Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/11/2025

Cop30, tra le proteste indigene

Martedì, contestualmente alla conferenza COP30 (30ª Conferenza delle Parti sulla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che sta avendo luogo in questi giorni a Belém in Brasile, è scoppiata una nutrita protesta da parte di comunità indigene e attivisti per il clima, che ha visto dozzine di manifestanti – appartenenti soprattutto a comunità amazzoniche – forzare l’ingresso della cosiddetta “Blue Zone”, riservata agli addetti ai lavori.

Già nei giorni precedenti una flottiglia di circa cento imbarcazioni, guidata da leader indigeni come Raoni Metuktire e Davi Kopenawa Yanomami, aveva navigato per migliaia di chilometri lungo il Rio delle Amazzoni per portare il proprio messaggio alla COP30.

Lo scontro con le forze di sicurezza è stato, come prevedibile, immediato e violento, e le guardie hanno usato tavoli e barriere improvvisate per fermare la marea umana che stava provando a entrare nel centro conferenze. Alcuni portavano cartelli con slogan come «Our land is not for sale» (“La nostra terra non è in vendita”) e «We can’t eat money» (“Non possiamo mangiare denaro”), denunciando in questo modo l’impatto devastante dell’agricoltura industriale su larga scala, l’estrattivismo minerario e petrolifero senza limiti che affligge in nome di un presunto “sviluppo” i territori che queste comunità abitano da secoli e il disboscamento massiccio delle loro terre.

L’episodio non solo rappresenta un indubbio salto di qualità nel processo di tensione crescente tra popolazioni indigene e istituzioni internazionali e governi in merito a come vengono gestite le conferenze climatiche e le politiche ambientali – accusando fondamentalmente i “potenti” di non includere nei processi decisionali proprio coloro che vivono sulla propria pelle gli effetti più catastrofici dei cambiamenti climatici (uno degli slogan urlati era “Non possono decidere per noi senza di noi”) – ma riafferma al contempo con forza che esistono precise responsabilità politiche, storiche ed economiche soggiacenti la crisi climatica a cui assistiamo.

In questo senso l’odierno linguaggio coloniale del potere si cela, quindi, dietro narrazioni sviluppiste – in cui lo sviluppo è sempre economico e mai umano – di cui le comunità indigene pagano il prezzo più alto.

Sinteticamente, la protesta mostra chiaramente che la COP non è solo “una conferenza tecnica”, come i media e i governi vorrebbero far credere, ma anche un’arena politica e di conflitto – dove questioni di giustizia climatica, diritti territoriali e lotta all’impoverimento relazionato al cambiamento climatico entrano in gioco.

Ma non è tutto. L’articolazione del problema da parte delle comunità amazzoniche chiama in causa un intero modo di produzione e di distribuzione della ricchezza, proponendo al tempo stesso che il punto di vista indigeno – basato su un’interazione “densa” e reciproca con l’ambiente circostante (non solo “uso della natura” ma “co-abitare con la natura”, “gestione” più che sfruttamento, “cicli” più che “linee continue”) – possa diventare un nuovo paradigma per ripensare la giustizia climatica e sociale e dare contributi molto importanti alla lotta contro la crisi ambientale in atto, tanto per quanto riguarda la mitigazione (cioè riduzione delle cause) che l’adattamento (cioè gestione degli effetti).

A tal proposito, l’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), pur non avendo organizzato questa protesta specifica, ha rilasciato una dichiarazione in cui ne sostiene le motivazioni, affermando di sostenere “l’autonomia di tutti i popoli di esprimersi liberamente” e ribadendo che “la risposta siamo noi”.

Al contempo un coordinatore della Global Youth Coalition ha spiegato che i manifestanti non agiscono per cattiveria, ma per disperazione, nel tentativo di proteggere le loro terre e il fiume Amazonas da una distruzione imminente che minaccia la loro stessa sopravvivenza, riaffermando quel ruolo di “protettori della Terra” che da qualche decennio queste comunità hanno adottato nella narrazione di sé a livello globale.

Sulla stessa linea di pensiero un’altra istanza dei manifestanti riguarda il riconoscimento della protezione delle foreste e dei territori indigeni come parte fondamentale della lotta al cambiamento climatico.

Sebbene le possibilità concrete di essere ascoltati all’interno dei luoghi di potere – nonostante la facciata – siano remote, queste comunità ci mostrano oggi la necessità di ribaltare un modo di produzione basato sullo sfruttamento umano e ambientale e ci indicano la strada per ripensare il modello di sviluppo dominante, valorizzando ideali di giustizia sociale non basati unicamente sulla logica del profitto.


Fonte

01/11/2019

Socialismo boliviano e neoliberismo argentino: contraddizioni e liberazione

Ultim’ora. Continuano senza sosta le proteste a La Paz e Santa Cruz (dove lo sciopero generale ha raggiunto ormai il 10° giorno consecutivo) contro le presunte frodi elettorali. Le prime vittime si sono registrate a Montero, proprio nella provincia di Santa Cruz: due persone sono rimaste uccise durante gli scontri tra opposte fazioni pro e contro Morales.

La OAS inizierà nei prossimi giorni la revisione delle schede, al termine della quale deciderà se consigliare o meno un secondo turno elettorale che invaliderebbe la vittoria di Morales.

https://www.bbc.com/news/world-latin-america-50248739

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Il giallo boliviano

La sera di domenica 20, lo spoglio delle schede elettorali relativo al primo turno di votazione in Bolivia – si affrontavano Evo Morales, candidato per la quarta volta alla presidenza, e il suo principale oppositore, l’ex presidente Carlos Mesa – venne misteriosamente sospeso.

Lunedì, alla ripresa del conteggio, Morales risultò vincitore su Mesa per circa dieci punti in percentuale, 47% contro 36,5%. Le proteste orchestrate dall’opposizione, esplosero violente, e i manifestanti, concentrati soprattutto a La Paz e Santa Cruz, appiccarono il fuoco a diversi seggi elettorali, sradicando senza tanti complimenti la statua eretta alla memoria di Hugo Chávez proprio nella capitale governativa La Paz (Sucre è quella legislativa).

Morales si astenne però dall’ufficializzare la sua vittoria, proprio per evitare che i disordini degenerassero come successe in Ecuador, quando otto indios furono uccisi dalla polizia mentre la capitale Quito era sotto assedio, fatto che esacerbò la rabbia dei dimostranti, costringendo così il presidente Lenin Moreno a una poco dignitosa fuga verso Guayaquil.

Venerdì scorso il Supremo Tribunale Elettorale ha decretato la vittoria di Evo, scatenando la rabbia di Mesa che ha denunciato frodi a suo dire perpetrate nei seggi, sostenendo che oltre 100.000 voti fossero stati contraffatti. Con quegli scarti di percentuale, l’aspirante alla successione vedeva sfumare il sogno di accedere al secondo turno di votazioni.

Da notare che martedì dopo le prime proteste, il ministro degli Esteri aveva avanzato richiesta ai vertici OAS di Washington (Organizzazione degli Stati Americani) di venire in Bolivia per verificare se ci fossero state violazioni da parte degli scrutinatori.

Manuel González, capo della delegazione OAS di controllo, accettò l’invito, lamentando in seguito mancanza di chiarezza “difficile da spiegare” senza però fornire alcuna prova concreta se ci fossero state o meno violazioni palesi: https://www.theguardian.com/world/2019/oct/25/bolivia-evo-morales-narrowly-wins-fourth-presidential-term

https://www.theguardian.com/world/2019/oct/25/bolivia-evo-morales-narrowly-wins-fourth-presidential-term7

13 anni di socialismo indigeno

“Dopo 13 anni, i boliviani sono più sani, hanno più soldi, vivono più a lungo e sono meglio istruiti, oltre ad avere più diritti civili e meno dislivelli sociali di qualsiasi periodo precedente nella storia del Paese“. Non lo scrive il Granma (organo di stampa del PCC, Partito Comunista Cubano) né lo afferma Telesur, la televisione di Caracas che sostiene il presidente Maduro, bensì lo riconosce il Washington Post, uno dei quotidiani di punta statunitensi dopo USA Today e il New York Times, in genere mai teneri nei confronti dei governi sudamericani ostili alla amministrazione USA.

D’altra parte, i risultati ottenuti dal Movimento per il Socialismo (MAS) di Morales e del suo vicepresidente Álvaro García Linera, soprattutto con la diminuzione della povertà in Bolivia, (dal 59% del 2006 al 36% dello scorso anno) sono sotto gli occhi di chi vuol vedere. Così come il tasso di crescita economica, attestato da un PIL in aumento del 4,5% dal 2018, contro un’inflazione ferma al 1,5%.

https://es.m.wikipedia.org/wiki/Econom%C3%ADa_de_Bolivia

Ciò non toglie che il suo leader abbia ignorato un referendum popolare pronunciatosi contro il suo quarto mandato, appellandosi alla Corte costituzionale per l’annullamento di tale restrizione, con la motivazione di voler tutelare i suoi diritti.

Un altro fattore che ha contribuito a intaccare la popolarità di Morales è quello degli incendi che hanno distrutto 4 milioni di ettari nel Sud-est della Bolivia causati, secondo le accuse, dal decreto governativo che ha quadruplicato i permessi rilasciati alle aziende agricole per deforestare ai fini delle coltivazioni.

Non è un caso che a Santa Cruz, la città principale del Sud, l’opposizione abbia riscosso il successo maggiore, memore dei roghi che avevano distrutto larghi settori della foresta pluviale nel dipartimento del Beni.

È comunque paradossale che per questa questione, l’ultimo esponente del socialismo andino sia accomunato proprio al suo nemico per antonomasia, il presidente Bolsonaro, punto di riferimento dell’estrema destra in Brasile.

https://www.bbc.com/news/world-latin-america-50055725

Indios, ago della bilancia

Bolivia ed Ecuador, a differenza degli altri stati latino-americani dove la presenza indigena non è determinante per gli equilibri politici, hanno proprio negli indios l’ago della bilancia.

In Bolivia sono metà della popolazione, e in Ecuador, anche se gli indigeni puri incidono meno del 10% nella ripartizione demografica, sono comunque assai agguerriti, come hanno dimostrato le rivolte contro i folli aumenti del carburante decisi da Moreno per compiacere il FMI, ma ritirati dallo stesso dopo le pressioni dei dimostranti.

In Bolivia, lo scontro non è solo tra capitale e socialismo, ma anche all’interno delle comunità indigene che considerano gli Aymara (l’etnia di Morales, che con i Quechua superano il 50% nella popolazione boliviana) privilegiati rispetto agli altri gruppi.

E gli stessi Aymara cominciano a stancarsi del proprio leader.

Non sono solo gli incendi, o le forzature costituzionali che incidono a sfavore: purtroppo anche l’attività estrattiva, pur se controllata a livello ambientale dallo Stato più che in altri paesi, intacca comunque la salute del sottosuolo, mentre a Uyuni i cinesi nelle saline compiono abusi continui a livello di orari di lavoro non rispettati e aumenti salariali non riconosciuti. Non manca anche una bella dose di egoismo indigeno “borghesizzato” se mi si perdona il riferimento anni ’70, specie nella gestione delle cooperative minerarie, i cui responsabili si trasformano spesso in una sorta di “padroncini” che all’interesse collettivo antepongono di frequente l’arricchimento individuale.

Però, nonostante queste stridenti contraddizioni, il socialismo indigeno è un patrimonio dell’America Latina che va difeso comunque, e rimane l’ultima trincea nel percorso andino, dopo il tradimento perpetrato da Moreno nei confronti della Revolución Ciudadana in Ecuador. Risollevare le sorti di un paese così povero come era la Bolivia ante Morales, è stata un impresa che a mio parere concede perlomeno attenuanti generiche alla forzatura istituzionale di cui il suo artefice si è macchiato. Auguriamoci che Linera, da sempre suo consigliere, riesca a rimettere la situazione in carreggiata.

Prima che sia troppo tardi.

https://www.reuters.com/article/us-bolivia-indigenous-specialreport-idUSKCN1L913T

Le stridenti contraddizioni

Intanto la minoranza bianca che vive nei quartieri residenziali di San Miguel a La Paz, soffia sul fuoco dei disordini elettorali ma si illude, se pensa di tornare ai tempi di quando Che Guevara fu assassinato.

Oggi Il Movimento Indigenista – avallato proprio da un bianco, il vicepresidente Garcia Linera – è forte sia politicamente che economicamente.

E spietato, a volte anche nei confronti dei suoi stessi rappresentanti.

Difatti, durante lo sciopero delle miniere nel 2017, i minatori linciarono il ministro dell’Interno inviato da Morales perché non aveva saputo mediare tra le parti in conflitto. Tuttavia, come già scritto, lo sfruttamento dei minatori parte proprio dalle cooperative che dovrebbero tutelarli, e dai cinesi che controllano le saline di Uyuni dalle quali si estrae il litio per le batterie.

Con Cile e Argentina, la Bolivia è sul podio della produzione mondiale.

Quest’ultima è però legata all’estrazione cinese e alla tecnologia tedesca che fornisce il know-how. A fare da sola ci ha provato a lungo, ma invano.

Più che da Washington, Morales e Linera devono piuttosto guardarsi dai loro nemici interni, per non fare la fine di Correa che ha lasciato incautamente spazio a uno come Moreno.

Il neoliberismo sta di nuovo affliggendo l’America Latina, ricattata tra l’altro dai piani di austerity del FMI.

Lo dimostra l’Argentina, dopo quattro anni di “cura Macri”, l’Ecuador che sta vedendo sfumare i progressi registrati sotto Correa, la Colombia che con il nuovo presidente Iván Duque Márquez vede seriamente a rischio il processo di pace con le FARC voluto dal suo predecessore Santos, ed infine il Cile, stravolto dagli incendi dolosi appiccati da estremisti molto sospetti, e dalla repressione sanguinosa della polizia che con arresti di massa, omicidi e sparizioni di oppositori, che rischia di riportare il paese ai tempi cupi di Pinochet.

Per cui dopo di loro, il diluvio.

Fonte

18/10/2019

Ecuador - Una situazione complessa

Alla fine, dopo dieci giorni di silenzio, anche i nostri media principali si sono accorti della rivolta in Ecuador. Dopo la sigla della tregua tra le principali organizzazioni indigene e il governo (con la mediazione delle gerarchie ecclesiastiche), la Repubblica mette le notizia pubblicando un video e spiegando che era stata bloccata la manovra che avrebbe aumentato il prezzo dei carburanti.

Dieci giorni di rivolta con decine di vittime, il Presidente Moreno costretto a rifugiarsi in una base militare fuori dalla capitale Quito, milioni di cittadini in piazza: per i giornali italiani non è successo praticamente nulla. Eppure, la crisi sociale e politica in Ecuador viene da lontano, vale quindi la pena di raccontarla anche perché, quella firmata, rischia di essere una tregua molto temporanea.

Il Presidente Moreno

Lenin Moreno è il successore di Rafael Correa. Il Presidente della Revolucion Ciudadana si trova attualmente in Belgio (paese della moglie) dove si è trasferito dopo il passaggio di consegne. Il trasferimento, apparentemente, è dovuto a motivi personali ma su Correa, in questo momento, pendono circa 33 procedimenti giudiziari attivati dalla magistratura con vari capi di accusa.

Correa è accusato di corruzione e malversazione e viene considerato dal nuovo establishment come colui che ha creato l’enorme mole di debito pubblico. Debito che dovrebbe essere sanato attraverso un prestito del Fondo Monetario Internazionale in cambio di una ristrutturazione economica fatta di tagli sociali, licenziamenti, aumenti del carburante.

La lotta politica tra Correa e il suo ex delfino è cominciata pochi mesi dopo l’insediamento di Moreno. Dapprima è stata derubricata come una guerra personale tra i due presidenti, ma presto si è trasformata in una guerra con evidenti motivazioni politiche. Moreno ha infatti ribaltato le prospettive dei precedenti governi pur continuando ad erigersi a paladino della Revolucion iniziata da Correa. Il Partito Alianza Pais si è subito spaccato anche in virtù delle persecuzioni politiche che hanno colpito i vertici fedeli al vecchio corso. Il nome più noto è quello del Vice Presidente Jorge Glas attualmente incarcerato in condizioni durissime nonostante la fumosità delle accuse. Più volte entrato in sciopero della fame, Glas è attualmente detenuto in un normale istituto per criminali comuni senza nessuna garanzia.

Anche sul piano internazionale Moreno ha ribaltato la politica dell’Ecuador. Il primo passo è stata l’uscita formale dall’ALBA e il rientro nel gruppo di Lima formato dai paesi nell’orbita e sotto l'influenza degli Stati Uniti. La nuova collocazione ha causato immediatamente il passaggio dell’Ecuador tra i paesi nemici del Venezuela e il governo di Maduro, da alleato, si è trasformato immediatamente in un regime dittatoriale.

Sul piano economico, l’Ecuador di Moreno ha nuovamente deciso di rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale che Correa aveva sostanzialmente allontanato dai vertici dello Stato. Eletto al governo dopo l’ennesima tornata di proteste popolari contro i tagli e le ingerenze del FMI, Correa aveva provato a risollevare l’economia ritornando alla moneta nazionale (dopo un lungo periodo in cui l’Ecuador aveva adottato il dollaro), rinegoziando il debito pubblico dopo averlo sottoposto a un lungo audit in cui una buona parte è stata considerata illegittima. Dopo un breve periodo di aggiustamento, l’Ecuador ha conosciuto un periodo di conquiste sociali e politiche che si sono riverberate soprattutto a favore delle classi popolari e indigene. La popolarità di Correa è salita alle stelle determinandone la rielezione.

La prima parte del suo mandato ha avuto quindi profondi meriti. In quel periodo l’Ecuador sfruttava il meccanismo virtuoso dell’ALBA e l’amicizia con i governi progressisti e socialisti dell’area (Venezuela, Bolivia, Cuba ma anche Uruguay, Brasile ed Argentina).

Nella seconda parte del suo mandato la situazione si è presenta effettivamente più complessa facendo emergere alcuni limiti evidenti di governance (1).

La divaricazione tra il Governo Correa e il mondo indigeno

In una recente intervista della giornalista e compagna Geraldina Colotti al consulente internazionale Amauri Chamorro(2), non si negano le distanze politiche tra il precedente governo di Rafael Correa e i movimenti indigeni. Divergenze soprattutto in politica economica:

Se si rimane nell’ambito della democrazia borghese, occorre una capacità economico-produttiva che consenta di approfondire il processo rivoluzionario. Per andare verso un sistema di sviluppo basato sulla conoscenza e non sull’estrattivismo c’era bisogno del petrolio per finanziarlo...”

E ancora più avanti sulle divergenze specifiche con il CONAIE, la principale organizzazione indigena del paese:

Stesso discorso vale per i vertici della Conaie, la Confederazione delle nazionalità indigene, che oggi si presenta come l’organizzazione che dirige le mobilitazioni indigene, mentre non è così, si è aggiunta dopo, quando il popolo era già in piazza. La Conaie ha appoggiato il banchiere Guillermo Lasso, che ha rubato al popolo oltre 30.000 milioni di dollari, è finito in tribunale ma se l’è cavata, ha fatto campagna per questo rappresentante del neoliberismo. È un’organizzazione i cui vertici sono corrotti e non rappresentano il mondo indigeno, che ha sempre votato per Correa.”

Il CONAIE è tra i firmatari della tregua con il governo Moreno ottenuto dopo 10 giorni di mobilitazione. Ripreso in video il loro leader ha accettato la revisione concordata del paquetazo (l’insieme di misure concordate con il FMI) ed ha accusato il governo Moreno di essere controllato dalla destra e dal FMI.

Il problema oggi è capire come evolverà la trattativa per capire se reggerà la tregua. Sicuramente il CONAIE e le altre organizzazioni indigene hanno vinto la prima parte della battaglia ma la guerra è ancora in corso e gli attori in campo non rappresentano totalmente gli interessi di tutti coloro che sono scesi i piazza.

La repressione selettiva del Governo Moreno

Nicholas Maduro (che secondo Moreno era, insieme a Correa, l’organizzatore occulto delle mobilitazioni) si è affrettato a ringraziare i movimenti indigeni e il popolo ecuadoriano per aver bloccato la manovra del Fondo Monetario Internazionale. Lo stesso è accaduto con gli altri leader progressisti dell’America Latina. Il successo è evidente, così come è assolutamente comprensibile provare a mettere a frutto la mobilitazione di questi giorni. Il problema però presenta molteplici aspetti che possono complicare la situazione.

Al di là delle parole e della resa, il governo Moreno non sembra avere alternative reali visto il rientro nel paese dei poteri economici transnazionali a servizio del capitale e delle oligarchie.

Sotto molti punti di vista la tregua sembra essere utile a Moreno per separare un movimento “buono” (quello indigeno) da uno “cattivo” rappresentato dai sostenitori dell’ex Presidente Correa. Negli istanti in cui veniva siglata l’accordo proseguivano le operazioni di polizia mirate e rivolte contro coloro che avevano supportato l’iniziativa colpendo, tra l’altro, sindaci ed esponenti del vecchio governo(3).

È evidente che per Moreno è assolutamente prioritario sfruttare le incomprensioni tra l’ex Presidente ed i movimenti indigeni sfruttando la possibilità di rimanere al vertice del Paese.

La forza del movimento indigeno è comunque tale da poter respingere ulteriori tradimenti e compromessi al ribasso. Se il CONAIE e altri dovessero accettare compromessi al ribasso è probabile che il popolo sceso in piazza non accetti. Come è accaduto in questi anni molte volte. Soprattutto in quei paesi dove la forza e i ottenuti dai governi dell’ALBA hanno ridato dignità a popoli sfruttati e oppressi.

Collettivo Comunista Genova City Strike

Note:
1) La necessità di ricorrere a processi di modernizzazione nei territori indigeni è un nervo scoperto non solo in Ecuador ma in tutti i paesi latinoamericani. In particolare le divergenze riguardano lo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie. I governi progressisti hanno sempre cercato il dialogo attraverso la proposta di infrastrutture sociali (scuole, ospedali, elettrificazione) in che avrebbero accompagnato il processo di sfruttamento delle risorse.

2) Intervista pubblicata su l’Antidiplomatico https://www.lantidiplomatico.it/dettnewsintervista_ad_amauri_chamorro_lecuador__vicino_alla_guerra_civile_moreno_usa_le_ambulanze_per_trasportare_armi_antisommossa/5496_31113/

3) Paola Pabon, prefetto di Pichincha, è stata arrestata con l’accusa di aver favorito i blocchi stradali. La deputata fedele a Correa, Gabriela Rivadeneira, è attualmente sotto protezione dell’ambasciata messicana a Quito perché sottoposta a persecuzione politica. Questi sono i nomi più noti ma gli arresti e le persecuzioni sono quotidiane e si sono intensificate durante la rivolta popolare.

Fonte

13/10/2019

Ecuador, quando “la sinistra” tradisce i suoi princìpi

Con la riforma in chiave austerity, che aumenta i costi del carburante togliendo gli incentivi e abbassa le tutele sul lavoro riducendo i finanziamenti, Lenin Moreno – il successore di Rafael Correa al timone dell’Ecuador e appartenente al medesimo partito, Alianza País – abiura in maniera pressoché definitiva i principi della Revolución Ciudadana, ritornando alla dottrina neoliberista che Correa aveva contrastato con successo durante gli anni dei suo governo. E i tumulti di protesta esplodono sia a Quito, la capitale, che a Guayaquil, la città più grande.

Un percorso lungo nove anni

Nel corso dei suoi tre mandati (2007-2016) Correa era riuscito ad abbassare il tasso di povertà ecuadoriano dal 37% al 22,5%. Motore principale di tale successo è stato il denaro scaturito dalle royalties collegate all’estrazione del greggio, il cui controllo passò di mano dagli Stati Uniti alla Repubblica Popolare cinese. Non solo: la tassa di successione sulle eredità consistenti e i contributi obbligatori da parte delle banche al Bono de Desarrollo Humano – soprattutto a favore delle pensioni di cittadini a basso reddito che sono circa due milioni in Ecuador – contribuirono notevolmente al calo dell’indigenza nel Paese.

Tali prelievi erano assicurati da una tassazione sui servizi venduti alla clientela quali prestiti, mutui e acquisto di strumenti finanziari. La visione socialista di Correa era basata su uno Stato centrale che sfrutta parte del Pib (Producto interior bruto, il nostro Pil) per programmi di bene pubblico, soprattutto mirati al sistema sanitario e educativo, fondendosi pragmaticamente con il mantenimento di un’imprenditoria privata che promuova il piccolo business familiare e cooperativo, monitorando gli investimenti dall’estero e limitando l’accesso alle multinazionali.


Non bisogna dimenticare poi che nella fase finale di tale programma economico le tutele si estesero, venendo incontro alle esigenze di donne single con figli a carico e delle amas de casa, le casalinghe. Categorie trascurate, prima di allora, a causa soprattutto del sempiterno machismo sudamericano.

2017-2019: smantellamento dello Stato sociale

Tuttavia l’ex presidente non è esente da colpe: la dipendenza eccessiva dal petrolio causò una crisi economica quando i prezzi del greggio crollarono a livello internazionale. Inoltre, il monopolio cinese dell’estrazione, con l’emissione di prestiti miliardari sotto forma di pagamenti anticipati di royalties, finì per condizionare la politica governativa, imponendo una precarizzazione dei lavoratori del settore e una riduzione degli aumenti salariali che oggi con Moreno si è consolidata, a fronte di un aumento vertiginoso del costo della vita. Il disastroso terremoto del 2016 contribuì notevolmente a questa escalation negativa.

Moreno salì al potere vincendo di misura le elezioni di aprile 2017 sul candidato dell’opposizione, il banchiere Guillermo Lasso. Correa intanto si era già ritirato dalla politica attiva, andando a vivere in Belgio. La prima pugnalata alle spalle dal suo vice (Moreno era stato difatti vicepresidente) la subì sotto forma di mandato di estradizione, emesso dalla procura di Quito per un presunto tentativo di sequestro in Colombia ai danni di un rivale. L’Interpol però respinse la richiesta.

Il tradimento più grande fu perpetrato nel campo prettamente sociale: l’aumento del salario minimo venne ridotto da 25 a soli 11 dollari nel 2018, mentre quest’anno è sceso addirittura a otto. La ferita più sanguinosa inferta all’oficialismo dell’ex presidente è comunque la rinnovata sottomissione agli Usa; iniziata con l’arresto di Julian Assange all’interno dell’ambasciata ecuadoriana a Londra, fino al ritorno del paese nell’ottica economica del Fmi (Fondo monetario internazionale), concretizzata dalla promessa di un mega-prestito di oltre quattro miliardi subordinato però all’aumento del costo della benzina (che è passata da 1,85 a 2,40 dollari al gallone) e a una riforma del lavoro oltremodo penalizzante.

Senza contare che l’emissione di bond ha già decuplicato gli interessi passivi sul debito pubblico. Tutte misure che Correa aveva abolito durante i suoi mandati. Il brillante risultato ottenuto è di aver stretto così la nazione andina nella morsa del nuovo debito contratto con Fmi, oltre alla restituzione dei prestiti cinesi in scadenza.

Conclusioni

El salario básico (il salario minimo) in Ecuador è 394 dollari mensili. Gli aumenti hanno inciso meno del 5%, mentre i prezzi sono lievitati oltre il 50% dai tempi di Correa. Se Moreno continua a smontare l’impianto welfare costruito dal suo predecessore, che ha garantito servizi gratuiti al cittadino – l’accesso al sistema sanitario è gratis anche per gli stranieri, caso unico nel continente americano – le proteste che hanno già messo a ferro e fuoco le città principali potrebbero avere conseguenze nefaste.

Da sottolineare che la stampa locale più autorevole si era accanita su Correa accusandolo di autoritarismo: contraddetta però dalla realtà di elezioni sempre trasparenti e dalla libera circolazione dei giornali di opposizione. Adesso invece vige uno stato di emergenza che porta a repressioni violente e arresti in serie, fatti mai rilevati prima da me durante i lunghi periodi che ho trascorso nel Paese.

Così facendo Lenin Moreno rischia di percorrere la stessa china che ha visto Mauricio Macrì in Argentina scendere dal piedistallo di eroe nazionale per salire sul poco ambito podio del politico più impopolare. L’Ecuador è paralizzato da uno sciopero nazionale, organizzato da Conaie (Confederazione nazionale indigeni Ecuador) e i sindacati, sempre a causa dell’aumento dei prezzi di benzina e diesel e della cancellazione dei sussidi energetici.

Gli scontri tra polizia e dimostranti hanno raggiunto un’intensità tale che Moreno è stato costretto a spostarsi dalla capitale Quito a Guayaquil. Il palazzo presidenziale è sotto assedio, anche se le barricate attorno sono state rimosse

Fonte

24/10/2016

Messico. EZLN alle presidenziali? La sinistra istituzionale non apprezza


La decisione dell’Ezln e del Congresso Nazionale Indigeno (Cni) di consultare le proprie comunità rispetto alla possibilità di candidare una donna indigena alle elezioni presidenziali del 2018 ha suscitato grandi polemiche, spiazzando quanti consideravano gli zapatisti fautori del non voto e facendo andare su tutte le furie la sinistra istituzionale, che li accusa di complicità con le destre.

Lanciata durante il V Congresso del Cni, tenutosi dal 10 al 14 ottobre a San Cristobal de las Casas in occasione del ventesimo compleanno dell’organizzazione e dell’anniversario numero 524 dell’inizio della Conquista, la proposta consiste nella creazione di un Consiglio Indigeno di Governo, composto da un uomo ed una donna per ogni realtà aderente al Cni, il quale avrà il compito di nominare una candidata che concorrerà alle prossime presidenziali a nome delle due organizzazioni.

Come spiegano Ezln e Cni in un comunicato congiunto, l’eventuale partecipazione al processo elettorale non mirerebbe alla vittoria, ma ad utilizzare la contingenza elettorale per portare al centro del dibattito nazionale la questione indigena in una fase in cui le comunità e i popoli originari resistono all’avanzata delle industrie mineraria, agroalimentare e turistica, le quali, con il loro correlato di mega-progetti infrastrutturali, violenza di stato, paramilitare e mafiosa, stanno mettendo a rischio la sopravvivenza di ecosistemi e popolazioni. Temi e conflitti, questi ultimi, che abitualmente non sono inclusi nell’agenda dei partiti e che quando vi compaiono, lo fanno sotto il titolo di “sviluppo e opportunità di lavoro”.

L’idea non è quindi quella di fondare un nuovo partito o di partecipare alle elezioni in modo tradizionale. Si tratta, al contrario, del tentativo di applicare al processo elettorale la logica del “comandare obbedendo” e dell’autogoverno comunitario che caratterizzano la pratica nei territori autonomi zapatisti e non solo. La candidata, in altri termini, alla stessa stregua di tutte le altre autorità zapatiste, dovrà seguire le decisioni prese da un organo collettivo rappresentativo delle comunità resistenti, pena la revoca del mandato.

Durante la plenaria finale del Cni, organizzazione di cui fanno parte, oltre all’Ezln, realtà, comunità e popoli indigeni di tutto il Messico, il Subcomandante Galeano ha chiarito a nome della Comandancia i contenuti della proposta proveniente delle comunità zapatiste. La candidatura rappresenta l’inizio di un’offensiva politica dei popoli indigeni su scala nazionale. La scelta è strategica in due sensi: da una parte, infatti, posizionarsi sul terreno elettorale significa voler colpire il sistema nel punto considerato più debole, e cioè quello della politica istituzionale e dei partiti, che soffrono una grave crisi di legittimità di cui i ribelli pensano di poter approfittare. Dall’altra, invece, si tratta di utilizzare le elezioni per far partire un processo politico più ampio che rafforzi le relazioni organizzative all’interno del Cni e della Sexta e che possa promuovere nuove forme di interazione con la società civile e i movimenti per porre le basi per la costruzione di una nuova fase di lotta a livello nazionale. Si tratterebbe, quindi, di uno sforzo organizzativo simile a quello proposto nel 2006 dall’Altra Campagna, tuttavia centrato principalmente sulle comunità indigene aderenti al Cni. In questo senso, la proposta zapatista è difficile da inquadrare seguendo i criteri tradizionali e non è nemmeno assimilabile ad esperienze latinoamericane apparentemente analoghe come quella boliviana del Mas (Movimiento al socialismo) o quella equadoriana della Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador).

Sebbene sia stata ricevuta con stupore, pare che la proposta abbia convinto i 360 delegati, e gli oltre 400 aderenti alla Sexta presenti al congresso. Tuttavia, diventerà operativa solo se approvata dalla base delle organizzazioni indigene che conformano il Cni, le quali si sono dichiarate in assemblea permanente per i prossimi due mesi. Durante questo periodo, decideranno se accettare o meno, od eventualmente trasformare, la scommessa che proviene dai territorio zapatisti.

Come prevedibile, le reazioni al comunicato non si sono fatte attendere. Gli zapatisti sono stati accusati di dividere la sinistra e di “fare il gioco delle destre”, come ha sostenuto Andrés Manuel López Obrador (Amlo), il candidato del centrosinistra che in due occasioni ha denunciato di essere stato vittima di brogli e che i sondaggi danno come favorito per la prossima tornata elettorale. Quest’ultimo ha inoltre accusato gli zapatisti di aver oggettivamente favorito la vittoria del Partido de Acción Nacional (Pan) nel 2006, rifiutando di appoggiare la sua candidatura; nonché di aver attivamente sostenuto nei loro territori forze politiche legate al Pri, il Partido Revolucionario Institucional attualmente al governo, nel 2012 (sic).

La polemica della sinistra moderata e istituzionale contro l’organizzazione armata, è continuata durante il resto della settimana con l’intervento di diversi intellettuali vicini al Movimiento de Regeneración Nacional (Morena), il partito fondato da Amlo dopo la rottura con il Prd (Partido de la Revolución Democrática). Questi, tra i quali spiccano diversi editorialisti e vignettisti de La Jornada in precedenza simpatizzanti dell’Ezln, sostengono che la candidatura sarebbe solo il prodotto del rancore e dell’egolatria del subcomandante Galeano, il quale avrebbe come obiettivo quello di favorire il ritorno al governo del destrorso Pan. Un altro argomento usato dai critici del Sup, il principale obiettivo polemico dell’intellighenzia progressista, consiste nell’accusarlo di voler usare quest’iniziativa per instaurare una trattativa con l’attuale governo e bloccare il cambiamento.

Ciò che colpisce in queste accuse, oltre alla loro infondatezza e alla logica complottistica che le sottende (e che è la stessa cui fecero appello le destre nel ’94, dopo l’irruzione armata degli zapatisti sulla scena), è il razzismo latente che emana da queste considerazioni, le quali presentano le basi d’appoggio e le popolazioni indigene che costruiscono quotidianamente l’autonomia e l’autogoverno nei territorio zapatisti come una mera massa di manovra ad uso e consumo del Sup.

Reazioni positive, invece, sono venute dai partiti che si trovano fuori dall’arco costituzionale come il Prt, Partido Revolucionario de los Trabajadores, e il Pos, Partido Obrero Socialista; da diversi intellettuali, tra cui l’ex rettore dell’Unam (Universidad Nacional Autonoma de México) Pablo Gonzalez Casanova e lo scrittore Juan Villoro; nonché da buona parte dei movimenti sociali messicani, che salutano l’iniziativa come un modo alternativo di attraversare la congiuntura elettorale e si dicono disposti a partecipare all’ambizioso progetto.


Per chiarire meglio la situazione, vanno fatte alcune puntualizzazioni. Anzitutto, va detto che, malgrado nessuno si aspettasse una proposta di questo genere da parte della guerriglia indigena, essa non rappresenta un’adesione alle concezioni liberali della democrazia, né una rottura rispetto al percorso di autogestione tracciato negli ultimi anni dalle comunità autonome. Gli zapatisti infatti non sono mai stati astensionisti ma hanno sempre invitato ad autorganizzarsi, al di là della decisione del singolo individuo di partecipare o meno al voto. In questo senso, i maya ribelli hanno sempre usato gli strumenti offerti dal contesto politico in maniera molto pragmatica e non dogmatica, tanto è vero che in due occasioni hanno appoggiato esplicitamente i candidati proposti dalle forze progressiste (Cuauhtemoc Cardenas, leader del Prd, per la presidenza della repubblica, e Amado Avendraño, giornalista candidato della società civile alla governatura del Chiapas) e che per anni hanno mantenuto aperto il dialogo con la sinistra parlamentare.

Secondariamente, occorre mettere in evidenza che la rottura con i partiti progressisti non nasce nel 2006, e cioè a partire dalla decisione zapatista di non sostenere Amlo alle presidenziali, ma nel 2001, e si fonda su un tema cruciale per le comunità indigene. Stiamo parlando dell’autonomia e dell’autogoverno comunitari, tematiche che sono state al centro del lungo dialogo che ha portato agli accordi di San Andrés. Questi, firmati da governo e guerriglia nel 1996, avrebbero dovuto propiziare l’inserimento nella Costituzione del diritto dei popoli indigeni all’autodeterminazione. Una volta in parlamento, tuttavia, la proposta di legge è stata trasformata dai partiti fino a snaturarne il contenuto, il tutto con la complicità delle organizzazioni “progressiste” che si sono messe così dall’altra parte della barricata rispetto alla lotta per i diritti collettivi dei popoli originari. Da quel momento, l’Ezln smise di riporre la propria fiducia nei partiti ed aumentò la sua distanza dalla sinistra parlamentare con cui i rapporti sono ulteriormente peggiorati, come dimostrano le polemiche in questi giorni.

Il tradimento degli accordi di San Andrés non è tuttavia l’unico motivo della rottura del mondo indigeno con la sinistra istituzionale. Le divergenze ed i conflitti sono infatti aumentati anche a causa del sostegno concesso da Amlo e dai partiti della coalizione progressista a governatori che successivamente hanno represso duramente i popoli originari e i movimenti sociali in generale, promuovendo una politica economica di spoliazione delle terre e dei territori indigeni e di distruzione della natura a tutto vantaggio dei grandi capitali locali e internazionali.

Esemplari, in questo senso, sono i casi di Juan Sabines, Graco Ramirez, Gabino Cué, Angel Aguirre (costretto alle dimissioni dopo il caso Ayotzinapa) e Miguel Angel Mancera, rispettivamente governatori degli stati del Chiapas, Morelos, Oaxaca, Guerrero e di Città del Messico, situazioni nelle quali sono aumentati significativamente i conflitti socioambientali ed anche il livello repressivo tanto che sono decine gli attivisti arrestati mentre partecipavano alle lotte in difesa del territorio. La situazione dunque è molto più articolata di quanto non venga descritta dai sostenitori di Amlo e delle forze progressiste, e la sfiducia da parte del movimento indigeno nei confronti dei partiti di sinistra, lungi dall’essere prodotto del loro presunto dogmatismo, si deve all’esperienza concreta degli ultimi quindici anni, durante i quali i popoli indigeni hanno capito di non essere rappresentati da questa classe politica.

La risposta dell’Ezln alle critiche ricevute è arrivata nel pomeriggio di venerdì 21 ottobre, giusto una settimana dopo la diffusione del comunicato che ha scatenato le polemiche. Il testo, firmato Sup Galeano, s’intitola “Domande senza risposte, risposte senza domande, Consigli e consigli”, ed è scritto con il consueto stile ironico zapatista. Senza polemizzare direttamente con la sinistra moderata e i suoi intellettuali, il comunicato mette in luce lo stato critico in cui versa il sistema politico messicano, assolutamente autoreferenziale e distante anni luce dalle lotte che attraversano il paese contro i femminicidi ormai diventati un’emergenza nazionale, e dalla quotidianità delle battaglie in difesa del territorio portate avanti dalle comunità indigene a livello sia rurale sia urbano. Un sistema politico in una condizione così grave da entrare in una vera e propria “crisi di panico” appena conosciuta la notizia, non ancora confermata, di una possibile candidatura indigena.

Il testo non nomina mai i partiti progressisti, mentre critica la probabile candidata del Pan, Margarita Zavala, moglie dell’ex presidente Calderón, responsabile di aver lanciato la cosiddetta guerra al narcotraffico che ha già causato migliaia di morti ed una quantità di sparizioni forzate degna delle peggiori dittature latinoamericane. Contro questa candidatura, che utilizza l’immagine di una donna per scimmiottare la possibilità di un cambiamento radicale, la proposta di una donna indigena potrebbe intercettare le simpatie popolari e delle fasce sociali più basse del paese, le quali potrebbero identificarsi nella candidata zapatista.

Se dopo i due mesi di assemblea permanente la proposta zapatista sarà fatta propria dalle comunità, il movimento indigeno dovrà mettere in campo un significativo sforzo organizzativo, considerando che per una candidatura indipendente si devono raccoglie oltre 800 mila firme in almeno 17 dei 32 stati della federazione messicana. Nel caso riuscissero nell’intento, non è difficile pronosticare che, comunque vada a finire dal punto di vista dei risultati, l’incursione zapatista alle presidenziali del 2018, mettendo al centro la questione indigena e le lotte territoriali, spariglierà le carte del processo elettorale, rendendolo assai più dinamico e interessante.

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08/07/2016

Honduras. Uccisa un’altra attivista ambientalista

A quattro mesi dall’assassinio di Berta Caceres per mano degli squadroni della morte al soldo del regime dell’Honduras – come svelato recentemente da un’inchiesta condotta dal quotidiano britannico Guardian – il corpo senza vita di Lesbia Yaneth Urquia, che era stata rapita martedì scorso, è stato ritrovato in una discarica nei pressi di Marcala.

L’attivista è stata uccisa con un colpo di machete alla testa ha denunciato il Copinh (Consiglio Civico delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell’Honduras) organizzazione ambientalista e per la tutela degli indigeni e dei diritti sociali. Così come Berta Caceres anche la quarantanovenne Lesbia Yaneth Urquía era in prima fila nella mobilitazione contro Aurora, un progetto idroelettrico nel comune di San José, nel dipartimento di La Paz. Si tratta di un progetto promosso dal vice presidente del Congresso Nazionale e dal Presidente del Partito Nazionale che prevede la costruzione di una diga sul fiume Chinacla, che inonderebbe molti ettari del territorio su cui vive il popolo indigeno dei Lenca, nell’Honduras occidentale.

“Condanniamo e rifiutano questo atto criminale commesso dallo Stato che crea una grande insicurezza per il popolo honduregno, mentre d’altra parte si garantisce i diritti per l’installazione di molti progetti idroelettrici e concessioni minerarie nel territorio Lenca” scrive Thomas Gomez, portavoce del Copinh, in un comunicato. “Noi continuiamo a chiedere che una commissione indipendente di esperti ed esperte della Commissione interamericana dei diritti umani indaghi sull’omicidio di Berta Caceres; chiediamo la cancellazione del progetto Agua Zarca; l’eliminazione di tutte le concessioni già fatte a progetti in territorio Lenca; e la smilitarizzazione dei territori Lenca, rispettando l’autonomia e l’autodeterminazione dei popoli indigeni” scrive l’organizzazione ambientalista e indigenista denunciando che in Honduras ben il 35% delle terre sono state destinate a progetti idroelettrici e alle miniere, e che il governo locale non esita a chiudere la bocca a chi vi si oppone.

Pochi giorni dopo l’omicidio di Berta Caceres – crimine per cui a maggio sono state arrestate cinque persone – anche un altro attivista che si oppone alla diga, Tomas Garcia, era stato assassinato.

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15/09/2015

Alcune riflessioni sull’Ecuador e una recensione a “Magia bianca, magia nera” di Carlo Formenti

Durante le scorse settimane, sono state frequenti le notizie delle proteste, in Ecuador, contro il governo di Correa promosse da alcune organizzazioni indigene – in primis la Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador) – e da alcuni settori consistenti della borghesia e delle destre, che fin da giugno si sono opposte alla proposta governativa, poi ritirata, di tassare le grandi eredità (leggi e leggi): come ha scritto la sempre acuta Geraldina Colotti sul Manifesto, «le destre sono insorte, subito raggiunte da quelle organizzazioni che, apparentemente, sembrano contestare la gestione Correa da sinistra, ma che non si fanno scrupolo di aprire la strada a quei settori ansiosi di riprendere i propri privilegi». Si è trattato di proteste – in realtà ben poco consistenti dal punto di vista numerico, visto il consenso maggioritario di cui gode Correa nel paese e, in particolare, negli strati popolari e proletari – che hanno fatto ipotizzare al governo ecuadoriano (leggi) e a quello venezuelano (leggi) un nuovo tentativo di colpo di stato, dopo quello di cui Correa è stato vittima nel 2010. Le parole di Juan Meriguet, dirigente della governativa Alianza PAIS (Ap), sono state chiare:
Nell’arco di forze che appoggia la coalizione Alianza Pais vi sono molte componenti marxiste-leniniste e di estrema sinistra, ma è una dialettica tutta interna al cambiamento che si è messo in moto con la revolucion ciudadana. Esiste poi una piccola componente dogmatica che avanza rivendicazioni corporative e che scende in piazza con l’oligarchia, senza tener conto che la rivoluzione è un processo, si costruisce ogni giorno e con una rappresentanza vera.
Purtroppo abbiamo dovuto constatare come anche in questo caso alcune realtà della sinistra di movimento abbiano – commentando queste proteste – colto l’occasione per rilanciare lo slogan secondo cui «il socialismo del secolo XXI è capitalismo» (come se, tra l’altro, Chávez, Maduro o Morales fossero la stessa cosa) e secondo cui la rivoluzione sarebbe nelle lotte delle comunità indigene e non nei governi bolivariani.

Ci sfugge, in questo caso, come la Conaie – organizzazione indigena e indigenista, che per sei mesi, all’inizio del 2003, ha sostenuto il golpe di Lucio Gutiérrez e il suo governo neoliberista, all’interno del quale ottenne quattro ministeri chiave (Agricoltura, Esteri, Educazione, Turismo), che inizialmente aveva sostenuto anche l’attuale governo e i cui dirigenti, secondo alcune rivelazioni di wikileaks, non sarebbero estranei a una ricerca di rapporti con gli Usa – possa essere contrapposta polemicamente a Correa e dipinta in una veste rivoluzionaria. Ancora più sorprendente, forse, l’entusiasmo esotista – retaggio dei film con gli indiani contro i cowboys che ci facevano vedere da bambini? – espresso da alcuni per degli scontri a Macas di alcuni indigeni armati di lance contro la polizia: si trattava, anche in questo caso, di una manifestazione contro il governo promossa dalla Conaie. Oggetto del contendere la costruzione di una strada, progettata da un prefetto del Pachakutik, il braccio partitico della Conaie, bloccata dal ministero dell’Ambiente perché stava distruggendo un bosco primario e contaminando con del combustibile il relativo bacino idrogeografico. Gli indigeni armati di lancia, quindi, chiedevano che la licenza ambientale fosse nuovamente concessa: insomma, un po’ come se il governo bloccasse la costruzione del Tav in Val Susa per il rischio derivante dall’amianto e degli autoctoni armati di arco e frecce si opponessero a questa decisione. Ci sarebbe ben poco da essere entusiasti.

Tra le principali critiche (leggi), spesso pretestuose, al governo di Correa, provenienti da alcuni movimenti indigeni come la Conaie e da alcune organizzazioni sindacali, ci sono l’insufficienza della riforma agraria e della ridistribuzione delle terre, alcuni tratti autoritari del presidente (che si sarebbero ad esempio manifestati nel tentativo di cancellare il limite alla sua rielezione), una tendenza all’accentramento del potere nell’esecutivo, il nuovo codice del lavoro che comprimerebbe alcune garanzie sindacali, il mancato superamento di un’economia basata sull’estrattivismo e sulle esportazioni, la criminalizzazione delle lotte contro l’intensificazione dell’estrazione di petrolio e minerali, che «tradirebbe» la Costituzione del 2008 in cui si riconosce il diritto soggettivo della natura (la Pacha Mama precolombiana) a non esser violata e quello delle comunità locali a essere consultate prima di intraprendere nuove estrazioni.

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Sgomberiamo subito il campo a ogni equivoco. Il governo di Correa non è certo la punta più avanzata di quello che si definisce il «socialismo del XXI secolo». Tutt’altro. Proveniente dalla borghesia latinoamericana che educa i propri figli nelle università occidentali, cattolico di sinistra (inaccettabile, ad esempio, la sua opposizione al riconoscimento del diritto all’aborto, leggi e leggi), Correa non è certo un comunista: del resto, ha sempre affermato che il suo obiettivo è quello di limitare gli effetti e i danni del capitalismo più che di abolire la proprietà privata e la sua personalità politica non è esente da tratti populistici – per quanto essi siano poco comprensibili solo se visti attraverso le lenti dell’eurocentrismo ma lo siano molto di più se inquadrati nel contesto latinoamericano.

Ci sembrano, tuttavia, indiscutibili i risultati del suo governo (sebbene minati dalla caduta del prezzo del petrolio che lo ha spinto a un contenimento relativo della spesa sociale e alla richiesta di un prestito di 1.500 milioni di dollari alla Cina): una crescita economica del 4% ogni anno; la diminuzione della povertà estrema dal 45% al 25%; un tasso di disoccupazione intorno al 5% che è il più basso dell’America Latina; la costruzione di nuove autostrade e aeroporti; l’accesso universale e gratuito al sistema sanitario, con la costruzione di ospedali moderni e di postazioni mediche diffuse; la lotta contro l’analfabetismo e per un’istruzione diffusa, accompagnata dall’edificazione di nuove scuole e dall’attivazione di borse di studio; l’organizzazione di eventi culturali gratuiti; la crescita della partecipazione alla vita sociale e politica da parte di donne e minoranze etniche; l’introduzione del salario minimo, l’aumento del salario reale, la regolamentazione del lavoro domestico e l’inasprimento delle sanzioni per le aziende che non rispettano i diritti dei lavoratori; la rinegoziazione dei contratti con le compagnie petrolifere (con un incremento dal 70 al 99% del margine spettante allo stato) e del debito, considerato illegittimo, contratto con il Fmi e la Banca mondiale (il peso dei suoi interessi sul bilancio statale è passato dal 24% del 2006 al 4% attuale); la difesa della sovranità ecuadoriana e il tentativo di sottrarsi all’imperialismo statunitense, con la chiusura della base militare statunitense di Manta, la denuncia del Trattato interamericano di assistenza reciproca, cioè dell’equivalente latinoamericano della Nato, e la concessione dell’asilo politico a Julian Assange.

Alla luce di queste considerazioni, dobbiamo mettere sulla bilancia le critiche al governo Correa e i risultati da esso raggiunto e porci, senza acritiche esaltazioni da una parte o dall’altra, quella che per noi è una domanda cruciale: qual è l’alternativa ad esso?

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Alla ricerca di elementi utili per una risposta a questa domanda, proponiamo una recensione al breve volume di Carlo Formenti, di cui già avevamo apprezzato il precedente Utopie Letali, intitolato Magia bianca, magia nera. Ecuador: la guerra fra culture come guerra di classe (JacaBook 2014). Pensiamo, infatti, che il libro costituisca un utile e intelligente tentativo, per quanto non totalmente condivisibile, di dar conto del dibattito interno all’Ecuador e delle luci e delle ombre del suo governo, senza tuttavia limitarsi a quella critica estremista e intransigente che spesso esprimono i compagni non disposti ad abbandonare il purismo ideale ed eurocentrico attraverso cui leggono gli eventi del resto del mondo.

La posizione di Formenti sull’esperienza correista – come specificato dallo stesso autore in un recente intervento sulla sua pagina sul blog di micromega, in cui criticava la prospettiva «di destra» di quanti nel giugno scorso hanno manifestato la loro opposizione al governo, appartenenti «a quelle classi medio alte i cui discorsi ho potuto ascoltare in qualche salotto in occasione del viaggio di due anni fa, e che già allora rimpiangevano i bei tempi dei governi neoliberisti rovesciati dalle sollevazioni popolari degli anni Novanta e dei primi anni Duemila» – è evidentemente disincanta e problematica. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva assolutamente non disfattista, che descrive la Revolución Ciudadana come in bilico tra retorica bolivariana e realpolitik e limitata anche dal fatto che l’Ecuador è una piccola nazione, costretta a barcamenarsi fra le pressioni di potenti interessi internazionali in competizione fra loro:
In un libro sulla rivoluzione correista in Ecuador, uscito l’anno scorso per i tipi di Jaca Book (“Magia bianca magia nera”), avevo avanzato critiche nei confronti di un esperimento politico che, a mio avviso, ha percorso solo parte della strada per giungere a una effettiva emancipazione del Paese andino dalle regole che il capitale globale impone ai popoli del mondo. Nel bicchiere mezzo pieno mettevo la ricontrattazione del debito pubblico e degli accordi con le multinazionali, la presa di distanza dalle istituzioni del Washington Consensus, la politica fiscale ridistributiva, gli investimenti sociali (infrastrutture, sanità, educazione), la lotta contro la povertà e la disuguaglianza e, last but not least, le scelte antimperialiste in politica estera. Non poca roba, il che però non mi impediva di evidenziare il bicchiere mezzo vuoto: la mancata riforma agraria, la politica economica estrattivista, con la conseguente, totale dipendenza del Paese dal mercato degli idrocarburi, la mancata applicazione della costituzione di Montecristi (approvata nel 2008) tanto in materia di tutela ambientale, quanto in tema di sviluppo di nuovi istituti di democrazia diretta e partecipativa, la politica repressiva nei confronti della sinistra indigenista e, soprattutto, la costruzione di un regime presidenziale in continuità con la tradizione dei populismi carismatici latinoamericani.
Come ha esplicitato nel volume, «ho dovuto prendere atto che l’etichetta di “socialismo del XXI secolo” è troppo generosa (almeno nel caso ecuadoriano) nei confronti di governi che, nella migliore delle ipotesi, possono essere definiti populisti di sinistra o post neoliberisti» (p. 11), ma il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto: è questo che dovremmo sempre tenere in mente tanto nella lettura del volume di Formenti quanto, soprattutto, nella valutazione dell’esperienza del governo di Correa. Il libro è diviso in tre parti: una ricostruzione storica delle vicende degli ultimi anni in Ecuador, la raccolta di numerose interviste con esponenti delle élite intellettuali, accademiche, politiche e di movimento (vicini al governo o alle opposizioni); una riflessione politico-filosofica, a partire dalle teorie sul «populismo» di Ernesto Laclau. Il filo conduttore è l’inesauribile conflitto tra «magia bianca» e «magia nera», tra la cultura dei colonizzatori di origine europea e le culture indigene, tra le istanze di modernizzazione economica e culturale e le rivendicazioni di autonomia provenienti dal mondo contadino, come dimostra la stessa battaglia ideologica intorno alla definizione del concetto di buen vivir.

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Nella prima parte, Formenti evidenzia come lo scenario politico ecuadoriano dall’inizio degli anni ’90 alla metà del decennio successivo sia stata caratterizzata dalla crescita e dall’egemonia di movimenti che avevano ridefinito in senso «indigenista» il tradizionale sindacalismo contadino socialcomunista, come dimostrato dalla nascita della Conaie: le tematiche identitarie cominciarono, così, a prendere il sopravvento su quelle sindacali e sull’appartenenza di classe. I loro programmi – basati sull’opposizione al neoliberismo, sull’ambientalismo, sulle richieste di riconoscimento culturale e sulle rivendicazioni di democrazia diretta e partecipativa – riscossero un enorme successo, riuscendo a mobilitare centinaia di migliaia di persone e facendo cadere numerosi governi nel decennio successivo. In questo contesto di crescita, la Conaie decise di darsi anche una struttura partitica (il Pachakutik) e di partecipare alle elezioni: visti gli insuccessi, cominciò a sostenere una serie di candidati solo apparentemente «di sinistra» che, una volta giunti al governo, condussero invece politiche neoliberiste. Questa scelta disastrosa, soprattutto dopo il sostegno al golpe del neoliberista Gutiérrez, portò alla fine dell’egemonia dei movimenti indigeni e all’avvio di una nuova fase politica.

Nel 2005, durante una nuova fase di mobilitazioni di massa antiliberiste contro il governo Gutiérrez, caratterizzate da un carattere prevalentemente urbano e interclassista e dallo slogan “impolitico” «que se ne vayan todos», cominciò ad affermarsi la figura di Rafael Correa, ministro dell’Economia nel nuovo governo guidato da Alfredo Palacio. In questa veste, elaborò la riforma Feirep, finalizzata a ridurre il debito per aumentare le risorse per gli investimenti sociali. In un clima di sfiducia degli ecuadoriani verso tutti i partiti e le istituzioni tradizionali, Correa decise di candidarsi alle elezioni del 2006. Il suo programma proponeva una «rivoluzione costituzionale e democratica», una «rivoluzione morale» contro la corruzione e la partitocrazia, una «rivoluzione educativa e sanitaria» e una «rivoluzione per la sovranità e la dignità nazionali». Nacque così il movimento Alianza PAIS – fondato da ex dirigenti della sinistra tradizionale, da attivisti della nuova sinistra sociale, da accademici e intellettuali che si erano mobilitati contro Gutiérrez, ma anche da elementi cattolici ed esponenti dei circoli di centrodestra legati a Correa, tutti oppositori del neoliberismo – che tuttavia rifiutò di presentare candidati per il Congresso Nazionale: in caso di elezione, si sarebbe indetta un’assemblea costituente. Correa stravinse la sfida elettorale e alle successive votazioni per la Costituente, Ap ottenne 80 eletti su 130.

L’enorme carta fondamentale che fu elaborata – la Costituzione di Montecristi – è considerata una delle più avanzate in tema di riconoscimento dei diritti (individuali, civili, sociali e ambientali) e dell’identità e dell’autonomia delle minoranze etniche, oltre che di formalizzazione della democrazia diretta e partecipativa. Tuttavia, molte questioni, come quella del riconoscimento dei «diritti della Natura» a cui Correa era contrario, rimasero poco chiare e foriere di tensioni: e nel 2009 esse esplosero con la separazione della strada del governo e di quella di una parte dei movimenti indigeni e di sinistra, accusati da Correa di «sinistrismo, ecologismo e indigenismo infantili» e guidati dall’ex presidente della Costituente Alberto Acosta. Quest’ultimo si presentò alle nuove elezioni presidenziali del 2013, raccogliendo però pochissimi consensi (meno del 4%): la strategia etnicista della Conaie aveva, nel lungo periodo, manifestato tutti i suoi limiti (e, in particolare, quello derivante dall’attenuazione dell’identità di classe come contadini), tanto più che invece altre organizzazioni indigene, come il Movimento Cnc, avevano deciso di continuare a sostenere il governo.

Da qui lo scontro – ideale, ma anche di piazza – con le opposizioni che si trascina ancora oggi: il governo, tuttavia, gode ancora di un consenso a dir poco maggioritario, tanto per il concreto miglioramento delle condizioni di vita di ampi strati popolari, quanto per il carisma mediatico di Correa e per la cooptazione nel suo governo di parte dei dirigenti dei movimenti sociali. Formenti, forse semplificando ma evidenziando i nodi principali del dibattito, ha così riassunto la posizione di Correa verso le opposizioni:
Se è vero che il primo, vero obiettivo dell’Ecuador è uscire dalla povertà, […] allora occorre tenere conto del fatto che tale obiettivo si può realizzare solo attraverso la modernizzazione dell’economia in generale e dell’agricoltura in generale (a proposito della riforma agraria, Correa ama ripetere che dividere la terra in una miriade di appezzamenti gestiti con metodi produttivi arretrati significa distribuire la povertà, non la ricchezza). Quanto alle critiche sul mancato superamento dell’estrattivismo, Correa è solito ricorrere alla seguente metafora: se non sfruttassimo le nostre risorse petrolifere, saremmo come un mendicante che sta seduto sopra un sacco d’oro senza fare nulla, non possiamo morire di fame per soddisfare l’egoismo delle comunità amazzoniche che vogliono proibire agli altri cittadini di sfruttare le ricchezze che si nascondono nei loro territori. (pp. 25-26).
Secondo Formenti, ciò farebbe di quello di Correa un governo postneoliberista o populista di sinistra (in cui la specificazione «di sinistra» è importante per distinguerlo dai tradizionali movimenti populisti): a noi sembra che, al di là delle definizioni, in una prospettiva marxista sia difficile pensare a un superamento del capitalismo senza transizioni, soprattutto in un paese dove la proprietà della terra è ancora caratterizzata da retaggi feudali. Anche Formenti, poi, pone degli interrogativi sull’alternativa proposta dai movimenti indigeni – comunque minoritari – che si oppongono al governo, che in nessun caso propongono un superamento del capitalismo e o un’abolizione dell’economia di mercato:
Potremmo dire che gli indigeni chiedono di poter tornare a vivere secondo una forma di comunismo primitivo, rivendicando il diritto a autogovernarsi pur senza sostituirsi alle strutture del potere centrale. Ma questa visione politico-culturale ha qualche reale possibilità di opporsi al disegno di modernizzazione economica, politica, culturale che ispira la politica del regime correista? […] Gli altri punti del programma [elettorale di Acosta] – riforma agraria, socializzazione delle risorse, riduzione – ma non abolizione – del ruolo dell’economia di mercato, assieme alle rivendicazioni ecologiste, femministe, plurinazionali, postcoloniali – vengono a loro volta integrate al concetto di buen vivir. Un primo punto debole di questa operazione di sincretismo politico culturale […] consiste […] nel sovrapporre alla cultura indigena categorie mutuate dalla tradizione occidentale (Deep Ecology, decrescita, benecomunismo, ecc.). Il secondo punto debole riguarda il fatto che nemmeno nel discorso di Acosta troviamo alcun esplicito riferimento alla lotta di classe né al superamento del capitalismo: l’idea è quella di perseguire una forma inedita di socialismo che realizzi la giustizia sociale senza abolire il mercato e la proprietà privata. (pp. 32-34)
Aggiungiamo noi andando oltre gli intenti e le considerazioni di Formenti, essi costituirebbero un’alternativa progressista o conservatrice? La prospettiva di un ritorno a un comunismo primitivo che non si pone il problema del potere non contrasta con ogni prospettiva di abbattimento degli attuali rapporti di produzione e di sfruttamento? Se l’alternativa proposta dai movimenti sociali e indigeni non riguarda comunque l’abolizione della proprietà privata e il superamento del capitalismo, ci chiediamo se non sia più progressista in questa direzione Correa, piuttosto che la sua opposizione.

Nella seconda parte del libro vengono poi riportate le interviste ad alcuni esponenti delle élite ecuadoriane. Tra le più significative, quella a Pancho Huerta, definito «padre nobile del liberalismo ecuadoriano», le cui critiche «somigliano, sotto molti aspetti, a quelle dei movimenti della sinistra radicale» (p. 38), oppure quella di Diego Armando Ventimilla, deputato del Partito comunista, secondo cui «restare all’interno del processo della Revolución Ciudadana è la sola via per approfondirne e radicalizzarne i contenuti» (pp. 40-41). Emblematiche anche le parole di Juan Pablo Muñoz, che ha dichiarato che il primo obiettivo di un politico è quello di porsi il problema di trovare le risorse per realizzare gli obiettivi fissati dalla Costituzione – «Non si può, da un lato, rivendicare qualità della vita, e dall’altro pretendere che tale richiesta venga soddisfatta senza estrarre petrolio» (p. 46) – e che «una cosa era il ruolo dei movimenti sociali quando il potere era nelle mani dei neoliberisti, altro è il loro ruolo oggi, in presenza di un governo postneoliberista, che guida un processo di transizione verso il buen vivir» (p. 47). Indicativo anche che gli intervistati abbiano in genere rifiutato la definizione delle politiche economiche di Correa come un «capitalismo di Stato», con solo un paio di eccezioni: tra esse Acosta, che ha affermato cautamente che il governo Correa, per quanto non sia il risultato di alcuna rivoluzione né stia costruendo il socialismo, sia definibile come un «regime post neoliberale» anche se non post capitalista (p. 50). Manca, invece, il punto di vista della Conaie: come scrive Formenti, i dirigenti del movimento erano troppo impegnati in una serie di campagne e non gli è stato possibile incontrarli. Da alcuni loro interventi a un seminario con Toni Negri, Micheal Hardt e Sandro Mezzadra si deduce, però, che essi rifiutano le accuse di «etnicismo», affermando che la loro linea politica incarni «interessi universali, non limitati a quelli degli indigeni» (p. 69). Tuttavia Formenti, poche pagine dopo, evidenzia il rischio di «generare un corto circuito fra analisi concreta di un contesto locale e definizione di un paradigma rivoluzionario universale» (p. 91).

Nella terza e ultima parte del volume, Formenti fa un’analisi di tipo più teorico sul rapporto che può intercorrere tra la sinistra indigenista e la sinistra mondiale. In primo luogo, contesta le interpretazioni troppo rigide del pensiero marxista, che si limitano al giudizio positivo del filosofo di Treviri sulla dissoluzione dei rapporti sociali e delle culture precapitaliste provocata dalla colonizzazione e dall’introduzione dell’economia di mercato: una recente ricerca di Ettore Cinnella, anzi, avrebbe evidenziato che Marx, negli ultimi di vita, avrebbe valutato la possibilità di un ruolo «progressivo» delle comunità agricole tradizionali (pp. 86-87) che, in particolare in Russia, avrebbero potuto guidare una transizione al socialismo senza passare per il capitalismo. Lo stesso Formenti, però, evidenzia che Cinnella potrebbe aver sopravvalutato questa «svolta» di Marx, comunque limitata alla specificità storico-geografica della Russia della seconda metà dell’Ottocento. Inoltre, anche la relazione stabilita dai movimenti indigenisti tra le forme di autogoverno delle loro comunità e le rivendicazioni dei movimenti urbani appare forzata. Se secondo Acosta, «le sinistre devono essere socialiste, ecologiste, femministe, indigeniste, plurinazionali, anticoloniali e anticapitaliste», secondo Formenti «queste rivendicazioni non appaiono affatto scontate né, tantomeno, immanenti alla cultura indigenista, la quale sembra piuttosto averle assunte in base a considerazioni tattiche nella fase ascendente del movimento, per assicurarsi l’egemonia nei confronti delle lotte delle classi medie urbane» (pp. 91-92).

La conclusione di Formenti è che le rivoluzioni antiliberiste in America Latina, e in particolare quella in Ecuador, costituiscano dei processi rivoluzionari «incompiuti», in cui «a una fase ascendente, egemonizzata da strati di classe proletari a prevalente composizione contadina e indigena, caratterizzata da grandi mobilitazioni di massa e radicali innovazioni costituzionali, è seguita una fase di “normalizzazione”, egemonizzata dagli interessi di ceti urbani emergenti che hanno trovato espressione in governi populisti “di sinistra” guidati da leader carismatici» (p. 104). Ancora più nettamente, Formenti si esprime sui rischi della retorica «orizzontalista» contenuta nella Costituzione di Montecristi e osteggiata dal governo statalista di Correa. Essa, infatti, ha già dimostrato tutti i suoi limiti in Europa:
Questa è stata la base ideologica che ha legittimato, da destra, lo smantellamento del welfare e, da sinistra, l’esaltazione del welfare «dal basso» come chance per le comunità locali di riguadagnare la propria autonomia (vedasi l’enfasi sul terzo settore e sulla «cittadinanza attiva»). Visti gli esiti devastanti prodotti da questa ideologia orizzontalista, verrebbe da pensare che abbia ragione Correa a rivendicare il ritorno allo stato centralista come unica condizione che consente di garantire livelli accettabili di equità sociale, scongiurando una lotta di tutti contro tutti in cui sarebbero destinate a prevalere le ragioni del più forte. A meno che non si riesca a dimostrare che esiste un modo per far convivere le ragioni dell’autonomia e dell’autogestione delle comunità locali (e dei loro interessi «corporativi») con quelle di uno stato capace di integrarli in una sintesi politica. Il che ci riporta inevitabilmente a fare i conti con il tema del partito di classe. (pp. 111-112)
Cioè, con il tema del potere, già delineato in Utopie letali. Fin qui la recensione al volume di Formenti, che nelle battute finali delinea un parallelo tra l’Ecuador di Correa e la Bolivia di Morales, dove sta prendendo corpo «un processo politico che, in ragione della forma che si è dato, appare tuttora aperto a un’evoluzione in senso socialista» (p. 115). Torniamo, ora, ai nostri quesiti iniziali sull’alternativa.

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Come abbiamo visto, nei dieci anni precedenti alla vittoria elettorale di Correa nel 2007, le manifestazioni di piazza guidate soprattutto dalle organizzazioni indigene hanno mandato a casa una decina di presidenti: in nessun caso ciò ha portato a un decisivo passo in avanti antiliberista, fino al governo Correa. In caso di caduta di Correa, probabilmente esso non si avrebbe neanche oggi, quando tutto lascia pensare che l’opposizione al governo ecuadoriano sia una delle tappe di una «guerra di debole intensità» contro Venezuela, Bolivia ed Ecuador, ma anche contro l’Argentina e il Brasile. In questo senso, destabilizzare e indebolire una sola delle esperienze che si richiamano al socialismo del XXI secolo e al bolivarismo significa, nella pratica, minare le basi di tutto il nuovo corso. Non pensiamo, quindi, che sia utile appiattirsi sul dibattito sterile e fuorviante tra «Correa sì» e «Correa no»: i processi vanno letti nella loro complessità nella loro lunga durata, nei rapporti tra le classi che vi prendono corpo, nella loro capacità di trasformare il reale, nelle loro contraddizioni e non stroncati in base all’antipatia o all’incomprensione che possono suscitare i loro principali rappresentanti o alcune delle loro politiche.

Come sempre, ognuno può scegliere da che parte stare: se con l’Alba e il socialismo del XXI secolo – che, con tutte le loro lentezze, le loro difficoltà e le loro contraddizioni (dovute tra l’altro a secoli di saccheggio e di colonialismo ad opera dei paesi europei, degli Usa e di multinazionali come la Chevron), che non devono essere dimenticati e di cui possiamo e dobbiamo discutere, stanno sperimentando nuove formule di organizzazione politica e di partecipazione popolare e costituiscono un tentativo di uscita dal neoliberismo (in una prospettiva magari non immediata, dal capitalismo) – o con il probabile ritorno al Washington Consensus. Se spingere affinché il governo correista possa colmare il bicchiere mezzo pieno indicato da Formenti o se, in nome di un «purismo» e di un settarismo di stampo tutto occidentale (anche se presente pure in America Latina) che non riesce a comprendere i tempi lenti dell’uscita dal capitalismo e della transizione al socialismo, svuotare definitivamente quello mezzo vuoto. E, con esso, anche i bicchieri – sicuramente un po’ più pieni, ma non ancora fino all’orlo – delle altre esperienze che si richiamano al socialismo del XXI secolo e che stanno faticosamente cercando di costruire un processo di integrazione latinoamericana in opposizione alle politiche neoliberiste.

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