Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2026

VVF muore d’infarto: a 59 anni in prima linea per ore davanti alle fiamme

Alessandro Marchì, 59 anni, Vigile del fuoco del Comando provinciale di Caltanissetta, ha trovato la morte mentre era impegnato nelle operazioni di spegnimento di un vasto incendio divampato ieri mercoledì 22 luglio in contrada Mimiani, nel territorio di San Cataldo.

Un Vigile del fuoco, a 59 anni, può rimanere per tante ore davanti alle fiamme di un violento e disteso incendio?

Le prime informazioni indicano la causa della morte di Marchì in un infarto, ma saranno gli accertamenti sanitari a chiarire con esattezza le cause del decesso.

Un altro Vigile del fuoco, nel corso delle stesse operazioni di spegnimento,  ha accusato un malore ed è stato trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Caltanissetta.

Sull’ennesima morte per causa di servizio di un Vvf l’intervento del sindacalista catanese Carmelo Barbagallo, segretario nazionale FISI-Vigili del fuoco:

“Una tragedia enorme che spezza il cuore e, al tempo stesso, fa montare la rabbia nel sangue. Ma al dolore si unisce una rabbia incontrollabile.
L’ho detto, l’ho gridato e l’ho denunciato più e più volte: le condizioni in cui siamo costretti a operare non sono più sostenibili!
Oggi (ieri, ndr) la tragedia si è compiuta puntualmente, esattamente come avevamo paventato.
Non si può mandare il personale al macello sotto un caldo torrido, con carichi di lavoro massacranti, turni estenuanti, carenze d’organico strutturali e mezzi spesso inadeguati. Quello che è successo nel Nisseno non è solo una fatalità: è la conseguenza diretta di un sistema che ignora le grida d’allarme di chi sta in prima linea ogni giorno a proteggere la vita altrui, mettendo a rischio la propria.
Servono tutele, servono risorse, serve rispetto per la salute e la vita dei Vigili del Fuoco.
Non possiamo e non vogliamo più piangere i nostri fratelli mentre fanno semplicemente il proprio dovere.
Adesso basta con le parole di circostanza.
Pretendiamo risposte immediate.
Ciao Alessandro. Che la terra ti sia lieve”.
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13/07/2026

Catania ha il “primato” nazionale dei “NEET”

In Italia tocca a Catania il “primato” nazionale della gioventù totalmente assorbita nel “NEET”.

Il comune di Catania, nel Documento Unico di Programmazione (DUP), solo alcuni giorni fa aveva evidenziato questo “primato” nazionale che riguarda i giovani catanesi – nella città che ambiva ad essere la Capitale della Cultura 2028 – targato “abbandono scolastico, bassa istruzione, scarse opportunità lavorative, formazione non all’altezza dello stesso mercato del lavoro”.

Tutto ciò si sintetizza nell’acronimo inglese “NEET”, “Not in Education, Employment, or Training”, che in Italia indica i giovani, tra i 15 e i 29 anni, che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione professionale.

I dati sul tema diffusi in questi giorni dall’agenzia no profit Openpolis confermano che Catania “primeggia” fra i capoluoghi con il 35,4% della popolazione tra 15 e 29 anni in  questa condizione.

“Ovviamente”, al centro di questa dura realtà ci sono i quartieri popolari, con San Cristoforo e Librino “in testa”, il controllo capillare e militare della mafia impone la pax sociale alimentata anche da aspettative dettate dalle promesse elettorali e dal clientelismo diffuso.

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15/06/2026

Ponte sullo Stretto. La corruzione è arrivata ancora prima dei cantieri

Non è ancora stato posato un solo pilone. Non è stato scavato un solo metro di cantiere. Eppure sul Ponte sullo Stretto si parla già di corruzione, favori e tentativi di condizionare gli organismi di controllo.

Le notizie emerse dall’inchiesta della Procura di Roma, che dovrà naturalmente accertare ogni responsabilità, riguardano presunti tentativi di influenzare il giudizio della Corte dei Conti sul progetto del Ponte. Secondo gli inquirenti, attorno all’iter dell’opera si sarebbe mosso un sistema di relazioni e promesse finalizzato a ottenere un esito favorevole nei controlli istituzionali.

Il fatto che un’inchiesta per corruzione sfiori già il progetto prima ancora dell’apertura dei cantieri è di per sé un segnale allarmante e racconta un fatto politico incontestabile: attorno al Ponte continua a muoversi quel sistema di interessi, relazioni e affari che da sempre accompagna le grandi opere calate dall’alto.

Non siamo sorpresi.

Da tempo denunciamo che il Ponte sullo Stretto non nasce per risolvere i problemi della Calabria e della Sicilia. Nasce per alimentare un gigantesco flusso di denaro pubblico verso consulenze, appalti, subappalti e profitti privati.

Salvini continua a vendere il Ponte come la soluzione a tutti i problemi del Sud. Ma mentre il governo investe miliardi in questa ennesima cattedrale nel deserto, i calabresi continuano a fare i conti con una sanità pubblica al collasso, trasporti ferroviari indegni di un paese moderno, scuole abbandonate e territori devastati dal dissesto idrogeologico.

La domanda è semplice: perché si trovano miliardi per il Ponte e non si trovano risorse per garantire il diritto alla salute, alla mobilità, all’istruzione e al lavoro?

La risposta è altrettanto semplice: le opere pubbliche, ormai, di pubblico hanno soltanto i finanziamenti. I benefici finiscono nelle mani di grandi gruppi economici, mentre alle popolazioni restano gli espropri, il consumo di suolo, la devastazione ambientale e il peso dei debiti.

L’inchiesta di queste ore rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme attorno a un’opera che viene presentata come inevitabile e salvifica, mentre continuano a crescere dubbi, contestazioni e interrogativi sulla gestione dell’intero progetto.

Per questo ribadiamo il nostro NO al Ponte sullo Stretto.

Vogliamo investimenti nelle ferrovie, nella sanità pubblica, nella messa in sicurezza del territorio, nelle scuole e nella creazione di lavoro stabile e utile socialmente.

Vogliamo che siano le comunità a decidere del proprio futuro, non i comitati d’affari che da decenni si contendono una delle più grandi mangiatoie della storia repubblicana.

Per questo saremo presenti anche a Messina l’8 agosto, alla grande manifestazione contro il Ponte sullo Stretto promossa dai movimenti e dalle realtà territoriali che da anni si oppongono a questo progetto. Un appuntamento di lotta per ribadire che le priorità del Sud sono altre: sanità, scuola, lavoro, tutela dell’ambiente e messa in sicurezza del territorio.

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28/01/2026

Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla!

In questi giorni una grave frana ha colpito Niscemi, in provincia di Caltanissetta, producendo oltre mille sfollati e rendendo inagibili interi quartieri: un burrone profondo 50 metri con una linea di frana posizionata a 150 metri dal bordo e la quasi certezza che le case entro 50-70 metri crolleranno.

Il fronte del cedimento si è allungato per chilometri, coinvolgendo la strada provinciale SP10 e isolando parti della città. Case lesionate, famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni, scuole chiuse: una situazione definita “drammatica” dalle stesse autorità locali.

È evidente che questo evento non è casuale: da settimane il Sud e le isole sono nella morsa di una violentissima perturbazione, il ciclone Harry, che si stima abbia prodotto 200 milioni di euro di danni in Sardegna, 300 in Calabria e ben un miliardo e mezzo in Sicilia.

La frana di Niscemi è il punto di arrivo di settimane di inondazioni, devastazione e crolli, dovuti agli eventi estremi frutto della tropicalizzazione del clima, ma soprattutto di anni di incuria rispetto alla situazione strutturale di dissesto idrogeologico che attraversa gran parte del territorio italiano, e in particolare la Sicilia, dove ad aggravare questa condizione si aggiunge la cementificazione selvaggia portata avanti in nome del profitto.

Il rapporto ISPRA 2025 sul consumo di suolo evidenzia come nell’ultimo anno la Sicilia sia la seconda regione del centro-Sud per suolo consumato, e quarta in tutta Italia solo dopo Emilia-Romagna, Lombardia, e Puglia. Suoli fragili, colline argillose, aree già vulnerabili vengono sottoposte a pressione continua: urbanizzazione, infrastrutture, opere considerate “strategiche”, consumo di suolo e impermeabilizzazione che aumentano il rischio di frane, alluvioni e crolli.

Per questo le responsabilità politiche a tutti i livelli di governo sono triple: per il mancato impegno nelle politiche di contrasto alla crisi climatica, per l’asservimento totale delle amministrazioni nei confronti degli speculatori e per il taglio agli investimenti sulla tutela dei territori.

La finanziaria approvata quest’anno è emblematica: meno soldi per la prevenzione del dissesto idrogeologico, investimenti nella “grandi opere strategiche” (come il Ponte sullo Stretto!) e soprattutto ingenti finanziamenti alla guerra, che con le sue basi rappresenta un’altra piaga di lungo corso in Sicilia.

Le conseguenze le pagano le comunità locali, le famiglie sfollate, chi perde la casa, chi vive nell’incertezza e nella paura. La frana di Niscemi è l’ennesima dimostrazione che il dissesto non nasce in una notte: è il risultato di scelte politiche precise, di un modello di sviluppo che consuma il territorio e scarica i costi sociali e ambientali sulle classi popolari.

Con le piogge intense, ciò che cede non è solo il terreno, ma l’intero sistema economico e questo modello di gestione del territorio.

Non bastano parole di cordoglio o interventi emergenziali. Serve staccare la spina a questo sistema. Serve costruire una prospettiva di rottura, capace di mettere al centro la difesa dei territori, la sicurezza reale delle persone e un’alternativa sistemica al capitalismo della devastazione e della guerra.

È in questa prospettiva che cresce la necessità di organizzarsi. Serve costruire le EcoResistenze contro un sistema che, in nome di profitto e guerra, sta letteralmente facendo franare il futuro.

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22/01/2026

Al fianco della popolazione calabrese colpita dal ciclone. Un disastro prevedibile

I militanti di Potere al Popolo, saranno a Catanzaro Lido nell’area Teti, per dare un contributo volontario dal basso per aiutare le famiglie e l’intero territorio colpito perchè ci sarà bisogno di spalare fango.

Il ciclone Harry ha colpito l’intera costa ionica con forti piogge, mareggiate, lungomari distrutti, allagamenti, frane, strade spazzate via. Senza contare i danni provocati all’agricoltura, ad intere comunità, con famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, ai servizi pubblici. Come spesso capita in questi casi il prezzo più alto lo pagano i nostri territori fragili e le popolazioni.

Chiaro deve essere che quanto accaduto in questi giorni, non è né straordinario né imprevedibile, ma la conseguenza dei cambiamenti climatici in atto.

È assodato che l’aumento della temperatura globale provoca il riscaldamento del mare, lo scioglimento dei ghiacciai e, di conseguenza, l’innalzamento del livello del mare, che amplifica l’impatto delle onde sulle coste. La combinazione di un livello del mare più alto e tempeste più forti accelera l’erosione, riducendo la naturale protezione delle spiagge e mettendo a rischio infrastrutture, case e coste. In sintesi, il cambiamento climatico sta rendendo le mareggiate eventi più frequenti e distruttivi, trasformando quelle che un tempo erano eccezioni in eventi sempre più comuni.

“In questa occasione non possiamo non sottolineare il fatto che lo sfruttamento intensivo della natura, la dipendenza dai combustibili fossili, il degrado ambientale non sono stati causati dagli esseri umani in generale, ma da un determinato sistema di organizzazione della società che chiamiamo capitalismo” spiega Potere al Popolo in comunicato.

Non va dimenticato che in Calabria, ad esempio, le alluvioni non si contano più, rammentiamo quelle degli anni ’50, degli anni ’70, per arrivare ai giorni nostri, del camping “le Giare” di Soverato, con i suoi 13 morti.

E come sempre capita in Italia, i morti servono solamente per la retorica e per gli impegni solenni che non verranno mai mantenuti. Il sacrificio, il dolore di quanti li hanno amati serve solamente per quell’attimo, esso sì, veramente fuggente. Poi, il giorno dopo ritorna tutto come prima, aspettando la prossima alluvione, la prossima strage carica di morte.

Tante stragi, Soverato, Sarno, Crotone, Cavallerizzo, Vibo, Giampilieri, le alluvioni del 2009 (gennaio e settembre), Reggio Calabria.

Il degrado ambientale nella nostra regione regna sovrano. Lo verifichiamo quotidianamente quanto fragile è divenuta questa nostra terra per responsabilità della quasi totalità della classe politica che ha proposto e continua a proporre ed a praticare scelte di sviluppo devastanti e illusorie, come il Ponte sullo Stretto, la cementificazione delle coste e dei corsi d’acqua, la mancata manutenzione delle nostre fiumare, i condoni edilizi, la politica irrazionale dei porti e l’inesistenza di qualsiasi politica che salvaguardi le aree interne, i suoi boschi, che consenta il reinsediamento degli uomini, per evitare anche gli incendi estivi e per impedire che le nostre montagne diventino, come sta avvenendo, terreno esclusivo delle multinazionali delle energie rinnovabili che le stanno invadendo con tantissime pale eoliche.

“Le scelte politiche neoliberiste operate dalle giunte regionali della Calabria, fatta qualche eccezione come la legge Quadro regionale paesaggistica (QTRP) del 2010, sono riconducibili al modo di produzione capitalistico che di fatto distrugge il pianeta ed è per questo che bisogna distruggere il capitalismo”.

Fondamentale è uscire dalla logica dell’emergenza per passare a quella della prevenzione destinando risorse per realizzare interventi di messa in sicurezza e prevenzione del rischio.

Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha quantificato in circa 26 miliardi le risorse per realizzare questi interventi sull’intero territorio nazionale, sperando che nel frattempo non si verifichino ulteriori interventi dannosi per il territorio.

La “prevenzione del dissesto idrogeologico” dovrebbe essere, in un paese come l’Italia, la priorità assoluta per l’attività ordinaria di cura del territorio, finanziata con strumenti ordinari di spesa pubblica.

Il Governo lo scorso anno ha istituito il regolamento di un “Fondo progettazione per la mitigazione del rischio idrogeologico”, dimenticando però di metterci i soldi. Infatti, lo ha finanziato retroattivamente per il triennio 2022-2024 per soli 5 milioni di euro l’anno! Per intenderci: 15 milioni (in tre anni) a fronte di un investimento dovuto pari ad almeno 26 miliardi.

Nemmeno con il PNRR si è previsto uno stanziamento adeguato. Infatti, dei circa 2 miliardi e mezzo stanziati inizialmente (pari al 10% dei 26 miliardi citati in precedenza), a marzo, nel Decreto di revisione del PNRR, il Governo ha fatto sparire, con una sorta di gioco di prestigio, buona parte di tali risorse, che si sono sostanzialmente dimezzate.

Però l’Europa destina 800 miliardi di euro, ai quali l’Italia contribuisce con 80 miliardi, al riarmo.

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27/11/2025

Dati Eurostat: la questione meridionale è la questione della periferia UE

Avere i dati è fondamentale, ma perché abbiano un qualche valore è necessario che siano analizzati come risultati di processi, non come semplici fotografie dell’oggi. È così che emerge come i dati Eurostat sul rischio di povertà nella UE reinscrivono la tradizionale questione meridionale italiana nella dinamica centro produttivo-periferia sfruttata della UE.

Si tratta di una dinamica al limite del colonialismo, della colonizzazione interna, e a volte anche oltre questo limite. Perché, difatti, sul podio delle tre regioni di paesi europei la cui popolazione è maggiormente a rischio di povertà troviamo la Guyana francese, (53,3%), Ciudad de Melilla (41,4%), e poi la Calabria (37,2%). E subito dopo, ci sono anche la Campania (35,5%) e la Sicilia (35,3%).

In Italia, sono in generale 13 milioni le persone che si trovano a rischio povertà, che significa, per le famiglie, l’incapacità di affrontare spese impreviste, di farsi una settimana di vacanza annuale lontano da casa, di saldare le ratue del mutuo, l’affitto o le bollette, di comprare mobilio nuovo se quello vecchio è usurato. Per i single, significa difficoltà a pagare l’abbonamento a internet, abiti nuovi, o potersi dedicare ad attività ricreative.

Ma queste persone sono evidentemente distribuite in maniera diseguale, secondo una distribuzione geografica che ha una netta linea di demarcazione dal Lazio in giù. In Italia settentrionale, non c’è una regione che non sia nella fascia tra il 10 e il 15% di rischio di povertà, ovvero sotto la media UE del 16,2%. Tolte le province e le regioni autonome, l’Emilia-Romagna e le Marche sono persino sotto la 10% (rispettivamente 7,3% e 9,6%).

Con la mappa riportata qui a destra si ha la dimostrazione grafica di come la periferia della UE non sia tanto la periferia geografica, quanto quella economica e in un certo senso, di conseguenza, anche politica. Il Mezzogiorno è assimilabile ai territori “d’oltremare” – cioè i residui coloniali – di Francia e Spagna, e vive dinamiche di subalternità simili.

Territori abbandonati a se stessi o alla criminalità, dove salari e occupazione sono di bassa qualità, e da cui i centri economici prendono risorse, se ci sono, e manodopera a basso costo. Se questa dinamica aveva visto protagonista l’industria settentrionale negli scorsi decenni, con l’abbandono di strumenti per il riequilibrio dello sviluppo territoriale come la Cassa per il Mezzogiorno il divario è tornato ad ampliarsi, mentre i centri italiani sono diventati parte delle filiere comunitarie.

Ma la logica rimane la stessa. Un centro capitalistico procede con uno “scambio diseguale” nei confronti di un’altra area, per garantire i processi di valorizzazione e i profitti di una ristretta élite, e magari creando nel frattempo anche una frattura tra i lavoratori della propria e dell’altra zona, per essere sicuri che non ci siano alleanze tra subalterni che possano mettere in discussione questo processo.

Con la UE questa dinamica si è inscritta in un quadro continentale, dove è stata l’integrazione tra specifiche regioni a guidare il processo di sfruttamento della periferia da parte del core economico. Alcuni gruppi capitalistici italiani sono riusciti a trarne vantaggio, ma per il Mezzogiorno il futuro rimane lo stesso di quando migliaia di calabresi si ritrovavano a lavorare nelle fabbriche degli Agnelli.

I vincoli di bilanci europei amplificano questa divergenza, perché impongono una spesa che a Bruxelles chiamano “competitiva”, ma che nella realtà dei fatti, in Italia, significa ampi sussidi alle imprese che riescono a restare a galla nella crisi, togliendo fondi ad altri tipi di interventi, per non parlare poi della mancanza di una qualsiasi politica industriale. Il caso Ilva ne è l’esempio massimo.

Allo stesso tempo, per ristabilire un po’ di giustizia sulla mappa Eurostat, non si può non notare come, dalla roturra di questi vincoli, la periferia possa ottenerne grandi vantaggi. E con periferia, dunque, non si intende solo il Mezzogiorno, ma anche i residui coloniali prima accennati, o ancora i popoli dall’altra parte del Mediterraneo, imbrigliati anche loro nell’ingombrante presenza della UE. Le opportunità di lotta ci sono, vanno costruite con pazienza.

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11/07/2025

L’aeroporto di Comiso riconvertito a scalo militare?

di Antonio Mazzeo

Mercoledì 9 luglio sono stati monitorati alcuni atterraggi di velivoli militari nell’aeroporto “civile” di Comiso (Ragusa), intitolato a Pio La Torre, il segretario del PCI siciliano assassinato per il suo impegno contro la mafia, la militarizzazione dell’Isola e l’installazione dei missili nucleari Cruise proprio a Comiso.

Mentre ormai lo scalo civile sembra essere destinato alla chiusura si fanno sempre più forti le pressioni per una sua conversione a fini bellici.

La scorsa settimana il ministro della difesa Guido Crosetto ha annunciato che la Sicilia sarà trasformata in piattaforma addestrativa per i top gun USA e NATO che utilizzano i cacciabombardieri di quinta generazione F-35 (a capacità nucleare).

In tanti hanno pensato che sarà la stazione aeronavale di Sigonella a fare da hub addestrativo per l’US Air Force; personalmente ritengo invece che le autorità militari per tutta una serie di ragioni (anche logistico-operative) opteranno per un’altra destinazione.

L’aeroporto di Comiso è un'“ottima opzione”, ma non scarterei anche la possibilità che vengano utilizzati pure gli aeroporti militari di Trapani-Birgi (già base NATO per le operazioni degli aerei radar AWACS) e Pantelleria (in questo scalo in più esercitazioni sono atterrati i velivoli F-35 in dotazione all’Aeronautica Militare italiana).

La lotta contro la militarizzazione della Sicilia – a partire dall’opposizione alla riconversione a fini militari di Comiso – deve diventare l’obiettivo prioritario di ogni soggetto sociale e politico che intenda richiamarsi all’Utopia di Pio La Torre di una Sicilia Ponte di Pace e Cooperazione tra i popoli del Mediterraneo.

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03/02/2025

Messina annega, ma quelli giocano col “Ponte”

Quando ci siamo svegliati sotto una bomba d’acqua abbiamo capito immediatamente che sarebbe stato un disastro.

C’era solo da chiedersi quali torrenti avrebbero straripato e quale sarebbe stata l’entità del danno, se ci sarebbero state vittime. Era in dubbio solo la dimensione di quanto sarebbe accaduto. Per fortuna non ci sono state vittime, ma di torrenti che sono usciti dall’alveo ce ne stati tanti. A Zafferia i danni più consistenti, ma la situazione è critica sia nella zona nord che nella zona sud della città.

Fin qui tutto scontato. Conosciamo bene la condizione di dissesto idrogeologico del nostro territorio.

È, però, andata sott’acqua tutta la città. La via Don Blasco, che ha visto il taglio di mille nastri, è diventata un invaso. Il pronto soccorso del Policlinico, inaugurato da pochi giorni si è allagato.

A Ganzirri sembrava si fosse formato un altro pantano. Le palestre della città sono diventate acquitrini. Ma, poi, allagamenti nei paesi della provincia: a Rometta, a Furci Siculo, a Sant’Alessio... Inutile citarli tutti. Inutile citare gli allagamenti in tanti centri dell’isola. È stata una debacle totale.

Avviene nella città del ponte. Avviene nella città in cui alcuni giorni fa intorno alla cessione delle ex Officine Grandi Riparazioni delle ferrovie (di cui non si conosce la destinazione) al Comune di Messina si sono ritrovati gli uomini della cessione della città alla governance del ponte: in primo luogo Ciucci (vero playmaker dell’operazione), ma poi anche Basile (che assiste inerme in attesa di ricavarci qualche briciola), Schifani (che ha immediatamente licenziato il direttore generale del Cas che aveva osato mettere in dubbio la tenuta del traffico autostradale a causa dei 200 camion che trasporterebbero quotidianamente i materiali di scavo), il presidente di Rfi Lo Bosco.

Intanto i sostenitori locali del ponte esultano per le condanne alle spese legali subite dai No Ponte che avevano intentato una class action contro la Stretto di Messina Spa e auspicano per gli attivisti in difesa del territorio le stesse pene richieste per i no tav (8 milioni di euro).

Come non avere il sangue agli occhi contro questo branco di incoscienti. I primi, però, perché i secondi non meritano neanche la nostra rabbia. Sono solo personaggi di secondo piano alla ricerca di qualche ingaggio. Roba da folclore locale. I primi no, invece, perché sono responsabili, sono responsabili di un territorio che va in frantumi, sono espressione di un corso politico nuovo nel quale la funzione pubblica è totalmente sottomessa alla Grande Impresa, un corso politico nuovo che fa uso della modifica progressiva delle norme ogni qualvolta si frappongono ostacoli all’aggressione del territorio, un corso politico nuovo per il quale la stessa manifestazione del punto di vista avverso diventa motivo di azione disciplinare.

Nelle prossime settimane si tornerà in piazza contro la costruzione del ponte sullo Stretto. Verrà messo questo tema al centro delle iniziative. Come nel 2009, dopo la tragedia di Giampilieri, torneremo in piazza per chiedere che i soldi del ponte vengano utilizzati per la messa in sicurezza dei territori e il soddisfacimento dei bisogni inevasi di una comunità sempre più penalizzata.

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12/09/2024

Siccità in Sicilia, oltre il danno la beffa

A febbraio 2024 il governo regionale siciliano dichiara, a causa della siccità, lo STATO DI CALAMITÀ NATURALE, stato di crisi esteso fino al 31 dicembre 2024.

A Maggio Schifani, il presidente del governo regionale siciliano, ottiene da parte del Consiglio dei ministri il riconoscimento dello stato di calamità naturale.

A Giugno il governo Meloni chiede alla Commissione UE di riconoscere le condizioni di forza maggiore e circostanze eccezionali a tutto il territorio della Sicilia ai sensi del regolamento UE 2021/2116.

A Luglio: Interrogazione urgente presentata alla Commissione europea dall’europarlamentare siciliano Giuseppe Antoci (M5S/la Sinistra) per chiedere, considerato che il governo italiano ha chiesto l’attivazione del Fondo di solidarietà dell’Ue per l’emergenza idrica siciliana, “Quali misure finanziarie potrebbe impegnare per sostenere la Sicilia nella gestione dell’emergenza idrica?... e quante risorse sono state richieste?”.

Tra Agosto e settembre Bruxelles, che aveva dato la disponibilità a far arrivare fondi da investire in misure contro la siccità, fa sapere ad Antoci che dal governo Meloni non è mai partita la richiesta tanto annunciata. Perché il governo di centrodestra non ha inoltrato la richiesta per i finanziamenti previsti dall’UE? Eppure, avrebbe accentuato il già nutrito clientelismo elettorale fra gli allevatori e gli agricoltori siciliani.

Masochismo destroide? Macché, per poter usufruire del finanziamento i “nostri” governanti avrebbero dovuto realizzare interventi strutturali per garantire un approvvigionamento idrico sufficiente e in pieno rispetto dei requisiti in materia di acqua e ambiente. Tutto chiaro, anche agli allevatori e agli agricoltori siciliani?

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24/04/2024

Le stragi dimenticate degli “Alleati” in Sicilia

Se sulle vicende dello sbarco anglo-americano in Sicilia (9 luglio 1943) si sono versati fiumi di inchiostro, poco si è scritto, invece, sulle stragi compiute dalle truppe americane a partire dai primi giorni dell’invasione.

Di quelle compiute dalle truppe tedesche ai danni dei militari del regio esercito italiano e della popolazione civile italiana, sappiamo tutto. Al contrario, su quelle degli americani poco o nulla. È questa una storia tutta da scrivere.

È del 2011, ad esempio, il libro dello storico Fabrizio Carloni intitolato “Gela 1943: le verità nascoste sullo sbarco americano in Sicilia”, in cui sono descritti per la prima volta, attraverso una ricostruzione ben documentata, alcuni di questi crimini di guerra. Risulta, infatti, che sono parecchi, oltre alle stragi che sono state in parte documentate dagli atti processuali della Corte Marziale degli Stati Uniti, gli episodi in cui soldati italiani sono stati fucilati dalle truppe americane, pur essendosi arresi dopo il combattimento.

Sennonché gli ordini del generale Patton, comandante della 7ª Armata Usa, erano stati chiari ben prima dello sbarco: non bisognava fare prigionieri. Nella cosiddetta “Battaglia di Gela”, che vide impegnata nella difesa costiera la sola divisione “Livorno”, questa perse 11.400 uomini tra morti e feriti, 214 ufficiali e 7.000 sottufficiali e soldati. È probabile che appartenessero ad essa anche i 73 militari italiani fucilati a Biscari. Ma quanti morti sono caduti in battaglia oppure sono stati fucilati dopo aver opposto una strenua resistenza?

È dunque lecito pensare che siano state parecchie le fucilazioni di nostri soldati, né si può rinunciare a rendere giustizia alle vittime e alla storia, impedendo, nella misura del possibile, che sia il vincitore a scrivere anche la storia dei vinti. Purtroppo, in quei giorni dominati dalla paura e dalla confusione molte morti di civili, nascoste dai vertici militari alleati che non volevano macchiare la loro immagine di “liberatori”, furono piante nel riserbo e nel silenzio dei familiari.

Del resto, va detto che gli Alleati non si comportarono affatto da “liberatori”, poiché progettarono ed attuarono la conquista della Sicilia in base ad una logica squisitamente imperialistica. La Sicilia venne attaccata ed occupata come terra nemica in quanto rappresentava l’avamposto del regime fascista, che bisognava distruggere. Solo dopo l’armistizio dell’8 settembre, quando ormai la capitolazione dell’esercito italiano in Sicilia era definitiva e le truppe anglo-americane non erano riuscite a bloccare i tedeschi sullo stretto di Messina, l’Italia divenne nazione cobelligerante e gli italiani da quel momento vennero trattati come alleati.

La Sicilia, con le sue numerose vittime civili e con i tanti prigionieri inermi fucilati dagli americani, ha quindi pagato un prezzo altissimo alla “liberazione”.

Sta di fatto che solo di due grandi stragi si è scritto e parlato sin dalla fine della guerra, mentre di altre ancora si tace: quella consumata nei pressi dell’aeroporto di Biscari e quella consumata nella contrada Piano Stella, situata nel comune di Caltagirone. Dieci anni fa, la Procura militare di Napoli, competente anche sul territorio siciliano, ricevendo una denuncia da parte di cittadini su una strage di civili compiuta dagli Alleati, aprì un’inchiesta sui crimini di guerra compiuti dalle forze militari anglo-americane in Sicilia nei giorni successivi allo sbarco.

Da lì prese le mosse un’indagine che si presentava difficile, forse anche impossibile, a causa dell’ampio lasso di tempo trascorso. Il fascicolo riguardava l’ipotesi di reato di omicidio compiuto ai danni di civili con efferatezza e per futili motivi: un reato che non si prescrive. Essendo difficile anche trovare i testimoni di quei fatti, la Procura militare di Napoli chiese la collaborazione di storici e studiosi. E qui essa trovò terreno fertile, perché da alcuni anni l’egemonia della ricostruzione filoamericana dei fatti ha dovuto dare spazio a studi e testimonianze che portano alla luce le verità nascoste su quello sbarco e sull’uccisione di cittadini inermi.

Molte uccisioni di singoli civili, forse scambiati per militari, e molte delle uccisioni sommarie di militari italiani rappresentarono l’applicazione dei concetti espressi da Patton nel discorso tenuto agli ufficiali, il 2 giugno 1943, a Comberwell, secondo cui, in base alla “organizzazione che era in corso non si dovevano prendere troppi prigionieri e si doveva evitare di fraternizzare con loro”. In ispecie, durante i combattimenti non si dovevano prendere prigionieri, soprattutto se si trattava di cecchini o di soldati che avevano combattuto le linee avanzate americane.

Sulle navi, prima dello sbarco, gli altoparlanti ripetevano il discorso di Patton: «Se si arrendono, quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra le terza e quarta costola, poi spara. Si fottano. Nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere. Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!». Orbene, a quei concetti fecero séguito i bagni di sangue, quasi tutti verificatisi nei primi dieci giorni dello sbarco, quando ebbe inizio l’avanzata delle truppe della 7ª Armata verso Canicattì-Caltanissetta e verso Gela-Caltagirone-Ragusa.

Sarebbe una buona cosa se la ricorrenza del 25 aprile contribuisse a porre in rilievo anche i crimini di guerra perpetrati in Italia dagli americani, dagli inglesi e dai soldati di altre nazioni al séguito di questi. Per intanto, occorre essere grati alla «Rivista Militare», periodico dell’Esercito italiano, per l’importante contributo storico fornito a suo tempo con l’ampio e documentato articolo su “L’assalto degli Alleati alla Sicilia”, del quale qui si è cercato di indicare gli aspetti essenziali.

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19/04/2024

Sicilia, crolla la “Repubblica di Sammartino”

I Carabinieri del comando provinciale di Catania hanno eseguito un’ordinanza di misura cautelare nei confronti di 11 persone, esponenti politici, funzionari comunali e imprenditori accusati, a vario titolo, di scambio elettorale politico – mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso, corruzione aggravata, istigazione alla corruzione e turbativa d’asta.

Tra gli arrestati c’è il sindaco di Tremestieri Etneo, Santi Rando, destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare per scambio elettorale politico-mafioso e corruzione aggravata.

Ai domiciliari il suo oppositore politico, il farmacista Mario Ronsisvalle, diventato dopo le elezioni alleato di Rando. Fra i personaggi “che contano”, indagato per corruzione, spicca Luca Rosario Sammartino, della Lega, vice presidente della Regione Siciliana, assessore regionale all’Agricoltura, il quale è stato sospeso dalle funzioni pubbliche per un anno.

Il provvedimento è stato emesso nell’ambito di indagini svolte tra il 2018 e il 2021 e coordinate dalla Procura distrettuale etnea. L’inchiesta, denominata “Pandora”, ha fatto emergere gli accordi illeciti tra alcuni amministratori del Comune di Tremestieri Etneo ed elementi vicini alla cosca mafiosa Santaopaola-Ercolano, riguardanti le elezione (2015), avvenute con l’aperto sostegno di Sammartino, che allora era un esponente di spicco del PD isolano.

Ulteriori indagini hanno fatto luce su quella che la Procura definisce “la successiva degenerazione affaristica dell’Ente, messa in atto dai funzionari infedeli mediante numerose corruttele, per concedere permessi e assegnare lavori agli imprenditori amici”.

Sammartino, chi è...

Nato politicamente nell’Udc, il dentista Sammartino, fra una inchiesta giudiziaria ed un’altra, lasciava la ormai decrepita Udc per far parte del neonato movimento “Articolo 4” fondato da Lino Leanza, che a sua volta aveva abbandonato il Mpa di Raffaele Lombardo.

Successivamente Sammartino, forte di un elevato pacchetto di preferenze elettorali, aderisce al PD, dove diventerà deputato regionale con oltre 30 mila voti di preferenza, mettendo in un angolino non pochi personaggi del PD etneo, fra cui Anthony Barbagallo, l’attuale segretario regionale del PD. Ma non è ancora finita, perché Sammartino seguirà Matteo Renzi, e, quindi, lascia il Pd e aderisce a Italia Viva.

Successivamente, accade una sorta di fulmine a ciel sereno: Sammartino e i suoi voti s’imbarcano nella Lega di Salvini. E con la Lega, finalmente, Sammartino è fra i vincitori delle elezioni regionali e riceve l’incarico di vice presidente della Regione Siciliana e di assessore regionale, che per colpa... del vaso di “Pandora” ... ha dovuto mollare.

Sammartino a caccia di voti per la Chinnici...

In quella che possiamo ben definire la Repubblica di Sammartino è accaduto di tutto, come il sostegno di Sammartino, (all’epoca col PD) alla candidatura alle europee del 2019 di Caterina Chinnici (estranea all’inchiesta) anche lei all’epoca col PD.

Ronsisvalle, titolare di una farmacia a Tremestieri Etneo, scrive la Procura “anche grazie all’intervento di Luca Rosario Sammartino, principale referente politico del sindaco, all’epoca dei fatti deputato regionale e attuale vicepresidente della Regione, sarebbe stato avvantaggiato attraverso la riduzione del numero delle farmacie presenti nella pianta organica comunale, promettendo in cambio il sostegno elettorale, per le elezioni europee del 2019, al candidato sostenuto dal Sammartino”.

La candidata era Chinnici, per la quale in cambio dei voti, alcuni funzionari pubblici avrebbero compiuto “atti contrari ai doveri del loro ufficio”, approvando una delibera che riduceva il numero delle farmacie nel territorio comunale, “in contrasto con i primari interessi della popolazione”. E di seguito, come detto all’inizio, Ronsisvalle divenne il fido sostenitore del sindaco suo avversario.

Sammartino e le “operazioni di bonifica”...

Nella “Repubblica di Sammartino” accade che lo stesso Sammartino avrebbe elargito somme in denaro a un appuntato dei carabinieri in servizio alla sezione di polizia giudiziaria della Procura di Catania per fare delle bonifiche e raccogliere informazioni sulle indagini in corso.

Insomma, il carabiniere avrebbe eseguito “operazioni di bonifica” negli uffici di Sammartino, “anche attraverso strumentazione tecnica, alla ricerca di microspie”.

Sammartino avrebbe “sollecitato ripetutamente” il carabiniere a eseguire le bonifiche e avrebbe “abusato del proprio ruolo all’interno dell’Ufficio di Procura, informazioni, anche riservate e coperte da segreto istruttorio, in ordine a procedimenti penali a carico del Sammartino”.

Sammartino e la sanità... privata

Ma il cuore della “Repubblica di Sammartino” è la sanità, ovviamente quella privata, dove spicca l’azienda colosso “Humanitas centro catanese di oncologia” che all’apertura era guidata da Ivan Michele Colombo, con amministratore delegato Giuseppe Sciacca, zio dell’odontoiatra Luca Sammartino (appena rieletto nel Partito Democratico con 32mila voti durante le ultime regionali) e direttore sanitario Annunziata Sciacca, mamma di Luca.

Nel frattempo a Catania, territorio della “Repubblica di Sammartino”, arrivava il nuovo prefetto, Claudio Sammartino, lo zio...

Per la cronaca, attualmente “lo zio” è fra i giuristi nominati dal Ministro degli Interni per la commissione d’accesso che sta verificando il ruolo dell’amministrazione comunale barese nell’ambito dell’inchiesta “Codice Interno”.

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06/01/2024

Che fine hanno fatto i due pescatori di Aci Trezza “scomparsi” in mare 7 anni fa?

Doveva essere una breve battuta di pesca di due pescatori con grande esperienza. Ma, non è andata così. I due non sono più rientrati né nel porto trezzoto né in altri porti.

I due pescatori, Fabio Giuffrida ed Enzo Cardì, 38 anni, il pomeriggio di venerdì 23 dicembre 2016 sono salpati dal porto di Aci Trezza su un motoscafo open bianco di 7 metri, con motore di 40 cavalli, per andare a pescare con “u conzu”, il palamito.

Avrebbero calato “u conzu” in mare la sera per ritirarlo il mattino, per rientrare ad Aci Trezza verso le ore 12 del 24 dicembre, la vigilia di Natale.

L’ultimo contatto telefonico tra Fabio e la famiglia risale alla mezzanotte. Poi, da quell’istante dei due pescatori e della loro barca non si è saputo più nulla.

Non è mai stato riscontrato un solo elemento che possa fare pensare ad un naufragio o ad un incidente in mare. Non c’è alcun elemento per sostenere questa ipotesi. Il mare non ha mai restituito alcun pezzo di quella imbarcazione, effetti personali, attrezzature.

E non ci sono tracce di un loro attracco in altri porti o in uno sconfinamento fuori dalle acque territoriali.

Dopo 7 anni i familiari cercano e aspettano ancora notizie. Dopo 7 anni la Federazione Del Sociale USB Catania, che da sempre segue e attenziona la scomparsa di Fabio e Enzo, chiede alle autorità competenti come hanno qualificato questo avvenimento?

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28/07/2023

Valori rovesciati

Quando l’Italia subisce incendi, cicloni, crolli, pandemie, quando la natura violata presenta i conti per le azioni sbagliate, omesse, criminali, del sistema guidato dal profitto capitalista, ecco che tocca a loro.

Infermieri, medici, operai, insegnanti, commessi, impiegati, donne e uomini che lavorano nel normale disinteresse pubblico, diventano indispensabili, dalle corsie, alle strade, alle case di riposo, ai supermercati, alle scuole, agli uffici.

E alla fine tocca la massima fatica ai vigili del fuoco, che ora in Sicilia si devono accasciare stremati dalla lotta contro gli incendi.

In questi momenti il palazzo ed i suoi mass media chiamano ‘eroi’ questi lavoratori.

Poi finita l’emergenza, e in attesa di un’altra, questi eroi vengono derubricati a ‘servizio da ridurre’ perché non ci sono i soldi. Che si trovano sempre per le armi e le opere inutili.

E tutti coloro che si sacrificano per far funzionare, rendere dignitose, salvare le nostre vite, ridiventano lavoratori sottopagati e con sempre meno diritti.

Durante i disastri scopriamo il valore vero dei lavori, poi nella cosiddetta normalità questi valori vengono completamente rovesciati.

Ai vertici dei redditi sta la casta politica burocratica manageriale, che nelle crisi scompare, quando non fa danni. E dietro e sopra la casta i ricchi ed i super ricchi, che in pochi minuti incassano quello che un vigile del fuoco prende in un anno.

E poi ci sono i pifferai ideologici che esaltano questa società a rovescio. Come Tito Boeri, che si scandalizza se una badante dovesse prendere 9 euro all’ora, ma tace sulla sproporzione tra quello che incassa lui e chi fa un lavoro oggi indispensabile.

Un abbraccio ai vigili del fuoco e a tutti i lavoratori che salvano dai disastri una società dai valori rovesciati, che deve essere rovesciata.

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29/12/2022

Il Ponte sullo Stretto come il Muos di Niscemi e Sigonella

Non prova neanche a mimetizzarlo il suo punto vista, Lucio Caracciolo, sul ponte sullo Stretto. Ne ha parlato in un pezzo scritto per La Stampa il 7 dicembre scorso. Per lui sono secondari gli argomenti, e gli scontri, sugli aspetti ingegneristici, economici, ambientali dell’infrastruttura d’attraversamento. Ciò che conta è la sua valenza strategica, geopolitica, militare.

Per questa ragione assimila il ponte sullo Stretto al Muos di Niscemi, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare USA per governare i conflitti globali del XXI secolo, “senza dimenticare le strutture di Sigonella e Pantelleria”.

Perché ciò che conta è il valore strategico della Sicilia, il suo collocarsi in un’area che Limes chiama Caoslandia, nel Mediterraneo “allargato” che è tornato ad essere centrale per i flussi commerciali provenienti da Oriente e per l’intervento politico, militare, economico di Cina, Russia e Turchia.

Limes aveva già insistito in altre occasioni su questo tema. Proprio un anno fa la rivista di geopolitica, i cui redattori, dallo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, sono stabilmente sui canali tv nazionali, aveva pubblicato un numero speciale sulla Sicilia.

“L’Italia senza la Sicilia non esiste”, questo era l’argomento. Per questa ragione la Sicilia non può “annegare” nel Mediterraneo. E nel pezzo pubblicato su La Stampa Caracciolo è esplicito fino al didascalico.

“Se non lo volete capire la Sicilia è la Frontiera e senza la difesa della Frontiera gli Stati periscono”, sembra dire, perché dallo Stretto di Sicilia (così quelli di Limes chiamano il Canale di Sicilia per sottolineare la esigua distanza che separa l’Isola dall’Africa) passa la principale rotta migratoria, perché da lì passa la via della seta cinese, perché “i turchi e i russi della Wagner si sono acquartierati sul lato africano dello Stretto”, perché quel tratto di mare è attraversato dai cavi sottomarini transcontinentali della Rete.

Caracciolo ci ricorda che la Sicilia fu il luogo dell’invasione alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quella volta gli invasori erano i “liberatori americani” e ce la cavammo, ma stavolta chi potrebbe essere il nuovo invasore? Per questo l’Italia (ma a questo punto perché non l’Europa o l’Occidente?) senza la Sicilia non esiste.

Perché la Sicilia deve essere la piattaforma militare nel Mediterraneo, la difesa dell’Occidente dalle armate dei Bruti o degli Extranei. Noi siamo la Barriera costruita a difesa. Questo è il nostro destino.

Lucio Caracciolo si spinge fino a lamentare la “scarsa presenza militare nell’area” e ad auspicare una “più incisiva presenza della Marina e delle altre Forze armate nelle acque” di quello che insiste a chiamare il “mare nostro”.

L’ennesima ode al militarismo e al riarmo a cui gli analisti mainstream ci hanno abituato nell’ultimo anno di fratricida guerra in Ucraina. Ipocrita narrazione di una “Isola indifesa” quando è sotto gli occhi di tutti il devastante e invasivo processo di militarizzazione che ha investito ogni angolo della Sicilia e delle sue isole minori e l’abnorme presenza statunitense nella stazione aeronavale di Sigonella, “capitale mondiale dei droni”.

Per questo il ponte serve, per Caracciolo: per la sicurezza, per stabilizzare le aree di frontiera e per collegare militarmente l’Italia, l’Europa, l’Occidente alla Sicilia, non viceversa.

In passato avevamo già invitato a guardare ai rischi che il ponte portava con sé anche sotto questo profilo. Ci avevano guardati un po’ perplessi. Il ponte ci metterebbe in pericolo, farebbe da traino ad una ulteriore forte militarizzazione e ad un più asfissiante controllo del territorio proprio perché naturale obbiettivo strategico in caso di conflitto.

Eccoci serviti. Lucio Caracciolo ce lo sbatte in faccia senza neanche prepararci con parole di circostanza. E a chi pensa che con il ponte i propri figli non emigrerebbero più potremmo consigliare di arruolarli, che forse lì di lavoro ne troverebbero.

Ciò che è incredibile è che il ritorno del Mediterraneo come luogo centrale e l’importanza della Sicilia per la sua collocazione geografica debba essere necessariamente declinato sotto il profilo della guerra.

La Sicilia, che nelle vecchie carte appariva più estesa di quanto lo fosse proprio per l’importanza che assumeva nei commerci mondiali, la Sicilia raccontata da sempre dai viaggiatori, deve essere piattaforma di guerra?

E perché, invece, non potrebbe essere piattaforma di pace? Perché gli abitanti dell’isola non potrebbero trarre “vantaggio” dall’affacciarsi della propria terra su un continente africano in crescita? Perché non possiamo pensare di crescere insieme con le popolazioni africane che lavorano, viaggiano, portano avanti le loro famiglie, socializzano e trasferiscono risorse e conoscenza?

Il nostro No al ponte è anche questo. Un No alle logiche di guerra, alle militarizzazioni dei territori e del mare, ai muri armati innalzati tra Nord e Sud. È il nostro Sì, forte, per la Pace, il Disarmo e la Giustizia tra i Popoli.

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16/08/2022

La zolfara nel sangue

di Gioacchino Toni

Michele Rondelli, Testimoni sepolti, Ianieri edizioni, Silvi Marina (TE), 2022, pp. 308, € 19.00

La mattina del 4 luglio del 1916, quando si udì la prima esplosione, all’interno delle miniere di Cozzo Disi e Serralonga di Casteltermini, in provincia di Agrigento, si trovavano più di cinquecento operai. A quel primo boato ne seguirono diversi altri, quasi a cadenzare la trasformazione delle solfare in un vero e proprio inferno velenoso destinato a prendersi la vita di 89 esseri umani e distruggere l’esistenza di un’intera comunità.

Dopo l’inchiesta e il dibattimento in cui vennero sentiti imputati, testi, ispettori ed esperti nominati dal tribunale, così si dava conto dell’accaduto nella sentenza:

verso le ore 13 e trenta, mentre gli operai – in numero di oltre cinquecento – delle due miniere di Cozzo Disi e Serralonga di Casteltermini lavoravano si udì un primo formidabile boato con un violento colpo d’aria, contemporaneo sviluppo di idrogeno solforato (agro) e di grisou (antinomio) il quale a contatto delle lampade a fiamma libera degli operai diede luogo a ripetute esplosioni. Gli operai che lavoravano al primo e al terzo livello della Cozzo Disi, spaventati fuggirono; molti di essi riuscirono a mettersi in salvo per la via di sicurezza e gli altri che presero vie diverse vennero fuori per lo più ustionati dal grisou. Gli operai che lavoravano nella sezione Giambrone, in numero di 66 perirono, com’è da ritenere, per ustioni, per asfissia, per avvelenamento prodotto dall’idrogeno solforato e per traumi. Gli operai che, in numero di ventitré, lavoravano nella vicinante e comunicante miniera di Serralunga, al primo fragore della Cozzo Disi, fuggirono pel piano inclinato e percorsi appena 90 metri incontrarono il grisou dal quale furono investiti e perirono”1.

Nessun responsabile sarà individuato dal tribunale per gli 89 morti e per le decine di feriti. Tutto si risolse con un nulla di fatto. Il direttore della solfara, gli esercenti della miniera ed i capimastro, accusati a vario titolo, furono assolti per insufficienza di prove in quanto, si disse, risultava impossibile ricostruire le condizioni della miniera prima del disastro: «gli elementi del processo non sono sufficienti a far ritenere che il disastro della Cozzo Disi sia da attribuire ad imperizia, negligenza ed inosservanza di regolamenti da parte di alcuni degli imputati nella sfera delle rispettive mansioni direttive e di vigilanza»2.

È attorno a questi tragici accadimenti che Michele Rondelli costruisce il suo romanzo Testimoni sepolti ove, miscelando realtà e fantasia, nel paese che nel racconto diviene Calarmena, lo scrittore siciliano ambientata la sua storia.

Il romanzo prende il via con l’invio nel paesino agrigentino di Calarmena del cronista Ruggero De Robertis per raccontare di alcuni “ammazzamenti” avvenuti in quella località di minatori, lontana dalla Palermo in cui viveva e lavorava, anche se, a dire il vero, più che per dare copertura dell’accaduto, vi era stato spedito soprattutto affinché distogliesse la sua attenzione da “certe persone” – e queste si scordassero di lui – a cui, incautamente, aveva fatto riferimento in alcuni suoi articoli a proposito dell’uccisione del sindaco socialista di Corleone.

A Calarmena, ove si trovava a vivere anche un suo vecchio compagno di ginnasio, il cronista si troverà a fare i conti con il difficile e violento mondo delle miniere, un mondo non facilmente comprensibile agli occhi di chi non vi era cresciuto ed era abituato alla vita di città.

Ad un anno da quella sua prima trasferta che aveva introdotto De Robertis, e noi con lui, all’universo di Calarmena, il cronista si troverà a farvi ritorno. Stavolta, però, vi sarà inviato non per tenersi lontano da qualche affare di cui si era impicciato ma per dar conto di un’immane tragedia avvenuta in miniera. Erano infatti crollate alcune gallerie entro le quali erano restati intrappolati numerosi lavoratori. Al suo arrivo all’indomani dell’accaduto, il numero dei morti aumentava di ora in ora; dalle prime stime, che parlavano di una cinquantina di vittime, si arrivò presto a contare 89 morti.

Mettendo il naso nei fatti accaduti il cronista si renderà presto conto che non di una semplice “disgrazia” si era trattato. Quel crollo aveva a che fare con un sistema di lavoro disumano costruito attorno ai “carusi”, sfruttati nelle miniere di zolfo, giovanissimi impiegati secondo la logica del “soccorso morto”. Comprati alle famiglie attraverso il versamento di un misero anticipo in denaro corrisposto dai “picconieri”, questi giovanissimi erano costretti a lavorare alle loro dipendenze fino all’estinzione del debito. La frequente cessione dei ragazzini e la loro deportazione di miniera in miniera prolungava spesso tale tipo di rapporto di lavoro ben oltre il periodo previsto per l’estinzione del debito.

Quello degli zolfatari era un mondo da cui era quasi impossibile emanciparsi e quando la morte prematura non avveniva a causa di qualche incidente sul lavoro, spesso arriva per malattia e stenti derivati dalla vita in miniera. Una delle poche strade percorribili per provare a sottrarsi dalla condanna alle miniere, come si racconta nel romanzo, era quella del seminario, magari in attesa di abbandonarlo per farsi una famiglia lontano dalle gallerie e dallo zolfo.

Particolarmente toccanti sono le pagine del romanzo che raccontano di come si iniziassero i bambini al destino della vita in miniera.

I surfarara, cioè quelli che lavorano in miniera, quando finiscono il turno si rivestono, perché al lavoro stanno quasi nudi dato che sotto terra c’è un caldo asfissiante, poi prendono le loro cose, tra queste un contenitore, la camella, nella quale lasciano di solito un pezzettino di pane e a volte anche un po’ di formaggio, e dopo risalgono in paese. [...] Quel pane lasciato nella camella in realtà serve a fare ’ncarnare i bambini, abituarli all’odore del surfaro, dello zolfo. I padri fanno questo perché i figli, spinti dalla fame, che da queste parti non manca mai, lo mangiano con gusto. È così che la zolfara a poco a poco gli entra nel sangue.

Il romanzo procede attraverso la narrazione del cronista che, nel cercare di capire meglio l’accaduto, si imbatte in un fitta ragnatela di segreti e di manipolazioni ordite dai potenti e in una realtà sociale che sembra aver assorbito l’abitudine allo sfruttamento insieme a quella allo zolfo.

L’inchiesta portata avanti dal protagonista svelerà intrecci insospettabili, mentre il giovane, Vincenzo, sopravvissuto una dozzina di giorni sottoterra, sognava di sposarsi, il proprietario della miniera aspirava a trasferirsi in America ed i suoi figli si facevano la guerra l’uno contro l’altro.

Una vicenda intricata, ben raccontata, che, oltre ad appassionare e rimandare ai fatti reali di quella maledetta estate agrigentina del 1916, immerge chi legge all’interno di un universo in cui le tragedie, le morti e gli ammazzamenti fanno da punteggiatura ad una quotidianità dolente su cui ha prosperato, imperterrito, un sistema di sfruttamento che, proprio in quegli anni, mandava al macello tanti suoi giovani nelle trincee, tutto sommato, non così dissimili dalle gallerie in cui i carusi morivano come mosche.

Note

  1. Manoscritto depositato presso l’Archivio di Stato di Agrigento, inventario 9, fascicolo 53, fondo tribunale di Agrigento. Sentenze penali, anno 1919. 

  2. Ibidem.

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13/12/2021

Ravanusa, territorio collassato, un disastro ampiamente annunciato

Il disastro di Ravanusa, con il suo carico di morte e rovine, è il prolungamento del carico di morte e rovine che ha colpito Catania e il resto della Sicilia durante le alluvioni di novembre. Un filo unico collega questi disastri: le pessime condizioni del territorio, il rischio idrogeologico, la mancanza di manutenzione, la cementificazione, i cittadini considerati utenti.

Il centro storico di Ravanusa da anni continua a franare, altissimo il rischio idrogeologico, dove insiste una frana, a valle di Corso Della Repubblica fino alla zona del Canale, che ufficialmente dovrebbe essere monitorata dal Comune e dalla Protezione civile, nello specifico: via San Francesco, via Ibla, via Dante Alighieri, via San Giuseppe, Corso della Repubblica e il quartiere ‘Mastro Dominici’.

L’amministrazione di Ravanusa nel 2018 ha ottenuto un primo stralcio di 7 milioni di euro per avviare un progetto contro il dissesto idrogeologico e la frana che interessa l’area a valle del centro storico.

Un progetto per attivare e consolidare le condizioni di sicurezza e per arrestare lo scivolamento a valle dell’intero centro abitato. 7 milioni di euro per realizzare paratie di pali per consolidare il suolo.

7 milioni di euro anche per mettere a regime le acque superficiali, adeguare le sezioni idrauliche di deflusso dove risultano insufficienti allo smaltimento della portata dell’acqua. Oltre al ripristino della rete fognaria.

È ovvio che prima di tutto viene la vita umana, e la nostra vicinanza e la nostra solidarietà oltre alle cittadine e ai cittadini di Ravanusa, va agli instancabili lavoratori Vigili del Fuoco impegnati nei soccorsi. Ma ciò non ci impedisce di chiedere e di chiederci: che cosa è stato fatto realmente a Ravanusa per mettere in sicurezza il territorio e la cittadinanza tutta?

La strage di sabato sera 11 dicembre a Ravanusa è stata causata probabilmente dal collassamento del terreno che ha investito la condotta di Italgas.

ASIA USB Sicilia chiede un intervento immediato da parte della Regione Siciliana in tutti i territori dell’arcipelago siciliano che mostrano pericoli di collassamento del territorio e per la messa in sicurezza della cittadinanza e delle abitazioni.

ASIA USB Sicilia chiede che venga resa pubblica dalla Protezione Civile regionale la mappatura dei centri urbani dove c’è pericolo di crolli e di frane.

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09/05/2021

43 anni fa a Cinisi la mafia assassinava il comunista Peppino Impastato


La famiglia di Peppino Impastato era una famiglia mafiosa: il padre Luigi e lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con un’autobomba nel 1963.

Ma il giovane comunista Peppino, in rottura con il padre, nel 1965 fondava il giornale “L’Idea Socialista” e aderiva al Psiup.

Nel 1968 è con i contadini nelle lotte contro gli espropri per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi. Nel 1975 costituiva il gruppo “Musica e cultura”, che svolgerà attività culturali: cineforum, musica, teatro, dibattiti.

Il 1976 è l’anno della nascita di “Radio Aut”, una radio autofinanziata, con cui Peppino denunciava quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto.

Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.

Nel 1978 si candidava nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Condannato a morte dalla mafia, venne assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Gli elettori di Cinisi votarono il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale.

Stampa, forze dell’ordine e magistratura parlarono di “atto terroristico” in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, addirittura, di suicidio.

Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, che hanno rotto pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, venne individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate è stata riaperta l’inchiesta giudiziaria.

Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese.

Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.

Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume “La mafia in casa mia”, e il dossier ”Notissimi ignoti”, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla “Pizza Connection”.

La madre rivelava un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi dice a una parente: “Prima di uccidere Peppino devono uccidere me”, morirà nel settembre del 1977 in un incidente stradale.

Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo inviava una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decise l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”.

Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presentava un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venisse interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi.

Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedevano di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indicava in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta veniva formalmente riaperta.

Nel novembre del 1997 veniva emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto.

Il 10 marzo 1999 si svolgeva l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti veniva stralciata, mentre i familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedevano di costituirsi parte civile e la loro richiesta venne stata accolta.

Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinunciava alla udienza preliminare chiedendo il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiedeva che si procedesse con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza.

Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, venivano respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.

Nel 1998 la Commissione parlamentare antimafia costituiva un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 veniva approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.

Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise riconosceva Vito Palazzolo colpevole condannandolo a 30 anni di reclusione.

L’11 aprile 2002, finalmente, Gaetano Badalamenti veniva condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.

Due anni dopo la condanna degli assassini di Peppino, moriva mamma Felicia. Aveva lottato, senza tregua, per la verità. Per rendere giustizia a quel figlio ammazzato dalla mafia. Per denunciare il depistaggio messo in atto da parte di chi rappresentava lo Stato.

“CCA!”, per Peppino
“CCA!”
Cca vogghiu ristari...
unni lu mari spacca li scogghi
unni la lava abbrucia lu ferru
unni l’erva rumpi la pici
unni lu Cristu è ancora ‘ncruci.
Cca vogghiu ristari...
comu a Cristu, ‘ncruci,
ma cca!

(Orazio Vasta, 9 maggio 1995).

Fonte

04/07/2020

Marines Usa della base di Sigonella impegnati a “diffondere il senso civico”?

Apprendiamo dal sito AMnotizie.it che «ha fatto tappa a Brolo il progetto di volontariato “Community Relations” che avieri e Marines americani della base militare di Sigonella svolgono in tutto il territorio siciliano per contribuire alla diffusione del senso civico.

Il progetto è volto anche alla promozione del centro brolese, oltre che a mantenere i rapporti di buon vicinato e all’integrazione interculturale, con i soldati del Corpo dei Marines arrivati in mattinata indossando abiti civili per occuparsi, insieme ai volontari locali, della pulizia del centro storico e della spiaggia».

Quindi ricapitolando i soldati statunitensi di stanza in Sicilia presso la base di Sigonella sarebbero impegnati con le popolazioni locali per «contribuire alla diffusione del senso civico».

Ma stiamo parlando dello stesso esercito che di fatto occupa l’Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?

Parliamo dei soldati di quello Stato che ha lanciato bombe provocando morte e miseria in mezzo mondo?

Lo stesso Stato, gli USA, che attraverso la destabilizzazione golpista ha provocato lutti e miserie in mezzo mondo solo per spodestare governi non proni all’agenda imperiale?

I soldati di quell’esercito che si macchia quotidianamente di crimini indicibili?

L’esercito che ha praticato – e con ogni probabilità continua a farlo – la tortura contro i propri nemici?

Parliamo degli Stati Uniti che mantengono ancora aperto quel vero e proprio campo di concentramento in quel di Guantanamo a Cuba, dove continuano a occupare un pezzo dell’isola in maniera illegale?

Lo stesso paese che reprime in maniera brutale i propri cittadini scesi in piazza per protestare contro l’infame razzismo di cui è ancora permeata la società statunitense?

Può un siffatto esercito, espressione di un paese imperialista e neocolonialista, dare un contributo affinché venga sviluppato maggiore senso civico?

La risposta è, no grazie. Costoro non posseggono nemmeno senso umano, non hanno mai mostrato umanità, come possono contribuire «alla diffusione del senso civico»?

Fonte

29/11/2019

Sciascia e l’antimafia: trent’anni di polemiche

di Umberto Santino

«A futura memoria (se la memoria ha un futuro)» è il titolo del libro in cui, nel dicembre 1989, poco dopo la sua scomparsa, sono stati pubblicati alcuni scritti di Leonardo Sciascia, tra cui l’articolo del “Corriere della sera” del 10 gennaio 1987, con il titolo, redazionale, “I professionisti dell’antimafia” [1].

In quell’articolo Sciascia esordiva con una lunga citazione dal suo romanzo Il giorno della civetta, pubblicato nel 1961, in cui il protagonista, il capitano Bellodi, ripensa l’esperienza del prefetto Mori, durante il periodo fascista, disapprova la sua azione fondata sulla sospensione delle garanzie costituzionali in Sicilia e indica un’altra strada: «bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America… Bisognerebbe, di colpo, piombare nelle banche: mettere mani esperte nella contabilità… delle grandi e piccole aziende, revisionare i catasti… annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie… e confrontare questi segni di ricchezza agli stipendi e tirarne il giusto senso». E aggiungeva un’altra autocitazione, tratta dal romanzo A ciascuno il suo, del 1966: «Ma il fatto è… che l’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che se ne è stabilita una in lingua» [2].

Seguivano dei riferimenti al libro La mafia durante il fascismo dello storico Christopher Duggan, recentemente scomparso, e a una piéce teatrale, La Mafia, di Luigi Sturzo, il prete fondatore del Partito popolare, di cui si sono trovati solo gli abbozzi del quinto atto, che davano un’immagine inquietante della realtà della mafia [3]. Il riferimento centrale nel corpo dell’articolo era il libro di Duggan, considerato «un’accurata indagine e sensata analisi» su mafia e fascismo. In effetti il testo di Duggan era basato su una ricerca archivistica abbastanza attenta, ma arrivava a una conclusione inaccettabile: che il fascismo avesse inventato la mafia. Certamente il fascismo ha utilizzato la lotta alla mafia per risolvere i suoi conflitti interni, ma la mafia c’era, non era un’invenzione. Il prefetto Mori ha potuto agire solo fino a un certo punto; il tentativo di andare oltre quel punto, colpendo politici e grandi agrari collusi con la mafia, è stato arrestato con il suo precoce pensionamento. Sciascia utilizza il libro dello storico inglese per trarne un’indicazione: «l’antimafia come strumento di potere». E avverte che quello che è accaduto con il fascismo può «accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando».

Per avallare questo assunto venivano fatti degli esempi: un sindaco, innominato, ma il riferimento era a Leoluca Orlando, che «per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso, anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra». L’altro esempio aveva nomi e cognome: il magistrato Paolo Emanuele Borsellino che, per avere svolto indagini sulla mafia, aveva scavalcato un magistrato più anziano ed era stato nominato procuratore a Marsala. La conclusione di Sciascia era tranchant: «i lettori prendano atto che nulla vale più in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». Era evidente che tutta l’analisi precedente, volta al passato, era solo una preparazione per questa sciabolata rivolta al presente.

Le reazioni all’articolo di Sciascia, Il Coordinamento antimafia

Le reazioni all’articolo di Sciascia, pubblicato con un titolo redazionale che appesantiva ancora di più il contenuto, furono furenti. Fra gli altri ci fu un comunicato dell’associazione Coordinamento antimafia che, utilizzando la classificazione antropologica del capomafia don Mariano, coprotagonista del romanzo Il giorno della civetta, che distingueva uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaracquà, definiva Sciascia un quaquaracquà, cioè una nullità, e lo relegava «ai margini della società civile» [4].

Il Coordinamento antimafia era nato nel 1984 su proposta del Centro Impastato. Dopo una fase abbastanza travagliata di convivenza, in cui aveva tentato di collegare il variegato mondo dell’antimafia cittadina (aderirono 38 organizzazioni, tra associazioni, centri, comitati, sezioni di partito, frange di sindacato, ma alcune organizzazioni esistevano solo sulla carta) nel 1986 si era formata una singola associazione che aveva mantenuto quella denominazione ma in realtà coordinava solo se stessa e si configurerà sempre più come tifoseria del sindaco. Con l’aiuto di stampa e televisione si poneva come l’unico verbo antimafia. Agiva insieme come claque e come ordalia, ignorando tutto ciò che si muoveva al di fuori di essa e non era pronto a intrupparsi nelle sue file.

Il comunicato del Coordinamento suscitava la reazione di Sciascia che, si può dire, non aspettava altro per infierire. Definiva il Coordinamento «frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere… un potere fondato sulla lotta alla mafia che non consente dubbio, dissenso, critica. Ne sono soddisfatto: si sono consegnati all’opinione di chi sa di avere un’opinione, nella loro vera immagine». A dire di Sciascia esso coordinava «interessi politici e stupidità» [5]. E il «Giornale di Sicilia», che plaudiva all’articolo di Sciascia, pensò bene di pubblicare i nomi dei componenti del Coordinamento, qualcosa che somigliava a una schedatura e a una gogna.

Tenendo conto dell’esperienza personale, il mio giudizio sul Coordinamento è ancora più duro di quello di Sciascia: bisogna mettere nel conto anche una sequela di scorrettezze; si potrebbe dire: la scorrettezza come regola, come modello relazionale e modo di essere. Qualche esempio: comunicati approvati e non dati alla stampa, poiché c’era una supervisione, occulta ma evidente, dei dirigenti del Pci e delle Acli, allora affiancati nella lotta contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso; il peso esercitato dalle appartenenze a partiti e organizzazioni nazionali, al limite dell’arroganza e della presunzione; la superficialità e la mancanza d’interesse di tanti, che pure godevano di credito e di pubblicità. Ma un conto è il giudizio politico un altro la gogna.

Alla testa del Coordinamento e suoi ispiratori erano personaggi che, a dimostrazione della tempra della loro fede e della loro coerenza, dopo sono passati nel centrodestra, in piena bufera di berlusconismo, come dire il picco dell’immoralità pubblica nella storia dell’Italia repubblicana. Sbocco non nuovo di trasversalismi teorizzati e praticati e di “estremismi” fasulli. Per esempio, il gesuita Ennio Pintacuda, punto di riferimento per l’antimafia più pubblicizzata e grande sostenitore di Orlando, fino allo scontro con il confratello Bartolomeo Sorge e l’abbandono della Compagnia di Gesù, si è riposizionato nell’area filoberlusconiana, avendone in cambio la direzione del Cerisdi, un centro studi che per molto tempo ha goduto di lauti finanziamenti pubblici e mirava a formare la classe dirigente della città [6]. Altri, tra cui gli estensori del comunicato antisciascia e allora in prima linea nel Coordinamento, sono letteralmente scomparsi.

Un buco nell’acqua: il comunicato del Centro Impastato

Nel tentativo di riportare la polemica a un confronto civile, mettendo al centro i problemi e lasciando da parte offese e insulti, come presidente del Centro Impastato scrivevo un comunicato pubblicato dal giornale “L’Ora”. Ecco il testo:

«Abbiamo preferito non prendere la parola nel corso delle recenti polemiche perché il tono di esse ci è sembrato il meno adatto per una riflessione seria su alcuni problemi particolarmente gravi, che rischiano di aggravarsi ulteriormente. Ci limitiamo adesso ad alcune considerazioni molto sommarie su qualcuno di essi.

1) Valutazione dell’operato del sindaco Orlando e della giunta pentapartito. Il sindaco Orlando ha compiuto alcuni gesti (quali, per esempio, la costituzione di parte civile del Comune al maxiprocesso, le dichiarazioni fatte nel corso di esso, il tentativo di portare un minimo di trasparenza nella procedura di aggiudicazione degli appalti di opere pubbliche) che non possono non essere apprezzati, ma tutti i problemi di Palermo (la disoccupazione, il risanamento del centro storico, il funzionamento delle aziende municipalizzate etc. etc.) restano irrisolti per ragioni che non è difficile individuare: la Democrazia Cristiana rimane legata ai peggiori interessi, sotto la tutela di uomini come Lima, e il pentapartito è un pantano che non consente nessuna politica rinnovatrice. Ci sembra arrivato il momento di fare un bilancio di questa amministrazione comunale e di vedere se è possibile sbloccare una situazione di immobilismo, avvelenata da polemiche personalistiche.

2) Conformismo e anticonformismo. In una città in cui straripa l’assuefazione alla violenza, la stragrande maggioranza degli abitanti non si scuote neppure per l’assassinio di un bambino, si svolgono manifestazioni in cui s’inneggia alla mafia, dominano il conformismo filomafioso e l’indifferenza, parlare di «conformismo antimafioso» ci sembra un po’ troppo.

3) Antimafia: seria o da vetrina. È vero, c’è un’antimafia “da vetrina”, come qualcuno l’ha definita, ma vogliamo fare qualche esempio? Ci sembrano «antimafia da vetrina»: l’azione, abbastanza incolore, dei vari Alti Commissari contro la mafia; l’altrettanto incolore operato delle Commissioni antimafia, nazionale e regionale; le prediche con il morto davanti; le scoperte di grandi e piccoli inviati che hanno dovuto attendere l’uccisione di Dalla Chiesa per parlare di mafia come «questione nazionale» e lo hanno dimenticato il giorno dopo; i fumetti televisivi e cinematografici e le pubblicazioni di mafiologi improvvisati regolarmente prefate da firme “prestigiose”; buona parte delle attività svolte nelle scuole per utilizzare in qualche modo i finanziamenti regionali; i centri inesistenti che hanno finanziamenti pubblici per centinaia di milioni; le sigle fabbricate sulle ceneri di ipotesi più consistenti che si è fatto di tutto per non far maturare. Si collocano su un altro versante i pochissimi magistrati che, rischiando la vita, hanno svolto le inchieste più impegnative contro la mafia.

4) Problema della “giustizia giusta”. È il problema più grosso, e non è di facile soluzione. La mafia e la criminalità organizzata non sono una novità, ma le dimensioni e la complessità attuali lo sono, e gli attuali ordinamenti giuridici sono inadeguati per fronteggiare fenomeni che non sono una emergenza” ma un dato strutturale.

Ci chiediamo: ci può essere “giustizia giusta” con gli assassinii regolarmente impuniti? Si ritiene che, passata l’onda alta delle uccisioni, tutto si risolva con l’«uscita dall’emergenza» e il ristabilimento delle regole del «garantismo classico»? Non occorre piuttosto elaborare una riforma del processo penale e della normativa vigente che tenga conto di questi fatti nuovi? Come intervenire sui canali di accumulazione illegale? Come troncare il meccanismo di simbiosi tra capitale illegale e legale garantito dal segreto bancario? Non si tratta di decretare “stati d’assedio”, o di avallare “teoremi Buscetta”, ma di trovare soluzioni adeguate a problemi che non possono essere minimizzati o considerati con ottiche tradizionali.

Per affrontare seriamente questi temi non ci pare che siano utili le polemiche, soprattutto quando si risolvono in ingiurie e scomuniche. Occorrono: coraggio, studio, serenità[7]».

Il comunicato cadeva nel vuoto. Commentavo: «Non è il momento adatto per discutere seriamente e serenamente. Bisogna schierarsi, come se si fosse nel pieno di un combattimento senza esclusione di colpi» [8].

La promozione di Borsellino e la bocciatura di Falcone

Successivamente alla pubblicazione dell’articolo, c’è stato un incontro tra Sciascia e Borsellino, in cui ci sarebbe stato un “chiarimento”. Sciascia ha ammesso di essere stato “mal consigliato” e non si può non osservare che uno come lui, maître-à-penser già da anni, non poteva non essere consapevole degli effetti che le sue parole avrebbero avuto. Avrebbe potuto e dovuto far attenzione a chi lo consigliava e a cosa consigliava.

Se la ferita sembrava rimarginata, e i rapporti fra Sciascia e Borsellino erano diventati quasi amichevoli e cordiali, in realtà nel profondo essa rimaneva aperta e sanguinante. Dopo la strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, in un incontro pubblico Borsellino, già consapevole di un destino che si avvicinava, in un accorato intervento, in cui ricostruiva le difficoltà e le inimicizie che avevano segnato la vita e l’attività di Falcone, diceva: «Tutto cominciò con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia» [9].

Falcone era stato ostacolato più volte e in vari modi: bocciata la sua candidatura a Consigliere istruttore, al posto di Rocco Chinnici, fondatore del pool antimafia, assassinato il 29 luglio 1983; bocciata la sua candidatura al Consiglio superiore della magistratura. Si potrebbe dire che, dopo la mafia, i principali nemici di Falcone siano stati i suoi colleghi. Per invidia, per il peso della sua personalità, non ostentato ma effettivo, per la sua visibilità.

Si è detto e scritto che la bocciatura della candidatura di Falcone a capo del’Ufficio istruzione, allora strategico nella attività giudiziaria antimafia e successivamente abolito, sia stata il frutto dell’applicazione del criterio dell’anzianità, che portò a favorire un magistrato come Antonino Meli, che mai si era occupato di mafia e che smantellerà il pool antimafia, portando indietro di anni l’attività giudiziaria contro la mafia. E siccome il rispetto del criterio fondato sull’anzianità era proprio quello che voleva Sciascia, la colpa sarebbe sua. Accusa che gli si è rivolta in passato ed è ritornata nel giorni scorsi, in occasione del trentennale dell’articolo sul “Corriere”.

Sciascia aveva già risposto a quell’accusa. In un articolo sulla “Stampa” del 6 agosto 1988, scriveva: nel promuovere Borsellino il CSM si era «sottratto alla regola vigente senza però stabilirne un’altra. Se l’avesse in quel momento stabilita, il caso del dottor Falcone, con tutto quel che oggi importa, non ci sarebbe stato. Adottando un criterio per promuovere Borsellino e tornando invece alla vecchia regola per non promuovere Falcone, ecco il nodo che presto o tardi sarebbe venuto al pettine. La situazione di oggi, insomma, non l’ho inventata io con quel mio articolo sul ‘Corriere’: c’era, e non poteva che esplodere. Io non ho fatto che avvertirla, e tempestivamente» [10]. Non si può non dargli ragione.

Trent’anni dopo

Perché a trent’anni dall’articolo di Sciascia quelle parole vengono ricordate e riesplodono le polemiche? Tornano a confrontarsi, senza dialogare, due schieramenti. C’è chi considera Sciascia un maestro di pensiero e di vita, un profeta, e invita al pentimento, all’autocritica; chi sta dall’altro lato allora e ancor’oggi lo considera un bastian contrario che ha fatto danni all’antimafia, provocando l’isolamento dei magistrati più impegnati ed esponendoli alle critiche e all’avversione di coloro che hanno usato le sue parole per condannare e auto assolversi. Possiamo definirli i “professionisti della mafia”, a cominciare dai politici, dagli imprenditori, più o meno collusi, che, facendosi scudo del prestigio dello scrittore, passavano dal silenzio e dalla difensiva al contrattacco, nel momento in cui erano in difficoltà e il maxiprocesso veniva percepito come un inizio e più d’uno pensava che prima o poi sarebbe toccato a lui. Da ciò nascerà, dopo il successo del maxiprocesso in tutti i tre gradi di giudizio, lo smantellamento del pool antimafia. Ma questo non c’entra con il parere di Sciascia. Però la sua polemica, sbagliata nel tono, nella scelta degli esempi e del tempo, si prestava a quel tipo di uso strumentale.

I problemi che lo scrittore poneva erano reali: il pericolo della strumentalizzazione dell’antimafia, il rispetto delle regole, la democrazia come unica strada per lottare la mafia, poiché ha «tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia» [11]. Il tema di fondo del discorso di Sciascia era il sistema di garanzie, cioè il garantismo. Ne aveva un’idea che sapeva di religioso, come se si trattasse di una sorta di depositum fidei. Partendo da alcuni esempi concreti, aveva intravisto una sua violazione, che si era ritenuto in dovere di denunciare come un vulnus all’ordinamento democratico, ma per molti anni il culto del garantismo più che la certezza del diritto aveva assicurato la certezza dell’impunità.

Sciascia ha per molti anni esercitato una sorta di magistero civile: come abbiamo visto, aveva indicato, nei primi anni ’60, le banche come il terreno su cui sondare l’accumulazione mafiosa; precedendo di quasi trent’anni il mio saggio «La mafia finanziaria» scritto e pubblicato quando imperversava lo stereotipo della mafia imprenditrice, per giunta disorganizzata [12]. Il maestro di Racalmuto, dopo aver raccontato la provincia siciliana [13], ha percorso una linea narrativa che mischiava i generi letterari, con ampio spazio per la trattazione saggistica, l’analisi sociologica e il compte philosophique. Il costante ancoraggio alla tradizione illuministica più che un vezzo letterario era un modello di scrittura e un metodo di indagine. I suoi apologhi su una società mafiosizzata nei suoi centri di potere, nei suoi codici culturali, nella sua pratica quotidiana, costituiscono una variazione sul tema del potere e delle sue implicazioni criminali, e questo è un patrimonio ormai consegnato alla storia della letteratura e alla cultura, non solo italiana.

Trent’anni dopo possiamo chiederci se le sue parole sono state una profezia. Certo, con quel che è accaduto negli ultimi anni, siamo portati a pensarlo. Un breve elenco: imprenditori che si mostravano in prima fila nella lotta alla mafia incriminati per i loro rapporti con Cosa nostra; uno di essi, che passava per promotore del movimento antiracket, colto in flagrante mentre intascava una mazzetta; un telegiornalista, insignito di award internazionali, che ha fatto passare una faccenda di corna per aggressione mafiosa; una magistrata, dirigente dell’ufficio che gestisce i beni confiscati, che ne aveva fatto un’azienda privata, assegnandoli ai suoi amici e ricevendone favori, in un classico do ut des; una prefetta che le teneva bordone. Con questo campionario di “buoni esempi” si deve riconoscere che la realtà ha superato le rappresentazioni dello scrittore, ma potremmo dire che non ci troviamo di fronte a «professionisti dell’antimafia» (i professionisti, cioè persone capaci e competenti, ci vogliono, per l’antimafia come per qualsiasi altro tema, arduo e complesso, quelli che fanno danno sono i dilettanti e i cialtroni) ma a dei cattivi attori che hanno recitato la commedia dell’antimafia. La cosa grave, e che ci induce a una impietosa riflessione, è che tanti ci hanno creduto.

Ma quel che ci interessa oggi è lo “stato dell’arte” dell’antimafia. Cos’è accaduto dopo le polemiche del 1987, a parte gli episodi già richiamati? Sono sorti comitati, centri, associazioni e fondazioni, quasi tutti vanno avanti con finanziamenti ottenuti con metodi personalistici e clientelari. La proposta del Centro Impastato che la Regione Sicilia si doti di una legge che fissi criteri oggettivi per l’erogazione dei fondi pubblici è stata isolata, come se fosse una stranezza, la trovata eccentrica di chi non conosce le regole del gioco. In realtà, le conosce ma non le accetta.

Nel 1995 è nata Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, sulla base di associazioni nazionali come le Acli, l’Arci, la Sinistra giovanile del Pds, legate direttamente o indirettamente ai partiti, e il primo, consistente, nucleo di adesioni si è costituito con l’elenco dalle loro sezioni locali, a prescindere se fossero o meno impegnate in attività antimafia. I referenti regionali sono stati nominati sulla base della loro appartenenze a queste associazioni. In Sicilia è toccato a una rappresentante dell’Arci, che mai si era vista in iniziative antimafia. Successivamente la referente si è candidata con Forza Italia ed è stata “dimissionata”. Dimissionati due vicepresidenti e i responsabili per il lavoro nelle scuole e per i beni confiscati, senza nessuna discussione. Chi scrive è stato sospeso, e si è dimesso, dopo aver posto problemi di democrazia interna, dovuti al leaderismo carismatico del fondatore, il sacerdote Luigi Ciotti. Recentemente è stato “licenziato” con un messaggino il figlio di Pio La Torre, protagonista delle lotte contadine, dirigente comunista e parlamentare nazionale, ucciso il 30 aprile del 1982.

Le attività continuative sono quelle nelle scuole, del movimento antiracket, per l’uso sociale dei beni confiscati. Nelle scuole l’educazione alla legalità si riduce troppo spesso a prediche senza analisi, al richiamo al rispetto delle leggi, ignorando che ancora più grave dell’illegalità mafiosa è quella delle istituzioni, che hanno troppi scheletri negli armadi e nessuna volontà di aprirli. Le associazioni antiracket, con esempi significativi, si limitano alle regioni meridionali, nonostante che le estorsioni siano ormai presenti sul territorio nazionale; l’uso sociale dei beni confiscati si limita a una decina di cooperative in tutta l’Italia.

Sul terreno della giustizia accanto a magistrati seriamente impegnati ci sono altri in vetrina o in giro con un personaggio come il direttore della rivista “Antimafia duemila”, che dice di avere ricevuto dalla Madonna di Fatima la mission di lottare la mafia, anticristo del nostro tempo, di avere le stimmate e di essere il maggiore esperto di Ufo! Qualche altro magistrato, smessa temporaneamente o definitivamente la toga, fa da foglia di fico a potenti in cerca di credenziali o si candida come salvatore della patria, andando incontro a patetici insuccessi. Sulla stampa e alla televisione qualcuno si atteggia a monopolista del pensiero unico antimafioso.

Il processo in corso sulla “trattativa” Stato-mafia rischia di delegare al potere giudiziario problemi, come il rapporto tra mafia, politica e istituzioni, che dovrebbero essere affrontati e risolti dall’intera società. Viviamo una crisi della democrazia, all’interno di una crisi più generale frutto del dominio del capitalismo finanziario e della dittatura del mercato globalizzato, che aggravano squilibri territoriali e divari sociali. In Italia, dopo vent’anni di Berlusconi, andato al potere con milioni di voti, sembrava che ci si potesse rialzare, con uno scatto di dignità. Ma i giovani “rottamatori” hanno fatto, o tentato di fare, quello che non è riuscito al patriarca di Arcore, abolendo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che tutela i licenziati senza giusta causa, e progettando una riforma costituzionale impresentabile. Per fortuna il 4 dicembre c’è stato il referendum, ma non possiamo campare solo di referendum. Bisogna ripensare e ricostruire i fondamenti del vivere quotidiano. Su questa strada la lezione di Sciascia (considerato per tutta la sua opera, e non per un singolo episodio, che può essere criticabile) con i suoi meriti e le sue contraddizioni può essere un buon bagaglio di viaggio e le sue pagine, lette con attenzione e non con devozione, ci servono ancora per capire in che mondo viviamo, anche se la realtà è andata al di là delle sue più pessimistiche previsioni.

Note:

[1] L. Sciascia, A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 1989. Le citazioni successive sono tratte da questo libro.

[2] L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961; A ciascuno il suo, Einaudi, Torino 1966.

[3] C. Duggan, La mafia durante il fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1986; L. Sturzo, La Mafia, in Scritti inediti 1890-1924, Cinque Lune, Roma 1974.

[4] Cfr. U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Runiti University Press, Roma 2009, terza edizione, pp. 325 ss. Anche per le successive considerazioni si rimanda a questo testo.

[5] L. Sciascia, A futura memoria, cit., pp. 131 ss.

[6] U: Santino, Storia del movimento antimafia, cit., p. 395.

[7] “L’Ora”, 3 febbraio 1987, Troppa antimafia? ma dai; il comunicato è pubblicato in appendice al mio L’alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ali giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp.269 s.

[8] U. Santino, L’alleanza e il compromesso, cit., p. 77.

[9] L’incontro, organizzato dalla rivista “Micromega”, si svolse il 25 giugno 1992, presso la Biblioteca comunale di Palermo.

[10] In L.Sciascia, A futura memoria, cit., p. 153.

[11] Ibidem, p. 139.

[12] U. Santino, La mafia finanziaria. Accumulazione illegale e complesso finanziario-industrale, in “Segno” nn. 69-70, aprile maggio 1986, pp. 7-49, trad. inglese: The financial mafia. The illegal accumulation of wealth and the financial-industrial complex, in “Contemporary Crises”, vol. 12, n. 3, September 1988, pp.203-243, e in www.centroimpastato.com; P. Arlacchi La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, il Mulino, Bologna 1983, a cui è ispirata la legge antimafia del 1982, che non considerava la dimensione finanziaria che già allora si affermava a grandi passi.

[13] L. Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari 1956.

Fonte