Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/02/2018

Anche gli operatori Sprar non sopportano più Minniti


Marco Minniti, tra un velenoso colpo di coda e l’altro (la lista delle aggressioni poliziesche a manifestazioni, presidi, ecc, si allunga ogni giorno), riesce a raccogliere anche contestazioni che trovano consensi inaspettati.

Comunica l’agenzia Dire:
“Un singolo contestatore si è avvicinato al palco della prima conferenza nazionale degli operatori Sprar, in corso a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica, inveendo contro il ministro Marco Minniti davanti agli sguardi attoniti dei vertici dell’Anci.

Pesantissime le accuse contro il responsabile del Viminale atteso in sala anche se al momento della contestazione non era ancora arrivato.

L’accusatore, che si è presentato come figlio di partigiani, si è scagliato contro i campi in Libia e i suoi insulti verso Minniti sono stati accompagnati dagli applausi di molti degli operatori presenti in sala che lavorano nella rete dell’accoglienza dei rifugiati gestiti con il contributo degli enti locali.”
Due sole annotazioni a margine.

Il contesto era altamente “istituzionale” – la conferenza nazionale degli operatori Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) – e tendenzialmente molto militarizzato, pur se con una forte componente di assistenza sociale. Insomma, il ministro giocava praticamente “in casa”.

L’applaus degli operatori la dice lunga su quanto siano apprezzate le politiche minnitiane anche tra chi si trova – per lavoro – costretto ad applicarle ogni giorno.

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29/05/2017

Investire ed esportare. L’Italia dei “Centri” scopre il mercato del Niger

L’Italia del ‘G7’ è la stessa dei Cie. Da Taormina al Niger passando dalla Libia per terminare, per ora, nel Chad di Idriss Deby, dittatore di lungo corso. Nell’interrato del suo palazzo presidenziale si torturano nemici e opponenti.

Arriviamo nel settore col nostro bagaglio di esperienze. L’Europa è quella dei campi e dei centri di detenzione, di cui il nostro Paese riproduce a suo modo metodi e finalità. Nell’Africa del Sud i campi sono stati creati per prova fin dall’inizio del secolo scorso. Nel Sudafrica con gli inglesi e in Namibia coi tedeschi. Il nome di lager sarebbe poi diventato comune, riprodotto e sviluppato in coerenza coi principi del nazismo e del fascismo. Campi che si mutano in centri che si travestono in prigioni. Lo scopo dei quali non è altro che la commercializzazione del noto principio di soppressione dei poveri nel tentativo di cambiare la storia. Finalmente, col recente accordo di Roma, i centri di identificazione, eliminazione giuridica e deportazione, sono ormai parte integrante delle esportazioni italiane in Africa.

E dire che ora siamo tra i principali investitori europei in Africa. Addirittura i primi nel 2016, a credere nell’ultimo rapporto della società internazionale di servizi Ernst&Young sull’attrattività delle economie africane. Attraggono infatti i centri di detenzione sparsi nel Nord Africa, in Libia e prossimamente sugli schermi del Niger e del Chad. Il valore degli investimenti citati è, a livello mondiale, dietro soltanto a Cina, Emirati Arabi Uniti e Marocco.

L’Europa perde il pelo ma non il vizio. La colonizzazione si adatta ai tempi, si delocalizza ma sempre dalla stessa parte. Investe dove meglio crede e nel frattempo conCENTRA le sue esportazioni nelle aree più redditizie alle politiche di esclusione mirata degli intrusi del futuro. Che il rappresentante dell’Alto Commissariato per i Rifugiati abbia denunciato le condizioni disumane nei centri libici non è che una conferma. L’eliminazione silenziosa degli eccedenti umani è fattibile solo se mantenuta a debita distanza. Nulla di nuovo, già con Gheddafi nel 2004, si vendevano a caro prezzo migranti e rifugiati.

Non ci basta aver circondato l’Europa di griglie e di fili spinati. Non è parso sufficiente aver imbastito reticolati di campi di identificazione, attesa provvisoria indefinita, prigioni d’altri tempi e ‘hot spot’. Il passo successivo, da tempo iniziato, non poteva che essere la globalizzazione del controllo. L’esternalizzazione dei campi, pardon, CENTRI di raccolta, sistemazione, promozione ed eliminazione con rinvio al mittente. Ciò compone il quadro della politica migratoria europea e italica in particolare. Una vecchia storia davvero. L’esotica Africa inventata, colonizzata, sfruttata, marginalizzata e infine arredata da luoghi di conCENTRAmento, prossima meta di visite guidate per turisti in vena di emozioni umanitarie.

Già Tony Blair nel 2003 aveva lanciato l’idea dei campi esterni all’Europa. Si trattava senz’altro della famosa “terza via” di cui si era fatto il consapevole portavoce. Col tempo le strategie di contenimento hanno portato i loro frutti ideologici. Lo stesso Romano Prodi, a nome dell’Europa, parlava di migranti “scelti, controllati e collocati”.

Va bene l’Africa degli affari e degli investimenti, ma scomoda l’Africa che si muove libera. L’Africa invitata al G7 e l’Africa che si lascia comprare. Quest’Africa non è diversa da noi. Popolo che ha svenduto la Costituzione, la politica, il bene comune e la democrazia ai banchieri e faccendieri di interessi privati. Siamo nella gabbia degli armamenti, delle basi militari americane e del servizio militare in-volontario. Figli delle privatizzazioni che toccano il più sacro della vita, i nascituri e i nati diventati grandi e poi abbandonati come vuoto a perdere.

Siamo conseguenti con lo smarrimento graduale e diffuso delle più comuni forme di umana convivialità. Esportiamo ‘campi’ che conCENTRAno la più avvilente maniera di interagire con la diversità e mutilano ‘il viaggio della speranza’ che pure a suo tempo abbiano noi stessi intrapreso. Loro siamo noi, perché corresponsabili dei misfatti che hanno distrutto la Libia, l’Iraq, l’Afganistan e la Siria. Rei mai confessi della vendita di armi che uccidono e creano profughi. Complici coscienti di accordi economici che strozzano le economie locali. Noi siamo loro, quando un giorno busseremo alla loro porta.

Niamey, maggio 017

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17/05/2017

Decreto Minniti. Il comune senso del razzismo e dell’apartheid all’italiana

“Cassazione: conformarsi ai valori della società ospitante” (il Fatto Quotidiano); “Cassazione: Migranti devono conformarsi a nostri valori” (Repubblica); “Cassazione: i migranti si conformino ai nostri valori” (Corriere della Sera).

Sono alcuni dei titoli con cui i principali giornali italiani hanno dato stamane, in prima pagina, la notizia di una sentenza della Cassazione che ha condannato un indiano Sikh, reo di voler circolare con un coltello sacro. Poi vai, però, a leggere i veri virgolettati inseriti negli articoli e capisci che in quella sentenza la Suprema Corte dice una cosa un po’ diversa.

Ad esempio: “non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.

Oppure : “Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’articolo 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante”.

Dunque, la Cassazione non ha proprio detto che i migranti “devono conformarsi principalmente ai “valori” del paese che li accoglie, bensì, alle leggi in cui si rispecchiano tali valori. In altre parole, l’attaccamento ai valori non deve portare alla violazione delle leggi. Si è trattato, cioè, dell’affermazione di un principio “erga omnes”, cioè, valido per tutti, senza distinzione di provenienza, cultura e/o religione. E’ questo, in estrema sintesi, il vero contenuto della sentenza in questione.

Allora perché quei titoli fuorvianti che giocano pericolosamente con la dicotomia migranti-valori?
I razzismi in doppio petto, quelli occulti, quelli mascherati o quelli subliminali, sono molto più pericolosi di quelli diretti, volgari ed ostentati come, ad esempio, quelli che usa un Salvini.
Sono tali perché agiscono in maniera subdola, ad un livello più profondo delle coscienze individuali e collettive, creando e radicando senso comune. E tuttavia, queste due forme di razzismo, appaiono, in questa fase, del tutto complementari, perché tendono, con modalità diverse, allo stesso obiettivo: scaricare più in basso possibile il diffuso malcontento causato dalla grave crisi economica e sociale in atto e – in ultima istanza – mantenere le tensioni e la rabbia entro il perimetro di una guerra tra poveri ed ai più poveri, indicando questi ultimi come causa principale dell’impoverimento generale.

E’ il capolavoro dei padroni. D’altronde, sempre più spesso, queste due diverse modalità, non a caso, entrano in sinergia tanto che pare di assistere ad una vera e propria sinfonia con Salvini nel ruolo del tenore solista ed il sistema mediatico mainstream in quello dell’orchestra. Tutti insieme appassionatamente su un unico spartito.

Inoltre, fortissimo è il sospetto che questa ondata mediatica sia funzionale a creare un clima ed un terreno favorevoli alle politiche neosecuritarie ed apertamente razziste in atto nel nostro paese e che hanno preso forma nel recente Decreto Minniti recante “ disposizioni di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale”.

Si tratta di una norma che comporta un’ennesima riduzione dei diritti ed una discriminazione sempre più profonda ai danni dei migranti che passano o risiedono nel nostro paese: si nega ai soli richiedenti asilo il diritto di ricorrere al Secondo Grado di giudizio, prevedendo la trattazione dei ricorsi con rito camerale e con un mero collegamento audiovisivo tra Centri di permanenza per i rimpatri (CPR, ex CIE) e l'aula dell'udienza. Insomma, una legge speciale che, nel nostro ordinamento giuridico ha un solo lugubre precedente: le leggi razziali fasciste del 1938.

A circa 24 anni dall’abolizione dell’apartheid sudafricano, stanno materializzandosi, nel nostro paese, sempre più nitidamente, i contorni di un altrettanto aberrante regime di separazione e segregazione razziale.

Le terribili e disumane condizioni dei ghetti dei braccianti delle campagne del sud Italia, vilmente sottoposti al ricatto permesso di soggiorno-contratto di lavoro e/o continuamente minacciati ed aggrediti da mafiosi o da forze dell’ordine, non sono, forse, le stesse che vigevano nei “Bantustan” in cui vivevano i lavoratori neri del Sudafrica e della Namibia all’epoca dell'Apartheid? Cosa hanno a che fare con il rispetto dei diritti umani le lunghissime e durissime detenzioni amministrative in cui sono tenuti i migranti in quei veri e propri lager cui hanno solo cambiato o il nome da CIE (Centri di identificazione ed espulsione in CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio)?

Insomma, davanti alle dure ma inevitabili sfide del presente, sembra che l’attività principale delle nostre classi dirigenti sia diventata quella di mascherare la propria incapacità politica agitando feticci, creando falsi nemici interni ed esterni ed alimentando illusorie vie d’uscita.

Andrebbe ricordato a questi novelli apprendisti stregoni, una volta di più, quel che scrisse il buon Antonio Gramsci su L’Ordine Nuovo, nel lontano 1921: “l’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna ma non ha scolari”.

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10/03/2017

Decreto Minniti. Gli operatori sociali replicano: “non siamo soldati”

Nelle scorse settimane il Governo Gentiloni ha licenziato due decreti in materia di sicurezza e immigrazione: "Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città" e "Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale". I due provvedimenti fanno tornare indietro il nostro Paese di anni, peggiorando, di fatto, il cosiddetto Decreto Maroni del 2008.

Numerose associazioni stanno prendendo posizione denunciando la pericolosità di questi provvedimenti, che si configurano come espedienti per marginalizzare e escludere ulteriormente le fasce deboli e in difficoltà della popolazione. Una "composizione di classe” contro cui dichiarare guerra in nome del decoro urbano e per la nostra sicurezza: consumatori di droghe, mendicanti, migranti, prostitute, venditori abusivi.

Il primo provvedimento prevede che il sindaco prima e il questore poi (con conferma dopo 48 ore) possano per talune categorie di persone disporre l’allontanamento e il divieto di accesso a taluni luoghi della città per periodi non superiori all'anno. Le parole usate nel decreto sono: decoro, quiete pubblica e moralità. Gli strumenti amministrativi, che hanno ripercussioni anche pesanti in ambito penale, servono a criminalizzare i giovani, i migranti e i poveri. A liberare, in nome del decoro, il salotto buono della città dalle marginalità sociali.

Il sottotesto, neanche troppo implicito, recita: Cari sindaci, nei prossimi anni le risorse diminuiranno, non avrete la possibilità di ottenere il consenso dei cittadini attraverso politiche sociali adeguate e corrispondenti ai loro bisogni. Vi daremo, però, gli strumenti securitari per costruirlo in altro modo, che oggi il consenso si costruisce sulla paura.

Se Maroni ha fatto nascere i sindaci-sceriffo, Minniti gli ha messo in mano le armi necessarie a comportarsi come tali.

Quando si identificano gli indesiderabili da sanzionare e espellere da alcune aree dello spazio pubblico occorre ricordare che buona parte delle figure sociali citate sono spesso stranieri non residenti nell’UE. Alle difficoltà sociali si affianca e intreccia, quindi, uno status giuridico reso sempre più fragile dal secondo decreto, quello che stravolge il diritto d'asilo.

In questo secondo provvedimento c'è, però, un passaggio che finora non è stato preso in considerazione ma che è altrettanto significativo e pericoloso: "Il responsabile del centro o della struttura è considerato pubblico ufficiale ad ogni effetto di legge" (Capo II, Art. 6 del Decreto Legge 17 febbraio 2017, n° 13 – “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”).

Questo punto ci riguarda direttamente perché intende cambiare completamente il nostro ruolo e la nostra funzione. Siamo operatori sociali, la relazione con le persone accolte nei nostri servizi si basa su un rapporto di fiducia e terzietà rispetto a quello che queste persone hanno nei confronti delle Questure, delle Prefetture e, in ultima istanza, dello Stato.

Se avessimo voluto fare le guardie avremmo fatto scelte diverse.

Al momento questo passaggio è circoscritto alla consegna delle notifiche; si tratta, però, di un confine che viene superato dando libero accesso a un uso strumentale del nostro agire sociale. Diverse Prefetture stanno mettendo a punto regolamenti in cui impongono il coprifuoco, il rientro serale entro un orario prestabilito, ai richiedenti protezione internazionale ospitati nelle strutture di accoglienza pena la perdita, se trovati fuori orario per strada, del posto in accoglienza. Ci verrà richiesto di fare la conta serale e la delazione nei loro confronti? In alcuni casi sta già accadendo!

Stiamo assistendo a una trasformazione della figura dell'operatore sociale dentro un cambio radicale e fortemente limitante del diritto d'asilo. Il diritto d'asilo è un diritto alla vita, la procedura, quindi, non può essere compressa e semplificata. Valutare con attenzione le ragioni della richiesta da parte del migrante è un dovere nei confronti di chi fugge da situazioni in cui è a rischio la propria vita e quella dei propri familiari.

Il Decreto Minniti va nella direzione opposta.

Così scrive in una nota l'Associazione Antigone: "Per intervenire sul sovraccarico del sistema di asilo ed accoglienza e ridurre i tempi eccessivamente lunghi delle procedure, il governo propone infatti una soluzione molto semplice: ridurre le garanzie in sede giurisdizionale. L’eliminazione del grado di appello per chi ha ricevuto un diniego dell’asilo in primo grado, sacrifica in maniera evidente i diritti delle persone vulnerabili di fronte all'esigenza di alleggerire il carico dei Tribunali e dei centri di accoglienza."

A questo si deve aggiungere il potenziamento della detenzione amministrativa, non più CIE (Centri di Identificazione e Espulsione) ma CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio): cambia la definizione della struttura ma resta inalterata la funzione, prolungando la durata massima del trattenimento fino a 135 giorni e aumentandone la capienza fino ai 1600 previsti nei nuovi centri, uno per regione.

I legislatori direbbero che il "combinato disposto" dei due decreti produce una direzione chiara e precisa, mira cioè alla ricerca del consenso dei cittadini attraverso politiche securitarie in cui si dichiara guerra ai poveri e ai migranti. In questa guerra a noi operatori sociali viene riservato il ruolo dei soldatini.

Non possiamo accettarlo, in nessun modo e da nessun punto di vista. È il momento che Legacoopsociali si faccia parte, insieme alle molte altre associazioni che su questi e altri aspetti stanno muovendo critiche, di una mobilitazione che ci veda attivi nelle prossime settimane e presenti sotto il Parlamento nel momento in cui questi Decreti dovranno passare alle Camere per essere trasformati in Legge.

È il momento che ognuno faccia la propria parte. Per non essere complici.

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04/01/2017

Sandrine è morta aspettando per ore l’ambulanza

Sandrine Bakayoko, la giovane ivoriana di 25 anni morta nel Centro di accoglienza di Cona, ha aspettato per ore l'ambulanza. Era rinchiusa nel centro da agosto del 2016, quando era riuscita ad arrivare in Italia. "È inaccettabile che occorra attendere fino a 8 ore per avere sul posto un'ambulanza che presti i dovuti soccorsi a una migrante, che poi purtroppo ha perso la vita. Ed è ancora più inaccettabile la reazione di coloro che hanno tenuto a lungo assediato i 25 addetti del centro liberati solo a tarda notte". Ad affermarlo è il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, Federico Gelli, il quale ha annunciato che "quanto prima la nostra Commissione si occuperà del caso cercando di fare piena luce sui drammatici fatti di Cona ma appena possibile ascolteremo anche il ministro dell'Interno Minniti"

La Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione, e sulle condizioni di trattamento dei migranti, aprirà infatti un'inchiesta sulla vicenda del centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, dove è scoppiata una rivolta dopo la morte di Sandrine all'interno del centro. E la Commissione ha annunciato anche di voler ascoltare il ministro dell'interno Marco Minniti, per capire "se predisporre i Cie, centri di identificazione ed espulsione, in ogni regione sia realmente la risposta giusta all'emergenza immigrazione", ha spiegato il presidente della Commissione di Inchiesta sui Migranti, Federico Gelli, perché "i Cie rischiano di creare altri ghetti, meglio l'accoglienza diffusa nei Comuni".

"Con lui vogliamo capire se predisporre i Cie, centri di identificazione ed espulsione, in ogni regione sia realmente la risposta giusta all'emergenza immigrazione". Gelli ricorda che in Italia ci sono 10 Cie di cui però solo 4 operativi e "l'esempio del Cpa di Cona, passato in poco più di un anno da 50 a 1400 ospiti, ribadisce l'inadeguatezza di queste strutture che troppo spesso diventano ghetti difficili da gestire".

"Nei Centri d'accoglienza, le persone sono spesso ridotte a delle merci o pacchi postali tra sfruttamento sociale e lavorativo. Il tutto costruito su un sistema che genera disumanizzazione e ghettizzazione dei profughi" denuncia Aboubakar Soumahoro, portavoce in Italia della Coalizione dei San Papiers e attivista dell'Usb, "Ecco perché ogni vita persa in quei luoghi è sulla coscienza morale e politica dello Stato e delle sue articolazioni territoriali. Verità e Giustizia per Sandrine"!

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