Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Contratto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Contratto. Mostra tutti i post

24/05/2025

Sciopero ferrovie: alta adesione, bocciata la firma sul contratto

Un’altissima adesione allo sciopero delle attività ferroviarie: questa la risposta di lavoratrici e lavoratori alla firma, arrivata con un’improvvisa accelerazione, dell’ipotesi di rinnovo del CCNL Attività Ferroviarie, scaduto il 31 dicembre 2023.

Si è trattato di una sonora bocciatura ad un contratto che non riesce a tenere il passo con il tasso di inflazione maturato in questi anni e che, soprattutto, aumenta la flessibilità oraria, costringendo i lavoratori ad una quotidianità completamente sottomessa agli interessi dell’azienda.

Nonostante le numerose agitazioni di quest’ultimo anno, che hanno dimostrato la completa contrarietà della categoria a questa ipotesi di contratto, le sigle firmatarie sono volute andare avanti lo stesso, senza voler ascoltare i lavoratori. Se non ci fossero state le forti mobilitazioni di questi mesi, questo è certo, il contratto firmato sarebbe stato ancora peggiore.

Ora è indispensabile che si arrivi ad un referendum tra i lavoratori. Nelle ferrovie stiamo già vivendo da tempo la vergogna di RSU non rinnovate da più di 6 anni (e lo stesso vale per gli RLS in un settore martoriato da incidenti gravi e gravissimi) e da una totale assenza delle minime condizioni di democrazia sindacale. Senza il consenso dei lavoratori questo contratto non vale niente.

Fonte

04/10/2024

USA - La miracolosa vittoria dei portuali

Lo sciopero dei lavoratori portuali che aveva messo a rischio la filiera di approvvigionamento degli Stati Uniti si è concluso giovedì sera. Il sindacato che rappresenta decine di migliaia di lavoratori portuali della costa orientale e l’industria delle spedizioni ha annunciato giovedì sera di aver raggiunto un accordo provvisorio sui salari e di aver esteso il contratto scaduto fino al 15 gennaio.

Sul piano strettamente salariale l’accordo sembra essere decisamente vantaggioso, visto che prevede aumenti nell’ordine del 60% – spalmati su più anni – per una categoria che già oggi vanta stipendi tra i più alti d’America. I lavoratori caricano e scaricano container nei porti lungo la costa orientale (quella atlantica) e il Golfo del Messico, un canale fondamentale per merci di larghissimo consumo, tra cui automobili e banane.

I loro colleghi della costa del Pacifico, lo scorso anno, erano riusciti sì a rinnovare il contratto, ma con conquiste assai inferiori.

La rapida conclusione della vertenza ha messo in luce diversi fattori decisivi che la rendono probabilmente unica e ben poco replicabile. L’aspetto fondamentale è la tempistica: in particolare la vicepresidente Kamala Harris, impegnata contro Trump nelle presidenziali Usa da qui ad un mese, aveva bisogno di tutto il sostegno sindacale possibile ma non poteva permettersi uno sciopero prolungato che avrebbe preoccupato troppo gli elettori.

Questo ha fatto sì che Biden si attivasse per fare pressione sulle compagnie di navigazione affinché raggiungessero un accordo. Anche questo intervento risulta piuttosto straordinario, vista la storica impostazione della politica Usa – compresa quella “democratica” – totalmente a favore delle imprese.

Non a caso anche Trump era intervenuto “a fianco dei lavoratori” accusando le compagnie di “scarso patriottismo”, visto che in questi giorni tutta l’area era sotto stress per gli uragani (Helene e non solo).

Ma anche qui ha giocato un fattore straordinario e inconsueto: le compagnie interessate sono quasi tutte di proprietà straniera, “grazie” alle delocalizzazioni contrattuali favorite per un trentennio al fine di contenere i costi delle importazioni (lo scarico e inserimento delle merci sul mercato interno incidono ovviamente sul prezzo finale).

Dunque le compagnie non hanno modo di muovere proprie leve politiche, come avviene invece nei comparti dove “i padroni” sono quasi tutti di nazionalità statunitense.

C’entra qualcosa anche la discussa e discutibile figura di Harold Daggett leader del sindacato ILA, descritto come personaggio sicuramente fumantino e dalla retorica “populista”, che aveva minacciato interruzioni della catena di fornitura per oltre un anno e attaccato le compagnie di navigazione con sede in Europa e Asia.

Peccato che il suo stipendio sindacale sia decisamente alto, ed i suoi hobby altrettanto decisamente costosi, al punto da scatenare l’invidia addirittura di Eleon Musk che su X ha scritto “Questo tizio ha più yacht di me”. Inutile dire che più volte, in tempi recenti, dietro di lui è comparsa l’ombra lunga della mafia, spesso “interessata” a giocare un ruolo anche nelle vertenze sindacali.

Insomma, questa non sembra una vertenza – per quanto vittoriosa – destinata a innescare un nuovo ciclo di lotte sindacati negli Usa, al contrario di quel che ha significato il rinnovo del contratto nelle principali fabbriche di automobili.

Fonte

13/02/2018

Il Governo PD e Cgil, Cisl, Uil inseriscono nel contratto degli insegnanti l’obbligo alla connessione

Per la prima volta nel contratto scuola, in base all’art. 22 comma 4 lettera c8, viene inserita la contrattazione integrativa sui criteri generali per l’utilizzo di strumentazioni tecnologiche di lavoro in orario diverso da quello di servizio. In questo passaggio si fa cenno esplicito al diritto alla disconnessione. Fino ad oggi nessun obbligo di lavoro a distanza (connessione) era normato dalla contrattazione, proprio perché l’orario di servizio dei docenti è quello stabilito dall’ex art. 28 che prevede una articolazione delle ore di lezione frontali a cui si aggiungono le ore funzionali all’insegnamento calendarizzate a inizio anno scolastico.

Inserire nelle contrattazioni di istituto la possibilità di decidere i criteri per l’utilizzo delle strumentazioni tecnologiche al di fuori dell’orario di lavoro introducendo un diritto alla disconnessione ci sembra preludere alla formalizzazione di fatto di un obbligo alla connessione al di fuori dell’orario di lavoro in fasce contrattate dalle RSU d’istituto.

Mai prima di questo contratto si è discusso di criteri per stabilire delle presunte fasce orarie per la disconnessione che, inevitabilmente, andranno a stabilire in modo diverso tra le varie scuole in quali fasce orarie i docenti dovranno garantire di essere connessi e quindi raggiungibili. Ci sembra veramente che questo contratto, firmato da Cgil, Cisl e Uil in modo frettoloso e antidemocratico, nasconda nelle sue pieghe e soprattutto nei rimandi a fasi successive di contrattazione i veri peggioramenti per la vita lavorativa di docenti e ATA.

Continueremo nelle assemblee durante l’orario di servizio, che stiamo svolgendo in tutta Italia, a informare adeguatamente i lavoratori sulle truffe ai loro danni che si nascondono nelle pieghe del nuovo contratto e sulla svendita dei diritti di tutti a firma di Cgil, Cisl e Uil.

Lo sciopero del 23 febbraio sarà la risposta che i lavoratori daranno a governo e sindacati complici.

Fonte

10/02/2018

Scuola - Cgil Cisl Uil firmano un contratto indegno per salari da fame. Confermato sciopero del 23

Sullo schema già sperimentato con le Funzioni Centrali, ieri abbiamo assistito all'ormai consueta accelerazione della trattativa ferma da settimane e mai veramente decollata, che ha portato nell’arco di 18 ore alla firma dell’ennesimo contratto a perdere per i lavoratori pubblici.

Con le nostre continue denunce abbiamo costretto i confederali a non accettare le parti più irricevibili del nuovo contratto (tutoraggio e formazione nella funzione docente, aumento dei carichi a parità di salario), portandoli sulle nostre posizioni e condizionando la trattativa; questo li ha spinti a dare vita ad una trattativa vergognosa svolta su due tavoli: uno con le confederazioni complici di CGIL CISL e UIL e le loro organizzazioni della Scuola e l’altro ritenuto dall’ARAN marginale, con tutte le altre organizzazioni sindacali comprese quelle di CGIL CISL e UIL di Ricerca e Università.

Cgil, Cisl e Uil, con questa indegna contrattazione separata, irrispettosa delle altre O.S. e dei lavoratori, hanno firmato l’ennesimo contratto “bidone” per tutta la categoria, con aumenti stipendiali ridicoli pari a un caffè al giorno e una parte normativa che lascia inalterati i peggiori aspetti della legge 107 e della legge Brunetta. Ancora più inaccettabile questa modalità da parte di un sindacato, la Flc Cgil, che ci propina costantemente solfe sulla democrazia sindacale e la partecipazione, mentre alla prova dei fatti nelle scuole e nei tavoli contrattuali assume atteggiamenti arroganti e antidemocratici.

Rinviata a data successiva la trattazione delle sanzioni disciplinari, ma questo significa semplicemente che resta in vigore la legge 165 del 2001, che tanti contenziosi ha creato nelle scuole, consentendo ai Dirigenti di comminare sanzioni con trattenuta dello stipendio a troppi lavoratori.

Alternanza scuola lavoro e formazione sono totalmente lasciate ai vari commi della legge 107 e pertanto, laddove nella bozza iniziale del contratto il tentativo di normare questi aspetti andava a ledere il capitolo relativo alla funzione docente, adesso la totale deregulation alla quale si torna senza alcun miglioramento contrattuale darà libera interpretazione e ampia discrezionalità ai Dirigenti Scolastici.

Inquietante l’Art. 26, realizzazione del PTOF mediante l’organico dell’autonomia, in cui si afferma che: “i docenti in servizio in ciascuna istituzione scolastica appartengono al relativo organico dell’autonomia di cui all’articolo 1, comma 63, della legge 13 luglio 2015, n.107 e concorrono alla realizzazione del piano triennale dell’offerta formativa tramite attività individuali e collegiali: di insegnamento; di potenziamento; di sostegno; di progettazione; di ricerca; di coordinamento didattico e organizzativo”.

Da domani tutti i docenti potranno essere utilizzati in piena libertà dal Dirigente Scolastico, senza alcun rispetto delle professionalità acquisite e nel totale arbitrio gestionale.

A poco serve il “nuovo fondo per il miglioramento dell’offerta formativa” costituito da varie voci tra cui FIS e Bonus premiale, il cui taglio progressivo annuale dovrebbe servire solo a mettere pochi spicci sulla retribuzione professionale docente ma privando le scuole di risorse già all’osso e comunque destinandone ancora una buona parte per la premialità. Con la connivenza delle RSU si lascia ai Dirigenti Scolastici il ruolo di assoluta discrezionalità e autocrazia nella gestione della distribuzione di questi soldi che appartengono a tutti i lavoratori e continueranno a essere assegnati a pochi con la solita fasulla propaganda sul riconoscimento del merito.

Inaccettabile il passaggio sulla mobilità. Il contratto diventa triennale, si potrà presentare domanda ogni anno, ma sarà impedito ai docenti che hanno ottenuto titolarità su scuola, dopo le operazioni di mobilità, di presentare domanda per i successivi tre anni.

L’assegnazione dei docenti alle classi è oggetto di mera informazione, l’assegnazione ai plessi e alle sezioni staccate si limita ad un semplice confronto tra Dirigente ed RSU, così come i cinque giorni di formazione il cui utilizzo può essere deciso unilateralmente dal DS anche se le RSU non concordano.

Gli aumenti stipendiali vengono “pompati” con una perequazione che fa partire gli aumenti solo dal primo Marzo e non da Gennaio, senza alcuna garanzia che gli stessi siano riconfermati dal 2019, in quanto necessitano di un ulteriore ed eventuale intervento economico del futuro governo.

Resta una sezione “obblighi dei dipendenti” totalmente legata ai doveri di diligenza e collaborazione, aprendo scenari pericolosissimi in relazione all’uso dei social con genitori ed alunni, con la possibilità di pesanti sanzioni future per quanti non utilizzino con “finalità educative” tali strumenti.

Che dire? Un cattivo contratto, inutile nella sua incapacità di contrastare gli effetti nefasti degli ultimi interventi normativi che hanno modificato la scuola pubblica statale e totalmente prono alla logica gerarchica del preside padrone e dei “gruppetti” di potere che ormai incarnano nelle scuole la svolta aziendalistica.

Un contratto dal quale alcuni aspetti nefasti sono stati espunti grazie alla denuncia che come USB abbiamo fatto in totale solitudine e informando costantemente i lavoratori. A quel che è stato eliminato dalla bozza non è subentrato alcun aspetto positivo o di miglioramento delle condizioni dei lavoratori docenti e ATA, nessuno dei problemi relativi ai numerosi contenziosi che negli ultimi anni abbiamo portato avanti con i lavoratori viene sanato con questo nuovo contratto.

Nella storia della contrattazione collettiva i lavoratori ad ogni rinnovo hanno ottenuto un aumento di diritti e salario. Questa volta i lavoratori fanno i conti con una firma indegna apposta da quei sindacati abituati a venderli dentro e fuori dall’Aran. I diritti sempre in bilico fanno il paio con un salario da fame che sarà eroso in pochi mesi dall’inflazione, dalle prossime finanziarie lacrime e sangue, da quanto il nuovo governo riuscirà a stanziare per il sistema perequativo perché, in assenza di nuovi stanziamenti, quel piccolo aumento che vedremo dal mese di aprile potrebbe tornare a decrescere a partire da gennaio 2019.

La truffa è servita, la teatrale presenza sullo sfondo dei sindacati rappresentativi inutili comparse è stata utile solo alla svendita dei lavoratori pubblici.

Un’altra rappresentanza sindacale è possibile: siamo certi che i lavoratori della scuola daranno una sonora risposta alle prossime elezioni politiche, ma anche alle prossime elezioni RSU.

Lo sciopero del 23 febbraio rimane e lo confermiamo a gran voce nella consapevolezza che è necessaria più di prima una presenza forte e numerosa dei lavoratori in piazza.

Fonte

24/12/2017

Funzioni centrali del pubblico impiego: un brutto contratto ispirato da odio ideologico

Dopo 8 anni di blocco contrattuale e tre giorni di maratona all’Aran alle quattro di questa mattina è stato firmato un brutto contratto per il Comparto Funzioni Centrali, del tutto insufficiente dal punto di vista economico a recuperare anche la sola inflazione registrata tra il 2010 e 2017.

Il valore medio di aumento del Comparto si ferma a 76 euro e la prima e seconda area (A e B) recuperano qualcosa solo attraverso una perequazione temporanea che si ferma al 2018.

Non si è voluto mettere mano all’ordinamento professionale, che a nostro parere era tra i compiti principali di questo contratto, lasciando invariate le situazioni di sfruttamento della prima e seconda area (A e B), con il rinvio di qualunque decisione all’esito dei lavori della istituenda Commissione paritetica.

A questo si aggiunge un sistema di valutazione molto simile a quello previsto dalla riforma Brunetta, un peggioramento delle norme riguardanti i permessi per visite e cure mediche, un inasprimento delle norme disciplinari che è espressione diretta del pregiudizio che da anni ispira le campagne mediatiche contro i lavoratori pubblici e che è anche l’humus su cui è impiantato questo contratto.

USB non ha siglato l’ipotesi di accordo e già dalle prossime settimane avvierà la consultazione tra i lavoratori del Comparto.

Fonte

22/12/2016

La resa della Fiom non piace ai metalmeccanici

Il contratto dei metalmeccanici firmato da Fim, Fiom, Uilm non sembra affatto gradito dalle assemblee dei lavoratori della maggiore categoria industriale del paese. “Dovranno truccare le consultazioni ma è un bel segnale di lotta” commenta a caldo Giorgio Cremaschi. Dalla prime notizie che arrivano dalle assemblee dei lavoratori, il contratto è stato bocciato in molte fabbriche. Negli stabilimenti della Fincantieri, Ilva, Leonardo, Ansaldo Energia della Liguria prevale il No (non abbiamo ancora i dati disaggregati). Da altre fabbriche arrivano invece i dettagli del referendum tra i metalmeccanici.

Alla Piaggio su 293 votanti (ma gran parte dei lavoratori sono fuori dalla fabbrica per i contratti di solidarietà), i NO sono stati il 60,1% e i SÌ 39,9%. Alla Continental di Pisa su 626 votanti i No hanno prevalso con 446 voti contro 176 si.

Alla Electrolux di Forlì i votanti sono stati 527 (57,5%), i NO hanno prevalso con 445 voti (84,4%) il SI ne ha ottenuti solo 80 (15,1%). Alla Electrolux di Susegana il risultato è ancora più contundente. Su 1094 dipendenti, hanno votato in 654. Il NO surclassa il SI con 480 voti contro 171.

Clamoroso il risultato alla Ocme di Parma: 205 No, 25 i Si, praticamente un “cappotto” per Fiom Fim e Uil. Nitido anche il risulto negli stabilimenti del gruppo Perini: a Bologna 103 no 7 si, a Lucca 191 no, 53 si.

Alle Acciaierie (Ast) di Terni i risultati sono stati questi: su 2353 lavoratori i votanti sono stati 1127 (48%), i risultati sono questi 619 NO (55%) 502 SI (45%). Alla Motori Minarelli di Bologna su 159 votanti ci sono stati 105 NO e 52 SI.

All'Avio di Pomigliano D'Arco ci sono oltre 350 no contro 50 si. Alla Jabil di Marcianise sono stati 250 i No, 125 i Si. Negli stabilimenti Sirti di Roma, Milano, Benevento, Calabria, Genova l'accordo è stato respinto ma non abbiamo ancora i dati disaggregati.

In altre fabbriche come la Bitron di Dronero il risultato è stato più contrastato: sono 85 i No e 84 i Sì. Mentre all'Alenia di Caserta il Si ha prevalso con il 58% contro il 42%. All'Ilva di Taranto i votanti sono stati 1808 (pochissimi, in pratica il 16,5% dei lavoratori), i Si hanno prevalso con 960 voti (il 53%), i No ne hanno ottenuti 838 (47%).

Occorre rammentare che non c'è un controllo su come, chi e quando si vota, e gli scrutini li fanno, soprattutto in piccole e medie aziende, i dirigenti sindacali di Fim Fiom e Uil che compilano anche i verbali. Verbali che poi sono secretati, mentre vengono resi pubblici solo i risultati aggregati, in modo che a nessuno esterno alla burocrazia sia data la possibilità di andare a controllare.

Su questo esito del referendum sul contratto tra i lavoratori metalmeccanici, è arrivata una prima valutazione di Giorgio Cremaschi:
"Dalla Fincantieri di Genova, all'Ast di Terni, alla Piaggio di Pontedera,all'Ilva di Taranto, alla Perini di Lucca, all'Avio di Napoli, alla Electrolux di Susegana, alla Bitron di Cuneo, alla Sirti, a tante altre fabbriche metalmeccaniche in tutta Italia, i lavoratori non si associano all'applauso dei padroni al contratto di FimFiomUilm E VOTANO NO. È un rifiuto diffuso che si afferma ovunque i lavoratori siano stati minimamente informati dei contenuti reali e il voto si sia svolto con un minimo di regole. Un rifiuto superiore a qualsiasi ottimistica previsione, vista la gigantesca sproporzione tra la macchina burocratica di FimFiomUilm e il dissenso espresso dalla minoranza Fiom e dalla USB. Naturalmente questo voto contrario non cambierà il risultato finale della consultazione, che i vertici dei sindacati complici hanno già programmato con una vittoria del SI superiore all'80%. Però il prevalere del NO in gran parte di ciò che resta delle grandi fabbriche sottolinea ancora di più la falsità del dato generale. Questo risultato vuol semplicemente dire che se il referendum si fosse svolto ovunque con corretta informazione, regole democratiche, controllo del voto e dei verbali, il NO avrebbe potuto vincere. In ogni caso il NO diffuso in tutta Italia è un bel segnale di lotta verso il contratto ammazza diritti. Si può cominciare a pensare a come combatterlo e a come organizzarsi per farlo. Grazie agli operai metalmeccanici, ancora una volta all'altezza della coscienza e della storia della loro categoria”. 
Fonte

19/12/2016

Metalmeccanici. Dall’assemblea di Bologna il NO al contratto

Il contratto firmato da Fim Fiom Uilm non è solo un contratto pessimo, ma una resa totale alle controparti, l'estensione a tutti del modello Marchionne, la realizzazione dei sogni di Confindustria così come è stato il Jobsact.

Questi giudizi stanno dilagando tra i lavoratori, non appena vengono a conoscenza del testo effettivo del contratto, che Fim Fiom Uilm si guardano bene dal far conoscere. Già diverse grandi aziende, SAME, DALMINE, DANA tra le prime, hanno bocciato l'accordo. E la contestazione ad esso crescerà, ben oltre il referendum senza regole organizzato dai firmatari, man mano che i lavoratori si renderanno conto che quello firmato non è semplicemente un brutto contratto, ma un contratto che cancella i contratti, un contratto che distrugge i diritti.

Abbiamo appena respinto il tentativo di Renzi di smontare la Costituzione, ora dobbiamo darci da fare per impedire che la Costituzione sia definitivamente cancellata nei luoghi di lavoro. Con il contratto appena firmato non c'è più certezza del salario né a livello nazionale né in quello aziendale. Tutto dipende dal mercato. E gli orari, i turni, le ferie, la professionalità, le condizioni di lavoro saranno totalmente sotto il comando dell'azienda con il lavoratore usato come merce consuma e getta. E con i soldi a pensioni e sanità private il contratto appena firmato dà il suo contributo alla distruzione dello stato sociale.

Tutto questo hanno detto in tanti appassionati interventi le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici venuti a Bologna nell'assemblea convocata dalla USB, alla quale hanno partecipato anche delegati della Fiom.

Il contratto firmato da Fim Fiom Uilm colpisce tutto il mondo del lavoro, e per questo tutto il mondo del lavoro dovrà mobilitarsi per combattere l'accordo, renderlo impraticabile. Sarà dura, ma la vittoria del NO al referendum costituzionale dimostra che si può resistere, si può lottare.

Con questo consapevole entusiasmo i metalmeccanici che dicono NO si sono ritrovati a Bologna. Ed io sto, e chiedo a tutti di stare, con loro.

PS: Quanto a Landini c'è una sola cosa da chiedergli. Dovrebbe spiegare perché ha posto la firma ad un accordo che rinnega trenta anni di storia e lotte della Fiom. Ma non credo che lo farà.

Fonte

01/11/2015

Il facchino paura non ne ha

Mohammed è laureato in giurisprudenza e lavora in un magazzino delle cooperative all'Interporto di Bologna. Non stupisca il titolo di studio, molti degli immigrati che lavorano nella logistica hanno studi molto elevati. Quasi sempre ne sanno più di chi li comanda, che fino a poco tempo fa li trattava con la durezza ed il disprezzo dei caporali. Fino a poco tempo fa, perché come mi ha detto Mohammed, da quando sono cominciate le lotte nella logistica le cose sono cambiate. Prima il capo mi chiamava con un fischio, ora mi dice: signor Mohammed...

Erano un migliaio, almeno, i facchini di tante nazioni che hanno completamente bloccato il 30 ottobre l'Interporto di Bologna, un centro logistico enorme, dove si smistano le merci tra autocarri e grandi capannoni che fanno venire in mente quelli di Mirafiori o delI'Ilva, per l'estensione e le migliaia di persone che vi lavorano. L'Interporto era deserto, salvo i picchetti degli scioperanti e qualche crumiro incallito vagante, soprattutto dipendente della cooperativa MrJob. Questa azienda ha licenziato nove operaie che ora sono in causa e non solo per questo, ma perché hanno denunciato molestie sessuali dei capi. MrJob lavora per Yoox , l'impresa che vende abbigliamento on line e che ha ricevuto i pubblici elogi di Renzi. Che sui padroni non ne sbaglia uno.

Cantavano le donne e gli uomini ai picchetti e soprattutto gridavano "scioperò scioperò", con l'accento, e "il facchino paura non ne ha!"

Già il facchino, quello che arriva fino a casa per consegnare il pacco che si ordina per internet. È l'ultimo anello di una catena di smistamento e vendita delle merci sulla quale si organizzano colossali impianti in mano ad aziende sempre più grandi, di cui la multinazionale Amazon è una delle più conosciute. Le merci possono essere prodotte in tutti gli angoli della terra, ma poi devono arrivare al consumatore e sempre più in fretta. Si impiantano così grandi centri logistici dove affluiscono prodotti da tutto il mondo e dove grazie al lavoro di migliaia di operaie e operai, in gran parte immigrati, questi vengono scaricati e caricati, smistati, impacchettati. Questi uomini e donne inizialmente son stati assunti con salari di fame e turni massacranti, sotto la minaccia di tutti i ricatti possibili a partire da quello sul posto di lavoro ed il permesso di soggiorno.

Ma qui i capitalisti han fatto un errore che ricorre nella loro storia. Non hanno tenuto conto del fatto che tante persone messe assieme prima o poi si ribellano alla sopraffazione e allo sfruttamento. Un sindacato di base, il SICOBAS, ha concentrato tutte le sue energie nel dare sostegno e organizzazione alle lotte che nascevano tra i facchini. E così in pochi anni un movimento di lotta e sindacalizzazione da anni '70 del secolo scorso, ha coinvolto uno dei settori più innovativi del mercato globale, nel quale si diceva superato il conflitto sociale. Un poco alla volta un vasto movimento di lotta e rivendicativo ha toccato centri logistici e grandi mercati all'ingrosso, aziende committenti e cooperative in appalto. I salari han cominciato a crescere, i diritti anche e con essi il bene più prezioso, la dignità. Signor Mohammed è la più grande conquista, che ricorda quando DiVittorio dava merito a quella Cgil di aver insegnato al bracciante a non togliersi il cappello quando passa il padrone. Va detto che la Cgil di oggi non è molto popolare tra i facchini che l'accusano assieme a Cisl e Uil di complicità con la catena dello sfruttamento da cui si stanno liberando.

Il 30 ottobre tutti i principali centri logistici d'Italia son rimasti bloccati dallo sciopero nazionale dei lavoratori, che ora chiedono il rinnovo del contratto nazionale. Il contratto dei facchini, parola d'altri tempi che evocava fatica e lavoro servile e che che ora è diventata emblema di orgoglio e dignità.

Certo la vertenza sarà difficile, già si sono mosse le istituzioni più varie contro di essa, compresa quella autorità che oramai funzione solo come macchina repressiva del diritto costituzionale a scioperare.

I lavoratori della logistica sono in lotta per il contratto e magari sono costretti a farlo per tante altre cose. Alcuni di coloro che erano al picchetto di Bologna avevano anche subito assieme alle famiglie il feroce sgombero del palazzo ExTelecom.

Nessuno si nasconde la durezza del conflitto, ma i facchini non hanno paura e insegnano a non averne a tanti che di quella loro lezione hanno un grande bisogno.

Fonte

29/10/2015

Pubblico impiego. Cgil Cisl Uil fanno “ammuina”. L’Usb convoca lo sciopero generale

“Facite ammuina”. A leggere che Cgil Cisl Uil del pubblico impiego chiedono al governo "un contratto vero per i lavoratori e per cambiare i servizi ai cittadini" e si dicono pronti a "far arrivare il messaggio" anche attraverso lo sciopero generale, non può che venire in mente l’indicazione non certo detonante di Re Francischiello alle proprie truppe. Che l’aria stia diventando pesante lo dimostrano anche i tre giorni di mobilitazione che già vede impegnati i lavoratori del Mef cioè del ministero dell’economia al centro di uno scontro interno allo stesso governo.

Secondo Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uilpa, "liberare la contrattazione è l'unico modo per produrre innovazione vera, partecipata dai lavoratori pubblici, e riportare la Pa in linea con le esigenze reali del Paese. Per questo metteremo in campo anche lo sciopero, se dalla politica non verranno risposte". "E prima faremo una mobilitazione forte e capillare sia a livello nazionale che territoriale, cercheremo il confronto con la società civile, punteremo a creare alleanze sociali partendo dai bisogni delle persone", aggiungono i tre sindacati "ufficialisti".

Toni, indicazioni e contenuti diversi vengono invece dall’Usb che lo sciopero generale dei lavoratori del pubblico impiego lo ha già proclamato per il 20 novembre dopo una prima mobilitazione sotto il ministero della Funzione Pubblica. “Invece di rafforzare il fronte di opposizione ad una Legge di Stabilità che taglia ulteriormente i servizi pubblici, a cominciare dalla sanità, e continua a regalare soldi alle imprese, CGIL CISL UIL sono più preoccupate di impedire la riuscita dello sciopero dell’USB e tentano di svuotarlo con l’alternativa di una bella passeggiata romana, in un giorno non lavorativo, tanto per non disturbare troppo Renzi e la sua maggioranza”, dichiara Daniela Mencarelli, dell’Esecutivo nazionale USB Pubblico Impiego. “E’ in queste settimane che si discute la Legge di Stabilità – sottolinea la dirigente USB – e minacciare lo sciopero a dicembre, quando probabilmente il provvedimento sarà blindato dalla ormai consueta fiducia, risulta perlomeno poco credibile”. “L’unica iniziativa di opposizione alle provocazioni del governo sarà lo sciopero indetto dall’USB il 20 novembre – ribadisce Mencarelli – che vedrà scendere in piazza a Roma, Milano e Napoli i lavoratori del pubblico impiego, dei servizi esternalizzati, delle aziende partecipate e gli LSU-ATA, realizzando in questo modo l’unità di quel lavoro pubblico che garantisce la tenuta del welfare e che guarda ai cittadini come alleati in una lotta senza quartiere alla politica di tagli ai servizi essenziali voluta dall’Unione Europea”.“Siamo convinti che i lavoratori capiranno molto meglio dei vertici di alcune confederazioni sindacali che non si può aspettare, che è giunto il momento di protestare, forti della nostra dignità, utilizzando lo strumento dello sciopero che governo e industriali vorrebbero invece sopprimere”, conclude la dirigente USB.

Intanto dentro casa del Ministro Padoan c’è agitazione e non solo per lo scontro dentro il governo intorno ai dirigenti del Mef. Oggi è stato infatti il terzo giorno di mobilitazione per i lavoratori del MEF, in lotta contro la decurtazione del salario accessorio (FUA) prevista dalla legge di assestamento di bilancio e dalla legge di stabilità. La ribellione in “casa Padoan” è partita lunedì 26 ottobre dai lavoratori della Ragioneria Generale, che hanno constatato immediatamente le forti penalizzazioni inflitte al salario di tutti i dipendenti del comparto Ministeri. Ne è seguita un’assemblea di mobilitazione indetta dalla RSU del palazzo di via XX settembre, che ha visto la partecipazione di centinaia di lavoratori e lavoratrici: con un fragoroso corteo partito dal cortile del palazzo, ieri hanno fisicamente occupato la sede del ministero chiedendo con determinazione un incontro con l’autorità politica.

Fonte

17/10/2015

"Niente elemosine ma diritti". I lavoratori pubblici sotto le finestre del Ministro


Centinaia fra delegati e lavoratori di tutti i settori della pubblica amministrazione, giunti a Roma da tutta Italia, hanno riempito questa mattina piazza Vidoni e hanno dato vita all’assemblea nazionale dei dipendenti pubblici indetta dall’USB sotto il ministero della Funzione Pubblica. Mentre scriviamo sono ancora in arrivo i pullman da Campania e Toscana. Presenti tanti Vigili del Fuoco, oggi in sciopero per rivendicare risorse, mezzi, assunzioni dei precari e per dire no allo smantellamento dei distaccamenti. Unica assente, il ministro Madia, che non si è fatta trovare al ministero nonostante la richiesta di incontro avanzata dall’USB P.I. in occasione dell’iniziativa.

Al centro dell’assemblea, gli aumenti farsa per i contratti previsti dalla Legge di stabilità: 8 euro medi lordi al mese che rappresentano un insulto a tutte le lavoratrici e i lavoratori pubblici, rimasti 6 anni senza contratto.

L’assemblea deciderà le iniziative di lotta da mettere in campo, anche in relazione al continuo taglio dei servizi, la sottrazione di risorse alla Sanità, la trasformazione delle scuole in imprese private, la mancata perequazione delle pensioni sanzionata dalla Corte Costituzionale, la chiusura di uffici pubblici territoriali e la messa in mobilità di decine di migliaia di lavoratori, a cominciare da quelli delle Province e della Croce Rossa.

Ore 11.30: Circa millecinquecento dipendenti pubblici, sfidando i divieti, sono partiti in corteo per il centro di Roma, con in testa i Vigili del Fuoco, diretti verso piazza Montecitorio al grido di "Contratto subito, aumenti veri" e "Assunzioni, assunzioni". I lavoratori della pubblica amministrazione infatti da tempo chiedono il rinnovo subito del contratto, assunzioni dei precari, no alle elemosine annunciate dal governo. L'Usb ha annunciato lo sciopero generale di tutto il settore pubblico per il prossimo 20 novembre.

Ore 15.30: pienamente riuscita l’iniziativa di protesta dei lavoratori pubblici, che questa mattina a Roma si sono riuniti sotto il ministero della P.A. nella partecipatissima assemblea nazionale indetta dall’USB Pubblico Impiego. Oltre 1.500 fra lavoratrici e lavoratori hanno poi sfilato in corteo nel centro della capitale, raggiungendo piazza di Monte Citorio.

Foltissima la presenza dei Vigili del Fuoco, oggi in sciopero, fra cui tanti precari. Numerosi gli interventi di lavoratori e delegati da tutti i settori della P.A., da cui è emersa la determinazione a non indietreggiare rispetto alla nuova manovra economica del governo Renzi, scritta a Bruxelles con l’imprimatur di Confidustria.

Nel corso dell’assemblea è stata presentata la proposta di andare allo sciopero generale del Pubblico Impiego, dei Vigili del Fuoco e delle partecipate. Questa proposta sarà portata al Consiglio Nazione dell’USB P.I., che si riunisce questo pomeriggio nella sua sede di via dell’Aeroporto.

L’assemblea ha infine confermato gli obiettivi programmatici: sblocco delle assunzioni e stabilizzazione di tutti i precari della P.A., adeguati aumenti contrattuali, recupero dei servizi soppressi o esternalizzati.
“Al ministro Madia, che oggi si è sottratta al confronto con i lavoratori pubblici, e a tutto l’esecutivo Renzi annunciamo che nelle prossime settimane la protesta assumerà modalità ancora più dure e determinate”, ha dichiarato al temine della giornata protesta Luigi Romagnoli, dell’Esecutivo nazionale USB Pubblico Impiego.

Fonte

12/10/2015

Contratti pubblici al via. Senza soldi

Tre milioni di lavoratori – i “pubblici”, indicati dai media come i quasi unici “colpevoli” della crisi italiana – guardano da oggi alle riunioni che si tengono all'Aran tra i sindacati e, appunto, l'ente incaricato di rappresentare il governo nelle trattative sul rinnovo dei contratti di lavoro.

Il motivo di tanta attenzione è semplice: da sei anni non si rinnovano i contratti del pubblico impiego, e quindi da otto gli stipendi del settore sono fermi. Congelati, come se i prezzi, le tariffe, le bollette e le assicurazioni fossero rimasti ai livelli del 2007. C'è stato insomma nel settore pubblico un pesantissimo calo del potere d'acquisto, che motiverebbe una conflittualità ben superiore a quella fin qui messa in mostra soprattutto là dove anche il posto di lavoro è stato messo in discussione dalla “mobilità coatta” (nella scuola, per esempio, come anche nei gironi infernali delle province in via di scioglimento).

Il primo ostacolo è altrettanto chiaro: il governo, per bocca della ministra Marianna Madia, non ha intenzione di metterci un soldo. Il budget per fare il contratto, infatti, si aggira sui 3-400 milioni. Fatevi i conti: sono circa 8-10 euro al mese, in media.

E dire che il governo è stato “salvato” da una sentenza della Corte Costituzionale che ha riconosciuto come “eccezionalmente gravi” le condizioni economiche che hanno condotto al blocco dei contratti e quindi sgravato lo Stato dal dover restituire gli arretrati ai dipendenti pubblici per il periodo di congelamento. Ma ha anche sentenziato che questo giochino non può andare avanti all'infinito e che, quindi, bisogna tornare alla normalità contrattuale. Specie se, aggiungiamo noi e anche i sindacati, bisogna prendere sul serio le chiacchiere del governo sull' “Italia è ripartita”, “la crescita è più consistente del previsto”, ecc.

I pochissimi soldi messi sul tavolo, però, stanno lì ad indicare che il governo intende andare avanti sulla stessa linea, congelando di fatto gli stipendi mentre fa finta di discuterne l'adeguamento. Uno schiaffo in faccia, soprattutto se si tiene conto del fatto che, contemporaneamente, va entrando in vigore la “riforma Brunetta”; e quindi una ristrutturazione completa – e autoritaria – dell'amministrazione pubblica basata su parole altisonanti («valutazione», «meritocrazia», «semplificazione») che in realtà significano “arbitrio” dei dirigenti, favoritismi ad personam, ecc.

In più, nelle intenzioni del governo, dovrebbe anche entrare in vigore un diverso criterio di attribuzione degli “scarsissimi”) aumenti salariali. Secondo la “Brunetta”, infatti, l'unica voce aumentabile è la parte chiamata “salario accessorio” (quella che, per esempio, il Comune di Roma aveva unilateralmente sospeso causando le proteste dei dipendenti, autisti dei trasporti locali compresi). Non basta. La «quota prevalente» di quest'unica voce dovrebbe essere differenziata in base alle “performance individuali”, secondo il giudizio espresso dal dirigente. In pratica, un modo per conferire ai dirigenti (gli stessi che vengono di frequente arrestati per episodi di corruzione) il potere di crearsi una piccola corte distribuendo (piccole) gratifiche ad personam.

La “Brunetta”, peraltro, fissa già preventivamente le percentuali di dipendenti che potranno avere qualche spicciolo, divisi per “fasce di merito”: un quarto di loro potrà ricevere il 50% dei fondi disponibili, il 50% avrà l'aumento medio, il restante 25% non avrà nulla. Prendendo a misura la cifra stanziata per il rinnovo del contratto, insomma, il 25% riceverà 16-20 euro a testa, il 50% soltanto 8-10 e gli altri niente.

Sicuramente vi sarete posti la domanda: ma come fa una legge a sapere prima quanti lavoratori saranno stati “meritevoli”, quanti “così così” e quanti “reprobi”? Non lo sa, lo stabilisce. Non è infatti una legge per sviluppare la “meritocrazia” (le valutazioni si possono fare solo dopo la prestazione, non prima), ma soltanto per dare uno strumento discriminatorio ai funzionari con ruoli dirigenti.

Non è finita, naturalmente. La parte salariale fa schifo, ma quella normativa anche di più. Un obiettivo dichiarato è infatti la “riduzione dei comparti” in cui è suddivisa l'amministrazione pubblica: a tutt'oggi sono dodici, si vorrebbe portarli a quattro. Bene, diranno gli ignari, “si semplifica”...

Non è bene, invece. Lo scopo non è affatto una semplificazione dell'organizzazione, ma l'eliminazione completa dei sindacati più conflittuali. La legge sulla rappresentanza sindacale nel pubblico impiego, infatti, limita al 5% la soglia minima di iscritti/voti che dà diritto a partecipare ai rinnovi contrattuali e tutte le altre (calanti) prerogative sindacali. In alcun settori Usb e poche altre sigle superano agevolmente questa soglia, in altre, per molte ragioni (polizia e militari in genere, per esempio), no. L'idea del governo è accorpare i comparti in modo tale da impedire che la soglia del 5% sia raggiunta. Ed è abbastanza facile capire che una volta persa l'agibilità sindacale sia molto difficile potere svolgere la propria azione e quindi puntare a riguadagnare la “rappresentatività” numerica.

Il governo vorrebbe riuscirci ancor prima di riaprire formalmente la partita contrattuale. Il 1° ottobre, infatti, il ministro competente, Marianna Madia, ha scritto all’Aran che «per rendere possibile la formale riapertura della contrattazione» è necessario «dare tempestiva attuazione» alla nuova geografia dei comparti, anche «valutando la percorribilità di soluzioni innovative» per «giungere presto a un’intesa» con i sindacati.

Cgil-Cisl-Uil non vedono l'ora di vedersi togliere dai piedi i concorrenti (Usb, Cobas, qualche sigla corporativa, ecc), ma è abbastanza complicato fare prima la ristrutturazione dei comparti e poi il rinnovo contrattuale (a quel punto senza scomodi e conflittuali testimoni).

Le difficoltà non sono “politico-sindacali” (il via libera dai “complici” arriverebbe in un attimo), ma proprio organizzative. Nelle ipotesi iniziali, infatti, c'era quella di creare un “compartone” statale (ministeri, agenzie fiscali, Aci, Inps, enti vari, ecc), distinto dal “comparto scuola” (università compresa), da quello “sanità e infine un comparto “enti locali”. Ma così si vanno a mettere insieme gruppi e professionalità molto diverse, con stipendi e modalità di lavoro molto diverse; soprattutto con storie contrattuali differenti. Quel che viene semplificato sulla carta, insomma, rischia di diventare ingestibile nella pratica quotidiana. Anche sul piano salariale...

Per non parlare, infine, dell'innumerevole mole di ricorsi e cause che potrebbero esser messi in moto da singoli dipendenti o intere organizzazioni sindacali. Un rebus ingarbugliato, certo, che a palazzo Chigi qualcuno vorrebbe veder risolto con la scure.

Fonte

17/09/2015

Marchionne e Williams, i compari

di Michele Paris

Il clima decisamente amichevole tra l’amministratore delegato di Fiat-Chrysler (FCA), Sergio Marchionne, e il numero uno del sindacato automobilistico americano (UAW), Dennis Williams, nella conferenza stampa di martedì sera che ha annunciato il raggiungimento di un accordo per il rinnovo del contratto di quasi 40 mila lavoratori negli USA, basterebbe da solo a descrivere i rapporti esistenti tra le due “parti sociali” i cui interessi dovrebbero essere teoricamente divergenti.

A chiarire l’unità di vedute tra i rappresentanti di FCA e UAW vi è stata anche l’assenza di contrasti significativi registrati nel corso delle trattative, i cui dettagli, così come quelli del testo dell’accordo appena siglato, sono per il momento avvolti nel mistero.

Le discussioni tra FCA e UAW hanno inaugurato i negoziati tra il sindacato e le tre grandi case automobilistiche americane attorno ai termini del nuovo contratto quadriennale che interessa circa 140 mila lavoratori negli Stati Uniti, alle dipendenze, oltre che dell’azienda guidata da Marchionne, di Ford e General Motors (GM). UAW aveva scelto FCA come primo interlocutore e il testo concordato, se approvato dagli iscritti al sindacato, servirà come modello per le prossime trattative con Ford e GM.

Le discussioni che hanno preceduto e di poco superato la scadenza del vecchio contratto dei dipendenti di FCA - fissata per la mezzanotte di lunedì scorso - erano incentrate principalmente su due questioni di estrema importanza sia per i lavoratori sia per le tre aziende.

La prima è l’eliminazione del sistema dei cosiddetti “due livelli” di retribuzione, introdotto nel 2007 e fortemente avversato dai lavoratori, mentre la seconda riguarda l’assistenza sanitaria dei dipendenti FCA.

Secondo gli accordi in vigore, gli assunti di “secondo livello” a partire dal 2007 percepiscono stipendi che non superano i 19 dollari l’ora, contro i circa 28,5 dei lavoratori in azienda da prima di questa data. Questi ultimi, tuttavia, non hanno beneficiato di un solo adeguamento di stipendio da un decennio a questa parte.

Per i lavoratori, l’obiettivo dovrebbe essere quello di chiudere il “gap” tra i due livelli, visto che le mansioni svolte sono le stesse, assicurando a tutti i dipendenti un adeguamento verso l’alto degli stipendi. Per i vertici di FCA, anch’essi interessati a farla finita con questo sistema, si tratta al contrario di imporre un adeguamento al ribasso, liquidando i contratti di primo livello.

Nel caso dell’assistenza sanitaria, Marchionne e i suoi pari di Ford e GM intendono fare il possibile per alleggerire le loro aziende dal peso della spesa sostenuta per i piani assicurativi relativamente generosi garantiti ai dipendenti. In questo caso, il fine delle compagnie coincide con quello dei vertici del sindacato e consiste nello scaricare tutti i lavoratori in un fondo (VEBA) gestito da UAW e che da qualche tempo offre l’assistenza sanitaria ai pensionati del settore auto.

Questa soluzione sgraverebbe le aziende dai costi sanitari sostenuti per i dipendenti, mentre consentirebbe a UAW di ampliare sensibilmente il fondo di investimento che già controlla. A rimetterci sarebbero però i lavoratori, costretti a ripiegare su piani di assistenza sanitaria con meno benefit rispetto a quelli attuali.

Gli accordi presi tra le due parti non sono ad ogni modo noti per il momento, visto che né Marchionne né Williams hanno rivelato alcun dettaglio durante la conferenza stampa di martedì. Il numero uno di UAW ha affermato che il contenuto dell’accordo sarà reso noto solo dopo che esso verrà condiviso con i leader delle sezioni locali del sindacato.

Marchionne ha affermato soltanto che i negoziatori hanno concordato l’avvio di un processo per cancellare i due livelli retribuitivi “nel tempo”. Quanto tempo sarà necessario per fare ciò e in quali termini non è al momento chiaro. Dichiarazioni rilasciate dallo stesso amministratore delegato di FCA nel recente passato non lasciano intravedere nulla di buono per i lavoratori.

Marchionne - gratificato con un compenso di oltre 31 milioni di dollari nel 2014 - aveva infatti sostenuto che il “diritto” a stipendi come quelli previsti dal primo livello contributivo non sono più sostenibili e che le retribuzioni dovranno essere legate sempre più alla produttività e al successo dell’azienda sul mercato. L’ipotesi più probabile è che gli appartenenti al secondo livello e i nuovi assunti potranno raggiungere il massimo livello retributivo nel corso di una decina di anni.

Dalle interviste di molti lavoratori riportate dai media americani in questi giorni appare chiaro come sia diffuso il timore che il sindacato si sia nuovamente piegato pressoché totalmente al volere dei vertici di FCA.

La rabbia tra i lavoratori è pienamente giustificata, visto che tutte e tre le case automobilistiche americane siedono da qualche anno su una montagna di profitti, ottenuti grazie alla drastica riduzione del costo del lavoro e all’incremento della produttività imposto con la collaborazione del sindacato e dell’amministrazione Obama, intervenuta nel 2009 per salvare le compagnie sull’orlo del fallimento.

I lavoratori di FCA, così come di Ford e GM, possono comunque immaginare facilmente in quale direzione andrà il loro nuovo contratto, viste le dichiarazioni di Marchionne e Williams, protagonisti di una conferenza stampa congiunta senza precedenti per dare l’annuncio dell’intesa. Il primo ha ad esempio sottolineato la “convergenza di interessi” tra FCA e UAW; il secondo si è invece espresso sostanzialmente come un dirigente dell’azienda, parlando della necessità di mantenere il livello di competitività della compagnia e di favorire la conquista di nuove quote di mercato.

Secondo alcuni, la segretezza ostentata da Williams e Marchionne sulle questioni più delicate del contratto sarebbe dovuta alla mancanza di un accordo definitivo. Il presidente di UAW avrebbe deciso di annunciare il raggiungimento dell’intesa per allentare le pressioni esercitate dai lavoratori, pronti a scioperare allo scoccare della mezzanotte di lunedì.

Il desiderio di UAW è d’altra parte quello di evitare a tutti i costi un confronto con i vertici aziendali, come conferma il fatto che nelle prime ore di martedì il sindacato ha messo in atto una vera e propria campagna intimidatoria per impedire l’interruzione dei turni di lavoro in un impianto di Detroit. Un’iniziativa dei lavoratori in questa fabbrica avrebbe potuto innescare la mobilitazione degli altri dipendenti di FCA, così come di Ford e GM, costringendo UAW ad assumere un atteggiamento più combattivo nei confronti di Marchionne e del suo team.

In ogni caso, l’accordo verrà ora fatto conoscere ai responsabili di UAW nelle varie fabbriche FCA degli Stati Uniti, dopodiché entro una decina di giorni dovrà essere ratificato dalla maggioranza dei lavoratori in ogni singolo impianto. Successivamente saranno avviate le trattative con Ford e General Motors.

Anche in caso di bocciatura, tuttavia, il nuovo contratto potrebbe essere adottato forzatamente, come suggeriscono i precedenti. Quando infatti nel 2011 una categoria dei lavoratori di Chrysler respinse a maggioranza il contratto appena negoziato, i vertici di UAW intervennero senza esitazioni per dichiarare comunque ratificata la nuova intesa concordata con l’azienda.

Fonte

05/09/2014

Povero Renzi... Proclama sciopero generale anche la polizia


A forza di essere moderati davanti ai tagli alla spesa pubblica si finisce scavalcati – a destra, naturalmente – dalla polizia. Uomini armati di tutti i corpi, di fronte alla generale presa per i fondelli del governo – prima ha promesso di rifare i contratti del pubblico impiego, poi ha detto che non aveva risorse da spendere – hanno preso l'iniziativa minacciando il primo sciopero generale delle forze di polizia e persino dei corpi strettamente militari.

Sciopero fissato "entro la fine di settembre", ma senza ancora una data sicura, accompagnato da "azioni di protesta" in tutta Italia e una "capillare attività di sensibilizzazione" dei cittadini. Dai toni usati sui social network e nelle dichiarazioni dei “sindacalisti” esce fuori il consueto mix di vittimismo e minacce (le seconde sono molto più consistenti, il primo serve soltanto a “giustificarle”), naturalmente imperniato sul tasto dolente: “noi stiamo qui a difendervi e voi ci trattate in questo modo”. Che è un'affermazione aberrante dal punto di vista costituzionale (le polizie dovrebbero difendere istituzionalmente “la legalità” e “i cittadini”, non i palazzi del potere e i loro inguardabili occupanti. Ma ha il prego di chiarire la “costituzione materiale”, la funzione vera delle varie polizie di questo paese, riconosciuta persino dai diretti interessati: vigilantes del potere, repressori conto terzi della conflittualità e del malessere sociale, sorveglianti della proprietà privata e dei potenti. In cambio di uno stipendio non eccelso ma al livello degli insegnanti (giusto per dire quanto sia tenuta in considerazione la riproduzione del sapere in Italia), molta libertà d'azione, protezione dalle inchieste della magistratura per le malefatte commesse in servizio, ecc.

Il pacchetto di iniziative annunciato dai sindacati del comparto e dal Cocer interforze (Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di finanza) scatterà nelle prossime settimane "qualora dovesse essere rinnovato il blocco del tetto delle retribuzioni. Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica siamo costretti a dichiarare lo sciopero generale" dopo aver "verificata la totale chiusura del governo ad ascoltare le esigenze delle donne e degli uomini in uniforme".

Per il governo si tratta di una grana alquanto vischiosa. In linea teorica non dovrebbe concedere nulla neanche ai militari e poliziotti, dopo aver detto a tre milioni di dipendenti pubblici che per l'ottavo anno consecutivo non vedranno il becco di un quattrino né il rinnovo contrattuale (calcolati in media 5.000 euro in meno nel periodo considerato). Ma la vicenda delle pensioni – con l'età del ritiro portata a 67 anni per uomini e donne di tutte le professioni “civili”, anche quelle più usuranti, e lasciata a 57-58 per gli “agenti” – costituisce un precedente importante per provare a indovinare come si comporterà davvero l'esecutivo.

Che da un lato non vorrebbe mostrarsi “due pesi e due misure”, dall'altra sa benissimo che i prossimi mesi vedranno crescere la conflittualità sociale, e anche il malessere indistinto; e sa anche che l'unico strumento rimasto a sua disposizione per contenere la protesta – dopo aver eliminato le mediazioni, che sul piano sociale si fanno spendendo in welfare – sono proprio gli sbirri. Il dilemma è dunque: scontentarli per mostrarsi “equo” e ritrovarseli contro al fianco (immaginario) di operai, impiegati, studenti, disoccupati, precari, pensionati, ecc; oppure accettare di apparire assolutamente ingiusto concedendo loro quel che nega ad altri, in cambio di una più entusiasta – anche se usuale – “protezione del potere”?
Renzi, per il momento, fa la faccia del duro (per come può riuscirgli, non ha certo le phisique du role di Jason Statham): "Riceverò gli agenti di polizia, ma non accetterò ricatti". Per lo meno in pubblico, in privato si vedrà...

Certo che, se le forze di polizia arriveranno davvero a effettuare uno “sciopero generale”, questo metterebbe il governo nella delicatissima posizione di non avere più alcun argomento da opporre contro qualunque altro sindacato arrivasse alla medesima determinazione. Nè poliziotti e carabinieri potrebbero legittimamente “reprimere” scioperi altrui dopo aver messo in pratica il proprio. Situazione interessante, insomma...

Il ministro della funzione pubblica, Marianna Madia, parlando dal palco della festa dell'Unità di Bologna, ha mostrato chiaramente tutta la proprio ignoranza rispetto alla materia sociale di cui in teoria è stata incaricata di occuparsi. “Per noi non esistono lavoratori di serie A e di serie B. Noi non facciamo alleanze precostituite con un blocco sociale, facciamo un'alleanza con gli italiani. E' questa l'unica alleanza vera che fa questo governo: non con i blocchi sociali ed elettorali tradizionali. Noi siamo trasversali a quelli. L'alleanza è sulle persone e la dignità del lavoro è per tutti, tanto per chi è precario quanto per chi non lo è, tanto per chi lavora nel pubblico quanto nel privato".

Un grumo di frasi fatte buone – inventate dagli spin doctor governativi – per fare buona figura a Ballarò, ma terribilmente vuote di senso davanti alla incazzatura montante di categorie precise (non ancora un “blocco sociale”, purtroppo), cui si va aggiungendo in queste ore quella – strategicamente e tatticamente decisiva – degli “uomini in arme”. Quali altri “italiani” vede, madonna Madia, oltre le decine di milioni costretti a fare i conti con gli spiccioli già a metà del mese? A forza di ripetere questo vaniloquio, insomma, diventerà chiaro per tutti che quando un governante dice "gli interessi degli italiani" in realtà sta parlando degli interessi altrui (il capitale multinazionale che "possiede" l'Unione Europea) sulla popolazione di questo paese.

Fonte