Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/09/2025
Ecuador - Il governo risponde con il coprifuoco allo sciopero nazionale
Abolizione del sovvenzionamento statale al diesel
Lo scorso martedì con il Decreto Esecutivo n° 126, il Governo ecuadoriano ha eliminato il sussidio al diesel generando un incremento immediato di 1 dollaro al gallone passando cosi da un valore di $1.8 a $ 2.8. Un provvedimento impopolare e storico in quanto il sussidio al diesel in Ecuador era rimasto in vigore fin dal 1974 e cioé dai tempi della dittatura militare del generale Guillermo Lara Rodríguez.
Durante la storia del paese, si sono registrati vari tentativi di abrogazione del sussidio statale come nel caso del governo di Abdalá Bucaram nel 1997 e in quello del neoliberista Jamil Mahuad nell’anno 2000. Tuttavia e in ogni circostanza, le reazioni dure e contrarie da parte della popolazione avevano poi fatto desistere le intenzioni dei governi di turno. Allora come oggi, le proteste non si sono fatte attendere. I primi a rifiutare la misura governativa sono stati i trasportatori che hanno minacciato e poi messo in pratica una sospensione del trasporto cittadino e interprovinciale in molte parti del paese. Posti di blocco si sono verificati nella regione nord del Carchi, nella zona centrale del Cotopaxi e nel sud della regione dell’Azuay. Il paese ha vissuto due giorni di caos e interruzione della regolare circolazione. I trasportatori, inoltre, hanno protestato per la mancanza di sicurezza e per l’aumento di assalti a mano armata che subiscono da tempo sulle autostrade della nazione. Alla crisi economica va aggiunta anche quella sociale, che non si placa. Dopo quasi un’intera giornata di blocchi stradali, le parti sono giunte a una serie di accordi per migliorare la sicurezza dei lavoratori del settore del trasporto e di limitare le perdite economiche con la nuova misura governativa. Altri posti di blocco e disordini si sono registrati nelle regioni di Bolivar e del Cotopaxi dove l’ex lider della CONAIE, Leonidas Iza, ha ancora seguito e consensi. Qui, anche la presidente della Regione, Lourdes Tibán, ha criticato le misure del governo in quanto questo provvedimento arrecherà problemi economici soprattutto a piccoli produttori dell’agricoltura che saranno costretti ad aumentare i prezzi dei beni di prima necessità. La CONAIE con il suo nuovo lider Vargas, ha indetto un’assemblea permanente del Consiglio Politico che dureràfino al 18 settembre per poi decidere quali saranno le prossime azioni politiche del movimento indigeno. Tra le prime richieste quella appunto di abrogare il Decreto 126. Altre proteste si sono verificate nella regione del Pichincha e nella capitale Quito dove son scesi in piazza gli studenti dell’Università pubblica della Centrale, la Federación Unitaria de Trabajadores (FUT) ed altre sigle di lavoratori che hanno attraversato le vie del centro storico con l’obiettivo di raggiungere Palacio Carondelet, sede della presidenza della Repubblica. La giornata di protesta si è conclusa con una serie di scontri in piazza con le forze dell’ordine. La tensione è ancora alta nel paese e la preoccupazione della popolazione è presente considerando l’incremento dei prezzi di alcuni prodotti alimentari nei mercati di Quito in questi primi due giorni di applicazione del decreto. Inoltre, l’abolizione del sussidio al gasolio potrebbe portare un aumento del biglietto giornaliero del trasporto cittadino e interprovinciale. Di fronte a questa situazione di disordini e caos, il governo ha risposto ancora una volta con la dichiarazione dello stato d’eccezione in 7 regioni del paese che guarda caso son quelle in cui si sono registrati i maggiori disordini. Una misura applicata già ben 11 volte in appena 16 mesi di governo. Il provvedimento prevede anche l’abolizione della libertà di riunione che si estenderà per i prossimi 60 giorni. Con questa presa di posizione, il governo dimostra ancora una volta la sua deriva autoritaria con l’obiettivo di frenare le contestazioni contro il provvedimento anti-popolare.
A Cuenca la marcia dell’acqua in difesa della Riserva Naturale Quimsacocha
Nonostante la dichiarazione dello stato d’eccezione anche nella regione del sud dell’Ecuador dell’Azuay, nel capoluogo Cuenca nella giornata del 16 settembre son scese in strada oltre centomila persone. La manifestazione per la difesa dell’acqua come bene pubblico e della riserva naturale di Quimsacocha è andata oltre qualsiasi aspettativa. La città di Cuenca aveva annunciato da tempo una grande mobilitazione cittadina alla quale avevano aderito gran parte dei settori politici e sociali del capoluogo. Anche il sindaco della città, Cristian Zamora, e il Presidente della Regione hanno aderito alla manifestazione popolare. Quest’ultimo inoltre, aveva avvertito il Presidente Noboa che la popolazione cuencana e regionale si era già espressa contraria al progetto minero di Loma Grande nei referendum locali del 2021 che aveva visto vincere il NO con l’80,9%. Referendum approvati e ratificati dal Consiglio Nazionale Elettorale. Il popolo di Cuenca e dell’intera regione ha ribadito il suo NO al progetto di estrazione di minerali che il governo centrale vuole concedere alla multinazionale canadese Dundee. Si tratta di uno scempio ambientale in una delle più grandi e più belle Riserve Naturali del paese denominata Quimsacocha. Impattanti le immagini dei droni che hanno sorvolato l’intera città. Un immenso fiume umano ha attraversato da nord a sud la capitale della regione Azuay in una delle più imponenti manifestazioni pacifiche che si registrano nell’intero paese e forse la più grande della storia della città.
Convocazione dello sciopero generale immediato e indefinito
Nella giornata del 18 settembre, il Consiglio Politico della CONAIE, ha convocato a uno sciopero generale immediato e permanente per sua base sociale, a tutte le organizzazioni e alla società civile affinché il governo non elimini il Decreto 126 (eliminazione del sussidio al diesel), la consulta popolare di novembre e la Convocazione di una nuova Assemblea Constituente per riscrivere una nuova Carta Magna con una chiara matrice neoliberista. Dopo le dichiarazioni di Vargas, neo presidente della CONAIE, si sono aggiunte quelle di Espinoza, Presidente della FENOCIN dichiarandosi in mobilitazione e in assemblea permanente in tutti i territori per iniziare il processo di sciopero nazionale progressivo e indefinito e di Bedoya della FUT (Federación Unitaria de Trabajadores) che dalla capitale ha annunciato il suo appoggio alla mobilitazione nazionale. La risposta del governo non si è fatta attendere dichiarando che risponderà con il pugno duro contro coloro che vorranno mettere sotto sopra il paese con l’applicazione del coprifuoco dalle 22 alle 05 in tutto il paese. L’arresto sarà immediato e per la durata di 30 anni.
Nel frattempo, secondo un ultimo sondaggio realizzato dall’Istituto CIESS, il consenso del Presidente della Repubblica, Daniel Noboa, scende dal 56% al 42%. L’operato registra un giudizio negativo soprattutto nella zona rurale del paese con un rifiuto del 67%. Inoltre, nelle due principali città del paese, Quito e Guayaquil, aumenta la delusione rispetto alle aspettative iniziali. A Quito la percentuale è del 65% mentre a Guayaquil èdel 59%. Da ricordare che proprio durante la campagna elettorale scorsa, Noboa aveva annunciato che non avrebbe eliminato il sussidio al gasolio.
Fonte
18/11/2024
Ecuador - Manifestazioni e scioperi per un Paese in caduta libera
Crisi Energetica, idrica e aumento della disoccupazione
In Ecuador la crisi energetica ha già compiuto un anno e poco più. Dallo scorso 26 ottobre 2023, nel paese si registrano black-out giornalieri. L’allora Ministro Santo Alvite del governo neoliberista di Guillermo Lasso annunciò che si sarebbero realizzati dei razionamenti di energia elettrica a livello nazionale. Da allora i razionamenti sono all’ordine del giorno. Ogni settimana gli ecuadoriani ricevono la programmazione settimanale dei razionamenti di energia elettrica con orari, zone e settori della propria città. Si interrompe la fornitura di energia elettrica anche per 12 ore al giorno ed in alcune regioni del paese, come Santo Domingo de los Tsáchilas ed Esmeraldas si sono registrati picchi fino a 16 ore giornaliere. Nella città di Ambato, nel centro dell’Ecuador, l’intero settore industriale, con le sue 100 imprese cittadine, ha annunciato nella giornata del 13 novembre, un black-out di 64 ore consecutive. Secondo le stime fornite dalla Camera di Commercio di Guayaquil una settimana di razionamenti di energia elettrica di 8-9 ore al giorno genera una perdita economica pari a 700 milioni di dollari del settore formale a livello nazionale con una perdita di 2/3 della produzione nazionale.
Questa crisi ne genera un’altra quella sociale, in un paese in cui delinquenza e criminalità aumentano a vista d’occhio. Secondo le fonti del Ministero del Lavoro, solo nel mese di settembre di quest’anno sono stati licenziati 4000 lavoratori dai vari settori produttivi e commerciali del paese.
A questa crisi se ne aggiunge un’altra e cioè quella idrica. Anche per l’acqua ci sono razionamenti di 4 ore al giorno nelle varie regioni del paese, però la EMAAP, l’Ente Nazionale che gestisce l'erogazione d’acqua ha già allertato la popolazione che se la situazione continua cosi, in dicembre non ci sarà più acqua sufficiente e quindi aumenteranno i razionamenti anche per 8 ore al giorno. In questo scenario si registra un incremento di acquisti di generatori elettrici in tutto l’Ecuador. Secondo i dati della Banca Centrale dell’Ecuador, dal mese di gennaio del 2024 al mese d’agosto dello stesso anno, si sono importati 5990 tonnellate di generatori elettrici. Il numero rappresenta una crescita del 210% rispetto al 2023.
Crisi Politica
Tre avvenimenti da annoverare nel campo politico fanno presagire un ulteriore crisi politica nel paese e un crescere di tensioni tra il potere esecutivo e quello legislativo. La prima è datata 10 novembre quando il Tribunale Contenzioso Elettorale dell’Ecuador ha negato la candidatura di Jan Topic accogliendo la richiesta del Partido Social Patriottico e Pachakutik. Secondo i giudici del Tribunale, per il già candidato presidenziale del partito SUMA, esiste un presunto conflitto d’interessi considerando che l’imprenditore ha contratti con istituzioni dello stato. Sebbene lo stesso abbia venduto gran parte delle azioni delle tre imprese Telconet, Megadatos e Consorcio Tránsito che hanno contratti con lo stato, l’imprenditore, secondo i giudici, ha un “controllo effettivo” di queste imprese e del beneficiario finale. Topic, secondo i sondaggi di inizio novembre si attestava a un 15% di intenzioni di voto e il suo consenso era in aumento negli ultimi due mesi. Nello stesso periodo il consenso del presidente della Repubblica, Daniel Noboa – nuovamente candidato per le elezioni presidenziali del 2025 – si assottigliavano.
L’altro avvenimento è datato 12 novembre quando il Il Presidente della Repubblica, ha sospeso per 5 mesi senza retribuzione la vicepresidenta Verónica Abad per abbandono ingiustificato sul posto di lavoro per tre giorni, come previsto dall’articolo 48 della Legge Organica del Servizio Pubblico. Misura criticata duramente dalla stessa vicepresidente che attraverso le reti sociali non ha risparmiato parole forti contro il primo mandatario colpevole di una deriva autoritaria per la democrazia ecuadoriana. Pronta la risposta del Presidente che ha poi deciso di licenziarla definitivamente e di nominare al suo posto Sariha Moya che eserciterà quest’incarico per i prossimi 5 mesi.
Infine le due votazioni tra il 13 e 14 novembre dell’Assamblea Nazionale. In una votazione l’Organo Legislativo con 75 voti contrari, 38 a favore e 20 astenuti ha detto no al giudizio penale contro la vicepresidente, mentre con un’altra votazione con 86 voti a favore, 27 contrari e 5 astenuti ha detto no alla sospensione della vicepresidente dal suo incarico. Questi due ultimi atti hanno creato un ulteriore tensione tra il potere legislativo ed esecutivo.
Ennesima crisi carceraria
Nella giornata del 12 novembre si è registrata un nuovo massacro nel sistema penitenziario di Guayaquil con l’uccisione di 15 detenuti e 14 feriti. Ma le cifre, secondo la stampa, potrebbero aumentare. Quella di martedì è il massacro carceraio più grave dell’anno 2024 che si aggiunge ai 15 precedenti cominciati dal 2021. Nel biennio 2021 – 2022 i morti nelle carceri per massacri interni sono stati 419. Eppure negli ultimi mesi, c’è stata la militarizzazione dell’intero sistema penitenziario nazionale da parte delle Forze Armate dell’Ecuador. Sorprende come sia potuto avvenire quest’ultimo atto drammatico a Guayaquil.
Mobilitazioni e sciopero nazionale
In questo drammatico scenario e in un paese in caduta libera, il Presidente Nazionale della CONAIE, Leonidas Iza ha convocato mobilitazioni nei territori di tutta la nazione per venerdì 15 novembre. Durante la conferenza stampa dello scorso martedì, il leder indigeno ha dichiarato che bisogna creare unità tra lavoratori, contadini, sindacati e popoli indigeni di fronte al pericolo delle politiche neoliberiste. Il suo invito all’unità si è diretto in particolare alla Federazione Unitaria dei Lavortori (FUT) affinché si costruisca un’alleanza comune contro il neoliberismo per i prossimi mesi. La stessa FUT ha proclamato un altro sciopero nazionale per il 21 novembre in occasione dei 102 anni del famoso massacro contro i 1500 lavoratori nella città di Guayaquil in un 21 novembre del 1922. Questo evento tragico della storia dell’Ecuador, ha ispirato il militante comunista, nonché scrittore ecuadoriano Joaquìn Gallegos Lara che nell’anno 1946 scrisse la famosa opera “Le croci sull’acqua”, oggi considerata un’opera classica della letteratura ecuadoriana. La FUT, tuttavia parteciperà anche alla mobilitazione del giorno 15 insieme ad altre sigle sindacali come l’Unione Generale dei Lavoratori (UGTE) che si somma allo sciopero nazionale.
La CONAIE ha emanato un comunicato, dopo l’Assemblea dei Popoli e delle Organizzazioni Sociali, in cui ha presentato 9 petizioni tra le quali ci sono:
1) Azioni immediate per terminare l’estrazione illegale dei minerali
2) Trasparenza nelle contrattazioni con le imprese elettriche
3) Esortazione verso le Forze Armate affinché rispettino la Costituzione e non appoggino una deriva autoritaria e dittatoriale dello stato ecuadoriano
4) Stabilità e protezione per i lavoratori di fronte al licenziamento illegittimo in mezzo ad una crisi energetica
5) Pagamento del debito sociale e delle tasse per i grandi gruppi evasori
Fonte
27/05/2023
Ecuador: sciolta l’assemblea nazionale. Plauso dall’ambasciata Usa
Il presidente neoliberale Lasso si è trovato nelle scorse settimane sotto giudizio politico da parte dell’assemblea ecuadoriana per l’accusa di peculato. Eletto solo un anno e mezzo fa al ballottaggio contro lo sfidante del campo progressista, è stato costretto a governare in minoranza, cercando volta per volta di conquistarsi, o comprarsi, una maggioranza all’interno dell’assemblea.
All’accusa di peculato non è stato in grado di portare nessuna prova a sua difesa nel discorso in parlamento di mercoledì scorso. Di fronte all’evidenza di non riuscire a ottenere una maggioranza che lo salvasse dalla sfiducia, Lasso, ha optato per lo scioglimento dell’assemblea (così detta muerte cruzada) evitando in questo modo la destituzione e garantendosi un semestre di governo in più.
Il provvedimento infatti sospende per sei mesi fino a nuove elezioni il potere legislativo, ma non quello esecutivo che proseguirà attraverso decreti fino a insediamento del nuovo parlamento. Si preannunciano mesi in cui il governo cercherà di portare avanti il proprio programma reazionario, fino ad oggi andato ampiamente a rilento. Si attendono decreti che aprano alla privatizzazione dei settori strategici (telecomunicazioni, servizi sociali, petrolio) così come di una riforma tributaria e dell’età pensionabile.
Il provvedimento di Lasso è simile a quello che tentò Pedro Castillo in Perù lo scorso dicembre, ma con ben diversa reazione da parte dell’establishment che arrestò il presidente, prima ancora di destituirlo politicamente in Parlamento, operando un golpe tutt’ora in corso e che ha lasciato a oggi 70 morti e centinaia di feriti tra la popolazione che vi si oppose. L’ambasciata Statunitense anche in questo caso si è espressa con opposto giudizio e sostegno nei due casi.
La destra ecuadoriana sembra cercare in questo modo di ottenere un po’ di respiro dato che il parlamento che uscirà dalle urne durerà solo un anno e mezzo, come transizione alla scadenza naturale nel 2025.
Il partito Rivolucion Ciudadana dell’ex presidente progressista Correa, attualmente rifugiato politico in Belgio, pare essere tra i soggetti favoriti da una prossima tornata elettorale, dato l’ondata di consensi ottenuti nelle ultime elezioni locali di febbraio, dove ha vinto in 7 province del paese e 48 municipi, conquistando anche storiche roccaforti della destra come la città costiera di Guayaquil.
Più voci nel paese si sono alzate contro la decisione di muerte cruzada, definendola senza fondamento giuridico. Una mossa che la Costituzione prevederebbe solo in casi di grave commozione interna al paese, non per evitare una sfiducia di governo. Ma la Corte Costituzionale, recentemente rinnovata, risulta vicina al presidente uscente e ha già rigettato ogni ipotesi di incostituzionalità.
In caso di vittoria del campo progressista nelle prossime elezioni si apriranno molto probabilmente scenari di scontro istituzionale, come avvenuto in altri paesi del Sud America in cui la destra, incapace di presentare un progetto politico credibile o vincente, si attestò sul piano di azione giudiziaria per contrapporsi ai governi progressisti (Brasile, Argentina, i recenti processi aperti contro familiari di Petro in Colombia, ne sono esempi) o ad arrivare a palesi golpe quando mancava un ramo delle istituzioni, come avvenuto in Bolivia nel 2019.
Intanto anche il movimento indigeno ecuadoriano lancia l’allarme e si prepara contro le annunciate controriforme neoliberali. Con il suo leader Leonida Iza, ben più radicale di molti suoi predecessori, la Conaie (Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador) negli ultimi anni è stata in grado di presentarsi come portatrice di istanze popolari ben più ampie della sola realtà indigena, contribuendo grandemente al paro che bloccò riforme imposte dal Fondo Monetario Internazionale nel 2019 e a al paro nel giugno 2022 contro il governo Lasso.
I prossimi mesi saranno decisivi nel dimostrare la capacità delle forze popolari del paese di opporsi a qualsiasi progetto neoliberale e di essere in grado di fermarlo, come già dimostrato in passato. Questa volta però in una difficile dinamica di violenza che vede il crescente peso dei cartelli narcos all’interno di aree del Paese unito all’aumento della povertà.
Spirale di violenza prontamente sfruttata da parte del governo per emettere nelle scorse settimane un decreto in cui si dichiarava “lotta al terrorismo attraverso l’uso di armi letali” senza specificare alcun nome di bande o cartelli criminali presenti nel Paese.
Il decreto lascia quindi ampi margini di interpretazione anche nei confronti di movimenti popolari o di difesa dei diritti umani e del territorio che hanno saputo mettere in campo negli ultimi anni forti azioni di resistenza e che a più riprese da stampa e magistratura sono stati accusati di terrorismo nei momenti più alti delle proteste.
Fonte
09/03/2023
Ecuador - Mobilitazioni popolari e richiesta di impeachment per il presidente Lasso
In Parlamento, con 71 membri dell’Assemblea presenti, la sessione legislativa completa è stata istituita per ascoltare, analizzare e decidere sul rapporto della Commissione che ha indagato sul caso di corruzione “El Gran Padrino”, che implica il presidente ecuadoriano Lasso in reati di corruzione, riciclaggio di denaro e legami con la criminalità.
L’Unione per la Speranza (UNES) ha annunciato che il suo blocco (47 legislatori) voterà a favore, mentre il Partito socialcristiano (PSC) ha detto che se troverà i meriti per un impeachment, approverà anche l’emendamento con 15 dei suoi legislatori. Anche il movimento Pachakutik (25 membri dell’assemblea) ha espresso il suo sostegno all’impeachment del presidente.
La Conaie, inoltre, ha abbandonato il dialogo e i tavoli di monitoraggio per gli accordi firmati nell’ottobre 2022, accusando la scarsa volontà del governo di rispettare i patti.
Ad una situazione già molto tesa, si è aggiunto a fine febbraio l’omicidio del dirigente delle relazioni internazionali della Conaie Eduardo Madúa che ha acceso ancora di più gli animi della stessa organizzazione.
Eduardo Mendúa, di nazionalità A’i Cofán de Dureno e leader delle Relazioni Internazionali della Conaie, è stato assassinato il 26 febbraio 2023. Nei giorni precedenti, il leader amazzonico aveva denunciato e accusato Petroecuador e il governo del presidente Guillermo Lasso per la violenza generata nella comunità di Dureno, parte del territorio degli A’i Cofán nella provincia di Sucumbíos.
L’omicidio di Mendúa si colloca nel mezzo di numerosi conflitti socio-ambientali causati dall’avanzata dell’estrattivismo minerario e petrolifero nel Paese.
Mendúa aveva partecipato attivamente come parte della comunità quando l’ex presidente Rafael Correa ha costruito la Città del Millennio a Dureno. Secondo Albeiro Mendúa, nipote di Eduardo, quest’opera faceva parte di una politica di compensazione dopo la riapertura dei pozzi di petrolio in questo territorio.
Albeiro Mendúa, nipote di Eduardo, afferma che lo zio era un leader comunitario riconosciuto che lottava contro le attività di estrazione del petrolio, era un difensore dei diritti umani e dei diritti collettivi, ed era noto per aver difeso la sua nazionalità e per aver sempre chiesto rispetto e dignità per tutti.
Secondo Albeiro, la compagnia statale Petroecuador intende aprire 30 pozzi di petrolio nel suo territorio, attraverso tre piattaforme, sapendo che questa parte del territorio di Cofán ospita una delle uniche aree di foresta densa e intatta rimaste nella regione. In risposta, Eduardo e le famiglie A’i Cofán hanno condotto azioni di resistenza per impedire che ciò avvenisse.
Nel 2022, la compagnia petrolifera è entrata nel territorio per aprire una strada e iniziare a trivellare pozzi, ma la comunità non l’ha permesso. La compagnia ha continuato a insistere e nel gennaio 2023 i dipendenti della compagnia hanno cercato di entrare nuovamente con l’aiuto delle forze di sicurezza per riprendere i lavori di apertura della strada. La comunità ha continuato a resistere e di conseguenza ci sono stati scontri, feriti e morti.
Di conseguenza, Eduardo, insieme ad Albeiro e ad altre persone, ha intrapreso un’azione legale contro l’estrattivismo e ha chiesto di parlare con i rappresentanti di Petroecuador per essere informato sul progetto che volevano avviare. Hanno anche chiesto il rispetto dell’autodeterminazione del popolo e la realizzazione di una consultazione libera, preventiva e informata, che però non è stata rispettata.
Secondo Albeiro, Petroecuador ha dato 300.000 dollari a coloro che nella comunità sono favorevoli all’estrazione del petrolio per ottenere l’accesso al territorio. Per risolvere questo conflitto, Eduardo Mendua e altri leader hanno parlato con la compagnia statale per assicurarsi che venissero date garanzie di vita e che gli A’i Cofán non si estinguessero. Ma questi colloqui si sono interrotti e la comunità ha continuato a resistere.
Nel gennaio 2023, Eduardo Mendúa denunciò pubblicamente che il governo del presidente Guillermo Lasso aveva provocato la comunità con l’obiettivo di entrare nel territorio per aprire 30 pozzi di petrolio, senza una consultazione preventiva libera e informata. Per questo motivo, da sei mesi resistono nel territorio per impedire l’ingresso di Petroecuador.
Durante i sei mesi di resistenza, gli A’i Cofán della comunità di Dureno hanno allestito accampamenti familiari per impedire l’ingresso della compagnia petrolifera e delle forze di sicurezza, alle quali hanno chiesto il rispetto dell’autodeterminazione del popolo e dei suoi diritti collettivi.
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07/07/2022
Ecuador - Dopo 18 giorni di sciopero si giunge a un accordo
Davide Matrone, da Quito
Alle ore 14 del 30 giugno presso la Basilica di Quito Leonidas Iza (CONAIE), Eustaquio Tuala (FEINE), Gary Espinoza (FENOCIN) e Francisco Jiménez, in qualità di Ministro del Governo per conto del Presidente della Repubblica dell’Ecuador, hanno firmato l’Accordo e posto fine al conflitto sociale.
Dopo 18 giorni di forti proteste popolari contro le politiche neoliberiste del governo Lasso, la Confederazione Episcopale dell’Ecuador ha insistito affinché si trovasse un accordo tra le parti in conflitto. In realtà, le pressioni son giunte da più parti e cioè, dal mondo imprenditoriale e dal commercio che messo alle strette ha pressato a sua volta la Conferenza Episcopale affinché giocasse un ruolo determinante in questo duro scontro. La situazione era giunta all’apice e gli ultimi 3 giorni sono stati incandescenti dopo la sollevazione del quartiere popolare di San Miguel de los Bancos di Calderón in cui ci sono stati scontri durissimi con le forze dell’ordine. Altri episodi analoghi si erano registrati al Puyo, in Amazzonia e nella località di Sant’Antonio del Pichincha dove erano state incediate le caserme della polizia dopo uno spargimento di sangue. Il bilancio di questo sciopero è pesante: 8 morti, centinaia di feriti e violazioni dei diritti umani come dichiara il rapporto della Commissione di Solidarietà dei Diritti Umani di Argentina in visita nel paese dal 24 al 26 giugno.
Grazie alla lotta popolare del movimento indigeno, dei lavoratori, degli studenti, degli operatori sanitari, dei docenti e finanche del settore dei trasporti, il Governo ha dovuto cedere e negoziare alcuni dei 10 punti rivendicati dalla CONAIE. In definitiva, si può concludere che dopo 18 giorni di lotta il movimento indigeno dell’Ecuador porta a casa quanto segue:
- Riduzione del prezzo dei carburanti di 0,15 centesimi a gallone,
- il Decreto 95 viene sospeso, ponendo uno stop all’ampliamento della frontiera petrolifera per proteggere i territori e i diritti collettivi dei popoli indigeni,
- Riforma del Decreto 151 al fine di vietare lo sfruttamento delle risorse naturali nelle aree protette, nelle zone dichiarate intangibili, nelle zone archelogiche. Inoltre, si garantisce la consulta previa e libera nei territori interessati allo sfruttamento delle risorse naturali d’accordo a quanto stabilito dalla Corte Interamericana dei Diritti e dalla Corte Costituzionale dell’Ecuador,
- Emanazione del Decreto 456 che prevede l’aumento del Bonus sociale da 50 a 55 dollari di cui beneficeranno 1,4 milioni di ecuadoriani, riduzione dei tassi d’interessi dal 10% al 5% per crediti fino a 3000 dollari e i prestiti scaduti fino a 3000 dollari saranno condonati,
- Si elabora un progetto di riforma dell’articolo 66 della Legge Organica della Circoscrizione Territoriale Speciale Amazzonica,
- Raddoppio delle risorse dello Stato per l’Educazione Bilingue e Interculturale.
Inoltre, per 90 giorni si istallerà un tavolo di concertazione per continuare il dialogo tra le due parti per risolvere i temi questionati durante lo sciopero nazionale. Tra i quali l’aumento delle risorse statali per l’Educazione pubblica, l’attuazione di politiche statali che aumentino l’occupazione e intervento dello Stato in materia di prevenzione alla delinquenza.
Potremmo trarre alcune conclusioni da questo sciopero popolare e nazionale:
- Il Governo neoliberista del banchiere Lasso ne esce più indebolito e con pochissima legittimità popolare. Dopo 1 anno di governo (24 maggio) i sondaggi registravano una disapprovazione del 72%, oggi è aumentata al 88%. È di fatti un governo impopolare. Inoltre, si registra una delegittimazione all’interno del Parlamento in quanto la mozione di sfiducia, presentata dal partito dell’opposizione UNES, pur non riuscendo nell’intento ha raccolto 82 voti che rappresentano la maggioranza del Parlamento. Lasso ha raccolto 44 voti e, se dovesse continuare così, non riuscirebbe a governare.
- Il costo politico ed elettorale di 2 partiti del Parlamento e cioè la Izquierda Democratica e il Partito Social Cristiano: dopo l’appoggio a Lasso verranno quasi sicuramente ridimensionati i voti alle prossime elezioni.
- Il Movimento Indigeno ne esce rafforzato, dimostrando una grande capacità organizzativa in tutto il territorio nazionale. La strategia di accendere fuochi e rivolte in tutto il paese ha raggiunto un risultato vittorioso. Inoltre, il leader Leonidas Iza aumenta il suo capitale politico e simbolico riposizionandosi molto bene all’interno del Movimento Indigeno e dentro allo scacchiere politico nazionale.
- C’è un malcontento generale contro le politiche neoliberiste che negli ultimi 5 anni hanno aumentato la povertà relativa ed assoluta nel paese, la precarizzazione del lavoro, hanno smantellato il sistema di salute pubblica e svenduto il patrimonio pubblico del paese.
- Si sono aperte delle interessanti contraddizioni in termini politici, all’interno del campo politico, che possono determinare una serie di alleanze all’interno della compagine di centro-sinistra che potrebbe vincere le destre alle prossime elezioni amministrative del 2023.
Inoltre, questo sciopero si inserisce in un quadro regionale interessante che vede nuovamente la vittoria delle sinistre latinoamericane che criticano il paradigma di sviluppo neoliberista. Le ultime vittorie in Cile e in Colombia danno speranza anche per l’Ecuador, se si riuscisse a unire le forze politiche progressiste contro le destre reazionarie e fasciste.
29/06/2022
Ecuador - Il governo cede ma il movimento popolare non si fida
“Abbiamo deciso di ridurre il prezzo della benzina Extra ed Ecopaís di 0,95 euro (10 centesimi) per gallone (3,7 litri). Diesel anche di 10 centesimi”, è stata la risposta del presidente dell’Ecuador, Guillermo Lasso, a una delle principali richieste delle manifestazioni che i gruppi indigeni, affiancati da altri settori come i tassisti e gli insegnanti, stanno portando avanti da due settimane nel quadro del “Paro Nacional” convocato dalla confederazione indigena della Conaie.
In una trasmissione televisiva, il presidente ha fatto sapere che tale misura è considerata un passo visibile da parte della sua amministrazione per permettere al movimento indigeno di tornare alle proprie comunità; tuttavia, la richiesta del movimento indigeno era quella di un prezzo del carburante più basso, cioè una riduzione di 30 centesimi. Lasso ha inoltre fatto riferimento agli eventi delle ultime due settimane in Ecuador, definendoli “sabotaggi” e ha avvertito che coloro che “cercano il dialogo troveranno un governo con la mano tesa, mentre coloro che cercano il caos e il terrorismo avranno la piena forza della legge”.
La Conferenza nazionale delle nazionalità indigene (Conaie), che ha indetto le proteste del Paro Nacional, ha indicato le misure adottate dal presidente Lasso come “insufficienti e prive di garanzie che non riconoscono lo stato di povertà che affrontano milioni di famiglie”.
Il movimento chiede al governo 10 punti, tra cui quello di non firmare accordi di libero scambio che “distruggono la produzione nazionale”, e assicura che continuerà a lottare fino a quando tutte le sue richieste non saranno soddisfatte.
I ministri dell’Interno e della Difesa dell’Ecuador si presenteranno all’Assemblea nazionale per rispondere alle domande sulla repressione delle manifestazioni che ha causato quattro morti e centinaia di feriti tra.
Dopo una sessione maratona, il presidente dell’Assemblea nazionale dell’Ecuador ha sospeso fino a ieri, 28 giugno, il dibattito sulla richiesta di impeachment nei confronti del presidente ecuadoriano Guillermo Lasso.
Il presidente del Parlamento, Virgilio Saquicela, ha convocato i legislatori ecuadoriani per riprendere la discussione sulla richiesta di impeachment nei confronti del presidente.
La richiesta di destituzione del presidente Guillermo Lasso è promossa dal gruppo parlamentare dell’Unione per la Speranza (UNES), con la motivazione di “grave crisi politica e tumulti interni”, a seguito delle mobilitazioni indette dal 13 giugno dalla Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (Conaie).
L’azione parlamentare presentata contro il presidente Lasso è stata sostenuta dalle firme dei deputati dell’UNES, che hanno chiesto l’allontanamento del capo di Stato a poco più di un anno dalla sua elezione a presidente.
Fonte
18/06/2022
Ecuador - Non si fermano gli scioperi, monta la protesta studentesca
Fonte e podcast
18/10/2019
Ecuador - Una situazione complessa
Dieci giorni di rivolta con decine di vittime, il Presidente Moreno costretto a rifugiarsi in una base militare fuori dalla capitale Quito, milioni di cittadini in piazza: per i giornali italiani non è successo praticamente nulla. Eppure, la crisi sociale e politica in Ecuador viene da lontano, vale quindi la pena di raccontarla anche perché, quella firmata, rischia di essere una tregua molto temporanea.
Il Presidente Moreno
Lenin Moreno è il successore di Rafael Correa. Il Presidente della Revolucion Ciudadana si trova attualmente in Belgio (paese della moglie) dove si è trasferito dopo il passaggio di consegne. Il trasferimento, apparentemente, è dovuto a motivi personali ma su Correa, in questo momento, pendono circa 33 procedimenti giudiziari attivati dalla magistratura con vari capi di accusa.
Correa è accusato di corruzione e malversazione e viene considerato dal nuovo establishment come colui che ha creato l’enorme mole di debito pubblico. Debito che dovrebbe essere sanato attraverso un prestito del Fondo Monetario Internazionale in cambio di una ristrutturazione economica fatta di tagli sociali, licenziamenti, aumenti del carburante.
La lotta politica tra Correa e il suo ex delfino è cominciata pochi mesi dopo l’insediamento di Moreno. Dapprima è stata derubricata come una guerra personale tra i due presidenti, ma presto si è trasformata in una guerra con evidenti motivazioni politiche. Moreno ha infatti ribaltato le prospettive dei precedenti governi pur continuando ad erigersi a paladino della Revolucion iniziata da Correa. Il Partito Alianza Pais si è subito spaccato anche in virtù delle persecuzioni politiche che hanno colpito i vertici fedeli al vecchio corso. Il nome più noto è quello del Vice Presidente Jorge Glas attualmente incarcerato in condizioni durissime nonostante la fumosità delle accuse. Più volte entrato in sciopero della fame, Glas è attualmente detenuto in un normale istituto per criminali comuni senza nessuna garanzia.
Anche sul piano internazionale Moreno ha ribaltato la politica dell’Ecuador. Il primo passo è stata l’uscita formale dall’ALBA e il rientro nel gruppo di Lima formato dai paesi nell’orbita e sotto l'influenza degli Stati Uniti. La nuova collocazione ha causato immediatamente il passaggio dell’Ecuador tra i paesi nemici del Venezuela e il governo di Maduro, da alleato, si è trasformato immediatamente in un regime dittatoriale.
Sul piano economico, l’Ecuador di Moreno ha nuovamente deciso di rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale che Correa aveva sostanzialmente allontanato dai vertici dello Stato. Eletto al governo dopo l’ennesima tornata di proteste popolari contro i tagli e le ingerenze del FMI, Correa aveva provato a risollevare l’economia ritornando alla moneta nazionale (dopo un lungo periodo in cui l’Ecuador aveva adottato il dollaro), rinegoziando il debito pubblico dopo averlo sottoposto a un lungo audit in cui una buona parte è stata considerata illegittima. Dopo un breve periodo di aggiustamento, l’Ecuador ha conosciuto un periodo di conquiste sociali e politiche che si sono riverberate soprattutto a favore delle classi popolari e indigene. La popolarità di Correa è salita alle stelle determinandone la rielezione.
La prima parte del suo mandato ha avuto quindi profondi meriti. In quel periodo l’Ecuador sfruttava il meccanismo virtuoso dell’ALBA e l’amicizia con i governi progressisti e socialisti dell’area (Venezuela, Bolivia, Cuba ma anche Uruguay, Brasile ed Argentina).
Nella seconda parte del suo mandato la situazione si è presenta effettivamente più complessa facendo emergere alcuni limiti evidenti di governance (1).
La divaricazione tra il Governo Correa e il mondo indigeno
In una recente intervista della giornalista e compagna Geraldina Colotti al consulente internazionale Amauri Chamorro(2), non si negano le distanze politiche tra il precedente governo di Rafael Correa e i movimenti indigeni. Divergenze soprattutto in politica economica:
“Se si rimane nell’ambito della democrazia borghese, occorre una capacità economico-produttiva che consenta di approfondire il processo rivoluzionario. Per andare verso un sistema di sviluppo basato sulla conoscenza e non sull’estrattivismo c’era bisogno del petrolio per finanziarlo...”
E ancora più avanti sulle divergenze specifiche con il CONAIE, la principale organizzazione indigena del paese:
“Stesso discorso vale per i vertici della Conaie, la Confederazione delle nazionalità indigene, che oggi si presenta come l’organizzazione che dirige le mobilitazioni indigene, mentre non è così, si è aggiunta dopo, quando il popolo era già in piazza. La Conaie ha appoggiato il banchiere Guillermo Lasso, che ha rubato al popolo oltre 30.000 milioni di dollari, è finito in tribunale ma se l’è cavata, ha fatto campagna per questo rappresentante del neoliberismo. È un’organizzazione i cui vertici sono corrotti e non rappresentano il mondo indigeno, che ha sempre votato per Correa.”
Il CONAIE è tra i firmatari della tregua con il governo Moreno ottenuto dopo 10 giorni di mobilitazione. Ripreso in video il loro leader ha accettato la revisione concordata del paquetazo (l’insieme di misure concordate con il FMI) ed ha accusato il governo Moreno di essere controllato dalla destra e dal FMI.
Il problema oggi è capire come evolverà la trattativa per capire se reggerà la tregua. Sicuramente il CONAIE e le altre organizzazioni indigene hanno vinto la prima parte della battaglia ma la guerra è ancora in corso e gli attori in campo non rappresentano totalmente gli interessi di tutti coloro che sono scesi i piazza.
La repressione selettiva del Governo Moreno
Nicholas Maduro (che secondo Moreno era, insieme a Correa, l’organizzatore occulto delle mobilitazioni) si è affrettato a ringraziare i movimenti indigeni e il popolo ecuadoriano per aver bloccato la manovra del Fondo Monetario Internazionale. Lo stesso è accaduto con gli altri leader progressisti dell’America Latina. Il successo è evidente, così come è assolutamente comprensibile provare a mettere a frutto la mobilitazione di questi giorni. Il problema però presenta molteplici aspetti che possono complicare la situazione.
Al di là delle parole e della resa, il governo Moreno non sembra avere alternative reali visto il rientro nel paese dei poteri economici transnazionali a servizio del capitale e delle oligarchie.
Sotto molti punti di vista la tregua sembra essere utile a Moreno per separare un movimento “buono” (quello indigeno) da uno “cattivo” rappresentato dai sostenitori dell’ex Presidente Correa. Negli istanti in cui veniva siglata l’accordo proseguivano le operazioni di polizia mirate e rivolte contro coloro che avevano supportato l’iniziativa colpendo, tra l’altro, sindaci ed esponenti del vecchio governo(3).
È evidente che per Moreno è assolutamente prioritario sfruttare le incomprensioni tra l’ex Presidente ed i movimenti indigeni sfruttando la possibilità di rimanere al vertice del Paese.
La forza del movimento indigeno è comunque tale da poter respingere ulteriori tradimenti e compromessi al ribasso. Se il CONAIE e altri dovessero accettare compromessi al ribasso è probabile che il popolo sceso in piazza non accetti. Come è accaduto in questi anni molte volte. Soprattutto in quei paesi dove la forza e i ottenuti dai governi dell’ALBA hanno ridato dignità a popoli sfruttati e oppressi.
Collettivo Comunista Genova City Strike
Note:
1) La necessità di ricorrere a processi di modernizzazione nei territori indigeni è un nervo scoperto non solo in Ecuador ma in tutti i paesi latinoamericani. In particolare le divergenze riguardano lo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie. I governi progressisti hanno sempre cercato il dialogo attraverso la proposta di infrastrutture sociali (scuole, ospedali, elettrificazione) in che avrebbero accompagnato il processo di sfruttamento delle risorse.
2) Intervista pubblicata su l’Antidiplomatico https://www.lantidiplomatico.it/dettnewsintervista_ad_amauri_chamorro_lecuador__vicino_alla_guerra_civile_moreno_usa_le_ambulanze_per_trasportare_armi_antisommossa/5496_31113/
3) Paola Pabon, prefetto di Pichincha, è stata arrestata con l’accusa di aver favorito i blocchi stradali. La deputata fedele a Correa, Gabriela Rivadeneira, è attualmente sotto protezione dell’ambasciata messicana a Quito perché sottoposta a persecuzione politica. Questi sono i nomi più noti ma gli arresti e le persecuzioni sono quotidiane e si sono intensificate durante la rivolta popolare.
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