Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/06/2026

Dalla sindemia al grande caldo. Le differenze di classe pesano ancora, maledettamente

Il grande caldo che rende invivibili le città è ormai oggetto quotidiano delle conversazioni di strada o da bar. Spesso preambolo inevitabile per poi passare ad altri argomenti. Per il resto sono i bollettini allarmanti – e talvolta allarmistici – dei telegiornali o di articoli acchiappa like. Ma l’aumento termico al suolo c’è ed è ormai evidente.

Sono stupidi i negazionisti che ricordano le loro estati calde da bambini. È vero, in estate ha sempre fatto caldo ma non lo faceva con questa continuità temporale, e il ciclo delle ore calde e delle ore fresche era più regolare... e vivibile, soprattutto nelle città dove asfalto, cemento, restituzione del calore e aria calda emessa dai condizionatori, non solo aumentano le temperature ma non consentono né agevolano l’alternarsi di quelle determinate dal solo calore solare.

Ed è proprio nelle città che il calore sta provocando problemi di salute più seri ma, anche in questo caso, con una maledettamente precisa differenziazione di classe. Non solo per chi è ancora costretto a lavorare nelle ore più calde nonostante prescrizioni e talvolta regolamentazioni che lo dovrebbero vietare.

Durante il Covid-19 abbiamo parlato spesso di sindemia invece che di pandemia e questa sottolineatura era più che corretta. Anche di fronte ad un fenomeno oggettivo come una pandemia, il fatto che si morisse o ci si ammalasse di più o di meno non era affatto indipendente dalle condizioni sociali, economiche, abitative, al contrario.

Sulle ondate di calore che attanagliano il nostro ed altri paesi, e in particolare nelle città, ci troviamo nuovamente di fronte ad un processo del tutto simile. Nelle aree urbane le temperature sono indubbiamente più alte. Gli esperti definiscono questa condizione come isole di calore.

L’Espresso segnale come nel 2024, secondo l’Osservatorio Italiano sulla povertà energetica (Oipe), oltre 2,4 milioni di famiglie – il 9,1% del totale, record storico – vivevano in condizioni di povertà energetica. Questo significa non riuscire ad accedere ai servizi energetici essenziali senza sacrificare una quota sproporzionata del proprio reddito. Del resto è prova empirica che le bollette di luce e gas siano praticamente raddoppiate negli ultimi quattro anni.

Ma il dato medio nazionale del 9,1% indicato dall’Osservatorio nasconde concentrazioni molto più alte del problema nelle periferie urbane e nel Mezzogiorno.

E il problema ormai non riguarda solo il riscaldamento invernale ma anche il refrigeramento estivo.

Nel 2013, meno del 29% delle famiglie italiane disponeva di un sistema di condizionamento. Oggi siamo saliti al 56%: un balzo notevole in poco più di un decennio, che rivela come le misure per proteggersi dal calore siano aumentate e il caldo sia diventato insostenibile.

Ma rovesciando il dato, questo significa anche che il 44% delle famiglie è ancora senza sistemi di condizionamento, e che molte di quelle che il condizionatore lo hanno installato, spesso lo usano poco, perché il costo della bolletta non è compatibile con il loro reddito. La riprova sono le bollette estive dell’elettricità che ormai eguagliano quelle invernali del gas, con una rincorsa dei prezzi che sta falcidiando i redditi delle famiglie.

Le vittime del caldo in Italia sono in prevalenza anziani, persone con patologie croniche, residenti in aree urbane dense, spesso in condizioni di solitudine o con scarse relazioni sociali. Sono, in larga misura, persone che non hanno avuto le risorse economiche per adeguare la propria casa a un clima che è cambiato in pochi anni.

Legambiente sta introducendo il concetto di “cooling poverty” – la povertà del raffrescamento – per descrivere l’impossibilità di mantenere temperature confortevoli in casa durante le ondate di calore. È un fenomeno che si concentra nelle periferie metropolitane dove vivono famiglie a basso reddito, dove mancano spazi verdi, ombreggiature, materiali edilizi adeguati, e dove gli edifici sono spesso tra i più scadenti dal punto di vista energetico.

Il famoso bonus del 110%, senza gli adeguati controlli, ha fatto si che il 49% dei fondi siano andati a coloro che – vivendo in ville o villette invece che in condomini – avevano meno necessità di proteggere dal freddo o dal caldo le proprie abitazioni, e che comunque avevano le risorse per poterlo fare in proprio. I palazzi di case popolari e comunali poi non ne hanno neanche “visto l’ombra”, ed è il proprio il caso di dirla così.

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17/06/2026

La gabbia della povertà stringe anche chi ha un lavoro

I dati sulla povertà raccolti sul campo sono più precisi, e drammatici, di quelli ufficiali.

Il Rapporto della Caritas diffuso ieri, disegna meglio di ogni statistica l’allargamento del perimetro di chi, in Italia, è precipitato nella povertà, anche avendo un lavoro.

Nel 2025 i centri di ascolto della Caritas hanno seguito 282.539 persone, in aumento dell’1,7% rispetto al 2024. Il 28,1% è “in carico” da almeno cinque anni, dato più alto dal 2019 a oggi.

Nonostante i dati ufficiali rilevino che l’occupazione sia cresciuta, l’aumento di prezzi e tariffe e il taglio dei sussidi sociali – in primo luogo del Reddito di Cittadinanza – hanno inciso pesantemente sull’aumento della povertà nel paese. Anche se, stando all’Istat, la povertà sarebbe lievemente diminuita.

Secondo l’Istituto di Statistica, nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale – cioè chi si trova in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro – è scesa al 22,6% (nel 2024 era il 23,1%).

Rispetto all’anno precedente, la quota di individui a rischio di povertà nel 2025 è rimasta stabile (18,6% rispetto a 18,9%), mentre sarebbe diminuita la quota di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (8,2% e 9,2%) ed è aumentata leggermente la quota di coloro che si trovano in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (5,2% e 4,6%).

Le persone ascoltate dalla Caritas che risultano povere nonostante abbiano un lavoro, sono passate dal 13,3% del 2015 al 24% del 2025. I lavoratori poveri si avvicinano al 32% nella fascia di assistiti tra 35 e 44 anni. I salari restano “uno degli elementi di maggiore debolezza del mercato del lavoro italiano”, dice il rapporto ricordando che l’Italia ha ancora retribuzioni reali dell’8% più basse rispetto al 2019, mentre Francia, Germania e Spagna hanno vissuto nello stesso periodo una salita del potere d’acquisto. “Il ritardo nei rinnovi contrattuali – si legge – la copertura solo parziale dell’inflazione e alcuni elementi del sistema fiscale e contrattuale hanno contribuito a limitare la capacità di recupero delle retribuzioni”. Il lavoro, quindi, non basta a evitare la povertà.

Un altro dato importante rilevato dal rapporto è che la povertà non è solo economica, ma anche abitativa e sanitaria. Il 22,5% delle persone assistite dalla Caritas risulta essere in grave esclusione abitativa. Quasi 8mila persone non hanno una casa, oltre 500 hanno dichiarato di dormire in macchina. Più della metà degli utenti con un alloggio vive in affitto da privati, quindi non in case popolari.

Secondo la Caritas i bisogni sanitari sono aumentati del 69% ma il rapporto ricorda anche che quasi 5,8 milioni di persone hanno ormai rinunciato alle cure, un aumento netto rispetto al dato del 2023. C’è poi l’aumento della solitudine: se nel 2015 le persone sole erano il 23,8% degli assistiti Caritas, ora sono arrivati al 32,8%.

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23/05/2026

Il povero di destra

Esiste un fenomeno che sembra assurdo, ma che il capitalismo ha perfezionato per decenni: il povero di destra.

Perché così tante persone povere finiscono per difendere un sistema che le mantiene in povertà? La risposta non risiede solo nell’economia, ma anche nell’ideologia. Perché al povero di destra non solo è stato tolto il denaro, gli hanno tolto qualcosa di più importante: la coscienza di classe.

Gli hanno insegnato a non vedersi come un lavoratore, a non vedersi come un essere umano, a non vedersi come un salariato, anche se vende la propria forza lavoro ogni giorno. Si auto percepisce come un futuro milionario temporaneamente intrappolato nella povertà. E, attenzione: la povertà non riguarda solo chi vive sotto un ponte; ma anche chi, se perde il lavoro oggi, non saprà come vivrà il mese prossimo.

Come un bravo servo ambizioso, gli hanno insegnato che un giorno raggiungerà la vetta, sempre a patto che non metta mai in discussione la vetta.

Ed è proprio qui che sta la chiave: i padroni del sistema hanno bisogno che l’oppresso non metta mai in discussione il sistema, ma che piuttosto incolpi il singolo individuo oppresso.

Ecco perché il povero di destra è così funzionale: perché protegge proprio il sistema che lo sfrutta; difende il meccanismo che sostiene coloro che si trovano al vertice della piramide.

E la cosa più tragica è che il povero è stato convinto del fatto che il suo nemico non sia chi concentra potere e ricchezza, ma un altro povero come lui: quello che protesta, quello che rivendica i propri diritti, quello che pensa, quello che si organizza, quello che si interroga.

Quindi ripetono frasi come “il povero è povero perché lo vuole” o dice che rivendicare la dignità è “invidia”. Ripete discorsi preconfezionati come un mantra, copioni scritti da chi detiene effettivamente il potere economico.

Perché il povero di destra vive proiettando se stesso nel ricco. Vive all’ombra del successo altrui, convinto che se chi è al vertice vince, un giorno vincerà pure lui, ignorando che il successo del capitalista è il prodotto dell’accumulazione del lavoro sfruttato (che sia ben pagato o mal pagato).

Ma il povero di destra ignora un aspetto fondamentale: il sistema non premia necessariamente chi lavora di più. Premia principalmente chi possiede capitale. Basta guardare il mondo per capirlo: chi lavora di più sono spesso proprio i più poveri (contadini, operai, mietitori, lavoratori informali), persone che lavorano 10 o 12 ore al giorno solo per sopravvivere.

La figura del povero di destra non è una barzelletta, non è una caricatura: è una tragedia ideologica moderna. È un essere umano privato del pensiero critico, addestrato a difendere un sistema che non lo vedrà mai un pari. E forse la più grande vittoria del capitalismo non è stata la produzione di ricchezza, ma l’aver spinto milioni di poveri a difendere con passione chi vive sfruttando il loro lavoro”.

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27/11/2025

Dati Eurostat: la questione meridionale è la questione della periferia UE

Avere i dati è fondamentale, ma perché abbiano un qualche valore è necessario che siano analizzati come risultati di processi, non come semplici fotografie dell’oggi. È così che emerge come i dati Eurostat sul rischio di povertà nella UE reinscrivono la tradizionale questione meridionale italiana nella dinamica centro produttivo-periferia sfruttata della UE.

Si tratta di una dinamica al limite del colonialismo, della colonizzazione interna, e a volte anche oltre questo limite. Perché, difatti, sul podio delle tre regioni di paesi europei la cui popolazione è maggiormente a rischio di povertà troviamo la Guyana francese, (53,3%), Ciudad de Melilla (41,4%), e poi la Calabria (37,2%). E subito dopo, ci sono anche la Campania (35,5%) e la Sicilia (35,3%).

In Italia, sono in generale 13 milioni le persone che si trovano a rischio povertà, che significa, per le famiglie, l’incapacità di affrontare spese impreviste, di farsi una settimana di vacanza annuale lontano da casa, di saldare le ratue del mutuo, l’affitto o le bollette, di comprare mobilio nuovo se quello vecchio è usurato. Per i single, significa difficoltà a pagare l’abbonamento a internet, abiti nuovi, o potersi dedicare ad attività ricreative.

Ma queste persone sono evidentemente distribuite in maniera diseguale, secondo una distribuzione geografica che ha una netta linea di demarcazione dal Lazio in giù. In Italia settentrionale, non c’è una regione che non sia nella fascia tra il 10 e il 15% di rischio di povertà, ovvero sotto la media UE del 16,2%. Tolte le province e le regioni autonome, l’Emilia-Romagna e le Marche sono persino sotto la 10% (rispettivamente 7,3% e 9,6%).

Con la mappa riportata qui a destra si ha la dimostrazione grafica di come la periferia della UE non sia tanto la periferia geografica, quanto quella economica e in un certo senso, di conseguenza, anche politica. Il Mezzogiorno è assimilabile ai territori “d’oltremare” – cioè i residui coloniali – di Francia e Spagna, e vive dinamiche di subalternità simili.

Territori abbandonati a se stessi o alla criminalità, dove salari e occupazione sono di bassa qualità, e da cui i centri economici prendono risorse, se ci sono, e manodopera a basso costo. Se questa dinamica aveva visto protagonista l’industria settentrionale negli scorsi decenni, con l’abbandono di strumenti per il riequilibrio dello sviluppo territoriale come la Cassa per il Mezzogiorno il divario è tornato ad ampliarsi, mentre i centri italiani sono diventati parte delle filiere comunitarie.

Ma la logica rimane la stessa. Un centro capitalistico procede con uno “scambio diseguale” nei confronti di un’altra area, per garantire i processi di valorizzazione e i profitti di una ristretta élite, e magari creando nel frattempo anche una frattura tra i lavoratori della propria e dell’altra zona, per essere sicuri che non ci siano alleanze tra subalterni che possano mettere in discussione questo processo.

Con la UE questa dinamica si è inscritta in un quadro continentale, dove è stata l’integrazione tra specifiche regioni a guidare il processo di sfruttamento della periferia da parte del core economico. Alcuni gruppi capitalistici italiani sono riusciti a trarne vantaggio, ma per il Mezzogiorno il futuro rimane lo stesso di quando migliaia di calabresi si ritrovavano a lavorare nelle fabbriche degli Agnelli.

I vincoli di bilanci europei amplificano questa divergenza, perché impongono una spesa che a Bruxelles chiamano “competitiva”, ma che nella realtà dei fatti, in Italia, significa ampi sussidi alle imprese che riescono a restare a galla nella crisi, togliendo fondi ad altri tipi di interventi, per non parlare poi della mancanza di una qualsiasi politica industriale. Il caso Ilva ne è l’esempio massimo.

Allo stesso tempo, per ristabilire un po’ di giustizia sulla mappa Eurostat, non si può non notare come, dalla roturra di questi vincoli, la periferia possa ottenerne grandi vantaggi. E con periferia, dunque, non si intende solo il Mezzogiorno, ma anche i residui coloniali prima accennati, o ancora i popoli dall’altra parte del Mediterraneo, imbrigliati anche loro nell’ingombrante presenza della UE. Le opportunità di lotta ci sono, vanno costruite con pazienza.

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14/11/2025

USA - Seattle come New York, vince una “socialista”

A quanto pare il “socialismo democratico” è un virus che sta contagiando le metropoli statunitensi, contraddicendo la sbornia “Maga” che sembra espressione delle campagne e del “profondo Sud” con nostalgie confederate.

La “socialista” Katie Wilson ha infatti sconfitto l’ormai ex sindaco di Seattle, Bruce Harrell, anche lui come Andrew Cuomo sostenuto dall’establishment del partito democratico, nella corsa a sindaco della città. Stiamo parlando della “capitale economica” dello Stato di Washington, sul Pacifico, porta di ingresso di quella Silicon Valley che pareva passata dai sogni “libertari” alle paranoie “transumanistiche” più reazionarie di amministratori delegati come Peter Thiel, di Palantir (è arrivato a descrivere Greta Thunberg come “l’Anticristo”).

E invece ecco venir fuori dalla città del grunge (patria di Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains, Soundgarden, ecc.) un’altra figura che scompagna il quadro politico fin troppo ossificato tra nazi-trumpiani e inguardabili cariatidi della conservazione (“dem” o “repubblicani perbene”, le stesse persone).

L’ex sindaco Harrell ha ammesso la sconfitta solo stamattina, quando il distacco nello scrutinio, comunque abbastanza ridotto, è diventato inammissibile per chiedere il riconteggio dei voti. Lo stato di Washington prescrive infatti un riconteggio automatico solo quando il margine di voti è inferiore a 2.000 e a meno della metà di una percentuale del “numero totale di voti espressi per entrambi i candidati”.

A quel punto Harrell ha anche cambiato radicalmente atteggiamento nei confronti della Wilson, affermando che sebbene le due campagne offrissero visioni diverse per governare la città, i loro valori rimanevano gli stessi. “L’amministrazione Wilson avrà nuove idee, avrà una nuova visione. Avendo vinto le elezioni, se lo sono guadagnato. Dobbiamo ascoltare i giovani elettori”. Se non puoi batterli, cerca un’alleanza... 

Del resto, gli unici “risultati” che aveva potuto vantare la sua amministrazione, anche secondo i giornali locali, erano quelli di un conservatore: una diminuzione della criminalità, un aumento delle assunzioni nella polizia e la fine della supervisione federale del Dipartimento di Polizia (sotto l’offensiva di Trump contro le amministrazioni “dem”).

Proprio come a New York, la Wilson aveva sconfitto Harrell in un affollato ballottaggio per le primarie “dem”. Harrell aveva comunque finanziamenti potenti, mentre la Wilson solo le donazioni popolari. Sembrava perciò una battaglia persa in partenza, e invece la voglia di “stato sociale” ha prevalso.

L’elezione della Wilson segna la seconda vittoria progressista dopo le elezioni nella Grande Mela, solo martedì scorso.

La Wilson aveva incentrato la sua campagna sull’accessibilità economica – evidenziando le sue stesse difficoltà nel vivere quotidianamente a Seattle. Ha proposto una tassa sui profitti per aumentare le entrate (demonizzata da Harrell), protezioni più forti per gli affittuari e il miglioramento del trasporto pubblico.

Quel messaggio ha trovato risonanza in una città dove l’alloggio è diventato fuori portata per molti cittadini.

“C’è una disconnessione tra ciò che i giovani stanno vivendo nella vita di tutti i giorni oggi”, ha detto ancora Fincher. “Penso che ci sia una spaccatura nel Partito Democratico su questo, che stiamo cercando di capire”.

La Wilson si è anche impegnata a fare di più per affrontare il problema dei senzatetto, inclusa l’accelerazione della disponibilità di alloggi di emergenza, ed è stata molto critica con Harrell che appoggiava lo sgombero degli accampamenti di tende dagli spazi pubblici di Seattle (una realtà di molte metropoli Usa, dove sui marciapiedi vanno crescendo autentici “villaggi” di homeless).

Anche lei in passato – come Mamdani – aveva chiesto tagli ai fondi della polizia, ma in questa campagna ha cambiato tattica, promettendo più programmi sociali, “non di polizia”.

L’insuccesso del “dem” Harrel è un colpo per i “moderati”, che lo consideravano un prototipo del “Democratico” per riorganizzare il partito dopo i deludenti risultati del 2024. Ma proprio l’appoggio dei “Ceo” della Silicon Valley si è rivelato per lui “il bacio della morte”.

“Quella foto dei dirigenti tech all’inaugurazione della sua campagna è qualcosa che si è cristallizzato nella mente degli elettori”, ha detto Dean Nielsen, uno stratega democratico di lunga data che sosteneva Harrell. “È diventata in qualche modo emblematica di ciò che sta accadendo nella gara: un sindaco dell’establishment che è supportato da molte di quelle stesse persone che sono ferocemente contrarie a questa visione di cambiamento sistemico”.

La Wilson in effetti non aveva mai ricoperto una carica elettiva ed è co-fondatrice della Transit Riders Union, un gruppo di pressione per il miglioramento del trasporto pubblico.

“Abbiamo sfidato un potente titolare che si aspettava di navigare tranquillamente verso la rielezione. Abbiamo affrontato più soldi di PAC aziendali di quanti ne siano mai stati spesi per attaccare un candidato in un’elezione di Seattle. Abbiamo costruito un movimento alimentato dalle persone, radicato nella speranza per il futuro della nostra città”, ha scritto stamani in un post su X, “E abbiamo vinto”.

Quanto al confronto tra la sua piattaforma e quella del neo-sindaco di New York, la Wilson ha ammesso che “Penso che ci siano molte forze simili al lavoro in questo momento. La mia carriera è stata davvero incentrata sul rimettere i soldi nelle tasche dei lavoratori... Ho deciso di lanciarmi in questa gara perché mi sono resa conto che eravamo in un momento in cui le persone comuni sentono il costo elevato di tutto, dall’affitto all’asilo nido al cibo alla benzina”.

La sua campagna, ha detto, rifletteva un crescente spostamento verso il progressismo in atto in tutti gli Stati Uniti come reazione ai fallimenti dei Democratici nello sconfiggere Donald Trump un anno fa.

Come abbiamo intravisto con la vittoria di Mamdani a New York, “È una rottura rivoluzionaria? Non diciamo cazzate, please... È una rottura irreversibile? Idem. È una risposta ancora molto acerba all’impoverimento di massa, e dunque alla dimensione sociale del declino statunitense come potenza egemone sul mondo. È il ‘sentore’, non ancora la piena consapevolezza, che ‘socialismo’ – in accezioni tanto diverse quante sono le teste, da quelle e da queste parti – è l’unica possibilità di uscire dalla corsa verso il baratro”

Poi, certo, servirà qualcosa di molto più radicale. Ma la talpa sta ora scavando con molto impegno...

Note: tutte le foto inserite nel testo testimoniano alcuni dei tanti “villaggi di tende” di Seattle.

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15/10/2025

Italia cristallizzata nella povertà; a farne le spese stranieri, giovani, operai

Il rapporto Istat pubblicato ieri sui dati riguardanti la povertà nell’anno 2024 parlano di un’Italia che è ormai bloccata in una condizione di povertà che attanaglia una parte importante del paese. Una parte che si allarga, semmai, piuttosto che ridursi, nonostante i proclami e la propaganda del governo Meloni.

L’istituto di statistica, infatti, conferma che sono stimate in circa 2,2 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, ovvero l’8,4% di quelle residenti nel Belpaese. In persone, si tratta di circa 5,7 milioni di individui, il 9,8% dei residenti. Nel 2023 le stime parlavano, per il primo dato, dell’8,4% e, per il secondo dato, del 9,7%.

Per quanto riguarda la povertà relativa, l’incidenza passa dal 10,6% del 2023 al 10,9% dell’anno scorso, ma nella sostanza è considerata stabile, coinvolgendo oltre 2,8 milioni di famiglie. In lieve crescita è invece l’incidenza della povertà relativa tra gli individui, la quale sale dal 14,5% al 14,9%, arrivando a riguardare oltre 8,7 milioni di persone.

Non si può ignorare l’impatto che ha sui dati la provenienza degli individui o la regione di residenza. “L’incidenza della povertà assoluta fra le famiglie con almeno uno straniero è pari al 30,4%, sale al 35,2% nelle famiglie composte esclusivamente da stranieri, mentre scende al 6,2% per le famiglie composte solamente da italiani”, si legge sul sito dell’Istat.

“L’incidenza delle famiglie in povertà assoluta – viene scritto ancora nel sunto del rapporto – si mantiene più alta nel Mezzogiorno (dove coinvolge oltre 886mila famiglie, 10,5%), seguita dal Nord-ovest (595mila famiglie, 8,1%) e dal Nord-est (quasi 395mila famiglie, 7,6%), mentre il Centro conferma i valori più bassi (349mila famiglie, 6,5%)”.

Nel Mezzogiorno anche l’intensità della povertà assoluta, cioè “quanto la spesa mensile delle famiglie povere sia mediamente al di sotto della linea di povertà” è andata peggiorando: le stime passano dal 17,8% del 2023 al 18,5% del 2024. Se a ciò si aggiungono i dati resi pubblici dall’Istat, che indicano come lo scorso anno una famiglia su tre abbia tagliato la spesa alimentare, appare evidente lo stato critico degli acquisti delle fasce più deboli del paese.

Queste differenze sono tutte questioni di classe, ma ce ne sono alcune che sono poi auto-evidenti. Scrive l’Istituto: “tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza di povertà nel caso sia lavoratore dipendente è pari all’8,7%, salendo al 15,6% se si tratta di operaio e assimilato”.

Aumentano i nuclei in povertà assoluta che vivono in affitto: 1.031.000 nel 2023, 1.049.000 nel 2024, con una incidenza percentuale che passa dal 21,6% al 22,1%. Per quanto riguarda le differenze di età, i giovani sono sicuramente i più penalizzati, anche per la forza con cui la precarietà e i bassi salari colpiscono le condizioni delle persone tra i 18 e i 34 anni.

Infine, va sottolineato che l’incidenza della povertà assoluta tra i minori raggiunge il 13,8%. Sono quasi 1,3 milioni di bambini e ragazzi, “il valore più elevato della serie storica dal 2014”. E per fortuna questo è il governo che ‘pensa ai bambini’ e parla di natalità e rinfoltire la schiera ‘italica’. Se è a queste condizioni, si capisce perché per ora sia fallimentare su tutta la linea.

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19/07/2025

Italia - Più di un minore su quattro è a rischio esclusione sociale. E la povertà viene ereditata

Il 14 luglio l’Istat ha pubblicato l’aggiornamento sulle condizioni di vita dei minori di 16 anni, con dati riguardanti il 2024. Accanto a questi dati, sono stati diffusi anche quelli sulla trasmissione intergenerazionale degli svantaggi nei paesi dell’UE, che fanno riferimento all’anno 2023.

I numeri attestati destano profonda preoccupazione rispetto alle prospettive delle generazioni future. Infatti, nel 2024 il 26,7% dei minori è a rischio povertà o di esclusione sociale, con questa quota che nel Sud e nelle Isole arriva addirittura al 43,6%. Parliamo dunque di più di un minore su quattro in generale, quasi uno su due nel Mezzogiorno.

Ci sono alcune categorie di famiglie che vedono i propri ragazzi a maggior rischio: i nuclei con più figli, quelli in cui i genitori hanno un livello di istruzione basso, e quelle con minori stranieri, per cui il rischio di povertà o esclusione sociale si presenta nel 43,6% dei casi, quasi 20 punti percentuali in più rispetto ai coetanei con cittadinanza italiana.

È interessante notare che le difficoltà economiche delle famiglie con componenti sotto i 16 anni sono spesso legate al pagamento di un mutuo (il 22,7% dei nuclei con minori a rischio esclusione sociale, quota più che doppia rispetto a quella rilevata sul totale delle famiglie) o di un affitto (23,6% contro 18,4%).

Se parliamo di deprivazione materiale e sociale specifica, è più di 1 minore su 10 che si trova in questa condizione (11,7%), presentando almeno tre segnali di deprivazione tra i 17 previsti. C’è poi il 4,9% dei minori che presenta segnali di insicurezza alimentare, con una netta prevalenza al Sud: 3,1% rispetto a Nord, 2,1%; Centro, 8,9% nel Mezzogiorno.

Va sottolineato che sul rischio di povertà che potrebbe vivere il minore una volta raggiunta l'età adulta pesa tantissimo proprio la situazione finanziaria della famiglia in cui vive, “il rischio cioè di vivere in una famiglia con un reddito netto equivalente inferiore a una soglia fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto equivalente”.

Anche nei Paesi UE, l’incidenza del rischio di povertà di chi ha un’età compresa tra i 25 e i 59 anni è più elevata per coloro che, a 14 anni, vivevano in famiglie con difficoltà finanziarie: nel 2023 era del 20% rispetto al 12,4% di chi è cresciuto in famiglie con una buona condizione economica.

Ma l’Italia è tra i paesi UE che registrano le maggiori differenze: per il Belpaese i dati rispettivamente segnano 34% e 14,4%, con una differenza di gran lunga maggiore che nel resto dell’Unione. Il che significa che, in Italia, le disuguaglianze sono ereditate più facilmente, con un peso sul futuro dei giovani più pesante che altrove.

Quello italiano è insomma un sistema di cristallizzazione delle disuguaglianze sociali ed economiche, in cui ormai anche l’istruzione sta perdendo, piano piano, il ruolo emancipatorio avuto nei decenni precedenti. La distruzione dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori hanno delineato un modello in cui c’è poco o nulla da salvare.

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10/07/2025

Francia, la Grande Armèe di Macron la pagano i pensionati

Riarmarsi senza distruggere lo Stato

Nelle segrete stanze, l’establishment politico parigino deve far quadrare il cerchio: trovare il modo di riarmarsi fino ai denti, senza scassare i conti dello Stato che già traballano. Macron è un illustre marpione. Sa benissimo che la Russia, solo per tenere il fronte ucraino, già spende il 7,1 per cento del Prodotto interno lordo (dati Sipri, Stoccolma). Ed è quasi al limite. Più si alza l’asticella e più si ‘scolla’ la struttura sociale. Quindi? Putin, anche volendolo (cosa di cui dubitiamo), non potrebbe andare da nessuna parte. Per inedia. E allora, Macron come spiega (al di là delle elucubrazioni sulla incombente invasione sarmatica) il robusto aumento delle spese militari? Semplice, affidandosi alle parole del suo Ministro dell’Economia, Eric Lombard, il quale ha illustrato i piani del governo per arrivare (gradualmente) a una spesa per la difesa del 5 per cento del Pil.

Una china di instabilità politica

Uno sforzo che, per la Francia, non sarà indolore, dati i cronici problemi di bilancio e la pericolosa china di instabilità politica presa dal Paese, sempre più socialmente spaccato. Dunque, nell’attribuire uno dei motivi del riarmo al principio di ‘collegialità atlantica’ (in altre parole, il diktat di Trump), il governo francese ha spiegato che esso rappresenta anche una eccellente opportunità di risparmio e rilancio dell’economia. Saranno proposte obbligazioni bancarie, che i privati potranno sottoscrivere, per sostenere le nuove spese per la difesa, ottenendo un buon guadagno in termini di rendimento. Così TF1 riporta le parole del ministro: «Certo, c’è del rischio – ammette – ma l’obiettivo è investire in ‘buone aziende’». «E in realtà, a lungo termine, i risparmi danno più frutti. Per chi ha risparmi, è un modo per prepararsi al futuro», ha sostenuto il capo di Bercy. «Saranno buoni investimenti, perché sono sia buone che cattive notizie, ma dovremo, a lungo termine, aumentare il nostro impegno nella difesa nazionale».

Miliardi per una lobby potentissima

Questa iniziativa – conclude TF1 – è tuttavia ben lungi dall’essere sufficiente a finanziare l’ascesa dell’industria della difesa: «le aziende del settore necessitano di circa cinque miliardi di dollari in equity, nuovi capitali, finanziamenti da investitori pubblici e privati per aumentare le linee di produzione e svilupparsi», ha spiegato ancora Eric Lombard. «In particolare, ci sono 4 mila piccole e medie imprese, che necessitano di capitali, prestiti e finanziamenti», ha insistito. Quindi, è chiaro. La strategia finanziaria di Macron mira a rifornire di capitali, anche privati, la base industriale e tecnologica della difesa francese. Stiamo parlando di nove grandi gruppi, come Dassault Aviation, Safran, Thales e Airbus, oltre a più di 4.500 piccole e medie imprese. Una lobby potentissima, che fa della Francia una protagonista mondiale nel redditizio settore della produzione di sistemi d’arma, veicoli da combattimento, caccia da superiorità aerea e guerra elettronica. Basti solo pensare che il business militare pone l’Esagono al secondo posto al mondo (assieme alla Russia) per vendite complessive, con l’11 per cento del totale.

Esercito vetrina armata

Il primo utilizzo dei ‘prodotti’ Made in France, dev’essere testato nelle Forze armate transalpine, ‘vetrina’ per il supermarket delle cannoniere. Problemi? Una montagna. I piani di sviluppo degli armamenti, quasi tutti ad alta tecnologia, devono essere poliennali. La domanda dipende dalle congiunture geopolitiche internazionali: le tregue e le paci fanno male al ‘business’. E quindi anche al mercato delle armi, facendo crollare le azioni di chi ci ha investito sopra. Insomma, lo sviluppo, la realizzazione e l’acquisizione di armamenti di ultima generazione vanno finanziati dallo Stato. Con tagli (alla spesa pubblica) o tasse, non si scappa. E in Francia? Beh, tutte e due le cose. Macron è un pericoloso ‘gambler’, gli piace giocare d’azzardo. Spesso perde, ma anziché pagare firma cambiali (politiche), che prima o dopo qualcuno gli sventolerà sotto il naso.

Bilancio 2026 da paura

«Bilancio 2026: lo spettro dell’aumento delle tasse si fa sempre più concreto», titola secco Le Figaro, attribuendo al governo Bayrou propositi ‘suicidi’, se si considerano le tensioni sociali già esistenti e il fatto che mentre si taglia il welfare, con la stessa sfrontatezza si aumenta subito la spesa militare. Che passa dal 2,1 per cento fino a raddoppiare nel 2030 e a stabilizzarsi al 5 per cento, nel 2035. Le Figaro scrive: «La Presidente dell’Assemblea nazionale, Yael Braun-Pivet, pur appartenendo a Renaissance (che ama presentarsi come il partito della riduzione delle tasse), ha ammesso che, nella preparazione del bilancio, che dovrebbe evidenziare uno sforzo di 40 miliardi, ‘non possiamo ignorare le entrate ed escludere a priori qualsiasi aumento delle tasse’. La deputata sta anche aprendo la strada proponendo, su Les Échos, di eliminare la detrazione fiscale del 10% sulle pensioni di vecchiaia o di aumentare l’aliquota più alta del CSG (contributo sociale)». Tutto questo per non parlare dei provvedimenti, già circolati in anteprima, e che riguardano la ‘riforma’ (cioè il ridimensionamento) del Servizio sanitario nazionale. Una medicina amarissima, che sarà fatta trangugiare al popolo francese in settimana, quando sarà approvata la molto controversa legge di bilancio.

‘Legge Putin’ e le crescenti diseguaglianze

Legge di bilancio che potremmo definire anche “legge Putin”, dato che dietro il ‘babau russo’, l’uomo nero che toglie il sonno ai nipotini di Napoleone, c’è l’esigenza di raccattare una quarantina di miliardi di euro, senza abbassare le saracinesche del Matignon. E tutto questo, proprio in un momento in cui Le Figaro titola: «Forte aumento della disuguaglianza e del tasso di povertà al livello più alto degli ultimi 30 anni. La scommessa fallita di Emmanuel Macron». L’articolo si riferisce al piano presentato dal Presidente francese nel 2018 per migliorare la situazione e al riscontro, catastrofico, dell’Istituto nazionale di statistica (INSEE) alla fine del 2023. «Crescenti disuguaglianze e povertà». Nel 2023 – dice il quotidiano parigino – 9,8 milioni di persone vivevano al di sotto della soglia di povertà monetaria nella Francia metropolitana, ha rivelato lunedì l’INSEE. Questa cifra è significativamente più alta rispetto all’anno precedente. Secondo l’Istituto, «il tasso di povertà (la percentuale di individui che vivono con meno di 1.288 euro al mese) è aumentato di 0,9 punti percentuali, raggiungendo il 15,4%. Si tratta di un livello che non si vedeva dal 1996, anno del primo studio INSEE sull’argomento».

‘La madre di tutte le catastrofi’ sulle pensioni

In questo ‘vernissage’ delle disgrazie macroniane, non abbiamo parlato della ‘madre di tutte le catastrofi’: la riforma delle pensioni, che merita un necrologio politico a parte. Ma che sarà il nemico più coriaceo della sua Grande Armèe. Siamo sicuri che ai reggimenti di ardimentosi (e spremuti) pensionati, dimenticati dallo Stato, che protestando civilmente in piazza (e alle urne) grideranno la loro rabbia, le divisioni corazzate di Macron gli faranno un baffo.

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03/07/2025

Meno soldi alle famiglie in difficoltà, tanti sconti alle imprese. Ecco l’Inps della destra al governo

L’Inps rivela che nel 2024 sono stati erogati 4,4 miliardi per l’assegno d’inclusione sociale, 260 milioni per il Supporto formazione lavoro e solo 30 milioni destinati ai residui del Reddito di cittadinanza. Si tratta di circa 4,7 miliardi contro i 6,6 miliardi che venivano erogati sullo stesso capitolo di spesa nel 2023. In soldoni sono quasi 2 miliardi in meno.

Non solo. Le spese per l’inclusione sociale sono rimaste sostanzialmente invariate (- 0,1 miliardi) ma, ha osservato il Consiglio di Vigilanza dell’Inps, “con un rilevante calo delle prestazioni di contrasto alla povertà (-1,9 miliardi sul 2023 e -3,3 miliardi nel biennio) e un aumento delle prestazioni per le pensioni assistenziali (+1,8 miliardi)”.

A salire in modo significativo sono state invece le erogazioni alle imprese per sgravi contributivi, “sottocontribuzioni” e agevolazioni per l’occupazione, che nel 2024 sono arrivate a 42,428 miliardi, con un incremento del 34% sul 2023. In sostanza i prenditori hanno potuto risparmiare 42 miliardi di contributi previdenziali a vario titolo.

L’Inps ha registrato lo scorso anno 284.047 milioni di entrate contributive (+5,5%) e 180.740 milioni di trasferimenti correnti da parte dello Stato. Nel complesso le uscite per prestazioni istituzionali hanno raggiunto i 417.408 milioni.

I dati emergono dal Rendiconto generale 2024 dell’Inps, approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Istituto. Un Rendiconto che presenta un saldo della gestione finanziaria di competenza di 15 miliardi, un risultato economico di esercizio positivo per 1,02 miliardi, e un avanzo patrimoniale netto lievitato da 29,78 a 35,31 miliardi.

Quando qualcuno afferma che le linee di indirizzo e le scelte materiali del governo in carica sono penalizzanti per i settori sociali deboli e privilegianti per quelli forti ha ragioni da vendere, e i dati dell’Inps lo dimostrano.

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29/06/2025

Oxfam: aumentano le disuguaglianze e diminuiscono i fondi allo sviluppo

In occasione della Quarta Conferenza internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo, che si svolgerà da domani a Siviglia, l’Oxfam ha pubblicato un altro dei suoi rapporti che, come specco accade, fotografano l’evidente e strutturale disuguaglianza creata dal capitale, ormai in un fase in cui ha chiaramente perso ogni spinta progressiva.

Il titolo è già di per sé esplicativo: “Dal profitto privato al potere pubblico: finanziare lo sviluppo, non l’oligarchia”. Bastano pochi dati per dare forma concreta a queste parole: la ricchezza di 3 mila miliardari, dal 2025, è cresciuta in termini reali di 6,5 trilioni di dollari, e oggi è l’equivalente del 14,6% del Pil globale.

Nell’ultimo decennio, in generale, i patrimoni netti dell’1% più ricco al mondo sono aumentati, sempre in termini reali, di oltre 33.900 miliardi. Si tratta di una cifra che è pari a 22 volte quella calcolata come necessaria per portare tutte le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà al di sopra di essa. Significherebbe poter portare sopra gli 8,30 euro al giorno circa 3,7 miliardi di persone.

La concentrazione della ricchezza privata è cresciuta di 342 trilioni di dollari tra il 1995 e il 2023, otto volte più di quella pubblica nel corso dello stesso periodo. Questo ha portato, ovviamente, anche a una maggiore influenza delle scelte di gruppi privati su quelle delle autorità pubbliche.

Inoltre, i governi dei paesi più ricchi stanno tagliando nettamente i finanziamenti per lo sviluppo. I soli membri del G7, che sono stati fino a oggi responsabili di tre quarti di tutti gli aiuti ufficiali (anche per il ruolo di sfruttamento storico avuto verso il resto del mondo), hanno deciso di ridurli del 28% entro il 2026 rispetto ai livelli del 2024.

Il rapporto Oxfam sottolinea che, col sottofinanziamento cronico degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), solo il 16% dei 169 target stabiliti dal programma ONU verranno raggiunti entro il 2030. I tagli operati dai governi più avanzati potrebbero costare 2,9 milioni di vite entro il 2030, solo per l’impatto dell’HIV/AIDS nei paesi poveri.

Intanto, la crisi del debito “sta portando alla bancarotta i paesi poveri, che pagano ai loro ricchi creditori molto di più di quanto possano spendere per aule scolastiche o gli ospedali”. Ciò, ovviamente, non fa che cristallizzare e portare alla riproduzione continua, se non pure all’accentuazione, delle disuguaglianze.

L’esposizione dei paesi a basso e medio reddito verso ricchi creditori privati supera di cinque volte l’ammontare dei debiti da essi contratti con altri stati o enti governativi, e rappresenta oltre la metà del loro debito estero. Il 60% dei paesi a basso reddito è sull’orlo della bancarotta, e si ritrovano a spendere di più nel servizio del debito che in spese sociali.

Francesco Petrelli, portavoce e policy advisor di Oxfam Italia sulla finanza per lo sviluppo ha commentato dicendo che “a presagire prospettive flebili per un benessere equo e sostenibile c’è poi una subordinazione di lungo corso, da parte delle istituzioni preposte al sostegno dello sviluppo globale, delle azioni in grado di favorire una prosperità più equamente condivisa agli interessi particolari di pochi e privilegiati attori”.

Molto nette le parole di Amitabh Behar, amministratore delegato di Oxfam: “i paesi ricchi hanno messo Wall Street alla guida dello sviluppo globale. Si tratta di un’acquisizione della finanza privata globale che ha superato i metodi, sostenuti da prove, per affrontare la povertà attraverso investimenti pubblici e una tassazione equa”.

La finanziarizzazione ha raggiunto ogni angolo della nostra economia, e persino della filantropia. E con la crisi è evidente che i margini per continuare nella lotta al sottosviluppo diminuiscono, perché più fondi devono andare nei settori fondamentali della competizione globale.

Dando uno sguardo d’insieme alla faccenda, possiamo dire che è il capitale che ha raggiunto la sua maturazione – da un bel pezzo – e ora si è instradato verso la putrescenza.

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20/06/2025

“Noi Italia 2025”: 100 statistiche Istat per mostrare il declino italiano

È stata appena presentata la nuova edizione di “Noi Italia”, la pubblicazione dell’Istat che, dal 2008, raccoglie in maniera sintetica una serie di statistiche che aiutano a fotografare la situazione del paese. 100 indicatori statistici, divisi tra 6 aree tematiche e 19 settori, coprono ogni aspetto del paese. Non è possibile riassumerli qui tutti quanti, ma qualcuno di essi merita di essere evidenziato.

Nel 2023 la spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è stata pari, in valori correnti, a 2.738 euro, in aumento del 4,3% rispetto al 2022. Ma in termini reali si riduce dell’1,5% per effetto dell’inflazione. Il che significa che l’esborso è maggiore, ma quel che si acquista è meno di prima.

Non sorprende dunque il dato su povertà assoluta e relativa: nella prima categoria sono conteggiate 5,7 milioni di persone, nella seconda 8,4 milioni. Il PIL pro capite in termini reali aumenta, ma una volta misurato in PPS – lo strumento statistico pensato per calcolare il potere d’acquisto in maniera depurata dalle differenze di prezzo dei vari paesi UE, permettendo così un confronto – risulta che il valore italiano (37.508 euro) è al di sotto della media europea (38.132 euro).

Inoltre, rimangono sostanziali i divari territoriali. Nel 2022, il livello del PIL pro capite in termini reali nel Mezzogiorno era quasi la metà di quello del Centro-nord (44,5%), e comunque inferiore del 34,8% rispetto alla media nazionale. La questione meridionale risulta ancora una dei nodi fondamentali dello sviluppo italiano.

Significativi sono alcuni dati sul futuro del paese, inteso come formazione e giovani. Nel 2023 la spesa pubblica per l’istruzione era pari al 3,9% del PIL, di gran lunga minore della media europea (4,7%). Per il 2022 la spesa in Ricerca e Sviluppo (R&S) è stata calcolata sui 27,3 miliardi di euro, con un’incidenza sul PIL dell’1,37% e in aumento rispetto agli ultimi anni. Eppure, la media UE è maggiore di quasi un punto percentuale (2,21%).

“Nel 2024 – si legge nella sintesi per i media – la quota di giovani (18-24 anni) che abbandonano precocemente gli studi è pari al 9,8 per cento; nel Mezzogiorno il valore è più elevato (12,4 per cento)”. L’obiettivo postosi a livello europeo è di ridurre l’abbandono scolastico al 9% entro il 2030, e anche in questo caso l’Italia deve lavorare ancora molto.

Nel 2024 la percentuale delle persone tra i 25 e i 34 anni che vantava un titolo di studio universitario era del 31,6%. “Per l’Italia il valore è ancora molto lontano dall’obiettivo medio europeo stabilito per il 2030 dal Quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione (almeno il 45 per cento nella classe di età 25-34 anni)”.

Sempre nel 2024, i cosiddetti NEET (persone che non sono in formazione e non lavorano) sono circa il 15,2% per cento della popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Anche in questo caso, la quota nel Mezzogiorno è più del doppio di quella del Centro-nord (23,3% contro 10,7%). L’Italia risulta tra i paesi europei con la percentuale di NEET più elevata.

Sotto il punto di vista della salute, nel 2022 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata a 130,3 miliardi di euro, pari al 6,7% del PIL, ovvero 2.212 euro annui per abitante. A parità di potere di acquisto, la spesa per abitante nel nostro paese è inferiore a quella di Repubblica Ceca, Finlandia, Belgio, Irlanda, Danimarca, Francia, Austria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia e Germania.

I posti letto sono appena 3 ogni mille abitanti, uno dei numeri più bassi in Europa, per di più con forti squilibri territoriali. Nel 2023 si è assistito anche a un incremento dell’emigrazione ospedaliera, dal Centro-sud al Centro-nord.

Il sunto che si può trarre da tutte queste informazioni è che l’Italia continua a galleggiare, ma come sistema-paese continua a imbarcare acqua, senza che la classe dirigente sia capace di trovare alternative.

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18/06/2025

L’Italia è una Repubblica fondata sulla povertà, neanche la beneficienza ci salva

Facciamo una panoramica sullo scenario economico italiano, così come appare dagli ultimi dati che hanno diffuso l’Istat e la Caritas. Nel rapporto appena diffuso da quest’ultima si legge che sono stati 278 mila i nuclei familiari assistiti nel corso del 2024, con un aumento del 3% rispetto all’anno precedente.

Ma la percentuale davvero allarmante è quella che si ottiene in relazione a dieci anni fa: +62%. Nel corso di un decennio le famiglie che sono dovute ricorrere alla benificienza per sopravvivere sono aumentate a migliaia. Oggi, la Caritas afferma che i suoi servizi riescono a raggiungere il 12% dei nuclei in povertà assoluta (oltre 5 milioni e mezzo di persone in Italia).

Un altro dato significativo ricordato dalla Caritas è che è diminuita la quota dei nuovi ascolti, cioè delle persone che cercano per la prima volta l’assistenza dell’ente benefico. Se questo può sembrare un segnale incoraggiante, è in realtà il contrario. Infatti, messo in relazione ai dati appena citati, significa che la povertà per molte persone è ormai una condizione cronica, non il frutto di crisi temporanee.

L’incidenza delle persone a rischio povertà è aumentata anche nel 2024, dal 22,8% al 23,1%. E questo anche perché il lavoro non difende più dal cadere verso l’indigenza. Nella sintesi del rapporto Caritas si legge che “il 16,5% degli operai o figure assimilate sperimenta condizioni di povertà assoluta e complessivamente il 21% dei lavoratori ha un reddito troppo basso per vivere in modo adeguato”.

La Caritas ricorda poi che, a peggiorare pesantemente la situazione, è stato il rincaro dei prezzi sperimentato negli ultimi anni. Anche ora che la fiammata inflazionistica è passata, i costi continuano a crescere mentre i salari aumentano molto più lentamente. Viene poi ricordato che, stando ai dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dal 2008 al 2024 i salari italiani hanno perso l’8,7% del potere d’acquisto: è il dato peggiore tra tutti i Paesi del G20.

Sempre parlando di inflazione, anche l’Istat ha diffuso le analisi definitive per il mese di maggio. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per tutta la collettività è diminuito dello 0,1% su base mensile, con un incremento su base annuale dell’1,6%, ovvero leggermente meno delle stime diffuse precedentemente. L’ARERA ha inoltre appena certificato che gli italiani sono quelli che pagano le bollette più alte nell’area euro, insieme ai tedeschi.

Eppure, come già successo nel mese precedente, il carrello della spesa – i beni alimentari e quelli per la cura della casa e della persona – al contrario, stanno continuando ad accelerare: da +2,6% a +2,7%. Per esempio, i beni alimentari sono passati da +2,2% a +2,7%. Sono questi gli acquisti che più impattano sui bassi redditi, cronicizzando situazioni di difficoltà economica.

Ovviamente, su tali prezzi ha un forte impatto il costo dei beni energetici, che per ora continua a diminuire, ma che potrebbe risentire a breve gli effetti della nuova incertezza internazionale creata da Israele con l’attacco all’Iran. I prezzi di petrolio e gas sono già aumentati, anche se per ora il balzo in avanti è poi leggermente rientrato. Ma le aspettative non sono delle più rosee.

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29/04/2025

Eurostat: “a rischio povertà un lavoratore su dieci, anche se impiegato a tempo pieno”

Le ultime tabelle pubblicate dall’Eurostat dipingono l’immagine di un’Italia in cui la povertà diventa sempre più strutturale, innanzitutto perché colpisce in pratica allo stesso modo anche chi ha un lavoro a tempo pieno. Sembra paradossale, ma è così: l’Italia è un paese che si fonda sul lavoro sottopagato.

Il rischio povertà nel 2024 è rimasto stabile rispetto all’anno precedente (18,9%), ai livelli minimi dal 2009 ma solo per qualche decina di migliaia di persone su un totale di oltre 11 milioni. Allo stesso tempo, le persone che effettivamente sono scivolate in povertà assoluta sono aumentate, raggiungendo nel 2023 il numero di 5,7 milioni di residenti, ovvero circa uno ogni dieci.

I dati dell’Eurostat ci dimostrano che ciò è avvenuto perché le retribuzioni dei lavoratori non danno più la minima assicurazione di una vita dignitosa. Gli occupati con un reddito inferiore al 60% di quello mediano nazionale (parliamo di appena 12.363 euro), al netto dei trasferimenti sociali, sono passati dal 9,9% al 10,2% nel complesso.

La cosa peggiore è che se consideriamo gli impiegati a tempo pieno, questa percentuale è passata dall’8,7% al 9%, valori non molto distanti da quelli generali. A essere più in difficoltà sono innanzitutto i lavoratori indipendenti (17,2% a rischio, in netto aumento rispetto al 2023).

La povertà tra gli occupati è più diffusa nella fascia di età tra i 16 e i 29 anni (11,8%), mentre tra i 55 e i 64 anni si ferma al 9,3%. Anche il titolo di istruzione conta: gli occupati poveri sono maggiori tra chi ha completato unicamente la scuola dell’obbligo rispetto a chi ha ottenuto una laurea (18,2% contro il 4,5%, ma entrambe le percentuali sono in aumento).

Un dato abbastanza significativo è quello della deprivazione materiale. Circa 5 milioni di persone, infatti, non possono permettersi almeno 5 di 13 voci di spesa (beni, servizi o attività sociali specifici) considerate essenziali nel determinare una qualità di vita adeguata. Parliamo di una casa adeguatamente riscaldata, di un pasto con proteine almeno ogni due giorni, di avere almeno due paia di scarpe e così via.

Torna quindi ad aumentare anche il divario tra ricchi e poveri. Il primo decile della popolazione calcolato in base ai redditi conta su una quota del reddito nazionale del 2,5%, in calo tra il 2023 e il 2024. L’ultimo decile, quello più ricco, esprime una quota del reddito nazionale del 24,8%, in aumento sul 24,1% del 2023.

Su questi dati ha ovviamente impattato in maniera significativa l’andamento dei prezzi. Il mancato rinnovo di tanti contratti collettivi ha peggiorato ulteriormente la situazione. Risultano però piuttosto intollerabili le accuse che dal centrosinistra sono state mosse al governo: non perché l’esecutivo Meloni non abbia responsabilità per questi dati, ma perché la condivide con l’opposizione.

Arturo Scotto, capogruppo PD in commissione Lavoro alla Camera, ha affermato che “c’è un tabù che il governo Meloni non vuole rompere: si chiama salario minimo”. È lo stesso tabù che ha accompagnato i precedenti governi, con il centrosinistra che ha depotenziato ogni proposta concreta e che ha anzi assecondato la linea della moderazione salariale quando l’inflazione – da profitti – volava.

Oggi la strumentalizzazione delle retribuzioni di milioni di lavoratori mette ancora più in pericolo la loro capacità di garantirsi una vita per lo meno dignitosa, come i dati dell’Eurostat confermano senza appello.

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21/01/2025

Anche in Italia aumentano i ricchi ma cresce la disuguaglianza sociale. È il capitalismo bellezza!

Nel mondo i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri più poveri. In sostanza il meccanico disugualitario sul quale si fonda il capitalismo sta agendo pienamente e con conseguenze crescenti. L’Italia in questo boom delle disuguaglianze non fa eccezioni, anzi.

Nel nostro paese si contano infatti almeno 71 miliardari che hanno un patrimonio complessivo di 272,5 miliardi di euro. Ma viene calcolato che la loro ricchezza continua ad aumentare, almeno di 61,1 miliardi in un solo anno. Con un dettaglio: questi rentiers (ovvero gente che campa di rendita, ndr) hanno fatto poco o nulla per ritrovarsi più ricchi. Infatti in Italia quasi due terzi della ricchezza miliardaria (il 63%) è frutto di eredità, sulle quali però è praticamente impossibile – a causa della feroce resistenza dei ricchi e dei loro partiti di riferimento – introdurre delle tasse di successione decenti e adeguate che in qualche modo redistribuiscano al paese questa ricchezza “immeritata” ma solo ereditata.

Ma anche nel resto del mondo, secondo un rapporto reso pubblico da Oxfam al Forum Economico Mondiale di Davos “tutti i miliardari sotto i 30 anni hanno ereditato i propri patrimoni, una prima ondata di quello che è stato soprannominato il fenomeno del grande trasferimento di ricchezza, per cui si prevede che nei prossimi due o tre decenni più di 1.000 miliardari lasceranno oltre 5.200 miliardi di dollari ai propri eredi”.

Secondo il rapporto di Oxfam, a metà dello scorso anno, il 10% più ricco dei nuclei familiari possedeva oltre otto volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie. Se oggi è salito a otto volte, questo rapporto era pari a 6,3 appena 14 anni fa. La ricchezza dei miliardari lo scorso anno è cresciuta di 2.000 miliardi di dollari, a un ritmo tre volte più veloce rispetto al 2023.

Anche in Italia la ricchezza è fortemente concentrata al vertice: il 5% più ricco delle famiglie italiane, detentore del 47,7% della ricchezza nazionale, possiede oggi quasi il 20% in più dell’ammontare di ricchezza complessivamente detenuta dal 90% più povero.

Contestualmente a questo boom della concentrazione della ricchezza privata, scrive Oxfam, il numero di persone che nel mondo vivono sotto la soglia di povertà di 6,85 dollari al giorno è rimasto lo stesso del 1990, ovvero non è diminuito nonostante le “magnifiche e progressive sorti del capitalismo e della globalizzazione”. Si tratta di più di 3,5 miliardi di persone.

In Italia la povertà assoluta attanaglia quasi di 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone che non dispongono di risorse mensili sufficienti ad acquistare un paniere di beni e servizi essenziali per vivere in condizioni dignitose. Non solo. L’incidenza della povertà a livello familiare è aumentata in un anno passando dall’8,3% all’8,4%, mentre quella individuale è rimasta invariata al 9,7%. E poi c’è la povertà relativa, quella di milioni di persone povere anche se hanno un lavoro perchè le loro retribuzioni sono talmente basse da non consentire una esistenza quantomeno dignitosa. In Italia nel 2023 è salita al 14,5% della popolazione, era il 14 solo un anno prima. Si calcola che nel 2024 ben l’11,5% degli occupati – cioè che hanno un lavoro – siano a rischio povertà.

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07/12/2024

Solo se sei povero sai cos’è veramente la povertà

La dimostrazione di questo assioma è quotidiana, nell’egoismo diffuso del materialismo consumista, nell’insensibilità incosciente di chi non ascolta, o accoglie con fastidio le dimostrazioni pratiche della povertà. La povertà vera non è nulla di commovente, nulla che sia facile o piacevole da descrivere.

Fra le sue pieghe si può certamente trovare spiritualità e saggezza (io l’ho trovata), ma occorre esservi predisposti, sin da prima che essa si occupi di te, perché quando lo fa, si prende tutto: casa, possedimenti materiali, salute, orgoglio e dignità, e riconquistarli ha il prezzo della tua stessa vita.

Vi parlo di povertà perché sono povero, ed io la capisco. La povertà è denti rotti e mancanti (a me ne mancano 16), cure negate, malattie endemiche trascurate e lasciate correre. La povertà è l’essere indifesi di fronte all’abuso, il dover chiedere quel che si sa verrà probabilmente negato, il lasciar scorrere su di te la prepotenza del sistema.

La povertà è alienazione, esclusione... a tratti follia e disperazione, un lungo cunicolo senza uscita... un tunnel dove la speranza muore e si azzera, dove le prospettive divengono piatte e inutili, dove il futuro si annulla e diviene paura.

La povertà quindi non è nulla di poetico, ed il trovare poesia deriva dalla compassione che hai già, non quella che troverai intorno a te... perchè nessuno realmente te ne darà, se non formalmente... per il semplice fatto che non capiscono, non sanno davvero con che cosa hanno a che fare.

Non lo sanno i politici, non lo sanno gli ecclesiastici, non lo sanno i finti santoni, non lo sanno gli sbirri, non lo sanno i giudici, non lo sanno i pietosi, pelosi, perbenisti, non lo sanno i caritatevoli piccolo borghesi annoiato-buonisti, ne sanno poco e poco ne comprendono persino gli addetti ai lavori.

Solo i poveri capiscono realmente la povertà, perché bisogna provarla per capire davvero cosa sia, come essa divori morale, etica e dignità, come essa azzeri e annulli tutte le chiacchiere inutili fatte intorno e attorno a lei.

I poveri nessuno li ascolta davvero, fingono i più, i compassionevoli veri sono pochi, pochissimi... quelli che capiscono persino meno, perché un povero... non è credibile, non potrebbe mai essere un intellettuale, un saggio, uno scrittore vero, un poeta, o un artista figlio d’arte come me.

La povertà è legata alla filosofia corrente, all’ignoranza, alla stoltezza, all’alienazione, ed oggi più che mai essa viene vissuta e descritta dai più come una forma di colposa e degenerante auto esclusione, quasi fosse una scelta cosciente.

Non parlate di povertà se non sapete, non irridete con la vostra patetica e distratta attenzione qualcosa di cui non avete intenzione di scrutare la profondità... che non vi interessa, che vi spaventa, che rappresenta un peso inutile nel vostro risiko delle strategie...

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02/12/2024

L’Italia ridotta come la Grecia, ma a fuoco lento

Nel 2015 Troika, Unione Euruopa e il solito Fondo Monetario Internazionale imposero alla Grecia un sanguinoso “programma di salvataggio”: in cambio di tre “piani di aiuto” (289 miliardi concessi a tassi d’interesse usurai, con piani di rientro infiniti), dal 2010, vennero applicate al paese riforme draconiane: misure che distrussero, nel giro di pochi anni, il già malmesso welfare greco e che costrinse lo Stato ellenico a svendere gli asset strategici del paese, facendo precipitare la sua popolazione nella miseria più nera.

E tutto ciò soltanto per salvare le banche tedesche e francesi che avevano largheggiato con prestiti sia allo Stato che ai privati, creando per qualche anno una euforia da benessere effimera e senza basi economiche serie. Poi l’improvvisa richiesta di “rientro” fatta tramite l’Unione Europea.

Ricordate il referendum del luglio 2015 contro quel feroce piano di austerity? L'“OXI”, il no, fu votato dalla maggioranza schiacciante del popolo greco (61%), ma dato che Tsipras si era mostrato comunque favorevole ad un accordo con la UE, Varoufakis si dimise ed il piano passò lo stesso.

La volontà popolare dei greci, fu totalmente ignorata e dall’orgoglio e l’entusiasmo che il popolo ellenico aveva riscoperto e trasmesso a tutto il mondo, si passò, nel giro di pochissimo tempo, alla delusione ed alla rabbia per il tradimento consumato.

Nel corso degli anni successivi la disoccupazione salì al 27,5% (quella giovanile al 60%) contro una media dell’8,3% nella zona euro; mentre il potere di acquisto dei greci scese di dieci volte e lavoratori e pensionati, per sopravvivere dovettero indebitarsi fino al collo. L’emigrazione arrivò al 31% e, a causa dei sanguinosi tagli alla sanità pubblica, milioni di persone non ebbero più accesso alle cure mentre il tasso di mortalità aumentò notevolmente compreso, purtroppo, quello infantile.

La Grecia di allora sembra l’Italia di oggi? Si, le somiglia tantissimo.

Sanità sfasciata e dentro una dinamica di progressivo smantellamento: personale agli sgoccioli ed allo stremo, pronto soccorsi come inferni; attese infinite anche per accertamenti ed analisi salva-vita e malati oncologici; medicina territoriale sempre più ridotta al lumicino e boom della sanità privata e in convenzione tanto che, nel 2023, gli italiani costretti a rinunciare alle cure sono stati 4,5 milioni per meri motivi economici.

Poi, in materia di salari e stipendi, l’Italia è, da un pezzo, il paese peggiore dell’area UE. Una proiezione sugli ultimi trenta anni, pubblicata a maggio 2022, certificava inesorabilmente che, soltanto nel nostro paese, salari e stipendi anziché aumentare nei 30 anni che vanno dal 1990 al 2020 registravano una contrazione del 2,9%.

Una percentuale che, a causa della pandemia era già da ritoccare ma che, con la guerra e l’economia di guerra (esclusione dal nuovo patto di stabilità della spesa militare in fortissima crescita) che l’Unione Europea sta imponendo ai paesi membri e con un’inflazione galoppante a due cifre, è destinata a crescere in modo esponenziale.

La povertà assoluta colpisce 5,7 milioni di individui, pari al 9,7% del totale dei residenti in Italia mentre cresce sempre più l’incidenza della povertà relativa che coinvolge ormai più di 8,5 milioni di individui anche perché continua ad espandersi drammaticamente l’area del lavoro povero: almeno il 12% dei lavoratori sono working poors, persone che pur lavorando sono povere e non riescono a vivere in modo dignitoso. Si tratta di almeno 3 milioni di persone che guadagnano meno di 11.500 euro netti l’anno, ovvero, poco più di 950 euro al mese, se va bene.

Sul lato previdenziale poi, altro che “abolizione della legge Fornero” o “pensione anticipata”. Tutte chiacchiere al vento. La riforma previdenziale allo studio del Governo prevede che dal 2029 l’uscita dal lavoro passerà dagli attuali 67 anni a 67 anni e 5 mesi.

Secondo osservatori e analisti, l’obiettivo finale è il superamento del tetto dei 70 anni. E si tratta di pensioni calcolate con il famigerato sistema “contributivo” che si basa non più su un sistema di ripartizione solidale ma soltanto sui contributi versati. In parole povere questo vuol dire, per i più, pensioni da fame.

Basterebbe ricordare che, ad esempio, in Francia, con la riforma Macron, l’età pensionabile è passata da 62 a a 64 anni, ma calcolata con il metodo retributivo: quello che nel 1995 governo e Cgil, Cisl e Uil, hanno fatto sparire di comune accordo per lanciarsi, tutti insieme appassionatamente, nella favolosa (per loro) avventura dei fantastici fondi pensione.

Le grandi compagnie assicurative ancora ringraziano ma non ancora sazie vorrebbero scippare ai lavoratori anche i TFR (trattamenti di fine rapporto). C’est l’Italie.

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03/11/2024

Eurostat: chi nasce povero in Italia (e in Bulgaria e Romania) resta povero a vita

L’Eurostat, istituto di statistica continentale, ha da poco pubblicato una serie di dati con cui ha cercato di calcolare il peso della condizione economica di partenza su quella raggiunta in età adulta.

Il fenomeno viene chiamato “trasmissione inter-generazionale degli svantaggi”, ed è molto utile per analizzare il grado di mobilità sociale in un paese.

I risultati hanno mostrato che un europeo su cinque tra i 25 e i 59 anni, se proveniente da una famiglia che viveva tra le ristrettezze economiche, continua a sperimentare le stesse difficoltà da adulto.

Ma l’Italia, al solito, registra record negativi e lo fa anche in questa occasione, salendo sul podio dei paesi in cui l’ascensore sociale è fermo.

Chi, a meno di 14 anni, viveva in condizioni vicine alla o direttamente di povertà continua tutt’ora a trovarsi in questa situazione, soprattutto in Bulgaria (48,1%), in Romania (42,1%) e, infine, nel Bel Paese (34%). In Italia solo il 14,4% registra una buona situazione finanziaria una volta cresciuto.

In particolare, il fenomeno è peggiorato con la pandemia, a ribadire come le classi dirigenti del paese non siano state in grado di affrontare adeguatamente la crisi sanitaria.

Prima del COVID-19 i dati italiani si fermavano rispettivamente al 30,7% e al 15,9%: pur sempre sotto la media europea, ma decisamente migliori.

Uno dei fattori che gioca un ruolo fondamentale è l’istruzione. L’istituto europeo sottolinea che “il tasso di rischio di povertà per le persone di età compresa tra 25 e 59 anni era inferiore di 10,6 punti percentuali per coloro i cui genitori avevano un livello di istruzione superiore (8,5 per cento) rispetto a coloro i cui genitori avevano un livello di istruzione inferiore (19,1 per cento)”.

È da vedere quanto ancora questo elemento sarà così dirimente, vista la precarietà dilagante anche tra i laureati e la crescente mancanza di opportunità nel paese, che spinge migliaia di giovani a emigrare. L’Istat ha calcolato che tra il 2013 e il 2022 se ne sono andate dall’Italia 352 mila persone nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, e 132 mila avevano un titolo di laurea in tasca.

A volte viene definita ‘iperqualificazione’, quando in realtà significa che non c’è un tessuto produttivo capace di assorbire l’alta formazione del paese. E non parliamo nemmeno di numeri imponenti: nella stessa fascia d’età, nel 2023 i laureati erano il 30,6%, quasi 13 punti sotto la media europea.

Questo è il quadro prodotto dal ‘combinato disposto’ tra la crisi che non ha mai sostanzialmente lasciato l’Occidente dal 2008 a oggi, e la riorganizzazione produttiva continentale spinta dai trattati europei. E di certo la realtà italiana è stata una di quelle maggiormente colpite da questi processi.

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29/10/2024

Pensioni: nella Legge di Bilancio appena una carità di Stato

Salvo verifiche e nuovi interventi in sede di approvazione della Legge di Bilancio 2025 in discussione in queste ore in Parlamento, le risorse destinate dal Governo Meloni all’aumento delle pensioni minime rispetto all’aumento del costo della vita comporteranno il riconoscimento di circa tre euro al mese in più sul rateo della pensione.

Il valore attuale della pensione minima è di 598,61 euro per gli under 75 e di 614,77 euro per gli over 75 che, con l’adeguamento al costo della vita, arriveranno così a 616,9 euro, cifre ben lontane dai 1.000,00 euro sbandierati in campagna elettorale e per cui continueremo a batterci.

Oltre 5 milioni di Italiani sono censiti tra chi si colloca al di sotto della soglia di povertà, oltre 4,5 milioni di pensioni non raggiungono i 1.000,00 euro.

Dai provvedimenti varati da questo Governo si fa sempre più forte la sensazione che non si voglia affrontare il problema ed anzi si sprofondi, in tema di pensioni, alla fine dell’800 alle Opere Pie, al mutualismo operaio, alla beneficenza caritatevole della borghesia liberale con cui si provava ad affrontare il problema degli infortuni, dell’invalidità, vecchiaia e superstiti, prima dell’approvazione nel 1898 della Cassa di previdenza libera sussidiata dallo Stato, per la quale l’iscrizione era ancora volontaria.

Piuttosto che allo smantellamento della “Legge Fornero”, a forza di interventi peggiorativi il Governo Meloni sembra tornare indietro anche rispetto al 1898, manca solo la riattivazione delle Poor laws e delle workhouse di Oliver Twist, che forse a pensarci bene sono già attive come quella appena varata in Albania, insieme a tutte le altre presenti nel territorio nazionale, per la gestione del fenomeno dell’immigrazione insieme con lo sfruttamento o per meglio dire schiavismo soprattutto in agricoltura.

Un’assoluta regressione rispetto all’Art.38 del dettato costituzionale, che ha affidato allo Stato il superamento della condizione di bisogno, come fattore necessario per garantire ai cittadini di questo Paese il pieno godimento di tutti i diritti civili e politici.

Come a dire che oggi questi diritti sono di fatto negati a causa della condizione materiale di bisogno di chi si trova sotto la soglia di povertà, che non si modifica con tre euro in più, mentre la ricchezza ed il capitale appaiono sempre più arroganti e, difesi dal Governo, non intendono accettare “sacrifici” sul piano fiscale, rendendosi disponibili tuttalpiù a concedere caritatevolmente solo l’elemosina.

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16/08/2024

Si chiamava Satnam Singh

di Marco Sommariva

“Si chiamava Satnam Singh. Aveva trentuno anni, un bel pezzo di vita davanti. Per dare dignità a quella vita, dall’India, aveva scelto di venire a vivere e lavorare in Italia tre anni fa con sua moglie. E come tanti altri suoi connazionali si era stabilito nell’Agro Pontino, nella provincia di Latina, dove vivono migliaia di altri braccianti indiani di origine sikh che lavorano per lo più con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento, assicurando frutta e verdura ai mercati di mezza Italia.”, così iniziava l’articolo pubblicato il 20 giugno scorso, su AvvenireNon riesco ad andare avanti perché, subito, il cervello mi riporta ad alcune mie vecchie letture per ricordarmi che è la “solita” storia, è tutto già visto.

Il primo libro che mi viene in mente è I nomadi, una raccolta di articoli di John Steinbeck. I pezzi vengono scritti quando – nel 1936, nel pieno della Grande depressione – il San Francisco News gli commissiona una serie di articoli sulla condizione dei braccianti agricoli immigrati in California: statunitensi del Midwest colpiti dalla crisi e costretti a fuggire dalle tempeste di sabbia della Dust Bowl. Steinbeck salirà su un furgone da panettiere e inizierà il suo viaggio fra le vallate della California, dove s’imbatterà in un’umanità sfinita dal lavoro, umiliata, in un popolo di senza terra, schiacciato dall’economia e dalla natura infuriata.

Braccianti con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento che assicurano frutta e verdura ai mercati di mezza Italia, braccianti agricoli immigrati in California sfiniti dal lavoro schiacciati dall’economia: “I migranti sono necessari, e sono odiati. Quando arrivano in una regione, incontrano l’avversione che i residenti dispensano da sempre al forestiero, all’estraneo. L’odio per lo straniero è presente lungo tutto la storia umana, dai villaggi primitivi fino al nostro sistema agricolo industriale altamente organizzato. I migranti sono odiati per diversi motivi: sono persone sporche e ignoranti, portano malattie, richiedono una maggiore presenza delle forze dell’ordine […]. Non vengono mai accolti in una comunità o nella vita comunitaria. Vagabondi di fatto, non è mai concesso loro di sentirsi a casa dove sono richiesti i loro servizi.” Ma, come osserva Avvenire nel prosieguo dell’articolo, sono fatti noti e denunciati da anni e che sono contrassegnati da quattordici ore e più di lavoro al giorno, ma più spesso di notte, con paghe che si aggirano sui tre euro all’ora, meno di un terzo di quanto prevede il contratto collettivo.

Non sarà che noi “occidentali” ci stiamo garantendo la sicurezza economica annientando i diritti umani di “altri”, facendo uso di violenza? Scriveva Steinbeck nel ‘36: “Se […] la nostra agricoltura richiede che sia creata e mantenuta a ogni costo una classe di bassa manovalanza, allora si dà per scontato che l’agricoltura californiana non sia economicamente sostenibile in un regime democratico. E se per garantirci la sicurezza economica sono necessari la violenza e l’annientamento dei diritti umani, le fustigazioni, gli omicidi commessi dagli agenti, i rapimenti e il rifiuto di tenere processi davanti a una giuria, si dà anche per scontato il rapido declino della democrazia in California. I metodi fascisti sono più diffusi, vengono applicati con maggior forza e più apertamente in California che in qualsiasi altra parte degli Stati Uniti.”

Nello stesso articolo di Avvenire leggo: “Satnam è arrivato all’ospedale San Camillo di Roma […] trasportato d’urgenza da un elicottero. Mentre lavorava nei campi è stato agganciato da un macchinario avvolgi-plastica a rullo trainato da un trattore, che gli ha tranciato il braccio e schiacciato le gambe. O almeno, questo hanno raccontato gli altri braccianti che erano con lui visto che i suoi datori di lavoro, alla vista della scena, se la sono data a gambe: l’hanno semplicemente caricato sul pullmino (con lui la moglie, anche lei dipendente della stessa azienda, che a bordo implorava di chiamare l’ambulanza) e riportato a casa. Lì l’hanno lasciato, col suo braccio staccato appoggiato in una cassetta per gli ortaggi, moribondo. A quel punto l’allarme dei vicini e la chiamata al 118. Un abisso di disumanità, oltre che un ritardo nei soccorsi che probabilmente gli è stato fatale: il giovane è morto stamane per via delle ferite riportate e delle emorragie.”

Anche sull’abisso di disumanità e sull’uccisione dei migranti, Steinbeck ci aveva già raccontato qualcosa: “Le grandi aziende agricole californiane sono organizzate in modo minuzioso e applicano una gestione centralizzata del lavoro come fanno le industrie e i trasporti, le banche e i servizi pubblici. […] I ranch gestiti da queste grandi aziende agricole speculative dispongono in genere di case per i lavoratori migranti, case per cui chiedono un affitto […]. Nella maggior parte dei casi non è ammesso che un lavoratore si rifiuti di pagare. Se vuole lavorare, deve vivere nella casa, e l’affitto viene scalato dalla sua prima paga. […] La volontà del proprietario del ranch è legge; i suoi sorveglianti sono sempre sul posto, con le pistole bene in vista. Il dissenso equivale alla resistenza a un pubblico ufficiale. Un’occhiata alla lista dei migranti feriti o uccisi in California a colpi di arma da fuoco, nell’arco di un solo anno, per “resistenza a pubblico ufficiale” può dare un’idea precisa della disinvoltura con cui questi “ufficiali” sparano ai lavoratori.”

Pare impossibile essere riusciti a scavare il fondo che avevamo toccato da un pezzo: prima li uccidevamo sparandogli, ora li ammazziamo più lentamente, lasciandoli davanti casa senza un braccio, sanguinanti.

Altro libro che mi è venuto in mente è Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij, un romanzo del 1866 di cui ci dice qualcosa l’autore stesso: “È il rendiconto psicologico di un delitto. Un giovane, che è stato espulso dall’Università e vive in condizioni di estrema indigenza, suggestionato, per leggerezza e instabilità di concezioni, da alcune strane idee non concrete che sono nell’aria, si è improvvisamente risolto a uscire dalla brutta situazione. Ha deciso di uccidere una vecchia che presta denaro a usura.”

È lecito chiedersi cosa c’entra un romanzo del genere con la vicenda Satnam Singh. Corretto. Mi spiego subito: primo, perché si parla di qualcuno che vive in condizioni di estrema indigenza; secondo, perché ricordavo che, fra le tante cose, in quelle pagine c’erano alcuni passaggi interessanti sull’argomento miseria, e ditemi voi se questa non c’entra nulla con l’indiano amputato e poi deceduto: “Nella povertà voi conservate intatta la nobiltà dei vostri sentimenti innati, ma nella miseria nera no, nessuno mai ci riesce. Quando si è in miseria nera, non ti si butta nemmeno fuori a bastonate, ma ti si spazza via da ogni consorzio umano con la scopa, per aggravare l’offesa; ed è giusto, poiché nella miseria nera io per primo sono pronto a offendere me stesso.”

Ecco cos’abbiamo fatto con Satnam Singh quando l’abbiamo lasciato davanti a casa senza soccorrerlo, l’abbiamo spazzato via.

Eppure, chi succhia il sangue ai poveri non dovrebbe prendere troppo sottogamba i pericoli che corre: “Delitto? Quale delitto? […] Perché ho ucciso un pidocchio schifoso, malefico, una vecchia usuraia che non era utile a nessuno, che succhiava il sangue ai poveri, un essere la cui soppressione dovrebbe far perdonare quaranta peccati? Questo sarebbe un delitto? Non ci penso nemmeno, e non intendo affatto lavarlo. Tutti puntano il dito contro di me, e mi sento dire da ogni parte: Delitto, delitto! […] Ah! È la forma che non va, la forma non è esteticamente soddisfacente!… Be’, proprio non capisco: distruggere il prossimo con le bombe, o dopo un regolare assedio; è forse un modo più rispettabile? La preoccupazione estetica è il primo segno di debolezza! Mai, mai me ne sono reso conto prima di adesso, e men che mai capisco in che cosa consiste il mio delitto! Mai, mai sono stato più forte e più convinto di adesso!...”

Immagino, invece, quello che potrebbe essere balzato in testa a chi si è allontanato dopo aver lasciato davanti casa l’indiano senza un braccio: “A tutto finisce per abituarsi, questa carogna che è l’uomo! Oppure, Gente felice quella che non ha nulla da chiudere a chiave!”

Sperando di non mancare di rispetto a Satnam Singh e ai suoi famigliari, e continuando a pescare da Delitto e castigo pur sapendo che un prete nulla c’entra coi sikh, mi sono permesso d’immaginare l’indiano pronunciare queste parole poco prima di morire: “[…] lasciatemi almeno morire in pace […] Che cosa? Un prete?… Non serve… Avete proprio soldi da buttare via?… Non mi lascio dietro peccati, io!… Dio mi deve perdonare anche così… Lui lo sa quanto ho sofferto!… E se non mi perdona, vuol dire che non ha importanza!…”

Visto che stiamo parlando di miseria, credo non sia per nulla fuori luogo parlare di elemosina e riportare un altro estratto del romanzo di Dostoevskij: “[…] non posso approvare, per principio, la beneficenza privata, giacché non solo non elimina radicalmente il male, ma anzi lo alimenta ancor di più […].”

Anche Gandhi diceva qualcosa di simile: “Mi rifiuto di insultare il povero offrendogli dei cenci di cui non ha bisogno invece che del lavoro di cui ha un bisogno estremo.” (da L’arte di vivere)

Ma esiste ancora il povero? Jules Feiffer, scrittore e fumettista statunitense, ci fa notare questo: “Ero solito pensare di essere povero. Poi mi dissero che non ero povero, ero bisognoso. Poi mi dissero che era autodistruttivo pensare a me stesso come bisognoso, ero solo privo di mezzi. Poi mi dissero che privo di mezzi era una cattiva immagine, ero sottoprivilegiato. Poi mi dissero che sottoprivilegiato era abusato, ero svantaggiato. Non ho tuttora un centesimo. Ma di certo ho un gran bel vocabolario.” (in Zona Letteraria, monografico intitolato “La colpa di essere poveri”).

Volendo, all’elenco sopra potremmo aggiungere “i meno fortunati” e chissà quant’altri giochi di parole.

Bisogna fare molta attenzione all’arma del linguaggio utilizzato da chi muove i fili di questo sistema che crea braccianti con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento, sfiniti dal lavoro, schiacciati dall’economia.

E altrettanta attenzione andrebbe riservata a chi si esprime sui motivi che generano questa povertà. Solitamente il pensiero di destra ritiene la povertà un fatto individuale: chi, nella competizione sociale, resta povero è perché è pigro, incolto, ignorante, in qualche misura inferiore. Invece, come ha scritto l’amico Gianfranco Manfredi sulla rivista Zona Letteraria, monografico intitolato “La colpa di essere poveri”, “la teoria della sinistra è […] che la povertà è un fattore strutturale, cioè di sistema. Chi si trova in povertà è in tale condizione perché si trova in settori economici che non riescono ad assicurare loro guadagni adeguati. La mobilità sociale consente a queste persone di non restare eternamente confinate in questi settori, nella misura in cui riescano a spostarsi in settori più remunerativi. Tuttavia, i settori economicamente depressi restano tali, e altre persone vi cadono.” (Gianfranco Manfredi, “Breve storia del pauperismo medievale. Il movimento dei pauperes spiritu da Valdo di Lione a Francesco d’Assisi”)

Non credo di dire un’eresia se scrivo che la povertà sta aumentando proporzionalmente a quanto sta aumentando il denaro che finisce nelle mani di pochi e che, quindi, la lotta contro la povertà non può prescindere dall’intervenire sui processi che permettono l’accumulo di ricchezze sempre e soltanto nelle stesse tasche.

Ma quali sono le mani dei pochi in cui finisce il denaro? Le grandi aziende agricole citate da Steinbeck? I mercati di frutta e verdura di mezza Italia citati da Avvenire? Magari le catene di supermercati che – fresca o surgelata – vendono questa frutta e verdura? Nessun altro? E se queste mani fossero anche le nostre, di noi consumatori, che acquistiamo solo a fronte di prezzi stracciati pur potendo sborsare qualcosa di più e che, risparmiando qua e là, spendiamo quel denaro accantonato in altri generi di consumo spesso e volentieri prodotti dal miliardo circa di poveri sparsi in giro per il mondo?

Sperando l’umanità faccia la scelta giusta fra le due opzioni riportate da Tolstoj nel suo saggio Guerra e rivoluzione del 1906 – “Ora, nella situazione attuale, l’umanità ha due scelte: o aderire alla civiltà esistente che assicura la più grande quantità di felicità a una minoranza, mentre la maggioranza è lasciata nella miseria e nella schiavitù; o sacrificare una parte delle conquiste della civiltà, cioè tutte le conquiste vantaggiose per un piccolo numero di persone, e questo subito, senza procrastinare, una volta che si sarà riconosciuto che sono precisamente questi vantaggi che impediscono alla maggioranza di essere libera dalla miseria e dalla schiavitù.” – mi chiedo... non è che il povero Satnam Singh l’ho anch’io sulla coscienza?

Fonte

Tutto ben scritto qui sopra, a parte l'ultimo paragrafo in cui il senso collettivo dell'umanità richiamata nella citazione di Tolstoj viene declinata in una chiave individualista da consumatore consapevole che è del tutto fuori luogo e soprattutto fuorviante.

Perché no, il consumo consapevole non sarà mai di massa in quanto il consumatore subisce le dinamiche di mercato senza mai poterle determinare a livello sistemico.

05/08/2024

Penultimi uomini: le super alienazioni delle nuove povertà

“Lino dovrebbe fare il lavapiatti”: è il mantra della cerchia sociale e familiare di Lino. Del resto, anche lui si ripete che, certamente, dovrebbe fare il lavapiatti.

La società civile, quanto i migliori della politica, sostengono che quelli come Lino dovrebbero fare i lavapiatti. Così Lino trascorre le giornate cercando di fare il lavapiatti ma, ogni ristoratore che consulta ripete il suo stesso mantra: “Lino dovresti fare il lavapiatti, ma non nel mio ristorante”.

La perversione di un labirinto del genere, quindi, palesa la sua macelleria non solo nelle dinamiche economiche, ma nelle narrazioni che se ne fanno, corrompendo il cervello di chi cade quanto la fame.

Un blackout di logica che annienta i Penultimi Uomini, togliendo loro anche la capacità di elaborare una progettualità credibile: spingendoli sempre più verso la cronicizzazione. Non è solo il problema dei soldi, ma la stessa percezione ulcerosa della propria condizione.

L’indice di povertà assoluta è superato in questi casi da un nuovo parametro: l’indice di povertà percepita. Il come ci si vede e si viene guardati nelle tortuosità delle sconfitte: uno specchio che ti rimanda una immagine malata, fragile, indigeribile.

I meccanismi aggreganti presenti nel Terzo Mondo rendono fisiologiche, quindi condivisibili, condizioni di miseria. Basti pensare alla casa, che seppur una capanna fatta di lamiera, è certamente più amena di un cartone per strada.

Poi, se la condizione di accampato avviene dentro un accampamento, innesca meccanismi di scambio, di microeconomia, di socialità e di amore. Mentre una società livida e basata sul consumismo crea una pena accessoria all’ergastolo di povertà: alienazione perpetua.

Nella iper-libera e iper-ricca Hong Kong spopolano le case bara: piccole gabbie di un metro quadrato, impilate le une sulle altre, come quelle delle galline.

Lino, nel mezzo del cammin della sua vita, si è ritrovato in una selva oscura... Le selve oscure della contemporaneità hanno molteplici fattori scatenanti.

Aspettative, tranelli finanziari, guai personali ma, in tanti casi come quello di Lino che ho osservato, ci sta una componente comune: l’incapacità, personale e dei propri ambiti, di leggere velocemente i fatti ed elaborare strategie atte a superarli.

Come se sbagliando strada, che può capitare a chiunque, una forza oscura conduca quelli come Lino a continuare a sbagliarla, fino a perdersi del tutto.

Un meccanismo mentale, oltre che economico, che ha a che fare con identità, vere o presunte, più che con solidità economiche, anche esse vere o presunte.

Così nel tentare di salvare le apparenze o di evitare bilanci, si finisce in un frullatore, dove non si apprende ad essere poveri, né si riesce a fingere di essere ricchi.

I fallimenti del 2008, ad esempio, sono nelle quotidianità di molti amici come dei cancri esistenziali. Lino è un po’ così: sospeso tra arroganze e umiliazioni, senza capire più il confine tra le due estremità della sua sconfitta.

Il degrado della piccola borghesia e delle nuove povertà nasce proprio da questa ambiguità del nostro sentire.

Si presuppone, ma solo negli altri, una dinamicità sociale che, oltre a non esistere e a non avere nella nostra cultura imprenditoriale un campo di atterraggio, può essere invalidante o impraticabile per determinate persone.

Lino è laureato, ha superato i cinquanta, ha bruciato un po’ di equilibri economici ed esistenziali: non è detto che la cultura punitiva in circolazione possa aiutarlo. È un disfunzionale, ma non riesce ad accettarlo né, tantomeno, a farlo accettare agli altri.

La disfunzionalità rende persone come Lino incapaci a reggere ritmi e riti delle nuove schiavitù e, in ultima analisi, glieli rende anche impraticabili, proprio perché esclusi dagli stessi mercanti di schiavi.

Però, nel frattempo, il suo degrado aumenta e, con il passare degli anni, diventa sempre più ingarbugliato.

Eppure, i salotti ultra liberisti dei rosa confetto, quanto dei fascio leghisti, inneggiano ad un dinamismo sociale (altrui) che fa a pugni con l’immobilismo reale del presente.

Negli Stati Uniti, ad esempio, la logica degli “sporchi 20 dollari”, ossia di lavori umili e sottopagati ma concentrati come orario e velocità di trovarli, sono un paradigma culturale, oltre ad un paracadute sociale.

Si sbucciano patate nei fast food, ma solo qualche ora e si ricomincia a guardarsi intorno dopo un licenziamento, una caduta o una malattia. Avendo, però, il tempo libero per farlo e le risorse minime per sopravvivere.

Un meccanismo anti welfare che consente di andare avanti in un day by day mesto, ma che lascia porte aperte alla speranza di una ricollocazione nella società o, almeno, alla praticabilità di una esistenza dove per “Pane Quotidiano” si intende qualcosa che vada oltre al pane.

Quell’opportunità di poterci tentare e di avere dei codici comuni in cui lo stesso tentativo si nutre di pratiche comportamentali aperte, anche negli interlocutori, come nei propri ambiti affettivi di riferimento.

Quel non sentirsi fallito che, invece, da noi è stigma incancellabile, anche negli occhi di chi ti ama. Si rimane in un limbo viscido, dove l’attesa assume i contorni di un fine pena mai.

Il nostro schiavismo è onnivoro e pretende il corpo dello schiavo a sua disposizione 24 ore su 24, distruggendo la stessa idea di vita.

In questo senso ogni resistenza residua della propria Identità, diventa ostacolo all’oblio insito nella cancellazione della Umanità, richiesta appunto dal nuovo schiavismo per poter accedere al banchetto degli avanzi.

Un tutto o niente che, dopo aver attraversato deserti di dolore e di indigenza, diventa una resa totale che per alcuni può essere suicidio, per altri puro auto annientamento ma, per quelli come Lino, impraticabile: perché la disfunzionalità lo rende fragilissimo, vero, ma incapace di essere altro che sé stesso.

Si deve diventare macchine, per non diventare rifiuti Umani non riciclabili. Oppure, nell’ostinazione di voler continuare a vivere o nell’incapacità a smettere di farlo, si deve mettere in conto l’ergastolo di marginalità che i cicli produttivi di questo capitalismo cannibale impongono a chi è debole, disfunzionale o diverso.

Il “notte & giorno” degli extracomunitari è incostituzionale, eppure sostituisce un welfare inefficiente, almeno nelle sacche di privilegio borghese. Bambini o anziani, di fatto, restano al mondo o ci arrivano grazie a questa forma di schiavismo.

Così come le varie forme di contratti a somministrazione, proprio nella traslazione del Lavoratore da Uomo in corpo ad ore, non prevedono quelle garanzie fondanti della nostra Costituzione.

Eppure, vengono tollerate da Sindacati e Opinione Pubblica come dazi ad una modernità, dietro cui invece si nasconde l’antichissimo anelito alla schiavitù.

Un mio amico afroamericano era caduto in tutti i tranelli delle nuove povertà. Una oscillazione che improvvisamente aveva cancellato lavoro, credibilità economica, equilibrio psicologico. Era caduto nella marginalità totale, finendo anche senza elettricità in casa, oltre che nella impossibilità di pagare l’affitto.

È tornato a New York dalla sorella benestante, ha trovato subito un lavoretto da due ore, ha rimesso in piedi rapporti e decenze, si è ricollocato nel mondo. Ora ha una casa, un lavoro consono alle sue qualità, degli amici e un centro di gravità permanente.

Lino, invece, pur potendo contare sulla solidarietà della famiglia, non ha trovato nulla e campicchia ai margini del mondo, acuendo ogni distanza da equilibri e compostezze.

Le massonerie finanziarie hanno, in pratica, importato dagli Stati Uniti elementi atti a privilegiare la natura vampiresca delle aristocrazie italiote, senza però immettere nel nostro DNA quelle particolarità insite della cultura nordamericane.

Queste rendono possibile le innumerevoli “seconde chance” fisiologiche in quel tipo di capitalismo e, purtroppo, dopo decenni di Bunga&Bunga e di sinistri rosè thatcheriani, anche nel nostro.

Persino le banche guardano con sospetto i clienti che non sono mai falliti, mentre da noi basta saltare qualche rata per essere condannati da insolventi, cattivi pagatori: sentenze per cui quelli come Lino non possono comprare neanche un'aspirapolvere a rate.

Eppure, è proprio il microcredito che può agevolare forme di auto impiego. Uniche strade, oltre le criminali narrazioni dei nostri mass media, che possono condurre alla emancipazione persone che per età, disfunzioni o altro, non sono appetibili al mercato del Lavoro.

Una commessa ha la stessa carriera, per durata, di un calciatore ma non ha gli stessi contratti o contatti. Così non è detto che, se perde il lavoro a quaranta anni, lo possa ritrovare o campare senza.

Ma, se decide per sopravvivere di vendere qualcosa in strada, viene denunciata dallo stesso commerciante che non vuole assumerla o che l’ha licenziata, viene messa in pericolo dagli agguerriti eserciti dei venditori abusivi extracomunitari, viene infine trattata dalle Forze dell’Ordine come se fosse una seguace sanguinaria di Bin Laden.

Una licenza ambulante, però, in mercati frequentati, costa quanto il fitto di un negozio. Poi la nostra kafkiana burocrazia come uno schiaccia sassi distrugge nella sua ossessiva presenza queste forme di auto impiego.

L’inconsistenza di una Sinistra Antagonista e delle sue venti sfumature di rosso in perenne lotta tra loro, favorisce solo la nascita di auto nominati gruppi dirigenti, ostaggi di Ego deformi e distanti dai tormenti della Esclusione.

Anzi, nel paradosso delle presunte élite nostrane, al mio amico Lino è capitato di svolgere qualche mansione per un cantore delle 10 euro all’ora, uno di quelli che raccoglieva le firme per la proposta di legge, ricevendo però una paghetta di circa 1,20€: forse è il gesuitismo che pervade anche alcune isteriche nicchie Comuniste del paese.

Qui si palesa la cruda differenza tra Umiltà e umiliazione, dove alla necessità di essere umili nelle inevitabili cadute della vita, viene sovrapposto l’istinto ad umiliare degli altri. La pecora assassina che è in noi, sempre pronta a dare un calcetto a chi è steso a terra.

Lino ha attraversato tutti questi disgusti traendone due unici volgarissimi insegnamenti: “Più uno si abbassa e più mostra il c…” e “Anche per fare tenerezza bisogna avere qualcosa di esotico e un piccolo borghese decaduto non fa pena a nessuno, nemmeno a sé stesso”.

In tal senso l’oblio della informazione rispetto alla mattanza della piccola borghesia, al suo precipitare verso un sottoproletariato senza arte o parte, è emblematica di come l’estetica del dolore crei audience solo dove presenta connotati di esoticità. Il bambino del Terzo Mondo sporco di fango vince sul bambino alienato e abboffato di psicofarmaci di periferia.

La nevrosi delle narrazioni in circolazione è criminale, proprio perché oltre a condannare alla povertà fisiologica 20 milioni di italiani, li condanna ad una tristezza, fatta di livore, di sensi di colpa e di una emarginazione solida e invalidante.

Così nella maschera del “fannullone sul divano” viene sminuito il ruolo delle automazioni, delle delocalizzazioni, delle concentrazioni tra grandi aziende che, di fatto, cancellano milioni di posti di lavoro in Occidente.

Viene cancellato il torbido meccanismo degli equilibri finanziari, delle privatizzazioni e dei patti di stabilità che hanno cancellato, nella Pubblica Amministrazione quanto nel suo indotto, altre decine di migliaia di posti di lavoro.

Grande Distribuzione, commercio on line, crisi dei consumi, poi, hanno desertificato interi quartieri che non hanno più una saracinesca aperta. Il lavoro non ci sta e quello che ci sta non è adatto a tutti.

Eppure, nessuno lo racconta, nessuno si assume la responsabilità di paragonare i nostri distretti dell’abbandono ad enormi campi di concentramento, dove tranne i forni crematori, tutto sembra simile a quella alterazione nazi fascista che guerre&pandemie sembrano voler imporre ai nostri orizzonti.

Un cane turbato non si guarda mai indietro, se supera il suo buco nero. Il passato non innesca disgusti, proprio perché superato un trauma non incide sulla quotidianità.

Viceversa, il turbamento umano è qualcosa che porta disgusti continui e mette attorno al corpo di quelli come Lino una commedia meschina: un farsi schifo personale che si somma al fare schifo che trasuda dallo sguardo altrui.

Un po’ perché la stessa caduta, di qualunque natura essa sia, mette in moto meccanismi di difesa negli altri. Un po’ perché si diventa minaccia, estranei, diversi anche negli ambiti dove si era accolti prima della rovina.

Meccanismi che messi in moto rappresentano micro macchine del fango, senza però che questo fango inneschi aureole di santità come per i vip.

Tutto sommato, ad esempio, nelle carriere di scrittore una censura o una critica feroce spesso sortiscono l’effetto opposto: quante stroncature hanno favorito la notorietà di Vannacci? Chi lo conosceva prima?

È come se anche la recita del marginale, per essere vendibile, dovesse assumere contorni pornografici e non tutti sono disposti o in grado di girare film porno.

Risultato: l’allontanamento coatto e progressivo di quelli come Lino dal genere umano. Una scomparsa, meglio una dissolvenza, dove si liquefa ogni praticabilità, dalla seduzione erotica alla credibilità finanziaria.

Certi sprofondi creano in alcuni sprofondati odio nel cuore, in altri quella furbizia atavica che trasforma la fragilità in qualcosa di mostruoso: quel lato oscuro che può rendere eroi o vermi in pochi secondi.

Opporsi a queste forze nere che si hanno dentro spingono, possono spingere, ad opporre una inerzia esistenziale: un lento andarsene via.

Come pescare senza esca e senza amo: nessun confronto con gli altri e con sé stesso, come forma estrema di autodifesa non tanto dal mondo, quanto da sé stessi. Rompere le catene dell’auto isolamento non è facile, richiede attenzione, cura, rispetto per le vite perdute.

La solidarietà è sempre azione, mai pippa mentale: azione circolare e orizzontale, mai giudizio o livida carità. È un prendere parte, farsi carico, sporcarsi le mani nella vita degli altri, senza pretendere che sia uguale alla nostra.

Lavoro non ci sta e l’unica soluzione per sopravvivere come Società, ammesso che vogliamo rimanere in un alveo di pacifica convivenza, è quella di accettarlo e inventare forme di Welfare che partano dal duplice assioma: per vivere bisogna mangiare e per mangiare bisogna vivere.

Le stentate misure di sostegno alla povertà attuali, oltre a favorire eserciti della bontà e formatori di nulla, servono a pochissimo.

Stupisce che magistrature così attente non abbiano ancora posto la giusta attenzione sul dramma delle finte formazioni, atte a dare lauti gettoni di presenza ai presunti formatori, senza portare una minimissima potenzialità professionale o uno straccio di competenza ai finti formati.

Una recita macabra che, a sua volta, contribuisce solo alla umiliazione e alla cronicizzazione di ogni marginalità.

Lezioni fatte di silenzi, saluti, pause, filmati mandati da chissà chi che portano fiumi di danaro a chi ne ha già e portano sconforto e pigrizia a chi, invece, avrebbe bisogno di sentirsi utile, stimolato, oltre che aiutato.

Perlopiù si tratta di collegare un telefono a questi formatori e sonnecchiare o fare le parole incrociate, mentre dall’altra parte si sonnecchia o si fanno le parole incrociate.

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