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05/05/2026

La truffa del salario giusto

di Mario Sommella

Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.

Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.

Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.

Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.

È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.

I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.

La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.

E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.

Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.

Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.

La sentenza che il governo vuole cancellare

Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.

Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.

Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.

Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.

Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.

È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».

Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.

Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.

Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».

Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.

Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.

Il premio a chi non firma

Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.

Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.

Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.

Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.

Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.

Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.

E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.

La catastrofe sociale dei salari italiani

Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.

Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.

A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.

La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.

L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.

Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.

Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.

Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.

Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.

Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica

La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.

Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.

Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.

La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.

Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.

La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto

C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.

Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.

È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.

Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.

Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.

La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.

Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.

Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.

In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.

Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.

Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.

Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.

Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.

La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.

È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.

È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.

Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.

Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.

L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.

Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.

Le complicità storiche e la regia europea

Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».

Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.

La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.

Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.

L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.

Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.

Cosa significa rompere davvero

Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.

Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.

Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.

Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.

Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.

La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.

Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.

La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.

Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.

L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.

Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.

È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.

Il coraggio che manca, l’urgenza che resta

Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?

Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?

Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?

La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.

Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.

Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.

Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.

E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.

La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.

Fonti

1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).

2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.

3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.

4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.

5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.

6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.

7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.

8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.

9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).

10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).

11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».

12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).

13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.

14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).

15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.

16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.

17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.

18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.

19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).

20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.

21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.

22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.

23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.

24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.

25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.

26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».

27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.

28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).

29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).

30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).

31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.

32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).

33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.

34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.

35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.

36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.

37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.

38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.

39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.

40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.

41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.

42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.

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04/05/2026

Decreto lavoro o decreto imprese?

“Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?”. Passare da Shakespeare al duo Meloni-Calderone distrugge ogni poesia e farà rivoltare il buon William nella tomba, ma in effetti se chiamiamo con altro nome – “decreto lavoro” – quel provvedimento varato il 1 maggio che prevede soprattutto sussidi alle aziende non lo fa cessare di essere un “decreto imprese”.

“Un decreto da quasi un miliardo”, afferma Meloni. Quanti di questi finiranno nelle tasche dei lavoratori? Zero. Quanti in quelle delle imprese? Praticamente tutti. Per lo più per rinnovare bonus – giovani, donne, ZES – che già esistono nella sostanza da decenni e che un boom di buona occupazione e salari dignitosi non l’hanno mai prodotto. Sapete però cosa hanno prodotto? Più soldi pubblici per i portafogli privati delle aziende. Strano esito, quando letteralmente regali soldi alle imprese. Eccolo il vero Sussidistan che esiste in Italia.

Mercoledì 28 aprile l’Istat ha certificato un fenomeno che chi vive quaggiù sulla terra e non in qualche ministero conosce benissimo: i lavoratori e le lavoratrici in questa “nazione”, come piace definirla a Giorgia & Co., si sono impoveriti. Addirittura -7,8% tra il 2021 e il 2025, frutto della differenza tra l’aumento nominale nelle buste paga e il boom dei prezzi nello stesso periodo.

Ma niente, nemmeno di fronte a questa catastrofe – per i lavoratori e le lavoratrici, perché c’è sempre chi ci guadagna; vi do un indizio: andate a verificare gli utili di banche, imprese belliche, dell’energia, della logistica, delle assicurazioni – l’ultradestra ha cambiato idea sul salario minimo. E infatti nel “decreto imprese” non c’è traccia.

Diversamente dai dubbi amletici di Nanni Moretti sull’essere presenti o meno a una festa, qui la situazione è chiara: conta più ciò che manca – il salario minimo – che ciò che c’è.

E cosa c’è? Il “salario giusto”, una formula moralistica che significa tutto e niente. Più “niente”, a dire il vero. Per l’ultradestra di governo il “salario giusto” è quello su cui mettono la firma le parti “comparativamente più rappresentative” di sindacati e parti datoriali. Per capirci, i contratti nazionali siglati da CGIL, CISL e UIL e principali associazioni imprenditoriali.

Come si impone questo “salario giusto”? Semplicemente impedendo che i bonus giovani, donne e ZES arrivino alle imprese che sono firmatarie di contratti che prevedono un trattamento economico complessivo (TEC nella sua sigla, comprensivo di paga base, tredicesima, welfare aziendale, permessi, ecc.) inferiore a quello dei principali contratti.

La propaganda meloniana sostiene che così si dà una bella botta ai “contratti pirata”. A voler essere buoni, è un colpetto. I contratti pirati continueranno a esistere, con qualche difficoltà in più. Nella battaglia interna a un sindacalismo sempre più “giallo” la CISL batte l’UGL e la CISAL, storicamente più vicini alla destra di casa nostra.

Ma soprattutto: quanto pesano oggi i contratti pirata? Ce lo dice il CNEL di Brunetta: se è vero che il 65,4% del totale dei contratti collettivi nazionali per il settore privato sono stati sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali non riconducibili a CGIL, CISL e UIL, è altrettanto vero che gli stessi coprono “solo” 267,851mila lavoratori, l’1,8% del totale dei dipendenti privati. Sempre uno di troppo, figuriamoci. Forse, però, il problema dei salari da fame in questo Paese non è solo qui.

Lo si ritrova infatti anche in quei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative (CGIL, CISL, UIL e principali organizzazioni datoriali) e che in alcuni casi prevedono retribuzioni orarie di 6€-7€ lordi l’ora. Suonare al citofono di guardie giurate, lavoratori e lavoratrici delle pulizie e troppe altre categorie.

Ecco perché il salario minimo è tanto necessario. Perché permetterebbe di alzare subito gli stipendi di tutti quei lavoratori e di quelle lavoratrici che, a prescindere dal CCNL cui sono sottoposti, vivono con salari da fame.

Questo sarebbe dare attuazione vera all’articolo 36 della Costituzione che prevede che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Altro che il meloniano “salario giusto”.

A mancare, però, è anche qualsiasi misura di contrasto a un’altra piaga del presente: gli omicidi sul lavoro. Proprio nel giorno in cui il governo vagliava il “decreto imprese” ad Acerra, provincia di Napoli, Pasquale Perna, operaio in un impianto di trattamento dei rifiuti, veniva ritrovato senza vita sul posto di lavoro. Sarà l’autopsia a spiegare se sia stato schiacciato dal muletto o se sia morto per altre circostanze.

Quel che sappiamo, però, è che nel giorno della Festa dei lavoratori e delle lavoratrici vorremmo poter sorridere per il rafforzamento dei controlli sui posti di lavoro; per l’eliminazione di norme che precarizzano le condizioni di lavoro rendendo i dipendenti più ricattabili e quindi meno “forti” nel rivendicare il rispetto delle misure di sicurezza; per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro che potrebbe fungere da deterrente nei confronti di chi manomette un macchinario perché bisogna produrre di più e più rapidamente.

Niente per i lavoratori, tanto per le imprese e per qualche sindacato fedele: eccolo il decreto imprese del governo Meloni. Anche per questo saremo in piazza il 1 maggio: perché quella data è la festa dei lavoratori (e NON del lavoro, espressione tipica di una cultura corporativista) e non accettiamo di farci fare la festa dal governo dell’ultradestra e dalle sue appendici.

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07/02/2026

Italia - Milioni di lavoratori in pensione, i bassi salari dietro al crollo demografico

Se volessimo delineare l'immagine del lavoratore italiano, potremmo benissimo tratteggiare quella di un soggetto sospeso a mezz’aria, tra la propria nascita e il meritato riposo. Alcuni dati pubblicati recentemente, infatti, da una parte lanciano l’allarme per 4 milioni di lavoratori che andranno in pensione in meno di dieci anni, e dall'altra accettano, con un’alzata di spalle, che il lavoro sottopagato sta impedendo ai più giovani di farsi una famiglia.

Vediamo alcuni di questi numeri. Secondo un’elaborazione di Adapt basata sui dati Istat, l’Italia vedrà oltre 4 milioni di persone andare finalmente in pensione entro il prossimo decennio. Nonostante i continui aumenti dell’età pensionabile e i tanti impedimenti per usufruire di un’uscita anticipata dal lavoro, alla fine circa un quinto degli attuali occupati potranno finalmente entrare in quiescenza.

Oggi, i lavoratori tra i 55 e i 64 anni rappresentano il 23% del totale. Non può dunque sorprendere che il pensionamento si avvicina per molti di loro. Mentre comparti come quelli legati a servizi digitali e attività con maggiori risvolti artistici può contare su una forza lavoro in genere più giovane, il cuore produttivo e amministrativo del paese si trova in tutt’altra condizione.

Nella Pubblica Amministrazione e nell’istruzione l’età media dei lavoratori supera i 50 anni. Nella manifattura ci sono 872 mila lavoratori tra i 55 e i 64 anni, il che significa che quasi un quinto del totale è prossimo alla pensione. Per riassumere, la PA, la scuola e l’industria perderanno il 18,6% di coloro che sono impegnati in questi settori.

Senza un ricambio generazionale adeguato, la loro uscita per pensionamento creerà voragini difficili da colmare. Al contrario, percorsi impossibili e costosi, insieme a prospettive retributive terribili spingono molti giovani a lasciare il paese, mentre, sul lungo termine, nemmeno i nuovi nati danno speranze.

Il numero di nascite è ormai stabilmente sotto la soglia delle 400mila unità l’anno, con un tasso di fecondità che nel 2024 ha toccato il minimo storico. Questo dato, unito alla difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro non solo dei giovani, ma nello specifico anche delle donne in generale, crea un corto circuito. Con un tasso di occupazione femminile al 54% (che precipita al 43,1% al Sud), l’Italia è 12 punti sotto la media UE.

C’è poi il nodo migranti. I prenditori italiani hanno usato a lungo gli stranieri, magari ancor più facilmente ricattabili se irregolari, per fare profitto pagando salari da fame. Ma lo spostamento a destra dell’opinione pubblica, attentamente alimentato per creare le condizioni di repressione di qualsiasi tentativo di alzare la testa, ha anche prodotto una narrazione ideologica in cui lo straniero è un problema.

Un altro cortocircuito di un sistema al degrado. Oggi, il 10,5% degli occupati è straniero, e quello che probabilmente si vedrà in futuro è il tentativo di tenere insieme la criminalizzazione dell’immigrato insieme alla volontà di attirare forza lavoro qualificata per colmare i gap che si andranno automaticamente a creare con i giovani italiani incentivati a fuggire da un paese che non gli offre nulla (già oggi ci sono 1,4 milioni NEET).

Infine, pochi giorni fa è uscito un articolo molto dettagliato su Il Sole 24 Ore che ha evidenziato un dato di fatto, che però la politica si ostina a voler nascondere (basta sentire le dichiarazioni di Giorgia Meloni): il crollo demografico deriva dal lavoro sottopagato. Lo mostra l’incrocio dei dati Istat e dei report dell’Area Studi di Mediobanca.

L’economia italiana non è affatto in crisi, se guardata dal lato dei capitali. Nel 2023, la quota dei profitti (il rapporto tra risultato lordo di gestione e valore aggiunto) ha superato il 46%, un picco storico. Il risultato lordo di gestione delle società finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro.

Di contro, la quota di ricchezza destinata ai salari è sprofondata al suo minimo storico, circa il 39% del PIL. Nonostante lo shock energetico e l’inflazione, gli imprenditori hanno saputo proteggere i propri margini di guadagno traslando i costi sui prezzi finali. E anche la storiella dei bassi salari a causa della bassa produttività viene smontata: visti i margini di profitto, vuol dire che una parte di quel “valore” prodotto potrebbe tranquillamente andare in tasca ai lavoratori.

A dirlo sono i paragoni con alcuni paesi altamente industrializzati dell’Asia, in genere visti come la punta di diamante della produttività. Se guardiamo al rapporto tra PIL e ore lavorate, l’Italia risulta statisticamente più produttiva di colossi come Giappone e Corea del Sud (il Belpaese produce 74/75 dollari ogni ora contro i 51/69 del Giappone e 47/64 della Corea del Sud).

La produttività italiana è addirittura cinque volte maggiore di quella cinese, ai primi posti per automazione dei processi produttivi e dove i salari nelle più importanti città ormai raggiungono livelli occidentali, ma con un minor costo della vita.

Scrivono su Il Sole: “poiché il PIL è, semplificando, la somma dei profitti, delle rendite e dei salari, se un’azienda ha un potere di mercato enorme (un monopolio, un marchio di lusso, o tariffe energetiche gonfiate), quella risulterà ‘produttiva’, anche se i suoi dipendenti lavorano esattamente come quelli di una ditta concorrente”.

Stando agli autori dell’articolo de Il Sole, in molti di questi paesi si preferisce una più alta occupazione al poter scrivere un numero alto sulle tabelle ministeriali. Non solo come strumento di ammortizzazione sociale, ma anche perché ciò permette di mantenere attivo il ciclo economico e di valorizzazione, con un ritorno sull’intera collettività. Insomma, la manfrina della produttività nasconde in realtà una scelta politica.

E tornando al tema del crollo demografico, anche questo non si risolve invocando i “valori della famiglia”, ma affrontando la questione salariale. Il valore aggiunto prodotto dall’Italia esiste, ma viene drenato da costi energetici folli, rendite immobiliari e margini aziendali record. Bisogna smettere di parlare di “scarsa produttività” e iniziare a parlare di relazioni industriali che favoriscano i salari al profitto.

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12/12/2025

Oggi lo sciopero generale della CGIL

“Uno sciopero per aumentare i salari e le pensioni”. Questa è la sintesi che consegna Maurizio Landini sullo sciopero generale di oggi 12 dicembre indetto dalla Cgil. Intervistato da Repubblica ci tiene a precisare che sarà “uno sciopero sociale ma anche politico”. “Vogliamo cambiare le politiche sbagliate del Governo Meloni, rivendichiamo un futuro di pace e giustizia sociale per le nuove generazioni” ha affermato il segretario della Cgil.

Severo anche il giudizio sulla Legge di Bilancio varata dal governo ma che stenta ancora a decollare. “Una manovra d’austerità che non serve al Paese e che viene fatta solo per abbassare il deficit e comprare armi”, argomenta Landini: “Il mondo del lavoro vuole cambiamenti veri. Non può continuare a pagare i condoni, mentre interi settori produttivi (siderurgia, automotive, chimica, moda, terziario) sono in crisi. Rischiamo la deindustrializzazione. Profitti e ricchezza crescono, salari e stabilità dell’occupazione per donne e giovani no”.

Il leader Cgil lamenta poi che nell’incontro del 10 ottobre con il governo sulla legge di bilancio, fosse presente solo il ministro Giorgetti.

Leggendo le dichiarazioni del segretario della Cgil, si può avere l’impressione – magari superficiale – che siano in larga parte sovrapponibili a quelle dell’Usb e dei sindacati di base che hanno scioperato lo scorso 28 novembre.

In questi ultimi quindici giorni non si è però ripetuta l’anomalia della convergenza tra Usb, Cgil e sindacati di base prodottasi nello sciopero generale del 3 ottobre sulla spinta delle enormi mobilitazioni popolari sulla Palestina. Qualcuno avrebbe voluto che lo scenario si ripetesse ma, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, alcuni avvenimenti sono realisticamente irripetibili, anche se il riemergere clamoroso della “questione operaia” continua a introdurre nella realtà novità importanti sul piano del conflitto sociale e sindacale.

Il perché gli scioperi generali di Usb e Cgil non potevano convergere, lo ha spiegato bene Pierpaolo Leonardi, storico dirigente dell’Usb, in un articolo che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi sul nostro giornale.

“La differenza di valutazione in ordine alla convocazione di uno sciopero generale non sta nella data ma nella piattaforma di lotta, cioè sui contenuti che si vuole far emergere attraverso il massimo strumento di lotta e di mobilitazione a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici”, affermava Leonardi, sottolineando di comprendere le ragioni per cui la Cgil non fatto convergere la data dello sciopero generale su quella del 28 novembre. “Bene quindi ha fatto la Cgil a decidere di andare per la propria strada” – aggiungendo che “Quando si convoca il 3° sciopero generale nel breve volgere di due mesi o poco più non lo si può fare a cuor leggero”.

I punti di divaricazione con la Cgil si materializzano pesantemente quando dai discorsi generali si passa ai contratti che la stessa firma. La stagione dei rinnovi contrattuali lascia infatti la situazione invariata, con i salari dei lavoratori italiani che rimarranno anche in questa tornata non solo i più bassi tra i paesi europei a capitalismo avanzato, ma anche quelli che arretrano maggiormente quanto a potere d’acquisto.

Questo è quello che si evince analizzando i rinnovi contrattuali del commercio, dei chimici, delle telecomunicazioni e dei metalmeccanici.

Prendendo a esempio questi ultimi due in particolare, le criticità che emergono sono parecchie e pesanti.

Sul salario, l’accordo firmato nel contratto dei metalmeccanici consegna un aumento di soli 205 euro in quattro anni, includendo però anche gli aumenti già erogati. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA.

Non viene recuperata l’inflazione reale né la lunga vacanza contrattuale e il potere d’acquisto del salario continua a diminuire. Sull’organizzazione del lavoro aumentano le flessibilità a favore delle imprese, con l’“orario plurisettimanale” che passa da 80 a 96 ore annue. Sui contratti precari, la stabilizzazione dopo 48 mesi di somministrazione ha reso “accettabile” un percorso di lavoro precario lungo ben quattro anni.

Nel contratto delle telecomunicazioni vengono imposti ai lavoratori demansionamento, sospensione della vacanza contrattuale, moratoria sul rinnovo fino a sei anni e concessi aumenti di meno di 300 € lordi in tre anni, oltre a peggioramenti normativi inaccettabili.

Eppure un colpo importante era stato battuto dalla Cgil quando non ha firmato i contratti nel pubblico impiego; una scelta che è forse è la causa più profonda del momentaneo distanziamento con Cisl e Uil.

Le cose avvengono e le cose cambiano, sempre.

Ma la contraddizione irrisolta sta qua: nella divaricazione tra i discorsi generali della Cgil o del suo segretario e l’agire concreto nella contrattazione di categoria e aziendale, che dal 1993 ha visto peggiorare non solo i salari – come certificato in più sedi e da più osservatori – ma anche le condizioni complessive dei lavoratori. Potrebbe apparire una schizofrenia ma è invece una ipotesi sindacale sulla quale Cgil e Usb divaricano strategicamente.

Lo spiega bene un altro veterano del movimento sindacale come Giorgio Cremaschi quando sottolinea come “la firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018”.

Insomma siamo ancora in presenza di quel “parlare a sinistra per andare a destra” che ha caratterizzato la traiettoria politica della sinistra e del principale sindacato italiano in questi decenni, quelli della maledetta “concertazione” che è stata la gabbia e la ghigliottina per il movimento operaio e sindacale in questo paese; e alle quali è inevitabile contrapporre una alternativa sindacale di classe e confederale.

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06/12/2025

Aumenta l’occupazione ma l'Italia è sempre più povera

Come ormai da un paio d’anni, il governo Meloni torna ad usare toni trionfalistici per i numeri pubblicati dall’ISTAT sul nuovo record di occupazione registrato in Italia. Ma il numero crescente di occupati stride in modo sempre più clamoroso con gli zero virgola del PIL (quest’anno siamo a +0,6% e l’anno scorso appena a +0,7%), che testimoniano di un Paese che non cresce. Come è possibile che ci siano 224mila occupati in più in un Paese stagnante e con una industria al 32° mese consecutivo di calo della produzione?

A questa domanda ha già da tempo risposto l’Osservatorio per i Conti Pubblici Italiani CPI dell’Università Cattolica, dimostrando che l’aumento dell’occupazione è dovuto per i 3/4 a lavoratori impiegati in settori a bassa produttività, dove le retribuzioni sono più basse e dove si concentra un alto numero di lavoratori marginali. Su 100 nuovi occupati, infatti, 42 appartengono al commercio, 19 alla pubblica amministrazione e 14 alle costruzioni, mentre appena 10 riguardano la manifattura e solo 2 il settore dell’energia.

C’è poi una forte crescita del part-time che già nel 2023 aveva raggiunto la ragguardevole cifra di 4 milioni e 300mila lavoratori, cioè il 18% degli occupati. Quando il governo afferma che sono in crescita i lavoratori a tempo indeterminato, omette di ricordare l’aumento dei part-time, che sono in gran parte involontari, e che certificano un’occupazione povera. Va inoltre ricordato che i lavoratori a termine, sia pure in diminuzione, sono comunque 2 milioni e 514mila e che si registra anche un aumento degli autonomi (più di 5 milioni) di cui una forte percentuale è costituita da lavoro dipendente camuffato, senza responsabilità per le aziende e a bassa retribuzione.

Inoltre è utile considerare che dal 2023 anche i cassaintegrati per meno di 3 mesi vengono conteggiati dall’ISTAT come lavoratori e che la gran parte dei cassaintegrati rientra proprio in questa casistica.

E infine, bisogna tenere conto che una buona fetta della nuova occupazione è costituita da lavoratori over 50 e over 60, che prolungano la loro vita lavorativa sia perchè si sta alzando l’età pensionabile e sia perchè le pensioni sono così basse da comportare la necessità di mantenersi il più possibile in attività. I giovani, invece, sono l’unica classe d’età (quella tra i 25 e i 34 anni) che nell’aumento dell’occupazione vedono diminuire la loro partecipazione al lavoro.

La conclusione è desolante: gli occupati aumentano perchè le retribuzioni sono basse, sempre più persone in età avanzata continuano a lavorare e moltissimi lavorano solo part time. L’aumento del numero degli occupati camuffa e occulta l’impoverimento crescente del Paese. Al governo Meloni dobbiamo continuare a gridare che non è il momento di dare i numeri, ma di smetterla di investire in armamenti e di dedicarsi al rilancio economico dei salari, dei consumi e dell’economia pubblica.

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30/11/2025

L’impossibile rinascita dell’industria statunitense /2

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto che il ripristino di una struttura industriale adeguata alle dimensioni e alla popolazione degli USA richiederebbe il ritorno in patria di quelle produzioni di massa che oggi i consumatori americani acquistano dalla Cina. Abbiamo visto anche, però, che diversi fattori impediscono all’amministrazione Trump di sanzionare pesantemente le merci cinesi e quindi di fare leva sui dazi per promuovere tale ritorno. Alla politica trumpiana, pertanto, arriderà un successo soltanto parziale, in quanto ad accettare le condizioni da essa imposte saranno, fra i tradizionali esportatori manifatturieri in terra americana, unicamente l’UE e alcuni paesi asiatici meno importanti della Cina. Abbiamo spiegato, inoltre, come l’imposizione dei dazi potrebbe spingere le imprese di tali aree a trasferirsi non negli USA, bensì in altri paesi, per beneficiare di costi di produzione più bassi; e come per il governo statunitense potrebbe risultare impossibile ottenere il pieno rispetto degli impegni riguardanti l’effettuazione di investimenti.

L’industria americana, in compenso, nel prossimo futuro potrebbe giovarsi dell’orientamento bellicista assunto dall’Unione Europea. Questo difatti le imporrà un riarmo che in tempi brevi non sarà conseguibile senza fare largamente ricorso alle produzioni di armamenti americane, in ragione di problemi di natura sia materiale (al momento l’apparato industriale militare europeo non è abbastanza sviluppato da poter supportare le ambizioni dei leader comunitari, e la riconversione di quello civile a fini bellici non può essere immediata) che finanziaria (gli attuali prezzi energetici si ripercuoteranno anche sui costi di produzione dei sistemi d’arma realizzati in Europa). Tuttavia, non è scontato che i popoli europei accettino senza reagire – nelle urne e nelle strade – i tagli alla spesa sociale necessari a finanziare l’espansione di quella militare. Inoltre, va rammentato che l’industria militare statunitense, pur avendo mantenuto un certo radicamento in patria, dipende comunque da forniture di componenti estere, ragion per cui, così come la fuga delle industrie dall’Europa si tradurrebbe solo in parte nella comparsa negli USA di nuovi stabilimenti, così la domanda europea di armi americane si tradurrebbe solo in parte in una maggiore attività di impianti produttivi ubicati negli Stati Uniti.

Insomma, neppure la politica europea di riarmo è suscettibile di offrire un contributo decisivo alla reindustrializzazione americana.

D’altronde, con tutta probabilità l’amministrazione Trump è consapevole dell’impasse in cui si trova, ragion per cui non ambisce davvero a “rendere l’America di nuovo grande” (come recita il noto slogan), bensì, più modestamente, a rendere la situazione del paese un po’ meno disastrata. I dazi riusciranno comunque ad avere un certo impatto positivo sulla presenza di industrie nel paese. Essi, inoltre, attenueranno la crisi finanziaria dello stato, consentendogli di procurarsi nuove entrate senza commettere il reato di lesa maestà della torchiatura fiscale dei ricchi; e consentiranno altresì un miglioramento della bilancia dei pagamenti, e non soltanto perché alcuni beni importati diverranno produzioni nazionali, ma anche perché quelli che rimarranno tali diverranno più cari e quindi saranno meno richiesti anche a prescindere dall’esistenza di un’alternativa made in USA. I dazi, insomma, opereranno come delle imposte, che sottraendo risorse ai cittadini determineranno una compressione dei loro consumi: un metodo rozzo, ma efficace, per limitare le importazioni (noi l’abbiamo sperimentato ai tempi del governo Monti, che con l’austerità riuscì a riportare in attivo la bilancia commerciale dell’Italia; anche se tale governo, invece dei dazi, per impoverirci usò direttamente la leva fiscale).

I lettori noteranno che tutto ciò presenta un risvolto paradossale: Trump si atteggia a difensore dei lavoratori americani, ma le sue politiche da una parte non avranno un impatto forte come quello promesso, e dall’altra comporteranno un prezzo da pagare, che in massima parte ricadrà proprio sulle classi lavoratrici (al riguardo, i lettori tengano presente che ormai la forza lavoro americana è largamente priva di diritti e di rappresentanza sindacale; essa quindi non avrà molte possibilità di fare pressione sulle imprese per ottenere aumenti di stipendio compensatori del rincaro del costo della vita).

I lavoratori americani, quindi, si mettano l’animo in pace. Buona parte di essi è destinata, anche in futuro, a non avere altre possibilità d’impiego che un posto da magazziniere in un deposito Amazon o da cassiere in un centro commerciale Walmart: a non potere fare altro, insomma, che ammannire ai propri connazionali merci prodotte altrove. E subendo una perdita del potere d’acquisto dei loro già magri salari, per di più.

Peraltro, per loro il peggio deve ancora venire. Infatti, ci pare improbabile che questa soluzione di compromesso riesca a migliorare più di tanto lo stato dei conti pubblici statunitensi. Ormai il debito americano ha raggiunto un livello tale da autoalimentarsi, in quanto la sua entità gonfia la spesa per interessi su di esso, rendendo quest’ultima un potente fattore di ulteriore indebitamento. Se unitamente a tale problema consideriamo il pozzo senza fondo della spesa militare e l’evanescenza del gettito fiscale di tipo ortodosso, non possiamo non concludere che gli USA finiranno, presto o tardi, per trovarsi in una situazione di grave dissesto finanziario. E dunque, presto o tardi, si renderà necessario un intervento drastico, il quale naturalmente avrà un costo sociale che verrà scaricato, in larga misura, proprio sui lavoratori.

Intendiamoci: in linea di principio, il debito di uno stato può crescere all’infinito. All’atto pratico, però, a un certo punto può diventare troppo grande rispetto alle sue possibilità di trovare acquirenti (dal momento che la liquidità presente nei mercati finanziari non è illimitata e che comunque a essa si rivolgono anche tantissimi altri emettitori di titoli, sia privati che pubblici). La sua stessa crescita, inoltre, può dissuadere gli investitori dall’acquistarlo, rendendoli dubbiosi circa la capacità futura del governo di corrispondere loro gli interessi promessi.

Una strategia che potrebbe venire presa in considerazione? Bloccare la corsa del debito passando al finanziamento della spesa pubblica tramite creazione di valuta. Il governo, cioè, potrebbe procurarsi le risorse che gli occorrono emettendo titoli a bassissimo rendimento, i quali verrebbero acquistati dalla banca centrale (la cosiddetta Fed, abbreviazione di Federal Reserve), che li pagherebbe stampando nuova moneta (ma si può fare?, chiederete voi. Beh, è ciò che ha fatto l’Italia negli anni Settanta). Questa pratica da un lato ridurrebbe la necessità di collocare debito presso soggetti che pretenderebbero di guadagnare dal suo possesso e dall’altro – tramite l’inflazione e la svalutazione di cui sarebbe causa – abbatterebbe il valore reale degli interessi pagati, in patria e all’estero, sui titoli esistenti. La spesa per interessi sul debito andrebbe così riducendosi, e con essa la necessità di emettere nuovo debito per pagare tali interessi.

A onor del vero, sulla praticabilità di una simile operazione potrebbe incidere negativamente l’atteggiamento dei grandi operatori finanziari. Questi, difatti, non soltanto vedrebbero diventare meno redditizi i propri investimenti nel debito americano, in ragione della erosione dei rendimenti reali dei titoli, ma sconterebbero anche gli effetti dell’inflazione sul valore degli altri loro crediti, e quindi avrebbero ragioni per contrastare la messa in atto di tale politica. Tuttavia, nel momento in cui la crisi finanziaria degli USA diventasse un problema ineludibile, essi si troverebbero a dover scegliere fra una misura del genere e una ancora più drastica, quale potrebbe essere una ristrutturazione del debito (ovvero la decisione governativa di disconoscere parte di esso), ragion per cui potrebbero ritenere la prima una soluzione accettabile. Oltretutto, essi potrebbero provare a sfuggire alle ricadute negative dell’inflazione cercando per i propri capitali degli impieghi all’estero, che consentirebbero loro di conseguire profitti in valute meno soggette a perdere valore.

Le principali vittime di una strategia inflazionistica, dunque, sarebbero in realtà le classi lavoratrici, ovvero la parte della popolazione meno dotata d’influenza politica. Esse difatti subirebbero una perdita di reddito reale, corrispondente alla perdita di potere di acquisto delle loro retribuzioni ingenerata dall’inflazione. Certo, quest’ultima avrebbe anche la conseguenza positiva di far svalutare il dollaro rispetto alle altre monete, e quindi di causare – alla stregua di un’ulteriore barriera daziaria - un rincaro delle importazioni; ma il suo contributo alla reindustrializzazione degli USA sarebbe fortemente dilazionato nel tempo, in quanto la contrazione dei consumi interni limiterebbe la propensione degli imprenditori a investire.

Questo dunque è il presumibile futuro dell’economia statunitense: non un’America “di nuovo grande”, ma semmai più piccola, cioè segnata dall’ulteriore impoverimento di ampi strati della sua popolazione. A meno che... a meno che il GENIUS Act non faccia il suo dovere. Il Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins Act è un provvedimento appena varato dall’amministrazione Trump (il cui acronimo è per l’appunto GENIUS: bella cosa l’autostima), il quale dovrebbe servire proprio a scongiurare una crisi del debito. Il Genius Act si rivolge agli emittenti di stablecoin, le quali sono delle criptovalute teoricamente più stabili delle altre monete virtuali, in quanto create da società che posseggono delle riserve economiche di pari valore. Il provvedimento impone loro di sostenere le proprie valute tramite l’acquisizione di beni sicuri, quali i titoli del Tesoro americano. Per effetto di questa norma, l’espansione del settore delle stablecoin dovrebbe comportare un aumento della domanda di tali titoli, consentendo al governo di continuare a emetterne in grandi quantità senza correre il rischio che essa non tenga il passo della loro offerta. Addirittura, la crescita della richiesta di titoli dovrebbe consentire al governo di venderli a un prezzo più elevato e offrendo per essi degli interessi più bassi rispetto a quelli attuali. Bello, no?

Sì, peccato che già adesso sia osservabile come diverse stablecoin non siano riuscite a mantenere il proprio valore nel tempo, svalutandosi rispetto agli asset posseduti dai loro emittenti. Cosa succederà quando ne circoleranno centinaia? Il precedente cui possiamo rifarci non è incoraggiante. Negli Stati Uniti dell’Ottocento a battere moneta erano decine di banche diverse, e la situazione che ne derivava era piuttosto instabile, al punto che vari istituti fallirono. Vero è che all’epoca non esisteva una banca centrale federale che vigilasse sul sistema creditizio; ma siamo sicuri che le autorità riusciranno a vigilare con la dovuta attenzione sull’affidabilità di una moltitudine di stablecoin? A nostro avviso, è molto più probabile che prima o poi si abbia qualche grosso fallimento, che porterà alla reimmissione sul mercato di enormi quantitativi di titoli, con conseguente crollo del loro valore e impennata dei rendimenti che il governo dovrà garantire per poter collocare le nuove emissioni. Fenomeni che compenseranno largamente i risparmi ottenuti sino a quel momento.

L’aspetto paradossale di questa situazione è che, in linea di principio, un’alternativa a queste politiche ingiuste e fallimentari esiste: una strategia efficace e socialmente equa di reindustrializzazione e di rientro dal debito è infatti concepibile. Proviamo a delinearne le caratteristiche.

Dunque, cosa potrebbe fare un’amministrazione davvero intenzionata a far risorgere l’industria americana? Ebbene, per cominciare potrebbe dare vita a un efficiente sistema universitario pubblico, a un efficiente sistema sanitario pubblico e a un efficiente sistema previdenziale pubblico, in modo da liberare i cittadini dalla necessità di svenarsi e indebitarsi per pagare un college privato, un’assicurazione sanitaria privata e un piano pensionistico privato. Fatto ciò, sarebbe in grado di praticare una politica protezionista senza compromettere la capacità di consumo della popolazione, poiché l’incremento dei prezzi ingenerato dai dazi verrebbe compensato dalla sparizione dai bilanci familiari di quelle ingenti voci di spesa. La spesa aggiuntiva nel campo della formazione, inoltre, porrebbe a disposizione delle imprese le risorse umane di cui queste abbisognano. Tale amministrazione, ancora, potrebbe varare una politica di grandi investimenti pubblici, funzionali al miglioramento delle infrastrutture nazionali: questo sarebbe un modo per rendere più conveniente la localizzazione negli Stati Uniti delle attività industriali a prescindere dall’imposizione o meno di dazi sulle importazioni. Inoltre, dal momento che tale politica di infrastrutturazione farebbe sorgere una ingente domanda di beni industriali, la quale per forza di cose dovrebbe venire soddisfatta soprattutto da aziende straniere, la sua conduzione doterebbe il governo americano di un’importante leva negoziale nei confronti della Cina (la quale, in cambio dell’accesso delle proprie imprese a queste commesse pubbliche, potrebbe venire indotta a tollerare un’accentuazione del protezionismo statunitense o ad impiantare fabbriche negli USA). La nostra amministrazione ipotetica potrebbe altresì porre in essere una combinazione di tasse e incentivi finalizzata a dirigere l’attività degli operatori finanziari verso i settori manifatturieri da rilanciare, punendo gli investimenti speculativi (come i riacquisti di azioni proprie, che oggi costituiscono una forma importantissima di reimpiego dei profitti) e premiando quelli produttivi. Infine, per procurarsi le risorse necessarie al finanziamento di tutti quegli investimenti pubblici essa potrebbe perseguire una politica di distensione – che le consentirebbe di ridurre le spese militari – e sottoporre i ricchi ad una sana tosatura fiscale.

Quanto al problema del debito, quello verrebbe risolto tramite l’incremento del gettito fiscale, che deriverebbe in parte dall’inasprimento della tassazione sui redditi alti e sui grandi patrimoni, ma in parte anche dall’espansione della base imponibile derivante dalla ripresa dell’occupazione industriale. Si noti che il risanamento finanziario contribuirebbe a rendere gli USA meno ricattabili dai loro partner commerciali, in quanto ne ridurrebbe la dipendenza dal collocamento dei propri titoli sul mercato internazionale, e quindi conferirebbe loro una maggiore libertà d’azione sul piano delle politiche daziarie.

Sì, un’amministrazione bene intenzionata potrebbe fare così. Peccato che... non possa. Liberare le famiglie dalla schiavitù dei prestiti universitari, delle polizze sanitarie e dei piani pensionistici significherebbe sfilare una grassa mangiatoia da sotto il grugno dei signori della finanza. Vi pare che questi lo permetterebbero? No. E consentirebbero al governo di sottoporli a un regime di premi e punizioni, volto alla pianificazione dei loro investimenti? O di privare l’industria degli armamenti del vorace inghiottitoio ucraino (o di altre occasioni che potrebbero sorgere in futuro, tra Europa e Asia, ai confini della Russia)? O di tassarli in proporzione alla loro ricchezza? No, no e no. Non lo consentirebbero, quindi non si può fare. La presa degli ultraricchi sulla classe politica statunitense è troppo forte perché questa possa prendere decisioni ad essi così sfavorevoli.

Da ciò si ricava una conclusione ben precisa. Se i cittadini americani davvero vogliono che gli USA tornino a essere un grande paese industriale, allora... devono fare la rivoluzione. Non è un’esagerazione: agli USA serve proprio il socialismo. Vanno espropriati i grandi capitali, ponendo la finanza (e a cascata tutte le principali aziende, che essa controlla) sotto il controllo diretto dello stato. Questo avrebbe così, finalmente, la possibilità di agire liberamente per il bene della nazione. O il socialismo, o nessuna seria politica di sviluppo è attuabile. “There is no alternative”, direbbe Margaret Thatcher. (Oddio, forse in questo caso specifico non lo direbbe.)

Naturalmente, quello dell’americano medio che una mattina si alza e va a fare la rivoluzione è uno scenario del tutto implausibile: gli esponenti delle classi lavoratrici statunitensi sono incavolati neri (inclusi i bianchi), ma sono troppo individualisti e troppo politicamente incolti per sfogarsi in altro modo che mettendosi a sparare a casaccio. Dunque, con tutta probabilità dovranno subire il trattamento da noi descritto: prima faranno le spese del risanamento della bilancia dei pagamenti, attraverso il rincaro dei prezzi generato dai dazi, e successivamente del risanamento delle finanze pubbliche, attraverso l’ulteriore aumento dei medesimi causato dalla perdita di valore del dollaro. C’è da chiedersi che vita si ritroveranno a fare, considerato che già oggi la loro condizione economica è in molti casi estremamente precaria. Ma forse non tutto il male verrà per nuocere. Forse, quando gran parte degli americani non potrà più permettersi un mutuo, un’assicurazione sanitaria, una polizza previdenziale, allora i signori della finanza si renderanno conto di avere agito come locuste, che hanno aggredito con tale voracità il campo su cui erano calate da desertificarlo; e allora andranno dai governanti per chiedere loro un altro New Deal.

O forse no. Forse, tutto ciò che faranno sarà dirottare all’estero i capitali sino a quel momento impiegati negli USA, cercando nuovi campi da spogliare. Una parte di mondo che potrebbe svolgere un simile ruolo sicuramente c’è. Riuscite a indovinare di quale si tratta? Indizio: è un continente i cui governanti sono decisi a intraprendere una corsa al riarmo e che pertanto, per finanziare un forte incremento delle spese militari, dovranno tagliare la presenza pubblica in campi quali la previdenza, la sanità e l’istruzione, imponendo così ai suoi abitanti di affidarsi a operatori privati per l’ottenimento di questi servizi.

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22/11/2025

Inps: gli operai, sottopagati, rimangono la spina dorsale del paese

Il 18 novembre l’Inps ha pubblicato l’Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato – non agricolo, esclusi i lavoratori domestici – con i dati aggiornati allo scorso anno. Si tratta di un’analisi che ha censito la situazione di 17,7 milioni di lavoratori (in leggero aumento rispetto al 2023), tra i quali la retribuzione media annuale si attesta a 24.486 euro.

Basta tener presente che a gennaio 2025 l’Istat calcolava poco più di 24 milioni di lavoratori per comprendere come questi numeri possano dare una fotografia piuttosto nitida delle condizioni dei lavoratori in Italia. Ma è importante soprattutto non fermarsi ai dati aggregati: essi nascondono delle profonde disuguaglianze e una verità che per anni e anni le classi dirigenti hanno provato a nascondere.

Sul gradino più basso degli stipendiati italiani si trovano gli apprendisti. Guadagno in media circa 14.610 euro ogni anno, cifre che non sono di certo sufficienti a una vita dignitosa. E difatti, nonostante questa sia una di quelle formule contrattuali pensate per l’ingresso nel mondo del lavoro, il numero degli apprendisti è diminuito del 2,4% nel 2024 (649.396 unità). È chiaro che sia usato più per le scarse tutele e sicurezze che offre, che per formare davvero un nuovo lavoratore.

Ci sono poi gli operai, che non guadagnano molto di più degli apprendisti: hanno una retribuzione media di 18.227 euro annui. Ma la cosa davvero interessante è il loro numero. Gli operai sono il 56% del totale dei lavoratori dipendenti del settore privato (9.850.462 unità). Con un rapido calcolo risulta che quasi il 45% della forza lavoro italiana è costituita da operai che lavorano per il privato.

A loro va aggiunto l’altro grande gruppo dei dipendenti, ovvero gli impiegati: essi sono 6.490.467 lavoratori, il 37% del totale. Con gli operai rappresentano il 93% dei settori analizzati dall’Inps. La loro retribuzione media è nettamente più alta di quella degli operai (27.797 euro all’anno), ma parliamo comunque di cifre che sono il minimo indispensabile per avere una certa stabilità economica e poter affrontare con serenità il futuro.

Infine, ci sono quadri e dirigenti. I primi sono poco più di mezzo milione e toccano i 72.279 euro annui, ovvero più di due volte e mezzo lo stipendio di un impiegato. I dirigenti, infine, sono 141.718, meno dell’1% del totale, e la loro retribuzione media raggiunge i 163.643 euro all’anno, e dunque ben due volte in più dei quadri.

Ma andiamo a vedere i paragoni che contano davvero. Un dirigente guadagna, in un anno, quasi quanto sei impiegati, o nove operai o più di undici apprendisti. È evidente che se non si prendono i numeri semplicemente come fotografie di un dato momento, ma come risultato di un processo, allora quelli presentati oggi esprimono una forte e irriducibile polarizzazione della società, espressione di interessi contrastanti e in cui una parte si appropria in maniera ingiusta della maggior parte della ricchezza prodotta socialmente.

È l’Inps a rappresentare in maniera chiara la “questione operaia”. Che non è solo la massa numerica degli “operai” – chiaramente diversi dagli operai di mezzo secolo fa, ma anche, e soprattutto forse, il peso sociale ed economico che ha il lavoro dipendente privato come spina dorsale della forza lavoro del Belpaese. E specialmente, il peso che hanno alcuni comparti di questo lavoro dipendente, in virtù dei meccanismi odierni di produzione e circolazione di beni e servizi.

E dunque, è anche la questione del peso politico che gli operai possono acquisire se si organizzano e lottano con chiara consapevolezza dei propri interessi, senza affidarsi a concertazioni e ad organismi corporativi. Innanzitutto, potrebbero imporre una diversa distribuzione della ricchezza prima accennata, a partire dall’introduzione del salario minimo.

La recente proposta dell’Unione Sindacale di Base, nella piattaforma dello sciopero generale del 28 novembre, parla di 2 mila euro al mese per ogni lavoratore. Sembra assurdo in un paese abituato a stipendi e pensioni da centinaia di euro, ma parliamo di un ammontare annuo che si attesta sullo stesso livello della retribuzione media degli impiegati. Come detto, il minimo indispensabile per una vita dignitosa.

Le ragioni dello sciopero, così come di altre proteste come quella in atto in questi giorni da parte dei lavoratori dell’ex Ilva, si rafforzano a guardare l’analisi dell’Inps, ed è giusto rafforzarle ulteriormente in piazza.

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16/11/2025

Palate di soldi agli azionisti, salari e pensioni da fame

Centinaia di miliardi di utili sono stati distribuiti agli azionisti delle maggiori società a livello mondiale. Il dato arriva dal più recente Dividend Watch, l’analisi del Capital Group Global Equity Study che esamina il modo in cui le società generano, accrescono e restituiscono valore agli azionisti.

Capital Group fissa l’asticella dell’intero 2025 per la prima volta oltre la soglia dei 2mila miliardi di dollari: 2.080 miliardi per la precisione, con un ulteriore aumento del 6,4% (5,8% togliendo i fattori straordinari) rispetto all’anno precedente. Nel solo terzo trimestre del 2025 i dividendi globali sono infatti aumentati del 6,2% su base annua, raggiungendo la cifra record di 518,7 miliardi di dollari.

In Italia, riferisce Il Sole 24 Ore, oltre a Eni ed Enel ad aver guadagnato sono state soprattutto le banche. Con le loro cedole, i principali istituti di credito Intesa Sanpaolo e Unicredit si aggiudicano i primi due gradini della classifica del listino milanese. Eni ed Enel, hanno distribuito ai loro azionisti l’equivalente di quattro miliardi di dollari.

Nei primi dieci posti della graduatoria nazionale ci sono poi Generali, Poste Italiane, Monte dei Paschi, Ferrari e Leonardo, tutti con incrementi a doppia cifra rispetto ai pagamenti effettuati dodici mesi prima grazie a una decisa accelerazione nelle rispettive politiche di remunerazione agli azionisti.

Soldi a palate dunque per i grandi gruppi bancari, dell’energia e degli armamenti, i tre settori che hanno aumentato a dismisura i loro profitti anche nell’anno in corso, mentre i salari e le pensioni restano inchiodati in basso sia dalle scelte delle aziende e dalla concertazione con i sindacati ufficiali che dalle politiche fiscali del governo.

E qualcuno ha ancora il coraggio di chiedere perché i lavoratori non dovrebbero scioperare contro tutto questo?

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Persino Giavazzi scopre “la questione salariale”

Francesco Giavazzi, economista bocconiano, utraliberista convinto e orgoglioso, nel 2013 ha firmato la prefazione della nuova edizione italiana di Liberi di scegliere, testo classico di Milton Friedman ripubblicato in quell’occasione dall’Istituto Bruno Leoni, think thank dell’ultraliberismo italiano e, recentemente, anche del negazionismo climatico.

Editorialista e commentatore del Corriere della Sera e de LaVoce.info, Francesco Giavazzi è, certamente, uno dei più agguerriti rappresentanti del pensiero economico dominante negli ultimi 40 anni nella sua versione più radicale: Stato minimo, privatizzazioni, fiducia cieca e assoluta nel mercato, smantellamento di servizi pubblici e dei diritti dei lavoratori, pareggio di bilancio ed austerity intesi come assiomi teologici.

E infatti, con questo curriculum sembra incredibile che, proprio dalle pagine del Corriere della Sera abbia scritto, lo scorso 7 novembre, un articolo dal titolo inequivocabile – “Il potere d’acquisto perduto” – in cui indica, senza mezzi termini, come unico rimedio all’impoverimento dei salari, l’introduzione di una regola automatica di recupero dell’inflazione reale. Qualcosa, tutto sommato, di non troppo dissimile dalla vecchia scala mobile.

Scrive Giavazzi: “L’inflazione accumulata nel periodo di vigenza dell’ultimo contratto è circa il 17%. Il nuovo accordo permette di recuperare un terzo dell’inflazione accumulata. Non basta per evitare una riduzione del potere d’acquisto. I nuovi salari lasceranno per strada circa l’11%. Tutti i contratti intervengono a posteriori, non solo quelli della pubblica amministrazione. Non riescono quindi a tenere il passo con l’inflazione. Il contratto collettivo nazionale, che da sempre il sindacato difende, non è il sistema migliore per garantire il potere d’acquisto dei salari. I sindacati si troveranno sempre a dover affrontare un problema di recupero del potere d’acquisto”.

Poi aggiunge: “Fu Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, applicando una proposta dell’economista Ezio Tarantelli che per questo fu ucciso dalle Brigate rosse, a cambiare in modo radicale la contrattazione stabilendo che i contratti dovessero essere firmati guardando alle aspettative di crescita futura dei prezzi, non alla crescita passata. In questo modo cancellò alla base gli effetti della scala mobile che rendeva persistente qualunque aumento temporaneo dell’inflazione. Una mina vagante nel sistema economico nazionale.
Ma la condizione perché la contrattazione riformata nel 1993 possa proteggere il potere d’acquisto dei salari è che il negoziato sia più rapido e frequente di quanto normalmente accade. Sono i ritardi, a volte anche di sette anni, come succede spesso, che non consentono ai salari di recuperare sul costo della vita. Dopo un aumento temporaneo dell’inflazione, i prezzi si fermano, come accadde nel 2022-23, ma l’aumento intanto accumulato nel livello dei prezzi non si recupera più se il contratto guarda solo all’inflazione attesa per il futuro. La contrattazione orientata al futuro difficilmente riuscirà a recuperare quanto perduto. Chiedere al governo di usare l’arma fiscale è un errore”
.

La vita riserva sempre delle grandi sorprese. Chi avrebbe mai immaginato che, a demolire più di trent’anni di “politica dei redditi” e di concertazione basate sulla complicità di CGIL, CISL e UIL con tutti i governi che si sono alternati nell’arco di tre decenni, sarebbe stato proprio uno dei più accesi ultraliberisti come Francesco Giavazzi?

L’accordo sul costo del lavoro del 23 luglio 1993, citato da Giavazzi nel suo articolo, ridusse il salario a variabile dipendente del capitale e soppresse definitivamente la scala mobile. Inoltre riorganizzò la contrattazione collettiva introducendo un sistema di contratti a due livelli: un CCNL di categoria di durata quadriennale (normativa) e biennale (retributiva), e la contrattazione aziendale.

La dinamica salariale venne rigorosamente vincolata all’inflazione programmata dal governo, senza più alcun meccanismo di adeguamento automatico ai prezzi reali. Ma se l’inflazione media registrata in Italia tra il 1995 e il 2020 è stata del 1,2%, nel triennio 2021-2023, è volata al 17,3%, peraltro, calcolata sull’indice IPCA depurato, introdotto nel modello contrattuale del 2009 su accordo tra Confindustria, CGIL, CISL e UIL.

E va detto che l’“IPCA depurato” è un indice artificiale che esclude dal calcolo i beni energetici importati e gran parte dei consumi quotidiani delle famiglie operaie e impiegate.

È proprio in ragione di quel famigerato accordo del 1993 che, in Italia, i salari reali sono sostanzialmente al palo da più di trent’anni. Da allora, nella distribuzione del reddito, si è registrata una caduta crescente della quota dei salari sul PIL ed una crescente quota dei profitti, che si è ormai stabilizzata su valori rispettivamente del 40% per i salari e del 60% per i profitti.

Tra il 1991 e il 2022 i salari reali in Italia sono cresciuti solo dell’1% a fronte del 32,5% in media registrato nell’area OCSE. Non è affatto un caso se, in materia di salari, l’Italia è decisamente il paese peggiore a livello europeo. Proprio da una proiezione sugli ultimi trenta anni è emerso che solo nel nostro paese i salari sono calati nei 30 anni che vanno dal 1990 al 2020.

Per l’esattezza le retribuzioni annuali medie hanno registrato una contrazione del 2,9%. E si tratta di una percentuale che non tiene conto degli effetti della pandemia, delle conseguenze della guerra in Ucraina (ovvero, della NATO contro la Russia) che ha fatto schizzare tutti i prezzi energetici e dell’enorme incremento della spesa militare italiana che la NATO vuole a portare al 5% del PIL e che ha già raggiunto il record di 34 miliardi di euro all’anno.

Dunque, se non si mette in campo, da subito, un meccanismo automatico di recupero dell’inflazione reale che da relativamente stabile per trent’anni, a partire dal 2021 ha cominciato a galoppare a due cifre, i salari continueranno a crescere molto meno del costo della vita reale, producendo una perdita di potere d’acquisto che si continuerà ad accumulare anno dopo anno.

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14/11/2025

Romania - Migliaia in piazza contro l’austerity del governo “europeista”

Migliaia di manifestanti hanno marciato mercoledì nelle strade di Bucarest, per chiedere salari più alti, misure per frenare l’inflazione e riduzioni fiscali per i lavoratori, mentre il governo romeno continua a perseguire l’austerità per affrontare l’ampio deficit di bilancio del Paese e perpetrare i vincoli di bilancio con l’Unione Europea.

Il Blocco Nazionale Sindacale richiede invece misure urgenti per fermare la diminuzione del potere d’acquisto e per migliorare le condizioni di lavoro. Tra le principali rivendicazioni ci sono l’aumento del salario minimo, il fermo dei tagli salariali nel settore pubblico, la riduzione della tassazione sul lavoro e la lotta all’evasione fiscale.

I manifestanti si sono radunati davanti alla sede del governo nella capitale romena, poi hanno marciato verso il Palazzo del Parlamento.

Nel 2024 il deficit di bilancio era superiore al nove per cento, uno dei più alti dell’Unione europea. La Romania ha concordato con l’UE di ridurre il deficit all’8,4 per cento quest’anno.

Le misure di austerità del governo comprendono l’aumento delle tasse, il blocco dei salari e delle pensioni nel settore pubblico e il taglio della spesa pubblica e dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione.

“I lavoratori vedono ancora una volta sacrificato il loro posto di lavoro: anche se lavoriamo di più, diventiamo sempre più poveri”, ha dichiarato il Blocco Sindacale in un comunicato. “L’impoverimento della popolazione è diventato una politica di Stato”.

I manifestanti chiedono anche la fine dei tagli ai posti di lavoro nel settore pubblico e l’intensificazione degli sforzi per combattere l’evasione fiscale.

“L’imposta sul reddito ha superato ogni immaginazione, raggiungendo il 43 per cento dei nostri stipendi. Quasi la metà va allo Stato”, ha dichiarato uno dei manifestanti. I prezzi sono impazziti, l’inflazione è aumentata e il potere d’acquisto è diminuito.

Quando la coalizione di governo filo-europeista ha vinto le elezioni all’inizio di quest’anno – con una consultazione molto contrastata, con forti dubbi di brogli e l’annullamento della vittoria del candidato anti-UE – si era impegnata con Bruxelles a fare della riduzione del deficit di bilancio e della riforma delle istituzioni statali una priorità assoluta.

I sindacati in Romania sono stati colpiti molto duramente, tanto che la Commissione Europea ha avvertito il governo rumeno che la sua legge sul lavoro era così sbilanciata a favore dei datori di lavoro da rischiare di causare danni permanenti alla coesione sociale e che esisteva un alto rischio di disordini negli anni a venire. Pertanto, la UE aveva subordinato l’accesso ai Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza all’approvazione di una nuova legge sul Dialogo Sociale, la 367/2022, appena un po’ meno severa contro i sindacati.

Viene infatti mantenuto il concetto di sciopero illegale, ma si dà ai sindacati una finestra di 24 ore per risolvere eventuali problemi amministrativi e garantire che il loro sciopero sia legale. Permette inoltre scioperi di solidarietà e ha abbassato la soglia di rappresentatività al 35% per negoziare un contratto collettivo nazionale e per indire uno sciopero. Consente anche la formazione di nuovi sindacati nelle aziende con più di 10 dipendenti o da parte di 10 o più dipendenti di aziende diverse ma appartenenti allo stesso settore economico.

Oggi, stiamo assistendo a nuova politica di austerità in Romania. Lamentando che il deficit pubblico è troppo alto (9,7% del PIL), il governo ha avviato un’altra ondata di lacrime e sangue. Il primo pacchetto di misure è stato approvato nell’estate del 2025, ed ha visto il congelamento dei salari del settore pubblico e di tutte le pensioni di vecchiaia fino alla fine del 2026 (sostanzialmente un taglio retributivo dato che l’inflazione continua a salire); un blocco di tutte le assunzioni nel settore pubblico; un aumento dell’IVA; la rimozione dell’accesso all’assicurazione sanitaria pubblica per i familiari a carico (madri casalinghe, genitori anziani senza pensione, persone con disabilità, ecc.). Il pacchetto includeva anche un raddoppio delle tasse sul capitale, che tuttavia erano molto basse per cominciare: le tasse sui dividendi sono passate dall’8% al 16%, mentre le tasse sugli utili bancari sono passate da un minuscolo 2% a un esiguo 4%.

Un secondo pacchetto di misure si concentra sull'“aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione” licenziando il 10-30% dei dipendenti pubblici in alcuni servizi, nonché aumentando le capacità di riscossione delle tasse e riducendo le spese nel settore sanitario pubblico. Il pacchetto non è stato però adottato per intero eliminando le misure contro i privilegiati. Tra queste le disposizioni per innalzare l’età pensionabile per i magistrati (attualmente a 48 anni) a 65 anni, come il resto della popolazione, nonché per abbassare le loro pensioni speciali (attualmente in media 4000 euro al mese, mentre la pensione pubblica media è di 370 euro al mese).

Finora, i sindacati non avevano indetto scioperi significativi. C’erano state solo assemblee durante l’estate, che hanno raggiunto il picco l’8 settembre quando si è tenuta una protesta di 10.000 persone a Bucarest. Le confederazioni sindacali hanno organizzato una grande protesta già lo scorso 29 ottobre, con la partecipazione di quattro confederazioni su cinque.

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