Non è ancora stato posato un solo pilone. Non è stato scavato un solo metro di cantiere. Eppure sul Ponte sullo Stretto si parla già di corruzione, favori e tentativi di condizionare gli organismi di controllo.
Le notizie emerse dall’inchiesta della Procura di Roma, che dovrà naturalmente accertare ogni responsabilità, riguardano presunti tentativi di influenzare il giudizio della Corte dei Conti sul progetto del Ponte. Secondo gli inquirenti, attorno all’iter dell’opera si sarebbe mosso un sistema di relazioni e promesse finalizzato a ottenere un esito favorevole nei controlli istituzionali.
Il fatto che un’inchiesta per corruzione sfiori già il progetto prima ancora dell’apertura dei cantieri è di per sé un segnale allarmante e racconta un fatto politico incontestabile: attorno al Ponte continua a muoversi quel sistema di interessi, relazioni e affari che da sempre accompagna le grandi opere calate dall’alto.
Non siamo sorpresi.
Da tempo denunciamo che il Ponte sullo Stretto non nasce per risolvere i problemi della Calabria e della Sicilia. Nasce per alimentare un gigantesco flusso di denaro pubblico verso consulenze, appalti, subappalti e profitti privati.
Salvini continua a vendere il Ponte come la soluzione a tutti i problemi del Sud. Ma mentre il governo investe miliardi in questa ennesima cattedrale nel deserto, i calabresi continuano a fare i conti con una sanità pubblica al collasso, trasporti ferroviari indegni di un paese moderno, scuole abbandonate e territori devastati dal dissesto idrogeologico.
La domanda è semplice: perché si trovano miliardi per il Ponte e non si trovano risorse per garantire il diritto alla salute, alla mobilità, all’istruzione e al lavoro?
La risposta è altrettanto semplice: le opere pubbliche, ormai, di pubblico hanno soltanto i finanziamenti. I benefici finiscono nelle mani di grandi gruppi economici, mentre alle popolazioni restano gli espropri, il consumo di suolo, la devastazione ambientale e il peso dei debiti.
L’inchiesta di queste ore rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme attorno a un’opera che viene presentata come inevitabile e salvifica, mentre continuano a crescere dubbi, contestazioni e interrogativi sulla gestione dell’intero progetto.
Per questo ribadiamo il nostro NO al Ponte sullo Stretto.
Vogliamo investimenti nelle ferrovie, nella sanità pubblica, nella messa in sicurezza del territorio, nelle scuole e nella creazione di lavoro stabile e utile socialmente.
Vogliamo che siano le comunità a decidere del proprio futuro, non i comitati d’affari che da decenni si contendono una delle più grandi mangiatoie della storia repubblicana.
Per questo saremo presenti anche a Messina l’8 agosto, alla grande manifestazione contro il Ponte sullo Stretto promossa dai movimenti e dalle realtà territoriali che da anni si oppongono a questo progetto. Un appuntamento di lotta per ribadire che le priorità del Sud sono altre: sanità, scuola, lavoro, tutela dell’ambiente e messa in sicurezza del territorio.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/06/2026
Ponte sullo Stretto. La corruzione è arrivata ancora prima dei cantieri
22/01/2026
Al fianco della popolazione calabrese colpita dal ciclone. Un disastro prevedibile
Il ciclone Harry ha colpito l’intera costa ionica con forti piogge, mareggiate, lungomari distrutti, allagamenti, frane, strade spazzate via. Senza contare i danni provocati all’agricoltura, ad intere comunità, con famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, ai servizi pubblici. Come spesso capita in questi casi il prezzo più alto lo pagano i nostri territori fragili e le popolazioni.
Chiaro deve essere che quanto accaduto in questi giorni, non è né straordinario né imprevedibile, ma la conseguenza dei cambiamenti climatici in atto.
È assodato che l’aumento della temperatura globale provoca il riscaldamento del mare, lo scioglimento dei ghiacciai e, di conseguenza, l’innalzamento del livello del mare, che amplifica l’impatto delle onde sulle coste. La combinazione di un livello del mare più alto e tempeste più forti accelera l’erosione, riducendo la naturale protezione delle spiagge e mettendo a rischio infrastrutture, case e coste. In sintesi, il cambiamento climatico sta rendendo le mareggiate eventi più frequenti e distruttivi, trasformando quelle che un tempo erano eccezioni in eventi sempre più comuni.
“In questa occasione non possiamo non sottolineare il fatto che lo sfruttamento intensivo della natura, la dipendenza dai combustibili fossili, il degrado ambientale non sono stati causati dagli esseri umani in generale, ma da un determinato sistema di organizzazione della società che chiamiamo capitalismo” spiega Potere al Popolo in comunicato.
Non va dimenticato che in Calabria, ad esempio, le alluvioni non si contano più, rammentiamo quelle degli anni ’50, degli anni ’70, per arrivare ai giorni nostri, del camping “le Giare” di Soverato, con i suoi 13 morti.
E come sempre capita in Italia, i morti servono solamente per la retorica e per gli impegni solenni che non verranno mai mantenuti. Il sacrificio, il dolore di quanti li hanno amati serve solamente per quell’attimo, esso sì, veramente fuggente. Poi, il giorno dopo ritorna tutto come prima, aspettando la prossima alluvione, la prossima strage carica di morte.
Tante stragi, Soverato, Sarno, Crotone, Cavallerizzo, Vibo, Giampilieri, le alluvioni del 2009 (gennaio e settembre), Reggio Calabria.
Il degrado ambientale nella nostra regione regna sovrano. Lo verifichiamo quotidianamente quanto fragile è divenuta questa nostra terra per responsabilità della quasi totalità della classe politica che ha proposto e continua a proporre ed a praticare scelte di sviluppo devastanti e illusorie, come il Ponte sullo Stretto, la cementificazione delle coste e dei corsi d’acqua, la mancata manutenzione delle nostre fiumare, i condoni edilizi, la politica irrazionale dei porti e l’inesistenza di qualsiasi politica che salvaguardi le aree interne, i suoi boschi, che consenta il reinsediamento degli uomini, per evitare anche gli incendi estivi e per impedire che le nostre montagne diventino, come sta avvenendo, terreno esclusivo delle multinazionali delle energie rinnovabili che le stanno invadendo con tantissime pale eoliche.
“Le scelte politiche neoliberiste operate dalle giunte regionali della Calabria, fatta qualche eccezione come la legge Quadro regionale paesaggistica (QTRP) del 2010, sono riconducibili al modo di produzione capitalistico che di fatto distrugge il pianeta ed è per questo che bisogna distruggere il capitalismo”.
Fondamentale è uscire dalla logica dell’emergenza per passare a quella della prevenzione destinando risorse per realizzare interventi di messa in sicurezza e prevenzione del rischio.
Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha quantificato in circa 26 miliardi le risorse per realizzare questi interventi sull’intero territorio nazionale, sperando che nel frattempo non si verifichino ulteriori interventi dannosi per il territorio.
La “prevenzione del dissesto idrogeologico” dovrebbe essere, in un paese come l’Italia, la priorità assoluta per l’attività ordinaria di cura del territorio, finanziata con strumenti ordinari di spesa pubblica.
Il Governo lo scorso anno ha istituito il regolamento di un “Fondo progettazione per la mitigazione del rischio idrogeologico”, dimenticando però di metterci i soldi. Infatti, lo ha finanziato retroattivamente per il triennio 2022-2024 per soli 5 milioni di euro l’anno! Per intenderci: 15 milioni (in tre anni) a fronte di un investimento dovuto pari ad almeno 26 miliardi.
Nemmeno con il PNRR si è previsto uno stanziamento adeguato. Infatti, dei circa 2 miliardi e mezzo stanziati inizialmente (pari al 10% dei 26 miliardi citati in precedenza), a marzo, nel Decreto di revisione del PNRR, il Governo ha fatto sparire, con una sorta di gioco di prestigio, buona parte di tali risorse, che si sono sostanzialmente dimezzate.
Però l’Europa destina 800 miliardi di euro, ai quali l’Italia contribuisce con 80 miliardi, al riarmo.
Fonte
27/11/2025
Dati Eurostat: la questione meridionale è la questione della periferia UE
Si tratta di una dinamica al limite del colonialismo, della colonizzazione interna, e a volte anche oltre questo limite. Perché, difatti, sul podio delle tre regioni di paesi europei la cui popolazione è maggiormente a rischio di povertà troviamo la Guyana francese, (53,3%), Ciudad de Melilla (41,4%), e poi la Calabria (37,2%). E subito dopo, ci sono anche la Campania (35,5%) e la Sicilia (35,3%).
In Italia, sono in generale 13 milioni le persone che si trovano a rischio povertà, che significa, per le famiglie, l’incapacità di affrontare spese impreviste, di farsi una settimana di vacanza annuale lontano da casa, di saldare le ratue del mutuo, l’affitto o le bollette, di comprare mobilio nuovo se quello vecchio è usurato. Per i single, significa difficoltà a pagare l’abbonamento a internet, abiti nuovi, o potersi dedicare ad attività ricreative.
Ma queste persone sono evidentemente distribuite in maniera diseguale, secondo una distribuzione geografica che ha una netta linea di demarcazione dal Lazio in giù. In Italia settentrionale, non c’è una regione che non sia nella fascia tra il 10 e il 15% di rischio di povertà, ovvero sotto la media UE del 16,2%. Tolte le province e le regioni autonome, l’Emilia-Romagna e le Marche sono persino sotto la 10% (rispettivamente 7,3% e 9,6%).
Con la mappa riportata qui a destra si ha la dimostrazione grafica di come la periferia della UE non sia tanto la periferia geografica, quanto quella economica e in un certo senso, di conseguenza, anche politica. Il Mezzogiorno è assimilabile ai territori “d’oltremare” – cioè i residui coloniali – di Francia e Spagna, e vive dinamiche di subalternità simili.
Territori abbandonati a se stessi o alla criminalità, dove salari e occupazione sono di bassa qualità, e da cui i centri economici prendono risorse, se ci sono, e manodopera a basso costo. Se questa dinamica aveva visto protagonista l’industria settentrionale negli scorsi decenni, con l’abbandono di strumenti per il riequilibrio dello sviluppo territoriale come la Cassa per il Mezzogiorno il divario è tornato ad ampliarsi, mentre i centri italiani sono diventati parte delle filiere comunitarie.
Ma la logica rimane la stessa. Un centro capitalistico procede con uno “scambio diseguale” nei confronti di un’altra area, per garantire i processi di valorizzazione e i profitti di una ristretta élite, e magari creando nel frattempo anche una frattura tra i lavoratori della propria e dell’altra zona, per essere sicuri che non ci siano alleanze tra subalterni che possano mettere in discussione questo processo.
Con la UE questa dinamica si è inscritta in un quadro continentale, dove è stata l’integrazione tra specifiche regioni a guidare il processo di sfruttamento della periferia da parte del core economico. Alcuni gruppi capitalistici italiani sono riusciti a trarne vantaggio, ma per il Mezzogiorno il futuro rimane lo stesso di quando migliaia di calabresi si ritrovavano a lavorare nelle fabbriche degli Agnelli.
I vincoli di bilanci europei amplificano questa divergenza, perché impongono una spesa che a Bruxelles chiamano “competitiva”, ma che nella realtà dei fatti, in Italia, significa ampi sussidi alle imprese che riescono a restare a galla nella crisi, togliendo fondi ad altri tipi di interventi, per non parlare poi della mancanza di una qualsiasi politica industriale. Il caso Ilva ne è l’esempio massimo.
Allo stesso tempo, per ristabilire un po’ di giustizia sulla mappa Eurostat, non si può non notare come, dalla roturra di questi vincoli, la periferia possa ottenerne grandi vantaggi. E con periferia, dunque, non si intende solo il Mezzogiorno, ma anche i residui coloniali prima accennati, o ancora i popoli dall’altra parte del Mediterraneo, imbrigliati anche loro nell’ingombrante presenza della UE. Le opportunità di lotta ci sono, vanno costruite con pazienza.
Fonte
07/07/2025
Calabria, sanità al collasso
Chiuse le Postazioni di Emergenza Territoriale di Catanzaro Lido e Maida, precedute da quella di Girifalco. Oramai rimane solamente la drammatica conta delle postazioni inattive, perché provviste solamente dell’autista. Qualche giorno fa anche Isca sullo Ionio ha subito la chiusura. Ma è chiaro che la situazione continuerà a peggiorare, proprio in coincidenza con i due mesi culmine estivi, luglio e agosto, perché la popolazione aumenterà nelle località turistiche e il servizio si sta riducendo drasticamente.
A ciò si aggiunge il mancato pagamento degli straordinari al personale che presta servizio, sottoposto a turni massacranti per non far fermare le ambulanze (non pagato da dicembre). All’ASP di Catanzaro, nonostante il sacrificio, capita che gli operatori del 118 vengano valutati al minimo per il pagamento della produttività 2023.
Infine, vi è anche il blocco delle prestazioni aggiuntive, nonostante la carenza di medici sia nota a tutti. Viene da chiedersi se non si stia attuando una scientifica operazione di sabotaggio del servizio d’emergenza, forse perché c’è qualche privato interessato?
Un quadro drammatico con ambulanze ferme, con la conseguenza di avere interi territori privati di un fondamentale e primario presidio di assistenza. Siamo passati dalle postazioni demedicalizzate, prive di medico per intenderci, chiuse a giorni alterni perché anche la figura dell’infermiere è venuta meno.
Il modello lombardo, importato nella nostra regione, secondo il quale il servizio d’emergenza può benissimo funzionare anche con l’assenza del medico, mostra tutta la sua debolezza quando gli infermieri scarseggiano, con la drammatica conseguenza che le ambulanze rimangono ferme e l’intero sistema sanitario è oramai al collasso.
Ma nonostante questo fallimento la Regione Calabria di Occhiuto si affida ancora alla Lombardia e approvando lo schema di Accordo di collaborazione ai sensi dell’art. 15 della L. 241/1990 tra la Regione Calabria e la Regione Lombardia per la realizzazione del Progetto di collaborazione interregionale per la riorganizzazione della rete di Pronto Soccorso.
Come se non bastasse tutto ciò, la continuità assistenziale (le guardie mediche) che è il servizio che garantisce l’assistenza medica di base a domicilio e ambulatoriale per situazioni che rivestono carattere d’urgenza e che si verificano durante le ore notturne o nei giorni festivi e prefestivi, sta funzionando a scartamento ridotto con chiusure mensili dai 6 agli 8 giorni, come sta avvenendo a S.Andrea Jonio e Satriano.
Non possiamo dimenticare cosa è avvenuto a Serafino Congi, 48 anni, deceduto su un’ambulanza lo scorso 4 gennaio dopo aver passato ore nel Pronto soccorso di San Giovanni in Fiore.
In Calabria si muore, rammentiamo, perché la sanità pubblica è stata smantellata. Ma c’è chi con la conseguente privatizzazione della sanità continua ad arricchirsi. La Dulbecco di questi giorni insegna, pur rimanendo garantisti fino in fondo. Questi sono i risultati dell’Attività Libero Professionale Intramuraria (ALPI).
Di quel regime di prestazioni sanitarie erogate da medici dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, all’interno delle strutture ospedaliere, ma al di fuori del normale orario di lavoro e a pagamento. Vicenda sulla quale la politica catanzarese e calabrese non ha speso una parola.
Noi riteniamo che la sanità non sia un bene di mercato, ma un diritto fondamentale e dobbiamo rilanciarla!
Fonte
10/09/2023
Sotto attacco la missione dei medici cubani nel mondo
È notizia di oggi che la corte penale internazionale dell’Aja abbia aperto una indagine sull’impegno solidaristico dei medici cubani nel mondo (oltretutto stimatissimi), trasformando un’opera di aiuto civile e sociale, addirittura in un #crimine internazionale compreso tra i reati che riguardano la tratta degli esseri umani.
In poche parole per la corte penale i medici cubani sarebbero costretti a prestare il loro servizio in cambio di ‘remunerazione bassa’, se rapportata ai tabellari minimi vigenti nei rispettivi ordinamenti del lavoro dei paesi di assegnazione.
È sorprendente la doppia retorica inquisitoria fatta da L’Aja.
La prima, infatti, sanziona un impegno solidale ed anche volontaristico di uno stato socialista come Cuba, che ha avuto la capacità di formare e istruire migliaia di medici, a differenza di molti stati capitalistici che hanno privatizzato il diritto all’assistenza sanitaria e l’accesso alle cure mediche, di fatto mercificandolo e subordinandolo al profitto.
E poi la domanda sorge spontanea. Anche le ONG, che basano la loro missione sull’opera umanitaria di volontari, che fanno... tratta di volontari?
La seconda. Ma come? La precarietà, la flessibilità del lavoro, il salario minimo, non sono forse retorica dell’economia capitalistica che nel tempo ha distrutto la cultura del lavoro e del salario garantito sostituendola con la precarizzazione, non solo degli stipendi, ma degli orari di lavoro e anche dei tempi di vita?
Per fare un esempio i lavoratori dei TIS, impegnati negli enti pubblici, percepiscono al mese un sussidio tra 600 e 700 euro (prima era di 500), senza un’ora di contribuzione a fini previdenziali e la possibilità di godere della indennità di malattia.
Per non parlare di tutte le forme contrattuali flessibili che nel settore privato penalizzano lavoratrici e lavoratori, determinano gabbie salariali di fatto che lasciano gli stipendi bassissimi senza oltretutto agganciarli all’aumento del costo della vita.
Insomma la Corte Penale internazionale de L’Aja si preoccupa dello stipendio dei medici cubani di 1.200 euro impegnati a salvare (e menomale) quel che resta della sanità pubblica calabrese dopo anni di ruberie, che di certo sono rimaste impunite nel silenzio colpevole di tutte le istituzioni statali e internazionali.
Ma per un medico cubano uno stipendio di 1.200 euro, nel proprio Paese, vale molto di più che uno di 3000 in Europa ed in Italia.
È un fatto intuitivo. Per tutti tranne che per la corte penale internazionale. Curiosità...
L’Aja è la stessa corte che ha emesso un mandato di cattura contro Putin, e non perché avrebbe aggredito un paese sovrano, ma udite udite... perché avrebbe deportato i bambini ucraini in Russia.
Ma le onlus americane che li hanno portati per un periodo in Italia ed in altri paesi, li hanno invece salvati dalle bombe? (Stessa giustificazione data dalle autorità russe...)
Come si può notare dipende molto dai punti di vista.
Un fatto è certo. Se il Presidente Roberto Occhiuto non fosse ricorso a Cuba e Cuba non avesse risposto PRESENTE alla chiamata solidale, i nostri ospedali sarebbero già collassati prima del tempo.
Come del resto è già implosa la giurisdizione della Corte Penale internazionale de L’Aja che, pensate un po’, nasce da un trattato internazionale mai ratificato – ascoltate e tremate! – non solo dai russi, ma anche dagli illuminati e intraprendenti e onniscienti Stati Uniti di America.
Fonte
12/05/2023
Calabria - L'accordo con i medici cubani in auto alla sanità regionale funziona
In servizio dunque ci sono già 38 uomini e 13 donne arruolati dal governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, grazie alla firma del protocollo tra Regione e Governo Cubano, che ha consentito di sfruttare le opportunità offerte da un accordo di cooperazione tra il Governo cubano e la Commissione Europea stipulato già nel 2017.
Un quadro normativo solido, che alcuni politici hanno tentato di sporcare con l’aiuto di media proni a una lettura polemica dell’accordo, come se i dottori arrivati dai Caraibi fossero una specie di schiavi, sfruttati dal proprio governo.
Niente di più falso, come è stato spiegato oggi all’Università La Sapienza in un seminario inserito nel corso di laurea in Scienze del Turismo per iniziativa del prof. Luciano Vasapollo, decano di economia del più antico e prestigioso ateneo della Capitale, e da anni consulente del governo cubano.
“È una vergogna – ha sottolineato Vasapollo introducendo i lavori nell’Aula 201 del Centro Universitario Marco Polo, a San Lorenzo – che si sia tentato di calunniare questa presenza per non ammettere la validità dell’aiuto di questi generosi sanitari che arrivando in Calabria hanno testimoniato la scelta annunciata da Fidel Castro con lo slogan ‘Medici non bombe!’, una scelta che appare oggi ancora più significativa considerando l’invio di armi a un paese belligerante deliberato dal nostro governo.
La sanità calabrese è allo stremo non a causa di un destino inesorabile ma per i compromessi di una politica che è stata sempre troppo attenta agli interessi economici dei potentati locali, per non dire peggio, ignorando le esigenze di salute della popolazione da sempre indirizzata a curarsi in centri privati o in altre regioni.
Si vuole invertire questa tendenza con l’aiuto della Brigata Medica Cubana, espressione dell’amicizia di Cuba verso il popolo italiano e di una Medicina d’avanguardia come dimostrano gli indicatori di salute, a partire da quello sulla mortalità infantile che sull’Isola è tra le più basse del mondo a dispetto di redditi procapite modesti. E come dimostra la risposta data al Covid con vaccini che l’OMS ha valutato tra i migliori e con meno controindicazioni, gli unici adatti anche ai neonati”.
Secondo Vasapollo, “i medici cubani che generosamente lasciano le proprie famiglie per aiutare le nostre sono la risposta migliore ai comportamenti iniqui condivisi anche dal nostro paese verso Cuba: la permanenza delle criminali sanzioni economiche e l’inserimento di Cuba nella lista dei paesi canaglia rappresentano delle macchie sulla coscienza dell’Occidente”.
“I medici sono arrivati in Calabria per dare sostegno alla sanità e sono principalmente nove le specializzazioni dei dottori che opereranno per le emergenze”, ha spiegato agli studenti il capo delegazione Luiz Enrique Perez Ulloa, 54 anni, ematologo. “Dopo il corso di lingua italiana sono stati dislocati nelle quattro Asp predisposte dalla Regione. Al termine di questo primo periodo di “assestamento” arriveranno altri medici con mirate specializzazioni per adempiere alle altre emergenze della Regione. Completato il corso per imparare la lingua e gli usi calabresi, i nuovi medici entreranno anche loro nelle corsie dei nosocomi per toccare con mano le esigenze della sanità ovviamente in stretta collaborazione con il personale sanitario. Più della metà di questi medici ha già avuto esperienza all’estero e nello specifico in missione in Africa e in America anche durante la pandemia”.
Un aspetto importante emerso dal seminario – al quale sono intervenuti anche il presidente del corso di laurea in Scienze del Turismo della Sapienza, prof. Marco Ramazzotti, e l’ambasciatrice cubana in Italia, Mirta Granda Averhoff – riguarda proprio i rapporti tra le università cubane e italiane, a cominciare dalla Sapienza che aveva già ospitato – sempre per iniziativa di Vasapollo – anche seminari con i medici cubani venuti in Italia per lottare contro il Covid in Lombardia e Piemonte.
E da UniCAL che eroga corsi consentendo al personale medico cubano di apprendere la lingua italiana per raggiungere obiettivi di tipo professionale (come ad esempio: interagire con i propri colleghi, socializzare con i pazienti e capire le loro esigenze, partecipare a riunioni professionali, comprendere testi di carattere medico-specialistico) e facilitare le relazioni interpersonali nell’ambito della comunità professionale e all’interno del contesto territoriale.
Terminati i corsi, i professionisti saranno assegnati dalla Regione, secondo le diverse esigenze e specializzazioni, nelle aziende sanitarie e ospedaliere calabresi.
La relazione tra UniCAL e Cuba è consolidata attraverso una stretta relazione con l’Università di Santiago de Cuba, attraverso la quale nel 2017 sono stati immatricolati nel campus italiano i primi 6 studenti cubani. Negli anni, il numero di iscritti è aumentato notevolmente e, attualmente, conta un totale di 240 studenti provenienti dall’isola caraibica che si sono contraddistinti per l’elevato profitto negli studi.
Fonte
06/03/2023
Basta morti nel Mediterraneo: sabato 11 marzo manifestazione nazionale a Crotone
Superstiti, familiari, soccorritori, volontari e associazioni, costituitisi nella Rete 26 Febbraio hanno preso finalmente parola denunciando lo stato di estremo abbandono a cui sono sottoposti.
Ringraziamo tutti i partecipanti, i tantissimi e le tantissime che da Milano alla Sicilia sono scese in piazza contro ogni disumanità e in solidarietà con i migranti.
La strage di Cutro è solo l’ultima di una lunga serie. Negli ultimi 10 anni le morti in mare sono state più di 25mila e non possiamo lasciare che le nostre coste e il nostro mare diventino un vero e proprio cimitero per chi è cerca un futuro migliore scappando da guerre, dittature, povertà.
Siamo calabresi, sappiamo bene cosa voglia dire lasciare la propria terra e siamo consapevoli che le politiche criminali che abbandonano in mare i migranti sono le stesse politiche che ci abbandonano sulla terraferma. Comunità locali e migranti, volontari, associazioni, terzo settore si stanno facendo carico, nell’assenza delle istituzioni, nel fornire supporto ai superstiti e ai familiari delle vittime.
A tutt’oggi, nonostante la visita del Presidente della Repubblica e le sistemazioni tardive trovate alla Regione Calabria, non ci sono informazioni certe sulle pratiche relative al rimpatrio delle salme e ai ricongiungimenti familiari. È dunque proprio dalla Calabria che come Rete 26 Febbraio chiamiamo a raccolta movimenti, singoli, sindacati, associazioni di tutta Italia per una manifestazione nazionale sabato 11 marzo a Crotone.
Per chiedere verità e giustizia sulla strage di Cutro e su tutte le stragi di migranti.
Per dire no alle passerelle del governo e di chi ha costruito il suo consenso criminalizzando i migranti e i salvataggi in mare, usando parole disumane e colpevolizzando le vittime.
Per fermare la criminalizzazione delle ONG e dei salvataggi in mare.
Per la creazione di canali di ingresso legali e sicuri.
Per la fine di ogni politica discriminatoria verso i migranti.
#lacalabriaperidirittiumani #stragedicutro #bastastraginelmediterraneo
Rete 26 Febbraio
Link al comunicato per condivisione:
Basta morti nel Mediterraneo: sabato 11 marzo manifestazione nazionale a Crotone
Fonte
18/08/2022
500 medici cubani per salvare la sanità in Calabria
“Da mesi ho una proficua interlocuzione con il governo cubano. I medici sono un fiore all’occhiello del Paese caraibico, ed hanno già aiutato l’Italia, in Lombardia e in Piemonte, nei mesi più caldi della pandemia. Oggi a Roma, presso l’Ambasciata della Repubblica di Cuba in Italia, ho firmato un Accordo di cooperazione con la Comercializadora de Servicios Medicos Cubanos (CSMC), la società dei medici cubani, per la fornitura di servizi medici e sanitari”.Lo afferma in una nota Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria.
“Grazie a quest’intesa – spiega Occhiuto – in Calabria potremo utilizzare temporaneamente – fino a quando non saranno espletati con esiti positivi tutti i concorsi – operatori sanitari provenienti da Cuba. Il governo caraibico può mettere a nostra disposizione 497 medici con diverse specializzazioni.Naturalmente nessuno – nella devastata classe politica italica – si sogna di mettere in dubbio la continuazione della politica dei tagli alla sanità pubblica e gli incentivi alla privatizzazione, come previsto dalle “prescrizioni europee” che tutte le cordate politiche condividono...
A settembre partirà la fase sperimentale di questa collaborazione e arriveranno nella nostra Regione i primi medici. Inizieranno coloro che già sanno parlare l’italiano – la lingua ufficiale della Repubblica di Cuba è lo spagnolo – e gli altri, prima di prendere servizio, faranno corsi intensivi per apprendere presto e bene la nostra lingua.
Ad ogni modo, i medici cubani saranno sempre affiancati dai nostri operatori sanitari. Siamo soddisfatti per la firma di questo importante Accordo, un’opportunità in più per la Calabria, un modo concreto per dare risposte immediate ai bisogni dei cittadini, per erogare in modo adeguato i servizi, per garantire su tutto il territorio regionale presidi sanitari operativi e ospedali funzionanti.
Abbiamo deciso in questi mesi di mantenere riservata questa delicata trattativa anche perché, nel frattempo, altre istituzioni pubbliche e private stavano esplorando con insistenza la stessa strada. Il risultato raggiunto ci ripaga del lavoro fatto e ci consente di affrontare con maggior serenità i prossimi step per risanare e migliorare sempre più la nostra sanità regionale”.
“La scuola medica cubana è tra le migliori. Ho intavolato una trattativa, – ha detto inoltre Occhiuto in un video postato sui social – oggi ho firmato l’accordo all’ambasciata di Cuba. Ci daranno fino a 497 medici, quelli che servono nei nostri reparti ospedalieri. Cominceremo da settembre con alcune decine di medici che integreremo nel nostro sistema sanitario”.
Fonte
15/08/2022
C’era una volta la FIAT di Bocchigliero. Dagli operai idraulico-forestali ai tirocinanti
Ed è proprio su questo sentiero che mi appresto a indagare ciò che è accaduto, il divenire dei contrasti dialettici in un determinato contesto.
La dimensione diacronica del racconto mette in evidenza che una serie di relazioni e interazioni reciproche non esistono più. Esse sono state trasformate, hanno subito una modifica, una variazione che ha imposto un cambiamento nella gerarchia dei valori sui quali si fonda la base riproduttiva di una determinata comunità.
Qualcosa del genere è accaduto in un piccolo Comune della Sila, ma il suo raggio d’azione ha riguardato l’intera Calabria, ed è collegato a variabili esogene, così come alle caratteristiche peculiari di quest’area regionale.
A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, nel piccolo Comune dell’Altopiano silano, le cose non potevano andare diversamente: si seguiva il flusso delle lotte e delle rivendicazioni del movimento operaio, il quale era riuscito a spostare l’ago della bilancia a favore dei lavoratori. I diritti legati al lavoro si diffusero anche nelle periferie del Sud d’Italia e intercettarono i contadini resi ridondanti dai lavori agricoli, alcuni dei quali erano ancora finalizzati all’autoconsumo, mentre le lotte dei braccianti incrociavano quelle degli operai industriali.
In breve, i protagonisti che vennero coinvolti in quelle lotte intuirono che con la loro attività potevano trasformare l’esistente, acquisendo la consapevolezza che la lotta contribuiva ad affrontare la paura della fame e a rendere confortevole la vita dei lavoratori e delle lavoratrici, nonché quella dei loro familiari, grazie anche al fatto che il lavoro era diventato un principio fondamentale della Costituzione italiana, ossia quella “sostanza” universale e astratta che era la base della misura del valore.
Sull’altro versante, il borgo silano, a partire dalla fine del XIX secolo, aveva iniziato a gravitare in quella grande maglia reticolare esplicata dalla divisione internazionale del lavoro, mediante i flussi migratori in uscita, prevalentemente verso l’America del Nord e del Sud, sino agli anni venti del secolo scorso e, successivamente, dopo la seconda guerra mondiale, per lo più in direzione del Nord Europa e del Nord d’Italia.
La forza di questo flusso, in realtà, non si è mai interrotta, ma nei primi anni Settanta del secolo scorso, si è verificata una controtendenza, un arresto dell’emorragia che ha dissanguato (e continua a dissanguare) il tessuto sociale di questa piccola comunità e in generale di tutto il Sud d’Italia.
Tale controtendenza fu agevolata dal fatto che molti dei migranti, oltre ad abbandonare “l’amara terra”, avevano lasciato non solo la rete parentale di cui erano parte, ma anche i nuovi nuclei familiari appena formati. Le rimesse dei migranti conterranei, ossia i trasferimenti di denaro, in quel determinato periodo storico, rappresentavano preziose risorse in entrata, il cui valore economico eccedeva il mero sostentamento dei figli e delle mogli rimasti al paese. Infatti, tali eccedenze, formatesi con il duro lavoro, la lontananza dai propri congiunti e tutti i sacrifici connessi, erano indirizzate alla costruzione di case che non somigliassero ai vecchi tuguri in cui erano cresciuti.
Dunque, il progetto di ritornare nel luogo originario nella propria terra, nell’area di provenienza, trovò una corrispondenza e si saldò con le lotte del movimento operaio e contadino, il quale premeva affinché si creassero le condizioni per il miglioramento delle condizioni di vita dei ceti popolari.
Molti di coloro che fecero ritorno iniziarono il nuovo cammino lungo questa direttrice: bisognava scendere in piazza, manifestare, confrontarsi, discutere, provando a risolvere i conflitti e affrontando il problema comune della disoccupazione, una volta che decidevano di recidere il legame che li univa ai contesti industriali, in terre straniere.
Con il termine “rimboschimento” s’intendeva l’avviamento e l’esplicazione di un’attività lavorativa, svolta, in prevalenza, dai capifamiglia maschi e alle prese con il retaggio patriarcale. Al netto di questa precisazione antropologica, nel momento di massima espansione, cioè quando a livello regionale i “forestali” raggiunsero il picco di circa 30.000 operai, a Bocchigliero, tra Opera Sila, Legge Speciale Calabria e Azienda delle Foreste regionali, vi erano intorno a 300 operai, divisi in squadre che agivano nel territorio comunale, in base a specifiche competenze.
Il piccolo paese montano, al mattino presto, si svegliava con il frastuono, le voci e il movimento accelerato degli operai che si spostavano in massa nelle direzioni pianificate, con gli autobus o con i propri mezzi di locomozione privati; la ritirata, nel pieno pomeriggio, assumeva un tono trionfale e impartiva una sorta di cadenza temporale, una scansione della giornata lavorativa, per dire che iniziava il dopo-lavoro che ognuno ritagliava secondo i propri bisogni. Con il calar della sera, la piazza si riempiva di soli maschi giovani e adulti, che passeggiavano avanti e indietro come in un percorso ipnotico, parlando di politica, di contrattazioni lavorative, di sport, di donne e frivolezze di vario genere, mentre nelle cantine si tracannavano ettolitri di vino, senza dimenticare, tra una partita di carte e l’altra, di “stramaledire il Governo”.
I piccoli commercianti, gli artigiani, le imprese edili, i titolari di attività agricole e pastorali, persino le vecchie casate “nobili” del piccolo Comune, dovettero fare i conti con questa scansione del tempo, in quanto gli operai idraulico-forestali rappresentavano il perno attorno a cui ruotava l’intera comunità, fermo restando la valvola di sfogo del fenomeno migratorio in uscita.
Gli stessi commercianti scambiavano, rendevano liquidi, gli assegni circolari non trasferibili ricevuti dai “forestali”, come se fossero delle banche, proprio perché lo strumento di pagamento in mano agli operai era garantito dall’utilità sociale che esplicava il loro lavoro: l’operazione, la transazione era di sicuro buon fine.
I “forestali” non costruivano solamente strade, muretti, ponticelli, cunette, canali di scolo, gabbioni e dighe per contenere le frane, reti idriche per assicurare l’acqua potabile, non rimboschivano solamente migliaia di ettari di territorio, sui quali poi vigilavano contro gli incendi. La loro funzione era quella di mantenere viva l’intera comunità, ponendo un freno, un argine allo spopolamento.
Di certo, non mancavano le dicerie, le prese in giro e i luoghi comuni alimentati dalla mentalità gretta dei piccoli borghesi, i quali facevano di tutto per discreditare l’opera di mantenimento e sistemazione idro-geologica del territorio silano.
L’accusa più grossa che gli veniva rivolta era questa: «Dormono in piedi, con i menti appoggiati sui manici dei propri arnesi di lavoro». Niente di più infondato!
E poi, il prendere il motocarro, che aveva sostituito l’asino, non appena arrivati a casa, per andare a coltivare il proprio appezzamento di terra, era un altro punto a loro favore, poiché, oltre a produrre cibi di qualità, tenevano il territorio pulito e in ordine, preservandolo dagli eventuali incendi.
Negli anni Ottanta iniziò il graduale e inesorabile cambio del paradigma e il numero degli operai idraulico-forestali, in dieci anni, fu quasi dimezzato. Si passò dai 27.000 del 1984 ai 15.233 del 1994.
Dagli atti parlamentari del 1996 apprendiamo che l’entrata in vigore della legge n. 442 del 1994 sancì il blocco delle assunzioni, minando, nel concreto, la realizzazione dei programmi di esecuzione dei lavori.
I promotori del Disegno di legge in materia di impiego dei lavoratori idraulico-forestali chiesero espressamente al Governo d’incrementare le forze lavorative, anche mediante il ricorso al lavoro a tempo determinato, «utilizzando le ore resesi disponibili a seguito di pensionamenti e del collocamento fuori servizio di personale impegnato a tempo indeterminato» (1).
Tuttavia, in questo settore la forma contrattuale a tempo determinato rimase un pio desiderio. Non ci sono state nuove assunzioni, e nel Comune di Bocchigliero l’intero corpo lavorativo fu eliminato. Per la precisione, ne sono rimasti solo due.
La riduzione all’osso del corpo dei “forestali”, della FIAT (era questo il marchio con cui venivano identificati in Calabria) ha prodotto un’altra “realtà”, che rimanda al declino dello Stato sociale e alla nostra incapacità di affrontare le problematiche che tale crisi ha generato.
Dire che con lo smantellamento del “rimboschimento” il borgo ha perso la sua forza trainante, equivale ad affermare che l’abbandono e lo spopolamento hanno preso il sopravvento e di conseguenza il 70 % delle case sono disabitate.
Una tale evidenza non può sfuggire a chi vive nel borgo o vi fa ritorno di tanto in tanto. Il numero degli alunni nella scuola elementare è passato da circa 500, del 1972, a 10 del 2022. Questo dato sintetico costituisce una realtà che non può essere ignorata o negata.
Al contrario, il ricorso ai Tirocini d’Inclusione Sociale, intesi come strumenti per la risoluzione del problema della disoccupazione e la ripresa dalla “depressione economica” che affligge in particolar modo le aree interne, rappresenta una finzione fantastica che alberga nella mente degli sciocchi.
Nell’ottica del cosiddetto lifelong learning e dei work based learning programs, con il consenso della PA e dei politici cialtroni, anche nelle aree periferiche è passato il concetto che non esiste un problema di “occupazione” ma solo di “occupabilità”. (2)
In sintesi, i tirocini extra-curriculari, rivolti ai disoccupati e ai soggetti che vivono di espedienti, avrebbero lo scopo di formare e ri-formare i lavoratori e le lavoratrici, dato che questi ultimi non sarebbero in grado di esplicare le competenze necessarie per entrare “a pieno titolo” nel mondo del lavoro.
Persone la cui età media si aggira intorno ai cinquant’anni, con una serie di esperienze lavorative acquisite in diversi contesti, vengono indirizzate a seguire dei corsi di preparazione e inserimento nel mondo del lavoro. Per semplificare e senza cadere nelle banalità: ti riporto indietro nel tempo, ti impartisco quattro nozioni di biologia, di fisica ed educazione ambientale, quindi sei pronto a fare l’operatore ecologico o la guardia ecologica.
Voi credete davvero che gli operai del “rimboschimento” fossero più istruiti degli attuali “tirocinanti”?
Nient’affatto! Se il grado d’istruzione medio dei primi è la quinta elementare, quello dei secondi è il Diploma della scuola superiore di secondo grado.
Per di più, l’estensione degli stage e dei tirocini a tutti i percorsi scolastici, non solo a quelli professionali, non ha preparato il terreno per facilitare l’accesso dei giovani nel mondo della produzione di beni e servizi. Anzi, le barriere in entrata sono aumentate, poiché a tanti di loro viene proposto uno stage extra-curriculare. Pertanto, se agli studenti, in qualche modo, viene insegnato come adattarsi a condizioni di vita precarie, ai disoccupati viene detto di vivere la precarietà.
E poi, che peso assume l’espressione “Inclusione Sociale” nell’ambito lavorativo?
A me sembra che dietro ci sia la “pedagogia speciale”, il tentativo di ricorrere a parallelismi che non stanno con i piedi per terra, ossia di paragonare, di mettere sullo stesso piano il concetto di disabilità e quello di disoccupazione. In base a questo modo di ragionare, invece di riconoscere che il disoccupato è già pronto per essere impiegato in quelle attività produttive essenziali, che, di volta in volta, la società in cui viviamo individua come necessarie, si finisce per considerarlo debole e fragile, al punto che ha bisogno di un supporto, un’agenzia speciale (Alta Formazione!) che sforna formatori che aiutino il soggetto senza lavoro a trovare la “strada smarrita”.
Il paradosso di tutto questo modo di procedere si esprime non tanto nelle difficoltà a realizzare le infrastrutture occorrenti a ridurre i rischi idrogeologici, che in passato sono state l’orgoglio degli operai idraulico-forestali, quanto nella miseria generalizzata in cui si trovano gli Enti pubblici locali, i quali, presi con il cappio al collo, sono costretti a sfruttare i tirocinanti, per erogare i servizi che rientrano nell’ordinaria amministrazione: decoro urbano, assistenza agli anziani, manutenzione e pulizia delle stradelle interpoderali, etc.
I Comuni hanno le mani legate e la politica stracciona, succube del mercato, continua a disprezzare e deprezzare il lavoro.
Altro che salario minimo! In Calabria, a Bocchigliero, i “corsi per i tirocinanti” sono alla terza edizione, le persone coinvolte prendono 500 euro al mese, non hanno diritto alle ferie, alla malattia, non gli vengono versati i contributi previdenziali e i pagamenti vengono effettuati con ritardi gravissimi.
Non è semplice continuare a lavorare, quando percepiamo il messaggio: c’è bisogno, ma non mi servi!
Per il resto, sarà il lettore a trarre le proprie conclusioni.
Note
1) Atti parlamentari, Senato della Repubblica – 2– 1908. Comunicato alla Presidenza, 20 dicembre 1996.
2) Per approfondimenti, si veda: Il lavoro c’è, se non lo trovi è colpa tua, www.coku.it
Fonte
20/08/2021
Brucia Sovereto e il Pollino. Il capitalismo fa un casino, se mescolato al keynesismo
Decidiamo di salire in Sila. Evitiamo la 107, perché passa da San Giovanni in Fiore e da Germano, dove sono stati segnalati altri focolai. Preferiamo la litorale 106, la strada della morte, dove 4 giorni fa, in un incidente frontale nei pressi del museo di Sibari, hanno perso la vita altre 2 ragazze appena ventenni e un loro amico. Svoltiamo poco dopo San Morello, proseguiamo per Mandatoriccio, dove il Maestro Claudio Pugliese ha appena terminato la pittura murale pubblica del Quarto Stato.
Quando Sieyès, nel 1789, pubblicò «Che cos’è il Terzo Stato?»; quando, per la prima volta nella storia, si scrissero parole che si fanno udire ancora oggi (1° Qu’est-ce que le tiers état? Tout. 2° Qu’a-t-il été jusqu’à présent l’ordre politique? Rien. 3° Que demande-t-il? A y devenier quelque chose.); quando si scrisse tutto ciò, nessuno immaginava che, circa 60 anni dopo, il Terzo Stato avrebbe generato quel Quarto Stato o Classe che aspirava a seppellirlo.
Pellizza non riuscì a terminare il quadro in tempo per l’Esposizione Internazionale di Venezia del 1901. Lo inviò alla Quadriennale di Torino del 1902, dandogli il titolo definitivo. La tela, di circa 5 metri per tre, fu iniziata nel 1898, in occasione della violenta repressioni dello sciopero degli operai a Milano. Portava a termine un progetto iniziato nel 1891-92 con gli Ambasciatori della fame, diventato poi la Fiumana.
L’uomo che compare a sinistra nel quadro è Clemente Bidone, quello centrale Giovanni Zarri. Sono entrambi muratori e contadini di Volpedo, paesello dell’alessandrino dove Pellizza si era ritirato.
«Ogni volta che le persone tenute di gusto vanno a visitare il pittore che lavora e tiene studio in campagna, segregato dal mondo artistico – Scrive Pellizza in un articolo al Marzocco, 1897 – dopo averne ammirato le opere e detto il bene e male che sentono, o non sentono, si meravigliano perché il pittore invece di stare in una città dove potrebbe lavorare maggiormente, progredire a grandi passi, farsi conoscere di più, guadagnare anche, preferisce risiedere in un paesello, profondendo in sforzi quasi inutili il suo ingegno; il quale poi, e questo si sottintende, non produrrà mai tanto da poter competere con le opere di valore fatte dagli artisti che vivono in città».
Continuiamo il viaggio per Camigliatello, col pensiero che il fuoco che ha devastato Sovereto e costretto i campeggiatori a scappare dalle tende nel cuore della notte sia stato innescato da qualche incauto turista alle prese con un improbabile BBQ.
Se fossero rimasti a casa loro; se tutti i milanesi e romani e napoletani che affollano le spiagge e le montagne in agosto non si ammucchiassero nello stesso posto nello stesso momento. Se non avessero tutti la fregola di consumare le loro due settimane di gioia divorando tonnellate di prodotti dozzinali. Se stessero a casa, composti e disciplinati, a contemplare la loro casta dignità di proletari, forse il mondo non brucerebbe, Soverete sarebbe salva.
Qualche ingegno aristocratico, di recente ha scritto sul blog padronale che per davvero i lavoratori devono stare chiusi in fabbrica anche ad agosto. Ma a produrre per chi? Chiede Guido Salerno Aletta. Sogna le calze di seta per le nobildonne, le gote incipriate dei lacchè. Ed invece abbiamo le calze di nylon e le auto per tutti.
Se qualcuno di questi rentier può raggiungere la sua isola in elicottero è perché durante tutto l’anno, escluso agosto, otto ore al giorno, tutti i giorni, esclusi sabato e domenica, ma non sempre, i lavoratori producono il metallo per la carlinga, la plastica per la cloche e il carburante per il motore. E lo producono per tutti, anche per il rentier, che non potrebbe installare una fabbriche tutta per sé, un forgia tutta per sé, un centro di controllo voli tutto per sé.
E che se vuole volare tutto l’anno, o se vuole una coca cola, non può averne una migliore di quella che beve il barbone all’angolo (Andy Warhol). In questo incubo chiamato capitalismo, che per undici mesi ci vuole ammucchiati in città e per un mese ammucchiati al mare, che manda al macero i pomodori e le pesche, solo per tenere alto il prezzo, in questo casino chiamato civiltà lui, il rentier o capitalista della domenica, ci è immerso fino alle orecchie, e se vuole continuare a vivere nella contemplazione del suo ombelico deve consumare, e più degli altri, cataste di prodotti dozzinali.
Bruciare il pianeta è il piano del capitale, è il Piano Keynesiano del capitale. Pugliese ha dipinto il Contro Piano.
Fra gli amici, entusiasta dell’opera di Giuseppe Pellizza si era mostrato il solo Giovanni Cena, che l’8 Maggio gli scrive: «Ammiro. È una cosa che resterà e che non ha paura del tempo perché il tempo le gioverà. Ti abbraccio con tutta l’anima.»
Fonte
22/11/2020
Vietato pensare?
di Angelo D'Orsi
Non ci si può ripetere, non posso ripetere ogni settimana lo stesso concetto, sia pur scrivendo articoli diversi. Morale della favola: questo è un paese senza speranza. O, detto voltando il pessimismo della ragione in ottimismo della volontà, la speranza è nei piccoli gruppi, quelli esaltati da un filosofo che amai e che conobbi e frequentai da giovanissimo, Aldo Capitini, quelli nei quali egli vedeva la forza, che poi avrebbe dovuto contagiare via via le masse.
La speranza è in quei pochi (ma quanto pochi, in vero?) che quanto meno si rifiutano di farsi irreggimentare, incapsulare, dominare dal pensiero corrente: coloro che si ostinano a pensare con la propria testa, e che non rinunciano a studiare, a documentarsi, seriamente, prima di aprire bocca, e lo fanno solo sui temi di cui hanno contezza e competenza.
Piccoli gruppi, minoranze, esigue perlopiù; singoli individui che tentano di resistere al mainstream, o di ridestare i dormienti. Tutto ciò premesso, entro nel merito dell’attualità.
Nell’arco di 24 ore o poco più sono saliti ai disonori della cronaca due personaggi, un politico e un scienziato, non per qualcosa che abbiano fatto, ma per ciò che hanno detto, in due diverse chiacchierate con giornalisti (il che conferma che rilasciare interviste è pericoloso, e che “gli operatori dei media” sono sovente gente da cui stare alla larga).
Il primo dei due è il presidente della Commissione Antimafia, certo Nicola Morra, in quota 5 Stelle. A “Radio Capital”, costui, residente in Calabria da decenni (benché non calabrese di origine), è stato intervistato in merito alle vicende grottesche di cui abbiamo avuto notizia nell’ultima settimana, con un succedersi di candidature farlocche a un improbabile ruolo di “commissario” alla Sanità calabrese, e dulcis in fundo con l’arresto del presidente del Consiglio Regionale, certo Domenico Tallini, in quota Forza Italia, accusato addirittura di “concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso”.
Chi avesse letto o ascoltato i commenti di rappresentanti politici e di osservatori “professionali” prima di conoscere le parole del senatore Morra, sarebbe indubbiamente rimasto a dir poco turbato.
“Parole indegne... Non gli restano che le dimissioni” (Tajani, Forza Italia). “Sono pronta a bloccare i lavori dell’Antimafia fino a quando questo signore non se ne andrà” (Mariastella Gelmini, Forza Italia: e intanto mi chiedo che cosa ci faccia la signora nell’Antimafia). “Parole vomitevoli... si dimetta” (Matteo Salvini, Lega: no comment). “Le sue parole sono indifendibili ed insopportabili... Si scusi subito” (Andrea Marcucci, capogruppo al Senato PD).
“Le parole del senatore Morra sono indegne e ingiuriose e volgari... Il senatore Morra avrebbe già dovuto scusarsi da molte ore” (Emanuele Fiano, PD). ”La frase di Morra disonora le istituzioni” (Elisabetta Casellati, Presidente del Senato, quella che aveva garantito che Ruby era la “nipote di Mubarack”). “Non può restare impunita una volgarità così bassa” (Nicola Spirlì, il neofascista che ha preso il posto della Santelli scomparsa). E dulcis in fundo: “Morra dovrebbe chiedere scusa per quanto affermato. Quanto detto è inaccettabile” (Davide Crippa, capogruppo M5S alla Camera).
Ebbene che cosa ha dichiarato Morra? Ha ricordato che l’ultimo arrestato, Domenico Tallini, era stato inserito nella poco onorevole lista degli “impresentabili” dalla Commissione Antimafia. Naturalmente Forza Italia l’ha candidato e il soggetto ha fatto il pieno di voti, pare sia stato il più votato nell’intera regione, di sicuro della Provincia di Catanzaro. E che tra i suoi sostenitori vi era stata la berlusconiana (accanitamente tale, devo rammentare) Jole Santelli, divenuta poi presidente della Giunta Regionale, morta qualche tempo fa.
Ricordare ora che Santelli era intima di personaggi come Tallini, cosa ovvia, essendo lei un pezzo da Novanta sostenuta personalmente dal Cavaliere, di cui si ricordano le ultime spiritosaggini sessual-politiche nel comizio a sostegno della Santelli.
Ma questo è un paese cattolico e ipocrita, come ricordò Eduardo De Filippo, alla morte di Pasolini, un paese in cui quando si muore tutti diventano buoni e se ne cantano le lodi. Ma non è così. C’è morto e morto, disse Eduardo. E Pasolini era grande da morto come da vivo.
Invece a Morra sono toccati gli improperi di tutti, le richieste di scuse o persino di dimissioni, da parte di gente che non ha battuto ciglio davanti a quello che accadeva in Regione Lombardia, e alle losche faccende del presidente Fontana.
Forse ciò che ha disturbato, dietro la foglia di fico del rispetto dei morti e dei malati oncologici (ma che c’entra!?), è che Morra ha messo in evidenza ciò che in realtà è noto anche ai ciechi e ai sordi: che “Forza Italia ha un problema. E questo problema si chiama Dell’Utri”.
FI è profondamente imbevuta di mafiosità, insomma, e le indagini giudiziarie ce lo confermano settimanalmente (e bene stanno, in prossimità, e contiguità con i berlusconiani, i partiti di Salvini e di Meloni, a dire il vero).
Sarà spiacevole quel che ha detto dopo, Morra, ma si tratta di parole sbagliate? “Era noto a tutti che la presidente della Calabria Santelli fosse una grave malata oncologica. Umanamente ho sempre rispettato la defunta Jole Santelli, politicamente c’era un abisso. Se però ai calabresi questo è piaciuto, è la democrazia”.
In sostanza, Santelli, Tallini e gli altri sono stati votati dai calabresi. I quali ora hanno poco da lamentarsi. La sola frase che avrei evitato è la seguente: “La Calabria è irrecuperabile”. Ma se si legge il seguito diventa anch’essa, almeno parzialmente, condivisibile; il seguito è, infatti: “lo è fin quando lo Stato non affronterà la situazione con piena consapevolezza”.
In sostanza, ciò che ha dichiarato Morra non fa una piega, e stiamo assistendo a un coro di ipocriti che con queste polemiche stanno raggiungendo un bell’obiettivo, oscurare la notizia, gravissima, sull’arresto del super-votato Tallini, e in generale impedire sul nascere una riflessione seria sulla situazione calabrese, e sull’intreccio mafia/politica su cui solo il procuratore Nicola Gratteri, vox clamantis in deserto, lancia gridi di allarme, sempre più isolato.
E invece, dàlli al reprobo, la colpa non è dei politici collusi, o degli 'ndranghetisti che spadroneggiano, la colpa è di chi mette il dito nella piaga.
E vengo all’altro caso, e andiamo nel campo oggi ahinoi più frequentato dai media, quello sanitario in relazione al Coronavirus.
Il protagonista è un noto microbiologo, Andrea Crisanti dell’Università di Padova. Sempre in una intervista (ah, se gli scienziati non si fossero lasciati sedurre dalla televisione!), alla domanda: “Lei, prenderebbe il vaccino, oggi?” E lui ha risposto: “Senza dati, no”.
Apriti cielo. Accusato di esser un “no vax” (orrore orrore!), di spargere pessimismo (siamo sempre al “ce la faremo”!), di non sapere nulla del virus e del vaccino (un ignorante, insomma), e via seguitando. Il Crisanti svillaneggiato dal presidente dell’Agenzia del Farmaco (ovviamente, che sponsorizza il vaccino, quale che sia), dal Consiglio superiore di sanità (di nomina governativa...), e direttamente dall’autorità di governo, da quel ministero della Salute.
Il cui titolare, Speranza, si è messo in luce per varie topiche, la migliore delle quali è il libro che ha scritto qualche mese fa (quando ne ha trovato il tempo? Non era impegnatissimo a predisporre le risorse contro il virus?), dal titolo “Perché guariremo” Sottotitolo: “Dai giorni più duri a una nuova idea di salute” (ahimè, Feltrinelli editore).
Il libro è stato bloccato in magazzino prima che venisse distribuito con la motivazione che il ministro ora non ha tempo per le presentazioni (sic!). Insomma, prima che gli italiani e le italiane lo tirassero in testa all’inclito scrittore/studioso/politico.
Ed ecco che Crisanti, il quale già in passato aveva frenato sugli stolti ottimismi di questo ministrello, viene gettato nella bolgia degli infami. La sua colpa? Avere detto che di norma occorrono anni per creare, sperimentare produrre un vaccino, e che sono necessari test complessi e reiterati su ampi campioni di popolazione.
E insomma, mentre tutti – sospinti dalle società farmaceutiche impegnate nella produzione di vaccini concorrenti tra loro: business is business – gridano: “Vaccino! Vaccino subito! Un vaccino qualunque...!”, uno scienziato ha messo in guardia.
Contro Big Pharma, e contro la politica in cerca di facile consenso, forse dovremmo tutti essere un po’ Crisanti, ossia almeno attivare il dubbio critico. Tutto qui. Se ci dicono che non possiamo farlo noi profani di medicina, possiamo almeno accettare che lo faccia chi di mestiere si occupa di tali argomenti? No, a quanto pare non si può.
Insomma, la caccia all’untore, la semplicistica attribuzione di colpa ai “cittadini che non rispettano le regole”, con parallela implicita assoluzione della classe di governo, centrale e locale, che ha sulle sue spalle buona parte dei morti e degli ammalati di Covid-19, sta diventando ora caccia al “disfattista”.
Il caso Morra e il caso Crisanti sono due campanelli d’allarme. Non i primi e certo non gli ultimi, ma la loro concomitanza inquieta.
Non si tratta di schierarsi con Morra o contro, con Crisanti o contro. Ma di riflettere. A me pare che siamo su una brutta, bruttissima china. Tra le tante limitazioni, presto sarà decretata anche quella al libero pensiero? Ci sarà concesso soltanto di pensare pensieri “autorizzati”?
Fonte
19/11/2020
Calabria - “Ci voleva un microbo per capire che la sanità è vicina allo zero”
Da qualche decennio, in Calabria si assiste a una emorragia di risorse economiche per foraggiare i grandi ospedali del nord a causa della famosa e triste migrazione sanitaria e le cliniche private calabresi quasi sempre in mano a faccendieri e quasi sempre collusi.
Ma anche per mantenere una struttura commissariale, conseguenza degli scioglimenti, per infiltrazioni mafiose, delle Asp calabresi, con funzionari incapaci e incompetenti frutto della spartizione politica, i quali della salute dei cittadini calabresi se ne fottono altamente.
Ci voleva un microbo per far capire come la sanità pubblica in Calabria sia vicina allo zero. Per anni è stata una miniera di soldi per gli affaristi di cliniche e aziende private. Una fonte inesauribile di bandi personalizzati per le forniture, nomine truccate di dirigenti, intrecci con consorterie malavitose e i clan politico-massoni. Tanti politici che hanno amministrato la regione Calabria finora e altri che sono stati piazzati più in alto a Roma, hanno sempre sguazzato con tali porcherie, facendo le loro fortune sulle malattie e la salute dei cittadini.
Commissari ad acta cacciati dopo che essi stessi hanno scoperto per caso, davanti a una telecamera del servizio pubblico, di avere la responsabilità della stesura di un piano anticovid rivelandosi incompetenti, davanti a tutto il popolo calabrese, con pantomima finale di scuse e le giustificazioni più stravaganti che suscitano pena e... tantissima rabbia.
Ma anche, ancora, nuovi commissari nemici della utilissima mascherina. Capi di protezione civile che non sanno cosa sono i ventilatori. Presidenti di regione che ammettono spudoratamente la propria ignoranza sulla situazione delle terapie intensive in regione e dati taroccati forniti per non incorrere nelle restrizioni del DPCM che inserisce la Calabria in zona rossa.
Milioni di euro accreditati alla regione per potenziare il sistema in previsione della seconda ondata di contagio da coronavirus e mai spesi, lasciando che il bacillo galoppasse infettando tutti alla velocità di un tornado.
Questa è la politica calabrese e così è la sanità in Calabria.
Quaggiù, la salute da molto tempo non è più un diritto costituzionale ma un accessorio o addirittura un lusso. Forse pezzi di magistratura illuminata cominciano ad aprire qualche fascicolo, la speranza è che tutte le procure calabresi facciano altrettanto e finalmente comincino ad alzare il tiro mettendo nel mirino gli ‘incappucciati’ che pervadono, saccheggiano e derubano questa terra.
E se anche l’antimafia si svegliasse... Gino Strada commissario? Ci sarebbe semplicemente da esserne fieri e orgogliosi, ma i calabresi continueranno a distrarsi seguendo il mago di turno, con tarantelle, cortometraggi superpagati e qualche zeppolata, cercando sempre un colpevole e un capro espiatorio ai problemi, senza capire che in ‘cabina’ di voto sono i primi della filiera, perché la politica è tutto.
Come dice Orwell. Un popolo che elegge corrotti, impostori, ladri e traditori, non è vittima! È complice!
Fonte
10/11/2020
Il cattivo Esempio calabrese
Poi ci si è messa la Germania, che ha bloccato gli arrivi in Deutschland da ogni regione italiana, eccetto la Calabria. Qualche giorno dopo da Berlino è arrivato il Nein anche per la Calabria, e l’euforia per un primato insperato ha lasciato il campo alla rassegnazione.
Infine sono arrivate le zone rosse, e la Calabria si è vista confinare nell’inferno securitario insieme a Ragioni che avevano un numero di positivi al Covid davvero incomparabile con la penisola calabra.
Qualche giorno dopo, quando abbiamo visto il video dell’intervista al commissario straordinario alla sanità Saverio Cotticelli, abbiamo creduto di capire il perché del confinamento della nostra regione nella zona rossa.
Quando ho visto il video trasmesso per la prima volta su Rai2, non volevo credere alle mie orecchie. Mentre il commissario – ex generale dei Carabinieri, che di sanità probabilmente conosce solo i referti per “causa di servizio”, nominato dal governo pentaleghista, dove si pensava che i militari fossero la giusta cura per tutti i mali – si alzava per prendere un documento che riguardava il piano covid, in sottofondo mi è parso di sentire la voce di una donna che diceva (in calabrese) «Giusé, t’avie ddittu ca t’avie prima preparari».
A colpirmi non è stato quel consiglio casalingo dato in dialetto – dove sono in Calabria i Social media manager, i Social media strategist, i Web community manager, i Reputation Manager, i Growth Hacker... quelle figure di cui si circondano i presidenti e i personaggi del nord per far cadere sulle lor spalle la responsabilità delle stronzate che scrivono su facebook, dove sono?
Ciò che mi ha colpito è stato quest’uomo anziano, disarmato, debole, in evidente stato confusionale, un uomo che sarebbe stato bene al mio posto da disoccupato, sulla poltrona di casa a spigolare col telecomando, invece di tenere in collo la sanità di una regione con 2 milioni di abitanti.
Infine è arrivata la doccia fredda del nuovo commissario Giuseppe Zuccatelli, che in un altro video si sbilancia in considerazioni del tutto inconsistenti sulla trasmissibilità del virus.
Su Facebook i cittadini della penisola meridionale, sineddoche dell’Italia, si chiedono da due giorni: davvero questa è la Calabria? Davvero siamo ridotti in questo stato?
Come sottrarsi al pensiero che tutta la Calabria è così, che tutta la sanità calabra è così, che tutti noi calabresi siamo fatti così, un po’ cialtroni, un po’ ignoranti, un po’ imbecilli, un po’ rimbambiti, un po’ poveri cristi, un po’ Cetto la Qualunque?
È difficile sfuggire agli effetti di questi cattivi esempi, e quand’anche si portassero altri esempi, le cose non cambierebbero. La struttura retorica dell’Esempio, la «logique du récit» dell’Expemplum, 1) la sua brevità narrativa, 2) la sua veracità o autenticità, 3) il suo inserirsi in un insieme più vasto, collage, 4) la sua natura omiletica, da pseudo-predicazione, 4) la sua retorica persuasiva, 5) la su finalità pedagogica e 6) il suo tendere all’ammaestramento divertendo, trasformano il brano di realtà effettiva mostrata o recitata in una parte che significa il tutto (Bremond, Le Goff, Schmitt, L’exemplum).
Non potendo far vedere tutti i calabresi, si mostra una parte di essi – un esemplare o alcuni esemplari – e questi parlano per tutti. Non ci si sottrae a quest’effetto – mettiamoci l’anima in pace.
Il Calabrese Capatosta e Fumantino non esiste, esiste questo e quel calabrese buono o cattivo, laborioso o pigro, lo sappiamo benissimo. Ma non appena si mostra un calabrese Capatosta si finisce per pensare che tutti i calabresi sono fatti così e così.
Non c’è modo di sfuggire a questa logica, ma ciò non vuol dire che ogni modo di cedervi è uguale ad ogni altro.
Nel caso del film di Albanese, un film scarso, da ogni punto di vista, abbiamo barattato 4 risate suscitate da 4 barzellette scadenti inserite in una sceneggiatura scritta con i piedi, con degli Esempi di calabresi (politici e cittadini) che non fanno giustizia ai milioni di calabresi stanziali e ai milioni oriundi «u munnu u munnu», calabresi che si sono spaccati la schiena nei cantieri della metropolitana di Francoforte, come i miei zii materni, calabresi che hanno respirato i fumi tossici nelle fabbriche lombarde e piemontesi, come le mie zie e zii paterni, calabresi che hanno costruito in Italia e fuori dell’Italia, in Argentina, in Pennsylvania, in Canada e in Australia.
Questi calabresi, piccoli e grandi, spesso anonimi lavoratori, sono i nostri Esempi migliori, sono il nostro orgoglio laburista, sono la nostra internazionale proletaria, sono i nostri confini del cuore, della lingua, della lotta.
Vi adoro.
Fonte
08/11/2020
Imparare da Cosenza
C’era sicuramente rabbia e rivendicazione, ma non disperazione, come invece abbiamo visto a Napoli e a Torino. Propongo questo distinguo non per fare bassa sociologia, ma perché se da un lato ci sono state forme di esasperazione – comprensibili al netto delle infiltrazioni, tra l’altro ben identificate e identificabili – nel caso di Cosenza la novità, se così possiamo chiamarla, è stata la chiarezza degli obiettivi.
Il disastro della sanità pubblica è un disastro cronicizzato dal punto di vista organizzativo e storicizzato da quello politico, indotto da decenni di politiche liberiste, interpretate di volta in volta dal centrosinistra e dal centrodestra, coalizioni che si sono avvicendate al governo della Calabria, ma che hanno avuto in comune l’idea di spolpare la Sanità; vuoi per farne un bancomat utile al risanamento dei buchi di bilancio, vuoi per appetiti illeciti, col risultato di ridurla a carcassa.
Il risanamento non c’è stato, e l’impatto dell’emergenza Covid non poteva non essere violento, vista la debolezza strutturale delle istituzioni sanitarie regionali.
Per questo, l’istituzione della “zona rossa” è risultato essere di nuovo un modo per fare pagare due volte l’epidemia ai cittadini calabresi: una volta come soggetti depredati del diritto alla salute, una seconda come unico argine al contagio. Argine costruito soltanto sulle limitazioni individuali, sulla perdita di fatturato e di salario di cui si dovrebbero far carico i cittadini, vittime designate della distruzione sistematica della Sanità pubblica calabrese.
Non c’è dubbio che questo approccio dovrebbe essere il modo più corretto e nitido di mettere la questione, perché il disastro non è solo calabrese. Basti pensare alla Lombardia, che vanta il terrificante primato italiano di vittime, in una regione in cui almeno il 30% delle risorse pubbliche sono state date ai privati.
Il licenziamento folkloristico del commissario straordinario in Calabria non risolve nulla. Neppure la richiesta delle dimissioni di uno sprovveduto assessore alla sanità, o di un arrogante presidente di Regione, basterebbero a risolvere il vero problema.
La Sanità pubblica deve essere immediatamente ripristinata non solo in Calabria; il vero “ristoro” non è solo quello degli aiuti, ma del ripristino immediato del diritto alla Salute.
Ecco quello che ci ha insegnato la protesta di Cosenza: il vero ristoro è quello dei diritti, della democrazia. Che non sopporta più il liberismo.
Fonte
14/08/2020
L’acqua in Calabria è sparita, insieme allo Stato
Siamo a Crosìa – u paisi e a ciutìa, dice mia figlia, ridendo.
Su Crosia meglio stendere un velo pietoso.
Come tutti i Comuni del tratto di costa compresa tra Sibari e Crotone, Crosia vanta ascendenze magno grecali. Di più, nel suo caso è stato scomodato persino Enea.
Le biblioteche locali scoppiano di testi e studi e ricerche e tesi di altrettanti storici laureati, esperti filologi, archivisti, eccetera.
Sul sito bibliotechecalabria.it, che si presenta come un catalogo generale delle biblioteche calabresi, cercando Crosia vengono fuori 62 testi. Quasi tutti hanno titoli tipo, Cenni sulle origini di Crosia, Le chiese di Crosia, Breve Storia di Crosia, Ipotesi sull’origine di Crosia, Poesia di Crosia, Crosia dalle origini al duemila, Raccolta di canti tradizionali, Poesie e proverbi, eccetera.
Quando cerco David Foster Wallace escono fuori 17 titoli – 17, in tutta la Calabria! Se cerco la stessa cosa nel catalogo della biblioteca del solo Comune di Seregno, escono 40 titoli di libri. Seregno batte Calabria 40 a 17.
Va meglio con Althusser: Calabria united batte Seregno 47 a 21. Su Darwin Seregno recupera e batte Calabria 441 a 401. Però su proverbi e poesie e detti e modi di dire non c’è pezza. La Calabria fa mangiare la polvere a Seregno e a ogni altro comune della Brianza – Briosco escluso.
Il problema principale a Crosia non è l’acqua. Anche se manca ormai da due giorni, e i secchi della riserva sono quasi vuoti.
Per due giorni si può fare, è anche divertente, sembra di stare in Free Camping sulla Piana di Navelli o di essere in missione con le giovani marmotte. Ma quando ritorna per 6 ore, e poi va via per altri due giorni, e non puoi fare la lavatrice, non puoi fare una doccia come si deve, non puoi lavare i piatti per bene, e quel gonfiore della pancia insinua strani sospetti, allora le cose si fanno serie.
Non è più un gioco divertente, non è una vacanza, non è come andare a piedi per chilometri e chilometri e sputare alle auto in fila ai semafori e alla civiltà dei consumi – ma per una settimana; non è come andare in bici da Budrio a Venezia e fare l’esperienza fricchettona, tutto compreso, pure la ascelle che puzzano.
Non è l’esperienza culturale che americani e inglesi si aspettavano di fare sulle colline della «Beautiful Toscana» di Frances Mayes; o il delirio acustico dei Mamuthones di Peter Gabriel o la trance della tarantola di Georges Lapassade.
Qui la gente vive con questo disagio – usiamo pure questo eufemismo – tutto l’anno. Manca l’acqua anche a Rossano Calabro, 35 mila abitanti.
A Schiavonea – il paese di Gattuso – hanno fatto un nuovo pozzo, ma insieme all’acqua pompano terra e fango, e la gente usa i bidoni per approvvigionarsi di acqua per cucinare e lavare i piatti – tutto l’anno.
Non siamo più in grado di costruire nemmeno un misero pozzo, figurarsi un intero acquedotto. Siamo fermi agli anni '70, a quando lo Stato costruiva condotte e invasi senza batter ciglio, e venivano chiusi i fontanili pubblici e i cessi en plein air. E ogni paesino forniva acqua gratis a tutti i cittadini.
Siamo su una collina, circondati da ulivi e fichi d’india. La Calabria è bella e misteriosa, il mare è profondo e i tramonti mozzafiato, e i chiari di luna o il cielo stellato fanno impazzire gli innamorati. Qualcuno ancora prepara in casa la conserva di sugo di pomodoro. Fa bollire le bottiglie in un grosso barile di lamiera. Tutto come negli anni '70, a parte l’acqua, che lo Stato crede di non sapere più dove trovare.
Fonte
12/08/2020
Terremoto in Calabria
Per la precisione il manifesto riportava a caratteri cubitali quanto segue:
«INFERMIERE PROFESSIONALEPoi continuava con i dettagli sul corso, in caratteri più minuti:
MADE IN GERMANY.
A COSTO ZERO!»
«Corso di formazione professionale per infermieri GRATUITO e con RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE con durata triennale svolto nella Scuola Professionale DBZ a Remscheid (Germania).Ho telefonato al numero sul manifesto e un signore molto gentile mi ha detto che è tutto vero, che non si tratta di una bufala, che il corso dura 3 anni, e si tiene in Germania, presso una struttura sanitaria seria, e che, alla fine del tirocinio, verrà rilasciato un diploma di infermiere valido a tutti gli effetti di legge, valido sia in Germania sia Italia; che sarà tutto gratis, vitto e alloggio compreso; che alla fine si verrà anche pagati, con paga tedesca – mica la paga da fame che si prende in Calabria.
Corso di lingua e cultura Tedesca in loco a Cirò Marina.
Immatricolazioni 1 Settembre 1 Marzo.
Cosiform, Agenzia accreditata alla Regione Calabria. Eccetera.»
C’è però il problema della lingua – ha detto. Ma sua figlia è giovane. Imparerà subito, e poi organizzeremo un corso veloce di tedesco a Cirò.
Ho chiamato fingendomi interessato per mia figlia che, diplomata da due anni, non trova lavoro.
E poi – ha aggiunto – bisogna trasferirsi in Germania. Non è facile per una ragazza. Ma qui, che prospettive ci sono per un giovane?
m – ha continuato in lingua, quando si è accorto che sono nativo di una qualche località della Sila Greca.
Voi della montagna sapete bene che cos’è l’emigrazione.
Ho messo giù, dicendo che mi sarei fatto vivo.
È vero che quelli della montagna hanno avuto in eredità le destinazioni dell’emigrante – in Piemonte più che in Calabria. Ma qui non si tratta di gente della montagna che subisce il fascino della metropoli. E non si tratta nemmeno di gente della marina che sale e si arrocca, spaventata dai turchi, dalla malaria o dal Covid.
Non siamo in quel mondo tutto fuffa e chiari di luna messo in scena da Vito Teti. Mondo di stanziali che si scervellano ogni mercoledì alle 21.30 sulla Seinsfrage e sulla relazione tra nostos, saudage, picundria e pipi e patate.
Non siamo alla ricerca di un centro di gravità permanente. Non siamo scrittori con gli acufeni nelle campagne di Gubbio. Non siamo architetti comacini. Non schifiamo un lavoro in banca o all’INPS, perché routinari o alienanti. Non sappiamo nemmeno cosa sia «anni Sessanta e anni Settanta». Non siamo votati alle arti liberali e alla pittura metafisica o alla performance inconcludente. Non siamo impegnati con organizzazioni non governative. Non conosciamo l’uomo o i diritti dell’uomo. Non sappiamo cosa sia la critica teatrale e la terza pagina. Non siamo nipoti di dive del cinema muto. Non amiamo gli animali, ma ci viviamo insieme. Non sappiamo cosa siano le differenze, anche se ce le suchiamo tutti i giorni. Non imballiamo mausolei o reperti di archeologia industriale. Non ci sfiora l’idea del rock e del suicidio rituale. Non siamo non-binary o gender-fluid. Non facciamo il Coast to Coast a piedi, per i sentieri monacali o le mulattiere. Non sappiamo cosa sia il rifiuto della modernità e dei suoi comfort al petrolio raffinato. Non organizziamo Gas.
Allunghiamo le mani, e afferriamo ciò che è nelle nostre possibilità. Siamo lumpen di periferia – ma la periferia non c’è più. Siamo ragazzi di vita – ma la vita non c’è più. Siamo ragazzi di strada – ma la strada non c’è più. Siamo meridionali, ma il meridione è ormai ovunque, a Calopezzati come a Remscheid.
Il corso di infermiere si terrà in una clinica psichiatrica alla Evangelischen Stiftung Tannenhof di Remscheid, vicino a Duisburg, Düsseldorf, Essen, Dortmund.
In effetti, sul sito (stiftung-tannenhof.de) si dice che la clinica sta cercando tirocinanti interessati a prendersi cura di persone con malattie mentali, e che organizza corsi di formazione per infermieri. La formazione inizia il 1 marzo o il 1 settembre di ogni anno, e si svolge nel sistema a blocchi della scuola e nell’ospedale psichiatrico.
In verità la formazione è gestita dal DBZ – Centro di educazione diaconale Bergish Land – e Scuola di Infermieristica e terapia occupazionale (sponsorizzati da Evangelical Foundation Tannenhof e dall’Agaplesion Bethesda Hospital). Le lezioni teoriche si svolgeranno in un bellissimo edificio storico, l’ex casa madre della diaconessa, nel terreno della Fondazione evangelica Tannenhof a Remscheid.
Le lezioni teoriche saranno tele-trasmesse (magari con Zoom o Meet) in aule moderne (in Germania tutto è moderno!). Mentre in altre aule attrezzata si faranno vere e proprie simulazioni.
Infine, ci saranno laboratori speciali dove i tirocinanti saranno preparati all’esame di Stato scritto, orale e pratico.
Fatevi sotto – Eins, zwei drei. Na, es is nix dabei. Na, wenn ich eich erzähl’ die G’schicht’.
Esportiamo infermieri e importiamo badanti. A dirigere il traffico enti accreditati alla Regione. Siamo bravi in Calabria, ma per adesso il saldo è negativo.
Fonte
01/08/2020
Sempre più “Morti di fame” in Calabria
Il turismo aveva favorito un indotto alimentare fatto di salsicce al peperoncino piccante, soppressate, caciocavalli e sardella – il caviale di Cariati. I cosentini e i crotonesi erano di casa, agevolati dalla nuova superstrada che collegava i due importanti centri produttivi alla meta invernale. Li si riconosceva per l’atteggiamento squercione (spaccone) – sopratutto i cosentini, che consideravano la perla della Sila una diretta emanazione della loro eleganza interiore.
Noi della Sila Greca, che vivevamo ai margini della nuova realtà industriale (Crotone) o impiegatizia (Cosenza), frequentavamo Camigliatello nella stagione della semina e della raccolta delle patate, per un totale di 51 o 101 giorni (all’incirca), giorni sufficienti per ottenere 1) un’annualità contributiva inps, 2) il sussidio di disoccupazione, 3) la cassa malattia e 4) la maternità – il premio per il figlio, come impropriamente lo chiamavamo al paese. Premio che veniva ripagato abbondantemente con una emigrazione che non è mai cessata, soprattutto dalle mie parti.
Non si diventava ricchi, ma si tirava a campare, ci si costruiva una casetta, si mandavano i figli a studiare a Rossano Calabro. Soprattutto, ci si assicurava un’indipendenza economica per la vecchiaia.
Anche se i rimasti – i non emigrati – visti sotto la lente di chi era partito, apparivano come dei falliti, degli ignavi, arresisi ad un mondo al tramonto – «Ma qui non avete la Rinascente?», chiedeva con sprezzo mia zia, emigrata a Sesto San Giovanni.
Negli anni '90 quel mondo di lavoro che sorreggeva l’economia di Camigliatello venne azzerato: il polo industriale di Crotone smantellato e mai ristrutturato, idem per il polo industriale di Taranto. Anche gli emigranti non mandavano più rimesse. Le loro paghe erano diventate così piccole da bastare appena per una decente vita metropolitana.
Nel 2011 Monti diede un giro di vite a quel compromesso raggiunto dalla Democrazia Cristiana, che consentiva a molta gente, soprattutto donne, di avere un reddito minimo garantito, a fronte di un numero esiguo di giornate lavorative.
Non era il migliore dei mondi possibili. E strideva vedere uscire di casa alla stessa ora i forestali, che piantavano uno o due pini al giorno, quando andava bene, e i manovali, che costruivano le case agli emigranti, lavorando in nero, da mattina a sera, senza contributi, senza malattia, senza pensione, senza sindacato, senza alcun diritto.
Una mattina un ragazzo cadde da un’impalcatura e morì. Ricordo la madre accorsa di fretta e svenuta per il dolore, ricordo i miei vicini di casa, increduli – avevo 5 anni.
Eppure, quel mondo, con tutte le sue storture e i suoi difetti, difetti e storture che non abbiamo mai smesso di denunciare e combattere, oggi, dalla disgrazia in cui Camigliatello è piombato, si presenta al ricordo con il colore seppia della Picundria – della nostalgia.
Abbiamo grattato il fondo del barile. Abbiamo seguito alla lettera i consigli delle migliori menti passate da Chicago. A raccogliere le patate e le olive non ci sono più le genti autoctone, o, quando ci sono, sono a fianco di oriundi di mezzo mondo, pagati sull’unghia, a pareggio di bilancia tra domanda e offerta – pagati un euro, due euro, tre euro, quando va bene. E Crotone è ultima in quasi tutte le classifiche delle provincie italiane.
Non ci sono più turisti a Camigliatello. Il grande albergo di Croce di Magara, costruito vicino al bosco di pini giganti, cade a pezzi. Il caseificio è abbandonato e diroccato. È tutto in rovina – da anni. Pure la bellissima superstrada dei due mari è chiusa per lavori, impedendo ai cosentini di salire in montagna a ricordare i bei tempi andati, quando sciare sulle piste di Monte scuro e Botte Donato dava un senso di agiatezza.
Quando il mondo che ti circonda viene distrutto – lo dico a tutti quelli che si oppongono a che il Sud imbocchi la nuova Via della Seta – la ricchezza che credevi di avere se ne va con esso.
Fonte
27/02/2020
Un altro esponente di Fratelli d’Italia arrestato per mafia. E’ il quinto in otto mesi
Domenico Creazzo non è però l’unico politico coinvolto, è stata infatti chiesta anche una autorizzazione a procedere, con l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso, per il senatore di Forza Italia Marco Siclari, fratello del sindaco di Villa San Giovanni, a sua volta coinvolto, nel dicembre scorso, in un’altra inchiesta della Procura di Reggio. Per il parlamentare sono stati invocati gli arresti domiciliari.
I 65 arrestati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, vari reati in materia di armi e di sostanze stupefacenti, estorsioni, favoreggiamento reale, violenza privata, violazioni in materia elettorale, reati aggravati dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘ndrangheta, nonché di scambio elettorale politico mafioso.
Creazzo è il sindaco di Sant’Eufemia d’Aspromonte e risultava fino a poco fa vicino al centrosinistra calabrese (anche questo piuttosto “poroso” alle infiltrazioni ndranghetiste, ndr). Recentemente era passato nelle fila di Fratelli d’Italia, grazie al quale il 26 gennaio scorso, per la prima volta è stato eletto in consiglio regionale, portandosi dietro un pacchetto di 8 mila preferenze personali.
Un caso isolato? Non si direbbe. E i ripetuti arresti sollevano legittimi dubbi sulla inquietante natura della crescita di consensi a Fratelli d’Italia. A luglio scorso, dopo alcuni arresti di esponenti politici del partito nel nord, il capogruppo di FdI alla Camera Francesco Lollobrigida aveva dichiarato a Il Fatto che “Gli anticorpi ci sono e funzionano”.
Ma passato appena un mese, i fatti sembrano aver smentito clamorosamente questa tesi.
Ad agosto Giorgia Meloni in Calabria aveva fatto una sorta di “campagna acquisti” e il gruppo di Fratelli d’Italia alla regione era diventato in poche settimane il secondo, subito dopo quello del Partito Democratico. Poi a gennaio la geografia politica della Regione Calabria è nuovamente cambiata piuttosto brutalmente.
Con i nuovi acquisti calabresi la Meloni aveva organizzato addirittura una kermesse di presentazione a Roma per i 7 neoconsiglieri. In gran parte si tratta di ex Forzaitalia, vecchi centristi, trasformisti di vario tipo, pronti a salire sul carro del vincitore, fiutato il vento.
Tra questi spiccava, Alessandro Nicolò, ex berlusconiano, e detentore di un bel gruzzolo di voti nella provincia di Reggio Calabria. Meloni lo aveva sponsorizzato come capogruppo in regione ed era una sorta di fiore all’occhiello della campagna calabra di Fratelli d’Italia.
Ma ad agosto la polizia, su mandato della Dda di Reggio lo ha prelevato dalla sua abitazione e tradotto in carcere. Le accusa contestate a lui ed altri indagati sono a vario titolo di associazione mafiosa, concorso esterno e tentata corruzione.
Ancora prima, a luglio, c’erano stati gli arresti nel giro di pochi giorni di altri esponenti di Fratelli d’Italia per inchieste legate alle infiltrazioni ndranghetiste nelle amministrazioni pubbliche. Erano finiti in carcere Giuseppe Caruso, presidente del consiglio comunale di Piacenza, e il consigliere comunale di Ferno (Varese) Enzo Misiano.
Più recentemente, nel dicembre 2019 invece era toccato al Piemonte, dove è stato arrestato l’assessore Roberto Rosso, anche lui approdato a Fratelli d’Italia e accusato di voto di scambio con la ‘ndrangheta. Il 59enne, in politica da 40 anni, per cinque legislature era stato parlamentare di Forza Italia, poi aveva deciso di passare a Fratelli d’Italia.
L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è stato ad esempio condannato a sei anni. La sentenza, connessa a uno dei filoni dell’inchiesta Mondo di mezzo, è stata emessa dai giudici della seconda sezione penale del tribunale di Roma. Secondo il tribunale Alemanno avrebbe ottenuto illecitamente denaro dall’organizzazione capeggiata da Massimo Carminati. L’ex sindaco è stato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. E il movimento creato da Alemanno (Movimento Nazionale per la Sovranità), il 7 dicembre scorso ha deciso di aderire a Fratelli d’Italia. E sempre nel Lazio già nel 2013, agli esordi di Fratelli d’Italia, c’era stato un arresto eccellente, quello del consigliere regionale Giancarlo Righini.
Insomma tra luglio e febbraio sono stati arrestati cinque esponenti di peso su quel “territorio” che Fratelli d’Italia e la Meloni iconizzano come terreno di crescita elettorale. Una crescita e una campagna acquisti che sembra con tutta evidenza molto legata a cordate/pacchetti di voti trasferibili dai contorni piuttosto inquietanti. Le connessioni tra organizzazioni fasciste con le reti malavitose su vari territori (la Calabria certo ma anche il Lazio) non sono certo un fulmine a ciel sereno, al contrario. Ma qui si delinea una proiezione politica generale di queste connessioni, e allora il discorso si fa enormemente più serio.
Da settimane la Meloni viene coccolata e amplificata – anche da un certo giornalismo “progressista” – per farne un fattore di indebolimento di Salvini. Ma gli apprendisti stregoni non possono sottovalutare che, ancora una volta, potrebbero aiutare a covare le uova di un serpente.
Come noto abbiamo l’allergia alle campagne sulla legalità, ma l’allergia diventa totale soprattutto quando a farsene promotori sono partiti che stanno rivelando troppi scheletri nell’armadio, e poi magari chiedono di mettere fuorilegge... i comunisti.
Fonte
28/01/2020
Giannuli - Prime riflessioni sul voto alle regionali
Dati ancora incompleti ma sufficienti per ragionarci su. Cominciamo dalle evidenze:
- la “spallata” non c’è stata, il governo resta in piedi e non si voterà in primavera per le politiche;
- Salvini incassa la sua prima sconfitta elettorale dal 2018 e vede incrinata la sua ledership carismatica;
- M5s e Forza Italia praticamente non esistono più;
- il blocco di centro destra esce sconfitto, ma non battuto definitivamente perché vince in Calabria e prende quasi il 45% dei voti nella regione roccaforte della sinistra, per cui è ancora un competitore temibile;
- le “sardine” sono state importanti, anche se probabilmente Bonaccini avrebbe vinto egualmente senza di loro, ma con uno scarto molto inferiore a questo 8%;
- la sinistra radicale è ridotta al lumicino non solo perché le tre liste minori (Potere al Popolo, Pci di Rizzo ecc.) prendono risultati infinitesimali, ma anche perché la sinistra più istituzionale, che appoggiava Bonaccini con la sigla Emilia Romagna coraggiosa, non fa nemmeno il 4%.
E veniamo ai presumibili effetti sulle diverse forze politiche:
Movimento 5 stelle: è la fine che avevo previsto sin dall’autunno del 2018 e le dimissioni di Di Maio non solo non hanno spostato niente in positivo ma hanno aggiunto confusione al casino. Ora, per le prossime regionali (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia) la scelta è partecipare o meno? Se si presentano prendono una sfilza di risultati sotto il 5% ed anche il residuo elettorato inizia a pensare che non vale la pena di votarli neppure alle politiche, se non si presentano, comunque escono dal radar degli elettori e alle politiche prenderanno pochissimo. Di Maio tutti i danni che poteva fare li ha fatti ed ora non c’è salvezza.
Lega: ha ancora una solida base elettorale, ma la sconfitta avrà riflessi psicologici non irrilevanti, inoltre ha di fronte un turno di regionali non proprio agevole: ragionevolmente vincerà in Veneto e Liguria, ma perderà in Toscana ed ha buone probabilità di perdere in Campania se il Pd farà l’accordo con De Magistris ed in Puglia dove Emiliano parte avvantaggiato. Unica partita contendibile quella delle Marche. Se finisse 4 a 2 o anche 3 pari ma con la Lega che vince in una sola delle grandi regioni (Veneto) mentre la sinistra vince in ben tre regioni maggiori (Campania, Toscana e Puglia) non sarebbe affatto un bilancio positivo. Ora è probabile che la Lega cercherà di cambiare strada, rinunciando a puntare sullo scenario nazionale, scegliendo candidati più consistenti dell’inesistente Borgonzoni e parlando di temi legati al territorio. Ma è più facile a dirsi che a farsi: in primo luogo perché devi trovare candidati ad hoc e non pare che la Lega ne abbia in Toscana e soprattutto Campania e Puglia. Poi devi avere alle spalle una storia di iniziative sul terreno locale che la Lega non ha, salvo che in Veneto (che infatti è la regione dove più sicuramente vincerà). Il rischio è quello di non guadagnare voti nell’elettorato più moderato ed attento alle questioni regionali e di perderne fra quelli che vogliono la Lega di lotta sul terreno nazionale.
Ma, soprattutto, la Lega deve attrezzarsi ad una traversata nel deserto di almeno un altro anno, sino alla primavera del 2021 se non di due, sino alla primavera 2022 ed i sondaggi fanno presto a squagliarsi.
Pd: è andato innegabilmente bene in Emilia e se l’è cavicchiata in Calabria, ma questo potrebbe indurlo facilmente in errore, sentendosi il perno del nuovo campo riformista, sottovalutando la possibilità che gli elettori abbiano dato quel voto come parcheggio momentaneo in attesa di meglio.
Zingaretti promette un partito completamente nuovo, staremo a vedere ma non ci sembra una cosa molto credibile. Di fatto in Emilia il Pd ha giocato la carta dell’usato sicuro, del buon governo locale ecc. ma queste sono cose che servono poco in una competizione nazionale.
Sardine: hanno avuto un buon successo anche se non strepitoso, si confermano sangue fresco per la sinistra, però ora devono dirci cosa vogliono fare da grandi. Sin qui ci hanno detto montalianamente “cosa non siamo, cosa non vogliano”. Molto bene, Montale ci è sempre piaciuto, ma adesso diteci qualcosa di più, esclusa (almeno per ora) la scelta di presentarsi direttamente alle elezioni, le scelte sono queste:
- restare movimento più o meno sommariamente organizzato con l’unica proiezione della mobilitazione di piazza;
- diventare movimento organizzato e qualificato da una serie di battaglie tematiche con queste possibili sotto scelte: entrare nel Pd e diventarne la componente movimentista, restare fuori dal Pd ma fiancheggiarlo come le Trade Union con il Labour Party, restare fuori e dare genericamente appoggio a tutte le forze del centro sinistra o solo ad alcune di esse.
Di fatto la prima soluzione è quella più debole: antisalvinismo e piazza vanno bene per i due mesi di una campagna elettorale ma, come insegnano le esperienze dei girotondi, della Pantera, dell’Onda ecc., non reggono oltre una manciata di settimane.
Per cui aspettiamo di vedere che decideranno di fare a Scampia. Degli altri parleremo in una prossima occasione.
Chiedo scusa per la lunga assenza dal blog, ma in altri tempi ero in grado di scrivere un libro e contemporaneamente scrivere il blog, ma adesso con i problemi di vista, faccio una cosa o l’altra, ma a breve tornerò.
Fonte

