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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

07/08/2026

Il muro di cui anche Meloni ha bisogno

Compagni, bisogna dirlo senza mezze misure: Giorgia Meloni, la presidente neofascista d’Italia, e tutta la caterva dell’ultradestra spagnola che applaude ogni sua uscita, hanno trovato in Ceuta il loro nuovo giocattolo propagandistico.

Ci fanno la predica sul “caos migratorio” spagnolo, sulla presunta incapacità del governo Sánchez di “controllare le proprie frontiere”, mentre tacciono, opportunamente, ciò che accade in casa propria. È il vecchio trucco di sempre: indicare la trave nell’occhio altrui perché nessuno noti la propria.

Veniamo ai dati, perché questa gente si disarma solo con i fatti. Nel 2025 la Spagna ha registrato 36.775 ingressi irregolari, un calo del 42,6% rispetto ai 64.019 del 2024, la maggior parte via mare verso le Canarie. L’Italia, nello stesso periodo, secondo Frontex ne ha sommati circa 66.000 via mare, quasi il doppio della Spagna.

Dov’è dunque il “controllo” che Meloni rivendica e il presunto “caos” che denuncia in Spagna? L’Italia continua a essere, anno dopo anno, una delle principali porte d’ingresso della migrazione irregolare verso l’Unione Europea attraverso il Mediterraneo centrale.

Lampedusa vive esattamente gli stessi meccanismi che Meloni critica a Ceuta: soccorsi in mare, forze di polizia schierate, centri di accoglienza al collasso, respingimenti quando il quadro legale lo consente. La differenza non sta nei fatti, sta in chi li racconta e con quale microfono.

Se Meloni sostiene che la Spagna gestisce male l’immigrazione irregolare a Ceuta, abbia almeno la decenza di spiegare perché l’Italia continua a essere una delle principali porte d’ingresso dall’Africa e perché a Lampedusa si applicano gli stessi meccanismi di accoglienza e assistenza che lei addita quando li esegue un altro governo.

La differenza tra Roma e Madrid non sta nell’esistenza o meno di arrivi irregolari, ma nel discorso politico e nella crudeltà di certe misure: gli accordi con la Tunisia per subappaltare la repressione, le persecuzioni contro le ONG di soccorso marittimo, il tentativo di esternalizzare l’asilo in Albania.

Lì sì che c’è una differenza, compagni, ma non è quella che lei presume: è la differenza tra gestire una tragedia umana con una certa decenza istituzionale e trasformarla in un business di carceri galleggianti.

E qui bisogna essere rigorosi, perché il rigore è ciò che ci distingue dal pamphlettismo della destra: se l’obiettivo dichiarato dell’inasprimento migratorio di Meloni era frenare in modo decisivo l’immigrazione irregolare, sono gli stessi dati a smentire quella pretesa.

L’Italia continua a essere meta di decine di migliaia di arrivi ogni anno nonostante i patti con la Tunisia e il resto dell’arsenale repressivo. Questo non dimostra, di per sé, che quelle politiche siano “un fallimento assoluto” – bisognerebbe isolare altri fattori, come i conflitti nel Sahel o le variazioni delle rotte – ma permette comunque di affermare, coi piedi per terra, che presentare il pugno duro come soluzione definitiva è, quantomeno, una semplificazione di comodo.

E questa semplificazione diventa ancora più ingiusta quando viene usata per attaccare la Spagna, che oltretutto affronta una realtà geografica ben diversa: una frontiera terrestre condivisa col Marocco a Ceuta e Melilla e la vicinanza delle Canarie alla costa occidentale africana, fattori che l’Italia, senza frontiera terrestre col continente, non deve gestire allo stesso modo.

Ma non fermiamoci alla superficie. La memoria storica è un’arma di classe, e tocca ricordare qualcosa che l’ultradestra europea preferirebbe farci dimenticare: nel 2011 una coalizione guidata dalla NATO bombardò la Libia in nome della Risoluzione 1973 dell’ONU, e Muammar Gheddafi finì assassinato dalle forze ribelli nell’ottobre di quello stesso anno, con l’intervento occidentale come fattore decisivo nel crollo del suo regime.

Gheddafi, prima di cadere, lo aveva avvertito con una chiarezza che oggi risulta scomoda: disse che la NATO stava abbattendo il muro che frenava la migrazione africana verso l’Europa, e che se la Libia fosse caduta, migliaia di persone avrebbero attraversato il Mediterraneo senza che nessuno potesse fermarle.

Ciò che venne dopo gli diede, nella sostanza, ragione: il vuoto di potere e la frammentazione istituzionale trasformarono la Libia nella principale piattaforma di partenza verso l’Italia, rafforzando le reti di tratta e traffico di esseri umani che oggi Meloni dice di combattere.

L’Occidente ha abbattuto il muro e ora i suoi eredi politici piangono per la corrente che hanno lasciato passare. Senza esagerare, però: non fu l’unica causa, pesano anche la povertà, i conflitti del Sahel e le mafie, ma la responsabilità politica di chi bombardò Tripoli in nome della “protezione dei civili” non si può cancellare con la memoria selettiva.

E a Ceuta il parallelismo è ancora più sfacciato, perché anche lì il “muro” lo ha messo l’Occidente, e lo ha tolto quando gli conveniva. Il Marocco, partner prediletto di Washington e di Tel Aviv nel Nord Africa, ha sempre usato la frontiera di Ceuta come arma di pressione politica, aprendo o chiudendo il rubinetto migratorio secondo i propri interessi diplomatici del momento.

E qui Pedro Sánchez porterà la propria vergogna storica: il tradimento del popolo saharawi nel riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale fu il prezzo pagato per comprare la tranquillità di frontiera con Rabat, esattamente lo stesso calcolo cinico che portò Washington a riconoscere quella sovranità nel 2020 in cambio della normalizzazione tra Marocco e Israele.

Il triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat non è una mia ipotesi: è un fatto documentato fin dalla Marcia Verde del 1975, quando gli Stati Uniti avallarono l’occupazione marocchina del Sahara come pedina del proprio scacchiere geopolitico regionale.

Ciò che oggi si combatte alla frontiera di Ceuta non si può comprendere senza questo sfondo: un territorio saharawi rubato che continua a pagarne il conto, e una monarchia marocchina che trasforma i migranti in moneta di scambio diplomatico.

E qui conviene aggiungere un altro strato di ipocrisia, perché a Meloni non basta mentire su Ceuta: si lascia pure umiliare in pubblico dal proprio padrone senza che le tremi il polso. Quest’estate abbiamo visto Donald Trump accusarla, senza alcuna base, di aver “implorato” una foto con lui al vertice del G7, e settimane dopo deriderla con un meme modificato e la scritta che servirebbe un “ordine restrittivo”, insinuando che la presidente italiana fosse ossessionata dalla sua persona.

Meloni, questa volta sì, ha reagito e ha risposto che né lei né l’Italia “implorano mai”. Ma nessuno si illuda: quell’indignazione puntuale, quel teatrino di dignità ferita, non altera di un millimetro la subordinazione di fondo.

L’Italia resta allineata con Washington nella NATO, resta in silenzio davanti ai crimini di Netanyahu a Gaza, continua a funzionare come pedina docile dello scacchiere atlantista. Fa l'offesa quando Trump la ridicolizza per vanità personale, ma non rompe mai le file quando si tratta di sostenere la politica reale di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente o nel Nord Africa.

È il ruolo del servo, del lacchè: può protestare per come lo trattano nell’anticamera del padrone, ma non smette mai di chinare la testa quando tocca obbedire.

E non è un male esclusivamente italiano. Anche qui, nello Stato spagnolo, abbiamo la nostra squadra di servi, lacchè e venduti alla patria: Alberto Núñez Feijóo, Santiago Abascal, Isabel Díaz Ayuso, tutta l’ultradestra spagnola ed europea che ha deciso che quel ruolo di sottomissione verso Washington e Tel Aviv è quello che le spetta per vocazione di classe.

Si riempiono la bocca di “sovranità nazionale” e “orgoglio patrio” quando parlano di migranti poveri a Ceuta o alle Canarie, ma chinano la testa senza fiatare davanti a qualsiasi ordine arrivi da Washington o da Gerusalemme. È la stessa ipocrisia di Meloni, solo che senza nemmeno il teatrino dell’indignazione: qui non si preoccupano nemmeno di fingere che li umili.

Quindi no, compagni, questo non riguarda “chi gestisce meglio” una frontiera. Riguarda quali interessi di classe e di Stato si nascondono dietro il discorso xenofobo di Meloni, di Abascal e di tutta quella cricca che ha bisogno di un nemico povero e razzializzato per coprire la propria incapacità di risolvere i problemi reali della classe lavoratrice europea.

Il muro che denunciano lo ha abbattuto l’Occidente in Libia nel 2011 a colpi di bombe, e lo negozia ogni giorno in Marocco col silenzio complice. L’ipocrisia non è un eccesso retorico: è l’essenza stessa del loro progetto politico.

Fino alla vittoria, sempre!

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