Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/01/2026

Il dovuto rispetto e sostegno per i Vigili del Fuoco sanzionati dal Ministero

Durante le manifestazioni del 22 settembre organizzate in concomitanza con lo sciopero generale proclamato dalla USB a sostegno della Global Sumud Flotilla e contro il genocidio dei palestinesi a Gaza, a Pisa un gruppo di Vigili del Fuoco in divisa avevano osservato un minuto di silenzio inginocchiandosi, mentre a Roma avevano preso parola in piazza e assicurato il buon svolgimento di un enorme corteo popolare.

Claudio Mariotti, un Vigile del Fuoco in servizio da 38 anni, ha spiegato così quel gesto significativo “come gesto fatto da portatori di buona volontà dell’Unicef, perché il Corpo nazionale Vigili del fuoco è ambasciatore Unicef con un accordo rinnovato lo scorso 2024 dal sottosegretario Prisco”.

Lo stesso giorno a Roma un Vigile del Fuoco aveva preso la parola davanti a decine di migliaia di persone concentratesi alla Stazione Termini fornendo la medesima motivazione per la loro partecipazione alla manifestazione e allo sciopero dell’USB contro il genocidio del popolo palestinese a Gaza.

Ma per queste meritevoli e universalmente apprezzate testimonianze, il ministero dell’Interno ha inviato una contestazione disciplinare a dieci Vigili del Fuoco, sei dei quali in servizio in Toscana, ritenendo non legittime le modalità della loro presenza alle manifestazioni.

Le contestazioni disciplinari che hanno raggiunto delegati sindacali dell’USB e singoli Vigili del Fuoco hanno l’obiettivo di intimidire un’intera categoria, anche in vista del riordino del settore, la riforma del Corpo dei VVF con la quale questo governo vuole equiparare i pompieri ad operatori di pubblica sicurezza.

L’aggressione ai sindacalisti e agli iscritti all’USB è un attacco alla libertà di espressione, al diritto di sciopero e al diritto di organizzazione sindacale, diritti fondamentali che sono previsti dalla nostra Costituzione. È un ulteriore segnale dell’indirizzo militarista del governo e della volontà di reprimere il dissenso. Difendere i vigili del fuoco sotto attacco significa difendere la libertà di tutti noi.

Meritano il massimo rispetto questi Vigili del Fuoco, che hanno dato onore e dignità al nostro paese di fronte ai silenzi e alle complicità con un genocidio.

Il 28 gennaio ci sarà un incontro pubblico di solidarietà con questi Vigili del Fuoco (ore 15.00, sala ACI, via Marsala 10 nei pressi della Stazione Termini).

Facciamogli sentire pubblicamente e convintamente il nostro sostegno.

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24/12/2025

Sanzione della Commissione di Garanzia per le mobilitazioni in autunno: è allarme democratico a difesa del diritto di sciopero

Devono aver sudato assai i componenti della Commissione di garanzia sul diritto di sciopero, nel formulare le argomentazioni a supporto della loro decisione di elevare una multa di ben 20.000 euro alla USB per lo sciopero generale del 3 ottobre, convocato in risposta all’atto di pirateria internazionale compiuto dalle forze armate Israeliane nei confronti della Sumud Global Flottilla.

Uno sciopero immediato, proclamato invocando l’articolo 2 comma 7 della Legge 146/90, la legge antisciopero, che prevede la possibilità di non rispettare i termini di preavviso quando lo sciopero sia in difesa dell’ordine costituzionale o di protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori. Uno sciopero che ha visto una partecipazione di massa, diffusa in tutto il Paese e in tutte le categorie, ben oltre la consueta adesione agli scioperi generali convocati in altre occasioni, a significare la condivisione della scelta di mobilitare le lavoratrici e i lavoratori e di farlo subito, non appena si è verificato un atto di gravità inaudita nei confronti di pacifisti internazionali che cercavano di forzare un blocco illegale e portare sollievo e aiuti umanitari a chi stava subendo da anni l’aggressione genocida da parte dello Stato di Israele.

La delibera con cui si commina una pesante multa alla USB, ma ci risulta anche ad altre organizzazioni sindacali che si erano unite a USB proclamando a loro volta lo sciopero, si avventura in disquisizioni di natura interpretativa del pensiero dei Costituenti all’atto della stesura della nostra Carta Costituzionale, per cercare di giustificare la propria decisione del tutto priva di senso storico e in contrasto con altre già emesse in altri tempi ma sempre in contesti analoghi.

A sostegno della propria tesi si arriva a recuperare un parere secondo cui la difesa dell’ordine Costituzionale va interpretato unicamente nel senso “di situazioni di eccezionale gravità tali da mettere in pericolo le istituzioni democratiche”, come il rischio di colpo di Stato o di sovvertimento violento dell’ordinamento statale da parte di soggetti o poteri usurpatori. Cioè secondo la Commissione di garanzia del diritto di sciopero (sic!), la difesa dell’ordine costituzionale si interpreta unicamente nella difesa delle istituzioni democratiche di fronte ad un attacco specifico che metta a repentaglio l’esistenza stessa della Repubblica e non anche a garanzia che nessuno possa, tradendo il dettato Costituzionale, nella fattispecie l’articolo 11 della nostra Carta costituzionale, portare il Paese in una situazione di guerra così giustificando violazioni del diritto internazionale: vendendo armi, e/o consentendone il transito, che verranno utilizzate di fatto per proseguire nel genocidio del popolo Palestinese, non assumendo nessun atto concreto di protesta nei confronti dell’attacco armato in acque internazionali a navi anche di nazionalità italiana, con a bordo cittadini e sindacalisti italiani.

Non stiamo protestando per la sanzione, anche se la riteniamo ingiusta e la impugneremo davanti al giudice del lavoro: stiamo lanciando un allarme democratico a difesa del diritto di sciopero, della nostra Costituzione, della funzione sindacale, della pace e della volontà di tanta parte del popolo italiano che con grande slancio e consapevolezza ha aderito agli scioperi di settembre e ottobre, non curandosi della legittimità formale degli stessi, ma del loro alto valore politico a difesa della nostra Costituzione.

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22/12/2025

Bolivia i lavoratori hanno proclamato lo sciopero a oltranza contro il governo

«Annunciamo lo sciopero generale a oltranza e chiediamo al popolo boliviano di unirsi alla protesta». Queste le parole di Andrés Paye, segretario della Federazione Sindacale dei Minatori della Bolivia (FSTMB), con cui ha dato inizio alla mobilitazione del settore. Poco dopo si è aggiunta anche la Centrale Operaia Boliviana (COB), il principale sindacato del Paese, che riunisce al suo interno diverse sigle, tra cui la FSTMB. I lavoratori si sono schierati contro il presidente Rodrigo Paz Pereira, la cui elezione, avvenuta lo scorso ottobre, ha interrotto 20 anni di socialismo boliviano, segnando la svolta a destra per il Paese. A finire nel mirino dei lavoratori sono state le misure approvate dal nuovo governo – in particolare il decreto supremo 5503 – accusate di favorire gruppi privilegiati e lobby a discapito della maggioranza della popolazione.

«Vogliamo dire alla comunità internazionale che tutto ciò che accadrà a partire da ora sarà responsabilità del governo», ha dichiarato Andrés Paye al culmine del discorso che ha dato inizio allo sciopero dei minatori boliviani, un settore chiave per l’economia del Paese. Poche ore dopo, la protesta è stata rilanciata anche dalla Centrale Operaia Boliviana, rinsaldando il carattere generale dello sciopero. Tra giovedì e venerdì scorso si sono registrati i primi disservizi, con diverse città boliviane rimaste senza trasporto pubblico. Contestualmente, i lavoratori hanno effettuato dei blocchi autostradali. Contromisure che i sindacati minacciano di riproporre fino all’abrogazione delle ultime leggi approvate in materia economica dal governo di Rodrigo Paz Pereira. La Federazione Sindacale dei Minatori della Bolivia rilancia, facendo sapere che il suo sciopero continuerà fino alle dimissioni del nuovo presidente.

Per ridurre il deficit fiscale, il decreto supremo 5503 ha eliminato la sovvenzione statale sui carburanti, facendone raddoppiare il prezzo per i consumatori finali. Ciò avrà conseguenze sul lungo termine, riguardando soprattutto trasporti e beni di prima necessità, per un generale aumento del costo della vita. Nella capitale La Paz, i costi del trasporto pubblico dovrebbero ad esempio crescere del 100% nei prossimi giorni.

I sindacati hanno bollato la riforma economica come un attacco alla classe lavoratrice, a tutto vantaggio di poche oligarchie industriali, a partire da quelle del carburante. Il risentimento popolare è alimentato dall’eliminazione delle tasse ai grandi patrimoni e alle transazioni finanziarie, decisa dal governo pochi giorni fa. Lo schema realizzato dal neopresidente boliviano Paz si inquadra nei canoni neoliberisti: di fronte alle crisi economiche si procede con i tagli alla spesa sociale, non curandosi delle conseguenze per le classi meno abbienti – lavoratori, contadini, poveri – su cui viene anzi fatto ricadere tutto il peso della crisi.

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Sanzioni per lo sciopero generale del 3 ottobre: il governo Meloni prova a vendicarsi

La Commissione di Garanzia sulla legge 146 ha emesso la sua prima sentenza contro gli scioperi dello scorso autunno, facendo partire una prima pesante raffica di sanzioni contro l’agitazione che è stata proclamata senza rispettare i termini di preavviso a causa dell’attacco che stava subendo la Flotilla. La delibera della CGSSE si riferisce allo sciopero generale del 3 ottobre, scattato a seguito del sequestro illegittimo operato dall’esercito israeliano nei confronti di tutte le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, che stavano cercando di raggiungere le popolazioni di Gaza, per portare loro aiuti umanitari e aprire un valico permanente di soccorso.

Il governo Meloni non solo si è rifiutato di intervenire per far rispettare il diritto internazionale – le imbarcazioni sono state sequestrate infatti in acque internazionali e quindi fuori dalla giurisdizione israeliana – ma non ha ritenuto necessario di dover agire a sostegno dei cittadini italiani imbarcati, manifestando ancora una volta la totale complicità con il governo genocida di Tel Aviv. Come sappiamo i nostri concittadini, assieme al resto dell’equipaggio della Flotilla, sono stati arrestati e condotti nelle carceri israeliane, sottoposti a gravi vessazioni e violenze ed infine espulsi dopo alcuni giorni di sequestro illegittimo. Non una nota di protesta è mai partita dal nostro governo verso le autorità israeliane.

Lo sciopero generale del 3 ottobre ha rappresentato un moto di indignazione popolare capace di legare l’orrore per quanto avveniva (e purtroppo ancora continua) in Palestina con lo sdegno per il comportamento complice del nostro governo. Centinaia di migliaia di persone invadevano le piazze di tutto il paese e molte attività si fermarono. La circolazione è stata paralizzata ma in molte occasioni i manifestanti hanno ricevuto gli applausi dei cittadini intrappolati nel traffico e tuttavia solidali con la protesta.

Il governo ha vissuto in quei giorni i momenti più difficili dal suo insediamento. La Meloni balbettava frasi senza senso, Tajani appariva in grande imbarazzo, il resto del governo preferiva rimanere in silenzio. Ora che l’ondata emotiva si è ridotta, è cominciata la vendetta. In diverse città, da Bergamo a Catania, da Ravenna a Torino, sono state impartite decine e decine di sanzioni individuali contro i manifestanti con migliaia di euro di multe e, a seguire, sono cominciate ad arrivare le sanzioni contro le organizzazioni sindacali. Le somme più pesanti, 20mila euro, sono per l’USB assieme alla Cgil. E la Commissione ha già fatto sapere all’USB che ne sono in arrivo altre.

Bloccare il paese è una pratica che ha dimostrato di essere efficace. Il governo ha potuto sperimentare in quelle giornate tutta l’inutilità dei suoi dispositivi repressivi e dei decreti sicurezza di fronte all'espressione popolare. E si è messo paura. Non ci lasceremo intimidire dalla sua vendetta e ci prepariamo a tornare all’attacco. Ci sono mille buone ragioni per bloccare di nuovo tutto.

Unione Sindacale di Base

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12/12/2025

Oggi lo sciopero generale della CGIL

“Uno sciopero per aumentare i salari e le pensioni”. Questa è la sintesi che consegna Maurizio Landini sullo sciopero generale di oggi 12 dicembre indetto dalla Cgil. Intervistato da Repubblica ci tiene a precisare che sarà “uno sciopero sociale ma anche politico”. “Vogliamo cambiare le politiche sbagliate del Governo Meloni, rivendichiamo un futuro di pace e giustizia sociale per le nuove generazioni” ha affermato il segretario della Cgil.

Severo anche il giudizio sulla Legge di Bilancio varata dal governo ma che stenta ancora a decollare. “Una manovra d’austerità che non serve al Paese e che viene fatta solo per abbassare il deficit e comprare armi”, argomenta Landini: “Il mondo del lavoro vuole cambiamenti veri. Non può continuare a pagare i condoni, mentre interi settori produttivi (siderurgia, automotive, chimica, moda, terziario) sono in crisi. Rischiamo la deindustrializzazione. Profitti e ricchezza crescono, salari e stabilità dell’occupazione per donne e giovani no”.

Il leader Cgil lamenta poi che nell’incontro del 10 ottobre con il governo sulla legge di bilancio, fosse presente solo il ministro Giorgetti.

Leggendo le dichiarazioni del segretario della Cgil, si può avere l’impressione – magari superficiale – che siano in larga parte sovrapponibili a quelle dell’Usb e dei sindacati di base che hanno scioperato lo scorso 28 novembre.

In questi ultimi quindici giorni non si è però ripetuta l’anomalia della convergenza tra Usb, Cgil e sindacati di base prodottasi nello sciopero generale del 3 ottobre sulla spinta delle enormi mobilitazioni popolari sulla Palestina. Qualcuno avrebbe voluto che lo scenario si ripetesse ma, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, alcuni avvenimenti sono realisticamente irripetibili, anche se il riemergere clamoroso della “questione operaia” continua a introdurre nella realtà novità importanti sul piano del conflitto sociale e sindacale.

Il perché gli scioperi generali di Usb e Cgil non potevano convergere, lo ha spiegato bene Pierpaolo Leonardi, storico dirigente dell’Usb, in un articolo che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi sul nostro giornale.

“La differenza di valutazione in ordine alla convocazione di uno sciopero generale non sta nella data ma nella piattaforma di lotta, cioè sui contenuti che si vuole far emergere attraverso il massimo strumento di lotta e di mobilitazione a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici”, affermava Leonardi, sottolineando di comprendere le ragioni per cui la Cgil non fatto convergere la data dello sciopero generale su quella del 28 novembre. “Bene quindi ha fatto la Cgil a decidere di andare per la propria strada” – aggiungendo che “Quando si convoca il 3° sciopero generale nel breve volgere di due mesi o poco più non lo si può fare a cuor leggero”.

I punti di divaricazione con la Cgil si materializzano pesantemente quando dai discorsi generali si passa ai contratti che la stessa firma. La stagione dei rinnovi contrattuali lascia infatti la situazione invariata, con i salari dei lavoratori italiani che rimarranno anche in questa tornata non solo i più bassi tra i paesi europei a capitalismo avanzato, ma anche quelli che arretrano maggiormente quanto a potere d’acquisto.

Questo è quello che si evince analizzando i rinnovi contrattuali del commercio, dei chimici, delle telecomunicazioni e dei metalmeccanici.

Prendendo a esempio questi ultimi due in particolare, le criticità che emergono sono parecchie e pesanti.

Sul salario, l’accordo firmato nel contratto dei metalmeccanici consegna un aumento di soli 205 euro in quattro anni, includendo però anche gli aumenti già erogati. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA.

Non viene recuperata l’inflazione reale né la lunga vacanza contrattuale e il potere d’acquisto del salario continua a diminuire. Sull’organizzazione del lavoro aumentano le flessibilità a favore delle imprese, con l’“orario plurisettimanale” che passa da 80 a 96 ore annue. Sui contratti precari, la stabilizzazione dopo 48 mesi di somministrazione ha reso “accettabile” un percorso di lavoro precario lungo ben quattro anni.

Nel contratto delle telecomunicazioni vengono imposti ai lavoratori demansionamento, sospensione della vacanza contrattuale, moratoria sul rinnovo fino a sei anni e concessi aumenti di meno di 300 € lordi in tre anni, oltre a peggioramenti normativi inaccettabili.

Eppure un colpo importante era stato battuto dalla Cgil quando non ha firmato i contratti nel pubblico impiego; una scelta che è forse è la causa più profonda del momentaneo distanziamento con Cisl e Uil.

Le cose avvengono e le cose cambiano, sempre.

Ma la contraddizione irrisolta sta qua: nella divaricazione tra i discorsi generali della Cgil o del suo segretario e l’agire concreto nella contrattazione di categoria e aziendale, che dal 1993 ha visto peggiorare non solo i salari – come certificato in più sedi e da più osservatori – ma anche le condizioni complessive dei lavoratori. Potrebbe apparire una schizofrenia ma è invece una ipotesi sindacale sulla quale Cgil e Usb divaricano strategicamente.

Lo spiega bene un altro veterano del movimento sindacale come Giorgio Cremaschi quando sottolinea come “la firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018”.

Insomma siamo ancora in presenza di quel “parlare a sinistra per andare a destra” che ha caratterizzato la traiettoria politica della sinistra e del principale sindacato italiano in questi decenni, quelli della maledetta “concertazione” che è stata la gabbia e la ghigliottina per il movimento operaio e sindacale in questo paese; e alle quali è inevitabile contrapporre una alternativa sindacale di classe e confederale.

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11/12/2025

Il Portogallo paralizzato dal primo sciopero generale dopo 12 anni

Oggi in Portogallo si sono fermati i trasporti, le scuole, gli ospedali, i tribunali e gli uffici pubblici ma anche alcune fabbriche e imprese della logistica per il primo sciopero generale proclamato dal 2013, quando la troika Ue-BCE-FMI imponeva al paese un durissimo piano di austerità.

La protesta di oggi – l’11esimo sciopero generale in Portogallo dal ritorno della democrazia – è stata convocata dai maggiori sindacati contro il progetto di riforma del codice del lavoro presentato dal governo di centrodestra.

L’obiettivo della riforma è «stimolare la crescita economica per creare più posti di lavoro e pagare salari migliori» ha dichiarato il primo ministro Luís Montenegro.

La “riforma” mira infatti a rendere le procedure di licenziamento più facili per i datori di lavoro e a introdurre delle norme più restrittive sul reintegro del lavoratore licenziato. La proposta include anche modifiche ai permessi per allattamento e alla concessione di orari flessibili ai lavoratori con figli.

Su una popolazione attiva di 5 milioni di persone, circa 1,3 milioni si trovano già in una situazione di precarietà, ha denunciato il leader della Cgtp, che oggi ha organizzato una ventina di manifestazioni in tutto il paese. Il corteo più partecipato ha sfilato per le vie di Lisbona nel pomeriggio, all’insegna di slogan come “L’attacco è brutale, lo sciopero è generale”, “Non ci arrenderemo, il pacchetto deve cadere”, “Salari da fame, affitti in aumento! La gente non ne può più, è ora di agire”.

Lo sciopero, lanciato insieme all’Unione generale dei lavoratori (Ugt), il secondo sindacato del paese, dalle posizioni tradizionalmente più moderate, ha avuto un grande impatto nel paese. Molte attività si sono fermate non solo nel settore pubblico, ma anche in quello privato.

Secondo i dati diffusi da Tiago Oliverira, circa 3 milioni di lavoratrici e lavoratori portoghesi hanno aderito allo sciopero. Il leader della Cgtp ha riferito che si sono fermati i porti di Lisbona e Aveiro così come i mercati del pesce e le mense e i bar aziendali sono rimasti chiusi. Nel settore dei trasporti, gli aeroporti di Lisbona e Porto hanno dovuto cancellare il 90% dei voli mentre l’aeroporto di Faro è stato completamente chiuso. Chiusa anche la metropolitana di Lisbona con una partecipazione del 100% e grande incidenza per i treni e gli autobus che hanno garantito solo i servizi minimi. In settori come sanità, cultura, istruzione e amministrazione locale, i tassi di partecipazione hanno superato l’80%.

La coalizione di governo di Montenegro – secondo cui la partecipazione allo sciopero è stata minima – non ha la maggioranza assoluta in parlamento e sta cercando di ottenere il sostegno del piccolo partito liberale e anche dall’estrema destra di “Chega!”, che dalle elezioni generali di maggio è diventato il secondo partito dell’emiciclo superando i socialisti.

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01/12/2025

Il potere pretende la libertà di mentire

Allora. Come protocollo vuole, il proprietario – Alain Elkann, nipote dell’Avvocato Gianni Agnelli e distruttore della Fiat – ha fatto visita ai suoi dipendent della sezione informazione, sottomarchio La Stampa, per mostrare il proprio volto umano di imprenditore sensibile.

“L’attacco che questa redazione ha subito due giorni fa è stato brutale e vile. Un tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”

“Raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”... Una spataffiata di chiacchiere di cui si può dimostrare in poche righe la falsità. Si potrebbe dire che quello stesso giornale, il giorno dopo (30 settembre), ha ovviamente dedicato svariate pagine pro domo sua piene di dichiarazioni indignate, proclami di solidarietà, ecc. Ci sta, è nella logica delle cose.

Lo è un po’ meno la scelta di non parlare affatto dello sciopero generale del 28 e della manifestazione nazionale del 29, che pure hanno registrato una partecipazione considerevole. Mancanza di spazio? Strabismo politico? Non gli è arrivata la notizia?

No. Una scelta brutale, padronale e consapevole. “Quello che ci viene contro – a noi padroni che abbiamo spostato la sede legale all’estero per pagare meno tasse – semplicemente non esiste. E se esiste è criminale, anche quando è non violento” (spassosissima, in questo senso, la citazione di Gandhi in cima all’editoriale del direttore, tutto finalizzato a chiedere una repressione durissima a Torino).

Che la manifestazioni pacifiche e di massa ci siano state, a La Stampa, se ne sono accorti sicuramente, ma hanno deciso di parlarne solo con il trafiletto “terroristico” qui di fianco.

Si potrebbe dire che sono “scelte editoriali libere”, e di certo sono talmente libere da ignorare i fatti, “la realtà” evocata incautamente da Elkann, o restituirla come messaggi “d’ordine” anche quando non c’è materia.

Ma non vogliamo lamentarci per questa disattenzione, sappiamo con chi abbiamo a che fare... Stiamo mettendo a fuoco un modo di falsificare l’informazione in generale, come funzione sociale prima che business (i giornali cartacei sono tutti da decenni in perdita economica; continuano ad uscire solo perché svolgono una funzione di deformazione dell’opinione pubblica corrispondente ai diversi interessi dei differenti “editori”).

La prova la forniamo con un articolo dell’altro grande quotidiano di proprietà della “casa Agnelli in Elkann”, ovvero con Repubblica.

Stesso giorno, stesse ore, l’ex giornale fondato da Scalfari ha sfornato un’intervista di Laura Lucchini al ministro degli esteri della Colombia per parlare del minacciato attacco statunitense al vicino Venezuela.

Titolo: “La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”.

Si sa che la maggior parte degli articoli di un giornale non viene letta (servirebbero ore che nessun lettore ha a disposizione) e quindi il titolo deve concentrare in una battuta il cuore del contenuto e attirare l’attenzione in modo tale da invitare a leggere anche quello che c’è sotto.

Un lettore distratto, insomma, recepisce da questo titolo che la Colombia, pure avendo un governo politicamente affine a quello venezuelano (Gustavo Petro, ex guerrigliero dichiaratamente socialista), non ne può più di Maduro e gli consiglia amichevolmente di farsi da parte.

Fosse vero, sarebbe uno scoop…

Il problema è che in nessuna riga dell’intervista c’è una pur velatissima critica al governo bolivariano del Venezuela. Nulla. Anzi, c’è un profluvio di accuse agli Stati Uniti, concentrate sull’unica motivazione vera della progettata aggressione (che ha già fatto oltre 60 morti che nessuno sa se fossero narcotrafficanti, pescatori, commercianti della costa, ecc.) è l’immensa disponibilità di riserve petrolifere nel Paese. Le più grandi del mondo.

Sappiamo che nei “grandi giornali” i titoli non vengono decisi dal giornalista che scrive l’articolo, ma da uno “specialista”, in genere il caporedattore del settore (“esteri”, in questo caso). Però questo dimostra che “la fattura” del giornale segue un criterio di intenzionale falsificazione della realtà. Talmente macroscopico da restituirne una virtuale che ha il solo difetto di non esistere.

Questa non è “libertà di stampa”, questo è spaccio di droga per i cervelli.

Ci si accorge della gravità del problema quando, a forza di falsificare, si finisce per credere alle cazzate che si raccontano per scopi di breve momento (l’esempio della guerra in Ucraina sta lì, ed ora che dovranno “cambiare narrazione” ne vedremo delle bellissime...). Alla fine crolla tutto.

Qui di seguito vi proponiamo tutta l’intervista, in modo che possiate verificare di persona.

P.S. Gira sempre più insistentemente la voce che Repubblica e La Stampa stiano per essere venduti ad una cordata guidata da un imprenditore greco più altri, tra cui forse anche bin Salman, principe saudita entrato nei Brics+ e dai metodi piuttosto sbrigativi nei confronti dei giornalisti. Chissà che ne pensano nelle due redazioni…

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La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”

Rosa Yolanda Villavicencio è un’economista di 63 anni ed è stata nominata ministra degli Esteri della Colombia quest’estate, nel mezzo dell’epoca più buia che si ricordi delle relazioni tra Bogotà e gli Stati Uniti: «Quello che Trump vuole – dice – è il petrolio. Il resto sono scuse».

L’escalation tra Stati Uniti e Venezuela è arrivata a livelli senza precedenti: come si vive la situazione da Bogotà?

«Siamo molto preoccupati perché qualsiasi tipo di intervento militare in Venezuela avrebbe un impatto molto negativo per la Colombia. Noi continuiamo a tenere alta la bandiera della necessità del dialogo politico, della soluzione negoziata per risolvere la situazione prima di arrivare a un risvolto irreversibile».

Cosa vuole Trump?

«La ragione dell’escalation ha a che vedere con il fatto che le riserve petrolifere del Venezuela sono molto appetibili per un’economia fossile come quella statunitense: gli Usa cercano riserve nella regione, e queste si trovano in Venezuela. Di qui la narrativa secondo cui il Venezuela sarebbe un Paese che non combatte abbastanza il narcotraffico. L’intervento di forza è preceduto da una serie di narrazioni costruite ad arte, come quella secondo cui esisterebbe un “Cartel de los Soles”, che in realtà non risulta rilevante ai servizi di intelligence dei diversi Paesi».

Nonostante tutto nemmeno la Colombia ha riconosciuto il risultato delle elezioni in Venezuela...

«Noi non abbiamo riconosciuto il risultato delle elezioni perché i verbali non sono comparsi e non c’erano prove, ma manteniamo una relazione con lo Stato venezuelano e soprattutto con la popolazione: abbiamo quasi 3 milioni di colombiani in Venezuela, abbiamo 2.700.000 venezuelani che vivono nel nostro Paese. Poi c’è la questione delle detenzioni illegali, su questo manteniamo un dialogo con loro affinché rilascino i detenuti».

Quanti sono i detenuti politici colombiani? Conosce il caso di Trentini?

«Ci hanno riconsegnato 18 persone, ma al momento ne abbiamo ancora 20, e sì, sono in contatto con l’ambasciatore italiano a Bogotá riguardo al cittadino italiano. Ci sono anche cittadini francesi e olandesi. È complesso».

Un attacco sembra ora inevitabile.

«È un’escalation da manuale. Prima non esisteva il cosiddetto “Cartel de los Soles”, ora esiste. Pensiamo di essere molto vicini alla possibilità di un’aggressione, e per questo continuiamo a richiamare l’attenzione della comunità internazionale. Credo che non sia come in altre occasioni: qui ci sarà una risposta militare da parte di tutta la popolazione, che la vede e la sente come un’aggressione nel proprio territorio, e ciò provocherebbe spargimenti di sangue. Inoltre genererebbe una frammentazione, un esodo massiccio della popolazione che naturalmente si riverserebbe in Colombia».

Trump è arrivato a minacciare direttamente anche la Colombia di interventi militari mirati... 

«Le dichiarazioni si riferiscono alla presenza di gruppi illegali nel Catatumbo, e questa potrebbe essere una zona in cui vorrebbe intervenire, perché lì c’è presenza dell’Eln (Esercito di liberazione nazionale, gruppo paramilitare, ndr). Loro hanno detto che ciò che vogliono è rimuovere Maduro, ma logicamente una situazione del genere in Venezuela causerebbe anche in Colombia un impatto molto grande in termini economici, sociali e di instabilità politica».

A quanto pare Trump e Maduro si sono parlati, è possibile che si faccia da parte?

«Credo che sia un’ipotesi possibile e forse sarebbe auspicabile che gli Stati Uniti e il Venezuela – cioè Trump e Maduro – negoziassero una via d’uscita. E poi che da lì stabilissero condizioni che fossero accettabili per entrambe le parti. Si eviterebbe uno spargimento di sangue».

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30/11/2025

Giornalisti, vil razza dannata

Premessa breve, ma necessaria. Siamo un giornale, alcuni di noi hanno lavorato per decenni in altri media, frequentando redazioni, l’alto e il basso della società, palazzi del potere, bar dove cronisti e “fonti riservate” si incontrano quotidianamente.

Conosciamo il mestiere e i suoi format, sappiamo riconoscere quando viene messa la sordina, ignorata una notizia o una tendenza (è la cosa più semplice: “non ne parliamo”), invertire “aggressore e aggredito” (una carica di polizia immotivata contro ragazzi a mani nude può in un attimo diventare “scontri”), e via elencando.

Insomma, siamo giornalisti pure noi, ma di quelli che hanno messo le proprie “competenze” dentro un progetto collettivo di ricostruzione della soggettività antagonista e indipendente dal “sistema dominante” (per dirla in breve).

E che sanno riconoscere i “colleghi” che obbediscono al comando della proprietà, rappresentata istituzionalmente dal direttore e dai capiredattori.

In questi giorni l’esibizione di servilismo professionale si è dovuta applicare a due compiti piuttosto abituali: silenziare preventivamente uno sciopero generale seguito da una manifestazione nazionale (più altre locali) e trovare qualcosa che aiuti a “coprire”, magari mettendo in pessima luce – direttamente o indirettamente – le aree politico-sindacali-associative che davano corpo alle mobilitazioni.

Sembra passato un secolo da quando – meno di due mesi fa – un mesto Enrico Mentana, su La7, era costretto ad ammettere pubblicamente che le straordinarie giornate del 22 settembre, 3 e 4 ottobre – un milione e più di persone in piazza – erano “un successo di USB e Potere al Popolo”.

Successo sgradito, certo, ma successo. Si era insomma manifestato un nuovo soggetto politico e sindacale, non riconducibile alle formazioni ammesse al “campionato di serie A”, ma con una forza di mobilitazione decisamente superiore.

Giornalisticamente, davanti all’apparizione di una novità sgradita ma forte, si può reagire in due modi (tralasciamo le infinite varianti possibili): cercare di “recuperare” la devianza indipendente oppure tentare di ricacciarla sotto la soglia della visibilità.

Nel primo caso avremmo avuto un buon numero di interviste agli sconosciuti leader delle due formazioni, tese a “capire cosa bolliva nella pentola della società” ma al tempo stesso “normalizzare” quel sobbollire. Nel secondo caso, quello che si è verificato fino ad oggi.

Dal 5 ottobre in poi USB e Potere al Popolo non sono quasi state più nominate, se non in occasione delle elezioni regionali in Toscana e in Campania, ma in quest’ultimo caso solo per ghignare sul risultato insufficiente ad eleggere un consigliere.

Lo sciopero generale del 28 è stato nominato, mentre era in corso, solo per dar conto ai soliti “problemi nei trasporti”, ma senza neanche dire chiaramente chi lo aveva proclamato. Al massimo si accennava ai “sindacati di base”, oppure ai “Cobas” (chi, come noi, conosce e frequenta il sindacalismo “minore”, sa che quella sigla è copiata-declinata in svariate sotto-sigle, neanche tutte aderenti alla mobilitazione). Anche le poche foto pubblicate ex post erano selezionate in modo da evitare di far apparire la sigla “USB”.

Straordinaria coincidenza, oppure un ordine di scuderia che ha attraversato le redazioni mainstream. La seconda, come sempre, è la risposta vera... 

La riprova ieri, in piazza. Una massa di fotografi attirati dagli “ospiti internazionali” – Greta Thunberg e Francesca Albanese in primo luogo – e diversi giornalisti.

I primi, come al solito si sono gettati sulle “prede” con un furore degno di un plotone al fronte, al punto da costringere Greta a rifugiarsi sul camion dell’amplificazione per non essere travolta; e far reagire bruscamente anche qualche addetto alla sua protezione.

I secondi hanno approcciato i sindacalisti ponendo come prima e unica domanda “che pensate dell’attacco a La Stampa, a Torino?”. Lo sciopero generale contro la manovra del governo Meloni, contro le politiche di riarmo europee, la solidarietà con la Palestina, la denuncia della criminalizzazione del dissenso... Che gliene frega ai “colleghi”?

L’unica cosa era “prendere” una frase pro o contro se stessi, totalmente identificati con la testata nota familiarmente agli operai torinesi come La Büsiarda (del resto è di proprietà della famiglia Agnelli, come ora anche Repubblica).

Inevitabile ricevere a quel punto un molto educato “vaffa”.

Ma era l’atteggiamento comportamentale dei “colleghi” a dare la misura della distanza tra una redazione “importante” ed il mondo popolare. Si muovevano come se questi “altri” fossero materia che doveva mettersi a loro disposizione, “popoli primitivi” da colonizzare, “inferiori” da descrivere secondo l’uzzo, obbligati a rispondere non sulle ragioni di quel che stavano facendo ma su quel che interessava al caporedattore... 

Come se il tesserino da “professionista” avesse lo stesso potere disciplinante di quello dell’Fbi. E come se gli schemi mentali fossero gli stessi. Come se considerassero quella fiumana di gente in piazza come “nemici” da combattere e disperdere, esercitando il compito limitato di “narratori tendenziosi e squalificanti”. Quello che poi facilita o giustifica conseguenze più “muscolari”... 

Sarà l’aria di guerra, sarà che la struttura centrale del potere capitalistico è cambiata parecchio (i primi sette uomini più ricchi del pianeta sono tutti – anche – “magnati dei media”: Musk, Zuckerberg, Bezos, Ellison, ecc.), ma l’informazione mainstream sembra aver incorporato ormai il codice della “guerra ibrida”: non esistono i fatti e l’oggettività, ma solo quel che serve o contrasta il gruppo di potere per il momento dominante.

Non stupisce che quando, come a Torino, qualcuno si comporta con loro nello stesso modo – peraltro senza torcere un capello a nessuno; come teorizzava persino Marco Pannella, “la non violenza si esercita tra gli uomini, non necessariamente sulle cose” – scatti il riflesso pavloviano che fa sciorinare in serie rigida “la difesa della libertà di stampa” e tutti i suoi corollari.

Che erano e sono sacrosanti, quando la funzione della stampa è “fare il cane da guardia della democrazia svelando le magagne del potere”. Purtroppo è diventata il “fare il cane da guardia del potere contro la democrazia e i popoli”. E allora non puoi invocare le stesse guarentigie, che ti servono ora solo per esercitare la tua violenza – retorica, certo, ma non meno devastante – pretendendo l’immunità.

Se incontri un sindacalista o un dirigente politico consapevole della fase e dei rapporti di forza, puoi prenderti al massimo un “vaffa” o un sorriso ironico. Se ti capita qualcuno solo indignato e incazzato può disordinarti la scrivania.

Spiacevole, certo, ma sempre meno tragico del massacro di 280 colleghi – senza virgolette – a Gaza, per mano dei cecchini “democratici” dell’IDF.

P.S. Volete una prova? Oggi né il Corriere della SeraRepubblica danno alcuna notizia della manifestazione di ieri, né dello sciopero generale del 28. Ma dedicano entrambi una pagina alla “frase shock di Albanese”. Se questa è “informazione libera”, possiamo immaginare il resto... 

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27/11/2025

Dal salario a Gaza. Tutto si tiene

Il 28 e 29 novembre sono due giorni di mobilitazione in cui tutto si tiene. Questioni internazionali, la pace, la guerra, il riarmo europeo, il proposito di attaccare il Venezuela, i salari bassi, i tagli alla spesa pubblica, la sanità al collasso, le pensioni... 

Non è una sommatoria costruita a tavolino, ma la realtà viva che incide sulla vita e la carne delle persone e lega in modo intricato ma indissolubile, temi che in altre occasioni sarebbero stati ben distinti. E ha intanto un nemico visibile, raggiungibile, attivo e cattivo nel governo Meloni.

Uno sciopero generale – il terzo in due mesi proclamato dall’USB, con la successiva adesione di altri sigle sindacali conflittuali – contro la manovra di fine anno disegnata da Giorgetti sulla falsariga delle indicazioni lasciate a suo tempo da Mario Draghi e sotto la sorveglianza della Commissione europea.

Una finanziaria che mantiene un’alta tassazione sul lavoro dipendente e non dà niente a nessuno, tranne che alle “forze dell’ordine”, perché da sempre i governi antipopolari debbono tenersi cari i gendarmi.

Una manovra disegnata per completare il percorso di uscita dalla “procedura di infrazione” aperta a suo tempo da Bruxelles, e quindi pienamente rispettosa dei dikat dell’austerità.

Ricordate i leghisti e i meloniani che gridavano contro l’euro e la “dittatura europea”? Da tre anni sono i più scrupolosi osservanti di quelle regole che insultavano, preoccupati solo di ricavare qualche briciola per le clientele più indispensabili. Altro che “uscita dall’euro”… “i mercati” dominano, e i maggiordomi eseguono. Come faceva o farebbe di nuovo il PD, del resto…

Austerità, dunque, ma con la necessità di aumentare le spese militari nella dimensione ordinata da Trump e ben accolta dalla UE con il “piano ReArm EU”. Spese da finanziare con il debito pubblico, ovviamente. E il fatto che possa essere “debito europeo” non cambia nulla, visto che una quota non piccola sarà a carico anche del nostro bilancio, per quanto “scorporata” dalle spese ordinarie in modo da non contraddire il principio dell’austerità (un trucco contabile, insomma).

Tutto si tiene. Più armi, meno spesa sociale, salari fermi sennò le imprese piangono miseria, più debito e dunque ancora più tagli. Gli “impegni internazionali” si pagano, come sempre, e lo si fa svuotando le tasche di chi ha già poco. E cominciando ad immaginare di mandare prima o poi i giovani in guerra (Germania e Francia ci stanno già lavorando). 

Non è un un’invenzione, lo certifica Eurostat (l’istituto centrale di statistica): l’Italia, insieme alla derelitta Grecia è l’unico paese del Vecchio Continente in cui il reddito reale (il potere d’acquisto, insomma) è diminuito nel corso degli ultimi 20 anni. E questo senza neanche contare le maggiori spese che bisogna affrontare davanti a servizi sociali che diminuiscono (la sanità in cima a tutto, in un paese che invecchia) e a bollette che volano di anno in anno.

L’economia è ferma, ci dicono i dati, al contrario del governo secondo cui non sarebbe mai andata così bene. Pesa una situazione internazionale di guerra, con l’energia che costa più cara (il GNL statunitense costa 4 volte di più del metano russo che si usava prima), le esportazioni che calano perché abbiamo messo “sanzioni” sui paesi di destinazione, mentre gli Usa comprano meno e ci hanno anche imposto dazi ben poco “amichevoli”.

Paghiamo tutto di più, ma stipendi e pensioni non cambiano.

Tutto si tiene. Il sostegno economico e militare all’Ucraina sottrae risorse e ancor più ne sottrarrà la “ricostruzione”, se e quando si arriverà a riconoscere la sconfitta dell’“Occidente collettivo” e la sua infamia (ancora si insiste, da queste parti, nel continuare la guerra “fino all’ultimo ucraino”).

Il fatto di stare in uno schieramento internazionale in declino, per secoli sperimentato dal resto del mondo come colonialismo aggressivo e suprematista, comincia a comportare un prezzo alto da pagare. Anche in termini di relazioni economiche, e quindi di occasioni di crescita.

Il sostegno economico, politico, diplomatico e militare al genocidio dei palestinesi compiuto da Israele ha dimostrato che tutto l’Occidente condivide la stessa “cultura”, che non è fatta di “valori”, ma di disponibilità a massacrare a scopo di rapina. Applicando sempre un “doppio standard”.

Non bastava dunque uno sciopero generale – che è per definizione uno sciopero politico, perché diretto contro il governo e a proposito delle legge che regola per il prossimo anno la raccolta e la distribuzione delle risorse – occorreva raccogliere tutte le energie sociali in una manifestazione nazionale capace di tenere insieme tutte le diverse soggettività che si muovono su temi che stanno oggettivamente insieme.

Sarebbe bene che avesse le dimensioni che abbiamo visto il 4 ottobre, anche se avrà ovviamente il suo peso negativo il “silenziatore” posto dai media mainstream sul genocidio a Gaza. A settembre erano quasi tutti arrivati ad usare anche il termine “genocidio”, di fronte all’evidenza di uno sterminio di massa che non intendeva distinguere tra combattenti, civili, donne, vecchi e bambini. Anzi, proprio sui più deboli infieriva. Oggi sono tornati al silenzio.

Eppure ancora oggi si infierisce. Solo con numeri quotidiani un po’ più bassi, senza il clamore delle telecamere, perché tanto “c’è un cessate il fuoco”, anche se Israele spara tutti i giorni, blocca gli aiuti umanitari esattamente come prima, aspettando pazientemente che il freddo, la pioggia e la fame alzino la cifra dei morti.

Tutto si tiene. La povertà crescente, i diritti sociali e democratici in bilico qui, a casa nostra (lo dice persino Eurostat...), il riarmo e i rischi di guerra generale, l’indifferenza con cui ormai vengono citati gli orrori in Palestina o del Sudan, i preparativi espliciti per altre guerre, disegnano un orizzonte di futuro che somiglia terribilmente a Gaza e dintorni.

Noi non ci stiamo. Vi aspettiamo in piazza per bloccare l’azione di chi ci sta portando in quella direzione.

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“Lo sciopero del 28 novembre rivendica il diritto ad un futuro diverso”

Alla vigilia dello sciopero generale del 28 e della manifestazione nazionale del 29 novembre abbiamo chiesto alcune valutazioni a Guido Lutrario dell’esecutivo nazionale dell’Unione Sindacale di Base. 

Con lo sciopero generale del 28 novembre contestate la Legge di bilancio del governo Meloni. Perché?

Lo sciopero generale del 28 novembre rivendica il diritto ad un futuro diverso. Il governo Meloni ha definitivamente imboccato la strada del riarmo, condizionando tutta la politica economica alla necessità di reperire risorse per l’acquisto di nuovi armamenti, in gran parte dalle industrie americane, e convertire pezzi della nostra industria al settore bellico.
Il bilancio pubblico viene contenuto per soddisfare la regola della UE che consentono di svincolare la spesa pubblica per la difesa solo ai paesi che stanno dentro i limiti del 3% nel rapporto PIL/deficit pubblico: in pratica la spesa sociale, gli investimenti pubblici, i salari dei dipendenti pubblici e le pensioni vengono messi dopo la spesa militare, che diventa la voce centrale del nostro bilancio.
Ogni rivendicazione sociale subisce il ricatto della corsa al riarmo, tutto viene dopo la necessità di rafforzare il nostro sistema militare e mettere risorse a disposizione delle aziende che producono armi.

Quali sono le rivendicazioni principali dello sciopero?

Al primo posto c’è la questione dei salari. Abbiamo fissato l’asticella dei minimi a 2mila euro per sottolineare che si deve partire da un’idea del salario che deve garantire una esistenza libera e dignitosa. Non è accettabile che si vada a lavorare per una retribuzione che non assicuri dignità a chi lavora.
Subito dopo c’è il grande tema dell’età pensionabile che andrebbe riportata a 62 anni invece di allungarla ulteriormente, mentre è urgente far salire le pensioni minime almeno a 1500 euro.
La rivendicazione delle assunzioni nel settore pubblico di almeno un milione di lavoratori, il rilancio dell’edilizia popolare accanto ad una legge che metta sotto controllo il mercato degli affitti, lo stop al sistema degli appalti, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e la settimana corta di 4 giorni lavorativi.
Abbiamo presentato la nostra Piattaforma rivendicativa in una grande assemblea di delegati e delegate a Roma lo scorso primo novembre. In quella Piattaforma abbiamo riassunto tutte le nostre proposte per tornare a dare un futuro al nostro paese. 

Si tratta del terzo sciopero generale in tre mesi. È un autunno caldo o una positiva anomalia nello scenario politico e sociale del paese?

La Palestina ha fatto venire alla luce il disgusto per la complicità del nostro governo verso un genocidio in atto (e ancora in corso) ed ha provocato un’ondata emotiva molto forte che ha risvegliato il Paese da una prolungata passività.
Parole d’ordine chiare che nessuno aveva avuto il coraggio di pronunciare fino ad allora, come Israele stato terrorista o lo stesso termine genocidio, sono diventate comuni a milioni di persone scese in piazza ovunque.
Quello che si è manifestato è un movimento radicale nei contenuti, poco disponibile a lasciarsi ammaestrare dall’opposizione parlamentare, sicuramente una positiva novità sulla scena politica del paese.

Nei due scioperi precedenti c’è stata una forte adesione ad una agitazione con motivazioni apertamente politiche – il sostegno al popolo palestinese – e una adesione superiore a quelli su obiettivi vertenziali e contrattuali. Come ve lo spiegate?

C’è una frattura sempre più evidente che attraversa la sinistra di questo paese e che si manifesta per esempio con un crescente astensionismo. Mentre vasti settori popolari hanno da tempo abbandonato i riferimenti politici e sindacali della sinistra perché non si sono sentiti più rappresentati da queste organizzazioni, ora assistiamo ad una crisi anche ideale ed etica che sta portando allo scollamento con i settori più consolidati che in questi anni hanno continuato, malgrado tutto, a riconoscersi nelle forze della sinistra.
C’è una fetta molto grande di quel popolo della sinistra che non si riconosce più in questa sinistra, perchè lo vede come una versione edulcorata della destra.
Questo è stato il mondo che più ha riempito le piazze dei due grandi scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre e poi l’oceanica manifestazione del 4 ottobre a Roma, un popolo di sinistra senza più riferimenti organizzativi. Nel mondo del lavoro, queste mobilitazioni si sono sentite sicuramente nella scuola e nei settori più acculturati della società, assieme ad un precariato diffuso che fatica ad utilizzare lo sciopero come forma di lotta per difendere i propri diritti ma che ha trovato nello sciopero generale per la Palestina l’opportunità per esprimere il proprio malessere.
Ora la vera scommessa che abbiamo davanti, a cominciare dallo sciopero del 28, è quella di allargare la protesta a quei settori del mondo del lavoro che sono rimasti a guardare per far irrompere la questione sociale nel movimento suscitato dalle proteste per la Palestina.
A quell’enorme popolo che si è manifestato sulla Palestina dobbiamo riuscire a dare un riferimento sindacale stabile che sia coerente con la spinta etica e la radicalità che si sono espresse in quelle mobilitazioni.
È significativo in tal senso il sostegno allo sciopero che è venuto da personalità internazionali come Greta Thunberg, Francesca Albanese, Roger Waters, Thiago Avila, Chris Hedges.

I bassi salari continuano a gridare vendetta, le crisi industriali si acutizzano, i servizi pubblici – dalla sanità ai trasporti – sono al collasso. Ma il governo dice che va tutto bene. Qual è la reale situazione sociale del paese?

Questo paese è di fronte ad una crisi pesantissima di cui l’emergenza salari è solo la punta dell'iceberg. C’è un drenaggio continuo di risorse verso le banche e il mondo finanziario che sta impoverendo fette crescenti di popolazione ma sta soprattutto ipotecando il futuro dell’Italia.
La deindustrializzazione è ormai un fenomeno apertamente dichiarato dagli stessi ministri, il nostro sistema produttivo perde continuamente pezzi mentre tutti gli asset strategici stanno finendo nelle mani dei grandi Fondi di investimento americani.
L’Italia è ormai il paese del turismo, della ristorazione e del terziario a basso valore aggiunto, cioè con salari da fame, precariato cronico e contrattualizzazione sempre più dubbia.
Questa crisi di prospettive ha riaperto in modo clamoroso anche la questione abitativa, che per molti anni era rimasta confinata ad alcune grandi città come Roma e ai settori più poveri. Ora la casa è tornata ad essere una grande emergenza sociale per milioni di persone che non riescono a reggere l’andamento dei mutui né il mercato degli affitti completamente fuori controllo. Poi c’è la grande emergenza della sanità, con milioni di persone che rinunciano alle cure perché non hanno di che pagarsele.
Ecco, questa è la situazione del nostro paese, e finita l’illusione del PNRR non c’è più alcuna prospettiva all’orizzonte se non l’incubo della guerra.

Sabato 29 marzo, il giorno successivo allo sciopero, ci sarà una manifestazione nazionale a Roma. Quali sono le vostre aspettative su questa mobilitazione?

La mobilitazione del 29 sarà grande, c’è una forte attesa e ci sono segnali di attenzione che vengono da tante parti del paese. Per noi sarà importante mettere al centro il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici.
Quando i portuali di Genova hanno lanciato la parola d’ordine “Blocchiamo tutto” hanno dato un segnale forte che dice che gli operai, se determinati, possono condizionare il destino del paese. In tanti ci hanno creduto e siamo riusciti a bloccare il paese per ben due volte in pochi giorni.
Blocchiamo tutto è diventata una parola d’ordine che ha fatto il giro del mondo e ci sono mobilitazioni in tanti paesi che si ispirano a quello che siamo riusciti a fare qui da noi.
Ora che abbiamo capito che è possibile, che abbiamo dimostrato che possiamo farlo, dobbiamo trasformare l’esplosione inattesa e spontanea in una forma organizzata e stabile di lotta, dobbiamo farla diventare una forza organizzata capace di invertire la rotta che ha preso il paese.
Per questo dobbiamo lavorare con ancora maggiore determinazione nella costruzione di un fronte indipendente che conti sulle proprie forze, che sono gigantesche, e che non si faccia condizionare da chi vorrebbe appropriarsi indebitamente del potenziale che questo movimento ha dimostrato di avere.
Lavoratori di tutti i settori, migranti, senza casa, pensionati, studenti, c’è una massa enorme che comincia ad intravedere la necessità e la possibilità di organizzarsi su obiettivi chiari, liberandosi degli schemi ideologici e dei freni che la vecchia sinistra mette continuamente in campo. Lo sciopero del 28 e la manifestazione del 29 saranno un altro passo in avanti in questa direzione.

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Il pessimo contratto dei metalmeccanici rafforza le ragioni dello sciopero generale il 28 novembre

di Giorgio Cremaschi

Se si vuole cogliere dal vivo una delle principali ragioni per cui il sistema salariale italiano da anni precipita verso il basso ed è il peggiore tra i paesi più sviluppati, basta guardare al rinnovo del contratto dei metalmeccanici, appena sottoscritto tra Fim–Fiom–Uilm e Federmeccanica.

Negli ultimi anni la perdita di potere d’acquisto per un lavoratore metalmeccanico di livello medio è stata di più di 250 euro netti al mese. Per recuperare questa perdita, i salari contrattuali avrebbero dovuto crescere di circa 350 euro lordi. La richiesta dei sindacati confederali per il rinnovo del contratto triennale, dall’inizio del 2025 alla fine del 2027, è stata di 280 euro in più al mese.

Fim–Fiom–Uilm hanno spiegato questa richiesta, inferiore a ciò che sarebbe stato necessario per pareggiare i conti con la perdita salariale, con altre importanti rivendicazioni normative. Prima di tutto la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali, poi un potenziamento delle funzioni e dei poteri dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, infine rivendicazioni contro il precariato e per i diritti individuali.

Il risultato finale, tanto esaltato in queste ore dai dirigenti sindacali e ancor più dagli industriali, cancella la piattaforma.

L’aumento salariale è di 205 euro lordi medi, con il prolungamento di un anno della durata del contratto. Allungare la durata del contratto è un classico metodo negli accordi sindacali per fare sembrare di più i soldi. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA. Questo indice dell’aumento dei prezzi è stato adottato dal contratto dei metalmeccanici, però con una pesante limitazione: i costi dei prodotti energetici importati non vengono calcolati. Cioè l’aumento dell’energia elettrica, del gas e della benzina per la busta paga non contano.

All’inizio della trattativa Federmeccanica aveva controproposto un aumento di 170 euro. Il risultato finale è dunque di 7 euro un più della proposta delle imprese, però con il contratto che dura anche nel 2028. Fino al giugno dell’anno prossimo i metalmeccanici non riceveranno alcun aumento, poi scatteranno circa 50 euro in più, mesi dopo seguiranno altre piccole tranches. L’ultima rata dell’aumento di oltre 60 euro sarà addirittura nel giugno del 2028.

Per quanta riguarda la riduzione dell’orario non si ottiene nulla, anzi c’è un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, con l’aumento delle ore di flessibilità obbligatoria e la diminuzione della giornate di riposo libere. Nulla sulla salute e la sicurezza, pasticci e chiacchiere su tutto il resto.

Insomma un risultato negativo sul piano normativo e pessimo su quello salariale.

L’intesa Fim–Fiom–Uilm–Federmeccanica non recupera nulla di quanto i lavoratori hanno perso e rischia di peggiorare ancora nel tempo il valore reale delle retribuzioni. Un risultato persino inferiore a quello degli accordi in alcune categorie del pubblico impiego, accordi che la CGIL aveva rifiutato di sottoscrivere perché giudicati troppo bassi. Invece ora per Landini questo contratto è “una buona notizia per tutto il paese”.

La firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018.

Negli ultimi trent’anni l’Italia ha avuto la peggiore dinamica salariale tra i paesi OCSE, non solo per le politiche di austerità dei governi, ma per la complicità di CGIL–CISL–UIL con il sistema delle imprese.

I sindacati confederali hanno accettato di scambiare, con la Confindustria e le organizzazioni imprenditoriali, il riconoscimento del proprio ruolo con il salario dei lavoratori. Hanno accettato regole che impediscono di rivendicare veri aumenti della retribuzione e che impongono sempre di inseguire, in ritardo, l’aumento dei prezzi. Il sistema contrattuale italiano è come la carota appesa al bastone davanti all’asino, che per quanto cammini non riesce mai a raggiungere l’obiettivo.

Sembrava che stavolta i sindacati confederali dei metalmeccanici avessero provato a forzare un poco il sistema, ma dopo quaranta ore di sciopero hanno praticamente accettato ciò che gli industriali offrivano all’inizio. Abbiamo salvato il contratto nazionale, hanno dichiarato i dirigenti di Fim–Fiom–Uilm. No, hanno confermato un sistema contrattuale che fa sprofondare i salari e garantisce i profitti.

Tutto questo rafforza il significato e il valore dello sciopero generale del 28 novembre, proclamato dai sindacati di base e conflittuali. È infatti necessaria una profonda rottura del sistema contrattuale fondato sia sull’austerità di bilancio dei governi, sia sulla complicità tra sindacalismo confederale e imprese.

Senza questa rottura continuerà il disastro dei salari, che certo non sarà fermato dalla doppiezza di una CGIL che contesta a Giorgia Meloni ciò che accetta volentieri da Confindustria.

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23/11/2025

“Sarò in Italia per sostenere sciopero e manifestazione contro Israele!”

di Chris Hedges

Le nazioni occidentali non faranno nulla per fermare il continuo Massacro di palestinesi da parte di Israele. Non faranno nulla per alleviare la fame e le malattie che stanno decimando i palestinesi a Gaza. Le nostre nazioni sono state e rimangono Complici a pieno titolo del Genocidio. Rimarranno Complici fino a quando il Genocidio non raggiungerà la sua triste conclusione.

A meno che non li fermiamo.

Almeno 242 palestinesi a Gaza sono stati uccisi da Israele dall’annuncio del “cessate il fuoco”. La prima grave violazione del cessate il fuoco ha portato a bombardamenti aerei israeliani che hanno ucciso più di 100 palestinesi, tra cui 46 bambini, e ne hanno feriti altri 150. I palestinesi di Gaza continuano a subire bombardamenti quotidiani che radono al suolo le loro case. Israele ha distrutto più di 1.500 edifici dall’inizio del cessate il fuoco, spesso decimando interi quartieri con cariche di demolizione.

Bombardamenti e spari continuano a uccidere e ferire civili, mentre i droni continuano a sorvolare la città, diffondendo minacce intimidatorie o sparando sui civili. Prodotti alimentari essenziali, aiuti umanitari e forniture mediche rimangono scarsi a causa dell’assedio in corso. E l’esercito israeliano controlla più di metà della Striscia di Gaza, sparando a chiunque, comprese le famiglie, si avvicini troppo al suo confine invisibile, noto come Linea Gialla. Il loro reato? Tornare alle rovine delle loro case.

Israele ha sistematicamente reso Gaza inabitabile, trasformandola nel più vasto cimitero di tutti i Campi di Concentramento.

Pochi in Israele si oppongono. L’82% degli israeliani sostiene l’idea di espellere l’intera popolazione di Gaza e quasi la metà sostiene la sua uccisione. L’80% degli israeliani afferma di essere “poco preoccupato” o “per niente preoccupato” dalle notizie di Carestia e sofferenza tra la popolazione di Gaza.

Non ci sono dubbi. Israele è uno Stato e una Società Genocida.

Per questo motivo, il 28 e 29 novembre sarò a Genova e Roma, insieme a Francesca Albanese, Yanis Varoufakis e Greta Thunberg, per sostenere lo sciopero nazionale indetto dai sindacati italiani per bloccare tutte le spedizioni di armi in Israele e protestare contro le richieste del governo del Primo Ministro Giorgia Meloni di aumentare la spesa per la difesa.

Non dobbiamo permettere ai nostri dirigenti politici di normalizzare il Genocidio e la guerra. Non dobbiamo abbandonare lo Stato di Diritto. Non dobbiamo essere Complici, con il nostro silenzio o la nostra passività. Dobbiamo fermare le spedizioni di bombe e armi verso Israele. Dobbiamo boicottare le aziende che fanno affari in Israele, così come ogni evento sportivo con squadre israeliane, ogni concerto di musicisti israeliani e ogni scambio con accademici e studenti israeliani.

Dobbiamo costringere le nostre università e istituzioni a disinvestire da Israele. Dobbiamo interrompere i rapporti diplomatici. Dobbiamo essere presenti quando i dirigenti israeliani tengono conferenze stampa o visite di Stato. Dobbiamo essere presenti in ogni porto quando attraccano navi da turismo israeliane. Dobbiamo porre fine al Genocidio.

Dipende da noi, da coloro che scendono in piazza, da coloro che organizzano scioperi. Non c’è altro meccanismo per salvarci. Nessuno.

Non possiamo fallire. Se falliamo, Gaza è solo l’inizio. Il mondo sta crollando sotto l’assalto della crisi climatica, che sta innescando migrazioni di massa, stati falliti e incendi catastrofici, uragani, tempeste, inondazioni e siccità. Con il deteriorarsi della stabilità globale, la terrificante Macchina della Violenza Industriale indiscriminata e degli Omicidi di Massa, così familiare ai palestinesi, diventerà onnipresente.

I droni militarizzati, gli elicotteri da combattimento, i muri e le barriere, i posti di blocco, le spirali di filo spinato, le torri di guardia, i centri di detenzione, le deportazioni, la brutalità e la tortura, il diniego dei visti d’ingresso, l’esistenza da Apartheid che deriva dall’essere clandestini, la perdita dei diritti individuali e la sorveglianza elettronica, sono familiari tanto ai migranti disperati lungo il confine messicano o che tentano di entrare in Europa quanto ai palestinesi. Presto, senza controllo, questi strumenti di repressione statale saranno usati contro di noi.

Israele incarna lo Stato Etnonazionalista che l’estrema destra negli Stati Uniti e in Europa sogna di creare per sé, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme legali, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato da questi proto-fascisti proprio perché è Razzista e senza legge, perché usa la forza letale indiscriminata per “purificare” la sua società da coloro che vengono etichettati come contaminanti umani.

Rifiutandoci di cooperare, bloccando i meccanismi del commercio e dello Stato, resistendo al male, affermiamo la nostra dignità e la nostra libertà. Sgretoliamo l’edificio del potere dispotico. Alimentiamo le fiamme della speranza e della giustizia. Manteniamo viva la capacità di essere umani.

Unitevi quindi a milioni di noi nelle strade d’Italia e nelle vostre strade. La lotta per la Palestina è la lotta di tutti noi.

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17/11/2025

Istat: i prezzi degli alimentari corrono molto più veloce dell’inflazione media

Tra l’ottobre 2021 e l’ottobre 2025, gli italiani hanno affrontato un’impennata dei prezzi alimentari del 24,9%, un aumento di quasi l’8% superiore a quello dell’indice generale dei prezzi al consumo armonizzato, che si è “fermato” al 17,3%. Lo rileva l’Istat, che identifica la causa principale nello shock dei prezzi dell’energia tra il 2022 e il 2023.

Nel dettaglio, gli aumenti maggiori rispetto al 2021 hanno colpito i prodotti vegetali (+32,7%), latte, formaggi e uova (+28,1%) e pane e cereali (+25,5%). A ottobre, mentre l’inflazione calava dello 0,3%, i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche crescevano dello 0,2%.

L’incremento del costo dei beni energetici si è trasmesso ai costi di produzione e distribuzione di quelli alimentari. L’istituto, ad ogni modo, parla di una “combinazione di fattori, di natura soprattutto esterna, che hanno determinato forti aumenti soprattutto nei prezzi internazionali degli input produttivi del settore alimentare. I fattori interni hanno invece agito in misura più limitata e, in particolare negli anni più recenti”.

Prima le difficoltà di un veloce rialzo della domanda con la ripresa dopo la pandemia – che ha messo sotto stress filiere che andavano in parte ridisegnandosi – sono entrate in una sinergia negativa con alcuni eventi avversi a livello climatico, con la conseguente contrazione dell’offerta a livello globale. A ricordarci come la crisi climatica è un danno immediata per le nostre economie, oltre che una pietra tombale sull’intera umanità sul lungo periodo.

Poi, l’escalation in Ucraina e le sanzioni alla Russia hanno determinato il rialzo dei prezzi energetici che conosciamo bene, con effetti a cascata. E infatti, il fenomeno non ha riguardato solo l’Italia, ma tutta l’Europa, con intensità persino maggiore: i prezzi del cibo, sempre negli ultimi cinque anni, sono aumentati del 29% per l’area euro (+32,3 nella Ue27), del 32,8% in Germania e del 29,5% in Spagna. In Francia, invece, un po’ meno che in Italia.

La differenza, per il Belpaese, è che da una parte c’è una classe politica che sa solo sussidiare senza sosta un mondo imprenditoriale che intasca il surplus senza investire o, peggio ancora forse, perde tutto nei rivoli della finanza. E poi si lamenta della “voglia di lavorare” che non c’è più.

Ma la realtà è che, se negli altri paesi il reddito lordo reale pro capite delle famiglie ha superato quello del 2008, in Italia rimane ancora sotto di esso di 4 punti e rotti. Parola di Eurostat. E come sappiamo bene, le spese riguardanti il cibo colpiscono in modo più consistente i redditi delle fasce più basse che quelli delle fasce più alte (per il buon motivo che ognuno di noi può mangiare fino ad un certo punto, scegliere la qualità migliore o la meno costosa, ma non secondo le regole della “crescita infinita”).

Commentando i dati, l’Unione Nazionale Consumatori (UNC) ha definito la spesa alimentare ormai un “lusso”. Il presidente Massimiliano Dona ha posto in evidenza che “per mangiare e bere una coppia con 2 figli paga su base annua ben 250 euro in più, una coppia con 1 figlio 219 euro, 173 per una famiglia media”.

Se a questo quadro si aggiunge anche il “Rapporto sul Benessere equo e sostenibile” (Bes) 2024, anch’esso diffuso dall’Istat, la situazione appare ancora più critica. In Italia le condizioni di benessere economico sono in calo, e sono più basse della media europea: il rischio di povertà nel 2024 è al 18,9%, contro il 16,2% dell’UE27. La disuguaglianza del reddito netto è al 5,5%, contro il 4,7% della UE27.

E la legge di bilancio continua a prevedere lo spostamento di ricchezza verso le fasce più agiate della popolazione, e tagli ai servizi. Lo sciopero generale del 28 e la manifestazione nazionale del 29 esprimono l’evidente necessità di un’alternativa a questo sfacelo.

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15/11/2025

Termoli: salta la gigafactory, affonda l’industria

La possibile rinuncia di ACC alla Gigafactory di Termoli arriva mentre il Governo Meloni presenta una manovra economica che non stanzia un euro per salvare l’industria, non interviene sul costo dell’energia, non pianifica la transizione energetica e non impone alcuna condizionalità agli incentivi pubblici.

Il risultato è davanti a tutti: un disastro annunciato, che oggi esplode in tutta la sua gravità.

La Gigafactory – sbandierata per mesi come simbolo della “transizione italiana” – si rivela per ciò che era: un’operazione di propaganda, utile solo a coprire il progressivo disimpegno di Stellantis dal Paese.

Mentre in Spagna e Germania gli investimenti industriali vengono blindati da interventi pubblici veri, il Governo italiano si è limitato ai comunicati trionfalistici e ai tagli di nastro immaginari.

Nel frattempo Stellantis ha svuotato stabilimenti, smantellato produzioni, aperto esodi incentivati e trascinato l’intero comparto automotive nella peggior crisi della sua storia.

Oggi si prova a scaricare tutto sui “costi dell’energia” o sulla “scarsa domanda di auto elettriche”.

La verità è che senza una politica industriale pubblica, senza controllo della filiera energetica e senza vincoli sugli incentivi, la transizione non è mai stata credibile. Sono responsabilità politiche precise.

USB chiede immediatamente:
– un tavolo d’emergenza pubblico su Termoli, con Governo, Regione e organizzazioni sindacali reali, non quelle che firmano concessioni;
– il coinvolgimento diretto dello Stato nella filiera dell’automotive e della mobilità sostenibile, perché l’interesse nazionale non può essere delegato ai consigli di amministrazione delle multinazionali;
– una verifica degli impegni industriali assunti da Stellantis e ACC con fondi pubblici, con sospensione o revoca degli incentivi in caso di inadempienza;
– un reddito di transizione, che garantisca la copertura economica al 100% per le lavoratrici e i lavoratori colpiti dalle transizioni digitale, energetica e tecnologica.

La mobilitazione non può fermarsi. Il disastro di Termoli è il simbolo di una manovra economica che condanna l’industria italiana alla regressione, scaricando tutto sui lavoratori.

Per questo USB chiama tutto il mondo del lavoro allo sciopero generale del 28 novembre e alla manifestazione nazionale a Roma del 29 novembre. Per difendere Termoli. Per difendere l’industria. Per difendere il Paese.

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12/11/2025

Contro la finanziaria di guerra e il governo Meloni. Rompere con Israele, Palestina libera

La legge di Bilancio presentata dal governo Meloni risponde alla logica del riarmo e alla scelta di incanalare il nostro Paese verso una economia di guerra.

Mentre i salari e le pensioni continuano a perdere potere d’acquisto, le disuguaglianze sociali aumentano, si allarga il mondo della precarietà e del lavoro sottopagato e sono sempre di più le persone che non possono curarsi o che non vedono soddisfatto il diritto alla casa, il governo aumenta in modo clamoroso la spesa per l’acquisto e la produzione di nuovi armamenti, individuando nel settore bellico l’unica soluzione alla crisi economica.

Anzi, il vincolo europeo di contenimento del deficit pubblico, con conseguente taglio ai servizi e alla spesa sociale, viene perseguito proprio con l’obiettivo di avere le mani libere per poter investire in armamenti.

La stessa ipocrisia utilizzata per nascondere il genocidio in Palestina e la complicità del governo con lo Stato terrorista di Israele viene utilizzata per fingere di voler affrontare le grandi questioni sociali del Paese: con i numeri sull’occupazione si continua a voler coprire l’aumento della povertà e dei lavori con salari da fame, con le modifiche dell’IRPEF si finge di voler sostenere i ceti medi quando si stanno soltanto favorendo i settori più ricchi, con i contributi volontari delle banche si lasciano nelle mani del sistema finanziario più di 100 miliardi di extraprofitti sottratti al nostro paese negli ultimi tre anni.

Di fronte ad un processo di grave deindustrializzazione, il sistema riesce solo a proporre la conversione di alcune aziende alla fabbricazione delle armi. L’industria bellica e i suoi collegati vengono utilizzati per uscire dalla crisi in cui versa il capitalismo.

Nei vari teatri di guerra si nascondono dietro le parole “pace” e “ricostruzione” gli interessi dei grandi gruppi italiani e occidentali del cemento, dell’energia e delle infrastrutture – come WeBuild, Buzzi Unicem, Cementir, Leonardo, Terna e Italferr – pronti a trarre profitto dalle devastazioni della guerra. La ricostruzione dell’Ucraina e di Gaza diventano un affare per pochi, mentre i costi umani, sociali e ambientali ricadono sui popoli flagellati dai conflitti.

Le mobilitazioni promosse a sostegno del popolo e della resistenza palestinese hanno portato alla luce una indisponibilità in tutta la Penisola a essere complici con il genocidio e con le scelte del governo Meloni che ci portano verso un futuro da incubo. Difendere la Palestina oggi significa rompere il patto tra sionismo, capitalismo e destre estreme e aprire una possibilità di liberazione per le lavoratrici, i lavoratori e tutti i popoli del Mondo.

La tregua di Trump non riconosce nessun diritto al popolo palestinese e sta consentendo a Israele di proseguire e ampliare l’occupazione di territori palestinesi.

Ma l’Italia parla di pace dopo aver fornito armi, dopo aver sostenuto direttamente il GENOCIDIO.

Anche altri paesi come il Congo e il Sudan stanno vivendo momenti drammatici, e diventa fondamentale unire le lotte e costruire una reale intersezionalità tra tutti i popoli oppressi, mentre aumentano i pericoli di un’aggressione al Venezuela.

Tutto questo dimostra che la competizione imperialista si sposta sempre più dal piano politico, economico e commerciale a quello militare. Il Governo Meloni, che sta sostenendo apertamente l’aumento delle spese in ambito NATO e i programmi di riarmo dell’Unione Europea, è parte attiva di questo processo. Tutto l’arco parlamentare sostiene la necessità di una difesa comune e di un esercito comune europeo quando l’unica difesa dalla guerra è il disarmo.

Queste scelte non hanno un riflesso solo in termini economici ma stanno favorendo una torsione autoritaria tanto contro le lotte sociali come verso il mondo dell’istruzione, arrivando a colpire l’informazione critica e indipendente e a tentare di controllare altri poteri dello Stato.

È in atto, in sostanza, un processo di trasformazione che, utilizzando le politiche di riarmo, tenta di irreggimentare e militarizzare una intera società che sta soffrendo un pesante peggioramento delle condizioni di vita.

Per questo è necessario ribellarsi, mettendo al centro delle mobilitazioni obiettivi chiari che corrispondano senza ambiguità alle necessità di milioni di lavoratori e lavoratrici e alle aspirazioni di pace, disarmo, uguaglianza e giustizia sociale che appartengono a tanta parte del Paese.

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Contro la finanziaria di guerra e il governo Meloni. Rompere con Israele, Palestina libera

Il 28 novembre incrociamo le braccia e fermiamo tutto con lo sciopero generale e il 29 novembre manifestazione nazionale a Roma:
– No alla finanziaria di guerra, dimissioni del governo Meloni complice del genocidio in Palestina
– La rottura di ogni rapporto diplomatico, economico, accademico, militare con Israele. Chiediamo l’immediato embargo militare e il disinvestimento da ogni azienda complice del genocidio, dell’occupazione e dell’apartheid.
– No al riarmo Nato e no al riarmo europeo: le spese per sanità e istruzione fuori dai vincoli di bilancio.
– No all’esercito comune europeo e fine dell’invio di armi all’Ucraina. 
– Contro la riforma Valditara e il ddl Gasparri. 
– Chiediamo la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, a partire da Marwan Barghouthi e Ahmad Sa’adat, e dei detenuti politici palestinesi nelle carceri italiane, in particolare Anan Yaeesh e Ahmad Salem, sotto processo per aver sostenuto la resistenza contro l’occupazione israeliana.
– Per l’uscita dell’Italia dalla Nato. 
– Contro l’aggressione imperialista al Venezuela.
 – Fine del genocidio in Sudan e dei massacri in Congo
– 2000 euro salario minimo mensile. Giù le armi, sui salari.
– Reintroduzione della scala mobile. 
– 32 ore a parità di salario su 4 giorni lavorativi
– In pensione a 62 anni. 
– Nazionalizzazione dei settori industriali strategici. 
– Regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri. 
– Abolizione dell’iva sui beni di prima necessità. 
– Tassazione dei profitti delle banche. 
– Affitti parametrati ai salari e un milione di case popolari. 
– No al decreto sicurezza, no alla repressione delle lotte sociali. 

Il messaggio di ringraziamento di Roger Waters (Pink Floyd).

Primi firmatari: 
– Unione sindacale di Base 
– Potere al popolo 
– Movimento studenti palestinesi 
– Unione democratica arabo palestinese 
– Comunità palestinese in Italia 
– Associazione palestinesi in Italia 
– Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, Genova 
– Ex Opg 
– Movimento diritto all’Abitare Roma 
– Arci Roma 
– Fronte comunista 
– Cambiare rotta 
– Collettivo autorganizzato universitario 
– Fronte della gioventù comunista 
– Opposizione Studentesca di Alternativa (Osa) 
– Movimento migranti e rifugiati Napoli 
– Donne contro la guerra e il genocidio 
– Casa del popolo Mariella Franco Pavia 
– Centro sociale Intifada Roma 
– Ecoresistenze 
– Ecologia politica Napoli 
– Casa del popolo Silvia Picci Lecce 
– Spazio Catai Padova 
– Casa del popolo Estella Torino 
– Sac 
– Casa del popolo Marano, Mugnano, Calvizzano 
– Contropiano 
– Rete dei Comunisti

Per adesioni: 29novembreroma@gmail.com

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09/11/2025

Salari, redistribuzione, carovita. Tre priorità contro il governo delle disuguaglianze

Ora che anche autorevoli istituti come l’ISTAT e la Banca d’Italia hanno chiarito che la nuova legge di Bilancio non servirà a proteggere il nostro potere d’acquisto e che gli interventi sull’IRPEF andranno a beneficio delle classi di reddito più alte, cioè quelle con redditi pari o superiori ai 50mila euro annui, è evidente che il “re è nudo”.

La perdita secca di potere d’acquisto dei salari per i dipendenti pubblici è certificata attorno all’11%, essendo l’inflazione calcolata attorno al 17% per gli anni relativi al rinnovo dei contratti e gli aumenti inferiori al 6%. Per quelle categorie che i rinnovi non li hanno avuti la perdita è ancora più forte, per alcuni settori che hanno avuto rinnovi di poco superiori al 6% siamo comunque di fronte ad una perdita secca del 10% del salario.

Non c’era bisogno che ce lo chiarissero ancora, ma sentirselo ripetere con tanta precisione fa il suo effetto.

La professione più diffusa, davanti a questi dati inequivocabili, è quella del profondersi nell’analisi delle cause che hanno portato a questa situazione. Ma al punto in cui siamo, francamente, ci sembra una noiosa perdita di tempo di fronte all’assodata dimostrazione che non c’è alcuna volontà politica di ridurre le disuguaglianze.

Al di là di tutte le valutazioni più o meno sofisticate sul modello di contrattazione, sulla perdita di competitività del sistema, sulla produttività del lavoro e via discorrendo, ciò che balza agli occhi è che è stata prodotta una impressionante redistribuzione di risorse economiche dalle classi che meno avevano ai ceti più ricchi e che questa politica prosegue indisturbata.

Basti pensare agli straordinari profitti ottenuti dal sistema bancario che negli ultimi tre anni, 2022-2024, ha racimolato la bellezza di 112 miliardi di euro netti, finiti per lo più nelle casse di grandi azionisti come BlackRock e Vanguard. E tanto per non dimenticarcelo, il fondo investimenti BlackRock ha già acquistato negli anni scorsi la rete fissa di Telecom Italia per 22 miliardi, è dentro grandi aziende come ENI, Enel, Snam e Poste, ovviamente dentro Leonardo e punta da tempo alle Ferrovie dello Stato. La redistribuzione, cioè, non produce soltanto un impoverimento diffuso ma anche uno spostamento di potere nelle mani di pochi grandi fondi finanziari, per lo più stranieri, che finiscono per governare la nostra società.

La questione vera che abbiamo davanti pertanto è cosa occorre fare per recuperare il potere d’acquisto perduto, per quali obiettivi battersi per fermare l’impoverimento e il conseguente esproprio di risorse e di sovranità che sta subendo l’intero Paese.

I fronti di lotta sono almeno tre: il fronte dei redditi, quindi innanzitutto i salari e le pensioni, il fronte fiscale, quindi le tasse sulle banche, le grandi imprese e i patrimoni dei ceti ricchi, e infine il fronte delle tariffe dei servizi e dei prezzi dei beni di prima necessità, compresi gli affitti degli alloggi.

Da come ci si posiziona rispetto a questi temi si può capire quali interessi difendono i vari soggetti in campo e quindi come poter immaginare l’arco delle alleanze sociali e politiche.

Sul fronte dei redditi, l’obiettivo dei 2000 euro come salario minimo, da veder riconosciuto nei minimi tabellari di ogni contratto, corrisponde ad un salario dignitoso, riconosciuto da enti internazionali e in linea con quanto detta l’articolo 36 della nostra Costituzione. I contratti nazionali dovrebbero puntare a raggiungere questo obiettivo, sul quale poi riparametrare tutti gli altri livelli, e comunque rifiutare soluzioni retributive che neanche reggono il passo con l’inflazione. La reintroduzione della scala mobile, o comunque di uno strumento di salvaguardia del potere d’acquisto, dovrebbe essere un obiettivo condiviso, così come l’impedimento di ogni ulteriore allungamento dell’età pensionabile e l’adeguamento delle pensioni minime ai 1500 euro.

Sul fronte fiscale, l’obiettivo di un ritorno alla progressività dell’imposta dovrebbe essere una scelta di civiltà, condivisa da tutto il fronte autenticamente progressista. Mettere al centro dell’agenda politica e rivendicativa la tassazione dei grandi patrimoni e dei vergognosi extra profitti, ottenuti dalle aziende che operano nel settore energetico e dal sistema bancario, è una condizione essenziale per reperire quelle decine di miliardi indispensabili per un riequilibrio delle enormi disuguaglianze sociali accumulate in questi anni.

E, infine, il calmieramento dei prezzi, attraverso l’eliminazione dell’IVA sui beni di prima necessità, il controllo delle tariffe sui servizi essenziali e una nuova legge sugli affitti, che rimetta una larga fetta della popolazione nella condizione di poter accedere al mercato degli alloggi e, contemporaneamente, tanta parte del sistema immobiliare di non rimanere colpevolmente inutilizzato (nonostante la fame di case che c’è in giro) sono le altre misure che dovrebbero completare una coerente politica di riequilibrio sociale.

Chi ipocritamente sostiene che questa è una piattaforma dei sogni finge di non vedere l’enorme accumulo di risorse che è avvenuto nel corso di questi anni ed anche la folle scelta di svincolare la spesa militare dalle regole europee sul bilancio pubblico.

Questi obiettivi sono concreti, necessari ed anche possibili e costituiscono la condizione per tornare a sperare in un futuro migliore. Sono la base dello sciopero generale del 28 novembre e della manifestazione nazionale prevista a Roma per il giorno dopo.

Sono il programma sul quale mettere in moto le enormi forze sociali e popolari che hanno preso parola contro il genocidio in Palestina e che ora reclamano la rottura dei rapporti con Israele. Sono lo stesso popolo. Siamo lo stesso popolo.

Unione Sindacale di Base

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USB lancia lo sciopero generale per il 28 novembre, CGIL e CISL boicottano

È svanita l’idea di uno nuovo sciopero generale e generalizzato, capace di seguire le orme della mobilitazione del 3 ottobre scorso, quando oltre due milioni di persone hanno manifestato in tutta Italia contro il genocidio in Palestina, l’assalto israeliano alla Flotilla e le politiche del governo Meloni. A nulla sono infatti serviti gli appelli provenienti dal mondo sociale: allo sciopero generale convocato da USB e gli altri sindacati di base per il 28 novembre contro la manovra dell’esecutivo non parteciperà la CGIL, che ha preferito indire una mobilitazione analoga per il 12 dicembre. Il giorno dopo scenderà invece in strada la CISL, contro una legge di bilancio «sbagliata, ingiusta, che non aumenta i salari». Non è ancora chiara la posizione della UIL, anch’essa critica verso la manovra. Se dalla spaccatura del fronte sindacale ne escono indeboliti i lavoratori, perdendo l’occasione di una rappresentanza unitaria, l’esecutivo gongola e Giorgia Meloni ironizza: «Nuovo sciopero generale della CGIL contro il Governo annunciato dal segretario generale Landini. In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?», rispolverando la retorica che declassa lo sciopero da strumento di pressione a gita fuori porta.

«Aumento vertiginoso delle spese militari, il solito pacchetto di aiuti alle imprese, oboli in più in busta paga attraverso il versante fiscale per un ceto medio i cui salari sono stati letteralmente mangiati dall’inflazione e il nulla cosmico per i pensionati» e coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta. Con queste parole i sindacati di base (CUB, USB, COBAS, ADL, CLAP, SIAL, SGB) hanno riassunto la nuova legge di Bilancio, convocando in risposta uno sciopero generale per il 28 novembre, accompagnato il giorno seguente da una giornata di mobilitazione a Roma, in solidarietà al popolo palestinese. La mediazione con la CGIL per uno sciopero generale e generalizzato come quello del 3 ottobre scorso è fallita tra accuse reciproche, nonostante gli appelli provenienti da più direzioni. Relativamente all’idea di indire un ulteriore sciopero per il 12 dicembre i lavoratori Ex-GKN hanno ad esempio avanzato una doppia critica, «perché non puoi seriamente pensare di cambiare la manovra del Governo il 12 dicembre» — dal momento che deve ricevere l’approvazione dal Parlamento entro la fine dell’anno — e «perché dimostri di non aver tratto alcun insegnamento dal passato», in riferimento all’elevata partecipazione agli appuntamenti congiunti, a partire dal 3 ottobre scorso.

Poche ore dopo l’annuncio della CGIL, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ironizzato sulla scelta della data (un venerdì), rispolverando una retorica che declassa lo sciopero da strumento di pressione a scusa per allungare il fine settimana, dimenticando che l’astensione dal lavoro comporta una riduzione dello stipendio, non proprio l’ideale in un Paese coi salari bloccati da 30 anni.

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C'è sciopero e sciopero, perché c'è piattaforma e piattaforma.

di Pierpaolo Leonardi

La mancata convergenza della CGIL sullo sciopero del 28 novembre promosso da USB e altre organizzazioni sta suscitando un dibattito fondato sul nulla. A parte qualche vecchio sempreverde che prova ad attribuirsi il ruolo di generoso pontiere, a me sembra che nessuno stia ragionando su questa scelta della CGIL che, lo dico subito, per me è ragionevole e giusta.

USB ha convocato uno sciopero generale e una manifestazione nazionale a Roma per il 28 e 29 novembre sulla scorta di un mandato vincolante su una piattaforma di lotta assolutamente chiara e dettagliata da parte dell'assemblea nazionale dei propri quadri e delegati riuniti a Roma il 1 novembre. Altrettanto, mi sembra di capire, ha fatto la CGIL con la sua assemblea nazionale decidendo di convocare lo sciopero generale il 12 dicembre.

Quindi la differenza di valutazione in ordine alla convocazione di uno sciopero generale non sta nella data ma nella piattaforma di lotta, cioè sui contenuti che si vuole far emergere attraverso il massimo strumento di lotta e di mobilitazione a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici. Se le piattaforme sono tanto diverse da non consentire una convergenza sulla stessa giornata è abbastanza naturale che questo non avvenga e non si realizzi quello che si è realizzato il 3 ottobre e che si è potuto realizzare unicamente perché la drammaticità del genocidio in corso del popolo Palestinese era al centro dello sciopero politico fuori dalle regole che il Paese, oltre le sigle sindacali, ha caparbiamente voluto effettuare anche cosciente dei rischi che si correvano.

Quando si convoca il 3° sciopero generale nel breve volgere di due mesi o poco più non lo si può fare a cuor leggero, come tante volte altri soggetti hanno fatto. Lo si fa perché una situazione insostenibile lo richiede e la piattaforma che lo convoca deve essere mirata esattamente sui motivi che hanno reso la situazione insostenibile e contenere proposte concrete, condivise e realizzabili come quella di partire da 2000 euro di salario netto per tutti come paga base. Una proposta facile facile ma che finora nessuno aveva avuto il coraggio di avanzare. Tanti sono i motivi alla base della proclamazione, ciascuno può trovarli dettagliati sul sito USB, e ciascuno si accorgerà delle profonde differenze nell'impostazione, prima ancora che nel dettaglio, tra quelle emerse dall'assemblea USB del 1 novembre e quelle della CGIL. Bene quindi ha fatto la CGIL, inviterei ad evitare personalizzazioni che lascerei alla Meloni in affanno di argomenti, a decidere di andare per la propria strada, decidendo la propria data in cui scioperare sulla propria piattaforma strutturalmente lontana anni luce da quella di USB. Un sussulto di consapevolezza che gli fa onore.

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08/11/2025

L’Istat smonta la propaganda del governo sulla manovra

“I fatti hanno la testa dura” è una massima che racchiude bene l’adesione che si deve avere verso le dinamiche strutturali da parte di chi vuole portare avanti un’analisi concreta di quel che si ha davanti. Se il governo è un governo padronale e mette in campo misure propagandistiche, prima o poi i numeri lo diranno.

E questa volta, è l’Istat a certificarlo. Francesco Maria Chelli, il presidente dell’istituto in audizione sulla prossima legge di bilancio, ha fatto emergere varie questioni. Qui ne verranno presentate due. La prima riguarda la cacciata dall’accesso al diritto alla salute di una parte consistente degli abitanti del Belpaese, la seconda il fatto che la distribuzione delle risorse che vuol mettere in atto Palazzo Chigi risulta, in sostanza, regressiva.

“Nel 2024 il 9,9% delle persone ha dichiarato di aver rinunciato a curarsi per problemi legati alle liste di attesa, alle difficoltà economiche o alla scomodità delle strutture sanitarie: si tratta di 5,8 milioni di individui, a fronte di 4,5 milioni nell’anno precedente (7,6%)”, ha dichiarato Chelli. Basta vedere anche le ultime analisi della Fondazione Gimbe per comprendere lo stato disastroso della sanità italiana.

“La rinuncia a causa delle lunghe liste di attesa – ha aggiunto – costituisce la motivazione principale, indicata dal 6,8% della popolazione, e risulta anche la componente che ha fatto registrare l’aumento maggiore negli ultimi anni: era il 4,5% nel 2023 e il 2,8% nel 2019”. Ricordiamo che proprio le liste di attesa, ad esempio, erano state oggetto di misure acchiappa-voti, a ridosso delle europee svoltesi proprio nel 2024.

I dati che inchiodano il governo non sono solo quelli sulla sanità, ma anche quelli riguardanti uno dei pilastri della manovra: il taglio dell’Irpef. Esso andrebbe a toccare i redditi di circa 11 milioni di famiglie, il 44% di quelle residenti, e il beneficio annuo medio si attesterebbe intorno ai 276 euro. Ma l’impatto, oltre che risicato, sarebbe davvero squilibrato verso le fasce più ricche della popolazione.

“Ordinando le famiglie in base al reddito disponibile equivalente e dividendole in cinque gruppi di uguale numerosità – ha detto il presidente dell’Istat – emerge come oltre l’85% delle risorse siano destinate alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito: sono infatti interessate dalla misura oltre il 90% delle famiglie del quinto più ricco e oltre due terzi di quelle del penultimo quinto”.

Le famiglie del primo quinto devono aspettarsi un guadagno medio di 102 euro, mentre quelle dell’ultimo 411. Insomma, i più ricchi riceveranno più soldi dei più poveri. Anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio conferma che “il beneficio medio è pari a 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati e 23 euro per gli operai. Per i lavoratori autonomi è di 124 euro e per i pensionati di 55 euro”.

Se a ciò si aggiunge che, come conferma sempre l’Istat, si tratta di una manovra dall’entità modesta e finanziata in pareggio di bilancio, appare chiaro che il risultato è uno solo: maggiori tagli, per risparmiare dei fondi che il governo ha pensato bene di elargire ai più ricchi, togliendoli a chi è più in difficoltà. Le ragioni per scioperare il 28 novembre, e per manifestare a Roma il 29, ce ne sono a bizzeffe.

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