Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/03/2023

Basta morti nel Mediterraneo: sabato 11 marzo manifestazione nazionale a Crotone

Numerosa e sdegnata partecipazione sabato pomeriggio alla manifestazione presso la Prefettura di Crotone. Una folla partecipe, indignata ed unita nel chiedere verità e giustizia per i morti della strage di Steccato di Cutro e per dire basta alle politiche discriminatorie che generano tutto questo.

Superstiti, familiari, soccorritori, volontari e associazioni, costituitisi nella Rete 26 Febbraio hanno preso finalmente parola denunciando lo stato di estremo abbandono a cui sono sottoposti.

Ringraziamo tutti i partecipanti, i tantissimi e le tantissime che da Milano alla Sicilia sono scese in piazza contro ogni disumanità e in solidarietà con i migranti.

La strage di Cutro è solo l’ultima di una lunga serie. Negli ultimi 10 anni le morti in mare sono state più di 25mila e non possiamo lasciare che le nostre coste e il nostro mare diventino un vero e proprio cimitero per chi è cerca un futuro migliore scappando da guerre, dittature, povertà.

Siamo calabresi, sappiamo bene cosa voglia dire lasciare la propria terra e siamo consapevoli che le politiche criminali che abbandonano in mare i migranti sono le stesse politiche che ci abbandonano sulla terraferma. Comunità locali e migranti, volontari, associazioni, terzo settore si stanno facendo carico, nell’assenza delle istituzioni, nel fornire supporto ai superstiti e ai familiari delle vittime.

A tutt’oggi, nonostante la visita del Presidente della Repubblica e le sistemazioni tardive trovate alla Regione Calabria, non ci sono informazioni certe sulle pratiche relative al rimpatrio delle salme e ai ricongiungimenti familiari. È dunque proprio dalla Calabria che come Rete 26 Febbraio chiamiamo a raccolta movimenti, singoli, sindacati, associazioni di tutta Italia per una manifestazione nazionale sabato 11 marzo a Crotone.

Per chiedere verità e giustizia sulla strage di Cutro e su tutte le stragi di migranti.

Per dire no alle passerelle del governo e di chi ha costruito il suo consenso criminalizzando i migranti e i salvataggi in mare, usando parole disumane e colpevolizzando le vittime.

Per fermare la criminalizzazione delle ONG e dei salvataggi in mare.

Per la creazione di canali di ingresso legali e sicuri.

Per la fine di ogni politica discriminatoria verso i migranti.

#lacalabriaperidirittiumani #stragedicutro #bastastraginelmediterraneo

Rete 26 Febbraio

Link al comunicato per condivisione:
Basta morti nel Mediterraneo: sabato 11 marzo manifestazione nazionale a Crotone

Fonte

04/03/2023

Da Bergamo a Crotone, speculare sulla morte altrui...

Due inchieste giudiziarie ai poli opposti dello Stivale – Bergamo e Crotone – gettano loro malgrado una luce fortissima sull’inconsistenza, o l’atteggiamento criminogeno, della “nuova classe politica” emersa nell’ultimo decennio.

Diciamo subito che non nutriamo alcuna illusione sul fatto che queste due inchieste arrivino al traguardo indenni. Sappiamo per lunga esperienza che il potere politico, per quanto fragile e impresentabile, difficilmente paga dazio. Se non per le vicende di corruzione, le uniche rimaste “sensibili” dai tempi di Mani Pulite, attraverso la stagione del populismo manettaro.

La stessa Mani Pulite, per altro, è oggi facilmente rileggibile come la prima operazione-test di lawfare, con cui i vertici multinazionali dell’imperialismo hanno poi decapitato sistemi o partiti non più utili o facilmente soggiogabili (in America Latina, per esempio, con Lula, Lugo e altri).

Più semplice, per certa magistratura, mostrarsi “durissima” con gli anarchici o le mobilitazioni sociali – dai No Tav alla logistica – interpretando al millimetro gli obiettivi indicati dai governi e dai “servizi”.

Comunque sia le inchieste per ora ci sono e ci mostrano un quadro di agghiacciante cinismo misto a palese incapacità. Ma questo filo comune non nasconde la differenza, rimarchevole anche se egualmente ignobile.

A Bergamo, come abbiamo scritto subito, tre anni fa, la decisione di non decretare una “zona rossa” in Val Seriana poteva avere una sola conseguenza: diffondere la pandemia in tutto il Paese.
“Dal punto di vista sanitario la scelta del governo Conte è completamente inutile, o almeno ampiamente insufficiente, così come tutte quelle precedenti. Per due ordini di motivi.

Il primo, e principale, sta nell’assurda decisione di autorizzare spostamenti e permanenza in spazi chiusi, anche pieni di persone, ‘per motivi di lavoro’. In questo modo sicuramente il contagio continuerà ad espandersi, con oltre 20 milioni di lavoratori (e dirigenti) che in varia percentuale si infetteranno sul posto di lavoro e poi contageranno la famiglia, in teoria ‘messa al sicuro’ a forza di messaggi ‘io resto a casa’.

Il secondo, altrettanto importante, era già inserito invece nel decreto di sabato notte, quello che dichiarava ‘zona rossa’ tutta la Lombardia e altre 14 province del centro-nord. Lì, annullando il confinamento delle prime zone ritenute ‘focolaio’ per il numero eccezionale di casi positivi al Covid-19, veniva ‘liberato’ il virus su un’area eccezionalmente vasta.”
Quella scelta del governo Conte 2 rispondeva perciò in modo criminale alla domanda: “il Pil o la vita?”. Tutto il capitale privato italiano, e del Nord innanzitutto, metteva il Pil con tabù intoccabile e pretendeva perciò che nulla potesse “disturbare la produzione“. Un comandamento poi diventato esplicito solo con il governo Meloni, ma che riassume al meglio le caratteristiche di ogni governo degli ultimi 30 anni.

Nella bergamasca, e poi in tutta Italia, abbiamo dunque avuto una strage di massa di proporzioni bibliche – ad oggi oltre 188mila morti ufficialmente registrati – per una ragione squisitamente economica cui l’intera classe politica non sapeva, poteva o voleva contrastare.

Nessuna forza politica è stata estranea a questa decisione. E chi pure era all’opposizione (l’attuale compagine governativa) ha semmai cavalcato successivamente la dietrologia “no vax”, non certo le priorità della salute collettiva.

Le imprese devono fare comunque profitto, voi potete anche morire a mucchi. Chiaro?

L’ordine è stato eseguito...

Il caso del naufragio in Calabria è effettivamente diverso, sia per i numeri (più di 60 persone, diversi bambini), sia per la nazionalità (tutti stranieri di paesi lontani come Siria, Iraq o Afghanistan), sia per la ragione.

A Crotone – se saranno confermate le ipotesi di reato sul “mancato salvataggio” – la motivazione è forse ancora più ignobile: lo sperato “ricavo elettorale”, o di generico consenso politico, a vantaggio delle forze di governo.

Non c’è naturalmente una graduatoria possibile nell’abissale infamia che le due inchieste rivelano. Servirebbe un Borges per descriverla appieno, e non abbiamo quella sapienza di scrittura.

Però possiamo dire che non ci potranno essere dimissioni – dovute, obbligate, persino “convenienti” per qualcuna della forze di questa maggioranza a scapito di altre – che potranno mai riempire quell’abisso.

Questa è la classe dirigente (imprese, politica, media, ecc.) che, accodata al treno “euro-atlantico”, per ragioni economiche o di calcolo politico, ci sta portando nella più totale inconsapevolezza verso un sempre più probabile conflitto mondiale.

Abituati come sono a considerare la morte altrui in termini di possibile “vantaggio”, non pensano neanche per un attimo di poter far parte, stavolta, della schiera che ci rimetterà le penne.

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01/08/2020

Sempre più “Morti di fame” in Calabria

Negli anni '70 e '80 Camigliatello era la Cortina dell’estremo Sud. Arrivavano turisti dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Campania – persino dalla Basilicata. Gli alberghi, distribuiti perlopiù sulla via centrale, erano appena sufficienti ad accogliere la marea di impiegati e di operai specializzati, di ragionieri e consulenti che, seppur tardivamente, volevano godere il lusso della vacanza invernale.

Il turismo aveva favorito un indotto alimentare fatto di salsicce al peperoncino piccante, soppressate, caciocavalli e sardella – il caviale di Cariati. I cosentini e i crotonesi erano di casa, agevolati dalla nuova superstrada che collegava i due importanti centri produttivi alla meta invernale. Li si riconosceva per l’atteggiamento squercione (spaccone) – sopratutto i cosentini, che consideravano la perla della Sila una diretta emanazione della loro eleganza interiore.

Noi della Sila Greca, che vivevamo ai margini della nuova realtà industriale (Crotone) o impiegatizia (Cosenza), frequentavamo Camigliatello nella stagione della semina e della raccolta delle patate, per un totale di 51 o 101 giorni (all’incirca), giorni sufficienti per ottenere 1) un’annualità contributiva inps, 2) il sussidio di disoccupazione, 3) la cassa malattia e 4) la maternità – il premio per il figlio, come impropriamente lo chiamavamo al paese. Premio che veniva ripagato abbondantemente con una emigrazione che non è mai cessata, soprattutto dalle mie parti.

Non si diventava ricchi, ma si tirava a campare, ci si costruiva una casetta, si mandavano i figli a studiare a Rossano Calabro. Soprattutto, ci si assicurava un’indipendenza economica per la vecchiaia.

Anche se i rimasti – i non emigrati – visti sotto la lente di chi era partito, apparivano come dei falliti, degli ignavi, arresisi ad un mondo al tramonto – «Ma qui non avete la Rinascente?», chiedeva con sprezzo mia zia, emigrata a Sesto San Giovanni.

Negli anni '90 quel mondo di lavoro che sorreggeva l’economia di Camigliatello venne azzerato: il polo industriale di Crotone smantellato e mai ristrutturato, idem per il polo industriale di Taranto. Anche gli emigranti non mandavano più rimesse. Le loro paghe erano diventate così piccole da bastare appena per una decente vita metropolitana.

Nel 2011 Monti diede un giro di vite a quel compromesso raggiunto dalla Democrazia Cristiana, che consentiva a molta gente, soprattutto donne, di avere un reddito minimo garantito, a fronte di un numero esiguo di giornate lavorative.

Non era il migliore dei mondi possibili. E strideva vedere uscire di casa alla stessa ora i forestali, che piantavano uno o due pini al giorno, quando andava bene, e i manovali, che costruivano le case agli emigranti, lavorando in nero, da mattina a sera, senza contributi, senza malattia, senza pensione, senza sindacato, senza alcun diritto.

Una mattina un ragazzo cadde da un’impalcatura e morì. Ricordo la madre accorsa di fretta e svenuta per il dolore, ricordo i miei vicini di casa, increduli – avevo 5 anni.

Eppure, quel mondo, con tutte le sue storture e i suoi difetti, difetti e storture che non abbiamo mai smesso di denunciare e combattere, oggi, dalla disgrazia in cui Camigliatello è piombato, si presenta al ricordo con il colore seppia della Picundria – della nostalgia.

Abbiamo grattato il fondo del barile. Abbiamo seguito alla lettera i consigli delle migliori menti passate da Chicago. A raccogliere le patate e le olive non ci sono più le genti autoctone, o, quando ci sono, sono a fianco di oriundi di mezzo mondo, pagati sull’unghia, a pareggio di bilancia tra domanda e offerta – pagati un euro, due euro, tre euro, quando va bene. E Crotone è ultima in quasi tutte le classifiche delle provincie italiane.

Non ci sono più turisti a Camigliatello. Il grande albergo di Croce di Magara, costruito vicino al bosco di pini giganti, cade a pezzi. Il caseificio è abbandonato e diroccato. È tutto in rovina – da anni. Pure la bellissima superstrada dei due mari è chiusa per lavori, impedendo ai cosentini di salire in montagna a ricordare i bei tempi andati, quando sciare sulle piste di Monte scuro e Botte Donato dava un senso di agiatezza.

Quando il mondo che ti circonda viene distrutto – lo dico a tutti quelli che si oppongono a che il Sud imbocchi la nuova Via della Seta – la ricchezza che credevi di avere se ne va con esso.

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14/07/2019

Frammenti di fuoco. Nel deserto del sud Europa

Uno scrittore degno di questo nome deve essere prima di tutto un uomo in rivolta. Filippo Violi, già con il precedente Cronache da un campo di battaglia (pubblicato da Imprimatur nel 2014), ha dimostrato di avere entrambi i titoli.

In questi giorni esce il suo nuovo romanzo.

Frammenti di fuoco. Nel deserto del sud Europa (Pav edizioni) Un altro forte libro – denuncia in cui il suo autore cerca di far emergere la storia dei vinti e degli ultimi con l’intento di creare un sapere carico di lotta.

«Al mondo d’oggi non si dovrebbe lasciare nulla al caso. E anche la letteratura e giusto che faccia la sua parte».

Pagine incendiarie di uno scrittore che ha a cuore le sorti dell’umanità e con coraggio rovista tra le sue macerie.

È un romanzo sociale, un intreccio di storie che si muovono su prospettive differenti, che finiscono così per toccarsi tra di loro. Così Violi definisce il suo libro. Al centro della narrazione la storia dei vinti, la storia di verità altrimenti sottaciute, nascoste, con il nobile intento di creare un sapere storico di lotta.

L’autore ricorre al frammento e lo vede come un elemento di rottura contro la linearità totalitaria della storia, che privilegia in forma assoluta il racconto dal lato esclusivo del vincitore.

«L’intento dell’autore è quello di raccontare piccole storie locali, racchiuse in frammenti di vite umane, verità sconsiderate, sottaciute, magari per molti privi d’interesse e valore. Istinti profondi di vita che percorrendo i sentieri dell’esistenza interagiscono, rilevando il marciume che vigila a cielo aperto sul pianeta terra».

Violi al centro delle sue storie mette Crotone, la città in cui vive e scrive di ciò che accade e che conosce. Una città che una volta era la culla della civiltà della Magna Grecia e che oggi, dilaniata e abbandonata a se stessa, è diventata il deserto del sud Europa.

Nei suoi frammenti incendiari Filippo Violi racconta il malaffare, le ingiustizie sociali, i drammi umani e non ha paura di inchiodare alle proprie responsabilità la politica e i politici che hanno messo le mani sulla città trasformando una comunità in una terra di conquista, desolata.

Ha coraggio lo scrittore nel raccontare le gesta di uomini spietati, dissoluti che si sono proclamati grandi uomini politici e che si sono arricchiti divorando risorse pubbliche, aggraziandosi di benessere e diventati, negli anni, abili venditori della parola democrazia (Frammento quarto, I banditori del Passovecchio).

Nel primo frammento (I reparti inclini al piano) il dramma della sanità a Crotone attraverso la storia di un figlio e un padre, malato terminale che nell’ospedale subiscono atrocemente questa non luogo di disumanità diventato un pachiderma inospitale in mano alle famiglie clientelari, dove ormai sono stati azzerati del tutto i sentimenti benevoli dell’animo umano.

Frammenti di fuoco è una cruda testimonianza di vita di una piccola cittadina della Regione Calabria. Violi racconta tutti i misfatti politici e sociali di Crotone, realtà periferica del sud Europa. Tutti i personaggi che troverete nel libro esistono realmente e i fatti narrati sono realmente narrati. Filippo Violi è uno scrittore che non rinuncia alla parreṡìa, il diritto – dovere di dire a tutti i costi la verità. E la sua schiettezza fa molto male.

Frammenti di fuoco è un vero e proprio taglio. Il libro coraggioso di uno scrittore che non si nasconde e denuncia apertamente inchiodando sulla pagina i responsabili del declino di una città e di un intero paese. Filippo Violi come Sciascia e Pasolini. Uno scrittore corsaro che prova a fare chiarezza nelle rovine.

Leggetelo perché qui le anime morte proliferano.

Filippo Violi è nato a Crotone nel 1970, dove tuttora risiede. Laureato in Scienze politiche presso l’Ateneo di Bologna con una tesi su Michel Foucault, dal 2000 è funzionario pubblico presso l’Ente Provincia di Crotone. È autore di diversi scritti e articoli su giornali locali. Per Imprimatur ha pubblicato nel 2014 ‘Cronache da un campo di battaglia‘.

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05/04/2018

Due operai morti a Crotone. E’ questo il vero “terrorismo”

Finiscono sui media solo se muoiono almeno in due, altrimenti se ne accorgono solo i familiari.

L’ennesimo “incidente sul lavoro” è avvenuto stamattina a Crotone, in Calabria, e ha coinvolto diversi operai in un cantiere edile. Due di loro – un italiano ed un ucraino – sono stati estratti ormai morti dalle macerie di un muro di contenimento crollato all’improvviso. Un altro è rimasto ferito in modo molto grave ed è ora ricoverato in ospedale.

La ditta per cui lavoravano è incaricata della ristrutturazione e il prolungamento del lungomare verso Capo Colonna.

Con quelle di oggi salgono a 154 le vittime sul lavoro dal 1 gennaio di quest’anno.

Una cifra superiore a quella registrata nello stesso periodo dello scorso anno, il che dimostra come la strage di diritti e regole sul mercato del lavoro abbia avuto come conseguenza anche la diminuzione delle misure di sicurezza (per “ridurre i costi”) e della capacità dei lavoratori di farle rispettare.

Ah, dimenticavamo. Nello stesso periodo le vittime del terribile “terrorismo” sono state zero. Esattamente come in tutto lo scorso anno.

Forse sarebbe ora, per noi che andiamo a lavorare tutti i giorni, di cominciare a preoccuparci dei pericoli veri.

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