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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/10/2026

Gli espropri di Milano, i riot di Belfast, la guerra ibrida

di Silvano Cacciari

“Tu sais ce que la rue m’a appris ? Si tu donnes ta joue, tu te fais niquer ta mère”
La Haine, 1995

1 

L’impiego inflazionato del concetto di «guerra ibrida» nel dibattito pubblico impone una chiarificazione. Nella dottrina strategica e nella sociologia dei conflitti, la guerra ibrida (hybrid warfare) non indica qualsiasi turbolenza sociale che transiti per le reti digitali, bensì una precisa architettura offensiva e deliberata in cui un attore statale o para-statale combina operazioni informative, guerra psicologica e manipolazione computazionale per destabilizzare un sistema bersaglio mantenendosi sotto la soglia dello scontro militare aperto.

Tuttavia, il limite strutturale di ogni operazione ibrida o di guerra cognitiva (cognitive warfare) risiede nell’impossibilità di fabbricare dal nulla un’insorgenza materiale: nessun algoritmo e nessuna centrale di disinformazione possono spingere migliaia di persone a scendere fisicamente in strada se il messaggio non trova un terreno sociale ricettivo. Il momento teorico e operativo cruciale della guerra ibrida è dunque il meccanismo di innesto: il punto esatto in cui una regia esterna o superiore (top-down) riesce ad agganciarsi a tensioni sociali, frustrazioni economiche e fratture identitarie realmente esistenti sul territorio, piegandole ai propri fini strategici.

Lo strumento tecnico che realizza questa saldatura tra regia occulta e rabbia sociale è l’astroturfing – termine derivato dal marchio di erba sintetica AstroTurf per definire una mobilitazione artificiale progettata per simulare un’insorgenza spontanea dal basso (grassroots). Come dimostrato dal report apparso proprio su Codice Rosso e ripreso da Contropiano («Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna»), mentre l’astroturfing commerciale (storicamente impiegato da colossi come Microsoft, Monsanto o Walmart) mira ad alterare le metriche di mercato, l’astroturfing politico opera come il vettore d’innesco della guerra ibrida sul fronte interno. Esso costruisce quelli che Walter Lippmann definiva «pseudo-ambienti» cognitivi attraverso la sistematica «de-marcatura della fonte», arruolando basi sociali che agiscono fisicamente seguendo le linee di una strategia concepita altrove.

Il caso dei riot di Belfast, giugno 2026, rappresenta l’archetipo di come funzioni realmente questa strategia:
  • Il terreno sociale parassitato – L’operazione si innesta sulla devastazione socio-economica prodotta da decenni di deindustrializzazione neoliberista e austerità, accompagnata dall’abbandono della difesa materiale della classe lavoratrice da parte della sinistra tradizionale. In questo vuoto, l’ingegneria discorsiva della IA agentica ricodifica il proletariato in senso etnico come «white working class» (classe lavoratrice bianca autoctona), deviando il conflitto verticale contro il capitale verso una guerra orizzontale contro migranti e richiedenti asilo.
  • Il dispositivo tecnico di aggancio – Per saldarsi al malessere popolare, gli operatori utilizzano profili fittizi (sock puppets) e avatar IA che mimano i codici linguistici ed emotivi della gente comune («populismo epistemologico»), sfruttando gli algoritmi di raccomandazione di TikTok, X, YouTube e Telegram. Questo meccanismo produce una «fascistizzazione post-organizzativa» che colpisce selettivamente i soggetti più fragili: come documentato dall’ESRC (Vulnerability and Policing Futures Research Centre), giovani maschi isolati o con difficoltà di attenzione e concentrazione risultano strutturalmente più esposti alla cattura in bolle di filtraggio (filter bubbles) xenofobe.
  • La prova forense dell’eterodirezione a Belfast – La natura ibrida ed eterodiretta del fenomeno è certificata dalla triangolazione investigativa tra analisi ideologica, rapporti sindacali/civici (CAJ, UNISON, Rabble Cooperative) e analisi forense dei dati di rete. Durante i disordini dell’agosto 2024 seguiti all’attacco di Southport, il canale Telegram «Southport Wake Up» è balzato da 44 a oltre 15.000 iscritti in poche ore; il 3 agosto 2024 i tracciati hanno registrato l’ingresso simultaneo di centinaia di account con nomi in caratteri cinesi, prova inconfutabile dell’acquisto di bot farm commerciali per gonfiare artificialmente le metriche di popolarità, generare un aumento del 327% nell’attività dei gruppi di estrema destra e trascinare la folla reale nei pogrom del 4 agosto a Belfast, Middlesbrough e Rotherham. Lo stesso schema di amplificazione coordinata si è ripetuto l’8 giugno 2026 a North Belfast dopo l’accoltellamento di Stephen Ogilvie.
A Belfast siamo stati dunque in presenza di una vera dinamica di guerra ibrida: una regia organizzata precede la piazza, acquista potenza computazionale transnazionale per simulare un consenso maggioritario, si aggancia alla decomposizione sociale post-industriale e indirizza la folla verso un bersaglio etnico prestabilito.

2

Di fronte alla guerriglia urbana esplosa nel centro di Milano sabato 17 e domenica 18 ottobre 2026, il governo italiano ha tentato di applicare meccanicamente il paradigma dello scontro geopolitico occulto. Intervenendo il 20 ottobre 2026 al secondo Forum sul procurement della Difesa (come riportato da Il Sole 24 Ore e dalle principali testate nazionali), il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che «i fatti di Milano sono frutto della guerra ibrida», definendoli il risultato «di azioni che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali». Secondo il ministro, i giovanissimi scesi in piazza subirebbero una «controeducazione sui social» orchestrata da potenze straniere: «La mia più grande preoccupazione oggi è la capacità che ormai hanno alcune nazioni, dopo aver studiato con gli algoritmi le menti dei nostri giovani, di conoscerli molto meglio di noi e di influenzarli». A supporto di tale tesi, gli apparati di sicurezza hanno indicato la presenza, sotto i video degli scontri, di singoli commenti generati da profili automatici (come un account denominato .dima.1.3.1.2. corredato da bandiera russa). Una analisi simile, presentata clamorosamente senza una prova, l’ha pubblicata il Financial Times a proposito delle proteste in Francia: secondo il quotidiano finanziario, si tratterebbe di proteste stimolate da una “guerra ibrida” proveniente dalla Russia, dall’Iran e addirittura dall’Algeria.

Nel nostro caso, al vaglio del metodo investigativo socio-tecnico, l’analisi del ministro Crosetto si rivela un’evidente fallacia categoriale e un alibi ideologico. Confondere il rumore parassitario post-hoc – il fatto fisiologico che reti di bot internazionali commentino qualsiasi hashtag di tendenza dopo che un evento è già deflagrato – con la causa genetica e l’organizzazione di una rivolta significa scambiare lo sciacallaggio acustico con la direzione strategica.

Milano non è Belfast: l’analisi empirica e forense delle giornate del 17 e 18 ottobre dimostra l’assenza totale di bot farm d’innesco, di una regia straniera e di quella pianificazione top-down che definisce la guerra ibrida. Lo stesso ministro dell’interno, Piantedosi, ha successivamente smorzato le parole di Crosetto ma, va evidenziato, l’hype sulla guerra ibrida contro l’Italia, dopo Milano, ne esce fortemente rafforzato.

2.1

L’insorgenza milanese – preceduta nelle settimane passate da improvvisi raduni giovanili nel nord Italia e venerdì 16 ottobre da un corteo studentesco di 5.000 persone a Milano – si è innescata sabato 17 ottobre a margine della manifestazione nazionale contro il carovita promossa dalla rete apartitica «Italia in Piazza» (5.000 partecipanti a Milano, 3.000 a Torino, 2.000 a Bologna, 800 a Bergamo, 600 a Brescia). A Milano il corteo pacifico è stato rapidamente scavalcato da sciami fluidi di giovanissimi a volto coperto che, dopo i primi lanci di bottiglie in via Broletto e via Mazzini, hanno trasformato Piazza Duomo, via Torino, Corso Vittorio Emanuele II e Piazza San Babila in un campo di battaglia con tattiche hit-and-run (attacco e ritirata rapida), erigendo barricate infuocate con materiali di cantiere, distruggendo una gazzella dei Carabinieri e assaltando a colpi di mazza il negozio Foot Locker in Galleria Passarella per prelevare calzature e abbigliamento. Domenica 18 ottobre, senza alcuna convocazione ufficiale, la rivolta si è replicata tra il Duomo, via Dante, Largo Cairoli, il Castello Sforzesco, Piazzale Cadorna e via Piatti, culminando nella devastazione di dehors, pensiline, una libreria, un bancomat e nel saccheggio di un supermercato Carrefour.

I numeri fanno sorridere se si pensa alla tesi del complotto internazionale: su 271 persone accompagnate in Questura (a fronte di oltre mezzo milione di euro di danni stimati da Confcommercio e tra i 15 e i 104 agenti refertati), 220 sono minorenni (l’81,2%), spesso sotto i 15 anni e fino a dodicenni, quasi tutti incensurati, con 60 ragazzi stranieri e una composizione mista di giovani italiani figli di nativi e seconde generazioni. Per 45 arrestati (34 minori e 11 maggiorenni nati tra il 2007 e il 2008), la Procura di Milano (diretta da Marcello Viola con il pm Giovanna Cavalleri) e la Procura per i minorenni hanno chiesto la custodia cautelare a San Vittore e al Beccaria per resistenza pluriaggravata e per il reato di devastazione e saccheggio.

Se l’intelligence preventiva ha fallito, non è stato a causa di una centrale spionistica estera, ma perché i modelli classici di ordine pubblico – abituati a negoziare percorsi e limiti con referenti di partiti, sindacati o centri sociali – sono andati in tilt di fronte a una mobilitazione acefala: centinaia di adolescenti sono scesi dai quartieri periferici e dalla provincia a gruppi di due o tre, senza bandiere, striscioni o abiti militanti, confondendosi con i coetanei dello shopping del sabato e scegliendo bersagli casuali in tempo reale, mentre l’età giovanissima dei partecipanti frenava i comandi di polizia dall’ordinare cariche ad alto impatto fisico.

2.2

Lungi dall’essere stata eterodiretta da potenze straniere ostili, la propagazione digitale milanese si è sviluppata attraverso tre livelli interamente bottom-up, segnati dal collasso immediato degli organizzatori iniziali. Mentre nell’astroturfing britannico la tecnologia opera lungo una catena verticale a quattro stadi che partendo da una salda regia politica ed economica occulta, attraverso l’impiego di bot farm e sock puppets, costruisce un’intimità algoritmica volta a individuare capri espiatori etnici e culmina nel pogrom xenofobo, nei riot milanesi la propagazione comunicativa si è articolata attraverso tre distinti passaggi socio-tecnici dal basso, caratterizzati, al contrario di Belfast, da una progressiva perdita di controllo da parte dei promotori iniziali e da una riappropriazione orizzontale dei codici del conflitto:
  • L’infrastrutturazione civica amatoriale (Italia in Piazza) – La rete che ha convocato la protesta sul carovita è stata creata in soli 13 giorni dal ventunenne Louis e dall’amministratore delle chat «Andrea» usando strumenti gratuiti e no-code (una Web App generata con la piattaforma IA Lovable). I canali social avevano numeri irrisori, incompatibili, a differenza del caso Belfast, con qualsiasi spinta di bot farm: meno di 3.000 follower su Instagram (@italiainpiazza17) e meno di 700 su TikTok, con un gruppo Telegram di circa 4.000 iscritti diviso per regioni. La prova regina dell’assenza di una regia violenta è la spaccatura esplosa nella chat generale della rete che aveva organizzato la protesta la sera del 17 ottobre: mentre la maggioranza condannava i saccheggi («Spaccare tutto non è coscienza politica, è rabbia senza direzione») e una minoranza li rivendicava, gli amministratori hanno sconfessato gli scontri cacciando i “violenti” dal canale («La violenza e gli scontri non sono il motivo per cui sposiamo la causa quindi uscite pure»).
  • Il contagio mimetico laterale e la semantica dell’«esproprio» – I migliaia di adolescenti giunti in Duomo non sono stati reclutati da Italia in Piazza, ma da un passaparola orizzontale transitato su gruppi Telegram preesistenti dedicati a musica trap, calcio e moda. Durante gli scontri, i Reel di Instagram e i feed di TikTok hanno agito da moltiplicatori mimetici in tempo reale: i ragazzi si sono filmati durante gli assalti convocando per emulazione la replica di domenica 18 ottobre («Ci vediamo in Duomo»). Ed è qui che il gesto acquisisce una propria grammatica politica dal basso: diventa virale il video in cui i giovanissimi consegnano a un senzatetto le felpe appena sottratte ai negozi del centro, rivendicando l’azione con le scritte «Si chiama esproprio proletario» ed «Esproprio proletario a Milano».
  • La codificazione tattica post-hoc (Movimento 17 ottobre) – Solo tra il 18 e il 19 ottobre, dopo l’esaurimento della rivolta spontanea (e mentre un centro sociale attivava un hub legale per i fermati), compare su Instagram e Telegram la sigla Movimento 17 ottobre (circa 250 iscritti al 19 ottobre), che tenta di dare continuità politica al tumulto con slogan generazionali e antifascisti («I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo», «Gli unici stranieri i fascisti nei quartieri»), lanciando la «Mobilitazione permanente ogni sabato» alle ore 15:00 in otto città (Milano, Bologna, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari, Genova) e diffondendo manuali di autodifesa di piazza per principianti («Safer in the street») e vecchi testi d’azione diretta («Ricette per il caos», 2004).
Nella guerra ibrida di Belfast la struttura di comando precede e fabbrica la piazza; a Milano la struttura militante tenta di nascere a posteriori nel tentativo di attrarre uno sciame giovanile già esploso da sé.

3 

Se l’impianto categoriale del ministro Crosetto cade sul piano dell’evidenza empirica, esso svela tuttavia una verità rovesciata. A Milano una guerra ibrida è effettivamente in corso, ma non è condotta dalle “potenze straniere contro l’Occidente”: è una guerra ibrida interna, strutturale e multidimensionale, condotta dal modello metropolitano neoliberista e dagli apparati dello Stato contro i settori più giovani e subalterni della propria popolazione. Una guerra condotta per rafforzare e legittimare ruoli, poteri, gerarchie politiche e sociali esistenti messe in discussione dalla crisi e dal caos generato dalle guerre, quelle vere, e dall’incedere della nuova rivoluzione industriale. Una guerra ibrida interna, condotta come strumento di sopravvivenza di un ceto politico-istituzionale, che opera combinando tre armamenti non convenzionali contro le periferie (Corvetto, San Siro, Bovisa e i comuni dell’hinterland):
  1. l’arma materiale dell’impoverimento e dell’esclusione abitativa;
  2. l’arma cognitiva e simbolica della stigmatizzazione mediatica;
  3. l’arma securitaria del confinamento poliziesco e penale.
3.1

Quello di Crosetto non è un repertorio nuovo. L’uso del concetto di guerra ibrida del ministro della difesa si intreccia con le categorie della sociologia comparata della marginalità avanzata (Urban Outcasts, 2008; Punishing the Poor, 2009), con cui Loïc Wacquant illustra i quattro pilastri con cui la metropoli contemporanea conduce questa guerra asimmetrica contro i poveri:
  1. Lo stigma territoriale e simbolico: la costruzione mediatica degli abitanti delle periferie come corpi estranei, moralmente degenerati e pericolosi.
  2. Il vincolo materiale (constraint): la compressione brutale dei salari, la precarietà e l’erosione del potere d’acquisto a vantaggio delle élite urbane.
  3. Il confinamento (confinement): la gestione puramente poliziesca e penale della povertà.
  4. L’incapsulamento (encasement): l’isolamento dei giovani subalterni in una «prigione sociale» separata dalla città vetrina del lusso.
A Milano, il dispositivo di guerra cognitiva interna si è cristallizzato a partire dal 2022 nell’etichetta classista e razzializzante di «maranza»: un marchio applicato a una subcultura giovanile neo-proletaria riconoscibile per codici estetici precisi (tute in acetato, felpe nere, scarpe Nike TN, musica trap, drill e dembow di artisti come l’italo-marocchino Baby Gang) che, come ben notato da Anna Curcio, esprime la reazione di una generazione cresciuta dentro la crisi e le disuguaglianze. Attraverso i raduni del sabato pomeriggio tra stazione Garibaldi, Corso Como, CityLife e Piazza Duomo, questa «identità-combinazione» rompe fisicamente l’incapsulamento periferico per invadere il centro storico.

3.2

Il rilievo etnografico di come i riot di Milano siano la risposta dal basso a questa guerra interna – e rappresentino l’esatto opposto dell’astroturfing britannico – è consegnata dalla testimonianza di Manuel, ventunenne fermato dalla polizia domenica 18 ottobre in Piazza Duomo, su fanpage.it:

  • La materialità della fame contro la protesta d’élite – Manuel, che vive solo in condizioni di grave emarginazione, lavora in nero, ha il padre detenuto nel carcere di Pavia e si sente totalmente abbandonato dallo Stato, traccia un solco di classe netto persino rispetto agli studenti universitari che a suo dire «protestano per moda»: i ragazzi dei quartieri scendono in piazza per stretta sopravvivenza contro la disoccupazione e il rincaro insostenibile di cibo, bollette e benzina.
  • La violenza come risposta alla cancellazione simbolica – Stigmatizzati per la felpa nera ed etichettati come «maranza», questi giovani vengono sistematicamente ignorati quando provano a parlare: ricorrono al «fare casino» perché dice Manuel «la violenza è la nostra voce, l’unica che viene ascoltata» da uno Stato che si accorge della loro esistenza solo quando vanno in frantumi le vetrine del centro.
  • La ricomposizione trans-etnica contro il razzismo di Stato – Mentre la guerra ibrida dell’astroturfing britannico fabbrica il mito della white working class per aizzare i proletari bianchi contro gli immigrati, la guerra interna subita dalle periferie milanesi genera una solidarietà orizzontale trans-etnica. 
  • Nelle barricate di Milano giovani italiani poveri e ragazzi di seconda generazione combattono fianco a fianco – Manuel, italiano, dichiara di sentirsi molto più vicino ai coetanei arabi o africani che agli italiani «medi», di cui rifiuta il razzismo e la chiusura mentale, poiché ciò che lo lega ai ragazzi stranieri è «la fame, la condizione economica e l’istinto di sopravvivenza» di fronte a un unico avversario verticale: lo Stato
4 

L’intreccio tra la guerra sociale interna condotta contro le periferie e le pratiche messe in campo dai giovanissimi a Milano il 17 e 18 ottobre trova una precisa formalizzazione nell’antropologia politica contemporanea.

4.1

Alain Bertho (Le temps des émeutes, 2009; Les enfants du chaos, 2016), sostiene che il riot contemporaneo sorge sulle macerie della rappresentanza politica tradizionale: «la violenza contro le proprietà, e persino contro le persone, emerge quando ci sono cose che gli individui vogliono dire e non possono più dire, non perché manchino loro le parole, ma perché non hanno più nessuno con cui parlare». Liquidando ogni corpo intermedio e riducendo il rapporto con le periferie a una questione di polizia – come riportato da Didier Fassin (Enforcing Order, 2013) a proposito del profiling etnico e subculturale quotidiano nelle stazioni ferroviarie e metropolitane – lo Stato finisce, paradossalmente ma non troppo per chi conosce le piazze, per trasformare i reparti mobili schierati in Piazza Duomo nel detonatore immediato della rabbia accumulata («Tutto il mondo detesta la polizia»). Dentro questo scontro, i saccheggi di Milano ci riportano a Joshua Clover sullo storico spostamento del conflitto dalla sfera della produzione (lo sciopero in fabbrica) alla sfera della circolazione e della riproduzione (la piazza e l’esproprio della merce). L’assalto simultaneo al supermercato Carrefour e alla boutique Foot Locker risponde alla doppia tenaglia della guerra interna subita dai giovani proletari:
  • Il saccheggio alimentare del supermercato finisce per colpire simbolicamente il nodo della sussistenza materiale negata dall’inflazione.
  • L’assalto a Foot Locker – tempio delle sneakers che rappresentano il principale simbolo di status dell’estetica di periferia – costituisce una riappropriazione violenta della cittadinanza simbolica: bombardati da un’economia che misura la dignità umana attraverso il possesso di merci griffate ma esclusi dal reddito per acquistarle, gli adolescenti infrangono la vetrina del centro e risemantizzano il gesto sui social media usando la categoria storica del movimento operaio: «esproprio proletario».
4.2

Collocando Milano nella sequenza storica delle rivolte urbane degli ultimi vent’anni (dalle banlieues francesi del 2005 a Londra 2011, Stoccolma 2013, Gilets Jaunes 2018, fino alle proteste del settembre-ottobre 2026 in Francia, Albania e Italia), emerge un “ciclo dei riot” in quattro fasi oggi profondamente accelerato dagli smartphone:
  1. Latenza e compressione periferica (Wacquant) – Accumulo silenzioso di esclusione economica, lavoro povero e stigmatizzazione territoriale («maranza»), rielaborati in aggregazioni sociali trans-etniche.
  2. Innesco e sincronizzazione laterale – Una convocazione pacifica (Italia in Piazza) offre l’occasione spazio-temporale; le piattaforme no-code (Lovable) e le chat subculturali su Telegram e TikTok comprimono a pochi giorni i tempi di mobilitazione fuori dai radar della Questura.
  3. Deflagrazione performativa e récits-images (Bertho/Clover) – lo sciame invade il centro, ingaggia la polizia, pratica l’esproprio delle merci e produce video amatoriali (récits-images) che sottraggono allo Stato il monopolio del racconto, innescando per contagio mimetico la replica del giorno seguente.
  4. Guerra asimmetrica penale e codificazione carsica (Fassin) – invece di intervenire sulle radici sociali della crisi, lo Stato risponde alzando il livello della propria guerra interna: 271 fermi, 45 arresti con l’imputazione sproporzionata di devastazione e saccheggio (fino a 15 anni di reclusione) applicata in massa a ragazzini incensurati, convocazione d’urgenza del Consiglio dei Ministri per inasprire le norme penali sui minori e invio di 500 militari a presidiare la metropoli. Questa stretta alimenta da un lato il tentativo di avanguardie militanti (Movimento 17 ottobre) di calendarizzare lo scontro («ogni sabato alle 15» in otto città) – esponendosi tuttavia al paradosso tattico di restituire alla polizia quella prevedibilità che aveva reso imprendibile lo sciame spontaneo – e, dall’altro, approfondisce l’odio sociale nelle periferie preparando la deflagrazione successiva.
L’evoluzione tecnologica agisce dunque al centro di questo modello come un moltiplicatore di frequenza del ciclo. Come osservato da Bertho analizzando il passaggio storico dalle rivolte del 2005-2014 (in cui i partecipanti agivano senza aspettarsi alcuna vittoria politica, certi della sconfitta in un’esplosione isolata) alle mobilitazioni più recenti (come i Gilets Jaunes), la disponibilità di infrastrutture comunicative istantanee spinge oggi i soggetti a tentare la calendarizzazione permanente del riot.

L’accostamento superficiale tra i disordini xenofobi britannici di Southport e Belfast (2024-2026) e i riot milanesi del 17-18 ottobre 2026 – spesso assimilati nel commento giornalistico corrente come mere manifestazioni del “caos generato dai social network” – costituisce una fallacia analitica. L’applicazione del dispositivo socio-tecnico isolato nell’articolo di Codice Rosso di giugno dimostra che l’astroturfing è un’operazione di ingegneria egemonica top-down che impiega bot farm commerciali, sock puppets e populismo epistemologico per orientare il disagio materiale verso una guerra orizzontale tra subalterni lungo linee razziali. I fatti di Milano rappresentano, all’opposto, un’eruzione bottom-up in cui la marginalità avanzata delle periferie utilizza le affordance algoritmiche di TikTok e Telegram per sincronizzare una rivolta verticale contro lo Stato e i simboli dell’esclusione consumistica, unificando nella medesima prassi di piazza giovani italiani proletarizzati e seconde generazioni.

In secondo luogo, si evidenzia la necessità di distinguere sul piano sociologico tra due forme antitetiche di radicalizzazione mediata dagli algoritmi. La radicalizzazione cognitivo-ideologica, tipica dell’astroturfing e dell’estrema destra post-organizzativa, opera per cattura e isolamento dell’individuo vulnerabile all’interno di bolle di filtraggio cospirative che fabbricano artificialmente un nemico etnico. La radicalizzazione performativo-mimetica, osservata nelle subculture giovanili delle periferie italiane, opera invece per aggregazione di sciame, contagio estetico su reti di pari e produzione di récits-images attraverso cui soggetti privi di rappresentanza politica conquistano con la forza una visibilità pubblica altrimenti negata.

Il confronto tra i pogrom di Belfast e gli espropri di Milano permette così di trarre almeno tre conclusioni:
  1. La funzione essenziale dell’innesto nella guerra ibrida – La guerra ibrida esterna o eterodiretta (modello Belfast) non è una formula magica onnipotente; essa funziona solo quando un apparato computazionale top-down (bot farm, sock puppets) riesce ad agganciarsi a un malessere sociale reale, razzializzandolo e deviandolo verso una guerra orizzontale tra poveri.
  2. Il falso bersaglio del ministro Crosetto – Evocare la «guerra ibrida» straniera e la «controeducazione» algoritmica di nazioni ostili per spiegare la rivolta dei quindicenni milanesi non ha alcun fondamento scientifico né forense. Serve unicamente come dispositivo di rimozione politica perch consente al governo di negare la natura endogena e materiale della rabbia giovanile, trasformando una questione sociale generata dal carovita e dalla marginalità periferica in una guerra ibrida permanente contro fasce della propria popolazione.
  3. Dalla guerra ibrida interna alla ricomposizione sociale – La vera guerra non convenzionale che attraversa le metropoli italiane è quella condotta dall’alto contro una generazione privata di futuro, confinata nel lavoro nero, denigrata nei media come «maranza» e colpita con pene carcerarie esemplari quando osa violare il santuario dei consumi del centro storico.
Eppure, proprio dentro questa faglia, i fatti di Milano mostrano un elemento che disarticola alla radice i progetti reazionari di astroturfing: la nascita spontanea, nelle periferie, di una solidarietà materiale trans-etnica tra giovani italiani poveri e seconde generazioni. Sopravvalutare questi fatti è stupido, sottovalutarli pure.

Il rap è vivo e riprende parola

Negli ultimi giorni, il mondo del rap ha sfidato l’immobilità della situazione culturale in Italia, andando ad approfondire sui social ciò che si muove nel paese, da Nord a Sud, con nuovi soggetti conflittuali inediti, dagli agricoltori e gli autotrasportatori a quelli che vengono dispregiativamente definiti come “maranza”.

Da Marracash, forse uno dei rapper più schierati a livello sociale nel paese, abbiamo sentito dire che “il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il popolo”, mostrando le foto di un ragazzo che tiene in mano la bandiera italiana e di un tir fermo con uno striscione a sostegno dello sciopero, e “un risentimento crescente sta maturando, in tutti, un rigetto, un’insostenibilità della vita in questo paese e non solo”.

Parole chiare, altrettanto quanto quelle di Kid Yugi, forse uno dei pochi trapper ad essere realmente emersi dal profondo Sud, che tornando dal suo paese di origine in Puglia, descrive la drammatica situazione meridionale “nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali” e dichiara che “il patto sociale è stato infranto. La classe politica non è più serva del popolo [...] bensì è prostituita a tutti i poteri sovranazionali che la finanziano e la manovrano”.

Altri rapper che si sono schierati sono Nayt, che muove il focus su “questa società addomesticata” che “ama l’innocuità” e “a un certo punto, se non vedi l’altro, l’altro ti entrerà in casa per essere visto”, e 22simba: “Benedetto ogni sciopero perché nostro di diritto”.

Infine, si aggiunge un veterano del rap politico in Italia come Frankie Hi-Nrg che, riflettendo sulla questione generazionale, dice: “Il problema è la privatizzazione di tutto, l’aumento del costo della vita e, per i ragazzi, la mancanza di prospettive. Questa è la prima generazione che cresce in una situazione economica peggiore di quella dei genitori”.

Nel nostro ultimo comunicato, ci domandavamo dove fosse il mondo della cultura in un momento in cui gli studenti e le studentesse e i blocchi al Sud Italia chiedevano a gran voce di avere strumenti per potersi esprimere e farsi rappresentare.

Ebbene, ci ha pensato il rap a ricomporre a livello generale quelle che apparentemente sembrano cause sconnesse, nel tentativo di superare la contraddizione violenza/non violenza, su cui tanti, a cominciare dal Governo, battono al fine di dividere i fronti.

Un genere che stereotipicamente sembra essere attaccato a vanità e superficialità, ma che, per via della sua storia e per il retroterra dei personaggi che ancora lo rendono vitale, riesce ancora a dire la sua.

Abbiamo davanti una situazione sociale e politica molto dura e per certi versi inedita. A 10 giorni dallo sciopero generale dell’Unione Sindacale di Base a cui parteciperemo, il Governo Meloni promulga il reato di “partecipazione violenta a una manifestazione”, completando così la torsione autoritaria del proprio potere, e che andrà a colpire anche chi fino ad oggi manifesta nel modo più pacifico possibile. C’è bisogno delle energie di tutte e tutti, partendo da artiste e artisti, per raccontare tutto questo.

Fonte

20/10/2026

Esercito e coprifuoco, ammazza che “dialogo”…

Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che le viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito... 

Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori.

Hanno solo un martello in mano, lo usano per tutto, tranne che per se stessi (per il momento...). Quindi il ministro della difesa Crosetto, in attesa della dotazione necessaria a condurre la guerra contro la Russia (bum!), invia 500 soldati a Milano per “rafforzare l’ordine pubblico”.

Non con compiti di “sorvegliare obiettivi sensibili” – fin qui sono state toccate solo vetrine e scaffali di negozi “alla moda”, e mettere un paracadutista a guardia di Gucci o Vuitton sarebbe un messaggio sociale un po’ troppo esplicito – ma per dare man forte a polizia, carabinieri, finanza e “ghisa”.

Non serve un esperto per capire che “il nemico” di questa classe dirigente è soprattutto in casa, anzi sono proprio quei giovani che – nei piani onirici dei guerrafondai – dovrebbero ingrassare la massa della carne da cannone per la guerra.

Persino Bava Beccaris avrebbe da obiettare... 

Il fatto che l’80% dei fermati sia minorenne, per la “madre, cristiana, italiana”, non significa nulla. Eppure non c’è bisogno di uno psicologo dell’età evolutiva per sapere che anche le eventuali escandescenze di un minore sono sempre un sintomo, non “un progetto criminale”. Serve maturità anche per progettare di dar fuoco al mondo, che diavolo... 

Sul tavolo del consiglio dei ministri si passano bozze con nuovi reati, nuove pene tendenti all’ergastolo, divieti di assembramento. Idee stupide buttate giù nella gara a chi la spara più grossa, e proprio per questo pericolose.

Ma non è un deficit intellettivo solo italico, ormai. Il portaborse di Macron messo a Palazzo Matignon, Sebastien Lecornu, ha gettato i residui travestimenti democratici della République per disporre una lunga serie di coprifuoco notturni, a Parigi, Marsisglia e in decine di altre città.

“Coprifuoco” significa divieto di girare per strada, per qualsiasi motivo durante certe ore e in determinati luoghi. Una misura di guerra – o da pandemia – che indica paura e assenza di scrupoli.

Il paese che ha insegnato all’Europa cosa significa rovesciare una monarchia definitivamente – tagliando la testa al re, forse in mancanza di vetrine da sfondare – si ritrova con un monarca in scadenza (ad aprile, comunque, Macron se ne andrà) che vieta tutto pur di far approvare una legge finanziaria che farà strage degli ultimi scampoli di welfare francese.

La farà passare con qualche marchingegno regolamentare ben oltre il limite della costituzionalità, con il supporto silenzioso della destra fascista di Marine Le Pen, che stavolta – nei movimenti – non ha provato neanche a mettere piede.

L’obiettivo dell’erede di Vichy è “meloniano”, infatti. Ossia farsi accettare dalla tecnoburocrazia di Bruxelles e Francoforte (sponda Bce), sposando in pieno i piani di austerità e riarmo, magari con qualche aiuto in meno all’Ucraina e qualche soldo in più per l’Armée.

Ridotta in formule note, con queste decisioni i governi dei due paesi – guidati rispettivamente da un sedicente “liberale” e da una post-fascista – stabiliscono che l’unica libertà a contare è quella del capitale, soprattutto finanziario (entrambi i paesi, come anche la Germania, sono ormai con una crisi industriale pressoché irrecuperabile tra le mani). Mentre quella dei popoli è solo uno straccio da agitare quando serve, ma da rimettere nell’armadio quando la gente comincia a pretendere i suoi diritti.

Non si tratta di ideologia, ma di fatti accertati. Macron è cresciuto in una grande banca quasi mitologica – Rothshild – prima di ascendere alla guida del ministero dell’economia con il “socialista” Hollande, che poi ha sostituito per manifesta incapacità.

In Italia idem, ma con biografie personali assai meno prestigiose, dal vago sentore ammorbante. E i banchieri nostrani non sono certo meno violenti di quelli d’Oltralpe (vedremo gli sviluppi delle indagini su MontePaschi...).

Analisi a parte, è chiaro che queste scelte incideranno pesantemente sulle prossime scadenze di piazza. C’è un appello di fonte ignota a scendere in strada già il prossimo sabato, sempre a Milano. Ma soprattutto c’è lo sciopero generale del 30 ottobre che fa da catalizzatore per gli innumerevoli settori sociali che si vanno mobilitando (portuali di mezzo mondo, nel primo sciopero intercontinentale dei porti contro il traffico di armi e le guerre; studenti e giovani dei quartieri; operai che vanno perdendo il posto di lavoro, senza casa, autotrasportatori, ecc.).

I governi senza altri strumenti che la violenza poliziesca sono una minaccia per tutti, anche quando – furbescamente – provano a stabilire un rapporto preferenziale con alcuni (per esempio le piccole aziende dell’autotrasporto o della Coldiretti, storicamente “vicine” ai partiti al governo).

Si è definitivamente rotta la “passività sociale”. Ogni giorno ci sarà da inventare nuove forme di mobilitazione, lotta, riflessione collettiva. Tenendo conto dell’esperienza pluridecennale già accumulata...

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Brevi considerazioni sul weekend italiano

1. Cosa è successo. Venerdì mattina decine di migliaia di giovani hanno riempito le piazze di tutta Italia. A valle di una settimana di proteste e occupazioni negli istituti scolastici, il No Meloni Day, saldatosi con la giornata di sciopero per il clima, grazie al lavoro delle organizzazioni e dei collettivi studenteschi, ha portato studentesse e studenti a irrompere – finalmente – nel dibattito pubblico italiano.
Sabato, a partire da una chiamata contro il carovita nata sui social network “ispirata” alle proteste francesi, migliaia di persone sono tornate in piazza, concentrandosi soprattutto in alcune città del centro nord, con i cortei più partecipati a Bologna, Torino, Milano. Una giornata così densa da imporsi all’attenzione pubblica e che ha completamente surclassato mediaticamente altri eventi, come la rituale seppur partecipata marcia organizzata dalla CGIL a Roma.

2. Tutto si tiene, ovvero chi sono e cosa chiedono i giovani in piazza. Diritto a un’istruzione decente e cori contro la guerra hanno camminato insieme in questo weekend di inizio autunno, così come gli slogan contro il carovita e le bandiere palestinesi, albanesi, italiane (fenomeno inedito a queste latitudini).
Nonostante i tentativi della destra di strumentalizzare e infiltrare la chiamata di sabato – tentativi falliti in partenza – le piazze si sono configurate decisamente come momenti contro il governo Meloni, come piazze antisistema.
Chi si prende la scena è figlio di una composizione spuria – giovani e giovanissimi, spesso persone razzializzate – e porta un’istanza di incompatibilità assoluta col presente che pare non essere più disposta a rinchiudersi in una dimensione privata. Il rifiuto della prospettiva individuale di una vita precaria e infelice è il rifiuto di un orizzonte collettivo e globale che produce guerra e genocidi. Questo è decisamente un bene.

3. Niente da condannare, tutto da costruire. Da ieri sera giornali e TV di tutti i media nazionali sono presi dalla consueta trance ipnotica, in grado di durare giorni e giorni, sugli “scontri”. Tutta la politica chiede condanne. Il governo grida all’attentato alla democrazia – sì, proprio loro che hanno firmato i decreti sicurezza e l’ultima scandalosa legge elettorale – mentre l’opposizione corre a dissociarsi o incastrarsi nel solito pantano di dichiarazioni incomprensibili ai più.
Leggiamo le parole di Jean-Luc Mélenchon di La France Insoumise alla fine della giornata di rivolta francese di ieri – “piazze piene e tutto calmo e gioioso laddove non c’è la polizia” – e rischiamo che venga l’esterofilia pure a noi.
Non c’è niente da condannare se non l’operato delle forze dell’ordine in questo paese – paese che non riesce nemmeno a piazzare un numero identificativo sulla divisa di chi carica e arresta minorenni.
Condanniamo l’immobilismo della politica che chiude le orecchie davanti ai problemi reali delle persone, perché ha interesse solo ad agire come volano per gli affari dei milionari. Un paese terrorizzato dalle piazze e che rimuove il conflitto sociale, che oscilla esclusivamente tra la depressione e il risentimento, è il capolavoro delle classi dominanti. Non permettiamoglielo.

4. Fare come in Francia: l’Europa si ribella. Mezza Europa è in rivolta. Dalla Francia arrivano le immagini di una giornata storica, a un mese dalla mobilitazione guidata dagli studenti che si è allargata a milioni di lavoratori paralizzando il paese da settimane.
In Spagna il diritto alla casa ha sconvolto l’agenda politica nazionale, tutti si preparano a una giornata di sciopero generale per l’11 novembre che si annuncia imponente.
Proteste di massa infiammano l’Albania, qualcosa si muove in Belgio e Portogallo. In tutti questi casi – nonostante le enormi differenze, l’eterogeneità delle rivendicazioni e delle forze sindacali e politiche presenti – il protagonismo giovanile è un tratto comune.
Che le nuove generazioni si prendano la scena pubblica, nel ruolo che gli spetta, è condizione necessaria per invertire la rotta rispetto alle politiche guerrafondaie, antidemocratiche, antipopolari, che accomunano le classi dirigenti europee e internazionali. E in Italia?
Non siamo in Francia, e non siamo di fronte al “blocchiamo tutto” dello scorso autunno, ma è possibile che anche in Italia qualcosa covi sotto la cenere. Va protetto e alimentato, perché possa irrompere dentro un autunno che si preannunciava assai più triste.

5. E adesso? È sciopero generale. Quello che abbiamo visto negli ultimi giorni, quello che abbiamo incontrato negli ultimi anni di mobilitazione al fianco del popolo palestinese, si muove a geometrie variabili, spesso su un afflato puramente emotivo – che così come cresce rapidamente si svuota altrettanto veloce – in maniera discontinua e poco prevedibile.
Ma dimostra che, anche nell’Italia in cui sembra non accadere mai nulla, esiste un pezzo di società che soffre ed è arrabbiata, che è fuori dal radar delle organizzazioni politiche del centrodestra e del centrosinistra (e ne vuole restare fuori), che ha una disponibilità alla lotta che per anni sembrava sopita.
È una domanda sociale che viene dalle classi popolari, una domanda che chiede di essere ascoltata, allargata, approfondita e soprattutto organizzata. Lo sciopero del 30 ottobre convocato dall’Unione Sindacale di Base è un’occasione preziosa. Saldare le lotte, stringere alleanze di classe, costruire la mobilitazione dentro le scuole, le università, sui luoghi di lavoro: ecco i compiti che dobbiamo porci.
Mobilitare e organizzare sono le due gambe su cui un’organizzazione che vuole essere di massa deve imparare a camminare.

Bentornate – speriamo più a lungo possibile – piazze giovani e arrabbiate. Il 30 ottobre blocchiamo tutto, insieme.

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19/10/2026

Milano bis, l’ora dei neet

Sta nel nero della pelle
Nella festa collettiva
Sta nel prendersi la merce
Sta nel prendersi la mano
Per tirare i sampietrini
Nell’incendio di Milano
Nelle spranghe sui fascisti
Nelle pietre sui gipponi

La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è stata attraversata da gruppi di giovani che alla fine si sono scontrati con la polizia. La quale – dopo che evidentemente erano stati monitorati i social più utilizzati per la giornata di sabato – fin dalla mattina aveva cominciato a filtrare l’accesso al centro sulla base di due criteri piuttosto indicativi: chi indossava felpe con cappuccio e chi si porta dietro un colore di pelle un po’ diverso.

Scene tra il comico e il tragico, con proteste indignate e ragazzi costretti a sedersi sul marciapiede, perché doveva essere fin troppo ovvio – tranne che per i “pensatori” della repressione – che questi due “segni distintivi” significano assai poco in un paese dove ci si veste secondo mode generazionali (le felpe) e i “negri” sono la speranza di rinascita della nazionale di calcio. Pensa un po’ se avessero fermato Cissé o Thuram...

Nonostante questo “sforzo intellettuale”, com’era intuibile, frotte di ragazzi, spesso minorenni, sono sciamati per ogni dove, fin quando la polizia non ha cominciato a caricare “gruppi dall’atteggiamento sospetto” (praticamente la libertà di caricare chiunque non ti piaccia) e l’avvio di scontri. Totalmente casuali e disorganizzati, accompagnati da qualche saccheggio di negozi “chic”.

Dopo piazza Duomo, il Castello Sforzesco, largo Cairoli e altri luoghi altrettanto “turistici”, ancora a sera c’erano scontri qui e là, con la polizia all’inseguimento di fantasmi.

“Criminali” li ha battezzati la destra al governo. Ma decisamente gentiluomini, visto che per esempio hanno avvicinato un senzatetto e gli hanno regalato diversi vestiti presi dai negozi. Qualcuno li ha anche sentiti dire: “arriva l’inverno, fa freddo, ti devi coprire”.

Mai che un governo, qui, faccia altrettanto. Anzi, proprio ieri a Trieste, il “leghista dissidente” Fedriga ha vietato alle associazioni cattoliche locali di continuare a dare da mangiare agli immigrati bloccati in attesa di una risposta amministrativa (permesso di soggiorno, ecc.).

E veniamo perciò a qualche considerazione politica. Gli oltre 200 ragazzi fermati a Milano – un “campione rappresentativo” di chi è sceso in strada – sono soprattutto minorenni. Difficile costruire su di loro un “format” socio-politico che possa aiutare a dare la colpa a soggetti già noti. Ci provano lo stesso, e abbiamo sentito persino Rosi Bindi straparlare di “guerra ibrida” putiniana, Paolo Mieli criticare il governo per la “mano morbida” della polizia e altre stronzate che non meritano risposta.

Ma resta il fatto: sono ragazzini dei quartieri di periferia, alcuni addirittura sotto i 14 anni. Molti sono italiani “di seconda generazione”, come si dice per indicare i figli di immigrati. E magari sono anche sovra-rappresentati, tra i fermati, “grazie” al criterio razzista con cui la polizia ha esplicitamente operato fin dal mattino.

Giovanissimi, qualcuno va a scuola, qualcuno no. Nei quartieri non è una differenza soggettivamente fondamentale... si vive assieme, tra un muretto, un locale, un cercare di dare un senso alla vita senza un euro in tasca.

Diventa importante solo quando cominciano le mobilitazioni politiche, dove chi va a scuola bene o male può trovare delle soggettività organizzate con un minimo di obiettivo politico. Mentre chi resta fuori – i neet, si dice ancora – non ha neanche quel traino attivistico che contribuisce a dare senso allo stare al mondo.

Ecco, una parte consistente di quel mondo neet è ora entrata in campo. Con i suoi modi – ruvidi, certo, che cazzo vi aspettate? – i suoi desideri minimalisti (la merce che non si possono permettere), la rabbia degli esclusi da tutto e rappresentati da nessuno.

Sono circa un milione e mezzo di ragazzi, in Italia, che vive in questa condizione neet – senza un lavoro, senza andare a scuola, senza star dentro un percorso di formazione qualsiasi – e nessuno li ha fin qui organizzati, rappresentati, messi assieme, “acculturati” politicamente. E magari non gli interessa neanche esserlo.

Ragazzi cresciuti però vedendo poliziotti condividere con gli spacciatori soldi e “roba” o esigere da loro “il pizzo”, magari uccidendone uno ogni tanto (Rogoredo è finita sui giornali, altri casi no). Oppure vedendo macchine dei carabinieri inseguire un paio di amici in scooter fino a schiacciarli contro un palo e tentare di nascondere le prove (Ramy Elgaml, del Corvetto).

Ragazzi che assistono da tre anni a un genocidio in diretta televisiva senza che nessuno abbia granché da obiettare, a parte quel milione sceso in piazza un anno fa e i tanti che hanno animato le manifestazioni per la Palestina. Ragazzi che la violenza – fisica, economica, poliziesca – la vivono sulla propria pelle ad ogni ora del giorno.

Questi ragazzi dovrebbero presentarsi in centro città chiedendo permesso, scusandosi di non esser vestiti abbastanza bene e di non avere i soldi per un apericena?

È chiaro che ci si trova davanti ad un fallimento sociale abnorme. Che la classe politica – tutta, Sala e Piantedosi in prima fila – crede di poter risolvere agitando il bastone, lo spauracchio di pene sempre più alte per reati sempre nuovi, sempre più poliziotti in un paese che ha il record di divise per abitanti.

Ma un fallimento sociale resta, anche se ne metterete in galera migliaia. La “deterrenza” giudiziaria non funziona con chi non ha granché da perdere, visto che sta già perdendo la vita. È un fallimento geneticamente programmato nelle politiche di austerità, nei tagli a qualsiasi servizio sociale, nell’imporre l’arte di arrangiarsi individuale per assenza di tutto.

È un soggetto fuori dai faldoni della polizia, tranne in parte che per quella “di prossimità”, magari. Perché non è un soggetto, ma tanti soggetti quanti sono quei ragazzi. Non ci sono “capi”, al massimo qualche “influencer” che emerge per qualche giorno. Non ci sono obbiettivi, né ovviamente un programma politico che non sia l’elenco dei bisogni primari (un salario per vivere, qualche servizio sociale, un posto nel mondo).

Reprimerli sarà faticoso come schiacciare le formiche una ad una. O magari suicida, mettendo in giro una spaventosa quantità di droga letale, come ai tempi dell’operazione Blue Moon. Che però finirebbe ovunque, anche nelle case della classe politica (se si facesse l’esame antidroga in Parlamento, si dice, non resterebbero a piede libero molti “onorevoli”).

La loro entrata in campo costringe anche chi organizza il conflitto sociale e politico a interrogarsi. Scrivevamo qualche giorno fa che questo potere si è giocato quella parte di generazione che a scuola ci va. E quella parte costituisce il soggetto organizzabile, secondo una visione classica della politica.

Quest’altra parte della stessa generazione è “libera”, nel senso disperante della solitudine capitalistica. Il suo muoversi è allo stesso tempo una potenziale risorsa e un possibile problema, per le forme “eccedenti e incontrollate” che assume.

Il 30 ottobre è vicino. Vediamo come e quanto la “convergenza” delle lotte comincia a farsi strada – con i lavoratori, gli studenti, i senza casa, ecc. – e quanto o come si dovrà fare per realizzarla andando avanti.

Il potere non ci ha capito un tubo, non ha soluzioni da offrire né neuroni capaci di captare l’enormità della valanga che si sta mettendo in moto in tutto l’Occidente neoliberista.

Sta a tutti noi fare meglio...

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11/10/2026

Che cosa teme davvero il capitale dalle mobilitazioni dei giovani in Francia?

Che cosa teme davvero il capitale dalle mobilitazioni dei giovani in Francia? Non semplicemente la caduta di un governo. Non soltanto l’indebolimento di Emmanuel Macron. E nemmeno, in senso stretto, qualche punto in più di deficit o qualche miliardo aggiuntivo di spesa pubblica.

Ciò che è in gioco è molto più profondo: la possibilità che una generazione cresciuta dentro la crisi permanente del capitalismo cominci a mettere in discussione non soltanto le sue conseguenze, ma i rapporti sociali che la producono.

È questo il vero punto di rottura. Da anni il capitalismo europeo impone precarietà, salari stagnanti, pensioni sempre più lontane, servizi pubblici impoveriti e aumento delle disuguaglianze come se fossero fenomeni naturali. Come se non esistessero responsabili, interessi contrapposti, rapporti di forza.

La parola utilizzata è quasi sempre la stessa: «riforme». Ma dietro la neutralità di questa parola si nasconde una realtà molto meno neutrale.

Le riforme hanno significato trasferire sistematicamente una parte crescente del reddito dal lavoro al capitale, ridurre i margini di autonomia dello Stato sociale e subordinare le condizioni di vita della maggioranza alle esigenze dell’accumulazione capitalistica. La Francia è stata uno dei terreni più importanti di questa offensiva.

Macron e la politica di classe

Emmanuel Macron non è un’anomalia del sistema. È, al contrario, una delle sue espressioni politiche più compiute. La sua ascesa ha coinciso con il tentativo di costruire un blocco politico capace di superare le vecchie appartenenze partitiche mettendo al centro gli interessi del capitale finanziario, delle grandi imprese e dei settori più dinamici dell’economia globalizzata.

Riduzione della tassazione sul capitale, trasformazioni del mercato del lavoro, indebolimento delle protezioni sociali, riforma delle pensioni: provvedimenti diversi che rispondono a una logica comune. Ridurre il costo sociale della forza-lavoro e aumentare lo spazio disponibile per l’accumulazione.

In termini marxisti, il problema è elementare: chi controlla la ricchezza sociale controlla anche il potere politico. E quando la classe dominante considera troppo costosi i diritti conquistati dal lavoro, comincia a presentarli come privilegi, rigidità, ostacoli alla competitività.

È ciò che è accaduto in Francia. Il diritto alla pensione diventa un «costo». Il salario diventa un «onere». Il welfare diventa una «spesa». Il lavoratore diventa una «risorsa umana». Il capitale, invece, viene chiamato «investimento». Non è una questione linguistica. È una questione di classe.

I giovani e la generazione della precarietà

La particolare importanza delle mobilitazioni giovanili nasce anche da qui. Una parte significativa dei giovani europei entra nel mercato del lavoro in condizioni radicalmente diverse da quelle delle generazioni precedenti: contratti precari, salari compressi, costo degli alloggi insostenibile, indebitamento, disoccupazione o sottooccupazione, progressiva privatizzazione dei servizi essenziali.

La promessa secondo cui studiare, qualificarsi e lavorare avrebbe garantito una vita migliore si è spezzata. Il capitalismo contemporaneo chiede ai giovani di essere permanentemente disponibili, flessibili, mobili e competitivi, mentre restringe continuamente la possibilità concreta di costruire un’esistenza autonoma.

Il paradosso è evidente: una società che dispone di una capacità produttiva enormemente superiore a quella del passato dichiara di non avere abbastanza risorse per garantire pensioni dignitose, sanità, istruzione, abitazioni e salari adeguati.

Il problema, quindi, non è la scarsità. È la distribuzione della ricchezza.

Quando i mercati diventano un potere politico

È qui che il debito pubblico entra nella vicenda francese. Ogni volta che un governo annuncia di voler aumentare la spesa sociale, investire nei servizi pubblici o redistribuire la ricchezza, compare lo stesso fantasma: i mercati. Bisogna «rassicurare gli investitori». Bisogna «mantenere la fiducia». Bisogna «rispettare gli impegni». Bisogna «evitare tensioni sul debito».

Ma chi ha deciso che la fiducia di un fondo d’investimento debba valere più della sicurezza economica di milioni di lavoratori? Questa è la domanda che il conflitto sociale pone, anche quando non viene formulata esplicitamente.

La finanza non è un’entità astratta che osserva neutralmente la società. È una forma concentrata di potere economico. Quando i mercati reagiscono a una scelta politica, non stanno semplicemente «valutando» un Paese: stanno esercitando, attraverso il costo del finanziamento e la circolazione dei capitali, una pressione sulle decisioni dello Stato.

Il debito diventa così uno dei dispositivi attraverso cui il capitale disciplina la politica. E la disciplina ha un destinatario preciso: il lavoro.

Il vero pericolo per la borghesia

Per la borghesia europea una protesta sociale è sopportabile finché rimane frammentata. Un corteo può essere gestito. Uno sciopero può essere negoziato. Una concessione può essere utilizzata per spegnere una mobilitazione. Ciò che diventa realmente pericoloso è la ricomposizione.

Quando la rabbia dei giovani incontra quella dei lavoratori. Quando la lotta contro la precarietà incontra quella per i salari. Quando la difesa delle pensioni si salda alla difesa della sanità e della scuola pubblica. Quando il problema del costo della vita viene ricondotto alla concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza.

A quel punto le singole vertenze possono trasformarsi in una critica complessiva dell’ordine sociale. Ed è questo che il capitale teme. Non una protesta contro Macron, ma una società che cominci a chiedersi perché Macron e i governi che lo hanno preceduto abbiano governato secondo le esigenze dei mercati.

Non una semplice opposizione a una riforma, ma la messa in discussione della necessità stessa di quelle riforme. Non soltanto più welfare, ma il diritto della maggioranza a decidere sulla ricchezza che produce.

La Francia come laboratorio europeo

La Francia può diventare perciò un laboratorio decisivo. Da una parte c’è il progetto europeo costruito sulla libera circolazione dei capitali, sulla concorrenza, sulla disciplina di bilancio e sulla compressione del costo del lavoro.

Dall’altra emerge, ancora confusamente, una domanda opposta: se la ricchezza è prodotta collettivamente, perché il potere sulle decisioni economiche deve rimanere nelle mani di una minoranza proprietaria?

Questa domanda porta inevitabilmente oltre la semplice critica al neoliberismo. Perché il neoliberismo può essere modificato. Il problema più radicale è il capitalismo stesso e il rapporto sociale che lo fonda: da una parte chi possiede o controlla i mezzi della produzione e del credito, dall’altra chi deve vendere la propria forza-lavoro per vivere.

La crisi del modello neoliberista non significa automaticamente superamento del capitalismo. Ma apre uno spazio di conflitto nel quale questa possibilità può tornare a essere pensata.

Ed è proprio questo che rende le mobilitazioni francesi così importanti. Il capitale può accettare molte cose. Può perfino accettare una sconfitta elettorale, se i rapporti economici fondamentali rimangono intatti.

Ciò che non può accettare facilmente è che milioni di persone comincino a considerare non inevitabili le regole che governano la loro vita.

Per questo la questione francese non è semplicemente: Macron sì o Macron no? La questione è molto più radicale: chi deve decidere come viene utilizzata la ricchezza prodotta dalla società?

Se la risposta continua a essere il capitale, cambieranno governi e maggioranze, ma il rapporto sociale resterà sostanzialmente intatto. Se invece quella domanda comincia a diventare una domanda collettiva del lavoro, allora il conflitto cambia natura.

Ed è precisamente questa possibilità – la trasformazione della rabbia sociale in coscienza di classe, organizzazione e potere politico – che il capitale globalizzato ha più ragione di temere.

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05/10/2026

Piazze in collera, la vera “unità europea”

L’autunno europeo è cominciato alla grande, come sempre inatteso. Spagna, Francia, Germania, le prime avvisaglie in Italia, segnalano che – anche se su temi parzialmente diversi – il lungo sonno delle classi popolari sembra arrivato al termine.

I temi segnano il campo di battaglia tra classi sociali nettamente definite, al di là del sogno liberista dell’individualizzazione totale e della “società liquida” (cioè, liquidata...).

In Spagna lo sfratto di una 87enne in barella, da sempre abitante in quella casa e da sempre in regola con i pagamenti, ha improvvisamente rotto l’indifferenza sociale per le tante piccole ingiustizia quotidiane. Quell’anziana buttata per strada solo perché uno dei tanti “fondi avvoltoio” aveva comprato lo stabile in cui viveva, pretendendo di quintuplicare l’affitto, ha visivamente svelato la condizione in cui tutti viviamo: dentro un sistema economico che produce sempre meno e dove i profitti si fanno con la speculazione (immobiliare, ma non solo), la truffa, la prepotenza.

Un trattamento al di là dell’inumano del tutto simile – per l’indifferenza con cui si distruggono le vite – a quanto accade a Gaza o in Libano. Cambiano i metodi, ovviamente, non i risultati.

Così ora le piazze strabordano di gente che fa rumore, agitando le chiavi o suonando le pentole. Oltre mezzo milione a Madrid, decine di migliaia ovunque nel paese (Bilbao, Malaga, Alicante, Palma de Maiorca, Canarie). A Valencia la polizia – ideologicamente di destra, come ovunque – ha attaccato il corteo che aveva circondato il Palau de las Artes, dov’era in corso un congresso di avvoltoi immobiliaristi. “Sciopero generale” è la richiesta immediata, perché anche in Spagna i sindacati hanno i riflessi lenti... 

La politica di palazzo ne esce stravolta. Tutti fin qui rassegnati all’avanzata irresistibile delle destre, trainate da un tema semi-finto come quello dell’immigrazione (in cui la parte di “realtà” è dovuta alla esibita assenza di politiche inclusive e quindi alla creazione della “percezione di insicurezza”), scoprono che le questioni di classe sono determinanti. Persino tra gli elettori di destra, secondo gli ultimissimi sondaggi spagnoli, oltre il 55% è favorevole a mettere un tetto agli affitti, perché le tasche vuote cominciano a pesare più dell’allarmismo sul “nemico esterno”.

È la stessa dinamica che in Francia contrappone un governo di banchieri senza neanche la maggioranza in parlamento a piazze stracolme di giovanissimi che hanno chiara solo una cosa: il loro futuro sarà di merda, se non cambiano ora il corso della Storia.

Anche lì, per l’establishment, la soluzione parafascista è una prospettiva accettabile, meglio ancora se con Marine Le Pen al posto dell’“antisemita da giovane”, Jordan Bardella. Mentre il nemico assoluto è La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’unica forza capace di dare una prospettiva a quel popolo.

In Germania, tra riarmo, foia guerrafondaia, crisi industriale, appoggio al genocidio dei palestinesi, tutto sembra spingere tranquillamente verso una deriva neonazista – anche lì – che usa i migranti come specchio per allodole invecchiate.

Poi Berlino dice che si può percorrere un’altra strada – anche lì a partire dalla casa, dalla speculazione immobiliare, dai servizi sociali in ritirata – e una legge che reintroduce il servizio militare obbligatorio (un po’ alla volta, perché si credono furbi) fanno capire a tutti che se si resta fermi ci si può aspettare solo povertà e guerra. E quindi in piazza... 

Il neoliberismo vincente per oltre 30 anni ha eroso i fondamenti della coesione sociale in Europa. L’austerità di bilancio ha spostato il timone degli Stati dalle mani di una classe politica obbligata a render conto alla popolazione in quelle di “mercati finanziari” che badano soltanto alla trimestrale di cassa. E con l’orizzonte dei prossimi tre mesi, senza futuro né grandi strategie, se non incassare il più possibile il prima possibile.

È l’ora dei poveri e dei popoli che devono tornare a farsi sentire per poter sopravvivere ed evitare, magari, il genocidio silenzioso nascosto sotto le vesti del “gelo demografico”, conseguente a salari ormai sotto il livello della “riproduzione della forza lavoro”.

E come sempre il potere reagisce con l’ultimo strumento che gli resta, dopo aver eliminato il welfare (e la democrazia): la polizia.

Non sarà un autunno breve... E in fondo è l’anno più caldo di sempre, no?

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02/10/2026

Crescono le rivolte contro i data center dell’IA

Il conflitto sui data center sta ormai cambiando natura: non riguarda più soltanto gruppi ambientalisti o singoli comitati locali, ma mette in discussione il rapporto tra intelligenza artificiale, infrastrutture fisiche e comunità che devono ospitarle. Le ragioni sono molte, ma semplici. L’intelligenza artificiale appare immateriale: una domanda digitata, una risposta che arriva in pochi secondi, un modello che sembra vivere soltanto nei server.

Ma dietro ci sono edifici giganteschi, trasformatori, linee elettriche, sistemi di raffreddamento, acqua, terreni e migliaia di lavoratori impegnati nei cantieri. Più l’IA diventa invisibile nella vita quotidiana, più diventa fisicamente ingombrante nel territorio.

Negli Stati Uniti la protesta è diventata nazionale. Il 18 luglio si sono svolte 142 manifestazioni in 42 Stati contro la rapida espansione dei data center destinati anche a sostenere l’IA. Secondo Data Center Watch, tra aprile e giugno circa 45 progetti statunitensi, per un valore complessivo di 68 miliardi di dollari, sono stati bloccati o ritardati dalle opposizioni locali.

Il tema è soprattutto quello del prezzo materiale dell’intelligenza artificiale. I data center consumano enormi quantità di elettricità, richiedono infrastrutture energetiche dedicate e, a seconda delle tecnologie di raffreddamento, possono esercitare una forte pressione sulle risorse idriche.

In California, per esempio, la discussione è arrivata fino a San Jose, nel cuore della Silicon Valley, dove residenti e associazioni ambientaliste contestano nuovi impianti mentre l’amministrazione cittadina cerca di conciliare gli investimenti tecnologici con le preoccupazioni sull’energia, sull’acqua e sull’inquinamento.

Il caso più significativo è forse quello dello Stato di New York, che a luglio è diventato il primo Stato americano a introdurre una moratoria sui nuovi grandi data center, sospendendo per un periodo fino a un anno alcune autorizzazioni ambientali per gli impianti di grandi dimensioni. La misura è stata motivata dalla necessità di studiare gli effetti sulla rete elettrica, sulle bollette, sull’ambiente e sulle comunità locali.

Ma la protesta non è soltanto statunitense. In Europa i conflitti si stanno moltiplicando. In Irlanda diversi ricorsi hanno rallentato il progetto di un campus da circa un miliardo di euro a Rochfortbridge. In Scozia, il progetto Cato, da 600 MW e circa 5 miliardi di sterline, ha raccolto oltre 1.200 opposizioni durante la consultazione pubblica. Proteste e contestazioni sono emerse anche in Germania e Polonia.

In Olanda la questione riguarda direttamente Amsterdam, dove più di 500 persone hanno aderito alla campagna contro un grande data center a Zuidoost. Nel 2024 i data center rappresentavano già il 4,6% dell’intero consumo elettrico olandese, un dato che aiuta a capire perché la questione abbia assunto una dimensione politica.

E in Francia il conflitto ha assunto una forma ancora più clamorosa. A Étrechet, nel centro del Paese, il sindaco e altri amministratori locali si sono dimessi per protestare contro il progetto di un enorme data center di Google. L’impianto dovrebbe richiedere tra 880 megawatt e 1,1 gigawatt di elettricità, una potenza paragonabile a quella di un reattore nucleare. Gli amministratori hanno denunciato soprattutto il consumo di territorio e acqua, l’impatto paesaggistico e la pressione sulla rete elettrica.

In Italia il fenomeno si è sviluppato soprattutto in Lombardia. A sud di Milano è nata una rete di comitati, con mobilitazioni a Lacchiarella, Zibido San Giacomo, Opera, Rho, Bollate, Magenta e altri comuni. Le contestazioni riguardano consumo di suolo, acqua, rumore, calore, generatori e vicinanza alle abitazioni. A fine settembre la rete Stop Data Center riuniva circa venti realtà locali.

Le proteste hanno già prodotto alcuni risultati concreti. A Travagliato, nel Bresciano, il progetto di un data center da circa 120 MW è definitivamente tramontato. Dopo il parere negativo del Comune, motivato dalla mancanza di informazioni necessarie per valutare compiutamente l’impatto ambientale, la società East Gate ha ritirato la pratica edilizia e non ha depositato il progetto per l’allacciamento elettrico.

Anche a Rozzano la mobilitazione ha contribuito, secondo i comitati, alla riapertura della consultazione pubblica nell’ambito della valutazione di impatto ambientale relativa all’ampliamento di un data center. Il caso di Opera è invece ancora aperto. Il Comune ha avviato l’iter per un progetto EdgeConneX su circa 30 mila metri quadrati, con un edificio alto 18 metri e una potenza indicata in 100 MW complessivi, dei quali 60 MW di potenza IT. La documentazione comunale mostra che il progetto è tuttora dentro un percorso amministrativo, mentre cittadini e comitati stanno contestando l’intervento.

Le domande che stanno emergendo nelle comunità sono destinate a diventare centrali: chi paga l’elettricità necessaria per alimentare questi impianti? Chi paga le nuove infrastrutture? Quanta acqua possono consumare? Quanto territorio è ragionevole destinare ai server? E soprattutto, quale beneficio rimane alle comunità che sopportano i costi ambientali e infrastrutturali dei data center?

È questo il nuovo conflitto attorno all’intelligenza artificiale: non soltanto cosa può fare l’IA, ma quanto territorio, energia e risorse siamo disposti a mettere a disposizione perché possa farlo.

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17/09/2026

Siria - È rivolta sociale contro il governo di Al Sharaa

Le città siriane sono attraversate da una rivolta sociale contro il drastico aumento dei prezzi dei carburanti varato dal governo di Ahmed al-Sharaa entrato in vigore domenica 13 settembre.

La risposta della popolazione agli aumenti è stata immediata. Copertoni in fiamme, blocchi e barricate hanno paralizzato l’autostrada M5 tra Damasco e il polo industriale di Aleppo, mentre le mobilitazioni si sono estese a Idlib, Hama, Deir Ezzor, Hasakah e Raqqa. Alcune autobotti dirette alle raffinerie sono state bloccate dai manifestanti, che in corteo continuano a chiedere il ripristino dei sussidi statali e le dimissioni dei ministri dell’Energia e dell’Economia, così come quelle dei vertici della compagnia petrolifera statale, la Syrian Petroleum Company (SPC).

Si tratta della più grande protesta nel Paese da quando, nel dicembre del 2024, è stato abbattuto il governo di Bashar al-Assad e sostituito da quello del leader jihadista Al Saraa, ieri ricercato per terrorismo ed oggi ricevuto alla Casa Bianca e nelle cancellerie europee.

L’aumento del prezzo dei carburanti colpisce duramente una popolazione già ridotta alla fame e segnata profondamente da anni di crisi economica e guerra civile.

Un rapporto delle agenzia Undp delle Nazioni Unite rileva come dall’inizio della guerra civile del 2011 a oggi il 90% dei siriani viva sotto la soglia della povertà, con il 66% che vive in povertà estrema.

Il Syria Report scrive che il ministero ha aumentato il prezzo del gasolio (mazout) del 40%, della benzina di oltre il 25% e del gas domestico e industriale di circa il 9%. Gli aumenti hanno immediatamente fatto aumentare le tariffe dei trasporti pubblici e i costi legati al carburante in tutto il paese, in un momento in cui la Siria sta già vivendo un’inflazione a doppia cifra e una pressione diffusa sul potere d’acquisto delle famiglie.

La decisione è stata definita dal governo di Damasco una misura temporanea dovuta al rincaro del petrolio e del gas sul mercato internazionale, a seguito della guerra scatenata a febbraio da Usa e Israele contro l’Iran.

Al Jazeera ricorda come da febbraio, il prezzo della benzina a 95 ottani sia aumentato di circa l’86%, mentre il diesel è più che raddoppiato. Nello stesso periodo, il greggio di riferimento Brent è aumentato di circa il 44%.

Ma, secondo il corrispondente di Al Jazeera “Per una popolazione che cerca solo di fare la spesa, uno shock “temporaneo” è semplicemente troppo lungo per sopravvivere”.

La Siria in materia di energia è fortemente dipendente dall’estero. La produzione interna (102.000 barili di petrolio) copre solo un terzo del consumo nazionale stimato sui 325.000 barili al giorno.

In passato il principale fornitore di petrolio alla Siria era la Russia, ma il riallineamento di Damasco alle posizioni statunitensi hanno visto Al-Sharaa arrivare a un accordo con gli Usa per ridurre l’importazione di petrolio della Russia.

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19/06/2026

La Bolivia non si può più governare senza gli indios

di Alvaro Garcia Linera

È sempre l’esperienza di un torto subito a scatenare il malcontento collettivo più profondo in una società. E in Bolivia, ci sono stati tre atti di aggressione a scatenare nell’ultimo mese una ribellione indigena e contadina contro il governo di Rodrigo Paz.

Il primo è stato l’aumento dei prezzi dei carburanti, che erano stati sovvenzionati per 20 anni. Da un giorno all’altro, la benzina è aumentata dell’87%, mentre il diesel, utilizzato per i trasporti pesanti, è cresciuto del 163%. Se a questo aggiungiamo il fatto che la benzina importata dal governo era letteralmente immondizia, con percentuali di carbonio di gran lunga superiori alla norma, e ha danneggiato i motori di centinaia di migliaia di automobilisti, una rabbia generalizzata ha travolto le classi popolari.

In mezzo a tutto questo, è emerso un senso di tradimento. Rodrigo Paz, un candidato insignificante, privo di una struttura politica o di un programma, ha vinto le elezioni con l’appoggio popolare all’ultimo minuto per impedire al candidato di estrema destra delle oligarchie, Quiroga, di salire al potere. Ma non era ancora entrato in carica che già aveva eliminato le tasse sui grandi patrimoni e cercato di promuovere la vendita delle piccole proprietà contadine. Le grandi imprese, con i loro piani di saccheggio delle risorse pubbliche, che avevano perso le elezioni, ora detenevano il potere; nel frattempo, il voto popolare, che aveva vinto le elezioni, era stato escluso dal processo decisionale.

In terzo luogo, il periodo storico in cui i popoli indigeni e i contadini avevano sperimentato, per la prima volta in secoli, il riconoscimento della loro cittadinanza (2006-2019), in cui avevano ottenuto un massiccio accesso alle cariche pubbliche ed erano uscite dalla miseria – il 30% della popolazione era uscita dalla povertà – fu liquidato dal governo e dal suo coro di scrivani come semplice periodo di “barbarie”, “privilegi” e “deistituzionalizzazione”.

Tutte queste offese sono sfociate in una rottura morale tra i settori popolari – in particolare i contadini e i poveri delle città nella parte occidentale del paese – e il governo.

In maniera espansiva, i blocchi stradali attuati dai contadini si sono diffusi in tutta la Bolivia occidentale. La COB, che rappresenta i lavoratori salariati regolari, ha costituito il fronte iniziale della mobilitazione. Operai di fabbriche e miniere sono usciti a manifestare, ma non sono riusciti a paralizzare le attività produttive.

La vera forza proveniva dalle comunità contadine Aymara e dai quartieri periurbani della città di El Alto. Non è nata da un comando centralizzato o da un leader visibile. I blocchi stradali sorgevano a livello regionale, frutto di assemblee provinciali, arrivando a paralizzare tutte le autostrade che collegano la sede del governo – La Paz – e le città degli altipiani – El Alto, Oruro e Potosí – con il resto del paese. Dopo settimane, anche la regione tropicale di Cochabamba, zona di influenza dell’ex presidente Morales, si è parzialmente unita al blocco degli altipiani Aymara.

Ed è proprio in questa natura indigena e contadina della mobilitazione che risiede la causa strutturale di fondo di tutto il malessere sociale, una causa che nessun progetto politico, di destra o di sinistra, può più ignorare. In Bolivia, non è più possibile governare senza i popoli indigeni. Non si tratta di una scelta ideologica, di una preferenza morale o di benevolenza. È un dato strutturale della realtà sociologica del Paese.

Dal 2000, i popoli indigeni hanno percorso la strada del potere: dalla costruzione discorsiva dell’emancipazione indigena – si pensi alla splendida frase del leader aymara Felipe Quispe rivolta all’ex presidente Sánchez de Lozada, che parlava “da presidente a presidente” – passando per il potere di veto su chi non sarà presidente – Gonzalo Sánchez de Lozada, Tuto Quiroga – fino alla definizione di chi invece sarà presidente – Evo Morales. Pertanto, non è più possibile una Bolivia senza i cosiddetti “indios”.

A rigor di termini, questa presa di potere indigeno ha a che fare con il modo in cui è stata storicamente costruita la cittadinanza in Bolivia.

Ogni cittadinanza moderna al mondo ha un’architettura istituzionale basata su quattro pilastri: un sistema di diritti e responsabilità sanciti dalla legge; un soggetto emblematico dell’accesso alla cittadinanza (ad esempio i sindacati); un’economia politica di conquiste e concessioni per i cittadini (accordi tripartiti); e una forma di redistribuzione delle risorse pubbliche che fornisce un sostegno materiale ai diritti (la spesa pubblica sociale). È attorno a questi pilastri che si è gradualmente costruita la cittadinanza giuridica, politica e sociale.

In Bolivia, l’uguaglianza davanti alla legge (XIX secolo) e l’uguaglianza politica (1952) esistevano solo sulla carta, a causa della persistenza delle discriminazioni razziali che regolavano l’accesso alla giustizia e alle cariche pubbliche. La cittadinanza sociale, con il riconoscimento dei sindacati, dei diritti dei lavoratori e l’accesso all’assistenza sanitaria, è stata raggiunta dopo diverse insurrezioni, ma solo per il 20% della popolazione con lavoro formalizzato.

E nelle società eterogenee con diverse nazionalità maggioritarie al loro interno, come la Bolivia, questi tre livelli di cittadinanza sono incompleti perché non coprono l’intera società e sanciscono meccanismi di esclusione razzializzati. Per questo, a partire dal 2006, si è andata costruendo una cittadinanza plurinazionale capace di mettere insieme la complessità sociale.

Questa cittadinanza plurinazionale ha significato:
1) Il riconoscimento costituzionale delle nazioni indigene, della loro lingua e storia come ufficiali.
2) Il riconoscimento dei sindacati, delle comunità, delle corporazioni, delle associazioni di quartiere come soggetti collettivi di diritto e di mediazione con lo Stato. Si tratta di un corporativismo democratico che articola la modernità con la tradizione.
3) L’assegnazione delle risorse pubbliche nei territori indigeni e contadini – in media il 35% degli investimenti pubblici annuali – e la priorità dei trasferimenti monetari diretti ai settori popolari, riducendo i sussidi ai settori imprenditoriali.

Ciò ha consentito all’80% della popolazione che era priva di diritti sociali, e la cui “protezione” era responsabilità di azioni di beneficenza delle chiese, delle ONG o del governo, di ottenere ora una cittadinanza materialmente effettiva. E oggi si mobilitano per evitare di venirne espropriati.

Al momento in cui scrivo, i blocchi stradali sono ancora in corso. Se il governo commette l’errore di una repressione sanguinosa, la sollevazione potrebbe estendersi ulteriormente. Il malessere sociale è profondo. Se il governo opta per il logoramento, il movimento ha già raggiunto un livello di espansione sostenuto nella mobilitazione contadina che, per ora, non gli consente di vincere.

Per le dimissioni del governo mancherebbe l’adesione mobilitata di nuovi settori della città di El Alto e di alcuni quartieri popolari della città di La Paz. Ma, dopo quasi 40 giorni di paralisi dei trasporti, calo delle attività commerciali, carenze e prezzi alimentari esorbitanti, è molto difficile che questa mobilitazione urbana si verifichi.

La verità è che questa lotta per difendere la cittadinanza indigena conquistata è appena iniziata. Si ripeterà a ondate, secondo i cicli agricoli, finché non si otterrà una sorta di inclusione o trionfo. L’estirpazione della cittadinanza plurinazionale richiederebbe la repressione delle nazioni indigene Aymara, Quechua, Guaraní, ecc.

Certamente non mancano coloro che sostengono la repressione gridando sulle reti: “fai patria, ammazza un indio”. Ma gli indigeni costituiscono la maggioranza demografica e politica del paese e il loro lavoro è ciò che sostiene la Bolivia. Pertanto, prima che queste minacce si realizzino, sarà più facile che si dissolvano le minoranze oligarchiche.

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15/06/2026

Bolivia - Dilaga la rivolta popolare per le dimissioni di Paz

Quella che è iniziata più di 40 giorni fa in Bolivia come una protesta sindacale si è trasformata in una mobilitazione popolare e generale per le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, che per difendersi minaccia lo stato di emergenza.

Una giornata di violenta repressione poliziesca ha scosso il centro della Capitale La Paz giovedì scorso, causando 36 arresti e decine di feriti. Gli eventi sono avvenuti dopo che la Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) ha marciato nel cuore della capitale boliviana, dopo due settimane in cui le forze di sicurezza erano riuscite a mantenere il centro del paese libero dalle proteste.

Testimoni e manifestanti hanno denunciato l’uso eccessivo della forza da parte dei contingenti di polizia, dopo che questi hanno attaccato duramente i manifestanti per disperderli.

Il leader della Confederazione Unica Sindacale dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB), Vicente Choque, ha ratificato davanti alle organizzazioni sociali l’impegno a mantenere le mobilitazioni, assicurando che non fosse il momento di abbandonare la lotta. Allo stesso modo, il rappresentante ha sottolineato che la richiesta principale e non negoziabile continua a essere le dimissioni di Rodrigo Paz.

Le organizzazioni sociali riunite nel Cabildo del Jach’a Marka Viacha hanno deciso di mantenere e rafforzare i blocchi in diverse parti del comune, con la partecipazione di settori affiliati alla Federazione Tupak Katari, SIMACO, al Centro dei Lavoratori boliviani e alle autorità locali.

Durante il raduno, i partecipanti hanno deciso di continuare con le misure di pressione e la sorveglianza permanente agli ingressi principali, riaffermando il loro sostegno alle richieste dei settori mobilitati.

Hanno inoltre ratificato il loro impegno a sostenere le proteste fino alle dimissioni del presidente Rodrigo Paz, avvertendo che le mobilitazioni si intensificheranno nei prossimi giorni

Le autorità native e le organizzazioni sociali della provincia di Camacho hanno ratificato la loro decisione di mantenere i punti di blocco installati sull’autostrada che collega La Paz con Copacabana, oltre a continuare le loro mobilitazioni indefinitamente.

Durante un’assemblea, i leader hanno deciso di non revocare le misure di pressione finché le richieste sollevate dai loro settori non saranno soddisfatte e il presidente Rodrigo Paz non lascerà l’incarico.

“L’unità è la nostra forza principale. Non possiamo permettere che ci dividano mentre violano i nostri diritti e influenzano i nostri territori”, hanno detto i rappresentanti della provincia.

Hanno inoltre invitato organizzazioni sociali, comunità e settori di diverse regioni del paese a unirsi alle mobilitazioni, con l’obiettivo di rafforzare le misure di pressione e far prevalere ciò che considerano popolare. 

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21/05/2026

Bolivia - La giusta ira dei miserabili della terra si fa sentire di nuovo

Ci sono migliaia e migliaia di persone che corrono per le strade di La Paz sventolando wilphala e gridando: “lascialo andare” riferendosi al presidente scagnozzo delle direttive di Donald Trump, il destrista Rodrigo Paz.

In sei mesi di cattivo governo, il popolo boliviano, che non sa cosa siano le possibilità e la menzogna “dategli tempo”, ha marciato, bloccato le strade principali e dimostrato al resto dei popoli del continente che le insurrezioni, quando c’è una causa giusta, funzionano.

È essenziale, analizzando questa rivolta boliviana contro il potere consolidato, tenere conto della lunga storia di frustrazioni, maltrattamenti, politiche sottomesse e colpi di stato scatenati da anni contro i più umili.

Vale la pena ricordare che la Bolivia è uno dei paesi latinoamericani che ancora conserva il maggior numero di sacche di schiavitù, quasi risalente al Medioevo, e che gran parte di quei luoghi che durante il governo di Evo Morales furono denunciati, appartengono principalmente a quegli uomini d’affari corrotti che sia a Santa Cruz che a Beni, o Tarija, ora sono favorevoli al “mantenimento dell’ordine democratico”.

Per la borghesia boliviana, abituata a imporre le proprie politiche di espropriazione sotto la minaccia delle armi e dell’imprigionamento di coloro che considerano “ribelli”, ciò che accade oggi nel paese li spaventa e li inquieta, poiché con le definizioni razziste che non si risparmiano né dissimulano, pensano – e ne sono convinti, come i loro predecessori i conquistadores spagnoli – che “gli indiani” non siano degni di essere inclusi nelle “loro” società di bianchi, in questo influenzati dai croati nazisti che, alla fine della guerra, decisero di popolare alcune aree del paese e costruire feudi dove la discriminazione era comune.

Da qui questa insurrezione, nata dalla ribellione contro la legge fondiaria del 1720, che permetteva la conversione di piccole proprietà agricole in proprietà di medie dimensioni da utilizzare come garanzia per prestiti bancari. Cioè, concentrare la terra nelle mani dei soliti, che non la usano nemmeno per produrre ma per generare grandi tenute.

Questo è stato il fattore scatenante da cui sono nate le prime proteste che crescevano, nonostante il governo di Rodrigo Paz avesse deciso di abrogare la legge.

Ma immediatamente i suoi sostenitori politici e gli imprenditori non hanno nascosto il loro disappunto, e ciò che doveva essere risolto con una legislazione agraria urgente ha iniziato ad essere accantonato.

A questo si aggiunge la mancanza di carburante, che si trascina fin dai tempi dell’ex presidente, ora incarcerato, Luis Arce. Questi due elementi hanno acceso la miccia, e i contadini e gli indigeni, insieme a un appello della Centrale Operaia Boliviana (COB), hanno fatto si che iniziassero i primi blocchi e uno sciopero nazionale per un periodo indefinito.

È stato così che le strade importanti si sono iniziate a riempire, come di solito in questi casi, con grandi pietre, blocchi di cemento, contenitori della spazzatura e le barricate iniziarono a bruciare. Giorno e notte, con veglie ben organizzate dalle comunità, sopportando un freddo intenso, ma con il morale intatto di chi sa per cosa sta combattendo.

La mappa boliviana ha cominciato a essere tinta con i molteplici colori dei poncho maschili e delle gonne femminili, inevitabili e duri come l’acciaio al tempo della lotta.

Rodrigo Paz, come ogni borghese spaventato, non ha avuto altra idea che portare i soldati in strada e iniziare a sparare indiscriminatamente. Basta vedere i video che mostrano capitani ubriachi, in uniforme da campagna, che rimproverano una truppa piena di volti indigeni come quelli che avrebbero represso ore dopo, e dire loro che “per la patria daremo una lezione a queste persone sporche”.

Ma le minacce di stampare una “disciplina” con sangue e fuoco non sono state sufficienti, né i quattro contadini assassinati, per fermare quella che ormai è una nuova Fuenteovejuna (1)

Per ogni proiettile sparato, migliaia di pietre, molotov, bastoni e qualunque cosa fosse a portata di mano venivano restituiti a quei “guerrieri” del capitalismo. Ci sono scene epiche, in cui centinaia di “poncho rossi” sfondano la recinzione della polizia protetta da transenne, costringendo le divise a fuggire, disarmando persino diversi di loro.

Poi, come accade sempre, appaiono i “vigili del fuoco” del momento, la Chiesa razzista e preconciliare, gli Ombudsman e le note ONG che sostengono che sia necessario “dialogare”, che “la violenza non porta da nessuna parte”, che “la democrazia è in pericolo”. Con questi discorsi occasionali, cercano, in realtà, di salvare i vestiti di un governo in difficoltà, che riceve ordini diretti dall’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz.

Ogni volta che i popoli fanno uso della logica dell’autodifesa e rispondono alla violenza di chi è sopra con risposte simili ma diseguali, c’è un coro di opportunisti e aderenti ai poteri forti, che vogliono guadagnare tempo per riarmarsi e offrire dialogo. Quando ciò non accade, e gli insorti ignorano i canti delle sirene, vengono inevitabilmente chiamati “terroristi” e procedono di conseguenza.

Da qui il mandato di arresto contro il massimo leader della COB, Mario Argollo, e altri leader operai e contadini. La motivazione del processo che li colpirà se avranno la sfortuna di essere catturati è per “istigazione pubblica a commettere un crimine e il possibile crimine di terrorismo”. 

Per non parlare della persecuzione che Evo Morales subisce da anni, che non osano fermare perché sanno che ci sono migliaia di contadini disposti a difenderlo.

È così che vanno le cose in Bolivia. Con un’insurrezione in pieno svolgimento, con un finale aperto, ma con una dimostrazione indubbia che per i popoli del continente e dell’intero Terzo Mondo, “la lotta per i diritti negati si vince combattendo”. La Bolivia, infatti, segna con le azioni coraggiose del suo popolo una strada per coloro che, governi fascisti, saccheggiatori e repressivi sopportabili, con truppe yankee che assediano o addirittura occupano i loro territori, non osano affrontarlo.

E non lo fanno perché quasi sempre c’è una leadership che stringe patti, è accomodante e facilmente acquistabile che rallenta o attutisce le ribellioni necessarie e giuste di vita.

Gran parte di questi ostacoli, intrecciati nella politica borghese delle “democrazie rigorosamente controllate dagli Stati Uniti”, esistono anche in Bolivia, ma davanti a loro c’è un popolo coraggioso che non si lascia intimidire, che sa, perché l’hanno vissuto molto di recente, con Evo al Palacio del Quemado, cosa significhi avere un governo che difende le proprie conquiste, che può fare errori, ma grazie ai suoi innumerevoli successi, c’è stata una sorta di resurrezione di coloro che per secoli sono stati condannati all’esclusione. I residenti, come i palestinesi del 7 ottobre, sono stati invitati a gridare “Basta con tanta oppressione, dannazione”.

Note

1) Fuente Ovejuna è uno straordinario romanzo dell’autore spagnolo Lope De Vega sulla rivolta di un villaggio nel medioevo contro i soprusi del signorotto locale.

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20/02/2026

La rivolta degli ultra-ortodossi scuote Israele

Una città a ferro e fuoco

A Bnei-Brak, una delle ‘capitali’ della comunità ultra-ortodossa dello Stato ebraico, domenica si sono vissute ore di terrore. Due soldatesse, spedite in missione dall’Ufficio reclutamento, sono state assaltate da diverse centinaia di ‘haredim (ebrei integralisti), che vedono come fumo agli occhi la possibilità di essere arruolati nell’esercito. Per loro non è solo una questione etica, ma un vero e proprio comandamento della Torah, un principio religioso non negoziabile. Per cui, l’arrivo delle ‘reclutatrici’ (ma l’IDF nega che avessero questa funzione) ha scatenato la furia popolare, anche perché è stato percepito come una provocazione. Per non essere pestate a sangue, le malcapitate soldatesse hanno dovuto essere soccorse dalla polizia, che ha faticato non poco per evacuarle e sottrarle alla rabbia dei manifestanti. «La polizia – scrive Haaretz – ha dichiarato che 23 persone sono state arrestate. Gli agenti hanno utilizzato granate stordenti e manganelli. Durante la rivolta, un’auto della polizia è stata ribaltata e una motocicletta della polizia è stata data alle fiamme. Bidoni della spazzatura sono stati lanciati contro un’auto della polizia. Tre agenti sono rimasti leggermente feriti durante gli scontri. ‘Avevo chiesto ai miei comandanti di non andare lì e non mi hanno ascoltata’, ha dichiarato una soldatessa. Dopo essere state notate dalla gente del posto, le due hanno cercato di nascondersi nei bidoni della spazzatura e di fuggire, ma la folla le ha comunque trovate».

Proteste anche a Gerusalemme

Per quanto si cerchi di minimizzare, ieri tumulti sono scoppiati anche a Gerusalemme, dove gruppi di ultra-ortodossi hanno cercato di bloccare gli ingressi alla città. La polizia ha dovuto faticare non poco per disperderli. Questo smentisce di fatto alcune prese di posizione dell’establishment, che tendevano a circoscrivere la ribellione a pochi estremisti. Invece, al di là della responsabilità specifica dei disordini di domenica, sullo sfondo resta enorme, come un macigno, il problema del servizio di leva obbligatorio che finora gli ultra-ortodossi sono riuscite a scansare. Buona parte del Paese e della stessa classe politica accusano Netanyahu di essere stato finora troppo accondiscendente, evitando di far passare una nuova legge sul reclutamento, che costringesse questa minoranza religiosa integralista a servire nelle forze armate. Il tutto, naturalmente, per motivi di consenso elettorale. Adesso, il conflitto è addirittura deflagrato davanti all’Alta Corte, col governo accusato di attentato alla Costituzione. Il Capo di Stato maggiore IDF, Eyal Zamir, ha condannato fermamente la rivolta. E lo stesso ha fatto Benjamin Netanyahu, definendo l’attacco «una questione grave e inaccettabile. Perché ogni caso in cui cittadini israeliani feriscono i soldati delle IDF rappresenta un grave superamento di una linea rossa, anche se i rivoltosi erano solo una minoranza estremista». Ma in risposta a Netanyahu, Yair Golan, presidente dei Democratici, ha dichiarato: «La responsabilità ricade esclusivamente sulla leadership Haredim, che riceve il pieno appoggio del Primo ministro».

Esercito contro polizia

Intanto, un altro segnale delle crescenti polemiche interne è lo scontro, a colpi di comunicati, tra l’esercito e le forze di polizia. Il che significa, in parole povere, una resa dei conti tra il Ministero della Difesa (Israel Katz) e quello della Sicurezza Nazionale, guidato dal ‘duro e puro’ Itamar Ben-Gvir. Secondo il Jerusalem Post, ci sono chiare divergenze sulle origini e sulle responsabilità che hanno portato agli incidenti. Il portavoce dell’IDF, generale di brigata Effie Defrin, ha escluso seccamente che gli ufficiali in missione a Bnei Brak abbiano distribuito volantini di reclutamento. L’ufficiale ha così voluto replicare alle critiche, non tanto velate, in arrivo dalla polizia di Tel Aviv, che aveva accusato l’esercito di «mancanza di coordinamento». Ancora più pesanti sono le reazioni informali contro la polizia, in arrivo dagli Alti comandi dell’IDF, riportati dal giornale di Gerusalemme. Si parla apertamente non solo ‘di mancanza di rispetto’, ma addirittura di ‘diffamazione e disinformazione’, a testimonianza di un rapporto sempre più teso in Israele tra i vari corpi dello Stato.

Poco bastone e molta carota

Come avevamo anticipato, il dossier che interessa gli ultra-ortodossi per Netanyahu è vera e propria nitroglicerina. Fatti quattro conti, un colpo al cerchio e uno alla botte, lo spregiudicato Premier cerca di galleggiare senza tagliarsi i ponti alle spalle, consapevole che l’area ultra-ortodossa può essere determinante per la sua sopravvivenza politica. In ogni caso, tutti i rivoltosi haredi arrestati a Bnei-Brak sono già stati già rilasciati. Questo nonostante la gravità degli scontri, che hanno provocato prese di posizione indignate (almeno formalmente) da parte di tutto lo spettro parlamentare. Ma con diversi accenti riguardanti le responsabilità. Evidentemente, il ruolo degli ultra-ortodossi e così importante per la destra israeliana che nessuno se li vuole veramente inimicare.

E nonostante una ‘pellaccia’ come Avigdor Lieberman (leader di Yisrael Beitenu) parli degli haredim rivoltosi come ‘terroristi’ e della necessità di spedire «un battaglione dopo l’altro a riportare l’ordine», non sembra che ‘Bibi’, almeno per ora, abbia tanta voglia di andare allo scontro aperto con avversari così permalosi. Non li ama, ma di sicuro li teme, questo sì.

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