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23/08/2026

Trump sempre più ‘estroso’ cerca Kim che risponde coi missili

Kim non perde tempo

La notizia sembra quasi di routine, visto il copione della storia, i personaggi e gli interpreti: la Corea del Nord ieri ha sparato una salva di 10 missili balistici, partiti da un’area non molto lontana da Pyongyang. I vettori, che secondo gli specialisti di Seul appartengono al tipo “KN-25”, hanno una gittata che, nel caso specifico, è stata di 300 km. I missili, che possono essere armati con testate nucleari tattiche, sono caduti in mare, a est della penisola coreana e, come ha precisato il Ministero della Difesa di Tokio, “al di fuori della Zona economica esclusiva giapponese”. Sul minaccioso atto dimostrativo di Kim, l’altra Corea a Sud, oltre la ‘condanna’: “ha ordinato alle sue forze armate di mantenere la massima prontezza durante le esercitazioni congiunte in corso con gli Stati Uniti. Il lancio – prosegue il comunicato dell’agenzia – è avvenuto dopo che Kim Yi-Jong, sorella del leader Kim Jong-Un, ha condannato mercoledì le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, nonostante l’ordine del Presidente americano Donald Trump di ridurre sostanzialmente la partecipazione statunitense alle esercitazioni”. Ed è proprio questo il nocciolo di tutta la questione, che poi si è sviluppata, passando dalle minacce verbali alle vie di fatto, ancorché solo dimostrative. C’è un nesso che lega, abbastanza a sorpresa, un vistoso cambiamento di strategia politica da parte di Trump alle manovre militari congiunte tra Usa e Corea del Sud. Il Presidente degli Stati Uniti ha frenato bruscamente, per quanto riguarda la sua solidarietà totale a Seul. Di più: ha addirittura ordinato la fine anticipata delle manovre militari, lanciando segnali di dialogo verso Pyongyang. E Kim, da scafato biscazziere, ha colto al volo l’opportunità. Ed è partito al contrattacco, per creare le premesse di un eventuale meeting da una posizione di forza.

Realpolitik trumpiana

Trump è ormai una specie di re Mida al rovescio: il mitico sovrano trasformava in oro tutto ciò che toccava. Lui, invece, ha il disgraziato potere di far diventare maleodorante sostanza galleggiante qualsiasi cosa tratti in politica internazionale. L’ultima riguarda proprio il rigurgito di “considerazione”, (in verità trattasi di “realpolitik” tanto al chilo) nei confronti di Kim Jong-Un, padre-padrone della Corea del Nord. L’argomento è stravecchio e ha ormai fatto la muffa, per come è trattato in tutti i think-tank che lavorano per il Dipartimento di Stato. Parliamo del “rischio atomico” rappresentato da Pyongyang che, se dovessimo stilare una scala della pericolosità, è probabilmente al primo posto nel pianeta. Per tutta una serie di motivi. La beffa della storia è che l’America si è imbarcata (e ci ha in qualche modo coinvolti) in una serie di conflitti, dall’Iraq all’Iran, con la scusa di eliminare armi di distruzione di massa sostanzialmente inesistenti. Mentre, invece, chi gioca davvero al “piccolo chimico” sulle spalle dell’umanità (come Kim) viene temuto e trattato con circospezione. Quasi col “rispetto” che nella malavita americana si porta verso i capibastone. That’s all right, boys? Secondo quello che riporta la Reuters, “il Ministro della Difesa sudcoreano Ahn Gyu-back ha dichiarato in Parlamento che si ritiene che i missili balistici a corto raggio siano lanciarazzi multipli, aggiungendo che Seul li sta monitorando perché potrebbero essere potenzialmente schierati vicino al confine con il Sud. Lo stesso Ahn aveva affermato che la Corea del Nord possiede tra le 80 e le 120 testate nucleari. Le esercitazioni militari congiunte tra Corea del Sud e Stati Uniti – conclude la Reuters – sono state interrotte bruscamente venerdì, dopo che il Presidente Donald Trump ha ordinato una sostanziale riduzione della partecipazione statunitense e ha dichiarato di voler rilanciare il dialogo diplomatico con il leader nordcoreano Kim Jong-Un”.

Foreign policy rischiosa

La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato si prendono troppi rischi a condurre una politica estera così “creativa” (si fa per dire) in Estremo oriente, specie con un personaggio assolutamente incontrollabile come Kim Jong-Un. È l’autorevole parere del New York Times, che dedica una lunga analisi all’ennesimo salto della quaglia fatto (assai inopinatamente) da Trump, nel bel mezzo delle esercitazioni con gli alleati sudcoreani. Ma, a parte i modi (the Donald non ha mai brillato per “esprit de finesse”), la sostanza dice che la decisione arriva in un momento in cui l’universo degli alleati americani si interroga sulla reale affidabilità del “Big Bro” a stelle e strisce. E tra dazi doganali, imposti con furia iconoclasta, ritirate militari più o meno strategiche (per questioni di borsellino) e improvvisi rovesciamenti di alleanze (sempre per la foia del “business is business”), l’appeal degli Usa per molti equivale, ormai, a quello di un grizzly che non mangia da tre giorni. Aggressivi e voraci, oltre che prepotenti. Aggiungeteci anche l’inaffidabilità e abbiamo chiuso il cerchio. Dunque, scrive il Times, “la decisione del Presidente Trump di ridurre le esercitazioni militari è giunta in un momento in cui gli alleati mettono in discussione l’impegno degli Stati Uniti nei confronti delle alleanze di lunga data. Per anni, gli eserciti degli Stati Uniti e della Corea del Sud hanno partecipato a una delle più grandi esercitazioni militari al mondo, con migliaia di soldati di entrambi i Paesi che si preparano a una possibile aggressione da parte della Corea del Nord. Su ordine del Presidente, il Pentagono ha ridotto le esercitazioni di quest’anno e ridimensionato alcune componenti a fuoco vivo dell’esercitazione, che erano già in corso. Secondo funzionari militari, sia in servizio che in pensione, questa mossa rischia di compromettere la prontezza operativa delle forze armate statunitensi nella regione, in un momento in cui gli alleati mettono in discussione l’impegno dell’Amministrazione Trump nei confronti delle partnership di lunga data e del contrasto alla Cina”.

La Cina “coglie l’attimo”

“Grand strategy” nel senso più vero del termine, in questi frangenti, in tutto l’Estremo oriente. Con un effetto-domino della diplomazia, mentre Trump entrava in rotta di collisione con il governo della Corea del Sud, Wang Yi, il potente Ministro degli Esteri di Pechino, era in visita ufficiale a Seul. Come riporta il South China Morning Post di Hong Kong, il braccio destro di Xi Jinping “ha esortato i sudcoreani a esercitare una vera autonomia strategica e ha anche invitato Seul a sviluppare parallelamente i rapporti con Pechino e Washington, anziché schierarsi nelle rivalità tra le grandi potenze. Secondo una dichiarazione del Ministero degli Esteri cinese, Wang avrebbe detto al consigliere per la sicurezza nazionale sudcoreano Wi Sung-lac che Pechino auspicava che Seul raggiungesse l’autonomia strategica, si astenesse dal confronto con altri blocchi o dal prendere posizione e sviluppasse relazioni con le grandi potenze, come la Cina e gli Stati Uniti, senza esclusione reciproca”. Vecchia saggezza cinese: Se non puoi vincere, cerca almeno di non perdere.

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