dalla Corte d’Appello di Roma, lo scorso anno, a vario titolo per mafia (per associazione a delinquere di stampo mafioso, o con l’aggravante mafiosa o, ancora, per concorso esterno). Tra questi, oltre a Carminati e a Buzzi (condannati rispettivamente a 14 anni e 6 mesi e a 18 anni e quattro mesi), anche Luca Gramazio, ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio (8 anni e 8 mesi), e Franco Panzironi, ex ad dell’Ama (8 anni e 4 mesi). Per tutti ci sarà un nuovo processo. Inoltre, per quanto riguarda Buzzi, la Cassazione lo ha assolto da due delle accuse contestategli, di turbativa d’asta e corruzione, mentre per Carminati è caduta anche l’accusa di intestazione fittizia di beni.
In conseguenza della riqualificazione del reato in associazione a delinquere semplice, la Cassazione ha pure annullato alcuni risarcimenti alle parti civili, tra cui alcune associazioni antimafia.
Davanti alla sentenza della Corte d’Appello che sanciva il carattere mafioso della rete criminale che agiva nel malaffare di Roma Capitale, avevamo espresso apertamente le nostre perplessità. Quelle condanne espresse per motivazioni mafiose non ci avevano affatto convinto. Così scrivevamo nel luglio 2017 a proposito della sentenza su Mafia Capitale:
“Le condanne tombali richieste dalla requisitoria dei pm nel processo contro il network di Buzzi, Carminati etc. appaiono per un verso sproporzionate ai reati contestati, per un altro un tentativo di legittimazione sul piano penale di una ipotesi – quella dell’associazione mafiosa – che ha solo scalfito, e molto parzialmente, il sistema politico/criminale che imbriglia la vita economica e sociale della città.La tendenza della magistratura a piegare tutte le fattispecie di reato sul suo livello più grave (mafia o terrorismo, ndr) non fa bene alla verità né alla giustizia, consente solo di avere a disposizione delle indagini più risorse, più uomini, più carcere duro per gli imputati. È un modello emergenziale distorsivo diventato normalità. Ma di notte non è vero che tutte le vacche sono grige e se si mette tutto sullo stesso piano, non è detto che questo faciliti l’individuazione delle responsabilità penali e delle reti criminali per quello che sono realmente.
La tesi sostenuta dai pm è che su Roma agiva una organizzazione di stampo mafioso che ha diretto, inquinato, determinato appalti e finanziamenti nell’area grigia del “terzo settore”, quello prosperato con la sistematica de/responsabilizzazione dei soggetti pubblici (Comune, Regione, governo) dalla gestione dei servizi sociali e con lo smantellamento dei sistemi di welfare.
Si è trattato di una associazione mafiosa che, a detta dei magistrati, a Roma però non ha avuto bisogno della coercizione e della violenza caratteristica delle organizzazioni mafiose nel Meridione, perché l’humus su cui agiva (consiglieri comunali, assessori, dirigenti e funzionari) era “bendisposto” ad accettare tutte le proposte che gli venivano fatte, dovendo discutere solo sul “quanto” sarebbe spettato di competenza nella spartizione dei finanziamenti di ogni soggetto del sistema corruttivo. Insomma agitare, e solo agitare, l’intervento dello “spezzapollici” è stato spesso superfluo o più che sufficiente per produrre un sistema integrato che, tramite cooperative sociali, ha gestito i servizi di competenza del Comune di Roma su accoglienza migranti, campi rom, pulizia urbana, “esternalizzati” in nome del risparmio e dei tagli di bilancio”.
L’accusa di mafia sostenuta dalla Procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova” mafia, con propaggini nel mondo degli appalti della Capitale. Una “collaudata” organizzazione criminale che aveva le caratteristiche tipiche del 416bis: vale a dire, “la forza di intimidazione espressa dal vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva”, scrivevano i giudici d’appello.
Il processo di primo grado su Mafia Capitale si era concluso il 20 luglio 2017 con pesanti condanne. Ma la sentenza aveva escluso l’aggravante mafiosa – cioè l’esistenza di una organizzazione e modalità riconducibili a quelle mafiose – ed aveva invece confermato l’esistenza di una associazione a delinquere con l’obiettivo di estorcere soldi pubblici dal Comune di Roma per la “gestione” di alcune emergenze come quella dei rifiuti, dell’accoglienza degli immigrati o dei campi rom.
Le condanne, anche senza l’aggravante mafiosa, erano state comunque pesanti (tenendo conto che non ci sono stati fatti di sangue). L’ex Nar Massimo Carminati è stato condannato, in primo grado, a 20 anni di reclusione. Il cosiddetto “ras delle coop” Salvatore Buzzi è stato riconosciuto colpevole nell’ambito del processo ed è stato condannato a 19 anni di carcere. 11 anni di carcere per Luca Gramazio, l’ex capogruppo del Pdl in Comune poi passato alla Regione. Per l’ex presidente dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti (Pd) la corte ha deciso una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni e poi collaboratore di Zingaretti, responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. Undici anni per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l’ex Ad di Ama Franco Panzironi, entrambi squadristi fascisti di lungo corso. L’ex presidente del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, Andrea Tassone è stato condannato a 5 anni.
Ma la Corte d’Appello aveva rovesciato la sentenza di primo grado accettando invece la tesi dell’organizzazione mafiosa nella gestione del malaffare a Roma. L’11 dicembre 2018 la Corte d’Appello di Roma aveva depositato le motivazioni della pronuncia di secondo grado del processo “Mafia Capitale”.
Pur mantenendo ferma la ricostruzione dei fatti effettuata dalla sentenza di primo grado, i giudici della Corte d’Appello avevano rivisto la precedente sentenza, ravvisando invece gli estremi per la configurazione del reato di associazione di tipo mafioso ex art. 416-bis c.p.: una categoria che va applicata, secondo il ragionamento della Corte d’appello, anche nei confronti di “una forma di criminalità di nuova derivazione che reinterpreta i tradizionali contenuti del metodo mafioso all’interno di un territorio profondamente frammentato sotto il profilo criminale, e sprovvisto di una presenza mafiosa storicamente riconosciuta”.
Una chiave di lettura, questa di una parte della magistratura, che suscita molti dubbi sull’applicabilità dell’art. 416-bis c.p. alle mafie “non tradizionali” ma anche perché legittima una giurisprudenza che sembra aver ormai stabilmente abbracciato l’impostazione estensiva dell’incriminazione per motivi mafiosi, nel tentativo di allargare le maglie della disposizione normativa di fronte alle evoluzioni della criminalità organizzata con l’espansione nelle città del Nord delle mafie storiche o la nascita di clan criminali su base etnica.
La Corte di Cassazione ha sentenziato che questa chiave di lettura non corrisponde alla realtà, avanzando la tesi che va condannato il “Mondo di mezzo” ma non “Mafia Capitale”, e forse non ha tutti i torti.
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Il Malaffare a Roma solo scalfito dall’inchiesta su Mafia Capitale
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16/11/2018
Nessuna giustizia per Riccardo Magherini
La Corte di Cassazione ha oggi annullato la condanna ai tre carabinieri per la morte di #RiccardoMagherini perché “il fatto non costituisce reato”.
Nel luglio del 2016 il Tribunale di Firenze aveva condannato i tre carabinieri imputati per omicidio colposo nell’ambito del processo per la morte di Riccardo Magherini, 40enne fiorentino deceduto nella notte tra il 2 e 3 marzo 2014 durante un arresto in una strada del centro di Firenze.
La notte del 3 marzo 2014, a Firenze, in pieno centro storico, Riccardo, padre di un bimbo di due anni, muore stroncato da un arresto cardiaco mentre tre carabinieri lo tengono bloccato a terra. Come Federico Aldrovandi anche ‘Richy’ è morto per ‘asfissia posturale’ mentre gridava: “Aiuto! Ho un figlio!”. Ma i segni sul suo corpo raccontano di violente percosse ricevute proprio mentre era immobilizzato, a terra ed a pancia in giù.
“I carabinieri gli tiravano calci e Riccardo urlava di essere un bravo ragazzo, che non aveva fatto niente e che aveva figli mentre due persone incitavano ‘Dagliene ancora’”. Così il racconto del testimone principale della vicenda di Magherini, Matteo Torretti, che aggiunge “i militari hanno tirato calci a Riccardo: cinque all’addome e due in faccia”.
Torretti racconta l’azione dei militari: “I carabinieri lo hanno accerchiato, poi portato in ginocchio e buttato a terra, dopodiché gli sono saliti sopra fino ad averlo letteralmente schiacciato”. “Il carabiniere più anziano – continua – era su Magherini schiacciandogli la testa con due mani e teneva un ginocchio sul collo”.
Poi descrive l’atteggiamento di Riccardo: “Agitato, ma non aggressivo. Ha anche liberato le braccia – continua il testimone – poteva colpire qualcuno ma non l’ha fatto”. Quando Torretti suggerisce ai carabinieri di non tirare calci, bensì di chiamare un’ambulanza per sedare Magherini, i militari rispondono dicendogli di “non rompere i coglioni”.
Poi prendono le sue generalità, e alla domanda di Torretti “Tutto a posto?”, rispondono: “Se è tutto a posto lo deciderà il maresciallo”. Quando sente arrivare l’ambulanza, Torretti si allontana. Di lì a poco, iniziano le manovre di rianimazione del personale paramedico ma per Riccardo, ormai, non c’è più niente da fare.
Fonte
Nel luglio del 2016 il Tribunale di Firenze aveva condannato i tre carabinieri imputati per omicidio colposo nell’ambito del processo per la morte di Riccardo Magherini, 40enne fiorentino deceduto nella notte tra il 2 e 3 marzo 2014 durante un arresto in una strada del centro di Firenze.
La notte del 3 marzo 2014, a Firenze, in pieno centro storico, Riccardo, padre di un bimbo di due anni, muore stroncato da un arresto cardiaco mentre tre carabinieri lo tengono bloccato a terra. Come Federico Aldrovandi anche ‘Richy’ è morto per ‘asfissia posturale’ mentre gridava: “Aiuto! Ho un figlio!”. Ma i segni sul suo corpo raccontano di violente percosse ricevute proprio mentre era immobilizzato, a terra ed a pancia in giù.
“I carabinieri gli tiravano calci e Riccardo urlava di essere un bravo ragazzo, che non aveva fatto niente e che aveva figli mentre due persone incitavano ‘Dagliene ancora’”. Così il racconto del testimone principale della vicenda di Magherini, Matteo Torretti, che aggiunge “i militari hanno tirato calci a Riccardo: cinque all’addome e due in faccia”.
Torretti racconta l’azione dei militari: “I carabinieri lo hanno accerchiato, poi portato in ginocchio e buttato a terra, dopodiché gli sono saliti sopra fino ad averlo letteralmente schiacciato”. “Il carabiniere più anziano – continua – era su Magherini schiacciandogli la testa con due mani e teneva un ginocchio sul collo”.
Poi descrive l’atteggiamento di Riccardo: “Agitato, ma non aggressivo. Ha anche liberato le braccia – continua il testimone – poteva colpire qualcuno ma non l’ha fatto”. Quando Torretti suggerisce ai carabinieri di non tirare calci, bensì di chiamare un’ambulanza per sedare Magherini, i militari rispondono dicendogli di “non rompere i coglioni”.
Poi prendono le sue generalità, e alla domanda di Torretti “Tutto a posto?”, rispondono: “Se è tutto a posto lo deciderà il maresciallo”. Quando sente arrivare l’ambulanza, Torretti si allontana. Di lì a poco, iniziano le manovre di rianimazione del personale paramedico ma per Riccardo, ormai, non c’è più niente da fare.
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17/07/2018
Dopo una sbronza mi aspetto un mal di testa, non uno stupro!
Secondo la sentenza della Corte di Cassazione numero 32462 emessa dalla terza sezione penale, uno «stupro non ha aggravanti se la vittima si è ubriacata».
Per i Supremi giudici lo stupro di gruppo c’è stato, ma va esclusa l’aggravante per l’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti perché la ragazza ha assunto alcool “volontariamente”.
Una sentenza molto grave che sposta l’attenzione dallo stupro alla colpevolizzazione della donna e della sua vita. Ribadisce il concetto patriarcale che se scegli di bere scegli anche di essere violentata. L’ennesima violenza sui corpi, sulle menti e sull’autodeterminazione delle donne!
Sottolineiamo le affinità tra il caso de la Manada in Spagna e il caso dello stupro di Firenze da parte di due carabinieri in servizio ai danni di due studentesse americane.
Non Una Di Meno scese in piazza contro la cultura machista delle forze dell’ordine e la violenza dei tribunali, ribadendo che: «dopo una sbronza mi aspetto un mal di testa non uno stupro!».
Fonte
Per i Supremi giudici lo stupro di gruppo c’è stato, ma va esclusa l’aggravante per l’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti perché la ragazza ha assunto alcool “volontariamente”.
Una sentenza molto grave che sposta l’attenzione dallo stupro alla colpevolizzazione della donna e della sua vita. Ribadisce il concetto patriarcale che se scegli di bere scegli anche di essere violentata. L’ennesima violenza sui corpi, sulle menti e sull’autodeterminazione delle donne!
Sottolineiamo le affinità tra il caso de la Manada in Spagna e il caso dello stupro di Firenze da parte di due carabinieri in servizio ai danni di due studentesse americane.
Non Una Di Meno scese in piazza contro la cultura machista delle forze dell’ordine e la violenza dei tribunali, ribadendo che: «dopo una sbronza mi aspetto un mal di testa non uno stupro!».
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05/07/2018
Salvini ha un attacco di berlusconite. “Ci hanno votato quindi non ci potete condannare”
Salvini come Berlusconi. Quando arrivano le sentenze di condanna se ne richiede l’invalidamento in nome della “popolarità” assurta a principio costituzionale. All’indomani della sentenza della Cassazione che ordina il sequestro di qualsiasi somma di denaro riferibile al Carroccio fino a raggiungere 49 milioni di euro, la Lega intende chiedere un incontro al Capo dello Stato Sergio Mattarella appena ritornerà dalla Lituania. A riferirlo sono fonti della Lega, a giudizio delle quali “si tratta di un gravissimo attacco alla democrazia per mettere fuori gioco per via giudiziaria il primo partito italiano. Un’azione che non ha precedenti in Italia e in Europa”.
“Si tratta – proseguono le stesse fonti – di un attacco alla Costituzione perchè si nega il diritto a milioni di italiani di essere rappresentati. È una sentenza politica senza senso giuridico”. In questo giudizio c’è anche del vero, nel senso che una sentenza di questo tipo produce conseguenze politiche, ma è noto che l’arrivo e il pronunciamento in Cassazione di una sentenza è un percorso quasi automatico, e l’emissione di una sentenza della Cassazione ha valore definitivo.
L’incontro con Mattarella è stato chiesto dalla Lega per domani, al rientro del presidente della Repubblica dalla visita nelle Repubbliche baltiche. A guidare la delegazione sarà il segretario leghista Salvini, che però è anche Vicepremier e ministro degli Interni.
Dal canto loro i magistrati genovesi che hanno condotto l’inchiesta sui fondi neri della Lega, rispondono alle bordate di Salvini. “Non si tratta di un processo politico. Come non lo sono i procedimenti fatti dalla procura di Genova per fatti che coinvolgevano esponenti di altri partiti. Qui è parte civile il parlamento italiano” ha replicato nella serata di ieri il procuratore di Genova Francesco Cozzi, “Si tratta solo di problemi tecnici, procedurali. Per questo ci siamo rivolti alla Cassazione, perché i nostri uffici seguono la vicenda esclusivamente sotto un profilo tecnico”.
Dal Consiglio Superiore della Magistratura finora nessuno risponde alle critiche della Lega alla sentenza della Cassazione sui fondi del partito, ma a Palazzo dei Marescialli si è tenuto un confronto al termine del Plenum, durante il quale, a quanto si apprende, è stata espressa “seria preoccupazione” per parole e toni che vengono ritenuti “non accettabili”.
La sentenza della Corte di Cassazione, dunque definitiva, ordina che la Guardia di Finanza possa procedere al blocco dei conti della Lega in forza del decreto di sequestro, emesso lo scorso 4 settembre dal pm di Genova, senza necessità di un nuovo provvedimento per eventuali somme trovate su conti in momenti successivi al decreto. E decreta che; “Ovunque venga rinvenuta” qualsiasi somma di denaro riferibile alla Lega Nord – su conti bancari, libretti, depositi – deve essere sequestrata fino a raggiungere 49 milioni di euro, provento della truffa allo Stato per la quale e’ stato condannato in primo grado l’ex leader leghista Umberto Bossi”.
La risposta di Salvini è stata simile a quella di qualsiasi rapinatore condannato dopo aver fatto evaporare il malloppo: “Quei 49 milioni di euro non ci sono, posso fare una colletta, ma è un processo politico che riguarda fatti di 10 anni fa su soldi che io non ho mai visto” ha detto il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Fonte
“Si tratta – proseguono le stesse fonti – di un attacco alla Costituzione perchè si nega il diritto a milioni di italiani di essere rappresentati. È una sentenza politica senza senso giuridico”. In questo giudizio c’è anche del vero, nel senso che una sentenza di questo tipo produce conseguenze politiche, ma è noto che l’arrivo e il pronunciamento in Cassazione di una sentenza è un percorso quasi automatico, e l’emissione di una sentenza della Cassazione ha valore definitivo.
L’incontro con Mattarella è stato chiesto dalla Lega per domani, al rientro del presidente della Repubblica dalla visita nelle Repubbliche baltiche. A guidare la delegazione sarà il segretario leghista Salvini, che però è anche Vicepremier e ministro degli Interni.
Dal canto loro i magistrati genovesi che hanno condotto l’inchiesta sui fondi neri della Lega, rispondono alle bordate di Salvini. “Non si tratta di un processo politico. Come non lo sono i procedimenti fatti dalla procura di Genova per fatti che coinvolgevano esponenti di altri partiti. Qui è parte civile il parlamento italiano” ha replicato nella serata di ieri il procuratore di Genova Francesco Cozzi, “Si tratta solo di problemi tecnici, procedurali. Per questo ci siamo rivolti alla Cassazione, perché i nostri uffici seguono la vicenda esclusivamente sotto un profilo tecnico”.
Dal Consiglio Superiore della Magistratura finora nessuno risponde alle critiche della Lega alla sentenza della Cassazione sui fondi del partito, ma a Palazzo dei Marescialli si è tenuto un confronto al termine del Plenum, durante il quale, a quanto si apprende, è stata espressa “seria preoccupazione” per parole e toni che vengono ritenuti “non accettabili”.
La sentenza della Corte di Cassazione, dunque definitiva, ordina che la Guardia di Finanza possa procedere al blocco dei conti della Lega in forza del decreto di sequestro, emesso lo scorso 4 settembre dal pm di Genova, senza necessità di un nuovo provvedimento per eventuali somme trovate su conti in momenti successivi al decreto. E decreta che; “Ovunque venga rinvenuta” qualsiasi somma di denaro riferibile alla Lega Nord – su conti bancari, libretti, depositi – deve essere sequestrata fino a raggiungere 49 milioni di euro, provento della truffa allo Stato per la quale e’ stato condannato in primo grado l’ex leader leghista Umberto Bossi”.
La risposta di Salvini è stata simile a quella di qualsiasi rapinatore condannato dopo aver fatto evaporare il malloppo: “Quei 49 milioni di euro non ci sono, posso fare una colletta, ma è un processo politico che riguarda fatti di 10 anni fa su soldi che io non ho mai visto” ha detto il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini.
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08/06/2017
L’emergenza carceri, al di là di Riina. Intervista ad Antigone
Mentre la guerra avanza nel mondo alle nostre porte, qui ci si azzanna per questioni apparentemente secondarie, ma che mostrano chiaramente quanto la civiltà giuridica liberaldemocratica sia ormai un corpo estraneo anche nella testa di quanti credono di essere “civili e di sinistra”. Occasione è stata fornita da uno dei nomi più ignobili della storia italiana recente – Totò Riina – e dalla discussione tra Corte di Cassazione e Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Tema: in quali condizioni deve morire un detenuto di 86 anni?
Radio Città Aperta ha sentito Susanna Marietti, dell’associazione Antigone.
Ciao Susanna, buongiorno.
Buongiorno a voi e a tutti gli ascoltatori.
Grazie della tua disponibilità innanzitutto. Il tema è abbastanza delicato e controverso. Si è aperto un dibattito intollerabile dal punto di vista dei contenuti, per molti versi come purtroppo spesso capita in questo paese ultimamente. Parliamo della possibilità di scarcerazione o attenuazione del regime carcerario a cui è sottoposto Totò Riina, uno dei capi di Cosa Nostra, per garantirgli “una morte dignitosa” rispetto alle sue attuali condizioni medico sanitarie. C’è chi parla del fatto che le sue vittime non hanno potuto avere quella dignitosa morte che lo Stato potrebbe riservargli; c’è chi ha parlato di uno Stato di diritto e una legge che determina delle condizioni precise in questi casi; c’è chi l’ha buttata sulla demagogia, il sentimentalismo... Insomma un po’ di tutto, amplificato dal calderone dei social network. Cerchiamo un attimo di capire meglio di cosa stiamo parlando e facciamolo ragionando su tutti gli aspetti della questione, su quello che prevede o dovrebbe prevedere la legislazione italiana in questi casi.
Allora... Raccontiamo brevissimamente i fatti per gli ascoltatori. L’avvocato di Totò Riina ha chiesto al tribunale di sorveglianza di Bologna che il suo assistito potesse avere un differimento della pena; vale a dire ci sono alcuni casi – tra cui appunto l’incompatibilità con la salute o la donna in gravidanza – che permettono al giudice di sospendere l’esecuzione della pena. Significa che il condannato non la sconta adesso, la sconta magari fra un anno o quando sarà; è una sospensione temporanea. L’avvocato aveva detto: se non volete sospendere la pena a Riina, quanto meno dategli la detenzione domiciliare, in subordine. Il tribunale di sorveglianza di Bologna ha valutato il fatto che Riina fosse visitabile dai medici che operano all’interno del carcere, unito al fatto che qualora ci fosse un’urgenza poteva venire ricoverato in un ospedale esterno, cosa che già era successa, presso l’ospedale di Parma; queste due circostanze combinate erano per il tribunale sufficienti a dire che la salute di Riina è compatibile con il regime penitenziario. La Corte di Cassazione ha invitato il tribunale di sorveglianza a rivedere la sua posizione sostanzialmente dicendo: Totò Riina non ha solo un corpo fisico, per cui – secondo il vostro ragionamento – la malattia è conciliabile con il regime detentivo; Totò Riina ha anche una dignità. E quindi ha diritto a morire dignitosamente. Questa è la cosa che ha scatenato le polemiche. Totò Riina, in quanto efferato boss di Cosa Nostra, non doveva più avere una dignità. La Corte di cassazione invece ha sostenuto di sì.
E questa è già una ricostruzione basata un po’ sui fatti. La nostra impressione è che da un lato il personaggio, la sua storia, sia molto particolare. Dall’altro, però, c’è una legislazione, una serie di organi che applicano una legge. E’ giusto questo?
Ovviamente. Quello che dico è: i diritti umani o sono universali o non lo sono. I diritti umani valgono per tutti. E’ facile difendere i diritti delle persone più brave, quello è facile; oppure anche quelli dei piccoli criminali con cui tuttavia però ci identifichiamo: aveva fame ha e rubato una mela. Qui è facile difendere i loro diritti. La prova del sistema dei diritti umani che parte dalla dichiarazione universale del ’48 sta su Totò Riina. Bisogna difendere il diritto di morire dignitosamente pure di Totò Riina. Questo è difficile da fare, perché ognuno di noi poi ha un moto di ripulsa; ma la nostra ragione deve essere superiore alla nostra pancia e quindi diciamo che anche Totò Riina dovrebbe morire a casa sua dignitosamente. Questo non farà male a nessuno, perché è evidente che Totò Riina non ha più alcun potere dentro Cosa Nostra e che non è più in grado, vista la sua condizione fisica, di impartire ordini o di fare del male.
Questo è uno degli argomenti che hanno creato più confusione e scontro. Per alcuni, invece, può ancora avere un ruolo attivo all’interno di Cosa Nostra, e citano le minacce al giudice Di Matteo, ad esempio, o a Don Ciotti, di qualche anno fa. Su questo mi sembra che tu abbia le idee abbastanza chiare, invece. Ormai la sua nocività, la sua pericolosità sociale potrebbe essersi quasi completamente abbattuta?
Da come viene descritta anche dalle perizie mediche, io direi senz’altro di sì. I fatti che tu racconti risalgono, appunto, ad alcuni anni fa. Detto questo, se anche non dovesse essere così, abbiamo delle forze dell’ordine, abbiamo degli organismi preposti a questo; quindi se andrà a morire a casa sua, andrà in una situazione tale per cui ci saranno delle misure di sicurezza che faranno sì che non mandi fuori alcun ordine. Voglio dire... Non è che esiste solamente il muro di cinta del carcere.
Questo è un ragionamento importante, perché sembra quasi che metterlo fuori dal carcere equivalga a rimetterlo in libertà. Non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di altri profili di gestione della detenzione – correggimi se sbaglio – che però prevedono sempre un controllo da parte dello Stato, no? Non è che viene lasciato libero dicendo: sei a posto con la legge, vai dove credi...
Questo sarà il Tribunale a valutarlo, perché in realtà l’avvocato, in prima battuta, aveva chiesto il differimento della pena. Il differimento della pena – ripeto – significa che tu in quel momento non la stai scontando la pena; la detenzione domiciliare, invece, è una forma di detenzione per quanto non carceraria. L’avvocato l’ha chiesta in seconda battuta, dicendo: se non volete dare il differimento, datemi la detenzione domiciliare. Se mai il tribunale opterà per il differimento pena, immagino che comunque metterà delle misure di sicurezza, anche se non è pena scontata. E comunque opterà per quella soluzione solamente se Riina è ridotto in fin di vita e quindi si tratta di andare a passare gli ultimi 20 giorni sul letto di casa sua invece che su quello della cella. Altrimenti opterà per un regime differente.
Bene. Come pensi che vada poi a concludersi questa vicenda? Poi ci saranno i commenti dei parenti delle vittime che comunque hanno un peso anche storico in questo paese. Sarà possibile che questa vicenda venga gestita come in un paese normale, oppure il carico emotivo condizionerà le eventuali decisioni successive? Che tipo di impressione hai?
Questo è ovviamente difficile dirlo perché sarà nella discrezionalità dei giudici. Io penso che non possano ignorare un monito della suprema Corte, quindi in qualche misura dovranno rivedere la loro decisione. Dopo di che i giudici di sorveglianza hanno una paura proprio ancestrale di emettere ordinanze di apertura perché appunto, come dicevi adesso, poi si scatena la parola alle vittime... Io ho tutta la solidarietà del mondo con le vittime, ma non è il loro ruolo quello di entrare in decisioni di tipo giuridico; perché è ovvio che loro parlano con la pancia e non con la ragione. Il diritto non si fa con la pancia. Quindi il magistrato di sorveglianza è una figura che per tradizione – dal dare una semilibertà, un affidamento in prova ai servizi sociali, a prendere una decisione come questa che è particolarmente epocale – ha paura. Detto questo, nel caso specifico sarà difficile ignorare il monito della Corte di Cassazione... Staremo a vedere. Io credo che prenderanno una misura di apertura ma con moderazione, per evitare l’alzata di scudi.
Una battuta per concludere, Susanna. Siamo in un paese, come anche il recente rapporto di Antigone ha ribadito, in cui l’emergenza carceri non finisce mai. Un paese in cui la detenzione, molto spesso, è un’esperienza umiliante per chi la subisce, un paese che non riesce ad applicare a pieno la normativa prevista per tutta la gestione carceraria... Si parla di carcere e di gestione del carcere soltanto in pochi casi. Questo è uno di quelli. Io ne so poco, di carceri; però da quel poco che so mi si accappona un po’ la pelle rispetto al fatto che un dibattito così complesso venga gestito soltanto per questioni, appunto, di pancia...
Purtroppo sì. Sono totalmente d’accordo con quello che dici. Noi veniamo da alcuni anni, da un periodo che aveva fatto ben sperare. C’era stata un’attenzione verso le nostre carceri che mai si era riscontrata dal dopoguerra in poi, o quantomeno dalla riforma del ’75. Un’attenzione dovuta al gennaio 2010, con la dichiarazione dell’emergenza penitenziaria per il sovraffollamento; poi nel 2013, con la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che condanna l’Italia per violazione dell’art. 3, che è uno degli articoli fondamentali della Convenzione europea sui diritti dell’uomo in relazione al sovraffollamento carcerario. Con Giorgio Napolitano, che per la prima volta dà un messaggio alle Camere e lo dà sul carcere. Per la prima volta i giornali parlavano di carcere non con il trafiletto in ottava pagina ma, addirittura, in apertura; e quindi le persone avevano preso consapevolezza e le autorità italiane avevano adottato una serie di misure riformatrici che avevano fatto del bene al nostro carcere. Dopo di che, finito l’effetto di questi tre fattori che in qualche modo ho raccontato, abbassato lo sguardo del Consiglio d’Europa sull’Italia perché bene o male aveva adempiuto a quello che la sentenza Torreggiani gli aveva detto di fare, siamo tornati nell’indifferenza; e quindi di nuovo il carcere fa notizia solamente quando c’è qualcosa di eclatante, come quello di ieri o quando, sotto elezioni, si può dire: ci vuole più sicurezza, buttiamo la chiave o cose di questo tipo.
Bene Susanna, grazie del tuo intervento. Buon lavoro e buona giornata.
Grazie a voi. Buon lavoro e buona giornata a voi.
Fonte
Radio Città Aperta ha sentito Susanna Marietti, dell’associazione Antigone.
Ciao Susanna, buongiorno.
Buongiorno a voi e a tutti gli ascoltatori.
Grazie della tua disponibilità innanzitutto. Il tema è abbastanza delicato e controverso. Si è aperto un dibattito intollerabile dal punto di vista dei contenuti, per molti versi come purtroppo spesso capita in questo paese ultimamente. Parliamo della possibilità di scarcerazione o attenuazione del regime carcerario a cui è sottoposto Totò Riina, uno dei capi di Cosa Nostra, per garantirgli “una morte dignitosa” rispetto alle sue attuali condizioni medico sanitarie. C’è chi parla del fatto che le sue vittime non hanno potuto avere quella dignitosa morte che lo Stato potrebbe riservargli; c’è chi ha parlato di uno Stato di diritto e una legge che determina delle condizioni precise in questi casi; c’è chi l’ha buttata sulla demagogia, il sentimentalismo... Insomma un po’ di tutto, amplificato dal calderone dei social network. Cerchiamo un attimo di capire meglio di cosa stiamo parlando e facciamolo ragionando su tutti gli aspetti della questione, su quello che prevede o dovrebbe prevedere la legislazione italiana in questi casi.
Allora... Raccontiamo brevissimamente i fatti per gli ascoltatori. L’avvocato di Totò Riina ha chiesto al tribunale di sorveglianza di Bologna che il suo assistito potesse avere un differimento della pena; vale a dire ci sono alcuni casi – tra cui appunto l’incompatibilità con la salute o la donna in gravidanza – che permettono al giudice di sospendere l’esecuzione della pena. Significa che il condannato non la sconta adesso, la sconta magari fra un anno o quando sarà; è una sospensione temporanea. L’avvocato aveva detto: se non volete sospendere la pena a Riina, quanto meno dategli la detenzione domiciliare, in subordine. Il tribunale di sorveglianza di Bologna ha valutato il fatto che Riina fosse visitabile dai medici che operano all’interno del carcere, unito al fatto che qualora ci fosse un’urgenza poteva venire ricoverato in un ospedale esterno, cosa che già era successa, presso l’ospedale di Parma; queste due circostanze combinate erano per il tribunale sufficienti a dire che la salute di Riina è compatibile con il regime penitenziario. La Corte di Cassazione ha invitato il tribunale di sorveglianza a rivedere la sua posizione sostanzialmente dicendo: Totò Riina non ha solo un corpo fisico, per cui – secondo il vostro ragionamento – la malattia è conciliabile con il regime detentivo; Totò Riina ha anche una dignità. E quindi ha diritto a morire dignitosamente. Questa è la cosa che ha scatenato le polemiche. Totò Riina, in quanto efferato boss di Cosa Nostra, non doveva più avere una dignità. La Corte di cassazione invece ha sostenuto di sì.
E questa è già una ricostruzione basata un po’ sui fatti. La nostra impressione è che da un lato il personaggio, la sua storia, sia molto particolare. Dall’altro, però, c’è una legislazione, una serie di organi che applicano una legge. E’ giusto questo?
Ovviamente. Quello che dico è: i diritti umani o sono universali o non lo sono. I diritti umani valgono per tutti. E’ facile difendere i diritti delle persone più brave, quello è facile; oppure anche quelli dei piccoli criminali con cui tuttavia però ci identifichiamo: aveva fame ha e rubato una mela. Qui è facile difendere i loro diritti. La prova del sistema dei diritti umani che parte dalla dichiarazione universale del ’48 sta su Totò Riina. Bisogna difendere il diritto di morire dignitosamente pure di Totò Riina. Questo è difficile da fare, perché ognuno di noi poi ha un moto di ripulsa; ma la nostra ragione deve essere superiore alla nostra pancia e quindi diciamo che anche Totò Riina dovrebbe morire a casa sua dignitosamente. Questo non farà male a nessuno, perché è evidente che Totò Riina non ha più alcun potere dentro Cosa Nostra e che non è più in grado, vista la sua condizione fisica, di impartire ordini o di fare del male.
Questo è uno degli argomenti che hanno creato più confusione e scontro. Per alcuni, invece, può ancora avere un ruolo attivo all’interno di Cosa Nostra, e citano le minacce al giudice Di Matteo, ad esempio, o a Don Ciotti, di qualche anno fa. Su questo mi sembra che tu abbia le idee abbastanza chiare, invece. Ormai la sua nocività, la sua pericolosità sociale potrebbe essersi quasi completamente abbattuta?
Da come viene descritta anche dalle perizie mediche, io direi senz’altro di sì. I fatti che tu racconti risalgono, appunto, ad alcuni anni fa. Detto questo, se anche non dovesse essere così, abbiamo delle forze dell’ordine, abbiamo degli organismi preposti a questo; quindi se andrà a morire a casa sua, andrà in una situazione tale per cui ci saranno delle misure di sicurezza che faranno sì che non mandi fuori alcun ordine. Voglio dire... Non è che esiste solamente il muro di cinta del carcere.
Questo è un ragionamento importante, perché sembra quasi che metterlo fuori dal carcere equivalga a rimetterlo in libertà. Non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di altri profili di gestione della detenzione – correggimi se sbaglio – che però prevedono sempre un controllo da parte dello Stato, no? Non è che viene lasciato libero dicendo: sei a posto con la legge, vai dove credi...
Questo sarà il Tribunale a valutarlo, perché in realtà l’avvocato, in prima battuta, aveva chiesto il differimento della pena. Il differimento della pena – ripeto – significa che tu in quel momento non la stai scontando la pena; la detenzione domiciliare, invece, è una forma di detenzione per quanto non carceraria. L’avvocato l’ha chiesta in seconda battuta, dicendo: se non volete dare il differimento, datemi la detenzione domiciliare. Se mai il tribunale opterà per il differimento pena, immagino che comunque metterà delle misure di sicurezza, anche se non è pena scontata. E comunque opterà per quella soluzione solamente se Riina è ridotto in fin di vita e quindi si tratta di andare a passare gli ultimi 20 giorni sul letto di casa sua invece che su quello della cella. Altrimenti opterà per un regime differente.
Bene. Come pensi che vada poi a concludersi questa vicenda? Poi ci saranno i commenti dei parenti delle vittime che comunque hanno un peso anche storico in questo paese. Sarà possibile che questa vicenda venga gestita come in un paese normale, oppure il carico emotivo condizionerà le eventuali decisioni successive? Che tipo di impressione hai?
Questo è ovviamente difficile dirlo perché sarà nella discrezionalità dei giudici. Io penso che non possano ignorare un monito della suprema Corte, quindi in qualche misura dovranno rivedere la loro decisione. Dopo di che i giudici di sorveglianza hanno una paura proprio ancestrale di emettere ordinanze di apertura perché appunto, come dicevi adesso, poi si scatena la parola alle vittime... Io ho tutta la solidarietà del mondo con le vittime, ma non è il loro ruolo quello di entrare in decisioni di tipo giuridico; perché è ovvio che loro parlano con la pancia e non con la ragione. Il diritto non si fa con la pancia. Quindi il magistrato di sorveglianza è una figura che per tradizione – dal dare una semilibertà, un affidamento in prova ai servizi sociali, a prendere una decisione come questa che è particolarmente epocale – ha paura. Detto questo, nel caso specifico sarà difficile ignorare il monito della Corte di Cassazione... Staremo a vedere. Io credo che prenderanno una misura di apertura ma con moderazione, per evitare l’alzata di scudi.
Una battuta per concludere, Susanna. Siamo in un paese, come anche il recente rapporto di Antigone ha ribadito, in cui l’emergenza carceri non finisce mai. Un paese in cui la detenzione, molto spesso, è un’esperienza umiliante per chi la subisce, un paese che non riesce ad applicare a pieno la normativa prevista per tutta la gestione carceraria... Si parla di carcere e di gestione del carcere soltanto in pochi casi. Questo è uno di quelli. Io ne so poco, di carceri; però da quel poco che so mi si accappona un po’ la pelle rispetto al fatto che un dibattito così complesso venga gestito soltanto per questioni, appunto, di pancia...
Purtroppo sì. Sono totalmente d’accordo con quello che dici. Noi veniamo da alcuni anni, da un periodo che aveva fatto ben sperare. C’era stata un’attenzione verso le nostre carceri che mai si era riscontrata dal dopoguerra in poi, o quantomeno dalla riforma del ’75. Un’attenzione dovuta al gennaio 2010, con la dichiarazione dell’emergenza penitenziaria per il sovraffollamento; poi nel 2013, con la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che condanna l’Italia per violazione dell’art. 3, che è uno degli articoli fondamentali della Convenzione europea sui diritti dell’uomo in relazione al sovraffollamento carcerario. Con Giorgio Napolitano, che per la prima volta dà un messaggio alle Camere e lo dà sul carcere. Per la prima volta i giornali parlavano di carcere non con il trafiletto in ottava pagina ma, addirittura, in apertura; e quindi le persone avevano preso consapevolezza e le autorità italiane avevano adottato una serie di misure riformatrici che avevano fatto del bene al nostro carcere. Dopo di che, finito l’effetto di questi tre fattori che in qualche modo ho raccontato, abbassato lo sguardo del Consiglio d’Europa sull’Italia perché bene o male aveva adempiuto a quello che la sentenza Torreggiani gli aveva detto di fare, siamo tornati nell’indifferenza; e quindi di nuovo il carcere fa notizia solamente quando c’è qualcosa di eclatante, come quello di ieri o quando, sotto elezioni, si può dire: ci vuole più sicurezza, buttiamo la chiave o cose di questo tipo.
Bene Susanna, grazie del tuo intervento. Buon lavoro e buona giornata.
Grazie a voi. Buon lavoro e buona giornata a voi.
Fonte
17/05/2017
Decreto Minniti. Il comune senso del razzismo e dell’apartheid all’italiana
“Cassazione: conformarsi ai valori della società ospitante” (il Fatto Quotidiano); “Cassazione: Migranti devono conformarsi a nostri valori” (Repubblica); “Cassazione: i migranti si conformino ai nostri valori” (Corriere della Sera).
Sono alcuni dei titoli con cui i principali giornali italiani hanno dato stamane, in prima pagina, la notizia di una sentenza della Cassazione che ha condannato un indiano Sikh, reo di voler circolare con un coltello sacro. Poi vai, però, a leggere i veri virgolettati inseriti negli articoli e capisci che in quella sentenza la Suprema Corte dice una cosa un po’ diversa.
Ad esempio: “non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.
Oppure : “Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’articolo 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante”.
Dunque, la Cassazione non ha proprio detto che i migranti “devono conformarsi principalmente ai “valori” del paese che li accoglie, bensì, alle leggi in cui si rispecchiano tali valori. In altre parole, l’attaccamento ai valori non deve portare alla violazione delle leggi. Si è trattato, cioè, dell’affermazione di un principio “erga omnes”, cioè, valido per tutti, senza distinzione di provenienza, cultura e/o religione. E’ questo, in estrema sintesi, il vero contenuto della sentenza in questione.
Allora perché quei titoli fuorvianti che giocano pericolosamente con la dicotomia migranti-valori?
I razzismi in doppio petto, quelli occulti, quelli mascherati o quelli subliminali, sono molto più pericolosi di quelli diretti, volgari ed ostentati come, ad esempio, quelli che usa un Salvini.
Sono tali perché agiscono in maniera subdola, ad un livello più profondo delle coscienze individuali e collettive, creando e radicando senso comune. E tuttavia, queste due forme di razzismo, appaiono, in questa fase, del tutto complementari, perché tendono, con modalità diverse, allo stesso obiettivo: scaricare più in basso possibile il diffuso malcontento causato dalla grave crisi economica e sociale in atto e – in ultima istanza – mantenere le tensioni e la rabbia entro il perimetro di una guerra tra poveri ed ai più poveri, indicando questi ultimi come causa principale dell’impoverimento generale.
E’ il capolavoro dei padroni. D’altronde, sempre più spesso, queste due diverse modalità, non a caso, entrano in sinergia tanto che pare di assistere ad una vera e propria sinfonia con Salvini nel ruolo del tenore solista ed il sistema mediatico mainstream in quello dell’orchestra. Tutti insieme appassionatamente su un unico spartito.
Inoltre, fortissimo è il sospetto che questa ondata mediatica sia funzionale a creare un clima ed un terreno favorevoli alle politiche neosecuritarie ed apertamente razziste in atto nel nostro paese e che hanno preso forma nel recente Decreto Minniti recante “ disposizioni di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale”.
Si tratta di una norma che comporta un’ennesima riduzione dei diritti ed una discriminazione sempre più profonda ai danni dei migranti che passano o risiedono nel nostro paese: si nega ai soli richiedenti asilo il diritto di ricorrere al Secondo Grado di giudizio, prevedendo la trattazione dei ricorsi con rito camerale e con un mero collegamento audiovisivo tra Centri di permanenza per i rimpatri (CPR, ex CIE) e l'aula dell'udienza. Insomma, una legge speciale che, nel nostro ordinamento giuridico ha un solo lugubre precedente: le leggi razziali fasciste del 1938.
A circa 24 anni dall’abolizione dell’apartheid sudafricano, stanno materializzandosi, nel nostro paese, sempre più nitidamente, i contorni di un altrettanto aberrante regime di separazione e segregazione razziale.
Le terribili e disumane condizioni dei ghetti dei braccianti delle campagne del sud Italia, vilmente sottoposti al ricatto permesso di soggiorno-contratto di lavoro e/o continuamente minacciati ed aggrediti da mafiosi o da forze dell’ordine, non sono, forse, le stesse che vigevano nei “Bantustan” in cui vivevano i lavoratori neri del Sudafrica e della Namibia all’epoca dell'Apartheid? Cosa hanno a che fare con il rispetto dei diritti umani le lunghissime e durissime detenzioni amministrative in cui sono tenuti i migranti in quei veri e propri lager cui hanno solo cambiato o il nome da CIE (Centri di identificazione ed espulsione in CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio)?
Insomma, davanti alle dure ma inevitabili sfide del presente, sembra che l’attività principale delle nostre classi dirigenti sia diventata quella di mascherare la propria incapacità politica agitando feticci, creando falsi nemici interni ed esterni ed alimentando illusorie vie d’uscita.
Andrebbe ricordato a questi novelli apprendisti stregoni, una volta di più, quel che scrisse il buon Antonio Gramsci su L’Ordine Nuovo, nel lontano 1921: “l’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna ma non ha scolari”.
Fonte
Sono alcuni dei titoli con cui i principali giornali italiani hanno dato stamane, in prima pagina, la notizia di una sentenza della Cassazione che ha condannato un indiano Sikh, reo di voler circolare con un coltello sacro. Poi vai, però, a leggere i veri virgolettati inseriti negli articoli e capisci che in quella sentenza la Suprema Corte dice una cosa un po’ diversa.
Ad esempio: “non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.
Oppure : “Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’articolo 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante”.
Dunque, la Cassazione non ha proprio detto che i migranti “devono conformarsi principalmente ai “valori” del paese che li accoglie, bensì, alle leggi in cui si rispecchiano tali valori. In altre parole, l’attaccamento ai valori non deve portare alla violazione delle leggi. Si è trattato, cioè, dell’affermazione di un principio “erga omnes”, cioè, valido per tutti, senza distinzione di provenienza, cultura e/o religione. E’ questo, in estrema sintesi, il vero contenuto della sentenza in questione.
Allora perché quei titoli fuorvianti che giocano pericolosamente con la dicotomia migranti-valori?
I razzismi in doppio petto, quelli occulti, quelli mascherati o quelli subliminali, sono molto più pericolosi di quelli diretti, volgari ed ostentati come, ad esempio, quelli che usa un Salvini.
Sono tali perché agiscono in maniera subdola, ad un livello più profondo delle coscienze individuali e collettive, creando e radicando senso comune. E tuttavia, queste due forme di razzismo, appaiono, in questa fase, del tutto complementari, perché tendono, con modalità diverse, allo stesso obiettivo: scaricare più in basso possibile il diffuso malcontento causato dalla grave crisi economica e sociale in atto e – in ultima istanza – mantenere le tensioni e la rabbia entro il perimetro di una guerra tra poveri ed ai più poveri, indicando questi ultimi come causa principale dell’impoverimento generale.
E’ il capolavoro dei padroni. D’altronde, sempre più spesso, queste due diverse modalità, non a caso, entrano in sinergia tanto che pare di assistere ad una vera e propria sinfonia con Salvini nel ruolo del tenore solista ed il sistema mediatico mainstream in quello dell’orchestra. Tutti insieme appassionatamente su un unico spartito.
Inoltre, fortissimo è il sospetto che questa ondata mediatica sia funzionale a creare un clima ed un terreno favorevoli alle politiche neosecuritarie ed apertamente razziste in atto nel nostro paese e che hanno preso forma nel recente Decreto Minniti recante “ disposizioni di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale”.
Si tratta di una norma che comporta un’ennesima riduzione dei diritti ed una discriminazione sempre più profonda ai danni dei migranti che passano o risiedono nel nostro paese: si nega ai soli richiedenti asilo il diritto di ricorrere al Secondo Grado di giudizio, prevedendo la trattazione dei ricorsi con rito camerale e con un mero collegamento audiovisivo tra Centri di permanenza per i rimpatri (CPR, ex CIE) e l'aula dell'udienza. Insomma, una legge speciale che, nel nostro ordinamento giuridico ha un solo lugubre precedente: le leggi razziali fasciste del 1938.
A circa 24 anni dall’abolizione dell’apartheid sudafricano, stanno materializzandosi, nel nostro paese, sempre più nitidamente, i contorni di un altrettanto aberrante regime di separazione e segregazione razziale.
Le terribili e disumane condizioni dei ghetti dei braccianti delle campagne del sud Italia, vilmente sottoposti al ricatto permesso di soggiorno-contratto di lavoro e/o continuamente minacciati ed aggrediti da mafiosi o da forze dell’ordine, non sono, forse, le stesse che vigevano nei “Bantustan” in cui vivevano i lavoratori neri del Sudafrica e della Namibia all’epoca dell'Apartheid? Cosa hanno a che fare con il rispetto dei diritti umani le lunghissime e durissime detenzioni amministrative in cui sono tenuti i migranti in quei veri e propri lager cui hanno solo cambiato o il nome da CIE (Centri di identificazione ed espulsione in CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio)?
Insomma, davanti alle dure ma inevitabili sfide del presente, sembra che l’attività principale delle nostre classi dirigenti sia diventata quella di mascherare la propria incapacità politica agitando feticci, creando falsi nemici interni ed esterni ed alimentando illusorie vie d’uscita.
Andrebbe ricordato a questi novelli apprendisti stregoni, una volta di più, quel che scrisse il buon Antonio Gramsci su L’Ordine Nuovo, nel lontano 1921: “l’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna ma non ha scolari”.
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