Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2022

I tribunali fanno proprie le istanze dei padroni. Il grave caso di Italpizza

Lunedì 3 ottobre 2022, si è svolta a Modena l’udienza preliminare per il processo sulla durissima vertenza sindacale alla Italpizza. Sono stati rinviati a giudizio 66 persone tra lavoratrici e sindacalisti, una sorta di maxiprocesso per una vertenza sindacale durata mesi, dal dicembre 2018 a giugno 2019.

L’azienda negli anni che hanno preceduto il processo ha adottato azioni legali non solo contro lavoratrici e sindacalisti, ma anche verso organi di informazione che avevano commentato la vertenza con punti di vista non graditi all’azienda.

In questa sede il Tribunale di Modena ha preso due decisioni che segnano un precedente epocale nella repressione al sindacalismo di base: il giudice ha infatti accolto la richiesta dell’azienda di indicare il sindacato S.I Cobas come responsabile civile per i presunti danni produttivi all’azienda, con l’esorbitante richiesta (presentata senza alcun dettaglio o giustificativo) di “almeno 500.000 euro”.

Va segnalato che, anche se non ancora certificato da un tribunale, la stessa cosa sta facendo la Ryanair contro le lavoratrici e i lavoratori della compagnia aerea che hanno recentemente scioperato contro i bassi salari e i turni di lavoro stressanti.

Ma il Tribunale di Modena ha anche accolto il diritto di Italpizza di costituirsi come parte civile per tutti i reati presuntamente commessi nei lunghi mesi di sciopero e mobilitazione delle lavoratrici e dei sindacalisti davanti ai cancelli della fabbrica. Quindi l’azienda sarebbe contemporaneamente parte lesa (negli interessi privati) e parte civile (per l’interesse pubblico).

Il Tribunale di Modena quindi concede così ad un soggetto privato (la proprietà di Italpizza) non solo la possibilità di vedersi risarcire i danni derivati dai ritardi nelle consegne dovuti ai blocchi – considerando quindi lo sciopero un atto criminale, in barba a quarant’anni di giurisprudenza – ma anche per tutti i “reati di piazza”: resistenza, oltraggio a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, presunte lesioni a poliziotti.

In pratica con questa decisione il Tribunale riconosce che gli interessi privati di una azienda e quelli dello Stato sono la stessa cosa.

Una decisione di questo tipo, unica nella storia giuridica repubblicana, costituisce un deciso passo in avanti nella costruzione del regime autoritario nel nostro Paese.

“Due decisioni che segnano un precedente epocale nella repressione al sindacalismo di base”, ha commentato il legale della difesa Tatiana Boni. È evidente come questi due assunti minaccino direttamente la vita stessa dei sindacati, di base e non solo.

Fonte

19/07/2022

Misure cautelari e perquisizioni contro l’Unione Sindacale di Base e le lotte di classe: USB proclama lo sciopero generale della logistica. Giù le mani da USB!

Da questa mattina all’alba è in corso un’operazione di polizia su input della Procura di Piacenza nei confronti di dirigenti sindacali dell’USB e del Si Cobas della logistica. Con ben 350 pagine di ordinanza si costruisce un vero e proprio “teorema giudiziario” sulla scorta di un elenco interminabile di “fatti criminosi” quali picchetti, scioperi, occupazioni dei magazzini, assemblee ecc. Numerosi i dirigenti sindacali posti agli arresti domiciliari e le perquisizioni.

La logistica è uno degli snodi centrali dell’economia capitalista di nuova generazione, la circolazione delle merci è un ganglio determinante della catena del valore ed è lì che la contraddizione si esprime a livello più alto: sfruttamento della manodopera, per lo più straniera e ricattabile, utilizzo senza freni degli appalti e subappalti a cooperative anche con infiltrazioni, nemmeno troppo sotterranee, della malavita organizzata, diritti sindacali inesistenti e sistematicamente violati e quindi è lì che le lotte, il conflitto sono più dure e determinate e lì colpisce la repressione.

La USB è nel mirino del Ministero degli Interni e delle Procure di mezz’Italia ormai da troppo tempo, dalle denunce a raffica nei confronti di chi si oppone alla guerra e all’invio di armi, alle condanne per chi manifestava contro l’assassinio del nostro delegato proprio della logistica Abd El Salam durante un picchetto proprio a Piacenza per cui nessuno ha pagato, al “ritrovamento” di una pistola in un bagno della Federazione nazionale USB che si prova ad accollare ad un dirigente sindacale proprio della logistica.

È quindi evidente il tentativo, questo sì criminale, di cercare di impedire che nei magazzini della logistica, nei luoghi della produzione e della commercializzazione delle merci cresca e si rafforzi il sindacato di classe, conflittuale, che non cede di un millimetro sui diritti dei lavoratori.

La USB proclama lo sciopero generale della logistica a partire dal turno di notte odierno e per 24 ore, lancia un appello a tutte le proprie federazioni perché attivino presidi di protesta in ogni città e sta valutando con i propri legali la controffensiva giudiziaria per smontare questo vero e proprio teorema antisindacale e le ulteriori iniziative di lotta.

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12/10/2021

11 ottobre Sciopero generale contro il governo Draghi, contro i padroni. Genova bloccata, migliaia di lavoratori in corteo


Ieri mattina grande corteo per lo sciopero generale a Genova. Una grande manifestazione di lavoratori e lavoratrici. Guidato dai portuali, con una fortissima presenza di lavoratori e studenti. Dalle 6 del mattino fino al primo pomeriggio.

Di seguito il comunicato congiunto di USB Genova e SiCobas Genova

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11 ottobre Sciopero generale contro il governo Draghi, contro i padroni.

Genova bloccata, migliaia di lavoratori in corteo


La giornata ha avuto inizio alle ore 6:00 di questa mattina con il blocco del varco portuale di Ponte Etiopia, creando grossi disagi al traffico commerciale e cittadino mandando in tilt la circolazione delle merci e delle persone.

Alle 9:00 una grossa folla di lavoratori era già presente al concentramento in piazzale Iqbal Masih davanti alla Coop A.Negro dove hanno avuto luogo diversi interventi dei sindacati di base.

Alle ore 10:00, 5000 lavoratori hanno imboccato la sopraelevata.

Sono state decine gli interventi di lavoratrici e lavoratori che hanno ribadito e rafforzato i punti programmatici nella piattaforma unitaria, ribadendo le ragioni dello sciopero generale, rivendicando la discriminante antifascista, antirazzista, internazionalista e anti imperialista. Oltre ai lavoratori sono stati anche numerosi gli interventi della rete cittadina di sostegno allo sciopero generale.

Uscito dalla sopraelevata il corteo ha sostato sotto la sede dell’autorità portuale per proseguire poi nelle vie principali del centro cittadino e concludendo il percorso sotto la sede della Confindustria.

Luogo scelto volutamente per la conclusione del corteo identificando le associazioni padronali come principali nemici, insieme al governo Draghi, dei lavoratori.

Presenti in piazza tutti i settori del lavoro pubblico e privato:

Scuola, Sanità, Trasporti, Porto, Logistica, Pubblico impiego, Vigili del Fuoco, Igiene ambientale, Cooperative Sociali, Settore turistico, Metalmeccanici insieme a studenti, centri sociali etc…

L’impegno preso dalle migliaia di lavoratrici e lavoratori presenti è stato quello di proseguire la lotta dentro e fuori dai posti di lavoro con l’impegno ad aprire una nuova stagione di ripresa del conflitto di classe nel nostro paese.

Genova, 11 ottobre 2021

Si Cobas Genova

USB Genova


Fonte e foto del corteo

04/05/2021

I lavoratori della Fedex/Tnt occupano la sede nazionale del Pd a Roma

Questa mattina una delegazione di massa di lavoratori della Fedex/Tnt licenziati è entrato nella sede nazionale del Pd nel centro di Roma chiedendo di essere ricevuti dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, incontro poi ottenuto alle 11,30. Dopo di che sono partiti in corteo verso il Ministero dello Sviluppo Economico.

Da più di un mese la multinazionale americana Fedex ha chiuso unilateralmente il sito di Piacenza, mettendo per strada 280 lavoratori con annesse famiglie.

“Stamattina i lavoratori FedEx, assieme ai disoccupati 7 novembre di Napoli e ai lavoratori della manutenzione stradale della Campania, hanno occupato per più di un’ora la sede del Nazareno, stanchi delle prese in giro del ministro del lavoro Orlando e del Mise, dai quali si attendono da tempo risposte concrete, a partire dalla riapertura immediata del sito FedEx di Piacenza. Poco fa è stato strappato un tavolo col Ministro Orlando. Ora un corteo di circa 500 tra lavoratori e disoccupati si sta dirigendo al ministero del lavoro. Solo la lotta paga!”, scrive in un comunicato il Si Cobas.

Fonte

07/08/2019

Italpizza, una vertenza scomoda


La vertenza Italpizza è scomoda, non solo per l’azienda stessa che si vede costretta ad affrontare le rivendicazioni dei suoi lavoratori, ma anche per tutte quelle realtà locali che le gravitano attorno.

La campagna elettorale del Pd è stata in parte finanziata da Italpizza, che in cambio ha ricevuto la variante al piano regolatore per ampliarsi su terreni verdi adiacenti allo stabilimento, oltre che l’esplicito appoggio politico durante i mesi di sciopero, in funzione anti-cobas. Insomma è in parte coinvolto tutto il sistema-Modena, costituito da cooperative, industriali, partiti, istituzioni e criminalità, che sta cercando di imporre questo nuovo modello di sviluppo: sostituzione dei contratti nazionali con i parametri del contratto multiservizi, la presenza sempre più evidente e ingombrante di cooperative (legacoop e confcooperative) e del loro seguito politico e della criminalità organizzata e infine l’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine per reprimere ogni tipo di protesta.

Il tutto trova appoggio nei decreti sicurezza 1 e 2, emanati dal ministro degli interni che, rendendo punibile penalmente il blocco stradale, hanno sostanzialmente reso illegale scioperare, militarizzando le vertenze e rendendo sempre più massiccia e violenta l’azione delle forze di polizia. Non dimentichiamo inoltre lo “Sblocca Cantieri” che assicura grandi libertà a chi gestisce appalti e sub-appalti.

Una situazione non certo ideale per i lavoratori che lottano per un salario giusto e orari di lavoro meno flessibili. Rivendicazioni non questionabili: inizialmente dipendenti diretti con contratto alimentare, i lavoratori vengono appaltati a cooperative con un contratto multiservizio che diventa infine un contratto pulizie con conseguente compressione del salario. I turni di lavoro sono comunicati giorno per giorno e variano continuamente, vige l’obbligo di lavorare nei giorni festivi e l’eventuale indisponibilità a prestare servizio aggiuntivo il sabato o la domenica si traduce in ritorsioni sulle ferie o in sospensioni non retribuite.

Un linguaggio abituale per l’azienda, quello delle ritorsioni e delle minacce, che sono ricadute sul primo gruppo che si era rivolto al sindacato di base S.I. Cobas, tre persone vengono licenziate mentre le rimanenti dieci vengono trasferite in altri cantieri.

Così inizia il primo sciopero, e da subito l’atteggiamento delle forze dell’ordine è chiaro, gas Cs e manganelli per sciogliere il picchetto. Nonostante questo, la determinazione è tanta e da un primo gruppo di 13 si passa a 10 e l’11 dicembre arriva la prima vittoria: reintegro di tutti e 13 al proprio posto. Ma dopo il primo ciclo di scioperi tutti gli iscritti vengono demansionati e obbligati a condizioni di lavoro pericolose.

La protesta continua, così come continuano le violenze da parte delle forze dell’ordine. Una lavoratrice finisce in ospedale per una manganellata in pancia, a un rappresentante sindacale vengono rotte quattro costole, un delegato viene strangolato dai carabinieri dietro una camionetta “ti conosciamo, stai attento che fai una brutta fine”.

Gli operai sono continuamente feriti e minacciati dalle forze dell’ordine. Arresti giustificati da presunte aggressioni dei manifestanti di cui però non vi è traccia nelle immagini provenienti da via Gherbella, dove c’è lo stabilimento.

Decine e decine di violente cariche sul picchetto pacifico ai cancelli, con feriti, contusi, intossicati dai gas al cianuro usati dalla polizia, arresti e denunce si aggiunge l’attentato di stampo mafioso contro un delegato sindacale, a cui viene incendiata l’automobile sotto casa. Gli episodi sono numerosi e si susseguono uno dopo l’altro senza suscitare eccessivo scalpore, nonostante le denunce del sindacato sui continui abusi di potere, pestaggi e minacce contro operai e rappresentanti sindacali, dimostrando la reticenza delle istituzioni riguardo la questione.

La trattazione è impedita dal rifiuto dell’azienda di sedersi a un tavolo col S.I. Cobas, disertando anche il tavolo chiamato dal ministero del lavoro a Roma. La situazione peggiora con la disgregazione del fronte comune con la Cgil, che apre un tavolo Cgil-Cisl-Uil e Italpizza escludendo così una parte dei lavoratori dalla trattativa. Si arriva infine il 17 luglio ad un accordo deludente ma che sancisce la legittimità e la correttezza delle rivendicazioni promosse dal sindacato. Accordo in cui, però vediamo i confederati fare quello che sanno fare meglio: appropriarsi di un merito che loro non è, spostando l’asticella della trattativa al ribasso a spese dei lavoratori, per non offendere l’amico padrone e l’amico PD.

La trattativa è stata aperta dopo che il Si Cobas ha coordinato un tavolo di lavoro tra diverse realtà militanti (Potere al Popolo, Modena Volta Pagina, Non Una di meno Modena, Iskra cdoc, Casa Spartaco...), che hanno collaborato per lanciare una grande campagna di boicottaggio di Italpizza. Questa campagna trova il suo coordinamento nella pagina facebook Sciopero Italpizza, grazie alla quale, per citare un caso emblematico, si è riusciti a convincere Amnesty International a rifiutare la sponsorizzazione di Italpizza per il Festival “Voci per la Libertà”.

La lotta che si gioca davanti ai cancelli di Italpizza non è rilevante solo per gli interessi dei dipendenti in sciopero, ma anche per la sua valenza simbolica, ovvero il rifiuto di un modello di produzione che trae vantaggio dallo sfruttamento dei lavoratori e che trova appoggio nelle istituzioni politiche, anche quelle che si dichiarano democratiche e di “sinistra”, e il rifiuto delle modalità di repressione della protesta, in cui la cruda violenza è ormai la prassi. Un modello che si ripete in altre realtà modenesi e non solo, da tutta Italia arrivano notizie scoraggianti, da Prato veniamo a conoscenza dei ripetuti agguati avvenuti alla Gruccia Creations contro gli operai in sciopero, del picchetto rimosso a forza dalla polizia davanti alla tintoria dl e di fatti simili accaduti contro i manifestanti del panificio toscano. Questi sono solo alcuni esempi delle modalità di repressione degli scioperi che stanno prendendo sempre più piede in Italia e che trovano sempre meno dissenso da parte dell’opinione pubblica. Per questo motivo, per impedire che tutto ciò diventi la normalità e che i lavoratori siano costretti al silenzio, la battaglia di Italpizza deve continuare fino a quando non saranno garantite condizioni di lavoro accettabili.

Fonte

24/05/2015

Fascismo e sindacato: cos'è successo all'SDA di Roma?

Nella mattina di Martedì 19, di fronte ai cancelli dell’SDA di Roma è avvenuto un fatto gravissimo: il picchetto che portava avanti lo sciopero ed il blocco delle merci è stato aggredito con mazze e bottiglie da una squadraccia guidata da capetti e dirigenti e sostenuta da diversi driver (i fattorini che guidano i furgoni delle consegne). 4 facchini in ospedale feriti gravemente e diversi compagni contusi.

La polizia ha assistito inerme e quando è intervenuta chiamando rinforzi si è limitata a smobilitare il picchetto lasciando invece a piede libero gli aggressori. Un fatto ormai noto e ampiamente circolato tra i canali comunicativi del movimento.

Una lettura diametralmente opposta dell'accaduto è stata invece proposta dai sindacati confederali FILT-CGIL FIT-CISL e UILTrasporti. Secondo il loro comunicato la violenza sarebbe quella dei lavoratori del SiCobas che volevano impedire l’accesso al posto di lavoro ad altri lavoratori. Quest'ultimi avrebbero semplicemente reagito alle “provocazioni e coercizioni subite” solo perché costretti.

Quello che abbiamo visto noi è molto diverso, lo ricordiamo chiaramente e coincide con la precisa ricostruzione fornita dall’assemblea di sostegno delle lotte della logistica di Roma: facendosi scudo e aizzando un nutrito gruppo di drivers incazzati all’idea di perdere le commesse, una coppia di capetti, uno della cooperativa, uno responsabile per l’azienda, si son presentati con manganelli telescopici, caschi ed altri arnesi spaccando teste (un lavoratore ha subito la frattura dell’orbita oculare e rischia di perdere un occhio) ed aprendosi un varco nel picchetto che è però riuscito a resistere fino a quando non è intervenuta la Celere, accorsa poco dopo. Per il dispiacere dell’azienda e dei suoi sgherri questo non ha però impedito allo sciopero di andare avanti fino all’ora di pranzo, costringendo i corrieri a caricare a mano i propri pacchi. 

Nel loro goffo tentativo di giustificare l’accaduto, i sindacati confederali finiscono paradossalmente per riconoscere le proprie responsabilità, sostenendo che “fascisti e gli squadristi da loro [=da noi!] individuati, in realtà, altro non erano che i nostri iscritti, esasperati dall’ennesima privazione della loro libertà e preoccupati di poter perdere la loro unica fonte di sostentamento economico”. Come ha notato perfettamente una nostra compagna, si tratta di un'ammissione in piena regola di essere tra i protagonisti dell'aggressione squadrista. Un'aggressione di cui si ribadisce e conferma la natura fascista nel momento stesso in cui si pretende di negarla: cos'è infatti se non uno dei principali ingredienti del fascismo quella violenza scatenata dalla paura di compromettere il proprio tornaconto individuale rivolta contro chi si batte per gli interessi collettivi? Una reazione che fa il gioco dei propri carnefici, i padroni e le aziende che sfruttano e alimentano questa stessa paura e col cui interesse si finisce miserabilmente per identificarsi, blaterando di perdita di “fatturato e di importanti quote di mercato, a seguito dei continui e quotidiani scioperi del Si Cobas”, come continua il comunicato dei confederali.

In questo modo il sindacato si trasforma da strumento di difesa degli interessi collettivi dei lavoratori a cinghia di trasmissione dei dettami aziendali, realizzando quel sistema corporativo che secondo lo stesso Mussolini rappresentava l'essenza del fascismo. E' proprio quando si nega la necessità della lotta di classe che si finisce inevitabilmente per portare “ceti appartenenti alla stessa classe sociale [a] fronteggiarsi tra loro”, che si finisce per accettare e quindi inasprire le divisioni alimentate e promosse dai padroni. Come quelle che separano i facchini che muovono le merci dentro il magazzino, per lo più immigrati, e che hanno scioperato compatti ed uniti senza doversi scontrare con nessun loro collega, e i fattorini che le portano fuori. Questi ultimi – illusi dai miraggi dell' “autoimprenditorialità” o semplicemente attaccati ai magri guadagni delle commesse, per lo più italiani, spesse volte titolari dell'attività di consegna (“padroncini”) o semplicemente pagati a cottimo – hanno preferito schierarsi dalla parte dell'azienda. Il sindacato, agendo in questo modo, ne conferma e approva la scelta, facendo sembrare immodificabile una situazione che potrebbe essere benissimo combattuta e superata, come hanno recentemente dimostrato i loro colleghi drivers iscritti al SI COBAS della GLS di Santa Palomba, che in virtù delle lotte passate e anche del sostegno dato e ricevuto ai facchini, hanno strappato un importante accordo proprio in questi giorni. 

Come fatto notare da alcune aree critiche della CGIL stessa, “compito del sindacato sarebbe quello di unire i lavoratori nella lotta, anziché di giustificare le paure dei settori più arretrati, che li conduce addirittura ad aggredire altri lavoratori come loro, per schierarsi nei fatti con la propaganda padronale”. Tutto questo in nome della difesa di principio della “libertà di lavorare” che, attaccando e delegittimando gli strumenti a cui i lavoratori sono costretti a ricorrere per resistere al dispotismo padronale (come i blocchi e i picchetti), si traduce di fatto nell'obbligo ad essere sfruttati. Si avalla così quella concorrenza tra sfruttati che assume i connotati di una vera e propria guerra tra poveri, nelle forme del crumiraggio, del servilismo, fino al vero e proprio squadrismo, quello condito di tutto un armamentario di retorica razzista (questa sì!) di certo “non consona ad una paese che si dice democratico”! 

Una condotta opposta a quella del SICOBAS e alla lotta dei suoi iscritti per il miglioramento delle condizione lavorative che a Roma è iniziata proprio all'SDA e che proprio attraverso scioperi e blocchi ha portato, tra l'altro, a notevolissimi aumenti salariali, all'allontanamento dei caporali razzisti e alla cessazioni dei comportamenti discriminatori. Inevitabile che di fronte al conseguente aumento del costo del lavoro e alla perdita di controllo su una manodopera non più disposta a cedere a diktat arbitrari e dispotici, l'azienda sia costretta a prendere le sue contromisure. Per questo, ad esempio, proprio a Roma corrono voci tra i lavoratori sull'aumento dei carichi di lavoro e sui modi in cui l'azienda riesce ad aggirare le norme sulla sicurezza. Per questo a livello nazionale l'SDA era stata così reticente nel firmare l'accordo che il SICOBAS ha strappato alle altre multinazionali del settore, per questo l'azienda aveva deciso di far fuori più di metà dei lavoratori presenti nel proprio Hub di Bologna. Difendere i piani dell'azienda in nome delle necessità imposte dal mercato, come stanno facendo i confederali in questo momento, significa allora piegarsi a questa strategia antioperaia volta a recuperare i profitti persi e a reimporre le solite vecchie condizioni infami di sfruttamento solo per ricavarsi un misero spazio di tutela dei propri iscritti, secondo una logica che privilegia “l’interesse particolare, corporativo e aziendalista”, come dice un'altra voce critica della CGIL.
 

Per questo è così importante supportare la resistenza dei facchini SDA, per questo, come abbiamo scritto, è una lotta che ci riguarda tutti. Da una parte stanno i padroni, gli apparati repressivi dello Stato e il loro particolare concetto di legalità, quella invocata ancora una volta dai sindacati confederali in un altro comunicato in cui chiedono l'intervento del ministero dell'Interno al “tavolo della legalità nella logistica”, a cui evidentemente non preoccupano i comportamenti palesamenti antisindacali dell'azienda che, ricordiamo, a Bologna ha portato avanti una illegalissima serrata per una settimana!
 

Dall'altra parte sta la solidarietà di classe, quella “temibile” arma a disposizione degli sfruttati che si è manifestata Martedì sera stesso con gli scioperi e le assemblee di solidarietà ai facchini romani presso l'SDA di Carpiano, di Brescia, di Bergamo, di Padova e che ha fatto in modo che si respingessero al mittente le minacce dell'azienda di non riammettere al lavoro i facchini romani che hanno scioperato, ma anzi ha permesso di allontanare i capetti squadristi. Solidarietà e determinazione che è anche alla base della parziale vittoria a livello nazionale che ha ridimensionato l'originale piano di licenziamenti presso l'hub bolognese.
Un risultato che rappresenta un punto di partenza più che un punto di arrivo, una base per l'estensione di ulteriori diritti e garanzie, un'arma con cui resistere all'offensiva che i padroni scatenano costantemente e in forme sempre diverse. 


Perché la lotta che portiamo avanti come classe non finisce mai, è un concentrato di contraddizioni in cui si insinuano i fenomeni più cruenti e morbosi, fatti della carne e del sangue gettati nella fatica quotidiana del lavoro o nello scontro fisico contro chi vuole imporre il suo massimo sfruttamento. In questo continuo tira e molla dobbiamo saper riconoscere e denunciare i volti sempre diversi e sempre uguali del fascismo, saperlo combattere e respingere.
 

Perché il dialogo deve sapersi attrezzare per far valere le proprie condizioni.