Non è il momento di farci mettere paura, è il momento di riempire le piazze, di unire le categorie e le generazioni. Il governo Meloni sta usando la mano pesante per evitare di affrontare i problemi reali. Noi dobbiamo riuscire a rappresentare tutto il Paese e non lasciarci trascinare nei tentativi di criminalizzare la rabbia di chi non si sente ascoltato. Il 30 ottobre tutta l’Italia che è stanca di vedersi rubare il futuro porterà in piazza le solide ragioni delle proprie proteste, in modo fermo, pacifico e determinato affiancando i lavoratori portuali che hanno organizzato uno sciopero che attraverserà i cinque continenti per gridare il loro no alla guerra, al riarmo e al traffico delle armi.
Hanno provato a convincerci che la funzione dello Stato non debba più essere diretta ad erogare servizi pubblici ed assicurare welfare, ma debba essere finalizzata alla guerra, all’acquisto e alla produzione di nuovi armamenti. Ma hanno fatto finta di non sapere che in questi anni crescevano i guadagni delle banche e delle grandi imprese e che il 10% delle famiglie più ricche è arrivato a detenere più del 60% della ricchezza netta nazionale, mentre il 50% più povero deve accontentarsi del solo 7,2% del totale.
L’Italia si sta deindustrializzando. Nel solo 2025 hanno chiuso quasi 300mila imprese, mentre quelle che rimangono sono sempre più piccole e fragili. Abbiamo raggiunto la cifra di 5milioni e 400mila poveri che corrispondono a quasi il 10% della popolazione. Ci sono 3 milioni e 200mila precari e il lavoro sottopagato riguarda ben 2 milioni e mezzo di lavoratori.
I salari sono fermi da anni e l’Italia è l’unico paese occidentale dove si registra una diminuzione del potere d’acquisto delle retribuzioni negli ultimi trent’anni. Dal 2019 al 2025 le retribuzioni medie hanno perso almeno il 10% del potere d’acquisto, cioè i prezzi sono cresciuti molto più dei salari.
Affittare una casa è diventato impossibile con un canone medio mensile di 990 euro e un patrimonio immobiliare pubblico che è ridotto ad appena il 2% di tutti gli immobili del Paese. Ed anche accendere un mutuo è diventato impossibile per milioni di lavoratori. Per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995, cioè con il sistema contributivo, la pensione corrisponde ad una vecchiaia di povertà, mentre già oggi 4 milioni e mezzo di pensionati non arrivano a 1000 euro al mese.
La situazione economica si sta deteriorando. I prezzi dei carburanti, degli alimenti e delle bollette stanno aumentando di mese in mese. Sempre più persone sentono che la vita diventa ogni giorno più difficile e avvertono un sentimento di forte ingiustizia. È per questo che le proteste si stanno moltiplicando e che sempre nuove categorie cominciano a mobilitarsi.
Il governo Meloni finge di non sapere che il paese reale vive una condizione ogni giorno più pesante. Utilizza tutte le occasioni per introdurre nuovi reati e ulteriori restrizioni al diritto a manifestare e non è più capace di ascoltare neanche la propria base elettorale. Mai come in questo momento si era registrata una distanza così ampia tra la politica e il paese reale.
In questo momento l’arma dello sciopero può rivelarsi uno strumento potente, soprattutto se assieme ad esso sapremo riempire le strade ed affermare il diritto del popolo a far valere le proprie ragioni. Lo scorso autunno per smascherare le complicità con il governo terrorista di Israele il paese si è fermato, ora dobbiamo tornare a farlo.
Studenti, agricoltori, autotrasportatori, lavoratori e lavoratrici, pensionati e senza casa, giovani delle periferie siamo tutti lo stesso popolo, il 30 ottobre riprendiamoci l’Italia.
Unione Sindacale di Base
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/10/2026
Appello per lo sciopero generale del 30 ottobre: a tutti quelli che producono la ricchezza del paese, contro chi vuole rubarci il futuro
Sciopero generale del 30 ottobre. Sostenere la classe lavoratrice contro imperialismo, guerra e carovita!
Da oltre 100 porti sparsi in tutto il mondo alle maggiori città d’Italia, il 30 ottobre saremo al fianco della classe lavoratrice che sciopererà e scenderà in piazza contro l’imperialismo, la guerra e il carovita.
Quello dei portuali è uno sciopero “storico” perché non è mai accaduto che la categoria incrociasse le braccia sulle banchine in maniera così estesa.
Questa iniziativa si pone in continuità con la precedente mobilitazione del 6 febbraio che ha riguardato sostanzialmente i porti del bacino Mediterraneo.
É uno sciopero con al centro delle rivendicazioni politiche generali come il traffico di armi e le aggressioni imperialiste a vari popoli, da quello palestinese a quello cubano, e parla direttamente a tutte quelle componenti della classe lavoratrice che la conversione bellica vorrebbe trasformare in tante ruote dentate del complesso miliare-industriale.
È un atto di “obiezione di coscienza collettiva” che si intreccia con le questioni più strettamente legate alla ristrutturazione produttiva del settore.
L’azione dei portuali, che è l’architrave dello sciopero del 30 ottobre proclamato da USB, parla anche al resto della società in particolare a quella gioventù che da settembre sta scendendo in strada contro le politiche del nostro governo, che toglie soldi alla scuola per darli alla guerra ed ha dichiarato una vera propria guerra alle nuove generazioni che in classe sperimentano una scuola prigione e fuori delle città caserma specie se vengono da un background migratorio.
Troppo giovani per votare, ma non per conoscere il carcere minorile, se si rivoltano oltre ai manganelli, i lacrimogeni e gli idranti.
Siamo sicure che importanti porzioni di studenti ed operai, figli della stessa rabbia, svuoteranno le aule e i posti di lavoro e riempiranno le strade e le piazze delle nostre città!
La crisi del Modo di produzione capitalista, infatti, morde le tasche di chi vive del proprio lavoro anche nel cuore della cittadella imperialista europea. Giovani, studenti, lavoratori, donne e immigrati stanno rispondendo in tutto il continente – dal Portogallo alla Grecia – con ripetuti scioperi e manifestazioni di massa contro i rispettivi governi, l’assetto sociale e istituzionale che rappresentano, nonché le politiche che portano avanti.
Il 30 ottobre sarà sciopero generale in Italia. Il 5 novembre sarà sciopero generale in Francia, mentre l’11 novembre sarà il turno della Spagna.
Accanto alle rivendicazioni contro il caro vita emergono – anche a livello simbolico – quelle contro il genocidio in Palestina, la militarizzazione della società e il riarmo, per il diritto all’abitare, all’istruzione e alla sanità pubblica e universale.
In pochi giorni tre scioperi generali in Italia, Francia e Spagna scuoteranno dalle fondamenta l’assetto neoliberale e predatorio imposto dall’Unione europea alla classe lavoratrice continentale, fatto di bassi salari e austerità e seppelliranno la narrazione che l’estrema destra che si pone a governare buona parte del continente sia una risorsa – e non una dannazione – per le classi popolari.
Con la nuova rottura della pace sociale nel nostro paese, che ha visto anche scendere in piazza, specie al Sud, differenti categorie di lavoratori che hanno storicamente assicurato un bacino di voti alla destra, i neo-fascisti da Vannacci in giù si sono dimostrati per quello che sono: sgherri prezzolati in mano alle classi dominanti e strumenti della reazione.
Ancora una volta, il 30 ottobre l’esempio dei portuali in Italia organizzati nell’USB lancerà al mondo del lavoro e della solidarietà internazionale la sfida di un mondo nuovo e scenderanno in piazza per inviare al governo Meloni l’ennesima mozione di sfiducia operaia e popolare, dopo quelle dello scorso autunno.
L’impennata dei prezzi, causate in ultima istanza dalle guerre scatenate dall’Occidente (Ucraina, Palestina, Iran ecc.), è la miccia che ha fatto esplodere la rabbia sociale accumulata in decenni di tagli e sacrifici, a cui il capitale e la classe dominante che lo rappresenta offre ora la sola prospettiva della guerra generalizzata.
In questo contesto, il compito dei comunisti e delle comuniste è continuare a sedimentare le forze per organizzare il movimento di classe e tutti soggetti disponibili al cambiamento dello stato di cose esistenti, rispondendo con l’organizzazione e la determinazione alla repressione imposta dallo Stato borghese, indicando il Socialismo come unico orizzonte alternativo alla barbarie capitalista, che sta portando il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale.
Il 30 ottobre in Italia sarà un momento in cui continuare a costruire l’ipotesi alterativa e indipendente all’altezza della Storia.
Allo stesso tempo sarà sia un momento di “approdo” della rabbia sociale accumulata dai subalterni, sia una tappa fondamentale per rilanciare un movimento organizzato che continui ad incanalare la sete di di giustizia sociale e di pace tra i popoli che è e sarà la più grande risorsa di reale partecipazione democratica per il nostro Paese ed il principale strumento per contrastare gli appetiti autoritari dell’attuale esecutivo.
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25/10/2026
Una Italia “insoumise” fa saltare la prova di forza del governo
Le migliaia di persone, soprattutto giovani e giovanissimi, che ieri hanno riempito le strade di Torino, Milano, Roma, Bologna, Firenze, Genova e Napoli sono la rivelazione visibile che la strada della militarizzazione e dell’autoritarismo intrapresa dal governo non sarà un pasto gratis, al contrario.
Il tentativo di soffocare le crescenti contraddizioni sociali su carovita, economia di guerra, bassi salari restringendo le libertà politiche e l’agibilità democratica, incontra delle resistenze popolari e giovanili crescenti e per molti aspetti “indomite”, insoumise appunto, come in quella Francia che anche ieri ha visto una mobilitazione di massa contro l’autoritarismo e le misure lacrime e sangue del governo.
È stato scritto, giustamente, che quella di ieri è stata “una risposta di massa potente e determinata che ha polverizzato la strategia del terrore orchestrata dal governo Meloni e dall’apparato mediatico” dopo gli avvenimenti di sabato e domenica scorsi e che ha prodotto il risultato di far incazzare tanti, molti di più di quelli che erano gli oppositori “consolidati” del governo.
Nelle ore precedenti gli appuntamenti “informali” nelle piazze di ieri, abbiamo assistito infatti nelle principali città – e con un picco a Milano – ad una vera e propria operazione di guerra psicologica e repressiva.
Perquisizioni a tappeto nella mattinata, fermi per le strade di centinaia di ragazzi – spesso minorenni – con individuazione “a vista” (abbigliamento, taglio di capelli, età), ostentazione dei militari per le strade di Milano, polizia nelle stazioni delle metropolitane nelle periferie, piagnistei dei soliti bottegai.
Parallelamente veniva amplificata dai mass media la ridicola versione che il tutto avesse come unico mandante e cervello un trentenne e istruito italo-marocchino, che in mattinata era stato fermato e indagato addirittura con l’accusa di “istigazione al terrorismo” in quanto gestore di una pagina Telegram.
L’obiettivo era quello di una prova di forza del governo inoculando paura, dubbi, tensioni. Ma alla luce di quanto abbiamo visto nelle strade di Torino, Milano, Roma, Bologna, Firenze il dispositivo intimidatorio dell’esecutivo ha fallito il suo obiettivo, e non è bastato nè a cancellare la rabbia consapevole di una nuova generazione né la sua crescente saldatura con altri segmenti della società che non ne possono più di prezzi e affitti alle stelle, bassi stipendi, precarietà, difficoltà del vivere quotidiano, soldi buttati nella guerra in Ucraina o nelle nuove spese militari.
Dunque migliaia e migliaia di giovani ieri – a cominciare proprio da Milano – hanno sfidato il clima di militarizzazione e hanno trovato il modo di riprendersi le piazze, in tanti, a mani nude, a volto scoperto, lasciando le vetrine ai piagnucolosi commercianti. Quello slogan “Tutti insieme facciamo paura” gridato nelle piazze è stato più fragoroso di una vetrina infranta.
In alcune città come a Bologna e Torino il prezzo è stato alto a causa della violenza poliziesca. Un dato questo ormai consolidato in città dove la gestione dell’ordine pubblico è da tempo in mano ai teorizzatori della mano dura. Da altre parti – e con diverse modulazioni – l’affrontamento è stato meno violento.
Migliaia di giovani – e via via non solo giovani – ieri hanno scelto di metterci la faccia nelle piazze, di rischiare in prima persona e di far sapere a tutti che le disuguaglianze sociali e le restrizioni della democrazia non sono sopportabili all’infinito senza reagire.
Nelle manifestazioni di ieri si sono visti meno i giovani delle seconde generazioni, sottoposti ad una criminalizzazione impressionante e utilizzati come pretesto per creare allarmismo e consenso di stampo razzista intorno alle misure autoritarie del governo, ma che tendenzialmente e inevitabilmente potranno cominciare a riconoscere la strada della propria emancipazione nell’aggregazione collettiva con gli altri settori della società.
Quella che possiamo definire l’Italia insoumise adesso si è data appuntamento per venerdì 30 ottobre in decine di città per lo sciopero generale convocato dall'USB e amplificato a livello globale dallo sciopero internazionale dei portuali, contro la guerra e le sue conseguenze sulla vita di milioni di persone. Un appuntamento da gestire con la determinazione e la maturità che richiede una situazione straordinaria e ricca di potenzialità da non disperdere.
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In piazza nonostante la violenza di stato
di Giorgio Cremaschi
Dobbiamo ringraziare le decine e decine di migliaia di giovani che hanno manifestato in tutto il paese, sfidando le minacce, le intimidazioni e la caccia alle streghe del governo, tutte rilanciate da un sistema mediatico sempre più indecente.
Non era scontato che ci fosse una così grande mobilitazione, chi è sceso in piazza ha mostrato che non bisogna più aver timore di questo potere.
E il potere ha subito mostrato la sua rabbia violenta.
In diverse città da parte della polizia ci sono state cariche, che a Bologna hanno raggiunto una brutalità inaudita.
È il Governo Meloni che mostra tutta la sua ottusità reazionaria, tutto il suo odio e anche la sua paura verso coloro che si ribellano.
Vantano i manganelli, esaltano le migliaia di identificazioni e gli arresti di ragazzini, si auto elogiano per aver sgominato un fantomatico complotto su Instagram, sono tanto prepotenti quanto buffoneschi, ma non fermeranno nulla.
La lotta contro l’ingiustizia sociale e le politiche di guerra è esplosa in Italia come in Francia, dilaga in Europa, e questa lotta andrà avanti.
Solidarietà totale a chi è stato colpito dalla violenza e dalla repressione.
Ci vedremo tutte e tutti allo SCIOPERO GENERALE il 30 ottobre dove assieme bloccheremo tutto.
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23/10/2026
Lo sciopero internazionale dei portuali contro la guerra. 100 porti, 17 Paesi e 4 continenti
Le adesioni alla seconda Giornata internazionale di azione dei lavoratori portuali, in programma il 30 ottobre, sono in aggiornamento: continuano ad arrivare manifestazioni di sostegno da parte dei sindacati di vari Paesi, portando il totale a oltre 100 porti in quattro continenti, una cifra impensabile fino a pochi mesi fa.
Tra gli ultimi a unirsi all'iniziativa figurano la sezione locale 10 dell'ILWU nei porti di San Francisco e Oakland, negli Stati Uniti, l'Unión de Estibadores e Jornaleros nel porto di Veracruz, in Messico, e la sezione dei lavoratori portuali di Amburgo del sindacato ver.di, in Germania. Mercoledì, inoltre, abbiamo ricevuto l'importante notizia che il Consiglio europeo dei lavoratori portuali (EDC) ha deciso di partecipare all'azione.
Al momento, gli scioperi interesseranno un tratto di costa che va dalla Francia sud-occidentale al Pireo, per un totale di quasi 1.100 miglia nautiche, mentre i sindacati coinvolti sin dall’inizio gestiscono il 40% di tutto il traffico di container nel Mediterraneo.
Sono coinvolti alcuni dei più grandi hub di trasbordo, come Tangeri, Marsiglia, il Pireo, Gioia Tauro, Genova e Mersin, oltre ai principali porti del Nord Europa, del Messico e dell’India. Secondo un primo calcolo lo sciopero potrebbe bloccare 40.000 container per un giorno.
Questa giornata di mobilitazione dimostra il potere della classe operaia organizzata nell’opporsi alla guerra. Condanniamo il genocidio del popolo palestinese, perpetrato dallo Stato di Israele con il sostegno degli Stati Uniti, della NATO, dell’UE e dei governi che collaborano con esso, nonché il vergognoso blocco contro Cuba e le altre aggressioni imperialiste.
Basta con la militarizzazione delle banchine e l’automazione che causa tagli occupazionali.
In molti Paesi sono stati proclamati scioperi per il 30 ottobre, in Italia sarà uno sciopero generale contro guerra e carovita.
I lavoratori portuali non lavorano per la guerra!
Nessun lavoratore dovrebbe lavorare per la guerra!
Lotta unitaria dei lavoratori di ogni Paese e settore contro la guerra e lo sfruttamento!
La giornata internazionale è stata promossa da CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e Orsa Porti (Italia) contro i traffici di armi nei porti.
In Italia al momento le città portuali in cui si terrà la mobilitazione sono: Genova, Livorno, Trieste, Civitavecchia, Ancona, Ravenna e Gioia Tauro, ma ci aspettiamo ulteriori adesioni prima della giornata di sciopero.
In allegato la mappa con tutte le mobilitazioni previste ad oggi.
Unione Sindacale di Base
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“Vogliamo più gendarmi”. Il silenzioso fiasco della piazza Pd-Cgil a Milano
Un presidio silenzioso: solo la lettura di un comunicato all’inizio dal camion CGIL, poi musica e qualche slogan... Meglio evitare rischi.
Più che un presidio, si è trattato di fatto di una conferenza stampa, tra bandiere di PD, CGIL e Cinque stelle, che ha visto protagonisti, oltre al segretario generale CGIL Stanzone, il sindaco Sala e gran parte della platea di possibili candidati a Palazzo Marino; presenti infatti Majorino, Calabresi, l’attuale vice di Sala Scavuzzo, ma anche Carlotta Cossutta.
Oltre Italia Viva, senza bandiere anche AVS che ingaggiano lo “scontro” con la casa madre per mezzo social, proseguendo così nel solco dell’atteggiamento polemico – ma mai di rottura con la maggioranza comunale, ovviamente – un modello comodamente sperimentato in questi anni attorno alla questione palestinese.
Assente la federazione milanese di Rifondazione, scelta applaudita dal segretario nazionale Acerbo. Motivo? “Aver preso atto che non sarà possibile intervenire”...
Scrivevamo mercoledì su questo giornale che le parole d’ordine e i contenuti della chiamata CGIL in Piazza della Scala lasciavano poco spazio alla fantasia, e così è stato.
Il sindaco Sala ha benedetto l’arrivo dei militari, “disciplinato” però da Mattarella. Poi Stanzone, Majorino e Scavuzzo fanno il controcanto alle dichiarazioni di Calabresi, con parole sostanzialmente sovrapponibili: il governo è responsabile (giusto!), non sottovalutare il disagio delle nuove generazioni (stavolta forse ci siamo) e perciò... Non ci servono i militari, vogliamo più polizia!
Di più, per Majorino, l’astro “nascente” dell’alternativa a sinistra a Sala, il modello da seguire è quello indicato dell’ex capo della polizia Gabrielli.
Se qualcuno si aspettava una risposta minimamente degna contro quanto questo governo criminale sta mettendo in campo in fretta e furia – vedi i 500 parà della Folgore e i blindati dell’esercito a Milano e un nuovo decreto-sicurezza – resterà ampiamente deluso. E infatti non erano molti a nutrire queste speranze, almeno a giudicare dai numeri della piazza, di cui qualche decina erano, per altro, giornalisti e fotografi.
Siamo in presenza di misure pensate per aumentare ancora il livello di repressione e la chiusura dei residui spazi democratici di questo paese, che meritano risposte assai più decise, mirate e determinate.
Decisamente diversi, invece, i contenuti dell’appuntamento promosso in Duomo da Non una di meno con lo slogan “Ci volete in casa, saremo in piazza. Definiamo violenza”. Anche se la scelta di promuovere l’iniziativa a pochi metri e un’ora dopo quella di piazza Scala – con la Cossutta pontiera tra i due appuntamenti – non è apparsa delle più felici se l’intenzione era quella di marcare una cesura netta con la piazza di CGIL e PD.
A margine, in via Torino si riuniva nelle stesse ore un’improbabile decina di vannacciani, a fare da controcanto al presidio di lunedì delle destre di governo. Per decenza, lasciamo immaginare ai lettori il tenore degli interventi.
Per fortuna Milano non è solo questa. Ventiquattr’ore prima eravamo in una assemblea cittadina di costruzione della giornata di sciopero generale del 30 ottobre promossa dall’USB.
Tanti interventi determinati e con le idee chiare, anche sui fatti dello scorso fine settimana: raccogliere e organizzare la rabbia che sempre più forte sale da tanti settori della società continuare a costruire un’opposizione degna e conflittuale al governo della guerra e del carovita, bloccare come l’autunno scorso il paese.
Nell’assemblea si sono confrontati organizzazioni politiche e giovanili indipendenti, centri sociali, lavoratori della cultura, studenti e insegnanti de “La conoscenza non marcia”, Bds, “Donne contro guerra e genocidio”, circoli Anpi coraggiosi come quello di Crescenzago e associazioni e realtà cittadine autorganizzate.
Verso il 30 ottobre l’appuntamento lanciato è per questo sabato davanti alla sede Arera, la cosiddetta Autorità di controllo sui prezzi dell’energia. Le parole d’ordine sono esplicite: “Il carovita è un crimine. Fermiamo guerrafondai e speculatori”. L’appuntamento è alle ore 11:00. Quello originario era alle 14:00 la la Questura ha posto una prescrizione.
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20/10/2026
Tunisia - Esplode la protesta contro il regime di Saied
In una rara dimostrazione di unità, partiti di opposizione di tutto lo spettro politico si sono uniti ai sindacati, agli avvocati, ai medici, ai giornalisti e ai disoccupati in una marcia lungo il viale Habib Bourguiba, punto focale delle proteste che nel 2011 contribuirono a innescare la rivolta che portò alla caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali.
La protesta di questi giorni rappresenta una sfida significativa per Saied, dopo anni di divisioni che hanno indebolito la capacità dell’opposizione di mobilitare grandi folle.
“Il silenzio non sarà più accettabile... lo Stato non può essere costruito concentrando tutto il potere nelle mani di una sola persona”, ha dichiarato Slah Eddine Salmi, capo dell’UGTT, durante la manifestazione.
I manifestanti hanno scandito slogan come: “Niente paura, il potere appartiene al popolo!” e “Le prigioni sono piene, la gente ha fame!”. Hanno anche ripreso l’iconico slogan della rivolta del 2011, “Il popolo vuole la caduta del regime!”.
Nel 2021 e nel 2022 l’esponente liberalconservatore Saied si è impossessato di ampi poteri, sciogliendo il parlamento e iniziando a governare per decreto. Al tempo il nuovo uomo forte della Tunisia ha licenziato decine di giudici ed ha fatto arrestare decine di oppositori appartenenti sia alle correnti islamiste sia a quelle di sinistra.
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo che il regime ha intensificato la repressione contro la società civile e i giornalisti. Da parte sua Saied accusa gli oppositori e non meglio precisati soggetti esterni di aver orchestrato la crisi economica per alimentare disordini sociali e destabilizzare il paese e il governo.
Ma ormai anche alcuni settori della cosiddetta classe media, alle prese con le crescenti difficoltà economiche, cominciano a criticare apertamente il regime di Saied, che inizialmente era stato accolto da larghi strati della popolazione come il male minore, in grado di riportare stabilità e ordine dopo gli anni di caos e tensione seguiti alla caduta del regime di Bel Ali.
Lo scorso 27 settembre, un gruppo di laureati ancora disoccupati ha iniziato una marcia di circa 300 km da Menzel Bouzaiane, nella Tunisia centrale, verso la capitale Tunisi, per chiedere lavoro e l’attuazione di una legislazione volta a fornire un percorso chiaro verso l’impiego nel settore pubblico.
Ribattezzata come la “Marcia della Dignità”, la protesta diretta verso Cartagine, il sobborgo della capitale che ospita il palazzo presidenziale, è iniziata con 23 partecipanti, ma altri laureati senza lavoro si sono uniti lungo il percorso sino a superare i 120. Il 6 ottobre, la polizia ha bloccato la marcia nella città di Borj Cedria, a sud di Tunisi, imponendo ai partecipanti di continuare singolarmente, e non più in gruppo, destando però così l’attenzione di alcuni media.
Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, l’economia tunisina è cresciuta del 2,7% nel 2025 e del 2,4% nella prima metà del 2026. Ma sempre secondo l’INS, nel secondo trimestre di quest’anno il tasso di disoccupazione complessivo si attestava al 14,9%. Tra i laureati, però, raggiungeva addirittura il 26,6%, arrivando al 35,6% tra le donne laureate (contro il 14,2% per gli uomini). In generale, i senza lavoro rappresentano il 35,4% di coloro che hanno dai 15 ai 24 anni. Dall’inizio dell’anno, poi, l’inflazione è cresciuta dello 0,8%, raggiungendo a settembre il 5,6%.
La disoccupazione e la mancanza di prospettive alimentano così l’emigrazione dal paese, che negli ultimi anni ha perso una quota considerevole dei suoi giovani, molti dei quali laureati.
Già lo scorso 25 luglio, migliaia di persone si erano mobilitate a Tunisi, ma anche a Monastir, a Sousse e in altre città, contro i continui black-out energetici, gli alti tassi di disoccupazione giovanile e la repressione del regime.
Prima ancora, il 15 ottobre 2025, migliaia di tunisini avevano già avviato una imponente protesta contro l’inquinamento prodotto dal “Gruppo chimico tunisino” (Gct) a Gabès, dopo i gravi problemi respiratori riscontrati in decine di bambini, causati dai fumi tossici emessi dalla fabbrica che converte i fosfati in acido fosforico e fertilizzanti.
Dopo la partecipata protesta di sabato scorso – e sull’onda delle rivolte soprattutto giovanili che imperversano soprattutto in Europa ma anche in India – le manifestazioni in Tunisia nei prossimi giorni potrebbero crescere di intensità e impensierire il regime di Saied, che finora è riuscito a tenere sotto controllo la situazione utilizzando un messaggio nazionalista e paternalista ma anche la crescente repressione.
In carcere negli ultimi anni sono finiti esponenti politici di spicco, come l’anziano leader del partito islamista Ennahda, Rached Gannouchi, arrestato nel 2023. Dietro le sbarre ci sono i principali avvocati e attivisti di opposizione, come Ahmed Nejib Chebbi e Ahmed Souab, accusati di “cospirazione”. La nota attivista per i diritti umani, Sihem Bensedrine, 75 anni, è stata recentemente condannata a 25 anni di detenzione. Da marzo è in prigione anche Wael Naouar, del Comitato direttivo della “Global Sumud Flotilla”, accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti, e altri attivisti del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.
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Esercito e coprifuoco, ammazza che “dialogo”…
Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori.
Hanno solo un martello in mano, lo usano per tutto, tranne che per se stessi (per il momento...). Quindi il ministro della difesa Crosetto, in attesa della dotazione necessaria a condurre la guerra contro la Russia (bum!), invia 500 soldati a Milano per “rafforzare l’ordine pubblico”.
Non con compiti di “sorvegliare obiettivi sensibili” – fin qui sono state toccate solo vetrine e scaffali di negozi “alla moda”, e mettere un paracadutista a guardia di Gucci o Vuitton sarebbe un messaggio sociale un po’ troppo esplicito – ma per dare man forte a polizia, carabinieri, finanza e “ghisa”.
Non serve un esperto per capire che “il nemico” di questa classe dirigente è soprattutto in casa, anzi sono proprio quei giovani che – nei piani onirici dei guerrafondai – dovrebbero ingrassare la massa della carne da cannone per la guerra.
Persino Bava Beccaris avrebbe da obiettare...
Il fatto che l’80% dei fermati sia minorenne, per la “madre, cristiana, italiana”, non significa nulla. Eppure non c’è bisogno di uno psicologo dell’età evolutiva per sapere che anche le eventuali escandescenze di un minore sono sempre un sintomo, non “un progetto criminale”. Serve maturità anche per progettare di dar fuoco al mondo, che diavolo...
Sul tavolo del consiglio dei ministri si passano bozze con nuovi reati, nuove pene tendenti all’ergastolo, divieti di assembramento. Idee stupide buttate giù nella gara a chi la spara più grossa, e proprio per questo pericolose.
Ma non è un deficit intellettivo solo italico, ormai. Il portaborse di Macron messo a Palazzo Matignon, Sebastien Lecornu, ha gettato i residui travestimenti democratici della République per disporre una lunga serie di coprifuoco notturni, a Parigi, Marsisglia e in decine di altre città.
“Coprifuoco” significa divieto di girare per strada, per qualsiasi motivo durante certe ore e in determinati luoghi. Una misura di guerra – o da pandemia – che indica paura e assenza di scrupoli.
Il paese che ha insegnato all’Europa cosa significa rovesciare una monarchia definitivamente – tagliando la testa al re, forse in mancanza di vetrine da sfondare – si ritrova con un monarca in scadenza (ad aprile, comunque, Macron se ne andrà) che vieta tutto pur di far approvare una legge finanziaria che farà strage degli ultimi scampoli di welfare francese.
La farà passare con qualche marchingegno regolamentare ben oltre il limite della costituzionalità, con il supporto silenzioso della destra fascista di Marine Le Pen, che stavolta – nei movimenti – non ha provato neanche a mettere piede.
L’obiettivo dell’erede di Vichy è “meloniano”, infatti. Ossia farsi accettare dalla tecnoburocrazia di Bruxelles e Francoforte (sponda Bce), sposando in pieno i piani di austerità e riarmo, magari con qualche aiuto in meno all’Ucraina e qualche soldo in più per l’Armée.
Ridotta in formule note, con queste decisioni i governi dei due paesi – guidati rispettivamente da un sedicente “liberale” e da una post-fascista – stabiliscono che l’unica libertà a contare è quella del capitale, soprattutto finanziario (entrambi i paesi, come anche la Germania, sono ormai con una crisi industriale pressoché irrecuperabile tra le mani). Mentre quella dei popoli è solo uno straccio da agitare quando serve, ma da rimettere nell’armadio quando la gente comincia a pretendere i suoi diritti.
Non si tratta di ideologia, ma di fatti accertati. Macron è cresciuto in una grande banca quasi mitologica – Rothshild – prima di ascendere alla guida del ministero dell’economia con il “socialista” Hollande, che poi ha sostituito per manifesta incapacità.
In Italia idem, ma con biografie personali assai meno prestigiose, dal vago sentore ammorbante. E i banchieri nostrani non sono certo meno violenti di quelli d’Oltralpe (vedremo gli sviluppi delle indagini su MontePaschi...).
Analisi a parte, è chiaro che queste scelte incideranno pesantemente sulle prossime scadenze di piazza. C’è un appello di fonte ignota a scendere in strada già il prossimo sabato, sempre a Milano. Ma soprattutto c’è lo sciopero generale del 30 ottobre che fa da catalizzatore per gli innumerevoli settori sociali che si vanno mobilitando (portuali di mezzo mondo, nel primo sciopero intercontinentale dei porti contro il traffico di armi e le guerre; studenti e giovani dei quartieri; operai che vanno perdendo il posto di lavoro, senza casa, autotrasportatori, ecc.).
I governi senza altri strumenti che la violenza poliziesca sono una minaccia per tutti, anche quando – furbescamente – provano a stabilire un rapporto preferenziale con alcuni (per esempio le piccole aziende dell’autotrasporto o della Coldiretti, storicamente “vicine” ai partiti al governo).
Si è definitivamente rotta la “passività sociale”. Ogni giorno ci sarà da inventare nuove forme di mobilitazione, lotta, riflessione collettiva. Tenendo conto dell’esperienza pluridecennale già accumulata...
Fonte
Brevi considerazioni sul weekend italiano
1. Cosa è successo. Venerdì mattina decine di migliaia di giovani hanno riempito le piazze di tutta Italia. A valle di una settimana di proteste e occupazioni negli istituti scolastici, il No Meloni Day, saldatosi con la giornata di sciopero per il clima, grazie al lavoro delle organizzazioni e dei collettivi studenteschi, ha portato studentesse e studenti a irrompere – finalmente – nel dibattito pubblico italiano.
Sabato, a partire da una chiamata contro il carovita nata sui social network “ispirata” alle proteste francesi, migliaia di persone sono tornate in piazza, concentrandosi soprattutto in alcune città del centro nord, con i cortei più partecipati a Bologna, Torino, Milano. Una giornata così densa da imporsi all’attenzione pubblica e che ha completamente surclassato mediaticamente altri eventi, come la rituale seppur partecipata marcia organizzata dalla CGIL a Roma.
2. Tutto si tiene, ovvero chi sono e cosa chiedono i giovani in piazza. Diritto a un’istruzione decente e cori contro la guerra hanno camminato insieme in questo weekend di inizio autunno, così come gli slogan contro il carovita e le bandiere palestinesi, albanesi, italiane (fenomeno inedito a queste latitudini).
Nonostante i tentativi della destra di strumentalizzare e infiltrare la chiamata di sabato – tentativi falliti in partenza – le piazze si sono configurate decisamente come momenti contro il governo Meloni, come piazze antisistema.
Chi si prende la scena è figlio di una composizione spuria – giovani e giovanissimi, spesso persone razzializzate – e porta un’istanza di incompatibilità assoluta col presente che pare non essere più disposta a rinchiudersi in una dimensione privata. Il rifiuto della prospettiva individuale di una vita precaria e infelice è il rifiuto di un orizzonte collettivo e globale che produce guerra e genocidi. Questo è decisamente un bene.
3. Niente da condannare, tutto da costruire. Da ieri sera giornali e TV di tutti i media nazionali sono presi dalla consueta trance ipnotica, in grado di durare giorni e giorni, sugli “scontri”. Tutta la politica chiede condanne. Il governo grida all’attentato alla democrazia – sì, proprio loro che hanno firmato i decreti sicurezza e l’ultima scandalosa legge elettorale – mentre l’opposizione corre a dissociarsi o incastrarsi nel solito pantano di dichiarazioni incomprensibili ai più.
Leggiamo le parole di Jean-Luc Mélenchon di La France Insoumise alla fine della giornata di rivolta francese di ieri – “piazze piene e tutto calmo e gioioso laddove non c’è la polizia” – e rischiamo che venga l’esterofilia pure a noi.
Non c’è niente da condannare se non l’operato delle forze dell’ordine in questo paese – paese che non riesce nemmeno a piazzare un numero identificativo sulla divisa di chi carica e arresta minorenni.
Condanniamo l’immobilismo della politica che chiude le orecchie davanti ai problemi reali delle persone, perché ha interesse solo ad agire come volano per gli affari dei milionari. Un paese terrorizzato dalle piazze e che rimuove il conflitto sociale, che oscilla esclusivamente tra la depressione e il risentimento, è il capolavoro delle classi dominanti. Non permettiamoglielo.
4. Fare come in Francia: l’Europa si ribella. Mezza Europa è in rivolta. Dalla Francia arrivano le immagini di una giornata storica, a un mese dalla mobilitazione guidata dagli studenti che si è allargata a milioni di lavoratori paralizzando il paese da settimane.
In Spagna il diritto alla casa ha sconvolto l’agenda politica nazionale, tutti si preparano a una giornata di sciopero generale per l’11 novembre che si annuncia imponente.
Proteste di massa infiammano l’Albania, qualcosa si muove in Belgio e Portogallo. In tutti questi casi – nonostante le enormi differenze, l’eterogeneità delle rivendicazioni e delle forze sindacali e politiche presenti – il protagonismo giovanile è un tratto comune.
Che le nuove generazioni si prendano la scena pubblica, nel ruolo che gli spetta, è condizione necessaria per invertire la rotta rispetto alle politiche guerrafondaie, antidemocratiche, antipopolari, che accomunano le classi dirigenti europee e internazionali. E in Italia?
Non siamo in Francia, e non siamo di fronte al “blocchiamo tutto” dello scorso autunno, ma è possibile che anche in Italia qualcosa covi sotto la cenere. Va protetto e alimentato, perché possa irrompere dentro un autunno che si preannunciava assai più triste.
5. E adesso? È sciopero generale. Quello che abbiamo visto negli ultimi giorni, quello che abbiamo incontrato negli ultimi anni di mobilitazione al fianco del popolo palestinese, si muove a geometrie variabili, spesso su un afflato puramente emotivo – che così come cresce rapidamente si svuota altrettanto veloce – in maniera discontinua e poco prevedibile.
Ma dimostra che, anche nell’Italia in cui sembra non accadere mai nulla, esiste un pezzo di società che soffre ed è arrabbiata, che è fuori dal radar delle organizzazioni politiche del centrodestra e del centrosinistra (e ne vuole restare fuori), che ha una disponibilità alla lotta che per anni sembrava sopita.
È una domanda sociale che viene dalle classi popolari, una domanda che chiede di essere ascoltata, allargata, approfondita e soprattutto organizzata. Lo sciopero del 30 ottobre convocato dall’Unione Sindacale di Base è un’occasione preziosa. Saldare le lotte, stringere alleanze di classe, costruire la mobilitazione dentro le scuole, le università, sui luoghi di lavoro: ecco i compiti che dobbiamo porci.
Mobilitare e organizzare sono le due gambe su cui un’organizzazione che vuole essere di massa deve imparare a camminare.
Bentornate – speriamo più a lungo possibile – piazze giovani e arrabbiate. Il 30 ottobre blocchiamo tutto, insieme.
Fonte
19/10/2026
L’inflazione vola al 4,2%, il carovita accende il malessere sociale
A settembre l’inflazione in Italia torna ad accelerare con decisione, portandosi al +4,2% su base tendenziale rispetto al +3,3% registrato ad agosto. Lo certificano i dati definitivi per lo scorso mese appena diffusi dall’Istat, che confermano la stima preliminare e registrano una variazione congiunturale dell’indice nazionale dei prezzi al consumo pari a +0,7%.
Con questo balzo, l’inflazione acquisita per l’intero 2026 sale al 3,1% per l’indice generale e all’1,9% per la componente di fondo, ovvero senza i beni alimentari ed energetici. A determinare la netta ripartenza dell’indice è infatti la nuova ondata di rincari nel comparto energia, che nel complesso vede la crescita annua passare dal 17,1% al 22,6%.
La pressione colpisce sia i prodotti energetici regolamentati, che balzano dal +18,6% al +25,8% su base annua (+5,8% rispetto ad agosto), sia quelli non regolamentati, che salgono dal +17,0% al +22,5% (+4,6% su base mensile). Il peso sui bilanci quotidiani lo vediamo bene tutti quanti, ma non è solo l’energia ad alleggerire i nostri portafogli.
Nel comparto alimentare si evidenzia una netta divaricazione: mentre i prodotti lavorati segnano un lieve arretramento su base mensile (-0,6%), gli alimentari non lavorati registrano una brusca impennata tendenziale, passando dal +3,8% al +5,5% (+2,2% su base congiunturale).
L’impatto sul cosiddetto “carrello della spesa” (beni alimentari, cura della casa e della persona) è netto: una crescita su base annua dell’1,5% (dallo 0,9% di agosto). Ancora più marcato l’aumento per i prodotti ad alta frequenza d’acquisto, che passano dal 4,3% al 5,2%. Tensioni moderate si registrano anche nei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +2,6% a +2,9%) e nei servizi relativi ai trasporti (da +0,8% a +1,6%).
A destare particolare preoccupazione è la distribuzione dell’impatto economico sotto il profilo sociale. L’indice FOI, che serve a misurare l’andamento del costo della vita per famiglie di operai e impiegati, sale dello 0,6% sul mese e del 4,0% sull’anno. Ma sono soprattutto le indicazioni dell’Istat per il terzo trimestre del 2026 (misurata tramite l’indice armonizzato IPCA) a palesare la natura regressiva dell’attuale fiammata inflazionistica.
L’aumento dei prezzi per le famiglie con minori capacità di spesa raggiunge il +4,4%, a fronte del +2,9% riscontrato per i nuclei familiari con livelli di spesa più elevati, penalizzando soprattutto chi destina una quota prevalente del proprio reddito a bollette e beni primari. Dati che mostrano come l’aumento dei prezzi sia una questione di classe, e come gli effetti dello stato permanente di guerra a cui ci costringe l’imperialismo li pagano in maniera maggiore le classi popolari.
In tutto il Paese sta montando in maniera sempre più evidente l’insofferenza e le proteste compaiono un po’ ovunque, con un forte protagonismo degli studenti. Il prossimo sciopero generale del 30 ottobre, indetto dall’Unione Sindacale di Base, potrebbe essere il momento di convergenza e generalizzazione delle varie lotte.
Fonte
13/10/2026
La scommessa del 30 ottobre
Siamo già da diverso tempo in campagna elettorale ed ora, con l’approvazione dello Stabilicum alias “nuova legge truffa”, ci siamo dentro fino al collo. Eppure non c’è in giro una discussione sui temi che stanno a cuore alla stragrande maggioranza delle persone che vivono nel nostro Paese. Non si parla di come alzare i salari e le pensioni, non si parla di come fermare la corsa dei prezzi, non si parla di come proteggere l’Italia dai sempre più forti venti di guerra.
La destra, che porta la responsabilità del governo, da un lato assume provvedimenti di facciata (come l’eliminazione del bollo auto per un anno) per gettare un po’ di fumo negli occhi all’elettorato, e dall’altro prova a spostare l’attenzione sulla presenza dei migranti, rincorrendo su questo Vannacci e l’estrema destra, nel tentativo di spiegare le difficoltà di milioni di lavoratori con la nota tesi dell’invasione degli immigrati. È il solito gioco di cambiare discorso quando ti mancano gli argomenti e soprattutto la volontà di colpire interessi con i quali la destra è da sempre alleata (vedi banche e mondo delle grandi imprese).
Sull’altra sponda, il centro sinistra o campo largo o larghissimo, non riesce a trovare la quadra sui temi della guerra e dei rapporti con Israele per i forti vincoli che lo legano all’Unione Europea e alla Nato, mentre sui temi sociali non va oltre una generica denuncia dello sfascio della sanità e del peggioramento generale delle condizioni di vita. Mancano proposte chiare sul piano economico e sociale che potrebbero fare la differenza e che invece non vengono formulate perché l’indirizzo economico anche del campo largo è purtroppo lo stesso del governo Meloni ed è quello stabilito a Bruxelles.
Per rompere questa melma c’è bisogno di rimettere al centro l’iniziativa sociale e politica di massa, l’azione conflittuale che è la sola che possa irrompere in questo teatrino della politica italiana e scombinare i piani di entrambi gli schieramenti.
In giro per l’Europa qualcosa di simile sta già accadendo e le piazze stanno svolgendo una funzione assai rilevante non solo per modificare il clima politico ma anche per imporre un’altra agenda alla politica. In Spagna e Francia le grandi organizzazioni sindacali hanno dovuto proclamare lo sciopero generale sotto la spinta di forti movimenti di massa. In Italia siamo ancora ai primi passi ma qualcosa ci sembra che stia cambiando.
Le 50 piazze di sabato 10 ottobre per la Palestina sono state un segnale importante. Ancora una volta la lotta per liberare la Palestina dall’oppressione genocida di Israele ha avuto l’effetto di sprigionare grandi energie e di mettere in circolo la voglia di intrecciare problemi e sensibilità diverse per dar vita ad una mobilitazione generale. Le agitazioni studentesche che si tanno diffondendo lungo la penisola ma anche i blocchi degli agricoltori che chiedono di non essere schiacciati dall’agro industria e rivendicano la necessità di tenere sotto controllo il prezzo dei carburanti, sono altrettanti segnali di una consapevolezza che sta maturando.
I media sono impegnati a tenere nascoste sia le mobilitazioni europee che quello che succede qui da noi. Le manifestazioni per la Palestina sono state completamente oscurate. I trattori che bloccano le strade vengono tenuti lontani dalle telecamere. E si sta cercando di neutralizzare le occupazioni studentesche.
Come fu lo scorso anno quando il governo Meloni sentì traballare la sua ostentata stabilità, anche ora c’è una grande preoccupazione che possa scoppiare una larga e diffusa protesta di popolo. Hanno paura che si possa saldare il movimento politico per la Palestina e contro la guerra e il riarmo con la lotta al carovita e per la crescita di salari e pensioni.
La sensazione è che tanto il centro destra quanto il centro sinistra non riescano più a parlare con la loro base o, più semplicemente, parlino un linguaggio molto diverso da quello dei loro stessi elettori. E che entrambi non abbiano alcuna voglia di mettere al centro dell’agenda politica quello che invece è il programma dello sciopero generale lanciato per il prossimo 30 ottobre e che risponde alla volontà di tanta parte del Paese.
Lo riassumiamo in breve.
Per un intervento sulla condizione economica generale attraverso:
- Interventi strutturali che impediscano il rialzo continuo dei prezzi su tutti i beni di prima necessità, e in particolare i prodotti energetici, i carburanti e i prodotti alimentari. Il Governo può e deve introdurre un controllo sui prezzi di tutti i generi che influiscono in modo determinante sulle condizioni di vita della popolazione che vive di salari e pensioni, con meccanismi di calmieramento e tetti che mettano una protezione alla crescita fuori controllo dei prezzi;
- Per l’eliminazione dell’IVA dai beni di prima necessità, l’abbattimento delle accise sui carburanti, la tutela delle utenze domestiche per l’energia elettrica e il gas, lo stop agli sfratti e agli sgomberi e il collegamento tra affitti e salari.
Per un intervento sui salari e sulle pensioni:
- Introduzione di un nuovo meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensioni al costo della vita, sganciato dai rinnovi contrattuali, calcolato con un indice dell’inflazione non depurato dal costo dei prodotti energetici importati;
- Aumenti salariali che redistribuiscano la ricchezza a partire dalla soglia di un minimo tabellare netto non inferiore a 2000 euro, equivalente a 12 euro l’ora;
- Stop a nuovi interventi contro il sistema pensionistico pubblico e l’allungamento ulteriore dell’età pensionabile, per una politica di maggiori tutele per lavoratori pubblici e privati;
- Per una politica industriale che metta in sicurezza i posti di lavoro, a cominciare dall’ex-ILVA e dal settore auto (con il loro indotto), e tuteli l’ambiente e il territorio.
Per lo stop alle politiche di riarmo e di sostegno a Israele e all’Ucraina che stanno precipitando il Mondo in uno scenario di crisi e di guerra e che alimentano la speculazione e l’aumento incontrollato dei prezzi:
- Lo stop ai piani di riamo europei e italiani e la destinazione dei fondi a tutela dei servizi pubblici, al calmieramento dei prezzi e alla politica dell’abitare;
- L’interruzione di ogni relazione istituzionale e collaborazione economica, scientifica e politica con lo stato di Israele, unito all’embargo completo sulle armi, sui componenti utili alle armi, sui materiali utili all’armamento, sui trasferimenti di tecnologie e su tutti i beni materiali e immateriali “dual use” verso lo stato di Israele;
- Il rispetto della legge 185 del 1990 contro il traffico di armi con paesi coinvolti in teatri di guerra o colpevoli di ledere i diritti umani.
- Fermare il previsto piano di militarizzazione dei porti e delle infrastrutture strategiche del Paese (MMA) e i processi di automazione collegati.
- Fermare i processi di militarizzazione di scuola, università e ricerca.
Contro tutte le misure di polizia e che ledono gli spazi di espressione e di democrazia con le quali si sta cercando di mettere un bavaglio alle proteste. Contro tutte le scelte istituzionali che hanno un chiaro sapore discriminatorio e per la regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri.
È per tutto questo che occorre allargare il più possibile lo sciopero generale del 30 ottobre, perché la voglia di pace e di migliori condizioni di vita e di lavoro si affermino come priorità nell’agenda politica del Paese.
Bloccare tutto per cominciare a cambiare davvero.
11/10/2026
Oltre 50 piazze contro il genocidio dei palestinesi, scintille di un autunno caldo
Ieri il paese ha assistito a una mobilitazione diffusa che ha attraversato oltre cinquanta città, da nord a sud, mandando un messaggio molto netto: la solidarietà con il popolo palestinese è tutt’altro che assopita, e la complicità del governo Meloni nel genocidio non è stata dimenticata, mentre cresce anche la rabbia per il carovita causato dall’avventurismo bellico occidentale.
In occasione della giornata mondiale di mobilitazione per la Palestina, indetta il 10 ottobre, sono state decine di migliaia le persone che hanno manifestato sotto le parole d’ordine “La fine del genocidio è la fine del sionismo“: inceppare la macchina della pulizia etnica significa far collassare il regime di apartheid e il ruolo di Israele come avamposto armato dell’imperialismo in Asia occidentale.
I presidi e i cortei italiani si sono uniti a quelli organizzati un po’ ovunque nel mondo in occasione di questo primo anniversario della tregua farsa, durante la quale Israele ha ucciso 4 palestinesi al giorno. Le piazze hanno messo in chiaro che non si fanno prendere in giro: il genocidio non si è fermato, e non si fermerà nemmeno la mobilitazione.
La risposta del paese a questa chiamata è un segnale evidente di come ci sia ancora grande disponibilità a manifestare, di come la solidarietà internazionale sia ancora un importante motore della protesta, e di come sia ormai coscienza comune che il peggioramento delle condizioni di vita sia strettamente legato alle guerre imperialiste.
Ci sono almeno due elementi che emergono con chiarezza. A differenza del solito atteggiamento disfattista di chi afferma dal divano che il paese rimane immobile, anche in Italia le mobilitazioni non mancano, e stanno montando sempre di più, proprio a partire dagli studenti. Insomma, il Belpaese ha la possibilità di allinearsi alla situazione spagnola e francese.
Il secondo elemento è che il terreno è fertile per far crescere i prossimi appuntamenti verso momenti di generalizzazione delle lotte. Un po’ in tutte le piazze si leggevano rimandi allo sciopero studentesco del 16 ottobre e allo sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base per il 30, in concomitanza con lo sciopero internazionale dei portuali contro i traffici di armi.
C’è un filo rosso che non è stato tagliato tra l’autunno passato, il No del referendum di marzo e chi alza la testa oggi. Basta la scintilla giusta, e ci si potrebbe ritrovare a bloccare tutto, come lo scorso anno…
Torino
Nonostante la stretta asfissiante predisposta dalla prefettura e gli imponenti schieramenti delle forze di polizia, i manifestanti non si sono fatti intimidire. Dopo alcuni momenti di tensione all’ingresso di alcuni attivisti in Piazza Castello, le migliaia di persone solidali con la Palestina si sono prese inevitabilmente le strade della città, denunciando anche la criminalizzazione del dissenso.
Milano
Il corteo partito da piazza della Repubblica ha attraversato con determinazione il centro fino a piazza San Babila. La piazza ha visto protagonisti migliaia di giovani e, soprattutto, le seconde generazioni.
Genova
Nella città di Genova, il presidio si è poi mosso in corteo. Al centro, ovviamente, la lotta dei portuali per non rendersi complici dell’economia del genocidio.
Padova
Anche Padova è stata attraversata da un fiume di persone.
Bologna
Sono state oltre 10 mila le persone scese in piazza nel capoluogo emiliano.
Pisa
Un grande corteo ha percorso le vie intorno all’Arno e ha bloccato la città di Pisa.
Roma
Un corteo di cui non si riusciva a vedere la fine è partito dal Colosseo, per arrivare al piazzale antistante la Sapienza.
Napoli
Un fiume umano di oltre diecimila persone ha attraversato la città. Al corteo ha preso parte anche Greta Thunberg, che ha voluto marciare fianco a fianco con gli attivisti partenopei ribadendo il legame indissolubile tra giustizia climatica e liberazione dei popoli oppressi dall’oppressione coloniale.
Palermo
Anche le strade di Palermo piene di giovani contro il genocidio e il carovita.
Fonte
10/10/2026
Spagna - L’11 novembre sarà sciopero generale
Lo sciopero generale chiesto a gran voce dalle organizzazioni sindacali degli inquilini, appoggiato in un primo momento dalla libertaria CGT e sostenuto poi dalle due maggiori centrali sindacali spagnole CC.OO e UGT, si svolgerà l’11 novembre con la partecipazione di importanti realtà sindacali “regionali”, come la CIG gallega e le due organizzazioni sindacali basche ELA e LAB, oltre ai CO.BAS e Solidaridad Obrera.
Il Paro general per il diritto all’abitare e contro lo strapotere della rendita, è il risultato della costante pressione popolare che dal giorno dello sgombero di Maricarmen ha imposto all’agenda politico-sindacale le proprie istanze, riuscendo tra l’altro a far approvare all’interno dell’organismo di governo che sostituisce il parlamento sciolto, i due decreti che erano stati bocciati dalle Cortes a causa al voto congiunto della destra (PP e VOX) e degli autonomisti di Junts.
A poche ore dalla notizia, colei che è diventata il simbolo per il diritto all’abitare, la combattiva 87enne Maricarmen è deceduta, o meglio come sostiene legittimamente il movimento per il diritto all’abitare e la sinistra radicale “è stata assassinata”.
Maricarmen Abscal, è stata una dei più di 24 mila sfratti che annualmente si compiono in Spagna, più di 425 mila negli ultimi dieci anni a causa dell’emergenza prodotta dalla rendita immobiliare che ha fagocitato il patrimonio abitativo, rendendo la casa un veicolo di investimento per la speculazione e la fiorente industria turistica che ha cambiato il volto delle città, non solo spagnole.
Nonostante la sua grave infermità, Maricarmen Abascal è stata sfrattata il 23 settembre e da allora era ricoverata all’ospedale; è poi deceduta al Gregorio Marañon di Madrid.
Il suo violento sgombero è stata la scintilla che ha fatto saltare la polveriera iberica, agendo da detonatore per un movimento popolare in ascesa, che ha costretto il governo a fare quello che gli era riuscito in 8 anni per tamponare l’urgenza abitativa, finendo poi per convocare nuove elezioni il 29 novembre.
Un movimento organizzato di massa che ha imposto uno sciopero generale a cui aderiranno praticamente tutte le organizzazioni sindacali, costringendo la destra a mostrare il proprio volto ferocemente anti-popolare a discapito dei sentimenti di una parte del suo stesso bacino elettorale.
Contro il primo sciopero generale da 14 anni a questa parte si è alzato un coro unico delle organizzazioni padronali, dei sindacati corporativi e delle formazioni della destra che vorrebbe discreditare le ragioni delle rivendicazioni come “non attinenti al mondo del lavoro”!
Pepa Millán di Vox, ha detto con sommo sprezzo del ridicolo che le organizzazioni sindacali che l’hanno convocato “non rappresentano i veri lavoratori della Spagna”, mentre sui social dilagano i post pagati dalla destra per denigrare i sindacati e sabotare lo sciopero.
Eppure l’ultimo sciopero generale, è stato appunto il 12 novembre del 2012.
Non sono stati infatti molti gli scioperi generali nella Spagna “post-franchista” sostenuti dalle due più che moderate centrali sindacali maggiormente rappresentative in termini di adesioni: 14 dicembre del 1988 durante il governo socialista di Felipe González, il 28 maggio del 1992, il 24 gennaio del 1994, il 20 giugno del 2002, il 29 settembre del 2010.
Si tratterà, quindi di una giornata storica, ad appena due settimane e mezza dalle elezioni, tenuto conto del fatto che le stesse centrali sindacali (CC.OO e UGT) non avevano aderito allo sciopero generale del 15 ottobre scorso contro il genocidio a Gaza ed in appoggio alla Global Sumud Flotilla, promuovendo solo astensioni parziali.
Sul fronte elettorale, per ciò che concerne le formazioni alla sinistra del PSOE, formate per la maggioranza dal ribattezzato Frente Amplio – composto dalle organizzazioni che hanno appoggiato l’ultimo governo socialista entrando organicamente nell’esecutivo e da Podemos che aveva co-governato “imponendo” un accordo di programma in quello precedente – è possibile che venga raggiunto un accordo su una candidatura unica.
Mentre Podemos propone le primarie per il 13-14 ottobre per eleggere il o la leader della coalizione, si è ufficializzata da parte di Más Madrid la proposta della candidatura della ex sindaca di Barcellona, Ada Colau, che si è detta gratificata della proposta.
Se la rappresentanza politica della sinistra radicale non è ancora riuscita a “trovare” una quadra e sembra più impegnata a focalizzarsi su una comunque difficile prova elettorale, considerando i forti limiti dell’azione dei due governi socialisti degli ultimi otto anni e quella che sembrava l’ascesa impetuosa della destra, il movimento sociale che ha preso forma grazie alla costanza e caparbietà delle organizzazioni sociali e politiche attive, naviga col vento in poppa.
Fonte
07/10/2026
Francia - L’onda studentesca si salda con i sindacati. Panico all’Eliseo
La gioventù francese non è più sola nelle piazze, e l’onda d’urto adesso fa vacillare il potere.
Nemmeno i 488 fermi eseguiti ieri in tutto il Paese, né le cariche della polizia a Place de la Nation o i lacrimogeni lanciati un po’ ovunque, sono riusciti a piegare l’«Atto III» di un movimento studentesco che continua a raccogliere una partecipazione impressionante nelle piazze, almeno 450.000 i manifestanti di ieri.
A fare da scudo ai liceali contro la brutalità esibita dalle forze antisommossa sguinzagliate, su ordine dell’Eliseo, sono scesi in campo ufficialmente i sindacati: CGT, Force Ouvrière (FO), FSU e Solidaires.
La mobilitazione si è trasformata in una spallata interprofessionale totale che ha largamente superato i confini delle scuole.
Accanto ai docenti hanno scioperato i lavoratori degli ospedali, della funzione pubblica e persino i comparti strategici dei trasporti e dell’energia, uniti contro il congelamento dei salari e i tagli del bilancio, destinati a ridurre il deficit al 5%.
Anche i trattori della Confédération paysanne erano presenti.
Hanno presidiato i licei nella Manica, nel Maine-et-Loire e nella Drôme, spingendosi in Alvernia fino a «assediare» il «Sommet de l’élevage» a Cournon-d’Auvergne, dove la Ministra dell’Agricoltura è stata costretta ad annullare la sua visita ufficiale.
Davanti a un Paese paralizzato e al drammatico bilancio dei giorni scorsi – che vede molti giovani gravemente feriti, fra cui un quattordicenne con la mano mutilata da una granata a Lens, un sedicenne gravemente ferito a un occhio a Argenteuil da un colpo di LBD e un altro adolescente che ha perso un occhio durante gli scontri a Tours – Emmanuel Macron ha convocato d’urgenza un vertice all’Eliseo, ieri sera, con il Premier Lecornu, il Ministro dell’Interno Nuñez e il Ministro dell’Educazione Geffray.
Macron tenta disperatamente di presentare l’incontro come un semplice e ordinario «monitoraggio della situazione», diverse indiscrezioni confermano invece che dietro le quinte il clima era di massima tensione e che il Capo dello Stato ha mostrato segni di grande nervosismo. Il Presidente è fortemente preoccupato dal rischio di un cortocircuito istituzionale e dal totale isolamento politico del governo.
Per cercare di riprendere il controllo il vertice ha «ideato» questa manovra: l’obbligo di liberare una mezza giornata di corsi da qui a venerdì in tutti i licei francesi.
Presentata ufficialmente da Lecornu all’Assemblea Nazionale come la concessione di un “tempo di democrazia e dibattito interno”, la misura nasconde l’obiettivo di isolare la protesta dentro le mura scolastiche. Obbligando gli studenti a entrare nelle aule per discuterne anziché presidiare i cancelli, il governo spera così di smantellare i picchetti... ingenui!
Questa decisione ha scatenato invece la furia dei sindacati. Durissima la reazione dello SNPDEN-UNSA, il sindacato maggioritario dei presidi francesi: rifiutano di fare da ammortizzatori sociali e moderatori della rabbia studentesca davanti a quella che hanno apertamente liquidato come una “totale cacofonia”.
Ma la scadenza più temuta dall’intelligence e dagli apparati di sicurezza del governo si avvicina sempre più. Il 17 ottobre è prevista una grande giornata di mobilitazione e protesta nazionale contro il caro carburanti.
Non è guidata da partiti o sigle istituzionali, ma è nata da una dinamica puramente virale su TikTok, innescata dal video-sfogo del profilo anonimo «v2.95» contro la fiammata dei prezzi e si è diffusa in modo impressionante.
La scelta della data del 17 ottobre non è casuale, anticipa volutamente di un mese esatto l’anniversario della storica mobilitazione dei Gilets Jaunes del novembre 2018. Questo movimento spontaneo rifiuta i tradizionali cortei autorizzati per puntare all’azione diretta sul territorio: presidi improvvisati sugli assi strategici (Autostrade, rotonde ecc.) e blocco mirato dei depositi energetici.
Alla sola idea di una «convergenza delle lotte», ovvero di una fusione tra il movimento studentesco, la mobilitazione dei “nuovi gilets jaunes” e l’opposizione parlamentare di sinistra... il governo trema. E se poi osserva l’orizzonte che punta direttamente al 5 novembre, il governo va proprio nel panico.
È infatti questa la data scelta dall’intersindacale per far scattare uno sciopero generale che bloccherà contemporaneamente il settore pubblico e quello privato.
Se la convergenza delle lotte dovesse concretizzarsi, il movimento dell’autunno francese si trasformerebbe in uno stato di mobilitazione, di agitazione, di rivolta permanente.
Una pressione che diventerebbe presto insostenibile per il governo macronista, isolato, e in fase terminale avanzata.
Fonte
06/10/2026
Spagna: la grande rivolta contro la turistificazione
In Spagna è nata la prima ribellione di massa contro l’industria turistica selvaggia che è diventata il simbolo del caro vita diffuso. Assistiamo infatti a una rivolta aperta che ha come detonatore la critica assoluta a un modello economico speculativo, estrattivo, devastatore. I cittadini si ribellano alla gentrificazione, alla trasformazione delle città in parchi a tema per il consumo globale.
La bocciatura parlamentare di due decreti d’emergenza sulla casa ha fatto saltare ogni argine e la “protesta delle chiavi” ha portato in piazza più di mezzo milione di persone. Lo slogan è chiaro: le città appartengono a chi le vive, non ai mercati finanziari.
Città come Barcellona, Valencia e Palma di Maiorca sono diventate porti di sbarco per navi sproporzionate, l’impatto ambientale è catastrofico, i motori delle navi da crociera rimangono accesi anche in porto, inquinano senza sosta e tutto questo in cambio di: zero ricchezza, ma massimo consumo. Croceristi e aribnb sono ormai i simboli di un’industria turistica cannibale, nefasta.
Le mega crociere consumano risorse pubbliche e intascano i soldi dei biglietti. In sintonia con gli speculatori edilizi distruggono il tessuto sociale, colonizzano i quartieri, sostituiscono le popolazioni. E così i centri urbani si omologano. I negozi di prossimità spariscono.
Al loro posto nascono catene di fast food e negozi di souvenir. Tutti uguali. È la fine della storia, della singolarità, delle diverse originali identità. Interi quartieri popolari in tutti i più bei porti del Mediterraneo vengono acquistati da grandi fondi d’investimento multinazionali.
I centri storici sono diventati prodotti finanziari. La redditività degli affitti brevi tramite grandi piattaforme ha drogato il mercato immobiliare; i canoni d’affitto superano ormai i salari medi locali. I giovani non possono emanciparsi e sempre più lavoratori regolari sono costretti a vivere in auto o in una tenda.
Di fronte a questa situazione di totale degrado la protesta diffusa che dilaga sempre più, non è guidata dai partiti, ma da reti sociali nate dal basso.
Il Sindicato de Inquilinas (Sindacato degli Inquilini) in testa alla mobilitazione di Madrid e Barcellona, chiede il blocco totale delle licenze turistiche e l’espropriazione dei “Fondos buitre”, i fondi avvoltoi, i grandi fondi d’investimento speculativi che “volano” sopra le città in crisi per fare incetta di case a prezzi stracciati.
Stanno organizzandosi per giungere a un obbiettivo strategico: uno sciopero generale degli affitti per bloccare l’economia della rendita speculativa.
Nelle isole, il collettivo Menys Turisme, Més Vida (Meno Turismo, Più Vita) pratica la resistenza civile. Occupano le spiagge e i porti per opporsi al sovraffollamento. Chiedono una moratoria sui voli e sugli sbarchi delle navi da crociera.
A difesa dei quartieri opera la rete Stop Desahucios (Stop Sfratti). Creano barriere umane per difendere le famiglie dall’espulsione.
Nelle piazze risuona il coro: “Vecina despierta, hay buitres en tu puerta” (Vicina svegliati, ci sono gli avvoltoi alla tua porta). La Spagna sta tracciando una linea rossa globale. Le città devono tornare a essere comunità vive, non merci da vendere al miglior offerente.
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17/01/2026
Il dovuto rispetto e sostegno per i Vigili del Fuoco sanzionati dal Ministero
Claudio Mariotti, un Vigile del Fuoco in servizio da 38 anni, ha spiegato così quel gesto significativo “come gesto fatto da portatori di buona volontà dell’Unicef, perché il Corpo nazionale Vigili del fuoco è ambasciatore Unicef con un accordo rinnovato lo scorso 2024 dal sottosegretario Prisco”.
Lo stesso giorno a Roma un Vigile del Fuoco aveva preso la parola davanti a decine di migliaia di persone concentratesi alla Stazione Termini fornendo la medesima motivazione per la loro partecipazione alla manifestazione e allo sciopero dell’USB contro il genocidio del popolo palestinese a Gaza.
Ma per queste meritevoli e universalmente apprezzate testimonianze, il ministero dell’Interno ha inviato una contestazione disciplinare a dieci Vigili del Fuoco, sei dei quali in servizio in Toscana, ritenendo non legittime le modalità della loro presenza alle manifestazioni.
Le contestazioni disciplinari che hanno raggiunto delegati sindacali dell’USB e singoli Vigili del Fuoco hanno l’obiettivo di intimidire un’intera categoria, anche in vista del riordino del settore, la riforma del Corpo dei VVF con la quale questo governo vuole equiparare i pompieri ad operatori di pubblica sicurezza.
L’aggressione ai sindacalisti e agli iscritti all’USB è un attacco alla libertà di espressione, al diritto di sciopero e al diritto di organizzazione sindacale, diritti fondamentali che sono previsti dalla nostra Costituzione. È un ulteriore segnale dell’indirizzo militarista del governo e della volontà di reprimere il dissenso. Difendere i vigili del fuoco sotto attacco significa difendere la libertà di tutti noi.
Meritano il massimo rispetto questi Vigili del Fuoco, che hanno dato onore e dignità al nostro paese di fronte ai silenzi e alle complicità con un genocidio.
Il 28 gennaio ci sarà un incontro pubblico di solidarietà con questi Vigili del Fuoco (ore 15.00, sala ACI, via Marsala 10 nei pressi della Stazione Termini).
Facciamogli sentire pubblicamente e convintamente il nostro sostegno.
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24/12/2025
Sanzione della Commissione di Garanzia per le mobilitazioni in autunno: è allarme democratico a difesa del diritto di sciopero
Uno sciopero immediato, proclamato invocando l’articolo 2 comma 7 della Legge 146/90, la legge antisciopero, che prevede la possibilità di non rispettare i termini di preavviso quando lo sciopero sia in difesa dell’ordine costituzionale o di protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori. Uno sciopero che ha visto una partecipazione di massa, diffusa in tutto il Paese e in tutte le categorie, ben oltre la consueta adesione agli scioperi generali convocati in altre occasioni, a significare la condivisione della scelta di mobilitare le lavoratrici e i lavoratori e di farlo subito, non appena si è verificato un atto di gravità inaudita nei confronti di pacifisti internazionali che cercavano di forzare un blocco illegale e portare sollievo e aiuti umanitari a chi stava subendo da anni l’aggressione genocida da parte dello Stato di Israele.
La delibera con cui si commina una pesante multa alla USB, ma ci risulta anche ad altre organizzazioni sindacali che si erano unite a USB proclamando a loro volta lo sciopero, si avventura in disquisizioni di natura interpretativa del pensiero dei Costituenti all’atto della stesura della nostra Carta Costituzionale, per cercare di giustificare la propria decisione del tutto priva di senso storico e in contrasto con altre già emesse in altri tempi ma sempre in contesti analoghi.
A sostegno della propria tesi si arriva a recuperare un parere secondo cui la difesa dell’ordine Costituzionale va interpretato unicamente nel senso “di situazioni di eccezionale gravità tali da mettere in pericolo le istituzioni democratiche”, come il rischio di colpo di Stato o di sovvertimento violento dell’ordinamento statale da parte di soggetti o poteri usurpatori. Cioè secondo la Commissione di garanzia del diritto di sciopero (sic!), la difesa dell’ordine costituzionale si interpreta unicamente nella difesa delle istituzioni democratiche di fronte ad un attacco specifico che metta a repentaglio l’esistenza stessa della Repubblica e non anche a garanzia che nessuno possa, tradendo il dettato Costituzionale, nella fattispecie l’articolo 11 della nostra Carta costituzionale, portare il Paese in una situazione di guerra così giustificando violazioni del diritto internazionale: vendendo armi, e/o consentendone il transito, che verranno utilizzate di fatto per proseguire nel genocidio del popolo Palestinese, non assumendo nessun atto concreto di protesta nei confronti dell’attacco armato in acque internazionali a navi anche di nazionalità italiana, con a bordo cittadini e sindacalisti italiani.
Non stiamo protestando per la sanzione, anche se la riteniamo ingiusta e la impugneremo davanti al giudice del lavoro: stiamo lanciando un allarme democratico a difesa del diritto di sciopero, della nostra Costituzione, della funzione sindacale, della pace e della volontà di tanta parte del popolo italiano che con grande slancio e consapevolezza ha aderito agli scioperi di settembre e ottobre, non curandosi della legittimità formale degli stessi, ma del loro alto valore politico a difesa della nostra Costituzione.
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22/12/2025
Bolivia i lavoratori hanno proclamato lo sciopero a oltranza contro il governo
«Annunciamo lo sciopero generale a oltranza e chiediamo al popolo boliviano di unirsi alla protesta». Queste le parole di Andrés Paye, segretario della Federazione Sindacale dei Minatori della Bolivia (FSTMB), con cui ha dato inizio alla mobilitazione del settore. Poco dopo si è aggiunta anche la Centrale Operaia Boliviana (COB), il principale sindacato del Paese, che riunisce al suo interno diverse sigle, tra cui la FSTMB. I lavoratori si sono schierati contro il presidente Rodrigo Paz Pereira, la cui elezione, avvenuta lo scorso ottobre, ha interrotto 20 anni di socialismo boliviano, segnando la svolta a destra per il Paese. A finire nel mirino dei lavoratori sono state le misure approvate dal nuovo governo – in particolare il decreto supremo 5503 – accusate di favorire gruppi privilegiati e lobby a discapito della maggioranza della popolazione.
«Vogliamo dire alla comunità internazionale che tutto ciò che accadrà a partire da ora sarà responsabilità del governo», ha dichiarato Andrés Paye al culmine del discorso che ha dato inizio allo sciopero dei minatori boliviani, un settore chiave per l’economia del Paese. Poche ore dopo, la protesta è stata rilanciata anche dalla Centrale Operaia Boliviana, rinsaldando il carattere generale dello sciopero. Tra giovedì e venerdì scorso si sono registrati i primi disservizi, con diverse città boliviane rimaste senza trasporto pubblico. Contestualmente, i lavoratori hanno effettuato dei blocchi autostradali. Contromisure che i sindacati minacciano di riproporre fino all’abrogazione delle ultime leggi approvate in materia economica dal governo di Rodrigo Paz Pereira. La Federazione Sindacale dei Minatori della Bolivia rilancia, facendo sapere che il suo sciopero continuerà fino alle dimissioni del nuovo presidente.
Per ridurre il deficit fiscale, il decreto supremo 5503 ha eliminato la sovvenzione statale sui carburanti, facendone raddoppiare il prezzo per i consumatori finali. Ciò avrà conseguenze sul lungo termine, riguardando soprattutto trasporti e beni di prima necessità, per un generale aumento del costo della vita. Nella capitale La Paz, i costi del trasporto pubblico dovrebbero ad esempio crescere del 100% nei prossimi giorni.
I sindacati hanno bollato la riforma economica come un attacco alla classe lavoratrice, a tutto vantaggio di poche oligarchie industriali, a partire da quelle del carburante. Il risentimento popolare è alimentato dall’eliminazione delle tasse ai grandi patrimoni e alle transazioni finanziarie, decisa dal governo pochi giorni fa. Lo schema realizzato dal neopresidente boliviano Paz si inquadra nei canoni neoliberisti: di fronte alle crisi economiche si procede con i tagli alla spesa sociale, non curandosi delle conseguenze per le classi meno abbienti – lavoratori, contadini, poveri – su cui viene anzi fatto ricadere tutto il peso della crisi.
Sanzioni per lo sciopero generale del 3 ottobre: il governo Meloni prova a vendicarsi
Il governo Meloni non solo si è rifiutato di intervenire per far rispettare il diritto internazionale – le imbarcazioni sono state sequestrate infatti in acque internazionali e quindi fuori dalla giurisdizione israeliana – ma non ha ritenuto necessario di dover agire a sostegno dei cittadini italiani imbarcati, manifestando ancora una volta la totale complicità con il governo genocida di Tel Aviv. Come sappiamo i nostri concittadini, assieme al resto dell’equipaggio della Flotilla, sono stati arrestati e condotti nelle carceri israeliane, sottoposti a gravi vessazioni e violenze ed infine espulsi dopo alcuni giorni di sequestro illegittimo. Non una nota di protesta è mai partita dal nostro governo verso le autorità israeliane.
Lo sciopero generale del 3 ottobre ha rappresentato un moto di indignazione popolare capace di legare l’orrore per quanto avveniva (e purtroppo ancora continua) in Palestina con lo sdegno per il comportamento complice del nostro governo. Centinaia di migliaia di persone invadevano le piazze di tutto il paese e molte attività si fermarono. La circolazione è stata paralizzata ma in molte occasioni i manifestanti hanno ricevuto gli applausi dei cittadini intrappolati nel traffico e tuttavia solidali con la protesta.
Il governo ha vissuto in quei giorni i momenti più difficili dal suo insediamento. La Meloni balbettava frasi senza senso, Tajani appariva in grande imbarazzo, il resto del governo preferiva rimanere in silenzio. Ora che l’ondata emotiva si è ridotta, è cominciata la vendetta. In diverse città, da Bergamo a Catania, da Ravenna a Torino, sono state impartite decine e decine di sanzioni individuali contro i manifestanti con migliaia di euro di multe e, a seguire, sono cominciate ad arrivare le sanzioni contro le organizzazioni sindacali. Le somme più pesanti, 20mila euro, sono per l’USB assieme alla Cgil. E la Commissione ha già fatto sapere all’USB che ne sono in arrivo altre.
Bloccare il paese è una pratica che ha dimostrato di essere efficace. Il governo ha potuto sperimentare in quelle giornate tutta l’inutilità dei suoi dispositivi repressivi e dei decreti sicurezza di fronte all'espressione popolare. E si è messo paura. Non ci lasceremo intimidire dalla sua vendetta e ci prepariamo a tornare all’attacco. Ci sono mille buone ragioni per bloccare di nuovo tutto.
Unione Sindacale di Base
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12/12/2025
Oggi lo sciopero generale della CGIL
Severo anche il giudizio sulla Legge di Bilancio varata dal governo ma che stenta ancora a decollare. “Una manovra d’austerità che non serve al Paese e che viene fatta solo per abbassare il deficit e comprare armi”, argomenta Landini: “Il mondo del lavoro vuole cambiamenti veri. Non può continuare a pagare i condoni, mentre interi settori produttivi (siderurgia, automotive, chimica, moda, terziario) sono in crisi. Rischiamo la deindustrializzazione. Profitti e ricchezza crescono, salari e stabilità dell’occupazione per donne e giovani no”.
Il leader Cgil lamenta poi che nell’incontro del 10 ottobre con il governo sulla legge di bilancio, fosse presente solo il ministro Giorgetti.
Leggendo le dichiarazioni del segretario della Cgil, si può avere l’impressione – magari superficiale – che siano in larga parte sovrapponibili a quelle dell’Usb e dei sindacati di base che hanno scioperato lo scorso 28 novembre.
In questi ultimi quindici giorni non si è però ripetuta l’anomalia della convergenza tra Usb, Cgil e sindacati di base prodottasi nello sciopero generale del 3 ottobre sulla spinta delle enormi mobilitazioni popolari sulla Palestina. Qualcuno avrebbe voluto che lo scenario si ripetesse ma, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, alcuni avvenimenti sono realisticamente irripetibili, anche se il riemergere clamoroso della “questione operaia” continua a introdurre nella realtà novità importanti sul piano del conflitto sociale e sindacale.
Il perché gli scioperi generali di Usb e Cgil non potevano convergere, lo ha spiegato bene Pierpaolo Leonardi, storico dirigente dell’Usb, in un articolo che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi sul nostro giornale.
“La differenza di valutazione in ordine alla convocazione di uno sciopero generale non sta nella data ma nella piattaforma di lotta, cioè sui contenuti che si vuole far emergere attraverso il massimo strumento di lotta e di mobilitazione a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici”, affermava Leonardi, sottolineando di comprendere le ragioni per cui la Cgil non fatto convergere la data dello sciopero generale su quella del 28 novembre. “Bene quindi ha fatto la Cgil a decidere di andare per la propria strada” – aggiungendo che “Quando si convoca il 3° sciopero generale nel breve volgere di due mesi o poco più non lo si può fare a cuor leggero”.
I punti di divaricazione con la Cgil si materializzano pesantemente quando dai discorsi generali si passa ai contratti che la stessa firma. La stagione dei rinnovi contrattuali lascia infatti la situazione invariata, con i salari dei lavoratori italiani che rimarranno anche in questa tornata non solo i più bassi tra i paesi europei a capitalismo avanzato, ma anche quelli che arretrano maggiormente quanto a potere d’acquisto.
Questo è quello che si evince analizzando i rinnovi contrattuali del commercio, dei chimici, delle telecomunicazioni e dei metalmeccanici.
Prendendo a esempio questi ultimi due in particolare, le criticità che emergono sono parecchie e pesanti.
Sul salario, l’accordo firmato nel contratto dei metalmeccanici consegna un aumento di soli 205 euro in quattro anni, includendo però anche gli aumenti già erogati. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA.
Non viene recuperata l’inflazione reale né la lunga vacanza contrattuale e il potere d’acquisto del salario continua a diminuire. Sull’organizzazione del lavoro aumentano le flessibilità a favore delle imprese, con l’“orario plurisettimanale” che passa da 80 a 96 ore annue. Sui contratti precari, la stabilizzazione dopo 48 mesi di somministrazione ha reso “accettabile” un percorso di lavoro precario lungo ben quattro anni.
Nel contratto delle telecomunicazioni vengono imposti ai lavoratori demansionamento, sospensione della vacanza contrattuale, moratoria sul rinnovo fino a sei anni e concessi aumenti di meno di 300 € lordi in tre anni, oltre a peggioramenti normativi inaccettabili.
Eppure un colpo importante era stato battuto dalla Cgil quando non ha firmato i contratti nel pubblico impiego; una scelta che è forse è la causa più profonda del momentaneo distanziamento con Cisl e Uil.
Le cose avvengono e le cose cambiano, sempre.
Ma la contraddizione irrisolta sta qua: nella divaricazione tra i discorsi generali della Cgil o del suo segretario e l’agire concreto nella contrattazione di categoria e aziendale, che dal 1993 ha visto peggiorare non solo i salari – come certificato in più sedi e da più osservatori – ma anche le condizioni complessive dei lavoratori. Potrebbe apparire una schizofrenia ma è invece una ipotesi sindacale sulla quale Cgil e Usb divaricano strategicamente.
Lo spiega bene un altro veterano del movimento sindacale come Giorgio Cremaschi quando sottolinea come “la firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018”.
Insomma siamo ancora in presenza di quel “parlare a sinistra per andare a destra” che ha caratterizzato la traiettoria politica della sinistra e del principale sindacato italiano in questi decenni, quelli della maledetta “concertazione” che è stata la gabbia e la ghigliottina per il movimento operaio e sindacale in questo paese; e alle quali è inevitabile contrapporre una alternativa sindacale di classe e confederale.
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