Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/12/2022

Bergamo - La polizia carica i facchini in sciopero

Polizia e Carabinieri sono intervenuti duramente contro i lavoratori della logistica in sciopero con USB nello stabilimento Italtrans di Calcio (Bergamo), uno degli hub principali per il comparto alimentare del Nord Italia, dove operano un migliaio di facchini.

I lavoratori facenti capo alla cooperativa LaMeva – che ha la sede legale in uno studio di consulenza aziendale di Bergamo – sono scesi in sciopero alle prime luci dell’alba per protestare contro il licenziamento di un delegato USB e chiedere migliori condizioni di lavoro, sicurezza, applicazione del contratto e il riconoscimento dei buoni pasto, dando vita a un presidio nel piazzale di fronte alla Italtrans, mentre alcuni facchini sono riusciti a salire sul tetto in segno di protesta. Il presidio è stato violentemente caricato dalla polizia in assetto antisommossa, supportata dalla sicurezza Italtrans. Un lavoratore è stato ferito gravemente e prima di essere soccorso da un’ambulanza è rimasto a lungo a terra, sorvegliato a vista come un criminale dai Carabinieri e minacciato dagli addetti alla sicurezza.

I lavoratori LaMeva, che opera per conto di Italtrans, affrontano ogni giorno turni e carichi di lavoro disumani con buste paghe misere, subendo trasferimenti e licenziamenti punitivi, sanzioni disciplinari, vessazioni e discriminazioni se si iscrivono all’Unione Sindacale di Base.

USB da mesi chiede un incontro all’azienda, che evidentemente preferisce non ascoltare le richieste dei lavoratori, continuando ad accumulare profitti sulle schiene spezzate dei facchini. Perché un’altra inaccettabile criticità a Italtrans è l’assenza di sicurezza: se un lavoratore subisce un infortunio viene licenziato con motivazioni pretestuose.

Le cariche della polizia dimostrano, ancora una volta, che i dispositivi di sicurezza dello Stato sono posti a protezione dei profitti delle aziende e mai a difesa di diritti di chi lavora. La repressione e le manganellate non fermeranno le lotte dei lavoratori, pronti a scioperare ancora fino alle feste natalizie in difesa dei propri diritti, per un lavoro ed un salario dignitoso, per la sicurezza.

Lo sciopero a Italtrans continua. Sabato 17 manifestazione alle ore 11 alla Prefettura di Bergamo, in via Tasso.

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06/10/2022

Roma - Polizia contro i lavoratori della Sda


La polizia è intervenuta con violenza questa mattina (ieri - ndR) a Roma caricando i 300 lavoratori SDA, da martedì in sciopero con l’Unione Sindacale di Base dopo il licenziamento di 17 corrieri delle filiali di Pomezia e Fiumicino. Due lavoratori colpiti con i manganelli alla testa hanno perso conoscenza e sono stati soccorsi dal 118.

Dopo il nutrito presidio di ieri, oltre 300 corrieri si sono mobilitati davanti alla sede di Poste Italiane in viale Europa, all’Eur. Alla notizia che anche oggi non sarebbero stati ricevuti dalla dirigenza di Poste Italiane, che ha anche ordinato la chiusura degli ingressi della sede, gli operai hanno tentato di organizzare un corteo, bloccati però dalle forze dell’ordine.

A quel punto i corrieri hanno effettuato un blitz nell’ufficio postale adiacente, in modo assolutamente pacifico. La polizia è intervenuta manganellando lavoratori e sindacalisti e spintonandoli fuori dallo stabile. Un corriere, colpito alla testa, ha perso conoscenza ed è caduto dalla scalinata all’ingresso dello stabile; stessa sorte per un altro lavoratore. Per entrambi è stato necessario il soccorso del 118.

USB denuncia questo ennesimo atto di repressione violenta sui lavoratori in lotta contro i licenziamenti e le politiche di concorrenza interne attuate da SDA e da Poste con la piattaforma Milkman, che causa il peggioramento delle condizioni contrattuali dei corrieri.

A nuovo governo non ancora formato si conferma che i metodi rimangono gli stessi, in perfetta continuità con i precedenti esecutivi: gli operai vanno manganellati senza pietà se osano alzare la testa.

Non ci lasceremo intimidire da questi atti di violenza: USB appoggia le lotte dei lavoratori SDA, chiede l’immediato reintegro dei lavoratori licenziati e prepara nuove iniziative di lotta.

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01/07/2021

Il “Garante” vuol cancellare il diritto di sciopero nella logistica

Il Garante vuole rubare ai facchini della logistica il diritto di sciopero. USB: non ci legherà le mani né ci imbavaglierà.

La relazione 2021 al Parlamento della Commissione di “Garanzia” sullo sciopero circa l’andamento nel Paese della conflittualità sindacale, suona come il subdolo preannuncio di un intervento limitativo del diritto di sciopero.

Secondo la Commissione, nel settore della logistica, si rileva un incremento delle lotte che, in periodo di pandemia, andrebbe messo “sotto attenzione” per una possibile rilevanza ai sensi della legge 146/90, ossia quella che regolamenta – imbavagliandolo – lo sciopero nei servizi pubblici essenziali.

Questa legge, usando strumentalmente il fine di tutelare la vita, la salute, la libertà e la sicurezza della persona, dell’ambiente ecc., ha di fatto impedito ai lavoratori del trasporto pubblico, della sanità, dell’igiene ambientale di potersi efficacemente difendere con scioperi veri e non puramente simbolici.

Con la legge 146 del 1990, infatti, solo quote limitate di dipendenti possono aderire allo sciopero, questo va preannunciato con congruo anticipo e tra uno sciopero e l’altro devono intercorrere lunghi intervalli.

È un dato di fatto che durante il lockdown nessuno sciopero della logistica ha fermato gli approvvigionamenti di mascherine o di prodotti farmaceutici e medicali agli ospedali o alle case di cura.

È ugualmente un dato di fatto, rilevato anche dalla Commissione, che nelle filiere distributive dove c’è “...una frequente esternalizzazione delle attività ad alta intensità di manodopera...” i conflitti sono esplosi per ragioni che “...attengono a questioni contrattuali”.

Ossia si sciopera perché i padroni non rispettano le norme in un settore economico dove le ispezioni dell’INL rilevano un tasso di illegalità tra le coop (le “attività esternalizzate” di cui sopra) pari al 75%.

Il paradosso è che la Commissione vorrebbe colpire chi lotta per il rispetto della legge.

In Amazon ai corrieri non viene conteggiato come tempo di lavoro il ritiro dei furgoni da parcheggi lontani decine di km dai magazzini in cui devono caricare le merci; fanno male i drivers a scioperare per rivendicare tempo di vita e riconoscimento salariale?

USB ha dovuto ingaggiare lotte durissime in GLS, Leroy Merlin, DHL, Ceva, nelle filiere alimentari contro il lavoro nero, il furto di ferie, di TFR, di contributi previdenziali, per giusti inquadramenti professionali, che hanno fatto finire in galera interi consigli di amministrazione e hanno garantito diritti e dignità ai lavoratori e il recupero di milioni di euro di tasse fino ad allora evase.

Le subdole e insensate considerazioni della Commissione di “Garanzia” sullo sciopero sono figlie di questo clima politico, di una situazione nella quale i padroni, con l’appoggio di banchieri e burocrati della UE e del loro governo in Italia, vogliono rafforzare i meccanismi di sfruttamento e aumentare i profitti indebolendo la capacità di risposta dei lavoratori.

Vogliono colpire i facchini, perché rappresentano un settore sempre e generosamente pronto alla lotta.

I nostri scioperi garantiscono, dignità, legalità, recupero dell’evasione fiscale, rappresentano quel sentimento di civiltà che permea la Costituzione italiana.

Ci vogliono in silenzio, ci avranno rumorosi; ci vogliono immobili, ci avranno incazzati.

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22/03/2021

Oggi i lavoratori provano a fermare Amazon, per respirare

Oggi in tutta Italia lavoratori e lavoratrici addetti alla filiera Amazon, proveranno a “fermare la macchina” ed a rivendicare i propri diritti.

Amazon ha concluso il quarto trimestre del 2020 con un fatturato record, pari a 125,56 miliardi di dollari, (circa 105 miliardi di euro) superando per la prima volta nella sua storia la soglia dei 100 miliardi. Gli utili netti della società sono stati pari a 7,2 miliardi di dollari, con l’utile per azione a 14,09 dollari, quasi il doppio dei 7,23 dollari per azione attesi dagli analisti.

Le società che si occupano di circolazione e distribuzione delle merci (logistica) negli ultimi anni stanno macinando utili enormi, in molti casi assai più di chi le merci le produce (e lo stesso Marx ha scritto pagine lungimiranti sul tendenziale aumento di valore nella circolazione del capitale oltre la sua produzione).

Le restrizioni dovute alla pandemia di Covid non solo non hanno fermato o rallentato la macchina, al contrario ne hanno aumentato a dismisura i ritmi, gli ordinativi, il fatturato e i profitti.

Lo sciopero è stato proclamato dai sindacati Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti ma anche dall’Usb, secondo cui ora anche Cgil, Cisl e Uil “si accorgono del problema, oppure hanno paura che tutti i lavoratori gli voltino definitivamente le spalle?”. Per l’Usb la proclamazione dello sciopero nella filiera Amazon arriva con imperdonabile ritardo ma è anche il frutto delle mobilitazioni e dei presidi di questi mesi che Usb ha organizzato dentro e fuori i cancelli della multinazionale.

Il sindacato ha realizzato in occasione dello sciopero un breve video che equipara le condizioni dei lavoratori Amazon di oggi a quelle degli operai alla catena di fine '800.

In Italia per le consegne di Amazon complessivamente lavorano tra le 30 e le 40mila persone. Con lo sciopero si punta ad uno stop della consegna a domicilio dei pacchi ordinati in rete negli ultimi giorni e con conseguenze anche nei prossimi giorni.

“Per un giorno ci vogliamo fermare, ci dobbiamo fermare. È una questione di rispetto del lavoro, di dignità dei lavoratori, di sicurezza per loro e per voi. Per questo, per vincere questa battaglia di giustizia e di civiltà abbiamo bisogno della solidarietà di tutte le clienti e di tutti i clienti di Amazon”. Questo è quanto riporta l’appello rivolto ai cittadini e ai consumatori dai lavoratori di Amazon, tra driver, addetti agli hub e ai magazzini. “Voi che ricevete un servizio siete le persone cui chiediamo attenzione e solidarietà, perché continui ad essere svolto nel migliore dei modi possibili”, si legge ancora nell’appello che rivendica per questi lavoratori impegno e dedizione.

In occasione della giornata di sciopero saranno organizzati presidi di fronte agli stabilimenti, ai magazzini e ai centri Amazon in tutta Italia.

Replicando ai sindacati, la multinazionale ha affidato un comunicato alla stampa nel quale decanta tutte le opportunità offerte dal lavorare in Amazon (salari, regolarità del contratto etc.) insomma secondo la multinazionale lavorare per Amazon sarebbe come fare un terno al lotto.

Ma chi ci lavora racconta una storia diversa. E denuncia ritmi forsennati; 26 domeniche lavorative obbligatorie per i drivers; estensione oraria a 44 ore settimanali articolate su 6 giorni invece che 5 (con un solo giorno di riposo); giornate festive lavorative da inserire nella normale turnazione; primi 3 giorni di malattia senza retribuzione; controllo dei driver attraverso GPS e dei magazzinieri attraverso telecamere (con possibilità di utilizzo del controllo a fini disciplinari); aumento del numero dei lavoratori a tempo determinato, interinali e a chiamata, limitazione del diritto di sciopero.

Insomma un quadro completamente diverso da quello disegnato dalla multinazionale contro la quale vengono rivendicate 39 ore settimanali per tutti; reali aumenti retributivi; stop al rimborso dei danni e delle franchigie dei mezzi a carico dei driver; stop al controllo ossessivo dei lavoratori attraverso telecamere e posizionamento satellitare; la stabilizzazione dei moltissimi lavoratori precari.

Fermare la macchina, per respirare, per affermare i diritti di chi lavora e produce ricchezza. Il capitalismo dipinge se stesso come forza progressiva ma qui siamo veramente tornati alle condizioni dell’Ottocento.

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13/03/2021

Piacenza - Perquisizioni e arresti per gli operai della Fedex/Tnt

Questa mattina 25 operai della Tnt sono stati portati in Questura dopo perquisizioni in casa mentre due coordinatori del SiCobas, sono stati arrestati e posti agli arresti domiciliari con le accuse di resistenza aggravata per gli scioperi alla Tnt di 13 giorni contro l’arroganza della FedEx che si conclusero con un accordo in Prefettura.

Ma anche, recentemente, la sera del 1° febbraio 2021 la Polizia aveva lanciato lacrimogeni sugli scioperanti per disperdere il picchetto con lo scopo di far uscire una quarantina di veicoli industriali.

Nelle prossime ore un comunicato darà maggiori informazioni sulla situazione e sulle iniziative che saranno messe in campo.

L’Unione Sindacale di Base esprime solidarietà nei confronti dei lavoratori della FedEx/Tnt, dei sindacalisti e dei compagni colpiti da pesanti misure repressive nella città di Piacenza.

Arresti domiciliari, divieti di dimora e revoca dei permessi di soggiorno rappresentano l’essenza di quei decreti “sicurezza” emanati da Salvini – e non ancora stracciati – che lungi dal tutelare la serenità delle comunità di cittadini hanno inteso ed intendono unicamente garantire la tranquillità dei padroni, dei palazzinari, degli sfruttatori.

La repressione delle lotte è la risposta che nella crisi si riserva a chi chiede il diritto al lavoro, i diritti nel lavoro, un salario decente, la possibilità di avere un tetto sulla testa, di sfuggire alla precarietà.

La Procura di Piacenza non è nuova all’accanimento contro i lavoratori della logistica.

Era il 23 gennaio del 2019 quando 12 lavoratori dell’hub piacentino di Tnt, in gran parte iscritti all’USB, vennero prelevati dalle loro abitazioni con un provvedimento di “divieto di dimora” nel comune di Piacenza, provvedimenti direttamente legati alle lotte contro l’artificioso licenziamento del lavoratore Saad Mansour e gli atti repressivi esercitati con centinaia di lettere di contestazione disciplinari.

Questa sorprendente ordinanza si basava su accuse risibili avanzate da parte di responsabili della coop che fornisce forza lavoro alla FedEx/Tnt i quali lamentavano minacce e insulti dei lavoratori colpiti da questi provvedimenti.

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25/08/2020

I facchini di Chignolo Po e il futuro di un sindacato di classe nella logistica

Sabato a Pavia c’è stata una grande festa: nel giorno in cui era programmata la manifestazione a sostegno dei facchini in sciopero nel magazzino di Chignolo Po, la soluzione positiva della vertenza raggiunta con l’accordo in Prefettura ha fatto sì che questa giornata si trasformasse in un momento di gioia e condivisione. È stato anche il momento per parlare con Alaa Nasser (AN), delegato sindacale di USB, e Roberto Montanari (RM) di USB logistica del mondo della lotta dei facchini e delle prospettive nel mondo dei trasporti e della movimentazione merci.

Come nasce il caso del magazzino di Chignolo Po?

AN: Questa vertenza nasce con l’approvazione del bilancio della cooperativa Zero70 del consorzio Cisa che ha dichiarato quasi 370 mila euro di disavanzo, accumulato in pochi mesi di esercizio. Con novanta soci lavoratori l’idea della cooperativa era di riversare il debito sui facchini.

Quando i lavoratori hanno cercato di vederci chiaro sono stati maltrattati e sanzionati. Iscritti alla CGIL, si rivolti inutilmente al loro rappresentante sindacale, dopodiché hanno contattato USB. Il bilancio non era l’unica casa fuori posto: le buste paga non corrette, infortuni non pagati e dall’agosto al 31 dicembre 2019 la cooperativa non aveva emesso neanche una fattura.

I lavoratori si sono arrampicati sugli scaffali per protestare contro il loro ingiusto licenziamento, illegittimo in quanto avevano solo chiesto più trasparenza; nel frattempo abbiamo fatto un esposto alla guardia di finanza e all’ispettorato del lavoro.

Del caso del magazzino della Zero70 si sono occupati anche i sindacati confederali, in particolar modo la UIL. Come è andata?

AN: La UIL regionale in complicità con quella di Bergamo (il cui responsabile è amico personale del presidente del consorzio Cisa) si è dimostrata di fatto un sindacato padronale. Si sono presentati in prefettura a braccetto con i capi dopo aver fatto tesserare alla UIL dei facchini che lavorano in un altro magazzino, per dire: “non c’è solo USB, noi difendiamo il lavoro”, ci chiedevano di fare gli zerbini. Un giorno abbiamo sorpreso la responsabile regionale di UIL trasporti a pranzo con il vicepresidente di Cisa e li abbiamo smascherati.

RM: I sindacati gialli hanno strumentalizzato i lavoratori dicendo “dobbiamo lavorare, sennò il padrone fallisce”. Hanno portato al magazzino degli altri lavoratori, dei fratelli, che venivano a dire “io voglio lavorare”, ma tutti vogliono lavorare, però con dignità.

Questo tipo di attività sindacale ha portato molti lavoratori alla disillusione e all’individualismo, come si riconquista la fiducia dei lavoratori per costruire un grande sindacato conflittuale?

RM: Bisogna affermare un punto di vista differente, nella vicenda di Chignolo Po abbiamo visto quattro lavoratori in cima agli scaffali e altri 50 lavoratori sotto gli scaffali che affermavano alcuni punti chiari: il padrone non ti può licenziare a suo piacimento senza ragione.

Il punto di vista espresso dai facchini in lotta in solidarietà coi loro compagni sugli scaffali è un punto di vista autonomo: io non partecipo ai debiti del padrone, voglio lavorare dignitosamente, essere rispettato, avere dei ritmi di lavoro umani. Il sindacato si ricostruisce affermando l’autonomia di classe e il punto di vista della classe operaia che è contrapposto e antagonista a quello del padrone.

AN: Stando accanto e ascoltando i lavoratori, mettendosi a disposizione con tutte le risorse e le capacità necessarie. Bisogna seguirli da vicino e capire le loro problematiche, guidarli e organizzarli nel rivendicare i loro diritti. A Chignolo Po i lavoratori parlavano diverse lingue, avevano diverse religioni e nazionalità ma hanno scoperto l’appartenenza ad una classe, quella degli sfruttati, degli ultimi e hanno capito che la loro forza sta nella loro unità.

Un sindacato di classe e conflittuale è una novità anche per molti padroni abituati alla concertazione se non alla aperta connivenza, come si ribalta il paradigma?

RM: Coi padroni si tratta e lo si fa, come diceva Di Vittorio, con i lavoratori che tengono il cappello in testa, con i lavoratori che non si umiliano e affermano la propria autonomia. Costruendo delle piattaforme che siano di classe, usando ogni strumento necessario, con la dignità di un sindacato che rappresenta gli interessi dei proletari e non dei padroni.

AN: Noi fin da subito abbiamo iniziato a organizzare una serie di iniziative pacifiche ma molto chiassose, sotto la prefettura e sotto l’ispettorato del lavoro, contattando i media locali per fare conoscere la realtà dentro questo magazzino. Abbiamo cercato un’interlocuzione con la dirigenza del consorzio e della cooperativa e abbiamo trovato solo porte chiuse. Ci hanno detto che non eravamo firmatari del contratto e che con noi non avrebbero parlato. Io ho risposto: “Adesso non ci riconoscete, ma fra qualche tempo vi siederete al tavolo con noi”. Pochi giorni fa al tavolo con noi si sono seduti.

USB porta avanti forme di lotta innovative e inedite in Italia negli ultimi anni, dallo sciopero dei carrelli alla minaccia dello sciopero della fame, cosa spinge a cercare nuove forme di sciopero?

I decreti Salvini, quello che dice “prima gli italiani”, sono dei decreti che mettono “prima i padroni”, sono decreti antioperai che hanno criminalizzato le forme di lotta tipiche della logistica, come il blocco dei camion e delle merci. USB ha percorso anche le vie tradizionali e molti lavoratori sono stati licenziati e hanno ricevuto il foglio di via perché “socialmente pericolosi”.

Le forme di lotta innovativa le stanno inventando i facchini, le casse vengono intasate con carrelli pieni di merci non deperibili lasciati lì in segno di protesta perché se il padrone ti licenzia o ti sospende, quando arrivi alla cassa non hai soldi per pagare e lasci lì il carrello, ci vogliono settimane per risistemare tutto; un’altra forma di lotta è salire sugli scaffali e sui tetti.

Quanto è stato fondamentale l’apporto e la solidarietà delle famiglie e della comunità?

AN: Credo che il fatto che ci fossero mogli, figli ma anche parenti, amici e compagni che hanno sostenuto questa lotta sia stato importantissimo per dare coraggio ai lavoratori sugli scaffali, le famiglie restavano ai cancelli sotto un sole tremendo. Per 11 giorni sono stati condivisi momenti di gioia, di tensione, di rabbia.

RM: Quando la repressione e la negazione del lavoro diventa un problema sociale lì nasce la famiglia, altro che Pillon e Comunione e Liberazione. L’unità della famiglia la fanno i proletari: genitori e figli davanti ai cancelli a fermare le merci, anche queste sono nuove forme di sciopero.

Nel caso la vertenza non si fosse chiusa USB era pronto a lanciare una campagna di boicottaggio internazionale nei confronti di Carrefour...

RM: Sia nel caso della Carrefour e di Leroy Merlin erano stati presi contatti con la SGT ed era in programma una campagna internazionale. Questo grazie al fatto di essere parte di un sindacato mondiale, la Federazione Sindacale Mondiale (WFTU), dà molta forza ai proletari perché si riesce a costruire un’unità a livello planetario e ai padroni questo dà fastidio.

Qual è il futuro della logistica e del sindacato della logistica in Italia?

AN: USB non è firmatario del contratto collettivo nazionale, noi non abbiamo firmato quella piattaforma perché non la condividiamo, la consideriamo un pastrocchio a favore dei padroni, a discapito dei lavoratori. USB ha una visione che va oltre la vertenza stessa, noi combattiamo una lotta per fare sì che il buco nero della logistica venga regolamentato.

Non è possibile che i controlli sulle cooperative siano fatti ex post con i TFR dei lavoratori, le ferie, i permessi e a volte con mesi di stipendio spariti. La nostra lotta è a fianco e per i lavoratori ma soprattutto per una regolamentazione generale di questo settore, importantissimo in Italia come abbiamo visto durante il lockdown.

RM: L’emergenza Covid ha portato all’intensificazione in alcuni comparti, specialmente quelli online. È aumentata la quantità di merce movimentata nei magazzini, che al contempo deve essere veloce; inoltre aumenta il numero dei driver, i lavoratori che consegnano i prodotti acquistati online.

In tutto il mondo si stanno sperimentando strumenti nuovi ad alta tecnologia che anziché togliere la fatica tolgono posti di lavoro, aumentando addirittura la produttività individuale. Quello che ci aspettiamo nei prossimi mesi è un aumento dello sfruttamento. Il driver che si trova a consegnare 200 colli al giorno, poiché è aumentato il carico di lavoro, non riesce a rispettate il codice della strada.

Deve esserci un patto fra i cittadini, i facchini e i driver per garantire la salute ai lavoratori, sottrarli allo sfruttamento, difendere i posti di lavoro ma anche per la sicurezza dei cittadini che rischiano di essere coinvolti in incidenti stradali.

Fonte

30/01/2019

Logistica. 32 licenziamenti alla GLS, una rappresaglia padronale

Nella mattinata del 29 gennaio sono state consegnate a 38 lavoratori dell’hub piacentino di GLS 32 lettere di licenziamento e 6 lettere di sospensione.

Tale inedito provvedimento si configura come un licenziamento disciplinare collettivo.

Il contesto nel quale tali atti avvengono è quello in cui 3 militanti di USB vengono aggrediti con tirapugni e pistola al peperoncino.

La “colpa” degli iscritti alla nostra sigla sindacale è quella di essersi mobilitati contro il clima di violenza e di aver scioperato per rivendicare sicurezza e serenità nel posto di lavoro.

La risposta venuta dal loro datore di lavoro è stata l’invio di circa 200 lettere di contestazione disciplinare in circa 15 giorni (una media di 5/6 per ogni lavoratore) e alla fine senza nemmeno rispettare l’iter procedurale, con l’obbiettivo di forzarlo, è arrivato il licenziamento.

Occorre specificare che il datore di lavoro in questione, SEAM srl, ha comunicato l’intenzione di cessare l’appalto presso GLS di Piacenza alla data del 31/01/2019 con il conseguente rischio del non assorbimento di tutto il personale in oggetto da parte del subentrante come previsto dall’art. 42 comma 9 del contratto nazionale di categoria.

Quello che ci sembra palese è il tentativo concentrico da parte dei padroni della logistica di colpire il sindacato conflittuale e le lotte dei facchini che in questi anni hanno avuto il merito di far emergere le illegalità e lo sfruttamento che si celano nel mondo della logistica e parimenti hanno portato diritti e dignità al lavoro.

Sono i fatti a dimostrare che la campagna di criminalizzazione dei facchini ha come unico obbiettivo quello di riportare indietro le lancette della storia, li vogliono ancora schiavi e sottomessi.

USB ha avviato un percorso di mobilitazioni (oggi ci sarà un presidio alle ore 10.30 davanti alla Prefettura) per proseguire con gli attivi dei delegati (venerdì a Milano) e lo sciopero nazionale della logistica.

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19/12/2018

Gls. Il caporale chiama la camorra per “mazzuolare” i facchini Usb

Ecco le prove dell’uso violento dei caporali contro i facchini di Usb in lotta.

Intercettato il presidente della società che lavora nella Gls di Piacenza mentre richiede ad un camorrista l’invio di due pullman: uno di crumiri, l’altro di persone che devono “mazzuolare” gli scioperanti.

Il presidente è finito in galera, chi sarà il prossimo? noi ne abbiamo un’idea.

#schiavimai.

E ci sembra importante la precisazione, “a futura memoria”, del compagno dell’Usb Roberto Montanari, che lavora con i facchini della logistica a Piacenza. Per la cronaca, è già stato minacciato più volte...

Così, tanto perché si sappia

Siamo 4 amici, 4 fratelli, 4 compagni Riadh, Issa, Fisal ed io, la maggior parte delle 24 ore le passiamo assieme, ci guardiamo l’un l’altro, abbiamo imparato a conoscerci bene e quindi possiamo dire senza tema di smentita che:
1) non soffriamo di crisi depressive,
2) non facciamo uso di sostanze psicotrope né abuso di quelle alcoliche,
3) i nostri automezzi sono ben manutenuti, i freni funzionano e i pneumatici non sono lisci,
4) abbiamo uno stile di vita sobrio senza eccessi di alcun tipo,
5) godiamo di buona salute (qualche acciacco documentato, nulla di più),
6) ieri hanno arrestato per concorso esterno in associazione criminale (camorra) un presidente di una delle solite società o cooperative farlocche che operano nella logistica. È il terzo in sei mesi che finisce dentro. È il terzo che gestisce magazzini in cui il sindacato ha sviluppato lotte contro il caporalato.

Così, tanto perché si sappia che ci guardiamo da incidenti e accidenti e che vorremmo continuare a lottare contro le mafie, il caporalato i servi e gli idioti di cui si servono.

P. S. non siamo in realtà 4 fratelli, siamo decine e decine di migliaia, siamo una comunità che si chiama USB.

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06/05/2018

I facchini Leroy Merlin, licenziati tra volte a loro insaputa

Vi racconto l’incredibile storia dei facchini di Leroy Merlin licenziati tre volte a loro insaputa.

Comincia mesi fa, quando uno di loro riceve una telefonata dalla questura:

– Lei ha dichiarato il falso. Ha detto di avere un lavoro mentre è disoccupato.

– Ma no! Ho le buste paga, l’estratto conto della banca…

Mahmoud Zaki, 35 anni, egiziano, comincia a frugare nel cassetto. Era stato lui a rivolgersi alla questura per chiedere il permesso di soggiorno per suo figlio, nato ad agosto. Il terzo di tre nati in Italia.

Ecco, ho tutte le buste paga, lavoro per la Logicop, la cooperativa che gestisce il magazzino di castel San Giovanni...

Lavorava. È stato licenziato mesi fa.Da un controllo emerge che Logicop, la cooperativa per la quale Mahamoud e altri 160 facchini caricano e scaricano lavabi e ante nel magazzino di Leroy Merlin a Piacenza, non esiste più. È subentrata un’altra cooperativa che si chiama allo stesso modo ma ha un altro codice fiscale. I lavoratori sono stati licenziati e riassunti senza prendere il tfr e con gli scatti di anzianità azzerati. Nel giro di un anno e mezzo ha cambiato partiva iva tre volte.

Venerdì sono andati a stanare i manager di Leroy Merlin per chiedere spiegazioni. Quaranta facchini si presentano al centro direzionale di Rozzano, palazzi di vetro circondati dal silenzio e dai parcheggi di auto costose. Superano i tornelli, vengono fermati davanti alla porta di vetro blindato oltre alla quale ci sono gli uffici. “Il principale motore di questo successo è costituito dalle persone”, recita lo slogan aziendale: “I nostri team contribuiscono con passione e impegno al successo della loro impresa”. Ma le persone vengono lasciate in attesa oltre la porta, nella speranza che si allontanino.

Dopo ore ottengono un incontro con la responsabile relazioni sindacali. Spiega che Leroy Merlin non ha nulla a che fare con questa faccenda, dato che non ha alcun contratto di appalto con il consorzio Premium Net. “Ma come, ci sono le vostre merci…”. hanno un contratto di deposito, spiegano.

In pratica, un contratto di affitto con la Ceva, la quale appalta al consorzio Premium Net, il quale appalta alle cooperative che fanno parte del consorzio. Eh? Le scarpiere e i box doccia di Leroy Merlin vengono effettivamente riposti e “movimentati” nel magazzino e effettivamente consegnati dal magazzini ai punti vendita e ai clienti che acquistano dal sito, ma il contratto di deposito tra Leroy Merlin e Ceva non riguarda la gestione del personale: quella compete al contratto tra Ceva e il consorzio. Dunque Leroy Merlin, non si considera “responsabile in solido”, della sorte dei lavoratori, come prevede la legge sugli appalti.

Benvenuti nel capitalismo.

Fonte

19/03/2016

Blocco al cuore delle Gls Italia


Continuano i blocchi degli stabilimenti GLS da parte dell’USB. Dopo settimane di mobilitazione a Piacenza, Riano e Bologna, ieri notte è stata bloccata per la prima volta la GLS centrale di Milano, nel cui stabilimento si trovano, oltre ad un enorme magazzino, anche gli uffici della sede amministrativa.

Circa 200 tra lavoratori e attivisti sono arrivati ai cancelli del polo logistico con la ferma intenzione di proseguire la mobilitazione contro gli 8 licenziamenti discriminatori dei lavoratori di Piacenza, cacciati in quanto attivisti sindacali, e per ottenere la stabilizzazione dei lavoratori precari, che da ormai 3 anni vengono assunti con contratti rinnovabili di 2 mesi in 2 mesi senza che ci sia mai stato un calo dell’attività lavorativa. Una buona prassi padronale per tenere sotto scacco le vite dei lavoratori, precarizzando e destabilizzando quei pochi diritti che ancora vengono concessi.

Sembrava una notte di sciopero come tante, ma la tensione è salita non appena è arrivato un pugno di dirigenti aziendali della GLS, che hanno minacciato gli scioperanti e i lavoratori con essi solidali, intanto erano usciti a decine dallo stabilimento. I facchini però non si sono fatti intimorire dai caporali e dai dirigenti, che hanno cercato in tutti i modi di sbloccare violentemente la protesta. Ci sono stati vari collusi e un ferito, con il necessario intervento di un’ambulanza: il referto del lavoratore ricoverato in Pronto Soccorso, e dimesso stamattina, recita “trauma toracico per schiacciamento da pneumatico”, una prognosi che dà il senso di ciò che è accaduto stanotte ai cancelli dell’azienda. L’USB ha già dichiarato di voler denunciare la GLS per l’accaduto.

Una notte di lotta intensa quindi, che si è conclusa con un’assemblea fuori dai cancelli del magazzino milanese, in cui attivisti e lavoratori hanno ribadito con forza che continueranno la mobilitazione contro il tentativo padronale di scatenare una guerra tra poveri. Convinti della necessità e della forza che l’unione tra lavoratori può dare, si continuerà ancora e insieme per essere #SCHIAVIMAI.

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01/11/2015

Il facchino paura non ne ha

Mohammed è laureato in giurisprudenza e lavora in un magazzino delle cooperative all'Interporto di Bologna. Non stupisca il titolo di studio, molti degli immigrati che lavorano nella logistica hanno studi molto elevati. Quasi sempre ne sanno più di chi li comanda, che fino a poco tempo fa li trattava con la durezza ed il disprezzo dei caporali. Fino a poco tempo fa, perché come mi ha detto Mohammed, da quando sono cominciate le lotte nella logistica le cose sono cambiate. Prima il capo mi chiamava con un fischio, ora mi dice: signor Mohammed...

Erano un migliaio, almeno, i facchini di tante nazioni che hanno completamente bloccato il 30 ottobre l'Interporto di Bologna, un centro logistico enorme, dove si smistano le merci tra autocarri e grandi capannoni che fanno venire in mente quelli di Mirafiori o delI'Ilva, per l'estensione e le migliaia di persone che vi lavorano. L'Interporto era deserto, salvo i picchetti degli scioperanti e qualche crumiro incallito vagante, soprattutto dipendente della cooperativa MrJob. Questa azienda ha licenziato nove operaie che ora sono in causa e non solo per questo, ma perché hanno denunciato molestie sessuali dei capi. MrJob lavora per Yoox , l'impresa che vende abbigliamento on line e che ha ricevuto i pubblici elogi di Renzi. Che sui padroni non ne sbaglia uno.

Cantavano le donne e gli uomini ai picchetti e soprattutto gridavano "scioperò scioperò", con l'accento, e "il facchino paura non ne ha!"

Già il facchino, quello che arriva fino a casa per consegnare il pacco che si ordina per internet. È l'ultimo anello di una catena di smistamento e vendita delle merci sulla quale si organizzano colossali impianti in mano ad aziende sempre più grandi, di cui la multinazionale Amazon è una delle più conosciute. Le merci possono essere prodotte in tutti gli angoli della terra, ma poi devono arrivare al consumatore e sempre più in fretta. Si impiantano così grandi centri logistici dove affluiscono prodotti da tutto il mondo e dove grazie al lavoro di migliaia di operaie e operai, in gran parte immigrati, questi vengono scaricati e caricati, smistati, impacchettati. Questi uomini e donne inizialmente son stati assunti con salari di fame e turni massacranti, sotto la minaccia di tutti i ricatti possibili a partire da quello sul posto di lavoro ed il permesso di soggiorno.

Ma qui i capitalisti han fatto un errore che ricorre nella loro storia. Non hanno tenuto conto del fatto che tante persone messe assieme prima o poi si ribellano alla sopraffazione e allo sfruttamento. Un sindacato di base, il SICOBAS, ha concentrato tutte le sue energie nel dare sostegno e organizzazione alle lotte che nascevano tra i facchini. E così in pochi anni un movimento di lotta e sindacalizzazione da anni '70 del secolo scorso, ha coinvolto uno dei settori più innovativi del mercato globale, nel quale si diceva superato il conflitto sociale. Un poco alla volta un vasto movimento di lotta e rivendicativo ha toccato centri logistici e grandi mercati all'ingrosso, aziende committenti e cooperative in appalto. I salari han cominciato a crescere, i diritti anche e con essi il bene più prezioso, la dignità. Signor Mohammed è la più grande conquista, che ricorda quando DiVittorio dava merito a quella Cgil di aver insegnato al bracciante a non togliersi il cappello quando passa il padrone. Va detto che la Cgil di oggi non è molto popolare tra i facchini che l'accusano assieme a Cisl e Uil di complicità con la catena dello sfruttamento da cui si stanno liberando.

Il 30 ottobre tutti i principali centri logistici d'Italia son rimasti bloccati dallo sciopero nazionale dei lavoratori, che ora chiedono il rinnovo del contratto nazionale. Il contratto dei facchini, parola d'altri tempi che evocava fatica e lavoro servile e che che ora è diventata emblema di orgoglio e dignità.

Certo la vertenza sarà difficile, già si sono mosse le istituzioni più varie contro di essa, compresa quella autorità che oramai funzione solo come macchina repressiva del diritto costituzionale a scioperare.

I lavoratori della logistica sono in lotta per il contratto e magari sono costretti a farlo per tante altre cose. Alcuni di coloro che erano al picchetto di Bologna avevano anche subito assieme alle famiglie il feroce sgombero del palazzo ExTelecom.

Nessuno si nasconde la durezza del conflitto, ma i facchini non hanno paura e insegnano a non averne a tanti che di quella loro lezione hanno un grande bisogno.

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24/05/2015

Fascismo e sindacato: cos'è successo all'SDA di Roma?

Nella mattina di Martedì 19, di fronte ai cancelli dell’SDA di Roma è avvenuto un fatto gravissimo: il picchetto che portava avanti lo sciopero ed il blocco delle merci è stato aggredito con mazze e bottiglie da una squadraccia guidata da capetti e dirigenti e sostenuta da diversi driver (i fattorini che guidano i furgoni delle consegne). 4 facchini in ospedale feriti gravemente e diversi compagni contusi.

La polizia ha assistito inerme e quando è intervenuta chiamando rinforzi si è limitata a smobilitare il picchetto lasciando invece a piede libero gli aggressori. Un fatto ormai noto e ampiamente circolato tra i canali comunicativi del movimento.

Una lettura diametralmente opposta dell'accaduto è stata invece proposta dai sindacati confederali FILT-CGIL FIT-CISL e UILTrasporti. Secondo il loro comunicato la violenza sarebbe quella dei lavoratori del SiCobas che volevano impedire l’accesso al posto di lavoro ad altri lavoratori. Quest'ultimi avrebbero semplicemente reagito alle “provocazioni e coercizioni subite” solo perché costretti.

Quello che abbiamo visto noi è molto diverso, lo ricordiamo chiaramente e coincide con la precisa ricostruzione fornita dall’assemblea di sostegno delle lotte della logistica di Roma: facendosi scudo e aizzando un nutrito gruppo di drivers incazzati all’idea di perdere le commesse, una coppia di capetti, uno della cooperativa, uno responsabile per l’azienda, si son presentati con manganelli telescopici, caschi ed altri arnesi spaccando teste (un lavoratore ha subito la frattura dell’orbita oculare e rischia di perdere un occhio) ed aprendosi un varco nel picchetto che è però riuscito a resistere fino a quando non è intervenuta la Celere, accorsa poco dopo. Per il dispiacere dell’azienda e dei suoi sgherri questo non ha però impedito allo sciopero di andare avanti fino all’ora di pranzo, costringendo i corrieri a caricare a mano i propri pacchi. 

Nel loro goffo tentativo di giustificare l’accaduto, i sindacati confederali finiscono paradossalmente per riconoscere le proprie responsabilità, sostenendo che “fascisti e gli squadristi da loro [=da noi!] individuati, in realtà, altro non erano che i nostri iscritti, esasperati dall’ennesima privazione della loro libertà e preoccupati di poter perdere la loro unica fonte di sostentamento economico”. Come ha notato perfettamente una nostra compagna, si tratta di un'ammissione in piena regola di essere tra i protagonisti dell'aggressione squadrista. Un'aggressione di cui si ribadisce e conferma la natura fascista nel momento stesso in cui si pretende di negarla: cos'è infatti se non uno dei principali ingredienti del fascismo quella violenza scatenata dalla paura di compromettere il proprio tornaconto individuale rivolta contro chi si batte per gli interessi collettivi? Una reazione che fa il gioco dei propri carnefici, i padroni e le aziende che sfruttano e alimentano questa stessa paura e col cui interesse si finisce miserabilmente per identificarsi, blaterando di perdita di “fatturato e di importanti quote di mercato, a seguito dei continui e quotidiani scioperi del Si Cobas”, come continua il comunicato dei confederali.

In questo modo il sindacato si trasforma da strumento di difesa degli interessi collettivi dei lavoratori a cinghia di trasmissione dei dettami aziendali, realizzando quel sistema corporativo che secondo lo stesso Mussolini rappresentava l'essenza del fascismo. E' proprio quando si nega la necessità della lotta di classe che si finisce inevitabilmente per portare “ceti appartenenti alla stessa classe sociale [a] fronteggiarsi tra loro”, che si finisce per accettare e quindi inasprire le divisioni alimentate e promosse dai padroni. Come quelle che separano i facchini che muovono le merci dentro il magazzino, per lo più immigrati, e che hanno scioperato compatti ed uniti senza doversi scontrare con nessun loro collega, e i fattorini che le portano fuori. Questi ultimi – illusi dai miraggi dell' “autoimprenditorialità” o semplicemente attaccati ai magri guadagni delle commesse, per lo più italiani, spesse volte titolari dell'attività di consegna (“padroncini”) o semplicemente pagati a cottimo – hanno preferito schierarsi dalla parte dell'azienda. Il sindacato, agendo in questo modo, ne conferma e approva la scelta, facendo sembrare immodificabile una situazione che potrebbe essere benissimo combattuta e superata, come hanno recentemente dimostrato i loro colleghi drivers iscritti al SI COBAS della GLS di Santa Palomba, che in virtù delle lotte passate e anche del sostegno dato e ricevuto ai facchini, hanno strappato un importante accordo proprio in questi giorni. 

Come fatto notare da alcune aree critiche della CGIL stessa, “compito del sindacato sarebbe quello di unire i lavoratori nella lotta, anziché di giustificare le paure dei settori più arretrati, che li conduce addirittura ad aggredire altri lavoratori come loro, per schierarsi nei fatti con la propaganda padronale”. Tutto questo in nome della difesa di principio della “libertà di lavorare” che, attaccando e delegittimando gli strumenti a cui i lavoratori sono costretti a ricorrere per resistere al dispotismo padronale (come i blocchi e i picchetti), si traduce di fatto nell'obbligo ad essere sfruttati. Si avalla così quella concorrenza tra sfruttati che assume i connotati di una vera e propria guerra tra poveri, nelle forme del crumiraggio, del servilismo, fino al vero e proprio squadrismo, quello condito di tutto un armamentario di retorica razzista (questa sì!) di certo “non consona ad una paese che si dice democratico”! 

Una condotta opposta a quella del SICOBAS e alla lotta dei suoi iscritti per il miglioramento delle condizione lavorative che a Roma è iniziata proprio all'SDA e che proprio attraverso scioperi e blocchi ha portato, tra l'altro, a notevolissimi aumenti salariali, all'allontanamento dei caporali razzisti e alla cessazioni dei comportamenti discriminatori. Inevitabile che di fronte al conseguente aumento del costo del lavoro e alla perdita di controllo su una manodopera non più disposta a cedere a diktat arbitrari e dispotici, l'azienda sia costretta a prendere le sue contromisure. Per questo, ad esempio, proprio a Roma corrono voci tra i lavoratori sull'aumento dei carichi di lavoro e sui modi in cui l'azienda riesce ad aggirare le norme sulla sicurezza. Per questo a livello nazionale l'SDA era stata così reticente nel firmare l'accordo che il SICOBAS ha strappato alle altre multinazionali del settore, per questo l'azienda aveva deciso di far fuori più di metà dei lavoratori presenti nel proprio Hub di Bologna. Difendere i piani dell'azienda in nome delle necessità imposte dal mercato, come stanno facendo i confederali in questo momento, significa allora piegarsi a questa strategia antioperaia volta a recuperare i profitti persi e a reimporre le solite vecchie condizioni infami di sfruttamento solo per ricavarsi un misero spazio di tutela dei propri iscritti, secondo una logica che privilegia “l’interesse particolare, corporativo e aziendalista”, come dice un'altra voce critica della CGIL.
 

Per questo è così importante supportare la resistenza dei facchini SDA, per questo, come abbiamo scritto, è una lotta che ci riguarda tutti. Da una parte stanno i padroni, gli apparati repressivi dello Stato e il loro particolare concetto di legalità, quella invocata ancora una volta dai sindacati confederali in un altro comunicato in cui chiedono l'intervento del ministero dell'Interno al “tavolo della legalità nella logistica”, a cui evidentemente non preoccupano i comportamenti palesamenti antisindacali dell'azienda che, ricordiamo, a Bologna ha portato avanti una illegalissima serrata per una settimana!
 

Dall'altra parte sta la solidarietà di classe, quella “temibile” arma a disposizione degli sfruttati che si è manifestata Martedì sera stesso con gli scioperi e le assemblee di solidarietà ai facchini romani presso l'SDA di Carpiano, di Brescia, di Bergamo, di Padova e che ha fatto in modo che si respingessero al mittente le minacce dell'azienda di non riammettere al lavoro i facchini romani che hanno scioperato, ma anzi ha permesso di allontanare i capetti squadristi. Solidarietà e determinazione che è anche alla base della parziale vittoria a livello nazionale che ha ridimensionato l'originale piano di licenziamenti presso l'hub bolognese.
Un risultato che rappresenta un punto di partenza più che un punto di arrivo, una base per l'estensione di ulteriori diritti e garanzie, un'arma con cui resistere all'offensiva che i padroni scatenano costantemente e in forme sempre diverse. 


Perché la lotta che portiamo avanti come classe non finisce mai, è un concentrato di contraddizioni in cui si insinuano i fenomeni più cruenti e morbosi, fatti della carne e del sangue gettati nella fatica quotidiana del lavoro o nello scontro fisico contro chi vuole imporre il suo massimo sfruttamento. In questo continuo tira e molla dobbiamo saper riconoscere e denunciare i volti sempre diversi e sempre uguali del fascismo, saperlo combattere e respingere.
 

Perché il dialogo deve sapersi attrezzare per far valere le proprie condizioni.

03/04/2015

La «Spectre» del caporalato

Un volantino diffuso da un'impresa criminogena a Modena esemplifica il sogno di ogni impresa capitalistica: non avere alcun obbligo verso i propri dipendenti, pagarli il meno del meno pensabile, senza scadenze temporali, a proprio completo arbitrio.

Quel volantino, segnalato alla Cgil e di qui alla magistratura, è partorito dalla fervida mente di un proprietario di "agenzia interinale" basata in Romania, ma probabilmente italiano del genere più squallido. Nell'articolo di Massimo Franchi, su il manifesto di oggi, sono riportati in dettaglio i termini inqualificabili del testo.

A noi qui interessa inquadrare questa notizia come "applicazione diretta" di quello spirito animale del capitalismo rappresentato dalla "direttiva Bolkestein" - dal nome del commissario europeo che l'aveva proposta, al tempo in cui il presidente della Commissione era Romano Prodi - che tante proteste aveva sollevato in tutta Europa, fino ad affossare la Costituzione europea sottoposta a referendum in Francia e Olanda (da allora nessuna decisione dell'Unione Europea è più stata oggetto di referendum nazionale). Proteste animate non solo dai sindacati nazionali - persino da quelli più "complici" - ma anche dai piccoli imprenditori (memorabile, in questo senso, la polemica francese sull'"idraulico polacco").

La direttiva era stata presentata dalla Commissione Europea nel febbraio 2004 da Frits Bolkestein, commissario per il mercato interno, ma i lavori per disegnarla erano iniziati nel 2002, con l'asettica presentazione di una "relazione sullo stato del mercato interno dei servizi". L'obiettivo dichiarato in pubblico era "l'integrazione del mercato interno per sfruttare in pieno le potenzialità di crescita economica", puntando a facilitare la circolazione e la liberalizzazione dei servizi all'interno dell'Unione europea. Che non sono però un settore limitato, visto che rappresentano il 70% dell'occupazione nel continente.

Naturalmente venne presentata come necessaria a migliorare "competitività e dinamismo in Europa", nello spirito della Strategia di Lisbona; addirittura qualificando come un "importante dritto dei cittadini europei" avere dei prestatori di servizi liberi di muoversi e insediarsi dove meglio credono all'interno dell'area Ue.

Il principio generale giuridico faceva appello alla sentenza Cassis de Dijon, del 1979, relativa alla libera circolazione dei beni, emessa dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee. La Corte aveva sostenuto che se un bene è prodotto e commerciato legalmente in uno stato europeo, gli altri stati membri non possono limitarne la circolazione bensì presupporre la sua conformità.

Ma la Bolkestein estendeva questo principi dagli inerti "beni" ai "servizi", che sono invece forniti da esseri umani in carne e ossa, e che lavorano secondo regole e salari nazionali anche molto differenti.

Il cavallo di Troia escogitato da Bolkestein era tutto sommato banale: veniva adottato il principio del paese di origine. Quindi un prestatore di servizi che si sposta in un altro paese europeo era obbligato soltanto al rispetto della legge del proprio paese di origine, pur operando in un altro. In pratica, secondo quello schema, un "prestatore di servizi" bulgaro o rumeno poteva aprire una filiale in Italia, Francia o Germania e assumere gente secondo le regole (e lo stipendio) del proprio paese. Pochi giorni fa Eurostat ha pubblicato i dati sul costo del lavoro (salario netto più contributi previdenziali e tasse) in tutta Europa: in Bulgaria è di 3,8 euro l'ora, in Romania di 4,6, in Germania di 40.

Chiaro dunque cosa sarebbe potuto accadere se la direttiva fosse stata approvata con quella formulazione: immediatamente tutte le società di servizi de continente avrebbero aperto delle "società controllate" nei paesi della Ue col salario più basso e con le tutele del lavoro più evanescenti; e da lì sarebbe "tornate in patria" per riassumere magari gli stessi lavoratori con un contrattino da terzo mondo, ma "comunitario". Quindi legale.

Questa conseguenza fu eliminata cancellando il principio del paese di origine per quanto riguarda tutti gli aspetti rientranti nel diritto del lavoro, e rimase in vigore - nella versione infine approvata nel 2006 - solo per gli aspetti legali, come riconoscimento di diplomi, regolamenti, necessità di autorizzazioni particolari.

Da allora, il sogno capitalistico di un "mercato del lavoro europeo senza tutele e con salari da terzo mondo" è stato perseguito in altro modo: ora va sotto il nome di "riforme strutturali". In Italia si chiama Jobs Act, per esempio. O anche "adeguamento dell'età pensionabile alle aspettative di vita", "blocco della rivalutazione dell'assegno pensionistico", ecc.

L'impresa finto rumena molto italiana che ha diffuso il suo volantino a Modena reinterpreta dunque, a modo suo, lo "spirito originario" della direttiva Bolkestein. Va espulsa immediatamente.

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La «Spectre» del caporalato

Massimo Franchi

«Supera la crisi! Riduci i costi del 40 per cento! Con i lavo­ra­tori inte­ri­nali con con­tratto rumeno». L’invito è musica per le orec­chie della peg­giore — e non si sa quanto mino­ri­ta­ria — impren­di­to­ria ita­liana. Quella che pur di rispar­miare sul costo del lavoro sarebbe dispo­sta a ven­dere la madre.

Per­so­naggi che vero­si­mil­mente si sono stro­fi­nati le mani con­ti­nuando la let­tura del volan­tino, distri­buito e affisso lungo la via Emi­lia rossa, a Modena. «Niente Inail, niente Inps, niente malat­tia, niente infor­tuni, niente Tfr, niente con­su­lenti, niente tre­di­ce­sima, niente quat­tor­di­ce­sima, no pro­blems». E ancora: «Alla tua azienda non rimane che pagare 11 men­si­lità e non 14 più Tfr e con­tri­buti come stai facendo… ed in più: niente anti­cipo di Iva per­ché le nostre fat­ture sono comunitarie».

Al mondo però c’è ancora spe­ranza. Il volan­tino infatti ha fatto let­te­ral­mente bestem­miare per­fino un con­su­lente del lavoro ita­liano. «È troppo anche per me», per chi come lui cerca ogni giorno di inven­tarsi modi per far calare il costo del lavoro. È stato lui a por­tarlo alla Cgil di Modena che mer­co­ledì ha pre­sen­tato denun­cia alla Procura.

«All’inizio abbiamo pen­sato ad una bufala — rac­conta Franco Zavatti, coor­di­na­tore lega­lità della camera del lavoro sotto la Ghir­lan­dina — . Poi però abbiamo fatto le nostre veri­fi­che. E tutto torna, spe­cie le garan­zie ban­ca­rie assi­cu­rate da un noto isti­tuto ita­liano che ha parec­chie filiali in Roma­nia. Non c’è ancora una noti­zia di reato, ma dopo aver con­tat­tato la Finanza e l’Ufficio del lavoro, è stata la Pro­cura a dirci che se aves­simo for­ma­liz­zato la denun­cia avremmo velo­ciz­zato le indagini».

«Ci augu­riamo che sia un caso straor­di­na­rio per dimen­sione, cru­dezza e cini­smo, palese ille­git­ti­mità, con fasulla maschera euro­pea di super sfrut­ta­mento del lavoro, di moderno capo­ra­lato», chiude la nota della Cgil di Modena.

Sul volan­tino c’è un numero ita­liano. Potrebbe trat­tarsi di un pro­mo­ter. O peg­gio, del vero pro­prie­ta­rio dell’agenzia rumena. Che su inter­net ha un sito coi fiocchi.

Si tratta della Wsa — Work Sup­port agency di Bra­sov, città e distretto omo­nimo al cen­tro del paese. Il sito spiega in maniera più raf­fi­nata gli stessi con­cetti. Una sorta di Spec­tre del capo­ra­lato. Che però asse­ri­sce di essere total­mente legale, rispet­tando la legi­sla­zione rumena, il loro Jobs act — «il Codice del Lavoro, aggior­nato e modi­fi­cato, dalla legge 40/2011».

«Siamo un’agenzia di lavoro tem­po­ra­neo creata sulla base dell’estesa espe­rienza inter­na­zio­nale del suo fon­da­tore e dei suoi col­la­bo­ra­tori, nel mondo della con­su­lenza d’affari e delle risorse umane», viene sottolineato.

Il pro­gramma fa tre­mare i polsi. «Sele­zio­niamo e reclu­tiamo lavo­ra­tori qua­li­fi­cati e non, secondo le richie­ste spe­ci­fi­che dei clienti inte­res­sati. Le per­sone iden­ti­fi­cate sono assunte dalla nostra società ai sensi della legi­sla­zione romena e sono messe a dispo­si­zione dei clienti richie­denti» «in tempi celeri, in con­for­mità con i para­me­tri richie­sti» con «ridu­zione dei costi, offerte per­so­na­liz­zate» per «far fronte facil­mente alle flut­tua­zioni di ordini, non­ché di per­so­nale dovute alle ferie, vacanze o malat­tie», «orga­niz­ziamo nel det­ta­glio l’arrivo dei lavo­ra­tori al luogo di lavoro».

I set­tori coperti sono innu­me­re­voli: «Auto­tra­sporti: auti­sti pro­fes­sio­nali, car­roz­zieri, mec­ca­nici auto, addetti al movi­mento, ammi­ni­stra­tori di flotta»; «turi­smo: recep­tio­nist, aiuto cuoco, bar­man, came­rieri e came­riere ai piani»; «set­tore indu­striale: ope­rai qua­li­fi­cati o non qua­li­fi­cati, tor­ni­tori, fre­sa­tori, ret­ti­fi­ca­tori, mon­ta­tori, sal­da­tori»; «set­tore sani­ta­rio: infer­miere pro­fes­sio­nali, badanti a domi­ci­lio», «set­tore edi­li­zio: ope­rai qua­li­fi­cati o non».

Infine: «il cer­ti­fi­cato di atte­sta­zione fiscale della nostra società garan­ti­sce il fatto che rego­liamo tutti gli obbli­ghi finan­ziari, in qua­lità di datore legale di lavoro dei lavo­ra­tori tem­po­ra­nei (Durc)».

E se all’imprenditore ita­liano tutto ciò non basta, l’agenzia rumena ha pronta anche l’alternativa. L’altra branca in cui è spe­cia­liz­zata è «la delo­ca­liz­za­zione». Il costo del lavoro è inden­tico, ma «l’imposta sul pro­fitto è al 16 per cento».

Sulla que­stione il sena­tore di Sel Gio­vanni Paglia ha pre­sen­tato una inter­ro­ga­zione par­la­men­tare. «Que­sto suc­cede a Modena, ma pro­ba­bil­mente anche altrove — ha spie­gato — per­chè non esi­ste limite al peg­gio, se il lavoro è merce e non dignità e diritti. Pre­sen­terò un’interrogazione al mini­stro Poletti, spe­rando che almeno sta­volta si degni di rispondere».

dal quotidiano il manifesto

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