Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/08/2026

Staycation, ovvero: l'estetizzazione della povertà

Staycation. È questo il nome che hanno dato al fatto di restare a casa per le vacanze, cosa che accadrà a 1 italiano su 2, prevalentemente per ragioni economiche. L’espressione in inglese serve a produrre una distanza semantica e a trasformare la rinuncia in una tendenza. Se ci pensate, non è la prima volta: spesso lo si fa con lavori particolarmente pesanti (rider, ad esempio, suona più contemporaneo di fattorino) oppure – ne abbiamo parlato tante volte – con la dimensione abitativa; abitare in pochi metri quadri è “micro-living”, e l’inglese viene utilizzato come vernice narrativa per rendere immediatamente più moderne o desiderabili condizioni che in italiano apparirebbero più dure. Questa volta tocca alle vacanze.

Pensate che questa espressione, Staycation, risale alla Seconda Guerra Mondiale: negli Stati Uniti, benzina e pneumatici venivano razionati e gli spostamenti non necessari erano fortemente limitati; la Gran Bretagna, invece, invitò la popolazione a trascorrere le ferie vicino casa per non gravare sui trasporti, necessari allo sforzo bellico. Parliamo in ogni caso di contesti anglofoni, in cui il neologismo era semplicemente una crasi (in italiano potrebbe essere vacasa) e non rispondeva al bisogno di mistificare o glamourizzare una condizione dichiarata ed emergenziale di scarsità.

Oggi quella scarsità non solo non è più emergenziale, ma è così strutturale che sentiamo il bisogno di trasformarla in scelta, tendenza, lifestyle. Non potendo intervenire materialmente sulla scarsità, decidiamo di agire sulla narrazione che ne facciamo. Così, trovare il lato positivo suona come una totale depoliticizzazione della faccenda, che spazza via qualsiasi domanda o rivendicazione sulla povertà e neutralizza il conflitto. Il problema sociale viene trasformato in capacità individuale di adattamento e raccontato come una scelta, per di più virtuosa.

Tanti sono gli articoli, più o meno critici, che sono stati scritti a partire dall’agenzia ANSA che diffondeva i dati della ricerca (realizzata da Tecnè per Federalberghi) sugli italiani che non possono permettersi di partire. Nessuno questionava la parola scelta come snervante tentativo di romanticizzazione. Ma quello scritto da Vogue Italia sembra accogliere con favore ed entusiasmo questa voglia di estetizzare la povertà. Perché non si limita a descrivere il fenomeno ma inserisce nel titolo “che fa bene alla salute mentale” e si spinge a trovare 5 benefici del restare a casa per le vacanze. Con un risultato tragicomico e grottesco.

1. “è una vacanza economica”. E tanto per cominciare, inverte il nesso causa effetto. Il fatto di non partire (conseguenza) perché non si hanno i soldi (causa) diventa: grazie al fatto che non parto (causa) non spendo soldi (conseguenza) che – spoiler – non ho. Quindi non sto risparmiando perché scelgo di farlo, ma semplicemente non ho i soldi che occorrono ad allontanarmi da casa per le ferie.

È snervante ma provoca un riso amaro perché sembra assecondare il tono di voce di chi, in un mondo classista, cerca di raccontare a se stesso e agli altri le cose che non può permettersi come una scelta libera: sarebbe da sfigati dire “non posso”, in un mondo in cui sembra che tutti possano. Abbiamo assorbito la iper-responsabilizzazione individuale circa le nostre condizioni: non è colpa dell’inflazione, dei salari fermi a trent’anni fa, o dei lavori sottopagati. Questa scelta narrativa produce competizione e frammentazione: anziché parlarci con franchezza delle nostre condizioni materiali, e trasformare così quella condizione individuale in una rivendicazione collettiva, siamo portati a mistificare la realtà pur di non percepirci/essere percepiti come poveri. La reinterpretazione della scelta obbligata come scelta libera agisce sul racconto senza mettere in discussione la materialità

2. “È una scelta sostenibile”. Ci dicono che non partire è una scelta eco-friendly perché, con qualsiasi mezzo viaggiamo, comunque produciamo emissioni. E non per benaltrismo, ma francamente puntare sul senso di colpa per le emissioni che anche un viaggio in treno produce (“meno emissioni di carbonio: macchina, treni o aerei poco importa”) significa chiedere un sacrificio alle persone sbagliate. Un weekend in treno (500 km all’andata + 500 al ritorno) produce circa 23 kg di CO₂ per passeggero; un’ora di volo su un jet privato, invece, può produrre circa 2.000 kg di CO₂.

Oggi Vogue Italia ci fa la morale anche sui piccoli spostamenti in treno (poco importa!) ma nel 2020 era tipo “Vacanze in jet privato: 3 destinazioni per l’estate” o, più di recente, a maggio 2026, ci raccontava le vacanze di Bella Hadid a Saint-Tropez “a bordo di uno yacht di lusso”. Senza minimamente problematizzare l’impatto ambientale. Lo scorso 23 giugno ci proponeva “Ville da sogno da affittare in Italia”, con charter in elicottero... e potremmo continuare in eterno, mostrando come proprio dal mondo della moda sia a lungo stato costruito un immaginario inarrivabile fatto di lusso e celebrazione acritica del privilegio. E in questo punto ci mettono anche un po’ di “sano patriottismo”: se resti vicino casa puoi acquistare un souvernir da un artigiano della zona, supportare l’economia locale e mantenere intatte le magiche tradizioni local. Non solo ci chiedono di fare i turisti a casa nostra, ma addirittura ci invitano ad acquistare un souvenir. Siamo alla frutta. Ma il punto numero 3 è più esilarante...

3. “Non richiede organizzazione”. E certo che non richiede organizzazione, se non parti. Ma che vantaggio è? Arriveremo a dire che se non mangi non devi fare la spesa o lavare i piatti? Magari saremo chiamati a compiacerci di quanto sia eco-friendly questa scelta della fame, nella misura in cui non accendi i fornelli e non sprechi acqua? La domanda non sembra essere se ci arriveremo, ma quando. Secondo me manca poco.

E continua: niente ansia da prenotazione e, soprattutto, tante volte le foto dei posti che prenoti per il pernottamento si rivelano ingannevoli. Quindi, sai che c’è? Niente vacanza, niente fregatura. Non fa una piega.

4. “è una vacanza no stress”. Cioè, nel pezzo di cui sopra “Vacanze in jet privato: 3 destinazioni per l’estate” ci dicevano che viaggiare ed esplorare un nuovo posto – rigorosamente in jet privato – ‘può fare miracoli per la salute mentale ed emotiva: è un ottimo antistress, ci aiuta ad aumentare la nostra creatività e resilienza e ci dà una bella spinta per tornare carichi al lavoro.’ Adesso improvvisamente non fare un viaggio è la vacanza ideale perché riduce lo stress da viaggio.

Last but not least

5. “è educativa”. “La vacanza vicino casa riaccende la curiosità rispetto alla nostra identità, bene sempre più prezioso in un mondo sempre più omologato da luoghi senza personalità”. Mi avete convinto. Potrei fare un safari in Africa, visitare le capitale europee, andare a vedere l’aurora boreale, la fioritura dei ciliegi in Giappone, esplorare la Cina imperiale o recarmi in India. E invece, sapete che c’è? Rimango nella mia città: la visito con occhi diversi, cerco di dissociarmi e vestire i panni del turista, così da assaporare appieno il gusto della povertà. E della frustrazione di non potersi allontanare neppure per sbaglio, ostaggio del posto in cui “vivo” e lavoro.

Insomma, va bene trovare il lato positivo. Ma articoli come questo sono davvero un insulto alla nostra intelligenza. E sembrano prendersi gioco della condizione materiale (oltre che psicologica) di chi legge.

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08/08/2026

La salute non è negoziabile: se il caldo uccide, scioperare salva la vita!

Realtà ambientaliste, contadine e territoriali a difesa del diritto di sciopero e della salute dei lavoratori

La Commissione di Garanzia nega ai lavoratori il diritto di scioperare nelle ore di caldo estremo. Il messaggio politico è chiaro: in Italia prima muori e poi hai il diritto di scioperare. Per questo esprimiamo il nostro pieno sostegno alla mobilitazione promossa da USB e a tutte le lavoratrici e i lavoratori che stanno lottando per il diritto di difendere la propria vita quando lavorare diventa un pericolo.

La crisi climatica non è una minaccia futura: è una realtà che ogni estate mette in pericolo chi lavora. In 48 ore, in Italia almeno quattro lavoratori hanno perso la vita durante l’ondata di calore, tra cui una guardia giurata a Bologna e due operai in Lombardia, mentre continuano a susseguirsi decessi, ricoveri e malori durante le ondate di calore. In Spagna, nella sola fase iniziale dell’ultima ondata di calore, sono state stimate oltre 3.000 vittime attribuibili alle temperature estreme.

Quando il profitto impone di continuare a lavorare anche sotto temperature estreme, il caldo smette di essere un evento naturale e diventa una responsabilità politica. Di fronte a questa condizione, Governo e istituzioni continuano a proporre misure insufficienti. Se il lavoro si ferma, non viene garantito nemmeno il salario pieno: ancora una volta il costo della crisi climatica viene scaricato sulle lavoratrici e sui lavoratori.

Nel frattempo, cantieri e luoghi di lavoro continuano a rimanere aperti anche durante le ore di massimo rischio. È sempre più inaccettabile il ricatto imposto alle lavoratrici e ai lavoratori: scegliere tra salute e salario, tra vivere e portare a casa uno stipendio. Dai lavori logoranti nelle fabbriche, dove si respirano sostanze nocive, ai cantieri e ai campi esposti al sole, la logica è sempre la stessa: la produzione non si ferma, anche quando fermarsi significa salvare una vita.

Per questo ogni diritto conquistato dai lavoratori diventa un ostacolo per chi considera la sicurezza un costo e il profitto l’unica priorità. Per questo respingiamo con forza il tentativo della Commissione di Garanzia di limitare il diritto di sciopero e sosteniamo la mobilitazione di USB e di tutte le lavoratrici e i lavoratori. La salute viene prima del profitto!

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03/08/2026

L’amaro che tonifica

Se la condizione di lavoro salariato esprime sofferenze e dipendenza materiale e alienazione – da qui, molto probabilmente, il collegamento metaforico con il lavoro inteso come il “pane amaro” o il “pane duro” – la situazione si complica, allorquando il rapporto di subordinazione diventa precario oppure sparisce, nel senso che si diventa disoccupati.

Il far parte della classe operaia, sino a quando non hanno iniziato a “sputare sul lavoro”, riempiva di orgoglio e la sofferenza della fatica era alleviata dal bisogno intrinseco di fare le cose per bene, ossia di svolgere il lavoro a regola d’arte.

Certo, durante il ciclo delle lotte degli anni Sessanta e Settanta, il rifiuto del lavoro e i sabotaggi della produzione rientravano negli antagonismi di classe, ma, in generale, la qualità dei prodotti era un obiettivo ricercato con tutti i mezzi, non sottostava alla variabile quantitativa.

Nelle ultime due decadi, invece, come spiegano i lavoratori di Modena, le piccole e medie imprese metalmeccaniche hanno iniziato a disprezzare quei lavoratori che cercavano di ottenere, con l’aiuto delle macchine, dei prodotti di qualità, dei prodotti che rispettavano determinati parametri di precisione.

I lavoratori, nella maggior parte dei casi, ancora ai nostri giorni continuano ad essere parzialmente consapevoli di una delle contraddizioni fondamentali del processo produttivo capitalistico, infatti non si rendono conto che il loro “lavoro vivo” – quando si chiude il cerchio tra produzione e consumo, cioè quando incontra o si scontra con il lavoro oggettivato o “lavoro morto”, dei mezzi di produzione, vale a dire il capitale fisso – è il fermento o la forza creatrice di nuovo valore. Eppure, la tendenza del capitale è quella di ridurlo ai minimi termini.

La prima nota amara, come ci ricorda Marx, consiste nel riconoscimento da parte dell’operaio che nel momento in cui aliena la propria forza lavoro al capitalista vede che una parte dei frutti del proprio lavoro si trasforma in capitale. 

Ma il retrogusto dell’amaro diventa più acuto, quando si esperisce la perdita della relazione di lavoro salariato, poiché il subordinato vede il nulla assoluto, quando percepisce che nell’immediato non c’è un’occupazione alternativa.

I lavoratori che vengono resi ridondanti dall’aumento della capacità produttiva, cercano di aggrapparsi alla relazione di lavoro salariato in tutti i modi possibili e immaginabili, poiché le sofferenze derivanti da questo rapporto sono più sopportabili rispetto alla condizione di essere escluso dal mondo lavorativo.

Il tempo reso disponibile, come dice Giovanni Mazzetti, non si presenta immediatamente come tempo libero per i singoli individui, poiché esso è un prodotto del capitale, il quale riconosce la forza lavoro solo come merce. Quando il capitale non riesce a convertire il tempo reso disponibile in nuovo lavoro salariato, una parte della forza lavoro viene espulsa dal processo produttivo e si presenta in forma contraddittoria come disoccupazione.

Tale fenomeno contraddittorio, in situazioni di indigenza e in assenza di protezioni sociali, assume una connotazione violenta, sollecitando la classe operaia a rispondere sulla stessa lunghezza d’onda.

Nei primi anni '20 del XIX secolo, in Inghilterra, durante la fase espansiva del capitalismo industriale, la reazione dei lavoratori, che non erano ancora in grado di mettere in campo forme di lotte organizzate, sfociò nel luddismo, cioè nella distruzione delle macchine.

Il termine luddismo deriva dal nome dell’operaio tessile inglese Ned Ludd, che per primo distrusse una macchina per la produzione dei tessuti. Il telaio meccanico aumentò la capacità produttiva e ridusse il lavoro socialmente necessario degli operai, trasformando il loro processo lavorativo: gran parte delle loro energie erano indirizzate a mediare l’attività della macchina.

In un lungo processo storico dialettico, la classe operaia viene spogliata dai suoi strumenti di lavoro, i quali vengono incorporati nelle macchine, un sistema di macchine che si alimenta con la forza motrice e come un automa detta i ritmi della produzione agli operai.

Un congegno meccanico, come ha sagacemente evidenziato Marx, a suo tempo, nel “Frammento sulle macchine”, che assorbe le abilità e la forza degli operai e si pone di fronte a loro come una potenza estranea.

Da questo punto di vista, “l’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così – rispetto al lavoro – assorbita nel capitale, e appare quindi come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio”. (1)

Ora, il cuore delle innovazioni tecnologiche è stato quello di sostituire la forza lavoro con impianti, attrezzature e macchine, dando luogo a quel fenomeno noto come disoccupazione “involontaria”, una contraddizione del modo di produzione capitalistico, riconosciuta, durante la Depressione economica e degli anni Trenta, da un capitalista pragmatico come il senatore G. Agnelli e rinnegata dal senatore L. Einaudi.

A distanza di un secolo dalla crisi di sovrapproduzione del 1929, nonostante i tentativi di nascondere il problema, da parte delle forze dominanti, il lavoro [come occasione di impiego, ndr] si presenta come una “merce rara”, altrimenti non si spiegherebbe il sostegno e le simpatie di ampi strati della classe lavoratrice, dei paesi OCSE, alle formazioni politiche di estrema destra, che additano i migranti come capro espiatorio e che fanno una fatica enorme ad ammettere che la manodopera “semi-schiavizzata” fa comodo ai capitalisti criminali o straccioni.

In questo quadro, se da un lato, i lavoratori non riescono a metabolizzare “l’amaro boccone” di riprodurre il lavoro salariato su scala allargata o meglio di riprodurlo in quantità superiore a quello che viene distrutto, per effetto delle innovazioni tecnologiche, dall’altro lato, invece, ci sono imprenditori, intellettuali ed accademici, che continuano a perseguire ad oltranza l’ideologia borghese che sostiene la tesi contraria. Vale a dire che i posti di lavoro che spariscono, per via delle nuove applicazioni tecnologiche, sono inferiori alle nuove occasioni di lavoro che ne scaturiranno.

I recenti sviluppi dell’IA e della robotica hanno avviato un dibattito che ha messo in evidenza non solo le opportunità derivanti dalla diffusione e applicazione di queste tecnologie nei sistemi produttivi, ma anche dei rischi e pericoli individuati dai ricercatori, dagli ingegneri, dagli inventori e finanziatori dei progetti

Se Elon Musk e Bill Gates, alcuni dei i finanziatori miliardari delle implementazioni dell’IA, alludono a generici pericoli che le macchine super intelligenti possano prendere il sopravvento sugli umani, Geoffrey Hinton – considerato il padre del deep learning e Nobel per la Fisica per i suoi studi sulle reti neurali – lancia un allarme concreto: l’IA creerà disoccupazione di massa e farà schizzare in alto i profitti delle gigantesche imprese tecnologiche; rispetto alla precedente automazione, che ha colpito il lavoro manuale, l’IA spazzerà via tanti lavori intellettuali e negli uffici. (2)

Nella sua lucida critica non fa ricadere le responsabilità dell’immiserimento della società sull’IA, ma sul sistema capitalistico.

Questa visione collima con quella di S. Hawking, il quale qualche anno prima di morire, nel partecipare a un convegno sulla robotica, ha affermato: “Dovremmo aver paura del capitalismo non dei robot”.

Egli riconosce, individua e descrive uno dei “buchi neri” più inquietanti del capitalismo: se la ricchezza prodotta dalle macchine non verrà condivisa, la maggior parte delle persone (proletariato e soprattutto sottoproletariato, che si sta ingrossando sempre di più) saranno attratte nel processo di immiserimento che è già possibile delineare ai nostri giorni.

E sottolinea, tra l’altro, che i proprietari delle macchine robotiche formano una borghesia elitaria che si appropria della ricchezza prodotta senza creare, nel contempo, posti o occasioni di lavoro per i lavoratori in carne e ossa.

Hinton, nel solco di una corrente di pensiero economico molto diffusa, affida le sorti del movimento contraddittorio – cioè della disoccupazione involontaria – al Reddito di base, ma non intravvede la possibilità di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario.

Il diventare consapevoli, da parte dei lavoratori dipendenti, della possibilità di lavorare di meno e dividere il lavoro socialmente necessario, trasformerebbe “l’amara perdita” di quel lavoro superfluo, che non produce valore d’uso per gli altri, in un rinvigorimento dell’intera classe lavoratrice.

Il tacito riconoscimento che gran parte della ricchezza sociale “viene prodotta dalle macchine anziché dagli uomini” è però solo il primo passo; ad esso segue il doppio nodo della proprietà privata di tipo capitalistico.

Il non fare i conti con questi aspetti salienti della realtà economico sociale, incardinati nel processo storico delle dinamiche tra capitale e lavoro salariato, ha fatto precipitare, a mio avviso, le forze di sinistra – che tradizionalmente hanno supportato i lavoratori, in quanto ne costituivano la base vitale – in quella profonda crisi, ben descritta da Francesco Maselli, nel suo film Le ombre rosse, del 2009.

Il titolo riecheggia quello di John Ford del 1948 e rappresenta una tagliente metafora che mette in evidenza la sconfitta della sinistra, con i sopravvissuti confinati negli angusti limiti di una “riserva indiana”.

Il film di Maselli ruota attorno allo scontro di ciò che rimane delle diverse anime della sinistra e in particolare il conflitto tra riformisti e rivoluzionari: i primi si perdono in combriccole convegnistiche, senza nessun risvolto pratico, mentre i secondi, forgiati dall’ala movimentista, sono alle prese con la gestione di un Centro sociale della periferia romana, con un nome dal sapore beffardo ovvero “cambiare il mondo”.

Entrambi i gruppi sono condannati all’irrilevanza, in quanto i protagonisti sembrano incapaci di trovare un linguaggio comune.

Il dibattito produce una babele di posizioni solipsistiche, quindi diventa molto difficile intercettare, in base al mio punto di vista, i nuovi bisogni, che sono emersi, con la crisi dello Stato sociale.

Nella lunga intervista che Luigi Celidonio rilascia ad Ascanio Celestini (3) è possibile percepire che l’assegnazione di una casa popolare a coloro che ancor negli anni Sessanta vivono nelle baracche dell’Acquedotto Felice, non molto lontano dalla zona centrale della capitale, disgrega quelle forme di solidarietà che hanno mediato la riproduzione della vita in quella comunità, creando legami inediti, per la fase storica successiva.

Lo Stato che conferisce una casa popolare a un prezzo calmierato (fuori mercato) non manda in frantumi solo la proprietà privata, riconoscendo un bisogno che non può essere soddisfatto dall’impresa capitalistica, ma mina anche le basi della famiglia patriarcale.

Non è la potenza del patriarca ad emancipare dal degrado della baracca il nucleo familiare allargato, anzi egli è costretto a delegare allo Stato la facoltà di sollevarlo dalla povertà materiale, in nome e per conto della Giustizia sociale.

Un percorso di lotte concrete, in quel luogo, portato avanti insieme a un esponente del mondo cattolico, come Don Roberto Sardelli, il quale, con l’esperienza della Scuola 725, ha cercato di far crescere la consapevolezza di uscire da quella condizione di povertà. Come puntualizza Celidonio: “Il Diritto ad abitare non poteva essere trattato alla stessa stregua di un’elemosina”.

L’aver dovuto rinunciare alla sovranità patriarcale, ha permesso, in generale, un miglioramento delle condizioni economiche per un verso, mentre, per l’altro, si è verificato un aumento della complessità sociale.

Ed è proprio in questa complessità, con le sue complicazioni, che secondo Maselli vanno ricercate le ragioni dell’amara crisi, che ha messo fuori campo, non tanto fuori gioco, le forze della sinistra. In questo errare, in questo smarrimento, in qualche modo, si seguono le ombre dell’ambivalenza, non ci sono buoni da premiare e cattivi da castigare, non ci sono anime che hanno tradito i rigogliosi ideali, piuttosto anime disorientate e perse, che non riescono a trovare un senso al loro agire.

Sul piano simbolico, nella visione di Maselli, nelle ultime scene del suo film, la speranza di una rigenerazione della sinistra ricade su quei giovani che si ritrovano in un casale abbandonato e degradato, circondato da un prato desolato, ma non è un ritorno al passato, ai valori della terra e della tradizione contadina.

Nel prendere le misure, per la ristrutturazione di quella casa fatiscente, il regista rimarca con forza che quei giovani non ripartono da una baracca. Tuttavia, è necessario riprendere il cammino, tenendo conto del fatto che le conquiste sociali acquisite non sono eterne, come si evince dalla decadenza che avvolge quel casale, né tanto meno si possono ignorare i bisogni ambientali emergenti e gli sviluppi delle nuove tecnologie costruttive.

Al di là di questa calzante metafora sulla deriva della sinistra, che mette in primo piano il fallimento di trasformare un Centro sociale in una Casa della Cultura – secondo il modello proposto in Francia, nei primi anni Sessanta del Novecento, da André Malraux – purtroppo, nel bel film di Maselli, non ci sono riferimenti alle tematiche del lavoro, della precarietà, della disoccupazione, il posticipo di 10 anni dell’età pensionabile, rispetto ai primi anni Novanta, lo sfruttamento selvaggio nel settore agricolo, i salari da fame, eccetera.

Note
  1. Frammento sulle macchine.
  2. La contrapposizione tra lavoro manuale e quello intellettuale è posta in questa proposizione, in modo lineare, per ribadire il concetto che per la prima volta vengono messe in discussione quelle posizioni lavorative ritenute intoccabili. Ovviamente, le ripercussioni ricadrebbero anche sul lavoro manuale. Ma per una visione che vada oltre la meccanica separazione tra lavoro intellettuale e quello manuale, si rinvia il lettore interessato all’articolo di Leo Essen, Il manovale non pensa. Sohn-Rethel: Lavoro intellettuale e lavoro manuale.
  3. La lezione di Don Sardelli, Ascanio Celestini incontra Luigi Celidonio.
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29/07/2026

Si può vivere con 21mila € all’anno in Italia? L’Istituto Italiano di Tecnologia è convinto di sì!

Da mesi, in ogni consesso afferente o meno a vertenze che ci vedono impegnati, l’USB ripete che questo Paese, per cambiare registro economico e di conseguenza sociale, necessita dell’introduzione per legge di un salario minimo, indipendente dal settore di applicazione e indicizzato all’inflazione (quella reale non l’Ipca “depurata” dai costi energetici) che la nostra organizzazione quantifica in 2000€ netti al mese.

Se fino a dicembre 2025 la nostra richiesta generava compatimento o scherno negli interlocutori del momento, l’ennesima aggressione militare israelo-statunitense a un paese terzo con i relativi, pesantissimi, contraccolpi economici – il più macroscopico il diesel a 2,2€/litro e la benzina prossima ai 2€/litro in tutta la Penisola – ha dimostrato che quanto rivendichiamo è il minimo sindacale se quella che vogliamo vivere è una esistenza “libera e dignitosa” come recita l’art.36 della Costituzione italiana.

Articolo che, per altro, costituisce la base normativa che ha condotto la Cassazione a sentenziare che, in Italia il problema del lavoro sottopagato non è invenzione della nostra organizzazione, ma condizione strutturale causata dalla proliferazione di CCNL che impongono retribuzioni lesive di una vita dignitosa e che pertanto vanno disapplicati.

Ci chiediamo, quindi, come sia possibile imbattersi ancora in offerte di lavoro che, per il ruolo di assistente di un amministratore delegato, propongono una retribuzione annua lorda di 21 mila euro, circa 1250€ al mese.

La proposta a dir poco “irresistibile” viene dall’Istituto Italiano di Tecnologia, Fondazione di ricerca con sede prevalente a Genova – notoriamente una delle città più care d’Italia – vigilata dai Ministeri delle Finanze e della Ricerca e finanziata dallo Stato con, attualmente, 85 milioni di euro l’anno.

Una fondazione di diritto privato, ma di fatto pubblica nei finanziamenti che la sostengono e nei soggetti che ne esercitano il controllo, che tuttavia sembra poco attenta alle ricadute economiche e sociali che potrebbe generare, soprattutto in un settore strategico come quello dell’alta formazione.

Quando il governo Meloni legifera di “salario giusto”, quando la ministra Calderone parla di “grandi opportunità per i giovani e garanzie evolute”, hanno in mente quelle che offrono enti – di fatto pubblici – come l’IIT?

USB Lavoro Privato

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24/07/2026

Salari in perdita da trent’anni: serve un salario minimo e abolire l’Iva sui beni necessari

Due notizie ci danno da pensare, una è quella della prima decisione del neo premier britannico Burnham di togliere l’IVA dalle bollette delle famiglie garantendo così un risparmio medio di circa 45 sterline annue, la seconda è la relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio italiano che certifica quello che tutti noi sappiamo da tempo, cioè la perdita secca dei salari italiani dal 1990 ad oggi di fronte ad una crescita di oltre il 35% nei Paesi OCSE.

In particolare colpisce la suggestiva proposizione dell’UPB secondo cui a tale perdita hanno contribuito principalmente due fattori, la pratica di operare sulle aliquote Irpef per far crescere un po’ i salari e la moderazione salariale, ovviamente complici i sindacati concertativi Cgil Cisl e Uil che si sarebbero accontentati dello sgocciolamento economico che arrivava sulle buste paghe grazie agli sconti Irpef e hanno quindi ridotto dal 1990 la pressione per aumentare i salari.

Risultato, le imprese hanno risparmiato un sacco di soldi, i salari sono rimasti al palo e la collettività tutta ha pagato attraverso la riduzione delle tasse quello che avrebbero dovuto sborsare i datori di lavoro se il sindacato avesse fatto il suo mestiere.

Intanto siamo alla vigilia di un nuovo Patto di luglio. I segretari confederali Landini, Fumarola e Bombardieri dopo aver ritrovato repentinamente e magicamente l’unità fra loro, omaggiando, chi prima chi dopo, il governo Meloni che non è più nemico per nessuno, nemmeno per la Cgil, hanno proposto ai padroni di vedersi il 30 di luglio per concludere e sottoscrivere un nuovo Patto.

Oggi il pericolo viene dalla scricchiolante egemonia nelle relazioni sindacali a cui bisogna correre ai ripari chiedendo a gran voce nuove norme sulla rappresentanza sindacale e datoriale che blindi una volta e per sempre il loro ruolo di unici tenutari del diritto alla negoziazione.

Che in quell’occasione qualcuno alzi il ditino per proporre sommessamente la questione salariale è fuori discussione. Non si disturba il manovratore, soprattutto quando i padroni sono lì a brindare a champagne. Per i padroni, avere la certezza che ai tavoli di fronte a loro avranno sempre e solo CgilCislUil che non si sognano nemmeno lontanamente di scomodarsi a parlare di soldi è quanto di meglio possa capitare per continuare a lucrare sui salari.

USB da tempo sostiene l’esigenza di istituire un salario minimo orario, con salari e stipendi che debbano garantire almeno 2000 euro netti in paga base per tutti, da incrementare con la contrattazione e il ripristino di un meccanismo di adeguamento vero all’inflazione; allo stesso modo abolire l’IVA dai beni di prima necessità, che è un’imposta indiretta e di fatto regressiva, potrebbe restaurare in parte il principio di progressività nel sistema fiscale previsto dalla Costituzione.

Forse in questo modo le famiglie avrebbero un po’ di respiro, i soldi tornerebbero a circolare e l’economia ne trarrebbe giovamento; di certo serve un vero nuovo autunno di lotte con al centro il diritto a salari, stipendi e pensioni adeguate.

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VVF muore d’infarto: a 59 anni in prima linea per ore davanti alle fiamme

Alessandro Marchì, 59 anni, Vigile del fuoco del Comando provinciale di Caltanissetta, ha trovato la morte mentre era impegnato nelle operazioni di spegnimento di un vasto incendio divampato ieri mercoledì 22 luglio in contrada Mimiani, nel territorio di San Cataldo.

Un Vigile del fuoco, a 59 anni, può rimanere per tante ore davanti alle fiamme di un violento e disteso incendio?

Le prime informazioni indicano la causa della morte di Marchì in un infarto, ma saranno gli accertamenti sanitari a chiarire con esattezza le cause del decesso.

Un altro Vigile del fuoco, nel corso delle stesse operazioni di spegnimento,  ha accusato un malore ed è stato trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Caltanissetta.

Sull’ennesima morte per causa di servizio di un Vvf l’intervento del sindacalista catanese Carmelo Barbagallo, segretario nazionale FISI-Vigili del fuoco:

“Una tragedia enorme che spezza il cuore e, al tempo stesso, fa montare la rabbia nel sangue. Ma al dolore si unisce una rabbia incontrollabile.
L’ho detto, l’ho gridato e l’ho denunciato più e più volte: le condizioni in cui siamo costretti a operare non sono più sostenibili!
Oggi (ieri, ndr) la tragedia si è compiuta puntualmente, esattamente come avevamo paventato.
Non si può mandare il personale al macello sotto un caldo torrido, con carichi di lavoro massacranti, turni estenuanti, carenze d’organico strutturali e mezzi spesso inadeguati. Quello che è successo nel Nisseno non è solo una fatalità: è la conseguenza diretta di un sistema che ignora le grida d’allarme di chi sta in prima linea ogni giorno a proteggere la vita altrui, mettendo a rischio la propria.
Servono tutele, servono risorse, serve rispetto per la salute e la vita dei Vigili del Fuoco.
Non possiamo e non vogliamo più piangere i nostri fratelli mentre fanno semplicemente il proprio dovere.
Adesso basta con le parole di circostanza.
Pretendiamo risposte immediate.
Ciao Alessandro. Che la terra ti sia lieve”.
Fonte

23/07/2026

I salari in Italia sono diminuiti del 6,6%. Le manovre sull’Irpef non hanno cambiato la situazione

L’analisi sulla vergogna dei salari in Italia è, ancora una volta, impietosa e la fonte della denuncia è insospettabile.

La nuova Nota di lavoro pubblicata dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), ha analizzato tre decenni di evoluzione del mercato del lavoro, dei salari e del sistema fiscale italiano, arrivando alla conclusione che le misure di agevolazioni fiscali, da sole, non siano più sufficienti a sostenere i salari più bassi.

Tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni lorde dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia sono infatti diminuite in media del 6,6% in termini reali, mentre la loro distribuzione è diventata sempre più diseguale. È evidente come il punto di partenza crono-politico di questa analisi sia proprio l’inizio degli anni Novanta, quelli del Trattato di Maastricht, della concertazione tra governo, Confindustria e sindacati, dell'abolizione della scala mobile e della “politica dei redditi”.

Le riforme dell’Irpef hanno svolto un ruolo nel contenere le disparità, ma non sono bastate ad arrestare la tendenza alla perdita di potere d’acquisto dei salari.

L’analisi dell’Upb, ha utilizzato i dati dell’Inps e un modello di simulazione dell’Irpef, fotografando un mercato del lavoro mutato profondamente rispetto ai primi anni Novanta, quando flessibilità e precarietà si annunciavano ma ancora non erano diventate leggi dello Stato (1). Da allora non solo le retribuzioni medie hanno perso potere d’acquisto, ma la loro distribuzione è diventata sempre più diseguale.
Il peggioramento riguarda soprattutto la fascia più bassa dei redditi, penalizzata dalla diffusione del lavoro part-time, dall’aumento delle diverse forme contrattuali precarie, dalla crescente segmentazione tra le varie categorie. Questi fattori hanno ampliato la divaricazione salariale, rendendo più difficile ridurre le disuguaglianze attraverso la sola crescita economica.

In questo contesto, il sistema fondato sull’Irpef ha assunto un ruolo sempre più importante nel riequilibrare i redditi disponibili. Secondo lo studio, l’indice che misura la capacità redistributiva dell’Irpef è passato da 0,028 nel 1990 a 0,065 nel 2026, più che raddoppiando il proprio effetto.

Gran parte di questo risultato deriva dalle riforme fiscali introdotte negli ultimi anni, in particolare dal bonus Irpef del 2014 e dalla riforma del 2025, che ha trasferito nell’imposta parte degli sgravi contributivi destinati ai lavoratori dipendenti. Questi interventi hanno ridotto il prelievo sui redditi bassi e medi, mentre i redditi più elevati hanno registrato un incremento del carico fiscale effettivo, anche per effetto del cosiddetto fiscal drag, cioè il drenaggio fiscale prodotto dall’inflazione e dalla mancata indicizzazione dei parametri dell’imposta.
Il grafico qui sopra elaborato dall’UPB mostra come la crescita della capacità redistributiva sia riconducibile soprattutto agli interventi rivolti ai lavoratori con redditi bassi e medi. Le riforme dedicate a questa platea spiegano infatti oltre il 115% dell’incremento complessivo della capacità redistributiva. Al contrario, gli interventi riguardanti i redditi più elevati producono un effetto negativo pari a circa -37%, riducendo in parte il risultato complessivo.

Anche il drenaggio fiscale e i cambiamenti intervenuti nella composizione della popolazione lavorativa hanno fornito un contributo positivo, rispettivamente pari a circa 7% e 14%.

Lo studio evidenzia come il principale motore dell’aumento della redistribuzione sia stato il rafforzamento della progressività dell’imposta, mentre la riduzione dell’aliquota media, conseguente agli sgravi fiscali introdotti nel tempo, ha compensato solo in parte questo effetto.

La metodologia sviluppata dall’UPB distingue le diverse cause dell’evoluzione redistributiva dell’Irpef.

L’analisi separa infatti quattro componenti: le riforme rivolte ai redditi bassi e medi, gli interventi destinati ai redditi più elevati, il fiscal drag e le trasformazioni intervenute nel mercato del lavoro e nella distribuzione dei redditi.

Questo metodo, secondo l’UPB, ha consentito di misurare quanto del cambiamento dipenda dalle scelte legislative e quanto invece sia riconducibile all’inflazione o all’evoluzione dell’occupazione. Secondo l’UPB, circa l’80% dell’aumento della capacità redistributiva registrato negli ultimi trent’anni è attribuibile direttamente alle riforme dell’Irpef.

Ma lo studio sottolinea anche che il sistema fiscale mostri ormai segnali di saturazione. Il rafforzamento della redistribuzione è stato ottenuto principalmente alleggerendo il prelievo sui redditi medio-bassi e concentrando una quota crescente del carico fiscale sui contribuenti con redditi medio-alti. Questa impostazione rende il sistema più vulnerabile agli effetti dell’inflazione, accentua le differenze di trattamento tra lavoratori dipendenti e altre categorie di contribuenti e non affronta le cause strutturali della stagnazione salariale.

Su questo aspetto è severo il giudizio dell’Unione Sindacale di Base che in un commento allo studio dell’UPB scrive: “Colpisce la suggestiva proposizione dell’UPB secondo cui a tale perdita hanno contribuito principalmente due fattori, la pratica di operare sulle aliquote Irpef per far crescere un po’ i salari e la moderazione salariale, ovviamente complici i sindacati concertativi Cgil Cisl e Uil che si sarebbero accontentati dello sgocciolamento economico che arrivava sulle buste paghe grazie agli sconti Irpef e hanno quindi ridotto dal 1990 la pressione per aumentare i salari. Risultato, le imprese hanno risparmiato un sacco di soldi, i salari sono rimasti al palo e la collettività tutta ha pagato attraverso la riduzione delle tasse quello che avrebbero dovuto sborsare i datori di lavoro se il sindacato avesse fatto il suo mestiere”.

Per l’Ufficio parlamentare di bilancio, ulteriori incrementi della redistribuzione attraverso l’Irpef appaiono ormai limitati. Le possibili strategie dovrebbero comprendere un ampliamento della base imponibile attraverso il contrasto all’evasione fiscale, una revisione dei regimi agevolati che riducono il gettito del sistema ordinario e politiche capaci di rilanciare la dinamica salariale.

Accanto agli interventi fiscali, conclude lo studio dell’Upb, sarà sempre più necessario ricorrere anche a strumenti di sostegno ai redditi finanziati dal lato della spesa pubblica, poiché il solo utilizzo dell’Irpef sembra aver saturato il proprio potenziale redistributivo. In pratica l’UPB ci dice che la distruzione del welfare pubblico e il calo dei salari sono la conseguenza della stessa causa e che i bassi salari, per crescere, hanno bisogno di un welfare dignitoso. Tutto il resto sono chiacchiere, sia dei governi che di Cgil Cisl Uil.

Note

(1) lo diventeranno nel 1997 con il Pacchetto Treu, peggiorate nel 2003 con la Legge Biagi e peggiorate ancora nel 2015 con il Jobs Act.

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06/07/2026

Fondi pensione e gestione privata. Il primo luglio è stato un bel giorno per BlackRock

di Alessandro Volpi

Dal primo luglio entra in vigore la nuova normativa sui fondi pensione. Per gli assunti, nel settore privato, da quella data scatta il silenzio assenso per cui, se entro 60 giorni non viene manifestata una chiara volontà in senso contrario, i contributi finiranno nel fondo pensione della categoria. Se ci sono più fondi, andranno a quello che ha maggiori iscritti e se non ci sono fondi andranno al Fondo Cometa, che riguarda i lavoratori metalmeccanici.

A rendere l’adesione ai fondi privati ancora più incentivata concorre una riduzione del carico fiscale, che si manifesta in termini di deducibilità fino a 5.300 euro e in termini di aliquota più bassa sulle plusvalenze, fissata al 20% invece che al 26%. Vale la pena ricordare che questo beneficio significa per lo Stato una minore entrata di circa sei miliardi di euro l’anno, che vanno a beneficio di meno del 40% dei lavoratori e delle lavoratrici del settore privato. Naturalmente il minor gettito lo pagano tutti gli altri.

Ma a colpire è un altro dato. Chi gestisce i fondi, a cominciare dallo stesso Fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici? Il fondo ha un suo Consiglio di amministrazione e un collegio sindacale che sono composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. Il Cda, come è ovvio, non gestisce l’enorme disponibilità finanziaria – stiamo parlando di 13-14 miliardi di euro – che proviene dai contributi, ma la affida ai grandi gestori internazionali che decidono dove impiegare questi stessi contributi.

Il principale è BlackRock che usa come “depositario” e garante State Street Bank in una filiera dove gran parte di quel risparmio finisce nelle società di cui BlackRock è azionista, naturalmente rigorosamente domiciliate in terra Usa e, spesso, con sede in Delaware (a fiscalità agevolata). In questo senso l’automatismo dell’adesione ai fondi privati di categoria determinerà un trasferimento di una fetta rilevante del risparmio italiano, circa 74 miliardi di euro l’anno, verso le Borse Usa, ridurrà le disponibilità dell’Inps e sottrarrà risorse al sistema produttivo del nostro Paese.

La finanziarizzazione, tuttavia, non finisce qui perché dal 31 ottobre entrerà in vigore la piena “portabilità” dei fondi negoziali di categoria che potranno essere affidati dal singolo lavoratore a una banca o a una assicurazione, mutandone la natura da fondi chiusi in veri fondi aperti dove il peso dei grandi gestori, come BlackRock, sarà ancora maggiore. La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (la 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino ad ora non consentita, del contributo datoriale, una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il Tfr, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un Piano individuale pensionistico (Pip), gestiti da banche e assicurazioni.

Il governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti; un’affermazione davvero incredibile data la pressoché totale situazione di monopolio esistente tra i grandi gestori, a partire da BlackRock, a cui, con questa misura, arriveranno molto più facilmente i risparmi italiani.

Ma i contorni della trasformazione sono ancora più profondi. I fondi negoziali hanno costi di gestione bassissimi (spesso sotto lo 0,5%). I fondi aperti e i Pip, venduti da banche e grandi gestori internazionali (come BlackRock, che attraverso i suoi prodotti di investimento è il principale partner di molte banche), hanno costi decisamente superiori (anche oltre l’1,5-2%). Nel lungo periodo, commissioni più alte possono “mangiare” una fetta enorme della pensione finale.

In questo senso, i grandi gestori globali, BlackRock in primis, spingono da anni per una privatizzazione del sistema pensionistico europeo (si veda il Prodotto pensionistico individuale europeo, Pepp). Rendere il contributo datoriale “portabile” significa aprire un mercato di miliardi di euro alla gestione privata, a discapito dei fondi collettivi gestiti pariteticamente da sindacati e imprese.

Naturalmente in tale ambito diventa fondamentale l’azione di “marketing”. Le banche hanno una rete di vendita capillare che i fondi negoziali non hanno. Il rischio è che i lavoratori vengano convinti a trasferire i propri fondi verso strumenti privati più costosi e non necessariamente più performanti.

L’impatto finanziario di tale modifica sarà così forte che il 29 maggio scorso i sindacati e le associazioni datoriali hanno firmato un “avviso comune” per limitare gli effetti di un simile accelerazione, ma si tratta di un avviso, appunto, che certo potrà poco contro la norma di legge dove è prevista la portabilità piena.

I sindacati, nella loro trasformazione in produttori di servizi, stanno diventando sempre più uno strumento di finanziarizzazione del risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici.

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05/07/2026

La realtà che Vannacci, Cazzullo e i ‘rossobruni’ non raccontano

Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione.

Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le destre estreme continuano a raccogliere consensi. Che ne pensa?

Che ormai non si tratta solo di destre estreme. Gli immigrati sono presi di mira anche da un numero crescente di liberali. Sul Corsera, Aldo Cazzullo ha parlato con disinvoltura di “dumping sociale” causato dall’immigrazione. E non è l’unico. Pezzi di mondo liberale si stanno appropriando di alcune falsificazioni tipiche dei movimenti reazionari.

Non vorrei sembrare malizioso, ma somigliano molto a prove di dialogo politico. Mi pare l’ennesimo segno della crisi profonda in cui oggi versa il liberalismo.

Lei quindi sta dicendo che il “dumping sociale” causato dai lavoratori immigrati non esiste? E che i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi non peggiorano?

Certo che peggiorano, ma non a causa degli immigrati. Soprattutto nell’epoca del calo delle nascite, l’idea che l’immigrazione causi il declino delle retribuzioni e delle condizioni di vita dei nativi non trova riscontri macroeconomici adeguati.

La più ampia meta-analisi disponibile, su 88 studi pubblicati, è giunta alla conclusione che l’impatto dell’immigrazione sui salari reali dei lavoratori nativi è mediamente zero, e nei rari casi in cui è significativamente diversa da zero, l’impatto positivo sui salari dei nativi è forte, mentre quello negativo è debole.

Persino George Borjas, l’economista citato da Trump per sostenere la campagna contro gli immigrati, non ha mai parlato di blocco dell’immigrazione, perché non avrebbe evidenze sufficienti per supportarlo.

Lei è un eminente studioso marxista. Alcuni sostengono che Marx riteneva che l’immigrazione abbattesse i salari dei nativi...

Di solito questi esegeti improvvisati citano una lettera a Meyer e Vogt in cui Marx accennò a un esercizio che noi economisti definiamo di ‘statica comparata’: vale a dire, notò che la concentrazione delle proprietà agricole irlandesi generava disoccupati ed emigranti che andavano poi a competere nel Regno Unito coi lavoratori inglesi, ma quel nesso lo esplicitava lasciando immutata l’enorme massa delle altre variabili che influiscono su di esso, e ne era pienamente consapevole.

Del resto, chi lo cita evita di aggiungere che in quella stessa lettera Marx precisava che l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi era “alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa e da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti”, e rappresentava “il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica”. Parole attuali, direi.

Usare il massimo teorico dell’unità internazionale dei lavoratori per sostenere le campagne anti-immigrati è dunque solo un patetico imbroglio.

Ma allora, se non è colpa degli immigrati, perché assistiamo a un declino delle retribuzioni dei lavoratori nativi?

Le analisi effettuate in questi anni chiariscono che il degrado delle condizioni salariali e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori nativi dipende dall’abbattimento delle tutele legali contro i licenziamenti, il precariato e il lavoro nero, dall’indebolimento degli ispettorati del lavoro, dalla legislazione anti-sindacale, dal crollo degli scioperi, dallo spostamento dei carichi fiscali dal capitale al lavoro, dalla monopolizzazione dei mercati da parte delle grandi imprese.

Insomma, dal fatto che la lotta di classe la stanno vincendo i capitalisti su tutti i fronti decisivi del conflitto sociale. In un tale attacco generalizzato al lavoro, prendersela con gli immigrati è ingenuo o in malafede. Significa farsi abbagliare da quello che io chiamo il perfetto “capro espiatorio del capitale”.

Ammetterà però che esiste un problema di immigrazione irregolare...

Teniamo presente che gli irregolari rappresentano appena il 6 percento degli immigrati in Europa. Ovviamente, queste irregolarità vanno risolte, ma per farlo bisogna mettere in luce alcune loro determinanti profonde, spesso nascoste.

L’ILO e i tribunali documentano che vari imprenditori sottopongono i lavoratori irregolari a vessazioni inaccettabili in uno stato di diritto. In altre parole, sussiste un preciso interesse padronale a creare vie di accesso illegali ai lavoratori stranieri, per ricattarli e sfruttarli meglio.

Ma se al posto della regolarizzazione venisse applicata la ricetta vannacciana della “remigrazione” degli stranieri, cosa accadrebbe?

Le curve del declino demografico indicano che entro dieci anni perderemo 13 milioni di cittadini europei in età di lavoro, di cui quasi due milioni e mezzo in Italia. Anche assumendo crescita asfittica, è piuttosto improbabile che una tale caduta possa esser compensata da un boom delle nascite o della produttività del lavoro. Avremo bisogno di lavoratori immigrati anche solo per mantenere le attuali capacità produttive.

Se dunque blocchiamo l’immigrazione, potremmo trovarci dinanzi a uno shock da scarsità di popolazione, un fenomeno raro in tempo di pace. La conseguenza andrebbe dall’inflazione, alla crisi, al crollo del potere d’acquisto dei lavoratori nativi. L’opposto di quel che sostengono i propugnatori della remigrazione.

Non c’è il rischio che gli immigrati esercitino pressione sul welfare e sulla sanità?

È vero l’opposto. I media ci hanno abituati a vedere l’immigrato come un fannullone avvezzo al crimine. In realtà, in Italia il tasso di occupazione degli immigrati è il 67 percento, pressoché identico a quello dei nativi: in larghissima maggioranza, gli immigrati sono lavoratori che pagano tasse e contributi, il loro apporto produttivo sostiene lo stato sociale di cui godono i nativi, in particolare gli anziani.

Però l’allarme sugli immigrati che commettono crimini esiste? O no?

Molti sono giovani, maschi, poveri e poco istruiti, che dal punto di vista statistico potrebbe essere un mix tale da aumentare la probabilità di violazioni della legge. Ma la realtà è che non esistono relazioni statistiche significative tra aumento degli immigrati e aumento dei reati.

Uno studio recente su 23 paesi europei esaminati in un arco di 15 anni mostra che, dall’omicidio al furto d’auto, la correlazione con l’immigrazione è zero. Addirittura, tra gli immigrati regolari si registra spesso una propensione a rispettare le regole superiore rispetto ai nativi.

Quanto al dato che gli immigrati siano presenti più nella popolazione carceraria che nella popolazione totale, si deve al fatto che gli irregolari sono contati nella carceraria e non nella totale, e soprattutto all’assenza di reti di protezione legale e familiare, più che a una indimostrata propensione dello straniero a delinquere.

Eppure i media e i social battono molto sui crimini commessi da immigrati...

Studi pubblicati sulla Review of Economics and Statistics e altrove mostrano che i media hanno enormemente sovra-rappresentato i reati commessi da immigrati, determinando così uno spostamento del consenso verso politiche reazionarie.

Sappiamo bene che molte redazioni considerano notizia “appetibile” solo i reati commessi da stranieri contro i nativi, mentre snobbano i reati commessi dai nativi, soprattutto quelli di imprenditori nostrani contro lavoratori stranieri. Così facendo, si crea una gigantesca distorsione della realtà. Il tambureggiamento xenofobo di media e social non è un termometro, è una malattia di questa fase storica.

A coloro che sono tentati dalla propaganda del generale Vannacci, cosa direbbe?

Che Vannacci e sodali insistono per bloccare gli afflussi di immigrati, ma guarda caso non osano proporre il blocco dei movimenti internazionali di capitali, che oggi possono spostarsi liberamente da un paese all’altro a caccia di bassi salari, tassazione favorevole e lassismo nelle regole a tutela del lavoro e dell’ambiente, e che rappresentano una causa documentata del degrado dei redditi e delle condizioni di vita dei lavoratori nativi.

Sarebbe ora di bloccare i flussi di capitali, non di immigrati. Ma questo Vannacci non lo dirà, perché lui è solo l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali.

Professore, lei però affronta la questione da un punto di vista puramente razionale, usando dati scientifici. Magari il problema è proprio che l’irrazionalità imperversa...

È così. Ma l’unica arma per contrastare l’andazzo è portare alle estreme conseguenze la nostra razionalità critica. Dobbiamo tornare a indagare sui fattori introspettivi che alimentano la nuova psicologia di massa autoritaria, e che scatenano l’attrazione di tanta gente verso i pifferai della violenza dei forti contro i deboli, delle ronde notturne di quelli che vanno a spaccar teste allo straniero di turno e che invocano una ritornante ondata di pogrom e deportazioni.

Dobbiamo contrastare la tendenza ricordando il monito di Lukács, più che mai attuale: se non viene combattuto e sconfitto, questo dilagante irrazionalismo nero ci farà precipitare in una nuova epoca di orrore.

Quale proposta avanzerebbe in tema di immigrazione?

Un immediato “ius soli”, ma non basta. Bisogna portare avanti i programmi dell’ILO per la regolarizzazione di chi dimostri che svolge lavoro nero, per la responsabilità degli appaltatori lungo tutta la filiera del processo produttivo, e così via.

In altre parole: non solo pieni diritti civili e politici ma anche diritti del lavoro, sindacali e sociali. Solo così si ricaccia la xenofobia nel dimenticatoio della storia e si costruisce la coesione tra lavoratrici e lavoratori di ogni colore e provenienza, per l’unità di classe del futuro.

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02/07/2026

Remigrazione? I lavoratori stranieri versano 12,6 miliardi di Irpef

I contribuenti nati all’estero hanno dichiarato nel 2025 redditi per 87,9 miliardi e 12,6 miliardi di questi sono stati versati come Irpef, su un totale di introiti fiscali da Irpef di quasi 188 miliardi nel 2025, pari al 6,7% del totale.

Questo è quanto rivelano i dati elaborati dalla Fondazione Leone Moressa di Mestre per il Rapporto annuale 2026 sull’Economia dell’immigrazione, che sarà presentato a ottobre e che sono stati anticipati da il Sole 24 Ore.

I cittadini nati all’estero ma che risiedono in Italia (includendo anche quanti hanno acquisito la cittadinanza italiana) sono 5.156.370 ossia il 9,4% della popolazione.

I loro redditi dichiarati nel 2025 (riferiti all’anno di imposta 2024) ammontano a 87,9 miliardi. La crescita è stata costante negli ultimi undici anni: i redditi dichiarati dagli stranieri valevano infatti 46,6 miliardi nel 2014 (55,7 miliardi se rivalutati all’inflazione con l’indice Foi).

L’Irpef complessivamente versata dagli immigrati vale 12,6 miliardi, il 6,4% dell’imposta netta totale dichiarata che ammonta a 197,4 miliardi. In pratica, pur considerando i valori monetari rivalutati al 2024, negli ultimi dieci anni c’è stato un aumento consistente sia nel volume dei redditi (+57,8% dal 2014), che nel volume dell’Irpef (+55%). I contribuenti stranieri o naturalizzati hanno un reddito medio di 17.670 euro, contro i 26.920 dichiarati dai nati in Italia.

Il 38,2% dei contribuenti stranieri si colloca nella fascia fino a 10mila euro (in questa fascia gli italiani sono il 23,4%); il 40,1% è nella fascia fra 10mila e 25mila euro. Solo il 2,5% supera i 50mila euro annui (contro l’8,4% dei nati in Italia).

I lavoratori immigrati risultano concentrati nei settori a più bassa qualificazione e retribuzione, come lavoro domestico, logistica, agricoltura, edilizia e ristorazione, caratterizzati da bassi salari, maggiore discontinuità occupazionale e limitate possibilità di progressione professionale.

“A questo – sottolinea il presidente della Fondazione Moressa – si aggiungono fattori come il mancato riconoscimento dei titoli di studio acquisiti all’estero, le barriere linguistiche, la segregazione occupazionale e una più elevata incidenza fra gli immigrati del part-time involontario”.

I contribuenti immigrati che hanno dichiarato il reddito medio più alto sono in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia (oltre 18 mila euro), dunque in linea con la dinamica dei redditi dell’Italia.

I più “poveri” sono in Calabria, con poco più di 11 mila euro annui (anche qui in linea con quanto accade anche per i contribuenti nati in Italia).

La Regione con l’Irpef maggiore versata dagli immigrati resta la Lombardia, sia a livello di volume totale (3,4 miliardi), sia come valore pro-capite (3.940 euro).

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01/07/2026

Dal 1° luglio adesione automatica, il TFR va ai fondi: l'ennesimo giro di vite del silenzio-assenso

Dal 1° luglio 2026, per direttiva COVIP e in attuazione della Legge di Bilancio 2026, scatta un meccanismo che definire “adesione automatica” è un eufemismo: si tratta, nei fatti, di un'iscrizione d'ufficio ai fondi pensione privati. Il lavoratore neoassunto viene considerato “aderente” fin dal primo giorno di lavoro, salvo che non eserciti, entro il termine perentorio di 60 giorni, una rinuncia esplicita. Non sceglie: deve disdire. Non aderisce: viene aderito. È il rovesciamento di ogni logica di libera scelta in materia previdenziale, ed è bene chiamarlo con il suo nome: un esproprio per via amministrativa del salario differito.

Si riduce, rispetto al passato, anche il tempo a disposizione per riflettere: da sei mesi a soli 60 giorni, un termine palesemente insufficiente per un lavoratore alle prime settimane di un nuovo impiego, spesso in periodo di prova, magari precario, che si vede recapitare moduli e informative complesse proprio nel momento in cui ha tutt'altro a cui pensare. Il “silenzio” di chi non ha gli strumenti, il tempo o le informazioni per scegliere viene trasformato per legge in un “assenso” vincolante e, una volta scaduto il termine, sostanzialmente irreversibile.

Chi controlla la destinazione di questo fiume di denaro? La normativa stabilisce una gerarchia: in primo luogo i fondi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali; in assenza di accordi, il fondo di categoria. Ma la quasi totalità dei fondi negoziali di categoria – COMETA per i metalmeccanici, FONCHIM per i chimici, FON.TE per il terziario, e così via – sono governati da Consigli di Amministrazione a composizione paritetica, metà espressione delle associazioni datoriali e metà designati dalle stesse organizzazioni sindacali – CGIL, CISL e UIL – che, contestualmente, negoziano i contratti collettivi che indirizzano automaticamente il TFR proprio verso quei fondi.

Non è una questione di dietrologia: è scritto nei siti istituzionali degli stessi fondi. Il conflitto d'interesse è strutturale e conclamato: chi siede al tavolo della contrattazione che decide dove deve confluire automaticamente il TFR dei lavoratori è lo stesso soggetto che poi siede nei Consigli di Amministrazione di quei fondi, ne nomina i vertici, ne percepisce i relativi compensi. Da tempo denunciamo questo cortocircuito, ricordando come i vertici confederali siedano poi sulle poltrone dei CdA dei fondi privati pagati, in ultima analisi, dai contributi dei lavoratori stessi.

Con l'adesione automatica questo meccanismo non viene scalfito: viene moltiplicato. Più lavoratori “silenti” significano più masse di TFR convogliate automaticamente verso i fondi negoziali, più patrimoni gestiti, più commissioni di gestione, più peso istituzionale per chi quei fondi li amministra. Il cerchio si chiude: il sindacato che dovrebbe difendere il salario del lavoratore diventa, al tempo stesso, il soggetto che beneficia, in termini di potere e di rappresentanza, del dirottamento di quel salario verso la previdenza privata.

I fondi negoziali, va detto con chiarezza ai lavoratori, non gestiscono direttamente un euro: affidano le risorse raccolte, tramite bandi e mandati di gestione, a società finanziarie internazionali. Basta consultare la documentazione pubblica dei fondi per scoprire che tra i gestori finanziari incaricati compaiono colossi come BlackRock Investment Management, accanto ad altri grandi player come Amundi, Allianz Global Investors, Eurizon, Generali Insurance Asset Management. Il TFR dei metalmeccanici, dei chimici, dei lavoratori del terziario, una volta “automaticamente aderito”, viene così trasferito nei portafogli gestiti da uno dei più grandi gestori patrimoniali del pianeta, con masse complessive nell'ordine di migliaia di miliardi di dollari investiti su scala globale.

Il punto non è tecnico, è politico: i lavoratori non scelgono questi gestori, non li conoscono, non hanno voce in capitolo sulle politiche di investimento concretamente adottate, e nella stragrande maggioranza dei casi non sanno nemmeno che il proprio TFR, attraverso il fondo di categoria, finisce nei portafogli di BlackRock o di soggetti analoghi. La governance “paritetica” dei fondi, tanto sbandierata come garanzia di trasparenza, lascia in capo agli iscritti zero potere reale sulle scelte di investimento quotidiane: quelle restano nelle mani dei gestori professionali selezionati dai CdA.

Non si tratta di insinuazioni: è documentazione pubblica, raccolta da organizzazioni indipendenti, da campagne internazionali per la finanza etica e persino da relatori speciali delle Nazioni Unite. Il rapporto “Dall'economia di occupazione all'economia del genocidio” della relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha documentato come BlackRock e altri grandi gestori figurino tra i principali azionisti istituzionali di società strettamente legate al settore della difesa e della sicurezza israeliana, oltre ad aver acquistato titoli di debito pubblico (war bond) utilizzati da Israele per finanziare le proprie spese belliche. Diverse inchieste giornalistiche, dal manifesto a testate di settore, hanno ricostruito come BlackRock figuri tra i principali investitori istituzionali in gruppi come Lockheed Martin, Raytheon (RTX), Boeing e Caterpillar, tutte società coinvolte, a vario titolo, nella fornitura di armamenti e mezzi impiegati nei conflitti in corso in Medio Oriente, Palestina e Libano.

Sul fronte della sorveglianza, un report del 2022 dell'organizzazione Corporate Accountability ha segnalato la presenza di BlackRock tra gli azionisti di Axon Enterprise, fornitore di tecnologie di sorveglianza e armamento non letale per le forze di polizia, mentre inchieste giornalistiche internazionali hanno più volte evidenziato le partecipazioni del gestore in colossi tecnologici impegnati nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, analisi dati e riconoscimento facciale utilizzati anche in contesti di controllo di massa e di conflitto. Il rapporto “Don't Bank on the Bomb”, che monitora i finanziatori dell'industria delle armi nucleari a livello globale, colloca stabilmente BlackRock tra i principali investitori istituzionali del comparto, con partecipazioni per centinaia di miliardi di dollari complessivi nel settore.

Questo è il punto che nessuna informativa aziendale sul TFR riporterà mai ai neoassunti: aderendo, anche solo per inerzia, al meccanismo del silenzio-assenso, una quota del proprio salario differito può finire, attraverso passaggi di gestione indiretti, ma documentati, in un ecosistema finanziario che lucra anche su armamenti, conflitti e sorveglianza di massa. Non è un'opinione: è ciò che emerge incrociando la composizione azionaria pubblica di questi gestori con le inchieste indipendenti citate.

Tutto questo si innesta su un disegno più ampio, denunciato da decenni dal nostro sindacato: lo smantellamento progressivo della previdenza pubblica solidale e a ripartizione, sostituita con un sistema contributivo che già oggi promette pensioni sempre più povere, per spingere i lavoratori verso la previdenza integrativa privata come unica via di salvezza.

Prima si tagliano le pensioni pubbliche, poi si propone come soluzione un sistema che trasforma un diritto certo – il TFR, rivalutato per legge – in un capitale esposto al rischio dei mercati finanziari, ai costi di gestione, alle commissioni, alle crisi cicliche delle borse mondiali.

Il TFR lasciato in azienda matura una rivalutazione certa per legge (1,5% fisso più il 75% dell'inflazione ISTAT). I fondi pensione, al contrario, non garantiscono alcun rendimento: si sa quanto si versa, non si sa quanto si percepirà. Le crisi finanziarie del passato, dal crollo dei mercati nel 2008 alle turbolenze più recenti, hanno mostrato comparti azionari dei principali fondi negoziali italiani in territorio negativo anche a doppia cifra in singole annualità, mentre il TFR tradizionale continuava a rivalutarsi secondo i parametri di legge. È la dimostrazione plastica di chi corre il rischio e di chi, invece, incassa comunque le commissioni: i gestori finanziari e, indirettamente, l'apparato che attorno a questi fondi si è costruito.

USB rivendica chiaramente:

  • NO all'adesione automatica e al silenzio-assenso: ogni lavoratore deve scegliere in modo libero, informato e consapevole, con tempi adeguati e non sotto pressione nei primi giorni di lavoro.
  • Trasparenza totale sulla composizione dei portafogli dei fondi pensione negoziali: i lavoratori hanno il diritto di sapere esattamente dove vengono investiti i propri soldi.
  • Fine del conflitto d'interesse strutturale tra contrattazione collettiva e governance dei fondi pensione: chi siede nei CdA non può essere lo stesso soggetto che negozia l'automatismo di adesione.
  • Difesa e rilancio della previdenza pubblica, solidale e a ripartizione, come unica vera garanzia contro la povertà pensionistica, contro la logica che scarica sui lavoratori il rischio dei mercati finanziari.
  • Esclusione esplicita, nei criteri di investimento dei fondi pensione, di qualsiasi esposizione verso società operanti nel settore degli armamenti, della sorveglianza di massa e dei conflitti in corso, a partire da Palestina e Libano.

Il salario differito è nostro: non si tocca, non si gioca in borsa, non si automatizza.

USB Lavoro Privato

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29/06/2026

Allarme della Corte dei Conti: nella sanità manca personale, a rischio i servizi

La crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è solo una questione di fondi, ma anche un problema di personale. È, in altre parole, un problema di capacità di programmare l’impiego di quei fondi per strutturare adeguati servizi per la tutela della salute. È la Corte dei Conti a lanciare l’allarme: senza un investimento su medici, infermieri e professionisti sanitari, l’intero sistema pubblico rischia il collasso.

L’avvertimento è stato lanciato dalla Corte dei Conti, discutendo il Rendiconto generale dello Stato. Le osservazioni fatte dall’organo costituzionale sono, del resto, un risultato atteso, dato che lo smantellamento del SSN è stato un obiettivo centrale dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni selvagge, così da trasformare un diritto in un terreno di profitto.

Per quanto la nostra sanità venga considerata ancora di qualità, la Corte mette in chiaro che “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”, perché il diritto alla salute è “centrale per definire il parametro di civiltà di un paese”. Nell’abbrutimento ideologico e culturale del capitale occidentale in crisi non sorprende, dunque, che tale diritto subisca apertamente una guerra: le liste d’attesa rimarranno intasate, la fuga verso il settore privato diventerà un esodo inarrestabile e le nuove Case di comunità finanziate dal PNRR resteranno scatole vuote.

I dati sono complessi da leggere, e possono trarre in inganno. Nel 2025 la spesa sanitaria ha toccato i 141,54 miliardi di euro, registrando un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, la cifra resta al di sotto dei 144 miliardi stimati inizialmente dal Documento programmatico di finanza pubblica. Il che significa che c’è già stato un definanziamento.

Il rapporto tra spesa sanitaria e PIL è inchiodato al 6,3%, e le proiezioni fino al 2029 non mostrano inversioni di tendenza, assestandosi intorno al 6,4%. Per il triennio 2027-2029 è previsto un aumento nominale del PIL maggiore rispetto a quello della spesa sanitaria, senza considerare l’impatto dell’inflazione, che nei fatti riduce la spesa effettiva di questo settore.

Il problema, però, non è solo quanto si stanzia, ma la capacità di tradurre il denaro in servizi concreti. Nonostante le risorse destinate al Ministero della Salute siano salite a 3,24 miliardi di euro (+18,3% rispetto al 2024), la capacità di spendere effettivamente questi soldi è crollata. In termini assoluti, i pagamenti totali del Ministero sono diminuiti del 5%, passando dai 2,093 miliardi del 2024 a 1,988 miliardi del 2025.

Non sorprende se si pensa ai tagli agli organici con la scusa del risparmio, indebolendo la capacità effettiva dell’amministrazione pubblica, e se si pensa anche al modo in cui questi fondi pubblici sono stati reindirizzati in funzione della speculazione privata. È in questo divario tra fondi teorici e prestazioni erogate che si inserisce, inoltre, il dramma delle liste d’attesa.

Nel 2025, la Piattaforma nazionale connessa ha registrato oltre 57 milioni di prenotazioni (33,5 milioni di esami e 24 milioni di visite). Eppure, il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2025-2027 è in ritardo e solo due Regioni trasmettono i dati in tempo reale, mentre le altre si affidano a invii mensili, rendendo impossibile individuare tempestivamente i colli di bottiglia. Un altro evidente fallimento della regionalizzazione, invece di una sanità pianificata a livello centrale.

Per la Corte dei Conti, l’unica vera terapia d’urto passa dal reclutamento del personale. La carenza cronica di organici ha infatti generato un effetto distorsivo ed economicamente doloroso: il boom dei medici e infermieri “a gettone” reclutati tramite appalti esterni, soprattutto nei pronto soccorso.

Si tratta di una pratica dai costi esorbitanti che non solo frammenta la continuità terapeutica delle cure, ma che porta al peggioramento della qualità delle prestazioni e aumenta i rischi di danno erariale. Restano inoltre insufficienti e fortemente disomogenei gli screening oncologici, drammaticamente al palo nel Meridione e nelle Isole.

Teoricamente, la legge di bilancio 2026 autorizza le aziende sanitarie regionali ad assumere personale a tempo indeterminato nel limite di 450 milioni di euro annui, in particolare per infermieri e personale tecnico. Ma se si pensa che, sulla base di dati nazionali, la Fondazione GIMBE ha calcolato 4,7 infermieri ogni mille abitanti nel nostro paese, quando la media OCSE è di 9,5, si capisce bene che questi fondi possono al massimo alleviare leggermente le mancanze costruite in anni di attacchi alla sanità pubblica.

La solita propaganda della classe dirigente, che continua a ignorare gli interessi della maggioranza della popolazione per garantire i profitti, e per pagare il riarmo. In questo caso, la massima cubana “medici e non bombe” appare adattissima anche al Belpaese.

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L’avanzata globale della repressione antisindacale

L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro.

Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche.

Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.

I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe.

Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate. 

In generale, la condotta antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità organizzata e la politica corrotta.  

“C’è un’avanzata preoccupante delle destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.

Nel mirino in questi giorni in Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto l’impulso del governo di Xiomara Castro.

“Soprattutto nel settore pubblico hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.  

Nelle Americhe, oltre ai già citati casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica, El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.

In Argentina, che nell’Indice Globale dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala il documento.

A Panama le proteste contro la legge 462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente del settore educativo, che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il personale docente. 

Più di 5 mila lavoratori delle piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più di 80 sono ancora in carcere. 

“Fin dall’inizio, Mulino ha detto chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).

È così tanto il potere concesso agli imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.

“L’unico modo per sopravvivere a questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.

Non diversa la situazione in Ecuador dove l’ultra liberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione d’ufficio”.

Il rapporto della CSI segnala inoltre la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato, nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati, tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.

“Stiamo assistendo a un’erosione globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.  

Per l’organizzazione sindacale internazionale “le libertà e i diritti da cui le persone dipendono per mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il potere e eliminare diritti”

Nel mirino ci sono i sindacati in quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la voce dei lavoratori. In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo per pochi potenti”.

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21/06/2026

Le condizioni dei “lavoratori umani” che puliscono i dataset o validano i chatbot

Dietro la crescita dell’intelligenza artificiale (Ai) si nascondono migliaia di lavoratori che svolgono un ruolo fondamentale nel gestire e “pulire” i dataset utilizzati nell’addestramento delle Ai o nel validare sistemi come chatbot. Questi impiegati non sono però assunti direttamente da colossi digitali come Amazon, Google e Meta ma attraverso aziende intermediarie e sono sottoposti a difficili condizioni lavorative.

Una situazione aggravata dalla mancanza di trasparenza di queste società che si rifiutano di rivelare quali servizi di “annotazione umana” abbiano utilizzato per sviluppare i propri modelli di Ai. Un’analisi pubblicata a inizio aprile da SOMO, il Centro di ricerca olandese sulle multinazionali, ha provato a far luce sui “lavoratori umani” e sulle responsabilità delle Big Tech nei confronti delle loro condizioni. Attingendo a un’ampia gamma di fonti accessibili al pubblico, tra cui articoli di stampa, dichiarazioni sindacali e pubblicazioni aziendali. “Finché le Big Tech continueranno a richiederlo, ci sarà sempre un’azienda intermediaria disposta a fornirlo. La responsabilità del trattamento riservato a questi lavoratori deve ricadere sulle grandi aziende tecnologiche”, ha spiegato a SOMO Karri Lybeck, consulente e organizzatore sindacale nel settore tecnologico.

Il settore dell’intelligenza artificiale è in forte crescita. Secondo le stime di una società di analisi di mercato il settore raggiungerà un fatturato di 10,2 miliardi di dollari entro il 2034, grazie alla crescente diffusione dei prodotti basati sull’Ai. Un fenomeno che non sarebbe possibile senza l’impiego di agenzie intermediarie.

L’analisi mostra come le principali cinque società impiegate nello sviluppo di sistemi basati sull’intelligenza artificiale (Amazon, Google, Meta, Microsoft e Nvidia) abbiano impiegato complessivamente 30 diverse aziende intermediarie per reclutare lavoratori umani per la validazione dei dati. Entrando nel dettaglio è Amazon ad avere il maggior numero di fornitori, ben 18, seguita da Microsoft e Google con 15, da Meta (10) e da Nvidia (8). “Questa analisi si basa interamente su informazioni di dominio pubblico e, pertanto, è probabilmente incompleta – si legge nel report –. Ciononostante, ci permette di iniziare a fare luce sui misteri di questa catena di approvvigionamento, mettendo in luce la rete di aziende coinvolte”.

Le aziende a cui ricorre il settore dell’intelligenza artificiale non sono un insieme omogeneo e spesso adottano modelli di business diversi tra di loro. Alcune sono società di outsourcing dei processi aziendali, come Appen, Telus digital e Sama, che in genere assumono o ingaggiano lavoratori per fornire servizi ai clienti. Altre operano come piattaforme di crowdwork, tra cui Clickworker, Mercor e Scale Ai, dove un ampio bacino di lavoratori online svolge incarichi su base progettuale o per singolo compito.

La mancanza di trasparenza non riguarda solo le Big Tech ma anche il modo in cui operano le aziende intermediarie. Anche se la quasi totalità di queste società ha sede nel “Nord globale”, e 20 su 30 negli Stati Uniti, non è detto che la manodopera con cui si interfacciano venga dalle stesse aree geografiche. Secondo la piattaforma di analisi Data work landscape molti di questi attori reclutano in tutto il mondo specialmente nei Paesi del “Sud globale” dove il costo del lavoro e le tutele sindacali sono inferiori. Ad esempio, Sama (che serve Google, Meta, Microsoft e Nvidia) si rivolge a lavoratori in Stati Uniti e Canada ma anche in Kenya e in Uganda.

Purtroppo, esistono poche analisi dettagliate delle condizioni di questi lavoratori. Una di queste è realizzata da Fairwork piattaforma che analizza l’equità delle condizioni dei lavoratori del settore digitale, compresi quelli impegnati nell’addestramento dell’Ai. SOMO ha incrociato i risultati ottenuti da Fairwork con le collaborazioni tra Big Tech e intermediari per stabilire quanto siano eque le condizioni lavorative dei loro principali partner. I risultati, almeno per quanto riguarda le prime quattro aziende intermediarie, non sono incoraggianti. Il campione esaminato risulta carente in almeno cinque dei dieci parametri utilizzati nella valutazione dell’equità del lavoro. In particolare, solo due aziende, Appen (che fornisce Amazon, Meta, Microsoft e Nvidia) e la già citata Sama, garantiscono uno stipendio minimo ai lavoratori ingaggiati e solo la prima tutela la libertà di associazione. Mentre Scale Ai e Clickworker sono ancora più carenti sotto tutti gli aspetti esaminati.

Questi dati evidenziano un paradosso: sebbene i lavoratori del settore siano soggetti a condizioni di lavoro stabilite dai fornitori, dietro la domanda della loro manodopera e la pressione a fornirla su larga scala e a basso costo si celano alcune delle aziende più potenti e redditizie al mondo. Colossi come Google e Meta hanno sempre respinto la propria responsabilità in quanto datori di lavoro, addossandola invece ai propri fornitori intermedi. Eppure, le Big Tech esercitano un potere considerevole sui loro fornitori in quanto rappresentano la quasi totalità dei loro clienti. Molte di queste aziende fanno affidamento su contratti con poche (o addirittura con una sola) aziende tecnologiche, con un singolo cliente che rappresenta dal 14% al 48% del fatturato totale. Ne emerge quindi una forte asimmetria che permette ai “grandi” di esercitare la massima influenza sui propri fornitori.

Le Big Tech non sono solamente i principali (se non gli unici) clienti delle società intermediarie; spesso ne sono anche importanti investitori. Nel giugno 2025 Meta ha annunciato l’acquisto di una quota del 49% di Scale Ai. Questa scelta è stata criticata da SOMO e da altre associazioni in quanto potrebbe configurarsi come una “fusione verticale de facto”, conferendo a Meta il controllo su un fornitore fondamentale nel settore dell’annotazione dei dati. In risposta all’operazione Google ha annullato il suo contratto con Scale Ai per un totale di 150 milioni di euro, il 20% del loro fatturato. Un mese dopo, Scale Ai ha annunciato che avrebbe ridotto il proprio organico del 14%, con un impatto su 200 dipendenti a tempo pieno e 500 collaboratori esterni. A fare le spese di questa acquisizione aggressiva sono stati principalmente i lavoratori della società comprata. Questo tipo di investimenti mette inoltre in dubbio la narrativa delle aziende Ai che si dichiarano non responsabili delle condizioni di lavoro dei propri fornitori. Scale Ai non è un caso isolato, almeno altre nove aziende operanti nel settore dei dati per l’intelligenza artificiale hanno ricevuto investimenti da parte di Amazon, Google, Meta, Microsoft o Nvidia. Ciò evidenzia un coinvolgimento delle Big Tech a un livello più strutturale, che va oltre l’esternalizzazione e comprende la proprietà e il controllo.

Le grandi aziende tecnologiche integrano sempre più spesso l’accesso alla manodopera umana direttamente nei propri marketplace cloud, rendendo il lavoro sui dati una componente on demand dello sviluppo dell’Ai. Ad esempio Amazon nel 2005 ha lanciato il cosiddetto Mechanical Turk, una delle prime piattaforme di crowdwork su larga scala, ancora oggi disponibile. Mentre nel 2020 ha fatto un ulteriore passo avanti introducendo Amazon Augmented Ai (A21), che consente agli utenti del suo cloud (tra cui sviluppatori, altre aziende e servizi pubblici) di integrare il lavoro umano direttamente nei flussi di lavoro di machine learning. Nel promuovere i propri servizi, l’azienda ha affermato che gli utenti possono avvalersi di “una forza lavoro on demand disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, composta da oltre 500mila collaboratori indipendenti in tutto il mondo, tramite Amazon Mechanical Turk”. Se ciò non fosse sufficiente, i clienti “possono avvalersi di un fornitore di manodopera di terze parti tramite Amazon web services (Aws) marketplace. Questi fornitori sono stati selezionati da Aws per garantire recensioni di alta qualità e seguire le procedure di sicurezza”. Strategie simili sono state prese anche da Microsoft e da Google. Man mano che le Big Tech passano dall’outsourcing agli investimenti in società specializzate nella gestione dei dati fino all’integrazione dei loro servizi nelle piattaforme cloud, il loro ruolo diventa ancora più diretto. Non sono più semplici clienti ma partecipanti attivi nella definizione del mercato.

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