Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/05/2026
Portuali in sciopero. Incontro al ministero sul lavoro usurante nei porti
Lo sciopero di 24 ore e la determinazione del presidio di oggi a Roma hanno strappato al Ministero del Lavoro l’impegno concreto a convocare in tempi rapidi un tavolo tecnico per lavorare concretamente sulla nostra proposta di riconoscere ai portuali il lavoro usurante ai fini pensionistici.
Oggi è stato fatto un piccolo, ma importantissimo passo verso il riconoscimento di un sacrosanto diritto per centinaia e centinaia di lavoratori che ogni giorno si spaccano letteralmente la schiena per portare avanti uno dei settori più strategici del Paese.
Una richiesta che nasce direttamente dalle banchine e dai piazzali, condivisa anche da altri settori, come quello ferroviario, e che si scontra ancora una volta con il solito ritornello della mancanza di risorse. Ma dove sono queste risorse che servirebbero per consentire ai lavoratori di andare in pensione cinque anni prima?
“Le risorse ci sono: vengono destinate ai piani di riarmo, all’acquisto di armamenti per miliardi di euro, alla crescente militarizzazione dei porti, delle ferrovie e delle infrastrutture strategiche. Vengono assorbite da una logica di guerra e da un sistema di speculazione finanziaria che alimenta l’inflazione e riduce il potere d’acquisto dei lavoratori” afferma l’USB portuali in un comunicato.
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11/02/2026
La sfida dei portuali alla macchina genocidaria israeliana e all’ordine capitalista
I porti italiani – per un Paese come il nostro, posizionato strategicamente nel cuore del Mediterraneo – rappresentano un pilastro fondamentale dell’economia e uno dei nodi più rilevanti della rete logistica. Ma sono anche un’infrastruttura i cui lavoratori incarnano oggi una una potente compagine contro quell’economia di guerra che è il vero fattore abilitante del massacro perpetrato contro il popolo palestinese. Mentre i governi occidentali, infatti, dichiarano formalmente di aver sospeso le vendite di armi a Israele, i porti italiani ed europei continuano a essere nodi cruciali di un’infrastruttura che rifornisce quotidianamente la macchina bellica israeliana. Ma, davanti a questa complicità, c’è chi alza la voce e si mobilita per spezzare la catena del genocidio.
I numeri del sistema portuale italiano: crescita record e ruolo strategico
481 milioni di tonnellate. È il volume di merci transitate nel 2024 nei porti del nostro Paese. Una crescita continuata anche nell’anno successivo, come documenta il report Assoporti-Srm che ha calcolato 250 milioni di tonnellate di merci movimentate nel solo primo semestre del 2025. Numeri che attestano l’esistenza di un sistema «strategico nel panorama europeo e mediterraneo», come viene definito dal presidente di Assoporti, Rodolfo Giampieri, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore.
Un ruolo cruciale confermato anche dal rapporto Unioncamere 2024 sull’economia del mare che attribuisce al sistema marittimo un valore aggiunto complessivo di circa 64,7 miliardi pari a circa il 3,7% del Pil e una occupazione di 1 milione di addetti pari al 4% dell’occupazione italiana.
Restringendo il campo alle attività di trasporto marittimo e di cantieristica, ovvero le attività più legate al sistema portuale, si arriva a un valore aggiunto di 21,4 miliardi di euro, pari a circa l’1,2% del PIL, e 260 mila lavoratori, pari all’1% dell’occupazione.
Nel mondo più del 90% del traffico merci viaggia via mare, in Italia circa il 40% degli scambi import-export passa dai porti. Ed è proprio dalle banchine di alcune città italiane che transita la cosiddetta “flotta del genocidio”, come la giornalista Linda Maggiori, in un dossier pubblicato da Altreconomia, definisce il sistema che rende possibile l’invio di materiali d’armamento a Israele, uno Stato ritenuto responsanbile di genocidio da una moltitudine di autorevoli organizzazioni internazionali.
Armi verso Israele: il traffico che attraversa i porti italiani nella zona grigia della legge
«Israele dipende quasi unicamente dal commercio via mare e senza un costante rifornimento marittimo non avrebbe mai potuto fare ciò che ha compiuto a Gaza», sottolinea Maggiori nel suo La flotta del genocidio. Sulle rotte delle armi dai porti italiani, che documenta un sistema diffuso e strutturale di traffico di armi e materiali bellici diretti a Israele che avviene attraverso i porti italiani, in piena violazione della legge italiana 185/1990 e del Trattato internazionale sulle armi.
In Italia i transiti di armamenti avvengono in una zona grigia sul piano legale. La legge 185/1990, una delle norme più avanzate a livello mondiale di cui il nostro Paese si è dotato grazie alla spinta di numerose realtà della società civile, prevede esplicitamente che l’esportazione, l’importazione e il transito di materiali d’armamento siano soggetti ad autorizzazioni e controlli dello Stato, e vieta questi traffici verso Paesi in conflitto armato o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, come sarebbe appunto il caso di Israele. Eppure, similmente a un paradosso kafkiano, l’Ufficio nazionale delle Dogane ha candidamente dichiarato ad Altreconomia che non risultano transiti autorizzati semplicemente perché nessun transito chiede di essere autorizzato. Ancora più inquietante è il ruolo delle istituzioni: il ministero dell’Interno e le prefetture conoscono in anticipo questi traffici e predispongono misure ad hoc (tra cui scorte armate).
Il dossier da lei curato documenta come i porti italiani – Genova, Ravenna, Livorno, Salerno, Venezia, Trieste, Taranto – siano profondamente integrati nella rete logistica che rifornisce Israele e come, dopo l’inizio dell’offensiva a Gaza, ci sia stata addirittura un’impennata di spedizioni di materiali – tra cui nitrato di ammonio, ampiamente usato dall’esercito israeliano per radere al suolo in maniera “controllata” gli edifici di Gaza, ed esplosivi – verso lo Stato ebraico. Non si tratta solo di transito, ma anche di esportazioni dirette: dato che dal 7 ottobre 2023 l’Autorità nazionale Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) non rilascia più autorizzazioni all’export di armi verso Israele, le aziende hanno ideato vari escamotage per inviare armi a Tel Aviv. Il traffico non riguarda solo materiale bellico in senso stretto. Dai porti italiani partono anche fertilizzanti usati come precursori di esplosivi, Caterpillar utilizzati per distruggere villaggi palestinesi, macchinari e materiali edili per costruire insediamenti illegali in Cisgiordania.
Tre compagnie marittime dominano questo traffico: Zim, Msc e Maersk. Colossi che in alcuni casi sono sostenuti da potenti attori finanziari globali.
La Zim Integrated Shipping Services è una delle dieci più grandi compagnie di navigazione al mondo e uno dei principali trasportatori di armi verso Israele. Fino al 2003 era di proprietà dello Stato di Israele, poi è stata privatizzata ma mantiene stretti legami con il governo di Tel Aviv. Quotata alla Borsa di New York, tra i suoi principali azionisti annovera Israel Corporation (controllata dal gruppo Ofer Brothers*) ma anche UBS, BlackRock, Goldman Sachs, Morgan Stanley.
La Msc (Mediterranean Shipping Company), fondata a Napoli nel 1970 da Gianluigi Aponte, controlla il 20,6% del mercato mondiale con le sue 900 navi portacontainer. La moglie di Aponte è Rafaela Diamant Pinas, figlia di un importante banchiere israeliano.
Infine tra le compagnie citate da Maggiori figura Maersk, quotata sul Nasdaq Copenhagen e detenuta in gran parte dalla famiglia Møller, con azionisti istituzionali del calibro di BlackRock.
Il passaggio di armi dai nostri porti avviene nella completa inerzia delle istituzioni, dall’Autorità nazionale Uama all’Agenzia delle dogane e dei monopoli, dalle prefetture interessate fino al Parlamento. A contrastare l’immobilismo e il silenzio complice di questi ultimi, la resistenza dei lavoratori portuali.
Da Genova al mondo: la rete internazionale dei portuali in lotta
L’oscuro e mortifero traffico di materiali che rende possibili i crimini commessi da Israele in Palestina viene ostacolato quando non proprio bloccato dalle straordinarie mobilitazioni dei portuali. Le agitazioni contro i traffici bellici sono partite da Genova nel 2019, quando i camalli hanno bloccato il porto per chiedere il rispetto della legge 185/1990. Lo scorso 26 settembre è stato siglato il Manifesto internazionale dei portuali contro la guerra. A Genova, Ravenna, Livorno, Salerno, Venezia e Trieste ci sono stati blocchi e proteste per fermare le navi delle compagnie israeliane. Il sindacato Usb pubblico impiego e agenzie fiscali, il 30 settembre 2025, ha chiesto «l’immediata interruzione delle operazioni di esportazione e transito di armi, materiale bellico e dual use verso Israele». Si sta sempre più rafforzando la solidarietà tra i portuali del Mediterraneo, con scambi di informazioni tra Marsiglia, Genova, Pireo, Anversa e altri porti per coordinare i blocchi. L’ultima clamorosa mobilitazione si è tenuta lo scorso 6 febbraio: come si legge sul Manifesto, per la prima volta i lavoratori portuali hanno scioperato «nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche in Colombia, Venezuela, Brasile e Stati Uniti», per opporsi alle guerre nel mondo ma anche per denunciare il peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari.
In occasione della giornata di sciopero, il Gruppo Autonomo Portuali di Livorno in un reel su Instagram ha ribadito che i lavoratori del comparto non intendono essere complici del genocidio e del progetto imperialista portato avanti dai governi occidentali. José Nivoi, coordinatore nazionale Usb per i portuali e portavoce del Calp di Genova, ha definito il 6 febbraio «una giornata epica», preannunciando che la mobilitazione non si fermerà e che il coordinamento internazionale va verso una strutturazione interna. I portuali, forti della loro autocoscienza di classe e della straordinaria capacità di connettere le lotte contro tutte le derive del sistema capitalista, ci indicano la via per il suo futuro superamento. Non ci resta che seguirli.
*Oggi Israel Corporation è controllata, in ultima istanza, da Idan Ofer attraverso una catena di veicoli societari e trust familiari. Per un riflesso incondizionato ormai consulto sempre la Epstein library messa a disposizione dal Dipartimento di Giustizia statunitense. E anche questa volta ho avuto la conferma: Idan Ofer, una delle persone più ricche d’Israele, era tra i personaggi che gravitavano attorno al predatore sessuale e spia del Mossad Jeffrey Epstein.
10/02/2026
Lo sciopero dei portuali colpisce diversi scali europei
Si tratta degli effetti immediati dello sciopero internazionale coordinato che ha coinvolto i portuali di numerosi Paesi contro il traffico di armamenti, la privatizzazione delle banchine e la progressiva militarizzazione degli scali civili. La mobilitazione, inizialmente annunciata in 21 porti del Mediterraneo e del Nord Europa, si è estesa ad altri scali e ha ricevuto manifestazioni di solidarietà anche fuori del continente europeo, secondo quanto emerge dalle comunicazioni sindacali e dalle analisi di settore diffuse nella giornata del 6 febbraio.
In Italia lo sciopero di 24 ore ha interessato l’intera filiera portuale. A Genova il blocco si è concentrato nell’area del varco di San Benigno, punto di accesso cruciale per i terminal container e ro-ro. Il porto ligure ha registrato una paralisi che ha inciso sulla continuità dei flussi ferroviari e stradali verso il Nord Italia e i mercati del Nord Europa. La presenza in rada di navi costrette a rinviare l’attracco ha aggravato una situazione già complessa per la concomitanza di cantieri infrastrutturali e per l’elevata saturazione dei piazzali nei porti limitrofi del sistema ligure, come La Spezia e Vado Gateway.
Alla Spezia l’elevata densità dei piazzali, stimata intorno al 78%, ha ridotto ulteriormente i margini di gestione dei traffici residui, rendendo difficoltoso il riassorbimento dei ritardi accumulati durante il fermo. Anche Vado Gateway di Savona, già interessato da agitazioni nei mesi precedenti, ha risentito dell’interruzione delle operazioni, con effetti sui servizi di trasbordo e sulle coincidenze feeder.
Sul versante adriatico, Trieste ha visto la protesta concentrarsi presso la sede dell’Autorità di Sistema Portuale. Il fermo delle attività ha avuto un impatto diretto sui corridoi ferroviari verso Austria e Germania, già rallentati da condizioni meteorologiche avverse. I ritardi maturati nello scalo giuliano si sono riflessi sull’intera catena intermodale dell’Adriatico orientale, penalizzando in particolare i traffici industriali diretti verso l’Europa centrale.
A Venezia e Ravenna lo sciopero ha prodotto effetti visibili soprattutto nella riprogrammazione degli arrivi navali. Il rinvio delle toccate da parte di unità come la Msc Eagle III e la Zim Australia ha generato un disallineamento delle finestre operative, con ripercussioni sulle banchine dedicate alle merci varie e sui traffici industriali. A Ravenna il fermo ha inciso anche sulla logistica di fertilizzanti e cereali, comparti sensibili ai ritardi per la rigidità delle catene di approvvigionamento.
Sul Tirreno, Livorno ha registrato uno dei casi più evidenti di nave bloccata in rada, con la Zim Virginia impossibilitata ad attraccare. Lo scalo toscano, specializzato nella movimentazione automotive e forestale, ha subito un rallentamento delle operazioni che ha coinvolto direttamente le catene di distribuzione dei veicoli finiti e dei prodotti destinati all’export. A Civitavecchia, invece, l’adesione allo sciopero ha creato criticità nei collegamenti ro-pax con la Sardegna, con ritardi nelle operazioni di imbarco e congestione nelle aree esterne al porto.
Nel Mezzogiorno lo sciopero ha colpito anche Gioia Tauro. In un porto caratterizzato da tempi di rotazione molto serrati, l’interruzione delle operazioni di scarico e ricarico per 24 ore ha generato un accumulo di navi in attesa che richiederà diversi giorni per essere smaltito. Mobilitazioni e rallentamenti si sono registrati anche a Salerno, Bari, Cagliari e Palermo, con effetti sulle filiere agroalimentari, sui traffici verso i Balcani e sulla movimentazione delle merci varie.
La dimensione internazionale della protesta ha ampliato l’impatto logistico oltre i confini nazionali. In Grecia il porto del Pireo è rimasto sostanzialmente fermo per l’intera giornata, bloccando uno dei principali terminal container europei in una fase già segnata da congestione e saturazione dei piazzali. Nei Paesi Baschi spagnoli le azioni nei porti di Bilbao e Pasaia hanno interrotto flussi verso il Nord Atlantico, mentre in Turchia i rallentamenti a Mersin e Antalya hanno inciso sulle esportazioni agricole e tessili. Anche scali come Tanger Med, Amburgo e Brema hanno risentito della giornata di mobilitazione, inserendosi in un quadro già critico per il maltempo invernale e per i picchi stagionali di traffico.
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07/02/2026
Lo sciopero dei portuali blocca tutto e apre una breccia
Sono state infatti numerose le navi cariche di armamenti che ieri sono state bloccate dallo sciopero dei portuali.
La ZIM Virginia carica di armi si è dovuta ferma al largo delle coste di Livorno perché non poteva attraccare. Al porto di Genova la stessa cosa è accaduta alla ZIM New Zealand e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare ieri al porto di Venezia e oggi a quello Ravenna. In senso inverso c’è poi il caso MSC EAGLE III, diretta in Israele, che doveva arrivare prima a Ravenna ed oggi a Venezia ed ha dovuto rimandare i suoi programmi.
Sono questi i primi tangibili risultati in Italia dello sciopero internazionale che i portuali di diversi paesi hanno organizzato per oggi contro i traffici di armi, la privatizzazione delle banchine, la militarizzazione dei porti, afferma l’USB in un comunicato.
A Genova il concentramento è stato al Varco San Benigno alle 18:30, mentre a Livorno i lavoratori si sono ritrovati in piazza 4 Mori nel tardo pomeriggio. Trieste ha visto una mobilitazione davanti all’Autorità portuale, così come Ravenna, Ancona e Civitavecchia. Presidi e iniziative si sono svolti anche a Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari, a testimonianza di una partecipazione ampia e diffusa lungo tutta la penisola.
Lo sciopero e le manifestazioni previste inizialmente in 21 porti in tutto il Mediterraneo ed anche in Nord Europa, hanno coinvolto anche altre città portuali come Marsiglia e Barcellona ed hanno ricevuto solidarietà anche dai portuali statunitensi.
“Ci sono momenti della storia in cui la classe operaia, in questo caso i lavoratori portuali deve scendere in campo e deve riequilibrare un po’ le cose, ecco ci stiamo provando, e al pari del contrasto alla guerra chiediamo più sicurezza sui posti di lavoro, contrattazione nazionale e di secondo livello che metta al centro i lavoratori portuali e non gli interessi delle multinazionali” affermano i portuali genovesi che 6 mesi fa hanno avviato il percorso di mobilitazione che è arrivato allo sciopero di ieri.
Scrive la Freedom Flotilla in un appello rivolto ai portuali: “Il vostro braccio che si ferma è oggi l’unico ostacolo materiale tra la filiera della guerra e il genocidio in corso a Gaza. Ogni nave bloccata è un atto di pace reale. Ogni sciopero è una breccia aperta nell’assedio. Ogni rifiuto di caricare armi dimostra che la macchina bellica sionista non è invincibile quando incontra il muro della verità”.
Si è trattato di uno sciopero per certi versi “inedito” per ampiezza, sia per ciò che riguarda la storia del Movimento Operaio, non solo sulle banchine ma nella sua accezione più ampia, sia come segno della politicizzazione del conflitto di classe organizzato che travalica i confini nazionali e le specificità dei singoli contesti in cui agiscono le forze sindacali che gli danno impulso, in Italia l’USB, a livello internazionale la Federazione Sindacale Mondiale.
Qui sotto la diretta della giornata di lotta.
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I portuali in sciopero fermano le navi della guerra
Sono i primi tangibili risultati dello sciopero internazionale che i portuali di diversi paesi hanno organizzato per oggi contro i traffici di armi, la privatizzazione delle banchine, la militarizzazione dei porti.
Lo sciopero e le manifestazioni previste inizialmente in 21 porti in tutto il Mediterraneo ed anche in Nord Europa, stanno coinvolgendo anche altre città portuali come Marsiglia e Barcellona e stanno ricevendo solidarietà anche al di là dell’Atlantico.
Unione Sindacale di Base
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23/01/2026
31/10/2025
Morti due ragazzi nel porto di Livorno
Abbiamo appreso della morte di due ragazzi ieri mattina, nel porto di Livorno. Due giovanissimi lavoratori che, nella speranza di una vita migliore, si erano imbarcati su una nave ro-ro nascosti dentro un semirimorchio. Una volta scoperti per loro non c’è stata possibilità di fare richiesta di asilo, di spiegare la propria condizione. Non hanno potuto parlare con un avvocato o con un’associazione. Sono stati rinchiusi a forza in una cabina della nave pronti per essere rimandati in Tunisia. Senza neanche sapere se effettivamente era quello il loro Paese di provenienza.
Hanno cercato di scappare forzando la porta della cabina e si sono buttati in mare. Subito risucchiati dalle eliche di una nave Grimaldi che in quel momento transitava lungo il canale.
È questa la civiltà che tanto vogliamo difendere? È questo il trattamento che riserviamo a degli essere umani?
Nel nostro porto le armi sono sempre le benvenute perché “portano lavoro”. Molto spesso servono per andare ad ammazzare civili proprio nei paesi del “terzo mondo” da cui provengono questi ragazzi. Le armi e le navi israeliane vanno bene ma due ragazzini nascosti in un contenitore devono morire in questo modo atroce.
Noi non ci abitueremo mai a questo schifo. I lavoratori portuali non saranno mai complici di questo sistema.
Di questi due ragazzi probabilmente non si conoscono neanche i nomi. Non si potrà neanche avvisare le famiglie.
Livorno non è questo. Con tutta la rabbia dobbiamo, insieme, ribadirlo.
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06/06/2025
I portuali francesi impediscono l’imbarco delle armi destinate ad Israele
Grande vittoria dei portuali del Golfo di Fos: sono riusciti a impedire l’imbarco di munizioni e mitragliatrici sulla nave Contship ERA della compagnia ZIM, diretta in Israele. A Genova, la nave farà scalo sabato mattina per un rifornimento tecnico. I portuali francesi ci hanno comunque chiesto di sorvegliarla per assicurarci che sia effettivamente vuota.
Il lavoro portato avanti in questi anni dai portuali genovesi, ai quali si sono poi aggiunti greci, marocchini e oggi i francesi, dimostra che il coordinamento sta dando risultati concreti.
Il presidio inizialmente previsto per le 15:00 di venerdì è sospeso: invitiamo tutte e tutti a partecipare alla conferenza stampa venerdì 6 giugno, alle ore 18:00 presso Music For Peace (sala Vick) e al presidio di sabato mattina, dalle ore 8:00, al Varco di Ponte Etiopia.
Fonte
12/01/2025
USA - Portuali: aumenti salariali e lotta contro l’automazione
Stavolta i lavoratori USA hanno vinto, sfruttando la condizione strategica dei loro porti nel commercio internazionale degli Stati Uniti, ma non c’è da dubitare che la questione IA-Robotica nel settore portuale americano è destinata a riproporsi. Del resto il presente e il futuro prossimo del lavoro sono questi: la flessibilità umana è ineliminabile per produrre valore, e profitto, la tecnologia assedia la flessibilità umana per ridurne i costi.
La risposta dei lavoratori in questo caso c’è stata, ed ha fruttato sul piano salariale, ma va considerato che la ricerca e l’innovazione, tramite IA e robotica, innovano velocemente, anche se non senza incontrare criticità, nella automazione delle operazioni portuali, nel monitoraggio e nella manutenzione predittiva, in sicurezza e protezione, nella riduzione dell’impatto ambientale e nella ottimizzazione della logistica e della catena di approvvigionamento.
Qui bisogna ricordare che, all’epoca della formazione della classe operaia, i luddisti non erano – come ha ricostruito magistralmente Edward Thompson – proletari disorganizzati che odiavano le macchine e che si muovevano estemporaneamente, ma operai specializzati, organizzati e con forte radicamento sociale sotto attacco del gigantismo macchinico dell’automazione. Non deve stupire, quindi, che la reazione all’automazione negli USA sia venuta da sindacati organizzati e con attorno un reale consenso sociale.
La vicenda dello sciopero dei portuali americani rappresenta una delle prime grandi battaglie sindacali contro l’automazione e l’intelligenza artificiale, un tema che diventerà sempre più rilevante in molti settori e, si spera, in molti paesi.
Pubblichiamo la traduzione di un articolo del Financial Times dedicato alla vicenda.
(Redazione)
La lotta contro i robot che minacciano i posti di lavoro americani
di Taylor Nicol Rogers e Tabby Kinder
Quando circa 25.000 membri dell‘International Longshoremen’s Association (ILA) sono entrati in sciopero lo scorso ottobre, bloccando tre dozzine di porti sulle coste est e del Golfo degli Stati Uniti, si è diffuso un allarme generale. Alcune previsioni indicavano che, poiché questi porti gestiscono un quarto del commercio internazionale del paese, lo stop avrebbe potuto costare all’economia americana fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno, riaccendere l’inflazione e innescare effetti a catena che si sarebbero sentiti in tutto il mondo.
In realtà, il panico è durato solo 72 ore. A seguito di negoziati frettolosi e dell’offerta di un aumento salariale di quasi il 62% in sei anni, i portuali hanno accettato di tornare al lavoro, anche se temporaneamente – forse “i tre giorni più redditizi nella storia dei rapporti tra lavoro e dirigenza”, secondo le parole di Patrick L Anderson, CEO della società di consulenza aziendale Anderson Economic Group.
Ma per certi versi la battaglia è solo all’inizio. Sebbene sia stato l’aumento salariale ad attirare l’attenzione dei media, il vero problema del sindacato è l’automazione, in particolare le proposte della United States Maritime Alliance (USMX), che rappresenta gli operatori portuali e i vettori di container, di dotare più porti statunitensi di gru semi-automatiche.
Queste gru sono dotate di una tecnologia avanzata che le rende più veloci ed efficienti da utilizzare, affermano i proprietari. Ma l’ILA sostiene che la loro introduzione minaccia i mezzi di sussistenza dei suoi membri. A meno che USMX non accetti un divieto totale sui macchinari automatizzati, il sindacato ha minacciato di scioperare di nuovo già la prossima settimana.
“Accogliamo le tecnologie che migliorano la sicurezza e l’efficienza”, ha affermato in una dichiarazione il pittoresco presidente dell’ILA, Harold Daggett. “Ma solo quando un essere umano rimane al timone”.
La controversia ha attirato l’attenzione non solo per il suo potenziale impatto enorme, ma perché è una delle prime nel suo genere. Man mano che sempre più aziende sperimentano la robotica di nuova generazione, i sindacati statunitensi che rappresentano settori diversi come gli autisti UPS, i lavoratori dei casinò di Las Vegas e i dipendenti dei negozi di alimentari stanno lottando affinché vengano aggiunte disposizioni ai contratti che si concentrano sul mantenimento dei posti di lavoro e sul risarcimento dei lavoratori sfollati in caso di automazione.
Quelle che in precedenza erano trattative ordinarie su retribuzioni e condizioni si sono trasformate in controversie più ampie ed esistenziali sul rapporto tra uomo e macchina. Circa il 70% dei 12 milioni di persone rappresentate dall‘American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations ora teme di essere sostituito dalla tecnologia, stima la presidente dell’AFL-CIO Liz Shuler: “I lavoratori sono stufi di come sono stati trattati per molto tempo e sono spaventati di ciò che il futuro potrebbe riservare”.
Qualunque sia il contratto che i portuali negoziano, dicono gli analisti, potrebbe aiutare a fornire un modello per gli accordi a livello nazionale. “Quello che vedi in atto è il lavoro che lotta per avere un posto al tavolo”, afferma Robert Bruno, professore di lavoro all’Università dell’Illinois Urbana-Champaign.
Gli investitori statunitensi hanno accumulato oltre 15 miliardi di dollari in startup di robotica dal 2019, secondo PitchBook, e la notevole crescita dell’intelligenza artificiale negli ultimi 18 mesi ha iniziato a dare i suoi frutti. I lavori che sembravano poter essere svolti solo dalle persone improvvisamente sono messi a rischio; gli economisti hanno messo in guardia da cambiamenti troppo dirompenti nella forza lavoro anche se le macchine sono in grado di fare sempre di più.
Ad aumentare la pressione in economie come gli Stati Uniti, affermano gli imprenditori, è la lenta crescita della forza lavoro, che rende sempre più difficile reclutare lavoratori. I piani del presidente eletto per le espulsioni di massa – ha detto alla NBC News il mese scorso che intende espellere tutti gli 11 milioni di persone stimate negli Stati Uniti illegalmente nei prossimi quattro anni – probabilmente intensificheranno solo tali preoccupazioni.
La nuova amministrazione (Trump) può vantare sia il sostegno di alcuni sindacati, compresi i Longshoremen (portuali), sia nella Silicon Valley, mentre gli scioperi robot diventeranno un punto critico in questo schema del consenso. Elon Musk è un appassionato a tutti gli effetti della tecnologia, parla di automatizzare completamente le fabbriche Tesla e desideroso di mostrare un robot umanoide sviluppato da Tesla chiamato Optimus. Ma, il presidente eletto forse consapevole della sua base Maga, sembra avere un’opinione diversa: scrivendo su Truth Social sugli scaricatori di porto il mese scorso, ha affermato che “la quantità di denaro risparmiata dall’automazione non è neanche lontanamente vicina al disagio, dolore e danno che causa ai lavoratori americani”.
Leader sindacali tra cui Daggett hanno promesso che se riusciranno a tenere a bada i robot, hanno in programma di lavorare con i sindacati di tutto il mondo per fare lo stesso.
“Nei luoghi di lavoro sindacalizzati, almeno nei settori con sindacati che stanno rendendo questa una priorità, lo sciopero è l’unico meccanismo probabilmente efficace… per impedire alle stesse industrie di impazzire”, afferma Bruno.
Prima dell’avvento della containerizzazione, i portuali trascorrevano lunghe giornate a scaricare singole scatole, barili e casse, quindi a trasferire il loro contenuto su camion e treni merci: un lavoro pericoloso ma affidabile e ben pagato che, al suo apice, impiegava circa 100.000 uomini in porti intorno agli Stati Uniti.
Dopo che l’imprenditore dell’autotrasporto Malcom McLean ha sostenuto il container in acciaio largo 8 piedi a metà degli anni ’50, quel mondo è crollato. La nuova tecnologia consentiva di trasferire il carico con il minimo sforzo e costi drasticamente ridotti. Decine di migliaia di posti di lavoro sono scomparsi quasi da un giorno all’altro.
Nonostante un enorme aumento delle esportazioni mondiali, il numero di portuali impiegati nel porto di New York e New Jersey è crollato da 55.000 negli anni ’50 a circa 4.000 oggi, afferma Jean-Paul Rodrigue, professore di affari marittimi alla Texas A&M University. “L’automazione ha distrutto molti posti di lavoro per i portuali ed è stato un grosso problema”, afferma Rodrigue.
Quando le gru semi-automatiche furono introdotte per la prima volta nei terminal sulla costa orientale degli Stati Uniti all’inizio degli anni 2000, i leader dell’ILA affermano di aver accettato i cambiamenti perché avrebbero contribuito a creare posti di lavoro. Ma ora dicono che è successo il contrario.
“L’automazione, completa o semi, sostituisce i posti di lavoro ed erode le funzioni lavorative storiche che abbiamo combattuto duramente per proteggere”, ha affermato Daggett in una nota. (L’ILA non ha accettato un’intervista con il Financial Times.)
Un sondaggio del 2022 commissionato dal sindacato dei portuali della costa occidentale ha rilevato che l’automazione parziale dei porti di Los Angeles e Long Beach ha comportato la perdita di quasi 1.200 posti di lavoro nel 2020 e nel 2021.
USMX afferma che poiché la maggior parte dei porti gestiti dai suoi membri non dispone di terreno libero, l’unica scelta è “densificare i terminal” aggiungendo macchinari che velocizzano le operazioni.
In una gru convenzionale, un operatore si siede all’interno di una cabina, sollevando i container dalle navi e smistandoli, prima di trasferirli su camion o treni: un lavoro altamente qualificato che può far guadagnare ai lavoratori fino a $ 200.000 all’anno. In un sistema di gru a portale (RMG) semi-automatico su rotaia, l’operatore lavora in remoto da un ufficio fuori sede, monitorando la gru tramite collegamento video ma lasciando che il sistema svolga la maggior parte del lavoro. Il lavoro richiede competenze e formazione simili, ma sono necessarie meno persone.
I leader sindacali affermano di aver già compiuto un “balzo in avanti nella produttività” utilizzando alcune di queste tecnologie, ma affermano che un’ulteriore automazione è un passo troppo lungo.
“Non si tratta di soddisfare le esigenze operative, si tratta di sostituire i lavoratori con il pretesto del progresso, massimizzando al contempo i profitti aziendali”, ha scritto Dennis Daggett, presidente dell’ILA Local 1804-1 e figlio di Harold Daggett, in un recente saggio sul sito web del sindacato.
I Longshoremen hanno ragione ad avere paura, dice Rodrigue, stimando che fino al 40% di loro rischia di perdere il lavoro.
Ma USMX descrive le richieste di vietare l’automazione come “irrealizzabili”, affermando che la moderna tecnologia delle gru ha “quasi raddoppiato” sia la produttività dei container che il numero di lavoratori nei porti che la utilizzano.
“USMX non sta cercando, né lo ha mai fatto, di eliminare posti di lavoro”, ha affermato in una nota.
Da quando la General Motors ha messo per la prima volta i robot sulle linee di assemblaggio negli anni ’60, le case automobilistiche sono state pioniere dell’automazione. Eppure, fino all’ascesa dell’intelligenza artificiale, altre industrie, quelle che richiedevano compiti più manuali o in cui i robot avrebbero potuto dover rispondere ad ambienti imprevedibili o pericolosi, hanno faticato a seguire l’esempio.
Eppure i recenti progressi hanno conferito alle macchine capacità che anche gli esperti in precedenza ritenevano impossibili, il che significa che vengono utilizzate in una varietà sempre più ampia di spazi di lavoro. Le aziende manifatturiere in particolare hanno investito molto, con le installazioni totali di robot industriali in aumento del 12% a oltre 44.000 unità nel 2023, il volume più grande in almeno un decennio, secondo l‘International Federation of Robotics. Ancora una volta, l’industria automobilistica ha aperto la strada, seguita dalle aziende elettriche ed elettroniche.
Gli investimenti di venture capital statunitensi nella robotica sono aumentati da circa 2 miliardi di dollari nel 2019 a oltre 3,5 miliardi di dollari lo scorso anno, secondo i dati di PitchBook. Nei primi nove mesi del 2024, ci sono stati 130 accordi di raccolta fondi per startup di robotica, più che in tutto il 2019.
Tra i più importanti c’è stato un investimento di 675 milioni di dollari lo scorso febbraio da parte del fondatore di Amazon Jeff Bezos, in Figure AI, una startup della Silicon Valley fondata nel 2022 che sta lavorando a un robot “generico” umanoide senza volto.
Si tratta di robot, il cui costo per i clienti è stimato tra 30.000 e 150.000 dollari, che potrebbero completare attività tra cui lo spostamento di una scatola su un nastro trasportatore, mettendo potenzialmente in pericolo il lavoro di chiunque lavori, diciamo, in un centro di distribuzione. I primi modelli sono stati consegnati a un “cliente commerciale” il mese scorso.
Durante il loro viaggio annuale al Consumer Electronics Show di Las Vegas lo scorso anno, i membri del Culinary Union, che rappresenta il personale dei casinò della città, sono rimasti scioccati nel vedere robot friggere cibo e preparare cocktail.
“Se inseriscono macchine, come faranno le persone a guadagnarsi da vivere?” dice Francisco Rufino, un cuoco del Paris Las Vegas hotel and casino. “Come pagheranno l’affitto? Come pagheranno il cibo?”
Datori di lavoro e analisti affermano che ci sono forti ragioni per perseguire l’automazione. Gli aumenti salariali sperimentati da molti americani negli ultimi anni hanno avuto un costo, afferma Laurie Harbour, amministratore delegato della società di consulenza Harbour Results. “[I lavoratori americani] hanno lottato per salari che potessero sostenere la nostra inflazione”, dice. “Il problema è che questo rende gli Stati Uniti in qualche modo non competitivi”.
60,4% : è la stima degli economisti sulla quota di americani al lavoro o in cerca di lavoro entro il 2030, in calo dal 67,3% del 2000 Alcuni settori affermano di essere preoccupati di rimanere senza persone, in particolare per i lavori più difficili e pericolosi. Con l’invecchiamento della popolazione e le famiglie che faticano a trovare assistenza all’infanzia, la quota di americani al lavoro o in cerca di lavoro è in calo da decenni, passando dal 67,3% nel 2000 al 62,5% alla fine dello scorso anno. Gli economisti stimano, appunto, che scenderà al 60,4% entro il 2030.
In un recente rapporto del sito di reclutamento Indeed, gli analisti hanno scritto che si aspettano che la “offerta di lavoratori in diminuzione peserà molto sul mercato del lavoro nei prossimi anni”, in particolare se l’amministrazione seguirà le sue minacce di espulsione.
Nick Durst, analista senior dello sviluppatore immobiliare The Durst Organization, cita i ranghi in diminuzione dei lavavetri negli Stati Uniti. Nonostante il boom dello sviluppo, il numero di persone impiegate a lavare i vetri nel paese è diminuito di oltre il 5% dal 2019, suggerisce un’analisi di IbisWorld.
Nel 2022, il capitale di rischio ha investito nel produttore di un robot lavavetri, Skyline Robotics, con sede in Israele. Il robot Ozmo può ora essere visto mentre pulisce le finestre di un grattacielo vicino a Times Square. L’investimento è un modo per essere “proattivi” nell’affrontare la carenza di manodopera, afferma Durst.
“È molto comprensibile per me perché quella prossima generazione non si presenti in cerca di lavoro”, afferma il presidente di Skyline Robotics Ross Blum. “È un lavoro davvero duro… Chi vuole andare a 1.000 piedi in aria oggi e fare lavori manuali all’aperto?”
Blum e altri appassionati di robotica insistono sul fatto che il loro obiettivo non è sostituire i lavoratori, ma dare loro gli strumenti per renderli più sicuri e produttivi. Eppure i gruppi di lavoro non sono convinti. Edwin Quezada, responsabile della produzione in un Stop & Shop di Long Island, che è anche membro del Retail Wholesale and Department Store Union, afferma che i robot in grado di scansionare gli scaffali durante la notte sono “un’arma a doppio taglio”.
“Rende più facili alcuni degli aspetti di ciò che facciamo”, dice Quezada. “Ma poi di nuovo, a volte quella tecnologia è solo un modo per eliminare più posti di lavoro”.
Negli ultimi anni, sia i sindacati della vendita al dettaglio che quelli culinari hanno negoziato clausole nei contratti che sperano proteggano i lavoratori umani. I casinò di Las Vegas sono ora tenuti a dare alle persone un preavviso di sei mesi prima di implementare nuove tecnologie e formazione gratuita su come usarle, oltre a pacchetti di licenziamento per chiunque venga licenziato a causa della tecnologia.
UPS ha accettato di negoziare con i Teamsters, uno dei sindacati più potenti degli Stati Uniti, prima di introdurre droni o veicoli di ritiro senza conducente. Anche i negozi al dettaglio di New York i cui lavoratori sono rappresentati da RWDSU, tra cui Bloomingdale’s e Macy’s, richiedono che la direzione raggiunga un accordo prima di introdurre nuove tecnologie.
Ma questo non ha fermato l’ansia per lo spostamento diffuso del lavoro. “I macchinari fanno bene alle aziende”, afferma Rufino, il cuoco di Las Vegas. “Fa risparmiare loro i costi del lavoro. Ma allo stesso tempo, il tasso di disoccupazione salirà alle stelle”.
I macchinari fanno bene alle aziende. Fa risparmiare loro i costi del lavoro. Ma il tasso di disoccupazione salirà alle stelle
Alcuni analisti sostengono che i lavoratori potrebbero vincere le battaglie, ma probabilmente perderanno la guerra. Poche persone hanno il tipo di influenza di cui godono i portuali, afferma Rodrigue della Texas A&M.
Eppure, se i robot riusciranno a conquistare i luoghi di lavoro, gli economisti sono divisi su quante persone saranno effettivamente espulse. “Storicamente, perdite di posti di lavoro diffuse e massicce [semplicemente non accadono] quando emergono nuove tecnologie”, afferma Bill Rodgers, direttore dell’Institute for Economic Equity presso la Federal Reserve Bank di St Louis. “Significa che non potrebbe succedere? Forse”.
Altri sono meno ottimisti. L’economista del MIT Daron Acemoglu afferma che le attuali capacità dei robot significano che coloro che sono maggiormente a rischio di essere espulsi sono nei lavori manuali e non hanno una laurea, il che potrebbe rendere difficile per loro passare ai ruoli più high-tech che probabilmente saranno creati dall’ automazione.
Ciò potrebbe aumentare la disuguaglianza economica “creando un divario maggiore tra” i lavoratori che non hanno una laurea e quelli che ce l’hanno, dice Acemoglu.
Daggett dell’International Longshoremen’s Association è d’accordo. Determinato a fermare l’automazione con qualsiasi mezzo possibile, lui ei suoi membri riconoscono quali sono le poste in gioco, dice: “Capiscono che è una lotta per la loro stessa sopravvivenza”.
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04/10/2024
USA - La miracolosa vittoria dei portuali
Sul piano strettamente salariale l’accordo sembra essere decisamente vantaggioso, visto che prevede aumenti nell’ordine del 60% – spalmati su più anni – per una categoria che già oggi vanta stipendi tra i più alti d’America. I lavoratori caricano e scaricano container nei porti lungo la costa orientale (quella atlantica) e il Golfo del Messico, un canale fondamentale per merci di larghissimo consumo, tra cui automobili e banane.
I loro colleghi della costa del Pacifico, lo scorso anno, erano riusciti sì a rinnovare il contratto, ma con conquiste assai inferiori.
La rapida conclusione della vertenza ha messo in luce diversi fattori decisivi che la rendono probabilmente unica e ben poco replicabile. L’aspetto fondamentale è la tempistica: in particolare la vicepresidente Kamala Harris, impegnata contro Trump nelle presidenziali Usa da qui ad un mese, aveva bisogno di tutto il sostegno sindacale possibile ma non poteva permettersi uno sciopero prolungato che avrebbe preoccupato troppo gli elettori.
Questo ha fatto sì che Biden si attivasse per fare pressione sulle compagnie di navigazione affinché raggiungessero un accordo. Anche questo intervento risulta piuttosto straordinario, vista la storica impostazione della politica Usa – compresa quella “democratica” – totalmente a favore delle imprese.
Non a caso anche Trump era intervenuto “a fianco dei lavoratori” accusando le compagnie di “scarso patriottismo”, visto che in questi giorni tutta l’area era sotto stress per gli uragani (Helene e non solo).
Ma anche qui ha giocato un fattore straordinario e inconsueto: le compagnie interessate sono quasi tutte di proprietà straniera, “grazie” alle delocalizzazioni contrattuali favorite per un trentennio al fine di contenere i costi delle importazioni (lo scarico e inserimento delle merci sul mercato interno incidono ovviamente sul prezzo finale).
Dunque le compagnie non hanno modo di muovere proprie leve politiche, come avviene invece nei comparti dove “i padroni” sono quasi tutti di nazionalità statunitense.
C’entra qualcosa anche la discussa e discutibile figura di Harold Daggett leader del sindacato ILA, descritto come personaggio sicuramente fumantino e dalla retorica “populista”, che aveva minacciato interruzioni della catena di fornitura per oltre un anno e attaccato le compagnie di navigazione con sede in Europa e Asia.
Peccato che il suo stipendio sindacale sia decisamente alto, ed i suoi hobby altrettanto decisamente costosi, al punto da scatenare l’invidia addirittura di Eleon Musk che su X ha scritto “Questo tizio ha più yacht di me”. Inutile dire che più volte, in tempi recenti, dietro di lui è comparsa l’ombra lunga della mafia, spesso “interessata” a giocare un ruolo anche nelle vertenze sindacali.
Insomma, questa non sembra una vertenza – per quanto vittoriosa – destinata a innescare un nuovo ciclo di lotte sindacati negli Usa, al contrario di quel che ha significato il rinnovo del contratto nelle principali fabbriche di automobili.
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08/11/2023
Contro l’invio di armi a Israele bloccati i porti in diversi paesi
In Italia sono i portuali genovesi ad aver rilanciato per venerdi 10 novembre la mobilitazione al porto rifiutandosi di gestire l’imbarco di carichi di armi diretti in Israele (negli anni scorsi il target era stata invece l’Arabia Saudita). L’appuntamento è alle ore 6.00 al molo S. Benigno.
Anche i lavoratori del porto australiano di Sidney, stanno protestando contro l’attracco di una nave della compagnia israeliana Zim. All’appello dei sindacati palestinesi hanno aderito ieri anche i portuali dello scalo di Barcellona, annunciando che impediranno “le attività delle navi che portano materiale bellico”.
In Belgio già da alcune settimane a rifiutarsi di caricare armi sono i lavoratori aeroportuali che nel comunicato spiegano “caricare e scaricare ordigni bellici contribuisce all’uccisione di innocenti“. Solidarietà con i lavoratori palestinesi è arrivata inoltre dal sindacato francese Cgt, così come dal sindacato greco Pame che il 2 novembre ha bloccato l’aeroporto di Atene per protesta contro i bombardamenti israeliani.
Negli Stati Uniti un centinaio di attivisti hanno bloccato il porto di Tacoma (nel nord ovest del paese), temendo che la nave statunitense Cape Orlando, ferma in porto trasportasse munizioni ed armamenti per Israele. La nave era già stata bloccata alcuni giorni prima nello scalo di Oakland, nella baia di San Francisco.
Ma le proteste contro l’invio di armi e la collaborazione militare con Israele non si limitano ai porti. In Gran Bretagna lo scorso 26 ottobre un centinaio di persone avevano bloccato l’accesso alla filiale britannica dell’azienda di armi israeliana Elbit Systems.
Negli Stati Uniti nei giorni scorsi gli attivisti avevano bloccato alcune entrate di un impianto della statunitense Boeing destinato alla fabbricazione di armamenti nei pressi di St Louis. Manifestazioni si sono svolte alla sede londinese di Leonardo, gruppo italiano che ad Israele fornisce gli elicotteri Apache.
Di fronte al genocidio dei palestinesi in corso a Gaza, in tutto il mondo sta montando un’ondata di indignazione che chiede il boicottaggio degli apparati militari ed economici di Israele, con un movimento che somiglia molto a quello che portò alla fine del regime di apartheid in Sudafrica.
A livello internazionale da anni è attiva in tal senso la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) verso Israele che le autorità di Tel Aviv temono moltissimo e contro cui hanno creato un apposito dipartimento, lanciando una contro campagna di criminalizzazione del Bds in vari paesi europei e negli USA. Un tentativo evidentemente destinato a fallire.
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25/10/2023
USB Porti in audizione alla camera: no a qualsiasi ipotesi di privatizzazione delle banchine
Abbiamo ribadito qual è la posizione della nostra organizzazione in merito a qualsiasi ipotesi di privatizzazione del sistema portuale italiano o delle Autorità di Sistema.
L’attuale legge 84/94, troppo spesso violata o bypassata, va difesa e migliorata per dare più poteri al pubblico e non viceversa, il ruolo dello Stato nei Porti è fondamentale, sia perché parliamo di un settore strategico della nostra economia, sia per far sì che ci sia maggior tutela dei lavoratori troppo spesso considerati come l’ultimo tassello della catena e anche per questo pretendiamo il rafforzamento e l'allargamento a tutti i soggetti sindacali e tutte le parti sociali dei tavoli di Partenariato e dei Comitati di Gestione.
Nel dibattito sulla riforma portuale non viene mai tenuto in considerazione il ruolo dei lavoratori inscritto negli articoli 16, 17, 18, ma sempre più spesso a determinare i cambiamenti della 84/94 sono i monopoli dei grandi armatori o terminalisti internazionali.
Troppo spesso, anche nelle sedi istituzionali, viene riportato solo il punto di vista dei privati. Si parla di traffici, infrastrutture e investimenti come se la componente lavoro non esistesse o non avesse nulla da dire. Oggi abbiamo portato quelle che sono le preoccupazioni e le proposte dei lavoratori. Aumenti salariali reali, sicurezza, riduzione dei carichi di lavoro e riconoscimento del lavoro portuale come usurante ai fini pensionistici sono, in estrema sintesi, le nostre rivendicazioni.
Il 30 novembre saremo di fronte al Ministero dei Trasporti con delegazioni di portuali da tutta Italia per ribadire anche in quella sede che non staremo a guardare mentre il sistema portuale viene ulteriormente smantellato.
USB Porti
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03/07/2023
Canada - Portuali in sciopero
Dopo mesi di negoziati, gli oltre 7 mila lavoratori dipendenti di 49 società ripartite su 30 porti hanno deciso di scioperare. Gli spedizionieri dei terminal e 49 datori di lavoro in 30 porti hanno scioperato.
Il subappalto, l’automazione portuale e il costo della vita sono le ragioni principali alla base dell’azione decisa dal sindacato internazionale e condotta dall’International Longshore and Warehouse Union.
“Non abbiamo preso questa decisione alla leggera, ma abbiamo dovuto farlo per il futuro della nostra forza lavoro“, ha dichiarato Rob Ashton, presidente della sezione canadese del sindacato.
Tuttavia, il sindacalista è ottimista sulla possibilità di ottenere il rinnovo del “contratto collettivo per i diritti della classe operaia“, scaduto lo scorso 31 marzo.
Da parte sua, l’Associazione dei datori di lavoro marittimi della provincia canadese Columbia britannica ha dichiarato di aver compiuto “ripetuti sforzi per dimostrare flessibilità e compromesso sulle priorità chiave“, senza successo.
“Apprezziamo l’assistenza fornita dai mediatori federali alle parti e rimaniamo aperti a qualsiasi soluzione che porti a un accordo equilibrato“, hanno dichiarato in un comunicato.
Le merci trasportate verso Canada e Stati Uniti che saranno impattate dallo sciopero sono auto, carbone, cereali e container: se lo sciopero dovesse continuare, le sue conseguenze potrebbero propagarsi dal mercato nord americano al resto del mondo.
Ogni giorno, merci per 500 milioni di dollari canadesi transitano dai porti coinvolti. Da segnalare che si tratta del primo sciopero dei portuali canadesi da almeno 30 anni a questa parte. Un segnale piuttosto evidente di una crisi che avanza anche nel “virtuoso” modello sociale del Canada.
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21/02/2023
“Abbassate le armi, alzate i salari”: 25 febbraio a Genova per la pace, contro il carovita e l’economia di guerra
A un anno esatto dall’inizio del conflitto in Ucraina, che ha causato migliaia di vittime civili e rinverdito l’imperialismo della Nato, scatenando la corsa globale al riarmo con i pesantissimi effetti sull’economia e sul carovita che tutti stiamo sperimentando, USB torna in piazza per gridare ancora una volta “Abbassate le armi, alzate i salari”, la parola d’ordine che ha accompagnato tutte le mobilitazioni di questi dodici mesi.
Vogliamo pace e salario, contro la guerra e l’economia del carovita che ingrassa il padronato, le multinazionali e la speculazione finanziaria, strangolando le popolazioni di tutto il mondo.
Alla manifestazione organizzata dal Calp di Genova, si unisce la mobilitazione nazionale già indetta da USB Mare e Porti con sciopero di 24 ore in tutta Italia per la sicurezza sul lavoro, dopo le recenti morti di due portuali, affinché i soldi destinati all’escalation bellica vengano destinati a tutelare la salute dei lavoratori, e perché venga stroncato il passaggio di armi nei porti italiani.
Unione Sindacale di Base
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29/08/2022
La lotta dei portuali di Genova contro il traffico di armi
Come e quando è nato il CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali)?
Il Calp è nato il 15 ottobre 2011, dopo una grande manifestazione a Roma. Sul pullman di ritorno si decise di far rinascere il collettivo di lavoratori portuali, più che altro per esigenze sindacali: la struttura sindacale di allora, la CGIL, non permetteva e continua a non permettere di dialogare tra le varie realtà, se non in sporadici appuntamenti. Volevamo uscire da quella logica, discutere di problematiche di vario genere, non solo portuali, ma anche di carattere politico.
Vi muovete da tempo a Genova per denunciare il traffico di armi e impedire il passaggio di navi cariche di bombe e missili. Puoi raccontarci alcuni momenti significativi della vostra lotta?
La nostra lotta è iniziata più o meno nel 2014, quando abbiamo visto parcheggiati all’interno dell’area portuale dei grandi fuoristrada della Toyota, che poi venivano caricati su una nave diretta a Tangeri. In seguito tramite un articolo di giornale siamo venuti a sapere che quei pick-up erano stati portati a Tripoli e che da Tripoli alcuni di questi per via di malfunzionamenti – motori rotti e via dicendo – erano tornati a Genova.
A distanza di qualche mese uno di noi è arrivato con un video di Youtube dove si vedeva un pick-up con sopra montata una mitragliatrice in una zona di guerra dopo il rovesciamento del governo Gheddafi. Sparava come un pazzo ad altezza villaggi e sul parabrezza c’era ancora uno dei nostri adesivi con scritto Genova. A quel punto abbiamo cominciato a lavorare sull’aspetto delle armi nel porto.
I momenti più eclatanti sono stati il blocco effettivo con lo sciopero e le azioni del 2019, la denuncia del governo italiano, che fa transitare tranquillamente le navi saudite perché c’è un interesse sovranazionale degli Stati Uniti e la denuncia dello scontro di interessi tra Italia e Francia per mantenere il controllo dei pozzi petroliferi Eni e Total in Libia.
Nel maggio 2021 abbiamo tentato di bloccare un carico di armi destinato a Israele, in rete con i portuali di Livorno e di Napoli. La nostra azione ha creato dei problemi diplomatici tra Italia e Israele, ma anche con gli USA.
Quando si è diffusa la notizia che stavamo bloccando questo carico di missili Di Maio è andato all’ambasciata israeliana a Roma dicendo: “Non vi preoccupate, la sistemiamo noi questa vicenda. State tranquilli”. Israele infatti aveva minacciato di boicottare in toto le merci italiane se i portuali italiani non avessero smesso di boicottare le loro navi.
Grazie alle nostre mobilitazioni che hanno dato gambe al movimento pacifista, abbiamo cominciato a lavorare come rete, fino ad arrivare a gennaio 2021 al blocco deciso dal Parlamento Europeo della compravendita di circa 19.000 missili della RWM, destinati ai droni usati dall’Arabia Saudita contro gli yemeniti.
Oltre a Genova, altri porti italiani ed europei stanno portando avanti le vostre stesse azioni. Esiste una rete organizzata per scambiarsi informazioni e coordinare i blocchi dei porti?
Come sindacato USB siamo radicati a Genova, Livorno, Civitavecchia, Trieste e da poco anche Palermo, con una collaborazione informativa e di azione. Abbiamo avuto dei contatti con portuali in giro per l’Europa a Bilbao, Sagunto, Valencia, Marsiglia, Amburgo e Rotterdam e stiamo cercando di creare una rete nel tentativo di costruire uno sciopero internazionale, che non è una cosa semplice da fare.
Abbiamo avuto contatti anche con portuali americani e sudafricani e ricevuto i ringraziamenti di organizzazioni yemenite e dei palestinesi di Gaza e siamo in contatto con moltissimi gruppi pacifisti italiani, europei e mondiali. C’è un continuo dibattito su come riuscire a organizzare questa giornata internazionale.
Qual è la situazione attuale riguardo al passaggio di navi cariche di armi destinate a paesi coinvolti in conflitti, come Arabia Saudita, Israele, Libia e Turchia?
Le armi trasportate dalle navi che passano da Genova e dai porti italiani sono perlopiù compravendite estere in transito in Italia. Il percorso tipico parte dagli Stati Uniti, arriva nell’Europa del nord e poi a Genova e si dirige verso Alessandria d’Egitto, uno dei Paesi che più acquista armi, anche se non c’è un contesto di guerra come per esempio in Siria e Yemen.
Dopo Alessandria d’Egitto le navi toccano il porto di Iskerderun, Turchia, a circa 80 km dal confine con il nord della Siria. Alcune vanno in India, perché l’esercito indiano compra veicoli in dotazione all’esercito USA e a Gedda.
Questi sono i porti toccati dalla compagnia saudita Bahri; poi c’è anche l’israeliana Zim, che movimenta armamenti venduti dagli USA e dall’Europa a Israele (anche se è uno dei produttori, alcuni armamenti li compra all’estero). Sono arrivate armi anche in Libia e in generale c’è un continuo commercio nei teatri più conosciuti.
I portuali di Genova hanno una lunga storia di lotta contro il traffico di armi. Che cosa vi spinge a continuare l’impegno dei vostri padri?
Per noi è una è una questione etico-morale, oltre che di carattere sindacale e di sicurezza sul lavoro. Nel momento in cui queste navi entrano nel porto di Genova il rischio di esplosioni e contaminazioni aumenta in modo esponenziale, soprattutto pensando che a circa 200 metri si estende un quartiere popolare a popoloso come Sampierdarena.
Le autorità portuali si muovono solo quando vedono l’incidente, la prevenzione è solo sulla carta e non di fatto. Prefettura, Autorità Portuale e Capitaneria di Porto non applicano leggi come la 185, che vieta transito ed esportazioni di armi verso paesi in guerra: una palese violazione, che si aggiunge a quella dell’articolo 11 della Costituzione.
Noi denunciamo i massacri e le violazioni dei diritti umani da parte per esempio dell’Arabia Saudita. Con la scusa del libero passaggio delle merci lo Stato italiano fa passare tranquillamente queste navi. Insomma, il commercio viene prima delle vite umane.
Come dicevo prima, per noi comunque il fattore più importante è quello etico morale. Qui è un po’ una tradizione: i portuali di Genova hanno sempre praticato la solidarietà attiva per esempio ai tempi della guerra in Vietnam, o della dittatura in Cile.
Quando nelle mie ore di lavoro carico e scarico armamenti che, lo so benissimo, uccideranno migliaia di civili, tra cui centinaia di bambini, io faccio parte della filiera della produzione delle armi. Il missile che esplode è solo l’atto finale di una produzione occidentale.
Noi in questo ingranaggio non ci vogliamo stare; vogliamo uscirne, vogliamo spostare merci per il bene comune e non per alimentare i profitti di privati come Leonardo e Fincantieri.
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24/07/2022
Transito di armi a Genova. La ribellione dei portuali continua
Il CALP (Collettivo autonomo lavoratori portuali) reagisce con sdegno alla risposta, definita “banale e sciocca” del Sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano all’interrogazione presentata dalla parlamentare Yana Ehm del gruppo ManifestA sul transito di armi nel porto di Genova.
Di Stefano ammette che la nave “Bahri Jeddah” battente bandiera dell’Arabia Saudita, attraccata nel porto lo scorso aprile, proveniente da Baltimora (USA) e diretta verso Alessandria (Egitto) con sbarco di destinazione a Jeddah (Arabia) e Jebel Ali (Emirati Arabi Uniti) trasportava “materiale militare, anche pericoloso ed esplosivo, ma non radioattivo”.
Con una giravolta tecnica di rara ipocrisia, Di Stefano afferma poi che questi transiti, contrastati anche in passato da scioperi e blocchi del porto di Genova, non violino la legge 185/90 sull’esportazione di armi, perché queste non vengono scaricate o maneggiate dai portuali, ma rimangono nelle stive o nei container. Dunque “non si ravvede la necessità di assumere specifiche iniziative in proposito.”
Ma possibile, chiedono i portuali, assistiti dallo studio dell’avvocato Andrea Danilo Conte che “la necessità di rispettare le normative internazionali sui trasporti prevalga su quella di rispettare le normative internazionali sui diritti umani?” Merci prima di esseri umani, insomma. Logica economica a discapito della vita umana. Risposta tecnica invece che politica.
Eppure il transito di armi destinate a Paesi in conflitto e per di più colpevoli di gravi violazioni di diritti umani viola l’articolo 9 del Trattato sul commercio delle armi e anche l’articolo 11 della Costituzione. Inoltre, ricorda il CALP, “il 20 dicembre 2020 la Commissione Esteri della Camera ha votato la risoluzione n. 7-00588 di embargo nei confronti dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, così come hanno fatto molti Paesi dell’Unione Europea. Il 17 settembre 2020 il Parlamento Europeo ha stabilito che le armi esportate in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti vengono utilizzate nella guerra dello Yemen, dove 22 milioni di persone hanno bisogno di protezione e aiuti umanitari”.
“Contrastare il traffico delle armi per noi portuali è una cosa che sentiamo dal profondo del cuore. I nostri padri hanno combattuto il traffico delle armi nella guerra del Vietnam, nel colpo di stato in Cile e nel regime dei colonnelli greci. Noi continueremo sempre a combattere questo traffico della morte. Ci troveranno sempre qua, a prescindere dal governo che ci sarà” promettono.
Ugualmente dura la reazione della deputata Yana Ehm: “La risposta del Sottosegretario Di Stefano alla mia interrogazione è stata assurda. Pur riconoscendo il fatto che le navi “Bahri” sono utilizzate per trasferire armamenti dal Nord America verso l’Arabia, Di Stefano ha addotto delle motivazioni improbabili per giustificare l’ingiustificabile. Il nostro Paese non può far transitare armamenti destinati ai territori di guerra e invece questo accade e sarebbe già accaduto anche in passato.
“Tutti i principali porti italiani sono interessati al transito di armamenti destinati ad aree di conflitto” prosegue la nota della parlamentare di ManifestA. “Nel febbraio 2020, a Genova, fu ordinato il sequestro del cargo libanese «Bana», i cui ufficiali sono stati accusati di traffico d’armi dalla Turchia alla Libia.
Nel maggio e giugno 2021 sono transitati dai porti di Genova, Livorno, Napoli, Ravenna mezzi carichi di bombe destinati a Israele per il bombardamento di Gaza, mezzi contenenti armamenti ed esplosivi di fabbricazione francese sono stati trasportati in oltre 200 container dalle navi della compagnia Ignazio Messina da Marsiglia-Fos (passando per Genova) ai porti sauditi nel periodo 2017-2020. Al largo di Dakar in Senegal è stata sequestrata la nave «Eolika» – sotto bandiera guyanese – partita da La Spezia con un carico di munizioni Fiocchi destinato alla Repubblica Dominicana.
I transiti descritti, se provati, contrasterebbero palesemente il valore costituzionale sancito dall’art. 11, i principi sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”
Dal canto suo The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei denuncia “l’assoluta assenza di trasparenza e la negazione concreta dell’accesso alla documentazione di carico delle navi saudite” e ritiene “del tutto legittime e ragionevoli le proteste di lavoratori, abitanti e associazioni, vista una situazione di pericolo oggettivo che si ripete nel porto di Genova in media ogni tre settimane da ben otto anni.”
05/05/2022
Josè Nivoi – Il Camallo di Genova citato dal Santo Padre
“Tutti quegli applausi ci hanno fatto una certa impressione. Siamo abituati a stare fra gli operai e la gente del porto. Io non ho nemmeno la tv. Nel giro di poche ore ci siamo trovati un intero teatro – pieno di attori, intellettuali e politici – a sostenerci. La mattina dopo ci ha elogiato persino il Papa. Forse è il segnale che le nostre battaglie erano giuste e che qualcosa sta cambiando: l’opinione pubblica non apprezza la linea politica dei guerrafondai”.
José Nivoi, 37 anni, lavora sulle banchine del porto di Genova da quando ha 21 anni. Dopo aver animato le battaglie contro le navi delle armi dirette in Arabia Saudita, con il collettivo portuale del Calp, oggi è sindacalista di base dell’Usb. Insieme al collega Corrado Majocco è stato invitato all’evento per la pace convocato il 2 maggio da Michele Santoro al teatro Ghione di Roma. Chiamati sul palco, i due camalli sono stati investiti da una standing ovation, a cui hanno risposto con il pugno chiuso.
Come vi siete sentiti?
Sorpresi ed emozionati. C’erano molte persone famose in quella platea. Mondi lontani, socialmente e forse anche politicamente dal nostro. Mi ha fatto pensare che in Parlamento oggi non c’è praticamente nessuno che rappresenta un pensiero maggioritario in Italia: il 65% degli italiani non vuole la guerra.
Si riferisce all’opposizione all’invio di armi a Kiev?
Noi facciamo un ragionamento più ampio. Siamo antimilitaristi. Siamo convinti che in un Paese legato all’economia degli armamenti, la politica prima o poi insegue l’economia di guerra. E le conseguenze delle guerre, così come delle sanzioni economiche, ricadono invece sui civili. Per dirla con un vecchio slogan, pensiamo che occorra riempire i granai e svuotare le caserme.
Cosa rispondere a chi dice che forse nemmeno Putin vuole la pace?
Noi non giustifichiamo quello che ha fatto. Però pensiamo che siano sbagliate anche tutte le guerre fatte dalla Nato negli ultimi 20 anni. E che, come ha detto il Papa, non è stata una buona idea andare ad “abbaiare” davanti al confine russo.
La vostra popolarità è iniziata con i blocchi sulle banchine alle navi della compagnia Bahri, dirette a Ryad.
Nei porti passano le catene del valore mondiale. Negli anni abbiamo assistito a un aumento del traffico di determinate merci militari, così, nel nostro piccolo, ci siamo posti la domanda sulla loro destinazione, in questo caso lo Yemen.
Queste proteste vi sono costate guai giudiziari.
È un paradosso: lo Stato viola leggi e Costituzione esportando armi, noi che protestiamo contro la guerra siamo accusati di associazione per delinquere.
Cosa ha pensato leggendo le parole del Papa?
Ci hanno fatto molto piacere. La sua posizione netta è molto simile alla nostra.
Da il Fatto Quotidiano, intervista di Marco Grasso, edizione del 4/5/2022
Fonte
13/04/2022
Altri traffici di morte a Genova. Ennesima denuncia di USB e CALP
Comunicato CALP
Si tratta di carri M1 Abrams già armati, prodotti in USA e diretti in chissà quale sporca guerra a bordo come di consueto delle navi della morte Bahri dell’Arabia Saudita. Sul ponte della stessa nave viaggiano in bella vista container pieni di munizioni ed esplosivi.
Tutto ciò senza che ci sia mai alcun controllo delle autorità competenti (Prefettura, Autorità portuale, Capitaneria di porto) nei confronti di queste navi denunciate da 3 anni a questa parte dai lavoratori e dai movimenti pacifisti e antimilitaristi, istanze ripetute nella manifestazione del 2 aprile scorso e consegnate al Presidente del porto Signorini che non ha degnato di una risposta né la società civile e nemmeno i Vescovi di Genova e Savona che se ne sono fatti principali interpreti.
Gli unici controlli in porto sono diretti contro i lavoratori ai quali viene impedito di verificare la presenza e la destinazione di armi che essi non vogliono contribuire a fare circolare nel mondo, coscienti delle sofferenze e delle distruzioni che esse arrecano ai popoli già sfruttati dalle stesse potenze geopolitiche che quelle stesse armi producono e sulle quali lucrano. Ciò nondimeno grazie al coraggio di alcuni lavoratori abbiamo queste immagini che chiediamo a tutti di diffondere inchiodando alle loro responsabilità morali e materiali gli interessi politici ed economici che ne sono all’origine.
PRETENDIAMO DI LAVORARE PER COMMERCI DI PACE NON DI GUERRA CRIMINALE.
BASTA ARMI NEL PORTO DI GENOVA E IN TUTTI I PORTI.
ACCENDIAMO I FARI DI PACE
Fonte
03/04/2022
Basta armi, basta guerre: CALP, USB, pacifismo cattolico e laico in corteo a Genova
Una giornata particolare a Genova. In Piazza San Lorenzo, davanti alla cattedrale un presidio per la pace, contro l’aumento delle spese militari, contro i traffici di armi alla presenza dei vertici del clero ligure. Poi un corteo fino all’autorità portuale aperto dai portuali di Genova che per primi con estremo coraggio, hanno posto la questione dei traffici di morte. Sul palco Josè del CALP e di USB spiega le ragioni di una lotta che la parte migliore della classe operaia genovese sta conducendo da anni. Rischiando in proprio, con parole d’ordine chiare e fatti reali come il blocco delle navi cariche di strumenti di morte. Chi, televisioni, giornali, politici e guerrafondai di ogni sorta, cerca di trascinarci in conflitti che rispondono solo ai loro interessi non deve dormire sonni tranquilli.
Ecco il video. Nella foto lo striscione che ha aperto il corteo.
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16/03/2022
Pisa. I vertici civili e militari confermano il traffico di armi nascoste tra gli aiuti “umanitari”
Il presidente di Toscana aeroporti Marco Carrai dichiara alla stampa (Domani del 16.3.22) che il trasporto di armi dal G. Galilei non accadrà più: «Lo posso garantire».
Del traffico di armi si occupa il generale Paolo Figliuolo, del Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), che sempre sulla stampa nazionale (Il Tirreno 16.3.22) in merito al rifiuto dei lavoratori di caricare le armi su un cargo civile precisa: “…Alcuni operatori si sono limitati a segnalare il mancato possesso dei requisiti necessari all’effettuazione del caricamento di materiali speciali, manifestando la necessità di specifiche autorizzazioni, caricati da altro personale. I materiali erano parte del sostegno militare per l’Ucraina deliberato dal parlamento, in attesa di essere caricati su un volo civile abilitato al trasporto di quella tipologia di merci».
Si tratta di un B-737 cargo appartenente a una compagnia aerea autorizzata dalla Nato a trasportare materiale bellico. «L’attività – conclude il COVI – è stata condotta presso una piazzola di parcheggio civile del Galilei anziché, come avviene usualmente, nei parcheggi aeroportuali militari, per l’eccezionale e contemporanea attività di trasporto richiesta dalla situazione in atto».
Di fronte a queste ammissioni, le domande che facciamo sono molte, alcune delle quali sono:
1) È così che il governo Draghi e le amministrazioni pubbliche locali intendono difendere la pace e mantenere aperti i canali della diplomazia?
2) Ci risulta che i voli dall’aeroporto G. Galilei siano molti di più di quelli dichiarati dal COVI e da Carrai. Che ci dicono COVI e Toscana Aeroporti dell’Antonov ucraino UR – 82029 atterrato lo scorso sabato 12.3 al Galilei e ripartito all’alba del 13.3?
3) Che dicono le pubbliche amministrazioni che siedono nel consiglio di amministrazione di Toscana Aeroporti (Regione Toscana, Comune di Pisa in primis) di questo traffico di armi su aerei civili che dovrebbero essere usati per il trasporto di aiuti umanitari?
4) Com’è possibile che una struttura del Ministero della Difesa chieda a dei lavoratori ignari del carico da maneggiare e senza alcuna competenza in tema di spostamento di armi ed esplosivi, di effettuare tale operazione?
5) Quali sono i rischi che stanno correndo il personale dell’aeroporto civile G. Galilei, i viaggiatori e gli abitanti di Pisa a causa di questo traffico clandestino di armi e di esplosivi?
6) È così che si intende rilanciare l’attività e l’immagine di un aeroporto fiaccato dagli ultimi anni di pandemia?
Domande alle quali se ne aggiungeranno altre nei prossimi giorni, nei quali come organizzazione sindacale valuteremo tutte le forme per garantire la sicurezza e i diritti dei lavoratori, dei viaggiatori e della popolazione circostante il sito aeroportuale.
Rimane lo sconcerto e la rabbia di fronte ad una decisione ponderata e coperta dai vertici militari del Ministero della Difesa e da Toscana Aeroporti, smascherata solo dalla coscienza civile di lavoratori che si sono rifiutati di caricare le armi sul cargo.
Contro questa cinica decisione di coprire i voli della morte sotto l’egida degli “aiuti umanitari” ci mobiliteremo sabato 19 marzo con la manifestazione “Dalla Toscana ponti di pace non voli di guerra”. Diamo appuntamento alle h. 15 nel piazzale del Galileo Galilei chiamando tutti i sinceri pacifisti a partecipare.
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La solidarietà dei portuali di Livorno ai lavoratori aeroportuali di Pisa
USB Porto Livorno, solidarietà ai lavoratori aeroportuali di Pisa. Tutti in piazza sabato 19 contro la guerra.
Massima solidarietà ai colleghi dell’aeroporto Galileo Galilei di Pisa che si sono rifiutati di caricare armi e munizioni dirette in Ucraina. Questa guerra la pagheranno solo i lavoratori, e ora di dire basta.
I lavoratori portuali iscritti a USB vogliono manifestare la propria vicinanza e solidarietà ai loro colleghi del trasporto aereo di Pisa che nella giornata di ieri, con coraggio, si sono rifiutati di essere complici di questa guerra.
Arrivati al Cargo Village di Pisa, pensando di dover caricare un volo “umanitario” si sono trovati di fronte ad armi e munizioni dirette nel teatro di guerra in Ucraina. Armi utili ad alimentare ancora di più una guerra che non accenna a finire. Armi che servono ad uccidere lavoratori come noi. Guerra che stiamo pagando direttamente con le conseguenze sull’economia e aumenti vertiginosi dei prezzi. Propaganda di guerra che ci vorrebbe far credere che per ottenere la pace dobbiamo inviare ancora più armi in Ucraina.
Noi lavoratori portuali rifiutiamo tutto ciò. Siamo a fianco delle popolazioni Ucraine, del Donbass e della Russia e non vogliamo essere complici di questo conflitto.
Ma non stiamo parlando solo di una questione politica ed etica. Così come successo nel nostro porto qualche mese fa, con un carico di materiale esplosivo diretto in Israele presso la Darsena Toscana, ci chiediamo quali protocolli di sicurezza esistano nel momento in cui avvengono queste movimentazioni di materiale bellico. È normale che dei lavoratori, e anche la popolazione, siano esposti a questi rischi?
Sabato USB Livorno sarà presente alla manifestazione contro la guerra di sabato 19 marzo alle 15 all’aeroporto di Pisa
Coordinamento USB lavoratori portuali Livorno
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